martedì 7 marzo 2023

Karl Korsch. Dal consiliarismo al marxismo critico

 


Di nuovo disponibile, in una nuova edizione completamente rinnovata, la biografia di Karl Korsch, uscita nel 2004 per un editore milanese. Il libro andò esaurito in pochi mesi, complice anche la limitata tiratura, e da allora numerose sono state le richieste dall'Italia e dall'estero. Infatti, mentre esistono numerosi studi sul pensiero del filosofo tedesco, le biografie si contano sulle dita di una mano comprendendo nel conto anche questa, l'unica finora in italiano. Grazie alla disponibilità dell'editore Roberto Massari, il libro , che sarà nelle librerie dal mese di aprile, torna ad essere disponibile. Riportiamo di seguito le pagine conclusive.


Abbandonare il marxismo per tornare a Marx

La vera opera conclusiva di Korsch sono le 10 tesi sul marxismo oggi, che rappresentano un vero e proprio testamento politico. Stese nel 1950 come schema di una conferenza a Zurigo e non destinate alla pubblicazione, le tesi compendiano l’intero processo critico ed autocritico del marxismo di Korsch. Per Korsch non ha più senso alcuno porsi la domanda in che misura sia ancora valida e praticamente applicabile la teoria di Marx (Tesi 1). La realtà stessa del capitalismo è profondamente cambiata. Il dominio del capitale sulla vita degli uomini è diventato totale. Ne consegue che ogni tentativo di restaurare come un tutto la dottrina marxista non rappresenta altro che una “utopia reazionaria” (Tesi 2). Un ritorno all’indietro che non può sortire effetti positivi. Ciò non toglie che importanti elementi della teoria marxista mantengano la loro validità (Tesi 3). Va chiarito dunque che «il primo passo per la ricostituzione di una teoria e prassi rivoluzionaria consiste nel rompere con la pretesa del marxismo di monopolizzare l’iniziativa rivoluzionaria e la sua direzione teorica e pratica» (Tesi 4).

Marx è da considerarsi solo uno dei molti precursori e fondatori del movimento socialista. Altrettanto importanti sono uomini come Proudhon o Bakunin (Tesi 5). La frattura fra comunismo “scientifico” e comunismo “libertario” può essere finalmente colmata. Preliminare è, tuttavia, il riconoscimento che il marxismo presenta numerosi punti critici, quali la sopravvalutazione del ruolo dello Stato o l’identificazione dello sviluppo dell’economia capitalistica con la rivoluzione socialista (Tesi 6 e 7). Proprio su questi basi si è costruita la grande illusione per alcuni, la cinica menzogna per altri della natura socialista dell’Unione Sovietica. Con il leninismo il marxismo si è trasformato definitivamente in ideologia, utilizzabile nei più diversi contesti e per i più vari obiettivi (Tesi 8 e 9). Il proletariato è stato così definitivamente spossessato della sua teoria. Ma la storia non finisce con il crollo delle speranze nell’URSS socialista e nel ruolo salvifico dell’Ottobre. Il socialismo resta una possibilità. Ma questa possibilità di costruire una società diversa può solo nascere dalla gestione pianificata dell’economia da parte degli esclusi di oggi (Tesi 10). In quali forme e con quali rappresentazioni teoriche sarà la storia a dirlo.

C’è chi ha visto nelle Tesi la manifestazione dell’abbandono definitivo del marxismo da parte di Korsch. In realtà, nonostante la radicalità della sua critica, egli continua a considerare Marx un punto di riferimento fondamentale. In una lettera a Partos, pur densissima di critiche a Marx e al marxismo, egli afferma che se «l’attuale e futuro capitalismo rimane ancora, per profonde che siano le trasformazioni subite, il “capitalismo”, sarà possibile anche in futuro chiamare ancora socialismo-comunismo-marxismo, la teoria e la prassi dell’unico movimento veramente anticapitalistico, per mutate che siano le forme sotto cui esso si presenterà».

Ancora più chiaramente alla metà degli anni Cinquanta in una lettera inviata a vecchi compagni degli anni dalla Kpd egli affermerà: «sono sempre preso dal mio sogno: restaurare teoricamente le ‘idee di Marx’ apparentemente distrutte dopo la conclusione dell’episodio Marx-Lenin-Stalin».

