TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 15 ottobre 2018

Tex, il ranger nato fuorilegge, eroe nell’Italia del dopoguerra



A Milano una bella mostra ricostruisce i settant'anni di Tex, lo storico fumetto che ha accompagnato la vita di generazioni di italiani.

Antonello Catacchio

Tex, il ranger nato fuorilegge, eroe nell’Italia del dopoguerra

Milano, giovedì 30 settembre 1948, le edicole hanno appeso un piccolo manifesto che annuncia «Ragazzi: eccovi finalmente TEX (in grande) L’albo più ricco al prezzo più povero! 36 pagine 15 lire». Con tanto di copertina del primo numero di Tex a striscia dal titolo Il totem misterioso.

Nessuno avrebbe mai potuto pensare che a distanza di settant’anni Tex Willer fosse ancora il fumetto più venduto in Italia e tra i più venduti nel mondo. L’idea era venuta a Giovanni Luigi Bonelli, supportato da Aurelio Galeppini per le tavole e dall’intraprendente moglie Tea Bertasi Bonelli che amministrava la casa editrice Audace. Per la verità neppure il babbo Gianluigi avrebbe scommesso sulla dimensione del successo di Tex, visto che contemporaneamente aveva dato il la a un altro fumetto, quello che avrebbe dovuto spaccare.

    Manifestino pubblicitario per l'uscita di Tex

Il 1948 è un anno decisivo per l’Italia. L’eco e le devastazioni della guerra sono ancora evidenti, da soli due anni il paese è una repubblica, contemporaneamente è stata eletta l’assemblea costituente, per la prima volta le donne hanno votato, il primo gennaio viene promulgata la Costituzione, il 18 aprile si tengono le elezioni per la prima legislatura della Repubblica. La Democrazia Cristiana con il 48,51 % sconfigge duramente il Fronte Democratico Popolare (comunisti e socialisti) che si ferma al 30, 98%.

In questo contesto arriva Tex Willer, un eroe stravagante, sempre schierato dalla parte di chi i soprusi li subisce senza fare troppi calcoli. Ma questo non sarebbe bastato a rendere così popolare il personaggio. C’è dell’altro, per esempio Tex nasce fuorilegge prima di diventare ranger, quindi dalla parte della legge. Dai primi episodi si viene a sapere che ha sposato Lilith, figlia del sakem dei navajos e i due hanno un figlio Kit, Piccolo Falco, quindi un meticcio. Lilith muore subito di vaiolo, un’infezione voluta e trovata (storicamente) dai trafficanti bianchi che intendono sterminare i nativi.

E Tex che nel frattempo ha preso il nome navajo di Aquila della notte, alla morte del sakem diventa capo di tutte le tribù, ha un pard navajo, Tiger Jack, e un altro bianco in Kit Carson. E questo è un altro fattore che aiuta a capire il personaggio che da subito non ha mai discriminato i nativi, mentre, per esempio, lo stesso cinema western ha impiegato un po’ più di tempo per trovare un approccio del genere. Tra l’altro dal prossimo mese uscirà una nuova serie mensile dedicata proprio al giovane Tex Willer, talvolta scritto killer da chi realizzava i fumetti, perché scherzosamente Bonelli talvolta lo scriveva così.


La mostra Tex. 70 anni di un mito è aperta sino al 27 gennaio presso il Museo della Permanente di Milano, in via Turati 34 (info complete in rete www.tex70lamostra.it), dove un enorme Tex domina la parete dividendola con un dipinto di Caravaggio visto che il 4 ottobre si inaugurerà la mostra il Caravaggio oltre la tela. Certo Gianluigi Bonelli sarebbe stato forse perplesso prima ancora che orgoglioso se gli avessero detto qualcosa del genere, ma non bisogna dimenticare il lavoro compiuto da suo figlio Sergio che ha trasformato la casa editrice e i suoi fumetti in un’impresa straordinaria.

Nel percorso espositivo ci sono ottime tavole sinottiche che inquadrano gli assestamenti editoriali di Tex con gli avvenimenti italiani e mondiali, ma per gli appassionati sono le tavole, le curiosità, gli oggetti che rendono questa mostra, curata con affetto da Gianni Bono, assolutamente imperdibile. Oltretutto Tex è un personaggio che ha conquistato intere e diverse generazioni, quindi nonni, babbi, nipoti possono tranquillamente entusiasmarsi, fare selfie (se proprio non possono farne a meno, ma qui almeno è previsto, con tanto di frase da scegliere per la nuvoletta con le parole di Tex).

Poi le curiosità, come l’ostracismo benpensante dei primi anni ’50 quando la chiesa bolla fumetti e fotoromanzi come prodotti da sradicare perché diseducativi nei confronti dei giovani, arrivando a far approdare la questione in parlamento attraverso delle interrogazioni. Anche la censura si fa sentire, e di fronte a una tavola con una donna che spara per difendersi interviene facendo modificare la sequenza: è Tex che spara. E quando è troppo sbrigativo nello stendere i fetentoni di turno deve fare ammenda e limitarsi a far saltare le pistole dalle mani. Altri tempi.

Il manifesto – 2 ottobre 2018

domenica 14 ottobre 2018

Portella della Ginestra. Primo Maggio 1947



Lunedì 15 ottobre alle ore 18
presso la Libreria Ubik di Savona,
incontro con lo scrittore siciliano Mario Calivà
e presentazione del libro
Portella della Ginestra. Primo maggio 1947. Nove sopravvissuti raccontano la strage” (Navarra Editore).
Introduce Giorgio Amico

Il Primo maggio del 1947 duemila lavoratori del Palermitano, della zona di Piana degli Albanesi, di San Giuseppe Jato e di San Cipirello si riunirono a Portella della Ginestra per la Festa del Lavoro. Improvvisamente alcuni uomini, guidati dal bandito Salvatore Giuliano, spararono sulla folla, uccidendo dodici persone e ferendone più di trenta. È la strage di Portella della Ginestra, prima strage di Stato, evento spartiacque del dopoguerra che ha cambiato il corso della storia, da molti considerato il primo grande mistero dell'Italia repubblicana: mai sono stati accertati, infatti, il movente e i mandanti. Dell'eccidio di Portella della Ginestra si è scritto tanto, ma in questo lavoro di Mario Calivà parlano nove testimoni che hanno visto le vittime morire davanti ai propri occhi tra la folla festante. Un prezioso documento di storia orale che permette di andare al di là della storia ufficiale ed entrare nel vivo dei fatti, condividendo emozioni e riflessioni

giovedì 11 ottobre 2018

Il messaggio dimenticato di Karl Marx



Da tempo pensiamo che l'attualità di Marx stia soprattutto nella teoria dell'alienazione e che il cuore del suo pensiero siano i Manoscritti economici-filosofici del 1844.


