TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 30 luglio 2021

Giuliano Galletta, A proposito di Roberto Calasso

 


Roberto Calasso ha saputo regalarci con i suoi libri e con quelli pubblicati per Adelphi emozioni straordinarie che ci hanno fatto spesso intuire l'esistenza di un mondo “altro” dietro lo specchio. Di questo gli saremo sempre grati, sperando che la sua opera non venga vanificata e che l'Adelphi non venga risucchiata nel buco nero nella editoria italiana contemporanea. Lo ricordiamo con questo bello scritto di Giuliano Galletta.


Giuliano Galletta

A proposito de “La folie Baudelaire” di Roberto Calasso


“M. BAUDELAIRE ha trovato modo di costruirsi all’estremità di una lingua di terra reputata inabitabile e aldilà dei confini del romanticismo conosciuto un chiosco bizzarro, assai ornato, assai tormentato, ma civettuolo e misterioso, dove si leggono i libri di Edgar Allan Poe, dove si recitano sonetti squisiti,dove ci si inebria con hashish per ragionarci poi sopra, dove si prendono oppio e mille droghe abominevoli in tazze di porcellana finissima. Questo singolare chiosco, lavorato a tarsie, di una originalità concertata e composita che da qualche tempo attira gli sguardi verso la punta estrema della Kamcatka romantica, io la chiamo la folie Baudelaire.

L’autore è contento di aver fatto qualcosa di impossibile, là dove si credeva che nessuno potesse andare». Così il 20 gennaio del 1862 il grande critico letterario, “padrone” delle Lettere francesi dell’epoca, Charles Augustin de Sainte-Beuve, nella sua rubrica settimanale sul Constitutionnel parla, per la prima e ultima volta, di Charles Baudelaire. La citazione è uno dei punti focali dello straordinario libro di Roberto Calasso intitolato, per l’appunto, “La Folie Baudelaire” (Adelphi, pagine 423, 36 euro) costruito intorno alla Galassia Baudelaire nella Parigi, capitale del XIX secolo, dove nasceva la Modernità. Non per Saint-Beuve che disegna questo perfetto ritratto del poeta ma solo per condannarne l’inconcepibile aspirazione a entrare nell’Académie Francaise.

Per delimitarne lo spazio vitale Saint-Beuve chiama in causa una terra lontana, la penisola russa della Kamcatka, estrema penisola orientale della Russia (che negli anni Trenta del Novecento Stalin avrebbe tentato di vendere a un miliardario americano) e di cui Saint-Beuve, probabilmente, conosceva a malapena il nome. E’ solo, nella landa più lontana dalla civiltà che Baudelaire può costruire il «chiosco bizzarro» della sua letteratura, la sua Folie. Parola che non definisce soltanto, come scrive Calasso, “ciò che per sempre si sottrae alla vivibilità psichica e al ragionevole controllo” ma anche «certe incantevoli maisons de plaisance, padiglioni destinati all’ozio e al piacere». Ma quel luogo della mente (e del corpo) non resterà per troppo tempo isolato - come era negli auspici di Saint-Beuve - anzi presto diventerà il centro del mondo, attirando nella sua orbita ciò che di meglio possiamo rubricare sotto la voce Letteratura.

E’ quella che Calasso chiama “l’onda Baudelaire” che ha origine prima di lui e si propaga dopo: da Chateaubriand a Nietzsche, da Stendhal a Flaubert, da Rimbaud a Proust. Il chiosco baudleriano-kamciako sarà protagonista dell’incontro che Roberto Calasso (oltreché scrittore grande editore e presidente dell’Adelphi) terrà domani (ore 21,15, piazza Castello) al Festivaletteratura di Mantova, «Quando scrisse quelle parole Saint-Beuve aveva due obiettivi» spiega Calasso «uno era definire questo strano fenomeno che si stava manifestando con Baudelaire, l’altro, un po’ comico, di tenerlo il più alla larga possibile, relegandolo nella penisola siberiana, perché a Saint-Beuve quella letteratura faceva paura. Così invece di dire che Baudelaire rappresentava tutto quello che lui stesso poteva vedere uscendo di casa a Parigi - che era la verità - si inventa la Kamcatka per tenerlo il più lontano possibile.

