TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 6 febbraio 2023

CARLO MONTESELLO città, paesaggi, tramonti

 



CARLO MONTESELLO

città, paesaggi, tramonti

a cura di Lorenzo Penco

Entr'acte

via sant'Agnese 19R – Genova

8 febbraio – 1 marzo 2023

orario: mercoledì – venerdì 16-19 apertura mostra:

mercoledì 8 febbraio 2023, ore 17


Carlo Montesello disegna instancabilmente: volti su volti, figure, città reali e fantastiche, nature morte, copia i maestri, inventa storie, vive camminando, pensa agli aborigeni, fotografa, trasfigura le sue immagini al computer, sorride, danza sui e fra i tappeti orientali, è un folletto alto due metri, o un po’ meno, ride e sorride, racconta i suoi viaggi, disegna su calendari, sui rotoli di lottomatica, sui campionari di tappezzerie, li porta a Lorenzo che li porta qui, risponde al telefono, fa mille altre cose, insomma è lui Carlo, sempre lui

Appendiamo i suoi disegni alla parete, scegliamo paesaggi, proviamo gli accostamenti, giusti, forse, sulla parete di fondo una città, bianchi ghirigori su fondo azzurro, c’è un lago e in fondo una torre luminosa, ci sono barche e un castello, navi in volo, c’è tutto quel che può esserci e magari non deve, chi sa?, scalinate, fontane, cupole: un labirinto di segni, senza parole, alchimia di colori

Il catalogo è questo, niente titoli, si commenta da sé e sta lì inchiodato al muro, non abbiate fretta, fino al primo giorno di marzo che è mercoledì

(sandro ricaldone, 26 gennaio 2023)

Carlo Montesello (Genova, 1948), autodidatta, è uno degli esponenti del laboratorio di pittura di San Marcellino.

martedì 31 gennaio 2023

Quando eravamo soldati

Bobo Pernettaz alla Fiera di S.Orso 2023


Quando eravamo soldati


Arrivai ad Aosta dopo il Silenzio che la caserma dormiva già.

Non sapevano dove mettermi e così passai la notte in una delle celle adiacenti al corpo di guardia.

La Testafochi era una caserma dura, ma non un brutto posto. Il posto adatto per incontrare persone interessanti. A parte i valdôtaines, ospitava politici di estrema sinistra e marginali con precedenti penali. Tutti insieme per poterci controllare meglio.

Dopo qualche settimana, mi assegnarono alla compagnia Comando. Come in tutte le caserme d'Italia avevano bisogno di gente che sapesse fare il lavoro dei sottufficiali e anche gli estremisti andavano bene. Sempre meglio dei firmaioli che si erano arruolati perché “meglio le stellette che lavorare”.

Mi trovai così catapultato in una specie di intergruppi, in una camerata piena di compagni di Lotta continua, Avanguardia operaia e gruppi vari, assegnati a uffici, magazzini e persino armerie, come Bobo Pernettaz.

Lo notai già la prima sera. All'ora della libera uscita, un gigante si catapultò dal locale docce, nudo come un bimbo appena nato, saltellando al ritmo di una canzoncina di cui ricordo ancora il ritornello celebrativo della serata che l'attendeva: “fuori dalla Testafochi per chiavare come pochi”.

Era Bobo.

Fu subito amicizia vera.

Era il 1973.

Oggi, abbiamo tutti e due la barba bianca e un po' di esperienza in più.

Ma lo sguardo di Bobo è rimasto lo stesso come il pizzico di allegra follia che lo rende l'artista e il poeta che è.

Un abbraccio, Bobo.

lunedì 30 gennaio 2023

Ucraina anno zero


 

mercoledì 25 gennaio 2023

Giornata della Memoria. Quattro riflessioni

 

Scritta sul muro della sala delle docce di Mauthausen










27 febbraio 2023 – Giornata della Memoria

Giorgio Amico 

Quattro riflessioni su Memoria, storia e guerra


Prima riflessione: Memoria o ricordo?

Memoria e ricordo sono in genere considerati termini indicanti la stessa cosa. In realtà, ad una riflessione più attenta, i due vocaboli esprimono concetti profondamente diversi. Mentre il ricordo è fenomeno individuale, carico di emotività e filtrato dall'esperienza concreta del singolo individuo, la Memoria, e il maiuscolo è voluto, è realtà collettiva, fattore identitario e base del tessuto connettivo di una comunità.

Lo capirono per primi i Greci che della Memoria (Mnemosine) fecero una dea, figlia di Urano il Cielo) e di Gea (la Terra), che unendosi con Zeus generò le nove muse, cioè diede vita alla cultura e alle arti.

Secondo Diodoro Siculo è grazie a essa che gli uomini sono in grado di elaborare concetti e dunque di poter comunicare fra loro. Solo grazie alla Memoria, infatti, esiste un passato e dunque le premesse di un futuro e l'uomo non è costretto a vivere in un eterno presente, ripetendo sempre gli stessi errori. È la Memoria, dunque a rendere gli uomini pienamente uomini, capaci di scelte e in questo simili agli Dei.

