sabato 31 gennaio 2015

La strada dei valdesi. L'Esilio



A Torre Pellice fino al 21 febbraio una mostra ripercorre le vicende dei valdesi all’indomani della revoca dell’editto di Nantes.

La strada dei valdesi. L'Esilio

L'esposizione ripercorre le vicende dei valdesi all'indomani della revoca dell'editto di Nantes e degli editti sempre più restrittivi del duca Vittorio Amedeo II che condurranno la popolazione delle Valli Valdesi, nella sua pressoché totalità, prima alla reclusione in 14 carceri piemontesi e quindi alla deportazione nel 1687; chi non accettò la conversione fu condotto verso la Svizzera, chi forzatamente invece accettò di cattolicizzarsi fu inviato nelle terre del Vercellese.
Vicende tragiche che narrano di negazione di diritti e di violenze, di deportazione e di esilio ma anche di accoglienza e di solidarietà da parte di chi in terra straniera ha prima mediato per la salvezza dei prigionieri valdesi e poi accolto gli esuli.
La mostra è nata per illustrare e introdurre i visitatori italiani al percorso de 'Le strade degli ugonotti e dei valdesi', itinerario che lo scorso anno ha ricevuto il riconoscimento di Itinerario culturale europeo da parte del Consiglio d'Europa.
L'esposizione sarà in mostra, dopo questa prima a Torre Pellice, in diversi luoghi lungo il cammino dell'itinerario dell'esilio dei valdesi che si snoda da Saluzzo a Ginevra attraversando la pianura piemontese fino ad Avigliana e quindi, dopo aver risalito la val di Susa fino alla Novalesa, arriva al Moncenisio per poi ridiscendere la Maurienne.
Luoghi quelli attraversati che non sono storicamente valdesi e dove è importante avere uno strumento per poter raccontare vicende ormai dimenticate ma che non sono estranee a questi territorio visto per esempio che le municipalità attraversate dagli esiliandi furono costrette ad intervenire per dare accoglienza ai valdesi e alle truppe che li "accompagnavano".
Una mostra quindi che non si rivolge solo ai valdesi o alle Valli ma che è anche indirizzata ai territori e a chi farà il percorso, o almeno un tratto di esso.
La strada dei valdesi – L'Esilio
Mostra presso il Comune di Torre Pellice (To)
in via Repubblica 1
24 gennaio-21 febbraio 2015
Aperta tutti i giorni dalle 8:00 alle 18:30



Per maggiori informazioni: www.lestradedeivaldesi.it.

venerdì 30 gennaio 2015

Quando Albisola era la "piccola Atene". Il cenacolo degli artisti



Una mostra a Savona ricostruisce gli anni d'oro di Albisola luogo di incontro degli artisti di tutto il mondo. 

Il cenacolo degli artisti
Albisola, la piccola Atene. Da Fontana a Luzzati



L’idea è scaturita dalla riscoperta di un filmato realizzato da Maria Scarfì e Pino Cirone, coniugi albisolesi sensibili al richiamo dell’arte, all’indomani della realizzazione, nel 1970, della pregevole opera di Virio da Albisola raffigurante “Il cenacolo degli artisti di Albisola”, oggi esposta nella agenzia di Albissola Marina  della Cassa di Risparmio di Savona.

“Verso la metà di agosto (siamo nel periodo aureo dell’arte albisolese 1950/1960) gli artisti e una buona parte della colonia milanese si riunivano a lieto convivio nel celebre cortile a ferro di cavallo, o meglio piazzetta, di Pozzo Garitta.

Sopra un lungo tavolo imbandito su rudimentali cavalletti e lunghe assi, veniva consumata una cena tipicamente ligure, a base di muscoli (cozze), pesce fritto, pane casalingo e nostralino di Ellera, il tutto preparato dai più noti bagnini e pescatori della spiaggia albisolese, che fungevano da anfitrioni. Specialmente i muscoli, cucinati dal mago dei bagnini, un sardo chiamato Fisino (Efisio Martino), emanavano un profumo appetitoso, che valicava prepotente i confini di Pozzo Garitta.

Da questa scena, ricca di discussioni animate e festose, il pittore Virio, apprezzato interprete della realtà e della poesia, ha tratto ispirazione per il grande quadro (m 4,5×1,2), al quale Milena Milani, impareggiabile madrina, ha dato il nome di “Cenacolo degli Artisti di Albisola”.

Gli artisti ritratti e rappresentati in mostra sono tutti coloro che nel secondo dopoguerra hanno animato la piccola cittadina ligure e che qui hanno realizzato alcuni capolavori dell’arte internazionale. Accanto agli scrittori ai poeti ed ai critici d’arte vi erano i pittori, gli scultori ed i ceramisti: Emanuele Luzzati, Nino Strada, Esa d’Albisola, Mario Rossello, Mauro Reggiani, Giuseppe Capogrossi, Milena Milani, Emilio Scanavino, Aligi Sassu, Roberto Crippa, Eliseo Salino, Franco Assetto, Wifredo Lam, Tullio d’Albisola, Asger Jorn, Lucio Fontana e Agenore Fabbri.

Indipendentemente dalle presenze, l’opera di Virio è il manifesto di una stagione culturale che ha visto ancora una volta diventare Albisola protagonista dell’arte mondiale. La “Piccola Atene”, grazie alle sue botteghe di ceramica ed ai grandi maestri figulinai, alle possibilità che la creta offre agli artisti del tempo, ha creato un clima artistico unico in cui i grandi maestri, anche stranieri, hanno lavorato  accanto agli artisti locali, in un continuo scambio di tecnica, emozioni e creatività.



