TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 24 marzo 2019

1956. Quando Azione Comunista faceva paura al PCI



Nel 1956, le rivelazioni del XX Congresso del PCUS sui crimini di Stalin e poi i fatti d'Ungheria, mettono in forte difficoltà il PCI che mantenne, nonostante la defezione di molti intellettuali, comunque una salda presa sulla classe operaia. Eppure i timori di una forte perdita “a sinistra” furono forti come dimostra questo nostro lavoro di qualche anno fa.

Giorgio Amico

Quando Azione Comunista faceva paura al PCI

Sull'esperienza di Azione Comunista negli anni Cinquanta si è scritto finora poco. Nella sterminata bibliografia sulla storia del PCI nel dopoguerra, se si eccettuano i contributi di Giorgio Galli, Danilo Montaldi e Arturo Peregalli, rarissimi sono stati gli accenni a Azione Comunista, così d'altronde come alle dissidenze storiche trotskiste e bordighiste. Nei casi migliori vi si è accennato di sfuggita con accenti liquidatori e riduttivi, se non derisori. La realtà che emerge dai verbali della Direzione comunista nel 1956, da poco raccolti e pubblicati*, è del tutto diversa. il gruppo dirigente del PCI non sottovalutava affatto la portata del dissenso rappresentato dal giornale di Seniga e Fortichiari, che considerava anzi una concreta minaccia al controllo fino ad allora esercitato sulle masse proletarie. Senza eccezioni, da Togliatti a Amendola, da Secchia a Pajetta, i massimi dirigenti del PCI seguono con attenzione la parabola della dissidenza azionista, prima frazione semiclandestina interna al partito, poi rivista d'area ed infine organizzazione politica indipendente col nome di Movimento della Sinistra Comunista.

Già nella riunione della direzione comunista del 29 marzo 1956, totalmente dedicata al XX Congresso del PCUS, Secchia, considerato da molti nel partito anche per gli stretti rapporti avuti con Seniga il vero ispiratore della dissidenza di sinistra, rileva in un intervento dai toni volutamente tranquillizzanti che nelle riunioni svolte nelle Federazioni "non si sono notate posizioni antipartito", nonostante l'atteggiamento irresponsabile di quei dirigenti che, come Terracini, si sono lasciati andare e hanno ecceduto nelle critiche all'URSS staliniana. E' la spia di un malessere reale. Certo la stampa tende a esasperare i toni, ingigantendo le dimensioni della dissidenza, ma resta il fatto che l'intero gruppo dirigente, Togliatti in testa, al di là delle sprezzanti minimizzazioni pubbliche, cova il timore che l'intenso lavoro di propaganda svolto da Seniga e Fortichiari possa raccogliere significativi consensi alla base del partito.

Alcuni mesi più tardi, in estate, nell'ambito di una discussione in Direzione sui contatti in corso con Cucchi e Magnani in vista di un loro possibile rientro nel partito, ancora Secchia allude esplicitamente alle forti riserve espresse dalla base milanese in merito all'espulsione dalle fila comuniste di Luciano Raimondi, comandante partigiano e direttore del Convitto Rinascita, con Seniga e Fortichiari uno dei principali esponenti di A.C. venuti allo scoperto.


La situazione si fa critica con l'esplodere in autunno della rivoluzione ungherese. Nella Direzione del 30 ottobre, interamente dedicata alla discussione dei fatti d'Ungheria, la discussione assume toni drammatici. In tutti gli interventi aleggia il timore che il dissenso non resti confinato agli intellettuali, ma dilaghi anche nella base operaia. Da più parti si mette in evidenza l'apparire di preoccupanti segni di disorientamento anche fra i militanti operai più fedeli al partito. Ancora una volta il timore è che Azione Comunista possa sfruttare la situazione e offrire uno sbocco politico organizzato al dissenso che cova nelle sezioni soprattutto nel triangolo industriale. Un allarmato Pajetta segnala che intellettuali di primo piano come Geymonat sarebbero in procinto di rompere con il PCI, ma a differenza di quanto finora accaduto con i dissidenti in uscita verso la socialdemocrazia, questa volta lo strappo avverrebbe a sinistra in direzione di Azione Comunista. A sua volta Dozza evidenzia l'aumento della diffusione del settimanale azionista, mentre Colombi mette in guardia dal pericolo di spingere quella parte del partito, sempre più visibilmente amareggiata e delusa, direttamente nelle braccia di Seniga.

Lo sbandamento è forte. Al gruppo dirigente comunista occorrerà un altro mese per mettere a punto una decisa controffensiva sul terreno politico, ideologico e organizzativo. Nella Direzione del 21 novembre 1956 in preparazione dell'VIII Congresso del partito, tocca a Giorgio Amendola, quale responsabile della Organizzazione, aprire i lavori. Nella relazione introduttiva il PCI viene chiamato ad un intenso sforzo di rinnovamento, mentre tra gli obiettivi del congresso particolare rilievo assume la risposta decisa nelle sezioni e nelle federazioni al "lavoro di Azione Comunista e di elementi di destra che abbandonano i nostri principi".

