giovedì 14 marzo 2019

Una iniziazione alla Carboneria nella Genova del primo Ottocento



Nel romanzo Lorenzo Benoni, splendido affresco della Liguria risorgimentale, Giovanni Ruffini racconta nei dettagli la sua iniziazione alla Carboneria.

Giovanni Ruffini

L'iniziazione alla Carboneria

I mesi passavano: l'autunno aveva ceduto il luogo all'inverno, le noie della vita universitaria erano sottentrate ai dolci ozi della campagna, ed io stavo sempre aspettando. Nessuna notizia sul grande affare ricevevo né da Cesare né da Fantasio [con questo nome nel romanzo è raffigurato Giuseppe Mazzini – nota nostra]: appena a quando a quando una parola d'incoraggiamento.

Ultimamente però Fantasio aveva desiderato di sapere quanti denari avessi messo da parte, avvertendomi di cambiare l'argento in oro e di portarlo sempre meco «perché» diceva «tu puoi esser chiamato da un momento all'altro, e farai bene a tenerti pronto all'appello per quando l'ora sonerà». Ripetè quest'ultima frase diverse volte e vi fece una particolare sottolineatura. Eravamo in mezzo al carnevale, e la follia agitava molto allegramente i suoi campanelli; dappertutto danze e banchetti.

«Si va stanotte al veglione?» mi disse Cesare la mattina del martedì innanzi il giovedì grasso: «Io ho un appuntamento per questa sera ma circa la mezzanotte; possiamo vederci là, se ti piace». Fissammo la sala, ove ci saremmo trovati. Veglione è il nome di un pubblico ballo nel mondo elegante, che si fa nel saloncino del teatro Carlo Felice.

La folla era molta, e il trattenimento animatissimo. Fuori pioveva e faceva un gran freddo: ragion di più perché la folla crescesse a godervi un caldo dilettevole. Tutto mi pareva bello, e ogni volto allegro e contento; numerose erano le maschere, i travestimenti generalmente di buon gusto, ed alcuni anche magnifici. Erano le undici e mezzo passate: mi rimaneva ancora un'altra mezz'ora per fare un giro nella sala da ballo (…) osservando l'onda animata e di tutti i colori che mi passava dinanzi. Di tratto in tratto qualche maschera gridava il mio nome, e in atto di minaccia scherzosa alzava il dito contro di me. Due domino neri si fermarono sulla porta e guardarono attorno in atto di cercare qualcuno, poi si avvicinarono a me.

Il più alto dei due mi chiamò a nome e mi disse: «Che state qui facendo solo?».
«Osservo i matti, come vedete».
«Forse aspettate qualcuno?» soggiunse il più piccolo, che, quantunque mascherato da donna, pure si vedeva bene che era un uomo.
«Aspetto appunto qualcuno».
«Qualche signora, scommetterei», continuò il più piccolo.
«In ogni caso» risposi io «una signora con baffi neri».
«Che!Una bellissima bionda!La conosco», ripigliò il più alto.
«Se è così, voi ne sapete più di me».
«Io so il nome e ve lo dirò in un orecchio». Il più alto domino, piegandosi, mi sussurrò all'orecchio queste parole:
«L'ora è sonata!».
Io detti in una scossone come toccato da una scintilla elettrica e dissi, alzandomi: «Finalmente!Son pronto».
«Dunque seguiteci».
Attraversando le sale affollate, scesero le scale e giunsero nella strada. Io li seguivo dappresso, ed entrammo in un vicolo oscuro, dove le mie guide si fermarono: «Vi domando scusa» disse il più alto «ma è necessario che siate bendato».

Accennai di sì e mi fu legato un fazzoletto alla testa. Il tempo era umido, freddo e scuro, e tutti eravamo avvolti nel mantello. Secondo l'invito che me ne fu fatto, m'imbacuccai la faccia col bavero del mio. Fui preso di qua e di là a braccetto, e così camminammo in silenzio ora a destra, ora a sinistra, e qualche volta, a quanto mi parve, tornando indietro. Due persone, per quello che potei giudicare dal calpestio, ci seguivano a pochi passi. Finalmente ci fermammo, senza che potessi punto raccapezzarmi dove ci trovassimo. Sentii girare la chiave in una toppa, entrammo e salimmo due scale. Una porta si aperse; passammo in un andito, e alla fine fummo al luogo destinato. Mi fu tolta la benda, e mi trovai in un'ampia sala, addobbata piuttosto con lusso che con eleganza.

