TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 11 giugno 2021

Dante e la lingua d'OC

Per ingrandire il testo, cliccare sulle immagini
 



giovedì 10 giugno 2021

Fulvio Ioan, Im Zauberwald / Nella foresta incantata

 


FULVIO IOAN


Im Zauberwald / Nella foresta incantata

a cura di Sandro Ricaldone

Entr'acte
via sant'Agnese 19R –
Genova
11 giugno 2021 – 9 luglio 2021

Orario:
giovedì – venerdì 16-19
o su appuntamento
apertura mostra:
venerdì 11 giugno, ore 17


Nella foresta incantata

dove i fiori sono giganti

azzurri e gli steli

a fatica li sorreggono

come fragili colonne

di vetro.

Nella foresta incantata

dove i bambini

smarriscono la strada,

dove gli zingari sui loro

carri

stridenti passano

suonando il taragot.

Nella foresta incantata

dove ogni goccia

nasconde un arcobaleno,

dove ogni filo d’erba

è un tappeto intessuto

di aromi.

Nella foresta incantata

dove nei giorni

delle malinconie così dolci

Papageno fa risuonare il trillo

del suo carillon fatato.

Nella foresta incantata

dove le cime degli alberi

oscillano al ritmo

sonnolento dei risvegli.

Nella foresta incantata

dove il vento spira

al mattino un motivo

che gli uccelli la sera

s’industriano a riprendere.

Nella foresta incantata

dove le stelle appaiono

inquiete sopra le radure

e la luna versa il suo latte

d’argento tra le labbra

della notte.


Fulvio Ioan è nato ad Imperia nel 1987. Vive e lavora tra Genova e Imperia.
Artista e ricercatore indipendente, si è diplomato all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova in pittura e decorazione (2012-2015), ha frequentato un master con borsa di studio in incisione e disegno grafico presso la Casa de la Moneda (Zecca di Stato) di Madrid.
È stato per anni assistente dell’artista xilografo Giovanni Berio Ligustro.
Fa parte dell'Associazione Incisori Liguri e dell'Associazione Incisori Contemporanei.
Ha insegnato Tecniche dell'Incisione e Anatomia dell'Immagine presso l'Accademia di Belle Arti di Sanremo.
Fulvio Ioan pratica una tecnica di incisione su legno che permette di creare stampe multicolori attraverso l'incisione e un allineamento molto accurato di un gran numero di matrici. Pratica la calcografia e la grafica d'arte sia con tecniche tradizionali che tecnologiche, stampando su carta e tessuto. Il suo lavoro è un tentativo di rinascita dal buio (sociale e culturale), un’espressione intima e personale, volta a riaffermare un’identità di bellezza.
Ha partecipato a mostre in spazi pubblici e privati fra cui la Biblioteca Civica Leonardo Lagorio di Imperia; la Sala Liguria Spazio Aperto e la Sala Dogana di Palazzo Ducale, Genova; l’Archivio Centrale dello Stato, Roma; Laboratorio Papè, Imperia; Fuxian Exlibiris Society, Shanghai; Miejska Biblioteka Publiczna w Gliwicach, Gliwice; Palazzo Sturm, Museo Remondini, Bassano del Grappa; MACN Museo d’Arte Contemporanea e del Novecento Villa Renatico Martini, Monsummano Terme; Raccolta Civica Fondazione Bertarelli, Milano; Diffusa 2017, Villa Maria, Quiliano; Galleria Capoverso, Genova; Künstlerhaus Hohenossig, Leipzig.

sabato 5 giugno 2021

Massoneria e rivoluzione russa. Il Grande Oriente dei popoli della Russia

 

