giovedì 10 ottobre 2013

Lia Franzia, Scrittura/paesaggio

Carlo Carrà, L'attesa (1926)






















Come è letto il paesaggio nell'arte? Il più delle volte, banalizzandolo, come semplice rappresentazione di un dato oggettivo esistente al di fuori dell'artista, come mero sfondo. Per questo ci ha colpito questa riflessione di Lia Franzia che illustrava la sua ultima mostra. Una lettura affascinante che proponiamo agli amici del nostro blog.

Lia Franzìa

Scrittura/ paesaggio

Il paesaggio per un artista, prima di essere pittura, è grafia. Non disegno, ovvero un'azione ispirata e coerente, nello spazio temporale e nel risultato formale. E' grafia: concatenazione di segni anche lontani fra loro nel tempo (ere, secoli, giorni) non necessariamente omogenei e ben disposti, ma coesi da una tangibile reciprocità.

Penso alle stratificazioni delle rocce, con tutte le diversità di composizione e di consistenza, alle dune di sabbia condannate ad effimere forme sinuose, all'accavallarsi dei ghiacciai modellati dall'aria e dall'acqua, alle rughe dei calanchi e delle crete, ai ricami dei fiordi, ai graffi dei torrenti.


Su questi fogli aperti, già ricchi di lettura profonda, si aggiunge il gesto dell'uomo: i campi arati, i sentieri, le risaie, le saline, le strade, i muretti a secco che ben conosciamo. Segni forti o sottili, nervosi o delicati. Segni di necessità. Segni di insulto. Segni di ingordigia. Segni di rispetto. La trama si arricchisce, si dirada, scompare, riappare, come un impetuoso fiume carsico. Si nega e si rivela, pretende attenzione. Ci intriga e ci coinvolge, come una leggenda misteriosa. Ci irretisce e ci imprigiona. Senza possibilità di fuga.