martedì 28 aprile 2015

Nepal: memoria e futuro sotto le macerie di Durbar Square?



Riceviamo e pubblichiamo questo intervento di Giuliano Arnaldi di TribaleGlobale a proposito dell'immane catastrofe nepalese. Tribaleglobale mantiene da anni una presenza culturale in Nepal.


Giuliano Arnaldi

Nepal: memoria e futuro sotto le macerie di Durbar Square?

Le notizie che arrivano dal Nepal sono devastanti sotto molti punti di vista. La tragedia più grande è l'immane perdita  di vite umane: i paese più poveri pagano sempre il prezzo più alto anche davanti alle catastrofi naturali, e forse ciò accade perché  i diversi capitalismi che condizionano l'intero pianeta non esportano valori ma schemi di vita dove il maggior profitto si deve ottenere con la minima spesa. Le città crescono senza controlli,  sono costruite senza alcun ritegno, con materiali scadenti e senza alcuna attenzione a ciò che accadrà dopo che il costruttore avrà incassato il suo danaro.

Purtroppo la natura si sta accanendo contro popoli che  nonostante la  loro povertà sono custodi del bene preziosissimo di un sistema di valori millenario,  ma vivo e vivificato nei fatti quotidiani come nei riti e nei luoghi che ad essi sono destinati.

Quei luoghi, e specialmente il Nepal , sono una riserva di energia vitale per l'intera umanità, per ciascuno di noi: quando racconto ai ragazzi del mio paese cosa c'è dietro ad un semplice oggetto usato per cagliare il burro o quando faccio suonare una campana tibetana vedo accendersi curiosità e attenzione, come se quegli oggetti lontani fossero in grado di risvegliare sentimenti sepolti anche nel profondo nei nostri cuori...ma la  riserva non è inesauribile.

Ecco il pericolo: che sotto i templi di Durbar Square resti una cultura, un  modo di vivere la vita che fino alle 11.56 del 25 aprile era ben vivo nella grande parte del popolo Nepalese, e  testimoniato nei suoi riti. Ho avuto la fortuna di rendermene conto, come tutti coloro che hanno visitato quei luoghi.
Un evento così traumatico può cambiare radicalmente il rapporto tra le generazioni , ovvero il sistema attraverso il quale si tramanda la tradizione.

Può comprensibilmente far venire la voglia di cercare scorciatoie: Il Nepal ha visto tante catastrofi nel suo lunghissimo tempo, ma mai c'è stato alle porte qualcuno pronto ad offrire un aiuto così rapido, efficiente e avvelenato dal prevalere assoluto del profitto. Forse a questo giro non saremo noi occidentali, saranno altri capitalismi...sarà l'India, il Pakistan o più probabilmente la Cina che non a caso era presente con imponenti strutture di soccorso già poche ore dopo la tragedia.

Non credo che i Cinesi saranno disponibili a rispettare una visone del mondo così antitetica rispetto alla loro e a favorirne il mantenimento. La  fortuna del Nepal è stata fino ad oggi la sua neutralità oggettiva, il fatto di non essere appetito come il Tibet, di essere popolato da genti affidabili e dedite al lavoro, di avere un management economico, commerciale  e finanziario giovane ma serio : c'erano in qualche modo le potenzialità per diventare "zona franca" ,  la Svizzera di quella parte del mondo.


Come reggerà l'urto della fame di business (perché purtroppo c'è business anche dentro una tragedia) dei suoi ingombranti vicini? Che fare? In modo istituzionale niente: siamo probabilmente fuori da quegli scenari. In modo personale tanto: mantenere viva l'attenzione, diffondere la conoscenza di quelle culture, condividere piccoli progetti di  piccole realtà e sostenerle: chi ha amici in Nepal li cerchi, si faccia spiegare , cerchi di capire cosa si può fare di concreto oltre il buonismo nel business della solidarietà. A partire da un minuto dopo il terremoto,  dalle 11.57 del 25 aprile. In fondo quella data per noi qualcosa vuol dire.


domenica 26 aprile 2015

Ribelli e Fuorilegge



S.M.S Furnaxi - Savona 

Domenica 26 aprile 2015 ore 18.00

70° anniversario della Liberazione dall'occupazione nazi-fascista.

Presentazione di Ribelli e fuorilegge, parte del progetto LIBERAZIONE 70.

LIBERAZIONE 70 è un percorso di recupero della memoria attraverso un film e un archivio video. Il progetto è promosso da ANPI Comitato Provinciale Savona e prodotto da Laboratorio Audiovisivi Buster Keaton, Associazione Culturale Geronimo Carbonò, gargagnànfilm e Marinus.

Il film, 'Ribelli e fuorilegge - la cospirazione partigiana 1943 - 1945', raccoglie tre delle oltre venti testimonianze registrate in questi anni, anche grazie alla collaborazione con Alessio Contadini.

L'archivio raccoglie varie testimonianze r...esistenti, provenienti dal territorio ligure e piemontese.
A questo link, oltre al traile del film, è inoltre visibile parte dell'archivio raccolto in questi anni:


https://www.youtube.com/watch?v=g5SeJW3jOLY&list=PL7Dgn_AvzqnDkSmjYXdW1T2_djE9w6XIL

sabato 25 aprile 2015

Resistenza. La vita che non tramonta


Celebriamo a modo nostro la Festa della Liberazione con una poesia ripresa dalla pagina FB di Laura Hess Galleano. Guido Seborga, partigiano, scrittore, poeta, artista, è stato l'esempio di cosa significhi fare della propria vita e del proprio lavoro un gesto di resistenza contro l'ingiustizia.

L’antifascismo di oggi e di domani è denunciare fino in fondo, colmare le disuguaglianze, affermare la libertà e la giustizia che furono alla base della Resistenza armata e non armata”

Laura Hess Galleano

Guido Seborga



mercoledì 22 aprile 2015

La Resistenza perfetta



Venerdì 24 aprile ore 17 Sala Rossa del Comune di Savona
incontro con lo storico

GIOVANNI DE LUNA

e presentazione del libro
“La Resistenza perfetta”

Introducono i docenti
PIERGIORGIO BIANCHI e GIOSIANA CARRARA

In collaborazione con l’ANPI e l’ISREC

In serata dalle ore 20 cortei con fiaccolata per le vie del centro di Savona per il settantesimo anniversario dalla Liberazione, che terminerà in Piazza Martiri con l'orazione ufficiale di Giovanni De Luna



Sono decenni, ormai, che la Resistenza è sottoposta a uno scrutinio costante da parte di storici, ma anche di giornalisti e opinionisti. E se una volta poteva essere provocatorio fare le pulci al mito dei partigiani e parlare di guerra civile mettendo sullo stesso piano le fazioni in lotta, oggi molta di questa vulgata è diventata un sottofondo dato quasi per scontato. Il rischio è che ci dimentichiamo, e le giovani generazioni non sappiano mai, quanto di nobile, puro e davvero all'altezza del suo mito c'è stato nella lotta partigiana.