    A.F. Kerenskij

Giorgio Amico

Il Grande Oriente dei popoli della Russia


Quello del Grande Oriente dei popoli della Russia e del suo ruolo nella rivoluzione del febbraio 1917 rappresenta uno dei segreti meglio conservati della storia del Novecento.Solo quattordici anni dopo quegli avvenimenti uno dei protagonisti, lo storico Sergey Petrovich Mel'gunov (1879-1956) , già esponente del partito cadetto, poi condannato a morte dal potere sovietico e infine nel 1923 esiliato a Parigi, pubblicò un libro, «На путях к дворцовому перевороту»  (Sulla strada di un colpo di Stato di Palazzo) in cui si alludeva al ruolo importante giocato nella preparazione della caduta di Nicola II da una organizzazione massonica segreta. Ma fu solo nel 1955 con la pubblicazione a New York delle memorie del leader del partito cadetto Pavel Nikolayevich Miljukov (1859-1943) che si iniziò ad alzare il velo sulla appartenenza alla massoneria di molti esponenti di primo piano del Governo provvisorio nato dopo la rivoluzione di febbraio.

Il Grande Oriente dei Popoli della Russia (Великий восток народов России ) nato nel 1912 sulle ceneri delle logge russe create a partire dal 1905 dal Grande Oriente di Francia, aveva tagliato ogni legame con corpi massonici stranieri e si era convertito in una organizzazione cospirativa dedita al rovesciamento dell'autocrazia zarista e all'instaurazione in Russia di un regime parlamentare democratico. Proprio per meglio operare vennero quasi completamente abbandonate le attività rituali e si cominciò ad iniziare anche donne. L'obiettivo era contribuire da dietro le quinte a costruire una forte coalizione di tutte le forze liberali e radicali contro il regime dello zar Nicola II.

Negli anni fra il 1912 e il 1917 il Grande Oriente dei Popoli della Russia riuscì a costruire una rete di logge nei principali centri del paese con una partecipazione complessiva di circa 300-350 affiliati. Un piccolo numero per un paese delle dimensioni della Russia, ma in grado di esercitare una notevole influenza per il ruolo svolto sulla scena politica, economica e culturale dai suoi membri.

Membri dell'organizzazione erano ad esempio Aleksandr Fëdorovič Kerenskij  (1881-1970), esponente di punta della frazione dei trudoviki; Aleksandr Ivanovich Konovalov (1875-1045), grande industriale tessile e leader del partitio progressista; Yekaterina Dmitriyevna Kuskova (1869–1958) , influente giornalista; Nikolai Vissarionovich Nekrasov  (1879-1940), uno dei leader del partito cadetto; M. I. Terescenko (1886-1956), importante industriale e politico; l'ottobrista Aleksandr Ivanovič Gučkov (1862-1936), già presidente della Duma; il menscevico Nikolaj Semënovič Čcheidze (1864-1926) , il socialista popolare Vladimir B. Stankevič (1884-1968), il socialista rivoluzionario Boris Viktorovich Savinkov (1879-1925) e il bolscevico Semyon Pafnuteevich Sereda  (1871-1933). Come si vede il Grande Oriente dei popoli della Russia ospitava nelle sue logge elementi di primo piano di tutto lo schieramento progressista rivoluzionario dai liberali di sinistra del Partito Costituzionale democratico all'estrema sinistra bolscevica.

Conoscendo l'avversione dei bolscevichi per la massoneria, che misero fuori legge pochi mesi dopo la presa del potere, la partecipazione ad una organizzazione massonica segreta di militanti importanti del partito, come era Sereda, poi ministro di uno dei primi governi sovietici, può stupire. La cosa si spiega invece con il principio leninista, ribadito da Trotsky nel suo pamphlet del 1939, "La nostra morale e la loro", che per un rivoluzionario è morale tutto ciò che serve alla rivoluzione. D'altronde per lo stesso Lenin si parlò a lungo di una presunta affiliazione massonica durante il periodo dell'esilio, voce ancora ripresa oggi dai gruppi antisemiti che vedono la rivoluzione d'Ottobre, come d'altronde quella francese del 1789, come il frutto del complotto giudaico-massonico rivelato dai cosiddetti “Protocolli dei Savi di Sion”, il falso documentale creato nel 1903 dall'Ochrana, la polizia segreta zarista, con l'intento di diffondere l'odio verso gli ebrei nell'Impero russo. Ipotesi, nettamente smentita, almeno allo stato attuale della documentazione, dal principale storico della Massoneria russa nel Novecento, Andrej Ivanovich Serkov, nella sua fondamentale “Storia della Massoneria russa (1845-1945)”, in cui comunque si ammettono stretti rapporti personali fra il leader bolscevico ed esponenti non marginali del Grande Oriente di Francia.

