martedì 29 dicembre 2015

Presentazione del volume “Toponimi del Comune di Spotorno”



Presentazione del volume “Toponimi del Comune di Spotorno”

Sabato 16 gennaio 2016
alle ore 16.30
Spotorno
Sala convegni Palace


Toponimi del Comune di Spotorno è il fascicolo numero trentadue del Progetto Toponomastica Storica: si tratta di una raccolta di toponimi effettuata a partire da documenti scritti, in larga parte inediti, verificandone sul campo la localizzazione con l’ausilio dei residenti.

Il valore culturale intangibile della toponomastica è ormai un dato acquisito. Il Progetto si propone la valorizzazione e la tutela dei nomi di luogo storici: fino ad ora ne ha schedato cinquantamila nei territori comunali delle province di Savona, Cuneo e Asti. Le principali fonti usate a Spotorno sono state numerosi documenti medievali, tra cui atti di notai savonesi inediti del XV secolo, e lo spoglio dei tre catasti storici più antichi rinvenuti: il primo, conservato a Torino, è della fine del XVIII, mentre gli altri due, conservati a Savona, risalgono al XIX secolo.

Oltre che da Furio Ciciliot, responsabile del progetto, la pubblicazione è stata curata dallo storico spotornese Giuliano Cerutti e da Nicolò Cassanello e Rosella Ricci, già coinvolti in altri lavori toponomastici simili.

La ricerca ha portato a novità storiche interessanti - soprattutto relative al primo Medioevo ed al bosco dell’Eliceta - che saranno divulgate per la prima volta durante la presentazione del fascicolo e che forniranno spunti promettenti sull’origine stessa di Spotorno.  


mercoledì 23 dicembre 2015

Antifascisti savonesi nella Guerra di Spagna



Numerosi furono gli antifascisti savonesi andati a combattere in Spagna in difesa della repubblica. Considerati sovversivi dopo la guerra (e la caduta del fascismo) continuarono per anni ad essere spiati e schedati dagli apparati dello Stato democratico.

Giorgio Amico

Antifascisti savonesi nella Guerra di Spagna.

Quarant'anni fa, il 20 novembre del 1975, moriva dopo 36 anni di dittatura Francisco Franco. Con il crollo del regime falangista, ultima sopravvivenza del fascismo storico, si chiudeva un'epoca buia per la Spagna e l'Europa. Iniziava un processo di transizione che avrebbe riportato la democrazia nel paese iberico. Un percorso non privo di contraddizioni. Secondo José Álvarez Junco, professore di Storia del pensiero e dei movimenti sociali all’Università Complutense di Madrid, la destra, che non aveva un progetto né un leader, «si assicurò che non ci sarebbero state epurazioni nella polizia, tra i militari e nella magistratura; la sinistra, dinanzi a un regime franchista comunque ancora forte e strutturato e al rischio di una nuova guerra civile, ottenne l’amnistia e le elezioni democratiche» (Il Sole 24Ore del 15 novembre 2015).

Un accordo, definito il “Patto dell'oblio” che di fatto rimuoveva dal dibattito politico il passato franchista. Calava un velo su quattro decenni di violazioni dei diritti umani e di crimini efferati, mentre gli esponenti più giovani del regime continuavano tranquillamente la loro carriera nei partiti del centrodestra. Un fenomeno che ricorda molto da vicino la mancata epurazione dell'apparato statale dopo la Liberazione in Italia.

Secondo Almudena Grandes, una scrittrice molto impegnata politicamente conosciuta e apprezzata anche in Italia, la Spagna soffre ancora oggi per l'occasione mancata quaranta anni fa di democratizzare radicalmente il paese. Per lei la crisi di rappresentanza dello Stato spagnolo, evidenziata sia dal successo di Podemos sia dalla crisi catalana, trova le sue ragioni in una transizione alla democrazia che non ha saputo realmente fare i conti con il passato:

“Credo che la crisi che la democrazia spagnola sta vivendo sia legata alla transizione democratica che ha reso la Spagna un Paese fragile: non ci fu una rottura estesa ed efficace con la dittatura, le istituzioni conservano molto di quell’epoca. C’è dunque all’origine un problema sentimentale e morale, e il problema territoriale è la manifestazione di un Paese che non si riconosce nei simboli nazionali spagnoli, perché non si è fatto un progetto rotondo e la transizione è stata ambigua». (Il Sole 24Ore, cit.).

Particolarmente sentito il problema dei caduti repubblicani. Sono infatti centinaia le fosse comuni sparse nel Paese, molte delle quali mai aperte. 150mila cadaveri restano senza un nome, mentre più di 1000 famiglie di caduti riconosciuti non possono recuperarne i corpi. Una ferita aperta a cui la legge della «Memoria histórica», approvata alla fine del dicembre 2007 dal Governo Zapatero, aveva cercato di dare soluzione, ma che il governo di centrodestra di Mariano Rajoy ha sostanzialmente congelato.



Contraddizioni della transizione che emergono anche dalle pagine di un libro appena edito a cura dell'ISREC di Savona e dedicato alla figura di Umberto Marzocchi, esponente di primo piano del movimento anarchico italiano e internazionale, fiorentino per nascita, ma savonese d'adozione, avendo risieduto nella nostra città dal 1921 fino alla morte nel 1986, con l'interruzione forzata dell'esilio (1923-1945) in Francia e appunto nella Spagna repubblicana e rivoluzionaria.