    Giovanni Ruffini

Un gran fuoco ardeva in un enorme camino, e una lampada pesante con un globo d'alabastro spandeva all'intorno una luce dolce e temperata. Sul pavimento era steso un grosso tappeto di color rosso scuro; un magnifico drappo damascato pendeva all'estremità della stanza, il quale probabilmente nascondeva un'alcova. Eravamo cinque persone nella stanza: i miei due conduttori, due altri, egualmente in domino nero, forse quegli stessi che ci avevano seguiti, ed io. Il domino nero più alto, che pareva essere il capo, e che io da qui innanzi chiamerò il Presidente, si adagiò in una sedia a bracciuoli, i due ultimi venuti gli sedettero l'uno a destra, l'altro a sinistra; dietro a lui si collocò il domino donna. Il Presidente mi accennò d'avanzarmi; ed io, avendolo fatto, venni a rimanere in faccia alle quattro persone, e dirimpetto all'alcova. Dopo una breve pausa, cominciò una specie d'interrogatorio. Parlava il domino più grande, il quale mi rivolgeva la parola nella seconda persona singolare.

«Qual è il tuo nome, cognome ed età?».
Glielo dissi.
«Hai tu congetturato lo scopo della tua presenza in questo luogo?».
«Credo di sì».
«Persèveri nell'intenzione d'entrare nella Confraternita dei Buoni Cugini?».
«Con tutta l'anima».
«Ti sei formata un'idea chiara dei terribili doveri che stai per addossarti? Sai tu che appena dato il solenne giuramento, il tuo braccio, le tue sostanze, la tua vita, insomma tutto te stesso, non apparterranno più a te, ma all'Ordine? Sei tu pronto a morire mille volte, anziché rivelare i segreti della società? Sei tu disposto a obbedire ciecamente e a rinunziare alla tua volontà dinanzi ai tuoi superiori dell'Ordine?».
«Sicuramente. Se mi fosse comandato d'aprir la finestra e gittarmi giù a capofitto, non esiterei un istante».
«Quali sono i tuoi diritti per entrare nella Confraternita degli uomini liberi?».
«Io non ne ho alcuno, eccetto l'amore della patria e il fermo proposito di contribuire alla sua liberazione, o morir nella prova».

Mentre queste parole mi sgorgavano dal petto bollente come lava, vidi, o mi parve di vedere, le cortine dell'alcova muoversi insensibilmente. Fu un'illusione, o qualcuno v'era nascosto dietro? Non mi fermai su questa circostanza, perché poco importa un mistero di più o di meno in un mistero sì grande. Finito l'interrogatorio, il Presidente mi fece mettere in ginocchio e ripetere la formula del giuramento, che pronunziò a voce alta e distinta, fermandosi con enfasi sulle frasi più significative.


Ciò fatto, aggiunse: «Prendi una sedia e mettiti a sedere; ora puoi farlo, poiché sei de' nostri». Obbedii. Mi fu imposto un nome d'adozione e mi furono insegnate alcune misteriose parole e segni, perché potessi farmi conoscere ai miei confratelli, ma coll'espresso comando di non farne uso, fuorché in caso di necessità.

«Debbo inoltre», soggiunse il Presidente, «darti alcune spiegazioni ed avvertimenti. Tu ora appartieni al primo grado dell'Ordine, quindi sei nello stadio di prova. Nessun diritto tu hai, neanche quello di presentazione: hai però dei doveri, ma ti sarà facile adempierli. Custodisci il segreto religiosamente, aspetta con pazienza in uno spirito di fede e di sommissione, e tienti pronto al momento dell'oprare. A suo tempo saprai la Vendita a cui devi appartenere, e il capo da cui riceverai gli ordini direttamente. Intanto, se occorrerà di darti qualche comando, ti sarà comunicato dal Cugino che ti presentò e che già conosci. L'Ordine a cui sei ascritto ha occhi e orecchi dappertutto, e fin da questo momento, dovunque tu sia, qualunque cosa tu faccia, esso ti vede. Tientelo a mente e governa, così, la tua condotta. La seduta è sciolta».

Il Presidente si alzò, e attraverso la barba della sua maschera mi dette un bacio su l'una e l'altra guancia e sulla bocca. Tutti gli altri fecero lo stesso. Mi fu imposta una tassa a beneficio dei confratelli poveri o infermi, fui bendato un'altra volta e uscimmo. Il ritorno fu più breve che l'andata, ma egualmente irregolare. Appena ci fermammo, il domino alto mi disse: «Qui dobbiamo separarci; continuate il vostro cammino senza voltarvi indietro: questo è il primo atto di ubbidienza che si vuole da voi». E così dicendo mi tolse la benda dagli occhi. Ubbidiente al comando, continuai senza voltarmi e riuscii nella piazza del teatro Carlo Felice.

(Giovanni Ruffini, Lorenzo Benoni, ovvero scene della vita di un italiano)