È la Memoria a distinguere i viventi dai morti. Ce lo dice Omero nel decimo canto dell'Odissea. I defunti hanno perso ogni consapevolezza del passato, “sono ombre che vagano” nell'oscurità dell'Ade.

E su questo concetto che i Greci inventarono la Tragedia, non semplice spettacolo, ma rito collettivo, cerimonia sacra destinata a mantenere vivi i miti alla base della fondazione della polis e in questo modo a rinsaldare periodicamente i legami che tenevano uniti i cittadini e che li facevano sentire membri di una comunità coesa e vivente.

Oggi che la polis ha dimensioni globali e che il pensiero dominante è totalmente concentrato sul presente e sullo spettacolo del consumo, solo la Memoria può renderci uomini e non ombre vaganti nell'oscurità, esseri pensanti, capaci di scelte e dunque “simili agli Dei”.

La Memoria oggi è rappresentata dal ricordo delle vittime della Shoah nella speranza che questo eviti che nuovamente l'umanità precipiti in un tale abisso di orrori. Il confrontarsi con la Shoah e in particolare sull'atteggiamento tenuto verso di essa e non solo dai Tedeschi, con la sua incidenza nella storia del Novecento e su come essa cambiò in profondità il modo di guardare alla storia, ci pone però di fronte a due interrogativi: esistono spettatori innocenti delle atrocità della storia? Si può ancora parlare di un senso della storia?

Seconda riflessione: esistono spettatori innocenti delle atrocità della storia?

“Se non ora, quando?”, così Primo Levi titola nel 1982 un suo fortunato romanzo, vincitore fra l'altro del Premio Campiello, in cui ricostruisce la lotta partigiana degli ebrei polacchi e russi contro l'invasore nazista.

Un titolo suggestivo, una frase di grande impatto, che Levi non crea dal nulla, ma riprende da uno dei principali esponenti della mistica ebraica, quel rabbino Hillel, vissuto qualche decennio prima di Cristo, che, interrogato sul significato profondo della Torah (i primi cinque libri della Bibbia e in senso più generale la Legge ebraica), rispose:

“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Se non noi, chi? Se non ora, quando? Tutto il resto è commento”.

Dunque, ci ricorda Levi, è sempre di noi e di ora che si scrive e si parla. La storia non è uno spettacolo a cui comodamente assistere. Non ci sono semplici spettatori e non è possibile tirarsene fuori a volontà. Ogni avvenimento, passato o presente, ci interpella tutti. Anche chi si ritiene estraneo a ciò che accade e che conseguentemente sceglie di non agire, è direttamente responsabile. Non esiste neutralità possibile. Come nell'invettiva rivolta agli indifferenti nella Canzone del Maggio di Fabrizio De Andrè, la storia è una continua chiamata in causa che non prevede l'esistenza di innocenti.

Terza riflessione: esiste un senso della storia?

L'idea che la storia abbia un senso, una direzione precisa sostanzia l'intero percorso della cultura occidentale. E' una visione tutta interna all'idea della storia come progresso. È il grande mito giudaico-cristiano della Provvidenza divina che opera nella e tramite la storia degli uomini che con l'illuminismo si fa laico e diventa religione civile incentrata sull'idea di Progresso. Quelle “magnifiche sorti e progressive” su cui già nel 1836 Giacomo Leopardi esprimeva profeticamente il suo scetticismo.

Una visione ottimistica che il Novecento, il secolo di Auschwitz e Hiroshima, ha fatto a pezzi. Il Dio che è morto della canzone di Francesco Guccini. Più lucido di tutti, un filosofo ebreo tedesco, morto suicida in Francia nel 1940 per non cadere nelle mani della Gestapo, Walter Benjamin, nelle sue tesi sul concetto di storia, scritte negli ultimi mesi di vita, annota:

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, e le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine cresce davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.”

E' un'immagine terribile. Bellissima e folgorante. Impossibile da dimenticare. Ed in effetti, anche ad una veloce lettura il secolo scorso ci appare come un enorme accumulo di rovine che rimandano alle tante macerie di oggi. Un gioco di specchi che conferma l'intuizione di Benjamin e la sua ferma convinzione che ogni accumulo di civiltà nasconda un parallelo ed eguale accumulo di barbarie.

Lo aveva già intuito alcuni decenni prima Joseph Conrad con il suo romanzo Cuore di tenebra, denuncia delle pulsioni di morte di un Occidente che, giusto un anno dopo, nel 1900, avrebbe celebrato a Parigi con una grande Esposizione Universale e un'Olimpiade l'inizio del secolo del progresso e della luce.

Lo aveva dichiarato con coraggio nel 1916 Rosa Luxemburg, opponendosi con tutte le sue forze di donna e di socialista alla guerra che stava travolgendo l'Europa e che incubava i germi del totalitarismo

: “se il periodo, ora appena iniziato delle guerre mondiali, dovesse continuare il suo corso fino alle estreme conseguenze, sarà il regresso nelle barbarie, la fine della civiltà”

15 milioni di morti, un terzo civili - a cui va aggiunto il numero incalcolabile delle vittime dell'epidemia di spagnola, della guerra civile e della carestia in Russia, del genocidio degli armeni in Turchia – è il prezzo della prima guerra mondiale.