Paul Mason

Il messaggio dimenticato di Karl Marx



La foto, un po’ sfocata, sembra cogliere Lev Trotskij a metà di una frase. Siamo a casa di Frida Kahlo nel 1937. A sinistra c’è Natalia Sedova, la moglie di Trotskij. A destra ci sono Kahlo e, seminascosta dietro di lei, una giovane donna che ascolta attentamente: è Raja Dunaevskaja, la segretaria di Trotskij. Non sappiamo quale sia l’argomento della conversazione, ma non abbiamo dubbi sulle sue premesse: tutte le persone presenti nella fotografia sono marxiste. Le loro idee sulla politica, l’economia, l’etica e l’arte sono state influenzate dagli scritti di un uomo nato in Germania duecento anni fa.

Trotskij sarà assassinato nel 1940, e da quel momento Sedova riverserà tutta la sua rabbia contro il potere sovietico. Kahlo diventerà una delle artiste più straordinarie del novecento. Ma è Dunaevskaja a costituire il collegamento tra il marxismo classico e l’unica forma in cui la teoria elaborata dal filosofo tedesco può avere senso oggi. “Il marxismo”, sosteneva Dunaevskaja, è una forma di “umanesimo radicale”.

Il 5 maggio si è celebrato il duecentesimo anniversario della nascita di Marx, ma il dibattito sulle sue idee non accenna a finire. La scorsa estate l’estrema destra statunitense ha manifestato a Charlottesville, in Virginia, accusando la città di essere schiava del “marxismo culturale”. Il governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, avverte che il marxismo potrebbe tornare d’attualità a causa della disoccupazione legata all’automazione e delle disuguaglianze. In Cina, intanto, è stata risuscitata una forma di marxismo che è diventata la nuova dottrina di stato. Per capire quello che può e non può sopravvivere del marxismo, dobbiamo chiederci che senso hanno i suoi insegnamenti nelle condizioni profondamente diverse di oggi.


Oltre l’ortodossia

Nel luglio del 1850 Karl Marx era già un teorico della sconfitta. Nel Manifesto del partito comunista (1848) aveva scritto che la missione della classe operaia era abolire la proprietà privata e introdurre il comunismo. Ma aveva capito subito che ci sarebbe voluto un po’ di tempo. Dopo aver cercato per due anni di spingere le rivoluzioni democratiche in corso in Francia e Germania nella direzione della giustizia sociale, aveva ammesso il suo fallimento e si era rifugiato a Londra. Tuttavia, nella stanza sopra a un pub di Soho, davanti a una pinta di birra, Marx continuava a rassicurare il suo compagno d’esilio, Wilhelm Liebknecht, sul fatto che la speranza non era ancora morta. Aveva appena visto il prototipo di un treno a trazione elettrica in mostra a Regent street: l’era del vapore sarebbe finita presto e sarebbe cominciata quella dell’energia elettrica. Liebknecht scrisse: “Marx, tutto entusiasta e rosso in viso, mi disse: ‘Adesso il problema è risolto, e le conseguenze sono imprevedibili. Alla rivoluzione economica deve necessariamente seguire quella politica, perché la seconda è solo l’espressione della prima”. Tra i fumi del tabacco, Marx aveva delineato una versione semplificata della concezione materialistica della storia. A quella ne sarebbe seguita una più complicata.

Nella prefazione al saggio Per la critica dell’economia politica (1859) Marx spiega che il cambiamento sociale nasce dal conflitto tra due realtà create dagli esseri umani: le forze produttive – cioè la tecnologia e le competenze necessarie per usarla – e i rapporti di produzione, il modello economico necessario per dar vita alla tecnologia. Insieme, sostiene Marx, la tecnologia e il modello economico costituiscono la “struttura” su cui in ogni sistema si fondano le “sovrastrutture”, cioè le leggi, le istituzioni politiche, le culture e le ideologie. Le rivoluzioni scoppiano quando il sistema economico ritarda il progresso tecnologico.

Dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848, Marx dedicò la sua vita a due progetti complementari: la creazione di partiti della classe operaia che difendessero gli interessi dei lavoratori e li preparassero a conquistare il potere, e l’analisi delle dinamiche del capitalismo industriale. Solo una volta, in un quaderno rimasto inedito per più di cent’anni, Marx azzardò un’ipotesi sulla forma che la rivoluzione tecno-economica avrebbe potuto assumere. Nel Frammento sulle macchine, scritto nel 1858, Marx immagina un’epoca in cui le macchine fanno la maggior parte del lavoro e in cui la conoscenza, diventata “sociale”, si incarna in quello che il filosofo chiama “intelletto generale”. Dato che il capitalismo si basa sui profitti generati dai lavoratori, non può sopravvivere a un livello di progresso tecnologico che elimini la necessità del lavoro. Il conflitto tra proprietà privata e conoscenza sociale condivisa, dice Marx, farà “saltare in aria” le fondamenta del capitalismo. Questa profezia, così palesemente anticipatrice della nostra epoca di robot e conoscenza condivisa, è rimasta negli archivi fino agli anni sessanta.



Nei cinquant’anni successivi alla morte di Marx, nel 1883, le sue idee subirono tre reinterpretazioni. All’inizio il suo collaboratore Friedrich Engels cercò di sistematizzare il pensiero di Marx in una teoria onnicomprensiva, che non si fermava alla storia ma teneva insieme perfino la fisica, l’astronomia e l’etnografia. Questo era il marxismo che studiarono i leader dei primi partiti socialisti, i quali ne fecero una seconda revisione, sostenendo che le teorie di Marx conducevano a un socialismo parlamentare pacifico, non alla rivoluzione.

Infine, a partire dal 1899, emerse un marxismo basato sulla lotta di classe, che metteva la forza di volontà dell’essere umano e il suo slancio organizzativo al di sopra dell’ineluttabilità dello sviluppo storico. Questo era il marxismo che Trotskij e Sedova avevano imparato nei movimenti clandestini in Russia, e che nel 1902 li aveva costretti all’esilio a Parigi. Secondo questa teoria, la Russia sarebbe potuta diventare democratica solo sotto la guida della classe operaia. Per questo bisognava organizzare i lavoratori in partiti agguerriti e gerarchizzati proprio come gli stati governati dagli zar e dai kaiser che i lavoratori stessi volevano abbattere. Le loro armi dovevano essere gli scioperi e le barricate, non le elezioni e l’attivismo culturale.