Nel settantesimo anniversario della Liberazione, Giovanni De Luna ha voluto mettere di nuovo a punto un'immagine della Resistenza che si stava offuscando. Con grande efficacia, De Luna ha scelto una storia, un luogo, alcuni personaggi: un castello in Piemonte, una famiglia nobile che decide di aiutare i partigiani, la figlia più giovane, Leletta d'Isola, che annota sul suo diario quei mesi terribili ma anche meravigliosi in cui comunisti e monarchici, aristocratici e contadini, ragazzi alle prime armi e ufficiali dell'ex esercito regio lottarono, morirono, uccisero per salvare la loro patria, la loro libertà, il futuro di una nazione intera. Mesi in cui, tra il cortile della sua villa di famiglia e le montagne tutt'attorno, si formò veramente quell'unità che diede origine al mito della Resistenza.


Il genocidio dei Rom, un orrore rimosso


E' con slogan come questi che negli anni Trenta prima in Germania e poi in Italia si procedette all'arresto in massa e poi alla deportazione dei rom considerati un pericolo per la società e per la purezza della razza. Il passo successivo fu lo sterminio, proprio come per gli ebrei. Di fronte al risorgere dei fantasmi del passato, ora e sempre Resistenza.


Giorgio Amico
Il genocidio dei Rom, un orrore rimosso

Porajmos è il termine con cui Rom e Sinti indicano lo sterminio del proprio popolo perpetrato da parte dei nazisti durante la seconda guerra mondiale. Il termine può essere tradotto anche come "devastazione" o più semplicemente "tutti morti". A differenza della Shoah di cui ormai si conosce quasi tutto, lo sterminio dei Rom resta ancora un orrore sconosciuto, un "genocidio dimenticato", su cui solo di recente si è iniziato a far luce.
Una rimozione forse dovuta al fatto che gli zingari restano ancora oggi un soggetto percepito come poco simpatico con cui è difficile identificarsi, Questo popolo nomade, geloso dei suoi costumi e poco disposto a farsi assimilare, sconta anche così la secolare diffidenza nutrita nei suoi confronti.


I primi provvedimenti contro i Rom
Secondo i nazisti gli zingari erano ladri, truffatori, soggetti pericolosi, non per i comportamenti effettivamente tenuti, ma per cause genetiche. Già nella primavera 1933, poco dopo la nomina di Hitler a Cancelliere, il governo nazista allestì un Campo di lavoro a Dachau, un sobborgo di Monaco, per internare gli individui considerati "asociali": Rom, vagabondi, mendicanti, alcolizzati, prostitute e omosessuali.

Nell'indifferenza della maggior parte della popolazione, i nazisti elaborarono leggi sempre più dure per i Rom, non solo per comportamenti considerati devianti e criminali, ma perché essi minacciavano gravemente la "purezza della razza" tedesca.

Per dare una parvenza di scientificità alla persecuzione nella primavera del 1936 venne istituito a Berlino un istituto di ricerca con il compito di indagare sulla popolazione nomade. A dirigerlo fu posto il dottor Robert Ritter considerato il massimo esperto in materia.

Nei suoi scritti pseudoscientifici Ritter affermava «che non c'erano più zingari puri poiché avevano assimilato le caratteristiche peggiori delle popolazioni dei numerosi Paesi in cui avevano soggiornato nella loro secolare migrazione dall'India. Pertanto, non si potevano considerare "ariani puri" ma "ariani decaduti", appartenenti a una "razza degenerata"».

Nel giugno 1936 in occasione dei Giochi olimpici di Berlino la cosiddetta « lotta contro la piaga zingara» diventa affare di polizia di polizia. Nel 1937, su pressione diretta del partito nazista, viene istituito un primo campo per zingari a Francoforte sul Meno.

L'8 dicembre 1938 Himmler emana un decreto fondamentale sulla « questione zingara» , che riassume e rende esplicite tutte le direttive precedenti. La questione zingara andava « considerata una questione di razza» da risolvere mediante la sterilizzazione coatta. Così secondo i piani minuziosamente predisposti dall'equipe del dottor Ritter si procedette prima a sterilizzare tutte le donne zingare sposate con uomini ariani, poi tutti i bambini che avevano superato il dodicesimo anno di età. Gli zingari non si dovevano più riprodurre. Ma cosa fare di quelli viventi? La guerra fornì la soluzione.



La persecuzione dopo lo scoppio della guerra

Il 17 ottobre 1939, dopo l'inizio della guerra e l'invasione della Polonia, l’Ufficio centrale per la sicurezza dello Stato, ordinò che gli zingari presenti in tutto il territorio del Reich fossero schedati e confinati in campi di internamento, in visione di una soluzione finale. I campi di concentramento a cui erano destinati gli zingari, oltre ad Auschwitz-Birkenau, furono quelli di Treblinka, Belzec, Sobibor e Majdanek.

Nell'aprile 1940 iniziò la deportazione massiccia degli zingari nei campi di concentramento. Catalogati come puri (Z), mezzi zingari con predominanza di sangue zingaro (ZM+), mezzi zingari con predominanza di sangue ariano (ZM-) e misti con sangue per metà zingaro e per metà ariano (ZM), gli zingari cominciarono a partire per la Polonia occupata.

Il 22 giugno 1941 l'invasione dell'Unione Sovietica segna un ulteriore passo avanti sulla via dell'orrore. Il 2 luglio 1941 viene disposta "l'uccisione di tutti gli indesiderabili dal punto di vista razziale e politico, in quanto pericolosi per la sicurezza delle truppe tedesche", raggruppati in quattro categorie: funzionari comunisti,; asiatici di razze inferiori; ebrei; Rom.

Per l'eliminazione, furono costituiti quattro Unità Operative (Einsatzgruppen) aggregati alle armate tedesche che in pochi mesi massacreranno 800.000 ebrei e decine di migliaia di zingari.

Il 16 dicembre 1942 Himmler firma l'ordinanza per la deportazione degli zingari ad Auschwitz in una sezione appositamente riservata a loro: lo Zigeunerlager di Birkenau un campo destinato a ospitare gruppi familiari. In breve gli zingari iniziano ad arrivare da tutti i territori conquistati e occupati dai nazisti: Francia, Belgio, Olanda, Jugoslavia (e dal 1944 anche dall'Italia).

Il primo convoglio di Rom arrivò ad Auschwitz il 26 febbraio 1943. Un secondo arrivò il 1° marzo. Molti altri arrivarono entro maggio.Già alla fine del 1943, i Rom nel lager erano 18.738, spesso (soprattutto i bambini) utilizzati come cavie negli esperimenti “medici” del dottor Mengele.

Il 23 marzo 1943, fu operata la prima eliminazione di massa. In poco più di un anno lo sterminio fu totale: il 27 gennaio 1945 , al momento della liberazione del lager da parte delle truppe sovietiche su 4.000 prigionieri era rimasto un solo zingaro.

E' difficile stabilire il numero totale dei rom vittime del nazismo: le cifre ufficiali indicano circa 500.000 vittime di cui circa 300.000 furono gli assassinati dagli Einsatzgruppen in Ucraina, Russia e Crimea. 34.000 furono gli zingari tedeschi, 28.000 quelli provenienti secondo le autorità jugoslave dalla sola Serbia. Le consistenti comunità rom di Polonia e Olanda furono interamente cancellate, per non parlare dei massacri operati in Croazia dagli Ustascia di Ante Paveljc.



