lunedì 28 marzo 2016

“Tragica alba a Dongo”. Il film che non si doveva vedere



All'inizio degli anni '50 Giulio Andreotti, sottosegretario allo spettacolo con delega alla censura, impedì la circolazione di un film sulla fucilazione di Mussolini a Dongo. La storia di un film che non si doveva vedere.


Giorgio Amico

“Tragica alba a Dongo”. Il film che non si doveva vedere

Pensiamo che verrà un giorno in cui dovremo vergognarci di aver combattuto contro il fascismo. E costituirà colpa essere stati in carcere e al confino per questo”.

Così nel 1946 Sandro Pertini, dai banchi del Senato della Repubblica, denunciava i primi tentativi da parte della DC e delle forze moderate di rimuovere ciò che la Resistenza aveva significato e di chiudere definitivamente quella esperienza di lotta e di partecipazione popolare.

Una volontà di restaurazione che si accentua dopo l'estromissione delle sinistre dal governo nel 1947 e le elezioni politiche del 1948 e che si inserisce nel clima internazionale sempre più teso della Guerra fredda. Inizia quello che lo storico inglese Lowe definisce “un clamoroso tentativo di intimidazione” del movimento operaio e popolare. Mentre i criminali di guerra repubblichini escono dalle galere e si reinseriscono in posizioni anche importanti nella società italiana e negli apparati dello stato (esercito, polizia, magistratura, ministeri) gli antifascisti e i partigiani finiscono a migliaia davanti ai giudici.

Questo «processo alla Resistenza» - scrive ancora Lowe - fu molto più severo di quanto non fosse mai stata l'epurazione dei fascisti. Il messaggio era chiaro: gli «eroi» del 1945, che avevano liberato il Nord d'Italia dal governo fascista, erano diventati alla fine il nuovo nemico”. Proprio quello che solo pochi anni prima aveva denunciato Sandro Pertini.

A parte i giornali del movimento operaio, la stampa sostiene questo processo di restaurazione. Cavalcando il desiderio popolare di un ritorno alla normalità dopo anni di tragedie, i grandi quotidiani operano attivamente al tentativo di rimozione della memoria stessa della Resistenza. Soprattutto dopo le elezioni del 1948 la guerra partigiana diventa una realtà scomoda su cui stendere un velo di silenzio. De partigiani si parla ormai solo in occasione di processi e sempre male. Una campagna destinata a durare a lungo insieme al silenzio ostinato delle Istituzioni a partire dal Ministero della Pubblica Istruzione che, per il decennale della Resistenza, il 25 aprile 1955, invia una circolare ai presidi di tutte le scuole italiane per invitarli a festeggiare, quel giorno, non la Liberazione ma l’anniversario della nascita di Guglielmo Marconi.

In questo clima, scrive lo storico Giovanni De Luna “per sopravvivere, l’antifascismo si costruì una sorta di nicchia difensiva, con una battaglia politico-culturale condotta all’insegna del «dovere di non dimenticare» che indusse molti ex-partigiani a farsi storici della propria memoria, a diventare «archivisti», gelosi custodi dei «documenti» che testimoniavano di una pagina di storia che troppo presto gli altri volevano cancellare”.



Fare un film sui fatti di Dongo

Proprio per non dimenticare tra il 1949 e il 1950 due ex partigiani, Emilio Maschera e Ugo Zanolla, decisero che era necessario produrre un film sugli eventi relativi alla fucilazione di Benito Mussolini e Claretta Petacci. Improvvisatisi produttori, i due, con l’aiuto di due giornalisti (Vittorio Crucillà e Ettore Camesasca) costituirono nel 1949 una cooperativa allo scopo di trarne un film, basato su testimonianze di prima mano e il rispetto scrupoloso dei fatti che si erano verificati a Dongo fra il 27 e il 28 aprile 1945. A occuparsi delle riprese fu chiamato un professionista, Duilio Chiaradia, che poi negli anni '50 verrà assunto in RAI dove nel 1954 firmerà la regia del primo telegiornale.

Un film realizzato con tecniche e tempi più amatoriali che professionali, con mezzi finanziari e tecnici assai ristretti. Girato al modo del cinema “neorealista” il film si basava su attori non professionisti, in molti casi gli stessi personaggi che avevano partecipato a quei fatti: alcuni dei partigiani che avevano arrestato Mussolini e Claretta Petacci, un soldato tedesco che faceva parte della colonna in fuga e i coniugi De Maria nella cui cascina il duce e la sua amante avevano passato la loro ultima notte.