Ma il marxismo dei primi del novecento conteneva anche una teoria della classe operaia opposta a quella di Marx. Per il filosofo tedesco le rivoluzioni del 1848 erano fallite perché il capitalismo non era ancora maturo per essere abbattuto. Per Lenin, nel 1902, erano i lavoratori a non essere pronti. E non lo sarebbero mai stati senza la guida di un’élite, senza l’avanguardia di un partito clandestino che li spingesse all’azione. Lenin sosteneva che l’intera classe operaia specializzata del mondo sviluppato ormai era stata comprata dai guadagni dell’imperialismo: fare la rivoluzione era compito dei lavoratori non specializzati in occidente e dei popoli dei paesi meno sviluppati.

Più o meno a partire dal 1910 le rivolte nazionaliste e le guerre per la terra scoppiate in Messico, Cina, Irlanda e infine in Russia sembrarono confermare questa teoria. Trotskij e Sedova avevano assistito alla nascita di questo nuovo marxismo rivoluzionario. La generazione di Kahlo e Dunaevskaja conosceva invece solo questa versione. Dunaevskaja era nata nel 1910 da genitori ebrei nell’odierna Ucraina ed era emigrata a Chicago con loro nel 1922. Era entrata nel Partito comunista a 14 anni, durante uno sciopero scolastico. Avrebbe lasciato il partito quattro anni dopo, quando fu gettata giù dalle scale per aver criticato l’espulsione di Trotskij dal Comintern e dal Partito comunista sovietico.

    Raya Dunayevskaja

Trotskij era stato uno dei leader della rivoluzione del 1917. Poi aveva partecipato all’abolizione del controllo delle fabbriche da parte dei lavoratori e alla repressione delle opposizioni di sinistra. Ma a partire dal 1923, davanti alla nascita di una nuova élite di burocrati, aveva lanciato un suo movimento di opposizione. Negli anni trenta era ormai arrivato alla conclusione che lo stalinismo e il fascismo erano “gemelli”, separati esclusivamente dalle teorie economiche su cui si basavano.

Nel movimento trotskista Dunaevskaja aveva il compito di curare, da un ufficio di New York, un giornale in lingua russa distribuito nell’Unione Sovietica. Era arrivata in Messico nel luglio del 1937 per lavorare come stenografa e traduttrice di Trotskij, mentre le grandi purghe cominciavano a decimare le loro reti clandestine.

Kahlo era entrata a far parte del movimento dei giovani comunisti messicani nel 1928, a 21 anni. “Sono comunista per natura”, avrebbe scritto in seguito. Per la generazione dei giovani intellettuali messicani attratti dal comunismo, quest’identità politica implicava non solo la sperimentazione sessuale e artistica, ma anche un profondo impegno nei confronti delle culture indigene e un grande entusiasmo per le rivolte dei contadini guidate da Emiliano Zapata. Le persone ritratte nella fotografia condividevano una serie di idee di fondo che potremmo riassumere così: le rivoluzioni di solito scoppiano nei paesi arretrati; richiedono una guerriglia mobile, l’occupazione di terre e una lotta spietata contro i ricchi; un partito marxista deve guardarsi dal conservatorismo della classe operaia occidentale e difendere piuttosto i popoli indigeni e quelli oppressi; la classe operaia è il “soggetto rivoluzionario” intrinsecamente nemico del capitalismo, anche se momentaneamente fuorviato.

Erano tutte persone pronte al sacrificio e disposte a usare la manipolazione e la violenza per raggiungere il loro obiettivo. Ma ognuna si sforzava, a modo suo, di preservare un marxismo dal volto umano, di resistere alle menzogne, agli omicidi di massa e alla repressione della libertà innescata dallo stalinismo. La tragedia è che nessuno di loro aveva compreso quanto profondamente umanista fosse il marxismo quando era stato concepito. Solo Dunaevskaja un giorno lo avrebbe capito.

Marx non amava la filosofia: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo, quello che conta è cambiarlo”, scrisse. I Manoscritti economico-filosofici – scritti nel 1844 a Parigi, ma pubblicati a Mosca solo nel 1932 – dimostrano come arrivò a quella conclusione: attraverso una critica alla filosofia dell’illuminismo, profondamente imbevuta di umanesimo, e che discende direttamente da un concetto di natura umana riconducibile ad Aristotele attraverso sant’Agostino e Hegel. Lo scopo degli esseri umani, dice Marx nel 1844, è liberarsi. Sono schiavi non solo del capitalismo e di uno specifico tipo di società basata sulle classi, ma di un problema che nasce dalla loro stessa natura sociale, che li obbliga a lavorare in gruppo e a collaborare tra loro usando il linguaggio e non solo l’istinto. Quando noi esseri umani produciamo un oggetto, o scopriamo una nuova idea, tendiamo a proiettare il nostro concetto di “io” in quest’oggetto o idea: è il processo che Marx chiama alienazione, o estraniazione. Poi consentiamo ai nostri prodotti, mentali e materiali, di esercitare un potere su di noi, sotto forma di religioni o superstizioni, idolatrando i beni di consumo o rispettando insensatamente routine e forme di disciplina che ci siamo imposti da soli.

Per superare l’alienazione, Marx sostiene che l’umanità deve liberarsi di tutte le gerarchie e le divisioni di classe, il che significa abolire sia la proprietà privata sia lo stato. I manoscritti del 1844 contengono un’idea che nel marxismo è andata perduta: il concetto di comunismo come “umanesimo radicale”. Il comunismo, diceva Marx, non è semplicemente l’abolizione della proprietà privata, ma la “riappropriazione dell’essenza umana da parte dell’uomo e per l’uomo… Il totale ritorno dell’uomo a se stesso come essere sociale (cioè umano)”. Quindi, sostiene Marx, il comunismo non è l’obiettivo finale della storia umana. È solo la forma che la società assumerà dopo quarantamila anni di organizzazione gerarchica. Il vero obiettivo della storia umana è la libertà, la realizzazione personale di ogni singolo individuo.


Nel 1932, quando pubblicarono questi quaderni, gli accademici sovietici li trattarono come un errore imbarazzante dell’autore. Accettare quelle idee avrebbe significato ammettere che alla base dell’intera concezione materialistica della storia – fatta di classi, rapporti di produzione, tecnologia contrapposta all’economia – c’era un profondo umanesimo con una serie di implicazioni morali. Dunaevskaja, che riuscì a mettere le mani su una versione russa dei Manoscritti negli anni quaranta, passò quasi dieci anni a cercare di venderne la sua traduzione inglese, fino a quando non decise di pubblicarla da sola a metà degli anni cinquanta. Aveva capito che i Manoscritti mettevano in discussione tutte le precedenti interpretazioni di Marx.

