TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 15 gennaio 2022

L’alchimia delle bolle, un gioco antico

 


Raffaele K. Salinari

L’alchimia delle bolle, un gioco antico

Dalla forma alla pratica. Tra scienza ed esoterismo, dagli egizi agli studi di Newton, alle simbologie dei dipinti

Un antico gioco di bimbi e un’ancora più antica Arte per conoscere e riconoscersi nei segreti della Natura: le bolle di sapone e l’Alchimia. Nelle immagini che nascono da questa poetica relazione possiamo, in realtà, trovare concretissime suggestioni su come affrontare le sfide delle mutazioni ambientali, su quali tecnologie, ma soprattutto quale forma mentis dobbiamo acquisire per riequilibrare le vite umane alle altre che condividono con noi l’unico pianeta per ora disponibile. Vediamo come.

Le bolle di sapone

Abbi divertimento sulla terra e sul mare, Infelice è il diventare famoso! Ricchezze, onori, false illusioni di questo mondo. Tutto non è che bolle di sapone. Il sonetto, che riprende il titolo del quadro che stiamo per utilizzare in questo viaggio alchemico attraverso le bolle di sapone, veniva citato il 9 dicembre 1992 dal fisico francese Pierre-Gilles de Gennes, professore al Collège de France, dopo il conferimento del premio Nobel per la fisica. La poesia, come ci ricorda Michele Emmer nel suo libro Bolle di sapone tra arte e matematica (2009), compare come chiosa di una incisione del 1758 di Jean Daullé dall’opera andata perduta di François Boucher La souffleuse de savon.

La storia della relazione tra le bolle di sapone e l’Alchimia molto probabilmente inizia con l’uso del sapone, già diffuso nell’antichità egizia ed anch’esso prodotto di scarto delle manipolazioni alchemiche, come tanti altri quali l’acqua ragia, in origine Acqua Regia, scoperta dall’alchimista persiano Gerber già nel settimo secolo. Nell’estremo Oriente molte sono le stampe che raffigurano maestri Zen che indicano con il loro sorriso ineffabile agli apprenditi estasiati il volo delle bolle di sapone prodotte accidentalmente dal vento passando attraverso le maglie di un tessuto insaponato: metafora materiale della leggerezza e della lievità dello Spirito, l’essenza del Neidan, l’Alchimia interiore.

Con l’affermarsi del metodo galileiano le bolle di sapone divengono materia di osservazione scientifica e non solo un gioco infantile. Ora, sia detto per inciso, questa espressione «gioco di bimbi», viene spesso usata nell’Arte Regia per designare la via stessa che porta al suo segreto, con un chiaro riferimento alla purezza dello spirito che l’operatore deve avere per accostarsi alle verità ultime della materia e soprattutto di ciò che la vitalizza. Nell’Alchimia cosiddetta cristiana, centrale è infatti il sinite parvulos venire ad me (Marco 10, 14)… talium enim est regnum Dei. Amen dico vobis: quisque non receperit regnum Dei velut parvulus, non intrabit in illud.

E così le bolle di sapone divengono uno strumento scientifico, specie agli occhi di studioso di grande levatura come il Libero Muratore, ma anche esperto alchimista, fisico e matematico nonché fondatore della Royal Society come Isaac Newton il quale, racconta una storia, occupato nei suoi studi di ottica, vede per caso un fanciullo che fa le bolle di sapone e in quelle osserva il fenomeno dei colori per la rifrazione dei raggi luminosi. Più di cento anni dopo il conte Paolo Tosio di Brescia in una lettera del 13 settembre 1824 al pittore Pelagio Palagi la racconterà per descrivere la scena del dipinto che gli voleva commissionare e che oggi si trova col titolo: Newton scopre la teoria della rifrazione della luce, a Brescia presso i Musei Civici d’Arte e Storia.

In effetto, Isaac Newton nella sua Opticks descrive in dettaglio i fenomeni che si osservano sulla superficie delle bolle di sapone: «Se si forma una bolla con dell’acqua resa prima più viscosa sciogliendovi un poco di sapone, è molto facile osservare che dopo un po’ sulla sua superficie apparirà una grande varietà di colori. Per impedire che le bolle vengano agitate troppo dall’aria esterna (con il risultato che i colori si mescolerebbero irregolarmente impedendo una accurata osservazione), immediatamente dopo averne formata una, la coprivo con un contenitore trasparente, ed in questo modo i suoi colori si disponevano secondo un ordine molto regolare, come tanti anelli concentrici a partire dalla parte alta della bolla. Via via che la bolla diventava più sottile per la continua diminuzione dell’acqua contenuta, tali anelli si dilatavano lentamente e ricoprivano tutta la bolla, scendendo verso la parte bassa ove infine sparivano. Allo stesso tempo, dopo che tutti i colori erano comparsi nella parte più alta, si formava al centro degli anelli una piccola macchia nera rotonda che continuava a dilatarsi».

Alla fine di una successiva osservazione, la numero 18, aggiunge: «Nel frattempo nella parte alta che era di un blu scuro, e appariva anche cosparsa di molte macchie blu più scure che altrove, comparivano una o più macchie nere e tra queste altre macchie di un nero più intenso […] e queste si dilatavano progressivamente fino a che la bolla si rompeva […]. Da questa descrizione si può dedurre che tali colori compaiono quando la bolla è più spessa».

Ora, questa che sembra une mera osservazione scientifica, cioè puramente rivolta alla natura fisica della luce, nasconde, come la macchia oscura che Newton osserva, una verità esoterica nota in Alchimia come Coda del Pavone. E la bolla diventa così un prisma morente, un cristallo, il Cristo ermetico sulla croce: INRI: igne natura renovatur integra, cioè la natura si rinnova interamente nel fuoco, là dove l’Artista spera di ottenere infine la Pietra Filosofale: lo Spirito corporificato.


