domenica 30 ottobre 2011

Partito della Nazione Occitana: Per un Paese Basco libero



Riceviamo dai nostri amici del Partito della Nazione Occitana (PNO) questo comunicato che volentieri pubblichiamo.

Per un Paese Basco libero

Il Partito della Nazione Occitana si rallegra della saggia decisione dell'organizzazione indipendentista clandestina basca, ETA « Euskadi Ta Askatasuna, Paese Basco e libertà», di rinunciare definitivamente all'uso della violenza.
D'ora in avanti la lotta per l’indipendenza della nazione basca verrà condotta con mezzi democratici come accade da molto tempo per la Catalogna.
La via democratica, quando ciò è possibile, non permette certo di giungere rapidamente all’indipendenza ma è preferibile alle sofferenze e ai lutti causati da una lotta armata.
Noi speriamo che la Spagna saprà rapidamente cogliere questa occasione di concludere la pace e di aprire senza spirito di rivincita negoziati con il Paese Basco riguardo alle sue rivendicazioni nazionali.

Guardare avanti



Il disastro di Monterosso rimanda alle rovine ben maggiori di un'Italia sull'orlo del collasso, segnata da un degrado economico, politico e civile che pare inarrestabile. Ma i volti puliti e sorridenti dei ragazzi e delle ragazze accorsi per spalare il fango ci ricordano che dopo l'inverno arriva la primavera e ci invitano a guardare avanti con la certezza che les mauvais jours finiront.

Niccolò Zancan

La meglio gioventù con le mani nel fango di Monterosso


La vita vince sempre. Per quanto sia retorico, succede ogni volta. Ti sorprende quando tutto sembra perduto, e in particolare in Italia, specialità della casa: emergenze, rinascite. Prima lacrime, poi sudore e generosità. Succede quando Giulia, Eliana, Federico e Lorenzo escono di casa alle nove del mattino. Hanno diciotto anni. E invece di godersi le scuole chiuse sulla spiaggia di Levanto - c’è ancora un sole caldo, turisti tedeschi, bambini e cani - aspettano un piccolo traghetto al molo. Hanno preso tutto quello che serve: focaccia, stivali, una maglietta di ricambio. Oggi vanno a Monterosso, perché Monterosso ha bisogno d’aiuto. Arrivano in tanti. Hanno facce stupende. Voci ancora acerbe, ma sogni concreti.

«Fare il cuoco». «Vorrei diventare capitano di lungo corso sulle navi». «Io vorrei fare la traduttrice». «A me piacerebbe diventare insegnante d’asilo, se si può...». Loro non lo sanno, ma questa colazione in mezzo al mare ha un gusto che non dimenticheranno più. Si mischierà per sempre anche l’odore schifoso del fango, ma non importa. Sono la meglio gioventù. Monterosso vuole rinascere. Prova a farlo anche grazie alle braccia esili di Giulia, pallida e senza esitazioni: «Non mi piace restare a guardare un disastro simile alla televisione». Tiziano, 17 anni: «Sarò un geometra. Magari un architetto». Francesco: «La mia aspirazione è iscrivermi a Ingegneria». Greta: «Io voglio aiutare i disabili». Damiano: «Studio all’alberghiero, poi non so». Intanto sono insieme, e per tutti si tratta di spalare.

Il fango è ovunque, non sai dove metterlo. Ti si attacca ai vestiti, impasta i capelli. Manca l’acqua. Non si riesce a pulire. Si può solo togliere il grosso. Ma il centro del paese di Monterosso è un autentico spettacolo. Tutto è in movimento. Uno sforzo umano perpetuo fra le casette rosse.

Andrea spazza la chiesa. Maria aiuta a sgomberare il bar. Svuotano i negozi. Francesco porta la carriola gialla fino alla montagna di fango. Avanti e indietro. E in mezzo ai ragazzi, le ruspe in manovra, gli alpini di Fossano, i volontari della protezione civile, carabinieri e residenti. Uno scambio continuo di urla e cenni d’intesa, per non finire triturati nella macchina dei soccorsi.
C’è il dottor Francesco Tani, direttore sanitario del distretto 17, con sulle spalle una bombola di ossigeno. C’è Matteo, 19 anni, da Quiliano: «Sono qui per aiutare. Da grande vorrei fare l’idraulico». Nella piazzetta hanno allestito una cucina da campo. In genere serve per una sagra di mezza estate: oggi sfama il paese intero. Il pomodoro condito è buonissimo, dopo giorni di pasta e panini. I cuochi si chiamano Carlo e Saverio. Stanno facendo il sugo con i gamberi di un ristorante costretto a scongelare tutte le scorte. Rumore di cingoli. Sugo di pesce.

Marco che fa avanti e indietro da casa sua portando caffettiere bollenti. I ragazzi con gli stivali mangiano in piedi, a piccoli gruppi. Qualcuno si abbraccia. Poi tornano a spalare. Ogni minuto succede qualcosa, anche se non è facile vederlo. Forse sul cumulo di detriti davanti alla chiesa, per esempio, sta nascendo un amore. I due spalatori volontari si sono appena dati la mano per presentarsi, molto eleganti nel disastro generale, ora sorridono e svangano. Tutti i ragazzi si assomigliano. Per i vestiti senza marchi. Per i capelli spettinati. Però alcuni hanno uno sguardo diverso. Sono quelli che non si fermano nemmeno per una fotografia. Sono i giovani di Monterosso.
«Grazie davvero - dice Giammarco Giuntini, 23 anni, barista nella zona è bello vedere tanta solidarietà. Non lo dimenticheremo». Milleduecento residenti più altri mille, fra volontari e soccorritori. Il paese brulica sotto al sole. «E qualcuno osa ancora criticare i giovani d’oggi...» dice il vicesindaco Marisa Cebrelli. Dai discorsi è quasi scomparso il racconto dell’accaduto. Non c’è tempo. Si parla di come risolvere i singoli problemi. Tutti in preda a una specie di febbre. Cosa fare, per esempio, dei banchi della chiesa? Li portano fuori, cercano di pulirli, poi li mettono al sicuro, mentre altri combattono con il pavimento.

All’improvviso arriva una notizia. «Hanno trovato Sandro!» «Sì, hanno avvistato Sandro al largo di Rio Maggiore». «Davvero?». Un anziano scuote la testa: «Le correnti...». Ma non è vero. Non l’hanno ancora trovato. Hanno scambiato un tronco in mezzo al mare - scaricato giù dall’alluvione - per il corpo di Sandro Usai, 38 anni, ristoratore e volontario del Comune di Monterosso. Martedì era andato ad aprire i tombini, quando l’onda di piena si è presa le strade. Subito si ricomincia a spalare. Al molo sta attraccando un’altra barca. Scaricano bottiglie d’acqua, pane, caffè e altri ragazzi con gli stivali di gomma. Che il dio delle belle speranze abbia cura dei loro sogni.

