lunedì 31 luglio 2017

Itinerari di ricerca


venerdì 28 luglio 2017

A Cosio una giornata per festeggiare i 60 anni del Situazionismo

    Cosio d'Arroscia 1957. Debord e Simondo

Stefano Pezzini

A Cosio una giornata per festeggiare i 60 anni del Situazionismo

A sessant’anni dalla fondazione dell’Internazionale Situazionista, Cosio d’Arroscia ricorda uno dei suoi cittadini più illustri, Piero Simondo, inaugurando lo Spazio Simondo, nell’intento di restituire la più ampia visibilità al lavoro di un protagonista instancabile del secondo Novecento. Lo farà sabato 29 luglio con il “Non Convegno” presso la Sala Consiliare del Comune di Cosio dove, fra l’altro, verrà presentato il libro di Giorgio Amico “Guy Debord e la società spettacolare di massa”.

Alle 15:30, nella cornice dell’Oratorio dell’Assunta, verrà ripercorsa l’opera di Piero Simondo in un Convegno intitolato “Un Percorso partito da Cosio”: interverranno Sandro Ricaldone e Donatella Alfonso, che presenterà il suo ultimo libro “Un’imprevedibile situazione”, dedicato appunto a quei giorni frenetici del luglio 1957 in cui nacque a Cosio l’Internazionale Situazionista.

     Cosio d'Arroscia 1957. Michèle Bernstein

Era il 28 luglio del 1957 quando, a Cosio d’Arroscia, sulle Alpi Marittime liguri, nella casa di un giovane pittore e della moglie, sposati da poco, arrivano una coppia di intellettuali francesi e un artista inglese che fotografa tutti, un visionario artista danese, la figlia della più famosa collezionista d’arte americana, un musicista geniale che fa preoccupare la mamma e un farmacista che si è fatto teorico dell’arte. In quei pochi giorni nasce, e in un certo senso già deflagra, quella provocazione artistica e culturale che sarà l’Internazionale Situazionista.

I protagonisti di quei giorni (la leggenda vuole che una volta a Costo d’Arroscia, provenienti da Albissola, allora la “piccola Atene”, l’automobile rimase senza benzina, quindi Cosio fu quasi una tappa obbligata) si chiamano Guy Debord e Michèle Bernstein, Asger Jorn e Pinot Gallizio, Pegeen Guggenheim e Ralph Rumney, Walter Olmo. Saranno tutti ospiti di Piero e Elena Simondo e tutti protagonisti della stagione artistica di Albissola e della sua ceramica. Tutti a costruire una rivoluzione sotterranea che ha infiammato le strade del Sessantotto e la polemica culturale, si è nascosta ma cova ancora.


“E sono le foto, adesso, a tramandare questa storia alla gente del paese che si chiama Cosio, lassù sulle Alpi Marittime dove il mare di Liguria lo senti quando arriva una folata di vento, ma subito sopra c’è la neve e, se ti giri a sinistra, sai che c’è la Francia. La gente: quella che è rimasta insomma, perché quassù la nebbia arriva anche a giugno e il mare è lontano persino per i tedeschi. La gente allora si rende conto che quel gruppetto di pazzi amici di Piero, lui sì amico di tutti, lui sì del paese, non erano venuti lì per una baldoria, ma per un’avventura che poteva nascere solo così, perché se sei lettrista o psicogeografico o immaginista, se hai vent’anni o anche se non li hai più, ma sai che l’idea più urgente è quella di cambiare il mondo, ecco che sei chiamato a inventare una cosa sola: l’Internazionale Situazionista”, scrive nella prefazione al suo libro Donatella Alfonso “Un’imprevedibile situazione Arte, vino, ribellione: nasce il Situazionismo”, edito dal Melangolo.


Spiega invece Giorgio Amico, autore della biografia di Guy Debord, uno dei fondatori dell’Internazionale Situazionista: “Si tratta della prima biografia che appare in Italia sul personaggio centrale del movimento situazionista. Il libro, fondato sull’analisi sistematica delle opere ma soprattutto degli 8 volumi della corrispondenza di Debord, ricostruisce nei particolari il percorso che partendo dalla Cannes degli anni ’40 (dove Debord allora vive) arriva alla fondazione dell’Internazionale situazionista a Cosio nel 1957 e culmina poi nel Maggio francese.

L’ultima parte tratta del periodo post-situazionista fino al suicidio del 1994. Si tratta di una storia soprattutto politica. Debord fin dagli inizi vuole rivoluzionare il mondo, l’arte gli interessa solo come mezzo. E infatti dal 1962 l’Internazionale situazionista è un movimento a tutti gli effetti politico. Questo contrasto tra artisti e politici che connota l’intero periodo iniziale (1957-1962) è stato finora poco trattato. Il libro vuole colmare questa lacuna oltre che far conoscere meglio il personaggio Debord di cui in Italia si sa veramente molto poco. Non esisteva una sua biografia mentre numerosissimi sono gli scritti sul suo cinema”.


http://liguriaedintorni.it/a-cosio-una-giornata-per-festeggiare-i-60-anni-del-situazionismo/

Alla vigilia della conferenza di Cosio, il Rapporto sulla costruzione delle situazioni


Ultima puntata del nostro sintetico viaggio alla scoperta dell'Internazionale situazionista. La conferenza di Cosio, presentata spesso come un semplice incontro di artisti, fu invece per Debord un'operazione squisitamente politica. Di qui il contrasto con gli italiani e l' espulsione di Simondo, Verrone e Olmo a pochi mesi dalla fondazione dell'Internazionale. E domani tutti a Cosio per i 60 anni di un evento che ancora oggi mantiene intatta la sua attualità.

Giorgio Amico

Alla vigilia della conferenza di Cosio, il Rapporto sulla costruzione delle situazioni


All'inizio dell'estate 1957 dopo quasi un anno di lavoro in comune con gli italiani Debord ritiene che sia giunto il momento di accelerare il processo di unificazione fra l'Internazionale lettrista e il MIBI. In un articolo, apparso sul numero 28 di Potlatch, egli definisce con grande lucidità finalità e modi della fusione con il gruppo di Alba. Del tutto consapevole dello scarso peso del suo gruppo, Guy delinea uno scenario che assomiglia più ad un'operazione entrista che ad una fusione fra due movimenti di pari importanza:

«L'allargamento delle nostre forze, la possibilità e la necessità di una vera azione internazionale devono condurci a cambiare profondamente la nostra tattica. Dobbiamo impadronirci della cultura moderna, per utilizzarla per i nostri scopi, e non condurre più un'opposizione esterna fondata sul solo sviluppo futuro dei nostri problemi. [...] La tendenza di Potlatch deve accettare, se necessario, una posizione minoritaria all'interno della nuova organizzazione internazionale, per permetterne l'unificazione».

Debord è consapevole che il piccolo gruppo lettrista rischia di annullarsi all'interno di un movimento più ampio composto prevalentemente da pittori e ridursi così ad una mera avanguardia artistica al servizio degli ultimi frammenti dell'estetica moderna, ma sa anche il rischio va corso se si vuole avere i mezzi, prima di tutto economici, necessari a svolgere quel ruolo rivoluzionario che egli ritiene essere ormai pienamente alla portata dei lettristi internazionalisti:

«É certo che la decisione di servirsi, dal punto di vista economico così dal quello costruttivo, di frammenti arretrati dell'estetica moderna comporta gravi pericoli di decomposizione. Degli amici si inquietano, per citare un caso preciso, per l'improvvisa predominanza numerica di pittori, di cui giudicano la produzione fortemente insignificante e i legami con il mercato dell'arte indissolubili. [Ma] dobbiamo correre il rischio di una regressione; tendere a superare al più presto possibile le contraddizioni della frase presente approfondendo una teoria d'insieme, e pervenendo a delle esperienze i cui risultati siano indiscutibili».