    K. Dujardin, Ragazzo che soffia bolle di sapone (1663)

Il quadro allegorico

Esiste un quadro del pittore Karel Dujardin titolato Ragazzo che soffia bolle di sapone. Allegoria della transitorietà e della brevità della vita umana (1663) che epitomizza, come solo certe opere d’arte hanno il potere di fare, la densità simbolico-alchemica delle bolle di sapone, e dunque anche le possibili suggestioni per evolvere l’attuale fase della modernità, il cosiddetto atropocene. Il ragazzo è in piedi su di una conchiglia, una Capasanta per la precisione, la stessa che, dai tempi mitici dell’antica Grecia, la vede come simbolo di Afrodite, la Dea della Bellezza e dell’Amore.

Nata attorno al membro di Urano gettato nel vasto mare dopo la sua evirazione da parte di Crono, Afrodite, dal greco afros, significa al tempo stesso spuma ma anche sperma, simboleggiando dunque la forza irrefrenabile e invincibile della passione erotica temperata, però, all’Armonia che sempre caratterizza la vera Bellezza. Da questo mare dunque tutto nasce, prende vita, ma anche tutto ritorna, dato che la Dea nasce dall’acqua stessa, fonte di ogni virtualità e trasformatrice di ogni sostanza.

Ma Venere è anche la dea dell’alleanza tra il cielo e la terra, dato che dal primo essa discende mentre, mettendo piede sulla terra la rende fiorita, come possiamo vedere nel ciclo delle belle allegorie a lei dedicate nel Palazzo Te a Mantova. Per rendere ancora più visibile questa presenza invisibile, ecco che una delle bolle di sapone disegna una mezza luna, sostegno ancora oggi della Vergine, ed al suo fianco brilla la stella del mattino e della sera, Venere appunto «che ‘l sol vagheggia or da coppa or da ciglio», come magistralmente la descrive Dante (Paradiso VIII, 12).

I punti toccati dal pianeta brillante nella sua orbita celeste disegnano un pentalfa perfetto, simbolo che Arturo Reghini, latomista e matematico insigne, ha lungamente studiato nelle sue dissertazione sui numeri pitagorici, come ci dice l’omonimo libro a cura di Stefano Loretoni e Christian Scimiterna, e che ancora fanno parte del percorso iniziatico di alcuni riti di perfezionamento della Libera Muratoria come il Rito Simbolico Italiano.

E allora possiamo pensare il bel giovane del dipinto come una ipostasi di Eros stesso, non armato delle sue tradizionali frecce d’oro e di piombo, ma di queste lievissime bolle di sapone che ammira mentre lui stesso le crea. I suoi piedi posano su una forma che potrebbe al tempo stesso essere sia una bolla di sapone sia una perla trasparente, dato che da essa si diparte un filo di queste ultime sino a perdersi nel mare.

La simbologia ermetica

Il quadro esprime così un’allegoria molto più complessa di quella che da il nome al dipinto, la cui ulteriore lettura ci porterà sottili suggestioni per uscire da questo tunnel di distruzione ed autodistruzione che stiamo ciecamente percorrendo. L’alchimia infatti, l’Arte di Ermes, è l’antica Arte della trasmutazione di se stessi nelle cose, la capacità cioè di immedesimarsi nei fenomeni naturali e di accordare ad essi la propria esistenza personale e collettiva. Ermes è il dio dei transiti, degli scambi, ma anche del segreto, del silenzio che si deve alle cose ineffabili. Egli è anche psicopompo, traghetta cioè le anime nella loro dimora forse definitiva.

La prima cosa che notiamo allora è, abbiamo detto, la conchiglia. È quella che vediamo sui pettorali dei Pellegrini che si recano a San Giacomo di Compostela, ma che troviamo, insieme alla mezzaluna, anche come simbolo della Madre di Dio, la versione cristiana della Grande Dea creatrice, la Natura Naturans che tutto genera nel suo grembo, Iside velata cui «nessun mortale ha mai osato sollevare il velo», come ci ricorda Plutarco. Ma la tradizione alchemica ci dice che fare un pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela significa anche intraprendere il magistero della Grande Opera, di quella trasmutazione del proprio vile metallo, il piombo, in oro, il metallo incorruttibile, simbolo solare dello Spirito «che soffia dove vuole». Ecco allora che il bel bambino poggia sulla Natura stessa, come il lavoro dell’alchimista, a sua volta galleggiante sul mare, come noi tutti dovremmo comprendere con umiltà e riconoscenza.

La figura del ragazzo è poi addobbata da una semplice veste e da un leggero mantello mosso dal vento, come fosse una vela che lo porta lontano da quella terra che si vede in lontananza: una landa scura, quasi minacciosa, irta di torri da difesa. Qui riappare allora una Pathosformel, termine coniato da Aby Warburg per definire alcune immagini che ritornano in contesti differenti attraverso i secoli della storia dell’arte. In particolare Warburg aveva «fissato» la sua attenzione, e non usiamo il termine a caso come vedremo tra poco, sulla figura della Ninfa, ipostasi delle forze elementari che condividono con noi la casa comune, e che egli aveva infine individuato nella costante archetipica del panneggio ondulato mosso da una brezza sottile, o dal suo stesso movimento, come quelli della Venere di Botticelli, della Gradiva del racconto visionario di W. Jensen che tanto fece riflettere S. Freud, o della «signorina-porta-in-fretta» come lo stesso Warburg chiamava la figura dipinta dal Ghirlandaio per la Nascita del Battista nella cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella a Firenze e che lo fece letteralmente impazzire.

Il Battista è «colui il quale da i nomi», e dunque che fa esistere le cose, ragione del suo decollamento da parte di Erode Antipa su istigazione di Salomè, come ci ricorda Franco Farinelli nei suoi studi sulle proiezioni cartografiche tolemaiche. Ma, non a caso, la «polvere di proiezione», è una delle caratteristiche della Pietra Filosofale, che in questo caso non serve a proiettare su un piano una superficie sferica ma, al contrario, far convergere il piano della realtà fenomenica verso la Sfera Universale dell’Uno: ciò che ascende converge.

Anche la fila di perle ha un significato profondo: già Giordano Bruno, martire del libero pensiero, sosteneva l’esistenza di «infiniti mondi», non solo nello spazio ma anche nel tempo, esattamente come troviamo detto nella cosmologia induista nella quale Brama «apre e chiude ogni giorno i suoi occhi su un cosmo differente», introducendo così l’immagine della catena dei mondi, come fossero appunto perle di una stessa ininterrotta collana che, però, come nel dipinto, si perde nell’infinito mare dell’Essere.