Nulla in confronto ai 55 milioni di morti, due terzi dei quali civili, della seconda guerra mondiale. Per non parlare poi delle cento e più guerre che da allora hanno continuato a insanguinare il mondo fino ad arrivare alla tragedia dell'Ucraina.

“Il XX secolo – citiamo Enzo Traverso, fra i più importanti storici contemporanei – tuttavia, non ha soltanto rivelato le illusioni dello storicismo e illustrato il naufragio dell'idea di Progresso; ha anche generato l'eclissi delle utopie inscritte nelle esperienze rivoluzionarie. Come l'Angelo della nona tesi di Benjamin, Auschwitz ci costringe a guardare la storia come un campo di rovine, mentre il gulag ci impedisce ogni illusione e ingenuità di fronte alle interruzioni messianiche del tempo storico”.

Quarta riflessione a modo di conclusione: la guerra come guerra civile

In un'epoca di grandi sconvolgimenti e di sanguinosi conflitti religiosi, un poeta inglese contemporaneo di Shakespeare seppe in un pugno di versi descrivere bene la tragedia interiore dell'uomo moderno in un mondo squassato da un vento tempestoso di cui non si conosce la direzione.

Scrive John Donne:

Nessun uomo è un'Isola,

intero in se stesso.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo dell'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te.

Versi, ripresi nel 1940 da un altro grande scrittore, Ernest Hemingway, alla ricerca di un titolo che sintetizzasse bene il significato profondo del suo grande romanzo sulla guerra civile spagnola.

Nel 1947, in un'Italia ancora profondamente segnata dalla guerra civile e da odi tanto profondi da durare fino ad oggi, Cesare Pavese riflette su quei fatti nel libro La casa in collina e scrive:

“Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l'impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà. Ci si sente umiliati perché si capisce - si tocca con gli occhi - che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione”.

Proprio in questo rendere ragione consiste il senso non politico, ma morale della Memoria.

Ma la Memoria da sola basta o è solo un primo passo? E qui entra in campo la politica, intesa, sia ben chiaro, come la intendevano gli antichi Greci che ne furono gli inventori, scelta non egoista di cittadinanza, partecipazione consapevole e attiva alla vita collettiva avente come scopo il bene comune.

Nel Talmud è scritto, lo ricorda la chiusura del film Schindler's List, il capolavoro di Steven Spielberg, “chi salva una vita, salva il mondo intero”. Parole che ci ricordano che l'impegno personale, il coraggio di prendere posizione, qui e ora, rappresentano l'unica risposta possibile agli orrori di un mondo che non permette evasioni. “Basta che esista un solo giusto, perché il mondo meriti di essere stato creato” ci dice ancora il Talmud. E di più in effetti non è possibile dire.

25 gennaio 2023



lunedì 23 gennaio 2023

L'arte a Genova secondo Ricaldone

 


Un omaggio doveroso a un grande critico d'arte


1985-2020

L ARTE A GENOVA SECONDO RICALDONE


Chiunque volesse accingersi, in un futuro più o meno prossimo, a scrivere una storia dell’arte a Genova, a cavallo dei secoli XX e XXI, non potrà prescindere da un libro appena arrivato in libreria: “Da una non breve unità di tempo” (Il Canneto editore, pagine 525, 30 euro), in cui Sandro Ricaldone ha raccolto saggi, presentazioni, articoli, scritti tra il 1985 e il 2020. Ricaldone si autodefinisce un outsider della critica d’arte e ciò è probabilmente vero, se ci si riferisce alla sua assoluta autonomia di azione e di giudizio, rispetto a qualsiasi valutazione di tipo accademico e, meno che mai, di mercato. Ma la definizione non regge se si guarda invece alle dimensioni, quantitative e qualitative, del suo lavoro che non è stato solo teorico o storico ma anche di attivo operatore culturale, instancabile organizzatore di mostre, convegni, conferenze. Si potrebbe senz’altro definirlo, con una termine ormai passato di moda, un “critico militante”, che ha cioè sempre vissuto fianco a fianco agli artisti, condividendone e, a volte, sopportandone con stoicismo e altrettanta empatia, difficoltà – anche economiche – ma soprattutto eccentricità, idiosincrasie, suscettibilità e, alla fine, creatività.

Ricaldone ha scelto, deliberatamente, di non fornire al lettore un bilancio, un quadro generale, una sintesi – insomma una storicizzazione di quella “non breve unità di tempo”, pur avendone resa disponibile la preziosissima materia prima – ritenendoli, forse, prematuri se non addirittura inutili o “impossibili”. Ma se l’autore si sottrae alle tassonomie e alle definizioni, al lettore (se per giunta è dotato di tutti i difetti del giornalista) non è vietato cercare nel libro qualche “filo conduttore”, assonanze, sintonie, quelle che Baudelaire avrebbe chiamato “corrispondenze”, del cuore e della mente, naturalmente del tutto arbitrarie e personali.