Leggiamo infatti di come Marzocchi, già dirigente dell'ANPI e della Camera del Lavoro, recatosi nel 1977 ad un convegno anarchico a Barcellona venisse arrestato assieme a un altro antifascista savonese [Oreste Roseo, recentemente scomparso] da poliziotti in borghese con i mitra spianati.

“In quell'istante – ricorda Marzocchi in un'intervista ripresa nel volume – abbiamo pensato a una carneficina, ritenendo si trattasse di un commando fascista. Fummo caricati su auto cellulari, condotti al commissariato principale di via Layetana e rinchiusi in celle separate, isolati gli uni dagli altri, fino al momento del rilascio , avvenuto la sera del 4 febbraio. Dopo aver confermato al giudice il verbale dei nostri interrogatori, siamo stati espulsi ed accompagnati dalla polizia fino alla frontiera francese”. (Vincenzo D'Amico- Giuseppe Milazzo- Giacomo Checcucci, Umberto Marzocchi, ISREC, p. 39-40)

Liberato dopo cinque giorni di prigionia grazie ad una mobilitazione internazionale subito attivatasi, Marzocchi denuncerà i limiti della transizione postfranchista in una grande manifestazione antifascista convocata a Savona dalle associazioni partigiane che vede la partecipazione di Umberto Terracini.

Iniziativa non isolata, ma ultima tappa di un costante impegno dell'antifascismo savonese a fianco dei democratici spagnoli contro il regime di Franco, testimoniato anche dalla pubblicazione nel 1961 a cura dell'ANPI di un quaderno su “L'epopea antifascista spagnola. Cenni storici sulla Guerra di Spagna”. Un impegno unitario che vede la partecipazione di tutta la sinistra, comunisti, socialisti e anarchici, al di là dei contrasti ideologici e delle lacerazioni provocate dai tragici fatti di Barcellona del maggio 1937 e dall'assassinio degli anarchici italiani Berneri e Barbieri.

Un conflitto aspro, scaturito da due concezioni diverse della lotta in corso: quella rivoluzionaria dei comunisti dissidenti del POUM e degli anarchici che legava indissolubilmente la resistenza antifascista alla partecipazione popolare dal basso, al potere dei consigli operai e contadini e all'approfondimento del processo rivoluzionario a partire dalla riforma agraria e dall'espropriazione di latifondisti e magnati della finanza e dell'industria. E quella patriottica e repubblicana del Partito comunista (e della Russia di Stalin) che non intende andare oltre la fase antifascista e che in nome dell'unità nazionale antifranchista respingeva fermamente ogni ipotesi di rivoluzione proletaria. Da qui lo scontro fratricida in Catalogna e la messa fuorilegge di anarchici e poumisti.



Una divisione destinata a durare a lungo, se ancora nel 1962, in piena destalinizzazione, Giacomo Calandrone, un altro savonese illustre impegnato nella guerra civile spagnola, nel suo libro di memorie “La Spagna brucia” ricostruiva contro ogni evidenza storica e la mole di materiali e documenti ormai disponibili la rivolta del POUM a Barcellona come opera di “agenti del nemico, lieti di coprirsi con una bandiera politica, per poter meglio svolgere la loro opera di provocazione”.

Eppure, nonostante la durezza dei contrasti, l'impegno antifascista a Savona riesce a mantenersi unitario, come unitaria era stata la lotta ai tempi della guerra civile, quando fra il settembre 1936 e l'estate 1937 ben 27 savonesi erano andati a combattere e a morire per la libertà del popolo spagnolo, mentre altri 19 risultano essere stati inquisiti, processati e confinati per attività di appoggio alla causa repubblicana.

Vicende ricostruite in un libro di Antonio Martino, “Antifascisti savonesi e guerra di Spagna”, edito anch'esso a cura dell'ISREC. Una ricerca incentrata sullo spoglio scrupoloso dei fascicoli della Regia Questura oggi depositati presso l'Archivio di Stato di Savona. Dalle schede biografiche dei personaggi studiati non emergono tanto le motivazioni politiche e i percorsi individuali, quanto la vigilanza assidua esercitata su di loro dall'apparato repressivo del regime (ma anche in qualche caso dello Stato repubblicano). Un limite che si spiega con la natura di carte di polizia dei materiali analizzati, più rivolti alla scoperta della attività pratica e dei contatti personali dei potenziali antifascisti che alla definizione delle loro effettive posizioni politiche e ideologiche.

27 savonesi di cui 21 già residenti all'estero, per lo più in Francia, espatriati per motivi politici o di lavoro, in larghissima parte giovani e di condizione operaia. Dati in sintonia con il quadro complessivo dei 4000 combattenti italiani in Spagna, in gran parte già residenti all'estero (in Francia soprattutto, ma anche in Belgio, Svizzera, Stati Uniti, Unione Sovietica e Argentina), con un'età media di trent'anni, di condizione prevalentemente operaia.