Pur pagando un prezzo elevato nella società, con una forte emorragia di iscritti e una verticale caduta di consensi tra gli intellettuali, nelle fabbriche il PCI supererà la prova del 1956. In ciò agevolato anche dai limiti soggettivi dello stesso nucleo dirigente di Azione Comunista che si dimostrerà incapace di superare il proprio eclettismo e di dare respiro politico al malessere profondo di consistenti avanguardie operaie prigioniere dei miti convergenti dell'URSS staliniana e della Resistenza tradita. Su questo terreno il recupero per il PCI si rivelerà più agevole del previsto, ma per un momento, in quel "terribile 1956" del XX Congresso e dell'insurrezione ungherese, Azione Comunista riuscirà realmente a incutere timore agli abitanti del tetro palazzone in via delle Botteghe Oscure.

* Quel terribile 1956. I verbali della Direzione comunista tra il XX Congresso del PCUS e l'VIII Congresso del PCI, Editori Riuniti 1997

(Appunti Marxisti n.3 Autunno 1997)

sabato 23 marzo 2019

Peterloo. 16 agosto 1819, una sconfitta come lezione di democrazia



Nelle sale "Peterloo" di Walter Leigh. il film racconta la strage a Manchester nel 1819 degli operai che manifestavano pacificamente per il diritto al voto e ricostruisce con cura filologica gli inizi del movimento operaio inglese. Da vedere.

Silvana Silvestri

16 agosto 1819, una sconfitta come lezione di democrazia

Con una straordinaria visione di massa il regista mette in scena l’antefatto e la conclusione di un episodio poco conosciuto perfino in Inghilterra della storia inglese, il massacro di Manchester del 16 agosto 1819 che prese il nome di Peterloo alludendo al luogo dove avvenne (St. Peter’s Field) e alla battaglia di Waterloo che vedeva i reduci arrivare da poco. In realtà si trattò di una grande sconfitta per la democrazia e per il popolo (un migliaio di uomini donne e bambini vestiti a festa) che mentre manifestava pacificamente, in favore del suffragio universale fu accerchiato dalla cavalleria del 15° Ussari. Si contarono 14 morti e quasi un migliaio di feriti. Leigh si serve di materiali poco utilizzati al cinema, come i discorsi pubblici, i dibattiti, spesso stilizzati su grande schermo e ridotti a poche parole chiave lasciando poi il campo all’azione.


Nel suo film, come a spiegare il significato delle stampe che ritraggono il massacro, si procede per classi sociali mostrando in maniera quasi didattica la composizione dell’Inghilterra di inizio ’800 come poi si ritroverà nelle pagine di Marx alcuni decenni dopo: Manchester e le sue industrie tessili, l’estremo impoverimento del popolo dopo la guerra, lo sfruttamento del lavoro di donne e bambini, il grado di giustizia del tutto approssimativo, l’habeas corpus assente. In questo contesto si mostra come operano le componenti politiche, quali sono le istanze e il tono del linguaggio usato, un interessante panorama di terminologie che crea barriere insormontabili tra popolo e le classi alte.

Tutti i discorsi riportano puntualmente quelli autentici, il dialetto del popolo è stato precisamente ricostruito (ci chiediamo cosa resterà di tutta questa precisione filologica nel nostro doppiaggio, sarà un secondo «massacro») a renderlo quasi un documentario in presa diretta del passato, ma anche un impressionante scenario per il presente. Tutta la scala sociale è mostrata dal film senza semplificazioni con l’alleanza di magistrati, proprietari terrieri e industriali mentre esercito, polizia e informatori sono al loro servizio. Dall’altra parte la composita scena dei movimenti politici si esprime con un linguaggio totalmente diverso, dall’estremismo al miope movimentismo, fino all’organizzazione della manifestazione pacifica e di massa per la rappresentatività parlamentare da parte della Manchester Patriotic Union con i discorsi trascinanti di Henry «Orator» Hunt rappresentante di punta della democrazia radicale, arrestato per sedizione insieme ad altri leader locali.


È utile per il pubblico dei giorni nostri porsi a confronto con queste pagine della democrazia inglese dell’800,la più antica d’Europa come insegnano a scuola nata già almeno due secoli prima, per compararla con la nostra e fare i conti con quello che rimane dei vecchi retaggi, degli errori politici, della storia che si ripete sotto forme diverse, dello sfruttamento e dei diritti umani.

L’attualità del film è tutta interna ai problemi della democrazia, del conflitto tra chi ha potere e chi non ne ha . E non solo per il paragone con quello che succede negli Usa o in Gran Bretagna, ma per i milioni di rifugiati senza tetto che hanno perso tutto.

Il manifesto – 21 marzo 2019

giovedì 21 marzo 2019

Andrej Belyj e il sottosuolo religioso della rivoluzione bolscevica

    Chagall, Resistenza Resurrezione Liberazione (particolare)

Nella Russia del 1917 ci fu anche chi vide la rivoluzione bolscevica come l'avvento del messaggio salvifico del cristianesimo primitivo e gnostico. Uno di questi fu il poeta Andrej Belyj.

Andrea Colombo

Andrej Belyj e il sottosuolo religioso della rivoluzione bolscevica



Passeggiando per le vie polverose e caotiche della Mosca di inizi ‘900, il giovane professore Andrej Belyj non passava inosservato. Capelli lunghi nonostante la precoce calvizie, baffi folti, occhi allucinati, il poeta russo adorava i vestiti eleganti, all’occidentale, ma nascondeva un’anima profondamente slava. A 23 anni, nel 1903, scriveva: «La parte di ‘folle in Cristo’, anarchico, decadente, pagliaccio, mi è stata mandata dall’alto…». Una descrizione che ben si attaglia al personaggio. Ora una nuova edizione di Il colombo d’argento di Andrej Belyj (Fazi, pp. 378, €18) permette di addentrarci nel bizzarro mondo di questo scrittore simbolista. Ormai riconosciuto tra i capolavori della letteratura russa, pubblicato nel 1910, è un romanzo che narra le atmosfere febbrili, animate da istanze messianiche, che contraddistinguono gli anni che precedono la rivoluzione bolscevica.

