TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 11 maggio 2022

Danilo Montaldi precursore dell'autunno caldo

 

Giorgio Amico

Danilo Montaldi precursore dell'autunno caldo


Ad aprile '68 il Gruppo Carlo Marx pubblica un opuscolo per le Edizioni della libreria Feltrinelli. Era stato lo stesso editore a crearle nel maggio 1967 come iniziativa nettamente separata dalle attività della casa editrice. Più che di un'impresa editoriale siamo in presenza dei primi passi di un progetto politico che sfocerà poi nella formazione dei GAP. In una circolare interna Feltrinelli presenta così la nuova iniziativa:

«La nostra libreria di Milano ha approntato una serie di opuscoli politici di notevole interesse. Per molti aspetti è una necessaria integrazione della pubblicistica di partito su alcuni temi particolarmente urgenti. Si tratta di documenti e testi necessari per la formazione politica dei militanti” . (Carlo Feltrinelli, Senior Service, Nuova edizione, Milano, Feltrinelli 2022, p. 292)

Gli opuscoli sono di piccolo formato, il prezzo medio è 250 lire, meno di un libro giallo. In tutto usciranno un centinaio di titoli con una tiratura media di quattromila copie. La maggior parte riguardano le lotte dei popoli del Terzo mondo con particolare attenzione alle guerriglie in corso in America Latina. Ma ampio spazio verrà dato, a partire dal '68, alle lotte del Movimento studentesco, ai rischi di involuzione politica della situazione italiana e alle minacce di un golpe militare alla “greca”, oltre che ad un'analisi militante della realtà di classe. L'opuscolo del gruppo cremonese rientra in quest'ultima categoria e sviluppa per centosessanta pagine una articolata analisi della situazione dei trasporti, oggi diremmo della logistica, nell'ottica dell'avvio dell'integrazione europea. Per maggio è previsto l'allargamento del MEC al settore dei trasporti e il quaderno serve a fare il punto sulla situazione di classe nel settore delle ferrovie, dell'auto e dei porti e a delineare le linee guida di un intervento politico nel settore. Come sempre, fin dai primi quaderni di Unità proletaria, si tratta di un lavoro collettivo, ma è Montaldi a definirne l'impostazione generale. Una influenza che si fa sentire soprattutto nell'introduzione e poi nelle conclusioni:

«Questo opuscolo è un momento della lotta che oppone i lavoratori al sistema capitalista, il cui processo d'integrazione mai è stato tanto efficace come oggi. Mai come oggi è così chiaro come non esista momento separato di un'economia e di una politica, strette come sono nel disdegno organico del capitale internazionale. Alla riorganizzazione generale del sistema in un blocco unitario che impone norme e riforme ai fini della propria stabilità e continuità, non è ancora corrisposta da parte delle forze del lavoro un'adeguata replica di classe che tenda al capovolgimento rivoluzionario. […]

L'imperialismo italiano ha la caratteristica di fare il gioco dell'imperialismo altrui. Tale ruolo è oggi facilitato alla borghesia italiana dalla socialdemocratizzazione del movimento operaio, attraverso la quale essa si difende. Il progetto capitalista della sistemazione dei trasporti interessa tutto il divenire della società. Esso associa strettamente tra loro lo Stato e il padronato, il capitale internazionale e quello nazionale. Fusioni in campo economico e accordi raggiunti fra gli Stati costituiscono una lega cui non è indifferente la partecipazione "popolare" sul piano esecutivo. Ma questa lega fonde in un regime di ferro l'esistenza stessa dei salariati e tutta la vita sociale. Il proletariato si trova oggi a dover combattere all'interno stesso delle proprie organizzazioni per meglio colpire il nemico di classe. È attraverso questa lotta che esso acquisisce la coscienza critica e rivoluzionaria necessaria per la sovversione del sistema. Oggi non è pii sufficiente contestare sul terreno soltanto del lavoro e dell'azienda, non è sufficiente operare soltanto dentro o fuori i partiti e i sindacati. La lotta contro il sistema va organizzata su tutti i punti, perché costituisca una premessa socialista di ricostruzione della società. Dev'essere innanzitutto una battaglia politica, armata degli strumenti necessari. Questo opuscolo prende avvio dalla questione dei trasporti per arrivare a individuare il disegno globale dell'imperialismo. Non esistono più categorie separate di lavoratori, esiste una sola lotta che unifica la classe operaia contro lo sfruttamento, contro lo Stato, contro l'imperialismo.[...] Il compito dei militanti rivoluzionari è di mobilitarsi immediatamente contro la pratica della capitolazione e del collaborazionismo, contro la tendenza a frantumare le lotte e a gerarchizzare la classe operaia. Soltanto un'attiva battaglia politica potrà battere le forze dello sfruttamento, dello Stato, dell'imperialismo». (Gruppo Carlo Marx di Cremona, Lo stato e la FIAT. I trasporti e la classe operaia, Milano, Libreria Feltrinelli 1968, pp. 5-7)

Un'analisi delle tendenze del capitalismo italiano di rara lucidità e concretezza, soprattutto se confrontata con i confusi proclami del Movimento Studentesco, per non parlare delle sparate ideologiche vetero-staliniste dei gruppi m-l, dove forte si sente, come dicevamo, la mano di Montaldi. Interessante, soprattutto in un momento in cui imperialismo è sinonimo di Stati Uniti, la coerente visione marxista dell'imperialismo come di un fenomeno “unitario”, che travalica gli ambiti nazionali, strettamente legato, almeno nelle metropoli, al processo di socialdemocratizzazione della classe operaia e alla politica riformistica dei partiti storici della sinistra, comunisti compresi. Sono tesi che Montaldi riprende direttamente da Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi, leader storici dell'allora piccolissimo gruppo di Lotta comunista. Non a caso nel capitolo dedicato alla situazioni dei porti largo spazio è dedicato a Savona e Genova, realtà dove Lotta comunista ha una presenza significativa fra i lavoratori portuali, mentre vengono ripresi ampi passi di un'analisi di Giovanni Poggi apparsa sul numero di ottobre-novembre 1966 del foglio leninista. La cosa non stupisce. Montaldi, si è visto, aveva rapporti di amicizia personale e collaborazione politica con Cervetto che risalivano alla prima metà degli anni Cinquanta. Dove le analisi divergono in modo radicale è sulle prospettive. Mentre Cervetto vede la ripresa del ruolo rivoluzionario del proletariato nella costruzione di un partito leninista composto di “quadri” ferreamente organizzati e stabilmente inseriti all'interno del movimento sindacale e in particolare della CGIL, Montaldi, in questo erede diretto di Socialisme ou Barbarie che ha cessato le pubblicazioni proprio nel corso dell'anno precedente, punta tutto sull'iniziativa diretta “dal basso” dei lavoratori e sull'autonomia di classe. In questo le conclusioni dell'opuscolo sono chiarissime:

«Nel corso e alla fine delle grandi lotte sindacali di questi ultimi anni, sono affiorati episodi e motivi generalizzati di radicale opposizione operaia. In genere questa opposizione è rimasta priva di uno sbocco concreto, e necessariamente l'evoluzione politica si è sempre più spostata verso il consolidamento capitalistico. Frequenti sono state le sortite "teoriche" fiancheggianti l'evoluzione dell'attuale lotta di classe. Bisogna evitare che l'opposizione di oggi finisca per ricalcare, a ritroso, lo sviluppo di ieri; che cioè rimanga l'anima momentanea dell'attacco operaio, il momento riflesso dello scontro di classe. Occorre rifiutare la veste pseudopolitica del gruppo che commenta "acutamente" un momento della lotta cui si è legato. [...] È la classe operaia stessa che elabora indicazioni in questo senso; perdere su questo terreno significa venir meno alle prospettive rivoluzionarie. [...] Nelle rivendicazioni economiche e normative vanno portate avanti quelle rivendicazioni che incidano realmente nel sistema, come aumenti salariali uguali per tutti e riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario. Una lotta senza tregua per questi obbiettivi è anch'essa una lotta politica in quanto va contro la gerarchizzazione e la burocratizzazione crescenti, accettate dai Sindacati, e può essere estesa ad altri settori del lavoro […]. Lo sciopero generale nel settore, con la partecipazione della popolazione lavoratrice interessata, rimane il mezzo più sicuro per la vittoria. Sappiamo benissimo che il sindacalismo collaborazionista è ben lontano dal condividere questo disegno, ma è anche per questo che l'iniziativa deve partire dal basso, e si propone qui un collegamento tra i militanti che nei diversi settori di lavoro e nei vari gruppi politici o fuori da essi già si sono dimostrati sensibili alla complessità del problema della politica nei trasporti cercando delle strade di classe che siano una risposta adeguata alla situazione negativa che si è venuta creando». (Ivi, pp. 153 e 158-59)

Aumenti salariali uguali per tutti e riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario saranno le parole d'ordine chiave dell'autunno caldo. In queste pagine Danilo Montaldi, coerente interprete della visione marxiana del comunismo come “il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente” (K. Marx-F. Engels, L’ideologia tedesca, Roma, Editori Riuniti 1972, pag.25), si rivela il vero precursore, non tanto del '68 studentesco come così spesso si è scritto, quanto della grande sollevazione operaia del 1969 di cui sa cogliere i segnali premonitori già due anni prima nelle lotte dei lavoratori dei trasporti.

(Dalle bozze provvisorie di: Danilo Montaldi (1929-1975). Vita di un militante politico di base)


domenica 8 maggio 2022

I trotskisti contro l'aggressione russa al popolo ucraino

 

No all'invasione dell'Ucraina da parte di Putin! Sostegno alla resistenza ucraina! Solidarietà con l'opposizione russa alla guerra!

Dichiarazione del Comitato esecutivo della Quarta Internazionale

1 marzo 2022


1.Prima dell'alba del 24 febbraio 2022, l'esercito russo ha iniziato a invadere l'Ucraina, bombardando l'interno del paese e attraversando i confini settentrionale, orientale e meridionale del paese, dirigendosi verso Kiev, la capitale. Questa aggressione ha già fatto molti morti civili e soldati. L'esercito e la popolazione ucraina si stanno difendendo, e diverse città stanno resistendo all'aggressore. Centinaia di migliaia di ucraini sono andati in esilio, ma la resistenza continua. Il popolo ucraino sta resistendo, con e senza armi.

Il riconoscimento da parte del Cremlino, tre giorni prima, dell'"indipendenza" delle cosiddette "repubbliche popolari" di Donetsk e Lugansk e l'entrata ufficiale dell'esercito russo nel loro territorio sono stati solo il preludio all'invasione finalizzata alla sottomissione totale del paese vicino.

Si tratta di un'invasione militare del territorio di una ex nazione oppressa da parte di un regime capitalista oligarchico, autocratico e imperialista il cui obiettivo è la ricostruzione dell'impero russo.

2.Putin non ha mai nascosto il suo grande nazionalismo russo e dal 2014 ha fatto passi concreti per attaccare la sovranità dell'Ucraina. La sua narrazione pseudo-storica sciovinista, che accusa la Rivoluzione d'Ottobre del 1917 di aver formato "tre popoli slavi separati: russo, ucraino e bielorusso, invece della grande nazione russa", non è un'invenzione recente.

L'invasione dell'Ucraina segue una politica sciovinista e imperialista della Grande Russia che è iniziata in diversi contesti e fasi dalla dissoluzione dell'URSS: dall'uso della "guerra dell'energia" (giocando sui prezzi e sui gasdotti alternativi), alla strumentalizzazione dei conflitti tra minoranze nazionali - come in Moldavia (con la formazione della "Repubblica della Transnistria" con il sostegno dell'esercito russo nel 1990-91) e in Georgia (con la formazione della "Repubblica di Abkhazia" nel 1992), e poi la guerra con la Georgia per il controllo dell'Ossezia del Sud (2008) - ma anche attraverso guerre di oppressione diretta come la guerra di occupazione della Cecenia (1994-1996 e 1999-2009). Ogni volta, si tratta di preservare gli interessi del Cremlino o di conquistare il territorio. Ma nel complesso, i decenni di Putin (2000) corrispondono alla (ri)costruzione di uno stato forte (che controlla i suoi oligarchi) che modernizza il suo apparato militare, che stabilisce un'unione economica euro-asiatica - con le sue dimensioni militari. Una nuova fase è iniziata nel 2014 con la crisi ucraina e la caduta di Yanukovych (descritto come un "colpo di stato fascista" sponsorizzato dalla NATO) seguita dall'annessione della Crimea e la creazione di "repubbliche" separatiste nel Donbass ucraino controllate da mercenari filorussi. Il sostegno militare a Lukashenko in Bielorussia contro la rivolta popolare del 2020 e l'intervento militare (attraverso l'Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva a guida russa CSTO) per "normalizzare" il Kazakistan nel gennaio di quest'anno hanno fatto sentire Putin più forte nel contesto della sconfitta degli Stati Uniti in Afghanistan e le divisioni aperte tra i membri della NATO sulle questioni energetiche (oleodotti).