Infine, ma non meno importante, le perle toccano un ramo di corallo rosso, simbolo della rigenerazione e della trasmutazione della materia, di quella «fissazione», in questo caso dal fluente principio acqueo, che Ovidio ben descrive nel brano delle Metamorfosi (IV, 740-752) dove parla di Perseo e della testa di Medusa :«L’eroe intanto attinge acqua e si lava le mani vittoriose; poi, perché la rena ruvida non danneggi il capo irto di serpi della figlia di Forco, l’ammorbidisce con le foglie, la copre di ramoscelli acquatici e vi depone la faccia di Medusa. I ramoscelli freschi ancora vivi ne assorbono nel midollo la forza e a contatto con il mostro s’induriscono, assumendo nei bracci e nelle foglie una rigidità mai vista. Le ninfe del mare riprovano con molti altri ramoscelli e si divertono a vedere il prodigio che si ripete; così li fanno moltiplicare gettandone i semi nel mare. Ancor oggi i coralli conservano immutata la proprietà d’indurirsi a contatto dell’aria, per cui ciò che nell’acqua era vimine, spuntandone fuori si pietrifica».

Fissare il volatile

Ma, evidentemente, ciò che caratterizza il quadro è il gesto focale della produzione di bolle di sapone. E questo ci porta molto vicino alla soluzione di uno dei grandi problemi discussi, con più o meno successo, nelle tante conferenze sul clima: il livello di CO2. Ora noi sappiamo che una delle cause dei mutamenti climatici, ed usiamo la parola mutazione e non cambiamento a ragion veduta, mutuandola anche dalla medicina oncologica, è appunto l’aumento del livello di anidride carbonica nell’atmosfera. Sappiamo anche che gli alberi sono i grandi «fissatori» di questo prodotto organico, attraverso il Ciclo oscuro, altro prezioso riferimento all’Opera al Nero, ma che al momento le estese deforestazioni e l’eccesso della sua produzione non ne permettono l’assorbimento richiesto. E allora? Ecco che ricompare una delle formule centrali del Magistero Alchemico: fissare il volatile. Tutta l’Opera è rivolta a raggiungere questo scopo, che in realtà tende a «fissare» lo Spirito, cioè il Principio vitale innato ed incondizionato, che sostiene tutte le forme del vivente. E con la parola «vivente» non si intende solamente ciò che si muove o passa da uno stato di vita ad uno di morte, ma tutta la materia creata, tutto ciò che vibra e si trasforma. Fissare il volatile significa dunque sentire questa presenza in ogni cosa e, così avvertendola, agire nel rispetto di ciò che unisce tra di loro tutte le forme manifestate. E allora, quando produciamo una bolla di sapone, non stiamo in qualche modo fissando il volatile? Non è esattamente un frammento di CO2 quello che per un solo fantastico momento, stiamo intrappolando nella nostra effimera creazione? L’Armonia delle bolle di sapone corrisponde così al ritmo armonico del respiro della Natura stessa; non è forse di questa semplice identificazione che abbiamo bisogno per rinascere al Tutto?

il Manifesto/Alias – 15 gennaio 2022


lunedì 10 gennaio 2022

Sulle Ramblas di Barcellona in tempo di rivoluzione.

 


Mary Low e Juan Brea, inglese lei, cubano lui, poeti surrealisti e militanti trotskisti, nel 1936 corrono a Barcellona ad arruolarsi nelle milizie del POUM. Costretti dalla controrivoluzione stalinista ad abbandonare la Spagna, scriveranno nel 1937 un libro sulla loro esperienza di valore almeno pari al molto più celebre “Omaggio alla Catalogna” di George Orwell. Finora mai tradotto e dunque praticamente sconosciuto, ne stiamo curando la prima edizione italiana di cui presentiamo una pagina.


Mary Low

Sulle Ramblas di Barcellona in tempo di rivoluzione.


Cominciammo a camminare per le stradine che si snodano tra le vie principali. Di tanto in tanto grandi fogli di carta bianca incollati sopra la targa di un negozio o di un'attività commerciale attiravano la nostra attenzione. C'era scritto: "Requisito da..." e poi seguiva il nome di uno dei partiti dei lavoratori. Sulle facciate delle case c'erano scritte con le sigle frettolosamente scarabocchiate in rosso dei partiti che le avevano occupate. Era tutto straordinariamente eccitante. Mi guardai intorno. Una sensazione di rinnovata forza e attività sembrava irradiarsi dalla folla di persone che riempiva le strade.

Siamo tornati sulle Ramblas e siamo rimasti a guardare il trambusto Tutto sembrava concentrarsi lì. Le bandiere sventolavano dalle facciate delle case, formando un lungo viale di un rosso abbagliante. Sprazzi di bianco e nero offrivano occasionalmente un contrappunto ai colori. Nell'aria c'era un intenso frastuono di altoparlanti e la gente era riunita in gruppi qua e là sotto gli alberi, con i visi alzati verso il piatto rotondo da cui sgorgavano gli slogan. Andavamo da un gruppo all'altro e ascoltavamo anche noi. Era quasi sempre gente che parlava della rivoluzione e della guerra, a volte si sentiva una voce di donna, ma erano soprattutto voci di uomini. Negli intervalli, frammenti dell'"Internazionale" rimbalzavano sulla folla.

Camminavamo in una sensazione di aria e di luce. Passammo vicino ad un albero con un nastro e fiori, proprio dove un uomo era caduto combattendo. Miliziani e marinai ci passavano accanto, a braccetto, o percorrendo rumorosamente su camion le vie adiacenti, brandendo in alto fucili, di cui la luce intensa del sole faceva scintillare le canne. Le caserme erano state abbattute e al loro posto c'erano spiazzi vuoti pieni di una terra biancastra e polverosa.