Dopo la fine della stagione delle neo-avanguardie “collettivistiche”, nazionali e internazionali, che avevano dominato gli anni Sessanta e Settanta – a cui Ricaldone ha dedicato un precedente volume “L’avant-garde se rend pas”, sempre edito dal Canneto – negli anni successivi, a causa della “condizione postmoderna”, descritta e teorizzata da Lyotard o dai filosofi italiani del “Pensiero debole” (detto grosso modo: crisi delle Grandi Narrazioni: cristianesimo, comunismo, socialdemocrazia, liberalismo classico. Tutto è già stato detto e scritto, restano solo degli epigoni, destinati a “rifare” il già visto), prevale l’individualismo. In questo Zeitgeist, strettamente legato a un contesto economico-politico, governato dall’ideologia neo-liberista: “la società non esiste” proclamava nel 1987 Margaret Thatcher (in realtà le cosiddette Narrazioni erano tutt’altro che finite, avevano soltanto cambiato volto) tendono, inevitabilmente, a imporsi nuove forme di narcisismo, nella vita quotidiana, nel sociale e anche nella cultura e nell’arte. Lo dimostra, per fare un solo esempio, l’evoluzione delle Biennali di Venezia che diventano prima vetrina delle diverse “visioni del mondo” dei curatori e poi si concentrano su un tema culturale, più o meno vago e interessante, sul quale si fanno convergere lunghe teorie di artisti.

A smentita, almeno apparente, di quanto affermato sopra, a proposito del prevalere dell’individualità, il libro di Ricaldone si apre con un testo del 1985 dal titolo “Spazio Paradigma” una sorta di manifesto, redatto da Ricaldone, ma frutto del lavoro collettivo di un gruppo di artisti (evidentemente l’onda lunga degli anni Settanta si faceva ancora sentire, anche perché tutti i protagonisti di quel momento l’avevano vissuta): Claudio Costa, Luisella Carretta, Pier Giorgio Colombara, Arnaldo Esposto, Carlo Merello, Rodolfo Vitone.

Il gruppo aveva l’obiettivo, molto pragmatico, di riutilizzare una serie di spazi nell’ex ospedale ptrico di Quarto a Genova, aperto al mondo esterno dopo la riforma Basaglia e diretto da uno psichiatra umanista come Antonio Slavich, per dedicarli ad attività artistiche, atelier e spazi espositivi, in stretto contatto con i molti pazienti all’epoca ancora presenti negli edifici ottocenteschi. Da lì nacque, grazie principalmente a Costa, l’Istituto per le materie e le forme inconsapevoli e il relativo museo di Art Brut, pienamente attivi ancora oggi. Questo luogo rappresenta, simbolicamente ma non solo, uno dei più robusti fili che tengono unita questa lunga storia, ancora tutta da scrivere.

Per i successivi dieci anni, sino alla prematura scomparsa, nel 1995 a soli 53 anni, Claudio Costa ha rappresentato un punto di riferimento per tutta l’arte genovese. In lui infatti convergono e si irradiano alcuni di quei fil rouge che stiamo tentando di identificare. In primo luogo l’antropologia, nel senso di un’arte “culturale”, concetto sul quale cercheremo di tornare dopo. Costa non è solo un artista ma un intellettuale, ricercatore, saggista, poeta, romanziere – autore di uno straordinario romanzo rimasto sfortunatamente inedito – un organizzatore capace di connettere le persone come pochi altri, anche grazie a una straordinaria energia; in lui si può ben dire che arte e vita coincidessero. A Costa può anche essere fatta risalire un’altra “linea”, a nostro modesto avviso, fondamentale dell’arte genovese, quella malinconica, una sorta di “linea d’ombra”, dal titolo conradiano di una mostra curata da Ricaldone alla galleria Entr’acte.

Su questa linea – che potrebbe anche essere ripercorsa a ritroso fra gli artisti delle precedenti generazioni, basti citare Giannetto Fieschi (1921-2010) – si possono collocare i nomi, oltre che di Costa, di Roberto Anfossi, Nicola Bucci, Enzo Carioti, Piergiorgio Colombara, Beppe Dellepiane, Giancarlo Gelsomino, Stefano Grondona, Giuliano Menegon, Carlo Merello, Rolando Mignani, Piero Millefiore, Piero Terrone e anche chi scrive. La mostra aveva come epigrafe una citazione del filosofo Mario Perniola (1941-2018) che recita: “Oggi più che mai l’arte lascia dietro di sé un’ombra, una sagoma meno luminosa in cui si ritrae quanto di inquietante e di enigmatico le appartiene. Quanto più violenta è la luce con cui si pretende di investire l’opera e l’operazione artistica, tanto più nitida è l’ombra che esse proiettano; quanto più diurno e banalizzante è l’approccio all’esperienza artistica, tanto più l’essenziale di essa si ritrae e si protegge nell’ombra”.