(Da: La Stampa del 29 ottobre 2011)

mercoledì 26 ottobre 2011

29 Ottobre - Fermiamo il carbone






Sabato 29 Ottobre 2011
Dalle ore 15.00 alle ore 18.00
Giornata di Mobilitazione Nazionale Contro il Carbone

Contro l’uso del carbone, per un lavoro degno,
Per contrastare i cambiamenti climatici e tutelare la Salute dando speranza al nostro futuro

PRESIDIO A VADO LIGURE - QUILIANO
davanti centrale Tirreno Power in via A. Diaz vicino rotatoria-stele

La CENTRALE a CARBONE di Vado - Quiliano e l'Italiana Coke di Cairo Montenotte, producono troppe sostanze tossiche (polveri ultra fini – metalli pesanti – Idrocarburi policiclici aromatici-PCB). Secondo l’ORDINE dei MEDICI, in provincia di Savona la mortalità e morbilità sono molto superiori alla media regionale, specie per tumori – infarti – ictus.

I cittadini esigono scelte di rispetto della SALUTE e del lavoro, in tutta la provincia di Savona nel settore agro-alimentare e turistico.

Per migliorare la situazione sanitaria ed economica, garantendo l'occupazione dei lavoratori, è indispensabile:

➪ sostituire gli attuali gruppi a carbone, non a norma per mancanza dell'autorizzazione AIA, con gruppi a metano o con fonti rinnovabili

➪ evitare il potenziamento a carbone

➪ l'ambientalizzazione della Italiana Coke.

martedì 25 ottobre 2011

Un libro sulla non guerra di Libia




"Occhio alla mira ferma, o cristiani.
Solo chi sbaglia il colpo è peccatore.
Vi sovvenga! Non uomini ma cani."

Così nel 1911 Gabriele D'Annunzio cantava i massacri italiani in Libia documentati anche dalle foto che illustrano questo articolo.


Gianluca Paciucci

UN LIBRO SULLA NON GUERRA DI LIBIA

Appunti sul volume di Paolo Sensini, Libia 2011, Milano, Jaca Book, 2011


Ho finito di scrivere questo articolo-recensione il giorno prima dell'uccisione di Gheddafi, fatto che non cambia nulla ma solo aggiunge un'ennesima indecente brutalità al già feroce quadro. Consiglio la lettura de Il corpo del duce (Torino, Einaudi, 1998, pp. X-246) di Sergio Luzzatto, per capire l'attuale fase. Pure indecente è stato il coro dei commenti, in cui ancora una volta i politici italiani, Berlusconi, Frattini e Bossi in prima fila, hanno messo in mostra pochezza e viltà. I grandi organi di stampa, inoltre, ci hanno regalato un amaro fiume di menzogne di cui non c'era bisogno: dopo il silenzio e la censura di mesi e mesi sulla “non guerra di Libia”, con sporadiche emergenze, ecco la valanga di editoriali, foto e video (nelle versioni on-line). Squallore militante. Rivoltante. L'appuntamento è al prossimo popolo da abbattere, mentre molti/e, anche in Europa, finiscono nella morsa di banche, governi e polizie bipartisan, e mentre a mucchi annegano nelle acque del Mediterraneo o finiscono a marcire in un Centro di Identificazione e di Espulsione.

La guerra in Libia in questo 2011 in realtà non sta avvenendo, non è mai iniziata, né mai terminerà. O meglio, la guerra in Libia accade, ma noi non lo sappiamo, né sapremo se e come andrà a finire, anche dopo la sua fine ufficiale. Un implacabile spirito guerrafondaio ha animato le (non) discussioni, il (non) dibattito attorno all'ennesimo crimine gestito dalla autoproclamatasi “comunità internazionale” ovvero, per l'occasione, dalla sedicente “coalizione dei volonterosi”: spirito che si è impadronito di molte anime della sinistra italiana, moderata e anche radicale, la prima ormai convinta della ragione occidentale da imporre a ogni costo a tutti i “cani pazzi”, a tutti gli Stati-canaglia; e la seconda a interrogarsi sulla necessità di deporre il tiranno Gheddafi sulla scia delle varie “primavere arabe” che hanno messo sottosopra il Nordafrica. In particolare Napolitano e Bersani, senza alcune esitazione, si sono mostrati i più fedeli amici di Sarkozy e Cameron, persino più dei vari Berlusconi-Frattini-Maroni, complici del regime libico. Ennesima catastrofe del mentale e del politico: l'indiscutibile Napolitano si veste da profeta e dà la linea che tutti, ammansiti e chini, devono seguire, pena l'accusa di antiitalianità, prossima al tradimento, in politica estera come in economia.



CHI NASCONDE LA VERITA'?

Ha fatto benissimo Paolo Sensini, in epigrafe al suo libro Libia 2011, a ricordare due “perle” del Presidente della Repubblica: “Sta per tramontare l'era dei regimi che nascondono la verità, non è più tempo per riforme cosmetiche e limitate” (discorso all'ONU, 28 marzo 2011); e “Il contributo alle missioni dell'ONU, della NATO, dell'Unione Europea ha posto in luce l'alta sensibilità e la qualità operativa dei nostri militari, insieme con il loro spirito di sacrificio a cui rinnovo il mio omaggio” (discorso presso l'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra, 26 aprile 2011). Nel primo caso parlando di regimi che occultano la verità, forse Napolitano si riferiva proprio all'Italia, capace di far sparire una guerra per mesi e mesi da sotto gli occhi dei sudditi: la guerra in Libia, i bombardamenti non sempre chirurgici e in ogni caso sempre devastanti, e non solo di obiettivi militari, le immani sofferenze dei civili, l'uso di armi all'uranio impoverito, la protezione di bande di tagliagole jihadisti (quel Belahj o Belhadj ormai padrone della piazza e del palazzo a Tripoli, su cui Sensini scrive pagine che dovrebbero far preoccupare), ecc. Ebbene, di tutto questo niente è trapelato, qualche notiziola sull'avanzata dei “nostri”, qualche bugia diffusa ad arte per aumentare l'indignazione dei virtuosi italiani, voto di rifinanziamento delle missioni accuratamente nascosto, ecc. Certo, ha ragione Napolitano: questo “regime che nasconde la verità”, cioè il nostro -credo volesse dire-, va spazzato via, senza se e senza ma. Risento qui il ruggito del vecchio comunista indomito, e mi schiero con lui... E poi l'omaggio ai “nostri” soldati, impegnati in conflitti armati senza fine, dove uccidono e vengono uccisi, dove sono a guardia di un sistema mondiale criminale/criminogeno e basato sulla guerra come unico mezzo per risolvere le controversie internazionali... Guerre anticostituzionali, sottratte a qualsiasi possibilità di critica, ma funzionali al dominio, che scoppiano proprio là dove qualche Stato, tra mille ambiguità e orrori, aveva cominciato un percorso di uscita dalla fame e dal colonialismo: Iraq, Libia. Responsabilità di despoti locali, protervi e assurdi, senza dubbio, ma alleati dei despoti democratici. L'indimenticabile frase di Madeleine Albright, “Vi faremo tornare all'età della pietra”, era indirizzata agli iracheni e alle irachene, più che a Saddam, e possiamo oggi indirizzarla ai libici e alle libiche, più che a Gheddafi. Regressioni di interi Paesi, sistema sanitario e educativo a pezzi, città sventrate (Berlusconi e i suoi potrebbero proporre la costruzione di una Sirte 2, perché no?), perdita dell'indipendenza politica ed economica, miseria spettrale.