    Giacomo Calandrone

Di questi 27 antifascisti 3 (Giuseppe Dughetti, Francesco Siri e Attilio Strazzi) cadranno in combattimento , mentre altri 8, rifugiatisi in Francia dopo la caduta della Repubblica, verranno consegnati alle autorità italiane dopo lo scoppio della guerra e l'armistizio fra i due paesi. Elevatissimo è il numero di coloro fra questi ex combattenti di Spagna che continueranno la lotta armata antifascista nella Resistenza francese dopo l'invasione nazista e poi dopo l'8 settembre 1943 in quella italiana. Sono 14 (Emilia Belviso, Libero Bianchi, Giacomo Calandrone, Tommaso Carpino, Costanzo Cecchin, Carlo Gazzaniga, Stefano Giordano, Amedeo Isolica, Umberto Marzocchi, Italo Oxilia, Pietro Pajetta, Vincenzo Raspino, Silvio Torcello, Luigi Vallarino) i resistenti già combattenti in Spagna, alcuni di essi ricopriranno incarichi di comando nella guerra partigiana grazie proprio all'esperienza militare accumulata nella guerra civile spagnola. Quattro di essi (Cecchin, Pajetta, Raspino e Torcello) perderanno la vita, fucilati dai nazifascisti o caduti in combattimento. Pietro Pajetta “Nedo” sarà insignito della Medaglia d'oro al valor militare.

Interessante anche l'appartenenza politica dei volontari savonesi in Spagna, rispecchiante perfettamente il più generale dato nazionale. Troviamo infatti soprattutto militanti del Partito comunista, ma anche socialisti, repubblicani, anarchici (Umberto Marzocchi). Fra loro una straordinaria figura di donna, quell'Emilia Belviso, già militante dell'apparato clandestino del PCI in Italia, poi voce di Radio Barcellona, infine coraggiosa combattente partigiana nel maquis prima a Parigi e poi a Nizza. Non mancano figure di primo piano dell'antifascismo come il capitano Italo Oxilia, lo stesso che aveva fatto espatriare Turati e liberato Rosselli, Nitti e Lussu dal confino di Lipari o Leonida Campolonghi, figlio del primo segretario della Camera del Lavoro di Savona, drigente della LIDU (Lega dei diritti dell'Uomo) e riorganizzatore della Massoneria italiana nell'esilio parigino.

Belle figure di combattenti, uomini e donne che dedicarono con estrema coerenza e dedizione totale la loro vita alla lotta per un'Italia libera, democratica e giusta. Pericolosi sovversivi per uno Stato che, nonostante la caduta del fascismo e l'avvento della repubblica, continuava a mantenere nei posti di comando di polizia, magistratura, forze armate, elementi formatisi durante la dittatura.

E così Libero Bianchi, portuale savonese, risulta dal 1950 inserito nel Casellario Politico Centrale del Ministero degli Interni come “comunista pericoloso” e per questo costantemente seguito nei suoi spostamenti e spiato nelle sue attività fino al momento della morte nel 1963. Eguale attenzione nei confronti di Italo Oxilia, il cui fascicolo viene chiuso solo nel 1971 e su cui si annota come vivesse “da solo in modestissime condizioni economiche”, avendo impegnato l'intero patrimonio di famiglia nella causa antifascista, “conservando le sue ideologie di socialista saragatiano”. Evidentemente, nonostante il PSDI fosse forza di governo dal 1948, la coerenza del vecchio militante socialista continuava a risultare sospetta per l'Ufficio Politico della Questura.

    Umberto Marzocchi

Ma Bianchi e Oxilia non sono i soli a essere monitorati da quegli stessi apparati che li avevano già spiati durante il fascismo, la vigilanza continuò per anni per molti altri antifascisti. Solo fra il 1949 e il 1951 verranno revocati in ottemperanza a disposizioni ministeriali molto tardive “i provvedimenti di qualsiasi genere richiesti per motivi politici in data precedente al 25 aprile 1945” nei confronti di Giovanni Gismondo di Alassio, Carlo Spallarossa di Finale, Francesco Ferruccio di Dego e Tommaso Carpino di Bardineto. E se questo era l'ordinario, possiamo immaginare cosa fossero i controlli (e le schedature) nei confronti di figure particolarmente in vista come Umberto Marzocchi o Giacomo Calandrone, mandato nel dopoguerra a organizzare le lotte bracciantili in Sicilia e deputato comunista fino al 1958.

Tutto questo mentre fucilatori e torturatori repubblichini uscivano dalle galere e in molti casi, vedi Almirante, riprendevano l'attività politica nelle fila del MSI. Segni evidenti di quella incompleta democratizzazione dello Stato, in Italia come in Spagna, che determinerà episodi oscuri come Gladio e la strategia della tensione negli anni '70. Vicende mai chiarite, ancora oggi senza colpevoli, che non risparmieranno neppure Savona e che rendono ancora più necessario mantenere viva la memoria di chi nelle galere e al confino fascista, in terra di Spagna e poi nella Resistenza sacrificò la sua giovinezza e in molti casi la vita per la la libertà di tutti.

I resistenti n.3 2015






lunedì 21 dicembre 2015

Gli archi commemorativi del secolo spagnolo nel Finalese



Un pezzo alla volta con metodo e tenacia la Biblioteca Mediateca Finalese e in particolare Giuseppe Testa sta procedendo alla ricostruzione della storia del territorio finalese. Esce ora, ultimo di una serie di interessantissime pubblicazioni, un quaderno dedicato agli archi commemorativi costruiti dagli spagnoli durante la loro secolare permanenza a Finale, porto del Granducato di Milano e via di comunicazione privilegiata per Madrid. Un altro tassello di quella storia del territorio, scrupolosa e metodica che Giuseppe Testa sviluppa da anni con estrema professionalità, sfuggendo alle tentazioni di un localismo folklorico, e che testimonia dell'assoluta inconsistenza della distinzione (oggi tanto di moda) fra storia “grande” e storia “minore”. 

