mercoledì 30 ottobre 2013

UVERNADA. Tutti a Borgo S. Dalmazzo alla XXIII FESTA DE LOU DALFIN



XXIII FESTA DE LOU DALFIN
UVERNADA

1, 2 e 3 novembre
Borgo San Dalmazzo (Cn) - Bertello

PROGRAMMA:


VENERDI' 1 NOVEMBRE

TAMBUREDDHU
LIGURIANI
COURENTA MINIMA ORCHESTRA


SABATO 2 NOVEMBRE

DARIO & MANUEL BIG BAND
LU RAUBA CAPEU
CASTANHA E VINOVEL
LOU DALFIN
RIQUBA TRIO D’OC

Dalle ore 15 apertura della Mostra Mercato di Liuteria e Artigianato.
Dalle ore 17 stage di danze delle valli con musica dal vivo a cura di Daniela Mandrile


DOMENICA 3 NOVEMBRE
h 12.00 GRANDE PRANZO OCCITANO
a seguire ballo con i
PITAKASS E I SUONATORI TRADIZIONALI DELLE VALLI OCCITANE


Con l’arrivo dell’autunno ritorna la Festa de Lou Dalfin, diventata senza dubbio il festival di riferimento dedicato alla cultura occitana nelle valli piemontesi. A partire dal 2012 la manifestazione, che raggiunge quest’anno la 23esima edizione, ha preso il nome di Uvernada dopo il gemellaggio con l’Estivada, il più importante festival occitano d’oltralpe che ogni estate richiama a Rodez, città dell’Aveyron, decine di migliaia di spettatori e militanti. L’obiettivo comune delle due rassegne è lavorare in modo unitario affinché le Alpi non siano barriera ma trait d’union tra i due versanti; lo stesso spirito che da sempre ha contraddistinto Lou Dalfin e il popolo d’Oc più in generale.

Per il nono anno consecutivo sarà la città di Borgo San Dalmazzo a ospitare l’evento che si svolgerà dall’1 al 3 novembre 2013 presso il Palazzo Bertello e l’adiacente auditorium.

Durante la tre giorni saranno riproposte alcune peculiarità che negli anni hanno permesso alla Festa de Lou Dalfin di riscuotere un così grande successo a livello di pubblico e critica: dalle ore 15 di sabato 2 novembre aprirà la Mostra Mercato di Liuteria e Artigianato che ospita alcuni tra i migliori liutai di Italia e Francia, numerose eccellenze del territorio e alcuni stand dedicati alle realtà associative occitane, ma non solo. Il pubblico potrà quindi ammirare strumenti come ghironde, organetti, cornamuse, ukulele e altri e scoprire alcune culture come quella salentina e ladina, entrambe presenti con un proprio spazio. L’esposizione resterà aperta anche durante la serata del sabato e per tutta la giornata della domenica.

Alle 17 di sabato 2 novembre si ripeterà lo stage di danze delle Valli con musica dal vivo tenuto dalla regina del ballo occitano Daniela Mandrile così come sarà nuovamente assegnata la Targa Mestre, riconoscimento per una personalità che si sia particolarmente distinta nello sviluppo e nella diffusione della cultura occitana, quest’anno destinata a Alberto Gedda, fotografo, scrittore, giornalista, ha diretto case editrici (Lo Scarabeo e Dardo) e 
realizzato libri di fotografia e fumetti. E’ autore di programmi 
televisivi e radiofonici, è redattore della Rai a TGR Montagne, unico programma nazionale dedicato al mondo alpino. Ha appena pubblicato il libro Ritratti da parete: Ottanta interviste di Tgr Montagne. La consegna del premio, a differenza degli anni passati, è prevista nel pomeriggio di domenica 3 novembre.

Importante novità dell’edizione 2013 sarà l’attenzione dedicata all’enogastronomia: per la prima volta nella storia della Festa de Lou Dalfin il pubblico potrà consumare la cena nell’area del festival già il sabato sera grazie al ristorante gestito dalla Pro Loco di Castelnuovo Don Bosco. Grande riguardo sarà dato alla qualità dei cibi proposti. Verrà anche riproposto il Grande Pranzo Occitano che nel 2012 riscosse un successo oltre le aspettative. Altra novità sarà l’area gestita dal Gelapajo, gelateria artigianale che per l’occasione inventerà uno speciale gelato occitano. Confermata anche la presenza di Poor Manger con le loro patate ripiene di ingredienti provenienti esclusivamente dall’area occitana. Oltre a questo si potranno degustare vini di produttori piemontesi e d’oltralpe.

La parte dedicata alla musica incomincerà venerdì 1 novembre alle ore 21 presso l’auditorium “Città di Borgo San Dalmazzo”. Quella occitana è sempre stata una cultura aperta alle influenze e la prima serata dell’Uvernada lo dimostra: il cartellone prevede infatti Tambureddhu, nuovo ambizioso progetto del leader e fondatore dei salentini Mascarimirì Claudio “Cavallo” Giagnotti che vuole analizzare come negli ultimi 20 anni sia cambiato lo strumento principe su cui si innesta la musica tradizionale salentina. Dal Sud si passerà al Nord con i Liguriani, gruppo di caratura internazionale che propone un viaggio immaginario in musica fra melodie e ballate della Liguria. Il progetto nasce dalla volontà di dare nuovo vigore al repertorio musicale ligure e delle aree culturalmente affini. Un repertorio ricco e affascinante, troppo spesso dimenticato o relegato a ruolo di comprimario. Con l’intento di “tradurre” senza mistificazioni un ventaglio di melodie, storie, canti che, senza un minimo di rilettura, risulterebbero di difficile fruibilità estetica per l’ascoltatore odierno.

La serata finirà all’interno del Palazzo Bertello con un concerto tutto da ballare della Courenta Minima Orchestra, un manipolo di musicisti della Val Vermenagna che hanno deciso di votarsi al culto pagano della corenta e del ballo più sfrenato. Divertire e divertirsi è il loro motto. Fisarmoniche cromatiche, percussioni, corde alte e basse, si mescolano in un unico calderone per sfornare delle torbide serate di ballo a base di sudore e divertimento. Corenta e tutto il resto. L’importante è ballare e fare festa. Prendendo in prestito da una ben più famosa orchestra dicono: Courenta Minima Orchestra - Specialist in All Styles.

La serata del sabato come sempre proporrà un ricco cartellone di ospiti. Si comincerà con una presenza fissa della Festa de Lou Dalfin: la Dario & Manuel Big Band con le sue corentas e balet della Valle Vermenagna. Subito dopo saliranno sul palco borgarino i transalpini Lu Rauba Capeu: formatisi nel 2006, mischiano nuove sonorità, arie tradizionali delle alpi del sud e composizioni originali. L’ambizione dichiarata del gruppo è quella di riunire il pubblico attorno alla festa e al baleti. Con entusiasmo Lu Rauba Capeu basa la propria energia e ispirazione nelle culture e nei personaggi che hanno forgiato l’identità della Contea di Nizza puntando a creare un legame tra le radici antiche e le nuove generazioni. Seguirà un’altra formazione d’oltralpe, i Castanha é Vinòvel, duo di Béziers che ha già calcato il palco della festa in passato e che torna a grande richiesta per presentare il nuovo lavoro discografico. Ghironda, fisarmonica, canti e ritmi si fondono per offrire un suono che segue il più puro spirito del ballo popolare.

Dopo le due band dell’Occitania francese finalmente toccherà ai padroni di casa Lou Dalfin prendere le redini della serata. Il gruppo capitanato da Sergio Berardo presenterà alcuni dei brani che andranno a comporre il nuovo disco, dedicato agli 800 anni della battaglia di Muret, in uscita nel 2014. Come d’abitudine numerosi saranno gli ospiti musicali che saliranno sul palco per duettare con i Delfini.

A chiudere la lunga notte di musica penseranno i RiQuBa Trio d’Oc con il loro repertorio di musiche tradizionali delle Valli.

La domenica pomeriggio, subito dopo il Grande Pranzo Occitano, prenderà via il pomeriggio del ballo che vedrà salire sul palco i giovani Pitakass coadiuvati da suonatori spontanei delle valli.

La manifestazione riscuote sempre grande attenzione da parte dei media e anche quest’anno sarà così. Due le radio che seguiranno l’evento: Radio Beckwith Evangelica che come sempre documenterà l’evento con dirette e ampi reportage e Radio Lengadoc, prima emittente transalpina a essere presente all’Uvernada.

Inoltre la convenzione siglata con Touristlab permetterà a chiunque sia interessato di poter prenotare un hotel o un ristorante nelle vicinanze e usufruire dei pacchetti speciali dedicati all’evento visitando il sito www.touristlab.it oppure telefonando al numero verde 800978232.