L'Ucraina è un paese indipendente che ha conservato un regime di democrazia formale. La Russia ha un sistema parlamentare autoritario e repressivo, con deputati di estrema destra nella Duma. In Ucraina, le forze di estrema destra e fasciste erano molto visibilmente presenti durante le proteste di Maidan nel 2014. L'invasione russa rischia di rafforzare le forze di estrema destra esistenti sia in Russia che in Ucraina. Le figure di spicco delle forze di estrema destra e neofasciste a livello internazionale sostengono apertamente Putin.

L'invasione dell'Ucraina ha chiaramente lo scopo di imporre un regime fantoccio, sottomesso al Cremlino e a Vladimir Putin.

3. La propaganda di Putin ha cercato di giustificare l'aggressione con l'allargamento della NATO a est, che avrebbe messo in pericolo l'esistenza della Russia. La NATO (alla quale ci siamo opposti fin dalla sua creazione) è uno strumento dell'imperialismo statunitense e dei suoi alleati, costruito inizialmente contro l'Unione Sovietica e la Cina comunista. Logicamente, avrebbe dovuto essere sciolto con la dissoluzione del Patto di Varsavia nel luglio 1991, ma i successivi governi statunitensi non solo lo hanno perpetuato, ma hanno continuato la sua espansione. Rifiutiamo la logica competitiva del potere statale capitalista, che porta all'accumulo di armi sempre più potenti. Questo è ciò che motiva l'opposizione alla NATO di una gran parte della popolazione mondiale - e questo non riguarda Putin! Tuttavia, in alcuni paesi, che erano stati colonizzati dallo zarismo o soggiogati dall'URSS, l'adesione alla NATO fu sostenuta dalle loro popolazioni nella speranza che avrebbe protetto la loro indipendenza. Difendiamo invece lo sradicamento della disuguaglianza, il necessario sviluppo sociale, ambientale e democratico come mezzo per difendere la pace.

La lotta contro l'estensione della NATO all'Est richiede oggi la difesa intransigente dei diritti nazionali e democratici dei popoli minacciati dall'imperialismo russo.

Chiediamo la dissoluzione della NATO, ma non è questa la questione posta dalla tentata annessione dell'Ucraina da parte dell'imperialismo russo, che nega l'esistenza stessa di questa nazione - Putin sostiene che è una pura invenzione di Lenin e dei bolscevichi. L'imperialismo statunitense sta semplicemente approfittando della corsa a capofitto del nuovo zar del Cremlino.

Sosteniamo il diritto all'autodeterminazione del popolo ucraino e la protezione dei diritti delle minoranze nazionali del paese. Né la Russia né la NATO difenderanno questi diritti. Esigiamo lo smantellamento di tutte le basi militari al di fuori del loro paese d'origine, la dissoluzione della NATO guidata dagli Stati Uniti e della CSTO guidata dalla Russia. La minaccia dell'uso di armi nucleari deve essere fermamente respinta a tutti i livelli.

In un momento in cui l'urgenza assoluta a livello mondiale dovrebbe essere la lotta contro il cambiamento climatico accelerato, lo sviluppo da parte degli imperialisti di avventure militari e sistemi di armi sempre più sofisticati mostra la necessità per i popoli di deporre i loro governanti irresponsabili e di cambiare il funzionamento della società: contro la concorrenza generalizzata che il capitalismo porta, imponiamo la logica della solidarietà!

4.Mentre nel 1968, durante l'invasione della Cecoslovacchia, i coraggiosi oppositori russi si contavano sulle dita di una mano, il giorno stesso dell'invasione dell'Ucraina, migliaia di persone sono scese nelle strade di una cinquantina di città russe, sfidando le autorità per protestare contro l'attacco all'Ucraina ordinato da Vladimir Putin. "No alla guerra!" cantavano i manifestanti, per lo più giovani∙ che si sono riuniti nel pomeriggio e nella prima serata nelle strade e nelle piazze centrali di Mosca, San Pietroburgo, Novosibirsk, Ekaterinburg, Krasnodar o Murmansk. Nel 2014, tra la popolazione russa c'era un ampio sostegno per l'annessione della Crimea, oggi c'è una sfida anche all'interno dell'establishment, questo potrebbe portare alla caduta di Putin.

170 giornalisti russi ed esperti di politica estera hanno scritto una lettera aperta che condanna l'operazione militare della Federazione Russa in Ucraina. "La guerra non è mai stata e non sarà mai un metodo di risoluzione dei conflitti e non c'è alcuna giustificazione per essa", hanno scritto.

Dal primo giorno delle proteste, il regime ha effettuato migliaia di arresti e la polizia ha brutalizzato i manifestanti arrestati∙. Ha anche ordinato di limitare l'accesso alle reti sociali, accusate di "violare i diritti umani e le libertà fondamentali, nonché i diritti e le libertà dei cittadini russi"!

Nonostante la repressione, un movimento contro la guerra continua a crescere in Russia! Esso merita la solidarietà del movimento operaio mondiale.

5. Di fronte alla guerra in Ucraina, è responsabilità di tutti gli attivisti dei movimenti operai e sociali, di coloro che si sono mobilitati contro la guerra, sostenere la resistenza della nazione ucraina oppressa. Per fermare questa guerra dobbiamo sanzionare il regime di Putin e aiutare l'Ucraina ad affrontare l'aggressione.

- Ritiro immediato delle forze armate russe da tutto il territorio ucraino, comprese le aree occupate dal 2014.

- Solidarietà e sostegno alla resistenza armata e disarmata del popolo ucraino. Consegna di armi su richiesta del popolo ucraino per combattere l'invasione russa del loro territorio. Questa è una solidarietà di base con le vittime dell'aggressione di un avversario molto più potente.

- Sostegno a tutte le forme di auto-organizzazione per l'aiuto reciproco e la resistenza del popolo ucraino.

- Sostegno alle sanzioni contro la Russia richieste dalla resistenza ucraina, per limitare la capacità di Putin di continuare l'attuale invasione e la sua politica guerrafondaia in generale. Rifiuto di qualsiasi sanzione che colpisca il popolo russo più che il governo e i suoi oligarchi.

- Aprire le frontiere per accogliere le persone che devono fuggire dalla guerra dando loro l'aiuto concreto necessario a breve e lungo termine, tenendo conto che la grande maggioranza sono donne e bambini.

- Cancellazione del debito ucraino, aiuto umanitario diretto alle organizzazioni civili, sindacali e popolari in Ucraina!

