TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 23 gennaio 2019

L’artista è uno sciamano che ci aiuta a conoscere noi stessi



Da Beethoven a Orson Welles, dalle serie tv al fumetto, dalla cucina alla camera da letto: Edgar Motrin spiega perché non possiamo fare a meno dell’esperienza estetica.


Federico Vercellone

L’artista di Morin è uno sciamano che ci aiuta a conoscere noi stessi


L’estetica non riguarda soltanto le modalità secondo le quali gli uomini si relazionano consapevolmente all’opera d’arte in quanto creatori o fruitori. Sarebbe troppo poco ritenere che essa concerna solo la riflessione sul prodotto artistico già ultimato e già disposto nelle sedi che gli sono deputate, che si tratti della galleria, del museo, della biblioteca o della sala da concerto. Un atteggiamento di questa natura non riesce infine a rispondere al quesito fondamentale circa il perché abbiamo a che fare con l’arte e non possiamo farne a meno.

Se delle profondissime motivazioni estetiche non si annidassero nelle radici dell’essere umano, ecco che all’arte potremmo in fondo tranquillamente rinunciare. Quando ci si dimentica di questo, come oggi troppo spesso avviene, l’arte finisce per diventare un nobile brand, un «bene» culturale ed economico. E questo coincide con una cultura nella quale l’estetizzazione dei prodotti, il loro design va di pari passo con la loro forza sul mercato.

Su questa base non si capirebbe per altro perché l’umanità abbia da sempre creato opere d’arte. Proprio di qui si avvia la riflessione estetica di uno dei grandi filosofi ed epistemologi del nostro tempo, Edgar Morin del quale Cortina pubblica ora Sull’estetica. Morin rileva che la necessità di un’espressione caratterizzata esteticamente, e cioè non finalizzata ad altro che a produrre il proprio splendore percorre non solo la vicenda umana nella sua interezza, ma anche, quantomeno a tratti, quella degli animali. Il dispiegarsi delle penne del pavone non può per esempio essere ridotto a un’esibizione rivolta alla conquista della femmina. Si tratta piuttosto di una manifestazione dotata di una portata autonoma che si può legittimamente definire come estetica. Il grande bacino della poesia e della poetizzazione della vita è ben più ampio di quello dell’arte soltanto, e contempla – secondo Morin - tutti i momenti di partecipazione empatica e intelligente del mondo che aprono la via alla sua comprensione.

L’atteggiamento estetico è, per Morin, quello con cui si vengono a oltrepassare i limiti della soggettività, la quale conosce così una condizione estatica. L’artista è, in altri termini, un soggetto che cade in una sorta di trance controllata. Quell’irrazionalità dell’arte di cui si è sin troppo parlato, non è in fondo che questa minaccia di aprire le porte dell’io asserragliato su sé stesso. L’atteggiamento estetico, in breve, mette in questione il carattere schermato e chiuso del soggetto moderno. L’artista, tornando a Morin, è una sorta di sciamano che viaggia fuori di sé facendo provare sensazioni analoghe ai suoi fruitori. L’estasi è in breve condivisa sia dal creatore sia dal fruitore. Né potrebbe essere diversamente poiché altrimenti l’opera d’arte risulterebbe muta e incomprensibile. L’arte, in breve, produce, in chi la crea e in chi la fruisce, una sorta di reincantamento empatico del mondo disincantato dalla razionalità tecnologica.


L’arte inaugura da questo punto di vista, in tutte le sue forme, una diversa relazione del soggetto con il mondo. Si tratta di un surplus vitale che accompagna la relazione estetica con il mondo. Questo vale per la letteratura, per le arti figurative nella loro mutevole configurazione, e soprattutto per la musica che incarna il linguaggio affettivo più intimo e toccante, e dunque più prossimo a questa dimensione di esteriorizzazione dell’Io. La quale per altro non è enfatica: per esempio siamo posseduti da una musica anche, semplicemente, quando una canzone o un ritornello continuano a tornarci in mente e, letteralmente, non riusciamo a prender congedo da loro.

In ogni caso grazie all’arte veniamo a contatto con il nostro io profondo, ci conosciamo meglio trasferendoci nello spazio dell’opera e della sua trama, dei suoi personaggi e dei loro sentimenti. Un atteggiamento di questa natura fa sì che l’estetica preceda l’arte per fondare quest’ultima antropologicamente, e consente per altro di allargare lo sguardo sull’arte di massa, dalla fotografia, al fumetto, sino ai serial televisivi.

