TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 24 maggio 2018

Il pensiero politico di Lucio Magri


Quando in Italia c'era ancora una sinistra e un pensiero politico capace di ragionare su di una alternativa di sistema.

Frankenstein, il sogno di Mary Shelley e l’alchimista che voleva trapiantare le anime



Nel 1818 veniva pubblicato il romanzo di Mary Shelley “Frankenstein, o il moderno Prometeo” che riprendeva la storia vera di Johann Conrad Dippel (1673-1734), teologo, medico e alchimista.



Giuseppe O. Longo

Il sogno di Mary Shelley e l’alchimista che voleva trapiantare le anime


Fu pubblicato la prima volta esattamente due secoli fa, nel 1818. [...] Il lettore che per la prima volta si accosti al romanzo si potrebbe chiedere da dove Mary Shelley abbia tratto il nome, invero assai indovinato, del protagonista, Victor Frankenstein: un nome che per le sue sonorità può ispirare timore e anche un vago senso di minaccia. L’ipotesi più plausibile è che esso derivi dal castello di Frankenstein (letteralmente «Pietra dei Franchi») che, costruito verso il 1250, sorge su una bassa collina alle propaggini della catena boscosa dell’Odenwald, a Sud della città tedesca di Darmstadt, in una zona ricca di fortezze e di vigneti lungo la Bergstrasse dell’Assia, che costeggia il Reno.

I boschi dell’Odenwald sono fitti e scuri, segnati da strette valli immerse nel mistero e ricche di leggende. Intorno al castello di Frankenstein si raccontano storie e saghe popolari, che hanno intessuto la cultura e le tradizioni della regione. Sul monte Ilbes, che si eleva a 417 metri in una zona isolata a Sud del fortilizio, le bussole impazziscono per la presenza di ammassi di rocce magnetiche, e ciò attira gli appassionati di fenomeni paranormali, che, in occasioni particolari come la notte di Valpurga o il solstizio d’estate, vi celebrano i loro rituali.


Accusato di eresia

Nel castello di Frankenstein nacque Johann Conrad Dippel (1673-1734), teologo, medico e alchimista. Implicato in diverse diatribe religiose, condusse una vita avventurosa e travagliata, tanto da essere imprigionato per sette anni con l’accusa di eresia. Fu anche bandito da alcuni Paesi, tra cui la Svezia e la Russia, a causa delle sue controverse posizioni dottrinarie. Dedito a ricerche bizzarre, inventò l’olio di Dippel, un estratto di organi animali che vantava come l’elisir di lunga vita alchemico e del quale offrì la formula in cambio del castello di Frankenstein, offerta che fu rifiutata. Lavorando con un certo Diesbach, fabbricante di vernici, Dippel usò una miscela del suo olio e di carbonato di potassio per ottenere un pigmento dal colore intensamente azzurro, il blu di Prussia.

Il nostro fu al centro di strane dicerie: per esempio alcuni sostenevano che compisse esperimenti raccapriccianti con i morti, nel tentativo di dislocare l’anima da un cadavere all’altro. A quel tempo il trasferimento dell’anima tra cadaveri mediante un imbuto era una prassi tentata spesso dagli alchimisti e Dippel sostenne questa possibilità in una dissertazione dal titolo Malattie e rimedi della vita della carne: quindi è possibile che anch’egli si desse a queste pratiche, anche se ne mancano prove dirette. È invece appurato che compisse spesso esperimenti di dissezione su animali.

La sua attività di alchimista, documentata nell’opuscolo citato, lo portò, a suo dire, a escogitare un metodo per esorcizzare i demoni mediante una certa pozione ricavata facendo bollire carni e ossa di animali. Secondo alcuni suoi contemporanei, verso la fine della vita, stremato dalle dispute con altri teologi, Dippel perse del tutto la fede e dichiarò che Cristo era un’entità «indifferente». Da quel momento dedicò tutte le sue energie all’alchimia, e si allestì un laboratorio (col tempo trasformato in una taverna che portava il suo nome, Dippelshof) non lontano da un altro maniero, il castello di Wittgenstein, che sorge nei dintorni della cittadina di Bad Laasphe, a nord di Darmstadt.