Consapevoli delle difficoltà del momento, gli autori si prodigano fin da subito a mantenere un basso profilo. Il film, dichiarano, non ha intenti politici, ma solo documentaristici: “Gli interpreti di questo film-documentario sono, in gran parte, gli stessi interpreti e testimoni oculari dell’episodio storico […] La macchina da presa ha ricostruito e ripete fedelmente fatti, cose, ambienti e uomini così come apparvero e agirono in quelle tragiche giornate di aprile. Il tempo, i luoghi, i costumi e financo i gesti sono gli elementi che caratterizzano il valore essenzialmente documentaristico di questa minuziosa ricostruzione della più misteriosa tragedia politica del secolo. Ogni riferimento personale appartiene alla storia dei fatti”.

Lungo 38 minuti, il film ha un taglio cronachistico. Dopo i titoli di testa, le inquadrature di due soldati tedeschi alla guida di un camion si alternano a riprese in movimento del paesaggio sulle rive del lago di Como. Il commento fuori campo riassume in poche battute il ventennio fascista dall’ascesa della dittatura al tragico epilogo della guerra. Dopo immagini sull’entrata in guerra, scene di bombardamento e di distruzioni nelle città, il film ritorna al racconto dei fatti: la cattura di Mussolini travestito da soldato tedesco nel pomeriggio del 27 aprile, l'arrivo di Clara Petacci, la notte passata dai due in una cascina isolata nella frazione di Giulino di Mezzegra, la loro fucilazione e poi quella a Dongo dei gerarchi catturati dai partigiani. Il film – nota un giornale dell'epoca- termina facendo vedere il camion carico dei diciassette cadaveri che, seguendo una fila di pioppi, si dirige verso Milano, verso Piazzale Loreto. È l’alba del 29 aprile e la visione di questo tragico fardello umano suggerisce il significato allegorico di tutta un’epoca che se ne va per dar luogo a una nuova, che porti nuove speranze”.



L'intervento della censura

La lavorazione del film non era nemmeno terminata che già iniziarono i guai con la censura. Introdotta in epoca fascista con la creazione di una Direzione generale per la cinematografia, la censura prevedeva forme di controllo sulla circolazione dei film tramite la concessione di appositi nulla osta. Nel dopoguerra normativa e apparati erano rimasti immutati: presso la Presidenza del Consiglio continuava a funzionare un Ufficio Centrale per la Cinematografia. Dal 1947 sottosegretario allo spettacolo era il giovane Giulio Andreotti, nominato a soli 28 anni da De Gasperi su consiglio di monsignor Montini (il futuro Paolo VI). Andreotti (a cui dalla fine del 1953 succederà un ancora più rigido Oscar Luigi Scalfaro, allora esponente della destra DC) si accanì a tagliare tutto quello che appariva una minaccia anche minima alla pace sociale e alla morale cattolica.

E così sotto i colpi di forbice di Andreotti (e Scalfaro) finiranno tutti i film che trattavano argomenti scomodi, come l'esistenza in Italia di un partito comunista di cui non si doveva assolutamente parlare. E poco importava se si trattava di un film comico. E' rimasta celebre la scena di Totò e Carolina, in cui Totò poliziotto alla guida di una jeep finita fuori strada viene soccorso da una camionetta carica di militanti comunisti che cantano Bandiera rossa e naturalmente il canto è cancellato e invece di «ehi compagni!» a Totò si fa esclamare perché accorrano in aiuto: «ehi giovanotti!». Come si taglia ne La Spiaggia (bellissimo film di Lattuada girato nel 1954 a Spotorno), la figura del sindaco comunista. Andò meglio ad Achtung! Banditi!, di Carlo Lizzani, che raccontava la lotta partigiana alle spalle di Genova. Giudicato in prima istanza «dannoso sia per i riflessi interni nel momento attuale, sia per i riflessi esterni in quanto ripropone, in tutta la sua asprezza, l’odio contro i tedeschi», in quello stesso 1951, pur tagliato e sforbiciato, il film arrivò comunque nelle sale. Ma i partigiani del film combattevano con fucili di legno, abilmente riprodotti da artigiani locali, perché il ministero della Difesa nell'intento manifesto di creare difficoltà alla produzione, aveva proibito che nelle riprese si usassero fucili veri, anche se disattivati. Un particolare che oggi suona ridicolo, ma che è illuminante sul clima di quegli anni.

Ma se Lizzani trattava di una storia inventata e tutto sommato marginale anche se molto significativa, il film sulla fucilazione del Duce a Dongo colpiva i nervi scoperti di una DC che stava aprendo a fascisti e monarchici in funzione anticomunista.

Così l' Ufficio Centrale per la Cinematografia nel gennaio 1951 esprime parere contrario all’esportazione, “in quanto si ritiene che il film possa ingenerare all’estero errati e dannosi apprezzamenti sul nostro Paese”. Decisione sottoscritta dal sottosegretario. Inutile si rivela la richiesta di revisione da parte dei produttori e anche un tentativo di Vittorio Crucillà di appellarsi direttamente a Andreotti con una lettera dai toni umilianti: “Illustre Onorevole, sarei molto lusingato e altamente onorato se la S. V. mi concedesse una udienza per un breve colloquio in merito alla cronaca cinematografica TRAGICA ALBA A DONGO – di cui sono l’umile regista e soggettista – realizzata unicamente per l’estero da un gruppo di giornalisti milanesi. RingraziandoLa, La prego di gradire i sensi della mia grande ammirazione”.