Esemplare è la difesa che Morin fa proprio dei serial che producono una partecipazione empatica più intensa rispetto ad altri generi proprio in quanto ci rimandano allo specchio la nostra quotidianità e ce ne rendono partecipi negli spazi intimi e quotidiani della nostra vita che si tratti di una sala d’aspetto, di una cucina o di una camera da letto. Proprio qui si rivela in tutta la sua portata l’estrema originalità e plausibilità dell’approccio di Morin. In tutte le sue forme, senza distinzione tra high and low, l’arte - secondo Morin- ci aiuta a conoscere la nostra identità, a sapere chi siamo, ed è dunque sempre ben più che una mera forma dell’apparenza.

La Stampa/TuttoLibri – 19 gennaio 2019

martedì 22 gennaio 2019

Cinque Stelle e complotto giudaico. Il testo delirante del senatore Lannutti



Siamo a pochi giorni dal Giorno della Memoria e qualcuno rilancia la tesi nazista del complotto pluto-giudaico-massonico. Il senatore Cinque stelle Lannutti cita a sostegno di un suo libro sulle banche I protocolli dei Savi di Sion. Riprendiamo il comunicato di Moked. Il portale ell'ebraismo italiano.

Un testo delirante

A poche ore dalla presentazione del suo libro a Palazzo Madama – ‘I conquistatori. La svendita dell’Italia e del Sud Europa nell’era della crisi’, scritto insieme a Franco Fracassi e Tiziana Alterio e da lui stesso pubblicato – il senatore del Movimento Cinquestelle Elio Lannutti (eletto come capolista nel Lazio) ha pensato bene di attirare l’attenzione sulla sua ultima fatica letteraria con una squallida trovata promozionale. Un delirante post su Facebook in cui avvalora le tesi sostenute ne I protocolli dei Savi di Sion, il falso storico creato dalla polizia segreta zarista all’inizio del Novecento che è alla base dell’antisemitismo moderno e di molti complottismi.

Secondo il senatore Lannutti, che da anni rivendica un ruolo da protagonista nella difesa dei diritti dei consumatori, il comportamento di Mayer Amschel Rothschild, “l’abile fondatore della famosa dinastia che ancora oggi controlla il Sistema Bancario Internazionale”, portò alla realizzazione di tale documento di denuncia. “Suddiviso in 24 paragrafi, viene descritto come soggiogare e dominare il mondo con l’aiuto del sistema economico, oggi del globalismo, dei banchieri di affari e finanza criminale” si legge sul profilo Facebook di Lannutti, il cui penultimo saggio “Morte dei Paschi. Dal suicidio di David Rossi ai risparmiatori truffati. Ecco chi ha ucciso la banca di Siena” porta la prefazione del vicepremier Luigi Di Maio).

In un testo di cui il senatore riporta il link sul proprio profilo si legge: “Rothschild aiutò e finanziò l’ebreo Adam Weishaupt, un ex prete gesuita, che a Francoforte creò il famigerato gruppo segreto dal nome ‘Gli Illuminati di Baviera’. Weishaupt prendendo spunto dai ‘Protocolli dei Savi di Sion’ elaborò verso il 1770 ‘Il Nuovo Testamento di Satana’, un piano che porterà una piccola minoranza di persone al controllo globale. La sua strategia si basava sulla soppressione dei governi nazionali e alla concentrazione di tutti i poteri sotto unici organi da loro controllati”.


“Loro – prosegue il testo segnalato – hanno un piano ben preciso che portano avanti a piccoli passi, proprio per non destare alcun sospetto. Creare la divisione delle masse, è un passo fondamentale, in politica, nell’economia, negli aspetti sociali, con la religione, l’invenzione di razze ed etnie ecc… Scatenare conflitti tra stati, così da destabilizzare l’opinione pubblica sui governi, l’economia e incutere timore e mancanza di sicurezza nella popolazione. Corrompere con denaro facile, vantaggi e sesso, quindi rendere ricattabili i politici o chi ha una posizione di spicco all’interno di uno stato o di un’organo statale. Scegliere il futuro capo di stato tra quelli che sono servili e sottomessi incondizionatamente”.

Moked. Portale dell'ebraismo italiano

Eredi di Neanderthal? Si capisce dal cranio



Per molto tempo si è pensato che i Neanderthaliani fossero del tutto estinti. Da qualche anno invece si è scperto che continuiamo a portare alcune loro tracce genetiche e dunque siamo in parte anche loro eredi. Current Biology, importante rivista scientifica, fa il punto sullo stato degli studi in materia.