Solidarietà internazionalista

Affermiamo la nostra piena solidarietà con coloro che si mobilitano contro la guerra in Russia e con coloro che lottano per difendere l'indipendenza dell'Ucraina.

Gli interessi dei popoli, come il loro diritto alla pace e alla sicurezza, non sono difesi dall'imperialismo statunitense o dalla NATO, né dall'imperialismo russo e cinese. Questi gravissimi eventi ci ricordano più che mai la necessità di costruire una mobilitazione internazionalista per dare ai popoli una voce diversa da quella degli stati e in solidarietà con il popolo ucraino contro tutte le politiche che lo attaccano e lo opprimono. I governi non lanceranno questa marcia verso la pace. Dobbiamo organizzarci da soli.

- No alla repressione del movimento contro la guerra in Russia. Costruiamo una solidarietà attiva e visibile con questo movimento. Invitiamo i soldati russi a rifiutarsi di partecipare all'invasione e organizziamo la solidarietà con loro, compreso l'asilo politico se lo chiedono.

- Sostenere le forze progressiste che lottano per la democrazia e la giustizia sociale in Ucraina. Costruiamo tutti i legami possibili per sviluppare un dialogo con loro sulla via da seguire per una pace giusta.

- Per la solidarietà internazionale con il nostro campo sociale! Costruiamo legami tra i movimenti popolari e dei lavoratori che lottano per la democrazia e la giustizia sociale in Russia, Ucraina e altri paesi della regione, così come a livello internazionale.

- Solo la classe operaia internazionale, lottando insieme a tutti gli oppressi e gli sfruttati, per la pace e contro l'imperialismo, contro il capitalismo e contro la guerra, può creare un mondo migliore.


7 maggio 1972. La fine delle illusioni rivoluzionarie



Riprendiamo un interessante contributo di Franco Astengo. Siamo nel maggio '72 in piena crisi politica e sociale. La conflittualità operaia è ancora molto alta, così come quella studentesca. Si assiste a un fiorire di partitini e movimenti a sinistra senza precedenti nella storia italiana. Il sistema politico sembra al collasso, il centrosinistra è logorato e per la prima volta nella storia della Repubblica si va ad elezioni anticipate. Ma...Ma la DC tiene, l'estrema destra avanza, il PSI crolla e l'estrema sinistra rivela la sua irrilevanza politica. Solo il PCI tiene recuperando sul piano elettorale la spinta espressa da lotte che pure lo avevano visto più spettatore che protagonista.  Davvero un contributo che merita una attenta riflessione. 

Franco Astengo

Ricordate il 7 maggio 1972? 

Ricordate il 7 maggio 1972? Un milione di voti perduti a sinistra? Sono passati esattamente cinquant’anni.

Per la prima volta nella storia della Repubblica si svolsero elezioni politiche anticipate: le ragioni di quella scelta, attuata dal neo – presidente della Repubblica Giovanni Leone, derivò da una complessità di ragioni:

1) La coalizione di centro – sinistra che reggeva il Paese dal 1962, prima con l’appoggio esterno e poi con l’ingresso organico dei socialisti (salvo due intervalli “balneari” guidati proprio da Leone nel 1963 e nel 1968 nell’immediato post – elezioni) mostrava la corda di una conflittualità interna molto forte, accentuata dalla crisi irreversibile dell’unificazione socialista. Unificazione socialista che era stata tentata tra il 1966 e il 1968 con un esito disastroso dal punto di vista elettorale verificatosi con la presentazione della famosa “bicicletta” ( i due simboli di PSI e PSDI uniti) nelle elezioni del 19 maggio 1968 e la riscissione dell’estate 1969;

2) il Paese presentava un quadro sociale di forte agitazione con spinte contrastanti a destra e a sinistra. A destra l’avanzata del MSI in coincidenza con la rivolta del “Boia chi molla” a Reggio Calabria; a sinistra la spinta delle lotte studentesche e operaie del più lungo ‘68 d’Europa con la vittoria dei metalmeccanici a conclusione dell’autunno caldo del 1969. La spinta al cambiamento era stata però bruscamente fermata dall’esplosione del terrorismo con la strage fascista di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e le prime avvisaglie di presenza delle BR. A sinistra ci si trovava nella fase di formazione dei gruppi di quella che poi sarebbe stata la sinistra extraparlamentare mentre nel PCI si era consumata la rottura con il gruppo del Manifesto i cui esponenti erano stati esclusi dal partito per la posizione di netto dissenso rivolto all’invasione di Praga da parte delle truppe del patto di Varsavia (21 agosto 1968) e per aver messo in discussione, pubblicando la rivista nel 1969 e successivamente il quotidiano dal 28 aprile 1971, il centralismo democratico. Anche nello PSIUP, un partito che si era formato in opposizione all’ingresso del PSI nel governo (governo Moro, dicembre 1963), si erano prodotte rottura sulla questione dell’invasione di Praga ( che aveva interrotto la marcia del “socialismo dal volto umano” portata avanti dalla maggioranza del PCC). Si era creata una divisione irreversibile tra il gruppo dei “carristi” molto legati ai filosovietici del PCI e intellettuali critici del calibro di Lelio Basso e Vittorio Foa;

3) Nel quadro che aveva portato alle elezioni anticipate, era risultato non secondario il contrasto verso quel processo di modernizzazione sul piano civile e del costume che, in quel momento, disponeva di un punto di riferimento emblematico nella legge sull’introduzione del divorzio. La legge che introduceva il divorzio in Italia era stata appena approvata dal parlamento su iniziativa di socialisti e liberali e osteggiata dalle gerarchie cattoliche fino al punto di promuovere un referendum abrogativo (poi svolto nel maggio del 1974). Il mondo cattolico si trovava in una situazione di grande fermento e le spinte dello stesso Concilio Vaticano secondo avevano prodotto fenomeni socio – politici di grande interesse a partire dalla scelta “socialista” compiuta dalle ACLI tra il 1970 e il 1971 e dallo scontro aperto sul tema dell’unità sindacale che stava attraversando la CISL. Emergevano poi forti tensioni tra la Chiesa Ufficiale e molte comunità di base e andavano formandosi gruppi di “Cristiani per il socialismo” mentre dalle stesse ACLI l’ex-presidente Livio Labor , dopo aver organizzato un Movimento Cristiano Lavoratori (MCL) aveva promosso un vero e proprio movimento politico: MPL, Movimento Politico dei Lavoratori.

