martedì 25 luglio 2017

Guy Debord, un liceale surrealista



A 60 anni dalla fondazione dell'Internazionale situazionista, il 29 luglio Cosio  d'Arroscia dedicherà una intera giornata a quell'evento e ai suoi protagonisti. Da qui al 29 ogni giorno racconteremo un pezzettino di quella storia. Iniziamo oggi con una pagina quasi sconosciuta della vita di Guy Debord.

Giorgio Amico

Guy Debord, un liceale surrealista

Nei suoi ricordi Debord fa spesso riferimento al ruolo privilegiato che il surrealismo ha avuto nella sua formazione. Non sappiamo bene come avvenga questa scoperta, molto probabilmente tramite le poesie e le sceneggiature cinematografiche di Prevert, e forse anche attraverso Cocteau, autori allora molto di moda. Una scoperta che non avviene per caso, ma grazie soprattutto all'incontro nella primavera del 1949 con Hervé Falcou, un compagno di scuola di qualche anno più giovane. Quando incontra Debord [che ha 18 anni], Hervé non ha ancora compiuto 15 anni, ma manifesta già precocissimi interessi letterari e artistici. Sarà proprio questa precocità a colpire Guy che non tiene in grande considerazione i suoi coetanei e lo scrive all'amico:

«In ogni modo si deve spaccare tutto. Non è credibile (…) che io continui ad uscire con tipi privi di interesse e ragazze che non amo – che non sono neppure belle. D'altronde nessuno lo potrebbe più essere».

I due adolescenti hanno davvero molto in comune: sono entrambi orfani di padre e di salute cagionevole, tutti e due sono stati allevati dalla nonna materna e disprezzano il nuovo marito della madre, ma soprattutto hanno un comune ardente amore per la poesia e l'arte. Pur essendo il più giovane, è Hervé il più preparato, quello dei due che ha letto di più e soprattutto le cose più interessanti. Per sua stessa ammissione Guy legge romanzi popolari, da poco è passato dai libri d'avventura dell'infanzia ai romanzi gialli di cui resterà comunque per tutta la vita un appassionato lettore. Hervé gli apre all'improvviso le porte del mondo, fino a quel momento per lui sconosciuto, delle avanguardie artistiche del Novecento. Questo incontro segna una svolta fondamentale nella sua vita, documentata dalla copiosa massa di lettere che i due si scambiano per quattro anni dal 1949 al 1953 e che permette una conoscenza più precisa di come Debord viva quella delicata fase di tranzione tra l'adolescenza e l'età adulta, passaggio che si conclude con la sua adesione al movimento lettrista e l'inizio di una vita pienamente indipendente. Già nelle prime lettere di questa corrispondenza appaiono frequentemente i nomi di Paul Éluard, Louis Aragon, Pablo Picasso, André Breton, Jacques Prevert.


Hervé Falcou, venuto a soggiornare al sud per ragioni di salute, proviene dall'ambiente della grande borghesia intellettuale parigina. Sua madre, pittrice di una certa fama, frequenta artisti e intellettuali importanti. Il quattordicenne conosce bene per pratica famigliare l'ambiente delle avanguardie parigine e in particolare dei surrealisti. Per non sfigurare con l'amico Debord si accinge ad uno studio sistematico del movimento surrealista a partire dalla fondamentale Storia del Surrealismo di Maurice Nadeau, uscita con grande successo nel 1945 e completata tre anni dopo da una ricca antologia di testi.

Nel tempo libero dalla scuola Hervé e Guy si dedicano con passione ad attività tipicamente surrealiste come la scrittura automatica e a formulare fantasiosi progetti di abbellimento architettonico di Parigi che rappresentano forse i primi germi di quella che qualche anno più tardi diventerà, arricchita da nuovi incontri e da nuove stimolanti esperienze, la pratica situazionista dell'urbanismo unitario. Guy è consapevole del suo ritardo culturale nei confronti dell'amico e un po' ne soffre. Le lettere che invia nel 1950 a Hervé testimoniano della frenesia con cui cerca di colmare le sue lacune. Uno dopo l'altro legge tutti i classici del surrealismo, le opere di Breton, le poesie di Char e di Éluard. Poi passa ai precursori ideali del movimento, Rimbaud e Apollinaire. L'influsso di queste letture sarà profondo e duraturo e darà al giovane Debord la convinzione di appartenere ad una élite libera dalle «meschinità che imprigionano le persone». Un sentimento forte che si traduce nelle lettere all'amico in una scrittura tinta di lirismo che rivela un senzo tragico dell'avvenire e un disagio esistenziale a cui non è estranea la lettura di Sartre. Sulle soglie dell'età adulta Guy non ha dubbi sulle scelte da fare sia sul piano dell'arte che della vita e lo comunica a Falcou: «Il movimento Dada è da rifare... se la questione si ponesse, io mi affiancherei facilmente a André Breton». Quanto al futuro egli più di ogni altra cosa desidera «condurre la vita più libera possibile».