DAL 20 DICEMBRE AL 15 FEBBRAIO
VENERDI', SABATO e DOMENICA
ORARIO: 10,30 – 12,30 / 15,00 – 17,30




http://www.arteneidintorni.it/project/cenacolo-degli-artisti/


martedì 27 gennaio 2015

Guido Seborga, Ponente



Guido Seborga è stato con Biamonti  la voce più autentica della nostra terra. I suoi versi sono parte della nostra vita.  Un grazie di cuore a Laura Hess Seborga

Guido Seborga

Ponente

“Secco e forte il ponente soffia
Porta salute alla terra troppo umida
Mi lascio prendere dal ponente...
Che s’è messo a soffiare
Le palme s’inchinano piene di vento
Il vento attraversa il sole
Nostro è questo paese stretto
Dal mare e dalla pietra
Percosso dal ponente
Mi avvolgo di luce tersa
Il cielo è ebbro d’azzurro”

(G. Seborga, Cadenze, in Sangue e Cerebrum)


sabato 24 gennaio 2015

Raffaele Salinari, Stelle vagabonde e culto dei presagi



L'adorazione del sole e della luna era considerata dai greci una usanza da barbari, con Pitagora inizia una certa reverenza nei confronti dei pianeti, a cui Platone attribuisce natura divina. poi arriva Roma sotto il segno del Toro. Una breve storia dell'astrologia da Babilonia a Goethe.

Raffaele Salinari

Stelle vagabonde e culto dei presagi



“­Perché, alzando gli occhi al cielo e vedendo il sole, la luna, le stelle, tutto l’esercito del cielo, tu non sia tra­sci­nato a pro­strarti davanti a quelle cose e a ser­virle…”. Così nella Bib­bia, (Deu­te­ro­no­mio IV, 19) si afferma la gerar­chia infles­si­bile tra il vero ed unico Dio e l’influsso degli astri sulla vita degli uomini, stig­ma­tiz­zando al contempo coloro i quali la met­tono in dubbio.

Eppure ogni ini­zio di anno l’astromantica, l’antico ten­ta­tivo della mente umana di uni­fi­care scienza e fede per leg­gere negli astri in perenne movi­mento gli auspici delle cose, ritorna con le rin­no­vate pre­vi­sioni dei suoi alma­nac­chi e dei relativi oro­scopi.

Ma tutto que­sto non doveva soc­com­bere defi­ni­ti­va­mente di fronte alla nascita della nuova teo­lo­gia cri­stiana, all’unico vero figlio del Dio che non poteva ammettere altro potere sul creato se non il suo? Com’è stato pos­si­bile che que­sta antica arte si sia pro­gres­si­va­mente inse­diata sino al cuore di quella reli­gione mono­tei­sta a dispetto dei det­tami biblici e dei desi­de­rata di San Paolo, il fon­da­tore della Chiesa isti­tu­zio­nale e della sua teo­lo­gia politica?

La nascita del Sal­va­tore stesso, infatti, venne annun­ciata ai maghi orien­tali proprio da un astro mobile, com­parso per l’occasione nel fir­ma­mento delle stelle fisse, e Cal­dei erano coloro i quali, leg­gendo il lin­guag­gio del cielo, ave­vano seguito il segno, giun­gendo a Betlemme con i loro doni.



L’origine: Babi­lo­nia

L’astrologia, cioè l’arte di trarre dai corpi cele­sti i segni della loro influenza sulle vicende umane, nasce nell’antica Meso­po­ta­mia, nel regno tra i due fiumi, dove un’atmosfera straor­di­na­ria­mente lim­pida, arro­ven­tata da un sole sfol­go­rante, fa appa­rire le masse cele­sti ancora più vicine e potenti. Già Dio­doro siculo, nella sua Biblio­theca Histo­rica, (Libro II, cap. IX) così ce ne rende testi­mo­nianza: «I Caldei, che tra i Babi­lo­nesi sono i più anti­chi, ten­gono in quel Paese il posto che in Egitto
si arro­gano i sacer­doti… si appli­cano per tutta la vita agli studi filo­so­fici e traggono prin­ci­pal­mente assai glo­ria dall’astrologia. E come molto si occu­pano dell’arte divi­na­to­ria, pre­di­cono le cose future, e cer­cano, o con le espia­zioni, o con i sacrifici, o con certi incan­te­simi, di allon­ta­nare le cat­tive vicende o di farne seguire le buone.

E sono anche valenti nella scienza degli auguri, ed inter­pre­tano i sogni ed i pro­digi, e cer­ta­mente ven­gono repu­tati pro­feti esatti».

Pro­ba­bil­mente Dio­doro, come molti altri stu­diosi della tarda anti­chità, conoscevano bene le tra­di­zioni meso­po­ta­mi­che in fatto di astro­lo­gia, astro­no­mia ed astro­man­tica; un patri­mo­nio scon­fi­nato di osser­va­zioni oggi solo in minima parte con­ser­vate al Bri­tish Museum come parte della biblio­teca di re Assur­ba­ni­pal (668–626 a.C.). Ma quali erano gli oggetti delle inter­pre­ta­zioni astro­lo­gi­che? Il flusso dei venti, le piogge o le sic­cità, la pesco­sità dei fiumi, la pre­senza o meno degli animali, i giorni pro­pizi e quelli infau­sti per ogni sin­gola atti­vità umana, le cagioni di fortune e disgra­zie, di salute e malat­tia, di nascita o di morte, i segni per inco­min­ciare o ter­mi­nare pra­ti­ca­mente tutte le atti­vità da trarre secondo par­ti­co­lari fenomeni natu­rali o cele­sti. E dun­que non solo di sin­goli oro­scopi si trat­tava, bensì di previsioni su un futuro gover­nato dagli astri.