La persecuzione in Italia

Lo sterminio degli zingari ebbe un capitolo anche italiano, finora poco studiato anche per il rifiuto spesso inconscio ad accettare la dimensione razziale della persecuzione.

Più facile (ed è accaduto) liquidare la questione affermando che in Italia la politica discriminatoria fu tardiva e indirizzata essenzialmente contro gli stranieri per ragioni di ordine e sicurezza. Secondo questa teoria fu l'occupazione nazista della Jugoslavia a determinare la fuga di molti rom verso l'Italia e di conseguenza a indurre le autorità fasciste a internarli. Insomma, il mito degli “italiani brava gente” anche in questo campo ha impedito di fare seriamente i conti con ciò che era realmente accaduto.

In realtà la lotta agli zingari fu una campagna accuratamente studiata, propagandata e messa in atto dal regime fascista già dalla metà degli anni Venti indipendentemente da ciò che avveniva in Germania. Una pagina vergognosa della storia italiana di cui ancora oggi quasi non si parla di cui è possibile sulle base di ricerche recenti ricostruire sinteticamente gli snodi fondamentali.

1926: la politica dei respingimenti alle frontiere

Il 19 febbraio 1926 una circolare inviata ai prefetti precisava di respingere gli “zingari”, qualsiasi fosse la loro provenienza anche se in possesso di documenti validi per l’ingresso in Italia. L’8 agosto di quello stesso anno il Ministero degli Interni precisava che l’obiettivo da perseguire era l’epurazione del territorio nazionale  dalla presenza di carovane di “zingari”, di cui era superfluo ricordare la pericolosità nei riguardi della sicurezza e dell’igiene pubblica.

Iniziava una politica di espulsione verso qualsiasi rom o sinto potesse essere individuato come soggetto privo di cittadinanza italiana; saltimbanchi, giostrai, allevatori di cavalli, calderai, venditori di vimini o di stoffe ricamata che fino ad allora avevano girato l'Italia senza eccessivi problemi iniziarono a essere fermati dalla polizia, accompagnati ai confini ed espulsi dal territorio nazionale.



1938: gli zingari diventano un problema di sicurezza nazionale

Il 17 gennaio 1938 il capo della polizia Arturo Bocchini ordina alle questure di schedare tutti i rom istriani dividendoli tra soggetti con precedenti penali non pericolosi, soggetti senza precedenti penali e pericolosi e soggetti pericolosi.

Il prefetto istriano Cimoroni stila immediatamente liste dettagliatissime e tra febbraio e maggio avvia la pulizia etnica dell’Istria dai rom e sinti che, imbarcati su traghetti vengono mandati al confino in decine di paesini nelle province di Nuoro e Sassari. La stessa pratica di allontanamento venne adottata per i sinti trentini. In tutto tra le 100 e le 150 persone, componenti interi nuclei famigliari, vennero sottoposte a questo trattamento che prefigurava il vero e proprio internamento di massa degli anni di guerra.

Non ha dunque fondamento la tesi di chi considera la persecuzione dei nomadi come un portato diretto della guerra e delle pressioni dell'alleato tedesco. Argomentazioni usate come scusanti, come se se ciò attenuasse in qualche modo le responsabilità del fascismo. Ma le cose non stanno così. Come per gli ebrei anche per gli zingari si trattò sempre di scelte autonome del regime fascista e del suo capo Benito Mussolini.

1939: La Difesa della Razza e la campagna contro gli zingari

A partire dal 1939, riviste di regime come La Difesa della Razza e pubblicazioni accademiche in particolare di Medicina sociale denunciano la pericolosità sociale degli “zingari” che rappresentano “uno sfavorevole apporto razziale alla genìa italica”. Capofila di questa campagna sono l'antropologo Guido Landra e Renato Semizzi, ordinario di Medicina sociale a Trieste e firmatario del Manifesto della Razza.

Nel1940 Guido Landra, direttore dell’ufficio Demografia e Razza presso il Ministero degli interni, compie un ulteriore passo avanti inserendo la “questione zingari” nei pericoli che minacciano la purezza razziale degli italiani. Gli zingari venivano assimilati agli ebrei e alle popolazioni di colore delle colonie. Con loro gli Italiani “ariani” non debbono mescolarsi. Il Ministero degli Interni inizia a progettare l'apertura di campi di concentramento da riservare ai nomadi. Inutile dire che nessuno dei funzionari che a vario titolo partecipò a questi progetti ebbe nel dopoguerra conseguenze giudiziarie o di carriera.



1940: inizia la persecuzione

L’11 settembre 1940 con una circolare telegrafica indirizzata a tutte le prefetture del Paese il capo della polizia Arturo Bocchini da disposizioni per il rastrellamento di tutti gli zingari presenti nel Regno e il loro internamento «sotto rigorosa sorveglianza in località meglio adatte ciascuna provincia».

Una circolare applicata con zelo e cura insolite. Da tutto il paese (Udine, Ferrara, Aosta, Bolzano, Ascoli Piceno, Trieste, Verona, Campobasso), giungono al ministero telegrammi di risposta che informano sulle persone catturate e chiedono cosa farne. La soluzione sarà trovata come in Germania nell'internamento in appositi campi.

La costruzione dei campi di internamento

Il primo campo di internamento fu un ex-tabacchificio a Bojano, un piccolo paese in provincia di Campobasso: tra il 1940 ed il 1941 vi giunsero 58 rom e sinti provenienti da tutto il territorio nazionale.

Chiuso Boiano per motivi logistici, i prigionieri nel frattempo aumentati di altre cento unità furono spostati nel vicino paese di Agnone che divenne così il luogo specifico d’internamento fascista riservato agli “zingari”. Ma visto il numero elevato degli arrestati altri campi di concentramento per rom e sinti vennero aperti a Berra (Ferrara), Prignano sulla Secchia (Modena), Torino di Sangro (Chieti), Chieti e Fontecchio negli Abruzzi.

Il 27 aprile 1941 fu emanata un’altra circolare da parte del Ministero dell'Interno con indicazioni riguardanti l’internamento degli zingari della Jugoslavia occupata. A Tossicìa , nelle montagne abruzzesi, venne creato un campo riservato ai rom provenienti dalla Slovenia. Altri centri di internamento provvisori sorsero un po' in tutta Italia.



1943: la deportazione nei lager

Il crollo del regime e l’armistizio con gli angloamericani portarono al collasso dei campi di concentramento fascisti quasi tutti ubicati nel meridione. Molti internati riuscirono a fuggire, alcuni per unirsi alla Resistenza.

Chi invece si trovò nelle zone occupate dai nazisti o dalla Repubblica Sociale prese la strada della Germania. Grazie ad un progetto di ricerca avviato nel 2000 è stato possibile (dopo quasi sessant'anni!) ricostruire molti di questi percorsi. Dai territori controllati dalla RSI gli zingari vennero avviati al campo di concentramento di Bolzano e da lì smistati nei campi di sterminio tedeschi di Birkenau e Ravensbrück. Impossibile ad oggi calcolare il numero preciso dei deportati e dare un volto e un nome alle vittime che furono comunque molto numerose.