(g.a.)


sabato 19 dicembre 2015

Il Partito della Nazione Occitana e i risultati del secondo turno delle elezioni regionali in Occitania


Riprendiamo un documento del Partito della Nazione Occitana (PNO) relativo alle recenti elezioni regionali in Francia.  


Il Partito della Nazione Occitana e i risultati del secondo turno delle elezioni regionali in Occitania

A seguito del secondo turno del 13 dicembre delle elezioni regionali in Occitania, il Partito della Nazione Occitana si rallegra del fatto che il Fronte Nazionale guidato da Marion Maréchal non sia riuscito ad assumere il controllo della regione Provence-Alpes-Côte d’Azur ma constata che in questa regione, come in Aquitaine-Limousin-Poitou Charente, Languedoc-Roussillon-Midi Pyrénées et Auvergne-Rhône-Alpes, il fronte Nazionale migliori i suoi risultati del primo turno e faccia entare suoi militanti in tutti i nuovi consigli regionali. Il modo migliore di impedire al Fronte Nazionale di crescere ancora e di arrivare al potere nello Stato francese, è che la classe politica dia infine risposte credibili ai problemi che preoccupano gli Occitani e tutti i cittadini della repubblica francese: l'identità, l'immigrazione, l'islamismo radicale, la sicurezza e la disoccupazione. Ma tocca a noi in quanto indipendentisti occitani convincere, in Provenza come altrove in Occitania, i nostri compatrioti che la supremazia ultra-sciovinista francese e il programma economico aberrante del fronte Nazionale non sono di natura tale da risolvere i loro problemi.

Per il movimento occitano, il Partito della Nazione Occitana non era presente al secondo turno. Il Partito Occitano, che esce ridimensionato da queste elezioni nelle tre regioni occitane dove suoi militanti erano candidati al primo turno con un solo consigliere regionale eletto al secondo turno in Languedoc-Roussillon-Midi-Pyrénées rispetto ai cinque precedenti, non ha ancora abbandonato la chimera secondo la quale non esiste possibilità di salvezza all'infuori dell'alleanza con la sinistra francese. Ora, la situazione politica attuale impone di raggruppare le forze politiche e culturali occitane di ogni sensibilità al fine di preparare da subito le prossime elezioni territoriali nell'indipendenza, nell'unione e in alleanza con forze indipendenti dai partiti e non giacobine.

Infine, il Partito della Nazione Occitana si rallegra della vittoria eclatante in Corsica della coalizione nazionalista Per la Corsica guidata da Gilles Simeoni, sindaco di Bastia che le permette di assumere il controllo dell'Assemblea corsa. Essi indicano la via ai militanti politici occitani. Salutiamo anche in Martinica la vittoria della lista indipendentista « Grand Sanblé pou Ba Peyi-a An Chans » di Alfred Marie-Jeanne.


Il Partito della Nazione Occitana ritiene che l'emancipazione delle nazioni senza Stato della repubblica francese non si farà che per la volontà dei loro popoli e sarà il frutto di un rapporto di forze da stabilire.

venerdì 18 dicembre 2015

Storie dalla terra e dal mare. Archeologia in Liguria



Storie dalla terra e dal mare
Archeologia in Liguria
2000-2015

Teatro Falcone, Museo di Palazzo Reale, Via Balbi, 10 Genova.

Inaugurazione: 18 dicembre, ore 17

Il primo quindicennio del nuovo secolo ha segnato un deciso passo avanti delle conoscenze  archeologiche in Italia, grazie all’introduzione di norme fondamentali, come quella sulla  cosiddetta "archeologia preventiva", che ha enormemente ampliato le possibilità di interventi  stratigrafici a larga scala. In Liguria questo nuovo corso dell’archeologia pubblica si è tradotto in una serie di nuove,  importanti scoperte, che interessano tutto il territorio regionale: da Ventimiglia a Luni, i due grandi capoluoghi di età romana che ancora oggi presidiano i suoi confini.

La Soprintendenza Archeologia della Liguria propone un’esposizione dei principali risultati della ricerca archeologica nel territorio, in una prospettiva di ampia comunicazione di questi scavi, che talora hanno comportato disagi e ritardi alle opere pubbliche a cui erano collegati ma che hanno sempre suscitato l’interesse e la curiosità delle comunità locali.


Genova, Piatto dallo scavo di Santa Maria Le Grazie La Nuova
La mostra, allestita nei nuovi locali del Teatro del Falcone a Palazzo Reale, presenta una ventina di nuovi contesti di indagine, articolati in quattro sezioni tematiche:

- l’archeologia delle città
- l’archeologia dei porti
- l’archeologia del quotidiano
- l’archeologia del rituale

Diverse città sono state oggetto di recenti interventi di vera e propria "archeologia urbana", un tipo di approccio intensivo e sistematico al caratteristico record pluristratificato dei grandi centri storici, che proprio a Genova è stato per la prima volta introdotto in Italia da Tiziano Mannoni. Non solo Genova è stata in questi anni al centro dell’interesse per la sua storia sepolta, ma anche i centri storici di Chiavari, Savona, Albenga e Sanremo, la cui storia monumentale - e non solo – si è enormemente arricchita grazie a queste indagini, che hanno contribuito ad un nuovo quadro del loro sviluppo urbanistico.