Fabio Macciardi e Giorgio Manzi

Eredi di Neanderthal? Si capisce dal cranio


«Volevamo identificare nel Dna umano le basi genetiche e i relativi percorsi biologici che portano alla “globularità” del nostro cervello», tipica di Homo sapiens, dice Simon Fisher del Max Planck Institute di Nijmegen in Olanda, uno dei principali autori della ricerca internazionale pubblicata alla fine del 2018 sulle pagine della prestigiosa rivista «Current Biology». A lui, al suo collega Philipp Gunz del Max Planck Institute di Lipsia in Germania — e a diversi altri ricercatori (fra cui non mancano alcuni italiani, compresi gli autori di questo articolo) — si deve un pionieristico studio sulle correlazioni fra morfologia encefalica e corredo genetico; la prima ricerca mai tentata su campioni altrettanto significativi, ma soprattutto la prima che si sia fatta partendo dal presupposto che i Neanderthal — o, meglio, alcune componenti genetiche che abbiamo acquisito dai nostri cugini estinti — possano aiutarci a capire come siamo e come lo siamo diventati.

Chi siano stati i Neanderthal è ben noto. Evolutisi in Europa nel corso di centinaia di migliaia di anni e molto caratterizzati sul piano morfologico — per le teste a forma di… palla da rugby e le corporature tarchiate da… piloni di mischia del rugby — erano ben adattati al clima glaciale e vivevano in piccole bande di cacciatori-raccoglitori paleolitici. Si estinsero intorno a 40 mila anni fa, quando nel difficile contesto ambientale dell’ultima glaciazione si affacciarono da Oriente le popolazioni di una specie molto simile, ma più abile a procurarsi lo stesso cibo, a sfruttare le stesse risorse, a sopravvivere negli stessi contesti: Homo sapiens. Fu così che allora, da est verso ovest, le tante piccole popolazioni dei Neanderthal si andarono via via spegnendo come fiammelle e, parallelamente, quelle dei nostri diretti antenati diventarono un incendio che si diffuse in tutta Europa. Nel frattempo, qualcosa di simile accadeva in Asia, in Australia e nelle Americhe, mentre in decine di millenni precedenti lo stesso era già accaduto in Africa e poi nel Medio Oriente. Così i Neanderthal (e non solo loro) si estinsero.

Da una decina d’anni, però, sappiamo o pensiamo di sapere che i Neanderthal non si siano estinti del tutto. Da quando è stato possibile studiare il Dna di questi nostri cugini del Paleolitico, abbiamo scoperto frammenti del loro genoma dispersi all’interno del nostro. L’interpretazione che ne è stata e viene comunemente data è che in una fase particolare della diffusione di Homo sapiens dall’Africa verso l’Eurasia, quando le nostre popolazioni vennero per la prima volta in contatto con le più periferiche popolazioni di Neanderthal — nell’area oggi chiamata Medio Oriente (un orizzonte compreso fra Egitto, Turchia e Iran, per capirci) — avvennero incroci con la nascita di ibridi almeno parzialmente fertili, tali da comportare quella che tecnicamente si chiama «introgressione genetica». Le analisi indicano anche che l’introgressione sia stata rilevante, ma solo in questa fase e in quest’area, e che il materiale genetico dei Neanderthal si sia successivamente come polverizzato nelle popolazioni di Homo sapiens in diffusione, tanto che ciascuno di noi (tranne gli africani, unici rappresentanti «puri» della specie!) porta frazioni diverse di Dna esogeno (Neanderthal) comprese fra l’1 e il 4 per cento.

    Neanderthal e Sapiens in una ricostruzione

Ma torniamo ora alla ricerca di Fisher, Gunz e colleghi pubblicata su «Current Biology». Il focus dell’analisi è puntato sull’organo nobile che più ci caratterizza: il cervello. Una caratteristica distintiva di noi Homo sapiens è quella di avere un cervello grande e rotondeggiante (o «globulare», come si usa dire) e lo stesso vale per il nostro cranio. I Neanderthal avevano cranio e cervello altrettanto grandi, ma con una conformazione allungata dall’avanti all’indietro (tipo «palla da rugby», come dicevamo). I risultati della nuova ricerca hanno mostrato che individui attuali nel cui genoma si ritrovano particolari frammenti di Dna di Neanderthal hanno teste leggermente più allungate di altri, rivelandoci qualcosa sull’evoluzione della forma e della funzione del cervello moderno. Vediamo di capire meglio che cosa.