Eppure del Por­a­j­mos restano poche tracce nella memo­ria col­let­tiva. Per­ché, come è stato scritto, «la memo­ria ha biso­gno di un con­te­sto sociale dispo­sto ad ascol­tare». E anche nell'Italia repubblicana lo ste­reo­tipo dei Rom come peri­co­losi, si rivela duro a morire.

E oggi?

Il Porajmos rischia così di essere una pagina di storia che torna ad essere il nostro presente. Di nuovo vediamo sfilare nelle nostre strade cortei che inneggiano a un triste passato come soluzione ai problemi del momento, che gridano “prima gli italiani”, che vedono negli zingari (e nei migranti) un nemico da combattere. Nessuno può fare finta di nulla, voltarsi dall'altra parte, non sentirsi coinvolto. Perchè come ci ricordano i versi di Bertolt Brecht:

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari.
E fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei.
E stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare”.

(Da: I Resistenti n.1/2015)

martedì 21 aprile 2015

La Rafanhauda. L'antica arte della concia a Chiomonte



E' uscito il numero 6 di La Rafanhauda, pubblicazione della Associazione Renaissença Occitana.

Il volume è in larga parte dedicato all'antica arte della concia a Chiomonte, con una raccolta di documenti storici, uno studio storico e uno linguistico.

Presentiamo il sommario:

Alessandro Strano, Ancian o novel Briançonés?
Tiziano Strano, Testimonianze circa l'attività conciaria a Chaumont
Valerio Coletto, Da calcaria a chaucero e da afaitour a taniyo. Dieci secoli di evoluzione linguistica del termine indicante la conceria a Chaumont
Valerio Coletto, Raccolta di documenti relativi alla pratica della concia a Chaumont
Valerio Coletto, Breve testimonianza del dialetto occitano-alpino di Oulx risalente al 16 febbraio 1524
Alessandro Strano, Jean Jaures uomo del socialismo
Guido Coletto, Opera poetica
La Redacion, Contunha le neitiatge dau Pielon

Per informazioni e richieste di copie: larafanhauda@gmail.com



lunedì 20 aprile 2015

Cuba libre Quattro partigiani italo-cubani


Giovedì 23 Aprile 2015, ore 21
Sala Cinema Teatro D.N. Leone
Via Colombo 42, Albisola Superiore
Associazione di Amicizia Italia-Cuba
Circolo “Granma” Celle/Varazze, via Risso 28, Celle Ligure
In collaborazione con ANPI Albisola Superiore e col patrocinio del Comune
Ingresso libero

Domenica 26 aprile 2015, ore 18
Casa dei Circoli Culture e Popoli
Via Concordia 8, Ceriale
Associazione di Amicizia Italia-Cuba
Circolo “Camilo Cienfuegos”
Seguirà apericena cubano


sabato 18 aprile 2015

A Brigà Live



A BRIGA' LIVE

Lunedì 20 Aprile ore 21 circolo Milleluci/Legino (Savona)


Con un repertorio che va dalla musica tradizionale francese a quella italiana, passando per brani originali, i Brigà da oltre sette anni girano la Liguria e non solo riscoprendo le radici di una tradizione comune, di una musica antica che ancora oggi non smette di affascinare.  


Libereso Guglielmi, il ragazzo-giardiniere di Calvino, compie 90 anni



Lunedì 20 aprile Libereso Guglielmi compirà 90 anni. Conosciuto da tutti come il giardiniere di Calvino, Libereso è nato a Bordighera nel 1925. Da ragazzo, grazie a una borsa di studio, cominciò a studiare con Mario Calvino nel giardino della Direzione Sperimentale per la floricoltura di Sanremo. Lì trascorse dieci anni della sua vita, durante i quali instaurò una profonda amicizia con Italo Calvino, che aveva due anni più di lui.
In occasione dei suoi 90 anni il comune di Sanremo ha deciso di omaggiarlo con una targa: la cerimonia è in programma lunedì 20 aprile alle ore 16.30 nella Sala Giunta di Palazzo Bellevue (corso Cavallotti).
Noi gli facciamo gli auguri con l'incipit bellissimo di uno dei racconti di “Ultimo viene il corvo” di Italo Calvino.

Italo Calvino

Un pomeriggio. Adamo


Il nuovo giardiniere era un ragazzo coi capelli lunghi, e una crocetta di stoffa in testa per tenerli fermi. Adesso veniva su per il viale con l’innaffiatoio pieno, sporgendo l’altro braccio per bilanciare il carico.

Innaffiava le piante di nasturzio, piano piano, come versasse caffelatte: in terra, al piede delle piantine, si dilatava una macchia scura; quando la macchia era grande e molle lui rialzava l’innaffiatoio e passava a un’altra pianta. Il giardiniere doveva essere un bel mestiere perché si potevano fare tutte le cose con calma.

Maria-nunziata lo stava guardando dalla finestra della cucina. Era un ragazzo già grande, eppure portava ancora i calzoni corti. E quei capelli lunghi che sembrava una ragazza. Smise di risciacquare i piatti e batté sui vetri.

– Ragazzo, – disse.

Libereso Guglielmi, giovanissimo, nel giardino di Villa Meridiana, la casa dei Calvino. Accanto a lui,in un'altra immagine, Italo Calvino bambino.  

Il ragazzo-giardiniere alzò la testa, vide Maria-nunziata e sorrise. Anche Maria-nunziata si mise a ridere, per rispondere a lui, e perché non aveva mai visto un ragazzo coi capelli così lunghi e con una crocetta come quella in testa.

Allora il ragazzo-giardiniere le fece «vieni-qui» con la mano e Maria-nunziata continuava a ridere per quel suo modo buffo di fare i gesti, e si mise anche lei a fare gesti per spiegargli che aveva da rigovernare i piatti. Ma il ragazzo– giardiniere le faceva «vieni-qui» con una mano e con l’altra indicava i vasi delle dalie. Perché indicava i vasi delle dalie?

Maria-nunziata schiuse i vetri e mise la testa fuori.

– Cosa c’è? – disse, e si mise a ridere.
– Di’: vuoi vedere una bella cosa?
– Cos’è? – Una bella cosa. Vieni a vedere. Presto.
– Dimmi cosa.
– Te la regalo. Ti regalo una bella cosa.
– Ho i piatti da lavare. Poi viene la signora, e non mi trova.
– La vuoi o non la vuoi? Alé, vieni.
– Aspetta lì, – disse Maria-nunziata, e chiuse la finestra.

Quando uscì dalla porticina di servizio, il ragazzo-giardiniere era sempre lì che bagnava i nasturzi. – Ciao, – disse Maria-nunziata.

Maria-nunziata sembrava più alta perché aveva le scarpe belle coi sugheri, che era un peccato tenerle anche per i servizi, come piaceva a lei. Ma aveva una faccia bambina, piccola in mezzo al riccio dei capelli neri, e anche le gambe ancora magre e bambine, mentre il corpo, negli sbuffi del grembiule, era già pieno e adulto. E rideva sempre: a ogni cosa detta dagli altri o da lei, rideva.

– Ciao, – disse il ragazzo-giardiniere.

