lunedì 18 gennaio 2010

Ricordo di Daniel Bensaid (1946-2010)


Daniel Bensaid

Il 12 gennaio è mancato, dopo una lunga malattia, Daniel Bensaid, marxista critico, studioso appassionato dell'opera di Karl Marx, filosofo e militante politico.


Michael Löwy

Daniel Bensaid, comunista eretico



Daniel Bensaid ci ha lasciati. E' una perdita irreparabile, non solamente per noi, i suoi amici, i suoi compagni di lotta, ma per la cultura rivoluzionaria. Con la sua irreverenza, il suo umorismo, la sua generosità, la sua immaginazione, era un esemplare raro dell'intellettuale militante, nel senso forte del termine. Ricordo le nostre lunghe conversazioni, a volte discussioni, attorno a un tavolo, soprattutto all'ora del dessert o del caffè da Charbon, il suo ristorante preferito. Non eravamo sempre d'accordo, ovvio, ma come non amare e non ammirare la sua straordinaria creatività e, soprattutto, il suo spirito di resistenza, contro tutto e tutti, all'infamia dell'ordine stabilito.
«Auguste Blanqui, comunista eretico» era il titolo di un articolo che Daniel Bensaid e io stesso avevamo redatto insieme, nel 2006 (per un libro sui socialisti del 19 secolo in Francia organizzato dal nostro amico Philippe Corcuff e Alain Maillard). Quel concetto si applica perfettamente al suo stesso pensiero, ostinatamente fedele alla causa degli oppressi, ma allergico a qualsiasi ortodossia.
Se i libri di Daniel si leggono con così tanto piacere è perché sono stati scritti con la penna di un vero scrittore, che ha il dono della Formula: una formula che può essere assassina, ironica, adirata o poetica ma che coglie sempre nel segno. Quello stile letterario, tipico dell'autore e inimitabile, non è gratuito ma al servizio di una idea, di un messaggio, di un appello: non piegarsi, non rassegnarsi, non riconciliarsi con il vincitore. La forza dell'indignazione attraversa, come un soffio ispirato, tutti i suoi scritti.
Fedeltà anche allo spettro del comunismo, del quale lui dava una bella definizione: è il sorriso degli sfruttati che sentono ancora i colpi di fucile degli insorti del giugno 1848 - episodio raccontato da Toqueville e reinterpretato da Toni Negri. Il suo spirito sopravviverà al trionfo attuale della mondializzazione capitalista - allo stesso modo in cui lo spirito dell'ebraismo è sopravvissuto alla distruzione del Tempio e all'espulsione dalla Spagna (amo molto questo paragone insolito e un po' provocatorio).
Il comunismo del 21° secolo era per lui, l'eredità delle lotte del passato, della Comune di Parigi, della Rivoluzione d'Ottobre, delle idee di Marx e Lenin e dei grandi vinti che furono Trotsky, Rosa Luxembourg, Che Guevara. Ma anche qualcosa di nuovo, all'altezza dei compiti del presente: un eco-comunismo (termine che aveva inventato lui), in grado di integrare la lotta ideologica contro il capitale.
Per Daniel, lo spirito del comunismo era irriducibile alle sue contraffazioni burocratiche.
Se rifiutava fino all'ultima energia disponibile di avallare il tentativo della Controriforma liberista di dissolvere il comunismo nello stalinismo, nondimeno riconosceva che non si può lesinare un bilancio critico degli errori che hanno disarmato i rivoluzionari dell'Ottobre rispetto alle prove della storia, favorendo la controrivoluzione termodoriana: confusione tra popolo, partito e Stato, accecamento rispetto al pericolo burocratico. Occorre tirarne lezioni storiche, già ricavate da Rosa Luxemburg nel 1918: importanza della democrazia socialista, del pluralismo politico, della separazione dei poteri, dell'autonomia dei movimenti sociali rispetto allo Stato.
Tra tutti i contributi di Daniel Bensaid al rinnovamento del marxismo, il più importante, ai miei occhi, è la sua rottura radicale con lo scientismo, il positivismo e il determinismo che hanno così profondamente impregnato il marxismo “ortodosso”, specialmente in Francia. Auguste Blanqui è un riferimento importante in questa posizione critica. Nell'articolo citato sopra, egli ricorda la polemica di Blanqui contro il positivismo, un pensiero del progresso e del buon ordine, del progresso senza rivoluzione, una «esecrabile dottrina del fatalismo storico» eretta dalla religione. Per Blanqui «l'ingranaggio delle cose umane non è affatto fatale come quello dell'universo, è invece modificabile costantemente». Daniel Bensaid paragonava questa formula a quella di Walter Benjamin: ogni secondo rappresenta la porta stretta per la quale può sorgere il Messia, cioè la rivoluzione, un'irruzione evenemenziale del possibile nel reale.
La sua rilettura di Marx, alla luce di Blanqui, di Walter Benjamin e di Charles Péguy, lo condusse a concepire la storia come una serie di bivi e di biforcazioni, un campo del possibile il cui esito è imprevedibile. La lotta di classe occupa il posto centrale ma il suo risultato è incerto e implica una parte di contingenza. Ne La pari melancolique (Fayard 1997), forse il suo libro più bello, riprende una formula di Pascal per affermare che l'azione emancipatrice è «un lavoro per l'incertezza», intendendo così una sfida sull'avvenire. Riscoprendo l'interpretazione marxista di Pascal da parte di Lucien Goldmann, definisce l'impegno politico come una sfida ragionata sul divenire storico «a rischio di perdere tutto e di perdersi». La rivoluzione smette dunque di essere il prodotto necessario delle leggi della storia, o delle contraddizioni economiche del capitale per divenire una ipotesi strategica, un orizzonte etico «senza il quale la volontà rinuncia, lo spirito di resistenza capitolo, la fedeltà fallisce, la tradizione si perde». Di conseguenza, come spiega in Fragments mécréants (Lignes, 2005), il rivoluzionario è un uomo di dubbio opposto all'uomo di fede, un individuo che scommette sulle incertezze del secolo e che mette un'energia assoluta al servizio di certezze relative. Insomma, qualcuno che tenta, senza sosta, di pratica quell'imperativo preteso da Walter Benjamin nel suo ultimo scritto, le Tesi sul Concetto di Storia (1940): accarezzare la storia a contropelo.


(Da:ilmegafonoquotidiano.it)