E’ una storia straziante e molto romanzesca quella del rapporto tra Saint-Beuve e Baudelaire, perché il primo ha sempre evitato di scrivere del poeta e l’unica volta che lo ha fatto è stato in occasione di un fallimento di Baudelaire, la candidatura, umiliata, all’Académie». Il critico francese più autorevole dei suoi tempi, probabilmente, vedeva nell’opera di Baudelaire un rischio per “l’ordine letterario costituito e forse per l’ordine tout court. Sullo sfondo un’idea di letteratura da tenere sotto controllo che emerge da una lettera segreta, scoperta soltanto di recente nei pubblici archivi, inviata il 31 marzo 1856 da Saint-Beuve al gabinetto di Napoleone III, in cui si chiede al governo di promuovere una “direzione morale per le opere dell’ingegno, indicando quali temi trattare e facendo passare tutto questo come forma di aiuti agli autori bisognosi”.«Questa lettera dai toni zdanoviani è un brutto episodio che non fa certamente onore a Saint-Beuve, ma non credo esprima i suoi veri sentimenti» spiega ancora Calasso «era un uomo complicato ma di immensa intelligenza e grande scrittore egli stesso ma indubbiamente ogni volta che ha visto qualcosa che andava molto in là nella direzione della Modernità - non soltanto Baudelaire ma in fondo anche Balzac, Stendhal o Flaubert - non lo ha capito. D’altra parte laddove Saint-Beuve è stato scrittore in senso pieno in “Port Royal” non è stato capito, quasi in una sorta di nemesi» .

Rischiando un parallelo con l’attualità sembra comunque difficile oggi tentare di relegare la letteratura in una remota penisola lontana. essa è dappertutto, forse troppo, anche se non può contare su interpreti così assoluti. «La letteratura può stare dappertutto ma è giusto che preservi un margine di estraneità dal corpo sociale» aggiunge Calasso «è arduo dare un giudizio generale sulla situazione contemporanea che è assai variegata e mostra molti talenti in divenire, anche se sinceramente non vedo autori, ad esempio, del peso di un Borges». Ma proprio il “rancoroso” Saint-Beuve potrebbe essere assunto ad emblema di ogni società letteraria, il milieu che produce le polemiche sui premi letterari e promuove l’impromuovibile. «Di quella» conclude Calasso «non vale neppure la pena di parlare».


Il Secolo XIX - 10 settembre 2009


mercoledì 28 luglio 2021

Attenti agli UFO, scrive il Manifesto. E non è una canzone di Dalla

 


Per la prima volta un rapporto governativo Usa parla pubblicamente di 144 avvistamenti inspiegabili di oggetti volanti non identificati dal 2004 a oggi. E non esclude origini aliene. Siccome siamo curiosi, non ci siamo limitati all'articolo, ma abbiamo recuperato il documento originale che riportiamo in appendice sotto forma di link.

Marina Catucci

Attenti agli Ufo

Un nuovo rapporto dell’intelligence inviato al Congresso americano conclude che tutti i 144 avvistamenti di oggetti volanti non identificati documentati dai militari Usa dal 2004 sono di origine sconosciuta.

Così si legge nel resoconto pubblico, documento sugli Ufo estremamente raro da parte del governo degli Stati uniti, che probabilmente alimenterà nuove speculazioni sui fenomeni che la comunità dell’intelligence ha a lungo faticato a comprendere.

IL RAPPORTO È LA PRIMA valutazione non classificata sugli Ufo prodotta dal governo in mezzo secolo e non offre alcuna risposta definitiva su chi o cosa potrebbe operare una varietà di velivoli che, in alcuni casi, sembrano sfidare le caratteristiche note dell’aerodinamica e che i funzionari ritengono possano essere una minaccia per la sicurezza nazionale e la sicurezza dei voli.

Nel rapporto governativo si parla di 143 avvistamenti inspiegabili su 144 in 17 anni, 18 dei quali «sembrano avere una sorta di propulsione avanzata o tecnologia avanzata». Alla fine il Pentagono ha dichiarato di non escludere origini aliene. Non lo afferma, ma non lo esclude.

Della questione se ne stanno occupando tutti media Usa, inclusi i più prestigiosi come il Washington Post, il New York Times, Al Jazeera US, Cnn, Politico, uscendo dall’ambito delle pubblicazioni locali per lo più di aree rurali dove l’argomento è solitamente relegato.

Gli attori in campo sono cambiati e si è passati dalle chiacchiere tra complottisti del settore a documenti ufficiali prodotti dal Pentagono e dall’intelligence e presentati al Congresso e alla Casa bianca. Nonostante gli sforzi delle entità coinvolte, sia politiche che mediatiche, la sindrome da «la guerra dei mondi» pare dietro l’angolo.