Di quell’ombra Beppe Dellepiane (1937- 2019) ha sperimentato ogni recesso nella temperie degli anni Settanta, stagione d’oro della performance, conservando sempre un’intima coerenza, aliena da ogni contaminazione con le mode culturali; proprio per questo la sua ricerca sui temi del corpo, della malattia e del sacro e mantiene una vibrante attualità. A dispetto della sua riservatezza Dellepiane può quindi essere considerato, a tutti gli effetti, un maestro. Sul fronte della performance la stessa coerenza e solidità espressiva si deve ascrivere ad Angelo Pretolani e Roberto Rossini. Aurelio Caminati (1924-2012) dopo una consolidata carriera di pittore, iniziata nel dopoguerra, decise di svilupparla in chiave performativa, con le sue “trascrizioni”, in forma di sacra rappresentazione, di grandi capolavori dell’arte antica; anche lui collaborò con Costa in una delle esperienze più originali di questa stagione: il Museo antropologico di Monteghirfo.

Ancora la malinconia, sconfinata a un certo punto in un tragico accesso, ha invece caratterizzato l’opera di Stefano Grondona (1952-2019), uno dei più straordinari artisti della sua generazione.

Il postmoderno aveva portato anche con sé un ritorno alla pittura (caso emblematico la Transavanguardia) che poteva effettivamente caratterizzarsi come un “rappel a l’ordre” (non privo di finalità squisitamente commerciali) ma anche come una ritrovata libertà stilistica, dopo gli “eccessi” ideologici degli aanni Setttanta, come nel caso di Roberto Agus, pittore e musicista, Antonio Porcelli, Andrea Crosa.

Nel gruppo dello Spazio Paradigma era presente anche Rodolfo Vitone, (1927-2019), artista attivo dalla fine degli anni Cinquanta (fu anche il primo editore nella rivista Marcatrè) nell’ambito della poesia visiva. Una corrente fondamentale dell’arte novecentesca, che ebbe a Genova una della sue capitali con artisti come Corrado D’Ottavi, Luigi Tola, Miles e in particolare Anna Oberto (femminista, il suo lavoro di evolverà poi in chiave performativa) e Martino Oberto (1925-2011), attenti lettori di Wittgenstein, che alla metà degli anni Cinquanta, con la rivista Ana Eccetera, anticiparono il Concettuale. La vocazione filosofica della Scrittura Visuale genovese fu poi sviluppata da Rolando Mignani (1937-2006), attento lettore di Derrida.

Il Concettuale (insieme, e contro, l’Arte Povera, nata proprio a Genova), nel senso di una ben codificata corrente artistica, aveva monopolizzato, pur con tutte le sue evidenti aporie, il dibattito degli anni Sessanta e Settanta, ma negli Ottanta cominciava a declinare, anche se il concettuale con la c minuscola, nel senso della consapevolezza dell’arte rispetto ai propri linguaggi, ha pervaso tutta la cultura del Novecento. In una direzione post-concettuale e neo-performativa è andato invece il lavoro di due artisti come Cesare Viel e Luca Vitone.

Questa mia sommaria (e partigiana) ricostruzione dice, come è ovvio, molte meno cose di quante se ne trovano nelle oltre 500 pagine del libro, ma è fondata su una consapevolezza che prima sintetizzavo nella definizione di “arte culturale”, un sintagma paradossalmente ossimorico ma che vuole semplicemente evidenziare come l’arte genovese non si sia mai concentrata solo sull’opera, come in fondo il mercato richiede anche nelle più recenti evoluzioni tecnologiche (vedi Nft), ma ha sempre preferito occuparsi della vita, anzi – meglio – delle forme di vita; questo le ha permesso, pur nella sua posizione defilata e apparentemente provinciale, di intercettare quanto di più significativo avveniva nel mondo. Probabilmente il mondo non se ne è accorto, ma questo è un altro problema.

Giuliano Galletta

Good Morning Genova

20 gennaio 2023

Nella foto Sandro Ricaldone a Casa Anatta, Monte Verità, Ascona.



lunedì 16 gennaio 2023

Mirella Bentivoglio (groviglIO) e a Mario Diacono (writhings)



Nel pomeriggio di martedì 17 gennaio 2023 vengono presentati alla Biblioteca Universitaria di Genova due nuovi video-documenti che fanno parte della serie Incontri sul verbovisuale, di Riccardo Boglione e Georgina Torello. Così, dopo quelli dedicati a Ugo Carrega (2015) e Arrigo Lora Totino (2020), verranno proiettati i fiammanti Mario Diacono’s Writhings e Mirella Bentivoglio: groviglIO.

Nel primo caso – première assoluta – il poeta, critico e gallerista romano radicato negli Stati Uniti spiega, fra le altre cose, il percorso che lo ha fatto approdare ai suoi tipici “objtexts”, e illustra i rapporti avuti con importanti artisti e scrittori del 900.

Nel caso di Bentivoglio il video – incluso nella retrospettiva Quanto Bentivoglio? in corso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma – non solo getta luce sulla sua poliedrica vicenda artistica, ad esempio attraverso l’analisi della celebre Storia di un monumento, ma rivela anche aspetti curiosi della sua parabola come critica.


L' Ucraina e la crisi della sinistra italiana

 


Riprendiamo larghi estratti dell'intervento di Fabrizio Burattini da cui emerge come gran parte della sinistra italiana si dimostri da quasi un anno totalmente incapace di assumere una posizione chiara sulla guerra in Ucraina, o nascondendosi dietro slogan vuoti di contenuti concreti o simpatizzando apertamente per Putin e rendendosi in tal modo complice dei suoi crimini.