Aveva la pelle marrone, sulla faccia, sul collo, sul petto: forse perché stava sempre così, mezzo nudo.  
– Come ti chiami? – disse Maria-nunziata.
– Libereso, – disse il ragazzo-giardiniere.

Maria-nunziata rideva e ripeté:

– Libereso... Libereso... che nome, Libereso.
– É un nome in esperanto, – disse lui. – Vuol dire libertà, in esperanto.


(Da: Ultimo viene il corvo, in: Italo Calvino, Romanzi e racconti, volume primo, I Meridiani, pp. 151-152)



Debord e il Situazionismo. Complicanze spettacolari



E' in corso di stampa Debord e il Situazionismo revisited. Punto della Situazione n. 1, a cura di Antonio Saccoccio, che comprende anche un nostro testo su Asger Jorn. Anticipiamo il contributo di Roberto Massari.

Roberto Massari

Complicanze spettacolari

Produrre ancor oggi qualcosa di originale su ciò che Debord ha scritto o fatto, è un'impresa molto ardua. Apparentemente tutto su di lui è stato detto, tutto di lui è stato letto e visto, mentre il suo nome si conferma sempre più come un contrassegno simbolico di un'epoca: gli anni delle avanguardie e del ribellismo presessantottesco.

Il nome di Debord è oggi più noto di quanto non lo fosse vent'anni fa e spesso, nella cronaca giornalistica, rimpiazza ingiustamente il nome del movimento di cui egli fu controverso alfiere: il Situazionismo. Resta il fatto, però, che il ritmo storicamente sempre più vorace con cui si consumano mode e riti letterari, ha reso impossibile un'assimilazione reale dei contenuti della sua battaglia. Quasi nulla del suo messaggio affiora nel mondo della politica istituzionale (anche della più radicale, contestatrice o alternativista), ma nulla o quasi anche nel mondo che viene ipocritamente definito «dell'antipolitica», benché sarebbe più corretto parlare di mondo dell'antiparlamentarismo e dell'antipartitocrazia.

La verità è che ben poco è stato assimilato persino negli ambienti che operano con buone intenzioni anticapitalistiche o antisistemiche, travolti ingenuamente dal crollo delle ideologie tradizionali e ancora incapaci di elaborare il lutto.

Attende Debord un destino simile a quello di altre icone eversive novecentesche: la società dello spettacolo (quella reale e non quella letteraria) si sta impadronendo della sua opera, della sua vita e del suo messaggio - peraltro così «spettacolarmente» conclusi col suicidio del 1994. In lingue e traduzioni varie fioriscono libri su libri, articoli su articoli, via via ingarbugliando intuizioni che sarebbero invece fondamentali per una comprensione critica della nostra epoca.



A leggere o rileggere il suo capolavoro del 1967 (la SdS)1, si può verificare agevolmente che quelle intuizioni erano relativamente semplici nella loro essenzialità e nella loro formulazione apodittica (cioè autoevidente, ma per questo anche indiscutibile); mentre complicata era e tale rimane la cornice complessiva all'interno della quale erano inserite. Non c'è dubbio che si fatica a seguire il filo del discorso, come ho potuto verificare di nuovo e concretamente alcuni anni fa quando, con scarso successo, feci dei corsi sulla SdS e i Commentari per dei giovani. 

Forse un po' meglio è andato il mio tentativo di rendere comprensibili (quindi sintetizzabili, trasmissibili e linguisticamente semplificabili) le idee portanti della critica debordiana alla società spettacolare, come ho fatto nel breve saggio/compendio che redassi per un convegno su Debord (L'Aquila, 2008 - qui in appendice). Confesso che, accingendomi a quel lavoro, mi chiedevo se la sintesi mi sarebbe riuscita, ammesso che fosse possibile.

La complicanza principale è rappresentata dal fatto che la costruzione concettuale della SdS è fortemente asistematica. I temi si accavallano; abbondano i salti logici; il gusto dell'aforisma sostituisce il dovere della dimostrazione e la formulazione assiomatica l'indagine deduttiva; continuo è il ricorso a calembour, assonanze linguistiche e in genere a giochi di parole che lasciano interdetto il lettore, oscurando il processo formativo di concetti peraltro veri, affascinanti, futuribili.



Non ci si lasci ingannare dalla struttura per Tesi: espediente procedurale tradizionale in campo filosofico, che qui denota una parentela diretta con lo stile di Ludwig Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus del 1918-22. Nonostante il titolo, anche questo rappresenta una sfida letteraria alla coerenza logica, tanto da prestarsi a seconda degli autori a letture epistemologiche, gnoseologiche, estetiche, etiche, di filosofia del linguaggio e perfino mistiche. In alcune parti non matematiche (per es. 1.1-2.023, 2.04-2.14) o quando affronta il rapporto tra linguaggio e realtà, ci si ritrova davanti alla procedura per aforismi e assiomi tipica della SdS, a parte i diversi termini di riferimento: uguale è l'intenzione apodittica, comune il tono «oscuro» delle connessioni (il disordinato intreccio di tematiche), esplicita l'ambizione (presunzione?) di creare un sistema «superiore» di analisi del rapporto linguaggi/pensiero. È stata colta anche una possibile affinità tra i due:

«La ricognizione wittgensteiniana dello spazio linguistico basata sulla pratica esplorativa dei giochi di linguaggio non sembra lontana nella sostanza dal tentativo debordiano di ripensare lo spazio urbano attraverso modalità inconsuete di esperirlo. In questo senso, la sperimentazione di Wittgenstein sul linguaggio si configura come una sorta di deriva…»2.

Senza voler sminuirne il ruolo, va detto che se la SdS ha fornito un contributo imperituro alla storia del pensiero, lo ha fatto soprattutto con le sue grandi e lungimiranti intuizioni, in assenza pressoché totale di dimostrazioni - concettuali, logiche o storiche - e senza una «bibliografia» ragionata di corredo. Si capisce che il campo di letture propedeutiche debordiane è immenso, con predilezione per autori marxisti, anarchici o comunque del movimento operaio.



A parte la mole di riferimenti a Marx, seguìto da Bakunin e Hegel, compaiono più o meno fugaci accenni al pensiero di Erodoto, Machiavelli, Novalis, Bossuet, Feuerbach, Stirner, Engels, Hilferding, Ebert, Bernstein, Luxemburg, Lenin, Parvus, Trotsky, Eastman, Lukács, Korsch, Rizzi, Ciliga, Lyssenko, Freud, Kierkegaard, Burckhart, Cohn, Mumford, Gabel, Boorstin.

Con l'eccezione di Joseph Gabel (1912-2004) - autore de La fausse conscience: essai sur la réification, del 1962, e di altri scritti sull'alienazione, da Marx alle moderne concezioni della schizofrenia - l'unico di questi autori che abbia attinenza diretta con la materia trattata da Debord è il Daniel Joseph Boorstin (1914-2004) di The Image: A Guide to Pseudo-events in America, del 1962.

Per il resto, silenzio assordante su tutti coloro che hanno affrontato in epoca moderna (novecentesca) le tematiche della spettacolarizzazione sociale, dell'invasione consumistica, della massificazione nella comunicazione con la nascita dei suoi nuovi media, della rappresentazione immaginifica eteroindotta e sostitutiva della realtà, dell'inflazione pubblicitaria, della falsa rappresentazione (tele)visiva ecc.

