martedì 30 aprile 2013

Opere di Carla Rossi in mostra a Clavesana























Carla Rossi, cara amica dai tempi della rivoluzione portoghese e di altre inezie movimentiste degli anni '70, rappresenta una delle poche voci vive nel campo asfittico e manierista dell'arte savonese. Partecipare ad una sua iniziativa è come respirare una boccata d'aria fresca perchè, lo diceva Asgern Jorn e noi lo sottoscriviamo cento e una volte, nell'epoca del capitale trionfante (e dunque della separazione e della tecnica) l'arte può essere concepita solo come comunicazione diretta, espressione dei bisogni e dei desideri umani. In una parola, sempre il solito vecchio dilemma: produrre merci più o meno "artistiche" o fare della vita di ogni giorno una opera d'arte. Carla Rossi ha saputo scegliere da che parte stare. Per questo ci piace quello che fa.



Carla Rossi, Senza titolo























L’Associazione Culturale Angelo Ruga con sede nei Comuni di Clavesana e Albissola Marina, continua la propria attività di programmazione di eventi culturali, con la prima mostra espositiva dell’anno 2013, che si inaugurerà 

Sabato 4 maggio p.v. alle ore 16.30, 
Piazza Vittorio Emanuele II 
Clavesana (CN)

Per l’occasione, verrà presentata una personale dell’artista savonese Carla Rossi, a cura di Mauro Baracco,
accompagnata da un servizio dedicato a lei e alle sue preziose ceramiche sul n° 78 del mese di aprile 2013 del Periodico di Scienza Arti e Cultura “Porti di Magnin”.




domenica 28 aprile 2013

Contro venti e maree: Victor Serge




Giorgio Amico

Contro venti e maree. Victor Serge

Agli inizi del 1936, Victor Serge, espulso dall'URSS, trova rifugio in Belgio. Un giornale sindacale, La Wallonie, che esce a Liegi, gli permette di scrivere, mentre in Francia, la stampa di sinistra, espressione del Fronte Popolare, dominata dagli stalinisti, non solo rifiuta la sua collaborazione, ma lo dipinge come un calunniatore prezzolato dell'URSS e un provocatore trotskista. Qualcuno, riprendendo la sua antica condanna a cinque anni di carcere nel processo alla Banda Bonnot, lo definisce sprezzantemente “bandito anarchico”.

In una nota che esce ogni settimana Victor Serge racconta i grandi temi dell'attualità poltica internazionale di quattro anni di fuoco (1936-40): l'avanzata del fascismo, la degenerazione criminale dello stato sovietico, la rivoluzione spagnola. Una cronaca politica attenta ai particolari e mai ideologica, anche se Serge si considera orgogliosamente uomo di parte schierato senza pentimenti o remore dalla parte degli oppressi, che si condensa in 203 articoli, 93 dei quali raccolti in un volume intitolato Ritorno all'Ovest, pubblicato dalle edizioni Agone di Marsiglia.

“Scrittore militante”, come lui stesso si definisce nel suo primo articolo, Retour à l'Occident, del 12 giugno 1936, Victor Serge continua una battaglia iniziata molti anni prima proprio in Belgio e proseguita poi in Francia, Spagna, Russia, Austria, Germania e poi ancora in Russia, prima da anarchico individualista, poi da militante bolscevico e infine da comunista critico e libertario.
























Una battaglia combattuta con la penna e la parola, totalmente inserita nelle battaglie politiche e sociali del suo tempo, da grande giornalista militante capace di disegnare in poche frasi ritratti indimenticabili di uomini e di fatti. Una voce libera, nemica giurata di ogni forma di totalitarismo, che la repressione staliniana prima durante il suo soggiorno in URSS e la calunnia poi al tempo del ritorno in Occidente non riusciranno a zittire.

Grande autore ritratti, dicevamo. Ritratti di personaggi ancora oggi celebri o dimenticati, vittime della controrivoluzione staliniana e fascista: il sindacalista spagnolo Angel Pestana, l'anarchico italiano Francesco Ghezzi deportato da Stalin, l'antifascista Carlo Rosselli rifugiato in Francia e assassinato dall'estrema destra, lo scrittore russo Boris Pilniak, Edouard Berth, amico di Georges Sorel, Antonio Gramsci o ancora Léon Sedov, figlio di Trotsky, morto in condizioni mai chiarite a Parigi probabilmente per mano di agenti della GPU.