INFOLINE:Tel. +39 011 55 33 624 / +39 329 00 97 484Web: www.loudalfin.it – Mail: info@loudalfin.it


venerdì 25 ottobre 2013

Grecia. Mai arrendersi. Dopo l'inverno la primavera.


Riprendiamo questa vecchia corrispondenza da Atene del nostro amico Mauro Faroldi, apparsa il 18 ottobre dell'anno scorso su Greenport. Una cosa in particolare ci ha colpito: come all'ampliarsi della crisi corrisponda l'estendersi della rete di solidarietà dal basso. Forse non tutto è perduto e dopo l'inverno dobbiamo aspettare la primavera.

Mauro Faroldi

Solidarietà e proteste contro la crisi: la Grecia scende ancora in piazza. E ci scappa il morto

L'ennesimo sciopero generale che si svolto oggi in Grecia ad Atene ha preso una piega tragica. Un manifestante aderente al PAME, il sindacato emanazione del partito comunista, ha avuto un infarto e quando è giunto al pronto soccorso dell'ospedale Evanghelismòs non c'era più niente da fare. Non è ancora chiaro se l'infarto possa essere stato causato dal fumo dei sempre più sofisticati lacrimogeni, di produzione israeliana, che la polizia ha lanciato sui manifestanti dopo aver spaccato e interrotto, senza motivo apparente, il corteo davanti all'Hotel Gran Bretagna, in piazza Sýndagma.

Nonostante la partecipazione sia stata più che discreta il clima fra chi partecipa alle manifestazioni sindacali non è dei migliori. Malgrado gli scioperi generali che da tre anni a questa parte si contano a decine, l'ultimo il 10 ottobre in occasione della visita ad Atene di Angela Merkel, niente sembra arginare la disoccupazione, la riduzione dei salari e dei diritti, l'impoverimento, in tutti i sensi, che sta investendo la popolazione greca. In questa situazione sarebbe più giusto domandarsi come può essere che tanta gente abbia ancora energia per protestare e fiducia che la protesta possa portare a qualche risultato.

Il governo sta varando nuove misure per 13,5 miliardi di euro, facendo le debite misure sarebbe come dire 100 miliardi di euro per l'Italia. Evànghelos Venizèlos, il presidente del PASOK, il partito socialista che fa parte della compagine governativa, giura in televisione che queste saranno le ultime. Nessuno più gli crede e tutti aspettano le prossime scommettendo quali possano essere: licenziamenti nel pubblico impiego, tagli e soppressione di assegni agli invalidi, come gli emodializzati, "chiusura" delle isole con meno di 150 abitanti perché costa troppo garantirne i servizi. Non sappiamo se questa ipotesi sulle piccole isole diventerà realtà, ma già "l'ipotesi" misura come la crisi stia imbarbarendo la società greca. Esiste certo una risposta a questo arretramento, una risposta parziale e contraddittoria che comunque evidenzia la vitalità e la forza di questo popolo.



Più si espande la crisi più si sviluppa la rete di solidarietà. Medici e infermieri curano gratis i disoccupati: qui se si perde il lavoro si perde l'assistenza medica e la disoccupazione è al 25%. Organizzazioni di volontariato garantiscono il "sissitio", cioè un pasto caldo, alle decine di migliaia di ateniesi che hanno perso tutto: casa e lavoro. Ma esiste anche una solidarietà più spicciola e molecolare; per fare un esempio la mia vicina di casa, un'insegnante d'inglese, da lezioni di lingua gratis a ragazzi che vogliono prendere il proficiency, il diploma d'inglese che garantirà la possibilità di lavorare all'estero, meta sempre più cercata dalle nuove generazioni. La disoccupazione giovanile in Grecia sta marciando verso il 60%. Sempre nel mio quartiere è nato da pochi giorni "Il Ritrovo di Solidarietà", lo scopo dell'associazione è raccogliere cibo, altri generi di prima necessità, organizzare doposcuola per i bambini e altro per le famiglie del quartiere rimaste senza reddito. In Grecia secondo il sindacato confederale, GSEE, oltre 440.000 famiglie non hanno alcun reddito, più di una famiglia su dieci. "Il Ritrovo di Solidarietà" del mio quartiere è sponsorizzato dalla coalizione di sinistra SYRIZA, il maggior partito di opposizione.

È un modo per intervenire nel quartiere ma anche per contrastare i neonazisti di Chrysì Avghì, "Alba Dorata", che nei quartieri popolari stanno portando avanti la loro politica di "solidarietà sociale": certo, puntualizzano, "solidarietà sociale" solo per chi è di "pura razza greca". Fra l'altro i parlamentari di "Alba Dorata" devolvono la quasi totalità del loro vitalizio per questa iniziativa. Un modo più intelligente di porsi di quello dell'oligarchia conservatori/socialisti che ha governato la Grecia negli ultimi quarant'anni fra scandali e ruberie. Ma quando, alcuni giorni fa, il primo ministro e presidente del partito conservatore "Nuova Democrazia", Antònis Samaràs, ha parlato di un pericolo repubblica di Weimar per la Grecia, doveva prima di tutto domandarsi quanto lui stesso (e la classe dirigente dei partiti che hanno governato il paese dal ritorno del regime democratico) ne fosse responsabile.


(Da: www.greenreport.it/)

martedì 22 ottobre 2013

Ricordando Francesco Biamonti. Lettura pubblica de "L'angelo di Avrigue"







Il 27 ottobre, dalle ore 16 alle ore 19 circa, si terrà, a San Biagio, presso il Centro Polivalente "Le rose", la prima tappa della nuova edizione di D'ottobre Francesco, dedicata alla memoria dello scrittore Francesco Biamonti. L'evento consisterà in una lettura pubblica e integrale, nonché aperta a tutti quanti vogliano partecipare, del primo romanzo edito da Francesco Biamonti, L'angelo di Avrigue, apparso per i tipi di Einaudi nel 1983. Proprio per questa ragione, l'aFB chiede a tutti i lettori di Francesco Biamonti di aderire all'iniziativa, scegliendo un passo da leggere durante l'evento, e di comunicare la propria scelta presso la libreria AmicoLibro di Bordighera, o al seguente indirizzo mail: francescobiamonti(at)yahoo.it

Sono apprezzati i contributi di tutti coloro che vorranno partecipare alla lettura pubblica, che si prevede avrà una durata di circa tre ore, e sarà inframmezzata da alcune brevi pause con possibilità di piccole degustazioni alimentari. Sarà possibile, in ogni caso, per i convenuti, entrare e/o allontanarsi in modo del tuto agevole in qualsiasi fase della lettura.

D'ottobre Francesco proseguirà, sempre presso il Centro Polivalente "Le Rose" di San Biagio, il 3 novembre alle 16,30 con la consegna del riconoscimento annuale dell'Associazione "Amici di Francesco Biamonti" al grande poeta e storico della lingua italiana Enrico Testa, per i suoi libri di poesia, già insigniti, questa estate, del Premio Viareggio. Enrico Testa converserà poi assieme a Paolo Zublena sulla sua opera poetica, e in particolare sul suo ultimo libro, Ablativo, uscito per Einaudi nel 2013. Infine, il 17 novembre alle 16,30, stesso luogo, si terrà la presentazione del libro di Paolo Zublena, Giorgio Caproni, la lingua, la morte, uscito nel 2013 presso le Edizioni del Verri e già vincitore del Premio "Moretti" di Cesenatico per la critica letteraria. Alla presentazione interverrà, oltre all'autore, la sempre gradita voce del Prof. Vittorio Coletti.

giovedì 10 ottobre 2013

Gianluca Paciucci, Per Alda Merini. Donne che circondano mura



Perchè la letteratura delle donne è rimasta quasi un sottogenere, ignorata da critici e studiosi? Rispondere a questa domanda può far capire meglio il percorso accidentato della poesia di Alda Merini.

Gianluca Paciucci

Donne che circondano mura



Per Alda Merini dopo gli anni del grande oblìo e delle reclusioni ripetute, sono giunti quelli del merinismo (devo questo termine all’amico editore Claudio Del Bello) realizzato a ogni angolo, come se la società letteraria italiana volesse farsi perdonare le assidue dimenticanze di cui si è macchiata, nei confronti delle poete del Novecento, anche nelle scuole declinato essenzialmente al maschile. Maria Corti è stata testimone della “generale indifferenza presso tutti i più noti editori italiani, a cui personalmente mi rivolsi” per suggerire la pubblicazione di quel capolavoro che è Terra Santa, poi uscito in rivista (Il Cavallo di Troia, n° 4, inverno 1982 - primavera 1983) e infine in volume, da Scheiwiller. E poi l'esplosione di libri e libretti, di pubblicazioni su pubblicazioni che hanno reso Merini una poeta tra le più conosciute di fine Novecento e inizio nuovo Millennio, fino alla morte nel 2009, e al culto che le viene tuttora riservato anche al di fuori di quello che è il pubblico di professionisti e professioniste della poesia.

