domenica 31 luglio 2016

Musica di bordone a San Nicolò di Bardineto


Guerrieri e musici in una Chiesa spersa fra i monti di Liguria.

Giorgio Amico

Musica di bordone a San Nicolò di Bardineto


Dall'ultimo contrafforte della montagna da mille anni la Chiesa di San Nicolò guarda Bardineto.



Chiesa altomedievale, già citata in un documento di epoca carolingia, San Nicolò mantiene accanto alla purezza delle sue linee squadrate elementi arcaici. Un'absidiola risplende di una bellezza ascetica, simile ad una gemma incastonata in un gioiello.


All'interno ci accoglie un ciclo di affreschi di autore ignoto ma di raffinata fattura.


Ci perdiamo nel drappeggio delle vesti della Vergine,


nella simbologia, tipica di una società di guerrieri, della cavalleria celeste


e terrestre.


Un povero diavolo ci lancia tristi occhiate


mentre ci avvolge e conquista la musica medievale di Fabio Rinaudo e Fabio Biale


con la grazia senza tempo di un fiore che dalla grata sorride al bosco.





venerdì 22 luglio 2016

Centrale di Vado Ligure. Presentazione dati sanitari inquinamento da carbone



La sezione di Savona di Medicina Democratica, alla quale è stata affidata la documentazione sanitaria relativa ai danni subiti a causa dell'esposizione alle sostanze tossico/nocive emesse dalla Centrale Tirreno Power, organizza per il giorno 22 luglio alle ore 17,30 un incontro pubblico per fornire informazioni di carattere generale rispetto ai risultati dell'analisi di questa raccolta di dati sanitari.

L'incontro si terrà presso l'aula magna del liceo Chiabrera in via Aonzo 2 a Savona.


Saranno presenti il Medico Legale e alcuni avvocati.

  

Occit'amo e dintorni. Terre del Monviso e Valli Occitane



OCCIT’AMO E DINTORNI

Eventi collaterali al Festival Terre del Monviso e Valli Occitane

Proseguono gli appuntamenti culturali di Occit’amo e dintorni, Eventi collaterali al Festival Terre del Monviso e Valli Occitane, rassegna di conferenze, proiezioni, spettacoli teatrali, tutti ad ingresso gratuito, imperniati sulla cultura occitana e locale a 360°. Il programma, organizzato da Espaci Occitan con il Comune di Saluzzo, propone appuntamenti serali e pomeridiani per adulti e per bambini, chiamati ad avvicinarsi alle usanze delle valli occitane e della pianura del Monviso.

Nel mese di luglio è in programma a Crissolo il recital a due voci Li Valdés: storia e canti di un popolo chiesa con Maura Bertine Jean-Louis Sappè del Gruppo Teatro Angrogna. Gli artisti ripercorreranno la lunga e appassionante vicenda dei Valdesi del Piemonte, dalle origini ai giorni nostri in uno spettacolo che ha girato Piemonte, Italia, Francia e Danimarca e ha toccato- nella primavera del 2013 - anche le comunità valdesi del Rio de La Plata in America Latina. Per una sera i valdesi torneranno a Crissolo, che nell'estate del 1686 fu saccheggiata proprio da valdesi di Bobbio e Villar Pellice.

Appuntamento il 31 luglio alle ore 21 presso la Sala Polivalente “Guide del Monviso” in Piazzale Seggiovia.

Numerosi altri appuntamenti sono in programma nei mesi di settembre e ottobre per una rassegna che coinvolge le Valli Po, Varaita, Maira, Grana e Stura e Saluzzo, Verzuolo, Manta, Lagnasco, Scarnafigi e Moretta, cinque valli e sei città, ricche d’arte ai piedi del Monviso, per tre stagioni, dalla primavera inoltrata sino all’autunno, dedicate alla cultura occitana.

Per informazioni e programma completo: 
Espaci Occitan, www.espaci-occitan.org, 
segreteria@espaci-occitan.org, tel. 0171.904075.



martedì 19 luglio 2016

Mandali su da me alla prima notte di luna



Mandali su da me alla prima notte di luna

Domani 20 luglio dalle 21.00 alle 23.00
a San Biagio della Cima

Itinerario notturno, alla luce della luna piena, sui luoghi di Francesco Biamonti, accompagnato da letture di brani tratti dai suoi libri (L'angelo di Avrigue, Vento largo e Le parole la notte). L'idea è quella di rivivere, attraverso i luoghi e le parole di Biamonti, le notti dei suoi personaggi, dei passeurs, dei migranti e dei pastori, fra terrazze, ulivi e mare visto dall'alto.


