lunedì 4 gennaio 2010

Elio Lanteri, La ballata della piccola piazza




Giorgio Amico

Ballata di una Liguria senza ulivi


Un piccolo paese di Liguria, perso fra i monti, a ridosso del confine con la Francia, è il nove settembre del 1943 e la gente (solo vecchi e bambini, ché gli uomini sono al fronte) assiste alla disfatta militare e al triste passaggio di torme di sbandati che cercano di tornare alle loro case. Inizia così "La ballata della piccola piazza" di Elio Lanteri, caso unico nel panorama letterario italiano. Si, perchè l'autore ha ottanta anni, essendo nato a Dolceacqua, nell’entroterra di Ventimiglia nel 1929.
Su questo sfondo di guerra, di miseria e paura, si sviluppa la storia di Nicò e Damin, due bambini soli, forse orfani, che attendono il ritorno dei genitori di cui non sanno più nulla immergendosi sempre più nel mondo fatato delle storie che i vecchi del paese raccontano loro per distrarli.
Bellissimo l'epilogo in cui vediamo uno dei due piccoli protagonisti della vicenda ritornare, dopo un’assenza di oltre quaranta anni, nel paese natio e ritrovarvi, come per incanto, i sogni, le figure e le abitudini della sua infanzia.
Un libro poetico, un omaggio vibrante all'estremo Ponente ligure e alla sua gente, di cui colpisce soprattutto (come ha scritto Francesco Improta) a lettura ultimata, non l'età dello scrittore, ma l’ingenuità del suo sguardo e la freschezza della sua scrittura.
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"La ballata della piccola piazza" inizia così:

"Settembre: nella valle s’incrociano due venti. Quello freddo del nord, superati gli alti valichi, si getta a capofitto nella vallata portando con sé i primi tordi. Il fumo delle stoppie non fa più arco verso i monti, ora accompagna il fiume e scende alla foce, raggiunge il mare e ne increspa le onde, corre a sud e si disperde al largo. Stracci di nubi percorrono la valle, corrono lenzuola d’ombra fra i lentischi.
Quando ero bambino, al calar del sole, indugiavo stupito a contemplare le ombre degli alberi che si allungavano sulla sabbia, le guardavo crescere e raggiungere l’acqua, creando figure fantastiche di animali che si abbeveravano nella corrente.
Ciulé, mentre la sera allungava lentamente la sua ombra, sedeva vicino a me sotto l’albero dello spreco [Oleandro, albero che non dà frutti] e faceva la profezia con i colori, gettando in aria tre pezzetti di terracotta: vita se si posava il rosso, morte se sulla sabbia rimaneva il bianco.
Oracolava male, e sulla sabbia luccicava quasi sempre il bianco; con ostinazione ripeteva il lancio, nella speranza che si posassero i lati rossi.
Ciulé si voltò verso di me, e senza alzare lo sguardo dalla sabbia disse tristemente: «Il vento ormai è freddo, non credo che Meo verrà ancora al fiume.»
«Che fa in casa» gli chiesi, «rimane a letto?»
«Be’, sta quasi sempre sdraiato, disegna e addestra a fischiare il merlo, la sera vado a trovarlo perché penso he muoia.»
Sentii in bocca un sapore agro, mi alzai di scatto per fare muro al vento e impedire che disperdesse quelle ultime parole e la cicchetta [La morte piccola, dei bambini] che ronza sempre nell’aria, ne afferrasse per un lembo il suono.
Mi inginocchiai sulla sabbia, accostai la testa alla sua e parlai piano vicino alla sua bocca.
«Non si parla mai forte di queste cose, è sempre in ascolto la cicchetta.»
«È il 9 settembre, Rafaé, la luna è nuova: secondo l’epatta ha cinque giorni, guardala stanotte, avrà la gobba a ponente.»
Ai bordi dell’acqua Rafaé ascoltava Tumau.
Dalla sera prima risalivano dal mare lo stradone lunghe colonne di soldati: scappavano dalla Francia e rimontavano la valle per poi ridiscendere i valichi e disperdersi in Piemonte, nella provincia granda.
Sul greto del fiume, tra gli arbusti, Fransuà guardava salire la colonna e discuteva con Jose, aveva ancora in testa il cappello estivo, un fazzoletto con ai lati i quattro nodi.
«Risalgono in fila come i filoni» disse Fransuà.
Risalivano così il fiume in primavera i filoni di anguille luccicanti, sfiorando le pietre della riva, e assaporavano per la prima volta l’acqua dolce, dopo il lungo viaggio nel salino.
Fransuà alzò la mano per far visiera al sole quella sera la GAF [Guardia Armata di Frontiera], di presidio nel paese, sparì nel buio della notte. "