Sviluppando un’analisi complessa che ha messo a confronto crani fossili e moderni, i ricercatori hanno dapprima costruito un «indice di globularizzazione» e lo hanno poi applicato a migliaia di soggetti per cui erano disponibili immagini del cervello acquisite con tecniche di risonanza magnetica. Questa prima analisi ha confermato che l’evoluzione del nostro cervello ha privilegiato l’espansione di aree frontali, parietali e temporali, ma ha anche dimostrato che la globularizzazione tipica di Homo sapiens dipende da un’espansione di importanti strutture presenti all’interno del cervello, come anche del cervelletto.

C’è poi una seconda parte dell’analisi, forse la più interessante e certamente la più innovativa. Utilizzando i dati genetici disponibili per gli stessi soggetti presi in esame precedentemente, i ricercatori hanno valutato l’ipotesi che varianti del Dna di probabile origine neanderthaliana siano coinvolte nel determinare la forma del cervello e del cranio nell’ambito della variabilità moderna, scoprendo che alcune di queste varianti genetiche sono fortemente associate a una forma più allungata, ovvero meno globulare. Ma non basta: l’analisi ha anche mostrato che la globularizzazione sarebbe controllata da geni che hanno un ruolo importante nello sviluppo embrionale intrauterino e nelle prime fasi di vita neonatale. Per due di questi geni in particolare, identificati con gli acronimi Ubr4 e Phlpp1, è stato anche possibile ipotizzare un ruolo funzionale specifico, nel quadro di un complesso sistema genetico che regola la neurogenesi (il differenziamento e il successivo sviluppo delle cellule cerebrali).



Questo primo esempio di paleoneurologia molecolare ha dunque integrato fra loro dati di paleoantropologia e genomica comparata con immagini cerebrali e genetica funzionale. L’integrazione di dati e metodi evoluzionistici con quelli del neurosviluppo apre nuove prospettive per la conoscenza non solo dei fattori che controllano l’evoluzione del cervello ma, in parallelo, anche per quei meccanismi funzionali che sono ancor oggi essenziali per lo sviluppo encefalico e la sua funzione poi in età adulta.

La forma del nostro cervello (e del nostro cranio) non può certo essere interpretata solo in base a considerazioni anatomiche. L’effetto delle varianti genetiche ancestrali — come di quelle moderne — non riguarda solo eventi di ordine evolutivo, ma condiziona anche funzioni complesse, come l’organizzazione dei movimenti e, più in generale, le nostre capacità di coordinazione e apprendimento. Stiamo davvero cominciando a capire come noi, donne e uomini anatomicamente moderni, siamo il risultato di meccanismi che abbiamo ereditato da un tempo profondo e da altre specie. Le indagini dei prossimi anni in questo campo si annunciano di grande interesse.

Il Corriere della sera/La Lettura – 20 gennaio 2019

lunedì 21 gennaio 2019

Ultimo tango a Parigi. Dal rogo giudiziario alla prima serata in TV



47 anni dopo: dalla censura al film integrale in prima serata TV. Probabilmente, visto cosa passa oggi sugli schermi, molti lo troveranno insopportabilmente intellettuale e noioso. A noi, allora, piacque moltissimo.

Paolo Mereghetti
«Ultimo tango»


Dal rogo alla prima serata tivù. Meglio di un salto mortale, per Ultimo tango a Parigi, che Rai2 programma lunedì sera alle 21.20. La «riabilitazione» era stata sancita a maggio, quando la commissione di censura aveva tolto ogni divieto a un film che alla sua uscita, nel 1972, era stato vietato ai minori di 18 anni e al taglio di 8 secondi durante il primo amplesso tra Brando e la Schneider e che poi la Cassazione, il 29 gennaio 1976, aveva condannato alla distruzione per oscenità.

Adesso, rubricato «film per tutti», Ultimo tango diventa una pedina nella guerra dell’audience tra le reti. Non sono sicurissimo che Bernardo Bertolucci avrebbe apprezzato questa consacrazione catodica (così come si era simpaticamente dispiaciuto di «non essere più trasgressivo» dopo l’ultima decisione della censura) ma continuo a pensare che il posto migliore per vederlo sia una sala cinematografica, dove si sceglie di entrare pagando un biglietto, piuttosto che rischiare di capitarci davanti pispolando sul telecomando. Questione di rispetto per l’autore e l’opera ma anche per il pubblico, di fronte al quale la tivù pubblica ha da tempo abdicato a ogni ambizione culturale (la mia generazione ha imparato ad amare il cinema anche grazie ai cicli di mamma Rai) per ridurre spesso i titoli a una specie di baluginante specchietto per allodole (e allocchi).