Belyj si forma da matematico, ma abbandona presto i numeri per le lettere. Nel suo apocalittico (ma non privo di punte d’umorismo) «colombo d’argento» è presente un po’ tutta la sua filosofia, condensata nel protagonista, il giovane Pȅtr, scrittore nutrito di cultura occidentale decadente, ma anche di Böhme, Swedenborg e Marx. Un cittadino cosmopolita che entra in contatto con una setta eterodossa, simile ai «chlysty» di Rasputin, che, tra richiami esoterici e riti orgiastici, lo immerge nelle profondità mistiche della Russia profonda, quella rurale, antica, in un’esperienza che lo illude di fondersi con le masse, di scoprire il vero sentire del suo popolo. Un predicatore delirante riassume così il credo del gruppo: «Ascoltate, gente ortodossa, il regno della Bestia si avvicina, e soltanto con il fuoco dello Spirito potremo incenerirla; fratelli, la morte rossa procederà in mezzo a noi, e la sola salvezza è il fuoco dello Spirito che il regno di Colombo prepara per noi…». Pȅtr finirà malamente, ucciso dagli stessi seguaci della setta, oscuro presagio dell’esito tragico degli impeti rivoluzionar-messianici russi.


Non è un caso se uno dei libri più affascinanti di Belyj, Pietroburgo, sia ambientato durante i moti del 1905. Le rivoluzioni lo attraggono come una calamita, anche se lui le interpreta con l’occhio onirico ed esoterico del verbo simbolista. Intanto si macera tra amori impossibili e aneliti spiritualisti. Durante la prima guerra mondiale soggiorna a Dornach, nella Svizzera tedesca, per partecipare all’edificazione del tempio-teatro steineriano di Goethenaum. E’ affascinato dal messaggio dell’antroposofia, una mistica orientaleggiante adattata ai tempi moderni. Quando torna in Russia nel 1916 assiste con grande interesse a tutti gli eventi che porteranno ai moti dell’Ottobre rosso, a cui dedica il romanzo in versi Cristo è risorto!”(alludendo al saluto-invocazione in uso tra gli ortodossi). 

Annuncia l’avvento di una «rivoluzione dello spirito», ma nessuna resurrezione è in serbo per il popolo russo e Belyj verrà ben presto sconfessato dalla dura realtà dei primi anni del regime sovietico, fatta di conflitti civili, persecuzioni e povertà. Tuttavia s’impegna nelle organizzazioni culturali dei bolscevichi e fonda la Libera Associazione Filosofica. Nel 1921, abbandonato dalla moglie, in piena crisi esistenziale si reca a Berlino dove frequenta assiduamente i bar notturni esibendosi in improbabili foxtrot, che sembrano più una danza macabra di un flagellante che un ballo alla moda. Tornato in una patria ulteriormente incupita dal nuovo corso staliniano, marcato stretto dalla censura, si dedica a riscrivere le sue opere secondo il nuovo stile del «realismo socialista», ma con scarso successo.

I suoi libri, principalmente di memorie, rimangono zeppi di richiami al simbolismo, all’avanguardia letteraria, alla religiosità bizantina. Quando muore nel 1934 per un colpo di sole durante una vacanza in Crimea, risulta iscritto al sindacato degli scrittori dell’Urss, ma in realtà è completamente isolato. Verrà subito condannato all’oblio dai dirigenti della politica culturale sovietica e sarà più letto in Occidente che in patria. Amaro destino per lo scrittore che voleva essere il più russo tra i russi.

La Stampa – 7 febbraio 2019

mercoledì 20 marzo 2019

L'associazionismo operaio e le elezioni nella Savona del 1882



Nel 1882 entrò in vigore un sistema elettorale che permetteva l'accesso al voto anche ad una parte non piccola della classe operaia. Riprendiamo un nostro vecchio lavoro  del 1982 che racconta cosa accadde in quell'occasione a Savona dove le organizzazioni operaie, allora ai loro inizi, ottennero un clamoroso successo.

Giorgio Amico

L'associazionismo operaio e le elezioni nella Savona del 1882

Nel 1882, accogliendo in parte le istanze a favore di un allargamento del suffragio presentate dalla sinistra ma anche da ambienti liberali e perfino clericali, il governo acconsentì a modificare il sistema elettorale. La riforma fu varata dopo accese discussioni alla Camera e al Senato con le leggi del 22 gennaio e del 7 maggio 1882. La prima riguardante i requisiti necessari per essere iscritti al voto, la seconda istituente un nuovo sistema elettorale basato sul principio dello scrutinio di lista. Le due leggi vennero poi unificate nel Testo Unico del 24 settembre 1882.

La nuova elettorale stabiliva che per essere elettori occorresse aver compiuto il ventunesimo anno di età contro i venticinque della precedente normativa, saper leggere e scrivere e possedere almeno uno dei seguenti requisiti: aver superato l'esame di seconda elementare o pagare almeno 19,80 lire di imposte dirette contro le 40 precedenti.

