giovedì 28 marzo 2019

Le lotte del 1968 e la svolta sindacale dell'autunno caldo



Nel 1998 Antonio Moscato scrisse per Inprecor un corposo articolo sul biennio 68-69 in Italia. Nel 2002 il testo venne ripreso e aggiornato. Ne proponiamo un paragrafo.

Antonio Moscato

Le lotte del 1968 e la svolta sindacale dell'autunno caldo

Un anno prima della data d’inizio dell’Autunno caldo la lotta contro le “gabbie salariali” che penalizzavano i salari nel sud, raggiunge una straordinaria forza di mobilitazione e spazza via un’altra leggenda diffusa dai riformisti: “dobbiamo moderare le nostre rivendicazioni perché i lavoratori del sud sono arretrati, sono influenzati dalla destra, non lottano…”

Per piegare il padronato ci vorranno in molte province ben 14 giorni interi di sciopero e quindi di decurtazione di un salario già modestissimo; la mancanza di strutture sindacali di fabbrica in quasi tutto il sud rendeva infatti impossibile ogni forma di sciopero articolato o di poche ore, e imponeva il blocco totale della fabbrica dall’esterno per 24 ore con picchetti formati da operai di altre fabbriche, e soprattutto da militanti di gruppi rivoluzionari. Nel corso di quella lotta si gettarono le basi per ricostruire gli organismi sindacali distrutti da una repressione pluridecennale, ed emersero anche nel Mezzogiorno nuove generazioni combattive. Alcuni scioperi nazionali a sostegno della lotta del mezzogiorno cementarono una nuova unità tra nord e sud, facilitata d’altra parte dalla massiccia presenza di lavoratori meridionali nelle fabbriche del nord.

Tuttavia anche nel sud sintomi importanti di una crescita della combattività operaia si erano avuti anche in precedenza in alcune lotte aziendali, in genere come risposta a una provocazione aziendale (è il caso delle OMECA di Reggio Calabria alla fine del 1967, dell’ATI e delle Fucine Meridionali di Bari nell’estate 1968). Dopo l’esperienza galvanizzante della lotta contro le gabbie salariali, si moltiplicarono le lotte di fabbriche anche piccole per ottenere l’elezione della commissione interna, e qualche aumento salariale. Per piegare la resistenza tenace dei padroni fu necessario in genere il blocco totale dello stabilimento dall’esterno, a volte di due o tre settimane, ovviamente possibile solo ottenendo la solidarietà concreta dei lavoratori di altre fabbriche della zona o dello stesso settore produttivo. In alcuni casi anche al sud vi furono vertenze su piattaforme avanzate: ad esempio al Pignone Sud di Bari, uno stabilimento di oltre 1000 tra operai e impiegati del gruppo ENI, nell’aprile 1969 fu fatto saltare il cottimo con una lotta tenace che strappò anche il diritto di assemblea in fabbrica. Per regolare le prime assemblee, molto caotiche, fu eletta una “presidenza” basata su delegati di reparto revocabili, che di fatto fu uno dei primi Consigli di fabbrica in Italia.


E’ in questo quadro che si colloca la vicenda contrattuale del 1969, che assume una straordinaria importanza per la sincronizzazione del rinnovo dei contratti delle maggiori categorie dell’industria, che anche per le ottuse resistenze del padronato erano stati rinviati fino a coincidere negli stessi mesi del 1969 diventando quel grande avvenimento politico ricordato come l’Autunno caldo. Si mobilitò un numero senza precedenti di lavoratori, proprio grazie alla concretezza delle piattaforme, che avevano al centro consistenti aumenti salariali uguali per tutti, la riduzione d’orario a 40 ore e la parità normativa tra operai e impiegati.

Quello che è meno noto è che quelle piattaforme furono il frutto di una battaglia di minoranze consistenti e decise, che provocarono il capovolgimento dell’atteggiamento delle burocrazie sindacali. Basti pensare che nel VII Congresso della CGIL, che si tenne a Livorno dal 16 al 21 giugno 1969, tutte le proposte che di lì a poco più di un mese sarebbero state raccolte dai principali sindacati di categoria furono respinte o rinviate a tempi futuri. Il segretario generale Agostino Novella aveva ad esempio esplicitamente respinto nella sua relazione “ogni forma astratta di egualitarismo salariale” (cioè gli aumenti uguali per tutti rivendicati dai rivoluzionari), e aveva rinviato le 40 ore a tempi futuri, proponendo per giunta che dovessero “articolarsi secondo le situazioni specifiche” (cioè, in parole povere, dove la forza operaia è troppo grande e i padroni sono disposti a concessioni, va bene, gli altri si arrangino). Ogni eventuale riduzione d’orario soprattutto avrebbe dovuto “anche prendere in alcuni casi forme diverse, strutture diverse”. Il progetto era spezzettare e lasciar disperdere la forza operaia.