Ritrovo alle ore 21,00 presso il Comune di San Biagio della Cima. Munirsi di piccola torcia e scarpe da trekking. Seguirà momento conviviale.  

Estate a Casa Jorn


venerdì 15 luglio 2016

Videoarte al museo


Beppe Fenoglio. Partigiano e scrittore



"E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevano sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita".

Italo Calvino


Giorgio Amico

Beppe Fenoglio. Partigiano e scrittore

Nel giugno 1964 Italo Calvino nella prefazione ad una nuova edizione del suo primo romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno”, tira un bilancio definitivo del rapporto fra Resistenza e letteratura. Dopo aver narrato i tentativi frammentari, spesso ingenui, di raccontare l'epopea partigiana nei primi anni del dopoguerra e il successivo ripiegamento negli anni Cinquanta con l'abbandono quasi generale del tema, Calvino conclude con grande determinazione indicando in Beppe Fenoglio il vero, grande, cantore del movimento partigiano:

“Ma ci fu chi continuò sulla via di quella prima frammentaria epopea: in genere furono i più isolati, i meno “inseriti” a conservare questa forza. E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevano sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata. Una questione privata [...] è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché. È al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio”.

Un giudizio da allora mai rimesso in discussione e che anzi il trascorrere del tempo e la conoscenza più approfondita dello scrittore piemontese ha semmai sempre più confermato. Dunque in campo letterario la Resistenza porta il nome di Beppe Fenoglio che la narrò in quasi tutte le sue opere, dai primi “Appunti partigiani” del 1946, ai racconti de “I ventitre giorni della città di Alba” del 1952, ai romanzi “Primavera di bellezza” del 1959 e “Una questione privata” del 1962, per culminare poi nel grande affresco incompiuto de “Il partigiano Johnny”.



Ma chi era Beppe Fenoglio? In una lettera inviata proprio a Italo Calvino, che gli chiedeva i dati biografici in vista della pubblicazione del suo primo libro “I ventitre giorni della città di Alba”, lo scrittore si raccontava in due scarne righe:

“Circa i dati biografici, è dettaglio che posso sbrigare in un baleno. Nato trent’anni fa ad Alba ( primo marzo 1922) – studente (Ginnasio-liceo, indi Università, ma naturalmente non mi sono laureato) – soldato nel Regio e poi partigiano: oggi, purtroppo, uno dei procuratori di una nota Ditta enologica. Credo che sia tutto qui”.

Qualcosa di più del personaggio e della sua idea di scrittura comprendiamo da un'altra sua dichiarazione autobiografica pubblicata postuma nel 1964:

“Scrivo per un'infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un'infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti”.
Da queste due scarne testimonianze emergono gli elementi centrali della vita e dell'opera di Fenoglio: Alba con le Langhe e la Resistenza. Figlio di un contadino di langa in fuga dalla fame sceso ad Alba a fare il macellaio, prima liceale povero nella scuola dei figli dei ricchi, poi studente universitario a Torino, richiamato a inizio del ’43, frequentante il corso d’allievi ufficiali, Fenoglio viene sorpreso dall’otto settembre a Roma, dalla quale fortunosamente riesce a rientrare nella sua città (bellissimo in “Primavera di bellezza” il suo schizzo della stazione di Savona occupata dai tedeschi), per entrare poi nella Resistenza, prima nelle Brigate Garibaldi e poi nelle formazioni monarchiche. Un'esperienza fondamentale, tanto che già nel 1946 egli scrive una serie di racconti, gli “Appunti partigiani”, dedicati “ A tutti i partigiani d'Italia. Morti e vivi”, mai pubblicati in vita e recuperati per puro caso molti anni dopo.