1911-2011...

Un'altra impresa è stata invece fatta riapparire dinanzi ai nostri occhi, dai prestigiatori al potere: la conquista sanguinosa della Libia, iniziata esattamente cento anni fa, in una delle tante guerre di aggressione portate dall'Italia ad altri Paesi in tutto il Novecento e inizio di nuovo millennio (mai le nostre armi ci hanno “difeso”, esse hanno sempre “offeso” altri Stati e altri popoli). Ne parla sinteticamente Sensini nei primi nove capitoli del suo libro (è ovvio che l'immensa opera di Angelo Del Boca sorregge ogni possibile sguardo che voglia posarsi sulle imprese coloniali italiane) da cui emerge la continuità vergognosa tra Italia “liberale”, fascista e “repubblicana” nell'affrontare l'Altro, il Selvaggio, l'Inferiore da uccidere/sorvegliare/educare/punire, ma da cui estrarre ricchezza: terre per coloni (anzi, per “contadini-soldati”, come nella Roma avanti Cristo di Caio Mario), e poi petrolio e gas naturali, appena i giacimenti sono stati scoperti. Il ruolo dell'ENI, soprattutto dopo il golpe di Gheddafi del 1969 favorito dall'Italia (Sensini, pp. 46-7, in base a quanto sostiene il magistrato Rosario Priore), sarà sempre più centrale. Ed ecco il ministro La Russa a Tripoli, con il presidente del CNT Mustafa Abdel Jalil, a gloriarsi del passato coloniale dell'Italia che avrebbe consentito un “grande sviluppo nelle infrastrutture e costruzioni, nell'agricoltura” e in cui “la legge permetteva processi giusti”... Lo dicano agli ammazzati e ai deportati per mano italiana! Ma è proprio l'oblio dei crimini italiani in Libia e altrove (Grecia, Albania, Russia, Jugoslavia) a permettere i crimini di oggi: è la sparizione della memoria della fase coloniale in tutto il periodo repubblicano che ne ha consentito la riapparizione oggi sotto forma di autocelebrazione. Gli italiani mai aggressori, in Jugoslavia, in Libia, ma sempre vittime, degli slavo-comunisti (foibe e trattato di pace del 10 febbraio 1947) o del “cane pazzo” libico (cacciata degli italiani da Tripoli nel 1969, circa 20.000, poi in parte rientrati o sostituiti da altri nostri connazionali se, nel 1978, gli italiani in Libia erano più di 16.000 -Sensini, pag. 51) (1).



BUGIE...

Grosse bugie hanno alimentato l'intervento in Libia, in un clima politico globale che ha in fretta dimenticato le menzogne statunitensi e britanniche all'origine della Seconda Guerra del Golfo. “...La madre di tutte le bugie, da cui sono derivate per partenogenesi tutte le altre, va situata pochi giorni dopo l'inizio della rivolta, quando la TV satellitare Al Arabiya denuncia il 17 febbraio via Twitter un massacro di 'diecimila morti e almeno cinquantamila feriti in Libia' con bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi e 'fosse comuni'...” (Sensini, p. 113). Massacri, fosse comuni, e la leggerezza colpevole dei nostri organi di stampa, cupi e servili, a riproporre “verità” non verificate, mai! E poi le smentite, che non servono a niente, dato che i bombardieri sono già partiti dalle basi italiane... Ecco Il Sole-24ore del 18 settembre: “...Il 22 febbraio, pochi giorni dopo la rivolta, la tv Al Arabiya annunciava che c'erano stati già 10mila morti mentre le testimonianze a Bengasi parlavano di 2mila vittime: il bilancio più tardi si rivelò di 75 morti (...). Per non parlare della bufala delle fosse comuni che dovevano evocare le nefandezze di Saddam e gli orrori dei Balcani...” (Alberto Negri, “I martiri sono più dei morti. Scetticismo sulla stima dei ribelli di 30-50mila vittime. Più attendibile il calcolo di mille decessi fatto dalla Croce Rossa. I lealisti: 2mila uccisi dalla NATO”- questo titolo-occhiello-catenaccio meriterebbe un'attenta decostruzione/falsificazione). E poi la brava Marinella Correggia sul Manifesto a smentire, a metà ottobre, le voci acriticamente riportate dalla stampa italiana del ritrovamento di una “fossa comune con 1700 cadaveri di detenuti giustiziati nel 1996”: navigando in rete si scopre che la CNN e lo stesso CNT libico, messo alle strette, parlano di “ossa troppo grosse per essere umane”... Ma l'indignazione è già partita, e gli aerei. In base a bugie, e all'arbitrio più totale delle diplomazie occidentali, interi Paesi possono essere gettati nello sgomento di guerre senza fine e subire punizioni devastanti, senza appello.