I pia­neti (in greco antico πλάνητες ἀστέρες , cioè plà­nē­tes asté­res, stelle vaga­bonde) inda­gati erano quelli visi­bili ad occhio nudo già nell’antichità: la Luna, il Sole, Venere, Marte, Giove, Saturno, Mer­cu­rio. Essi si muo­ve­vano sul piano dell’eclettica «entrando» di volta in volta nei dodici segni dello zodiaco, già nominati nell’epopea di Gil­ga­mesh, in rela­zione ai quali erano osser­vati. Quando esattamente que­ste rela­zioni furono fis­sate non è dato sapere, ma certo nel 2000 a. C. già si sapeva che Venere è sia la stella del mat­tino che quelle della sera «Che il sol vagheg­gia or da coppa or da ciglio», come ci ricorda Dante nel Para­diso (VIII, V 12).

L’arte di inter­pre­tare le stelle deve poter pre­ve­dere anche la dire­zione che dal cielo pren­de­ranno i peri­coli incom­benti o le pro­spet­tive salu­tari. Ed ecco che a Babi­lo­nia nasce la geo­gra­fia astro­lo­gica, in cui il mondo cono­sciuto viene diviso in quat­tro Paesi cor­ri­spon­denti alle regioni cele­sti: Akkad, cioè Babi­lo­nia stessa, a sud; Subartu, ad est di essa, si estende sino all’altopiano armeno ed al Mar Caspio; a nord tro­viamo Elam, cioè una parte della futura Per­sia ed infine, ad ovest, Amurru, cioè l’Occidente, com­presa la Siria e la Palestina.

Ad ognuno di essi veniva asse­gnato un pia­neta o una costel­la­zione: Giove, ad esem­pio, è anche chia­mato stella di Akkad, Marte stella di Amurru, men­tre le Pleiadi sono asse­gnate ad Elam. Si svi­luppa, da que­sta tetra­par­ti­zione, anche una divi­sione tem­po­rale, in cui alcuni giorni erano più fau­sti o vice­versa per ognuna delle aree geo­gra­fi­che corrispondenti.



Tutto que­sto è com­pren­si­bile solo alla luce della reli­gione astrale che domi­nava la vita degli anti­chi Babi­lo­nesi. Ad ogni pia­neta, infatti, non cor­ri­spon­deva una divinità, ma erano i pia­neti stessi ad esserlo, trac­ciando nel cielo le loro immu­ta­bili «strade» attra­verso le quali influen­za­vano la vita degli uomini e di tutto il mondo loro sot­to­stante.

L’esempio più noto, e stu­diato, di que­sta iden­tità, è cer­ta­mente quello tra Venere ed Ish­tar, dea dell’amore e della pro­crea­zione, bene­fica al Paese quando concede le pro­prie gra­zie, dispen­sa­trice di aiuto e di gua­ri­gione, patrona della vege­ta­zione. È lei l’ipostasi babi­lo­nese dell’archetipo che gene­rerà l’Afrodite greca e poi la Vergine Maria madre di Dio, ultima imma­gine del Prin­ci­pio di cura e manu­ten­zione del Mondo, epi­gona della Grande Madre che ai pri­mordi della spi­ri­tua­lità umana ne domi­nava le visioni.

Manca tut­ta­via una cono­scenza sicura di que­ste cor­ri­spon­denze tra divi­nità e pia­neti; pos­siamo forse dire che l’antichissima triade divina Anu, dio del cielo; Enlin, cioè il Signore per anto­no­ma­sia, dio della terra, ed Ea dio degli abissi marini, altro non fos­sero che rife­ri­menti alle diverse «case» che i grandi pia­neti occu­pa­vano nello zodiaco. Anche le divi­nità legate al Sole, in sume­rico Utu ed in semi­tico Shamash erano riflessi delle qua­lità dell’astro splen­dente, della sua capa­cità di dare morte con la sic­cità o vita con il suo calore.

Gene­ral­mente beni­gna, e par­ti­co­lar­mente osser­vata, era infine la Luna, figura della notte che, nella meta­mor­fosi con­ti­nua delle sue mani­fe­sta­zioni, ben si incardinava nella mute­vole vita del mondo sub­lu­nare. Anche Giove, pia­neta di Marduk, onni­sciente crea­tore del cosmo, vivi­fi­ca­tore dei morti, veniva influen­zato dalla sua vici­nanza o meno con l’alone lunare.

Divi­nità minori, nel pan­teon assiro babi­lo­nese, erano legate ad altre stelle, capaci di pro­durre figure demo­nia­che, metà uomo metà ani­male, o sem­pli­ce­mente esseri mostruosi. Que­ste entità, gene­ral­mente mal­vage, veni­vano esor­ciz­zate da preghiere ed amu­leti astrali, gene­rati per atti­rare le forze beni­gne e dun­que cam­biare di segno all’influsso.

La gene­ra­zione di oggetti ed iscri­zioni apo­tro­pai­che trova la sua massima espres­sione nelle pie­tre di con­fine data­bili XIV secolo a. C., in cui ven­gono raffigurati i sette grandi dei come amma­lati, cui ven­gono affian­cati testi esor­ci­stici che chia­mano alla loro gua­ri­gione attra­verso la cosid­detta «pre­ghiera della levata di mano», un rito di puri­fi­ca­zione che tro­viamo tra­scritto in un fram­mento a lettere cunei­formi in cui Assur­ba­ni­pal si rivolge ad Orione in que­sto modo: «Parla, e che i grandi dei siano con te! Levati e dammi il tuo ora­colo!… Accetta la mia levata di mano, ascolta la mia pre­ghiera! Scio­gli il mio incan­te­simo, annulla i miei peccati!».

Ritro­ve­remo que­sti stessi demoni all’interno delle cat­te­drali medioe­vali, quelle goti­che in par­ti­co­lare, come espres­sione diretta dell’influsso orien­tale astrologico che, tra­mite le Cro­ciate, si era mosso verso Occidente.