Una lettura di genere permetterebbe di scoprire il perché di tanta furia escludente nei confronti della letteratura delle donne, ingiustificabile tanto più in un Novecento italiano ed europeo che ha visto grandissime scrittrici, puntualmente ignorate da manuali e canoni letterari, e solo risarcite tardivamente. Un Novecento che in Italia si apre con Una donna di Sibilla Aleramo, e che vede figure di notevole spicco come Elsa Morante, Alba de Céspedes, Anna Maria Ortese, Anna Pozzi, Amelia Rosselli, Goliarda Sapienza, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli, Simona Vinci e tante, tantissime altre, che lo stanco e prepotente machismo della critica ha però puntualmente rimosso.

Ricordo le parole sprezzanti di Angelo Guglielmi nei confronti della studiosa Carla Benedetti, di cui quasi metteva in discussione il diritto di intervenire nel dibattito letterario; e quelle svilenti (e avvilenti) di Matteo Marchesini nei confronti del volume Nuovi poeti italiani pubblicato da Einaudi nel 2012 a cura di Giovanna Rosadini e che raccoglieva 12 autrici, alcune delle quali veramente straordinarie (ma anche Einaudi, che misero titolo: un libro con poesie di dodici donne e il maschile poeti... Perché? Pigrizia e malizia si mescolano, quando un femminile come poete, più dell'antico e riduttivo poetesse, è di semplice ed efficace utilizzazione...).

Con Merini l'esclusione/rimozione è stata doppia: la separazione, le mura della Terra Santa (i famosi versi “Ho conosciuto Gerico, / ho avuto anch'io la mia Palestina, / le mura del manicomio / erano le mura di Gerico / e una pozza di acqua infettata / ci ha battezzati tutti...”) sono state moltiplicate e rese più spesse dall'essere femmina e poeta di Merini: mura dentro mura, mura a proteggere altre mura, e tutte dentro un corpo di donna che le circonda, pieno e smarrito. Che cosa escludono i canoni della Letteratura -obbligatoria la maiuscola, nell’attuale ritorno all’ordine- quando escludono versi e corpi di poeti e poete, e soprattutto di queste ultime? Escludono il corpo del verso, l'esibizione priva d'ogni forma d'estetismo di membra non canoniche, e cioè apocrife, e di un forte sentire che non è sentire di maschi, ovvero che non è né reticenze né inimitabilità di vita, tipiche del dannunzianesimo oggi trionfante.

Il femminile della scrittura, mai vittimistico, esplora angoli segreti della vita sociale e sessuale con un fare che più politico non si può, con un dire che esplode in un dettato calmo e tagliente. E anche quando la società delle lettere e dello spettacolo adottò Merini (memorabili alcuni suoi passaggi televisivi), il suo corpo fuori dai canoni era sempre lì a dimostrare eccesso ed evasione, passione e prodigalità, interamente condite da ironia maiuscola: “Il medico mi ha prescritto due Fondi Bacchelli”, in uno dei suoi tanti meravigliosi aforismi.



È con la prodigiosa generosità di Merini e con il suo erotismo come ambiguo pane che la poeta Gaia Gentile si è confrontata a generare un testo teatrale, su cui è intervenuto il musicista Giuseppe Camozzi per trasformarne alcune sezioni in canto o in suggestioni sonore. Non teatro parola alla Gaber-Luporini, né semplice accompagnamento di letture in pubblico e neppure versi in musica, come è successo a molti testi di Merini (fino a una sfiorata partecipazione al Festival di Sanremo), ma poemusica -la definizione è dei due artisti, Gentile e Camozzi, usata per la loro prima collaborazione-, intreccio sensibile di suoni e versi che si fanno vene d'attrice, sola sul palco. I versi di Gentile dialogano con quelli di Merini, còlti e virgolettati (“Sono nata il ventuno a primavera”, “una traccia di nero nella coscienza”...), e partecipano alle continue metamorfosi del corpo dell'attrice che innanzitutto è Merimia, già dal titolo un ibrido tra i percorsi di due anime; che entra ed esce dai personaggi di Merimia e di Piero (“Rientra Merimia nelle vesti di Piero”, in androginia come ricordo delle origini ed elogio del teatro) fino alla scissione terminale e al finale offendersi (“Merimia torce il collo a Piero”); che entra ed esce dalle diverse arti messe in campo, per una fusione completa di poesia, danza, recitazione.

I versi detti e quelli cantati si distinguono per una diversità di tono: sussurrati e scolpiti i primi, fino a vette di acre e compatta espressività (“...Nudo contempli la forza tra le tue cosce, / convinto che possedere sia donare. / Usurpatore di sogni mosso dal nulla / non cogli il sangue sui ciottoli dei tuoi passi. / Gridano i figli, ma la bocca soffoca di sabbia / pianta carnivora ristagna e si nutre di bellezza...”); cullati e cullanti i secondi, con rime facili e dichiarazioni di poetica (“...Non mi schiacciare serpente / perché io sono folle, folle, / ma custodisco i gigli della tua mente. / Liberami amore mio dalla poesia molle...” - con ricca polisemia del primo verso: non schiacciare me che mi muovo come un serpente; oppure tu, serpente, non mi schiacciare, Eva più che Maria).

Ci sono forti echi delle quartine erotiche di Patrizia Valduga insieme a toni quasi da canzonetta ma che non sai se siano parodia o scelta convinta, perché è nelle canzonette che c'è la verità sulla vita, come sappiamo da La signora della porta accanto di Truffaut. “Né con te né senza di te”, è l'epitaffio del film di Truffaut, ed ecco Gentile: “...soffiare la sofferenza / dimenticare l'assenza... // Dove tu sei / dove devo guardare / non ti vedo più tra le stelle / nel firmamento / nell'infinito dell'amore / negli abissi del cuore / nelle parole dentro / nel ricordo, nel tormento...”, smarrimenti e smottamenti, rime trite e parole senza storia, alla Saba, mentre grava su ogni passaggio l'angoscia del mito classico di Orfeo e Euridice e di quello cristiano della croce, costanti punti di riferimento, in Merini.


Questo di Gaia Gentile non è un omaggio abitudinario e conformista alla poeta dei Navigli, ma è un superamento del merinismo nella proposta di corpi non liquidi che, zavorrati dai versi, restano a terra e si esplorano in amori sacri d'oltraggi. Oltre il merinismo per attingere alla concreta irriducibilità dei versi di Alda Merini.


Lia Franzia, Scrittura/paesaggio

Carlo Carrà, L'attesa (1926)






















Come è letto il paesaggio nell'arte? Il più delle volte, banalizzandolo, come semplice rappresentazione di un dato oggettivo esistente al di fuori dell'artista, come mero sfondo. Per questo ci ha colpito questa riflessione di Lia Franzia che illustrava la sua ultima mostra. Una lettura affascinante che proponiamo agli amici del nostro blog.

Lia Franzìa

Scrittura/ paesaggio

Il paesaggio per un artista, prima di essere pittura, è grafia. Non disegno, ovvero un'azione ispirata e coerente, nello spazio temporale e nel risultato formale. E' grafia: concatenazione di segni anche lontani fra loro nel tempo (ere, secoli, giorni) non necessariamente omogenei e ben disposti, ma coesi da una tangibile reciprocità.

Penso alle stratificazioni delle rocce, con tutte le diversità di composizione e di consistenza, alle dune di sabbia condannate ad effimere forme sinuose, all'accavallarsi dei ghiacciai modellati dall'aria e dall'acqua, alle rughe dei calanchi e delle crete, ai ricami dei fiordi, ai graffi dei torrenti.


Su questi fogli aperti, già ricchi di lettura profonda, si aggiunge il gesto dell'uomo: i campi arati, i sentieri, le risaie, le saline, le strade, i muretti a secco che ben conosciamo. Segni forti o sottili, nervosi o delicati. Segni di necessità. Segni di insulto. Segni di ingordigia. Segni di rispetto. La trama si arricchisce, si dirada, scompare, riappare, come un impetuoso fiume carsico. Si nega e si rivela, pretende attenzione. Ci intriga e ci coinvolge, come una leggenda misteriosa. Ci irretisce e ci imprigiona. Senza possibilità di fuga.  


sabato 5 ottobre 2013

Roberto Massari, Pietro Tresso è sempre «Blasco»



Il 6 ottobre a Magré di Schio (VI), dove nacque nel 1893, si terrà un convegno sulla figura e l'opera di Pietro Tresso “Blasco”, fondatore e dirigente del Partito Comunista d'Italia, militante trotskista, assassinato dagli stalinisti nella Francia del 1943. Pubblichiamo l'intervento di Roberto Massari, editore, storico del movimento operaio e comunista, animatore del collettivo internazionale Utopia Rossa.