...E INTELLETTUALI

Falsità generano guerre, come al solito, oggi come nel 1911. E oggi, come nel 1911, a queste imposture si aggiungono i balli meschini degli intellettuali, e qualche rara luce onesta. Del 1911 si è occupato, tra gli altri, Antonio Schiavulli in Alfabeta2 (n.10, giugno 2011) nell'articolo “Libia 1911: il romanzo coloniale. La grande piccolo-boghese s'è mossa” in cui alle banalità teppistico-imperialiste di Marinetti, Corradini e Pascoli viene opposta la lucidità di Paolo Valera, che scrive: “...E' la civiltà nazionalista che impera nel mondo. I decimatori di nemici sono eroi. E' legge marziale. A fianco delle cataste umane si accendono i fuochi di gioia. Celebrate. Noi non vogliamo amareggiarvi le vittorie. Godete. Il sangue è vostro. Ciò che noi vi contendiamo non è la fatalità storica. E' il massacro degli innocenti”. E' Sensini invece a sottolineare il ruolo oggi svolto dal “vecchio 'nuovo filosofo'” Bernard Henry-Lévy nel convincere Sarkozy a un intervento rapido in Libia (che poi agenti franco-britannici da diversi anni fossero già in Libia è altro discorso...). Riporto la nota a pagina 120, splendida: “Per i suoi indubbi servigi resi alla causa della guerra contro la Libia, il superegocentrico BHL fa carriera nell'Armée francese. Su proposta di Serge Dassault -potente miliardario proprietario dell'omonima industria degli armamenti nonché parlamentare dell'UMP, lo stesso partito del presidente Sarkozy- Lévy è stato insignito il 7 settembre 2011 del titolo di colonnello dell'areonautica francese...”. Il filosofo francese riassume in sé le figure del consigliere politico e del piazzista d'armi: questa è vera grandeur. (2)
Per concludere: Paolo Sensini sostiene che le “vere ragioni della guerra” sono i “duecento milioni di dollari della Libyan Investment Authority, i fondi sovrani libici” che circolano “nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi” (p.151) su cui le potenze occidentali vorrebbero mettere le mani, nell'attuale crisi di liquidità, impedendo inoltre, con l'occupazione di un Paese strategico, la penetrazione cinese verso l'approvvigionamento di materie prime. Come aveva intuito il subcomandante Marcos (3), la guerra mondiale già c'è, tra mostri tentennanti e perciò sempre più furiosi (gli U.S.A. del più tristo Nobel per la Pace d'ogni tempo, Obama, e la Cina del turbo-capitalismo di Stato). Il volume di Sensini è un ottimo mezzo per capire il presente, in Libia e qui da noi. Gli si può rimproverare qualche cedimento a una certa dietrologia non sempre giustificata (egli sembra accettare la versione alternativa a quella ufficiale sull'11 settembre 2001) e un ritratto di Gheddafi e del suo sistema di potere a tratti acritica e persino agiografica. Tolte queste cadute (non di second'ordine, ma circoscritte), il libro è efficace e solido. Per capire una guerra che non c'è mai stata e che pure morti ne ha fatti, spietata, come quelle realmente avvenute.





(1) A questo proposito segnalo il libro di Luca Marchi, Libia 1911-2011. Gli italiani da colonizzatori a profughi, Udine, Kappavu, 2011, pp.183, ottimamente documentato.
(2) Ricordiamo innanzitutto l'ampia sezione (pp. 50-68) del n° 163-164 di “Guerre&Pace” dedicata al dibattito a sinistra sull'intervento in Libia . Per avere un quadro di altre posizioni (Adriano Sofri, Gino Strada, Michael Walzer, Thomas L. Friedman, Farid Adly, etc.), vedi anche ciaomondoyeswecan.myblog.it/ A Sofri, cui riconosco forza d'analisi e dubbi spesso illuminanti, vorrei solo dire che l'analogia Bengasi-Srebrenica non è valida: già nel 2003 pacifisti sarajevesi innalzavano cartelli con scritto “A Bassora si replica Srebrenica”, con i carnefici occidentali (embargo più bombe più occupazione) a svolgere il ruolo di Mladić nella guerra di Bosnia. E poi la guerra in Libia dovrebbe averlo tranquillizzato: pressoché nessun corteo pacifista. Possiamo dormire sonni definitivi, affidati alla coalizione del Bene.
(3) Subcomandante Marcos, La quarta guerra mondiale è cominciata, ed. italiana Roma, Il Manifesto, 1997, pp. 94.




Gianluca Paciucci è nato a Rieti nel 1960. Laureato in Lettere, è insegnante nelle Scuole medie superiori dal 1985. Come operatore culturale ha lavorato e lavora tra Rieti, Nizza e Ventimiglia; in questa città è stato presidente del Circolo “Pier Paolo Pasolini” dal 1996 al 2001. Dal 2002 al 2006 ha svolto la funzione di Lettore con incarichi extra-accademici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Sarajevo, e presso l’Ambasciata d’Italia in Bosnia Erzegovina, come Responsabile dell'Ufficio culturale. In questa veste è stato tra i creatori degli Incontri internazionali di Poesia di Sarajevo. Ha pubblicato tre raccolte di versi, Fonte fosca (Rieti, 1990), Omissioni (Banja Luka, 2004), e Erose forze d'eros (Roma, 2009); suoi testi sono usciti nell’ “Almanacco Odradek”. Dal 1998 è redattore del periodico “Guerre&Pace”. Collabora con le case editrici Infinito, Multimedia e con la "Casa della Poesia".


lunedì 24 ottobre 2011

Lettera a Fabrizio de Andrè


Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa canzone del nostro amico Pino Bertelli, perchè davvero "siamo stati belli e nessuno dopo è stato bello così".

Pino Bertelli

Lettera a Fabrizio de Andrè


Lettera per un sognatore
di vascelli, di corsari e di macaia
che ha cantato la diversità dolce
e i ladri e le puttane di porto

lettera a chi ha dato dignità
ai diversi, agli esuli, ai pazzi
alle regine degli stracci
agli angeli estremi di ogni terra

lettera per la felicità "canaglia"
morta di Maggio oppure mai
di come siamo stati belli
e nessuno dopo è stato bello così

lettera per gli amanti
lasciata sulla strada di bocche di rosa
che fa piangere, ridere e ritorna
con le alghe in riva al mare, in riva a te

lettera a chi ha regalato la voce
a chi non l'ha mai avuta
a una libertà disobbediente
che coincide con la parola amore

lettera sulla solitudine dei libri buoni
della malinconia del bianco & nero
sull'infelicità di chi "si chiama fuori"
sull'intelligenza solitaria dei poeti

lettera che vola in ogni-dove
e riordina i canti delle stelle
e i pianti leggeri di infanzie amorose
rubati ai giardinieri di anime in fiore

lettera per te, cantore di bellezza
che hai gridato con l'utopia nel cuore
che gli uomini sono tutti uguali
perchè ciascuno nasce con gli stessi diritti

lettera per te, cantore di bellezza
che hai gridato con l'utopia nel cuore
che gli uomini sono tutti uguali
perchè ciascuno è re e nessuno è servo

lettera per te, cantore di angeli ribelli
legati a una stella, la più lontana
e vai alla deriva dei tuoi sogni
verrà l'amore e avrà i tuoi occhi...

lettera per Fabrizio De Andrè


(Parole di Pino Bertelli/musica di Massimo Panicucci)



Pino Bertelli è una delle figure centrali del neosituazionismo italiano. Attivo da anni nella critica cinematografica indipendente, è sicuramente il più originale dei fotografi di strada operanti in Italia. Tra le sue molte pubblicazioni ricordiamo: Cinema dell'eresia, Dell'utopia situazionista, Contro la fotografia

martedì 18 ottobre 2011

Da leggere: "Attesa sul mare" di Francesco Biamonti


Il terzo romanzo di Francesco Biamonti. L'ultimo viaggio per mare di un marinaio alla ricerca di sè e del senso della propria vita. Un viaggio solitario e pericoloso, fra bagliori di guerra e scoppi di violenza, nell'attesa dolorosa e lancinante di una risposta che non arriva. Ne presentiamo il primo capitolo.