«La vene­ra­zione del cielo stel­lato» dice Julius Wel­lhau­sen, noto bibli­sta tede­sco del secolo scorso «era così radi­cata nei Semiti, che anche per i mono­tei­sti Ebrei rimase sem­pre una grande ten­ta­zione, dell’aver resi­stito alla quale Giobbe così si vanta: Vedendo la luna avan­zare solenne il mio cuore non ne è stato segre­ta­mente sedotto e non ho man­dato baci con la mano».



Gli astri nell’antica Grecia

Come arriva l’astrologia nella Gre­cia clas­sica, terra della razio­na­lità spe­cu­la­tiva, della filo­so­fia come amore del Vero? Certo agli inizi della civiltà minoica, quella illuminata dalle tau­ro­ca­tap­sie dedi­cate alle ipo­stasi terio­morfe della Grande Dea, sospesa sulla sua alta­lena nella forma umana, non vi è trac­cia di culti cele­sti. Il Sole e la Luna restano sullo sfondo di quell’arte visio­na­ria che ancora, anche se mercé il papavero, aveva accesso diretto alla visione della Dea come sca­tu­ri­gine del Tutto.

La stessa reli­gione greca, dopo che i Dori hanno colo­niz­zato l’Ellade, non trae impulso dagli astri. Le divi­nità gre­che sono figure che non nascono o muo­iono con o nella natura, come la Luna o il Sole quando scom­pa­iono dalla vista degli uomini, ma hanno una esi­stenza eterna indi­pen­dente da tutto.

Zeus nella sua forma defi­ni­tiva, antro­po­morfa, di capo degli dei, non è il cielo splen­dente, anche se il suo nome in ori­gine, all’alba del lin­guag­gio, quando esi­ste­vano le parole-aggettivo, i primi sin­tagmi come li aveva descritti Saussure, que­sto signi­fi­cava. Ari­sto­fane dice chia­ra­mente che l’adorazione del Sole e della Luna sono usanze dei barbari.

Ovvia­mente i mari­nai Greci si orien­ta­vano con le stelle, come pure i contadini trae­vano i segni delle sta­gioni dall’osservazione del cielo, ma in que­sto rapporto mera­mente pra­tico non vi è nulla di religioso.

Certo nel cosid­detto medioevo Greco, dall’anno mille sino agli albori della filosofia jonica, quella dell’elemento uni­fi­cante del Cosmo, del Prin­ci­pio Primo, il luccichio delle stelle poteva allu­dere e susci­tare un sen­ti­mento mistico, ma erano elementi che mai por­ta­rono ad una reli­gio­sità astrale: al mas­simo sen­ti­menti poe­tici, come ben ci dice Omero nei suoi versi dell’Iliade (VIII, vv. 762–770): «Quando in ciel tersa è la Luna e tre­mule e vez­zose a lei din­torno sfa­vil­lano le stelle… in cor ne gode l’attonito pastore». Il sag­gio vian­dante jonico, ci dicono Boll, Bezold e Gun­del nel loro Sto­ria dell’astrologia, non vene­rava nep­pure il ter­ri­bile Sirio che con la sua appa­ri­zione in luglio suscita i feb­brili giorni della cani­cola (dalla costel­la­zione del Cane).

Lo stu­pore atto­nito con cui nel 648, il poeta Archi­loco vede mani­fe­starsi l’eclissi di sole, «tra­di­sce tutto al di fuori del reve­ren­ziale timore del padre Zeus». È vero che gli jonici ave­vano anch’essi osser­vato le stelle, traen­done cal­coli per le eclissi come nel caso di Talete, ma mai que­ste nozioni furono usate per far cor­ri­spon­dere ai feno­meni cele­sti il destino degli uomini. Certo la man­tica era dif­fu­sis­sima in Gre­cia, e spesso por­tenti cele­sti erano inter­pre­tati come segni divini: ful­mini e tuoni appar­ten­gono a Zeus, la caduta di un meteo­rite suscita il timore del pro­lun­garsi di una guerra, e ancora nel 463 a.C. Pin­daro scrive per i tebani un inno inteso a pla­care l’ira degli dei dopo una eclissi.

Anas­sa­gora vede nel cielo la sua patria, ma in nes­sun caso que­sti afflati religiosi tra­di­scono un rap­porto spe­ci­fico fra i feno­meni e la volontà degli dei inscritta nel cielo: sono solo effetti col­la­te­rali delle loro volontà supe­riore. «Di una tecnica per inter­pre­tare in base ad essi il futuro», dicono ancora gli autori della Storia dell’astrologia, «e di una cre­denza nel destino fis­sato nel fir­ma­mento, non vi è trac­cia».



Natu­ral­mente la dot­trina dei giorni fau­sti e di quelli con­trari era nota ai greci dell’antichità, e dun­que certi influssi, in par­ti­co­lare di pro­ve­nienza Egi­ziana, si face­vano sen­tire. Ma è con le con­qui­ste orien­tali di Ales­san­dro Magno e, ancor più, con le dot­trine filo­so­fi­che di Pita­gora, che i pia­neti entrano nella vita dei greci. Vi è in que­sto filo­sofo un chiaro timore reve­ren­ziale per gli astri, per la sublime bellezza del Cosmo, l’intuizione e poi la sco­perta di certe leggi, a par­tire dalle corrispondenze musi­cali, che rego­lano tutto il creato. Que­sta cor­rente di pen­siero sarà ripresa in epoca romana da Cice­rone quando afferma che «nel cielo nulla ha luogo a caso e senza un dise­gno prestabilito».

Ma sarà la crisi spi­ri­tuale del mondo Greco del VI secolo a.C. con la nascita dell’orfismo, a dare alle dot­trine pita­go­ri­che della rein­car­na­zione e dello studio delle immu­ta­bili leggi cosmi­che, la forza del misti­ci­smo astro­lo­gico, il culto di quelle «divi­nità visi­bili» che erano i pia­neti e le stelle.