L’altro grande campo di applicazione delle moderne tecniche di ricerca archeologica, in cui la Liguria eccelle dai tempi della sua fondazione ad opera del ligure Nino Lamboglia, è quello dell’archeologia subacquea. In particolare i porti di Genova e  Vado sono stati oggetto di significative prospezioni in questi anni da parte del Servizio Tecnico di Archeologia Subacquea, restituendo materiali che testimoniano dell’importanza di questi approdi - come anche di quello di Imperia anch’esso presente in mostra - nei numerosi secoli della loro frequentazione fino ai giorni nostri.

Albissola Marina, resti di carrucola lignea dagli scavi della fornace romana di Via Isola

Le forme dell’abitare e i modi della produzione, dalla preistoria all’età contemporanea, sono tra i più affascinanti temi del dibattito storico contemporaneo e ad essi l’archeologia contribuisce con quel caratteristico sguardo obiettivo e concreto che proviene dal confronto diretto con le testimonianze materiali del passato. Dalla più remota preistoria e l’uomo di Neanderthal, fino alla protostoria, l’età romana, il Medioevo - documentato da diversi siti di eccezionale interesse - e l’età moderna, sono numerosi i nuovi contesti che offrono preziosi spunti per questo dibattito sulla vita quotidiana in Liguria al tempo degli antichi.

L’ultima sezione affronta il tema della ritualità in ambito funerario e cultuale alla luce di recenti rinvenimenti di notevole impatto evocativo: non solo corredi di sepolture, quindi, ma anche contesti sacrificali.

In sintesi la storia delle recenti scoperte archeologiche nella regione diviene il passe partout espositivo e narrativo con cui accedere ad alcune grandi problematiche storiche della Liguria antica, medievale e moderna.


Teatro Falcone, Museo di Palazzo Reale, Via Balbi, 10 Genova.

Orario di apertura: dal martedì al sabato dalle ore 10.30 alle ore 17.30; domenica dalle ore 14 alle ore 19; lunedì chiuso. Ingresso gratuito.


La memoria della “Memoria” (Frugando nell’Archivio ANPI di Finale Ligure 1945 – 2014).



Una nuova pubblicazione sulla Resistenza in provincia di Savona


E’ disponibile a cura dell'ANPI finalese La memoria della “Memoria” (Frugando nell’Archivio ANPI di Finale Ligure 1945 – 2014). Il Libro, che è arricchito da una mappa dei sentieri del Finalese con l’indicazione di Lapidi e Sacrari Partigiani, si articola nelle sezioni: La memoria della Memoria; La sezione ANPI finalese; Pochi soldi e pochi mezzi; L’accertamento del titolo di partigiano o di patriota; L’attività assistenziale; Per una moralità partigiana; Custodire la Memoria; La fatica di costruire una società democratica; Il caso Marzola.


Copie del libro possono essere richieste a anpifinale@libero.it.  

mercoledì 16 dicembre 2015

CoBrA una grande avanguardia europea



Una mostra a Roma ricostruisce storia e percorsi di CoBrA, momento di passaggio fondamentale dal surrealismo rivoluzionario al situazionismo.

Achille Bonito Oliva

CoBrA, la comunità europea degli artisti in fuga dalla realtà del mondo 

«After us, freedom». Dopo di noi, la libertà. Questo è lo slogan che accompagna CoBrA, una grande avanguardia europea ( 1948- 1951), mostra promossa dalla Fondazione Roma a Palazzo Cipolla, fino al 3 aprile 2016. Il gruppo Cobra nasce per iniziativa di artisti come Jorn, Appel, Constant, Corneille, Alechinsky e gli scrittori Dotremont e Noiret con l’intenzione di scardinare ogni modulo linguistico, dall’astrattismo al realismo.

Un gruppo trans-europeo che rompe ogni ordine formale per accedere a una libertà espressiva capace di trasmettere vitalità ed energia creativa. L’artista diventa l’eroe che si autorizza da solo a usare in piena libertà tutte le armi del linguaggio pittorico per consegnare al corpo sociale il deposito di visioni da lui elaborate. Da qui la violenza, non soltanto del segno, necessaria per spostare l’inerzia della sensibilità collettiva fuori da ogni convenzione verso il piano dinamico e inclinato della visionarietà e di una visibile spiritualità.

Una necessaria e felice frammentarietà, riscontrabile in tutte le opere, è il sintomo di una mentalità che non vuole opporre a un ordine un altro ordine. Al contrario essa è il segno di un universo linguistico continuamente aperto e arricchito da una conflittualità permanente, frutto di una sensibilità neoumanistica che vuole ridare centralità all’immaginario.

    Corneille, Habitants du Désert

Begging Children (1948) di Karel Appel, Eine Cobra- Gruppe (1946) di Asger Jorn, Habitant du Desert (1951-1952) di Corneille, Ondes extremes (1974-1979) di Pierre Alechinsky e Christian Dotremont, costituiscono le prove di grande spiritualità individuale e morale degli artisti, nello stesso tempo del bisogno di un sodalizio capace di spostarli fuori da solitudine e isolamento.

La lingua dell’arte è l’unica in grado di formulare parole visive che attraversano ogni differenza etnica e culturale. I modi sono quelli di un linguaggio che accetta ogni contaminazione e vuole colmare ogni scissione. Infatti prevale lo stile della frammentazione, l’alterazione dell’eleganza e del garbo, l’accento forte di una espressione che vuole farsi sentire in tutte le sue lacerazioni. Enfatizzare per questi artisti europei significa compiere una sana operazione di regressione che consiste nel mettere il proprio io al centro di un mondo che ipocritamente sembra voler celebrare il mito collettivo del noi. La forza sta nel non aver posto un io monumentale monolitico, dunque adulto, bensì alterato da tensioni centrifughe che lo spostano fuori dai luoghi della ragionevolezza verso territori abitati dal nervosismo e da una nostalgia primigenia.