In questo contesto, fin qui schematicamente descritto, si andò alle elezioni con una forte richiesta di “legge e ordine” da parte di settori economici e della borghesia che avevano organizzato, rispetto all’effervescenza sociale in atto, il movimento della “maggioranza silenziosa” fiancheggiatrice della destra e anche di quei settori contigui al terrorismo nero collegato a servizi segreti deviati e ad ambienti militari para- golpisti, come nel caso del gruppo della “Rosa dei Venti”.

Il quadro politico si presentava così, da un lato, con la prospettiva di una forte avanzata del MSI: una previsione basata sui risultati delle elezioni amministrative del 1971 in particolare nelle grandi città del Sud e dell’incertezza per la presenza, a sinistra, di diverse liste di contestazione verso il PCI.

Al termine di un forte dibattito interno era presente anche la lista del “Manifesto” nella quale si era raccolta parte della tensione anche di tipo organizzativo che attraversava il gruppo escluso dal PCI e la tensione di molti militanti verso la costruzione di una forza politica alternativa: una tensione che poi avrebbe successivamente dato vita ad alterne fasi di costruzione organizzata con la successiva complessa vicenda del PdUP per il Comunismo.

Ciò che può interessare però in questo momento di rievocazione è riferire l’esito di quelle elezioni.

Il risultato complessivo risultò, alla fine, ben diverso dai timori e dalle speranze di molti.

Si verificò infatti uno dei più bassi tassi di cambiamento rispetto alle elezioni precedenti in tutta la storia repubblicana, superiore soltanto a quello fatto registrare con le elezioni del 1958.

La partecipazione elettorale risultò molto elevata, crescendo ancora leggermente rispetto al 1968, in maniera uniforme in tutto il territorio nazionale.

Malgrado le attese di cambiamento la DC si attestò agli stessi livelli di voto del 1968, mantenendo inalterata anche la distribuzione territoriale, così come anche per il PCI che, però, riequilibrò il voto aumentando al Nord (evidentemente capitalizzando le lotte operaie) e scendendo leggermente al Centro – Sud.

Risultarono del tutto negativi i risultati di quelli che, con un certo senso di anticipazione l’Atlante Elettorale di Corbetta – Piretti (Zanichelli 2009) definisce già come “partiti della sinistra radicale".

Nell’occasione PSIUP, Manifesto, MPL, e PC m-l raccolsero complessivamente il 3,3% a livello nazionale, ben al di sotto del risultato del solo PSIUP nel ‘68 (4,4%) con il mancato “quorum” e la dispersione di oltre un milione di voti.

PSI e PSDI tornarono a presentarsi separati con esito negativo: il PSI accusò una flessione del 4% rispetto al 1963 con una perdita più accentuata al Centro-Nord e il PSDI arretrò dell1% che fu guaadagnato dal PRI il cui aumento si concentrò nelle circoscrizioni settentrionali.

Netta sconfitta per il PLI (-1,9%): evidentemente la borghesia, in particolare al Nord, aveva ritenuta esaurita una possibile spinta “eversiva” della formula di centro – sinistra che invece aveva premiato i liberali nel 1963, mentre il vero vincitore delle elezioni anticipate risultò essere il MSI, nelle cui fila nel frattempo erano confluiti i monarchici dato vita alla lista del Movimento Sociale – Destra Nazionale. L’estrema destra aumentò del 4,3% (raddoppio rispetto al 1968) con una chiara affermazione al Sud.

Si formò così il governo Andreotti II detto l’Andreotti-Malagodi, nato essenzialmente per il rifiuto dei socialisti a sedere ad un tavolo di trattativa che comprendesse anche i liberali. Fu un esecutivo malvisto anche da vasti settori della DC.

Il secondo governo Andreotti per un anno dovette affrontare l’insidia dei franchi tiratori, che lo mandarono sotto più volte, tirando avanti soltanto per la mancanza di un’alternativa che sarebbe poi emersa alla vigilia del congresso democristiano.

In quel congresso un accordo tra Moro, Fanfani e Rumor portò, nel luglio del 1973, alle dimissioni del governo e al ritorno al centro – sinistra: nel settembre di quell’anno però si verificò il “golpe” in Cile e il segretario del PCI Enrico Berlinguer, proprio in esito ad una analisi relativa a quel tragico fatto, lanciò la proposta di compromesso storico modificando in quella fase i termini del dibattito politico in Italia.

Si avviò così una storia diversa che meriterebbe ancora oggi un ulteriore approfondimento d’analisi.



mercoledì 4 maggio 2022

Non ci sono risposte, solo domande

Riprendo un recentissimo intervento di Jack Cucci. Jack è un carissimo amico, ma questa è un'altra storia. Lo riprendo perché é una delle cose più intelligenti che ho letto negli ultimi mesi. Se pandemia e guerra non generano ripensamenti, dubbi, domande, allora, che esseri umani siamo?

Jack Cucci

In questi ultimi due anni, ho notato una cosa in me e in quelli che la pensano, più o meno, come me. Di fronte alla pandemia e alla guerra, abbiamo imboccato due strade diverse. E abbiamo stentato a riconoscerci a vicenda. "Ma lui dice quelle cose?" "Ma scherzi? Lo pensi veramente..." "Non può essere, lei è sempre stata bla bla bla" sono frasi che abbiamo detto o scritto in tanti. Cosa ci è successo? Ci siamo divisi tra chi accetta per buone tutte le notizie dell'"informazione mainstream" e non muove più il passo sicuro sul terreno del dissenso, e chi si fida ciecamente di fonti inaffidabili e continua a protestare per partito preso. La tormenta populista, per i primi è il male assoluto, per i secondi un falso problema. E allora ci siamo trovati a dare ragione ai colletti bianchi o ai pranoterapeuti matti, a seconda della casistica. Ma come è possibile che il dissenso in questo paese sia diventato dissenteria? Che non ci sia un modo razionale e lucido per articolare una protesta netta e decisa contro le scelte politiche ed economiche del governo? Perché la piazza è diventata un circo? E i ribelli dei freak? Ponendosi domande di questo tipo, qualcuno di noi si è chiuso nel silenzio. E ha messo in discussione tutto il suo percorso, le vecchie adesioni, gli ideali giovanili, semplici polemiche. Fosse stata solo una febbre adolescenziale quell'idea balzana di voler cambiare la società? Non lo so. Di certo con la marmaglia populista, piena di complottisti, maghi e imbecilli, il mondo non può che fare un balzo indietro. Di questo sono certo. E credo che molti di noi sentano il bisogno di dare un taglio netto. Di pronunciare un addio definitivo. Questo collage di versi di Gaber mi sembra perfetto.