Roberto Massari

Pietro Tresso è sempre «Blasco»

A 120 anni dalla nascita e 70 dalla morte

(intervento al convegno di Schio, 5 ottobre 2013)


L’avvertimento secondo cui il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine, proviene da molto lontano: la lontananza, tuttavia, non ha impedito che questa fondamentale indicazione etica s’incarnasse in alcune figure gloriose del movimento rivoluzionario. Pietro Tresso, nome di battaglia «Blasco», è stato certamente una di queste figure, e anche una delle più gloriose. Ascoltiamolo mentre, a novembre del 1942, dal carcere militare di Lodève, scrive alla cognata Gabriella Maier (sorella della sua compagna Barbara Seidenfeld e prima compagna di Silone):

«Perché? Perché siamo rimasti giovani. E per questo sempre insoddisfatti dell’esistente e desiderosi sempre di qualcosa di meglio. Quelli che non sono rimasti giovani, sono, in realtà, diventati dei cinici. Per essi gli uomini e tutta l’umanità non sono che degli strumenti, dei mezzi che devono servire per i loro fini particolari, anche se questi fini sono mascherati con frasi di ordine generale; per noi gli uomini e l’umanità sono le sole vere realtà esistenti. Naturalmente tutto ciò è molto generico. Bisognerebbe ancora stabilire il legame necessario tra le forze morali che sono in noi e la realtà quotidiana. È qui che sorgono le vere difficoltà. Ma una cosa mi pare certa: è impossibile sopportare in silenzio ciò che urta con i più profondi sentimenti dell’uomo. Non possiamo ammettere come giusti gli atti che sentiamo e sappiamo ingiusti; non possiamo dire che è falso ciò che è vero e che è vero ciò che è falso con il pretesto che ciò serve a questa o quella delle forze presenti. In definitiva, ciò ricadrebbe sull’umanità intera e, dunque, su noi stessi; ciò distruggerebbe la ragione stessa dei nostri sforzi...»

È un brano celebre di Pietro Tresso che mi accompagna da decenni e che ormai mi sembra di conoscere quasi a memoria. In questi giorni, però, frugando tra i materiali del mio archivio dedicato a Tresso, è ricomparso fisicamente, stampato dalla mia antica e gloriosa Olivetti L32 in inchiostro rosso, su un foglio di carta rôso dal tempo e dai tarli, con sottolineatura d’epoca nelle due linee di imperativo categorico qui messe in corsivo. Devo averlo tradotto dal francese ed essermelo appuntato nel 1976, quando lavoravo alla riedizione del Bollettino della Noi o ad aprile del 1977, quando pubblicai un ricordo di Tresso nel n. 5/6 de La Classe. Cioè 36/37 anni fa (che cominciano ad essere tanti...). Ma erano solo 8/9 anni dopo il ‘68 (che all’epoca sembravano pochi e dirò avanti il perché).




Sono quindi felice di essermi ritrovato fra le mani quel pezzo di carta nel momento in cui mi accingevo a scrivere queste noterelle da inviare come contributo al vostro incontro su Tresso - che certamente sarà interessante e che comunque merita un plauso per il solo fatto di svolgersi, e di svolgersi in questa Italia, in questo ottobre del 2013, in questo momento di crisi storica, morale e politica del poco che resta della sinistra detta un tempo «rivoluzionaria». È un incontro al quale sono stato invitato e avrei voluto partecipare se non mi fossi dovuto trovare, in queste stesse ore, in terra siciliota, a Selinunte, per ricordare un altro rivoluzionario del Novecento, uno dei pochi di cui si possa in qualche modo andare ancora fieri. Ma Ernesto Guevara - che la sostanza di quelle parole di Tresso inconsapevolmente le ha fatte sempre sue, le ha messe per iscritto e ha tentato di tradurle in pratica anche armi alla mano - non poteva certo sapere chi fosse stato il combattente rivoluzionario Blasco. Vista l’ignoranza che circonda questo grande personaggio nella ex sinistra ed ex estrema sinistra italiana, non ci si può stupire se anche all’estero il nome di Tresso sia noto in genere solo agli addetti ai lavori (e non sempre tra i giovani).

Del resto, troppe altre cose avrebbe dovuto sapere Guevara - e dovrebbero sapere le nuove leve di aspiranti rivoluzionari - prima di arrivare a capire l’autentica grandezza di questo proletario italiano di Schio, di questo socialista antinterventista, organizzatore sindacalista, cofondatore del Partito comunista, antistalinista della prima ora, trotskista fino alla morte, internazionalista profondo - insomma, questa perfetta sintesi storicamente determinata di cosa poteva significare essere un rivoluzionario nel periodo tra le due guerre.

Non penso di esagerare a definirlo la più bella figura del movimento operaio italiano del Novecento, non paragonabile a nessun altro in Italia per grandezza morale, lucidità di analisi politica, coerenza tra pensiero e azione, determinazione rivoluzionaria... Non sono mancate figure più celebri, alcune certamente più formate di lui in campo teorico, o più operative in campo pratico; ma di nessuna di loro di può dire che abbia avuto continuativamente ragione nelle scelte compiute per l’intero arco di una vita, come invece si è verificato con lui; o di aver sempre dimostrato coerenza nella traduzione in pratica di idee politiche che a posteriori possiamo e dobbiamo giudicare sostanzialmente giuste, forse giustissime.

Devo però chiarire che tale giudizio non vale in assoluto e quindi in astratto, ma solo relativamente agli anni in cui Tresso agì e nel confronto con le posizioni politiche che erano concretamente in circolazione: una precauzione metodologica che ho sempre considerato fondamentale e che invece i «da soli ideologici» non capiranno mai. Tale precauzione (relativizzatrice) a maggior ragione deve valere per un rivoluzionario immerso attivamente in quella buia notte epocale schiacciata fra due orrendi totalitarismi, quella che Victor Serge ha definito con stupenda immagine letteraria come «mezzanotte nel secolo». Chissà cosa avremmo dovuto dire di successive scelte di Tresso, se fosse sopravvissuto e si fosse trovato davanti alle nuove problematiche del dopoguerra? Se è vero che non si ha alcun diritto di rispondere a questa domanda, è anche vero che non è proibito porsela, visto l’itinerario tragico che il nuovo movimento trotskista ufficiale ha percorso a partire dalla sua prima riapparizione pubblica - II congresso della Quarta, a Parigi, aprile 1948 - fino alla sua decomposizione nel corso degli anni ‘70. Impossibile stabilire come si sarebbe orientato Tresso.

Il fatto, però, che il giovane sarto di Magrè di Schio abbia pagato sempre di persona - dall’espulsione dal Pcd’I e dal suo l’ufficio politico all’esilio in Francia, dalla condanna al carcere petainista all’esecuzione stalinista - avvolge simbolicamente nell’aura del martirio questa sua irripetibile esperienza personale, facendone un simbolo, una bandiera anche se troppo pochi ne avvertono ancor lo sventolìo.

Va detto anche che la crescita intellettuale del giovane cresciuto in famiglia proletaria andò di pari passo con le sue esperienze politiche, liberandolo dal suo originario bordighismo e portandolo a produrre saggi di un certo spessore, come quelli sul fascismo pubblicati in La Lutte de Classe (1930) o in Quatrième Internationale (1938). Ricordiamo, inoltre, che nel commemorare la morte di Gramsci a maggio del 1937, Tresso fu il primo a sollevare il problema che ormai è dato per acquisito e cioè che il Pci, nella persona di Ercoli (Togliatti) ruppe col rivoluzionario sardo nel periodo del suo arresto e nulla fece per farlo uscire «vivo» dal carcere. E anche questo suo contributo nel denunciare pubblicamente l’abbandono di Gramsci da parte del Pci gli sarà stato certamente messo in conto nel momento in cui a Mosca si decise di uccidere Tresso e - per non lasciare tracce - gli altri 3 trotskisti che erano con lui, che altrimenti avrebbero potuto anche salvare la vita.

