sabato 27 aprile 2019

Esercito e popolo nella storia d'Italia



Nel 1976-77 si sviluppa il Movimento dei Sottufficiali Democratici per la democratizzazione degli ambienti militari e la concessione di diritti sindacali al personale in servizio.  Il testo che segue, finalizzato all'organizzazione di una iniziativa nella realtà savonese che poi non avrà luogo, cerca di inquadrare storicamente la questione nel più vasto ambito della democratizzazione mancata del Paese.


Giorgio Amico

Esercito e popolo nella storia d'Italia

Discutendo sul tema della democratizzazione delle Forze Armate non si può prescindere da una seppur minima analisi di come storicamente si formi l'esercito in Italia. Il fronteggiarsi di due strategie sia militari che politiche segna tutta la vicenda risorgimentale: da una parte i fautori di un esercito di popolo, braccio armato della rivoluzione democratico-repubblicana; dall'altra i teorici della guerra regia incentrata su di una struttura militare rigidamente staccata dalle masse popolari, strumento di oppressione interna al servizio delle classi dominanti.

Il confronto fu vivacissimo. Già nel 1828 Carlo Bianco di Saint-Jorioz pubblica a Malta uno smilzo libretto dal titolo significativo “Della guerra nazionale d'insurrezione per bande”. La guerra di liberazione è una guerra partigiana da far precedere da una fase cospiratoria. Ancora caldo è il ricordo della vittoriosa guerriglia delle masse contadine spagnole contro l'occupante francese.

L'esaltante biennio 1848-49 pone i democratici di fronte al compito di spiegare il fallimento dei moti rivoluzionari e delle teorie cospiratorie di derivazione mazziniana.


Pisacane, Cattaneo e l'esercito di popolo

Carlo Pisacane, ex ufficiale dell'esercito borbonico, raccoglie nell'esilio svizzero le sue riflessioni in un volumetto che è il contributo più interessante del partito democratico alla teoria politico-militare dell'insurrezione. Nel libro “Sulla guerra in Italia del 1848-49”, pubblicato a Genova nel 1851, Pisacane sottopone ad una critica serrata gli avvenimenti di quel biennio rivoluzionario. Fieramente avverso alla “guerra regia”, egli è profondamente convinto che solo il risvegliarsi delle masse contadine, cioè della stragrande maggioranza del popolo, possa portare non solo alla liberazione dallo straniero, ma anche alla creazione di un assetto sociale radicalmente nuovo. Egli afferma a gran voce la necessità di una guerra di popolo che respinga sia il metodo della guerriglia che quello rivelatosi predente delle barricate, e che si fondi sulla formazione di un esercito regolare, emanazione diretta del popolo, basato sul reclutamento di massa e sulla democrazia interna. Il modello a cui si richiama è significativamente quello delle milizie della democratica e federale repubblica elvetica.

Quanto al Cattaneo nel suo libro “Dell'insurrezione di Milano nel 1848” egli ripropone il concetto democratico di “nazione armata”. In pagine violentissime egli attacca la condotta bellica di Carlo Alberto, maggiormente timoroso della libera e repubblicana Milano delle cinque giornate che dell'esercito austriaco. Egli documenta l'avversione dei generali piemontesi verso i volontari che “potevano spargergli nell'esercito pensieri di libertà”.


Il Risorgimento tradito

Anche ad un sommario esame delle tre campagne del 1848-49, del 1859 e del 1866 si nota come la teoria democratica della guerra di popolo non venga mai neppure presa in considerazione. La guerra è totalmente affare degli Stati Maggiori e non del popolo e dei suoi partiti. Il fenomeno del volontariato è visto con fastidio come una possibile fonte di ribellione e di indisciplina, di concetti democratici oggettivamente sovversivi.

La liquidazione dell'impresa garibaldina ne è l'esempio più drammatico. Come nota lo storico inglese Mack Smith l'esercito piemontese fu in gran fretta spedito al Sud con l'ordine segreto di attaccare se necessario i garibaldini per porre fine all'inquietante dittatura democratica di Garibaldi nell'ex Regno delle due Sicilie. I volontari, considerati una seccatura politica, vennero smobilitati in gran fretta e molti di loro, che avevano disertato dall'esercito sabaudo per unirsi alla spedizione, trattati con maggiore severità dei borbonici sconfitti.

L'esercito nazionale si costituì con l'immissione nei ranghi di migliaia di ex ufficiali e graduati dell'esercito napoletano, mentre venivano sistematicamente epurati i quadri di origine garibaldina. La stessa polizia fu ampliata utilizzando le spie, gli informatori e i funzionari dei passati regimi mentre i carabinieri inglobano le gendarmerie locali.

La grande occasione storica di creare un'Italia più libera e democratica era andata perduta. A livello militare ciò comporterà la creazione di un esercito e di una polizia come corpi separati. Il vero nemico è quello interno, l'obiettivo da colpire sono le nascenti rivendicazioni di libertà e giustizia sociale. La spietata repressione dell'insurrezione contadina al Sud (il brigantaggio come la chiamano sprezzantemente i giornali dell'epoca) e l'uso costante della truppa nella repressione delle lotte operaie e bracciantile saranno il banco di prova della rispondenza dello strumento militare agli obiettivi di politica interna delle classi dominanti.

Poco importa la conclamata inefficienza bellica delle Forze Armate dimostrata nella campagna del 1866 e nelle spedizioni africane. Proprio nell'aristocratico isolamento della casta militare, educata din dall'Accademia al disprezzo verso tutto ciò che anche lontanamente sappia di eguaglianza, di democrazie, di progresso che verranno a maturazione via via i germi di Custoza, Adua, Caporetto e dell' 8 settembre.


La Resistenza: un'occasione mancata

Impressionante il parallelismo – se l'Italia non fosse il Paese del Vico dei corsi e ricorsi – con la storia recente. Nella guerra civile spagnola prima, nella Resistenza in Italia poi si realizza concretamente per la prima volta il sogno di Pisacane e di Cattaneo: dalla lotta di liberazione nasce l'esercito di popolo.

È l'occasione tanto attesa per una spinta democratica risolutiva che trasformi realmente il “secondo risorgimento” in ciò che il primo non ha saputo e potuto essere. Anche sul piano militare le condizioni ci sono tutte: l'esercito partigiano si è formato, ha combattuto e vinto. Soprattutto ha dimostrato che efficacia militare e democrazia non sono inconciliabili. Molti ufficiali hanno partecipato alla lotta armata, interi reparti dopo lo sbandamento dell'8 settembre si sono uniti in Grecia e Jugoslavia alla Resistenza anti-tedesca. Non mancano neppure i sostenitori della ripresa della teoria della “nazione in armi”, basti pensare a Giustizia e Libertà, a Parri, a Lussu.