Ciò permise ad una parte notevole della classe operaia di allora di poter partecipare al voto, anche se, escludendo gli analfabeti, la nuova legge veniva di fatto a favorire le città del nord rispetto alle campagne del sud. Comunque gli elettori, che nelle elezioni del maggio 1880 erano stati circa seicentomila, pari al 2.2% della popolazione del Regno, triplicarono passando a più di due milioni pari al 6,9%.

La riforma suscitò vivaci discussioni nell'estrema sinistra che, favorevole al suffragio universale senza limitazioni di censo o di titoli di studio, si divise fra chi intendeva comunque approfittare dell'occasione pur riconoscendone la portata limitata e chi invece la rifiutava in blocco accampando motivi di principio.

Echi di questo dibattito, che assunse presto toni assai accesi, ritroviamo nell'editoriale de “Il Cittadino”, combattiva voce del movimento democratico, dedica il 15 febbraio 1882 alla tanto discussa questione:

«Se la legge, che venne votata da una Camera borghese, non risponde perfettamente alle esigenze della Democrazia, non di meno è sempre un grande vantaggio pel popolo, il quale può così più agevolmente impromettersi il riscatto della schiavitù nazionale. Secondo noi, dovere di tutte le forze della Democrazia militante tra cui soprattutto i socialisti, è quello di concorrere all'urna compatti, Sun fila serrate e di votare per candidati radicali e onesti (…) La partecipazione alla prossima agitazione elettorale pei socialisti e le altre gradazioni del partito democratico, secondo noi, non è un problema da discutere, ma un dovere imprescindibile». (1)

Lo stesso giornale aveva d'altronde già celebrato in toni civilmente appassionati l'estensione del diritto di voto agli operai. Nell'articolo « Sono cittadini» di V. Boldrini possiamo sentire vibrare l'ingenuo orgoglio di chi si sente protagonista di un avvenimento eccezionale:

«… Anche l'operaio, anche il contadino oggi sono uomini – anzi sono cittadini (...) se ieri eran nulla, o forse men che nulla, poiché erano plebe (...) oggi sono gli elettori dei reggenti stessi della Società. Oggi sono i cittadini. Oggi hanno una Patria (…). Operai, non siamo più ventre, che a mala voglia si sfami. Siamo cittadini che si guadagnano... il pane della vita (…). Invidiosi di nessuno, saremo anzi generosi. Sotto la nostra bandiera che è quella del lavoro, della modestia e del sacrifizio, noi accoglieremo anche chi ci paga il salario. Purché non pretenda di essere il padrone! E sia contento di esserci eguale». (2)

Coerentemente con questa impostazione la Fratellanza Operaia, la più antica e gloriosa delle associazioni democratiche savonesi, nomina una speciale commissione incaricata di garantire l'iscrizione nelle liste elettorali del maggior numero possibile di lavoratori. Il 19 febbraio la commissione diffonde un « Manifesto agli operai» perché accorrano “numerosi e solleciti” a farsi registrare.

A convincere anche i più restii della utilità della partecipazione elettorale giunge alla fine del mese di febbraio la notizia che i congressi appena svolti dei socialisti fiorentini e romagnoli hanno respinto l'ipotesi astensionista «considerando che l'agitazione elettorale potrà essere non solo un mezzo per propugnare le idee socialiste, ma bensì anche la ragione di molte e grandi riunioni di lavoratori nelle quali questi si intenderanno sempre meglio e si affratelleranno ognor più per raggiungere un nuovo ordine di cose». (3)

Da Savona “Il Cittadino” plaude a questi deliberati ed auspica che «col concorso dei rappresentanti del proletariato, la questione sociale si potrà risolvere in modo conforme ai dettami della giustizia ed ai sentimenti della sociale fratellanza». (4)


Il Manifesto dei clericali

La riforma elettorale spinge alla mobilitazione anche il mondo cattolico o come era uso dire allora clericale. Il 24 marzo da Bologna il Comitato Generale Cattolico Permanente diffonde un appello agli «elettori di sani principi» perché nelle ormai prossime elezioni amministrative vengano prescelti candidati «di indubbia religione» al fine «conservare cristiani i nostri comuni». L'attivismo cattolico si allarga ben presto al nuovo soggetto politico rappresentato dagli operai, qua e là si assiste alla nascita improvvisa di società operaie cattoliche.

Allarmato “Il Cittadino” nota acidamente che «molti furbi, che pochi giorni or sono trattavano gli operai come carne da macello, o li disprezzavano, o per lo meno ricusavano di riconoscerli come facenti parte del consorzio umano, or cambiano sistema e cominciano ad accarezzare, qua e là, nelle fabbriche, nelle officine, su per le piazze, i lavoratori e con larghe promesse, pur di ingannarne la buona fede, pur di carpirne il voto». (5)

La breccia di Porta Pia infiamma ancora gli animi. Ad un articolo del giornale della curia vescovile, “La Liguria Occidentale” che nei socialisti vede «la bandiera del diavolo», dalle colonne de “Il Cittadino” si replica che «il popolo è devoto maggiormente alla bandiera del forcone anziché a quella dei Torquemada. La prima è l'insegna della libera ragione, la seconda è l'insegna della superstizione, della menzogna, dell'immoralità elevata a dogma della setta dei preti». (6)

Forti sono ancora gli echi di quell'Inno a Satana che il massone Carducci aveva scritto più di un decennio prima e che, secondo lo storico Aldo Mola, aveva scandalizzato oltre che i clericali e i laici moderati “anche non pochi Fratelli”. 