Ciò che resta del movimento operaio italiano, i giovani che oggi lottano per un mondo migliore, i cristiani o i cattolici che cominciano a riscoprire il significato eversivo dell’originario messaggio evangelico, le nuove generazioni che sentono la necessità di recuperare ciò che di positivo ha prodotto il passato per raccordarlo ai compiti del futuro - dovrebbero studiare la vicenda di Tresso e aiutarci a farla conoscere. Se credessi alla procedura istituzionale d’intestare le strade a personalità celebri, direi che ogni paesino o città italiana dovrebbe avere una via «Pietro Tresso (Blasco)». Ma poiché in alcune località ciò potrebbe far capitare il suo nome a fianco di strade intestate al mandante della sua esecuzione - cioè Palmiro Togliatti - direi che la scelta dell’omaggio toponomastico presenti dei possibili inconvenienti.

E che il mandante dell’assassinio di Tresso sia stato Togliatti è un fatto ormai dimostrato sul piano logico-storico e su cui personalmente non ho più dubbi. (Che in questo non me ne abbia dall’aldilà il caro Alfonso Leonetti che nelle sue ricerche sull’assassinio del suo amico e compagno degli anni ‘30, ha sempre cercato di escludere il «Migliore» dal novero dei sospetti).

In realtà Togliatti è sempre riuscito a cavarsi d’impiccio in questa tragica vicenda, facendosi schermo con la non-certezza del delitto: il corpo mai ritrovato, le notizie confuse su quella postazione del maquis, la dispersione ordinata dall’alto e quasi immediata dei tre responsabili diretti dell’esecuzione, i successivi depistaggi come quello organizzato nel 1964 da Stefano Schiapparelli segretario del Pc vicentino, il manto calato su questo e tanti altri crimini commessi sotto l’ombrello della Resistenza - sui quali, per la caparbia idea che il fine giustifichi i mezzi, si continua a tacere o a mentire.

A tutto ciò si aggiungano il pretestuoso rinvio da parte di Togliatti alle responsabilità dei comunisti francesi per le indagini (mai svolte) in loco (trafiletto su Rinascita del 22 febbraio 1964) e anche, con nostra amara sorpresa, le esitazioni del movimento trotskista ufficiale che non avviò una propria indagine e non creò una propria commissione d’inchiesta fin dal primo momento in cui Tresso e gli altri 3 trotskisti evasi da Le Puy e prigionieri dei partigiani del Ftp-Pcf scomparvero (cioè alla fine di ottobre del 1943). La successiva scelta internazionale a favore dell’entrismo nei partiti staliniani da parte del movimento trotskista ufficiale - con tutta la mole di compromessi e sotterfugi diplomatici che essa comportò, soprattutto nei confronti dei principali partiti europei, il Pci e il Pcf - spiega perché quell’indagine non sia mai stata condotta e, di fatto, nemmeno iniziata. Di ciò fu sempre consapevole Barbara Seidenfled, la compagna ungherese di Tresso, che non volle più avere rapporti con la Quarta ufficiale, pur svolgendo le proprie indagini insieme all’altra «vedova», Gaby, la compagna del trotskista Pierre Salini.

Tutto ciò per decenni ha tenuto il nome di Togliatti al riparo dell’attribuzione di un crimine che fu tra i più gravi - in senso qualitativo - dei tanti di cui fu responsabile diretto o indiretto. In questo caso responsabile diretto e vediamo perché.



Da quando esiste il libro Assassini nel maquis di Pierre Broué e Raymond Vacheron (metà degli anni ‘90, tra l’edizione francese di Grasset e quella italiana di Prospettiva edizioni) non esiste più il dubbio che i 4 siano stati assassinati: dubbio che in precedenza poteva avere un fondamento più o meno attendibile. Grazie soprattutto all’opera di Vacheron, finalmente dei testimoni diretti o molto vicini ai fatti hanno avuto il coraggio di dichiarare apertamente cosa accadde in quelle ore tragiche del 26/27 ottobre 1943 o cosa avevano saputo. I due autori francesi coprono le identità di alcuni di questi testimoni all’epoca ancora vivi, dando solo le iniziali dei nomi, ma dichiarano di disporre delle registrazioni complete: Dominique Martinez riporta la testimonianza del fratello Jean, decedeuto; P.E., ricco di dettagli; P.P, era nei pressi; M.B., vide gli assassini che venivano a prelevare i quattro; L.N., informato di seconda mano; Alain Joubert, anch’egli di seconda mano, ma accenna al «ruolo importante di un piccolo italiano» (Giovanni Sosso, «Jean Auber», agente stalinista che svolse il ruolo di commissario politico e gestì l’intera operazione, sollecitando e ricevendo istruzioni da Mosca). Gli autori dichiarano di conoscere anche i nomi dei tre che commisero il delitto, ma di non volerli e non poterli rendere pubblici (a parte quello di Sosso, indicato da tutti come il capo dell’esecuzione).

Ebbene, ora che non vi sono più dubbi d’ordine giuridico sull’assassinio di Tresso e gli altri tre (Abraham Sadek, Maurice Sieglmann [«Pierre Salini»] e Jean Reboul, mentre Albert Demazière era riuscito fortunosamente ad allontanarsi alcuni giorni prima, ) possiamo tirare la seguente ferrea conclusione: nel servizio segreto operante all’estero per conto del Nkvd sovietico, per il quale l’eliminazione dei dissidenti era moneta corrente, nessuno, ma veramente nessuno si sarebbe mai assunto - senza il consenso formale (e probabilmente scritto) di Togliatti - la responsabilitàdi far uccidere un ex dirigente comunista italiano, che era stato confondatore del Partito, presente e attivo in Urss come delegato dell’Internazionale sindacale rossa (Profintern), membro dell’Ufficio politico italiano, impegnato nella Resistenza contro il nazismo e il fascismo, e per giunta personaggio di primo piano nella tanto temuta (benché ormai inesistente) Quarta Internazionale.

Bisogna ignorare tutto della psicologia dei burocrati staliniani e dei loro agenti assassini per immaginare che qualcuno di loro abbia corso il rischio di compiere per decisione propria un atto che gli sarebbe potuto costare la vita: il sicario professionale del Comintern sapeva che, senza il pezzo di carta liberatorio, nel futuro gli avrebbero potuto rinfacciare di aver ucciso Tresso, ma anche di non averlo ucciso. Solo un ordine dall’alto avrebbe potuto garantirgli una relativa sicurezza. Questi assassini sapevano di avere le proprie vite appese a un filo (non potevano ignorare cos’era accaduto a tutti i precedenti capi dei servizi segreti sovietici - a funzionari molto più potenti di loro e apparentemente intoccabili, fino al giorno della caduta in disgrazia).

Per questo era indispensabile l’autorizzazione della massima autorità, che nel caso di un ex dirigente comunista italiano non poteva essere altro che Togliatti. Si calcolino i giorni passati dalla mezzanotte tra l’1 e il 2 ottobre (evasione dal carcere di Le Puy) all’esecuzione nella base partigiana di Raffy - circa 25 giorni - e si avrà la misura del tempo necessario per ricevere le istruzioni, e la dimostrazione che Sosso e i suoi accoliti dovettero attendere le istruzioni da Mosca (quindi da Togliatti) prima di uccidere Tresso e gli altri tre trotskisti. La loro identità politica era nota già da tempo, tanto è vero che li avevano esclusi da due precedenti tentativi di evasione proprio perché trotskisti: ma questa volta, purtroppo, non lo avevano potuto fare visto che l’evasione era organizzata col concorso del Soe (il britannico Special operations executive) e anche per questo andò a buon fine interamente, a differenza dei mezzi fallimenti precedenti. Se non avessero richiesto l’autorizzazione a Mosca, avrebbero potuto uccidere subito fuori del carcere tutti e 5 i trotskisti, discretamente e senza dare nell’occhio (come fecero per un altro dissidente, Paul Maraval, ferroviere e spirito troppo indipendente, ucciso nel maquis del Puy-de-Dôme, non lontano da Raffy).

Dalle testimonianze raccolte (che appaiono in disaccordo solo su dettagli minori, spiegabili anche con i quasi cinquant’anni trascorsi) possiamo concludere che Tresso e gli altri tre furono uccisi nel bosco o sul limitare del bosco di Raffy; che l’esecuzione fu compiuta da un terzetto di stalinisti dirigenti del gruppo partigiano Ftp e membri del Pcf, guidati da Giovanni Sosso; che questi fu autorizzato a farlo oltre che dalla direzione del Pcf, anche da quella del Pci residente a Mosca, cioè da Palmiro Togliatti in persona.

Il seguito è storia di depistaggi, manovre per distogliere l’attenzione dal caso, omertà varie e variamente motivate. La nebulosa ha avvolto la vicenda per circa mezzo secolo, ma una parte di verità alla fine si è fatta strada. Resta il compito di farla conoscere.