L'occasione verrà di nuovo lasciata cadere. I partigiani verranno disarmati e smobilitati, pochissimi di loro entreranno nei ranghi delle Forze Armate per uscirne alle prime avvisaglie della guerra fredda. Torneranno i vecchi quadri compromessi con il fascismo se non addirittura con la Repubblica di Salò; diventerà norma l'uso indiscriminato della polizia contro i lavoratori, si tenterà di creare un solco profondo tra esercito e popolo. Il nemico tornerà ad essere quello interno.


I compiti attuali

Ma questi trent'anni non sono passati senza lasciare traccia, la grande ondata democratica degli ultimi anni ha toccato in profondità anche le caserme. La generazione dei diritti civili, dello Statuto dei lavoratori, della contestazione studentesca inizia a farsi sentire anche dentro le Forze Armate.

Nasce il Movimento dei Sottufficiali Democratici, prende forza fino a diventare uno dei temi centrali dell'attuale fase politica, la campagna per la smilitarizzazione e la sindacalizzazione della polizia. La drammatica esperienza cilena costringe la sinistra da interrogarsi sul ruolo e la natura delle Forze Armate. È una nuova occasione che non deve andare nuovamente sprecata.

Savona, 1977

venerdì 26 aprile 2019

Un nuovo libro su Francesco Biamonti




Riprendiamo un comunicato dell'associazione Amici di Francesco Biamonti.


Come associazione Amici di Francesco Biamonti siamo veramente contenti di potervi comunicare la pubblicazione dell'approfondito lavoro di Matteo Grassano, caro amico e socio dell'AFB, nonché attento studioso e ricercatore di letteratura, su Francesco Biamonti. Il libro, uscito per le edizioni Franco Angeli, con un titolo veramente accattivante e appropriato: "Il territorio dell'esistenza. Francesco Biamonti (1928-2001)", costituisce il primo lavoro di analisi complessiva dell'opera di Francesco Biamonti, ormai entrato nel ristretto canone dei maggiori scrittori italiani dell'ultimo Novecento. Il lungo percorso, articolato in nove capitoli, permette al lettore di ripercorrere per intero le diverse posizioni critiche su Biamonti e di approfondire i nodi fondamentali della sua poetica, dal rapporto con il territorio del Ponente ligure a quello con la storia novecentesca, dalla concezione della realtà umana a quella della creazione artistica.

Si scopre così, nella trama della scrittura e nel fitto dialogo con i filosofi e gli scrittori del Novecento, una nitidissima architettura letterario-filosofica. Tessendo i legami tra la prosa dell'autore, nei suoi contenuti e nella sua veste stilistica, e l'esperienza culturale che la sottende, il libro evidenzia la coerenza interna dell'opera biamontiana e la interpreta quale tentativo di esporre in forma letteraria una personale visione del mondo e dell'uomo.

Il libro verrà presentato a San Biagio, nell'ambito degli itinerari di Letteratura 2019, sabato 18 maggio alle ore 17,00, con la partecipazione dell'autore e del prof. Antonello Perli dell'Università di Nizza.

domenica 21 aprile 2019

il mistero della cattedrale




L'invisibile essenza di Notre-Dame non scompare tra le fiamme.

Raffaele K. Salinari

Il mistero della cattedrale

Il fuoco ha bruciato Notre Dame nella materia della sua forma visibile, il legno secolare, le antiche trame dei dipinti e degli arazzi, mentre il fumo anneriva le pietre millenarie, oscurando gli ori degli arredi sacri. Tutto questo è andato perduto per sempre, evaporato in un rogo come quelli ai quali legargoyle dell’antica Cattedrale hanno assistito per secoli. Non è la prima volta, e forse non sarà neanche l’ultima. I rivoluzionari francesi volevano addirittura raderla al suolo, dopo averla spogliata e depredata per anni. Ma perché il suo corpo mistico rimanga intatto, in attesa di reincarnarsi in una nuova struttura, come la Fenice che risorge dalle sue stesse ceneri, noi che la amiamo, che abbiamo avuto il previlegio di ammirarla ancora intatta, dobbiamo ora renderci testimoni della sua invisibile essenza. Il corpo sottile della Cattedrale, dunque, vivrà in noi e come ognuno di noi, poiché se essa è certo un monumento della cristianità, chi l’ha costruita ne ha voluto fare anche una vera e propria arca della Sapienza Tradizionale, di ciò che è sempre stato e sempre sarà, un’epitome dei simboli che fanno capo all’Arte Regia ed alla Libera Muratoria, alla quale l’ultimo suo restauratore, Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc era iniziato.



Il Mistero della Cattedrale

Ci sono dunque due letture di Notre Dame, una esoterica ed una essoterica. Questa verità era, è, chiaramente effigiata sul pilastro centrale della Cattedrale, quello che sostiene il Portale del Giudizio Universale. Qui si vede una figura femminile la cui più fulgida descrizione viene fatta dal misterioso alchimista che si celava sotto il nome di Fulcanelli, l’autore del celeberrimo libro Il mistero delle Cattedrali, dal quale la traiamo: «Il pilastro di mezzo, che divide in due il vano d’ingresso, ci offre una serie di rappresentazioni allegoriche delle scienze medioevali. Di fronte al sagrato, ed al posto d’onore, l’Alchimia è raffigurata da una donna la cui fronte tocca le nubi. Seduta in trono, ella ha nella mano sinistra uno scettro, segno di sovranità, mentre con la destra tiene due libri, uno chiuso (esoterismo) e l’altro aperto (essoterismo). Mantenuta tra le sue ginocchia e poggiata sul suo petto si eleva la scala dai nove gradini, la scala philosophorum, geroglifico della pazienza che deve essere posseduta dai suoi fedeli nel corso delle nove successive operazioni della fatica ermetica.

 Tale è il titolo del capitolo filosofale, di quel Mutus Liber rappresentato dal tempio gotico. Tale il frontespizio di questa Bibbia occulta dai massicci fogli di pietra. Questa l’impronta, il sigillo della Grande Opera laica sul frontone stesso della Grande Opera cristiana. Non poteva essere meglio situato se non sulla soglia stessa dell’ingresso principale. Così la Cattedrale ci appare basata sulla Scienza Alchemica, investigatrice delle trasformazioni della sostanza originale, della Materia elementare (Materia dal latino Mater). Perché la Vergine-Madre, spogliata del suo velo simbolico, non è altro che la personificazione della Sostanza Primitiva, di cui si è servito, per realizzare i suoi fini, il Principio creatore di tutto ciò che esiste».