Dunque nel momento stesso in cui accelera il processo di unificazione, Debord pare non contare troppo sugli «italiani», ad eccezione di Jorn e forse di Simondo con cui ha in quel periodo una intensa interlocuzione, ma allo stesso tempo non voler forzare la situazione. La fase è ancora quella della raccolta delle forze. In quest'ottica la fusione con il MIBI ha una valenza prevalentemente tattica, occorre utilizzare ogni mezzo, anche artistico, utile a costruire un'alternativa rivoluzionaria alla cultura dominante e a questo scopo il «Fronte» con gli italiani va bene. Proprio l'accettazione dei limiti dell'operazione comporta però la necessità di definirne con chiarezza le linee strategiche di fondo. Perchè come Debord, buon conoscitore della storia militare, sa bene, non può darsi tattica al di fuori di una strategia, pena il cadere in un tatticismo inconcludente e contradditorio.


Nel giugno 1957 Debord pubblica un Rapporto sulla costruzione delle situazioni e sulle condizioni dell'organizzazione e dell'azione della tendenza situazionista internazionale, come documento preparatorio della conferenza d'unificazione dei gruppi che già avevano partecipato al Congresso di Alba e base strategica dell'intera operazione. L'inizio è una dichiarazione d'intenti folgorante:

«Noi pensiamo per prima cosa che si debba cambiare il mondo. Noi vogliamo il cambiamento più libertario della società e della vita in cui ci troviamo imprigionati. Noi sappiamo che questo cambiamento è possibile per mezzo di azioni appropriate».

Segue un bilancio della situazione delle avanguardie che riecheggia toni trotskisteggianti:

«La nostra epoca è caratterizzata fondamentalmente dal ritardo dell'azione politica rivoluzionaria sullo sviluppo di possibilità moderne di produzione, che esigono un'organizzazione superiore del mondo […] Tuttavia l'azione del movimento operaio internazionale da cui dipende il rovesciamento preliminare dell'infrastruttura economica dello sfruttamento, non è arrivato che a dei parziali successi locali. Il capitalismo […] si appoggia sulla degenerazione delle direzioni operaie; irretisce per mezzo di diverse tattiche riformiste, le opposizioni di classe».

La perpetuazione del sistema di dominio borghese avviene prima di tutto sul terreno dell'ideologia, attraverso la «banalizzazione» della cultura operata dai mezzi di comunicazione di massa. Ne deriva la centralità della lotta culturale, ma per evitare il recupero da parte del potere delle «scoperte sovversive», sempre possibile come dimostra la parabola del movimento surrealista, occorre elaborare un nuovo tipo di avanguardia che sia al tempo stesso superamento del concetto stesso di avanguardia come realtà separata. Ciò può avvenire solo con il passaggio aperto dalla critica dell'arte alla critica dell'ideologia e della politica:

«La nozione stessa di avanguardia collettiva, con l'aspetto militante che essa implica, è un prodotto recente delle condizioni storiche che comportano allo stesso tempo la necessità di un programma coerente nella cultura, e la necessità di lottare contro le forze che impediscono lo sviluppo di questo programma. Tali raggruppamenti sono condotti a trasporre nella loro sfera di attività metodi d'organizzazione creati dalla politica rivoluzionaria, e la loro azione non può più ormai concepirsi al di fuori di una critica della politica».

Il pensiero dominante è ovunque in piena decomposizione, nell'Ovest capitalista, come nell'URSS e negli Stati “operai”:

«Il pensiero borghese perso nella confusione sistematica, il pensiero marxista profondamente alterato negli Stati operai, il conservatorismo regna all'est e all'Ovest, principalmente nel dominio della cultura e dei costumi».

Eppure, nonostante questo, «il riflusso del movimento rivoluzionario mondiale, che si manifesta qualche anno dopo il 1920 e che si andava ad accentuare fino all'inizio degli anni Cinquanta, è seguito, con uno scarto di cinque o sei anni, dal riflusso dei movimenti che hanno cercato di affermare delle novità liberatorie nella cultura e nella vita quotidiana».


In questa situazione alcune esperienze, seppur limitatamente, hanno tentato di fare argine alla decomposizione e garantito una continuità di iniziativa: l'Internazionale degli artisti sperimentali-Cobra nell'Europa del 1949-1951, il Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista in Italia, l'attività di Bertolt Brecht a Berlino con la sua rimessa in questione della nozione stessa di spettacolo, e, naturalmente, l'Internazionale lettrista in Francia. Debord passa poi a definire gli elementi costitutivi di una opposizione «provvisoria» che andrà concretamente costruita mediante l'azione «collettiva» e «disciplinata» dei partecipanti al nuovo raggruppamento internazionale che si va a costituire. Centrale nella sua proposta è il passaggio dal rifiuto all'utilizzo tattico della cultura moderna:

«Si deve intraprendere immediatamente un lavoro collettivo organizzato, tendente ad un impiego unitario di tutti i mezzi di rovesciamento della vita quotidiana […] Dobbiamo costruire degli ambienti nuovi che siano insieme prodotto e strumento di comportamenti nuovi. Per farlo, occorre utilizzare empiricamente, all'inizio, le iniziative quotidiane e le forme culturali che esistono attualmente […] Non dobbiamo rifiutare la cultura moderna, ma impadronircene, per negarla».

Egli auspica la creazione di situazioni, definite come la costruzione concreta di momentanei ambienti di vita e la loro trasformazione in momenti di una qualità passionale superiore. Le situazioni sono l’opposto dello spettacolo, la forma di vita alienata e passiva propria della società capitalistica nello stadio della decomposizione. Gli strumenti pratici di questa azione sono la deriva, la psicogeografia e soprattutto l'urbanismo unitario, inteso come utilizzo integrato di tutte le arti e le tecniche. Dal 1957 al 1962 l'intera prima fase di vita dell'IS sarà incentrata su questo punto che è considerato il cuore stesso della teorizzazione del superamento dell'arte: «L'arte integrale, di cui si è tanto parlato, non potrà che realizzarsi a livello dell'urbanismo» annuncia il Rapporto.

Questo impegno, richiede organizzazione e disciplina, e il superamento di ogni settarismo. Ciò significa che «si deve esigere un accordo completo dalle persone e dei gruppi che partecipano a questa azione unita» e che il programma deve essere definito «collettivamente» e realizzato «in modo disciplinato».

Il Rapporto si chiude con un’esortazione ad un agire in comune pienamente organico. Debord è tuttavia consapevole delle difficoltà insite nell'impresa, della possibilità che procedendo in avanti si arrivi comunque a nuove rotture. Una visione realistica che non manca, tuttavia, di una forte carica utopica che in molti punti cita apertamente il giovane Marx:

«Dobbiamo avanzare le parole d'ordine dell'urbanismo unitario, dei comportamenti sperimentali, della propaganda iper-politica, della costruzione di ambienti. Si è abbastanza interpretato le passioni: si tratta ora di trovarne altre».

Esplicito il richiamo al Marx della celebre XI tesi su Feuerbach: «I filosofi hanno finora interpretato diversamente il mondo, si tratta ora di cambiarlo». Qualche anno più tardi tuttavia Debord considererà il Rapporto «indebolito da un certo schematismo e soprattutto da un'insufficiente analisi politica».