A questo punto le notizie che lo riguardano si fanno vaghe e le sue attività sempre più sospette: fu accusato di furto, sperimentazione sui cadaveri e commercio con il demonio. Conduceva una vita molto riservata e non è escluso che si compiacesse di alimentare lui stesso le dicerie sul suo conto, per esempio di aver venduto, come Faust, l’anima al diavolo in cambio di certi segreti innominabili.

Da queste voci traeva profitto poiché, facendosi passare per praticante di magia nera, gli era più facile trovare chi volesse pagare per acquisire le sue conoscenze, compresi l’elisir di lunga vita e la pietra fi losofale. Dippel morì nel castello di Wittgenstein, forse per un colpo apoplettico, benché alcuni contemporanei sospettassero un avvelenamento. Per colmo d’ironia, un anno prima della morte, avvenuta nel 1734 all’età di 61 anni, aveva scritto un opuscolo in cui sosteneva di avere scoperto l’elisir che gli avrebbe consentito di vivere fino a 135 anni.


Si sa che all’origine di Frankenstein si colloca una sfida a scrivere un racconto del terrore, sfida lanciata da Lord Byron nell’estate del 1816 a Percy Bysshe Shelley, Mary Godwin (poi Shelley), Claire Clairmont (sorellastra di Mary) e John Polidori, medico e segretario di Byron. La sfida, oltre che da Mary, fu raccolta da Polidori, che scrisse Il vampiro, una novella pubblicata nel 1819 e divenuta il capostipite di tutti i libri scritti su queste creature crepuscolari e sanguinarie, compreso il notissimo Dracula di Bram Stoker (1897).

L’estate del 1816 fu fredda e piovosa, sicché i cinque, non potendo fare le escursioni che avevano in animo, passavano gran parte del tempo all’interno della villa Diodati, situata sul lago di Ginevra, che Byron aveva affittato per qualche mese: leggevano, soprattutto storie di fantasmi, e conversavano, in particolare di argomenti che toccavano la vita, la morte e la rianimazione dei cadaveri mediante l’elettricità. A quei tempi era in gran voga il galvanismo e in genere era vivissima la curiosità per la scienza e per le sue applicazioni.

Non stupisce che la diciannovenne Mary fosse suggestionata sia dall’atmosfera della villa e dalle conversazioni che vi si tenevano sia da ciò che si sapeva di un personaggio singolare, Giovanni Aldini, un fisico bolognese nipote di Luigi Galvani. Nel gennaio del 1803 Aldini aveva compiuto a Londra certi esperimenti sul cadavere di un impiccato nella speranza, ovviamente vana, di richiamarlo in vita. All’epoca Mary era una bambina di sei anni, quindi non aveva potuto assistere a questo spettacolo atroce e grottesco, in cui il corpo, percorso dalla corrente generata da una potente pila, si contorceva, tremava, assumeva espressioni di dolore, strabuzzava gli occhi.

Ma certo la futura scrittrice ne aveva sentito parlare ed è possibile che nel concepire la figura del protagonista del suo romanzo, Victor Frankenstein, essa abbia preso a modelli Aldini e l’alchimista Dippel e i loro tentativi di rianimazione dei cadaveri. Il ricordo delle imprese di Aldini era ancora molto vivo, mentre l’ipotesi di una suggestione dovuta a Dippel fu avanzata in via congetturale in un libro di Radu Florescu, In Search of Frankenstein (1975).

   Il castello di Dippel

La visita al castello

A suffragare l’ipotesi di Florescu sta il fatto che nel 1814 la sedicenne Mary, che non era ancora Mary Shelley bensì Mary Wollstonecraft Godwin, fece, con il futuro marito Percy Shelley e con la sorellastra Claire Clairmont, un viaggio di cui è rimasta la cronaca, dovuta soprattutto alla penna di Mary: History of a Six Week Tour, pubblicata nel 1817. La cronaca descrive anche un secondo viaggio, compiuto dagli stessi nel 1816 per raggiungere il lago di Ginevra e la famosa villa Diodati.