    Jorn, Ohne Verteidigung

Tale nostalgia, confinante col sospetto perduto di una possibile interezza, fonda la sostanza morale di tutti gli artisti del gruppo che non hanno mai spinto i propri furori nella direzione del nichilismo, ma sempre nella rifondazione di una visione, attuata attraverso i modelli del linguaggio creativo. Il delirio espresso dalla loro pittura e grafica è quello di tentare una umanizzazione della società, usare lo stile dell’enfasi per essere ed esistere. Questo comune sentimento della vita elimina ogni distanza geografica, abbatte le frontiere di appartenenza territoriale, come si desume da nome del gruppo. Cobra: acronimo e sintesi delle città di provenienza Copenaghen, Bruxelles, Amsterdam. Un’an- ticipata comunità europea che accoglie artisti diversi sotto le insegne di un’arte libera e liberatoria, giocata sull’intreccio di astrazione e figurazione.

All’anemia di una realtà inizialmente incolore del secondo dopoguerra, questi artisti rispondono con la rappresentazione di un’altra malattia, quella dell’esuberanza. La temperatura incandescente dell’opera dimostra come l’arte sia un procedimento che, pur adottando proprie regole interne e specifici linguaggi, crea numerosi varchi nella opacità del quotidiano e introduce una nuova visibilità del mondo. La sequenza delle opere in mostra conferma una visione antinaturalistica delle cose, sintomo di una mentalità che non entra in competizione con le apparenze della vita, semmai si pone in completa alternativa, in una contrapposizione radicale ed eclatante.

    Appel, Begging Children

Uno stato d’ipersensibilità arma la mano degli artisti che prima si inabissano all’interno delle loro pulsioni e poi riemergono nella zona solare della forma e di una materia tattile dove tutto diventa rappresentazione tangibile. Lo stile dell’enfasi dà continuità a tale procedimento, voce e notizia a ciò che altrimenti resterebbe interiore e represso, fondando la possibilità di uno scambio che in caso contrario sarebbe impossibile. Uno stato dionisiaco sfiora l’intera esposizione a testimonianza di una poetica comune, l’uso della creatività che nella sua eccezione altera il ritmo ripetitivo dell’esistenza.

Ravnen (1952) di Asger Jorn, Animals (1953) di Karel Appel, Gilles vegetal (1967) di Pierre Alechinsky e Beest en kind (1960) di Lucebert, Stördo 8.11.1957 (1957) di Karl Otto Götz documentano il bisogno dell’artista di ristabilire una diversa attenzione del mondo su di sé che altrimenti non ci sarebbe. La naturalezza del soggetto viene celebrata attraverso il linguaggio pittorico capace di rappresentare la posizione asimmetrica dell’uomo fuori da ogni verosimiglianza e aperta ad ogni felice conflitto. Per questo l’enfasi della forma, tra materia e colore, diventa il travestimento necessario per evidenziare tutte le istanze e i bisogni di totalità che la vita tende a negare.


La repubblica – 13 dicembre 2015

venerdì 11 dicembre 2015

A proposito di streghe

    Triora. Particolare degli affreschi della chiesa di S. Bernardino

Un convegno ad Albenga ha affrontato il tema della stregoneria dai processi di Triora alla Wicca contemporanea.

Federica Pelosi

Streghe nel Savonese dossier dei cacciatori di sepolture anomale


Albenga - Le streghe-bambine di Albenga fanno risorgere a poco a poco antiche storie misteriose che riguardano tutto il ponente ligure. Per lo più leggende, ma che trovano riscontro anche in alcuni documenti storici, tutti da decifrare e analizzare. Se ne è parlato ieri nel corso del convegno “A proposito di streghe: quando la diversità spaventa” che, prendendo spunto dalle sepolture anomale nell’area archeologica di San Calocero, ha allargato la visuale a tutto il Savonese che racconta di donne temute e rifiutate dalla società, e che hanno pagato a caro prezzo il loro essere “differenti”.

La città delle torri è al centro di questa storia di persecuzioni: non solo per gli scheletri di ragazzine tumulate secondo riti che un tempo si riservavano ai reietti, ma anche per essere stata teatro del primissimo processo alle streghe, che precede di due secoli quelli più famosi di Triora. E’ infatti nel XIV secolo che una giovane donna viene accusata di stregoneria dal marito e viene bruciata viva in piazza San Michele. Per non parlare di tutte le leggende che riguardano potenti guaritrici nell’entroterra ingauno e che si tramandano almeno fino all’’800 (a Castelvecchio di Rocca Barbena c’è una strana tomba a forma di cuore che si dice appartenga all’ultima strega del paese).



«Il fenomeno della stregoneria nel ponente ligure è ancora poco studiato – dice il professor Giorgio Amico, saggista e esperto di tradizioni ligustiche – Eppure il nostro territorio porta i segni di questo passato. Nella piazza di Cairo Montenotte, ad esempio, c’è una statua dedicata a due streghe che, secondo la leggenda, erano state incaricate dal Demonio di spargere la peste a Savona, ma vennero fermate sul Cadibona dalla Madonna della Misericordia». Si tratta di Lucia e Maria Langherio che, una volta giunte nel luogo in cui la Madonna era apparsa ad Antonio Botta nel 1536, furono ricacciate indietro.