Su ogni lato della passeggiata centrale c'era una folla di piccole bancarelle allineate sotto gli alberi  e mentre proseguivamo, ci avvicinammo per vedere cosa vendevano e compravano con tanto impegno. All'inizio c'erano donne anziane, sedute con le ginocchia spalancate sotto strati di gonne , su cui poggiavano vassoi di caramelle. I dolci erano di color verde, ambrato, marrone e nero, ognuno impilato nel mucchietto del suo colore, tagliati a quadratini e ogni quadratino avvolto in carta lucida. Erano trasparenti, come mattoncini di acqua colorata ammucchiati e brillanti alla luce del sole. Accanto a loro uomini accovacciati sul marciapiede con i loro zoccoli bianchi, davanti a loro cravatte di seta rossa e fazzoletti ricamati con la falce e il martello. Poi, un gran numero di bancarelle di berretti da miliziano. Infine, c'erano i distintivi.

Mi sono avvicinata ad una bancarella e li ho esaminati con curiosità. Ce n'erano di tutti i tipi e forme, fatti con le iniziali dei vari partiti. Alcuni erano molto attraenti - grandi scudi d'argento, con la falce e il martello in rosso, o in bianco su uno sfondo come una stella rossa, e poi altri di forma quadrata divisi diagonalmente in due triangoli, uno nero e uno rosso, i colori dell'anarchia. Era sorprendente quanti tipi diversi ce ne fossero, e quanta gente li vendesse. Mi guardai intorno sulle Ramblas. Quasi tutti portavano un qualche tipo di distintivo appuntato sulla camicia.

(Mary Low-Juan Brea, Taccuino rosso spagnolo – Traduzione nostra)

domenica 9 gennaio 2022

Ciao, Gigi


Ciao, Gigi

E così, in silenzio, all'improvviso, se ne è andato anche Gigi. L'avevo incontrato poco prima di Natale al Prolungamento, io diretto al Priamar, lui alla spiaggia per un tuffo invernale che era, come mi raccontò, ormai diventata una abitudine quotidiana. Abbiamo parlato a lungo, come fanno i vecchi, del tempo che passava e di noi che ce ne andavamo con lui senza sapere bene dove fossimo diretti. Con la sua solita aria sfottente, Gigi aveva, ridendo, detto cose molto profonde in cui mi ritrovavo totalmente.

Gigi rideva sempre e buttava tutto in battuta, ma in lui ho sempre visto una vena malinconica e un po' amara, come di chi abbia ben chiara l'inumanità del mondo in cui ci tocca vivere e come la solitudine e l'incomprensione siano purtroppo spesso il prezzo da pagare proprio per averlo capito e detto.

A Gigi volevo bene. Insieme avevamo fatto parecchie cose e altre ancora ne avremmo fatte se non fosse arrivato il covid a bloccare tutto. Di tutte ricordo l'intervento sul carcere di Savona e il giornaletto che insieme facemmo, finché ce lo lasciarono fare, io come responsabile della scuola in carcere e lui come animatore culturale.

Quando quell'esperienza finì, e finì presto perché alle "Autorità" non garbava, un giovane detenuto nordafricano mi regalò una sura del Corano dipinta su un foglio da disegno. "Non avere paura - diceva - perché anche nei momenti più difficili non sei mai solo. Il Signore cammina al tuo fianco".

Non avere paura, Gigi, cammina tranquillo sul nuovo sentiero che hai intrapreso, noi non ti dimentichiamo e siamo con il nostro cuore accanto a te.


venerdì 7 gennaio 2022

I briganti di Trisulti e di Collepardo

 


Poco prima che il covid rendesse impossibile viaggiare, ho avuto la fortuna, grazie alla disponibilità di una coppia di amici espertissimi dei posti, di poter girare in lungo e in largo la Ciociaria, straordinario scrigno di ricchezze paesaggistiche, architettoniche, artistiche e storiche. Tra queste la splendida abbazia di Trisulti, spersa nei boschi e tra le montagne. Arrivarci fu un'impresa, ma ne valeva la pena. Il carattere selvaggio dei luoghi, che contrastava con l'eleganza geometrica dei giardini e l'armonia degli edifici abbaziali, ben si addiceva alla meditazione e al raccoglimento dei monaci, ma anche – lo scopro oggi sfogliando un vecchio libro del 1897 – ad imprese sicuramente meno mistiche. Inutile dire che il post è dedicato a Sergio e Marcella, con l'augurio che l'anno nuovo ci permetta di riprendere a viaggiare insieme. (G.A.)


I briganti di Trisulti e di Collepardo


I briganti quando si videro attaccati e cacciati a fucilate da quelle località, dove fino allora per colpa di pochi ed indegni funzionari e di molti paurosi possidenti, avevano trovato protezione e ricovero, giurarono di vendicarsi. Alle minaccie tennero ben presto dietro i fatti, e quei disgraziati paesi, fino allora tranquilli, furono teatro di ogni sorta' di rapine e delle più efferrate scelleratezze degne appena dei popoli più barbari e selvaggi.

II Governo, a giusta ragione impensierito, nulla risparmiò per estirpare tanto flagello; spese ingenti somme, basti dire che dallo scorcio del 1865 ai primi del 1870 nella sola provincia di Fresinone le spese straordinarie per il brigantaggio ammontarono a due milioni e cinquecentomila lire!

Le truppe furono ancora aumentate, ebbero armi speciali, e retribuite come in tempo di guerra.

Le più rigorose misure vennero adottate per impedire ogni transito d’armi e di viveri ai briganti sulle montagne, c si obbligarono perfino i boscaiuoli ed i carbonari a non portare più viveri in montagna, anche in minime proporzioni, obbligandoli di scendere al piano, quando volevano mangiare, in date località occupate militarmente.


Trisulti.    L'abbazia vista dalla grande peschiera. 

Nei primi mesi del 1863 la località detta Prati di San Nicola, esteso altipiano nel territorio di Verdi — situato fra la storica Abbadia di Trisulti ed il villaggio di Collepardo, era uno dei punti più strategici, perché passaggio che conduceva alla Valle dell’Inferno ed altre contrade che servivano di quartier generale alle bande Fuoco, Cipriano La Gala, Ciciguerra Andreozzi, ecc.veniva giornalmente occupata da un forte distaccamento di truppa, agli ordini di un ufficiale. Il distaccamento a turno era fornito dalle guarnigioni stanziate in Trisulti e in Collepardo. Questo reparto di truppe frazionato in piccoli posti avanzati aveva incarico di impedire il transito di viveri di qualsiasi specie che potessero pervenire alle bande brigantesche, e t perquisire tutti i carbonari e boscaiuoli che per ragioni del loro mestiere dovevano recarsi in montagna.