Mi ricordo certi atteggiamenti e certe facce giuste
Che si univano in un'ondata che rifiuta e che resiste.
Non so cos'è successo a queste facce, a questa gente
Se sia solo un fatto estetico o qualche cosa di più importante,
Se sia un mio ripensamento o la mia mancanza di entusiasmo
Io per me se c'avessi la forza e l'arroganza
Direi che sono diverso e quasi certamente solo
Direi che non è più tempo di fare mischiamenti,
Che è il momento di prender le distanze
Che non voglio più avervi come amici, come interlocutori.
Sono diverso e certamente solo
Non voglio velleitarie mescolanze con nessuno
Nemmeno più con voi
Sono diverso perché quando è merda è merda
Non ha importanza la specificazione



Lettrismo e Inismo. Vita, immagini e testi d'avanguardia


Giovedì 12 maggio 2022, ore 17,00
Biblioteca Universitaria di Genova
Via Balbi 40 (ex Hotel Colombia) – Genova

Presentazione del volume di Gabriel-Aldo Bertozzi
LETTRISMO E INISMO
Diana Edizioni, 2021

Intervengono con l’Autore:

Gabriella Giansante e Sandro Ricaldone
Partecipa, per Diana Edizioni, Raffaele Albo

Durante l’incontro sarà visibile una rassegna bibliografica concernente il Lettrismo e l’Inismo

Il lettrismo è un movimento di avanguardia artistica e letteraria sorto nel 1947 con la pubblicazione presso Gallimard di "Introduction à une nouvelle poésie et à une nouvelle musique" di Isidore Isou. Negli anni '70 Gabriel-Aldo Bertozzi aderisce al movimento e vi milita assiduamente. Nel 1980 se ne distacca e al Café de Flore di Parigi fonda l'INI, Internazionale Novatrice Infinitesimale o Inismo. Il nuovo movimento si espande rapidamente in Europa (in particolare Spagna e Italia) e nelle Americhe (USA, Cuba, Messico, Argentina e Brasile ). 

Quest'opera riproduce testimonianze fotografiche e documenti rari e inediti; il testo ripercorre le storie del Lettrismo e dell'Inismo ed il rapporto tra Bertozzi e Isou.

Il Lettrismo

Fondato da Isidore Isou, giovanissimo poeta e teorico, al suo arrivo a Parigi dalla Romania nell’immediato secondo dopoguerra, il movimento si basa sull’assunzione della lettera quale elemento primario della creazione poetica, sonora e visiva, come esito di un processo di scomposizione avviato in ambito lirico da Baudelaire, Rimbaud e Tzara e in musica da Stravinsky e Satie. Tra le sue creazioni spiccano la poesia fonetica, l’afonismo (recitazione silenziosa), l’ipergrafia (che contempla l’utilizzo visuale di tutti i segni alfabetici noti e inediti), l’arte supertemporale (apertura dell’opera al successivo intervento di altri autori), la mecaestetica (utilizzo di ogni possibile materiale e supporto), l’estetica immaginaria (in cui ogni elemento concreto è inteso a suscitare nel fruitore costruzioni mentali portatrici di potenzialità infinite). Di particolare rilievo l’apporto in campo cinematografico con il Traité de bave et d’eternité di Isou, che propone immagini macchiate o graffiate e il montaggio discrepante nel quale la colonna sonora è dissociata dall’immagine proiettata, Le film est dejà commencé? di Maurice Lemaître, prototipo dell’happening, L’Anticoncept di Gil J. Wolman, Hurlements en faveur de Sade di Guy Debord. L’influenza del Lettrismo si estenderà tra gli anni ‘50 e ‘60 ad altri movimenti artistici, quali la Poésie sonore, l’Internationale situationniste, il Nouveau Réalisme.

L’Inismo

L’Inismo (o INI = Internazionale Novatrice Infinitesimale) propone una estetica nuova in tutti i campi della creazione visiva, scritta e sonora. L’impiego di nuove scritture calligrafiche, alfabetiche, simboliche e alchemiche (spesso con l’uso della fonetica internazionale) assume un valore di creazione e non d’imitazione, di conoscenza e non di realtà fotografabile. Questi segni, chiamati «inie», vogliono essere un’orchestrazione di sentimenti e di pensieri, la visione multipla e globale che ci offre la vita.

Come ha scritto Angelo Merante nel presentare la mostra dell’INI al Salon du Vieux Colombier (Paris, 2014): “Gli inisti, come delineato nel primo manifesto INI del 1980, non intendono circoscrivere (né delimitare) scrittura, pittura, musica, architettura, scultura, teatro, fotografia, cinema, video, grafica, moda. (…) Le parole iniste, fotografiche, architettoniche, musicali, teatrali, dimostrano che è possibile e necessario Andare oltre, abbattendo in modo sistematico le barriere culturali e i vecchi generi espressivi e operativi che comprimono e limitano la creatività.

Il nome stesso del movimento, Internazionale Novatrice Infinitesimale, formato da tre termini tutti indicanti espansione, ne rivela l’intento programmatico (Internazionale, oltre il richiamo all’estensione geografica, pone in risalto l’incontro e l’approfondimento transculturali; Novatrice mette in evidenza l’incessante attività creativa; Infinitesimale rende conto che nel processo di continua scomposizione e riorganizzazione del materiale poetico risiede la sua inesauribile capacità di evolversi, nella poetica e nella vita, con tutte le ripercussioni creative, filosofiche e critiche)”.

Gabriel-Aldo Bertozzi

(Mai Edaga, 11 ottobre 1939) è un artista e scrittore italiano di espressione francese. Nel 1973 pubblica il suo primo libro di poesie, Codice onirico (Padova, Rebellato) che raccoglie le sue composizioni scritte nel maggio '68. La silloge viene tradotta in neogreco dal poeta Febo Delfi e in francese dal lettrista Jean-Paul Curtay, con prefazione del cofondatore del Surrealismo Philippe Soupault. Inoltre, frequenta ambienti artistici e letterari di Parigi, Roma e Firenze con Eugenio Miccini, Primo Conti, Antonio Bueno (gli ultimi due illustreranno altre sue raccolte di poesie), nel 1979 abbandona definitivamente la poesia lineare per quella astratta. Il 3 gennaio 1980 fonda al Café de Flore di Parigi l'Internazionale Novatrice alla presenza di Isidore Isou, fondatore del Lettrismo, col quale in precedenza aveva collaborato. L'11 settembre dello stesso anno viene pubblicato a Parigi, il Primo manifesto dell'Inismo, cui segue nel 1987 Apollinaria Signa, secondo manifesto inista. Altri manifesti inisti saranno dedicati alla videoinipoesia, alla realtà virtuale, alla fotografia, all'architettura fino a quello della critica inista del maggio 2005. Negli anni successivi vengono fondati vari movimenti nazionali in Spagna, Stati Uniti d'America, Argentina e Brasile. Nel 1996 gli viene attribuito il Premio Charles Cros de la Ville de Fabrezan, nel 2006 la medaglia d'oro d'onore della villa di Puteaux e nel 2007 la Repubblica Francese gli ha attribuito il titolo di Officier dans l'Ordre des Palmes Académiques.