Francesco Biamonti

Attesa sul mare

Era ormai sulla strada di casa. Riconosceva il mormorio della terra scoscesa, come quando vi giungeva, passato il mare, nel ricordo.
- Arrivi? - gli chiese Luca seduto sul margo, fra ginestre che mandavano odore di dolciastro.
- Non ti fa piacere vedermi?
- Sono molto contento. È più la gente che va che la gente che viene. T'aiuto a portare la valigia?
- Sei più anziano di me, non voglio approfittare.
- Ero abituato a portare pesi.
- Non è una buona ragione. Non so perché, la corriera mi ha lasciato là sotto.
- La strada è stretta e di sopra c'è una frana.
- È piovuti tanto?
- Macché, niente! Ma è franata lo stesso. Tutto il paese è una frana. Non ti siedi?
Edoardo guardò in alto: il paese sembrava addormentato. Prendeva il sole di sbieco. Doveva essere caduto da poco il vento. Le farfalle si alzavano con la delicatezza della polvere.
- Com'era la tua nave? Era bella?
- Non ci crederai, ma era colore del fango.
- No, non ci credo, - disse Luca. Rise. - Una nave di fango non l'ho mai vista. Ho visto paesi di fango.
- Da lontano poteva prendere altri colori, tutti i toni dell'oro.
- Vedi che cambi idea. Da giovane ho sempre sognato di navigare. Ancora adesso farei un viaggio. Potrei essere utile?
- Certo che potresti. Ma è un mestiere da poco, - disse Edoardo. E guardò le terrazze, dove passavano cirri in un volo arioso.
- Di noi abbiamo già parlato troppo, parliamo del paese.
- C'è poco da dire. È sempre uguale.
- Va fin troppo bene, coi tempi che corrono,
- Parliamo del mare, piuttosto.
- Il vico della Palma esiste sempre?
- Il vico esiste, ma la palma l'ha spezzata il vento, una notte di marzo.
- È sempre abitato?
- Sempre le stesse persone. Ma dovresti saperlo. In fondo non manchi mica da tanto. Da qualche anno...
- Andavo e venivo. Non conosco quasi più nessuno.
- Che cosa vuoi sapere?
Edoardo non rispose. Guardava un fragile amalgama: un farfalla su un fiore odeggiante.
A quel vico pensò alla sera, a quel lastrico, all'orto, a Clara che vi abitava. «Domani la vedrò, o dopodomani, o un altro giorno». L'azzurro se ne andava, dietro i picchi.
Non aveva voglia di uscire. Se ne stava alla finestra e guardava: il cielo si staccava dalle colline mano a mano che si oscurava, il mare sempre più scarno tremava in una luce lontana.
Il mattino andò ad aspettarla. C'era il tronco di palma, il glicine, il muro pieno di sole. Non la vide passare.
Arrivò al bar, sedette sul terrazzo. Il mare era alto all'orizzonte. Luminoso tra le rupi, veniva a riva in silenzio. La sua luce tagliava le colline, poi s'inerpicava.
Cercò un telefono, compose il numero di telefono dove lei lavorava. Sentì la voce, un: - Sì - mormorato e sospeso.
- Sono Edoardo, sono tornato.
- Sono così contenta - Si riprese subito: - Dove sei adesso?
- A Pietrabruna.
- Puoi scendere? Sei stanco? - la voce si faceva apprensiva. - Ma no, aspettami! Salgo io a mezzogiorno. Puoi aspettarmi?
- Sono venuto solo per questo.
Fece un giro largo per tornare a casa. (Abitava all'altro capo del paese, al di là della chiesa seicentesca, quasi spagnola). S'inoltrò nel bosco a tramontana.
Sul pendio silenzioso ardeva l'oro delle eriche arboree.
Per terra altre eriche, erbacee, a chiazze viola. Più in là si alzavano «terche», con corvi appollaiati e rosmarini sereni. Si vedeva di nuovo il mare.
A mezzogiorno giunse Clara e osservò quelle eriche.
- Dove le hai raccolte?
- Sotto Pietrabruna, sull'altro versante.
- Il dorato e il viola: i miei preferiti.
- Lo sapevo.
- Dipende anche dai giorni.
Raccolse dal tavolo rami e steli, fece un bel vaso.
In lei tutto dipendeva dai giorni: la gioia, il dolore, le cose più futili e le più intime.
- Andiamo a mangiare fuori?
- Hai fame?
- Non troppo.
- Restiamo, qui allora
Prese il vaso che aveva appena composto, lo sollevò con le due mani, lo collocò sulla credenza. Adesso le eriche infrangevano la piena luce di mezzogiorno.
- Quando sei arrivato?
- Ieri, - disse Edoardo. Aveva pensato a lei tutta la sera in un gorgo di ricordi.
- Perché non mi hai cercata? Ero così stanca di non vederti. È un po' che aspettarti è diventata una sofferenza.
- Forse devo ripartire di nuovo - . Vide i suoi occhi indurirsi. - Dammi tempo ancora una volta. Poi mi fermerò.
Gli si diede senza una parola. Le palpebre ancora abbassate, gli domandò se voleva che si cercasse un altro. Una luce a chiazze le pioveva addosso, dorava una gamba piegata e un braccio posato sul seno. «Guardala, - disse a se stesso, - in questa luce che la cerca, nel suo abbandono. E ricordala». Poi lei si alzò. Lo splendore le scendeva dai capelli lungo la schiena, Andò a rivestirsi in un angolo, in un mosaico d'ombre.
- Ci rivedremo, - disse. - Se non vuoi perdermi sai cosa fare.







Francesco Biamonti
Attesa sul mare
Einaudi 2008 (1994)
12 euro


lunedì 17 ottobre 2011

venerdì 14 ottobre 2011

Vento largo sta con il Brixton: non mollare!



Alassio: sigilli al Circolo Arci Brixton per “disturbo della quiete pubblica”

Vento largo esprime solidarietà agli amici e ai compagni del Circolo Brixton, unica voce libera dei giovani di Alassio, per la chiusura imposta questa sera.


giovedì 13 ottobre 2011

mercoledì 12 ottobre 2011

Letteratura e Resistenza: "Il sentiero dei nidi di ragno" di Italo Calvino



Nel 1947 presso Einaudi esce "Il sentiero dei nidi di ragno", primo romanzo di Italo Calvino, uno dei libri più belli sulla Resistenza, in cui la guerra (e le sue atrocità) è raccontata attraverso lo sguardo di un bambino che, pur partecipando agli avvenimenti, fa fatica a comprendere ciò che accade. Nel 1964 ne uscì una nuova edizione riveduta a cui Calvino, ormai autore affermato, aggiunse una lunga prefazione che ancora oggi resta fondamentale per comprendere le motivazioni profonde del suo scrivere, e di cui presentiamo alcuni passaggi.

Italo Calvino

Dalla Prefazione all'edizione del 1964 de "Il sentiero dei nidi di ragno"

Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un'opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale d'un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

L'esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d'arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo.Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani che avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, «bruciati», ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d'una sua eredità.

Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt'altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l'accento che vi mettevamo era quello d'una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del primo romanzo.