L'Ucraina e la crisi della sinistra italiana

di Fabrizio Burattini


L’invasione e la distruzione dell’Ucraina da parte degli eserciti della Federazione russa continua da quasi un anno.

Certo, com’è noto, di guerre, devastazioni, efferatezze, stragi è punteggiata tutta la storia del capitalismo. La “pace mondiale” stipulata subito dopo la sconfitta del nazifascismo non si è certo trasformata in quella pace predicata nella “carta delle Nazioni unite”, che si impegnavano a “mantenere la pace e la sicurezza internazionale, prendendo efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace” (dall’art. 1 della Carta delle Nazioni Unite del 1945).

Inoltre, lo sappiamo, oggi, in questa fase, il mondo è investito da una raffica di crisi, da quella economica a quella ambientale, da quella alimentare a quella delle migrazioni… Dunque, laddove ci si volti, i motivi per la mobilitazione delle/degli anticapitaliste/i si moltiplicano, mentre le forze da impegnare in quelle mobilitazioni si fanno sempre più scarse. Ma queste constatazioni, direi ovvie, non tolgono nulla alla natura sconvolgente di quella guerra. Invece, buona parte della sinistra italiana ha sostanzialmente banalizzato quella guerra, come a dire che, essendo una delle tante, sarebbe inutile prenderla di petto e si è concentrata non tanto sulle sofferenze delle popolazioni direttamente coinvolte, ma piuttosto sulle conseguenze che la guerra comporterebbe sulle classi popolari italiane.

La sinistra italiana (seppure con diverse sfumature, ma sostanzialmente con un comportamento largamente convergente) ha scelto, al contrario, di ignorare l’occasione cruciale di intervento e di iniziativa antiguerra che la vicenda ucraina costituiva, ha scelto di non mettersi in sintonia con l’ondata emotiva che la criminale iniziativa di Putin ha innescato nelle opinioni pubbliche dei paesi dell’Europa occidentale, e in particolare in quella italiana, altrimenti colpevolmente sorda anche alle più indicibili sofferenze umane quando queste si verificano lontano dalla sua comfort zone. Anzi, ha scelto di contrapporsi a quell’ondata emotiva, indicandola come frutto subalterno della propaganda dell’imperialismo occidentale. E ha scelto di privilegiare la ricerca di una ipotetica sintonia con il “pacifismo dei bottegai”, di quelli che guardano con ostilità alla resistenza ucraina, avversano le sanzioni, tifano sordamente (a volte perfino esplicitamente) per la “vittoria del più forte”, perché tutto ciò che comportano la resistenza e le sanzioni mette in discussione i loro miserevoli affari.

Nel corteggiare questa presunta “maggioranza pacifista degli italiani”, non a caso, la sinistra si è trovata in una non onorevole e non pagante concorrenza diretta con Berlusconi e con Salvini.

Un atteggiamento radicalmente diverso poteva diventare uno strumento per far riflettere le persone sul proprio egoismo, per sollecitare un moto di sdegno verso Putin e di solidarietà verso le ucraine e gli ucraini, e contemporaneamente per indicare quelle sofferenze come un esempio dello strazio di tutti gli altri popoli che soffrono in situazioni di guerra o di oppressione da parte di potenze straniere.

Da grandissima parte di quella che, chissà perché, continua ad essere considerata la “sinistra radicale” italiana, la guerra di invasione della Russia in Ucraina è stata colta come occasione per parlare d’altro, evitando accuratamente ogni cenno significativo a quello che in Ucraina accadeva e accade.

Considero questa innegabile realtà uno dei principali indicatori della crisi terminale di quella che fu la “sinistra italiana”, un segnale di perdita di ogni vero orientamento internazionalista e, in fin dei conti, di gravissimo appannamento della sua capacità di comprendere il mondo.

La prima qualità che dovrebbe differenziare una donna o un uomo di sinistra da donne e uomini di destra è la capacità di empatia con il resto delle classi popolari, qualunque sia il colore della loro pelle, la loro religione, il loro luogo di vita. L’ “empatia”, termine che si è diffuso nella cultura verso la fine del Novecento, viene così definita dal dizionario: “capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato, prevalentemente senza ricorso alla comunicazione verbale. Più in particolare, il termine indica quei fenomeni di partecipazione intima e di immedesimazione”. In parole povere, la capacità di “mettersi nei panni dell’altro”. Senza scomodare il vocabolario e con la forza comunicativa che il personaggio aveva, il Che Guevara, in una nota lettera ai figli, scrisse: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di un buon rivoluzionario”.

Occorre riconoscere che le ingiustizie commesse contro il popolo ucraino in questo anno di guerra non sono state “sentite nel profondo” dalla sinistra italiana, anzi non sono state sentite neanche superficialmente, una sinistra che ha preferito privilegiare e “sentire” le “sofferenze” dell’oligarchia russa, descritta più o meno a ragione come gravemente minacciata dall’imperialismo statunitense (e dai suoi alleati europei), in qualche misura giustificandone la reazione sulla pelle del popolo ucraino.