IL PENTAGONO, assistito dall’Ufficio del Direttore dell’intelligence nazionale, ha dichiarato di non aver trovato prove che indichino chiaramente che questi fenomeni siano una svolta tecnologica di un avversario straniero, o che gli oggetti siano di origine extraterrestre. Nessuna spiegazione è stata esclusa: il rapporto è «una valutazione preliminare» priva dei dati sufficienti a fornire risposte inequivocabili.

Il rapporto ipotizza cinque categorie di possibili spiegazioni: oggetti comuni come uccelli, palloncini o droni ricreativi; condizioni atmosferiche; nuovi velivoli sviluppati da enti governativi Usa o società private; il disegno sconosciuto di un avversario straniero.

La quinta opzione è una categoria onnicomprensiva, «altro», classificazione che comprende una serie di potenziali realtà, inclusa la possibilità che alcuni degli incontri sfuggano alle spiegazioni terrestri.

LA PITTORESCA QUESTIONE pone problemi seri, tengono a precisare politici e militari: «Gli avvistamenti inspiegabili rappresentano un pericolo per la sicurezza dei voli – si legge nel rapporto – e potrebbero rappresentare un pericolo più ampio se alcuni casi rappresentano una raccolta di dati sofisticata riguardanti le attività militari statunitensi da parte di un governo straniero, o se dimostrano una tecnologia aerospaziale rivoluzionaria».

Solo uno dei 144 avvistamenti esaminati nel rapporto è stato inequivocabilmente inserito in una delle cinque categorie, mentre 18 degli unidentified aerial phenomena, fenomeni aerei non identificati (Uap), nel gergo del governo degli Stati uniti, mostrano una tecnologia potenzialmente avanzata che la Casa bianca «non comprende completamente». Undici dei fenomeni descritti includono incontri con «oggetti volanti» in cui i veicoli si avvicinavano pericolosamente al personale americano.

«L’UAP CHE ABBIAMO documentato…dimostra una serie di comportamenti aerei, il che sottolinea davvero il fatto che non tutti gli Uap sono la stessa cosa – ha dichiarato un alto funzionario dell’intelligence – Non c’è una sola spiegazione per gli Uap».

Alcuni dei 18 velivoli «sembravano rimanere fermi con il vento alto, muoversi controvento, manovrare bruscamente o muoversi a velocità considerevole, senza mezzi di propulsione riconoscibili», afferma il rapporto, aggiungendo che alcuni oggetti volanti «sono stati rilevati vicino a strutture militari o da aerei che trasportavano i sistemi di sensori più avanzati di proprietà del governo».

IL RAPPORTO PUBBLICO di nove pagine non include una parte top-secret, mossa che farà affermare ancora una volta che il governo sta nascondendo ai cittadini informazioni cruciali riguardanti vite aliene. Tuttavia la pubblicazione del rapporto segna uno spartiacque per un argomento che è stato a lungo al centro del fascino e del ridicolo pubblico, nonché del profondo sospetto che il governo nasconda la sua piena conoscenza degli Ufo.

«È diventato sempre più chiaro che i fenomeni aerei non identificati non sono un evento raro e il nostro governo ha bisogno di un modo unificato per raccogliere, analizzare e contestualizzare questi rapporti – ha detto il democratico Adam Schiff, presidente della commissione di intelligence della Camera – Mentre continuiamo a ricevere aggiornamenti, condivideremo ciò che possiamo con il popolo americano, poiché un’eccessiva segretezza stimolerebbe solo ulteriori speculazioni».

IL FATTO CHE SCHIFF, dopo essersi occupato dei due impeachment di Trump e dell’attacco al Campidoglio, ora si occupi di oggetti volanti pare già una legittimazione importante agli occhi degli ufologi Usa.

Il manifesto – 27 giugno 2021


Per accedere al documento originale della National Intelligence cliccare sul link seguente:

https://www.dni.gov/files/ODNI/documents/assessments/Prelimary-Assessment-UAP-20210625.pdf


giovedì 8 luglio 2021

Raffaella Carrà è viva e lotta insieme a noi!