«Non vi sono però documenti che ci dicano che fine abbiano fatto – continua Amico - Per non parlare delle donne che frequentavano, in maniera piuttosto “equivoca”, il convento dei cappuccini di Quiliano e che, una volta divenute scomode, vennero additate come tentatrici e messe a tacere condannandole al rogo. Oppure la storia dei processi di Spigno che, pur essendo in Piemonte, nel ‘600 era sotto la diocesi di Savona». In quest’ultimo caso a finire nei guai furono 14 poverette accusate di non partecipare con assiduità ai riti religiosi, di avere avuto commerci con il diavolo e di “mascare”, ossia di spargere il malocchio, oltre che della distruzione dei raccolti: nonostante il “no” della Curia savonese a procedere con le torture, il parroco della cittadina fece di testa propria tanto che “le 14” confessarono e, poi, morirono, probabilmente a seguito delle sevizie.

«Nel ponente ligure la caccia alle streghe andò avanti dal 1400 a tutto il 1600. Per quanto riguarda le sepolture anomale di Albenga, non mi esprimo visto che se ne occupano gli archeologi che hanno condotto gli scavi. Certo è che le modalità di sepoltura non sono mai casuali e hanno sempre motivazioni precise», conclude Amico.

Il secolo XIX - 8 dicembre 2015

mercoledì 9 dicembre 2015

Alex Raso, Ferita e cura/ BesDiario di un anno



Ferita e cura/ BesDiario di un anno
personale di Alex Raso

Vernissage 16 dicembre 2015
Altredimore
Calata Sbarbaro 6
Savona


Il vento porta quasi sempre
un cielo generoso, che in montagna
nelle notti di luna misurata
si vede una scarlattina bianca:
è ferita e cura del cielo.
Lì stanno le donne scomparse
durante i primi esercizi
degli apprendisti prestigiatori.
Lì stanno i due gemelli astrali.
Ma nella parte più nera
della resa incondizionata del giorno
alligna la bestia.

A.


lunedì 7 dicembre 2015

Sentieri di Savona



mercoledì 9 dicembre 2015 alle 17,30
presso la Sala Rossa del Comune di Savona
presentazione del volume

Sentieri di Savona”

edito a cura dell'Amministrazione Civica

domenica 6 dicembre 2015

A proposito di streghe....



    A PROPOSITO DI STREGHE.. QUANDO LA DIVERSITÀ SPAVENTA riflessioni a margine delle sepolture recentemente rinvenute ad Albenga

    I recenti ritrovamenti di sepolture riconducibili al fenomeno della stregoneria ad Albenga sollevano temi che vanno oltre la dimensione della ricerca storica e archeologica. La demonizzazione della diversità è stata nel passato facile scorciatoia per ignorare concreti problemi che nulla avevano di demoniaco.

    È accaduto con la ricerca di untori nel periodo della peste, è accaduto in presenza di soggetti che presentavano aspetti comportamentali o fisici diverse dai canoni tradizionali, e' accaduto in presenza di persone che conservavano e praticavano riti antichi e pratiche curative legate alle erbe: da notare il fatto che in quest'ultimo caso fossero in gran parte donne, a cui quelle conoscenze davano autorevolezza nelle Comunità di appartenenza.

    Si può dire che tale demonizzazione, usata spesso dai potenti per consolidare la propria condizione, fosse figlia della paura e dell'ignoranza e abbia finito per impoverire intere comunità privandole del potenziale di crescita che implica ogni confronto con la diversità.
    E oggi la diversità spaventa ancora? Paura e ignoranza impoveriscono ancora le nostre comunità? Sono queste le domande che animeranno il Convegno, con l'obiettivo di attualizzare la riflessione sulla differenza tra diversità e malvagità ponendo l'accento sul fatto che quest'ultima, come la bontà , è un'opzione sempre presente nelle scelte di ogni persona , e sulla coincidenza tra ignavia e malvagità ...lasciar fare il male senza reagire è forse peggio che praticarlo...

    La struttura del Convegno prevede una comunicazione della Dott.ssa Valeria Amoretti, archeologa ed antropologa esperta di sepolture e di archeologia medievale. Originaria di Imperia , sta conducendo attività di ricerca presso la Seconda Università di Napoli: l'obiettivo è contestualizzare i recenti ritrovamenti nell'ambito delle conoscenze sui riti di sepoltura di quel periodo.
    Una comunicazione del Prof. Paolo Portone, esperto di indagini sulla stregoneria in Europa e autore di diversi testi sulle Streghe di Triora L'obiettivo è porre in relazione le sepolture di Albenga con il contesto ligure del tempo.
    Una comunicazione del Prof. Giorgio Amico, saggista ed esperto di tradizioni ligustiche, sul tema del Il Ponente ligure come incubatore di diversità culturali e popolari.
    Una comunicazione della dott.ssa Gabriella Freccero per Erediblibliotecadelladonna, sul tema delle culture arcaiche legate alla figura della Grande Madre in relazione al dibattito sull'Autorità Femminile oggi.

    Dopo un tea break i lavori riprenderanno con Una Comunicazione del dott. Marco Merola, giornalista esperto di archeologia, misteri e scienza e della dott.ssa Machi di Pace, archeologa e giornalista sul tema del Neopaganesimo oggi.
    Una Comunicazione di Giuliano Arnaldi, direttore di Fondazione Tribaleglobale sulle pratiche Voudu di alcuni popoli africani ( in prevalenza gli Ewe del Togo) tra medicina tradizionale e cannibalismo rituale: verità , ignoranza e strumentalizzazioni.
    Quest'ultima comunicazione introdurrà una tavola rotonda coordinata dal Dott. Mario Muda , giornalista sul tema della paura del diverso nel nostro tempo, con particolare riferimento al fenomeno della globalizzazione e dei migranti.