Nel 1814 i tre, partiti il 28 luglio da Londra, attraversarono la Francia fino alla Svizzera e di qui, risalendo la Germania lungo il Reno, giunsero in Olanda e salparono per l’Inghilterra. È probabile che Mary, Percy e Claire visitassero il maniero di Frankenstein, che era sulla loro strada, venendo a conoscenza delle storie e leggende che ancora circolavano su Dippel, nonostante l’alchimista fosse morto da oltre ottant’anni.

Inoltre Mary e Percy conoscevano alcuni componenti del «Kreis der Empfindsamen» (Circolo dei sensibili), che si riunì a Darmstadt dal 1769 al 1773, scegliendo spesso il castello di Frankenstein come sede delle sue letture pubbliche. È quindi possibile che le leggende su Dippel siano emerse anche nelle conversazioni tra i viaggiatori inglesi e i componenti superstiti del circolo.

Si tratta di congetture non verificate, che tuttavia hanno trovato ampia risonanza in molte narrazioni popolari, dove la figura di Victor Frankenstein, della sua mostruosa creatura e dell’alchimista Dippel sono protagonisti di storie che si discostano di poco o di tanto dal romanzo di Mary. Resta il fatto che la ricerca delle radici storiche di questo libro straordinario continua, come, ancora dopo due secoli, il ricordo del «Moderno Prometeo» e del suo mostro inquieta il nostro immaginario.

La Stampa – 22 maggio 2018

Di Maio-Salvini-Le Pen- Orban uniti nella lotta!



Cari “compagni” che avete votato per un movimento di destra pensando che fosse il nuovo Messia e l'avvento della rivoluzione, siete serviti. Grazie anche ai vostri voti l'Italia è diventata la punta avanzata del fronte xenofobo, suprematista e nazionalista in Europa. Beccatevi pure i complimenti della camerata Le Pen, ve li siete meritati.


Stefano Montefiori

La leader dell’ultradestra francese: Italia avanguardia



Alla fine della seduta all’Assemblea nazionale Marine Le Pen esce dall’aula e incontra i giornalisti, fermandosi poi con il Corriere a parlare più a lungo del governo italiano.

Che cosa si aspetta dalla coalizione Cinque Stelle-Lega?

«In particolare dalla Lega, che è il nostro alleato, mi aspetto che risolvano il problema dell’immigrazione e che diano prova di fermezza anche nei confronti dell’Unione Europea, in modo da fare cessare le politiche di austerità imposte da Bruxelles».

Un tempo la Lega prendeva il Front National come punto di riferimento, oggi accade il contrario?

«Non credo che ci sia una gerarchia tra le nostre forze, direi piuttosto che camminiamo mano nella mano. Fino a poco tempo fa la Lega faceva il 4 per cento e oggi è al governo, questo ci incoraggia. Trovo questa situazione entusiasmante perché le prossime elezioni europee potranno essere un vero terremoto: una maggioranza euroscettica a Strasburgo potrebbe decretare la fine di questa corsa folle dell’Unione Europea».

In Italia la Lega si è alleata con i Cinque Stelle per andare al governo, perché lei non si allea con Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra antisistema?

«Intanto, siamo onesti, esiste un’enorme differenza tra i Cinque Stelle e Mélenchon: il movimento italiano non è favorevole a una immigrazione sfrenata. E poi i Cinque Stelle sono chiari nella loro opposizione alle politiche di Bruxelles, a differenza dell’ambiguo Mélenchon».

Si parla di espellere dall’Italia 500 mila immigrati, le sembra un obiettivo condivisibile?

«Sì, a patto che non vengano mandati in Francia».

E realizzabile, in pratica?

«Vorrei ricordare che un milione di francesi sono stati rimpatriati dall’Algeria. Quindi è legittimo rimandare queste persone nei loro Paesi, e in condizioni più umane di quelle che furono riservate ai nostri pieds-noirs».