(Da: Giorgio Amico, Guy Debord e la società spettacolare , Massari Editore, 2017)

giovedì 27 luglio 2017

Guy Debord- Asgern Jorn: un incontro all'origine dell'Internazionale situazionista


Terza puntata del nostro mini viaggio alla scoperta dell'Internazionale situazionista. Oggi parliamo dell'incontro fra Asger Jorn e Guy Debord.

Giorgio Amico

Guy Debord- Asgern Jorn: un incontro all'origine dell'Internazionale situazionista

Jorn viene a conoscenza dell'esistenza dell' Internazionale lettrista grazie alla lettura del terzo numero di Potlatch che gli è stato passato dal pittore Enrico Baj che a sua volta lo ha ricevuto direttamente da Debord. Il bollettino gli pare subito interessante, anche se molto confuso, ma ciò che colpisce di più Jorn è l'assonanza fra le sue idee antifunzionaliste e le tesi lettriste:

«Potlatch è interessantissimo, ma assai confuso. Occorre mettersi in contatto con loro... è sorprendente come siamo sulla stessa linea. […] Il lettrismo letterario corrisponde nettamente con la ricerca del segno in pittura, poi una concezione artistica nuova basata sull'incontro immediato tra la soggettività e il mondo obiettivo. Si deve cercare se possibile, di trovare un legame fra questi due movimenti internazionali, il nostro e il loro […] Bisogna assolutamente che noi pubblichiamo i loro testi sull'architettura […] credo che abbiamo trovato qualcosa di importante».


Trattando dell'incontro fra i lettristi e Jorn, Kaufmann, che pur ne rileva l'importanza per la nascita futura dell'Internazionale situazionista, parla di fatto sostanzialmente casuale e aleatorio. In realtà è da quando ha fondato il MIBI e si è collegato ai nucleari che l'artista danese lavora alla costruzione di un più vasto raggruppamento internazionale. Si comprende dunque come la scoperta dell'esistenza a Parigi di un gruppo d'avanguardia su posizioni molto simili alle sue spinga Jorn a cercare immediatamente un contatto. Da Albisola, dove risiede, Jorn scrive a André-Frank Conord esponendo le sue posizioni e richiedendo informazioni sull'attività dell'Internazionale lettrista. Conord gira la lettera a Guy che non perde tempo: già il 16 novembre assieme a Michèle Bernstein scrive a Jorn. La lettera è formale ma anche molto calda:

«Caro Signore, la vostra lettera ci è stata trasmessa ieri da André-Frank Conord, assieme alla copia della risposta che vi ha inviato a titolo personale. Siamo felici di prendere conoscenza della vostra azione in una lotta che è anche la nostra. La necessità di sfruttare a fini passionali gli immensi poteri dell'architettura è una delle affermazioni basilari del nostro movimento. Al di fuori di ogni ambizione artistica, ciò che vogliamo stabilire, è una nuova forma di vita. Per questa impresa l'architettura (Bauhaus) è evidentemente il primo dei mezzi di cui dobbiamo servirci. Noi siamo giustamente uniti dall'idea che l'esistenza sia generalmente insignificante, ma che tocchi a noi costruire dei giochi essenziali. Noi finiremo sicuramente per avere ragione, in architettura come negli altri campi. Ameremmo ricevere i vostri bollettini. Dal canto nostro vi inviamo oggi stesso, con spedizione a parte, dei documenti recenti. Riceverete in futuro le nostre pubblicazioni. Siamo molto favorevoli a ogni forma di collaborazione che potremo mutualmente scambiarci e anche alla ricerca con voi di un programma comune. Crediate alla nosta viva simpatia».

E' l'inizio di una profonda amicizia e di una attiva collaborazione che porterà nello spazio di tre anni alla fondazione dell'Internazionale situazionista. Debord trova in Jorn un artista impegnato, ma soprattutto un marxista. Membro dagli anni Trenta del Partito comunista danese, attivo nella Francia del Fronte Popolare nelle campagne di solidarietà con la Repubblica spagnola, resistente contro l'occupazione nazista, Jorn è un comunista antistalinista, studioso attento dell'opera di Marx. Debord non è particolarmente interessato ad una collaborazione con Baj e i suoi compagni del movimento per un'arte nucleare, impegnati solo in campo artistico. Egli tuttavia ritiene che, nonostante i limiti degli italiani, occorra mantenere i contatti, perchè «il Movimento per un'architettura immaginista, a cui aderiscono, difende in architettura una posizione realmente moderna». Su questo terreno, considerato l'unico realmente rivoluzionario, esistono le condizioni per un accordo e una fattiva collaborazione.


Per rafforzare l'intesa appena raggiunta, Debord traduce in francese Immagine e forma, l'opuscolo che Jorn aveva pubblicato con l'aiuto di Baj nell'ottobre 1954. Qualche estratto esce sul numero 15 di Potlatch sotto il titolo Una architettura della vita. «Jorn ha voluto vederci dopo aver letto Potlatch – racconta Michèle Bernstein – É venuto all'Hotel de la Facultè. É stato subito amore». Il ricordo è sfuocato. Le date non corrispondono. Probabilmente Jorn e Debord si incontrano per la prima volta nel dicembre 1954 in occasione di un soggiorno di Jorn a Parigi. Lo afferma Bourseiller che però non porta alcun argomento a sostegno. La prima data certa è il 23 aprile 1955 quando Debord scrive al danese in merito ad un incontro e poi il mese di settembre, quando Jorn, dopo aver letto l'articolo Perchè il lettrismo?, apparso sul numero 22 di Potlatch, ricontatta Debord per riconfermare il suo appoggio e gli annuncia la sua intenzione di recarsi a Parigi per incontrare di persona i suoi nuovi compagni di lotta. «Arriverò a Parigi – scrive – verso la metà di ottobre e spero che questa volta riusciremo ad incontrarci per iniziare una discussione, che credo sarà fertile».

Come abbiamo visto, Jorn è convinto che il «programma letterario» lettrista corrisponda «esattamente» al programma artistico suo e di Baj. Debord lo è un po' meno, tanto che agli inizi del 1956 scrive a Trocchi che Jorn è «ancora ingombro di formulazione estetiche inutili» Anche la valutazione dell'incontro non è del tutto positiva:

«Asger Jorn è a Parigi. Egli insiste molto per collaborare con noi. È un uomo simpatico e intelligente. Ma ancora ingombro di qualche formulazione estetica inutile. Per cui le conversazioni che ho avuto con lui mi hanno profondamente annoiato; e al presente lascio i nostri amici continuare la discussione. Si vedrà ciò che si può fare».

Tra la fine del 1955 e l'inizio del 1956 il processo di avvicinamento dei due gruppi si accelera. Jorn fonda con Pinot Gallizio e Piero Simondo il Laboratorio sperimentale di Alba, contemporaneamente acquista un piccolo studio a Parigi, convinto che la partita decisiva si giochi soprattutto in Francia. Quanto a Debord, egli inizia a pensare ad iniziative comuni che vadano oltre il semplice scambio di materiali. Egli ha fin da subito ben chiaro che solo un rapporto organico con Jorn può permettere alla minuscola Internazionale lettrista di uscire definitivamente dall'ambito parigino ed assumere finalmente respiro europeo. Esiste, scrive compiaciuto a Wolman, «una marmaglia franco-belga-italiana che inizia ad amarci molto, a trovare che abbiamo dello spirito».


