mercoledì 7 aprile 2010

"La dolce vita" cinquant'anni dopo




"La dolce vita" rappresenta forse l'opera più importante di Federico Fellini e uno dei capolavori assoluti della cinematografia mondiale. Armida Lavagna è andata a vederlo per noi.

Armida Lavagna

"La dolce vita" cinquant'anni dopo


Difficile vedere un film come questo, a distanza di cinquant'anni e di fiumi di parole scritte da critici autorevoli, vederlo ora per la prima volta, e poterne dire qualcosa. Difficile, faticoso sostenerlo fino in fondo, fisicamente faticoso, non per noia, ma per nausea. Non ha nulla di affascinante questa dolce vita, e persino sulle immagini più celebri della sua apoteosi, su Anita nella fontana, si riverbera l'angoscia di un vuoto che reca su di sé una condanna morale ed estetica.

Nell'ampia comédie humaine ritratta dalla macchina da presa, non c'è mai verità. E quando protagonisti sono gli aristocratici o i ricchi borghesi, a marcarne ulteriormente la distanza è l'impressione di essere non più di fronte a un film bensì a una scena teatrale. Da cui la verità si fa ancora più distante.

Nella siepe di sguardi vacui, costruiti, sfuggenti, smentiti, imposti, ve ne sono solo tre veri.

Il primo lo troviamo nello squallido locale notturno dove il protagonista accompagna il padre, sentendosi sempre più a disagio, in imbarazzo, nello scoprire che questo genitore quasi sconosciuto è più simile a sé di quanto pensasse. Lo sguardo vero, diretto, non è tra padre e figlio. E' quello che a Mastroianni rivolge il malinconico suonatore di tromba, dopo una nota lacerante, prima di scomparire come un pifferaio magico tirandosi dietro gli anonimi palloni che lo seguono in una sorta di triste processione, in un rovesciamento della loro funzione ludica. Palloni simili alle bocce di vetro su cui sono state dipinte facce insignificanti dagli invitati all'ultima festa, perfettamente sferiche e vuote e inaccessibili come chi le ha decorate, in una notte dove il degrado è estremo, la nausea insopportabile, nel vedere la ragazza di campagna ridotta ad animale sofferente, umiliata e offesa, svuotata appunto.





Il secondo sguardo è quello della morte, quello della creatura del mare trascinata sulla spiaggia e contemplata nella sua nudità - l'unica nudità pudica di questo film - e nella sua verità, implacabile, insopportabile ("aho, questo non smette di guardare"). La misera carcassa è l’icona di una verità che impietosamente viene inferta ai randagi reduci dall’ultimo festino notturno prolungato fino all’alba nell’ossessione di dirsi vivi, rinati persino, come la donna che festeggia il suo annullamento matrimoniale che le consentirebbe una sorta di rigenerazione, di nuovo inizio. Che invece non è che un abbaglio, una menzogna, come il suo denudarsi, che essendo tale è indecente. I convitati escono dalla casa e dalla notte, chiamati per nome dal protagonista, come su un palcoscenico, uno spazio artificioso che ha consentito loro di ingannare e di ingannarsi, di credersi vivi mentre non vivono, di trascinarsi da una notte all’altra, da una stanza all’altra di un castello dove perpetuano se stessi illudendosi che questo sia sfuggire alla morte. Forse proprio questo momento, questo contrasto tra la finzione, la maschera dei personaggi e la cruda realtà della morte che si mostra senza nascondimenti in quel corpo e in quello sguardo fisso, è quello in cui più si può condividere l’affermazione che "La dolce vita" sia, in realtà, un film cattolico.

L'ultimo dei tre sguardi è quello della vita reale e insieme del sogno impossibile, della ragazzina lasciata dal protagonista cameriera e ritrovata inspiegabilmente sulla riva a chiamarlo, sirena silenziosa, le braccia distese e invitanti e caste, le sue parole perse nel vento e nel fragore delle onde che il protagonista non ha il coraggio, la forza di superare, rinunciando a spezzare la sua bolla di vetro e ad inseguire un'autenticità, un’innocenza perduta come un Eden.




Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa per Vento largo di letteratura e di cinema.