Ritratti che si mescolano alla denuncia sprezzante dei carnefici e all'amara constatazione del cedimento e del tradimento di chi, come Gorki, pure aveva saputo un tempo stare dalla parte giusta.

Pagine che raccontano l'eroismo e la dignità dei comunisti antistaliniani incarcerati nel gulag siberiano e in via di liquidazione fisica, o degli operai e contadini anarchici spagnoli che a mani quasi nude combattono contro le truppe di Franco sostenute e armate nell'indifferenza dell'Occidente democratico, dall'Italia di Mussolini e dalla Germania di Hitler.

Una voce libera che grida in un campo di rovine e che non si tacerà neppure con lo scoppio della guerra e l'invasione del Belgio da parte delle armate tedesche. Di nuovo esule, Victor Serge passerà in Francia, a Marsiglia e poi in Messico, minato nel fisico (è gravemente malato di cuore), ma non nel morale perchè «nessun pericolo, nessuna amarezza giustificano la disperazione – perché la vita continua ed essa avrà l'ultima parola.»

Victor Serge
Retour à l'Ouest
Agone, 2010
23 euro

lunedì 22 aprile 2013

Il romanzo della Resistenza



Quest'anno il 25 Aprile cade in un momento politico particolarmente difficile e teso. Noi iniziamo a parlarne partendo da un'angolazione un pò particolare, quella del romanzo.

Giorgio Amico

Il romanzo della Resistenza


E' nei giorni stessi dell'insurrezione che la Resistenza diventa un tema letterario. Il 25 aprile 1945 l'edizione di Genova dell'Unità (ancora clandestina) pubblica una poesia che celebra l'insurrezione e la lotta partigiana. La qualità di questi versi è per lo più modesta e retorica e questo livello scarso caratterizzerà la massima parte della produzione poetica a tema resistenziale, ma la tendenza è chiara: la lotta partigiana segnerà il clima letterario degli anni seguenti, almeno fino al 1947, quando l'estromissione delle sinistre dal governo e l'inizio della guerra fredda cambia drasticamente il quadro politico (e culturale) italiano.

Gli anni successivi alla Liberazione vedono dunque la pubblicazione di un enorme numero di diari, cronache, racconti e romanzi in cui la Resistenza è rappresentata come un fenomeno nato dal basso, fondamento di una rinascita civile e morale del paese dopo gli anni bui della dittatura e della guerra.

Come è stato scritto da un osservatore attento della scena letteraria italiana, sembra quasi non ci sia, per chi in quegli anni vuole dedicarsi alla scrittura, altra possibilità che raccontare storie di vita vissuta, ambientate nel clima da cui si era appena usciti: la guerra, la Resistenza, un dopoguerra denso di problemi ma dove ancora forte è la speranza di un cambiamento radicale. La Resistenza sembra rappresentare una miniera ricchissima in cui sono racchiusi tutti i fatti e le esperienze che uno scrittore sente di dover raccontare. (S. Pautasso, Il Laboratorio dello scrittore – Temi, idee, tecniche della letteratura del Novecento, Firenze, La Nuova Italia, 1981)

Gli scrittori ex-partigiani, quasi tutti giovani e in larga parte impegnati politicamente, non si rivolgono ad un pubblico indifferenziato, ma ad un popolo intero passato attraverso un’esperienza storica terribile ed esaltante di cui occorre mantenere vivo e operante il ricordo. Un'ideale comunità fra autori e lettori fondata sui valori che la Resistenza incarna e che uniscono scrittori e popolo e che fa si che il raccontare la guerra partigiana mantenga, anche quando si tratta di opere di fantasia, il valore della testimonianza. (G. Falaschi, La Resistenza armata nella narrativa italiana, Torino, Einaudi, 1976)

Tentativi e speranze d'una generazione di scrittori narrati da Italo Calvino nella prefazione all'edizione del 1964 de “Il sentiero dei nidi di ragno”:

“L’esplosione letteraria di quegli anni in Italia fu, prima che un fatto d’arte, un fatto fisiologico, esistenziale, collettivo. Avevamo vissuto la guerra, e noi più giovani – che avevamo fatto appena in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, “bruciati”, ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia, tutt'altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche una nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello di una spavalda allegria. (…)