(Da: Giorgio Amico, Guy Debord e la società spettacolare di massa, Massari editore, 2017)

mercoledì 26 luglio 2017

Guy Debord nel caffè della gioventù perduta



Seconda tappa di avvicinamento alla giornata situazionista di Cosio d'Arroscia del 29 luglio. Oggi raccontiamo una pagina della vita del giovane Debord nella Parigi del 1951.

Giorgio Amico

Guy Debord nel caffè della gioventù perduta

Appena arrivato a parigi, il 16 ottobre Debord affitta una camera all'Hotel de la Facultè, in rue Racine, proprio nel cuore del Quartiere latino. Una sistemazione non proprio economica, la camera costa 14.000 franchi al mese, un prezzo proibitivo per uno studente, ma nel caso di Debord è la madre a coprire le spese. Da Cannes Paulette invia ogni mese al figlio 30.000 franchi, oltre a farsi carico delle sue necessità più minute. Per molto tempo dopo il suo arrivo a Parigi Guy invierà periodicamente per corriere la sua biancheria sporca alla nonna che gliela ritornerà per la stessa via lavata e stirata. Una bohème abbastanza confortevole, almeno per questo primo periodo , se paragonata alla condizione della maggioranza dei lettristi, veri marginali, costretti a vivere di espedienti e di piccoli furti.

Coerente con le tesi di Isou sul «sollevamento della gioventù» il movimento lettrista recluta dalla fine degli anni '40 dei giovani ribelli che rifiutano le convenzioni della vita borghese. Una gioventù marginale composta da artisti e intellettuali, ma anche da sottoproletari, immigrati nordafricani, minorenni scappate di casa, piccoli delinquenti e tossici. É questo l'ambiente in cui Debord si inserisce a Parigi e che, quasi alla fine della sua vita, rievocherà con nostalgia:

«Nel quartiere di perdizione dove giunse la mia giovinezza, come per completare la sua istruzione, si sarebbe detto che si erano dati convegno i segni precursori di un prossimo crollo dell'intero edificio della civiltà. Vi si incontravano in permanenza della gente che non poteva essere definita se non negativamente, per la buona ragione che non aveva alcun mestiere, non attendeva ad alcuno studio, e non esercitava alcuna arte. […] Questo ambiente di imprenditori di demolizioni, più nettamente di quanto avessero fatto i loro predecessori delle ultime due o tre generazioni, si era allora mischiato assai strettamente alle classi pericolose. Vivendo con loro, si fa in larga misura la loro vita. Ne restano evidentemente delle tracce durevoli. Più di metà di coloro che, nel corso degli anni ho conosciuto aveva soggiornato, una o varie volte, nelle prigioni di diversi Paesi; molti, certo, per ragioni politiche, la maggior parte tuttavia per reati o crimini di diritto comune. Ho quindi conosciuto soprattutto i ribelli e i poveri. Ho visto attorno a me, in gran quantità, gente che moriva giovane, e non sempre di suicidio, comunque frequente».



Questa identificazione con la piccola criminalità permette a Debord di demarcarsi ulteriormente dal suo passato di borghese agiato. Tutto ciò che è illegale l'attira: la droga, l'abuso di alcol, le ragazze minorenni, i piccoli delinquenti, le case di correzione, la prigione. Il tutto presentato come una reazione al processo irreversibile di decadenza della società, declamato come il manifesto programmatico di una generazione: «L'universo sta esplodendo. Andiamo da un bar all'altro offrendo a ragazzine fragili la mano come gli stupefacenti di cui naturalmente abusiamo».

Installatosi a Parigi Debord scopre Saint-Germain-des-Prés, il luogo di ritrovo dei giovani lettristi che si riuniscono in alcuni piccoli locali equivoci del quartiere, evitando con cura le zone alla moda, come i famosi caffè Flore e Deux Magots, frequentate dagli esistenzialisti:

« Per noi il quartiere finiva grosso modo davanti alla statua di Diderot. Lì davanti c'era un bistrot che si chiamava il Saint-Claude... Un poco avanti la rue de Rennes. Si imboccava la rue des Ciseaux, all'angolo fra la rue des Ciseaux e la rue du Four c'era un bistrot chiamato le Bouquet, un poco più lontano, rue du Four, c'era Moineau. Sul marciapiede in faccia, all'angolo della rue Bonaparte se non mi sbaglio, c'era un bistrot che vendeva patatine fritte e salsicce, la Chope gauloise; rue des Canettes, non la si frequentava allora ancora molto, ospitava già Chez Georges, un bistrot molto conosciuto. Dopo si ritornava per la rue du Four, c'era la Pergola, giusto in faccia, e l'Old Navy, un poco più lontano sul marciapiede, a centocinquanta metri dal Mabillon».

«Il mio quartiere è un'isola che nuota sulla Senna» aveva scritto Gabriel Pomerand, niente potrebbe rendere meglio di questo verso l'orgoglioso isolamento dei giovani lettristi e il loro totale rifiuto di un mondo che andava abbandonato:

«Parigi allora, entro i limiti dei suoi venti arrondissement non dormiva mai tutta, e consentiva alla dissolutezza di cambiare tre volte quartiere ogni notte. Non se ne erano ancora scacciati e dispersi gli abitanti. Vi restava un popolo che aveva fatto le barricate dieci volte e messo in fuga dei re. […] Era il labirinto migliore per trattenere i viaggiatori. Coloro che vi si fermarono due giorni non ne ripartirono più, o per lo meno finchè esistette; ma i più vi sono morti giovani prima di andarsene. Nessuno lasciava le poche strade e i pochi tavoli in cui era stato scoperto il punto culminante del tempo».

    Chez Moineau

Il quartier generale dei giovani lettristi è un piccolo bistrot, Chez Moineau, situato al numero 22 di rue du Four, che può contenere al massimo una cinquantina di persone. É un locale dimesso, frequentato da nordafricani e da piccoli malavitosi, dove si può sostare per giornate intere senza obbligo di consumazione, con pochi franchi consumare dei cibi mediocri e del pessimo vino e soprattutto restare al caldo nelle fredde giornate invernali:

«Moineau, era una specie di isola deserta […] là avveniva la scrematura più dura, la gente aveva paura d'andarci. Là, effettivamente, c'era il delirio. C'era l'alcol, c'era l'hascish...».

Moineau era un locale frequentato da magrebini, erano loro che nella Francia dei primi anni Cinquanta avevano importato l'uso di fumare l'hascish. Una frequentazione che non era solo mera trasgressione, ma anche precisa scelta politica, come sottolinea Mension: «Partecipare alla vita dei magrebini era un modo chiarissimo di prendere posizione contro la borghesia, contro i coglioni, contro i francesi». Luogo di incontri, di discussioni e di amori, dove l'ebbrezza alcolica equivale a una rivoluzione permanente, per Debord Chez Moineau diventerà negli anni del ricordo il «caffè della gioventù perduta».


(Da: Giorgio Amico, Guy Debord e la società spettacolare di massa, Massari editore, 2017)

martedì 25 luglio 2017

Guy Debord, un liceale surrealista



A 60 anni dalla fondazione dell'Internazionale situazionista, il 29 luglio Cosio  d'Arroscia dedicherà una intera giornata a quell'evento e ai suoi protagonisti. Da qui al 29 ogni giorno racconteremo un pezzettino di quella storia. Iniziamo oggi con una pagina quasi sconosciuta della vita di Guy Debord.