L’avevo scritto quando la censura aveva tolto ogni divieto: il problema non è lo «scandalo» del burro ma il rispetto per la complessità di un’opera che trabocca disperazione e senso della morte. Ormai abituati solo a tifare per i comizi politici o per le avventure fotocopia di questo o di quell’eroe seriale, cosa riserveranno lunedì sera gli spettatori all’«infernale plasticità» di Brando, alla luce di Storaro, alla musica di Barbieri? Al genio di Bertolucci?

Il Corriere della sera – 20 gennaio 2019

Nel Mediterraneo delle diaspore dimenticate


    Vicente Mostre, Imbarco dei Mori espulsi dal porto di Dénia (1613)

Le migrazioni di massa non sono una novità. All'inizio del Seicento 300 mila moriscos (i discendenti degli arabi) furono cacciati dalla Spagna. Molti si rifugiarono in Italia. Un libro ne ricostruisce la storia e le reazioni che questi arrivi suscitarono nelle città italiane.

Manfredi Alberti

Nel Mediterraneo delle diaspore dimenticate


Ciò che contraddistingue una ricerca storica veramente originale è la sua capacità di indagare il passato alla luce di domande e questioni nuove che sgorgano dal presente. Lo storico, infatti, non si occupa del passato per un puro interesse antiquario, ma nella misura in cui gli eventi trascorsi consentono di comprendere meglio il mondo a lui circostante. Il legame tra gli eventi trascorsi e l’attualità è particolarmente evidente nell’accurata ricerca che Bruno Pomara Saverino ha condotto sulla vicenda dell’arrivo in Italia dei moriscos spagnoli, divenuti profughi dopo la loro violenta cacciata dai territori della penisola iberica, tra il 1609 e il 1614 (Rifugiati. I moriscos e l’Italia, Firenze University Press, pp. 348, euro 17,90).

Moriscos, nella Spagna cattolica, erano detti i discendenti degli arabo-musulmani presenti nella penisola sin dal VII secolo, costretti alla conversione al cristianesimo dopo la fine della Reconquista avvenuta nel 1492 con la caduta del Regno di Granada. Sarebbero rimasti in Spagna per poco più di un secolo, sempre screditati e malvisti in quanto incapaci di una piena assimilazione dei modelli imposti dall’autorità religiosa e politica. Dopo essere stati vittime della repressione inquisitoriale per non avere veramente interiorizzato la dottrina cristiana, furono espulsi dai territori della monarchia spagnola per decisione di Filippo III, in un momento di particolare debolezza politica e militare della corona.

La cacciata dei moriscos, durata cinque anni, si tradusse in un gigantesco movimento di persone – circa 300.000 – che lasciarono la penisola iberica nei modi più diversi, anche con la deportazione, fino a giungere in altri centri abitati del Mediterraneo dove trovarono un’accoglienza, non sempre sicura e definitiva. Una crisi di profughi o di rifugiati, la definiremmo oggi, che interessò a pieno titolo anche gli stati italiani preunitari, incluso lo stato pontificio.


Pomara Saverino indaga l’arrivo dei moriscos in Italia andando a caccia delle tracce documentarie in grado di attestare l’identità dei rifugiati e le reazioni della società e delle autorità di fronte all’arrivo di questi profughi, consapevole di quanto quella lontana vicenda possa offrire un interessante termine di confronto con i problemi migratori e di assimilazione culturale dei nostri tempi. Mostrando notevoli capacità come esploratore d’archivio, l’autore prende le mosse dagli indizi contenuti nelle carte del Sant’Uffizio romano per tracciare una prima cartografia della diaspora morisca nella penisola italiana. Esamina quindi la corrispondenza diplomatica e i documenti governativi conservati negli archivi dei principali capoluoghi italiani, senza tralasciare fondamentali documenti ecclesiastici come quelli parrocchiali.

Ne viene fuori un quadro estremamente composito, sia per ciò che attiene alle decisioni delle autorità politiche locali sia per quel che riguarda le condizioni personali dei moriscos e i loro percorsi migratori. Se in alcuni casi essi vennero accolti e integrati nel tessuto sociale e produttivo, in altri furono respinti e persino schiavizzati. Molti moriscos videro l’Italia solo come una terra di passaggio verso altre destinazioni, altri riuscirono a integrarsi fino al punto da perdere la loro identità di partenza, ammesso che fosse definibile in modo univoco.