Andreotti rimase irremovibile e il clima si fece, se possibile, ancora più pesante. Contro la programmazione intervennero anche la famiglia Mussolini con una diffida a «non alterare arbitrariamente nel detto film la realtà storica» e, successivamente l'amministrazione comunale di Dongo spaventata anche solo dall'idea di essere accomunato ad un film potenzialmente sovversivo, che si affanna con toni che sfiorano il grottesco a assicurare la lealtà filo-governativa del Comune: «questa popolazione è sempre stata, per sé stessa, elemento di ordine sotto l’Alta guida di ben quattro Deputati, tre Senatori, più volte di un Ministro».

Reazioni non ce ne furono, tranne un breve trafiletto non firmato apparso su “La voce dello spettacolo”: “ I censori della Direzione Generale Dello Spettacolo si palleggiano, spaventati, da oltre 6 mesi il film-documentario ALBA TRAGICA A DONGO. Come è noto, un gruppo di giornalisti italiani ha realizzato una cronaca cinematografica della fine del fascismo e del suo capo: essa, prima ancora di apparire, suscitò un’eco internazionale e disparati commenti. Niente paura, signori Censori della Direzione Dello Spettacolo: si tratta soltanto di un film-documentario assolutamente obbiettivo sulla fine di Mussolini e dei suoi fedelissimi.”

La non uscita del film provocherà il fallimento della società di produzione, come si evince da una lettera del 27 marzo 1952 anche questa indirizzata all’On. Giulio Andreotti: “ Eccellenza, come volevasi dimostrare siamo giunti alla liquidazione della ns. società. E purtroppo a questo ci siamo arrivati spendendo e impegnandosi fino all’ultimo limite delle ns. risorse economiche mentre i molti risorsi presentati sono stati tranquillamente ignorati sebbene le ns. visite e i ns. scritti si sono costantemente susseguiti dall’8 gennaio 1951 a tutt’oggi.[…] Le confessiamo con ciò la ns. amarezza tanto più sentita in quanto da parte ns. ci riteniamo in perfetta regola perché prima di iniziare il film Vi abbiamo inviato con lettera raccomandata il copione, in seguito a ciò abbiamo seguito scrupolosamente le Vs. istruzioni impartiteci tramite l’Ufficio Stampa di Milano, durante la lavorazione poi Vi abbiamo chiesto se il film si doveva interrompere della qual cosa gli interpellati hanno sempre invitato a continuare; abbiamo pagato le tasse di censura oltre a quelle di visione copione, e con tutto ciò abbiamo avuto il noto esito”.



La riscoperta del film

Un esito del tutto scontato alla luce di ciò che avviene qualche mese più tardi, quando ad Arcinazzo, un piccolo comune in provincia di Roma, il 3 maggio 1953 nel corso della campagna elettorale per le elezioni politiche il sottosegretario Andreotti incontra il generale Graziani, responsabile delle stragi in Etiopia nel 1936 e ministro della Difesa della Repubblica Sociale Italiana, condannato a 19 anni per collaborazionismo con i nazisti ma subito amnistiato. Dal palco Graziani, presidente del MSI (partito formalmente all'opposizione), elogia la DC e Andreotti per la decisa politica filoatlantica e di ferma contrapposizione al comunismo

In un tale contesto, un film che ricostruiva le ultime ore di Mussolini non poteva che dare fastidio e così “Tragica alba a Dongo” non circolò mai nelle sale e fu presto dimenticato. Un ulteriore tentativo di riaprire la questione avvenne tra il maggio 1959 e l'ottobre 1961, quando gli autori, forse confidando nel mutato clima politico caratterizzato dall'apertura ai socialisti, tentarono di ottenere un nuovo nulla osta della censura, ma senza riscontri positivi. Forse, nonostante il clima di apertura, la porcata commessa era stata davvero troppo grossa e si giudicò prudente lasciare le cose come stavano.

La pellicola sembrava dunque ormai scomparsa, quando verso il 2010 ne venne del tutto fortunosamente ritrovata una copia in casa di un vecchio collezionista che negli anni Sessanta o Settanta l'aveva acquistata in un mercatino dell'antiquariato di Trieste. Consegnata al Museo Nazionale del Cinema di Torino la pellicola venne restaurata ed è oggi dopo più di sessant'anni finalmente in circolazione, testimonianza non solo delle Resistenza ma anche (e forse soprattutto) di un periodo buio della giovane democrazia italiana che pure quei partigiani oscurati dalla censura avevano conquistato a un così caro prezzo di sacrifici e di sangue.


I Resistenti, n.1/2016