Bertozzi, oltre a svolgere attività inista e di viaggiatore, si è dedicato alla professione di docente di lingua e letteratura francese dal 1966, prima nell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" fino al 1986, poi nell'Università di Chieti-Pescara fino al 2010, oltre a numerose escursioni come visiting professor in università europee e americane. Ha fondato e dirige Bérénice rivista di studi comparati sulle avanguardie. Tra le sue opere si possono ricordare: per il teatro, La Signora Proteo (1990), per gli aforismi, Guida del Rivoluzionario (1999), per il romanzo, Retour à Zanzibar (2008) e Arcanes du désir (2018), per la saggistica i libri e gli articoli su Charles Cros, Paul Verlaine, Arthur Rimbaud e Guillaume Apollinaire.

Gabriella Giansante

Artista aderente all’INI, ha partecipato alle principali manifestazioni espositive e contribuito alla riflessione teorica del movimento con interventi critici e un’intensa attività organizzativa.
Docente all’Università di Chieti-Pescara ha orientato la sua attività scientifica in particolare su ambiti di ricerca concernenti Rimbaud e i poeti rivoluzionari di fine Ottocento; Jules Romains, teorico dell’Unanimismo e romanziere; Philippe Soupault, teorico del Surrealismo e romanziere; Tristan Tzara, teorico del Dadaismo e la letteratura francofona africana (Tunisia, Camerun, Togo) nonché la teoria e la pratica della traduzione letteraria.
Tra le sue opere: Philippe Soupault di qua e di là dal Surrealismo e altri saggi di letteratura d’avanguardia, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane 2003; Genesi dell’avanguardia, Valencia, El Doctor Sax, 2020. È co-direttrice della rivista Bérénice.

Sandro Ricaldone

Studioso delle avanguardie e neo-avanguardie novecentesche, ha organizzato e/o presentato mostre di Isou, Lemaître, Dufrêne, Broutin, Caron; ha curato, con Carlo Romano, la sezione lettrista della mostra Sentieri interrotti. Crisi della rappresentazione e iconoclastia nelle arti dagli anni Cinquanta alla fine del secolo (Palazzo Bonaguro, Bassano del Grappa, 2000) e pubblicato saggi sul Lettrismo e l’Internationale lettriste. Nel 1985 ha curato una mostra dell’INI presso la libreria Sileno di Genova; nel 1990 ha presentato con un testo (Hurlements en faveur de l’INI) la mostra L’inismo, curata da Danielle Londei (Bologna - Bari - Venezia, Associazione Culturale Italo-Francese); nel 1991 ha curato per gli Opuscola della Libreria Sileno l’edizione italiana del volume di Isidore Isou, Pour et contre Bertozzi, originariamente pubblicato da Avantgarde Publishers (Portland, 1987) con introduzione e note di Pietro Ferrua.


I senza nome

 


Il Servizio d'ordine e la questione della «forza» in Lotta continua

Questo libro su Lotta continua racconta una «storia diversa». Per l'autore, infatti, quelle che la precedono esprimono storie «viziate», concentrate quasi esclusivamente sulle elaborazioni e le scelte politiche del gruppo dirigente, Incapaci di dare conto di cosa fosse in concreto Lotta continua, dl come agissero e si organizzassero «i senza nome» evocati nel titolo, ovvero i militanti di base che ne costituivano l'ossatura e ne garantivano la capacità di intervento.

Al centro del libro sta la rivendicazione del ruolo dl Lotta continua come principale organizzazione dell'area rivoluzionaria nella prima metà degli anni Settanta, Un'organizzazione che poteva vantare una presenza in tutti gli ambiti dello scontro sociale, dalle fabbriche alle scuole e ai quartieri proletari, dalle lotte sulla casa a quelle dei detenuti e del militari di leva. È in questo contesto che l'autore inserisce le vicende del Servizio d'ordine legandole all'elaborazione teorica e politica della questione della «forza» intesa come il terreno su cui si giocava la possibilità, per i movimenti di classe, di esprimersi e di raggiungere i propri obiettivi.

Per questo, l'autore rivolge una dura critica al gruppi dirigenti nazionali e locali: ben prima della crisi sfociata nello scioglimento finale, essi avrebbero maturato l'Intenzione di trasformare Lc in una formazione politica meno «militante» e più attenta agli equilibri politici generali, disposta al confronto «critico» con le forz democratiche riformiate e pronta e entrare e qualunque costo in parlamento, abbandonando così ogni prospettiva rivoluzionaria,

L'autore, ex militante di Lotta continua, attualmente è giornalista e blogger.


Fabrizio Salmoni
I senza nome
Il Servizio d'ordine e la questione della «forza» in Lotta continua
DeriveApprodi, 2022
20 euro

mercoledì 27 aprile 2022

Assolutamente da leggere. Il libro nero dei Puffi

 


"Meglio esercitare la propria intelligenza con le scemenze, che la propria scemenza con cose intelligenti" scrive l'autore ed in effetti, nonostante l'argomento, il libro è serissimo e di un fascino incredibile. Personalmente credo di essermi divertito poche volte come durante la lettura di questo libro, dalla scrittura amabilissima, ma profondamente politico. In allegato la presentazione editoriale e le prime pagine dell'Avvertenza premessa dall'autore al suo libro.

G.A.

Nota editoriale

In un villaggio collettivista dove l'iniziativa privata è vista con sospetto, Grande Puffo è Stalin e Quattrocchi il suo Trotzky. Oppure no, i puffi sono militanti hitleriani, un modello perfetto di società nazista guarda caso minacciata da un Garganella che evoca l'"avido ebreo" della propaganda antisemita. In questo esilarante libro, il giovane filosofo francese Antoine Buéno rilegge il fortunato fumetto per svelare le tracce soggiacenti di archetipi e ideali propri dei regimi totalitari, sia fascisti sia comunisti. Scritto come un'accattivante analisi fantapolitica, il libro ha suscitato in Francia immediate polemiche. I difensori chiamano in causa la personalità apolitica di Pierre Culliford, in arte Peyo, creatore dei Puffi. I più sospettosi rincarano la dose, ricordando la visione stereotipata delle donne nell'unica rappresentante del gentil sesso, una Puffetta civettuola e disimpegnata. Un libro destinato a far discutere gli affezionati di questo fumetto, diffuso in tutto il mondo, divenuto poi un celebre cartone animato, che accompagna piccoli e grandi da due generazioni.