Questo ci tocca oggi, soprattutto:la voce anonima dell'epoca,più forte delle nostre inflessioni individuali ancora incerte.L'essere usciti da un'esperienza guerra,guerra civile che non aveva risparmiato nessuno,stabiliva un'immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico, si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca.La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d'olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse, e così ogni avventore ai tavoli delle «mense del popolo», ogni donna nelle code ai negozi; A grigiore delle vite quotidiane sembrava cosa d'altre epoche; ci muovevamo in un multicolore universo di storie.

Chi cominciò a scrivere allora si trovò cosi a trattare la medesima materia dell'anonimo narratore orale: alle storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s'aggiungevano quelle che ci erano arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un'espressione mimica. Durante la guerra partigiana le storie appena vissute si trasformavano e trasfiguravano in storie raccontate la notte attorno al fuoco, acquistavano già uno stile, un linguaggio, un umore come di bravata, una ricerca d'effetti angosciosi o truculenti. Alcuni miei racconti, alcune pagine di questo romanzo hanno all'origine questa tradizione orale appena nata, nei fatti, nel linguaggio.

Eppure, eppure, il segreto di come si scriveva allora non era soltanto in questa elementare universalìtà dei contenuti, non era lì la molla (forse l'aver cominciato questa prefazione rievocando uno stato d'animo collettivo,mi fa dimenticare che sto parlando di un libro, roba scritta, righe di parole sulla pagina bianca); al contrario, mai fu tanto chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora, tante cose che si credeva di sape­re o di essere, e forse veramente in quel momento sapevamo ed era­vamo. Personaggi, paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali,parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della tavo­lozza, note del pentagramma, sapevamo fin troppo bene che quel che contava era la musica e non il libretto, mai si videro formalisti così accaniti come quei contenutisti che eravamo, mai lirici così effusivi come quegli oggettivi che passavamo per essere.

Il "neorealismo" per noi che cominciammo di li, fu quello;e delle sue qualità e difetti questo libro costituisce un catalogo rappresentati­ vo, nato com'è da quella acerba volontà di far letteratura che era pro­prio della «scuola».Perché chi oggi ricorda il «neorealismo» soprattutto come una contaminazione o coartazione subita dalla letteratura da parte di ragioni extraletterarie, sposta i termini della questione:in realtà gli elementi extraletterari stavano lì tanto massicci e indiscutibili che parevano un dato di natura; tutto il problema ci sembrava fosse di poetica,come trasformare in opera letteraria quel mondo che era per noi il mondo.




Il «neorealismo» non fu una scuola.(Cerchiamo di dire le cose con esattezza). Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche, una mol­teplice scoperta delle diverse Italie, anche o specialmente delle Italie fino allora più inedite per la letteratura. Senza la varietà di Italie sconosciute l'una all'altra o che si supponevano sconosciute, senza la varietà dei dialetti e dei gerghi da far lievitare e impastare nella lingua letteraria, non ci sarebbe stato «neorealismo».Ma non fu paesano nel senso del verismo regionale ottocentesco.La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia america­na in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d'essere gli allievi diretti o indiretti. Perciò il linguaggio, lo sti­le il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro reali­smo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo.Ci eravamo fatta. una linea, ossia una specie di triangolo:I Malavoglia,Conversazione in Sicilia, Paesi Tuoi, da cui partire,ognuno sulla base del proprio lessico locale e del proprio paesaggio. (Continuo a parlare al plurale, come se alludessi a un movimento organizzato e cosciente, anche ora che sto spiegando che era proprio il contrario. Come è fa­cile, parlando di letteratura, anche nel mezzo del discorso più serio, più fondato sui fatti, passare inavvertitamente a contar storie... Per questo, i discorsi sulla letteratura mi dànno sempre più fastidio quelli degli altri come i miei. (...)

Questo romanzo è il primo che ho scritto.Che effetto mi fa,a rileggerlo adesso? (Ora ho trovato il punto: questo rimorso. di qui che devo cominciare la prefazione). Il disagio che per tanto tempo questo libro mi ha dato in parte si è attutito, in parte resta: è il rapporto con qualcosa di tanto più grande di me, con emozioni che hanno coinvolto tutti ì miei contemporanei, e tragedie, ed eroismi, e slanci generosi e geniali, e oscuri drammi di coscienza. La Resistenza; come entra questo lìbro nella Letteratura della Resistenza»?

Al tempo in cui l'ho scritto, creare una letteratura della Resistenza era ancora un problema aperto, scrivere «il romanzo della Resistenza» si poneva come un imperativo; a due mesi appena dalla Liberazione nelle vetrine dei librai c'era già Uomini e no di Víttorini, con dentro la nostra primordiale dialettica di morte e dì felicità; i «gap» di Milano avevano avuto subito il loro romanzo, tutto rapidi scatti sulla mappa concentrica della città; noi che eravamo stati partigiani di montagna avremmo voluto avere il nostro, di romanzo, con il nostro diverso ritmo, il nostro diverso andirivieni...

Non che fossi così culturalmente sprovveduto da non sapere che l'influenza della storia sulla letteratura è indiretta, lenta e spesso Contraddittoría; sapevo bene che tanti grandi avvenimenti storici sono passati senza ispirare nessun grande romanzo, e questo anche durante il «secolo del romanzo» per eccellenza; sapevo che il grande romanzo del Risorgimento non è mai stato scritto... Sapevamo tutto, non eravamo ingenui a tal punto: ma credo che ogni volta che sì è stati testimoni o attori d'un'epoca storica ci si sente presi da una re­sponsabilità speciale…

A me, questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora, proprio per non lasciarmi mettere soggezione dal tema, decisi che l'avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi d'un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventaì una storia che restasse in margine alla guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l'aspro sapore, il ritmo.

(...)


Italo Calvino
Il sentiero dei nidi di ragno
Oscar Mondadori
9 euro

lunedì 10 ottobre 2011

Nice: 14ème Fèsta d'Occitània



Riceviamo e volentieri pubblichiamo

14ème Fèsta d'Occitània dimanche 16 octobre 15h au Théâtre Francis Gag, 4 rue St Joseph, au Vieux-Nice.

Ce jour-là, nous rendrons hommage à un de nos fondateurs, lo trobador Maurís Sgaravizzi (décédé le 21 juillet 2011),nous fêterons les 40 ans du Centre Cultural Occitan País Nissart e Alpenc et la fête sera également en soutien à l'école bilingue nissart-français La Calandreta.

Cette fête met en valeur les dialectes nissart et alpin, qui représentent pour nous un patrimoine inestimable, qui pour subsister ont besoin d'être utilisé. La langue d'oc, dont fait parti le nissart et l'alpin, est présente sur un espace appelé Occitània, 15 millions d'habitants et 3 millions de locuteurs (de Bordeaux à Menton) et qui se décline en différents dialectes : auvergnat, limousin, alpin, gascon, languedocien, provençal et nissart.