Tralasciando il contributo di studiosi ipernoti e funzionali per l'apologia del sistema (valga per tutti Marshall McLuhan), resta il fatto che Debord tace su almeno due studiosi radicali francesi che furoreggiavano in campo filosofico e sociologico negli anni della sua maturazione teorica: autori che conosceva bene e che avevano già elaborato importanti contributi proprio sui temi essenziali della futura SdS. Si tratta ovviamente di Henri Lefebvre (1901-1991) e di Edgar Morin (n. 1921).



Al momento della stesura della SdS, del primo erano usciti due volumi della trilogia Critique de la vie quotidienne (1947, 1961, 1981). E qui importa rilevare l'ampiezza di tematiche del secondo volume pertinenti per il discorso debordiano, come la distinzione tra bisogno e desiderio, la nuova configurazione del consumatore di massa, la «colonizzazione della vita quotidiana» (espressione che Lefebvre riprende dall'Internationale Situationiste n. 6/1961, citando esplicitamente Debord) e molto altro. Lefebvre era stato membro dell'IS e vi aveva esercitato una notevole influenza. Poi il litigio e la separazione: ragion per cui Debord non volle riconoscere il debito teorico gigantesco che aveva contratto con lui.

Non accennare a Morin in un libro sulla spettacolarizzazione sociale è come non citare Umberto Eco in un libro di antisemiotica. Anche in questo caso, all'origine vi erano stati dissapori per le critiche che Morin, come direttore della rivistaArguments (1957-1962), aveva rivolto dapprima al gruppo di Socialisme ou Barbarie e poi agli eredi raccolti nell'IS.

Da notare che l'autore de L'esprit du temps (Grasset, 1962) all'epoca era già considerato il padre nobile della sociologia delle comunicazioni di massa, e comunque il principale studioso delle culture di massa: un terreno - come oggetto di studio dell'antropologia della società industriale - nel quale Debord affonda le mani, estraendone quei frutti eversivi e antisistemici che erano invece mancati nell'elaborazione moriniana. Il debito, comunque, restava e le affinità tra i due sono state messe in rilievo più volte. Per es. da studiosi come Christopher Lasch (1935-1994)3 o Anselm Jappe (n. 1962)4.



Del resto è lo stesso Debord che nel suo film Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unité de temps, del 1959, aveva preso a prestito da Morin5 linguaggio e concetti nella pubblicità detournée di un sapone in cui era fatta apparire Anna Karina (futura celebre attrice e poi moglie di Jean-Luc Godard) per esemplificare il discorso situazionista sul fenomeno delle star (lo star system)6.

Altra complicanza è data dall'assenza nella SdS di una polemica frontale (esplicita) con la forma-partito. Non si parla del suo ruolo essenziale nella formazione delle caste statali o variamente istituzionali, distinte dalle caste burocratico-manageriali che produce lo sviluppo economico del capitalismo. Eppure sono le caste partitiche che incarnano più di chiunque altro la spettacolarità sociale, traendone il massimo vantaggio.

Ciò non è più vero unicamente per i regimi totalitari (lo stalinismo è ricordato da Debord), ma investe globalmente i paesi industrialmente avanzati (Italia in primis). Tra le feconde intuizioni debordiane è assente il rapporto che lega la spettacolarizzazione della vita sociale alla statalizzazione degli apparati (burocratici, sindacali, partitici, culturali ecc.).

Più promettente a tale riguardo è il discorso di Vaneigem quando definisce il processo di specializzazione politica come «forma» d'integrazione nella logica del sistema:
«Quando un politicante si esprime in modo tonto, meschino o ingannevole in un discorso pubblico… questa Forma, questa maniera d'essere e di reagire non provengono unicamente da lui stesso, ma gli sono imposte dall'esterno»7.



1 Così citerò d'ora in avanti l'edizione de La società dello spettacolo che pubblicai come Massari editore nel 2002 (a cura di Pasquale Stanziale) e della quale è in circolazione la terza ristampa (del 2008).
2 Luca Lupo, Filosofia della Serendipity, Guida, Napoli 2012, p. 30.
3 The Minimal Self: Psychic Survival in Troubled Times, del 1984 [L'io minimo. La mentalità della sopravvivenza in un'epoca di turbamenti, Feltrinelli, 2004, p. 185].
4 Guy Debord. Essai (édition revue et corrigée par l'auteur), Éditions Denoël, Paris 2001, pp. 93-7 [manifestolibri, 2013].
5 Edgar Morin, Les stars, Seuil, 1957, p. 111.
6 Guy Debord, Œuvres, Gallimard, Paris 2006, p. 482-3. Cit. da Gabriel Ferreira Zacarias, «La vedette, "représentation spectaculaire de l'homme vivant"», Revue Ad Hoc, n. 1, luglio 2012.
7 Raoul Vaneigem, Trattato di saper vivere ad uso delle nuove generazioni, a cura di P. Stanziale, Massari editore, Bolsena 2004, p. 113.




mercoledì 15 aprile 2015

Arte Vetraria Altarese. Dimostrazioni lavorazione vetro soffiato



MUSEO DELL'ARTE VETRARIA ALTARESE 

Dimostrazioni lavorazione del vetro soffiato 

Nelle giornate del 17, 18 e 19 aprile dalle ore 14.00 alle ore 17.00, e 8, 9, 10 maggio dalle ore 14.00 alle ore 17.00, nel Museo dell’Arte Vetraria Altarese, i visitatori potranno ammirare i maestri vetrai al lavoro nei giardini di Villa Rosa al termine della visita al Museo, e senza alcun costo aggiuntivo al biglietto di ingresso.



Per maggiori informazioni http://www.museodelvetro.org/wordpress/?projects=didattica

domenica 12 aprile 2015

La guerra dei poveri, conversazione sull'attualità della Resistenza



«È la guerra vista "dal basso", la guerra sofferta. [...] È, prima di tutto, la tragedia dei poveri cristi gettati allo sbaraglio, beffati, traditi, e che pure, nello sfacelo immane, di un esercito e poi di uno Stato, riscoprono in sé le ragioni profonde della dignità del vivere, del semplice valore umano».

Così Alessandro Galante Garrone presentava il libro di Nuto Revelli “La guerra dei poveri”, racconto di un percorso di riscatto personale e collettivo dalla guerra fascista alla Resistenza.

Biblioteca Civica di Quiliano (SV)

Giovedì 16 aprile
alle ore 21.00

“La guerra dei poveri”
Conversazione sull’attualità della Resistenza 





giovedì 9 aprile 2015

Genova. La storia in piazza: le età del capitalismo



La sesta edizione di la Storia in Piazza propone un lungo viaggio nella storia del capitalismo, dalla sua preistoria per ripercorrere i luoghi dei suoi primi trionfi, la rivoluzione industriale e poi seguirne i percorsi, le crisi e i mutamenti fino al presente.

Non sarà un festival dedicato alla storia economica, ma una rassegna che considera il capitalismo nel suo complesso: i suoi sostenitori, i suoi nemici, il suo rapporto con le religioni, le idee ad esso connesse, le ansie alle quali ha dato luogo, il suo rapporto con il concetto di “modernità”, le cause e gli effetti delle “grandi crisi”.