L’essere usciti da un’esperienza - guerra, guerra civile – che non aveva risparmiato nessuno, stabiliva un’immediatezza di comunicazione tra lo scrittore e il suo pubblico: si era faccia a faccia, alla pari, carichi di storie da raccontare, ognuno aveva avuto la sua, ognuno aveva vissuto vite irregolari drammatiche avventurose, ci si strappava la parola di bocca. La rinata libertà di parlare fu per la gente al principio smania di raccontare: nei treni che riprendevano a funzionare, gremiti di persone e pacchi di farina e bidoni d’olio, ogni passeggero raccontava agli sconosciuti le vicissitudini che gli erano occorse (…); ci muovevamo in un multicolore universo di storie. Chi cominciò a scrivere allora si trovò così a trattare la medesima materia dell’anonimo narratore orale: alle storie che avevamo vissuto di persona o di cui eravamo stati spettatori s’aggiungevano quelle che ci erano arrivate già come racconti, con una voce, una cadenza, un’espressione mimica.(…)

Eppure, il segreto di come si scriveva allora non era soltanto in questa elementare universalità di contenuti,(…) al contrario, mai fu tanto chiaro che le storie che si raccontavano erano materiale grezzo: la carica esplosiva di libertà che animava il giovane scrittore non era tanto nella sua volontà di documentare o informare, quanto in quella di esprimere. Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora allora, tante cose che si credeva di sapere o di essere e forse veramente in quel momento sapevamo ed eravamo. Personaggi, paesaggi, spari, didascalie politiche, voci gergali, parolacce, lirismi, armi ed amplessi non erano che colori della tavolozza, note del pentagramma (...) tutto il problema ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria quel mondo che era per noi il mondo”.





Il primo a provare davvero a trasformare la guerra partigiana in opera letteraria fu Elio Vittorini con “Uomini e no”, scritto tra la primavera e l'autunno del 1944, nel cuore stesso degli avvenimenti raccontati, e pubblicato nel giugno del 1945 non appena l'editore ottenne dalle autorità militari alleate il quantitativo di carta necessaria per la stampa del volume.

Storia di un grande amore sullo sfondo della guerra crudele dei gappisti in una Milano livida e spettrale attanagliata dalla paura, Uomini e no resta, nonostante il lirismo di tante sue pagine, un'opera sostanzialmente irrisolta in cui, come scrive Asor Rosa, la Resistenza si presenta come la semplice occasione di un discorso, che ancora una volta trova le sue motivazioni al livello della cultura e della ricerca intellettuale. (A. Asor Rosa, Scrittori e popolo, Torino, Einaudi, 1965)

Nonostante il grande successo di pubblico del romanzo (tanto da richiedere una seconda edizione nell'ottobre del 1945), Uomini e no resta dunque un romanzo sulla Resistenza e non “il romanzo della Resistenza” ricercato da un'intera leva di scrittori-partigiani.

E' sempre Calvino a dircelo nella Prefazione all'edizione del 1964 di “Il sentiero dei nidi di ragno”, il suo primo romanzo (1947):

Come entra questo libro nella” letteratura della Resistenza”? Al tempo in cui l’ho scritto, creare una “letteratura della Resistenza” era ancora un problema aperto, scrivere il “romanzo della Resistenza” si poneva come un imperativo (…) A me, questa responsabilità finiva per farmi sentire il tema come troppo impegnativo e solenne per le mie forze. E allora, proprio per non lasciarmi mettere in soggezione dal tema, decisi che l’avrei affrontato non di petto ma di scorcio. Tutto doveva essere visto dagli occhi di un bambino, in un ambiente di monelli e vagabondi. Inventai una storia che restasse ai margini della guerra partigiana, ai suoi eroismi e sacrifici, ma nello stesso tempo ne rendesse il colore, l’aspro sapore, il ritmo (…) Posso definirlo un esempio di letteratura impegnata, nel senso più ricco e pieno della parola (…) Direi che volevo combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una Resistenza agiografica ed edulcorata”.




Storia di un bambino (Pin) in un mondo di grandi, partecipe di avventure (e tragedie) più grandi di lui e dunque in larga misura incomprensibili, Il sentiero dei nidi di ragno è prima di tutto un romanzo-paesaggio che si dipana dai caruggi della Pigna, cuore antico di Sanremo, ai boschi di castagni delle Alpi Marittime, scritto in una lingua-dialetto di grande forza evocativa, già a partire dall'incipit:

Per arrivare fino in fondo al vicolo, i raggi del sole devono scendere diritti rasente le pareti fredde, tenute discoste a forza d'arcate che traversano la striscia di cielo azzurro carico. Scendono diritti, i raggi del sole, giù per le finestre messe qua e là in disordine sui muri, e cespi di basilico e di origano piantati dentro pentole ai davanzali, e sottovesti stese appese a corde; fin giù sul selciato, fatto a gradini e a ciottoli, con una cunetta in mezzo per l'orina dei muli”. (I. Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Torino, Einaudi, 1947)