La “sinistra” ha osato sfilare nelle, ahimè, pochissime occasioni di mobilitazione sulla questione, centrando le proprie parole d’ordine sul disarmo della resistenza ucraina e sulla fine delle sanzioni alla Russia. Dunque una sinistra italiana che è stata giustamente percepita dal popolo ucraino come supporter dell’aggressione russa, dei suoi bombardamenti, dei suoi massacri, dell’attuale ricatto del freddo (attraverso il bombardamento sistematico delle centrali elettriche), ecc.

Una “sinistra” che si è distinta per aver avallato, accettato e fatte proprie le motivazioni (peraltro cangianti a seconda delle differenti convenienze militari e politiche) strumentalmente accampate dalla leadership della Federazione russa.

(...)

Molti a “sinistra” hanno accolto con soddisfazione la sequela delle menzogne russe, comprese quelle più cinicamente aberranti, come l’insinuazione che i morti di Bucha fossero figuranti stipendiati dalla propaganda ucraina.

Gli “argomenti” di Putin, la loro assurdità e il loro carattere volgarmente strumentale non meriterebbero di essere puntualmente smascherati nell’ambito di una sinistra che pretendendosi “antimperialista” dovrebbe diffidare per principio di quel che viene dal governo di una potenza imperialista, come diffidiamo per principio di quel che viene dalle centrali imperialiste nostrane.

La poca serietà e la incapacità di analisi di questa sinistra peraltro si dimostrano con il fatto che questa stessa, fino agli anni 80 del secolo scorso, definiva l’Unione sovietica, al tempo di Kruscev e di Breznev, come potenza “socialimperialista”, mentre oggi, dopo tutto quel che è successo, considera la Russia un attore positivo a difesa del “carattere multipolare” del pianeta.

E’ utile ricordare a questo proposito che il caos geopolitico che ha caratterizzato il pianeta dopo la sconfitta degli USA nel Vietnam, dopo quella dell’Iraq e, infine, dopo quella dell’agosto 2021 dell’Afghanistan, quel caos che aveva condotto perfino il presidente francese Macron a definire la NATO in “stato di morte cerebrale”, è in via di ricomposizione proprio grazie all’aggressione russa all’Ucraina. In questi ultimi 10 mesi, la centralità dell’imperialismo statunitense si sta decisamente ricostituendo, la NATO si è abilmente potuta ricostruire una “funzione” che aveva perso con la fine della Guerra fredda, e la sua popolarità sta purtroppo crescendo in modo esponenziale (vedi le nuove adesioni e il consenso che essa riscuote in ampie parti del mondo, non solo tra i governi ma anche nelle opinioni pubbliche).

Ma l’empatia non significa solo considerare con pietà e in maniera solidaristica le sofferenze del popolo ucraino: in quel modo ci si potrebbe limitare a sostenere iniziative di solidarietà (come l’invio in Ucraina di cibo, coperte, generatori elettrici, ecc.), iniziative che comunque in Italia sono state totalmente ignorate o addirittura guardate con diffidenza dalla sinistra e lasciate (salvo qualche lodevole eccezione) alle associazioni religiose e laiche. Per una o un internazionalista, empatia significa appunto “mettersi nei panni dell’altro” e dal comodo della nostra comfort zone interrogarsi su quel che faremmo noi internazionaliste/i se ci trovassimo là.

La sinistra avrebbe peraltro già dovuto farlo per la Siria, a partire dal 2011 quando sono scoppiate le prime proteste e le prime rivolte contro il regime di Bashar al-Assad. L’alternativa era: schierarsi a difesa del regime, fino a salutare come positivi i criminali bombardamenti russi e dell’esercito di Assad che hanno raso al suolo la città di Aleppo e tanti altri centri minori, fino a considerare contro ogni evidenza come fake news le denunce dell’uso da parte del regime e dei russi di bombe termobariche o di armi chimiche? Oppure scegliere di sostenere, ovviamente conservando la propria indipendenza di analisi e di iniziativa, la ribellione popolare?

E, analogamente, come ci saremmo comportati se ci fossimo trovati in Ucraina il 24 febbraio? Noi siamo un po’ troppo affezionati all’affermazione che Carl von Clausewitz fa nel suo “Della guerra” secondo cui “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. Quell’affermazione nasconde (soprattutto al lettore disattento) che una situazione di guerra (a differenza di quando agisce ancora la “politica”) non consente troppe scelte e non ammette furbeschi posizionamenti neutralistici. Le scelte a disposizione si riducevano e si riducono sostanzialmente a tre:

  • salutare come liberatoria l’invasione russa, e scegliere in modo vario di collaborare con essa;

  • scappare e lasciare che la difesa di case, di infrastrutture e della vita di chi non può scappare e della stessa indipendenza politica del paese fosse compito solo dell’esercito regolare;

  • oppure in vario modo partecipare alla resistenza ucraina antirussa, cercando di dare il proprio contributo, armato o disarmato, appunto alla difesa del paese.

E’ evidente che grandissima parte della “sinistra radicale” italiana, se si fosse trovata al posto della o del “giovane ucraina/o” avrebbe adottato la prima posizione, o al massimo la seconda, apparentemente quasi nessuno la terza.