Per i burocrati sovietici, il contrasto tra l’idea marxiana di libertà e la loro squallida e opprimente realtà era evidente. Per il marxismo occidentale, che ormai era ossessionato dallo studio delle strutture permanenti, ecco che Marx non parlava più di forze impersonali ma di un concetto chiaro e quasi aristotelico di natura umana, di autonomia e benessere. Era forse possibile, si chiedeva Dunaevskaja, che tutte le disgrazie capitate alla sinistra marxista fossero dovute alle rigide teorie divulgate da Engels? Era possibile che la spietatezza del bolscevismo, sempre giustificata dall’obiettivo di dare il potere alla classe operaia, fosse inconciliabile con il comunismo immaginato da Marx? Era possibile che, dopotutto, il comunismo non costituisse una rottura con l’umanesimo filosofico dell’illuminismo, ma ne fosse invece l’espressione più compiuta?

Queste furono le domande che Dunaevskaja si fece, sulla base delle quali stabilì nuove priorità pratiche. In futuro la sinistra avrebbe dovuto costruire le sue politiche partendo dall’esperienza dei singoli esseri umani e dalla loro ricerca della libertà. Negli Stati Uniti degli anni cinquanta questo significava non solo appoggiare la lotta degli operai nelle fabbriche, ma anche sostenere il femminismo, i diritti civili dei neri, i diritti dei popoli indigeni e le lotte antimperialiste del sud del mondo. E significava anche sostenere inequivocabilmente le rivolte contro lo stalinismo che esplosero in Germania nel 1953 e in Ungheria nel 1956.

Quando i ricercatori alla fine degli anni sessanta scoprirono e pubblicarono il Frammento sulle macchine, Dunaevskaja capì che era l’ultima tessera del puzzle: non era una teoria sul crollo economico del capitalismo dovuto al calo dei profitti, ma una teoria della liberazione tecnologica. Marx aveva previsto che, liberato dal peso del lavoro grazie ai progressi dell’automazione, il genere umano avrebbe usato le sue energie “per il libero sviluppo dell’individuo”, non per realizzare un’utopia collettivistica.


Frida Kahlo prese invece una strada diversa. Il suo ultimo quadro la mostra seduta sotto un ritratto di Stalin. Aveva avuto una storia d’amore con Trotskij e lo aveva visto mentre veniva ucciso in casa sua. E aveva praticato un tipo di pittura surrealista che Trotskij apprezzava ma che Mosca considerava degenerata. Perché aveva deciso di celebrare l’uomo che aveva ordinato l’uccisione di Trotskij? Anche se Frida Kahlo non poteva saperlo, il tema centrale della sua arte era sempre stato il concetto marxista di alienazione. La pittrice considerava l’io il luogo in cui sarebbe stata raggiunta la liberazione umana; nei suoi quadri aveva esplorato l’alienazione del suo sesso, della sessualità, della disabilità e dell’etnicità.

Le sue efficaci rappresentazioni dell’infelicità e dell’isolamento l’hanno fatta diventare, a partire dagli anni settanta, una specie di santa patrona del femminismo. Ma è chiaro che l’artista considerava non marxisti e antipolitici i suoi quadri oggi più famosi. Una volta li definì “piccoli e poco importanti, pieni di temi personali che interessano solo a me e a nessun altro”. I veri quadri politici erano quelli di suo marito Diego Rivera. L’idea che anche il personale è politico non apparteneva alla sua generazione.

Durante la guerra fredda, mentre tutto il mondo si schierava con l’occidente o con l’Unione Sovietica, Kahlo fece la stessa scelta di molte altre persone di sinistra: si iscrisse al Partito comunista messicano e rinnegò Trotskij. Anche i suoi quadri cambiarono. Cominciò a dipingere grandi allegorie sociali, come Il marxismo guarirà gli infermi (1954), in cui non comparivano più gli aspetti mistici e metaforici delle sue prime opere. Non fu una scelta da dilettante della politica. Nel 1952 aveva scritto sul suo diario: “Non sono mai stata trotskista. Capisco perfettamente la dialettica materialista di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao Tse. Li amo e li considero i pilastri del nuovo mondo comunista”.

La traiettoria politica di Kahlo è un chiaro esempio di quello che succede al marxismo quando si allontana dall’umanesimo. La pittrice doveva tenere il suo interesse artistico per i traumi psicologici e per la libertà sessuale nettamente separato dall’ideologia del materialismo dialettico. Il suo accento sull’io indifeso, sulla bellezza della persona oppressa, sull’ineludibile potere della natura, era frutto della stessa idea di libertà che Marx aveva espresso nel 1844. Ma Kahlo non riusciva a conciliarlo con il marxismo della propaganda sovietica. E alla fine ebbe la meglio la propaganda. 



Di fronte al dilemma 

Cosa rimane del marxismo nella nostra era di euforia tecnologica e di catastrofi ambientali? Di certo non la sua idea di classe: nonostante la forza lavoro del pianeta sia raddoppiata, gli operai dei paesi in via di sviluppo sono intrappolati nella società borghese quanto lo erano i loro colleghi bianchi del novecento. Le agitazioni sul lavoro continueranno, ma il capitalismo ha imparato a evitare che si trasformino in rivoluzioni. Tutto questo sembra tragico solo se non si sono mai letti i Manoscritti economico-filosofici. Il Marx del 1844 teorizzava prima il comunismo e poi il ruolo dei lavoratori nel realizzarlo. Il comunismo non era il punto finale della storia ma, come disse una volta usando un’immagine quasi poetica, la fine della preistoria. Per il Marx di quei primi scritti, i lavoratori avrebbero realizzato il comunismo grazie al loro desiderio di autoeducarsi e di formare associazioni cooperative, non comportandosi come automi, spinti solo dai propri interessi materiali.

All’inizio degli anni sessanta il filosofo francese Louis Althusser “risolse” il problema dei Manoscritti dichiarandoli antimarxisti. A suo avviso, rappresentavano il “Marx più lontano da Marx”, una filosofia umanistica che sarebbe dovuta “tornare nell’ombra”. Eppure Althusser riconobbe che la loro pubblicazione era stata un “evento importante per la teoria”. In effetti ancora oggi chi si definisce di sinistra deve farci i conti. Una volta che i Manoscritti furono portati alla luce, il dilemma apparve chiaro: o il marxismo è una questione di liberazione dei singoli esseri umani o è una questione di forze impersonali e di strutture che possono essere studiate ma a cui raramente si può sfuggire. o esiste una “essenza umana” che possiamo riscoprire abolendo la proprietà e le classi o siamo solo un mucchietto di ossa condizionato dall’ambiente che ci circonda e dal nostro dna. o sono gli esseri umani a fare la storia, come aveva detto Marx, o è la storia a fare la storia.