(continua)

venerdì 4 giugno 2021

Giordano Bruno, la CIA e gli UFO

 


Giorgio Amico

Giordano Bruno, la CIA e gli UFO

In questi giorni su giornali e tv si è molto parlato delle rivelazioni del Pentagono rispetto a numerosissimi avvistamenti da parte di piloti dell' aereonatica militare americana di misteriosi oggetti volanti, quasi sempre a forma di sigaro, velocissimi e dalle traiettorie impossibili per qualunque tipo di velivolo conosciuto.

Incaricata di fornire una valutazione la CIA non ha potuto che dichiarare che si trattava di oggetti volanti non identificati (UFO), sicuramente di altissima tecnologia, ma non americani, forse russi o cinesi.

Peccato che gli analisti CIA non abbiano nei loro archivi le opere di Giordano Bruno, il filosofo nolano arso sul rogo nel 1600. Forse avrebbero evitato questo accenno da guerra fredda a potenziali minacce russe o cinesi.

Si, perché nel 1590 Giordano Bruno pubblica a Francoforte un libro, “De immenso et innumerabilibus seu de universo et mundis”, dove al termine del primo capitolo afferma che nello spazio oltre agli astri esistono velocissime sfere di fuoco che attraversano il cielo.

"Praeter astra magnosque mundos, sunt et animantia lata per aethereum spacium minora, in formam parvae sphaerae, quae vivacissimi toto corpore ignis prae se fert speciem, et trabis ígnea iudicatur a vulgo, cum prope nos infra nubes etiam fertur, qualis a me notata est quasi attingens tecta domorum: sed proiectus corporis ille videbatur propter motus velocitatem, qua longam rectam vel curvam lineam titione vibrato possumus designare in aere, ut ignis illius appareat figura”

Stelle cadenti, verrebbe immediatamente da dire. Ma nel testo si parla di oggetti che si spostano secondo un moto rettilineo “recte motu” e con brusche accelerazioni verticali. Cose che le stelle, non a caso definite “cadenti” non fanno. Questi corpi luminosi sono chiamate dal popolo “travi di fuoco” “ trabis ígnea iudicatur a vulgo” . Quindi non di semplici stelle cadenti si tratta, ma corpi luminosi di forma allungata, il che richiama immediatamente gli oggetti volanti a forma di sigaro di cui parla il rapporto del Pentagono, La seconda notazione è che il filosofo dichiara di averne visto, quando abitava a Nola, uno che si era avvicinato alle case fino quasi a toccarle, “ qualis a me notata est quasi attingens tecta domorum”.

“Erat autem illa sphaera seu ut dicunt trabs, vere animal,   quam ego semel vidi, recto enim motu cum quasi abraderet   tecta   Nolae urbis; debuisset in montem Cicadae impingere, quem sublato   corpore superavit” 

"Era invero una sfera o, come la chiamano tutti, una trave, un vero essere animato, quella che io infatti vidi una volta quasi toccare con un moto rettilineo i tetti della città di Nola; avrebbe dovuto urtare contro la collina di Cicala, che superò dopo aver sollevato in alto il suo corpo”.

Sintetizzando, Bruno afferma che questi corpi luminosi sono una realtà conosciuta da molti e che l'oggetto volante a forma di trave infuocata, osservato da lui, dopo essersi posato quasi sui tetti delle case di Nola, con una improvvisa accelerazione si era alzato sopra la collina soprastante la città ed era scomparso.

E, almeno in questo caso, russi e cinesi sicuramente non c'entrano.

domenica 30 maggio 2021

Per una politica dell'inatteso. La rivoluzione surrealista

 


Enrico Giosuè Biraghi

Per una politica dell'inatteso

Per gentile concessione degli eredi la casa editrice di Roberto Massari pubblica le memorie del rivoluzionario surrealista Pierre Naville, originariamente apparse per le Èditions Galilée di Parigi nel 1977. La curatela della presente edizione è affidata a José Fernando Padova. Naville fu saggista marxista e prese le difese di Trotsky nel ’27.