A cura di Donald Sassoon con Luca Borzani, Alessandro Cavalli  e Antonio Gibelli



La globalizzazione, la progressiva crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo, è sostenuta da un’ideologia altrettanto globale: il capitalismo di mercato. Nelle società tardo capitalistiche, che costituiscono il cuore del sistema, nessuna forza si oppone alla sua universale accettazione. Nelle economie emergenti di Cina, Brasile e India il dibattito si incentra su quale tipo di capitalismo debba prevalere. Ma qual è il livello di coesione nelle società tardo capitalistiche?

In Occidente non siamo mai stati così ricchi, eppure le disuguaglianze sono aumentate. Il vecchio sogno dell’égalité è stato di fatto abbandonato. Tutti sembriamo accettare l'attuale ordine economico come l'unico possibile Negli ultimi decenni del XIX secolo, tale trionfo non era affatto prevedibile. L’avanzata del capitalismo industriale era invece la causa di un diffuso sentimento di preoccupazione e la sua diffusione determinava uno sconvolgimento senza precedenti a partire dall’urbanizzazione tumultuosa e al mutato rapporto tra città e campagna.

Entro il 1880, almeno in Europa, il dibattito all’interno delle élite politiche si snodava tra l’assunto dell’inevitabilità dell’industrializzazione e il timore (per i socialisti, la speranza) che tale processo avrebbe destabilizzato il sistema politico stesso. L’élite liberal aveva abbracciato con entusiasmo il capitalismo in quanto portatore di progresso e crescita economica. I socialisti, pur accettando l’inevitabilità del capitalismo ed apprezzandone l’attitudine a fare terra bruciata delle tradizioni, avevano come meta una società senza classi e privilegi. Infine c’erano i “reazionari”, nostalgici di un passato idealizzato che, pur non avendo alcuna chance di vittoria, raccoglievano consensi tra coloro che si sentivano minacciati dalla modernità.

D’altronde se il mutamento può essere considerato un elemento costante della storia, un certo scetticismo verso il nuovo non è un atteggiamento necessariamente sbagliato dato che ogni cambiamento, anche graduale, va raramente a effettivo vantaggio di tutti. Così, alla fine del XIX secolo, si diffuse il desiderio comune di migliorare il destino di coloro che, pur avendo accettato l’inesorabilità del capitalismo, soffrivano per le modalità di produzione e di distribuzione della ricchezza. Questo è il motivo per cui, fino a non molto tempo fa, in Europa, davvero pochi partiti politici di massa erano sostenitori disinibiti del mercato. Addirittura, nel periodo tra le due guerre, crebbe la riluttanza ad abbracciare l’ideologia filo-capitalista.

A rendere il capitalismo sempre meno popolare contribuirono la diffusa e massiccia inflazione nell’Europa centrale all’inizio degli anni Venti, il crollo del ’29 e la conseguente Grande Depressione e un ritorno al protezionismo. Dopo il 1945 la maggior parte delle economie capitaliste si orientarono verso ciò che fu chiamato il Welfare State “keynesiano”. La crescita dei salari fornì al capitalismo una legittimazione formidabile.

È stata la cosiddetta “età dell’oro del capitalismo” (1945-75). La democratizzazione dei consumi e le libertà politiche hanno sancito la vittoria del capitalismo di mercato. Alcune delle economie comuniste riuscirono a porre le fondamenta di una società industriale, ma non riuscirono a sviluppare né una società dei consumi né la libertà politica.

Oggi l’ideologia dominante è il neoliberismo che deve affrontare un problema fondamentale, quello dei limiti ecologici della crescita. Infatti, oggi, i principali ostacoli alla continua espansione e alla stabilità del capitalismo non sono la lotta di classe o le aspirazioni rivoluzionarie dei “dannati della terra” o i fondamentalisti islamici, ma l’ecologia del pianeta. La crescita capitalistica potrebbe essa stessa destabilizzare il capitalismo.

Donald Sassoon



martedì 7 aprile 2015

L'ulivo e la Liguria. La costruzione di un paesaggio

    Foto di Alberto Cane

L'ulivo e la Liguria. La costruzione di un paesaggio

Nel 1911 Giovanni Boine definì gli uliveti della Liguria di Ponente la “cattedrale” dei liguri Un paesaggio non spontaneo, ma voluto e tenacemente costruito (e poi mantenuto) nei secoli, diventato nel tempo (e non solo per i liguri) un paesaggio dell'animo carico di suggestioni artistiche e letterarie.

Per i “Giovedì della Biblioteca”

Giovedì 9 aprile 2015
alle ore 21.00
nei locali della Biblioteca Civica di Quiliano

ne discutono

Giorgio Amico
e
Corrado Ramella (Associazione Amici di Francesco Biamonti)

Nel corso della serata verrà proiettato il filmato “L'uomo e l'acqua” (Intervista con lo scrittore Francesco Biamonti)




lunedì 6 aprile 2015

Sergio Dangelo - Eugenio Lanfranco, Il fiume Wang


Sabato 11 Aprile alle ore 17 a Albissola Marina presso il Circolo degli Artisti si inaugurerà la mostra “Il fiume Wang” degli artisti Sergio Dangelo e Eugenio Lanfranco. Il titolo della mostra riprende la raccolta “Poesie del fiume Wang” scritte in Cina nel VII secolo d.C. Venti quartine di Wang Wei ispirate alla natura ed ai canoni del buddhismo Chan, cui si accompagnano altrettante quartine dell’amico P’ei Ti.

Sono esposte anche 18 (9+9) opere dei due artisti che rappresentano una piccolissima parte del lungo viaggio nella storia dell’arte di Sergio Dangelo e del più breve di Eugenio Lanfranco. Opere diverse nel linguaggio e nei materiali usati, ma che ben rappresentano le convergenze parallele di due modi diversi di esprimersi. Sono esposti anche due stendardi della Collezione Bosco dei Poeti in deposito al MART Museo d’Arte Contemporanea di Trento e Rovereto.


La mostra è aperta tutti i giorni da sabato 11 Aprile a Domenica 26 Aprile dalle 17.00 alle 19.00.


domenica 5 aprile 2015

Francesco Biamonti, La musica delle cose


Francesco Biamonti

La musica delle cose

a San Biagio della Cima
11-18 aprile 2015

venerdì 3 aprile 2015

Buona Pasqua



Il Seder costituisce l’insieme di atti e letture seguito nelle case ebraiche la prima sera di Pesach. Gli scopi del Seder sono essenzialmente due: ricordare la liberazione dalla schiavitù egiziana e trasmetterne il messaggio alle nuove generazioni, destando particolarmente l’attenzione dei bambini. Noi lo ricordiamo con un vecchio articolo del Manifesto. Che sia una Pasqua di Pace per tutte le amiche e tutti gli amici di Vento largo.