Su quattro piccoli taccuini, registri dei conti del padre che teneva casa e bottega a fianco della cattedrale, su fogli sormontati da un casellario che definisce data, carne, prezzo e importo, il giovane Fenoglio inizia il suo racconto della Resistenza che è prima di tutto descrizione di un paesaggio amato. “le Langhe del mio cuore – scrive Fenoglio nel primo capitolo – quelle che da Ceva a Santo Stefano Belbo, tra il Tanaro e la Bormida, nascondono e nutrono cinquemila partigiani e gli offrono posti unici per battagliarci, chi ne ha voglia. E suonano male a chi i partigiani li vuole morti ammazzati”.

Perchè è stata la Langa, antica terra madre, a proteggere i partigiani e a sconfiggere i nazifascisti:

“Loro – scrive in un passo bellissimo degli “Appunti” - avevano ammazzato, più borghesi che partigiani, avevano fatto falò di cascine, e razziato, avevano sforzato donne, intruppati uomini e preti perchè gli portassero le cassette delle munizioni e gli facessero scudo da noi. Erano venuti in tre divisioni, per setacciare tutto e tutti. Ma, chiedo perdono ai morti e alle loro famiglie, scusa a quelli che ci han perduta la casa e il bestiame, ma io credo che allora tedeschi e fascisti non si siano salvate le spese. Non fu abilità nostra, né che loro fossero tutte schiappe. Fu, con la sua terra, la sua pietra e il suo bosco, la Langa, la nostra grande madre Langa”.

E stato Calvino a notare come la Resistenza abbia rappresentato “la fusione tra paesaggio e persone" Non c'è espressione migliore che possa definire la guerra partigiana come la racconta Fenoglio. Una guerra feroce che nasce e si svolge tra i boschi, le colline, nei luoghi più nascosti di quella terra fra Tanaro e Bormida chiamata Langa. “Un mondo fatto per vivere in pace”, scrive ne “I ventitre giorni”, sconvolto dalla violenza cieca della guerra. Niella Belbo,Mombarcaro, San Benedetto Belbo, Mango, Murazzano, borghi senza tempo persi in un mare di colline, diventano testimoni e attori di una storia grande e terribile di ribellione e di riscatto.

In questo paesaggio si inseriscono le vicende dei partigiani ed in particolar modo l'esperienza del partigiano Johnny (alter ego dello scrittore). E' il grande romanzo incompiuto, pubblicato postumo nel 1968 (e in una nuova versione, forse definitiva, nel 2015) che racconta l'epopea partigiana di Johnny/Fenoglio dal suo ritorno a casa dopo l'8 settembre fino allo scontro di Valdivilla del 24 febbraio 1945.



Poco compreso ai suoi inizi letterari, duramente criticato da sinistra, Fenoglio fu accusato addirittura di aver denigrato la Resistenza, di averla raccontata in modo farsesco e poco eroico. Principale accusatore Davide Lajolo, allora direttore dell'edizione milanese de “l'Unità” che anni dopo riconoscerà il suo errore e farà ammenda scrivendo una biografia di Fenoglio, un sincero e fraterno omaggio allo scrittore rappresentato come un puritano, “un guerriero di Cromwell sulle colline delle Langhe”.

“Eravamo tra quelli – scrive Lajolo – che si sono adontati e non riconoscemmo in Fenoglio il cantore della Resistenza (…) ci diede l'impressione che non avesse capito né durante né dopo cos'era stata quell'unica guerra patriottica”.

Colpiva negativamente nella sua scrittura la assoluta mancanza di retorica resistenziale, quella retorica propagandistica, ammetterà Lajolo, retaggio del passato fascista e che Fenoglio non conosceva proprio per essersi formato negli anni delle parate e delle divise, da autodidatta nel piccolo mondo di Alba sui testi dei grandi classici inglesi, Shakespeare e Milton soprattutto.

Per cui (e riprendiamo Lajolo) “Oggi, a distanza di anni, appare ancor più vera la Resistenza così come l'ha narrata Fenoglio perchè se fosse stata quale noi l'abbiamo descritta (…) non avrebbe potuto essere messa da parte dal ritorno conservatore del prefascismo, dall'arroganza antidemocratica di chi l'ha perseguitata e esclusa dalle scuole. (…) Anche in questa luce Fenoglio vide giusto e fu lo splendido cantore del nostro autentico risorgimento”.