Anche le autorità di governo, accusate di favorire per motivi di conservazione sociale i clericali, non rimangono esenti da spunti polemici. I democratici savonesi lamentano che «ai nostri giornali repubblicani e socialisti e anticlericali, che propugnano una forma di reggimento la quale indubbiamente racchiude libertà e uguaglianza per tutti, il sequestro e le multe... agli uomini di sacrestia che ogni giorno nei congressi, nelle scuole, nei loro fogli fanno voti pel ristabilimento dello Stato Pontificio e della immorale e barbara tirannia papale, impunità e favori!». (7)

Ma al di là del fattore unificante rappresentato dalla polemica anticlericale, le cose non vanno troppo bene per il movimento democratico che, frammentato in una molteplicità di correnti, stenta a trovare un terreno d'intesa che superi il personalismo, retaggio del vecchio sistema incentrato sul notabilato. E' questo un dato generale che va ben oltre i pur reali limiti della sinistra savonese, per coinvolgere un movimento operaio intimamente lacerato tra furori bakuninisti, suggestioni mazziniane e primi tentativi di organizzazione politica autonoma.

A conferma di tale malessere giunge l'ordine del giorno votato il 18 aprile dalla Consociazione Operaia Genovese secondo cui:

«considerando che v'hanno partiti politici cui non pesa di consumare ibridi compromessi... che i partiti che s'intitolano del Progresso più che per il trionfo dei principi combattono oggi per levare in alto le loro personali ambizioni: che ancora incompleta è la partecipazione popolare alle elezioni... delibera di astenersi, allo stato attuale delle cose, dal prendere parte alle prossime elezioni amministrative di Genova».

La notizia, inaspettata, esplode a Savona come una bomba riaprendo vecchie polemiche mai sopite. Per tutta la primavera le associazioni operaie, i circoli liberali e gli intellettuali democratici discutono se, accettato il principio della partecipazione alle elezioni, sia utile per il movimento democratico, diviso e impreparato, prendere parte all'ormai imminente tornata amministrativa. Gradualmente viene prevalendo un indirizzo simile a quello degli operai genovesi. Lo schieramento democratico si divide. Da un lato un gruppo di elettori liberali sostenuti dal giornale “Il Progresso” presenta una propria lista, mentre i democratici vicini a “Il Cittadino” e al Circolo Anticlericale optano per l'astensione.

Con un editoriale a tutta pagina intitolato significativamente «Giunge il nostro tempo» “Il Cittadino” supera i limiti del vecchio rivoluzionarismo repubblicano per rivolgersi direttamente agli operai che sull'onda impetuosa dello sviluppo industriale di fine secolo appaiono sempre più il vero soggetto centrale di qualunque politica di trasformazione sociale del Paese che voglia essere praticabile.

« Le prossime elezioni generali saranno per la democrazia una nuova prova... E' agli operai che noi ci rivolgiamo, l'avvenire è riservato ad essi: blasoni, privilegi, dispotismi di classe debbon cadere infranti davanti al sacro altare del lavoro. L'operaio che fino ad ora fu considerato una macchina, una forza produttrice qualunque, alla sua volta deve mostrare che ora anche per lui è arrivato il suo tempo». (8)

Le elezioni amministrative del 30 luglio segnano una volta ancora una netta affermazione della lista clericale-moderata, nonostante il forte astensionismo – votarono infatti solo 776 dei 2391 iscritti nelle liste elettorali – confermi l'influenza del partito democratico.

«I clericali – scrive “Il Cittadino”- hanno ottenuto una completa vittoria in articulo mortis. Era da aspettarselo. Noi li attendiamo al redde rationem il giorno non remoto delle elezioni generali». (9)


Il Programma della Massoneria

Consapevole dei propri limiti, il movimento operaio savonese dedica i tre mesi estivi ad una puntigliosa opera di riorganizzazione. Il 7 agosto nel corso di una affollatissima assemblea la Consociazione Operaia elegge un Comitato Elettorale Democratico Operaio composto dai cittadini Giuseppe Murialdo, F.G. Gozo, G.B. Bolens, G.B. Lottero, Onorio Blengini, Matteo Leveratto, Tito Vacca, Giuseppe Borzone, Giov. Maria Negro, Salvatore Lippi, G.B. Cortese e Felice Spirito. Il Comitato, che ha l'appoggio delle società operaie e della redazione de “Il Cittadino”, ha il compito di coordinare gli sforzi elettorali del movimento democratico, di creare sottocomitati nei principali centri del circondario, di reperire fondi e di scegliere i candidati.

Ai primi d'Ottobre scende in campo anche la Massoneria che si schiera decisamente a fianco del movimento operaio e democratico. Il Grande Oriente dirige a tutte le Officine della Comunione italiana una circolare che invita i Maestri Venerabili a far presente ai “Fratelli” i principi ispiratori della politica massonica in campo elettorale. Innanzitutto si deve per quanto attiene la scelta dei candidati «ricercare l'onestà della vita, l'integrità del carattere e l'indipendenza morale». Vanno appoggiati candidati che «ossequienti al principio della Sovranità Popolare, siene sempre disposti ad allargare la base di tale sovranità (…) e a propugnare tutte quelle Riforme che l'opinione pubblica ha già dimostrato e dimostrerà sempre più per l'avvenire, utili e necessarie». Quindi si devono scegliere candidati che: «Propugnino il discentramento amministrativo – leggi agrarie se necessarie a bonificare terre incolte e casse di prestito agricolo necessarie a salvare i piccoli coltivatori che scompariscono spaventosamente, di giorno in giorno, oppressi dalle tasse eccessive e da un'insopportabile fiscalità . Sostengano l'abolizione completa del [la tassa sul] macinato e propugnino la riduzione equa e onesta della tassa sul sale. Suggeriscano e promuovano l'istituzione delle Camere sindacali operaie ed agricole destinate a tutelare gli interessi dei lavoratori. Sollecitino i risultati dell'inchiesta agraria ed i provvedimenti igienici, economici e amministrativi contro la pellagra, la malaria, le abitazioni insalubri. Il cibo insufficiente alla vita, l'emigrazione». E ancora che promuovano l'istruzione elementare generale ed obbligatoria, la riforma della legge penale e l'umanizzazione del sistema carcerario, l'adozione di una politica estera di pace «secondo lo spirito di giustizia e d'equità, non di prepotenza, di conquista e di egoismo brutale» sostenendo il principio dell'arbitrato internazionale in caso di contrasti fra nazioni.