Giorgio Amico

Guy Debord, un liceale surrealista

Nei suoi ricordi Debord fa spesso riferimento al ruolo privilegiato che il surrealismo ha avuto nella sua formazione. Non sappiamo bene come avvenga questa scoperta, molto probabilmente tramite le poesie e le sceneggiature cinematografiche di Prevert, e forse anche attraverso Cocteau, autori allora molto di moda. Una scoperta che non avviene per caso, ma grazie soprattutto all'incontro nella primavera del 1949 con Hervé Falcou, un compagno di scuola di qualche anno più giovane. Quando incontra Debord [che ha 18 anni], Hervé non ha ancora compiuto 15 anni, ma manifesta già precocissimi interessi letterari e artistici. Sarà proprio questa precocità a colpire Guy che non tiene in grande considerazione i suoi coetanei e lo scrive all'amico:

«In ogni modo si deve spaccare tutto. Non è credibile (…) che io continui ad uscire con tipi privi di interesse e ragazze che non amo – che non sono neppure belle. D'altronde nessuno lo potrebbe più essere».

I due adolescenti hanno davvero molto in comune: sono entrambi orfani di padre e di salute cagionevole, tutti e due sono stati allevati dalla nonna materna e disprezzano il nuovo marito della madre, ma soprattutto hanno un comune ardente amore per la poesia e l'arte. Pur essendo il più giovane, è Hervé il più preparato, quello dei due che ha letto di più e soprattutto le cose più interessanti. Per sua stessa ammissione Guy legge romanzi popolari, da poco è passato dai libri d'avventura dell'infanzia ai romanzi gialli di cui resterà comunque per tutta la vita un appassionato lettore. Hervé gli apre all'improvviso le porte del mondo, fino a quel momento per lui sconosciuto, delle avanguardie artistiche del Novecento. Questo incontro segna una svolta fondamentale nella sua vita, documentata dalla copiosa massa di lettere che i due si scambiano per quattro anni dal 1949 al 1953 e che permette una conoscenza più precisa di come Debord viva quella delicata fase di tranzione tra l'adolescenza e l'età adulta, passaggio che si conclude con la sua adesione al movimento lettrista e l'inizio di una vita pienamente indipendente. Già nelle prime lettere di questa corrispondenza appaiono frequentemente i nomi di Paul Éluard, Louis Aragon, Pablo Picasso, André Breton, Jacques Prevert.


Hervé Falcou, venuto a soggiornare al sud per ragioni di salute, proviene dall'ambiente della grande borghesia intellettuale parigina. Sua madre, pittrice di una certa fama, frequenta artisti e intellettuali importanti. Il quattordicenne conosce bene per pratica famigliare l'ambiente delle avanguardie parigine e in particolare dei surrealisti. Per non sfigurare con l'amico Debord si accinge ad uno studio sistematico del movimento surrealista a partire dalla fondamentale Storia del Surrealismo di Maurice Nadeau, uscita con grande successo nel 1945 e completata tre anni dopo da una ricca antologia di testi.

Nel tempo libero dalla scuola Hervé e Guy si dedicano con passione ad attività tipicamente surrealiste come la scrittura automatica e a formulare fantasiosi progetti di abbellimento architettonico di Parigi che rappresentano forse i primi germi di quella che qualche anno più tardi diventerà, arricchita da nuovi incontri e da nuove stimolanti esperienze, la pratica situazionista dell'urbanismo unitario. Guy è consapevole del suo ritardo culturale nei confronti dell'amico e un po' ne soffre. Le lettere che invia nel 1950 a Hervé testimoniano della frenesia con cui cerca di colmare le sue lacune. Uno dopo l'altro legge tutti i classici del surrealismo, le opere di Breton, le poesie di Char e di Éluard. Poi passa ai precursori ideali del movimento, Rimbaud e Apollinaire. L'influsso di queste letture sarà profondo e duraturo e darà al giovane Debord la convinzione di appartenere ad una élite libera dalle «meschinità che imprigionano le persone». Un sentimento forte che si traduce nelle lettere all'amico in una scrittura tinta di lirismo che rivela un senzo tragico dell'avvenire e un disagio esistenziale a cui non è estranea la lettura di Sartre. Sulle soglie dell'età adulta Guy non ha dubbi sulle scelte da fare sia sul piano dell'arte che della vita e lo comunica a Falcou: «Il movimento Dada è da rifare... se la questione si ponesse, io mi affiancherei facilmente a André Breton». Quanto al futuro egli più di ogni altra cosa desidera «condurre la vita più libera possibile».


Il periodo fra la fine del 1949 e l'inizio del 1950 è fondamentale per la sua evoluzione e non solo sul piano culturale. Il giovane, che vuole scrollarsi di dosso il peso sempre più soffocante della sua famiglia e della sua classe sociale, è in cerca un'uscita di sicurezza e la trova nelle potenzialità libertarie che la vita di strada offre a chi abbia il coraggio di rifiutare le regole stabilite dalla società. Il suo atteggiamento verso la vita e il mondo che lo circonda cambia radicalmente. Non gli interessa più, se mai gli è davvero importato, di farsi una posizione una volta terminati gli studi. Vive la scuola come una costrizione che gli ruba il tempo che egli vorrebbe interamente dedicare alle sue ricerche e ai suoi nuovi «giochi». Il suo linguaggio utilizza sempre più una fraseologia rivoluzionaria. Nelle lettere a Falcou, che testimoniano di questa rapidissima evoluzione, i termini «terrorismo» e «terrore» iniziano ad apparire con una certa frequenza. Guy inizia ad assumere atteggiamenti da teppista e a comportarsi di conseguenza. Compiaciuto, confida all'amico le sue imprese: piccoli atti di vandalismo, scritte provocatorie sui muri di Cannes, disturbo delle funzioni religiose nelle chiese. Più di tutto, inizia a bere. Suoi maestri di scrittura e di mala/vita diventano Villon, Sade, Lautréamont, Cravan. É alla loro approvazione ideale che egli tiene più di ogni altra cosa. Ce lo dice in Panegirico senza alcun giro di parole, con poche chiarissime frasi:

«Non potevo nemmeno pensare di studiare una sola delle dotte discipline che portano ad avere questo o quell'impiego, perchè mi apparivano tutte estranee ai miei gusti o contrarie alle mie opinioni. Coloro che stimavo più di chiunque altro al mondo erano Arthur Cravan e Lautréamont, e sapevo perfettamente che tutti i loro amici, se avessi accettato di fare studi universitari, mi avrebbero disprezzato non meno che se mi fossi rassegnato a svolgere un'attività artistica».

Nella figura mitica del poeta «maledetto», così importante nella letteratura occidentale dal romanticismo in avanti, il giovane liceale trova il modello a cui riferirsi per dare sostanza culturale al suo sempre più aperto rifiuto delle convenzioni. Debord considererà sempre Lautréamont come l'ispiratore principale de la sua scrittura:

«Niente mi pare aver dato nell'arte questa impressione della luce definitiva, tranne la prosa usata da Lautréamont nell'enunciazione programmatica che ha chiamato Poesie».



Ciò che attira Debord è il plagio, il gioco consapevole di riappropriazione a fini sovversivi delle opere della tradizione letteraria: « Il plagio è necessario. il progresso lo implica. Stringe da presso la frase di un autore, si serve delle sue espressioni, cancella un'idea falsa, la sostituisce con l'idea giusta», afferma Lautréamont. Una frase che affascina Debord, che su questo ardito concetto baserà interamente la sua pratica del détournement. Pur dichiarandosi «anarco-lettrista», si impegna per qualche tempo nelle attività dei «partigiani della pace», raccogliendo firme sul cosiddetto appello di Stoccolma per l'interdizione assoluta delle armi nucleari. Debord non avrà mai ripensamenti. Da vero enfant perdu il giovane Guy è ormai partito per un'avventura da cui sa non esserci ritorno possibile:

Vidi finire, prima di avere vent'anni, questa parte tranquilla della mia giovinezza. E non ebbi più altro obbligo che quello di seguire senza freni tutti i miei gusti, ma in condizioni difficili. Andai anzitutto verso l'ambiente, molto attraente, dove un estremo nichilismo non voleva più saperne, né sopprattutto continuare ciò che era stato fino ad allora ammesso come uso della vita o delle arti. Questo ambiente mi riconobbe senza sforzo come uno dei suoi. Là svanirono le mie ultime possibilità di tornare un giorno al corso normale dell'esistenza. Lo pensai allora, e il seguito l'ha dimostrato».