Negli ultimi cinquant’anni il pensiero accademico di sinistra ha seguito in buona parte la strada antiumanista tracciata da Althusser. Dunaevskaja, come gli altri che dopo la guerra e il genocidio avevano abbracciato l’umanesimo, fu molto apprezzata ma anche considerata fuori dagli schemi. Tuttavia, il Marx che contribuì a riscoprire è tutt’altro che irrilevante per il nostro futuro. Se vogliamo difendere i diritti umani dal populismo autoritario e se pensiamo che gli esseri umani debbano poter limitare e tenere a freno le attività delle macchine pensanti, dobbiamo avere un preciso concetto di umanità da difendere. 



Il soggetto rivoluzionario 

Se il Marx del 1844 ha ragione, l’ideale della liberazione umana e del comunismo può sopravvivere all’atomizzazione e alla dispersione della classe operaia che avrebbe dovuto realizzarlo. Come hanno dimostrato le primavere arabe del 2011, le grandi masse umane oggi hanno la stessa capacità di agire autonomamente, di educarsi e di collaborare che Marx ammirava nella classe operaia parigina degli anni quaranta dell’ottocento. 

Come aveva ben capito Dunaevskaja, a far scattare l’impulso verso la libertà non è solo lo sfruttamento, ma anche l’alienazione, la repressione del desiderio, le sistematiche umiliazioni subite dalle vittime del razzismo, del sessismo e dell’omofobia. Dovunque persegue obiettivi che calpestano l’umanità delle persone, il capitalismo suscita rivolte. Lo vediamo ogni giorno intorno a noi. Nel prossimo secolo, come aveva previsto Marx, è probabile che l’automazione combinata con la socializzazione della conoscenza ci offra l’opportunità di liberarci dal lavoro. Questo fenomeno farà “saltare in aria” il capitalismo. E il sistema economico che lo sostituirà dovrà avere come obiettivo quello delineato dal filosofo tedesco nel 1844: la fine dell’alienazione e la liberazione dell’individuo. 

Se potessi dialogare con le persone ritratte in quella fotografia del 1937, dopo essermi congratulato per la loro magnifica vita di resistenza e sofferenza, gli direi: “Il desiderio di un marxismo umanista che state reprimendo, l’impulso verso la liberazione individuale, in realtà sono già in Marx e aspettano solo di essere scoperti. Perciò dipingete quello che volete, amate chi volete. Al diavolo il partito. Il vero soggetto rivoluzionario è l’io!”. 

Internazionale – 8 giugno 2018

Un’ossessione chiamata Dostoevskij



Perché il grande autore russo continua ad affascinarci? Quale segreto nasconde il suo senso di colpa? Quale fu il ruolo delle sue malattie? Viaggio nella vita dell’uomo che osò dire: "Soltanto la bellezza pura salverà il mondo".

Pietro Citati

Enigmi. Un’ossessione chiamata Dostoevskij


Non si finisce mai di leggere Dostoevskij. Non solo i grandi romanzi e i racconti brevi, di cui esistono numerose edizioni. Ma, ecco qui, in italiano, francese ed inglese, una serie straordinaria di volumi: testi di Dostoevskij o che lo riguardano direttamente o indirettamente: Récits, chroniques et polémiques, a cura di Gustave Aucouturier (Gallimard, 1969), migliaia di pagine, che conducono dal Doppio agli articoli del Tempo: la corrispondenza, tre volumi sino al 1881 (Barillat, 2003) a cura di Jacques Catteau, studioso di qualità eccezionale: la corrispondenza tra Dostoevskij e la moglie (ed. Radouga, 1986); la grande biografia di Joseph Frank (Princeton University Press, 1979-2002); e infine i Carnets della moglie (ed. Radouga, 1986), e il vecchio Dostoevskij marito (Bompiani, 1939). Non c’è limite a Dostoevskij, il quale progetta continuamente nel futuro, come se la sua opera appartenesse esclusivamente a ciò che non esiste.

In primo luogo, ecco le fonti: il libro di Giobbe, il Don Chisciotte, testi di Poe, e di De Quincey: Eugénie Grandet di Balzac, Madame Bovary: la musica ascoltata all’aperto, nei Grandi Giardini d’Estate: Mozart, Beethoven, Meyerbeer: la falsa fucilazione, la vita nella fortezza di Pietro e Paolo; la lettura di Gibbon, Prescott, Jane Eyre; sotto la protezione del pro-pro-pro zio di Vladimir Nabokov, che fingeva di detestare Dostoevskij.

Tutti, in primo luogo gli amici, come Katkov e Maikov, si chiedevano chi fosse Dostoevskij. Certo, non assomigliava a se stesso: era, sempre e dovunque, un altro; da qualsiasi parte lo si guardasse. Era un uomo solo: distrutto e ossessionato dalla solitudine, e da una insaziabile chiacchiera. Conosceva benissimo la realtà: la conosceva perché era posseduto da un fortissimo senso di colpa.



Lavorava di notte: oppure non dormiva la notte, posseduto dalla scrittura. Non si sentiva mai compreso, sopratutto quando lo era. Ma, qualsiasi cosa scrivesse o dicesse, amava profondamente la vita — sino alla fine dei suoi ultimi giorni, anzi sino all’ultimo momento. Qualche volta, Dostoevskij appariva in società tra gli uomini distratti, disattenti e falsi. Camminava lentamente e pesantemente, strascicando i piedi, quasi portasse ancora i ferri che, per quattro anni, lo avevano stretto in Siberia. Pareva un soldato degradato, un malato fuggito dall’ospedale. Gli occhi piccoli e spenti erano ostilissimi, la voce era bassa e sorda, il colorito terreo; e una rete minuziosa di ombre gli solcava il volto. Talvolta arrivava più cupo della notte: non salutava nessuno; posava le mani come secchi pezzi di legno. Si sarebbe detto che preparava un piano d’attacco, con la testa bassa e il viso contorto da una smorfia. Ma sapeva parlare mirabilmente, come Tolstoj. Era un conversatore meraviglioso. Cominciava a parlare con la voce bassa e rotta, quasi bisbigliando.

Quando si infiammava, una luce dolcissima e seducente gli accendeva il viso; e parlava con una esaltazione crescente, con occhi brillanti e ispirati. E all’improvviso diceva, come il principe Myškin nell’Idiota: «La Bellezza Pura salverà il mondo». Forse non ci credeva: la Bellezza Pura non esiste — ma mentre pronunciava questa parole conosceva ogni aspetto ed ombra della realtà.

Non sapeva le cause e le origini del suo mal caduco. Ma certo, almeno due volte alla settimana, veniva posseduto da attacchi epilettici, che probabilmente erano cominciati in Siberia. L’intelligenza impallidiva, la memoria si oscurava, non ricordava il volto delle persone. Come Leopardi, forse più di Leopardi, conosceva la noia: la terribile noia; e sottolineava la parola terribile. A Ems, dove curava il suo enfisema, soffriva il volto più tremendo della noia: ciò che chiamava cafard. Sentiva di aver commesso una colpa: o, più probabilmente qualcuno l’aveva commessa in suo nome, per lui e contro di lui. Non sapeva mai — noi lo sappiamo — se i suoi romanzi erano riusciti, o un tremendo fallimento.