    I camerati francesi dei Salvini-Di Maio

La nascita del governo non è semplice, ci sono resistenze istituzionali.

«Il presidente Mattarella in fondo deve dimostrare che esiste. In ogni caso la Lega e i Cinque Stelle hanno formato un governo fondandosi sull’importanza del loro risultato elettorale. Il presidente Mattarella può impedirlo? Non lo credo proprio».

Come pensa di sfruttare la nascita del governo in Italia per la sua lotta in Francia?

«Nessuno è profeta in patria… L’avanzata di Salvini è importante perché mostra al popolo francese che non è solo nel rifiutare l’immigrazione di massa e nel desiderio di tornare libero. L’Europa delle nazioni è più vicina».

Giovedì Emmanuel Macron incontrerà Vladimir Putin a San Pietroburgo. È indebolito da ciò che accade in Italia?

«Questo è evidente. Le difficoltà della cancelliera Merkel, i governi in Austria e adesso in Italia sono chiaramente un affronto per un Macron che si considera come il capo dell’Unione Europea. I popoli stanno rifiutando l’Ue e Macron ne è in qualche modo l’ultimo difensore. Io penso che ci sia un senso della storia, e Macron va contromano, non solo in Europa. Prendiamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, la Russia: tutte le grandi nazioni oggi stanno voltando le spalle alla globalizzazione selvaggia, Macron fa parte di un mondo superato».

    e quelli ungheresi

Cinque Stelle e Lega vogliono anche ritirare le sanzioni alla Russia.

«Finalmente. Oltretutto le sanzioni hanno fatto molto più male ai Paesi europei che alla Russia. L’Italia potrebbe essere l’avanguardia di un ristabilimento di relazioni normali con la Russia, che è un grande Paese. E mi permetta di esprimere il rimpianto che non sia la Francia a rappresentare questa avanguardia».

L’equilibrio si sposta a favore del gruppo di Visegrad, dell’euroscetticismo centro-orientale?

«Certamente, questa è la concezione che si afferma dopo che anche in Francia queste posizioni mi hanno fatto arrivare a quasi il 35% alle ultime elezioni. Ogni speranza oggi è permessa».

L’ipotesi di Conte premier si è indebolita per la questione del curriculum gonfiato. Le nuove forze antisistema sono in grado di esprimere figure competenti in grado di governare?

«Sì, non ho alcun dubbio. E quando vedo i risultati ottenuti dagli apparati politici che li hanno preceduti, mi dico che forse è un bene che non ci siano troppi apparatchik nel nuovo governo italiano».

il Corriere della sera - 23 maggio 2018

martedì 22 maggio 2018

Satana a Goraj. Il romanzo di Sabbatai Zevi




Nuova edizione di “Satana a Goraj” di Isaac Bashevis Singer. Una storia cupa e terribile in cui l'autore fa in qualche modo i conti con una pagina oscura dell'ebraismo. Un bel romanzo (anche se fra i minori di Singer), ma la storia vera di Zabbatai Zevi è tutta un'altra cosa e rimanda ad una lettura esoterica del Talmud estremamente affascinante.

Elena Loewenthal

Da che mondo è mondo o quasi gli ebrei aspettano il Messia


Da che mondo è mondo o quasi gli ebrei aspettano il Messia. Lo aspettano con una fede incrollabile e colma di speranza, che ripetono tre volte al giorno nella preghiera: credo fermamente che il Messia verrà. E’ un’attesa millenaria che si è molto spesso scontrata con una realtà che diceva tutto il contrario e teneva i figli d’Israele tenacemente legati al proprio destino, lasciando immaginare che nulla sarebbe mai cambiato. Per l’ebraismo, del resto, il Messia è «soltanto» l’interruttore umano che aprirà le porte di una dimensione spazio-temporale completamente diversa: in ebraico è detta olam haba, «mondo/tempo che viene» contrapposto all’olam hazeh, l’imperfetto terreno esistenziale dove ci troviamo ora.