Anche Vittorio Foa, che rappresentava allora il PSIUP, e più in generale la “sinistra sindacale”, evitava accuratamente in quel Congresso di prendere posizione sulla richiesta semplicissima (e per questo mobilitante) degli aumenti uguali per tutti e della riduzione secca e immediata d’orario. Molte voci (dai metalmeccanici di Brescia, dai siderurgici, dai chimici) rivendicavano la riduzione immediata alle 40 ore e anzi a 36 ore per siderurgici, chimici e in genere i settori con forte nocività ambientale, ma la “Commissione sindacale” preposta alle piattaforme insisteva sul fatto che le 40 ore settimanali dovevano essere realizzate “anche gradualmente”, eufemismo per dire semplicemente che dovevano essere introdotte solo gradualmente e lentamente, come nei contratti precedenti (nel 1966 si era ottenuta la riduzione di un’ora in tre anni, mezz’ora nel novembre 1968 e mezz’ora nel maggio 1969, con nessun effetto diretto sull’occupazione).

La logica della frammentazione della forza operaia e dello scaglionamento della riduzione d’orario per concedere al padronato di prepararsi al suo riassorbimento, come è noto saltò. Nelle lotte aziendali di cui abbiamo appena parlato, non solo si erano ottenuti importanti successi normativi e salariali (spesso inversamente proporzionali per attenuare le differenze), ma in molte aziende importanti erano emerse nuove direzioni sindacali di fatto, in genere ancora formalmente all’interno dei sindacati confederali, ma contrapposte alla loro linea di collaborazione di classe.



Alla fine di luglio del 1969 una grande assemblea si riunì al Palasport di Torino per concordare l’atteggiamento dei rivoluzionari nei contratti e per regolare altre questioni (ad esempio lì si consumò la rottura definitiva tra il gruppo dirigente della nascente Lotta Continua e Potere Operaio). La quasi totalità degli interventi erano caratterizzati da uno schematismo estremista che escludeva ogni possibilità di un recupero di quelli che venivano definiti gli “obiettivi operai” da parte delle burocrazie sindacali, e dava per liquidato definitivamente il PCI.

Chi proponeva un’analisi più realista fu accolto freddamente e persino fischiato quando diceva che gli “obiettivi operai” che tutti proponevamo non erano veramente “incompatibili con il sindacato”, come si affermava, e che quindi la burocrazia poteva anche farli suoi. D’altra parte a degnarsi di leggere gli organi dei partiti riformisti si potevano cogliere i sintomi di un imminente mutamento, che avvenne già nello stesso fine settimana in cui si riuniva l’assemblea di Torino: le assemblee dei delegati metalmeccanici e chimici raccoglievano la spinta partita dalle avanguardie delle fabbriche più politicizzate. Erano passate appena sei settimane dal Congresso della CGIL e la linea decisa in quell’alto consesso veniva bruscamente cambiata.

I burocrati si erano “convertiti”? Erano stati messi formalmente in minoranza? Nulla di tutto questo. Ma alcuni clamorosi insuccessi dei vertici sindacali nelle assemblee di alcune fabbriche importanti, avevano fatto capire che non avevano più davanti dei gruppetti ideologizzati e staccati dalla classe, ma quadri operai maturi e stanchi dei compromessi. In particolare l’assemblea della Borletti al Cinema Nazionale di Milano (non si era ancora riconquistato il diritto di assemblea in fabbrica) aveva respinto quasi all’unanimità la piattaforma ufficiale del sindacato, votando per i forti aumenti uguali per tutti, le 40 ore subito e la parità completa e immediata operai-impiegati.

I vertici sindacali, pur avendo ampi settori di operai meno politicizzati che li seguivano, e pur non essendo vincolati da quelle assemblee che avevano convocato come “consultive”, capirono che se volevano recuperare il controllo della classe operaia non dovevano lasciar crescere un’opposizione di quel tipo. Così i contratti ebbero finalmente una piattaforma pagante e consistente, e mobilitarono milioni di lavoratori, e per il momento le minoranze rivoluzionarie che avevano proposto quegli obiettivi restarono spiazzate da quella giravolta. Le loro critiche ai vertici non potevano essere comprese (e non erano a volte neppure conosciute) dai milioni di lavoratori entrati per la prima volta in lotta e che erano contenti che “il sindacato” proponesse una lotta così concreta, senza sapere come e per merito di chi ci si era arrivati. Il prestigio recuperato consentì poi ai vertici di firmare un accordo di compromesso, che scaglionava parte delle conquiste nell’arco dei tre anni.

Il 1969 in Italia è diventato così l’anno dell’ondata operaia. Ci fu allora una discussione se si trattasse di una vera situazione rivoluzionaria o prerivoluzionaria, con opinioni molto diverse. In ogni caso va detto che nei due anni precedenti, che pure non erano stati tranquilli, c’erano state complessivamente 142 milioni ore di sciopero, in quell’anno ben 302 milioni, di cui 232 nell’industria (contro 785 milioni dei due anni precedenti).

(Dal sito: antoniomoscato.altervista.org)