 


E' morta Raffaella Carrà e l'Italia è in lutto. Visto che viviamo in una società dove la TV è la misura di tutte le cose, questa reazione ha una sua logica. Ma che dire di Rifondazione che si appropria del personaggio presentandola come una comunista esemplare perché una volta avrebbe detto di aver votato PCI. Per non parlare di chi la ha definita "artista del popolo" manco fosse Majakovskij o, come Arbore "una rivoluzionaria popolare" ammesso che questa stupidaggine voglia dire qualcosa . E' davvero un peccato che fosse troppo giovane altrimenti si sarebbe potuto tirare fuori la Resistenza che, come il prezzemolo in cucina, va bene per tutti i piatti.

Sia chiaro, Raffaella Carrà è stata una grande e serissima professionista dello spettacolo e merita rispetto, ma questi sinistri da salotto fanno rimpiangere i tempi in cui il mito era "Baffone" Stalin. Come dire: dalla tragedia alla farsa. " E poi dicono che uno si butta a destra", avrebbe detto Totò cogliendo perfettamente lo spirito dei tempi in cui ci tocca vivere.


mercoledì 7 luglio 2021

Raffaele K. Salinari, Addio ad Angelo Del Boca. Smontò il mito degli italiani "brava gente"

 


Addio ad Angelo Del Boca. È morto il più grande storico del «nostro» colonialismo. Denunciò la guerra Nato in Libia e i campi di concentramento per migranti

Raffaele K. Salinari

L’Africa degli italiani brava gente e dei raid aerei all’iprite

Ci ha lasciato Angelo Del Boca, la coscienza critica del colonialismo degli «italiani brava gente». Nato a Novara il 23 maggio del 1925; il padre aveva combattuto come fante nella prima battaglia dell’Isonzo durante la Grande Guerra e dunque già da piccolissimo si era dovuto confrontare con gli interrogativi che immancabilmente attraversano quanti hanno vissuto, più o meno direttamente, un’esperienza così traumatica. Nei libri autobiografici, in particolare in quelli che ricordano la sua esperienza partigiana, il ruolo testimoniale del padre e le ombre gettate sul suo mondo giovanile dalla Grande Guerra, diventano centrali nella formazione di una sensibilità verso i processi storici in generale e quelli coloniali in particolare.

ANGELO DEL BOCA partecipa alla Seconda Guerra Mondiale e dopo essere stato deportato in Germania a seguito dell’armistizio dell’8 settembre, si arruola nella Repubblica di Salò, nella divisione alpina Monte rosa, dalla quale però diserta per entrare a far parte della Resistenza nelle formazioni di Giustizia e Libertà.

Fu il primo studioso italiano a gettare uno sguardo critico sul periodo coloniale italiano ed in particolare a documentare le atrocità compiute dalle nostre truppe in Libia e in Etiopia. Le sue denunce sui bombardamenti aerei sui centri abitati e l’impiego di armi chimiche come l’iprite, il fosgene e l’arsina, fecero molto scalpore nel mondo accademico ma, forse ancor più, in quello politico, dato il diffuso negazionismo che nel secondo dopo guerra imperava nella narrativa sulle vicende italiane in Africa Orientale. Per queste sue posizioni Angelo Del Boca è stato per lungo tempo avversato sia dalla stampa conservatrice sia dalle associazioni di reduci dall’Africa Orientale italiana.

INDICATIVA, NEL MERITO ed anche nei toni, la polemica che lo contrappose per anni, sulle pagine del Corriere della Sera, ad Indro Montanelli che sosteneva, al contrario delle evidenze storiche raccolte da Del Boca, l’opinione agiografica e falsamente consolatoria secondo la quale quello italiano «fu un colonialismo mite e bonario, portato avanti grazie all’azione di un esercito cavalleresco, incapace di compiere brutalità, rispettoso del nemico e delle popolazioni indigene». Una visione alquanto «romantica» di cosa significa essere in guerra e soprattutto in una guerra coloniale. A questo proposito bastino le riflessioni di Frantz Fanon, autore molto amato da De Boca, e dei molti resistenti africani alle brutalità di tutti gli eserciti coloniali, per far capire la profondità e l’attualità quasi scandalosa del suo pensiero già negli anni Sessanta.

ALLA FINE, PERÒ, nel 1996 lo stesso Montanelli si scusò pubblicamente con lui quando lo studioso dimostrò, attraverso documenti inoppugnabili, le brutalità commesse dell’Esercito della «brava gente» in Etiopia. La denuncia su base storica ed etica della retorica del «Paese di pace che però è costretto a fare la guerra» ha attraversato tutto il suo apparato critico gettando così nuova luce sulle relazioni tra politica e guerra anche nel periodo post coloniale.