«Non verrà mai, però dobbiamo aspettarlo», ha detto un maestro del Talmud dallo sguardo scettico in fondo in fondo bonariamente ottimista, visto che gli ebrei hanno del Messia anche un pizzico di paura. Paura dell’ignoto. Di non ritrovarsi nel mondo che verrà. Fors’anche per questo nella storia si sono avvicendati dei messia che in un certo senso è difficile definire «falsi» perché ognuno di loro portava con sé la propria verità. E ognuno di loro ha creato intorno a sé un fermento speciale, ha aperto porte, fatto riflettere. Soprattutto animato e impersonato delle grandi storie.

E chi se non il grande Isaac Bashevis Singer avrebbe potuto mettere in pagina almeno una di queste storie avvincenti che hanno per protagonista un «falso» Messia? Satana a Goraj, che Adelphi ripubblica ora nel contesto del progetto di riedizione completa delle opere del Premio Nobel a cura di Elisabetta Zevi, racconta questa storia, insieme a tante altre.

Pubblicato originariamente in yiddish nel lontano 1935 e una trentina d’anni dopo nella traduzione inglese di Jacob Sloan seguita direttamente dall’autore, questo romanzo racconta la storia fosca e triste di Goraj, una cittadina polacca della provincia di Lublino «nascosta fra le colline in capo al mondo... un tempo celebre per i suoi studiosi e i suoi uomini d’ingegno» che nel 1648 viene devastata dai cosacchi. E’ il pogrom del famigerato «atamano ucraino» Chemelnesky che quell’anno massacrò gli ebrei di tutta la regione, scorticando uomini, vendendoli schiavi, sgozzando bambini, violentando le donne «per poi squarciarne i ventri e cucirvi dentro gatti vivi».

Di quel pogrom terribile mai s’estinse la memoria: divenne una sorta di cruenta pietra di paragone. E come capita quasi sempre nella storia ebraica, a questi eventi terribili fa di solito seguito un’ondata di speranze, nell’imminenza di un cambiamento radicale che solo il Messia potrà portare, proprio perché il suo arrivo, dice la tradizione, deve essere preceduto da doglie di sofferenza e assurdità inaudite.


Singer racconta questa atmosfera, racconta l’epopea di quello che fu forse il più grande falso Messia della storia ebraica - Shabbetai Zevi - dalla prospettiva di questa cittadina più morta che viva. Qui, fra il 1665 e il 1666 (data non casuale, con tutti quei 6 che rimandano all’Apocalisse di Giovanni) i postumi del pogrom con il suo strascico di orfani e pazzi perché impazziti dal dolore, di rabbini cenciosi che vagano per le campagne, fanciulle ammutolite e matrone pettegole, si incrociano con la ventata di follia ed eresia che la predicazione di Shabbetai sta portando in giro per quella parte di mondo.

«E’ una storia di isterismo religioso,» scrive il traduttore inglese nella «Nota al testo», che Singer racconta con una maestria unica, proprio perché questo grande scrittore che sa essere così dolce fu sempre affascinato dall’ambiguità del reale, per non dire dal suo lato oscuro. Le atmosfere a Goraj sono colme di quel turbamento esistenziale che Singer serbò sempre dentro di sé. Tutto è inquietante, tutto è pieno di segnali indecifrabili eppure eloquenti, tutto è macabro: lo è più che mai il matrimonio della giovane Rechele con il rabbino cabbalista Itche Mates, che sta al centro del racconto e che innesca una serie di eventi tanto strabilianti quanto tenebrosi.

A Goraj non c’è nessun personaggio che si salvi: sono tutti intaccati da una specie di maledizione, sono tutti ormai incapaci di scendere a patti con la realtà. Tutta la storia si svolge in uno scenario segnato dalla distruzione, quella appena passata e quella imminente. Eppure ancora una volta Singer riesce a cogliere l’ambiguità che sta nel mondo e nell’uomo, e regalare al suo lettore sprazzi di luce ma soprattutto di ironia, fra una comparsata e l’altra di quel Satana che è il protagonista indiscusso della storia e che tanto per cambiare della storia si fa beffe. E se, come dice quel vecchio adagio ebraico, «l’uomo traffica e Dio se la ride», chi meglio di questo grande scrittore ci ha spiegato che tanto in cielo quanto giù negli inferi nessuno ci prende sul serio.