Precursore del surrealismo è il movimento dada, il quale «sviscerava con molto spirito tutte le pubblicazioni che per tradizione veicolavano idee consacrate». Anche se «le sue navi incendiarie furono effimere», esse «si moltiplicavano silurando pubblicazioni venerabili a colpi d’innovazioni tipografiche e di un’elaborazione sintattica della pagina stampata». Da questa corrente il nucleo composto dai surrealisti si distacca presto. «Eravamo alla ricerca di luci più terrestri, di un meraviglioso più esplosivo», dirà Naville.

Vede allora la luce La Révolution surréaliste, rivista per la cui pubblicazione viene presa una speciale accortezza: «il tipografo fu scelto il più lontano possibile dalle botteghe in cui si confezionano edizioni d’arte». Lessico del surreale: beffardo, grottesco, ambiguo, macabro, perturbante, spugnoso. Gli aderenti al movimento provano l’impulso ad avventurarsi in dedali sinora inesplorati dalle correnti d’avanguardia, oltre ad analizzare i propri desideri inespressi e quelli che vien fatto per errore di contrariare. Si elevano alla forma sublime dell’arte i sussulti della coscienza, il prosciugamento dello spirito stremato da traumi e i sinistri presentimenti inascoltati - una forma di devozione per le percezioni sensoriali più minute. Non si pensi a un indugio di accento “psicologico”: le «logomachie freudiane» sono ormai lontane dalla nuova sensibilità, al pari di una psicanalisi troppo spesso consultata «come guida dei percorsi turistici dell’inconscio». Viene rigettata risolutamente ogni idea di canone, mentre si rifiutano con sdegno tabù e mode ideologiche in nome della vitale eruzione del vulcano della poesia e della volontà di compiere effrazioni contro ciò che è conforme ad ipocrite norme sociali; si critica poi l’individualismo della speculazione filosofica e quello della “vita privata”, «negata dal surrealismo fin dalla sua comparsa concertata». Prende forma un’inedita riflessione sulle proprietà dell’immagine, vista come «collisione abbagliata di due termini tratti da solitudini lontane» cui si oppone la prigione delle costrizioni sociali che «fin dall’infanzia siamo addestrati a trattenere e fissare sulle nostre retine e nella nostra faringe». Nasce una dialettica dell’«infinitamente sottile», vivente di molecolari e fortuite fusioni; fisica assai singolare, si direbbe “magica”, una paradossale logica della materia, legata alla vita - dice Éluard - «non come un’ombra ma come un astro». È il surrealismo un materialismo che appare terso. 

Vengono inviate infuocate missive ai referenti dell’ordine concentrazionario borghese: i lacchè dell’ufficialità giornalistica, i primari corrotti delle istituzioni manicomiali, i ministri demagoghi, i rettori autoritari delle università europee, asiatiche, africane e naturalmente fra i destinatari c’è anche la «Chiesa di Roma».

«Meteora infrangibile» del movimento e uno dei suoi più importanti artefici - «se non il principale» per Naville - è il poeta Benjamin Péret. Nel ’30 aderisce alla Lega comunista e da allora lo si ritroverà sempre a fianco degli operai che insorgeranno in Brasile, Spagna e Messico. È su posizioni lontane da quelle dell’antimilitarismo morale, poiché «il fiore non merita la canna del fucile». Cosa potremmo temere dal futuro se «da qualche parte vi è un marinaio che la poesia di Péret trasforma in sognatore»? Ecco la metamorfosi cui pare invero essere “destinato” il cosmo, quell’infinito processo all’interno del quale l’uomo non è che un «eccesso di materia solare, con un’ombra di libero arbitrio come dardo» (René Char).

Da qui l’origine di una poetica dei suoni-rumori, che trovi gli archetipi e i simboli acustici primordiali e si metta «alla ricerca del valore tonale delle parole». Nello sguardo di Naville «la poesia è di per sé un modo di mantenere all’istante le proprie promesse nel semplice scintillio o nella dolcezza di una pupilla, se succede».