(Da: Giorgio Amico, Guy Debord e la società spettacolare di massa, Massari editore, 2017)


lunedì 24 luglio 2017

Guy Debord a Cosio d'Arroscia 1957-2017



A sessant'anni dalla fondazione dell'Internazionale Situazionista.

Cosio d'Arroscia 1957-2017


L'Internazionale Situazionista ha 60 anni e si li porta bene, se consideriamo l'interesse che l'anniversario sta suscitando su giornali e riviste. Il 29 luglio a Cosio d'Arroscia, luogo di inizio dell'avventura situazionista, per l'intera giornata si svolgeranno eventi dedicati a Piero Simondo, a Guy Debord e agli altri coraggiosi naviganti che 60 anni fa intrapresero un viaggio destinato a condizionare fortemente la società della seconda metà del XX secolo. La giornata si aprirà con un omaggio in mattinata alla figura e all'opera di Guy Debord. Nella sala consiliare del Comune di Cosio (g.c.), studiosi e ricercatori dibatteranno sulla figura dell'artista e pensatore francese a partire dal libro di Giorgio Amico “Guy Debord e la società spettacolare di massa”, appena uscito a cura dell'editore romano Roberto Massari che da sempre ospita nel suo catalogo una intera sezione di opere dedicate all'Internazionale Situazionista.

L'incontro rappresenta il quarto di una serie di seminari annuali iniziata nel 2014 a La Spezia, proseguita nel 2015 a Livorno (presso la prestigiosa galleria d'arte Peccolo) e nel 2016 alla Sorbona di Parigi. Di ogni convegno sono disponibili gli atti (sempre editi da Massari)  che rappresentano il più aggiornato punto della situazione degli studi in materia. Coerentemente con questa tradizione nel corso dell'incontro di Cosio verranno anche presentati gli atti relativi al seminario parigino dell'anno scorso



Guy Debord e la società spettacolare di massa rappresenta una novità assoluta per il mercato editoriale italiano. Si tratta infatti della prima biografia complessiva di Guy Debord, su cui finora nel nostro paese erano usciti studi (anche molto importanti, ma parziali) soprattutto sul cinema. Il libro, di 320 pagine corredate da una ricca rassegna di immagini, ricostruisce dettagliatamente la vita dell'intellettuale francese, evidenziandone le origini italiane (da parte della madre), l'infanzia difficile, gli studi liceali a Cannes nel primo dopoguerra, fino all'incontro nel 1950 con le avanguardie artistiche parigine ed in particolare con i lettristi di Isidore Isou.

La ricerca, fondata sullo spoglio minuzioso degli 8 volumi della Corrispondenza, ricostruisce la fitta rete di relazioni che il giovane Debord costruisce a partire dal suo arrivo a Parigi nel 1951. In modo dettagliato si racconta dell'adesione convinta al movimento lettrista, dei primi esperimenti cinematografici (il famoso film senza immagini che tanto scandalizzò i critici, suscitando polemiche e risse, tanto che ne vennero immediatamente vietate le proiezioni), fino allo scandaloso attacco a Charlie Chaplin e alla nascita di un nuovo movimento politico/artistico: l'Internazionale lettrista.

E' a partire da questo momento che l'interesse di Debord si fissa sull'Italia dove ad Alba opera il Laboratorio sperimentale di Pinot Gallizio e Piero Simondo e ad Albisola il MIBI di Asger Jorn, già surrealista dissindente animatore nel dopoguerra del gruppo CoBrA. Proprio dall'incontro fortuito nel 1954 fra Debord e Jorn ha inizio il percorso che conduce in tre anni alla Conferenza di Cosio, alla fusione fra l'Internazionale lettrista e il MIBI (con l'aggiunta dell'effimero Comitato psicogeografico di Londra dell'inglese Ralph Rumney) e alla nascita dell'Internazionale situazionista.



Obiettivo di Debord non è rivoluzionare l'arte, ma la vita. Fin da subito l'IS si divide fra artisti e politici, fautori di una rapida trasformazione del movimento in una organizzazione esclusivamente politica. Decisivi saranno gli anni fra il 1957 e il 1962 contrassegnati interamente dal contrasto fra Debord e gli artisti che ad uno ad uno vengono espulsi (come Simondo e Gallizio) o costretti ad allontanarsi (come Jorn). Non estranea a questa progressiva radicalizzazione dei situazionisti è la militanza di Debord nel gruppo operaista francese Pouvoir Ouvrier emanazione della rivista Socialisme ou barbarie. Uno dei meriti del libro è proprio di aver ricostruito con estrema ricchezza di dettagli questo aspetto militante dell'impegno di Debord dagli scontri di piazza per l'Algeria indipendente alla partecipazione in Belgio ai picchetti del grande sciopero dei metallurgici del 1961. Una pagina mai trattata in Italia, dove è prevalsa una narrazione solo intellettuale dei percorsi di Debord. 

Dal 1962 un'Internazionale situazionista sempre più impegnata sul tema del potere dei consigli operai (centrale il mito della grande rivolta antiburocratica ungherese del 1956) lancia campagne in tutta Europa contro i piani di guerra della NATO e subisce per questo attentati da parte dell'estrema destra, mentre entra nel mirino dei servizi di sicurezza francesi e non solo. E poi lo scandalo di Strasburgo che di fatto apre la stagione del '68, la notte delle barricate nel quartiere Latino che vedono i situazionisti protagonisti assoluti degli scontri e delle assemblee. E' il momento del trionfo, ma anche l'inizio del declino dell'IS che nel 1972 si scioglie tristemente dopo tre anni di polemiche, soprattutto per il rifiuto di Debord di un “situazionismo” di maniera diventato moda giovanile diffusa. Nel libro si ricordano le feroci invettive debordiane contro i “Pro-situs”, i seguaci di un situazionismo di massa diventato moda salottiera.

L'ultima parte del volume ricostruisce (prezioso davvero l'ausilio della Corrispondenza) il progressivo distacco di Debord dalla politica, il lento ripiegarsi su se stesso (conseguenza anche di una saluta compromessa da decenni di eccessi alcolici), la fuga da Parigi, il rifugiarsi nell'eremo di Champot in un antico casolare in pietra che (sono parole di Debord) «sembrava aprirsi direttamente sulla Via Lattea». Sono gli anni del silenzio, della riflessione, ma non del pentimento. “Il leopardo muore con le sue macchie” risponde sarcastico Debord al medico che lo invita a smettere di bere. Fino a quel colpo di fucile al cuore, proprio come tanti anni prima Hemingway, che la notte del 30 novembre 1994 chiude a 63 anni la vita di Guy Louis Marie Vincent Ernest Debord nato alle cinque del pomeriggio del 28 dicembre 1931 da Paulette Rossi in una casa del 19° arrondissement a Parigi.

Giorgio Amico
Guy Debord e la società spettacolare di massa
Massari Editore, 2017
pagine 320

Cosio d'Arroscia 1957-2017. Che la festa incominci!