La Stampa TuttoLibri - 21 maggio 2018

Il pastore di stambecchi




Venerdì 25 maggio 2018
alle ore 17.30
presso la Libreria Libraccio
Corso Italia 235, Savona

Irene Borgna 
presenta
“Il pastore di stambecchi”
di Louis Oreiller 

Con l’autrice dialoga Giorgio Amico


«Esistono uomini che hanno ascoltato la montagna così a lungo da sentirne la voce. Quando poi questi uomini parlano, dopo una vita intera, è la montagna che parla attraverso di loro. Louis Oreiller parla con la voce della montagna e ascoltarlo riempie di meraviglia, ancora più che di nostalgia. »

Paolo Cognetti


Nella sua valle, sa il carattere di ogni canalone, di ogni balza di roccia. Riconosce le volpi, i camosci, le vipere, i gipeti. Può chiamare per nome ogni valanga. La montagna per Luigi Oreiller non è una sfida, né una prestazione. È la sua casa di terra e di cielo, un orizzonte a cui appartenere. 

Luigi nasce nella povertà e cresce con la guerra. Valdostano ma “anche” italiano, trascorre i suoi 84 anni a Rhêmes Notre Dame, venti comignoli rubati alla slavina al fondo di una valle stretta e dal fascino selvatico, su un versante Parco del Gran Paradiso sull’altro riserva di caccia. 

Da ragazzo, armato dalla fame, è cacciatore, contrabbandiere, manovale. Quando diventa guardiaparco e poi guardiacaccia, cambia sguardo. Dietro le lenti del cannocchiale, nelle lunghe solitarie giornate di appostamento ai bracconieri, diventa il signore delle cenge, segue il volo delle aquile e sperimenta un qualcosa di molto simile all’amore.  Stagione dopo stagione, trasforma gli alberi in sculture, “scava” tassi e marmotte, parla con i cani, le mucche, le galline. A volte anche con gli uomini. 

Quello di Oreiller è un mondo ormai perduto, travolto da una modernità senza pazienza, da un fiume di gente che torna ma non resta. Eppure, nei suoi occhi, nelle sue mani nodose e forti, tutto ha ancora memoria e lui ha memoria di tutto. Le sue parole, consegnate a chi, come Irene Borgna, le sa ascoltare, conducono lontano, fuori traccia, tra valichi nascosti. E segnano il tempo, come gli anelli di un tronco, come i cerchi sulle corna di un vecchio stambecco. 



lunedì 21 maggio 2018

La presenza di lei


Camminare sui sentieri dei partigiani a Paraloup



Siamo stati a Paraloup, culla della Resistenza. E abbiamo imparato qualcosa.

Giorgio Amico

Camminare sui sentieri dei partigiani a Paraloup.

Ci arriviamo con la nebbia. Il bosco, imperlinato dalla pioggia , appare e scompare in una massa bianca e impalpabile. Tutto attorno a noi è silenzio, solo il rumore di cento torrentelli accompagna il nostro cammino.

Stiamo salendo a Paraloup, culla del movimento partigiano e non solo nel Cuneese. Qui subito dopo l'8 settembre 1943 si attestò la prima banda. «Strano gruppo di improbabili guerrieri – la definisce Marco revelli - che avrebbe senza dubbio fatto arricciare il naso a più d’uno dei numerosi ufficiali di Stato maggiore che rifiutavano la collaborazione con i “ribelli”, perché non la consideravano una cosa seria». (Marco Revelli, Resistenze, quelli di Paraloup, Edizioni Gruppo Abele).