I rifugiati si insediarono più facilmente nelle città con una tradizione di accoglienza di altre minoranze perseguitate: tra queste Livorno, Mantova, Venezia, la stessa Roma pontificia o le grandi metropoli meridionali, Napoli e Palermo, nonostante fossero parte dei domini spagnoli.
Questi casi di integrazione, ci ricorda opportunamente l’autore, furono possibili in quanto non esisteva, in fondo, una stabile e definita «identità morisca», se non laddove il processo di stigmatizzazione e discriminazione non avesse prodotto l’isolamento di quei profughi di origine iberica.

La critica del paradigma identitario risulta dunque essere uno degli spunti di maggiore interesse del lavoro storiografico di Pomara Saverino, anche in relazione all’oggi. La vicenda dei moriscos in Italia conferma infatti ciò che dovrebbe ormai essere scontato non solo nel discorso storiografico ma anche nel dibattito politico: l’identità delle nazioni, come pure quella delle minoranze integrate o discriminate, è sempre un’entità in divenire, oggetto di costruzione e rielaborazione continua. Come avrebbe detto Hegel, il principio di identità irrigidisce la realtà in maniera astratta, impedendo di coglierne la processualità e la trama di relazioni che la caratterizzano. Un’indicazione del pensiero dialettico che oggi sarebbe opportuno non dimenticare, in un’epoca di reviviscenza dei nazionalismi e di innalzamento dei muri conto i «diversi».

Il manifesto – 18 gennaio 2019

sabato 19 gennaio 2019

Quando Bordiga mandò al diavolo i Servizi USA



Qualche mese dopo la morte di Bordiga nell'estate del 1970 Critica sociale, rivista socialista riformista, pubblica un ricordo del rivoluzionario napoletano. L'autore è l'italo-americano Vanni Montana, sindacalista e collaboratore dei servizi segreti americani. L'articolo è importante perchè  testimonia di come Bordiga rifiutasse sdegnosamente nel 1944 ogni contatto con i Servizi USA che intendevano utilizzarlo in funzione anti-togliattiana.


Vanni B. Montana

Ricordo di Amadeo Bordiga


Al ritorno da una breve vacanza, trovo la notizia che la morte ha colto, nella residenza di Formia, Amadeo Bordiga. Aveva 81 anni. Sicuro, Bordiga fu il vero fondatore del partito comunista in Italia, nel teatro San Marco di Livorno, febbraio del 1921. La gioventù socialista, nella schiacciante maggioranza, con in testa il suo vero figlio politico di quel tempo, Giuseppe Berti, lo seguì al canto dell'Internazionale e gli fornì il più entusiastico, direi fanatico sostegno.

Mi sono chiesto sovente, perchè Bordiga, uomo tutto di un pezzo, ingegnere che aveva «matematicizzato» il marxismo più ortodosso, negazione di ogni atteggiamento poetico, romantico, sentimentale, fosse riuscito, in quel tempo, a farsi seguire fanaticamente dalla gioventù socialista, diventata poi, in gran parte, comunista, del Partito Comunista d'Italia.

Forse la spiegazione la diede, a me curioso giovanetto, il Prof. Antonio Graziadei, rinomato marxista di quel tempo: «Bordiga ha il difetto di essere un uomo serio in un popolo ricco di buffoni e di ciarlatani»

Potrei aggiungere, forse, che la chiarezza matematica, e nel contempo massiccia e schiacciante, delle sue tesi, offrivano ai giovani le soluzioni semplicistiche e finalistiche da cui, per loro natura, erano più facilmente attratti.

Bordiga, superato l'astensionismo elettorale del periodo precedente al congresso di Livorno e che gli procurò le critiche di Lenin, ritenne che la rivoluzione non poteva che essere vicina, inevitabile, che il capitalismo italiano non sarebbe riuscito a cavarsela dai sommovimenti di quell'immediato dopoguerra, e che, data la favorevole situazione obbiettiva (la situazione definitivamente rivoluzionaria), per evitare che tutto finisse nel caos, nella fine della civiltà, occorreva approntare la condizione soggettiva, cioè la formazione immediata di un partito comunista, che rompesse con ogni forma di opportunismo politico e sindacale. I giovani erano abbagliati, e per un momento anche chi scrive ne subì un certo incanto.