(L'Albatros n. 2 aprile/giugno 2021)

www.utopiarossa.blogspot.com

sabato 29 maggio 2021

La Massoneria russa nell'Ottocento

 


Giorgio Amico

La Massoneria russa nell'Ottocento


La storia della massoneria russa presenta elementi di grande interesse. Prima di tutto è una storia complessa e anche drammatica, scandita da periodi di clandestinità e di altri, più rari, di attività alla luce del sole.

Lasciando da parte la tesi, che la ricerca storica contemporanea respinge come leggendaria, che l'introduzione della Massoneria in Russia risalga a Pietro il Grande che sarebbe stato a sua volta iniziato in una loggia operativa (cioè di veri muratori) inglese, l'arrivo della Liberia Muratoria in Russia risale ai tempi dell'imperatrice Caterina che, affascinata dall'illuminismo francese, ne favorì le attività al fine di modernizzare il paese e portarlo al livello culturale della parte più avanzata d'Europa. Il progetto fallì clamorosamente quando l'imperatrice stessa capì che in un regime autocratico fondato sulla servitù della gleba la diffusione di principi di uguaglianza e libertà non poteva restare chiuso nell'ambito dei circoli intellettuali, ma rappresentava un potenziale pericolo per l'ordine costituito. Di conseguenza le logge furono chiuse nel 1792.

Seguì dunque un periodo di persecuzione poliziesca, interrottosi poi brevemente alla morte dell'imperatrice sotto gli imperatori Paolo I, lui stesso massone, e Alessandro I . Periodo chiuso definitivamente nel 1822 con il bando delle logge, bando riconfermato nel 1826 dopo il tentativo di colpo di stato democratico degli ufficiali decabristi in gran parte massoni e fortemente influenzati dalla Carboneria italiana.

Dal 1822 dunque la Massoneria cessò di esistere in Russia, anche se non ne cessarono le attività. Alcune logge continuarono a riunirsi clandestinamente a Pietroburgo e a Mosca, ma con una partecipazione sempre più ristretta e in una assoluta clandestinità.

Diversa la situazione all'estero, dove a partire già dai primi anni trenta dell'Ottocento troviamo russi che si fanno iniziare nelle logge dell'Europa occidentale, soprattutto in Francia. Per tutto l'Ottocento Parigi sarà il vero centro della Massoneria russa, ruolo che rivestirà di nuovo dopo il bando bolscevico della Massoneria nel 1918.

All'inizio sono uomini d'affari e mercanti che cercano nelle logge contatti utili per le loro attività, ma a partire dal 1840 e dall'aperto coinvolgimento della Massoneria nei movimenti rivoluzionari che porteranno poi alla grande ondata rivoluzionaria del 1848, a iniziarsi sono soprattutto intellettuali, molti di provenienza aristocratica, affascinati dal giacobinismo e dalle attività delle società segrete di cui la Carboneria italiana rappresenta uno dei principali esempi.

Questo spiega l'adesione del futuro padre dell'anarchia Michail Bakunin, iniziato nel 1845, e attivo soprattutto in Italia in una loggia fiorentina del grande Oriente d'Italia, fino a raggiungere il 32° grado (il penultimo) del Rito Scozzese Antico e Accettato. Bakunin addirittura organizzò una sua “Fratellanza Internazionale” e scrisse un “Catechismo moderno della Massoneria”, convinto che come era avvenuto per la Carboneria, la Massoneria rappresentasse la via migliore per la costruzione di una efficace organizzazione rivoluzionaria. Questo spiega anche come N. I. Utin, uno dei fondatori della sezione russa della Prima Internazionale, pur non essendo massone, si riunisse con i suoi compagni nei locali del tempio massonico di Ginevra.

Per tornare a Bakunin, egli era stato fortemente influenzato dall'esperienza italiana ed in particolare dalla figura di Giuseppe Garibaldi, a sua volta iniziato nel 1844 in una loggia di Montevideo. E proprio a Garibaldi si deve una delle prime apparizioni, dopo il bando del 1822, di logge massoniche sul territorio dell'impero russo.