Dopo questa descrizione della figura portante di tutta la Cattedrale, Fulcanelli chiarisce la relazione tra la Madre di Dio, la Grande Madre, e la Madre Materia, tanto cara a Giordano Bruno che, per amore della verità e del libero pensiero fu arso vino a Campo dei Fiori. «Questo è il significato, del resto assai chiaro, di quella singolare epistola che viene letta alla messa dell’Immacolata Concezione della Vergine ed eccone il testo: “Il Signore mi ha posseduta all’inizio delle sue vie. Io ero prima che egli plasmasse qualsiasi altra creatura. Io ero nell’eternità prima che venisse creata la terra. Gli abissi non erano ancora ed io ero già concepita. Le sorgenti non erano ancora uscite dalla terra; la pesante massa delle montagne non era stata ancora formata; ero già nata prima delle colline. Egli non aveva ancora creato ne la terra, ne i fiumi, ne consolidato la terra mediante i due poli. Quando egli preparava i Cieli, io ero presente; quando circoscrisse gli abissi con i loro limiti e stabilì una legge inviolabile; quando stabilizzò l’aria attorno alla terra; quando equilibrò l’acqua delle sorgenti; quando rinchiuse il mare nei suoi limiti e quando impose una legge alle acque perché non superassero i confini loro assegnati; quando gettò le fondamenta della terra, io ero con lui e regolavo tutte le cose”. 

Chiaramente qui si tratta dell’essenza stessa delle cose. E, infatti, le litanie c’insegnano che la Vergine è il Vaso che contiene lo Spirito delle cose: Vas spirituale. Gli stessi testi chiamano Maria anche Sede della Saggezza, in altri termini Soggetto della Scienza Ermetica, della sapienza universale. Nel simbolismo dei metalli planetari è rappresentata dalla Luna, che riceve i raggi del Sole e li conserva segretamente nel suo seno. È la dispensatrice della sostanza passiva, animata dallo spirito solare. Quindi Maria, Vergine e Madre, rappresenta la forma; mentre Elia, il Sole, Dio, il Padre è l’emblema dello spirito vitale. Dall’unione di questi due principi scaturisce la materia vivente, sottomessa alle vicissitudini delle leggi di mutazione e di progressione. È, cioè, Gesù, lo spirito incarnato, il fuoco corporificato nelle cose che ci sono familiari quaggiù. Queste sono le riflessioni suggerite dall’espressivo bassorilievo che accoglie il visitatore sotto il portico della basilica. La Filosofia ermetica gli dà il benvenuto nella chiesa gotica, tempio alchemico per eccellenza. Perché la cattedrale tutt’intera non è altro che una glorificazione muta, ma espressa con immagini, dell’antica scienza di Ermes».

Qui troviamo riassunto tutto il significato esoterico della costruzione, la sua sconvolgente attualità di rispetto per tutte le forme del vivente. Ma Notre Dame, ci dice ancora Fulcanelli, è un vero e proprioMutus Liber, un libro di pietra, le cui pagine sono (erano?) ben visibili ai due lati della figura della Nostra Signora. Ed infatti, percorrendo con lo sguardo le basi della navata centrale, ritrovavamo una serie di splendidi bassorilievi che, con magistrale accuratezza, riproducevano ogni fase dell’Opera, dalla scelta della Prima Materia, simboleggiata dalla Vergine stessa, sino al compimento della Pietra, cioè al ritrovamento di quella Occultum Lapidem che rappresenta il compimento di un cammino di elevazione spirituale proprio ad ogni essere nato per «seguir virtute e canoscenza»; ci torneremo più avanti.

Perché, in realtà, l’alchimista mette nel crogiolo anche se stesso; è lui una parte imprescindibile della Prima Materia che andrà, attraverso le operazioni successive agite su ciò che giace nel fuoco dell’alambicco, purificata dalle passioni che imprigionano l’anima e la rendono schiava della materialità. Non è questa la sede per andare oltre, ma ognuno di noi sentirà risuonare in queste arcane formule una corda intima, spirituale, che celebra quella Natura Naturans di cui siamo tutti figli, e che ha nella Cattedrale un luogo eletto. Se vogliamo dare un futuro a Notre Dame dobbiamo dunque costruire il nostro tempio interiore, farci pietre di una costruzione che ci comprende come parti di un tutto, ognuno singolarmente insostituibile, ma necessitato a sgrezzarsi per complementarsi con gli altri.



L’Alchimista di Notre Dame

E allora, tra le statue che ornavano (ornano?) la Cattedrale, oggi annerite dal fumo oscuratore, ve n’è una particolarmente emblematica di tutto questo: l’Alchimista col suo berretto frigio.

«Se, spinti dalla curiosità, o per dare uno scopo piacevole alla passeggiata senza meta d’un giorno d’estate, salite la scala a chiocciola che porta alle parti alte dell’edificio, percorrete lentamente il passaggio, scavato come un canale per lo smaltimento delle acque, sulla sommità della seconda galleria, giunti vicino all’asse mediano del grande edificio, all’altezza dell’angolo rientrante della torre settentrionale, noterete, in mezzo ad un corteo di chimere, il sorprendente rilievo d’un grande vecchio di pietra. È lui, è l’Alchimista di Notre Dame. Con il capo coperto dal cappello frigio, attributo dell’Adepto, posato negligentemente sulla lunga capigliatura dai grandi riccioli, il saggio, avvolto nel leggero camice di laboratorio, s’appoggia con una mano alla balaustra, mentre con l’altra accarezza la propria barba abbondante e serica. Egli non medita, osserva. L’occhio è fisso; lo sguardo possiede una straordinaria acutezza. Tutto, nell’atteggiamento del Filosofo, rivela una estrema emozione… Che splendida figura questa del vecchio maestro che scruta, interroga, curioso ed attento, l’evoluzione della vita minerale e poi, infine, abbagliato, contempla il prodigio che solo la propria fede gli faceva intravedere». Con queste parole Fulcanelli introduce la figura dell’Alchimista sulla torre settentrionale della grande cattedrale gotica, la cui figura è riconoscibile appunto dal cappello frigio «attributo dell’Adepto».

Anche nel mosaico bizantino della basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, i Re Magi adoranoGesù calzati dei loro cappelli frigi. Essi rivolgono lo sguardo al Salvatore mentre sopra di loro brilla la stella d’oro, chiaro riferimento sia alla stella cometa che li indusse a mettersi in cammino, sia alla stella del Compost-stella, cioè alla Stella di San Giacomo di Compostela che compare su innumerevoli facciate di chiesee palazzi sparsi per tutta l’Europa, ad indicare sia un rifugio per i pellegrini sulla via del celebre Santuario sia le fasi della Grande Opera, come chiaramente leggibile sui bassorilievi scolpiti ai lati dell’ingresso principale di Notre Dame.