I risultati di tale servizio, che durò vari mesi, furono soddisfacenti, perché costrinse i briganti colà annidati, circa 200,di abbandonare alla spicciolata quelle località, dopo essere stati attaccati e battuti in due scontri, ai quali presi parte, che avvennero il martedì e il venerdì santo della Pasqua di quell’anno, da varie colonne del 1° reggimento linea agli ordini del colonnello Azzanesi.

Durante quell’epoca le truppe stanziate nella provincia di Marittima e Campagna continuarono sempre ad inseguire ed a attaccare vivamente i briganti ovunque si trovavano.








mercoledì 5 gennaio 2022

La borghesia genovese e la tratta atlantica degli schiavi

 


Riprendiamo il tema già trattato del commercio degli schiavi nell'Atlantico, proponendo alcune pagine da “Marxismo negro. La formación de la tradición radical negra” di Cedric J. Robinson, in cui si dimostra come la tratta iniziò grazie agli ingenti investimenti di capitale da parte della borghesia genovese.*

La borghesia genovese e l'età della scoperta

Ancora più importanti di queste relazioni politiche, tuttavia, e più direttamente collegate al nostro interesse per i portoghesi come forza storica che pose le basi per la tratta degli schiavi dell'Atlantico, furono i mercanti e i banchieri di origine italiana stabiliti in Portogallo (e nei regni spagnoli) durante quel periodo. Anche se l'uso che Verlinden fa del termine "nazione" è figurativo piuttosto che politico, la sua valutazione del ruolo storico di quei capitalisti è utile:

l'Italia fu l'unica nazione veramente colonizzatrice durante il Medioevo. Dall'inizio delle crociate, Venezia, Pisa, Genova, poi Firenze e l'Italia meridionale sotto gli Angioini, così come sotto gli Aragonesi, erano interessati al Levante e alle possibilità economiche e coloniali che vi offriva il graduale declino dell'impero bizantino. Fu all'incirca nello stesso periodo che i mercanti italiani apparvero nella penisola iberica e ottennero un'influenza che doveva persistere fino al periodo moderno, sia nell'economia europea che in quella coloniale.10

Virginia Rau nota che "i primi riferimenti documentari disponibili sulle attività dei mercanti italiani in Portogallo risalgono al sexcolo XIII. Quando iniziamo a sentirne parlare, erano già entrati coraggiosamente nel mercato monetario portoghese.

Questi "commercianti italiani" erano in realtà (in ordine di importanza) genovesi, e figli di Piacenza, Milano, Firenze e Venezia. Rau spiega inoltre che nel XIV secolo, il cui inizio fu opportunamente segnato dalla nomina da parte del re Dinis [Dionisio "il Labrador"] di un genovese (Manuel Pessanha [Emanuele Pessagno]) all'ammiragliato portoghese nel 1317, Lisbona era diventata "il grande centro del commercio genovese".

Con Lisbona e Porto come basi operative, i capitalisti-traders genovesi [. ...] si integrarono in tutta la struttura del potere portoghese, servendo come prestatori di denaro alla monarchia, finanziatori delle ambizioni e delle avventure dello stato, monopolisti in base a carte di sicurezza reali, e infine nobili portoghesi attraverso una serie di eventi che includono decreti reali, matrimoni con la nobiltà nativa e la partecipazione a progetti militari organizzati dallo stato.

Proprio come l'esempio di Rau sulla famiglia Lomellini suggerirebbe- a partire dalla comparsa del mercante Bartholomeu Lomellini in Portogallo nel 1424 fino all'integrazione dei suoi eredi e parenti nell'aristocrazia terriera di Madeira e nella nobiltà peninsulare verso la fine del secolo - e, i principi mercanti genovesi ebbero molto più successo nel loro adattamento rispetto ai loro concorrenti compatrioti (cioè italiani).

A differenza degli arroganti veneziani, i genovesi si resero disponibili finanziariamente, intellettualmente e fraternamente ai loro ospiti. Come ha osservato Wallerstein:

Nella misura in cui [la borghesia portoghese] mancava di capitale, lo trovava facilmente disponibile nei genovesi, che, per ragioni proprie legate alla loro rivalità con Venezia, erano disposti a finanziare i portoghesi. E il potenziale conflitto tra gli indigeni e la borghesia straniera fu smorzato dal desiderio dei genovesi di incorporarsi alla fine nella cultura portoghese.

Mentre i veneziani continuavano a concentrarsi sul dominio del Mediterraneo, e i fiorentini sul loro commercio continentale e nord-atlantico di banche e lana, i genovesi si posizionarono per trarre vantaggio dal commercio che alla fine sarebbe progredito dal Maghreb al medio Atlantico e infine al commercio transatlantico. A metà del XV secolo fu il loro capitale a determinare la direzione e il ritmo della "scoperta". Verlinden osserva:

Lagos [Portogallo] divenne, dal 1310 circa, un porto importante sulla rotta dei convogli italiani verso l'Europa nord-occidentale. Se si ricorda che Lagos, molto più di Sagres, fu il punto di partenza delle prime scoperte portoghesi, l'importanza dei legami stabiliti lì con marinai e imprenditori italiani diventa più evidente.

Inoltre, fu lo status privilegiato di questi italiani in Portogallo a facilitare l'elaborazione a Roma della rivendicazione portoghese che si tradusse in bolle papali a protezione del commercio portoghese e dell'imperialismo statale.

E furono i capitalisti genovesi a sostenere i legami tra le classi dirigenti inglesi e portoghesi, favorendo una relazione con il commercio inglese e lo stato inglese che era direttamente complementare alla loro presenza in Portogallo. In Inghilterra, come in Portogallo, i genovesi costituivano la maggioranza dei mercanti italiani, che a loro volta costituivano la maggioranza dei mercanti stranieri in quel regno durante il XV secolo.