DA QUI LA POSIZIONE di Angelo del Boca contro le nuove avventure dell’Italia in Libia, sostenuta dalla consapevolezza che la verità storica servisse anche come faro per orientare l’opinione pubblica italiana a fare chiarezza su quelle che chiama più volte «le nostre responsabilità rispetto alle popolazioni che avevamo aggredito», convinto per questo del fatto che «bisognava evidenziare in primo luogo i crimini italiani», come ebbe modo di dire durante una intervista al Corriere nel gennaio del 2011.

Questa sua ricerca della verità storica, e soprattutto la capacità di porsi dalla parte dei popoli che avevano subito la colonizzazione, e delle relativa azioni di resistenza specie in Etiopia, serviva dunque ad illuminare le vicende attuali ed il rischio di nuovi coinvolgimenti militari in quell’Africa che già ci aveva visto come colonizzatori. Posizioni che gli valsero nel 2014 la Laurea honoris causa in Storia Africana da parte dell’Università di Addis Abeba.



NEL CORSO DEGLI ANNI le sue pubblicazioni hanno dunque spaziato dal primissimo L’Africa aspetta il 1960, al poderoso Gli italiani in Africa orientale edito già negli anni Settanta, sino al recentissimo Gheddafi – Una sfida dal deserto, del 2014.

Come un altro studioso appassionato e sensibile recentemente scomparso, Calchi Novati, del quale era amico ed estimatore, Del Boca ha accompagnato dunque la storia politica e culturale del continente africano sin dalle prime avvisaglie dei movimenti indipendentisti, che lui aveva già ravvisato nel fenomeni di resistenza delle popolazioni al giogo coloniale.

La sterminata bibliografia disegna dunque un percorso inesausto che rileggendo le vicende coloniali del nostro Paese allarga gli orizzonti a tutto il fenomeno delle relazioni tra Europa e Africa, attraverso la ricerca di documenti di prima mano, spesso non solo sconosciuti ma deliberatamente nascosti. Anche la sua storia partigiana è tematizzata in diversi libri, tra cui l’ultimo, del 2015 Nella notte ci guidano le stelle: La mia storia partigiana.

MA FORSE IL SUO contributo più importante rimane quello sull’attualità della questione libica. Conoscitore profondo non solo della storia ma dell’antropologia del Paese africano, De Boca ha più volte espresso – proprio sulle pagine de il manifesto – il suo estremo e motivato disaccordo sulle relazioni italo libiche in particolare e di quelle tra Europa e Libia in generale dopo quello che lui giustamente chiamava l’assassinio di Gheddafi. Il suo criticismo è divenuto ancora più radicale in relazione alla possibilità che l’Italia potesse essere direttamente coinvolta in un intervento militare nel Paese africano.

LA SUA DENUNCIA di una Libia allo sbando di cui, come disse in una recente intervista «almeno 140 gruppi si contendono il territorio, si sono divisi il potere e i depositi di petrolio», lo portava ad esprimere una dura critica alla posizione europea in quanto l’abbattimento del regime di Gheddafi aveva «riportato il tribalismo, sono scomparsi i confini amministrativi, si è tornati indietro di due secoli, a prima dell’Impero Ottomano».

Anche se il suo giudizio su Gheddafi non era positivo, lo riteneva un dittatore, per Del Boca, d’altra parte farlo cadere così, senza alternative, era stato un errore, perché «lui almeno faceva da cintura contro l’estremismo». In particolare la sua preoccupazione, che nel recente periodo è apparsa più che giustificata, era legata alla quantità enorme di armi che si potevano trovare ovunque e che inevitabilmente sarebbero finite nelle mani di chiunque. Facile profeta, inascoltato, Del Boca sin dalla caduta di Gheddafi alzò la voce per mettere in guardia dal fatto che una Libia fuori controllo sarebbe diventato un santuario per il nascente radicalismo di matrice islamica e che dal suo territorio oramai disarticolato sarebbero stati alimentati i conflitti nel Mali e nel Ciad.