    Il Convegno sarà animato da proiezioni audiovisive e performance musicali. "Dichiaro, che tra le molte donne che io condussi al rogo per presunta stregoneria, non ve ne era una sola della quale avrei potuto dire con sicurezza che fosse una strega. Trattate i superiori ecclesiastici, i giudici e me stesso, come quelle povere infelici, sottoponeteci agli stessi martiri e scoprirete in noi tutti dei maghi." (Friedrich von Spee, confessore delle streghe condannate al rogo di Wurzburg, 1631).

sabato 5 dicembre 2015

Francesco Biamonti, Il romanzo di Gregorio



Si terrà, oggi, sabato 5 dicembre 2015, alle ore 16,30 presso il Centro Polivalente "Le Rose" di San Biagio della Cima, la presentazione di un libro inedito di Francesco Biamonti, dal titolo "Il romanzo di Gregorio" (a cura di Simona Morando, Genova, il canneto, 2015). Si tratta del testo cui Biamonti attendeva negli anni 70 e che, successivamente, sottoposto a una profondissima revisione, si trasformerà nel suo primo romanzo edito, L'angelo di Avrigue. 

Quindi una prima stesura dell’Angelo per molti versi diversa e inattesa. A introdurre l'importante - e pregevole, anche dal punto di vista grafico - pubblicazione, interverrà il critico letterario (nonché amico personale di Biamonti stesso) Giovanni Pacchiano; il quale dialogherà con la curatrice, Simona Morando, Professoressa presso l'Università di Genova, che ha realizzato una edizione impeccabile di un testo importante, capace di rivelare un Biamonti più materico e terragno, e forse più narrativo, ancorché già da allora sensibile ai temi del paesaggio. 




venerdì 4 dicembre 2015

Mia madre femminista


Giovedì 10 dicembre 2015
ore 18.00
Presso la Libreria UBIK
Corso Italia Savona

Incontro con le scrittrici

MARIA SANTINI e LUCIANA TAVERNINI 

e presentazione del libro

“Mia madre femminista.
Voci da una rivoluzione che continua”
(Il Poligrafo)

A cura di Eredibibliotecadonne


“Ma doveva proprio capitarmi una madre femminista?…”. A partire da questa provocazione, una madre decide di scrivere alla figlia una lettera per spiegare motivazioni, sentimenti e vicende che determinano il suo essere femminista. Si avvia così un dialogo, una scrittura in relazione che parte da sé e dalle esperienze di entrambe, aprendosi a esplorare i rapporti con altre e altri. Un percorso sorprendente che si snoda lungo i temi della parola, del corpo, dei luoghi e del lavoro, tra episodi e immagini inedite, che dalla metà degli anni ’60 ci accompagna fino ad oggi con aperture anche ad un passato lontano. Da questo racconto polifonico, l’incontro con il femminismo si mostra come una continua trasformazione di sé e del mondo.

mercoledì 2 dicembre 2015

Italo Calvino. Un partigiano del Ponente ligure



Mercoledì 2 dicembre 2015
alle ore 18.00
Presso la SMS libertà e Lavoro di Lavagnola (SV)
ANPI Sez. Fratelli Briano

Italo Calvino. Un partigiano del Ponente ligure
Lettura a cura di Giorgio Amico

    Badalucco (IM) Monumento al partigiano

Italo Calvino

Il mio 25 aprile

C'era stato un incendio in un bosco: ricordo la lunga fila dei partigiani che scende tra i pini bruciati, la cenere calda sotto la suola delle scarpe, i ceppi ancora incandescenti nella notte. Era una marcia diversa dalle altre nella nostra vita di continui spostamenti notturni in quei boschi. Avevamo finalmente avuto l'ordine di scendere sulla nostra città, Sanremo; sapevamo che i tedeschi stavano ritirandosi dalla riviera; ma non sapevamo quali caposaldi erano ancora in mano loro.
(...)
Ancora negli ultimi giorni i tedeschi erano venuti di sorpresa e avevamo avuto dei morti. Proprio pochi giorni prima andando di pattuglia era mancato poco che cascassi nelle loro mani. L'ultimo accampamento del nostro reparto, se ricordo bene, era tra Montalto e Badalucco: già il fatto che fossimo scesi nella zona degli uliveti era il segnale di una nuova stagione, dopo l'inverno nella zona dei castagni che voleva dire la fame.
(…)
Dalle parti di Poggio cominciammo a incontrare sul margine della strada la popolazione che veniva a vedere passare i partigiani e a farci festa. Ricordo che per primi vidi due uomini anziani col cappello in testa che venivano avanti chiacchierando di fatti loro come in un giorno di festa qualsiasi; ma c'era un particolare che fino al giorno prima sarebbe stato inconcepibile: avevano dei garofani rossi all'occhiello. Nei giorni seguenti dovevo vedere migliaia di persone col garofano rosso all'occhiello ma quelli erano i primi”.

(La Domenica del Corriere, aprile 1975 ora in Italo Calvino, Saggi, 2, Mondadori, Milano 1995, pp. 2810-13)


martedì 1 dicembre 2015