Anche lì ottennero esenzioni reali dalle tasse e dalle restrizioni commerciali, e riuscirono a monopolizzare le merci importate, come le medicine straniere (come la melassa medica) e altre droghe in voga in quel secolo, così come il sughero e lo zucchero portoghesi, dopo essersi assicurati una posizione di monopsonio nei loro punti di origine. Infine, anche in Inghilterra, come prestatori di denaro per i loro re e come intermediari e commercianti per i monopoli reali, arrivarono ad occupare posizioni importanti nel commercio inglese:

Invano gli inglesi protestarono contro i lussuosi privilegi ottenuti da questi mercanti dai re bisognosi, di cui erano diventati i finanziatori, chiedendo che si limitassero a beni di loro fabbricazione; incapaci di competere in ricchezza con le potenti città italiane, le piccole città inglesi ricevettero poca attenzione.

In un'Inghilterra dilaniata dalla guerra civile, dagli intrighi di palazzo e da una classe aristocratica in ascesa, l'appoggio finanziario degli italiani insieme al loro commercio e alle concomitanti fonti di informazioni poteva essere decisivo. La monarchia inglese, con i suoi collaboratori commerciali e finanziari italiani e non, si assicurò per il momento una certa indipendenza dalle sue classi aristocratiche e borghesi autoctone. Così i capitalisti italiani erano in una posizione decisiva per determinare il ritmo, il carattere e la struttura del primo commercio transatlantico di schiavi per il secolo successivo. Senza di loro e senza la complicità di una parte dell'aristocrazia inglese e delle classi mercantili portoghesi e inglesi, e, naturalmente, della nobiltà clericale di Roma, è dubbio che ci sarebbe mai stato un impero portoghese, e senza quell'impero nulla sarebbe stato come è stato.

Cedric J, Robinson, Marxismo negro. La formación de la tradición radical negra, Madrid 2019, Editorial Traficantes de Sueños, pp. 200-203

* Per rendere più scorrevole il testo sono state omesse le numerose note

(.Nostra traduzione dallo spagnolo)

venerdì 31 dicembre 2021

Donne e rivoluzione: "Inés e l'allegria" di Almudena Grandes

 

Almudena Grandes, scomparsa recentemente, è conosciuta in Italia soprattutto per “Le età di Lulù”, opera minore ma vendutissima per il contenuto erotico. Meno conosciuta resta invece la sua produzione complessiva, in larga parte finalizzata a ricostruire attraverso i suoi personaggi la tragedia della guerra civile e della dittatura franchista. Tra i suoi romanzi più belli “Inés e l'allegria”, storia di una giovane donna attiva nella resistenza armata alla dittatura di Franco. Una pagina poco conosciuta dell'antifascismo spagnolo che questo bel romanzo descrive non senza un tocco di ironia. Ne proponiamo la presentazione editoriale.


Presentazione

A Madrid, nel 1936, Inés si ritrova all’improvviso sola in un momento cruciale per il suo Paese. L’affermazione del Fronte popolare e la situazione politica tesa consigliano a sua madre e suo fratello, attivista nelle file dei falangisti, di tenersi lontani dalla capitale. Sfidando le proprie origini aristocratiche e le idee reazionarie che ha respirato fin da bambina, la giovane Inés comincia a frequentare un gruppo di militanti comunisti e trasforma la casa di famiglia in un ufficio del Soccorso rosso internazionale.

Ma quando il sogno repubblicano si infrange, la ragazza viene arrestata a causa del tradimento di un compagno, e si ritrova prima nel famigerato carcere di Ventas, poi reclusa in un convento e, infine, a condividere con la cognata Adela una sorta di prigione dorata in una casa sperduta in mezzo ai Pirenei. Solo due cose la consolano: la scoperta dei piaceri della cucina e l’ascolto notturno della Pirenaica, la radio clandestina del Partito.

È così che, nell’ottobre del ’44, viene a sapere che l’esercito dell’Unione nazionale spagnola si prepara a invadere la Val d’Aran e a lanciare l’operazione Riconquista della Spagna. Inés capisce che per lei è arrivato il momento di riscattarsi, di agire: in sella al purosangue Lauro e con un carico di cinque chili di ciambelle, vola incontro all’allegria. La troverà, tra le braccia del capitano Galán e ai fornelli del municipio di Bosost, cucinando per il Lobo e i suoi uomini.

I loro destini e il loro eroico tentativo di liberare la Spagna dalla dittatura si intrecceranno con le grandi vicende della Storia, del Partito comunista spagnolo in esilio e dei suoi dirigenti, con le ambizioni, i calcoli, gli errori e gli amori che possono sconvolgere una vita e mutare il corso degli eventi, individuali e collettivi.


Almudena Grandes
Inés e l'allegria
Guanda, 2011
20 euro

giovedì 30 dicembre 2021

Giuseppe Mazzini. Padre dell'unità italiana

 


Oltre ai suoi tanti difetti, internet ha lo straordinario pregio di essere la concretizzazione del sogno millenario di una grande biblioteca universale. È grazie a internet che abbiamo trovato questa davvero bella biografia di Mazzini che consigliamo a tutti i nostri lettori che conoscano un po' di francese. Il testo, infatti, molto approfondito, è scritto tuttavia in un francese popolare proprio perché l'autore, pur essendo un accademico prestigioso, non vuole rivolgersi agli studiosi ma al lettore comune. Ne proponiamo l'introduzione.

Jean-Yves Frétigné

Giuseppe Mazzini. Padre dell'unità italiana

Anche se i turisti che visitano la Città Eterna si concentrano sulle sue magnifiche rovine antiche e sui meravigliosi palazzi, chiese e piazze barocche, non possono perdere il Vittoriano, l'enorme monumento a Vittorio Emanuele II in Piazza Venezia, o l'imponente statua equestre di Garibaldi in cima al Gianicolo. Probabilmente sarebbe un po' più difficile per loro scoprire la statua di Cavour nella piazza omonima, delimitata dal Palazzo di Giustizia di Roma, un po' lontano dal centro ma a poche centinaia di metri da Castel Sant'Angelo e dalla Basilica di San Pietro. Per quanto riguarda il monumento costruito in omaggio a Giuseppe Mazzini, quarta figura tutelare dell'Italia moderna, la sua posizione è probabilmente la più ignorata. C'è una piazza Mazzini a Roma, ma è lontana dal centro storico e non ospita il monumento all'apostolo dell'unità d'Italia. Si trova su uno dei pendii dell'Aventino, di fronte al Palatino, con vista sul Circo Massimo, ma è nascosto alla vista. Questa situazione rivela il posto di Mazzini nella storia italiana.