Beppe Fenoglio muore di tumore all'Ospedale Molinette di Torino il 18 febbraio 1963. Non aveva ancora compiuto quarantuno anni. Con lui sparisce forse il più grande scrittore nel dopoguerra. Muore semplicemente, come semplicemente era vissuto. Il giorno prima di morire lascia scritto al fratello: “Funerale civile, di ultimo grado, domenica mattina, senza soste, fiori e discorsi”.

Sulla sua tomba vuole sia scritto: “Beppe Fenoglio. Partigiano e scrittore”




mercoledì 13 luglio 2016

venerdì 8 luglio 2016

Estate alle antiche mura


giovedì 7 luglio 2016

“Mercoledì d’arte da Donna Riccarda”.



Nuova iniziativa di eredibibliotecadonne in collaborazione con il ristorante sito in Darsena Donna Riccarda.

Partono la prossima settimana, mercoledì 13 luglio, i “Mercoledì d’arte da Donna Riccarda”.

Parteciperanno per questa estate 2016 cinque artiste già presenti alla mostra collettiva “Il Segno Femminile” che si è tenuta a giugno presso i locali dell’associazione Il Labirinto.

Le cinque personali avranno durata di due settimane ciascuna.

L’artista che inaugurerà il progetto sarà Rosanna La Spesa.

martedì 5 luglio 2016

Ocra e altre storie



OCRA E ALTRE STORIE
Autoproduzioni remote

Entr’acte
Via sant’Agnese 19R – Genova
6 luglio – 5 settembre 2016
Mercoledì – venerdì 16 – 19 (dal 6 al 15 luglio)
dal 16 luglio su appuntamento
inaugurazione: mercoledì 6 luglio 2016, ore 18

Gli anni Ottanta sono stati per la scena artistica genovese un periodo estremamente vivace. Agli autori affermatisi nel secondo dopoguerra, ancora pienamente attivi, al gruppo dei poeti visivi e allefigure maggiori emerse nel decennio precedente, si veniva ad aggiungere una nuova generazione di performers, pittori, videoartisti di inusitata qualità e ampiezza, che trovava aperture in alcune gallerie consolidate e in una sorta di circuito off, e - accompagnata da critici impegnati e dall’impegno militante di docenti universitari e della locale Accademia di Belle Arti - saliva alla ribalta nazionale.

In questo clima, ricco di iniziative e di dibattiti, sovente polemici, puntualmente descritta nel volume Genova in mostra: Anni Ottanta, di Sonia Braga (ed. Falsopiano, 2014), una funzione non secondaria è stata svolta da Ocra, una rivista non ufficiale, o meglio una sorta di fanzine, che si definiva “circolare sui problemi dell’arte”, edita fra il 1982 e il 1989 a cura di Sandro Ricaldone.

Accanto a ricerche e documenti sulle avanguardie del secondo Novecento (Cobra, Lettrismo, Nouveau Réalisme, Fluxus), Ocra registrava l’evolvere della situazione genovese anche attraverso alcuni numeri monografici dedicati ai giovani artisti e alle relazioni tra questi e gli altri attori (museo, istituzioni, gallerie, critica) operanti nel settore.

Ad Ocra si affiancava poi, fra il 1986 e il 1989, Tract, newsletter dell’Ufficio di ricerche e documentazione sull’immaginario, frattanto creato da Carlo Romano (storico animatore, con il fratello Mario, della Libreria Sileno) con la collaborazione di Giuliano Galletta e di Sandro Ricaldone.

In mostra, nello spazio di Entr’acte, le raccolte di Ocra e Tract e altri materiali relativi a esposizioni e ad altre iniziative coeve, in vario modo connesse alle pubblicazioni od alle attività dell’Ufficio di ricerche e documentazione sull’immaginario.

sabato 2 luglio 2016

Sciarada, una voce arcana



Il profondo messaggio dell'enigma che risale agli albori del pensiero

Raffaele K. Salinari

Sciarada, una voce arcana

Proviamo a chiederci come mai, in quest’epoca di smartphone e video virali, di notizie in tempo reale e multimedialità imperante, il settimanale più venduto in Italia resta La Settimana Enigmistica. Chi di noi non ha messo alla prova il suo acume almeno una volta attraverso la Pagina della Sfinge cercando di risolvere una sciarada ad enigmi collegati? Oggi, ad uno sguardo superficiale, può sembrare un banale passatempo da pendolari; ma perché dai quei quadratini neri tra una parola e l’altra di un semplice cruciverba emana ancora un affascino che ci trattiene sulle pagine con la forza di un incantesimo: da dove viene questo potere? Forse dagli albori del pensiero, quando la soluzione dell’enigma portava un messaggio drammaticamente profondo, abissale.