Eppure neanche “Il sentiero dei nidi di ragno” rappresenta la Resistenza nella sua totalità. Sarà lo stesso Calvino a scriverlo due anni più tardi in un bilancio apparso nel primo numero dei quaderni del “Movimento di Liberazione in Italia”:

“A chi si chiede se la letteratura italiana ha dato qualche opera in cui si possa riconoscere ‘tutta la Resistenza’ (e intendo tutta anche parlando d’un solo villaggio, d’un solo gruppo, tutto come ‘spirito’), se una opera letteraria possa dire veramente di sé: ‘io rappresento la Resistenza’, l’indubbia risposta è: ‘Purtroppo non ancora’.”

E poi, “quando nessuno più se l'aspettava”, apparve il libro che quella generazione di giovani scrittori avrebbe voluto fare. Ma questa è una storia che racconteremo in un'altra occasione.

venerdì 19 aprile 2013

A San Biagio della Cima presentazione di "Occhio folle occhio lucido" di Guido Seborga



A San Biagio della Cima presentazione di "Occhio folle occhio lucido" di Guido Seborga





Tutti dovrebbero leggere "Occhio folle occhio lucido" (Spoon River) di Guido Seborga, soprattutto i giovani. L'autore - classe 1909, scrittore e pittore, nato a Torino ma poi residente a Parigi e Bordighera - aveva già capito tutto sulla nostra società molti anni fa. Molto prima di Stephane Hessel e del suo "Indignatevi" scrive Massimo Novelli nella prefazione. Il testo sembra scritto proprio in questi giorni, mentre l'Italia sta vivendo giorni a dir poco travagliati. Seborga esortava a non essere complici di una qualsiasi schiavitù, a "ribellarsi nel presente senza evadere in programmi avveniristici o consolarci con storie mistiche". Concreto e pragmatico dunque. Il tutto nel 1968, all'epoca per l'editore Ceschina.

Una sorta di diario, di autobiografia, un bilancio da tenere sul comodino. Uno di quei libri imprescindibili, un saggio "rivoluzionario", decisamente poco folle e molto lucido. Seborga cita le sue passioni Alvaro, Artaud, Morlotti, Gobettti, Marcuse, Nizan e ricorda Pavese. Folgorante l'attacco: "La vita moderna va tutta accettata oppure tutta rifiutata: questo è il laccio alla gola". Oggi, avremmo tanto bisogno di pensatori e intellettuali come Guido Seborga, che chiude il volume scrivendo "Voglio un corpo nuovo", alludendo alla vulnerabilità del fisico e del cuore. Quello che contava, però, per Seborga era il cervello, mai dominato da nessuno. Un esempio da seguire per diventare cittadini consapevoli.

Presentazione mercoledì 24 aprile, alle ore 17, al Centro Culturale Le Rose di San Biagio della Cima a cura dell'Associazione Amici di Francesco Biamonti. Con Massimo Novelli e Laura Hess, figlia di Guido Seborga.




giovedì 18 aprile 2013

martedì 16 aprile 2013

La Rafanhauda


E' uscito un nuovo numero di La Rafanhauda, pubblicazione di cultura e studi dell'associazione Renaissença Occitana di Chiomonte.

Gran parte del quaderno è dedicato ad uno studio sulla produzione di olio di noce a Chiomonte, un'attività antichissima durata fino agli anni Cinquanta del secolo scorso. Arrichisce la ricerca una raccolta di documenti del XV e XVI secolo che testimoniano come questa attività fosse già allora importante per il territorio.

Interessante anche una ricerca sui toponimi e sulle voci occitane relativi allo zafferano selvatico, il Crocus sativus, dell'Alta Valle della Dora Riparia.

Per richieste e informazioni scrivere a:
Renaissença Occitana, via Ramats 18, 10050 Chiomonte (TO)
larafanhauda@gmail.com

mercoledì 10 aprile 2013

Alla ricerca delle nostre radici: la Resistenza rivisitata da A Brigà





Alla ricerca delle nostre radici: la Resistenza rivisitata da A Brigà 


Sabato 13 aprile alle 21
al Teatro Nuovo di Valleggia (Quiliano)

il gruppo A BRIGA’, presenta il nuovo cd, 
“Brigà(ta) partigiana”, 
dedicato al 70° anniversario della nascita della Resistenza italiana.