In occasione del 60° anniversario della fondazione dell'Internazionale Situazionista a Cosio d'Arroscia (IM) si terrà un'intera giornata di dibattiti, inaugurazioni, incontri,musica ed arte.

Sarà una grande festa

Partecipate!!!
Noi ci saremo


Spazio Piero Simondo, Cosio d'Arroscia


In occasione del 60° Anniversario della costituzione dell'Internazionale Situazionista
a Cosio d'Arroscia
inaugurazione dello
Spazio Piero Simondo

il giorno 29 luglio 2017
alle ore 17.00

domenica 23 luglio 2017

Il cammino di Santiago di Compostela



Radici storiche e significati esoterici di un viaggio alla fine della terra e ritorno. Le foto sono quelle del nostro personale cammino.

Raffaele K. Salinari

Il cammino di Santiago di Compostela

Il 25 di luglio gli spagnoli festeggiano il loro santo protettore: San Giacomo il Maggiore, fratello di Giovanni, entrambi soprannominati Boanerges (Figli del Tuono), per il loro temperamento impulsivo. Da più di mille anni, ogni giorno, centinaia di persone abbracciano la sua statua nella Cattedrale di Santiago di Compostela, in Galizia. Sono i Pellegrini che convergono verso questo antico luogo di culto dai vari Cammini che, da tutte le nazioni del Vecchio Continente, arrivano alla città costruita intorno alla tomba dell’Apostolo. La leggenda jacobea narra della sua predicazione in Galizia. Qui arrivato dalla Palestina convertì i locali al cristianesimo e dopo qualche anno fece ritorno a Gerusalemme in occasione della Dormizione mariana, dove, nel 42, fu decollato per ordine di Erode Agrippa I. I suoi discepoli, ligi alla tradizione che il corpo di un predicatore doveva essere sepolto nella terra in cui aveva operato, lo riportarono in Galizia, nel luogo che poi si chiamò Santiago di Compostela.



La leggenda del Campo delle stelle

Compostela deriverebbe dal latino campus stellae, cioè campo della stella. Secondo una tradizione medievale che appare per la prima volta nella Concordia de Antealtares (1077), l’eremita Pelayo (Pelagio), scorse delle luci notturne a forma di stella che si producevano nel bosco di Libredón, dove ancora esistevano le vestigia delle antiche fortificazioni di un antico villaggio celtico. A questo punto, illuminato più che dalle piccole comete, da una luce interiore, avvisò il vescovo di Iria Flavia (l’attuale Padrón), Teodomiro, che, recatosi sul posto, scoprì un sarcofago con i resti di tre corpi, due intatti ed uno senza testa, ed una scritta: «Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé». Il prelato decretò che si trattava dei resti dell’apostolo Giacomo e dei suoi due discepoli Teodoro e Attanasio, che ne avevano trasportato il corpo sino a lì.

Altra teoria riguardo l’origine del nome è legata al latino composita tella (terra felice), in realtà un eufemismo per cimitero, data la presenza nel luogo di una antica necropoli. IlCronicón Iriense (XI-XII) invece, lo fa derivare da compositum tellus, terra composta o bella, sostenuto anche dalla Crónica de Sampiro del XII secolo che dice: Compostela, id est bene composita (cioè che è ben fatta). E dunque Compostela sarebbe risultata sin dall’antichità romana una «cittadina ben fatta», come poi la renderà la ricostruzione e fortificazione del XI secolo dopo la distruzione dell’arabo Almanzor nel 997. Fu Bermudo II di León a ricostruirla, ma si deve al vescovo Diego Xelmírez la trasformazione della città in luogo di culto e pellegrinaggio, facendo terminare la costruzione della Cattedrale, iniziata nel 1075, ed arricchendola con numerose reliquie. Crespo Pozo e Luis Monteagudo, a questo proposito, lo considerano un toponimo pre-jacobeo, perché ci sono più Compostelas in Galizia.



Ma esiste da ultima, e non per ordine di importanza, una interpretazione che lega il culto cristiano all’esoterismo alchemico di cui il Cammino, come vedremo, è una metafora non solo astratta ma decisamente operativa. Questa interpretazione nasce dalla leggenda secondo cui il corpo dell’Apostolo, deposto su una pietra, comincio a fonderla costruendo così il suo stesso sepolcro. Ángel María José Amor Ruibal (1869–1930), un canonico insegnante dell’Università di Compostela, nel suo ponderoso Los problemas fundamentales de la filología comparada, ricorda che il significato originario di compositum, è «interrato», che già compare in Virgilio, e dunque lo interpreta come «luogo dove sta interrato qualcosa». In questo caso certo il corpo di San Giacomo che, per così dire, si scava il suo stesso sepolcro, ma anche dove resta interrata, cioè impressa a fondo sulla superficie terrosa di uncompositum, una stella.

Ora, come risaputo anche dai profani, la prima fase dell’Opera alchemica è detta «opera al nero», dal colore del compost appunto che si ottiene dalla dissoluzione della cosiddetta Prima Materia, che ritroveremo lungo il Cammino di Santiago. Quando si sta per passare alla seconda fase dell’Opera, quella «al bianco», i testi alchemici dicono che «sul compostappare una stella», segno della progressiva formazione del sale, lo «zolfo filosofico». E dunque, in conclusione, compost stellae, Compostela, indicherebbe il passaggio dalla prima alla seconda fase della Grande Circolazione.



La storia della Cattedrale ed il Cammino

La scoperta del sepolcro fu propizia per Alfonso II delle Asturie detto «il Casto» (789-842), che fece un pellegrinaggio — annunciato all’interno del suo regno ed all’esterno — in questo nuovo luogo di culto della cristianità, in un momento in cui l’importanza di Roma era decaduta e Gerusalemme non era accessibile perché posseduta dai musulmani. Il sovrano ordinò dunque la costruzione di un tempio dove i monaci benedettini, nell’893, fissarono la loro residenza. Iniziarono così i primi pellegrinaggi alla tomba dell’Apostolo, dapprima dalle Asturie e dalla Galizia poi da tutta Europa. Venne allora fondato il Santuario di Santiago di Compostela, divenuto in seguito Cattedrale e poi Basilica. E così, attraverso antiche vie prevalentemente romane o tracciate nel corso del tempo dai pellegrini, si aprono i Cammini verso Santiago, composti da varie tappe e da una serie crescente di Ospitali, luoghi di accoglienza che forniscono un letto per la notte ed un pasto frugale per chi chiede accoglienza nel nome del Santo. Nel corso dei secoli tutto questo non è cambiato molto, ed ancora oggi la logistica del Cammino è a misura dello spirito di chi lo percorre. Se si osservano bene molti degli edifici anche nelle nostre città, si ritrova effigiata una conchiglia di San Giacomo o una stella, segno che anticamente questi erano poste per i Pellegrini.

Anche le fortune del pellegrinaggio sono legate alla storia del Continente, ovviamente. L’uso politico del Sepolcro divenne massimo durante la reconquesta cristiana dei territori iberici occupati dai Mori, basti pensare all’icona di Santiago Matamoros, cioè uccisore di Mori. Questa trovata, totalmente avulsa dalla storia pastorale dell’Apostolo, trova la sua origine nella scena originaria della miracolosa intercessione del Santo nella Rioja, attorno al castello di Clavijo, dove Santiago, su un cavallo bianco, avrebbe guidato alla vittoria le armi cristiane di Ramiro I d’Asturia contro i musulmani di Al-Andalus il 23 maggio 844. L’episodio diede una forte spinta al Pellegrinaggio, sostenuto anche da un decreto apocrifo attribuito al medesimo Ramiro I, di un tributo annuo di primizie di grano e vino, dovuto da tutta la Spagna «para el mantenimiento de los canónicos que residen en la iglesia del bienaventurado Santiago y para los ministros de la misma iglesia» al fine di «magnificare e conservare la Cattedrale di Santiago in segno di profonda gratitudine e perenne devozione per la liberazione della Spagna».