La morte di Omero

Una storia tra le più antiche, ripresa anche da Aristotele, ci narra le circostanze della morte di Omero, il più sapiente tra gli uomini, come dice Eraclito di Efeso. Sappiamo che il cantore dell’Iliade morì nell’isola materna di Io «di scoramento» per non essere stato in grado di interpretare la risposta che alcuni giovani pescatori avevano dato alla sua domanda su cosa avessero preso; quelli, non avendo preso alcun pesce, ma intenti a spidocchiarsi, così risposero: “Ciò che abbiamo preso lo abbiamo gettato e ciò che non abbiamo preso lo portiamo con noi”. Essi si riferivano ai pidocchi di cui si erano appena liberati e a quelli che ancora li tormentavano, ma Omero, non riuscendo a capirlo, morì.

Molti secoli dopo, durante la Seconda Guerra mondiale, i Nazisti concepirono una machina che cifrava le loro comunicazioni e la chiamarono con lo stesso nome di ciò che aveva determinato la morte di Omero: Enigma; lo stesso nome per la stessa essenza: qualcosa che evoca l’oscuro, l’ambiguo, a volte lo spaventoso, il malevolo, il perturbante, ma soprattutto, alla sua scaturigine, il divino.

E allora, come nasce l’enigma? Da dove prende la sua natura? Per rispondere a queste domande dobbiamo risalire il tempo sino a quando la comunicazione tra gli dei e gli uomini era ancora possibile, prima delle nozze di Cadmo ed Armonia, l’ultima volta che le due razze si incontrarono convivialmente sulla terra.



Enigma e sapienza

L’epilogo esiziale dell’episodio omerico può sembrare eccessivo ma, come fa notare Giorgio Colli nel suo La nascita della filosofia, l’enigma è legato direttamente alla nascita della sapienza.

Omero, infatti, è ancora un sapiente, non un semplice filosofo «amico della verità», della aletheia, cioè letteralmente di «ciò che non è nascosto», ma un conoscitore della sofia, delle cose ultime, di «quelle cose» come le definisce il canto orfico di Pindaro: «Felice chi entra sotto terra dopo aver visto quelle cose: conosce la fine della vita, conosce anche il principio dato da Zeus». Il punto dunque è questo: perché egli muore «di scoramento» per non aver risolto l’enigma? Perché al tempo mitico del poeta l’enigma non era ancora diventato solo una forma di contesa tra uomini di cultura, una sfida tra due pensatori che, com’era costume nell’antica Grecia, facevano del dominio del logos la più alta forma della potenza umana.

In illo tempore l’enigma, in altre parole, non si era ancora secolarizzato, cioè non aveva perso quella carica sacrale che possedeva in origine e mercé la quale era nato. Il cantore cieco, abbiamo detto, era un sapiente – anche la sua cecità mantica, come quella di Tiresia e poi di Edipo, ce lo conferma -, cioè in grado di scrutare, con gli occhi chiusi sul mondo dei fenomeni, la trama invisibile che gli dei tessono attorno alle cose per unirle tra di loro attraverso una mistica armonia, insensibile ai più, ma chiaramente udibile dal saggio.

Ed è propriamente la natura di questa trama nascosta, «più forte di quella manifesta», come ci ricorda Eraclito, che il sapiente originariamente ricerca, nella quale egli vuole essere immerso totalmente; non pensarla semplicemente come altro da sé, un oggetto del pensiero- come filosofia insomma – ma come stato ontico del suo esserci nel mondo. Ecco perché, come ci ricorda anche Platone nelle cui parole risuona la nostalgia per il tempo della saggezza rispetto a quello della filosofia, questa è già una sconfitta, un livello inferiore di conoscenza, mediata e dunque non più autentica, delle cose ultime.

Per Omero, allora, non risolvere l’enigma era una condanna a morte come quella in cui incorrevano i tebani prima che Edipo svelasse quello della Sfinge.