Preso, tutto preso nel suo «matematicismo» marxista, Bordiga, con le sue Tesi al Secondo Congresso della Terza Internazionale, che fece sostenere da Umberto Terracini, allora suo fedelissimo seguace, sfidò Lenin e Zinoviev, e da quel momento i suoi contrasti con Mosca non si attenuarono, anzi aumentarono di asprezza. Mosca iniziò la manovra sotterranea volta a minargli la base, per corrompergli, non solo ideologicamente, uno dopo l'altro i più fidi collaboratori, fra cui il Berti, uomo e studioso preparatissimo, forse e senza forse più di Togliatti, e da costui perciò a poco a poco declassato in questo ultimo dopoguerra, nella gerarchia suprema del partito comunista italiano. Il partito aveva assunto questo nome dopo che nel congresso clandestino di Lione Bordiga era stato espulso (mi pare che egli allora fosse in carcere in Italia) e dopo che un gruppo di irriducibili bordighiani emigrati in Francia, fra cui il Prof. Michele Pappalardi, il veemente e coraggioso operaio metallurgico toscano Bibbi, ed altri erano stati violentemente aggredito e poi, secondo una loro accusa, denunciati dai nuovi gerarchi del partito alla polizia francese ed espulsi dalla Francia. In tal modo la riorganizzazione strutturale del partito ed il suo asservimento alla politica di Mosca potè continuare senza troppi disturbi bordighiani.

Indubbiamente, l'analisi fatta da Bordiga (ed anche, del resto, da Lenin) che il capitalismo non sarebbe riuscito a risollevarsi dalla crisi del 1921, era errata. Quando il Partito Comunista d'Italia venne fondato, creando la «condizione soggettiva» si era già entrati in una situazione controrivoluzionaria, che trovava la classe operaia italiana sulla difensiva, le sue camere del lavoro, leghe e cooperative, dirette da socialisti e non da comunisti, venivano distrutte col ferro e col fuoco, per cui la scissione di Livorno non trovò né giustificazione storica né successo politico.

Tutto preso nel suo puro matematicismo marxista, Bordiga, alla vigilia dell'ottobre 1922, proprio pochi giorni prima della marcia su Roma, dichiarava che il fascismo non avrebbe preso il potere, perchè il capitalismo gli ... preferiva la democrazia. Quando arrivò a Mosca la notizia che il re  aveva reso possibile il successo della marcia su Roma chiamando al governo Mussolini, Zinoviev cercò di prendersi la «rivincita ideologica» su Bordiga, definendolo «un poteau télégraphique» senza fili e aggiungendo: «Se non fossimo sicuri della sincerità di Bordiga, dovremmo pensare ad un suo tradimento».

Bordiga (al centro) nel primo dopoguerra

Un po' più tardi, Bordiga, nettamente sfidò Mosca, dichiarando che il Partito Comunista d'Italia non avrebbe mai rinunciato al suo diritto di manifestare le proprie vedute anche in dissenso con Mosca. Questo fu il principio della sua fine in quanto capo del partito.

In retrospettiva si potrebbe dire che se Bordiga non fosse finito in carcere e se il Partito Comunista d'Italia non fosse stato sciolto dalla dittatura mussoliniana, Mosca non sarebbe riuscita, come è riuscita poi, ad asservire il comunismo italiano alla sua politica. Il dissenso fra un partito comunista d'Italia, diretto da Bordiga, e il Cremlino sarebbe probabilmente aumentato fino alla rottura. D'accordo sono con coloro i quali dicono che in un certo senso Bordiga fu un precursore del dissenso maoista e del recente dissenso italiano del gruppo del «Manifesto».

Tutti i giornali italiani si occupano in questi giorni di Amadeo Bordiga, figlio napoletano di un alto funzionario piemontese e di una contessa Amidei che volle battezzarlo appunto col nome di Amadeo e non Amedeo come tanti scrivono credendolo più corretto.. Certo Bordiga, figura di assoluta integrità, per ripetere quel che una volta mi disse Graziadei, resta nella storia del comunismo italiano col ... difetto dell' «uomo serio fra tanti buffoni e ciarlatani».

Nell'agosto del 1944, trovandomi a Roma con Antonini poco dopo l'ingresso degli americani - la città era al buio, affamata - una curiosità suscitata dai ricordi giovanili mi fece cercare Amadeo Bordiga.