Se li osserviamo bene troveremo, ad un certo punto, la figura dell’alchimista che difende l’Atanor, la fornace alchemica, e che indossa il berretto frigio, lo stesso che abbiamo visto sul capo della scultura sul torrione settentrionale.

D’altra parte la sovrapposizione tra il Cristo ed il Lapis, cioè la Pietra Filosofale, è la chiave dell’alchimia medioevale, sia per evitare le ire dell’Inquisizione, sia come linguaggio iniziatico alle operazioni di trasmutazione della materia. Non a caso nel famoso romanzo Notre Dame di Parigi, Victor Hugo pone al centro della storia il delirante e malvagio arcidiacono della cattedrale, Monsignor Claude Frollo, un aspirante alchimista che però, accecato dalla sua passione impura per la bella Esmeralda, non ricambiato da lei, è incapace di leggere compiutamente le formule della Grande Opera. Nel romanzo tutto è alchimia, dal linguaggio dei popolani della corte dei miracoli, l’argot da cui deriverebbe la parola gotico, sino alle corrispondenze astrali, arrivando a Quasimodo ed alla sua storia d’amore con l’egiziana Esmeralda, lo smeraldo posto sulla fronte dell’Angelo Caduto, della Tavola Smeraldina, della pietra stessa in cui è stato scolpito il Graal. Nel maestoso affresco che Hugo descrive magistralmente tutto è simbolo sottile ed al tempo stesso carnale, sacro e profano, iniziatico e palese. Donata Feroldi, nel suo La chiave della porta rossa, avanza una affascinante e documentata lettura alchemica dell’insieme, messo in risalto nel titolo, la porta rossa, forse ancora visibile sul lato sinistro della cattedrale, presso la quale, il giorno di saturno, si ritrovavano gli adepti.



L’architetto Viollet le Duc

Ciò che abbiamo visto bruciare per prima, e cadere in preda alle fiamme, è la guglia della Cattedrale. La sua storia è indissolubilmente legata all’ultimo architetto che l’ha restaurata, (1845-64), dopo l’abbandono seguito alla Rivoluzione. Il suo capolavoro fu proprio la guglia posta all’incrocio fra la navata principale ed il transetto. Realizzata in ghisa, la struttura reca alla base dodici figure di apostoli ed uno di essi riproduce le fattezze di Viollet le Duc in una posa particolare. Egli, inoltre, ha in mano un regolo con la scritta Non Amplius Dubito, la formula della giusta proporzione muratoria. Alla base, oggi perduta, c’era una lapide che recava la scritta A.G.D.G.A.U., riconoscimento all’appartenenza iniziatica dell’architetto. Sulla guglia spiccava una stella, la stessa dei Magi e dell’Opera, ed alla sua base un Oroboro, il serpente cosmico, vegliava sulla ciclicità del tempo. Ricordiamo tutto questo affinché chi porrà mano al restauro restauri anche i simboli della Scienza Sacra, senza i quali la Cattedrale non avrebbe più la sua anima.

Il Manifesto/Alias – 20 aprile 2019

sabato 20 aprile 2019

Angelo Ruga, Colline


martedì 16 aprile 2019

Notre-Dame de Paris. Libro alchemico di pietra



Una pagina da uno dei classici moderni dell'alchimia. La scala dei filosofi a Notre-Dame de Paris.

Notre-Dame de Paris. Libro alchemico di pietra

La cattedrale di Parigi, come la maggioranza delle basiliche metropolitane, è posta sotto l'invocazione della benedetta Vergine Maria o Vergine-Madre. In Francia il popolino chiama queste chiese le Notre-Dame.

In Sicilia, esse hanno un nome ancora più espressivo, quello di Matrici. Si tratta, quindi, proprio di templi dedicati alla Madre (lat. mater, matris), alla Matrone nel senso primitivo, questo termine, per corruzione, è diventato poi Madone ( Si è preferito lasciare il vocabolo francese per una migliore comprensione del passaggio tra Matrone e Madone N.d.T.) (ital. madonna), mia Signora e, per estensione, Notre-Dame.

Attraversiamo il cancello del porticato ed iniziamo lo studio della facciata del gran portale, chiamato atrio centrale o del Giudizio. Il pilastro di mezzo, che divide in due il vano d'ingresso, ci offre una serie di rappresentazioni allegoriche delle scienze medioevali.

Di fronte al Sagrato, — ed al posto d'onore, — l'alchimia è raffigurata da una donna la cui fronte tocca le nubi. Seduta in trono, ella ha nella mano sinistra uno scettro — segno di sovranità — mentre con la destra tiene due libri, uno chiuso (esoterismo) e l'altro aperto (essoterismo). Mantenuta tra le sue ginocchia e poggiata sul suo petto si eleva la scala dai nove gradini, — scala philosophorum, — geroglifico della pazienza che deve essere posseduta dai suoi fedeli nel corso delle nove successive operazioni della fatica ermetica (tav. II).



«La pazienza è la scala dei Filosofi, ci dice Valois ( Oeuvres de Nicolas Grosparmy et Nicolas Valois. Mss. Biblioteca dell'Arsenal n. 2516 (166 S.A.F.), p. 176), e l'umiltà è la porta del loro giardino, perché a chiunque persevererà senza orgoglio e senza invidia. Dio farà misericordia.»

Tale è il titolo del capitolo filosofale di quel mutus Liber rappresentato dal tempio gotico; tale il frontespizio di questa Bibbia occulta dai massicci fogli di pietra; questa l'impronta, il sigillo della Grande Opera laica sul frontone stesso della Grande Opera cristiana. Non poteva essere meglio situato se non sulla soglia stessa dell'ingresso principale.

Così la cattedrale ci appare basata sulla scienza alchemica, investigatrice delle trasformazioni della sostanza originale, della Materia elementare (lat. 60 materea, radice mater, madre). Perché la Vergine-Madre, spogliata del suo velo simbolico, non è altro che la personificazione della sostanza primitiva, di cui si è servito, per realizzare i suoi fini, il Principio creatore di tutto ciò che esiste

(Da: Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Edizioni Mediterranee, pag. 60)

Notre-Dame de Paris. il tempo è cieco, l'uomo è stupido



Notre-Dame è un pezzo del nostro cuore. Abbiamo imparato a conoscerla e amarla poco più che bambini con victor Hugo e poi da adulti con gli studi alchemici di Fulcanelli.