La risposta all’enigma come ricerca della ragione dell’esistenza risale dunque agli albori della relazione tra gli uomini e gli dei dell’antichità Grecia, alle sue radici sciamaniche; al tempo di Empedocle e Talete, quando la parola divina poteva ancora trasmettere agli umani una traccia del mistero della vita. E questa comunicazione aveva una forma oscura, ambigua, come lo sono gli dei e le loro verità; era veicolata da un sintagma non immediatamente intelligibile dal pensiero: una frase enigmatica.

Aristotele cerca di darne una definizione: “Il concetto dell’enigma è questo: dire cose reali collegando cose impossibili”. Ora, dato che per Aristotele – il filosofo del terzo escluso e del principio di identità sui quali si basa tutta la logica occidentale – collegare due cose impossibili significa formulare una contraddizione, la sua definizione designa qualcosa di apparentemente aporetico che, invece, contiene un concetto coerente. E a questo punto che Aristotele introduce la metafora dato che, per collegare cose in apparenza contraddittorie, non bisogna intenderle nel loro significato letterale ma trasportarle oltre questo, cioè metaforizzarle. Anche l’uso della metafora dunque, chiosa Colli, sarebbe connesso all’origine della sapienza.

E allora, prima che l’enigma divenisse una contesa tra uomini di cultura o, come ai nostri giorni, un semplice gioco di società o un esercizio mentale o il nome di una macchina cifrata, chi lo emetteva, e chi lo interpretava?



Apollo e Dioniso

Nel suo famoso saggio La nascita della Tragedia, Nietzsche attribuisce a Dioniso il ruolo di divinità capace di dare agli uomini l’accesso alla saggezza attraverso l’ebbrezza estatica. Ma il dio epidemico, il dio che muore e rinasce, l’archetipo della vita indistruttibile, come lo definisce Kerényi, non è il solo a poter esercitare una simile ascendenza tra gli uomini, dato che il suo alter ego, Apollo, da sempre detiene il possesso della mantica, l’interpretazione degli enigmi attraverso cui il dio si esprime nel santuario di Delfi.

L’enigma, o meglio la sua forma spaziale, nasce però con Dioniso, e ben cinque secoli prima che il culto di Apollo sia introdotto a Delfi: nella mitica Creta dagli stupendi palazzi senza mura, troviamo già scritto, su una tavoletta di argilla, il nome di Arianna, la «signora del labirinto». La figura di Dioniso è legata a questa prima manifestazione divina di cui abbiamo una testimonianza arcaica. Ariadne, da ari molto, e adnós sacro, puro, la «molto sacra» dunque, è al tempo stesso carnefice e vittima di Dioniso, ma anche sua sposa e liberatrice, donna e dea. Una serie di ruoli che ce la tramandano come l’epitome stessa dell’enigma. «Chi sa cosa è Arianna»? si chiedeva giustamente Nietzsche, ponendo così una domanda che riassume tutto il mistero di questo archetipo delle relazioni tra enigma e conoscenza.

Il mito del labirinto è noto, almeno nella sua forma aneddotica. Ma cosa ci narra il mitologema, cioè il cuore simbolico del racconto, pur nelle sue infinite varianti, a proposito della saggezza e dei suoi enigmi? Qui siamo di fronte alla manifestazione del divino nelle sue forme più possenti e spaventose, arcaiche, di fronte al Dioniso cretese, figlio, paredro e vittima della Grande Dea minoica: Arianna stessa.

Il suo messaggio di saggezza all’umanità e annichilente, com’era guardare senza schermarsi gli occhi la luminosità del divino, o sporgersi nell’estasi verso il vortice in cui gorgoglia la Zoé, l’esistenza senza caratterizzazione alcuna. E questa esistenza primigenia, fonte di ogni saggezza, agli occhi dell’umanità assume una forma simbolica precisa ed al tempo stessa indefinita: il labirinto. Umberto Eco, cui tra le altre cose dobbiamo la brillante introduzione al libro di Paolo Santarcangeli sui labirinti, sostiene che un labirinto è «un luogo in cui è facile entrare ma è difficile uscire».

