giovedì 12 dicembre 2013

Fascisti in democrazia. Da Almirante ai Forconi


Quando abbiamo scritto questo articolo il movimento dei forconi non c'era ancora.Cresceva però un diffuso sentimento di antipolitica, fatto di risentimento e confusione, che da sempre in Italia è stato il terreno di cultura di ogni tentativo reazionario. Per questo crediamo che approfondire la storia del neofascismo aiuti a comprendere meglio anche cosa sta ora accadendo nelle nostre piazze.

Giorgio Amico

N come Neofascismo

Pur rappresentando un fenomeno non residuale della vita politica italiana negli anni della cosiddetta “Prima Repubblica” (1946-1994), il neofascismo più in generale e la sua principale manifestazione politico-organizzativa, il Movimento Sociale Italiano (MSI) in particolare, non sono sempre stati oggetto di un'adeguata attenzione da parte degli storici e dei politologi.

Pochi gli studi di rilievo e fra questi di spicco quelli Giuseppe Parlato (Fascisti senza Mussolini: le origini del neofascismo in italia 1943-1948), di Piero Ignazi (Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano e Postfascisti? La trasformazione del Movimento sociale in Alleanza nazionale) e sull'altro versante di Marco Tarchi (Esuli in patria. I fascisti nell'Italia repubblicana e Dal MSI ad AN: organizzazione e strategie) e Roberto Baldoni (La Destra in Italia: 1945-1969).

Per il resto, poco altro di significativo esiste in un mare di pubblicazioni che appare sterminato e spesso si riduce da destra al mero dato autobiografico e reducistico finalizzato alla rivendicazione del diritto per i fascisti all'esistenza politica nell'Italia repubblicana e da sinistra a ricostruzioni che vanno da un antifascismo di maniera fino ad una lettura riduttiva del periodo della cosiddetta strategia della tensione (1969-1980), incapaci entrambe di rendere la complessità di un fenomeno unico per la profondità del radicamento sociale e la durata nell'affollato panorama dell'estrema destra europea del dopoguerra.

Di grande interesse risulta dunque il volume “L'anima nera della Repubblica. Storia del MSI” (da poco disponibile in libreria per l'editore Laterza) di Davide Conti, giovane ricercatore presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso, consulente dell'Archivio storico del Senato e autore di altre pregevoli ricerche sui crimini di guerra italiani, sulla Resistenza a Roma e nel Lazio, sulla nascita della CGIL.

Proprio dalla complessità e dalla durata nel tempo del fenomeno neofascista che, nato già all'indomani della Liberazione, percorre per intero la storia dell'Italia repubblicana, per sfociare poi dopo il congresso di Fiuggi del 1995 nel più ampio alveo della nuova destra berlusconiana, parte l'autore per constatare la presenza fin dai primordi della Repubblica di un diffuso senso di insofferenza verso le regole e i principi della democrazia sanciti dalla Costituzione. Un rifiuto delle regole viste come mera costrizione che, per un'area sociale molto più differenziata e vasta di quella rappresentata dal voto missino, diventa già alla fine degli anni '40 con il movimento qualunquista rifiuto della politica. Un fastidio, espressione di una destra rozza, per lo più anonimo e silenzioso, presente su tutto il territorio nazionale (e non solo in un Meridione non toccato se non marginalmente dalla guerra di liberazione). Un malessere profondo, largamente impermeabile al rinnovamento democratico e civile del paese, che non si esprime apertamente sulle piazze, ma che costantemente alimenta e sostiene il neofascismo, parlamentare (il cosiddetto “doppiopetto” della dirigenza missina) o squadrista/stragista di gruppi come Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo.

Questo processo – nota Conti nell'introduzione – ha evidenziato come nella complessa realtà della vita nazionale repubblicana la destra abbia costituito, grazie alla sostanziale estraneità al moto di rinnovamento antifascista di consistenti settori sociali, economici e politici, un'area più ampia e radicata della rappresentanza parlamentare del MSI che emerse compiutamente solo con la dissoluzione dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica”.



Una parte significativa del paese, sostanzialmente estranea ai valori repubblicani che, dopo aver preso la forma composita del Movimento dell'Uomo Qualunque e dei vari parti monarchici, dagli anni '50 perde visibilità diretta celandosi sotto le insegne della DC e del centrismo, per riapparire poi in forme virulente (e talvolta non meno folcloristiche) in Forza Italia, nella Lega Nord e anche in parte del Movimento 5 stelle. In una parola nella cosiddetta “antipolitica”, espressione di un populismo rozzo, nemico dei partiti come espressione organizzata del fare politica, in nome di una visione plebiscitaria, personalistica (e clientelare) del potere.

In questo quadro una prima caratteristica del MSI è data, a partire dalla rottura dell'unità antifascista nel 1947, dall'abbandono della originaria dimensione antisistema e dalla collocazione all'interno del campo atlantico. Nel tempo della guerra fredda il partito non si presenta più solo come la voce politico-organizzativa dei vinti ma non domi reduci di Salò, ma piuttosto come il reparto avanzato sul fronte italiano della lotta al comunismo al servizio dichiarato dei poteri forti dell'industria e della finanza, della Chiesa, delle gerarchie militari e soprattutto del grande alleato americano. Del tutto a proposito, l'autore parla di “scelta atlantica” in un capitolo significativamente titolato “Fascisti in democrazia: dalla clandestinità al partito legale”.