Nel 1874 il Grande Oriente d'Italia costituì una loggia a Odessa, la “Stella di giustizia” attiva nella comunità italiana. Va ricordato che la Crimea era stata di fatto colonia genovese e che fino alla seconda guerra mondiale ospitava una comunità di lingua italiana di circa 300 mila persone. Nella seconda guerra mondiale questa comunità fu deportata da Stalin nel gulag siberiano e praticamente sterminata. Dopo la guerra gli italiani di Crimea non erano ormai più di tremila, costretti a nascondere le loro origini e a prendere nomi russi, pur mantenendo nel segreto della famiglia l'uso della lingua italiana. Una storia drammatica quasi sconosciuta in Italia che solo dopo la caduta del comunismo si è incominciato a ricostruire.

La Loggia ebbe comunque vita breve, tanto che negli anni Ottanta non se ne trova più traccia. Lo stesso accadde con le logge aperte dal Grande Oriente di Francia ai tempi della guerra di Crimea. Va comunque detto che anche questo logge riunivano soprattutto mercanti e marinai francesi e non svolgevano alcuna attività fra i russi e dunque venivano tollerate. Anch'esse comunque ebbero vita breve.

La rinascita della Massoneria russa avvenne a Parigi e solo a partire dalla fine dell'Ottocento con la fondazione della loggia “Cosmos” nel 1887 di cui il principale esponente fu il Professor Pavel Nikolayevich Yablochkov (1847-1894), prestigiosissimo uomo di cultura in esilio volontario in Francia.

La Cosmos si rivolse ai giovani intellettuali russi, soprattutto medici e scienziati, venuti a studiare e a lavorare nelle università occidentali, raccogliendone l'élite. Scopo della loggia la modernizzazione della Russia, la trasformazione del paese in una monarchia costituzionale, la soluzione del problema contadino e delle minoranze nazionali oppresse a partire da quella polacca.

In questo ambito si colloca l'adesione alla Massoneria di Maxim Maximovich Kovalevsky (1851-1916) prestigioso professore universitario e vero padre della Massoneria russa moderna.

Nell'estate del 1900 Kovalevsky aprì a Parigi un “Istituto russo di Scienze sociali”, aperto a giovani ricercatori di tutte le tendenze che divenne la fucina della futura classe politica democratica protagonista della storia russa dalla rivoluzione fallita del 1905 al 1917. La Scuola teneva corsi di filosofia, storia, letteratura, diritto costituzionale, economia politica, sociologia, antropologia. A questi corsi parteciparono centinaia di giovani studiosi che in parte non piccola si inizieranno alla Massoneria e durante i fatti rivoluzionari del 1905 torneranno in Russia ad aprire le prime logge. La Scuola, gestita secondo i principi massonici della tolleranza e della più assoluta libertà di pensiero, vide la partecipazione come relatori sulla questione sociale in Russia di personaggi del calibro di G. V. Plekhanov, il padre del marxismo russo, e dello stesso Lenin.

La partecipazione ai corsi era praticamente gratuita, l'iscrizione costava solo 30 franchi all'anno. Le spese venivano coperte dallo stesso Kovalevsky, ricco proprietario terriero, che a questo scopo vendette gran parte delle sue proprietà a Kharkov. Coerente con le sue idee democratiche e con la convinzione che il problema centrale della Russia fosse la trasformazione dei contadini russi da massa informe a classe di piccoli proprietari, egli cedette le sue terre ai contadini che già le lavoravano.