Aveva bisogno di denaro, che gli mancava sempre, a costo di farselo prestare dagli odiatissimi ebrei. Aveva bisogno di giocare: specie a Homburg, nel nord della Germania; a costo di lasciare la moglie Anna senza un kreutzer.

Vendeva l’orologio, i vestiti, gli orecchini e la pelliccia della moglie. Non c’era altra salvezza che il gioco: nient’altro di positivo. Aveva un solo desiderio: tornare in Russia, a Pietroburgo. Ma anche scrivere era un gioco: sopratutto se congetturava un «gigantesco romanzo» che sarebbe diventato L’adolescente o I fratelli Karamazov. Invidiava Tolstoj; e specialmente Anna Karenina.

Viaggiava: era dappertutto; Londra, Ginevra, Milano, la caldissima Firenze, soprattutto Dresda. Verso la fine degli anni Settanta non tollerava più la Germania, la Svizzera e l’Italia; e nemmeno Dresda e le sue rarissime bellezze, care a Bellotto. Anche Ems — la più famosa stazione termale renana, gli sembrava intollerabile, sebbene pensasse che le quotidiane cure termali giovassero alle sue vie respiratorie. Ems era piena di russi, più russi dei tedeschi, che assomigliavano tutti all’imperatore Guglielmo. Si comprò un bastone e due cappelli di feltro. Tutto, in Germania, a Berlino, a Ginevra, a Ems, era letteralmente insopportabile.

L’isolamento lo rese ipocondriaco. All’improvviso il tedio — il tedio che era la sua vera vita — lo possedeva. Voleva ritornare a Pietroburgo, a cui aveva dedicato, fin dalla giovinezza, il suo cuore e il suo spirito. Voleva ascoltare quelle parole russe, leggere quei giornali russi. Gli attacchi epilettici lo assalirono ancora, nella notte e nelle prime ore del giorno, e non poteva difendersi.

  

Vide e rivide il Cristo al sepolcro di Hans Holbein il Giovane al Museo di Basilea. Rimase a lungo a contemplarlo. Il viso di Cristo era atrocemente sfigurato dai colpi, con occhi dilatati, pupille storte, il bianco degli occhi aperto e scoperto. Quel Cristo — almeno quel Cristo — era irreparabilmente morto, e lui non poteva tollerare la sua espressione di cadavere.

Accadde qualcosa di meraviglioso e terribile. Si liberò dalla paura del gioco: a casa non c’era più nulla, né tè né zucchero, né soldi per pagare il pranzo e l’affitto. Era il tempo di lasciare l’Europa, tornando nel cuore vivo e vibrante della Russia: l’immensa, umida, accecante, ancestrale Pietroburgo, la stessa adorata da Nabokov. Tornò nella città di Pushkin, dove tutti dicevano: «Che c’è di nuovo?» oppure «Che ne dite di questo giorno?».

Molti anni prima Dostoevskij aveva sposato Anna Snitkina: «Amica mia, sono dieci anni che sono innamorato di te, e sempre crescendo». «Era il mio angelo custode». Fu, nell’insieme, un matrimonio felice, sebbene Dostoevskij potesse scatenarsi con furore. Le baciava le mani, le carezzava i piedi, con un erotismo ossessivo. «Dimmi, mia cara. Mia luce, mia piccola sorella, dimmi quello che devo fare per guadagnarmi il tuo cuore». La sognava di continuo; e voleva che lei lo sognasse. «Ti stringo tra le mie braccia. Ti abbraccio in immagine tutta intera (capisci?). Abbraccio le tue mani, i tuoi piccoli piedi!». «Dopo ogni lunga separazione, mi sono innamorato di te, e ti ritrovo ogni volta innamorata». «Ti stringo tra le mie braccia e ti abbraccio, te e le tue care mani, i tuoi piccoli piedi (che tu non mi permetti di abbracciarti)».

Anna sognava il marito, sempre più triste e angoscioso, come se avesse peccato anche lei senza saperlo. Di solito Dostoevskij si svegliava molto tenero, nel cuore inoltrato del pomeriggio. Sullo sfondo stava Tolstoj, il quale pensava che Anna fosse la migliore delle mogli. La vita comune non durò a lungo.

Nella notte dal 25 al 26 gennaio 1881 del calendario giuliano Dostoevskij cadde a terra. La mattina del 28 gennaio si accorse subito che sarebbe morto, sotto il segno di un versetto di Matteo (3, 15). Disse a Anna: «Sono tre ore che non dormo, e credo, e ora sono certo, che morirò oggi». Morì alle 20.30 del 28 gennaio 1881.

La Repubblica – 24 settembre 2018

mercoledì 10 ottobre 2018

Massoneria e Tradizione esoterica occidentale




Nata nella sua forma attuale nel 1717, la Massoneria conserva uno straordinario “giacimento” di simboli (biblici, gnostici, alchemici, astrologici) che la rende la principale (se addirittura non l'unica, come sosteneva René Guénon) rappresentante della tradizione esoterica occidentale. Se ne parlerà nel secondo incontro di Pillole per la mente

venerdì 12 ottobre, alle ore 21.00, 
nel Teatrino Mons. Bertolotti di Altare 

Massoneria e Tradizione esoterica occidentale
Visita virtuale ad un Tempio massonico



Vizi e virtù degli animali. I Bestiari medievali



Nel Medioevo, società profondamente connotata dal simbolismo, ogni animale rappresentava un vizio, una virtù, un concetto filosofico o teologico. Un grande libro con splendide illustrazioni ricostruisce quel mondo simbolico con risultati affascinanti.

Mario Mancini

Bestiari medievali: incanti e terrori della zooletteratura

Il leone e l’aquila sono nemici del serpente, ci dicono i bestiari. Il mondo degli animali, attraverso le loro «nature», che significano attitudini e caratteri, vizi e virtù, è un regno privilegiato della fantasia e della letteratura. Nella cultura cortese gli animali irrompono nelle sue storie – nell’Yvain (1170-1180) di Chrétien de Troyes il protagonista assiste a un feroce duello tra un leone e un serpente – sono dipinti sugli scudi e svettano sui cimieri. Sempre in Chrétien, nel Chevalier de la charrete, si descrivono punto a punto gli scudi di un torneo, con i loro emblemi: un leopardo, un fagiano, un leone, un cervo, due rondini e, insieme, un’aquila e un drago. L’aquila, il più regale degli animali, capace, senza distogliere gli occhi, di fissare il sole, a fronte del serpente-drago, l’animale più sinuoso e infuocato, capace di astuzia e di veleno, ma anche di guarigione, come, rievocando la sua spedizione presso gli indiani Pueblo, raccontò Aby Warburg nel Rituale del serpente. Con il cristianesimo questo mondo di forze misteriose, già indagato da Aristotele, da Plutarco, da Apuleio, da «maghi» leggendari come Zoroastro, Ermete Trismegisto, Salomone, dall’ermetismo demoniaco dell’autore del Picatrix, conosce una svolta di grande significato.