Que­sto nascente inte­resse per l’osservazione astrale, unito alla sem­pre presente razio­na­lità del pen­siero greco, por­terà nel II secolo a.C. Ari­starco di Samo ad espel­lere la Terra dal cen­tro del cosmo ed ad adot­tare una ipo­tesi elio­cen­trica molti secoli prima di Copernico.

Giun­giamo così a Pla­tone ed alla sua Acca­de­mia che aveva ripreso alcuni concetti pita­go­rici arri­vando a dichia­rare la natura ani­mata e divina dei pia­neti, principio ripreso anche dal suo disce­polo Ari­sto­tele che, pur cri­ti­cando il Mae­stro su molti punti, tiene anch’egli ferma «la stu­penda armo­nia, come in volon­ta­ria osservanza alla legge che tutto governa, che espri­mono ogni notte i pianeti».

Apo­teosi, è il caso di dirlo, di que­sta con­ce­zione pla­to­nica, è la com­piuta espressione della natura astrale dell’anima, ognuna legata ad una stella diversa, espressa nel Timeo (41 E), ove il Demiurgo asse­gna ad ogni anima una stella come vei­colo: «Dopo che ebbe costi­tuito tutto, lo divise in anime, tante quante erano gli astri, distribuì cia­scuna anima a cia­scun astro, e postele in tal modo come su un vei­colo, mostrò loro la natura del cosmo e disse loro le leggi del Fato».

È l’idea dell’astrum in homine: la ricerca della pro­pria stella inte­riore come riflesso di quella fitta entro il macro­co­smo cosmico; la ritro­ve­remo anche in Para­celso e, più in gene­rale, in tutto il neo­pla­to­ni­smo rina­sci­men­tale, da Mar­si­lio Ficino a Pico della Mirandola. Arri­viamo così a Teo­fra­sto, allievo di Ari­sto­tele, che nomina espli­ci­ta­mente i Cal­dei ed esprime ammi­ra­zione per la loro arte; ed alla fine del periodo ellenistico saranno le invin­ci­bili legioni di Roma a mostrare il segno del Toro sui loro stendardi come emblema di Cesare, raf­fi­gu­ra­zione della con­giun­zione con la reg­genza di Venere sotto la quale era nata la gens del grande con­dot­tiero. Ritro­ve­remo questa raf­fi­gu­ra­zione nel Palazzo Schi­fa­noia di Ferrara.

Augu­sto farà pub­bli­care il suo oro­scopo col segno del Capri­corno, sua costellazione natale: le tita­ni­che forze astrali dell’Oriente hanno alla fine vinto l’originaria razio­na­lità Greca e sono pas­sate vit­to­riose a con­qui­stare Roma. La cometa apparsa nel cielo dopo l’uccisione di Cesare viene inter­pre­tata da tutti come sidus Julium: prova sicura dell’assunzione del dit­ta­tore tra gli astri che domi­nano l’Universo. Il gio­vane Otta­viano, suo erede, si spinge oltre: vede nella cometa il pre­sa­gio della sua stessa ascesa. Nella vita di Tibe­rio sono gli oro­scopi a det­tare gli ultimi anni di regno. Non più Cosmo dun­que, ma ora­mai Uni­verso, que­sto cielo è una invenzione pret­ta­mente romana, un infi­nito rivolto da una parte sola, cioè rego­lato secondo leggi fer­ree il cui senso verrà deter­mi­nato dal nomos del più forte.

Nei secoli impe­riali il culto degli astri innerva ogni reli­gio­sità pagana. Il Pan­theon di Agrippa e di Adriano, con i suoi roson­cini a forma di stella e l’occhio solare da cui irrompe la luce, le sette nic­chie ori­gi­na­rie, altro non è che un tri­buto ai grandi astri che domi­nano il fato degli uomini; «alle­go­ria del cielo» lo chiama lo sto­rico Dione Cas­sio.

Ancora più avanti, ormai all’inizio della deca­denza impe­riale, il culto misterico-solare di Mitra, pro­ve­niente dall’Oriente, sus­sume len­ta­mente tutte le altre divi­nità; come ha detto Franz Cumont: «L’astrologia offre alla nuova reli­gione solare una teologia scien­ti­fica, ovvero la dimo­stra­zione scien­ti­fica di ciò in cui si crede». La luna, lo Zodiaco, il Sole, sono ele­menti fon­danti del culto di Mitra. La fede nel Sol Invictus, eretta a culto impe­riale dall’imperatore Aure­liano dopo la presa di Pal­mira nel 273 è l’ultimo atto della cre­denza pagana negli astri, tra­mon­terà col decreto di Teodosiano nel 391.



Tolo­meo ed il cristianesimo

La figura cen­trale dell’era cri­stiana in fatto di astro­lo­gia è cer­ta­mente Tolo­meo che, nel secondo secolo dopo Cri­sto, descrive l’Universo ordi­nato secondo la centralità della Terra: imma­gine che darà all’astrologia una base immu­ta­bile di osservazione sino alla rivo­lu­zione copernicana.

È di fronte a que­sta situa­zione che si trova a dover pro­fi­lare la sua alte­rità il cri­stia­ne­simo che deve affer­mare la nuova fede uni­ver­sale. Come altre religioni sote­rio­lo­gi­che esso offre la sal­vezza nel «regno dei cieli», dun­que oltre l’influsso degli astri e del fato. Paolo, con­sa­pe­vole che que­ste cre­denze nel potere degli astri, e la loro inter­pre­ta­zione, pote­vano minare alla base il destino della nuova istituzione eccle­siale, prende di mira diret­ta­mente l’astrologia nella let­tera ai Romani (I, 19–
21): «Poi­ché ciò che di Dio si può cono­scere è loro mani­fe­sto; Dio stesso lo ha mani­fe­stato a loro. Infatti le sue per­fe­zioni invi­si­bili, ossia la sua eterna potenza e divi­nità, ven­gono con­tem­plate e com­prese dalla crea­zione del mondo attraverso le opere da lui com­piute. Essi dun­que non hanno alcun motivo di scusa per­ché, pur avendo cono­sciuto Dio, non lo hanno glo­ri­fi­cato né rin­gra­ziato come Dio, ma si sono per­duti nei loro vani ragio­na­menti e la loro mente ottusa si è ottenebrata».