Victor Hugo

Notre-Dame de Paris

La chiesa di Notre-Dame di Parigi è certamente ancora oggi un maestoso e sublime edificio. Ma, per quanto bella si sia conservata col passare del tempo, è difficile non sospirare e non indignarsi di fronte alla degradazione e alle innumerevoli mutilazioni che il tempo e gli uomini alternativamente hanno inferto al venerabile monumento, senza rispetto per Carlomagno che ne aveva posto la prima pietra, né per Filippo Augusto che ne aveva posto l'ultima. Sul volto di questa vecchia regina delle nostre cattedrali, accanto ad una ruga si trova sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacior, espressione che tradurrei volentieri così: il tempo è cieco, l'uomo è stupido. […]

Innanzitutto, per citare solo qualche esempio capitale, esistono sicuramente poche pagine architettoniche più belle di questa facciata sulla quale, successivamente e insieme, i tre portali incavati ad ogiva, il cordone ricamato fiancheggiato dalle sue due finestre laterali come il prete dal diacono e dal sottodiacono, l'alta e fragile loggia di archi trilobati che sostiene una pesante piattaforma sulle sue sottili colonnette, infine le due nere e massicce torricon le loro tettoie di ardesia, parti armoniose di un magnifico insieme, sovrapposte in cinque giganteschi piani, si sviluppano sotto lo sguardo, in gran numero ma ordinatamente, con i loro multiformi particolari di statuaria, di scultura e di cesellatura, potentemente armonizzati alla tranquilla grandezza dell'insieme; vasta sinfonia di pietra, per così dire; opera colossale di un uomo e di un popolo, unica e al tempo stesso complessa come l'Iliade e i Romanceros di cui è sorella; prodotto prodigioso del contributo di tutte le energie di un'epoca, ove su ogni pietra si vede impressa in cento modi diversi la fantasia dell'operaio disciplinata dal genio dell'artista; sorta di creazione umana, in poche parole, potente e feconda come la creazione divina a cui sembra aver strappato il suo duplice carattere: la varietà e l'eternità. E quel che abbiamo detto della facciata, dobbiamo dirlo dell'intera chiesa; e quello che diciamo della chiesa cattedrale di Parigi, dobbiamo dirlo di tutte le chiese della cristianità medievale. Tutto rientra in quest'arte derivata da se stessa, logica e ben proporzionata.[...]



È un edificio della transizione. L'architetto sassone aveva appena eretto i primi pilastri della navata, quando l'ogiva che arrivava dalla crociata è venuta a posarsi da conquistatrice su quei larghi capitelli romanici che avrebbero dovuto sostenere solo archi a tutto sesto. L'ogiva, padrona da quel momento, ha costruito il resto della chiesa. Tuttavia, all'inizio inesperta e timida, essa si svasa, si allarga, si contiene, e non osa ancora slanciarsi in guglie e pinnacoli come farà più tardi in tante meravigliose cattedrali. Sembra risentire della vicinanza delle pesanti colonne romaniche. D'altra parte, questi edifici della transizione dal romanico al gotico non sono meno preziosi da studiare degli esemplari architettonici puri. Esprimono una sfumatura dell'arte che senza di essi andrebbe perduta.

È l'innesto dell'ogiva sull'arco a tutto sesto. Notre-Dame di Parigi, in particolare, è un curioso esempio tipico di questa varietà. Ogni faccia, ogni pietra del venerabile monumento è una pagina non solo della storia del paese, ma anche della storia della scienza e dell'arte. Quindi, per indicare qui soltanto i dettagli principali, mentre la piccola Porte-Rouge raggiunge quasi i limiti delle delicatezze gotiche del quindicesimo secolo, le colonne della navata, per il loro volume e la loro imponenza, retrocedono fino all'abbazia carolingia di Saint-Germain-des-Prés. Sembrerebbe ci fossero sei secoli di differenza fra quella porta e queste colonne.

Persino gli ermetici trovano nei simboli del portale maggiore un compendio soddisfacente della loro scienza, di cui la chiesa di Saint-Jacques-de-la-Boucherie era un geroglifico così completo. Pertanto, l'abbazia romanica, la chiesa filosofale, l'arte gotica, l'arte sassone, la pesante colonna rotonda che richiama Gregorio VII, il simbolismo ermetico con cui Nicolas Flamel preludeva a Lutero, l'unità papale, lo scisma, Saint-Germain-des-Prés, Saint-Jacques-de-laBoucherie, tutto è fuso, combinato, amalgamato in Notre-Dame. Questa chiesa centrale e generatrice è, fra le vecchie chiese di Parigi, una specie di chimera; ha la testa di una, le membra di un'altra, il dorso di un'altra ancora, qualcosa di tutte.

lunedì 8 aprile 2019

Anarchici e socialisti nella Savona del 1894



Il Partito Socialista nacque a Genova nel 1892. E a Savona che cosa succedeva? Un vecchio lavoro di qualche anno fa ricostruisce gli inizi del movimento socialista savonese.

Giorgio Amico

Anarchici e socialisti nella Savona del 1894

Per il 14-15 agosto 1892 fu convocato a Genova il congresso costitutivo del Partito dei Lavoratori Italiani. Nel manifesto programmatico venivano chiamati a raccolta «le rappresentanze di tutte le associazioni e circoli operai che accettino in massima i principi cardinali del Partito approvati nell'ultimo congresso e cioè: la costituzione di un grande partito di lavoratori indipendente da tutti gli altri partiti; l'organizzazione operaia per la rivendicazione delle terre e dei capitali in mano alla collettività dei lavoratori; la conquista dei poteri pubblici, come altro mezzo per l'emancipazione dei lavoratori». (1)

L'andamento dei lavori fu burrascoso e sancì la definitiva separazione fra la corrente socialista e quella anarco-operaista. Il partito attenderà fino al Congresso di Reggio Emilia dell'anno successivo per definirsi esplicitamente socialista, ma a caratterizzare in tal senso il Congresso di Genova vengono la definizione di un preciso programma ideologico e l'accettazione di questo da parte dei più importanti centri del movimento operaio organizzato. In breve, come scrive Arfè, « il partito che nasce a Genova ha una base proletaria, é ideologicamente collegato al marxismo, si collega per questo pur tenue filo con gli altri partiti socialisti europei». (2)


Il Primo congresso socialista ligure

Nonostante le difficoltà del momento politico attraversato e la pochezza dei mezzi organizzativi del nuovo partito operaio, in breve tempo l'idea socialista prende in Liguria uno sviluppo veramente straordinario. Ne è prova il Primo Congresso Socialista Ligure che si tiene un anno e mezzo più tardi a Sampierdarena alla presenza di oltre duecento delegati in rappresentanza di ben 36 società di tutta la regione.