Una scelta di legalità, quella della dirigenza del MSI e in particolare di Arturo Michelini (uomo vicinissimo ad ambienti economico-affaristici romani contigui al Vaticano, che, pur non abbandonando mai del tutto la dimensione squadristica ed eversiva iniziale del movimento, determina la nascita alla destra del partito di gruppi come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, legati ad apparati dello Stato e della NATO e da questi utilizzati in un articolato e sapiente gioco delle parti contro l'ascesa del movimento operaio e democratico. La cosiddetta strategia della tensione, insomma, mirata a “destabilizzare per stabilizzare” gli assetti politici e sociali di un paese che la stessa crescita economica degli anni '50 mette già dall'inizio del decennio successivo in discussione.



E così arriviamo al 1960 e al governo Tambroni, ai moti di Genova e ai morti di Reggio Emilia, all'inizio promettente della formula di centrosinistra e al ripiegamento neoconservatore dopo il 1964 e il tentato golpe del generale Di Lorenzo. Anni di contraddizioni irrisolte, di tensioni sociali crescenti che sfoceranno nelle grandi lotte operaie e studentesche del biennio 1968-69 e poi (a partire dal dicembre '69, da Piazza Fontana) nella stagione delle stragi e dei tentativi di golpe.

Centrale in questo processo è l'avvicendamento ai vertici missini fra Arturo Michelini e Giorgio Almirante. Quest'ultimo, meno subalterno alle gerarchie vaticane e alla Dc romana (Andreotti) del suo predecessore, tenterà di sfruttare il sostanziale fallimento del progetto riformistico del centrosinistra sul piano soprattutto dell'unificazione economica del paese e dello sviluppo del Mezzogiorno.

E' il periodo della rivolta di Reggio Calabria, dell'avanzata missina nelle elezioni regionali in Sicilia, del ritorno dell'egemonia almirantiana su un'estrema destra, tanto violenta ed eversiva quanto frammentata organizzativamente, del rientro nei ranghi degli ordinovisti rautiani, del recupero di ciò che resta dell'area monarchica e della cosiddetta maggioranza silenziosa.

Diventato Destra Nazionale, il MSI di Almirante tenta di modificare in profondità il quadro politico italiano, non accontentandosi più di il ruolo marginale di rincalzo alla DC svolto per tutti gli anni '50 e culminato nell'infausta avventura tambroniana, ma rivendicando un proprio protagonismo. Una strategia volta a sostituire all'originaria discriminante costitutiva della Repubblica, l'antifascismo, una nuova discriminante, questa volta interamente ideologica, l'anticomunismo.

Delineando – scrive l'autore – un sistema poggiante sulla semplificazione del confronto tra un fronte delle sinistre e un blocco anticomunista, comprendente tutti i partiti atlantici, dove il MSI avrebbe svolto la funzione di agguerrita avanguardia”.

Una strategia che punta direttamente alla delegittimazione del sistema dei partiti, prima di tutto sul piano dell'ordine pubblico e poi degli scandali. Un progetto diverso e autonomo, ma nei fatti parallelo a quel Piano di rinascita democratica di Licio Gelli che non a caso aveva il suo fulcro proprio nel sostanziale smantellamento della Costituzione nata dalla Resistenza e nel passaggio da una Prima Repubblica “dei partiti” ad una Seconda Repubblica presidenziale di tipo neogollista.

Un progetto ambizioso che si scontra però con la realtà di un paese in cui la partecipazione popolare e le potenzialità di mobilitazione e di risposta delle forze democratiche restano forti. I tempi dunque non sono ancora maturi e il progetto sfuma. La svolta a destra viene bloccata. Davide Conti si dedica nell'ultima parte del volume alla ricostruzione minuziosa del fallimento della strategia almirantiana che vede il MSI all'inizio degli anni '80 di nuovo relegato ai margini del sistema politico.



Il libro si ferma al 1978, ma, come ben sappiamo, la storia dei neofascisti (e dei tentativi di piegare a destra la politica italiana) non finisce qui, ma avrà nel decennio successivo ben altri sviluppi.

La svolta – si legge nelle pagine conclusive del volume – giunse con la fine dei partiti della Repubblica antifascista e la rimozione della discriminante storica nei confronti dell'estrema destra, dovuta al procedere delle inchieste della magistratura sulla corruzione politica che si trasformava così da questione morale in questione giudiziaria”.

Con Tangentopoli prima e la discesa in campo di Silvio Berlusconi poi il neofascismo, dopo lo sbiancamento e la ripulitura “democratica” operata da Fini, verrà sdoganato. Un anticomunismo da anni '50, ossessivo e caricaturale, diventerà centrale nella propaganda prima di Forza Italia e poi del PDL, a stigmatizzare violentemente quanti (giudici, funzionari dello Stato, giornalisti, politici) non si piegano ai voleri del Cavaliere. Parallelamente (e del tutto coerentemente) si intensificano gli attacchi alla Costituzione repubblicana che resta il principale ostacolo sulla via della trasformazione presidenzialista e neo-liberista del paese.

Oggi che quella stagione, durata un ventennio, appare al tramonto e si parla di passaggio ad una Terza Repubblica dai contorni ancora indefiniti, una riflessione critica e profonda sull'intera storia politica dell'Italia del dopoguerra è di assoluta necessità e urgenza. Libri come questo di Davide Conti sono momenti importanti di questa riflessione.

(Da: I Resistenti 3/2013)



Davide Conti
L'anima nera della Repubblica. Storia del MSI
Laterza, 2013
20 euro