Essendo stato un grande amico e collaboratore di Leonetti (insieme ad Antonella Marazzi che all’argomento ha dedicato il libro Alfonso Leonetti. Storia di un’amicizia, Massari ed. 2004), vorrei spendere due parole anche sul suo ruolo in questa vicenda, vista la sequela di diffamazioni di cui è stato costantemente oggetto. Nel libro dedicato a Tresso nel 1985 da Paolo Casciola e Giorgio Sermasi (Vita di Blasco, in cui inspiegabilmente è sbagliata la data della morte di Tresso fin dal sottotitolo in copertina, dove è scritto «1944?»), il primo dei due autori presenta (alle pp. 187-8 in particolare) un immagine di Leonetti veramente diabolica, quasi corrispondente al più noto dei suoi pseudonimi: «Feroci».

Vi si afferma che questi, trovandosi impegnato nella Resistenza della stessa zona, non poteva non sapere della prigionia di Tresso e poi della sua morte; che avendo rotto col movimento trotskista, non poteva non collaborare con gli stalinisti; che nel 1944 entrò nel Pcf (ma non si dice che ne fu subito riallontanato appena Togliatti lo venne a sapere); che non sarebbe potuto rientrare nel Pci (come avverrà ufficialmente nel 1962) se non dando garanzie a Togliatti che mai avrebbe detto la verità sulla vicenda; che nell’arco degli anni avrebbe sempre taciuto al riguardo; che forse avrebbe anche dato un suo contributo per aggravare i depistaggi.

E il fatto che Barbara abbia sempre avuto un’analoga diffidenza, se non una vera e propria ostilità nei confronti di Leonetti, ha contribuito nel tempo ad accreditare un’immagine riprovevole del povero Alfonso, ai limiti del grottesco per chi lo ha conosciuto da vicino. (Va detto, per inciso, che Leonetti invece ricambiò Barbara sempre con stima e rispetto, nel quadro di un disaccordo di idee, come dimostrano gli appunti che a novembre del 1978 dettò ad Antonella Marazzi, perché ne ricavasse l’articolo di necrologio positivo che apparve su La Classe n. 20, intitolato «Per la morte di Barbara detta “Ghita”».)

Chi condivide questo punto di vista difficilmente citerà tutto ciò che Leonetti ha fatto per riaprire la ricerca sulla vicenda dei «Tre», per combattere le falsificazioni su Gramsci. Si veda, per es., il carteggio con Deutscher, o l’articolo da lui firmato con 3 asterischi che comparve su La Sinistra (rivista ufficiosa dei Gcr, sez. ital. del Segretariato unificato della Quarta) a febbraio del 1967 o la collaborazione con la nostra casa editrice (Controcorrente), col nostro giornale (La Classe), organo della sezione italiana della Frazione marxista rivoluzionaria internazionale. Si veda anche il suo testamento finale con l’appello a lottare per la Quarta. E si vedano i tanti altri materiali che corredano il libro di Antonella Marazzi già citato.

Ebbene, rispetto al suo interessamento per scoprire la verità riguardo al caso Tresso, nel libro di Broué-Vacheron emerge tutta un’altra realtà (già nota del resto a chi come me e altri studiosi frequentava regolarmente la sua casa): per anni Leonetti aveva raccolto materiali su quella vicenda; conservava un compromettente biglietto di Togliatti a lui personalmente indirizzato in cui lo si invitava a tacere; parlava con chiunque della vicenda Tresso e degli scarsi progressi che venivano compiuti; un paio di giorni prima della morte (all’ospedale Gemelli di Roma) resistette alle pressioni di due inviati di Botteghe Oscure che volevano portar via dalla sua casa il biglietto di Togliatti e i dossier, e Leonetti li trattò come «corvi»; affidò la salvaguardia del tutto a Gianfranco Berardi, giornalista dell’Unità, che frequentava assiduamente la sua casa (dove lo conobbi anch’io); gli disse di essere arrivato a delle conclusioni riguardo a un membro della direzione del Pci, ma gli chiese anche di non rivelare nulla prima di un decennio.

Se colpa vi fu, quindi, da parte di Leonetti, fu di non aver rivelato in vita ciò che riteneva di aver scoperto negli ultimi tempi, ma anche di non aver tutelato a sufficienza i materiali raccolti, visto che di questi non si è poi trovata traccia. Del resto dal 1984 - anno simbolico della sua morte (Orwell) - di decenni ne sono passati quasi due. Se quei materiali li avesse affidati a me, ciò non sarebbe accaduto; ma forse Leonetti temeva che non avrei atteso dieci anni (e aveva probabilmente ragione), oppure che me ne sarei servito per lanciare una campagna politica (e forse anche in questo aveva ragione). Il racconto di Berardi è comunque ricco di dettagli sulla sua ultima visita a Leonetti in ospedale e lo si può leggere nel libro di Broué-Vacheron..

Antonella ed io lo andammo a trovare al Gemelli il pomeriggio della vigilia di natale, ma viste le sue condizioni non accennammo a nulla che potesse turbarlo. Ricordiamo ancora con commozione che Leonetti non riuscendo quasi a parlare, si aiutava con i gesti. Vedendo la pancia di Antonella a un certo punto fece il segno del 4 con le dita, che non voleva dire Quarta internazionale, ma dimostrava di ricordarsi che Antonella era al quarto mese di gravidanza del nostro futuro figlio Liben. Mi rimane quindi qualche dubbio riguardo a tutto ciò che è stato raccontato da varie fonti e che sarebbe accaduto in quegli ultimi giorni in ospedale; mentre non ho difficoltà a credere che Berardi sia stato molto al corrente delle questioni riguardanti l’archivio di Leonetti.



Il problema dell’archivio era stata una preoccupazione costante di Alfonso, della quale aveva parlato spesso con me. Ma avendo io dimostrato una dura disistima per Fausto Bucci, all’epoca responsabile dell’Archivio di Follonica, e avendo attaccato pubblicamente - per una sua grave scorrettezza - Giuseppe Del Bo, direttore dell’Archivio Feltrinelli a Milano, non ero certamente la persona più indicata per occuparmi del suo lascito. Questo, per lo meno, pensò erroneamente Leonetti. Da posteri siamo in grado di verificarlo.

La testimonianza di Gianfranco Berardi è diventata molto importante, anche perché vagliata da uno storico di grande autorità come Pierre Broué. Berardi ha collaborato con lui; ha scambiato corrispondenza con lui; ha pubblicato sull’Unità del 3 gennaio 1993 un suo dignitoso articolo su Tresso; ha redatto una relazione sul ruolo di Leonetti nella vicenda e la relazione (in versione originaria e versione ampliata) è stata pubblicata col suo consenso nel libro di Broué-Vacheron. Basta andare a leggere entrambe le versioni per sdrammatizzare (depenalizzare?) il ruolo che può avere avuto Leonetti nelle ricerche compiute nell’ultima fase della propria vita e che non condusse (alla pari di tanti altri, trotskisti francesi e italiani inclusi) all’indomani della morte di Tresso.

Il dossier di Berardi («Appunti per un racconto», li chiama) nella prima redazione accenna anche alla mia persona nel passo seguente (p. 102, corsivo mio):

«Come so che Leonetti possedeva una documentazione sulla morte di “Blasco”? Per il semplice fatto che lo stesso Leonetti me ne ha parlato per tre volte in occasioni diverse e che, della stessa cosa, almeno una volta, ne ha parlato ad un’altra persona che, come me frequentava, spesso la sua casa romana alla Camilluccia».

Mi è difficile immaginare altra persona, oltre a me, che corrisponda così esattamente alla descrizione. Berardi sapeva molto probabilmente sul mio conto molto più di quanto io sapessi di lui. E Leonetti potrebbe avergli accennato alle conversazioni tra noi avute riguardo alla questione Tresso. Solo per questo accenno di Berardi alla mia persona, mi permetto quindi di soffermarmi brevemente sulla cosa.

Innanzitutto mi sembra utile riportare un brano delle annotazioni che scrissi subito dopo la mia prima visita alla casa di Leonetti (15 maggio 1973) e che è riportato per intero nel libro di Antonella (p. 12). Scritte «a caldo» e mai ritoccate, hanno per me il valore di una fotografia:

«Mentre si intrattiene con Rèpaci, mi dà da leggere un dossier da lui raccolto sul caso Tresso. Oltre a ritagli di giornali (tra cui un significativo corsivo di Rinascita, da lui attribuito a Togliatti), e alla bibliografia delle opere di Tresso, vi è la corrispondenza scambiata da Leonetti con uno storico francese e altri sulla morte di Blasco. Leonetti non esclude che questi possa essere stato ammazzato dagli stalinisti, ma non esclude nemmeno che possano essere stati i tedeschi. La presenza di uno spagnolo di nome Blasco in un gruppo di tre uccisi dalla polizia rende perlomeno dubbia l’ipotesi che questi non fosse Blasco».