Protagonisti della serata saranno Marta Giardina – voce, Luca Pesenti - violino e mandolino, Alex Raso - chitarra, Elena Duce Virtù –contrabbasso, Salvatore Coco – cori, Matteo Rebora – percussioni.

Gli A Brigà non sono nuovi a questi tentativi di contaminazione musicale interamente giocati fra tradizione e ricerca innovativa. Ricordiamo il precedente album"Artemisia. Le Alpi del Mare" un interessante recupero della cultura e della musica tradizionale delle Alpi Marittime, rivisitata con freschezza e ironia.   

La Massoneria e la nascita del socialismo italiano



Giorgio Amico

La Massoneria e la nascita del socialismo italiano

E' da poco disponibile in libreria “Tra squadra e compasso e Sol dell'avvenire” l'ultimo lavoro di Roberto Novarino, docente di Storia contemporanea presso l'Università di Torino, che ricostruisce le influenze massoniche sulla nascita del socialismo italiano.

Come rileva Gian Mario Cazzaniga nella prefazione (che riportiamo) il volume offre una originale riflessione sulle origini del movimento operaio italiano ricostruendo i rapporti intercorsi tra la massoneria e le organizzazioni socialiste tra il 1864 e il 1892, dall'arrivo in Italia del massone Mikhail Bakunin fino alla fondazione da parte del massone Andrea Costa del Partito Socialista Italiano.

Con questa ricerca Marco Novarino chiarisce con estrema abbondanza di dettagli un aspetto finora largamente trascurato  o trattato con grande superficialità dagli studiosi delle origini del movimento operaio italiano, che nella stragrande maggioranza dei casi si sono limitati ad accennare di sfuggita all'appartenenza massonica di questo o quello esponente socialista quasi si trattasse di un dettaglio insignificante.

Nel suo libro Marco Novarino rovescia questa impostazione e parte dall'appartenenza alla massoneria di personaggi quali Mikhail Bakunin, Giuseppe Garibaldi, Benoit Malon e Andrea Costa per comprendere i motivi ispiratori di scelte finora studiate solo sul piano organizzativo. E lo fa sgombrando il campo fin da subito dall'equivoco che si sia in presenza di una strategia univoca gestita da un organismo centrale nazionale o sovranazionale, tesi cara ai cospirazionisti di ieri e di oggi, perchè in realtà più che di massoneria bisognerebbe parlare di massonerie, vista la complessa articolazione dell'istituzione libero-muratoria nell'Italia di allora. Così come estremamente complesso e articolato sul piano politico, ideologico e organizzativo è il nascente movimento socialista.

In realtà quello che emerge è la radicale differenza di vedute di uomini che pure condividono una comune appartenenza massonica. Da una parte l'approccio strumentale di Bakunin (Novarino parla di “entrismo” bakuniniano) mirante al reclutamento degli ementi più decisi della democrazia radicale e alla costruzione di una “nuova” massoneria in grado di svolgere un ruolo di copertura legale per il suo programma rivoluzionario. Dall'altra la visione gradualista (oggi diremmo “riformista”) di Benoit Malon, contraria ad ogni ipotesi cospiratoria ed insurrezionalista, che nella massoneria intravvedeva una scuola di pensiero portatrice di valori etici e morali a cui ancorare il progetto di emancipazione sociale e politica delle masse proletarie.

Tra questi due estremi si colloca la figura di Giuseppe Garibaldi, Gran Mastro del Grande Oriente di Palermo ed esponente di primo piano dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, che da una militanza massonica di una vita intera (era stato iniziato nel 1844 a Montevideo) deriva una visione del socialismo fondata sul laicismo, la fratellanza dei popoli e un umanitarismo radicale.

In conclusione una ricerca di grande interesse, fondata su materiali per lo più finora trascurati (gazzette, epistolari, carte di polizia, verbali di loggia), che documenta in modo dettagliato l’affiliazione muratoria di molti promotori delle prime associazioni operaie e socialiste offrendo al lettore una proposta originale di rilettura delle origini del movimento operaio e socialista in Italia.

Massoni parigini sulle barricate della Comune



















Gian Mario Cazzaniga

Prefazione a Tra squadra e compasso e Sol dell'avvenire

Marco Novarino ci offre con questo lavoro una riflessione originale sulle origini del movimento operaio italiano, dove vengono analizzate le forme organizzative e i filoni culturali che caratterizzano il passaggio da una cultura democratica repubblicana ad una democratica socialista e dove la presenza di figure massoniche e l'osmosi fra circoli, periodici e logge risultano assai più ampie di quanto non sia apparso finora nella letteratura storiografica.