Giuseppe Mazzini nacque il 22 giugno 1805 a Genova, che era allora, come scrive Tolstoj all'inizio di Guerra e Pace, "uno dei possedimenti della famiglia Buonaparte". Morì sessantasette anni dopo a Pisa, il 10 marzo 1872. Aveva trascorso la maggior parte della sua vita fuori dall'Italia, in Francia, in Svizzera e soprattutto a Londra, dove ha vissuto per quasi trent'anni. Il ruolo di questo esule nella storia italiana è eccezionale, ma non è facilmente assimilabile dai regimi politici che si sono succeduti in questo paese. Le vicissitudini della costruzione di questo monumento - autorizzato da una legge del 1890 - inaugurato solo nel 1949, come studiato da Jean-Claude Lescure, lo testimoniano. Le difficoltà ricorrenti della situazione economica e di bilancio dell'Italia spiegano solo in parte l'incredibile lasso di tempo trascorso tra la decisione di costruire il monumento e il suo completamento. Più seri sono gli argomenti di natura urbana e artistica. Inizialmente previsto per la cima dell'Aventino, al fine di "mettere Mazzini alla pari con Garibaldi sul Gianicolo e di competere con il Vittoriano ", la costruzione di questo monumento avrebbe significato ristrutturare l'intera collina, rompendo la sua unità architettonica, che era scandita dalle basiliche paleocristiane. Ma questi due ostacoli avrebbero potuto essere superati da una volontà politica che è sempre mancata, perché celebrare Mazzini è più un problema che celebrare Vittorio Emanuele, Garibaldi o anche Cavour.

All'epoca della monarchia italiana, il dibattito era il seguente: è un atto patriottico o un atto politico rendere omaggio all'eroe genovese? In altre parole, come si può glorificare l'apostolo dell'unità d'Italia mentre l'apostolo dell'idea repubblicana viene lasciato in ombra? Sotto il fascismo, Mussolini "conservò un Mazzini che gli assomigliava per forza morale e per influenza sui suoi contemporanei", ma l'avvicinamento del suo regime al Vaticano, concretizzato dagli accordi lateranensi, relegò Mazzini al rango di eroe da tenere in disparte per non offendere il papato, che non aveva mai cessato di criticare. Dopo il referendum istituzionale del 1946, che risultò in una vittoria di stretta misura per la repubblica, ci vollero altri tre anni perché il monumento fosse costruito e inaugurato. In questi anni, la memoria di Mazzini era ancora in discussione, come dimostrano le questioni relative alla data dell'inaugurazione: 9 febbraio o 2 giugno 1949? Un'inaugurazione il 9 febbraio, centenario della nascita della Repubblica Romana, che aveva costretto Papa Pio IX a rifugiarsi a Gaeta, avrebbe causato tensioni con il Vaticano e con la Democrazia Cristiana al potere. Le autorità italiane preferirono quindi scegliere la data del 2 giugno, dando un significato più ampio ma anche più ideologicamente neutro alla celebrazione di Mazzini come simbolo di unità nazionale piuttosto che come padre spirituale del nuovo regime.

All'epoca della monarchia italiana, il dibattito era se l'opera di Mazzini fosse un atto di genio. Charles Swinburne, Thomas Mann, Adam Mickiewicz, Alexis Tolstoy e Romain Rolland furono profondamente influenzati dalla personalità e dall'opera di Mazzini, così come Woodrow Wilson e Gandhi nel campo del pensiero politico. Questi ultimi esempi dimostrano che il potere seduttivo e il prestigio di Mazzini e del mazzinianesimo andarono oltre l'Europa in tutti i continenti. L'influenza del mazzinianesimo nel mondo e il suo impatto sulla storia italiana meriterebbero da soli un libro. Non è questa la nostra intenzione qui, ma riteniamo che sarebbe interessante presentare una breve panoramica del posto di Mazzini in Francia.

Il rapporto di Mazzini con la Francia fu particolarmente complesso. Il pensatore e patriota genovese visitò più volte la Francia e vi trascorse tre anni decisivi, dal 1831 al 1833, durante i quali sviluppò la sua dottrina filosofica e politica e diede vita alla Giovine Italia, il primo partito italiano moderno. Fu in Francia che raggiunse la sua statura di rivoluzionario, temuto e ammirato in tutta Europa. L'atmosfera intellettuale e politica francese, come si sviluppò in particolare sotto la Monarchia di Luglio, giocò un ruolo decisivo nella nascita e nello sviluppo del mazinianesimo. In generale, gli scritti di Bazard, Cabet, Cousin, Guizot, Proudhon, Quinet, Saint-Simon, Sand, Stern, e soprattutto quelli di Félicité de Lamennais e Pierre Leroux sono essenziali per comprendere il mazzinianesimo. Se Mazzini riconosceva il suo debito intellettuale verso la Francia, si oppose anche, per tutta la vita, all'iniziativa francese, nata con la rivoluzione del 1789, che voleva superare e allo stesso tempo completare con quella italiana.

Il suo amico, il filosofo e pubblicista russo Alexander Herzen (1812-1870) scrisse nelle sue Memorie: "Giuseppe Mazzini perseguì attraverso il suo calvario la realizzazione di un mondo morale. L'idea dominante della mia vita", ha detto, "non è stata la rivoluzione italiana ma l'iniziativa italiana”. La Francia ha fatto la rivoluzione in favore dei diritti, l'Italia farà la rivoluzione in favore dei doveri; la Francia ha emancipato l'individuo, l'Italia sarà alla testa del movimento di liberazione dei popoli. All'inizio sereno e misurato, le sue critiche alla Francia diventarono più severe nel corso degli anni. Dopo l'intervento dell'esercito francese nel 1849 per rovesciare la Repubblica Romana, da lui guidata, sviluppò un rapporto passionale con la Francia del Secondo Impero, che finì per assimilare alla nazione decadente per eccellenza.