Un giovane socialista di gran nome, mi disse: «Vuoi vederlo? Te lo faccio vedere». E così lo incontrai. Era rimasto lo stesso del 1921, però con l'aspetto fisico molto meno teso di allora. Non volle nessun aiuto, neanche un caffè. Si ricordava di me, di un articolo che verso il 1921 avevo scritto sull'occupazione, da me capeggiata, del feudo Zafferana nelle vicinanze di Mazara del Vallo in Sicilia. La moglie, Ortensia, della famiglia di Corso Bovio, era sofferente; me lo disse una sua sorella ed a questa, sperando che raggiungesse Ortensia, diedi un po' di quel che Sheba Strunsky, dell'International Rescue Committee, mi aveva consegnato per aiutare qualche bisognoso.


Critica Sociale n. 16-17, 5 settembre 1970



Nota

Giovanni Buscemi nacque a Mazara del Vallo in provincia di Trapani il 12 febbraio del 1902; aderì giovanissimo al PSI e poi, dalla fondazione, al P.C.d'I.; divenne, dopo un arresto nel 1923, confidente della polizia fascista. Alla fine degli anni venti emigrò negli Stati Uniti dove assunse il nome di Vanni B. Montana; successivamente divenne un importante dirigente dei sindacati americani. Intervenne costantemente nelle vicende politiche italiane dalla scissione sindacale del 1948 a tutti gli anni Sessanta. Figura chiave della politica anticomunista svolta in Italia dal Dipartimento di Stato e dai Servizi USA. Morirà a New York il 3 novembre 1991.
Sulla figura di Vanni B. Montana un interessante saggio di Angela Torelli : "La doppia vita di un antifascista italo-americano. Vanni Montana da informatore della polizia italiana ad agente dell'OSS" (in: Nuova storia contemporanea, n. 1, 2004, pp. 81-94).
Nell'articolo  è presente un evidente errore: Bordiga non fu espulso dal partito nel 1926 ma nel 1930.

(In ricordo di Sandro Saggioro e di Avanti Barbari!)

Quando gli elefanti svernavano in Maremma



La scoperta di ossa di pachidermi e tracce di Neanderthal a Poggio Vecchi, nel grossetano.

Federico Gurgone

In Maremma gli elefanti vanno alle terme

Centosettantamila anni sono passati da quando, lontani dalle pretese di dominare la natura trincerandoci nel peccato originale dell’antropocentrismo, cercavamo spazio all’ombra del gigante buono che accarezzava l’erba della preistoria italiana: l’elefante. Questi fotogrammi di vita animale sono raccontati sul numero di gennaio/febbraio della rivista Archeologia Viva: a Poggetti Vecchi, nel Grossetano, sono riemerse le testimonianze di terme pleistoceniche in cui Palaeoloxodon antiquus e Neanderthal cercavano rifugio contemporaneamente per ripararsi dal gelo.

Ossa di pachidermi vennero fuori nel 2012, quando il proprietario di un terreno collinare bagnato da una sorgente naturale decise di ricavarne uno stabilimento. Furono soprattutto zanne lunghe tre metri, rinvenute a oltre due di profondità, a giustificare lo scavo di emergenza che ha condotto alla ricerca appena divulgata dalle archeologhe Biancamaria Aranguren, della Soprintendenza della Toscana, Silvia Florindi e Anna Revedin, dell’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria di Firenze.

Analisi radiometriche elaborate da un’équipe italo-francese hanno datato il sito intorno a centosettantamila anni fa, tra Pleistocene medio e superiore, quando era in corso la penultima glaciazione e le temperature medie erano più basse di sei gradi rispetto a oggi. La Maremma, tra i monti di Vetulonia e il colle di Roselle, era allora ombreggiata da querce e frassini, che proteggevano uri, cervi rossi e caprioli, come dimostrano i fossili identificati. Tra questi si segnalano i resti di sette elefanti, forse appartenenti a un’unica famiglia, venuti sul posto per ritemprarsi con l’acqua termale, senza immaginare che presto sarebbero morti di fame.

La sorpre più grande, però, è rivelata dalla presenza di circa 250 schegge litiche usate dai Neanderthal per la lavorazione del legno e per la macellazione delle carcasse di quegli elefanti, alti quattro metri e pesanti anche dieci tonnellate.

Dato ancora più eccezionale, in quegli stessi strati si sono conservati anche una cinquantina di frammenti di legno di bosso grazie alla protezione offerta dall’acqua: quel che resta di bastoni ricurvi lunghi circa un metro, con la parte più grossa arrotondata per consentire l’impugnatura e l’estremità opposta smussata e in alcuni casi annerita per un uso intenzionale del fuoco. Si tratta probabilmente di digging stick: utensili di cui si servono ancora le comunità residuali di cacciatori-raccoglitori per scavare radici e tuberi.

Il manifesto – 18 gennaio 2019