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In ogni caso, anche al di là delle innegabili responsabilità NATO, è politicamente sconsiderato mettere le “sofferenze” dei russi e degli ucraini sullo stesso piano, in una falsa equivalenza. Nel conflitto sono direttamente coinvolti un paio di centinaia di migliaia di militari russi (in gran parte coscritti certo, a parte i mercenari, ma comunque corrispondenti allo 0,1% della popolazione di tutta la Federazione) mentre dalla parte ucraina sono coinvolti e duramente, materialmente ed esistenzialmente colpiti, non solo l’esercito ma tutti i 43 milioni di cittadini e, per certi versi, emotivamente anche quei 6 o 7 milioni di ucraine e di ucraini che erano emigrati già prima del 24 febbraio.

Ovviamente dobbiamo essere anche dalla parte dei ragazzi russi, trascinati a combattere in una guerra che non è minimamente la loro, e dalla parte delle loro famiglie, ma non possiamo nasconderci che c’è un gigantesco divario etico tra chi, come le classi popolari russe che sono costrette a una vita quotidiana più ardua e a un periodo di maggiori difficoltà economiche (il tutto sempre per responsabilità intera della leadership putiniana) e chi, come le classi popolari ucraine che vivono quotidianamente la realtà di missili che radono al suolo intere città.

Lo ripeto, internazionalismo è in primo luogo porsi la domanda “che cosa farei io (con il mio bagaglio ideale e politico) se fossi lì”, altrimenti internazionalismo non è. Un tempo l’essere internazionalisti portava perfino a partire con le “brigate internazionali”. Ma almeno non deve portare a subordinare la propria posizione sull’Ucraina alle convenienze politiche e ai “posizionamenti” nazionali. Questo non è né potrà mai essere internazionalismo.

Quello che ho cercato di dire sulla/sul “giovane ucraina/o” lo si può altrettanto dire sulla/sul “giovane russa/o”. L’internazionalismo vuol dire anche chiedersi che posizione deve assumere un internazionalista russo. L’internazionalista russo non vive la medesima impellenza dell’ucraino, ma la sua coscienza internazionalista dovrebbe spingerlo ad assumere una posizione convergente. Ed è quello che fanno migliaia di giovani oppositori russi e soprattutto russe. Le/i democratiche/i russe/i dovrebbero dire (seguendo l’esempio di tanta parte della sinistra italiana) che la responsabilità della situazione è della NATO? Che l’Ucraina è infestata dai nazisti? che è antidemocratica perché mette fuorilegge l’opposizione? In tale modo non sarebbe più all’opposizione di Putin, perché ne condividerebbe le analisi di fondo.

Al contrario, le oppositrici e gli oppositori russi adottano in sostanza quella che fu la linea del movimento americano contro la guerra del Vietnam tra il 1966 e il 1975: “Fuori la Russia dall’Ucraina”, “Riportate a casa i nostri ragazzi”. E i settori più coscienti, come accadde per gli USA oltre 50 anni fa, agitano la parola d’ordine fondamentale: “Per la vittoria dell’Ucraina”.

Già so che i nostri “sinistri radicali” controbatteranno: “Ma noi siamo qua, dobbiamo opporci alla NATO”. Giusto. Ma io direi che noi dobbiamo anche opporci alla NATO, mentre per la sinistra nostrana l’opposizione e la denuncia delle responsabilità NATO e UE ha sostituito e ha cancellato ogni traccia di solidarietà con il popolo ucraino, con la sua resistenza e con la sua sinistra classista e internazionalista.

Viene giustamente denunciato il “doppiopesismo” dei mass media filoatlantici che denunciano le angherie dell’esercito russo ma tacciono o addirittura giustificano le angherie degli americani nelle loro numerose guerre imperialiste, quelle dei turchi contro i curdi, quelle israeliane contro i palestinesi, ecc. Ma a quel “doppiopesismo” viene contrapposto un doppiopesismo altrettanto inverecondo che banalizza la sofferenza del popolo ucraino.

Parte di questa sinistra, per giustificare la propria posizione campista e a volte esplicitamente “putinista”, ha anche messo in discussione il concetto stesso di autodeterminazione, ritenendolo un residuo del Novecento. A questo proposito, rimando a quel che scrissi in un altro mio articolo di giugno 

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Aggiungo infine, a ulteriore dimostrazione della crisi perfino morale dell’internazionalismo, che a nessuno nella “sinistra radicale” italiana è minimamente venuto in mente di organizzare iniziative che abbiano dato voce ai protagonisti ucraini o russi che siano. Hanno fatto eccezione solo le estremamente significative occasioni nelle quali il “Comitato per il no alla guerra in Ucraina” ha ascoltato la ricercatrice ucraina Daria Saburova, il sociologo russo Alexander Bikbov e il giornalista italo-russo Jurii Colombo.

Lo stesso comitato che ha organizzato e realizzato l’unica manifestazione di sinistra nei pressi dell’ambasciata russa a Roma lo scorso venerdì 7 ottobre.


Fonte: refrattario.blogspot.com