Il manifesto del Grande Oriente, che di fatto fornisce un vero e proprio programma politico al movimento democratico, ottiene larghe adesioni anche nella nostra città. “Il Cittadino” lo riprende dedicandogli l'intera prima pagina, le associazioni operaie ed i circoli liberali lo discutono, mentre i giornali clericali fanno a gara, soprattutto nelle campagne, ad evocare immagini diaboliche e a denunciare oscuri e minacciosi complotti orditi dai “framassoni”.

Avvicinandosi la data del 29 ottobre prevista per le elezioni, gli schieramenti vengono sempre più delineandosi. Il Comitato Democratico Operaio, il Comitato Progressista, la Fratellanza Operaia, il Club Progresso Operaio decidono di proporre agli elettori una lista unitaria formata dallo scrittore garibaldino Giuseppe Cesare Abba, dall'avvocato Giuseppe Berio, dal marchese Nicola Mameli e dal cavaliere Adolfo Sanguineti. I moderati appoggiati dall'organo della curia vescovile “La Liguria Occidentale” e da numerosi periodici locali, sostengono invece le candidature dell'onorevole Paolo Boselli, del marchese Marcello De Mari, di Stefano Castagnola e di G. Rolando.

Da una parte e dall'altra si affilano le armi. “Il Cittadino” mette in guardia gli elettori operai affinchè non si facciano condizionare dal vecchio sistema che privilegiava il voto ai notabili rispetto ai programmi di partito.

«Non sono più nomi che stanno di fronte nella lotta: ora sono due partiti, il moderato alleato coi preti, il partito dell'avvenire e del progresso. Per quale voteranno gli operai? Pel partito di Boselli e compagnia che di questione sociale, di voto universale non si sono mai interessati ed anzi hanno negato il voto ai diseredati; hanno tentato di schiacciare le classi dei lavoratori di fronte all'ingordigia dei capitalisti». (10)

Anche i moderati non stanno certo a guardare, ma appoggiati dal clero dedicano particolare cura alla propaganda nelle campagne come risulta dalle corrispondenze che a decine giungono alla redazione de “Il Cittadino” da Cairo, Dego, Sassello, Stella.

Il 29 ottobre giunge finalmente l'occasione tanto attesa dai progressisti. Il collegio elettorale di Savona viene ripartito nei circondari di Savona ed Albenga e nei mandamenti di Voltri e Sestri Ponente. Le elezioni si svolgono in maniera regolare e vedono l'affermazione della lista democratica che ottiene circa un migliaio di voti in più della lista clericale-moderata. Per il particolare meccanismo elettorale risultano però eletti i primi due candidati di ogni lista e precisamente Sanguineti e Berio per il partito democratico, Boselli e De Mari per quello moderato. Ovunque, con l'eccezione di Finalmarina, prevalgono i democratici. Nelle cittadine e nei centri di una qualche importanza, dove il livello di istruzione è mediamente più alto, la lettura dei giornali è più diffusa e soprattutto più forte è la presenza di operai industriali, il corpo elettorale mostra di possedere una più avanzata coscienza politica premiando massicciamente la lista progressista, mentre nei comuni rurali, dove ancora molto forte è l'influenza della Chiesa, la lista moderata sostanzialmente tiene. A Savona, infine, polo industriale ma con un circondario agricolo non disprezzabile, i due schieramenti sostanzialmente si equivalgono con una lieve prevalenza dei democratici, mentre risulta schiacciante il voto democratico nei mandamenti industriali “genovesi” di Voltri e Sestri Ponente.

Comuni
Lista
democratica
Lista
moderata
Savona
3976
3744
Altare
702
329
Albenga
913
765
Cairo
804
331
Finalborgo
806
229
Finalmarina
202
338
Loano
481
313
Noli
402
216
Sassello
505
367
Varazze
430
360
Sestri Ponente
2118
1047
Voltri
1664
1218

Per le ancora inesperte associazioni operaie, povere di mezzi finanziari e osteggiate dalle autorità di governo, è un clamoroso successo. “Il Cittadino” tira così le somme della prima vera prova elettorale a cui abbia mai preso parte in modo organizzato il movimento operaio:

« E' pertanto ai comuni rurali del Collegio che è d'uopo rivolgere tutta la cura dei comitati, ed usare di tutte le possibili influenze per infiltrare lo spirito nuovo in quelle buone e semplici popolazioni, vittime per lo più della propria ignoranza abilmente sfruttata dal clero, dai ricchi feudatari e dai di costoro agenti (…). E per adempiere adeguatamente a questo imprescindibile compito della democrazia, occorre non aspettare il tempo indetto per le elezioni, che a poco o nulla approderebbe allora ogni sforzo nostro, ma imitando in ciò i nostri avversari, è cosa indispensabile, urgente che i liberali si diano pensiero degli elettori delle campagne e mettano molta cura e diligenza nel promuovere e sviluppare l'educazione politica, colla fondazione di associazioni operaie, di club di divertimento e di istruzione e simili istituzioni, le quali tendano specialmente ad avvicinare ed affratellare la gioventù, sottraendola al pernicioso dominio del prete». (11)

Note

1) “Il Cittadino” del 15/2/1882
2) “Il Cittadino” del 14/2/1882
3) “Il Cittadino” del 3/3/1882
4) “Il Cittadino” del 6/3/1882
5) “Il Cittadino” del 28/2/1882
6) “Il Cittadino” del 2/8/1882
7) “Il Cittadino” del 18/4/1882
8) “Il Cittadino” del 14/7/1882
9) “Il Cittadino” del 1/8/1882
10) “Il Cittadino” del 18/10/1882
11) “Il Cittadino” del 8/11/1882

Recalcati, Continuiamo a farci del male. E Freud scoprì il nemico interno



Viviamo in un mondo connotato da forti pulsioni autodistruttive. Il vecchio Freud può ancora aiutarci a comprenderne se non il perché almeno i meccanismi.

Massimo Recalcati

Continuiamo a farci del male. E Freud scoprì il nemico interno


Il nostro tempo sembra esaltare acriticamente l’ideologia del benessere: l’uomo sarebbe un animale edonistico che mira e si vota integralmente al proprio piacere. Tuttavia si diffondono espressioni di violenza e di distruzione che contrastano con questa rappresentazione retorica dell’umano: guerre, invidia e odio sociale, sovranismo, razzismo, fondamentalismi ideologici, culto spietato della competizione, ecc.

In un'opera titolata Al di là del principio di piacere, concepita esattamente cent'anni fa, Freud, con il concetto di Todestrieb (pulsione di morte), ci costringeva già a vedere oltre l'ideale edonistico del benessere e a prendere consapevolezza di come l'attrazione verso il Male non definisca semplicemente una regressione dell'uomo all'animale, ma l'essere dell'uomo in quanto tale.

Dopo la carneficina della Prima guerra mondiale e in prossimità dell'atroce devastazione dei totalitarismi, Freud scrive la sua opera probabilmente più ambiziosa e più inquietante, destinata a diventare una pietra dello scandalo in seno alla dottrina psicoanalitica. Si tratta di una svolta traumatica: la figura sconcertante, paradossale ed enigmatica della pulsione di morte fa irruzione nel testo di Freud sovvertendo i capisaldi di ogni rappresentazione naturalistico-edonistica della vita umana.

È la sua seconda drammatica navigazione, quella dove egli procede in totale solitudine, senza nessun vento a favore, con le sole forze delle sue braccia. Solo Melanie Klein e Jacques Lacan prenderanno davvero sul serio questa svolta che viene invece tendenzialmente rigettata dalla comunità analitica come esito di una speculazione solo astrattamente filosofica di un ormai vecchio Freud afflitto da pesanti lutti personali e da una malattia logorante.

La prima navigazione freudiana aveva costeggiato il continente dell'inconscio mostrando l'esistenza di un desiderio irriducibile alla sfera razionale della coscienza. Nei sogni, nei lapsus, negli atti mancati e nei sintomi il desiderio inconscio prende parola anche se il suo codice non rientra in nessuna lingua conosciuta. Esso genera rebus, cifrature e condensazioni di senso imprevedibili; metafore e metonimie, direbbe Lacan, attraverso Jakobson.

In questa prima navigazione Freud raggiunge una verità che corrode il narcisismo dell'Ego: l’Io non è padrone in casa propria, la vita della coscienza non può pretendere di esaurire il carattere labirintico e stratificato della vita psichica. L’illusione cartesiana del primato del cogito si ribalta: il pensiero non esaurisce l'essere. Ma in questa prima navigazione egli può usufruire di un vento largo che proviene dalla filosofia tedesca postidealista: Schopenhauer e Nietzsche, già prima di Freud, avevano indicato l'esistenza dell'inconscio.

Nella seconda navigazione - quella che viene inaugurata con la svolta di Al di là del principio di piacere - Freud procede invece in totale solitudine. Non può usufruire di nessun vento a favore. La sua tesi è sconvolgente: l'uomo non solo non è padrone in casa propria, non solo è diviso da se stesso, ma è contro se stesso. L’uomo non vuole il proprio Bene, non agisce ispirato dall'ideale naturalistico-edonistico del proprio benessere - come si direbbe oggi - , ma ricerca (inconsciamente) il proprio male, la propria distruzione.

Una tradizione consolidata dall'Etica Nicomachea di Aristotele sino all’utilitarismo empiristico di Bentham ha sostenuto, in forme differenti, il principio di fondo secondo il quale il fine ultimo dell'azione umana sia il raggiungimento del proprio bene. All’origine è l'idea aristotelica della saggezza che incarna la virtù mediana, evitando gli eccessi e l'intemperanza, e ispirando la vita al principio universale del bene.