Qui si afferma per la prima volta l’amore di Dio con­tro le potenze degli astri e del destino: in seguito schiere di apo­lo­geti cri­stiani si ispi­re­ranno a que­sto passaggio per pro­cla­mare pec­ca­mi­nosa e ver­go­gnosa l’adorazione non di Dio ma del suo capo­la­voro, l’Universo, ele­vando così a falsi idoli il Sole e la Luna.

Eppure la forza del culto solare, dal mira­colo dell’eclissi alla morte del Cri­sto, Sole esso stesso immen­sa­mente lumi­noso ed eterno, pre­ce­duto dalla com­parsa della cometa che orienta i Magi verso la Nati­vità, spinge la Chiesa, secondo lo studioso Joseph F. Kelly nel 336, a rifarsi ad un passo del pro­feta Mala­chia che chiama Dio «Sole di giu­sti­zia», per fis­sarne la data di nascita il 25 Dicem­bre, cioè quello che per i pagani era il «gene­tliaco del sole», in quanto da quel giorno, il sol­sti­zio di Inverno, la luce aumen­tava: Lux crescit.

E così la Luce del Mondo, il Cri­sto, il Cri­stallo puris­simo degli alchi­mi­sti cri­stiani, non poteva che essere nato lo stesso giorno. Riflessi di que­sta sovrap­po­si­zione solare tra Gesù ed il Sole li ritro­viamo anche nel tede­sco Sonn­tag o nell’inglese Sun­day per dire dome­nica che ben più del «giorno del signore», ci dice dell’antica ori­gine del Natale, frutto dun­que dell’inesauribile luce delle stelle.

Certo alla fine ci furono degli acco­mo­da­menti teo­lo­gici per cui, a par­tire dall’epoca bizan­tina, ma ancor più dopo le Cro­ciate, si afferma il prin­ci­pio che Dio è in tutto e che dun­que anche negli astri è pos­si­bile leg­gere la sua volontà. Così già Origene sostiene che gli angeli pos­sono leg­gere nelle stelle il lin­guag­gio di Dio, come pen­sa­vano d’altra parte molti devoti; Giu­sti­niano però con­dannò que­sta visione.

Pas­sano i secoli e l’astrologia si insi­nua sal­da­mente nella reli­gio­sità cri­stiana: per il mistico poeta del Par­zi­fal Wol­fram von Eschen­bach (1170–1220 circa) «non è forse tutta la vita degli uomini rego­lata dal giro degli astri?». Anche i Car­mina Burana, gio­cano con l’azione degli astri nelle cose del mondo.

Nei secoli XV e XVI ora­mai il pre­sti­gio dell’astrologia è in costante aumento: Papa Giu­lio II fa cal­co­lare agli astro­logi il giorno pro­pi­zio alla sua inco­ro­na­zione, mentre Leone X (1475–1521) fon­derà addi­rit­tura una cat­te­dra di astro­lo­gia presso la Sapienza. Nelle uni­ver­sità di Bolo­gna, Padova e Parigi la scienza dell’interpretazione degli astri fio­ri­sce; in altre parti d’Europa pure: Ottone Enrico del Pala­tino (1502–1559) chiede ai suoi dotti di riu­nire i fram­menti sparsi di que­sta scienza in una grande libro miniato, Borso d’Este, a Fer­rara, siamo verso il 1470, fa dipin­gere nel famoso palazzo Schi­fa­noia i cele­bri affre­schi con gli Arcani Maggiori.



E così si arriva al Rina­sci­mento, al grande Pico della Miran­dola che, pur appa­ren­te­mente avver­sa­rio dell’astrologia — il suo Dispu­ta­tio­nes adversus astro­lo­giam divi­na­tri­cem verrà usato da Savo­na­rola per sca­gliarsi con­tro i maghi - immerge i suoi pen­sieri negli studi caba­li­stici e nella mistica pita­go­rica e platonica.

Iro­nia della sorte, la sua morte pre­coce (1494), che trova con­ferma punto per punto in un pro­gno­stico astro­lo­gico, smen­ti­sce alla radice la sua oppo­si­zione. Alcuni sosten­gono anche che sia stato avve­le­nato da Mar­si­lio Ficino pro­prio per la sua oppo­si­zione all’astrologia, ma que­sta è un’altra storia.

Lutero rico­no­sce un segno ammo­ni­tore di Dio nel temuto incon­tro di diversi pianeti nella costel­la­zione dei pesci, lascito della sapien­tis­sima astro­lo­gia araba, mentre Tycho Brahe, il grande astro­nomo scan­di­navo dichiara nella pro­lu­sione all’apertura dell’anno uni­ver­si­ta­rio del 1579, dopo la pub­bli­ca­zione del suo oro­scopo in onore del cri­stia­nis­simo Prin­cipe di Sve­zia e Dani­marca: «Dio ha così fatto gli uomini che, se vogliono, pos­sono vin­cere le fune­ste incli­na­zioni degli astri». Anche Copernico sarà un astro­logo, come Gali­leo, e per­fino Leib­niz in qua­lità di pre­si­dente della Acca­de­mia di Prus­sia, tol­lera ancora che i suoi calen­dari pre­sa­gi­scano il tempo dallo stato dei pianeti.