E dunque, prima di tutto, è la forma stessa del labirinto che ci segnala un enigma sotto forma di costruzione, non solo fisica ma della mente. Platone, nell’Eutidemo, per ricordarci questa analogia tra dentro e fuori, usa l’espressione «gettati in un labirinto», proprio per attestare l’inestricabile complessità dell’esistenza. E poi il Minotauro, metà uomo e metà toro, col corpo coperto di stelle – Asterios, come si chiamava – non esprime forse la confluenza tra il bestiale ed il divino, tra il razionale e l’irrazionale? Non è dunque l’epitome dell’umano? Schopenhauer scioglie così il significato enigmatico del mito: attraverso la ragione – simboleggiata dal filo di Arianna – si raggiunge la conoscenza della condizione umana – la vita del Minotauro – e della via per sconfiggere il dolore: la morte del bestiale figlio di Pasifae come metafora della liberazione dalla condizione di sofferenza. Questa è la saggezza che ci trasmettono gli dei attraverso il tortuoso percorso del labirinto. Non a caso è Schopenhauer a dircelo, il filosofo più vicino al pensiero dell’Oriente: nelle Upanishad troviamo, infatti, questa frase: “Perché gli dei amano l’enigma, e ad essi ripugna ciò che è manifesto”. Lo stesso concetto lo ritroveremo in Eraclito.

La figura di Dioniso cretese è dunque spietata nel suo messaggio: sarà il suo amico Sileno a rammentare a Creso che la somma saggezza consiste nel non essere mai nati o nel morire giovanissimi. Col passaggio alla classicità Greca il dio diventerà più amico degli umani, si trasformerà nell’ispiratore di quella figura a metà tra apollineo e dionisiaco che è Orfeo, nei cui Misteri l‘enigma delle cose ultime verrà svelato agli iniziati pur restando ineffabile. Il suo oracolo, presso l’isola di Lesbo, dove la testa mantica del poeta era stata trasportata dalle onde del mare Egeo, gli eroi greci erano andati a chiedere responsi prima di partire per la guerra di Troia.

E così, inevitabilmente, quando si indagano le relazioni tra enigma e saggezza, non si può che arrivare ad Apollo, «il signore il cui oracolo è a Delfi» e che, come afferma Eraclito, «non afferma né smentisce ma allude». Ed è Apollo stesso che parla per bocca della Pizia, dicendo «cose senza riso, né ornamento, né unguento». E pure, Apollo, come Dioniso, quando esprime le sue sentenze è oscuro ed a volte crudele, ambiguo, come le frecce del suo arco che uccidono da lontano, come l’esistenza stessa degli dei creati dagli uomini.



Ma, e qui sta l’arcano, l’oracolo che emette la Sibilla non è intelligibile da chi lo pronuncia: non è la Pizia che può interpretare le parola del dio, ma il veggente, il saggio. Ecco dunque il nesso primario tra saggezza ed enigma: solo il sapiente è in grado di sciogliere l’enigmatica sentenza oracolare, e spesso questo può significare vita o morte. Pensiamo alla Sfinge ed ad Edipo. Mandata sulla terra dagli dei per mettere alla prova la conoscenza degli uomini, solo chi rispondeva all’enigma si salvava: in altre parole solo chi penetrava la trama nascosta ed obliqua delle cose divine aveva il diritto di vivere.

Dice Gregory Bateson: “All’enigma della Sfinge ho dedicato cinquant’anni della mia vita di antropologo. È di importanza primaria che la nostra risposta sia in armonia col modo in cui gestiamo la nostra civiltà e ciò dovrebbe a sua volta essere in armonia con il funzionamento effettivo dei sistemi viventi […].

Inoltre le nostre idee su come rispondere all’enigma della Sfinge sono oggi in uno stato fluido. Ciò che noi crediamo di essere, dovrebbe essere compatibile con ciò che crediamo del mondo intorno a noi”.

L’enigma diviene così, per l’uomo contemporaneo, un sorta di specchio attraverso il quale egli cerca di svelare la sua propria enigmatica natura: ma non era forse questo lo scopo della domanda oracolare dell’antichità? Chi aspira alla “normalità” non è forse già fuori dalla comprensione dell’esistenza? Riverberando queste antiche reminiscenze alcune sensibilità si sono servite dell’analogia tra enigma e spirito del tempo per esplorare i lati oscuri della modernità. Un esempio lo troviamo in Walter Benjamin che, quasi descrivendo se stesso, ci regala l’immagine di un uomo che «sul punto di attraversare la soglia della scomparsa storica, già ombra, risponde un’ultima volta al richiamo della sua enigmatica identità, prima di tuffarsi là dove nessuno più lo aspetta»: è il gesto di un’avanguardia disperata, l’abbandono di un essere nel mondo del quale rifiuta i contorni, le determinanti fondamentali.

