martedì 21 marzo 2023

L'arte a Genova dal 1985 a oggi. Giuliano Galletta intervista Sandro Ricaldone

 


Una malinconica postmodernità. L'arte a Genova dal 1985 a oggi

Giuliano Galletta intervista Sandro Ricaldone

Sandro Ricaldone - critico d'arte, curatore, animatore culturale - è uno studioso che con partecipazione e sensibilità ha documentato gli svolgimenti dell'arte contemporanea a Genova negli ultimi 35 anni. Una scelta dei suoi testi in materia è ora presentata nel volume "Da una non breve unità di tempo" (Il Canneto editore, pagine 525, 30 euro), che racconta gli artisti, i movimenti, i temi e le polemiche che hanno caratterizzato la scena genovese dal 1985 ai giorni nostri. Ricaldone, con questa raccolta di scritti (articoli, molti dei quali apparsi sul Secolo XIX, presentazioni, saggi), disegna un paesaggio frastagliato e contraddittorio, di non facile decrittazione. Si tratta perciò di un libro che va a colmare una lacuna nel nostro panorama editoriale e forma idealmente un dittico con il precedente, "L'avantgarde se rend pas" (edito nel 2018 sempre per i tipi del Canneto), dedicato invece alla dimensione internazionale degli interessi dell’autore, uno dei più accreditati esperti delle neo-avanguardie europee: Bauhaus immaginista, Lettrismo, Internazionale situazionista, Fluxus. Le personalità degli artisti genovesi o che a Genova hanno operato, vengono lette e interpretate, con rigore ma anche con una notevole dose di empatia, nel contesto storico nazionale e internazionale. Dalla poesia visiva alla performance, dall'arte antropologica al neo-pop, il periodo storico preso in esame, caratterizzato dalla crisi della Modernità, risulta fra i più complessi ma anche stimolanti del Novecento e dell'inizio del XXI secolo.

Lei è laureato in Giurisprudenza, discende da una famiglia di magistrati e ha lavorato per molti anni nell'ufficio legale di una grande banca. Come nasce la sua passione per l'arte contemporanea, soprattutto quella delle avanguardie?

Mi sembra di poter dire che sono stati molti i fattori che mi hanno portato ad occuparmi, da outsider, di arte contemporanea. Potrei citare le lezioni tenute al liceo da un docente, dantista di vaglia, su Baudelaire, Verlaine e Apollinaire; l’incontro, in piena adolescenza, al Kunstmuseum di Berna con la pittura di Klee o, sul piano didattico, la lettura di un volume di Enrico Accatino, artista amico di mio padre, che per la prima volta mi ha rivelato le avanguardie storiche e l’Action Painting. Poi la frequentazione della Libreria Sileno e l’incontro con Carlo Romano, che considero tuttora il mio vero maestro. Ma non sottovaluterei neppure gli studi giuridici, le lezioni di Rodotà e di Giovanni Tarello, che hanno stimolato – seppure per altra via – un profondo interesse per la pratica dell’interpretazione.

Genova ha sempre avuto un rapporto complicato con l'arte contemporanea, negli anni Sessanta è stata uno dei centri più vivaci, mentre successivamente le cose sono cambiate e gli artisti hanno operato in modo più sotterraneo. Come mai?

Intanto direi che negli anni ’80 e ’90 Genova ha vissuto stagioni importanti sotto il profilo dell’azione culturale delle Istituzioni, con l’Assessorato di Attilio Sartori, l’apertura del Museo di Villa Croce, il restauro di Palazzo Ducale, la nascita di nuove gallerie come Locus Solus e la Pinta. In questo periodo sono emerse diverse ondate di artisti giovani, attive nel campo della performance, del postmodern, del neo concettuale, tutte molto interessanti e affermate in ambito nazionale e non solo. Ma probabilmente, al di là della cerchia del collezionismo più avanzato, una cultura troppo legata al passato, pur importante e – se vogliamo – glorioso, ne ha frenato la considerazione nell’ambiente cittadino.

So che non è impresa facile ma se dovesse indicare gli artisti più significativi di cui si parla nel suo libro, quali nomi farebbe?

Tutti gli artisti sono importanti e significativi, a prescindere dal successo che hanno, o più frequentemente non hanno, conseguito. Perciò mi limito a citare, in rigoroso ordine alfabetico, quelli cui sono stato maggiormente legato: Roberto Agus, Pier Giulio Bonifacio, Claudio Costa, Pier Giorgio Colombara, Andrea Crosa, Beppe Dellepiane, Mauro Ghiglione, Stefano Grondona, Carlo Merello, Martino Oberto, Angelo Pretolani, Roberto Rossini, Rodolfo e Luca Vitone. Come si vede, un mix di generazioni e di tendenze che ha contribuito a formare la mia visione dell’arte.

Pensa che ci sia un filo comune, uno spirito del tempo o un genius loci che collega questi artisti?

Particolarmente sensibili al genius loci sono stati Claudio Costa e Luca Vitone. Il primo, allestendo con Aurelio Caminati il Museo di Monteghirfo dove erano raccolti, nell’ottica di un’esperienza di arte antropologica, i reperti di una civiltà contadina sul punto di scomparire; il secondo facendo dell’esibizione di una compagnia di trallalleri il perno di un’esposizione berlinese. C’è poi una sorta di “linea d’ombra”, una comune radice melanconica che si manifesta con evidenza in Dellepiane e Galletta, ma che innerva sotterraneamente anche il lavoro di Colombara, Ghiglione, Grondona e Merello, e di altri artisti di rilievo, che prima non ho citato: Giuliano Menegon, Pietro Millefiore, Cesare Viel.

Oggi grazie alle nuove tecnologie, penso ai social network, ai Nft o ai generatori di immagini, che utilizzano l'intelligenza artificiale, l'arte sembra sempre più diluirsi nella comunicazione. Si tratta di un fenomeno irreversibile?

Lo scambio tra arte e comunicazione è una costante che esiste da sempre e va nelle due direzioni. Quello che credo possa avvenire, grazie alle tecnologie digitali (e che personalmente auspico), è l’ingresso reale dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, preconizzata quasi un secolo fa da Walter Benjamin, con il progressivo superamento di quei circuiti che in tempi recenti l’hanno trasformata in una nicchia mediatica e speculativa.

Recentemente si è molto polemizzato a Genova sul ruolo del Museo di arte contemporanea di Villa Croce che ad un certo momento ha rischiato addirittura la chiusura. Come vede la situazione?

La riapertura del Museo alle mostre temporanee è stato un fattore positivo, forse l’unico insieme all’abnegazione dei funzionari addetti. Perché a indirizzarne l’attività mancano non solo i finanziamenti ma un progetto culturale. Il solo fatto che tanto in Comune quanto in Regione non esista un Assessore alla Cultura la dice lunga in proposito. E mi spingerei a dire, per paradosso: meglio un cattivo Assessore che nessun Assessore.

Il Secolo XIX - 21 marzo 2023