Con la liberazione dei luoghi santi in Palestina e le lotte tra papato ed impero in Europa, il Cammino venne trascurato per secoli, anche se i Pellegrini continuarono, seppur in chiave minore, il loro percorso devozionale o di ricerca spirituale. Il rilancio avvenne nello scorso secolo quando, il 23 ottobre 1987, il Consiglio d’Europa riconobbe l’importanza dei percorsi religiosi e culturali che attraversano l’Europa per giungere a Santiago de Compostela, dichiarando la via di Santiago «itinerario culturale europeo», anche finanziando adeguatamente le iniziative per segnalare in modo conveniente el camino de Santiago.


Oggi, come secoli fa, esistono dunque diversi Cammini: la Ruta de la Costa, cioè la via di Santiago lungo la costa cantabrica, è quella più antica, a testimonianza che i Pellegrini arrivavano a Santiago da porti atlantici anche più ad est di La Coruña. Le principali vie di terra sono descritte nel Codex calixtinus (il Liber Sancti Jacobi) ed erano, e sono ancora: dall’Italia, la via Francigena attraverso i passi del Moncenisio o del Monginevro, e poi la via Tolosana fino ai Pirenei; dalla Francia, la via Tolosana, utilizzata anche dai pellegrini tedeschi provenienti dalla Oberstrasse, la via Podense da Lione e Le Puy-en-Velay, che passava i Pirenei a Roncisvalle, la via Lemovicense, da Vézelay per Roncisvalle, la via Turonensis da Tours, che raccoglieva i pellegrini che arrivavano dall’Inghilterra, dai Paesi Bassi e dalla Germania del nord lungo la Niederstrasse. Per qualunque di questi Cammini arrivassero i Pellegrini, il punto di raccolta era, ed è, il Puente la Reina. Esiste infine il Cammino Portoghese che parte da Lisbona, passando poi da Coimbra e Porto, ed arriva a Santiago dopo circa 700 kilometri.



I simboli del Cammino

Il Pellegrino che intraprende il Cammino, si dota dei simboli del pellegrinaggio, che lo rendono riconoscibile e gli danno un profondo senso identitario e di comunione con gli altri che percorrono la stessa strada. In origine, ad ancora oggi, sono fondamentalmente tre: il bastone, la zucca e la conchiglia. Il bastone rappresenta la «terza gamba» del viandante alla quale appoggiarsi durante le salite faticose o semplicemente per scostare i rami che possono nascondere insidie; al bastone si appendeva poi la zucca per l’acqua, oggi sostituita dalle moderne borracce. Un tempo senza bastone non si veniva accolti negli Ospitali perché era con questo che si doveva bussare alla loro porta. Infine ecco la conchiglia, simbolo del Cammino per antonomasia, onnipresente come indicatore della giusta direzione sui cippi miliari o cucita sugli abiti del viandante. La conchiglia era una tempo raccolta all’estremo limite del Cammino, che oltrepassava Santiago per giungere, ancora oggi, a Fisterre, cioèfinis terrae, la «fine della terra» come, prima delle scoperte di Colombo, veniva considerata questa punta all’estremo ovest della Galizia. Qui, sulle spiagge ventose scosse dalle onde dell’Atlantico, il Pellegrino raccoglieva la sua conchiglia, detta di San Giacomo, come prova del compiuto pellegrinaggio. Oggi la conchiglia si prende all’inizio del Cammino e si porta sempre con se, ma arrivati a Fisterre, si cercherà la propria conchiglia finale, magari insieme a qualche cosa di altro, di cui tra poco parleremo, e si brucerà un indumento usurato dal percorso come simbolo di rinascita. Altri getteranno il bastone tra le onde del grande mare antico osservando il sole al tramonto compere la sua opera sullo spirito.



Il viaggio alchemico

Ma, da sempre, il Cammino ha rappresentato per gli adepti, o per coloro che volevano essere iniziati alla Grande Opera, una prova preliminare della loro volontà di intraprendere un percorso mistico all’interno della materia come di se stessi. Abbiamo già detto che il nome stesso di Compostela richiama la prima fase dell’Opera, ma è giusto chiarire che la mortificazione di cui parla l’«opera al nero», la nigredo, il caput mortuum, è innanzi tutto, qui, metafora del corpo stesso dell’adepto che, attraverso le fatiche del viaggio, impara a conoscere la sua Prima Materia, fondendosi col Cammino, imparando il dono del silenzio, della meditazione, dell’ascolto dei simboli naturali che la Grande Madre gli propone ad ogni incrocio. E così ogni passo diviene un destino, ogni battito un attimo di tempo fuori dal tempo, ogni respiro quello che ci fece nascere, ogni sasso l’immagine della nostra stessa anima che, rotolando senza posa sul sentieri scoscesi ed impervi, sulle allungatoie della conoscenza, potrà forse, un giorno, purificarsi tanto da pervenire a farsi attraversare dalla lice dello spirito che tutto anima e vivifica.

Se questo percorso nella materia del Cammino avviene anche nello spirito del Pellegrino, ecco che l’«opera al nero» sarà compiuta poiché, com’è risaputo, l’alchimia è un’Arte operativa nella quale la materia operata nel crogiolo alchemico, nel crucibulum, cioè sulla croce del sacrificio, corrisponde alle trasformazioni dell’operatore, creando un sistema di intime corrispondenze. E cosa sono queste se non la possibilità che viene offerta lungo il Cammino di identificarsi progressivamente con tutto, con il Tutto?. Ecco, allora, che ogni crocefisso in pietra assume una tonalità che travalica quella puramente cristiana: la sua forma esagonale ci ricorda la trasformazione del quadrato, la terra, nel cerchio del cielo.

Arrivati adesso alla grande Chiesa potremo, nel Portico della Gloria, se conosciamo il significato del gesto, porre le nostre braccia all’interno delle due bocche di leone dominati da Ercole, che campeggiano alla base del pilastro centrale, per simboleggia la padronanza della Forza, per poi appoggiare la nostra testa a quella della piccola statua di Maestro Matteo l’architetto che edificò la chiesa, come segno di rispetto ed invocazione della sua Saggezza muratoria, ed infine entrare nella Bellezza della chiesa perché il suo splendore compia in noi tutto questo.

























Ed ora, finalmente, siamo pronti all’ultima tappa: ci spingeremo sino a Fisterre, ma prima di arrivarci faremo tappa in un piccolissimo villaggio dal nome misterioso, che non riporteremo se non dicendo che contiene una chiara allusione ermetica, la cui spiaggia di là dal Cammino, porta il fascino di nascondere tra la sabbia la Prima Materia metallica vera e propria, quella da cui si partirà, una volta rientrati nel proprio laboratorio, per trasmutare se stessi nell’Oro dei filosofi: nella pienezza delle proprie possibilità esistenziali in comunione con la Madre Materia. E così, a Fisterre, dove la fine coincide con l’inizio, si chiude il cerchio tra la parte esoterica e quella essoterica del Cammino, intrecciate inestricabilmente, trapassanti l’una nell’altra come le volute della conchiglia che lo rappresenta.

Il Manifesto/Alias – 22 luglio 2017