Non è quindi sorprendente che l'influenza di Mazzini in Francia sia stata sempre debole. In vita non raggiunse mai la popolarità di Cavour e nemmeno quella del patriota veneziano Daniele Manin, e ancor meno quella di Garibaldi, che "è tra gli eccezionali stranieri che questa combinazione molto francese di universalismo e patriottismo ha naturalizzato moralmente, almeno per un certo tempo". Senza discepoli, non ha avuto la fortuna, a differenza di Garibaldi , di avere un Alexandre Dumas per scrivere la sua storia. I suoi scritti non erano molto diffusi e la conoscenza del suo pensiero era non solo di seconda mano, ma anche, il più delle volte, filtrata e distorta dai suoi avversari. Così Mazzini è meglio conosciuto in Francia come il cospiratore, il regicida, l'uomo con il pugnale. Daniel Stern (1805-1876), lo pseudonimo della contessa d'Agoult, amante di Liszt, deplora il fatto che questa "grande figura del nostro tempo appaia ai più come un cospiratore sempre armato di pugnale". Di lui conosciamo solo la sua leggenda rivoluzionaria e generalmente ignoriamo il pensiero che ha diretto la sua azione". Centotrenta anni dopo, questo giudizio è purtroppo ancora vero.

In Francia, Mazzini è poco conosciuto dal pubblico, che conosce i nomi di Cavour e soprattutto di Garibaldi. È quasi scomparso dai libri di testo delle scuole secondarie, insieme a tutta la prima parte del XIX secolo, il cui studio è stato ridotto a niente con la revisione del programma di storia delle scuole secondarie. Nel mondo accademico, il discorso deve essere più sfumato, ma non può nascondere il fatto che gli intellettuali francesi non gli hanno mai accordato il posto eminente che i loro colleghi tedeschi, americani e inglesi gli hanno dato nella storia politica e intellettuale del XIX secolo. Solo uno scrittore profondamente cosmopolita, come Romain Rolland, poteva immaginare, all'inizio del XX secolo, di scrivere una biografia di Mazzini che voleva includere, in modo significativo, in una collezione dedicata ai geni dell'umanità, e nella quale Mazzini avrebbe fatto la spola con Michelangelo, Beethoven e Tolstoi!

Per molto tempo, le uniche biografie di Mazzini disponibili in francese erano traduzioni dall'inglese. Fu solo nel 1956 che Maria Dell'Isola e Georges Bourgin pubblicarono la prima e... ultima biografia di Mazzini in francese. Questo libro, che ora ha esattamente cinquant'anni, è molto piacevole da leggere e di alta qualità scientifica, ma si può trovare solo in libreria e non sembra aver mai suscitato l'interesse degli storici per scrivere una nuova biografia. In Francia, inoltre, ci sono pochi studi dedicati a Mazzini. Scrivendo questa biografia, speriamo di colmare una lacuna facendo conoscere la vita, cioè l'azione e il pensiero, di un protagonista della politica e della cultura europea del XIX secolo, la cui influenza e rilevanza sono ancora significative all'inizio del XXI secolo. Questo è un compito difficile, e a volte una sfida. È rivelatore il fatto che ci siano poche biografie di Mazzini, anche in italiano, e che siano spesso sommerse dalla massa impressionante di letteratura critica a lui dedicata.

La profondità e la ricchezza della vita di Mazzini non sono facilmente catturabili nell'analisi storica, soprattutto perché nel caso dell'apostolo dell'unità d'Italia, lo storico si trova di fronte a un'abbondanza piuttosto che a una scarsità di fonti. Le opere complete di Mazzini ammontano a non meno di centodiciassette volumi, o più di cinquantamila pagine. Di fronte a queste fonti molto numerose, alle quali si aggiunge una bibliografia critica oceanica, abbiamo dovuto necessariamente fare una selezione. Grazie al confronto di numerose antologie dei suoi testi, la scelta dei suoi libri, opuscoli e articoli meritevoli di essere conservati per l'analisi è stata fatta senza grandi difficoltà. Il nostro atteggiamento nei confronti dell'imponente bibliografia critica è stato quello di leggere sistematicamente i saggi e gli articoli recenti, senza trascurare i grandi studi classici che continuano ad alimentare la riflessione su Mazzini e sul mazzinianesimo.

Il nostro scopo qui non è quello di essere eruditi facendo luce sugli angoli più piccoli di una vita, ma di presentare tutti i momenti principali di un pensiero e di un'azione per capirne il significato. Nell'intraprendere questo lavoro, abbiamo tenuto conto delle conquiste della storiografia, ma abbiamo anche deciso di distaccarcene per dare uno sguardo nuovo alla vita di Mazzini e proporre una nostra interpretazione del mazzinianesimo e della sua storia.

A differenza di alcune biografie vecchie o recenti dedicate a Mazzini, nel nostro libro il lettore non troverà una separazione tra la presentazione della vita di Mazzini e lo studio ragionato del suo pensiero, ma vedrà come quest'ultimo si sviluppa e si perfeziona o si ripete e si irrigidisce, secondo le vicende della vita dell'apostolo dell'unità italiana e gli avvenimenti della storia italiana ed europea. Le sette parti principali di questo libro aiutano a tracciare il cammino di questa esistenza, mentre i ventotto capitoli permettono di precisare le tappe. Infine, ci siamo sforzati di presentare i contesti in cui si svolse l'impegno politico e intellettuale del patriota genovese, per far luce su come, a seconda del momento, questo impegno rifletta lo spirito del tempo, anticipi le ideologie del suo tempo o rimanga indietro rispetto alle nuove idee. Speriamo di aver così realizzato il desiderio espresso da Daniel Stern, circa centotrenta anni fa, di far conoscere una delle "grandi figure" della storia italiana ed europea.

(Traduzione nostra)

Jean-Yves Frétigné

Giuseppe Mazzini
Père de l'unité italienne
Librairie Arthème Fayard, 2006

Jean-Yves Frétigné, nato nel 1966, è uno storico francese, specializzato nella storia contemporanea d'Italia e più particolarmente nel periodo liberale. Attualmente è docente di storia contemporanea all'Università di Rouen, membro dell'Académie du Maine e presidente della Société d'études françaises du Risorgimento italien (SEFRI).