Aperti i lavori con le relazioni dell'operaio Pietro Chiesa, già membro della presidenza del congresso del '92, e di Andrea Costa, che porta il saluto della direzione nazionale, in due giorni di intenso dibattito vengono definiti punti fondamentali per l'attività futura del partito quali l'atteggiamento da tenere nei confronti delle elezioni, la costituzione di una Camera del Lavoro a Genova, la municipalizzazione dei servizi pubblici, l'agitazione a favore del suffragio universale. In particolare viene approvato all'unanimità un ordine del giorno conclusivo con cui « il Congresso afferma il dovere e l'utilità della lotta elettorale politica e amministrativa, intesa alla conquista dei pubblici poteri, mediante candidati propri sempre dovunque sia possibile, almeno allo scopo di propaganda...». (3)

Il Congresso sancisce anche la nascita di una struttura organizzativa permanente, la Federazione Socialista Ligure, diretta da un Consiglio in cui viene chiamato a rappresentare Savona il prof. Alberto Cuneo, esponente di primo piano della da poco costituita Lega Socialista Savonese.




La Lega Socialista Savonese

Dopo un lavoro preparatorio durato diversi mesi, si era infatti costituita anche nella nostra città una sezione socialista: la sera del 16 marzo 1894 nella sala della Società Fabbro-Ferrai si era svolta, alla presenza di oltre duecento persone tra cui numerosi socialisti di Oneglia, Sanremo e Genova, la seduta inaugurale della Lega Socialista Savonese. Le attività iniziali della neonata organizzazione si erano rivolte alla propaganda all'interno delle società operaie e alla preparazione della giornata del Primo Maggio la cui celebrazione era allora severamente interdetta dalle norme di pubblica sicurezza.

Nonostante le eccezionali misure adottate dalle autorità – era stato posto in allerta anche il 64° Reggimento di fanteria di stanza in città – la festa del lavoro si svolse nella massima calma. Le società operaie organizzarono nella mattinata escursioni alla collina dei cappuccini da cui i lavoratori e le loro famiglie tornarono nel pomeriggio « carichi di verde e di fiori». (4) A sera, nonostante il tempo si fosse guastato e piovesse a dirotto, si tenne nella sala della Fratellanza Operaia per iniziativa della Lega una conferenza del pubblicista Ferruccio Mosconi, redattore de “Il Caffaro” di Genova e esponente di spicco della Federazione Socialista Ligure. La riunione fu occasione di aspro scontro fra socialisti da un lato e anarchici e repubblicani dall'altro. In fatti, non appena l'oratore ebbe terminato di sostenere che il partito non doveva cercare né accettare l'alleanza con gli anarchici e mirare invece a impadronirsi con mezzi legali del potere, alcuni operai anarchici vivacemente ribadirono la loro avversione al sistema elettorale e la comprensione per i « lanciatori di bombe». In particolare si sostenne da parte dei libertari che « l'dea del voto è per i socialisti un modo di salire in alto e di scordare chi soffre» e che « dai deputati e consiglieri comunali socialisti nulla può sperare il proletariato». (5)

Quanto ai repubblicani, essi rivendicarono a Mazzini la gloria di aver ideato un programma socialista migliore e più nobile di quelli di Marx e Lassalle e accusarono i socialisti di volere la divisione del movimento operaio e di rafforzare così gli avversari.




Il processo agli anarchici e i fatti di Sicilia

L'animata conferenza del Primo Maggio non è il solo indizio della presenza in città di un agguerrito, seppur ridotto, manipolo anarchico. Pochi giorni più tardi – il 5 maggio – si aprì davanti al Tribunale di Savona il processo contro sette giovani anarchici accusati di associazione a delinquere. Secondo l'accusa i sette, tutti operai, capeggiati dal tipografo ventitreenne Giuseppe Cava, erano soliti riunirsi all'angolo di Piazza Giulio II e lì, durante i fatti della Lunigiana, avevano espresso l'intenzione di andare in aiuto degli anarchici carraresi e di compiere a scopo dimostrativo attentati contro la ferrovia.

In realtà, e lo svolgimento del processo lo dimostrò inequivocabilmente, i giovani anarchici, da tempo tutti accuratamente sorvegliati dalle autorità per timore che « volessero provocare disordini», si erano limitati ad un'opera di propaganda o, come allora si diceva, di « preparazione del terreno». A questo scopo erano stati allacciati contatti con gruppi libertari di altre città, specialmente a Genova, e diffusi nelle fabbriche savonesi, e in particolare alla Servettaz dove uno dei sette lavorava, opuscoli, manifestini e giornali anarchici come “La Favilla” e il “Sempre Avanti!”. Sempre a Savona e a Alassio, dove risiedevano due degli imputati, erano stati tracciate scritture murali inneggianti all'ormai prossimo trionfo dell'anarchia e organizzate conferenze clandestine a cui aveva preso parte un ristretto numero di simpatizzanti. La Corte non ebbe la mano pesante e, dopo tre giorni di dibattimento, condannò cinque degli imputanti e precisamente Giuseppe Cava, Leonardo Zino, Giuseppe Fortunato, Pio Rossi e Mario Mobello, a sei mesi di reclusione e a cento lire di ammenda, mentre assolse per insufficienza di prove Vincenzo Costa e Antonio Stalla.

Fioccavano intanto a migliaia le condanne per i fatti di Sicilia, dove il movimento dei Fasci operai e contadini era stato brutalmente represso con l'ausilio dei tribunali militari e della legge marziale. All'onorevole De Felice Giuffrida, considerato principale istigatore dei tumulti, venne inflitta una grave condanna nonostante l'immunità parlamentare. Il fatto suscitò l'unanime sdegno di tutti i democratici. La Massoneria, che già per per bocca del suo Gran Maestro aveva protestato contro i provvedimenti eccezionali adottati dal governo in Sicilia e in Lunigiana, solidarizzò pubblicamente con il Partito Socialista. (6)

Anche a Savona la riprovazione per il brutale atto repressivo fu unanime. La Lega Socialista diffuse in tutta la città questo manifestino:
« La Lega Socialista Savonese di fronte all'enorme ed efferata condanna pronunciata dal tribunale “giberna” di Palermo contro De Felice e compagni, protesta energicamente contro l'attuale governo e in special modo contro il vigente sistema capitalistico, sola e unica causa di tutte le ingiustizie e ineguaglianze sociali, e fa voti che un'energica perseverante agitazione del partito socialista riesca a ridonare ai compagni condannati la loro libertà». (7)