Era il mio primo incontro con lui, era il 1973 e parlare di Tresso non era tra le mie intenzioni in quel momento. Me ne parlò lui spontaneamente, mi fece vedere il dossier (una cartella con dentro soprattutto articoli di giornale, molto materiale fotocopiato) ed io lo scorsi giusto il tempo che terminasse la conversazione di Alfonso con Leonida Rèpaci. Nulla di particolare attirò la mia attenzione.

Non immaginavo che quel pomeriggio fosse l’inizio di una grande e bella amicizia. E invece così fu. Collaborando negli anni con Leonetti, ma soprattutto nel periodo in cui lavoravamo alla riedizione del Bollettino della Noi, la conversazione non poteva non cadere a volte anche su Tresso. Leonetti amava questa figura. Dopo gli anni all’Ordine Nuovo con Gramsci, accanto a lui aveva trascorso in Francia gli anni politicamente più belli della sua vita (dall’espulsione nel ‘30 fino al proprio allontanamento dal movimento per la Quarta nel 1936); lo stimava e lo considerava parte indispensabile della loro battaglia come Opposizione. Ne parlava sempre con grande affetto e stima. Ma le poche volte in cui accennavo alla questione della morte/assassinio, il mite Alfonso si irrigidiva, si poneva sulla difensiva e io stesso, vedendo che lo mettevo a disagio, lasciavo cadere l’argomento. Credo che il problema essenziale, tra noi due, fosse Togliatti. Io ero un antitogliattiano furibondo, Leonetti non lo era più o forse non lo era mai stato veramente. E sulla questione Tresso non ho dubbi che Leonetti abbia fatto sempre di tutto per scagionarlo da responsabilità dirette (e non certo dalla copertura successivamente data all’assassinio), sinceramente persuaso che non ne avesse avute. Ne era convinto; forse aveva ricevuto delle confidenze al riguardo (e sappiamo che sul terreno della doppiezza e del raggiro Ercoli era un maestro); forse stava veramente arrivando a scoprire chi avesse dato l’ordine di uccidere Tresso; forse non si perdonava di essere rientrato nel Pci dopo l’assassinio del compagno; forse... tanti altri forse che per fortuna ancora agitavano il suo animo umano.



Io rimango convinto che l’ordine di uccidere Tresso sia potuto venire solo da Togliatti e su questo con Leonetti non ci siamo mai intesi.

Broué, tuttavia, lascia aperta la porta (p. 103) a una seconda possibilità (proposta da Berardi, p. 105), alla quale vale la pena di accennare. Si tratta di Giulio Cerreti, un nome abbastanza sconosciuto ai più, ma che all’epoca aveva un ruolo importante nell’apparato stalinista in Europa: rifugiatosi in Francia nel 1927, punto di riferimento dei comunisti italiani a Parigi, membro del Comitato centrale del Pcf dal 1932 al 1945 (notare il periodo...), legatissimo all’apparato internazionale del Comintern, vissuto in Urss fino al 1945 come stretto collaboratore di Togliatti, premiato poi con cariche di deputato, senatore e varie altre prebende in Italia, stalinista-togliattiano convinto sino alla morte.

Ebbene, anche se l’ipotesi avanzata da Berardi e vagliata con attenzione da Broué fosse vera, continuo a ritenere impensabile che Cerreti possa aver deciso della morte di Tresso da solo, senza consultare Togliatti. Anche Cerreti era un burocrate stalinista e come tale aveva assimilato nel più profondo codice genetico il senso della gerarchia e dell’apparato: un’uccisione di quel genere e di quel livello non sarebbe spettato a lui deciderla, senza il consenso esplicito, o al limite la tacita approvazione, del massimo dirigente stalinista italiano, una sorta di numero 3 nell’apparato internazionale del Comintern (dopo Stalin e Dimitrov). Come potrebbe essere andato l’eventuale accordo/discussione tra i due, non potremo mai saperlo, a meno che non appaiano documenti a tutt’oggi secretati riguardo a questa e altre uccisioni «celebri» avvenute in epoca staliniana. La lista d’attesa è ancora molto lunga: da Gorkij a Tresca a Serge a Durruti a Tina Modotti e via di seguito. Tutti «casi» che non dovremmo considerare chiusi solo perché non abbiamo le prove di un’esecuzione diretta da parte di agenti staliniani.

Mi avvio a concludere, riprendendo due temi iniziali. Se per far rivivere idealmente la figura di Tresso, va accantonata la soluzione toponomastica e le altre forme di celebrazione postuma più o meno retoriche (statue, targhe o giornate della memoria), non restano che gli strumenti ordinari di perpetuazione del ricordo, come i libri, il Web, i documenti della ricerca storica, il cinema.

Per quest’ultimo devo ammettere che mi stupisce l’assenza di un qualsiasi film sulla vita di Tresso (se esistano dei documentari lo ignoro, ma non mi sembra che ve ne siano), che invece fornirebbe un materiale avvincente in termini cinematografici, sia per il carattere avventuroso (basti pensare agli ultimi tempi della sua vita, tra Resistenza, carcere ed evasioni), sia per le grandi potenzialità drammaturgiche legate al «mistero» della sua morte che una buona sceneggiatura potrebbe valorizzare. Forse un giorno ciò accadrà; e sia benedetto quel giorno, anche se il prodotto non dovesse essere filologicamente accurato: compito del cinema cosiddetto «politico», infatti, non è di sostituirsi o affiancarsi alla storiografia, ma dare dimensione fantastica o artistica a esperienze e sentimenti degli esseri umani che in quelle determinate vicende storiche hanno agito o anche semplicemente vissuto.



Per i libri - al di là delle antologie e dei saggi a carattere politico che non sono purtroppo molti - va segnalato per la narrativa il romanzo di Stefano Tassinari (Il vento contro, Marco Tropea Editore, 2008) interamente dedicato a Tresso da un bravo scrittore morto un anno fa. E anche alcune opere a latere, come Le tre sorelle Seidenfeld, di Sara Galli (Giunti 2005): una delle tre è ovviamente Barbara. E più specialistico, L’incudine e il martello. Aspetti pubblici e privati del trotskismo italiano (1929-1939), di Eros Francescangeli (Morlacchi 2005).

Poco fa accennavo alla poca distanza degli anni che dal’68 andarono al ‘77 - quando pubblicai il Bollettino e una mia presentazione di Tresso su La Classe - per un inconscio residuo di pensiero che ora desidero esplicitare, anche se l’ho già fatto altre volte e con riferimenti storici diversi.

Gli ideali del ‘68 - antiautoritari, antistalinisti, libertari nel senso più pieno del termine, etici e giovanili allo stesso tempo - avrebbero dovuto portare una buona parte del movimento, o perlomeno le sue avanguardie, o al limite qualche singolo quadro o dirigente, alla scoperta/riappropriazione di tutte le più belle storie del movimento rivoluzionario, tragiche o esaltanti che siano. E Tresso avrebbe dovuto campeggiare in una tale riscoperta. Ma ciò non accadde. Anzi la cultura di chi passò dal movimento studentesco e dei consigli di fabbrica agli apparati politici (partiti e partitini ideologizzati) abbracciò con fanatismo tutto il contrario. Il maoismo in tutta una prima fase (che di potenziali Tresso ne aveva ammazzati a bizzeffe in Cina, ma anche in Indocina con Ho Chi minh, e che ha continuato ad ammazzarne per paura che rinascessero tutti insieme a piazza Tienanmen): quella follia ideologica, stalinista e reazionaria, calò come una nube di oscurantismo autoritario e irrazionale sulle nuove leve della radicalizzazione, distruggendo per sempre la continuità di pensiero nel marxismo, soprattutto in Italia dove il fenomeno fu più vistoso che altrove. E poi l’elettoralismo, dapprima camuffato in forma militante, alla Lotta Continua, poi divenuto il foraggio permanente del fare politica e della militanza, brodo di coltura inesauribile di aspiranti Forchettoni rossi.

Dovrei aggiungere l’irrompere della società dello spettacolo anche nel campo della ricerca teorica, ma penso che il discorso si allungherebbe e mi sembra di aver già abusato abbastanza dell’attenzione.