Au programme :
Première partie
danses et musiques de La Ciamada Nissarda et Lo Cepon de Vence
théâtre nissart de Jouan Nicola
Li rementas nucleari par La Chorma Nissarda (troupe du CCÒc) et chants nissarts de la jeune chanteuse Zine (qui vient de sortir un nouveau
CD)
Seconde partie :
La nouvelle pièce La roda vira par la troupe Li Bastian countrari de Tourrette-Levens

A 14h nous effectuerons un défilé du Cours Saleya au théâtre Gag, avec la grosse tête des 40 ans du CCÒc, accompagnée par les groupes La Ciamada Nissarda et Lo Cepon.

La fête sera également enregistrée pour la radio en nissart Nissa Pantai.

Fête organisée par le Centre Culturel Occitan País Nissart e Alpenc

Prix d'entrée : 5 euros, gratuit pour les moins de 12 ans.
Réservations : tél 06 71 18 61 21 info@nissa.org


domenica 9 ottobre 2011

Nico Orengo, Andiamo andando



Proseguiamo nel nostro omaggio a Francesco Biamonti, riproponendo la recensione che Nico Orengo fece di "Vento largo" su "L'Indice".

Nico Orengo

"Andiamo, andando"

"Andiamo, andando". Con il passo lento e cadenzato sulle asprezze del terreno scosceso dei pascoli di Provenza, Francesco Biamonti ci ha dato, otto anni dopo il suo primo romanzo "L'angelo di Avrigue", una nuova narrazione. Quell'"Andiamo, andando", che pronuncia uno dei personaggi del ligure Biamonti, esprime la misura della sua scrittura. Una scrittura che si fa meditando sulla scrittura e bruciando nell'atto di stenderla. Francesco Biamonti è scrittore molto colto, uomo che ha letto tutti i libri, che ha accettato la leggenda di essere, laggiù, nell'ultima Liguria, fra Bordighera e la frontiera, un "coltivatore di mimose" per pubblicare il suo primo libro e incuriosire, con la carta dell'insolito mestiere, i primi lettori dell'industria editoriale. Ricordo che per "attirare l'attenzione" di Giulio Einaudi sul dattiloscritto de "L'angelo di Avrigue" gli dissi che per quella sua mimosa che soffriva contro il muro del castello di Perno avevo un coltivatore ligure di mimose che, tra l'altro, aveva scritto un bel romanzo. E Biamonti, allora, con prosa alta e nitida, parlando di "chelato di ferro" e spiegando che "il chelato era fotofobo", stese una relazione sulla malattia della mimosa di Einaudi. Il che permise poi l'invio del manoscritto e una lettura della Ginzburg, sfavorevole, e una di Calvino, favorevole.

In realtà Biamonti è un 'flaneur' della notte, un ex bibliotecario della ventimigliese Aprosiana, un lettore di filosofia e poesia, divoratore di cultura francese e spagnola. E un attento conoscitore di pittura. È la pittura a nutrire, di continuo, la sua visione, da Morlotti a Cézanne a de Staël.

Se con "L'angelo di Avrigue" Biamonti aveva raccontato i frammenti di un giallo, con un ragazzo morto per droga, un marinaio colpito dal male dell'orizzonte, in "Vento largo" lo scrittore affronta il tema del gelo e dell'abbandono.

Varí ha le terre bruciate dal freddo: non vale più la pena di riprendere a coltivarle. Si lascia attrarre dalla proposta di Sabel, a cui è morto il padre, vecchio 'passeur' di clandestini, di tener fede agli ultimi impegni: indicare e portare, attraverso gli impervi passi, gruppi di disperati verso l'agognata Francia. Varí, affascinato da Sabel, accetta. E inizia quel pericoloso, solitario lavoro, muovendosi nella notte e fra le rovine di un paesaggio dove tutto sta morendo, paesi natura. Una morte che tocca anche gli uomini, persi nella vecchiaia, nell'instabilità affettiva, nello spaesamento individuale che li fa muovere verso lontani orizzonti o bruciare negli inferni della droga. Varí cammina, affronta i passaggi. Lo tiene in viaggio il sorriso dolente di Sabel. E, quando lei scomparirà, sottraendosi al suo sguardo, la cercherà sui grandi altipiani di lavanda che incendiano i cieli di Provenza, sul mare. Ma senza troppa convinzione, sicuro che la libertà di restare o andare, esserci o non esserci, è, troppo privata e grande per cercare di mutarla. Biamonti racconta, attraverso una lingua lirica sempre alta, al massimo dei giri, che rischia e la maniera ("Povero cane da pastore, ridotto a cane da passeur da quattro soldi, tu pensi che la rivedremo, con quei suoi occhi chiari d'oltremare, di cielo toccato dal bianco eterno delle nevi?") una Liguria tramontata, perduta. Una Liguria riscoperta, molto dopo gli inglesi, da tedeschi e olandesi, in cerca di rifugio e nicchie nelle quali sopravvivere, alla meglio, tirando su ristoranti, allestendo barche per turisti, spargendo droga. È la Liguria estrema dei 'passeurs', dei valichi clandestini, sconfitti ormai, dalla grande Autostrada dei Fiori, sulla quale si svolge il commercio dei passaggi e degli intrighi.

È, la Liguria di Biamonti, quella degli anni cinquanta e sessanta, una Liguria di roccia umida, muschiosa, dove i paesi si trasformavano in cascate d'acqua, in morgane di sabbia. E Biamonti la racconta nei suoi colori di luci e ombre, ma, si direbbe, guardandola non già dov'è, ma dove è già stata riportata: nei cieli di Cézanne, nella roccia di Morlotti, fra le ali dei gabbiani ("Intonacati d'aria") di de Staël. Un paesaggio materico, un paesaggio di pittura. Ed è in quei pittori che Biamonti riconosce Liguria e terra di Provenza e ritrasforma in emozioni e ferite dolenti.

Non bisogna dunque cercare in "Vento largo" una storia forte, una struttura robusta. Si direbbe che a Biamonti non interessi, i suoi sono personaggi di vento, vanno e spariscono, si muovono e s'afflosciano, vengono avanti e deviano improvvisi. Non sempre, come il vento, c'è un perché a sorreggerli. Così, è leggera la trama che lascia intravedere strappi e necessità di qualche punto di sutura, soprattutto verso la fine, dalla fuga di Sabel al suo misterioso eremo. Ma a Biamonti interessa la lingua e non la storia, scoprire i nervi della parola e ascoltarli battere. Pietre "conchillifere", "giomeruli", il "chelato era fotofobo", scienza della parola e parola della scienza, trovano in Biamonti un abilissimo, sincero, artigiano, al limite del virtuosismo, colmo d'echi e schegge sbarbariana.