Venne poi ad abbat­tere ed oltre­pas­sare ogni soglia, illu­mi­nato dal fuoco della sua ese­cu­zione, il pen­siero di Gior­dano Bruno, il sin­cre­tico pro­feta astro­logo che però troppo lon­tano si era spinto a cer­care la fede nella «sag­gezza della Madre Materia». Pas­sano così i secoli e l’astrologia resta a pre­si­diare il cuore delle rela­zioni tra la terra ed il cielo col bene­pla­cito della Chiesa. Nep­pure l’Illuminismo poté darle il colpo defi­ni­tivo se, ancora ai primi del Nove­cento, Madame de Thè­bes riu­sciva a get­tare nel panico i fran­cesi con le sue pro­fe­zie da Pizia contemporanea.

Leo­pardi chia­ri­sce il suo pen­siero sugli oro­scopi nel cele­bre Dia­logo tra un viag­gia­tore ed un ven­di­tore di Alma­nac­chi: «Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si cono­sce, ma quella che non si cono­sce; non la vita pas­sata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso inco­min­cerà a trat­tar bene voi e me e tutti gli altri, e si prin­ci­pierà la vita felice. Non è vero?».

Ma è forse Goe­the, con il suo genio tol­le­rante e lo sguardo per­spi­cuo per tutto ciò che huma­nun est a dire la parola defi­ni­tiva: «La super­sti­zione astro­lo­gica si basa sull’oscuro senso di un uni­verso scon­fi­nato. L’esperienza inse­gna che le stelle più vicine hanno un influsso deci­sivo sul tempo, sulla vege­ta­zione etc… non c’è che da salire di grado in grado, sem­pre più in alto, e chi può dire dove que­sta azione cessi?».

Sì chi può dirlo? Il calen­da­rio di Frate Indo­vino, pub­bli­cato dal 1945 con rubriche quali «le stelle par­lano» o «vedo e pre­vedo», e che con­ti­nua a dif­fon­dere in sei milioni di copie ogni anno le ine­sau­ri­bili osser­va­zioni astro­lo­gi­che dei Frati Cap­puc­cini, non è forse rite­nuto da noi tutti, cre­denti e non, un testo di profonda sag­gezza che legge negli astri il Segno dei tempi?


Il manifesto – 10 gennaio 2015


martedì 20 gennaio 2015

Un raglio demoniaco o angelico? L'asino e il mito



L'asino, amatissimo dall'arte e dalla mitologia, ha sempre assunto simbologie contrastanti. Animale sacro perché porta Cristo, ma anche infernale, folle, ignorante, lussurioso.

Raffaele K. Salinari

Un raglio demoniaco o angelico?


A dif­fe­renza della Gor­gone Medusa deca­pi­tata da Per­seo, o del cavallo alato Pegaso, nato dal san­gue del mostro angui­cri­nito, l’asino non appar­tiene al mitos, cioè a quelle vicende che, come diceva Cesare Pavese «mai sono state ma sem­pre saranno», bensì al logos, alle sto­rie imma­nenti al mondo. E dun­que, come tutti gli esseri che vivono la loro esi­stenza in vici­nanza stretta con gli uomini, l’asino assume signi­fi­cati sim­bo­lici con­tra­stanti, se non oppo­sti, a seconda delle cul­ture e delle epo­che.

In Cina, ad esem­pio, l’asino bianco era la caval­ca­tura degli immor­tali taoi­sti; allo stesso tempo Nonno di Pano­poli, nelle sue Dio­ni­sia­che, narra come il dio fosse arri­vato a Tebe dalla Beo­zia mon­tando la stessa caval­ca­tura. Qui il signi­fi­cato sim­bo­lico dell’animale è chiaro: la sua forza è tale da poter por­tare addosso un far­dello molto pesante, quello di un carico divino.



Ulte­riore esem­pio di que­sto asi­nello «teo­do­fo­rico», sarà quello cri­sto­fo­rico di cui Gesù si ser­virà per entrare a Geru­sa­lemme la dome­nica delle palme; san Cri­sto­foro stesso, in una icona del Museo sto­rico di Mosca viene rap­pre­sen­tato con la testa d’asino. L’asinello aveva già scal­dato il Cri­sto neo­nato nella grotta di Betlemme, men­tre un suo pre­de­ces­sore aveva tra­spor­tato Giu­seppe e Maria verso l’Egitto, in fuga da Erode. Ma, in con­trad­di­zione con que­sta figura di «asino por­ta­tore del sacro», tro­viamo quella dell’asino come emis­sa­rio delle potenze del male.

Nell’antico Egitto, ad esem­pio, l’asino fulvo è una delle entità mal­vage che l’anima incon­tra nel suo viag­gio verso il mondo dei morti. Da que­sto la con­sue­tu­dine egi­ziana di immo­lare un asino ros­sic­cio alla mali­gna divi­nità Set; e dato che l’animale sim­bo­leg­giava nel pan­teon egi­zio il fra­tello assas­sino di Osi­ride, que­sto veniva anche chia­mato il «dio dalla testa d’asino». Paral­le­la­mente, in India, l’asino era la caval­ca­tura dei demoni fune­sti e della stessa Kalí nelle sue fasi di ter­ri­bile ira omi­cida.

Uscendo dalle ipo­stasi che vedono nell’animale alter­na­ti­va­mente un sim­bolo del Bene o del Male, tro­viamo tutta una serie di sto­rie che lo legano all’immagine dell’intelligenza che recal­ci­tra di fronte alla verità; in altre parole dell’«asino chi legge». Qui la serie che ali­menta que­sto luogo comune può essere fatta risa­lire a Mida. La sto­ria ce la rac­conta Ovi­dio nelle sue Meta­mor­fosi: un giorno il re venne chia­mato dal vec­chio genio del monte Tmolo ad arbi­trare una con­tesa sonora tra il dio Pan ed Apollo.