L’affermazione di Benjamin esprime così tutta la sua valenza profetica: emette il suo oracolo perché l’idea, lungi dall’essere la deriva di un singolo, dichiara invero l’oscuramento del mistero, ci consegna il fato di un enigma divino oramai inintelligibile perché nascosto sia dalla luce abbagliante della razionalità, cifra della modernità, sia dalla visione teologica di matrice giudaico-cristiana. San Paolo, il fondatore della teologia politica, sancì questa impossibilità a cogliere la divinità attingendo all’enigma, affermando che si poteva contemplare Dio solo per speculum in aenigmate, cioè come semplice riflesso fideistico nelle verità ultime.



Enigma e La Settimana enigmistica

E così, non solo la nascita della filosofia vera e propria, ed il suo impetuoso sviluppo nella classicità Greca, ma il regno dell’Evo giudaico-cristiano, di fatto sviliscono la portata sacra e terribile dell’enigma come voce del dio e lo riducono a competizione tra intellettuali che, non più come Omero, sono disposti a perdere una contesa dialettica ma non certo la vita.

«Così la neve al sol si disigilla, così al vento ne le foglie levi, si perdea la sentenza di Sibilla», dice Dante nel canto XXXIII del Paradiso.

In epoca ellenistica, così come romana, si interrogavano ancora gli oracoli, sparsi per tutta la Magna Grecia ed in Italia: i Libri Sibillini ad esempio, erano una raccolte di oracoli, ma ridotti a semplici profezie o come regole di comportamento e fonte giuridica divina, come nel caso del primo Diritto romano, non come porta verso la saggezza. Poi, con l’era Cristiana, solo alcune Sibille itineranti vennero ascoltate più per tradizione popolare che per genuino ascolto della voce degli dei, dato che al panteon greco-romano si era da tempo sostituito l’unico vero Dio.

Solo nei libri alchemici, per espressa necessità degli adepti, l’enigma permane ad occultare le verità esoteriche agli occhi dei profani. Come ci ricorda Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim, considerato il principe degli alchimisti del XIV secolo, miracolosamente sfuggito all’Inquisizione: “Nessuno deve adirarsi se abbiamo dovuto nascondere la verità delle scienza sotto l’ambiguità degli enigmi, In realtà non l’abbiamo nascosta ai sapienti ma agli spiriti malvagi”.

Ma, proprio per questo ritirarsi dell’enigma come voce della natura superiore, prosegue la sua secolarizzazione. Agli inizi del ‘600 Giulio Cesare Croce, l’autore di Bertoldo e Bertoldino scrive due libri di enigmi: Notte sollazzevole di cento enigmi da indovinare, aggiuntovi altri sette sonetti del medesimo genere con le loro dichiarazioni nel fine (Bologna, 1594) e Seconda notte sollazzevole di cento enigmi da indovinare (Bologna, 1601). Nella seconda metà del ‘700 in Francia nasce la charade, indovinello la cui soluzione è composto da più enigmi concatenati, come nella trama dell’omonimo film di Alfred Hitchcock, con Cary Grant e Audrey Hepburn.

Nonostante quest’ultima filiazione: dalle parole oscure della divinità ad una intelligenza totalmente prodotta dall’uomo, l’enigma scivola verso i giochi di parole, oramai confinati nella pagina della Sfinge nella Settimana Enigmistica il settimanale, fondato negli anni ‘30 da Giorgio Sisini, più venduto in Italia. Eppure, al netto delle sue tante imitazioni, forse l’unica produzione di massa in cui si può ritrovare ogni giovedì, ora anche in rete, una lontanissima eco della temibile voce degli dei, rivivere a distanza di millenni il confronto tra Edipo e la Sfinge. Qualcosa, ombra nell’ombra di «quelle cose», ci affascina ora come allora con la sua oscura presenza. Nel profondo della nostra sensibilità desacralizzata la scintilla della saggezza che viene dal divino brilla sempre, attizzata seppur debolmente dal mistero che emana ancora da questi pallidi indovinelli.

Il Manifesto – 25 giugno 2016