Già il capitolo iniziale su ruolo e diffusione dell'influenza bakuniniana conferma l'impossibilità di separare nelle culture e nelle reti organizzative del nascente movimento operaio i filoni garibaldini, sansimoniani, umanistico-muratori e anarco-repubblicani che in esse operano. Non a caso il sorgere in Italia di sezioni dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori finirà per apparire opera della corrente anarchica mentre sarà opera in prevalenza di personalità di cultura garibaldina e di affiliazione massonica che cercheranno piuttosto di contrastare la divisione fra Marx e Bakunin.

Si tratta di un lavoro fondato sullo spoglio di gazzette, epistolari, carte di polizia e sul reperimento di materiali muratori finora poco conosciuti e ancor meno studiati, un lavoro che risulta originale e apprezzabile da un duplice punto di vista: 1. La documentazione dell'affiliazione muratoria di molti promotori delle prime associazioni operaie e socialiste 2. La rilevazione dell'originalità culturale del caso italiano, dove la pluralità di filoni culturali, spesso fra loro intrecciati, mette in discussione una vulgata storiografica, in passato dominante, tesa ad anticipare l'egemonia del filone marxista nelle sue diverse componenti interne.

Per quanto riguarda il primo punto il lavoro offre materiale abbondante e spesso originale, sia valorizzando alcune zone dove l'identità muratoria delle associazioni operaie risulta prevalente, dalla Sicilia alla Lunigiana, dal Ticino alla Romagna, sia offrendo nuovi materiali muratori per le biografie intellettuali di personaggi importanti per la storia del socialismo italiano, da Osvaldo Gnocchi-Viani a Andrea Costa ed a Antonio Labriola, di cui documenta per la prima volta la duplice domanda di affiliazione e le ragioni del rifiuto di essa. Per quanto riguarda il secondo punto Novarino sottolinea l'intreccio di filoni culturali diversi, dal sansimonismo al libero pensiero, che caratterizza il passaggio della democrazia sociale con la sua rete di associazioni mutualistiche da una egemonia mazziniana ad una garibaldina, da cui l'originalità culturale delle prime sezioni italiane dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, in cui è forte la presenza di questi filoni.

Va rilevato come l'autore si sia soffermato, con risultati di tutto rispetto, su alcuni casi territoriali dove l'intreccio fra insediamento muratorio e nascita di prime sezioni socialiste risulta particolarmente forte. Fra queste zone abbiamo il caso della Lunigiana, zona caratterizzata da una anomala attività di logge già negli anni '50, che furono allora alla base di movimenti mazziniani, con una composizione sociale proletaria delle logge dove sono numerose le figure di lavoro manuale: artigiani, cavatori, sterratori, barrocciai, etc. Queste analisi di caso, fondate su carte di polizia, gazzette coeve e carte muratorie del tempo, permettono di rivedere alcune ipotesi storiografiche finora prevalenti, accentuando l'identità culturale muratoria di numerosi fondatori del movimento socialista, rilevandone una identità proletaria più diffusa di quanto non fosse finora conosciuto e ritrovando, accanto a filoni liberali, presenze repubblicane socialisteggianti in tutte le obbedienze massoniche allora in conflitto (Grande Oriente d'Italia, scozzesi di Palermo, scozzesi di Torino), ciò che permette di vedere meglio sia la pluralità culturale delle obbedienze dell'epoca che il tormentato passaggio dal repubblicanesimo risorgimentale alle nascenti organizzazioni del movimento operaio.

Novarino ha poi lavorato su alcune figure del nascente movimento socialista, da Salvatore Ingegnieros-Napolitano a Palermo, dove la presenza di Malon influenzerà il formarsi di una originale cultura socialista libertaria, a Osvaldo Gnocchi-Viani ed Enrico Bignami a Milano-Lodi ed alla sezione italosvizzera del Ceresio, per quest'ultima utilizzando materiali finora sconosciuti, valorizzando lo spoglio della stampa periodica e cercando di vedere le radici filosofiche di questo nuovo gruppo dirigente, dove risulta privilegiata la categoria di umanesimo massonico, con influenze prevalenti di Garibaldi e di Malon.