Dalla Prefazione di Marino Magliani:

(…) Dovetti insistere, e alla fine ci riuscii: un giorno arrivò sul porto col manoscritto. In quei tempi era ancora viva mia madre e tornavo in Liguria anche tre o quattro volte l’anno, poi alla fine dell’estate ripartivo per l’Olanda.
Quell’anno portai con me il suo manoscritto. Miracolosamente in Olanda faceva ancora caldo e andavo ogni giorno alla spiaggia. Passavo i pomeriggi a leggere e a rileggere le pagine di Elio Lanteri, a segnare sui fogli delle cose a matita. Me ne innamorai subito, per dirla com’è, della Ballata della piccola piazza, perché mi sembrò fin da subito una storia nuova, una Liguria mai raccontata, una regione finalmente non olearia.
Da sempre chi ha narrato la Liguria si è confrontato con la neccessità di guardare agli ulivi e al suo mare. Nell’unico romanzo che ci ha lasciato Boine (Il peccato, 1914), raramente si trovano gli ulivi, ma questo perché raramente l’io narrante lascia la costa. Nei saggi sulla crisi degli ulivi
e altrove, invece, Boine costruisce passo a passo la sua cattedrale degli ulivi.
Anche Calvino ci ha mostrato una zona ulivata, indicandoci addirittura la linea che divide la Liguria e separa la severità della campagna dalla mondanità della riviera.
Biamonti ci fa intuire il mare nella luce e ci regala la mineralità degli ulivi. E un po’ tutti, prima e dopo e attraverso questi nomi, ci hanno regalato ulivi e mare.
Nella Ballata gli ulivi non appaiono. Eppure le famiglie che popolano questo romanzo vivono soprattutto di ulivicoltura. Ci sono le giare piene d’olio e la capra le prende a cornate. Perché dunque nelle pagine di Lanteri che leggeremo non ci sono ulivi? Perché la Liguria che ci consegna Lanteri è fatta di soli sogni, assomiglia piuttosto a quel terreno fantastico su cui riesce a muoversi Juan Rulfo, è una Liguria che sale nei vapori dei torrenti e resta nell’aria.
Io su quella spiaggia del Nord non sapevo mica cosa stavo leggendo. Era un po’ come quando ci svegliamo e non sappiamo più cosa abbiamo sognato. Sappiamo che abbiamo fatto un bel sogno, o brutto, e sappiamo che non basta. Dov’eravamo, cosa abbiamo sentito, quanto siamo stati bene o male?
E così, rileggendo la Ballata – ché i sogni non si riescono a risognare, ma i libri sì – ho capito che davanti a me avevo davvero la Liguria che avevo cercato nei libri, e nelle passeggiate buie dei fondovalle, nei dormiveglia, nelle notti che mi trovano ancora da qualche parte, in Liguria e altrove. Era la terra che non ero mai più riuscito a rivedere, allora ci misi le mani e la odorai. Erano le pagine visionarie che non avevano bisogno di mare né di ulivi o di luce, per essere il sogno, ma solo di parole e musica.
Mi chiedo da sempre se esiste la musica nei sogni. Ecco cos’è per me la Ballata. Una favola come solo un bambino riesce a raccontare ed ascoltare, favola dura, di vita e di morte di una generazione di bambini che hanno giocato durante una guerra. Favola piena di frutta d’estate e
di paure, e di venti che d’inverno entrano nei giacconi.
Il periodo è quello della guerra civile, inizia esattamente il 9 settembre, con una colonna di soldati che risale dalla costa, diretta in Piemonte. Il luogo è la frontiera, vallate a ridosso di scogliere e falesie, posti che oggi sono attraversati dai passeur. Luogo di favole, si diceva, e di metafore, di montagne piene di scalinate che salgono ai campi alti nel cielo, e di alberi che assomigliano alla grande nuvola, di torrenti e anguille e capre.
Un luogo dove troveremo i cinema muti e le vecchie signore ebree scappate dalla città. Le scimmie nelle gabbie di Voronoff. E il mondo di Vincenzo Pardini e quello di Rigoni Stern. Troveremo la musica che troppe volte manca ai sogni.

Marino Magliani

IJmuiden, febbraio 2009


ELIO LANTERI
LA BALLATA DELLA PICCOLA PIAZZA
Prefazione di Marino Magliani

Transeuropa, 2009