Il periodo fra la fine del 1949 e l'inizio del 1950 è fondamentale per la sua evoluzione e non solo sul piano culturale. Il giovane, che vuole scrollarsi di dosso il peso sempre più soffocante della sua famiglia e della sua classe sociale, è in cerca un'uscita di sicurezza e la trova nelle potenzialità libertarie che la vita di strada offre a chi abbia il coraggio di rifiutare le regole stabilite dalla società. Il suo atteggiamento verso la vita e il mondo che lo circonda cambia radicalmente. Non gli interessa più, se mai gli è davvero importato, di farsi una posizione una volta terminati gli studi. Vive la scuola come una costrizione che gli ruba il tempo che egli vorrebbe interamente dedicare alle sue ricerche e ai suoi nuovi «giochi». Il suo linguaggio utilizza sempre più una fraseologia rivoluzionaria. Nelle lettere a Falcou, che testimoniano di questa rapidissima evoluzione, i termini «terrorismo» e «terrore» iniziano ad apparire con una certa frequenza. Guy inizia ad assumere atteggiamenti da teppista e a comportarsi di conseguenza. Compiaciuto, confida all'amico le sue imprese: piccoli atti di vandalismo, scritte provocatorie sui muri di Cannes, disturbo delle funzioni religiose nelle chiese. Più di tutto, inizia a bere. Suoi maestri di scrittura e di mala/vita diventano Villon, Sade, Lautréamont, Cravan. É alla loro approvazione ideale che egli tiene più di ogni altra cosa. Ce lo dice in Panegirico senza alcun giro di parole, con poche chiarissime frasi:

«Non potevo nemmeno pensare di studiare una sola delle dotte discipline che portano ad avere questo o quell'impiego, perchè mi apparivano tutte estranee ai miei gusti o contrarie alle mie opinioni. Coloro che stimavo più di chiunque altro al mondo erano Arthur Cravan e Lautréamont, e sapevo perfettamente che tutti i loro amici, se avessi accettato di fare studi universitari, mi avrebbero disprezzato non meno che se mi fossi rassegnato a svolgere un'attività artistica».

Nella figura mitica del poeta «maledetto», così importante nella letteratura occidentale dal romanticismo in avanti, il giovane liceale trova il modello a cui riferirsi per dare sostanza culturale al suo sempre più aperto rifiuto delle convenzioni. Debord considererà sempre Lautréamont come l'ispiratore principale de la sua scrittura:

«Niente mi pare aver dato nell'arte questa impressione della luce definitiva, tranne la prosa usata da Lautréamont nell'enunciazione programmatica che ha chiamato Poesie».



Ciò che attira Debord è il plagio, il gioco consapevole di riappropriazione a fini sovversivi delle opere della tradizione letteraria: « Il plagio è necessario. il progresso lo implica. Stringe da presso la frase di un autore, si serve delle sue espressioni, cancella un'idea falsa, la sostituisce con l'idea giusta», afferma Lautréamont. Una frase che affascina Debord, che su questo ardito concetto baserà interamente la sua pratica del détournement. Pur dichiarandosi «anarco-lettrista», si impegna per qualche tempo nelle attività dei «partigiani della pace», raccogliendo firme sul cosiddetto appello di Stoccolma per l'interdizione assoluta delle armi nucleari. Debord non avrà mai ripensamenti. Da vero enfant perdu il giovane Guy è ormai partito per un'avventura da cui sa non esserci ritorno possibile:

Vidi finire, prima di avere vent'anni, questa parte tranquilla della mia giovinezza. E non ebbi più altro obbligo che quello di seguire senza freni tutti i miei gusti, ma in condizioni difficili. Andai anzitutto verso l'ambiente, molto attraente, dove un estremo nichilismo non voleva più saperne, né sopprattutto continuare ciò che era stato fino ad allora ammesso come uso della vita o delle arti. Questo ambiente mi riconobbe senza sforzo come uno dei suoi. Là svanirono le mie ultime possibilità di tornare un giorno al corso normale dell'esistenza. Lo pensai allora, e il seguito l'ha dimostrato».


(Da: Giorgio Amico, Guy Debord e la società spettacolare di massa, Massari editore, 2017)