Novarino ha motivatamente rilevato la centralità di Garibaldi per la nascita del socialismo in Italia, sottolineando l'intreccio in lui di filoni culturali compositi, dal sansimonismo al libero pensiero, filoni che caratterizzano il passaggio delle reti di associazioni mutualistiche, e per altro verso delle residue vendite carbonare, da una egemonia mazziniana ad una garibaldina. A ciò si unisce la già richiamata originalità culturale delle prime sezioni italiane dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, in cui è forte la presenza di questi filoni ed i cui dirigenti sono in larga parte attivi, quando non egemoni, in logge massoniche dove questa filiera garibaldina viene analizzata nella sua originalità culturale e nel tentativo, che ne motiva anche le oscillazioni, di trovare una "terza via" fra bakuninismo e socialdemocrazia operaia di ispirazione marxista.

Questo lavoro di ampio respiro risulta sostenuto da un ampio utilizzo di fonti primarie, spesso utilizzate per la prima volta, da una preziosa disponibilità di materiali muratori inediti e da una puntale attenzione ai filoni culturali coinvolti, offrendo al lettore una proposta originale di rilettura delle origini del movimento operaio e socialista in Italia.



Marco Novarino
Tra squadra e compasso e Sol dell'avvenire
Fondazione Università Popolare di Torino, 2013
20 euro

venerdì 5 aprile 2013

Mondovì: Presentazione di "Ricomporre Ipazia"




Sabato 6 aprile 2013, alle ore 17.00,
presso i locali della libreria “La Meridiana” 
a Mondovì  

l'associazione “La Meridiana Tempo” presenta un interessante incontro con le autrici del saggio “Ricomporre Ipazia”, che indaga la figura della scienziata e filosofa della tarda antichità, martire della libertà di pensiero, di recente oggetto di un recupero filmico di Alejandro Amenabar. L'opera ricostruisce la figura a tutto tondo della filosofa, ricomponendo i pezzi del complesso puzzle storico in cui il personaggio si viene a incastrare, collegandola con la tradizione femminile della filosofia greca, solo recentemente riscoperta, e anche con l'archetipo della Dea Madre nella religione antica, tradizioni sopravvissute solo in parte e sottotraccia nell'età cristiana.

mercoledì 3 aprile 2013

Guy Debord, un art de la guerre




Un’affascinante mostra parigina ricca di manifesti “situazionisti”. “Sono il più famoso degli uomini oscuri” diceva di sé. Schede, video e appunti inediti riaccende i riflettori sull’eclettico intellettuale francese Che prima del ’68 aveva già capito quale fosse il nemico da combattere. E intuito come sarebbe andata a finire dopo.

Fabio Gambaro

Debord contro tutti

«Tutta la vita delle società in cui regnano le condizioni moderne della produzione s’annuncia come un’immensa accumulazione di spettacoli». Inizia così il più celebre dei libri di Guy Debord, La società dello spettacolo, arrivato nelle librerie francesi nel novembre del 1967 e poi tradotto infinite volte in tutto il mondo. Discusso, chiosato, detestato o adulato è considerato ancora oggi uno dei testi che meglio interpretano la condizione contemporanea. Duecentoventuno tesi che si presentano come una teoria critica dell’alienazione dominante, denunciando senza mezzi termini lo spettacolo come condizione onnipresente della società capitalistica. «Lo spettacolo non è un insieme d’immagini, ma un rapporto sociale tra le persone mediato dalle immagini», scrive colui che all’epoca era l’instancabile artefice dell’Internazionale Situazionista. Lo spettacolo governa le nostre esistenze, s’interpone tra noi e gli altri, recuperando oltretutto ogni forma di contestazione che tenti di rimetterlo in discussione. Di conseguenza, la sua critica — che per Debord era la condizione necessaria per provare a immaginare una vita emancipata dall’ideologia del consumo — non può che prendere le forme di una guerra fatta d’intelligenza, movimento e strategia.

Esattamente come quel Jeu de la Guerre che l’atipico intellettuale francese inventò nel 1956 e poi continuò a elaborare negli anni successivi con la volontà di «riprodurre la dialettica di tutti i conflitti». Un gioco della guerra che è al contempo «sintesi strategica della sua opera e metafora della lotta contro lo spettacolo delle merci», spiega Laurence Le Bras che, insieme a Emmanuel Guy, ha curato l’ampia e affascinante mostra intitolata “Guy Debord, un art de la guerre”(alla Bibliothèque nationale de France dal 27 marzo al 13 luglio).