Biamonti scarnifica il linguaggio, lavora in levare, vorrebbe comportarsi come la luce che descrive: "divorava i suoi stessi riflessi e lasciava le cose nette..." Se questo è l'obiettivo, gli auguriamo di arrivarci, magari con un po' più di pazienza, con meno ansia di "chiudere" il libro: un romanzo è un po' come una casa, ha corridoi, sottoscala, cantine; luoghi che non sempre si vedono, ma sono passaggi e fondamenta e fanno la costruzione.

(Da: L'Indice, 1991, n. 5)

sabato 8 ottobre 2011

Da leggere: Vento largo di Francesco Biamonti



Tra pochi giorni saranno dieci anni che Francesco se ne è andato, ma la sua presenza è ancora viva, oltre che nei suoi libri, nei luoghi dove ha vissuto e ambientato le sue storie. Esempio quasi unico di uno scrittore che ha saputo riplasmare il territorio rendendolo, senza tradirlo, luogo letterario, Biamonti dipinge un paesaggio che è prima di tutto storia di solitudini. Come quella dei protagonisti del suo secondo romanzo, Vento largo, di cui presentiamo le prime pagine.

Francesco Biamonti

Vento largo


Varì lasciò Luvaira che era tardi.
Prese una mulattiera che saliva in una gola buia e raggiunse un dosso di pietrischi. Lo agirò e riprese a salire per le fasce di Aùrno.
«Ne abbiamo fatto del cammino assieme, - pensava salendo, - ne abbiamo conosciuti nomadi e viandanti. Eravamo due passeurs onesti, lui di mestiere io a tempo perso. Non abbiamo mai lasciato nessuno di qua del confine».
Adesso andava su fasce d'argilla marnosa con ulivi grandi agitati da una brezza ch'era come un vento. Tra quegli ulivi aveva la sua casa e più in là, protette dagli ulivi e dalle rocce, le colture floreali.
«Ne abbiamo fatto di cammino insieme, - tornò a dirsi mentalmente. - Lui adesso viaggia per altre terre: del silenzio, della penombra».
Le colline erano scure, e scure anche le montagne contro il cielo stellato. Solo la Cimòn Aurive aveva i crinali verso il mare toccati da barlumi.
S'alzò presto. Ma trovò la terra indurita dal freddo e preferì il sole prima di mettersi a innaffiare. Con l'acqua quella terra dura avrebbe morso le radici.
Mentre aspettava, vide Sabèl venire sul sentiero. Non l'aveva mai vista venire ad Aùrno a quell'ora. Camminava veloce nei fremiti del mattino, e dietro di lei il sole entrava nelle cime degli ulivi e le argentava.
- Mi dispiace, - le disse, - sapessi quanto mi dispiace per «barba» Andrea.
- S'è accasciato per strada, in paese: non ha più detto una parola non mi ha neppure riconosciuta quando l'ho chiamato.
- L'hai chiamato?
Trovava crudele chiamare chi se ne andava.
Sabèl tocco le foglie di una waldorf: le restò sulle dita una sorta di polvere.
- Si coprono di polvere per non traspirare, - egli disse. -Se continua questo secco non riusciranno a portare il fiore.
Chinate dall'aria tutte le mimose si raccoglievano dolcemente nella gran luce.
Gli sembrava che la donna guardasse il confine, desolato crinale che il sole invetrava. Poi lei gli prese la mano. Era salita, disse, per parlargli, per chiedere un consiglio, e non ci riusciva... Ecco, per farla breve: «barba» Andrea teneva nascosti due clandestini e adesso lei non sapeva cosa farne. Di abbandonarli non se la sentiva. Erano un bulgaro e una rumena, una rumena molto bella che le ricordava una ragazza conosciuta anni prima, quando andava a fare la stagione della mimosa sulla Corniche d'Or.
- Li fai partire alla prima notte chiara. Adesso no, adesso è scuro, e se adoperano la lampada li vedono da lontano.
- E se andassero di giorno?
- Li prenderebbero di sicuro.
- Non conosci un passeur? non possiamo trovare qualcuno?
- Ce n'è, ma sulla costa, molto infidi. Io non li metterei nelle loro mani. Rischiano meno a tentare da soli: se li prendono tutt'al più si fanno qualche mese nel campo di Latina. Ora dove sono?
- Sopra il paese, in un fienile.
- Nella casetta della Boeira?
Era una casetta con un mandorlo sulla porta sempre carico di colombi. Quanta gente vi aveva nascosto Andrea in tanti anni! Lo ricordavo al lavoro, gli sembrava di rivederlo: si faceva pagare per strada, non avvertiva quando passavano il confine, e s'allontanava di colpo: «Ecco, siete in Francia, andate!» perché non fossero tentati di riprendergli i soldi.
- A che pensi? - lei disse imbarazzata.
- Mandali su da me alla prima notte di luna. Sarà meglio che li accompagni io.
Sabèl lo guardò con occhi lievi - iridi di un colore lontano, di mare, d'oltremare. Che cosa non avrebbe fatto per quegli occhi soffusi di tenerezza, per quella fronte un po' reclina! Era un autunno nervoso, di vento, oltreché di lungo sereno, e i bagliori, che salivano dalla costa, la toccavano prima di percorrere gli ulivi, le rocce, e morire contro le montagne.
- Lo sai che «barba» Andrea, quando mio padre se n'è andato, mi ha fatto un po' da padre?
Disse che lo sapeva. Poi aggiunse: - Vorrei essere stato io tuo padre, - pur vergognandosi di quell'assurdo sogno.
- Che cosa ricorderai di me se me ne andassi? Su, dimmelo! Non me lo puoi dire?
Era una donna al colmo dello splendore e faceva sempre strane domande inquiete.
- Cercherei di non ricordare niente, chiuderei il libro...




Francesco Biamonti
Vento largo
Einaudi 1991
€ 8,50


venerdì 7 ottobre 2011

Eros & Tartufi



Eros & Tartufi
Virtù nascoste ...messe in evidenza
Documenti storici, testimonianze scientifiche, opere d'arte contemporanea

Sabato 8 ottobre alle ore 17.00
presso il Salone d'Onore del Castello dei Busca
Enoteca Regionale Colline del Moscato, Mango

La mostra resterà aperta fino al 18 novembre
con un ricco programma di eventi collaterali
Associazione culturale I Cavalieri d'Aleramo e Accademia Aleramica

Piazza San Paolo, 3 - 12051 Alba (CN) - Tel e fax: 0141.89495

domenica 2 ottobre 2011

Centomila




Abbiamo appena superato i 100.000 visitatori. Un risultato straordinario e del tutto insperato quando, alla fine di novembre 2009, iniziò l'avventura di Vento largo. Un risultato che non avremmo mai raggiunto senza il sostegno e l'impegno costante di tutti coloro che in questi quasi due anni ci hanno scritto, inviato articoli, segnalato libri, film, mostre.
A tutte/tutti un grazie di cuore.

Vento largo

sabato 1 ottobre 2011