Fu il canto del cigno della prima organizzazione socialista savonese. Ottenuti i poteri eccezionali, Crispi li usò contro il suo principale nemico il Partito Socialista. Decreti legge “anti-anarchici” colpirono le camere del lavoro, le leghe operaie, le società di mutuo soccorso, i circoli ricreativi e culturali. Centomila persone furono private del diritto di voto con il pretesto che erano state iscritte per errore nelle liste elettorali. Di fatto il Partito socialista, che aveva ormai più di 160 sedi in tutta Italia, venne posto nella più completa illegalità. Un'ondata senza precedenti di arresti potò nelle carceri migliaia di lavoratori accusati di voler sovvertire le istituzioni e di istigare all'odio di classe. Anche la Liguria fu travolta da questa spirale repressiva che pareva inarrestabile. Sciolta d'autorità la Federazione Socialista Ligure, arrestati e condannati i suoi dirigenti, costretti all'esilio i più decisi dei suoi militanti, il partito si trovò pressoché completamente paralizzato. Iniziava così una fase di ripensamento teorico e di riorganizzazione del movimento operaio costretto a rivedere i propri obiettivi e i propri metodi di lavoro. Una fase destinata a sboccare il 25 dicembre 1896 nella fondazione de « l'Avanti!» e nel ritorno impetuoso del Partito Socialista sulla scena politica nazionale.

Note

1) Citato in G. Trevisani, Storia del Movimento Operaio Italiano, Milano 1960, vol. II, pp. 213-214.
2) Cfr. G. Arfè, Storia del socialismo italiano, Milano 1977, pag. 9.
3) “Il Cittadino” del 16 maggio 1894.
4) “Il Cittadino” del 2 maggio 1894.
5) Ibidem.
6) “Il Cittadino” del 31 gennaio e del 2 maggio 1894.
7) “Il Cittadino” del 12 giugno 1894.



Pagine savonesi, anno 3°, n.1, febbraio 1983

Filippo de Pisis e la Liguria


    De Pisis, Sanremo (1938)

Martedì 9 aprile 2019, ore 17.00
Biblioteca Berio - Sala Lignea
Via del Seminario 16, Genova

Filippo de Pisis e la Liguria
Quaderno n. 86 de «La Riviera Ligure»

Presentazione Maria Novaro (Fondazione Mario Novaro)
Interventi
Leo Lecci (Università di Genova)
Veronica Pesce, Andrea Lanzola, Andrea Sisti (curatori del Quaderno)


L’ultima pubblicazione edita dalla Fondazione Mario Novaro, dal titolo Filippo de Pisis e la Liguria, è al centro dell’incontro in programma martedì 9 aprile alle ore 17 nella Sala Lignea della Biblioteca Berio (via del Seminario 16, Genova). Al saluto di Maria Novaro, presidente della Fondazione Mario Novaro, seguiranno gli interventi di Leo Lecci, docente di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Genova, Veronica Pesce, Andrea Lanzola e Andrea Sisti, curatori del Quaderno. Ingresso libero.

Filippo de Pisis e la Riviera ligure mette in luce l’aspetto meno conosciuto di Filippo de Pisis, l’attività di scrittore che ha sempre affiancato la pittura e ne costituisce l’esemplare corollario, offrendo le parole più esatte alle immagini della sua nota produzione artistica. Il Quaderno costituisce la prima pubblicazione integrale della corrispondenza di De Pisis con Mario Novaro, intrecciate alle brevi prose apparse fra il dicembre 1915 e il luglio 1917 su «La Riviera Ligure», storica rivista letteraria riportata in vita nel 1990 dalla Fondazione che porta il nome del suo ideatore, nonno di Maria Novaro. Dati familiari che si intrecciano e saranno in questa occasione moltiplicati dalla testimonianza di Filippo Tibertelli de Pisis e di sua figlia Maddalena, rispettivamente figlio e nipote di Francesco, fratello dell’artista.

Nelle sue prose - Sotto le mura, Nel confessionale, Buoi, Pappagallo, Dolore, La chiesa, per fare qualche esempio - de Pisis descrive le ambientazioni che diventeranno tipiche non solo dei suoi dipinti, ma anche delle opere di due fra i suoi più cari amici, Andrea Savinio e Giorgio De Chirico, nonché delle nature morte di Giorgio Morandi.

    De Pisis, Giardino (1941)

Il Quaderno ripercorre inoltre lo stretto rapporto dell’artista ferrarese con la Liguria. Nel 1920 de Pisis soggiorna tutta l’estate con la famiglia a Rapallo, presso la villa del conte Lorenzo Ricci. In quel periodo rinnova l’amicizia con Eugenio Montale, incontra Gordon Craig, tiene conferenze, forse disegna, certamente scrive. Nel 1940 si ferma quindici giorni a Sanremo dove dipinge un corpus di opere di grande valore estetico. Si reca successivamente a Genova per cenare (il 27 gennaio) con Camillo Sbarbaro, Onofrio Martinelli, Guido Galletti. La frequentazione genovese conduce a diverse esposizioni, fra cui la sua prima personale alla Galleria Rotta nel ’41 (dove aveva già partecipato a una collettiva nel ’37), cui seguono le mostre postume del ’59 alla Galleria San Matteo e del ’65 alla Rinascente di Genova. Molti quadri di de Pisis arricchiscono le collezioni genovesi. Rimane da scoprire quante sue opere sono state ispirate dalla Liguria e dal suo paesaggio.


domenica 7 aprile 2019

Ulivi e scrittura. Biamonti, Boine e il paesaggio ligure




Università del Golfo a.a. 2018-2019

ULIVI E SCRITTURA
BIAMONTI, BOINE E IL PAESAGGIO LIGURE
A cura del Prof. Giorgio Amico

MARTEDI’ 9 APRILE 2019
ORE 15.30
SALA CONFERENZE
OPERA PIA SICCARDI-BERNINZONI
VIA VERDI, 33 – SPOTORNO

Iniziata nel Cinquecento la monocultura intensiva dell'ulivo nel Ponente ligure va in crisi all'inizio del Novecento e tramonta definitivamente alla fine del secolo. Boine e Biamonti sono i testimoni di questo processo, nelle loro opere il racconto della fine di un mondo e di una cultura.

martedì 2 aprile 2019

Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza




Venerdì 5 Aprile alle ore 17:30
Presso la Libreria AmicoLibro di Bordighera (IM)
Presentazione del Libro "Oltrepassare. Storie di passaggi tra Ponente Ligure e Provenza" con l'autore Arturo Viale, e con la conduzione a cura di Corrado Ramella.