Un’affermazione che pare in piena contraddizione con quanto sostenuto con la tesi 2, ma non è così. Si noti bene, Korsch parla di “idee di Marx” e non di marxismo. Una parola che volendo significare troppe cose, ha finito col tempo per non significare più nulla tanto da apparire oggi una specie di caos di ideologie contrapposte ciascuna delle quali pretende di essere l'autentico marxismo. In questo senso la storia della seconda metà del Novecento ha dato ampiamente ragione a Korsch. Più che l’affermazione su scala planetaria delle idee di Marx, il XX secolo ha visto il trionfo del giacobinismo con la sua fede nello Stato rivoluzionario e nella dittatura del partito. Il prezzo pagato per questo trionfo è stato l’annientamento della classe operaia come autonomo soggetto sociale, protagonista della propria emancipazione. Ancora una volta l’interpretazione autentica del reale pensiero di Korsch ci è offerta dai ricordi di Hedda, sua compagna di vita e di militanza:

« La sua conferenza del 1950, intitolata Dieci tesi sul marxismo, si presta facilmente a malintesi ma non costituiva un ripudio del marxismo. Quelle tesi non erano destinate alla pubblicazione, anche se in seguito io permisi che venissero date alle stampe. Fino alla fine, il perno centrale del suo interesse fu il marxismo. Ma egli cercò di adattare il marxismo, così come lo intendeva, ai nuovi sviluppi (…). L’altra sua preoccupazione principale a quell’epoca era l’ampliamento del marxismo per far fronte all’avanzare delle altre scienze. Pensava che, nella misura in cui la società capitalista si era sviluppata dai tempi di Marx, anche il marxismo dovesse essere sviluppato per capirla. Il suo testo incompiuto, il Manoscritto delle abolizioni, costituisce un tentativo di sviluppare una teoria marxista dello sviluppo storico in termini di futura abolizione delle divisioni che costituiscono la nostra società – come quelle tra le diverse classi, tra città e campagna, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale».

Molti anni dopo Guy Debord svilupperà tesi analoghe come base della sua critica rivoluzionaria della società spettacolare di massa:

«La separazione è l'alfa e l'omega dello spettacolo. (…) Con la divisione generalizzata del lavoratore e del suo prodotto, si perde ogni punto di vista unitario sull’attività svolta, si perde ogni comunicazione personale diretta tra i produttori. Seguendo il progresso e dell’accumulazione dei prodotti divisi e della concentrazione del processo produttivo, l’unità e la comunicazione diventano attributo esclusivo della direzione del sistema. Il successo del sistema economico della separazione è la proletarizzazione del mondo».

A Korsch Debord sarebbe piaciuto. Nel suo pensiero avrebbe trovato il segno di quella tendenza alla «abolizione delle divisioni» che aveva visto concretamente all’opera in Spagna e in cui non aveva mai realmente smesso di credere. Proprio per questo ai giovani del ’68 è piaciuto Korsch. Non poteva essere diversamente per una generazione di giovani rivoluzionari che coglievano la “separazione” come caratteristica fondamentale del dominio ormai totale del capitale sulla specie umana. Qualcuno ha definito il maggio-giugno 1968 come il momento del «disvelamento». Un momento di rottura fondamentale: «l’emergere della rivoluzione, ma non la rivoluzione stessa»12. Un momento di generale rimessa in discussione delle categorie interpretative dell'esistente, che non poteva non trovare nell’estrema radicalità del pensiero korschiano alimento e stimolo per andare oltre ad una semplice denuncia dell’integrazione delle organizzazioni operaie nell’ambito della società industriale avanzata. Denuncia che in realtà non spiega nulla. 

Da qui la fortuna che gli scritti di Korsch hanno avuto in quel periodo, come testimonia anche la sua fugace riscoperta in Italia. Il recupero del “maggio” da parte del capitale mediante un’ulteriore accelerazione della spettacolarizzazione della società da un lato e la degenerazione grupposcolare del movimento con il ritorno immaginario ad un marxismo-leninismo “restaurato” dall’altro, avrebbero determinato il rapido richiudersi già dai primi anni Settanta di questi spazi di ricomposizione e con essi la ricaduta di Korsch nell'oblio. Eppure in un momento di grande disincanto come l’attuale il pensiero di Korsch, così radicale nella sua critica di ogni visione consolatoria del reale, così estremo nel suo rifiuto di ogni schema preconfezionato, ma anche così carico di speranza può ancora dirci qualcosa. Il suo coraggioso abbandono del marxismo in favore di un recupero radicale delle idee di Marx può ancora una volta parlare alla mente e al cuore di chi non si rassegna all'immutabilità dello stato di cose presente.