Ora, pro­ba­bil­mente, Mida igno­rava la sto­ria del sileno Mar­sia, essere dun­que molto vicino al dio-capro, che un giorno sfidò il dio solare a una gara musi­cale. La fine di Mar­sia è nota: perse la ten­zone e venne scor­ti­cato vivo da Apollo; una sorta di Mar­can­to­nio Bra­ga­dinante lit­te­ram, il coman­dante vene­ziano scuo­iato vivo dai car­ne­fici del Bey turco Lala Kara Mustafa Pascià dopo la resa di Fama­go­sta nel 1570.

Ebbene, tor­nando a Mida, pare che la musica del grande dio Pan lo abbia stre­gato più di quella di Apollo, tanto da decre­tarne la vit­to­ria. In que­sto caso, trat­tan­dosi di un re e di un avver­sa­rio divino quanto lui, il figlio di Latona e di Giove si limitò a ven­di­carsi dell’onta subita facendo cre­scere a Mida delle grandi orec­chie d’asino.

Natu­ral­mente il sovrano cer­cava in tutti i modi di celare que­sta sua meta­mor­fosi asi­nina, e indos­sava al riguardo un enorme copri­capo. Il segreto, però, doveva essere sve­lato almeno al suo bar­biere che, schiac­ciato dal peso del silen­zio, rac­contò il fatto a una pozza d’acqua. Ma sopra quella stessa pozza creb­bero dei giun­chi mor­mo­ranti che, così, scossi dal vento detto Austro, rife­ri­rono le parole sepolte, sver­go­gnando il re per le sue orec­chie: Leni nam motus ad Austro obruta verba refert domi­ni­que coar­guit aures. Da una meta­mor­fosi a un’altra arri­viamo imman­ca­bil­mente all’Asino d’oro di Apu­leio, in cui Lucio, il pro­ta­go­ni­sta, viene punito con que­sta tra­sfor­ma­zione per aver voluto assi­stere a riti magici proi­biti ai non iniziati.

Per l’autore romano del secondo secolo, pro­ba­bil­mente lui stesso un ini­ziato ai Misteri di Iside e Osi­ride, la sto­ria del suo omo­nimo è una meta­fora del cam­mino peni­ten­ziale che l’animo umano deve com­piere per arri­vare a ripren­dere la purezza ori­gi­na­ria, priva cioè del peso delle con­ta­mi­na­zioni dovute alle pas­sioni incon­trol­late. Ospite del ricco Milone e di sua moglie Pàn­file, esperta di magia, Lucio rie­sce a con­vin­cere la dome­stica Fotide a farlo assi­stere di nasco­sto a una delle tra­sfor­ma­zioni della sua signora.



Alla vista di Pàn­file che, gra­zie a un unguento, si muta in gufo, Lucio prega Fotide di spal­mar­gli la pomata magica ma que­sta sba­glia unguento, così che Lucio diventa un asino, pur man­te­nendo una mente umana. Dopo sva­riate peri­pe­zie, infine Lucio rie­sce a riac­qui­stare sem­bianze umane ciban­dosi di petali di rose durante una solenne festa in onore di Iside. In segno di rico­no­scenza si con­sa­cra devo­ta­mente alla dea, entrando nel ristretto numero di adepti al culto dei misteri isiaci.

Per Ovi­dio l’asino è il sim­bolo della bassa vita istin­tuale. Egli stesso narra che a Làmp­saco i Greci immo­la­vano un asino a Priapo. Epi­gono di que­sta linea meta­mor­fica è, infine, Pinoc­chio, la cui vicenda è troppo nota per essere ricor­data.

Per con­clu­dere que­sta breve car­rel­lata sulle oppo­ste, ma com­ple­men­tari sim­bo­lo­gie legate all’asino, citiamo il clas­sico teso dello stu­dioso della Tra­di­zione René Gué­non che nel suo Sim­boli della scienza sacra, a pro­po­sito dell’asino come pro­ta­go­ni­sta delle cosid­dette «Feste dei Folli» medioe­vali, in cui si intro­du­ceva in chiesa un asino e il clero e i fedeli agi­vano nelle maniere più scon­ve­nienti, dice testual­mente: «Sarebbe un errore voler opporre a que­sto il ruolo svolto dall’asino nella tra­di­zione evan­ge­lica poi­ché, in realtà, il bue e l’asino, posti ai due lati della man­gia­toia alla nascita di Cri­sto sim­bo­leg­giano rispet­ti­va­mente l’insieme delle forze bene­fi­che e di quelle malefiche…».


Il Manifesto – 22 novembre 2014


sabato 10 gennaio 2015

Lia Franzia a Contemporary Art Verona 2015



Sabato 10 gennaio 2015
alle 17,30
inaugurazione della mostra 

Contemporary Art Verona 2015 30x30 

presso la Galleria Spazio 6 
in Via santa Maria in Organo 6
a Verona.

Alle 18,15 Anime in 12 pollici 
musica e parole di Bitasi, Fatti, Rubolotta, Totola.

L'esposizionecontinuerà fino a domenica 25 gennaio 2015.

Tra gli artisti in mostra Lia Franzia (cara amica di Vento largo) di cui riprendiamo due delle opere esposte




lunedì 5 gennaio 2015

Corsica



Corsica

Questa mattina dalle finestre di casa si intravvedeva, nitida sul mare, la linea d'ombre dentellate della Corsica. 

Per noi liguri di Ponente la Corsica è un miraggio sul limite incerto dell'orizzonte. Una traccia tra mare e cielo. Una terra, familiare e straniera, fatta del materiale lieve di cui sono fatti i sogni.



Corpo disteso sull'acqua, canto di sirene, Fata Morgana che appare per un attimo, sorride e poi, subito, sparisce. Impossibile da trattenere, come il volo di un gabbiano.


Per noi, uomini di mare che viviamo aggrappati ai monti, la Corsica è il sogno di un altrove o forse il ricordo di un'altra vita.