L’ULTIMO MONITO, sempre sulla base storica dei campi di concentramento nelle zone più aride del paese, dove il nostro Esercito coloniale aveva raccolto intere popolazioni della Cirenaica, con un bilancio finale di 40 mila morti a causa delle malattie, il cattivo nutrimento e le continue percosse o fucilazioni, Del Boca lo ha dedicato alla gestione esternalizzata dei flussi migratori. Esattamente come le recenti decisioni a livello europeo sembrano volere fare.

Il manifesto- 7 luglio 2021

martedì 6 luglio 2021

Come eravamo. Note sulla rivoluzione cinese del 1925-27 (1970)

Tra la fine del 1969 e l'inizio del 1970 si tenne alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Genova un seminario autogestito sulla rivoluzione cinese. La mia partecipazione consistette in una relazione di cui riporto la traccia. Allora, come peraltro risulta evidente dal testo, militavo in Lotta comunista ed ero attivo nel Collettivo leninista di Balbi di cui facevano parte anche militanti dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari.

Per leggere il testo cliccare sull'immagine











sabato 3 luglio 2021

Lou Dalfin a Cuneo

 


Riceviamo e molto volentieri facciamo circolare


Lou Dalfin

GRAN BAL DUB

@cunicolifestival

Domenica 4 Luglio, ore 21

Birrovia Vecchia Stazione, Cuneo


“L'Occitano Volante e la ciurma hanno stivato ghironde, fisarmoniche, cornamuse, flauti, violini. Il motore che li farà volare è fatto di macchine azionate dal fuochista infernale #Madaski”


Come eravamo: Miguel Littin e il cinema di Unidad Popular (1978)

 


Due considerazioni a mo' di premessa


L'età e lo scoprirsi ammalati porta a riconsiderare il senso profondo delle cose e del tempo. Cambia soprattutto la scala di priorità. Può significare, come nel mio caso, assumere un atteggiamento più distaccato verso il presente a vantaggio del recupero di una memoria e di un percorso personale che in molti snodi si è intrecciato con dinamiche collettive e può quindi rappresentare un possibile punto di osservazione, per quanto ultraminimalista e provinciale, su momenti della storia della sinistra a partire dalla fine degli anni '60. Per questo nei mesi a venire Vento largo sarà in larga parte dedicato alla pubblicazione di materiali prodotti in vari momenti di un percorso iniziato con l'esplosione studentesca del 1967-68.

Iniziamo con un documento del 1978, quando in occasione della Festa provinciale dell'Avanti! mi occupai di organizzare una settimana della cultura socialista imperniata su una mostra di manifesti dal 1892 al 1978 e su una rassegna del cinema di Miguel Littin, grande regista cileno sostenitore convinto di Salvador Allende e dell'esperienza di Unidad Popular.

La proposta di trasformare una festa di partito in un momento culturale alto all'inizio suscitò non poche perplessità, la cosa era considerata troppo elitaria. Avrebbe interessato, si diceva,  solo un ristretto pubblico di intellettuali e di cinefili. Timori smentiti poi dal grande successo dell'iniziativa. Il Film Studio si rivelò insufficiente a ospitare tutti gli interessati, tanto che molti assistettero alle proiezioni in piedi o su seggiolini recuperati in modo avventuroso addirittura in bar vicini. Una cosa impensabile oggi, ma che dimostra quanto fosse culturalmente recettiva Savona in quegli anni e quanto soprattutto fosse ancora vivo e doloroso il ricordo dei fatti cileni.

È doveroso ricordare che l'organizzazione dell'evento fu resa possibile dalla fraterna collaborazione di Mirco Bottero, instancabile animatore culturale purtroppo oggi colpevolmente dimenticato, che, oltre a mettere a disposizione i locali, si occupò del reperimento delle pellicole. A me toccò la presentazione dei film e della conduzione dall'allora immancabile dibattito, oltre che dalla redazione del pieghevole illustrativo dell'iniziativa. Naturalmente, considerato che il diavolo notoriamente fa le pentole ma non i coperchi, la cosa non filò del tutto liscia: il tipografo omise di riportare dove le proiezioni si tenevano e questo mi costò ore di lavoro a scrivere su ogni depliant, ed erano davvero tanti, l'indirizzo del Film Studio. Proprio come il piccolo scrivano fiorentino di deamicisiana memoria, ma con almeno tre differenze: una bottiglia di whisky, almeno due pacchetti di Celtique, praticamente catrame puro, e una sfilza di bestemmioni da far impallidire anche il più feroce mangiapreti. Ma eravamo giovani, se questo può servire da scusante...

Giorgio Amico






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