Nelle Scritture c’è sempre verità

Commentando il Salmo 61, osserva Sant’Agostino: «Fratelli, siano vere quelle cose che si dicono del serpente e dell’aquila o siano invece una leggenda degli uomini anziché la verità, tuttavia nelle Scritture c’è sempre la verità e non è senza motivo che le Scritture ci riferiscano tali cose. Mettiamo quindi in pratica ciò che tali immagini significano, e non ci affatichiamo a cercare se corrispondono o meno a verità». Questo stretto legame tra gli animali e l’esegesi biblica è all’origine stessa dei «bestiari», che virano le trattazioni di Plinio, di Oppiano, di Eliano, di Solino, in una direzione teologica e spirituale.

Il bestiario simbolico più famoso è il Fisiologo greco, scritto ad Alessandria d’Egitto nel II secolo, seguito, con l’aggiunta di numerose citazioni bibliche e di insegnamenti morali, dal Fisiologo latino, che risale all’VIII e al IX secolo. Il Fisiologo greco, con quello latino, nelle sue quattro redazioni, insieme ai testi latini e volgari, molto autonomi e creativi, che ne derivano, e ai Fisiologi in lingua etiopica, in tedesco antico, in anglosassone, in medio inglese, in islandese antico, in russo, sono ora raccolti, con il testo a fronte, in un prestigioso volume che costituisce la più amplia raccolta di questi testi finora pubblicata: Bestiari tardoantichi e medievali I testi fondamentali della zoologia sacra cristiana, a cura di Francesco Zambon (Bompiani «Classici della cultura europea», pp. 2450, € 50,00). Il curatore redige anche tutti i «cappelli», garantendo così un disegno fortemente unitario, mentre le nuove traduzioni sono di Roberta Capelli, Silvia Cocco, Claudia Cremonini, Manuela Sanson e Massimo Villa. Arricchisce il volume un prezioso apparato illustrativo di 74 immagini a colori.



Esperto di sacro, gnosi e misteri

Nessuno meglio di Francesco Zambon, che nel 1975 traduceva il Fisiologo greco e nel 1987 Li Bestiaires d’amours di Richart de Fournival, che è un mirabile esperto di scritture sacre, di gnosi e di misteri – tra i suoi libri: L’alfabeto simbolico degli animali (2001), Metamorfosi del Graal (’12), L’elegia nella notte del mondo (’17) – poteva ideare e curare un volume come questo.

L’Introduzione delinea, con chiarezza e sicura dottrina, i fondamenti teologici del bestiario e la struttura del Fisiologo: una sequenza di cinquanta brevi capitoli, di forma bipartita, dove nella prima parte è descritta la «natura» di un animale o pianta o pietra, mentre nella seconda è svolta un’interpretazione allegorica che la riferisce a temi o figure della dotrina cristiana.

Così il pellicano, che uccide i suoi piccoli e poi li risuscita versando il suo sangue sui loro corpi, significa Cristo, che con il suo sangue ci ha ridato la vita. Così l’aquila, che brucia nel sole le sue vecchie ali e poi rinnova la sua giovinezza immergendosi in una fonte, rappresenta il cristiano, che dopo essersi spogliato dell’«uomo vecchio» si immerge nel fonte battesimale rinnovandosi spiritualmente. Così la fenice, che ogni cinquecento anni si incendia sull’altare di Eliopoli e dopo tre giorni rinasce dalle sue ceneri, è simbolo di Cristo, per noi risuscitato il terzo giorno.

Già l’Antico Testamento offriva, accanto alla simbologia visionaria di Daniele e di Ezechiele, numerosi esempi di figure e di allegorie tratti dal mondo animale: a partire di qui Filone Alessandrino, in ambito giudaico, sviluppa un’interpretazione simbolica, ripresa poi da Origene e da Agostino. Sono i presupposti teologici del bestiario: tutte le realtà materiali sono immmagini o specchi della realtà spirituale e divina, tutto il mondo è un simbolo. Come leggiamo nella Lettera ai romani (I, 20): «Ciò che Dio ha di invisibile fin dalla creazione del mondo si rende visibile all’intelletto attraverso le sue opere».

Molto suggestive sono le pagine che Zambon scrive sulla «teologia negativa» nella Gerarchia celeste dello pseudo Dionigi l’Areopagita e in Giovanni Scoto Eriugena – dove sui «simboli somiglianti» si privilegiano i «simboli dissomiglianti» delle creature più basse, infime e spregevoli come il verme, a misuarare la distanza che separa il simbolo dalla realtà simboleggiata, liberandoci così dal compiacimento antropomorfico e dal pericolo dell’idolatria – e sulla «nominazione degli animali da parte di Adamo», narrata in Genesi 2, 19-20.



I nomi coniati da Adamo

Adamo, a cui Dio ha chiesto di dare i nomi agli animali, conia dei nomi perfettamente corrispondenti alla loro natura. L’esatta nominazione conferma l’armonia dell’universo. E Cristo, che è venuto a restaurare la condizione paradisiaca perduta dall’uomo in seguito al peccato originale, è come un secondo Adamo: «Del resto, la miniatura che orna il capitolo sul leone in uno dei più antichi bestiari illustrati, Il Fisiologo di Berna, – scrive Zambon – rappresenta lo stssso Cristo in una posizione simile a quella del primo nomenclatore, circondato dagli animali pacificati in un mondo redento».

Il nucleo del volume è costituito dal Fisiologo, insieme alla lunga serie delle traduzioni, dai testi latini – le Fenici di Claudiano e dello Pseudo-Lattanzio, il Fisiologo di Tebaldo, l’Aviarium di Ugo di Fouilloy, il Bestiario di Oxford – e dai testi italiani e francesi: il Libro della natura degli animali, il Bestiario moralizzato di Gubbio, i Bestiaires di Philippe de Thaün, di Guillaume le Clerc, di Gervaise, di Pierre de Beauvais.

Ma non potevano mancare gli autori che scrivono sugli animali attingendo al patrimonio dei bestiari sacri, ma che seguono felicemente altre vie. Sono Isidoro di Siviglia, nel libro XII delle Etymologiae, Brunetto Latini, nel primo libro del Tresor, Cecco d’Ascoli, nel terzo libro dell’Acerba, il Liber monstrorum e Li Bestiares d’amours di Richart de Fournival. Possiamo capire perché Borges, e prima di lui il Flaubert della Tentation de Saint Antoine, amassero il Liber monstrorum, un groviglio di fenomeni contro natura, di fantastiche, grottesche deformazioni, svuotate di ogni referente sacrale.