Antoine Buéno (1982) é docente universitario di Scienze Politiche.


Antoine Buéno

Avvertenza

Né denuncia, né disincanto. Il nostro testo non vuole né accusare, né demolire. Solo analizzare.

Questa la tesi: la società dei puffi è un archetipo di utopia totalitaria di stampo stalinista e nazista.
Detto ciò, non andremo a imbastire una requisitoria ai danni di Pierre Culliford alias Peyo, l'inventore dei puffi: sarebbe totalmente insensato accusarlo di stalinismo o di nazismo, poiché Peyo non appoggiava né l'uno, né l'altro. Non era un uomo schierato. Secondo Hugues Dayez, il suo biografo, non "sviluppò mai una vera e propria coscienza politica". Il che è confermato dal figlio, Thierry Culliford: "Mio padre non seguiva per niente la politica".

Per quel che ne sappiamo, quello di Peyo era un credo piuttosto moderato. Nel quadro dell'offerta partitica del Belgio del secondo dopoguerra, i suoi conoscenti più intimi lo descrivono come una persona abbastanza liberale. Ossia: non votava né per il Partito Popolare Cristiano, di destra e conservatore, né per il Partito Socialista, bensì per il Partito Liberale. Quindi, possiamo collocare Peyo al centro - o meglio al centrodestra - fermo restando che aveva tutta l'aria di scegliere per esclusione e non per adesione: "Votava i liberali per non votare né i cristiani né i socialisti".
Senza contare che Peyo non aveva niente dell'estremista di sinistra o del nazista. Sembrava non sapere nulla, o quasi, del comunismo: "Per lui, il comunismo sono i Russi o i Cinesi, tutto lì", svela Thierry Culliford. Serve precisare che il partito comunista in Belgio non ha mai costituito una forza politica determinante. D'altra parte, l'ideatore dei puffi, nato nel 1928, aveva vissuto l'occupazione tedesca e non sembrava provarne particolare nostalgia.

Ciò invaliderebbe d'un sol colpo la tesi dello stalinismo e del nazismo dei puffi? Assolutamente no. Un'opera è in grado di veicolare un insieme organico di immagini che l'autore stesso, in buona fede e senza esserne completamente cosciente, può sottovalutare. In questo senso, I Puffi sarebbero un tipico caso di dissociazione fra le intenzioni dell'autore e le rappresentazioni e le idee che effettivamente si esprimono nel fumetto di sua creazione. Nati nel 1958, I Puffi rispecchiano forse più lo spirito di un'epoca che quello dell'autore.

Alla luce di ciò, si capisce che Peyo cadesse letteralmente dalle nuvole a ogni nuova accusa - e le accuse mosse contro di lui furono numerose. Molto semplicemente, a Peyo è toccato sentire tutto e il contrario di tutto: i puffi sono gay; i puffi sono antisemiti; i puffi sono hippies; i puffi sono razzisti; i puffi sono massoni; i puffi sono membri del Ku Klux Klan...

Certo, la critica più frequente che poggiava sul comunismo dei Puffi ha avuto un enorme successo negli Stati Uniti. Infatti a suo tempo I Puffi penetrarono in maniera capillare nel mercato americano, che li inglobò perfettamente. Nel 1981 diventarono un cartone animato. Gli studios Hanna-Barbera ne trassero una versione per la televisione americana, diffusa dalla NBC. Per un processo dialettico di mercificazione del reale - assolutamente debordiano - i puffi divennero merce vendibile e, insieme, prodotto di largo consumo. La critica si scatenò: Peyo, un liberal-moderato, fu tacciato di comunismo e al contempo assorbito dalla macchina di una delle massime industrie del capitalismo mondiale: l'enterteinment hollywoodiano. Fin qui, dunque, non stiamo muovendo nessun'accusa.
E nessun disincanto, come si diceva in apertura. Scriviamolo pure nero su bianco: amiamo i puffi. Il loro universo è parte integrante della nostra infanzia. Fuori discussione che si distrugga la magia, che si spezzi l'incantesimo: non intendiamo rompere un giocattolo con cui ci siamo divertiti così a lungo. Al contrario, continueremo a giocarci: ma in un'altra maniera.

In queste pagine sovrapporremo l'approccio adulto alla percezione infantile. Il che non significa che il nostro approccio sarà meno ludico! Come dicono gli Shadoks, "meglio esercitare la propria intelligenza con le scemenze, che la propria scemenza con cose intelligenti". Questa massima fondata sul buon senso ci ha guidati nell'analisi della società dei puffi, che di primo acchito non sembrerebbe - a torto, come proveremo a dimostrare - poter essere l'oggetto di uno studio serio. Quindi, definiamo subito il nostro campo di analisi disciplinare e materiale.

In effetti, i puffi si possono studiare da innumerevoli prospettive: culturale,estetica, commerciale, economica, giuridica, storica, sociologica, psicologica, psicanalitica. E anche pedagogica, perché prevalentemente rivolti a un pubblico di bambini. Tale indirizzo giustifica alcuni fra i tratti salienti del mondo dei puffi, come l'assenza di sessualità. In questa prospettiva il villaggio può apparire come la metafora di una classe di scolari, in cui Grande Puffo incarnerebbe l'educatore e gli altri puffi i suoi allievi. La differenza d'età fra Grande Puffo e gli altri puffi avvalora l'ipotesi. Grande Puffo è circa cinque volte più vecchio dei suoi "buoni, piccoli, puffi", come un professore rispetto agli studenti delle prime classi. Sempre nella medesima ottica. Quattrocchi incarnerebbe l'implacabile secchione, lo spione che si fa malmenare all'intervallo, l'equivalente puffoso del personaggio di Agnan ne Il piccolo Nicolas. Inoltre, l'interesse pedagogico dei puffi aumenta nella misura in cui il fumetto si assume, in modo sempre più pregnante, il compito di volgarizzare una serie di questioni sociali. Ma su questo torneremo a breve.

Osserveremo l'argomento esclusivamente con gli occhi della scienza e della sociologia politica.