La nuova fatica letteraria di Arturo Viale racconta le storie di chi è passato dal Ponente ligure per raggiungere la Provenza, lasciando tracce nelle voci, dicerie, tradizioni e credenze, che l’autore ha raccolto e selezionato.

Un lavoro paziente e meticoloso, che ha portato alla luce non solo personaggi famosi come santi, poeti, scrittori, pittori, cantanti, banditi, eroi, papi e ministri, ma anche tanti personaggi semplici e sconosciuti, emigranti, naviganti, anarchici e rivoluzionari. A questo impianto ha aggiunto alcune storie di famiglia, dando così vita ad un puzzle di quarantaquattro racconti avvincenti, un mix di storie note e sconosciute, con un’appendice simpatica relativa al trombettiere di Custer, che sarebbe bello fosse nato ad Apricale, ma forse non è così.

Tante storie da raccontare davanti al fuoco o su uno scoglio in riva al mare; passaggi di naviganti, emigranti, eroi, poeti, santi, banditi, tra Liguria e Provenza. Viaggi curiosi e tentativi di sistemare il carico della vita grazie agli scossoni affrontati lungo il percorso. Un confine che sfida a passare, un orizzonte che si sposta a ogni passo.


lunedì 1 aprile 2019

Il Movimento della Sinistra Comunista (1954-1965). Una storia di scissioni



Nata per riunire le forze disperse della opposizione di sinistra al PCI, Azione Comunista si trasformò presto in un campo di battaglia politico-ideologica. Tanto da diventare quasi il simbolo di una sinistra incapace di trovare un terreno comune d'azione.

Giorgio Amico

Il Movimento della Sinistra Comunista (1954-1965). Una storia di scissioni

Nel dicembre 1954 due dirigenti comunisti milanesi, Luciano Raimondi e Giulio Seniga, indirizzano ai delegati alla IV Conferenza Nazionela del PCI, previsto a Roma per il gennaio successivo, una lettera aperta di denuncia delle illusioni parlamentari del gruppo dirigente togliattiano, auspicando il rilancio di una politica di classe “dura e intransigente” e il recupero della vecchia guardia operaia e partigiana in via di definitiva marginalizzazione. Obiettivo esplicito della lettera è l'area rappresentata da Pietro Secchia, individuata come alternativa alla linea togliattiana. In realtà, come nota Arturo Peregalli in un suo studio di alcuni anno fa, Secchia esprimeva in realtà una divaricazione della medesima linea togliattiana, diversificandosi solo per la maggiore attenzione prestata al movimento di massa.

A questa lettera seguiranno altre quattro, sempre più critiche, che richiedono la convocazione di un congresso del partito e allargano la discussione alla tattica da seguire in campo sindacale. Finalmente, nel giugno 1956, appare nelle edicole “Azione Comunista”, organo di informazione e collegamento nella prospettiva della costruzione di un vero e proprio movimento politico strutturato. Seniga è già uscito clamorosamente dal partito, di cui dirige una parte dell'apparato di sicurezza, portandosi dietro fondi riservati e documenti compromettenti, mentre Raimondi e altri dirigenti comunisti, fra cui Bruno Fortichiari, sono espulsi come “malviventi”.


Nei suoi primi numeri il giornale mantiene l'originaria caratterizzazione di organo frazionistico interno al PCI, poi in conseguenza dell'esplodere dei fatti ungheresi e polacchi Azione Comunista rompe decisamente con lo stalinismo e prende aperta posizione a sostegno delle insorgenze operaie nell'impero sovietico. È una scelta coraggiosa, ma che costa al gruppo gran parte delle simpatie fino ad allora riscosse nella base operaia comunista, in larga parte ancora stalinista.

Azione Comunista è spinta per reazione ad accentuare le caratteristiche di partito, intavolando trattative con le dissidenze storiche del movimento operaio italiano: trotskisti (Gruppi Comunisti Rivoluzionari), bordighisti (Partito Comunista Internazionalista “Battaglia Comunista”), comunisti libertari (Gruppi Anarchici di Azione Proletaria, poi Federazione Comunista Libertaria).

Nel dicembre 1956, a pochi giorni dalla conclusione dell'VIII Congresso del PCI, a Milano Azione Comunista, Federazione Comunista Libertaria, Gruppi Comunisti Rivoluzionari e Partito Comunista Internazionalista tengono una riunione comune in vista della nascita di un nuovo soggetto politico unitario. In realtà nel maggio 1957 il neocostituito Movimento della Sinistra Comunista vede la partecipazione solo di Azione Comunista di Raimondi, Seniga e Fortichiari e della Federazione Comunista Libertaria di Masini, Cervetto e Parodi, essendosi con motivazioni diverse defilati via via trotskisti e bordighisti.

È un movimento composito che non riuscirà mai a raggiungere una omogeneità ideologica e strategica nonostante la partecipazione di giovani di belle speranze come Danilo Montaldi, proveniente dall'area di Battaglia Comunista, e il futuro politologo Giorgio Galli, allora assai vicino alle posizioni di Seniga. All'interno del Movimento della Sinistra Comunista prendono sempre più piede le posizioni internazionaliste dei “liguri” Cervetto e Parodi passati da un luxemburghismo ancora pieno di echi libertari ad una decisa scelta leninista. Dalle colonne di Azione Comunista si caratterizza sempre di più l'URSS come capitalismo di stato e si afferma la necessità di una netta demarcazione politica ed organizzativa dal PCI strumento cardine della controrivoluzione sotto vesti riformiste.



Tra la fine del 1958 e l'inizio del 1959 Seniga e Masini vengono espulsi come “liquidatori” e i “liguri” che, per un certo periodo si erano resi autonomi dal Centro Nazionale del Movimento proprio in polemica con la linea filo-socialista dei due, acquistano un peso determinante all'interno della direzione del Movimento e del giornale.

La direzione del MSC gravita sempre più su Genova, dove si tiene a dicembre del 1963 il Terzo Convegno Nazionale che decide il trasferimento nel capoluogo ligure della redazione del giornale. Una parte del movimento corrispondente in particolare al nucleo originario proveniente dal PCI e rappresentato da Raimondi, non accetta la leadership della componente "leninista" e si organizza autonomamente su posizioni filocinesi, nonostante i tentativi di Fortichiari di trovare una mediazione.

All'inizio del 1965 la rottura diventa inevitabile. Raimondi proprietario della testata la trasforma nell'organo della Federazione Marxista-Leninista, uno degli innumerevoli partitini maoisti di quegli anni, mentre Cervetto e Parodi danno vita ai Gruppi Leninisti della Sinistra Comunista e al giornale “Lotta Comunista”.

Appunti marxisti n.1 – Giugno 1997