Con una felice mossa a sorpresa, Richart de Fournival applica gli exempla dei bestiari alla casuistica d’amore, costruendo come una lunga canzone in prosa vòlta a vincere le resistenze della sua dama. Tra le righe, in questo curioso travestimento erotico delle nature animali traspare una sottile ironia.

Prendendo in mano questa preziosa silloge di zoologia letteraria, il lettore potrà anche godere della grande diversità delle situazioni, delle atmosfere, degli umori, dgli stili. La misteriosa laconicità, implacabilmente tassonomica, del Fisiologo greco, dove improvvisamente il terrore si mescola agli incanti. Lo sconfinato enciclopedismo di Isidoro di Siviglia, con le sue intelligentissime e bizzarre etimologie: «Le fiere [ferae] hanno preso il nome dal fatto che si lasciano trasportare [feruntur] dal proprio desiderio», «Lepre [lepus], quasi a dire dal piede leggero [levipes], in quanto corre velocemente».

Nel Liber monstrorum, un’acuta nostalgia per la scomparsa dei mostri, «definitivamente sradicati da ogni nascondiglio in tutto il pioaneta, e sconfitti», e spesso, tra tante deformità, una sorta di amabile grazia: «Il corpo azzurrino, tutto nudo, Proteo conduce per i mari un cocchio trainato da cavalli con due sole zampe».

Nella metafisica, sapienziale Acerba di Cecco d’Ascoli, un dettato aspro e onirico: «Del sangue di la lupula (upupa ndr) chi s’onge, / da spiriti, dormendo, vederasse / essere preso che non par che songe (sogni ndr). / Io non vorria che ogn’om sapesse / quanta virtute in lei natura atrasse (immise ndr): / non seria furo chi suo core avesse».


Nel De ave phoenice dello Pseudo-Lattanzio, tra splendori e cenere, il mistero della vita e della morte: «Fortunato per la sua sorte e la sua fine, l’uccello / a cui Dio accordò di nascere da se stesso! / Femmina o maschio, senza sesso alcuno, / felice di non obbedire alle leggi di Venere. / Per lui, Venere è la morte, il solo piacere è nella morte: / al fine di poter nascere, aspira subito a morire. / (…)/ La fenice identica a sé, non però la medesima, / giunge alla vita eterna col bene della morte».

E come dimenticare l’elogio del canto del gallo, così intimo e sereno, che il Fisiologo latino, versione C, prende da Ambrogio: «Come un buon inquilino sveglia chi dorme, stimola chi è preoccupato e conforta chi è in viaggio, segnalando con il suo canto che la notte sta finendo. Al suo canto il bandito interrompe gli agguati; al suo canto anche la stella del mattino si ridesta e sorge ad illuminare il cielo. Al suo canto il marinaio inquieto perde la malinconia, e si placano tutte le tempeste e le burrasche che spesso sono suscitate dalle correnti della sera».

Quello che Zambon, ricordando Saba, Borges, il bestiario di Marianne Moore, dice dei moderni, puo valere forse – e sarebbe un bell’elogio – anche per gli autori raccolti in questo volume: «Il moderno autore di bestiari è una specie d’Adamo che, scacciato dal paradiso, si aggira fra animali smarriti e senza nome cercando di ritrovare indizi dell’ordine perduto o certificandone la perdita definitiva o inventando, a partire dalle tracce degli antichi, nuovi ordini e nuove tassonomie possibili».

Il Manifesto/Alias – 30 settembre 2018

martedì 9 ottobre 2018

“Jà mai aquì, di nuovo qui”. L'Uvernada ritorna



Una grande festa occitana a Saluzzo. Da non perdere (e non solo per i Lou Dalfin)

Jà mai aquì, di nuovo qui”
L'Uvernada ritorna


Se c'è una festa che ha caratterizzato la rinascita musicale delle valli occitane, accompagnandola negli ultimi ventotto anni, è proprio questa: l'Uvernada. Nata come celebrazione annuale del gruppo da cui tutto è iniziato, omaggio alle migliaia di persone che hanno accompagnato e vissuto il percorso culturale e sociale di trasformazione/evoluzione della musica d'òc cisalpina, da semplice manifestazione folcloristica a fenomeno di massa, si è chiamata per anni “Festa de Lou Dalfin”, per cambiare nome nelle ultime sette edizioni. Il motivo è stato un gemellaggio con la grande kermesse estiva di Rodez, l'Estivada.

Tra spostamenti di sede e cambiamenti di formula il palco dell'Uvernada ha visto, in tutti questi anni, alternarsi i principali gruppi della musica occitana e tutta una serie di formazioni “contigue”, sempre davanti a un pubblico variegato, cresciuto e consolidatosi nel tempo. Da Massilia Sound System alla Talvera a Castanha e Vinòvel, passando per Modena City Ramblers, Africa Unite, Dubioza Kolektiv e una miriade di altri gruppi, i suoni più disparati hanno celebrato il rito di un incontro che vede nello spirito più vero e antico della cultura d'òc, fatto di inclusione e scambio, la propria ragione di essere.

L'edizione di quest'anno si basa sull'idea di incontro tra terre alte. Highlands d'òc, potremmo dire. Le nostre valli accolgono musicisti, liutai, ballerini, artigiani, amici dal massiccio centrale e dai Pirenei. Un triangolo magico che unisce le tre catene montuose più alte delle terre occitane.

Arriveranno gli oboi del Coserans, nel dipartimento dell'Ariège, le bourrées, le cornamuse, le ghironde d'Auvergne, i nostri sonadors di clarinetto e fisarmonica, la nostra polifonia, ma non solo, anche le lame e i coltelli delle Alpi d'òc, i libri, i formaggi del Forez, i margari, i liutai con gli organetti mitici delle Marche, le violas di Jenzat, i fifres e i galobets di Provenza”.

La nuova edizione di Uvernada inizia, prima ancora che con la musica, con alcune novità e la voglia di narrare la “tradizione delle Vallate occitane” attraverso diversi linguaggi: l’artigianato, la terra e il lavoro, il gusto. Per essere più presente e inserita nella città, quest’anno l'Uvernada si svolgerà in tre sedi diverse a Saluzzo: venerdì sera un momento di musica d'ascolto al Teatro Magda Olivero, sabato il grande concerto con Lou Dalfin al Pala CRS e domenica, dal mattino, festa in Piazza Cavour, per e con i saluzzesi. Senza dimenticare gli stage di danza del sabato pomeriggio e le animazioni al mercato del sabato mattina.