Concludo quindi da editore, annunciando che vorrei pubblicare due libri, per preservare la memoria di Tresso e per contribuire alla «destalinizzazione» culturale delle menti che, a mio avviso, in Italia ancora non c’è stata. Quindi sarei favorevole a ritradurre e ripubblicare il libro di Broué-Vacheron, in modo da consentirne una nuova migliore circolazione nel contesto che gli compete (cioè nella collana «storia e memoria»). E un’antologia il più completa possibile degli scritti di Tresso, nella collana «eretici e/o sovversivi». Se qualcuno tra coloro che ascoltano o leggono queste righe vuole dare una mano (in tutti i sensi) gli saremo grati fin d’ora. Come al solito non si esclude la possibilità di una o due coedizioni.




Bombe di Savona: era a Celle ligure l'arsenale del gruppo stragista La Fenice



Giorgio Amico

Bombe di Savona: era a Celle ligure l'arsenale del gruppo stragista La Fenice

Il 7 aprile 1973 il fascista Nico Azzi resta gravemente ferito mentre sul treno Torino-Roma tenta di innescare una bomba che deve provocare una strage. Poco prima Azzi si era fatto vedere dai passeggeri con in mano il giornale “Lotta Continua”. L'intenzione è di far attribuire la strage all'estrema sinistra. Non si tratta di un gesto isolato: altri attentati ai treni sono in programma. L'obiettivo è creare il caos, attribuirlo alla sinistra, perchè poi i militari golpisti dell'organizzazione NATO Rosa dei venti intervengano per riportare l’ordine.

Nico Azzi è un militante del gruppo “La Fenice” di Milano, organizzazione di estrema destra legata a Ordine Nuovo. Uomini della Fenice sono coinvolti nella strage di Piazza della Loggia del maggio 1974.

In quel periodo incominciano ad esplodere le bombe di Savona.

L'inchiesta della Procura di Milano su La fenice e il suo capo Carlo Rognoni porta alla scoperta che il deposito di esplosivi del gruppo era a Celle ligure, a 10 chilometri da Savona.

Una "coincidenza" perlomeno inquietante.

Riportiamo uno stralcio della sentenza del giudice Guido Salvini.



“Nico AZZI, dopo una serie di contatti con personale del R.O.S. Carabinieri, pur senza divenire in alcuna forma un collaboratore e sottolineando sempre l’immutata fedeltà ai propri principi ideologici, ha ritenuto giusto rivelare che un deposito di esplosivo sotterrato del gruppo La Fenice esisteva ancora nell’entroterra ligure, nel territorio del comune di Sanda, non lontano dalla villetta di proprietà di Giancarlo ROGNONI a Celle Ligure.

Tale deposito (da cui provenivano sia i panetti di tritolo utilizzati per l’attentato al treno del 7.4.1973 sia le bombe a mano SRCM lanciate durante la manifestazione in cui fu ucciso l’agente Antonio Marino; int. AZZI, 10.2.1995, f.2), la cui esistenza era nota solo a lui, ROGNONI e Francesco DE MIN e che con ogni probabilità non era stato più toccato dopo l’arresto di AZZI nell’aprile 1973 e la fuga all’estero di ROGNONI, consisteva in tre contenitori di plastica, occultati in una buca di scarsa profondità con assi di legno poste nel fondo della stessa, contenenti detonatori al fulminato di mercurio e bombe a mano SRCM, rubate dallo stesso AZZI presso la Caserma di Imperia ove aveva prestato il servizio militare, alcune munizioni ed esplosivo del tipo ANFO utilizzato nelle cave (int. AZZI, 10.2.1995 ff.3-4 e rapporto del R.O.S. Carabinieri in data 15.10.1994, f.2).

Nico AZZI si era reso anche disponibile a tentare l’individuazione e il recupero di tale deposito, ma il sopralluogo effettuato il 12.10.1994 da lui insieme a personale del R.O.S. dava esito solo parzialmente positivo in quanto, pur essendo stato individuato il casolare ove si trovava il deposito, non era stato più possibile localizzare il punto esatto dell’interramento essendo venuti meno, a oltre vent’anni di distanza, per i numerosi incendi che avevano toccato la zona e per la conseguente modifica della vegetazione, i punti di riferimento ricordati da AZZI.

Si riteneva inoltre inutile proseguire le ricerche con mezzi tecnici sofisticati quali metal-detector sia per la presenza nel terreno di minerali ferrosi, che avrebbero comunque reso lunga e costosa la ricerca, sia perché lo stato di abbandono della zona esclude comunque che l’esistenza del deposito possa costituire un pericolo per l’incolumità di qualcuno.

Francesco DE MIN, sentito in qualità di indiziato in data 18.3.1995, ha ammesso di essere al corrente dell’esistenza del deposito di esplosivo, sostenendo tuttavia di esserne venuto a conoscenza quando il suo allestimento era già avvenuto.

In particolare, nel marzo 1973 quando, poche settimane prima del fallito attentato al treno Torino-Roma, tutto il gruppo aveva partecipato al convegno a Genova del Centro Studi Europa, egli, con la sua autovettura, aveva accompagnato AZZI e ROGNONI sino a Celle Ligure e poi a piedi i tre avevano raggiunto la località isolata ove era stato sotterrato il materiale.

Secondo DE MIN in tale occasione ROGNONI ed AZZI intendevano solo verificare lo stato dei luoghi e controllare che non vi fossero pericoli di deterioramento, cosicchè il gruppo si era limitato a guardare a livello superficiale senza scavare sin nel punto ove si trovavano i contenitori (int. citato, f.2).

Anche Mauro MARZORATI, seppure con toni più sfumati, ha dichiarato di aver appreso, durante un’esercitazione effettuata proprio nell’entroterra di Celle Ligure con ROGNONI, AZZI, DE MIN e altri camerati, che in quella zona esisteva un deposito di esplosivo o qualcosa del genere di pertinenza del gruppo (dep. 31.3.1995, f.2).

Inoltre Biagio PITARRESI ha riferito che, all’inizio degli anni ‘70, ROGNONI gli aveva confidato che nell’entroterra di Celle Ligure era stato sotterrato dell’esplosivo, fornendo a PITARRESI anche gli essenziali punti di riferimento.

Biagio PITARRESI, qualche tempo dopo, si era recato sul posto con un altro camerata per allenarsi all’uso delle armi da fuoco e aveva cercato di individuare il deposito, senza tuttavia riuscirci (dep. 9.9.1986, ff.2-3).

Giancarlo ROGNONI, come prevedibile, ha escluso di sapere alcunché di tale deposito di esplosivo (int. 22.12.1995, f.2), ma la circostanza più interessante in proposito è comunque emersa da un interrogatorio di Martino SICILIANO:

"Io sono stato ospite nella casa di ROGNONI a Celle Ligure per uno o due giorni dopo il mio matrimonio con Ada Giannatiempo, nel 1971. Nell'occasione ROGNONI mi confidò che, non distante dalla sua casa, verso l'interno di Celle Ligure, in una zona impervia, avevano costituito un deposito di armi ed esplosivi sottoterra. Faccio presente che la casa di Rognoni a Celle Ligure si trovava alla periferia del paese, verso l'interno, e subito alle sue spalle ci sono le montagne.

Parlai per caso con Bobo LAGNA di questa circostanza ed egli mi disse che non solo non c'era più la casa di Celle Ligure, ma anche che il deposito di esplosivo e munizioni, pur ancora esistente, non era più raggiungibile perché l'assetto del territorio era cambiato e non era più possibile orientarsi.
Bobo Lagna, a Mestre, era colui che si occupava di tenere i contatti con Anna Cavagnoli quando Rognoni era detenuto e quindi anche delle iniziative di aiuto in suo favore ed evidentemente in tale contesto egli aveva appreso del deposito. Del resto Lagna aveva frequentato a Mestre Pietro BATTISTON che veniva a Venezia con una certa frequenza". (SICILIANO, int.18.3.1996, f.6).

La circostanza riferita da Martino SICILIANO è assai significativa in quanto, tenendo presente che Bobo LAGNA (deceduto nel 1993) era uno degli uomini di fiducia di Delfo ZORZI, la conoscenza da parte del gruppo mestrino del deposito di esplosivo allestito da Giancarlo ROGNONI e dagli altri milanesi evidenzia ancora una volta la sinergia operativa di antica data fra i due gruppi.

(…)


(Sentenza - ordinanza del Giudice Istruttore presso il Tribunale Civile e Penale di Milano, dr. Guido Salvini, nel procedimento penale nei confronti di ROGNONI Giancarlo ed altri)

giovedì 3 ottobre 2013

mercoledì 2 ottobre 2013

Imperia. Teatro dell'Attrito. Esposizione di Mail Art



4 ottobre 2013

Teatro dell'Attrito
Borgo Foce - Imperia

KRISI

Esposizione di Mail Art