Proprio quel gioco — che «mira innanzitutto a rompere le linee di comunicazione del nemico» — è stato scelto dai curatori come filo conduttore di un percorso che, oltre a ribadire l’attualità di Debord in tempi in cui lo spettacolo è più che mai un principio strutturante della realtà, ricostruisce in dettaglio la poliedrica personalità di un autodidatta — nato il 28 dicembre 1931 e morto suicida il 30 novembre 1994 — che fu al contempo poeta, saggista, cineasta, artista, filosofo, sociologo e militante politico. Anche se — come ricorda Bruno Racine, il presidente della BnF che per Gallimard firma la prefazione del bel catalogo della mostra — l’autore di Critique de la séparation preferiva considerasi «uno stratega, un arrabbiato e un teorico».

Guy Debord 























La quasi totalità dei documenti esposti provengono dagli archivi privati di Debord, acquisiti dalla Biblioteca nazionale nel febbraio del 2011 per 2,7 milioni di euro, e impedendo così che finissero all’università di Yale. Grazie al vastissimo materiale lasciato dal teorico del situazionismo (manoscritti, lettere, appunti, schede, fotografie, ritagli, volantini), i due curatori hanno costruito un ricco percorso che propone anche diversi quadri e documenti audiovisivi, al cui centro figurano seicento delle oltre millequattrocento schede di lettura vergate dall’intellettuale francese. Per Laurence Le Bras «questo è il vero e proprio cuore pulsante della riflessione di Debord», che per tutta la vita ha incessantemente annotato pensieri e citazioni in una sorta di dialogo permanente con gli autori che prima di lui avevano cercato di comprendere il mondo. «Per saper scrivere occorre aver letto. E per saper leggere occorre saper vivere», scrive Debord, che in una delle schede annota una frase di Carl von Clausewitz che pare scritta per lui: «In qualunque modo io possa immaginare la relazione tra me e resto del mondo, la mia strada passerà sempre attraverso un campo di battaglia».

Quando pubblicò il suo libro più famoso,l’autore della Società dello spettacolo aveva già una lunga carriera di agitatore alle spalle, dentro e fuori i movimenti dell’avanguardia artistico-politica degli anni ’50 e ’60. Aveva per esempio partecipato al movimento lettrista d’Isidore Isou e Gabriel Pomerand, realizzando nel 1952 un film intitolato Hurlement en faveur de Sade.























In seguito, convinto che fosse necessario uscire dal semplice rituale dello scandalo artistico, crea Potlatch, un bollettino politico-culturale che per molti versi anticipa le tematiche dell’Internazionale Situazionista. Questa nascerà ufficialmente nel luglio del 1957 in un paesino dell’entroterra ligure, Cosio d’Arroscia (tra i fondatori c’erano anche gli italiani Giuseppe Pinot-Gallizio, Piero Simondo, Walter Olmo ed Elena Verrone), sulla base di un testo intitolato Rapporto sulla costruzione delle situazioni.

«Noi pensiamo innanzitutto che occorra cambiare il mondo. Vogliamo il cambiamento per liberare la società e la vita in cui ci sentiamo imprigionati», si leggeva nella prima pagina del documento, che poi precisava: «La nostra idea centrale è la costruzione di situazioni, vale a dire la costruzione concreta di atmosfere momentanee della vita, e la loro trasformazione in una qualità passionale superiore».

Negli anni successivi, il percorso di Debord, che tra i suoi autori preferiti menziona Dante, Machiavelli e Petrarca, seguirà quello del movimento situazionista, la cui avventura s’intreccia con le lotte politiche di quegli anni, specie nel Maggio ’68 cui fornirà, oltre a spiazzanti modalità di comunicazione, alcuni delle parole d’ordine più efficaci e diffuse. Tra una battaglia e l’altra, mentre nelle riunioni dell’Internazionale Situazionista si succedono scomuniche ed espulsioni (fino alla dissoluzione ufficiale nel 1972), l’intellettuale militante continua a fare film sperimentali come La société du spectaclee In girum imus nocte et consumimur igni.

E intanto pubblica alcuni testi più autobiografici, tra cui Panégyrique e Cette mauvaise réputation. Proprio in uno scritto inedito degli ultimi anni, si definisce «il più famoso degli uomini oscuri». Una definizione perfettamente illustrata dalla mostra parigina, che restituisce tutta la complessità di quel «teatro delle operazioni» immaginato da Debord. Per il quale «la miglior cosa che possa capitare a un’avanguardia è di aver fatto il proprio tempo, nel pieno senso del termine». E per l’autore della Società dello spettacolo è sicuramente vero.

(Da: La Repubblica del 24 marzo 2013)