Pasqua con Judith e Julian


Al centro, un lungo tavolo di legno chiaro, basso e circondato da cuscini e tappeti. Tutto intorno, addossata alle pareti di una fragile e accogliente struttura di legno, una grande tavolata. Al primo tavolo si sistemano gli ospiti dei Living Theatre, mentre la seconda accoglie gli "invitati-spettatori". Ingombrano la mensa piatti imbanditi piuttosto parcamente, vino e succo d’uva, la matzah (il pane azzimo, cioè non lievitato), ciotole piene d’acqua. Le note di un flauto, accompagnato da una cantilena, danno inizio alla cerimonia.

È l’"Haggadah per il Seder di Passover", (...) una cerimonia che il Living ha sempre continuato a celebrare in forma privata, lungo tutta la sua storia. (…)

Julian Beck - e nella sua posizione si riflette anche quella del Living - non poteva probabilmente definirsi "religioso". Parlava di sé come di un militante anarchico, in lotta per spezzare catene e barriere, a cominciare da quelle delle ideologie, dai fanatismi delle ortodossie, per una rivoluzione non-violenta (proprio durante gli "anni di piombo", quando il suo "messaggio" sembrava meno accettabile, fuori dal tempo, il Living aveva voluto stabilirsi in Italia…).

Era tuttavia possibile, con qualche forzatura, leggere nello slancio che animava Beck e il Living qualche venatura profetica, quasi mistica; non a caso, alcuni loro spettacoli sono interpretabili attraverso i testi sacri dell’ebraismo - a cominciare dalla Rivoluzione di Paradise Now,costruita su una struttura ripresa dalla Kabbalah.



Questo "doppio binario" trova qualche riflesso in altri aspetti. La scelta stessa di dedicarsi al teatro contravveniva, per esempio, a un precetto implicito della religione ebraica, che evita la rappresentazione come forma di idolatria, D’altro canto uno dei fili conduttori dell’attività del Living è stato il continuo tentativo di superare, all’interno della forma dello spettacolo, proprio la rappresentazione: con un’immedesimazione realistica che finiva per ingannare il pubblico ("questa è realtà, non è teatro... restituiteci i soldi del biglietto..."); con un coinvolgimento dello spettatore che tendeva a equipararlo all’attore; o ancora con la convinzione da agit prop che vedeva gli effetti del la rappresentazione diffondersi per contagio nell’intera società.

Dietro la scelta di celebrare pubblicamente la cena pasquale s’intravedono queste tensioni contrastanti, e un intelligente tentativo di mediarle: se la storia del Living è un continuo tentativo di ritualizzare il teatro, questa è, al contrario ma coerentemente, una spettacolarizzazione del rito. Judith (figlia di un rabbino, oltre a essere da sempre la regista del gruppo di cui è anche la guida carismatica, soprattutto dopo la morte, due anni fa, di Julian) si è preoccupata della legittimità dell’operazione: "quando ce l’hanno proposto, abbiamo meditato a lungo. Ma nel testo del Seder sta scritto: "chi ha fame venga e mangi". Perciò si tratta di una festa aperta a tutto il mondo, ebrei e non-ebrei".

Non c’è invece nessun bisogno di giustificare l’interesse del Living per questa particolare ricorrenza: con la cena pasquale la liturgia ebraica rinnova ogni anno il ricordo e l’esperienza della liberazione dalla schiavitù dei Faraoni, "perché un tempo eravamo schiavi e poi siamo stati liberati e se ora fossimo schiavi, dovremmo guardare alla nostra libertà". Proprio per guardare alla prospettiva della liberazione, per ricordarsi delle tante schiavitù dei Presente, per rinnovare l’impegno a costruire un futuro di libertà, ecco questa "Haggadah per Seder di Passover", ovvero in angloebraico "Racconto della Sequenza del Passaggio"

L’episodio biblico dell’Esodo è un luogo canonico della meditazione politica, per secoli metafora obbligata – quasi eccessiva - di ogni liberazione: "La rivoluzione che quivi troverà non già la sua fine, bensì il suo inizio di organizzazione, non sarà una rivoluzione di breve respiro. L’attuale generazione assomiglia agli Ebrei che Mosé condusse attraverso il deserto. Non solo deve conquistare un nuovo mondo: deve perire per far posto agli uomini nati per un nuovo mondo" (Marx, 1948; questa citazione, come altre, è ripresa da Esodo e Rivoluzione di Michael Walzer, Feltrinelli 1986).



Il ricordo dell’Esodo non poteva non risucchiare il Living, diventando momento di riflessione collettiva, occasione d’incontro e d’interpretazione. Non per ricordare una liberazione avvenuta - o meglio conquistata - una volta per sempre, ma per ricordare le possibilità, la necessità della liberazione: una liberazione da conquistare ogni giorno.

Il rituale che precede la cena vera e propria si snoda per quasi due ore, e illustra minuziosamente le ragioni della celebrazione del Pesach, la Pasqua ebraica, secondo la tradizione rabbinica, ma la interpreta liberamente; e, quando è il caso, la critica e la corregge puntigliosamente. In omaggio alla parità dei sessi, l’Altissimo diventa "Uno Santo-Una Santa". Nella forma aperta di questo rituale trovano un ruolo e una funzione, con tutta la loro efficacia poetica, alcuni brani dei Canti della Rivoluzione di Julian Beck e l’intramontabile Urlo di Allen Ginsberg.

E poi niente carne, perché di sangue al mondo ne è stato già sparso fin troppo: "Siamo arrivati ad una migliore comprensione / del nostro rapporto con le altre creature di Dio / e ci sentiamo più vicini a loro / e non uccidiamo per mangiare". E se l’agnello è un simbolo veramente irrinunciabile, Judith ci ha portato una microscopica pecorella giocattolo, che mostra con convinzione e ironia al momento opportuno.

Il tutto debitamente illustrato e intervallato dai gesti previsti: abluzioni, piatti che vengono scoperti e poi nuovamente coperti, bicchieri che vengono alzati, riempiti e così via. L’atmosfera è quotidiana, come dovesse essere una festa in famiglia, attraversata a volte da un brivido quasi solenne.



Partecipare a un’esperienza di questo genere suscita sempre reazioni contrastanti. C’è, per un non ebreo, la curiosità quasi antropologica di conoscere usi e costumi diversi, confrontando riti che sembrano magari somigliarsi, ma che lasciano intravedere differenze e distinzioni profonde. Ma c’è anche la sensazione di trovarsi come semplici spettatori di fronte a un evento che per altri ha in qualche modo un carattere sacro: il disagio quindi di sentirsi degli intrusi, di rubare qualcosa che non ci appartiene e che per altri ha un diverso valore.

E tuttavia in questo caso rito e spettacolo finiscono inevitabilmente per confondersi (…) Perché quello che il Living costruisce non è ovviamente interpretabile - almeno non per tutti - come pura e semplice espressione di una religiosità. L’invito alla tolleranza che anima ogni frase, ogni gesto, ha una portata più ampia: è rivolto - e coinvolge - tutti coloro che si siano radunati in questa occasione. (…) pratica di una vera e propria "ecologia della mente" basata sulla tolleranza e sul rispetto dell’altro: un patrimonio di una cultura come quella ebraica che non conosce né dogmi né eresie. Un patrimonio che il Living ha trasformato nella pratica di una non violenza attiva.


il manifesto- 20 aprile 1987