Da questo ambiente uscirono i quadri dei futuri partiti russi ed in particolare del Partito Costituzionale Democratico e del Partito Socialista Rivoluzionario. Ma qui inizia la storia di un altro periodo della Massoneria russa destinato a concludersi con la rivoluzione del febbraio 1917 e il rovesciamento dell'autocrazia zarista. Ne parleremo in un'altra occasione.


venerdì 21 maggio 2021

Novità in libreria. Bordiga, il fascismo e la guerra (1926-1944)


Novità in libreria
Bordiga, il fascismo e la guerra (1926-1944)


Nella storia politica di Amadeo Bordiga, fondatore e primo capo del Partito comunista d’Italia, esiste un vuoto di quasi 15 anni, dal 1930 al 1944, di cui egli non parlò mai se non per accenni minimi. Dopo la lettera a Korsch del 28 ottobre 1926, nella produzione scritta di Bordiga esiste un vuoto totale, interrotto solo da alcune lettere del periodo del confino, e da una serie di lettere e memoriali per lo più di argomento privato inviate ad autorità di polizia negli anni ‘30. Lo testimonia lo scrupoloso studio bibliografico, l’unico finora esistente, curato nel 1995 da Arturo Peregalli e Sandro Saggioro. Nel volume, di ben 250 pagine, gli anni fra il 1926 e il 1945 occupano meno di tre pagine. Un vuoto destinato a durare fino alla primavera del 1945 e a segnare una frattura indelebile nella vita politica di Bordiga. Certo, nel dopoguerra egli riprende la parola e rivendica, come se nulla fosse stato, la piena continuità ideale e politica con la propria battaglia precedente il 1927. Ma è una forzatura e per un semplice motivo: non si può essere rivoluzionari a corrente alternata a seconda delle fasi politiche attraversate.

Il dovere di un rivoluzionario, è persino banale, è fare la rivoluzione e questo nei momenti storicamente più sfavorevoli significa non fughe in avanti avventuristiche, ma tenerne aperta la possibilità per il futuro con la penna e la parola. Questo fece Marx dopo il 1848, accingendosi allo studio scientifico dell’economia per comprendere il perché della sconfitta della rivoluzione, e Lenin con il suo enorme lavoro analitico-organizzativo negli anni intercorsi fra la sconfitta del 1905 e il 1917. Questo è ciò che, fra mille contraddizioni, fece Trotsky e che gli costò la vita per mano di un sicario staliniano inviato in Messico a impedirgli per sempre di pensare. Ma anche quello che tentò di fare, pur con un’estrema povertà di mezzi, il pugno di militanti internazionalisti italiani riuniti in Belgio e in Francia attorno a Ottorino Perrone. Per non parlare di Gramsci capace, giorno dopo giorno, nonostante l’isolamento politico e la malattia, di compilare quei Quaderni che restano quanto di meglio il marxismo seppe esprimere in quegli anni terribili.

Bordiga no, egli scelse il ritiro alla vita privata, il silenzio e l’inazione. A questo dovere rivoluzionario Bordiga abdicò proprio negli anni in cui più importante era tirare dei bilanci e condurre una lotta senza esclusione di colpi contro i totalitarismi gemelli del fascismo e dello stalinismo, manifestazioni entrambe della controrivoluzione in atto. Lo fece poi nel dopoguerra, e con risultati non disprezzabili, ma solo quando l’odiatissima democrazia gli permise di farlo in tutta tranquillità e senza alcun rischio. Negli anni bui della dittatura, in tempi di ferro e di fuoco, segnati dall’avvento del nazismo in Germania, dalla rivoluzione spagnola e dalla Seconda guerra mondiale, oltre che dalla liquidazione per mano staliniana dell’intera vecchia guardia bolscevica, la sua scelta fu quella di restare alla finestra e di mantenere un silenzio che qualcuno ha definito «impressionante».

Proprio a questi anni di ostinato silenzio pubblico, ma anche di imbarazzanti dichiarazioni private, è dedicato il libro “Bordiga, il fascismo e la guerra (1926-1944)”, appena finito di stampare per i tipi della Massari Editore, che sulla base di una larga mole di testimonianze e documenti, permette al lettore di farsi una opinione più precisa di quello che realmente accadde e di come il fondatore del Partito comunista si relazionò con il regime negli anni dell'apparente trionfo del fascismo e poi in quelli rovinosi della guerra.


A partire dalle prossime settimane il libro sarà ordinabile nelle librerie oltre che in rete.  Può essere tuttavia già richiesto direttamente all'editore.