E invece cosa seria era, anzi serissima. Tanto che da quel piccolo gruppo di combattenti, dodici in tutto, guidati da Duccio Galimberti, prese vita e forza il movimento partigiano. Tanto seria che con tutta la loro forza e crudele ferocia fascisti e tedeschi non riuscirono più a sradicare quei combattenti, sempre più numerosi e motivati, da quelle montagne fra Valle Stura e Valle Grana.

Paraloup, piccolo borgo di alta quota di pastori e contadini, diventa un simbolo di forza e tenacia. Il suo nome risuona come un grido di battaglia.Italia libera” si chiama il movimento che lo anima. Sono giellisti, intellettuali, borghesi, contadini, operai. Fra loro figure storiche della Resistenza come Duccio Galimberti che finirà fucilato dai tedeschi, e tanti giovani destinati poi a lasciare un segno nell'Italia del dopoguerra: Dante Livio Bianco (anche grande alpinista), Nuto Revelli, Giorgio Bocca.


E' proprio Nuto Revelli, che a Paraloup arrivò nel febbraio del 1944, dopo la tragica esperienza della Russia, a rendere storia viva la guerra di Paraloup: «Fra le povere baite tutto è vivo, in movimento: partigiani che puliscono le armi, che spaccano la legna, che tornano dalle corvées con i muli. Strano esercito. Uomini senza gradi, senza divise, sbrindellati: gente che parla tutti i dialetti, dal piemontese al siciliano. Molti i colori: maglioni e giubbotti rossi, gialli, con il grigioverde di sfondo, proprio come apparivano i campi di sci prima della guerra». (Nuto Revelli, La guerra dei poveri, Einaudi)

Con gli anni del “miracolo” Paraloup, come tutta la montagna, si spopola. I giovani scendono a valle. Da montanari si fanno classe operaia, ma non perdono combattività e fierezza. Saranno gli operai della Michelin dell'autunno caldo. Ma la borgata resta deserta e lentamente va in rovina, muta testimonianza di una storia che troppi in alto hanno voluto dimenticare in fretta.

Dove resta la memoria è in basso, fra la gente più semplice, fra quegli uomini e quelle donne che furono carne e sangue della lotta contro i fascisti. Italia libera li voleva cittadini di un paese finalmente democratico e giusto, il dopoguerra li ha resi di nuovo gli ultimi, gli invisibili, i dimenticati.


E allora Nuto Revelli ritorna a Paraloup, risale la montagna e la Langa, cerca quegli uomini e quelle donne, ormai invecchiati, raccoglie le loro storie. Uno dopo l'altro escono libri che ricostruiscono la memoria viva di quei luoghi e della sua gente. Il mondo dei vinti e poi L'anello debole sono pietre a edificare un monumento a chi il potere trascura e dimentica, a chi la storia l'ha fatta davvero ogni giorno della sua vita con il fucile, come negli anni infuocati della Resistenza, e con la zappa nella vita di ogni giorno. Una vita difficile, tirata con i denti, ma che non ha tolto dignità a chi voleva prima di tutto essere e restare uomo libero. Nonostante la miseria, nonostante lo spettacolo indecente di una Italia che si riscopre ricca e senz'anima.

Ricostruita la memoria, ora tocca ricostruire le case. Grazie alla Fondazione Nuto Revelli, animata dal figlio Marco, lentamente Paraloup viene ricostruito, casa dopo casa. L'obiettivo diventa dimostrare che si può tornare a vivere in montagna, che la battaglia non è persa. E così pietra su pietra Paraloup rinasce e oggi ospita un rifugio, accoglientissimo grazie all'impegno di un gruppo di giovani donne, oltre che mostre, incontri, proiezioni, reading e conferenze, organizzati dalla Fondazione Revelli.


A Paraloup si respira libertà, tra quelle case di pietra e legno il sogno di Duccio Galimberti e Nuto Revelli continua a vivere. Scendiamo e a casa ci accolgono i telegiornali con l'ultima puntata della telenovela Di Maio-Salvini, ma stranamente non ci arrabbiamo. Sarà l'aria di Paraloup che ci ha dato speranza. Passerà anche questa, ora si deve resistere.