Lo stesso Freud prima di concepire Al di là del principio di piacere aveva condiviso questo paradigma: l’apparato psichico è governato dalla tendenza a evitare il dispiacere e a procurarsi il piacere. Si tratta di un funzionamento omeostatico: evitare le tensioni interne o ridurle al loro livello più basso.

Ma il principio di piacere, da questo saggio in avanti non è più sufficiente a spiegare la vita umana. Si pensi alle nevrosi traumatiche da guerra: perché - si chiede Freud - i soldati che ritornano dal fronte non riescono a dimenticare i loro traumi ma tendono invece a ripeterne coattivamente i contenuti? Il principio di piacere non dovrebbe ordinare la dimenticanza, l'allontanamento dalla fonte del dispiacere, la cancellazione delle sensazioni spiacevoli?

Ma è soprattutto l'esperienza clinica della psicoanalisi a portare Freud di fronte all'abisso della pulsione di morte: perché i pazienti non vogliono guarire? Perché insistono nel ripetere scelte o comportamenti che fanno loro del male?

L’eco paolino della Lettera ai Romani ritorna con tutta la sua forza anti-greca: “Perché non faccio quello che voglio, ma quello che odio?”. È il fenomeno della coazione a ripetere che manifesta l’esistenza della pulsione di morte. L’etica della psicoanalisi appare totalmente irriducibile a quella greca: la conoscenza del Bene non comporta affatto la realizzazione del Bene. Il soggetto può conoscere il proprio bene ma sentirsi irresistibilmente attratto a compiere il proprio male. È lo scandalo assoluto della pulsione di morte: la vita è una corsa rovinosa verso la morte. Essa vuole godere fino a morire, sino alla distruzione della vita stessa.

Questa è la scoperta sconcertante che Freud compie: i pazienti non vogliono guarire, non vogliono rinunciare al loro godimento rovinoso. Un masochismo originario scardina il quadro morale dell’aristotelismo. Diversamente dall vita animale - governata infallibilmente dalla legge naturale dell’istinto di vita - quella umana non evita affatto il male ma lo brama, lo ricerca coattivamente. La scissione che la attraversa non è più solo relativa al decentramento dell’Io, non è più solo la scissione che separa l’inconscio dalla coscienza, ma una scissione che coinvolge l’esistenza stessa del soggetto.

Gli esseri umani non vogliono il loro bene, ma il loro godimento e non nonostante sia pericoloso per la vita, ma proprio perché cattivo e pericoloso per la vita. Ecco il paradosso più terribile custodito dalla pulsione di morte: la vita tende al proprio godimento anche se questo godimento è contrario alla vita. Di fronte agli occhi di Freud si spalanca il mistero di un godimento che vuole essere più forte della conservazione della vita stessa. Solo la forma umana della vita può conoscere infatti la vertigine di un godimento che porta la vita al confine della morte.

La Repubblica - 26 febbraio 2019

martedì 19 marzo 2019

Ulivi, Madonne di Misericordia e streghe nella Liguria del Cinquecento


Il Cinquecento è il secolo degli ulivi che valle dopo valle ridisegnano il paesaggio ligure. Ma è anche il secolo delle apparizioni mariane e dei grandi processi alle streghe. Un filo sottile ma solido lega tutti questi aspetti di un secolo complesso, contraddittorio e affascinante.

Ne parliamo martedì pomeriggio a Spotorno.

Quer pasticciaccio. Il più bel giallo della letteratura italiana



E' in libreria per Adelphi una nuova edizione dell capolavoro di Gadda “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” arricchito da una nota al testo che fornisce nuovi documenti e interpretazioni sulla gestazione del romanzo. Una straordinaria avventura linguistica. Da leggere per chi non lo ha ancora fatto, da riprendere per gli altri.


Salvatore Silvano Nigro

«Pasticciaccio» col vestito tutto nuovo


La teoria dei generi letterari e la tradizione critica hanno cromatizzato, con il giallo, il nero e il rosa, i romanzi polizieschi, gotici o dell’orrore, sentimentali. Fra tutti, il genere più controverso è il «giallo» che (insieme al «rosa») viene generalmente relegato alla periferia della letteratura; nella zona sconnessa riconosciutagli da Edmund Wilson, in The Shores of Light del 1952: «Questo tipo di lettura altro non è che una specie di vizio, che per la sua stupidità e il minor nocumento si pone a mezza via tra il vizio del fumo e quello delle parole incrociate»; tra «l’alcool, o il tabacco», aveva già scritto il poeta Wyston Hug Auden.

Wilson polemizzava con W. Somerset Maugham, sostenitore del genere poliziesco: «Gli autori di polizieschi hanno una storia da raccontare e la raccontano in modo succinto. Devono catturare e trattenere l’attenzione, quindi devono entrare rapidamente nel vivo del racconto (…) Orbene, i romanzieri “seri” dei nostri giorni hanno molto spesso poco o niente da raccontare e si sono anzi abituati a credere che il racconto, la storia, sia un aspetto trascurabile dell’arte (…) Insomma, gli autori di polizieschi vengono letti per i loro meriti, malgrado i difetti spesso evidenti: i romanzieri “seri”, al confronto, sono poco letti a causa dei loro difetti, malgrado i pregi spesso evidenti» (Lo spirito errabondo, Adelphi 2018). La velocità del giallo corre lungo un binario obbligato: omicidio, indagini, sospetti, scoperta e condanna del colpevole. Deve far leva sulla «bramosia intensissima» del lettore, desideroso di arrivare alla fine del libro e magari precorrere, nello scioglimento dell’enigma, quel battitore di piste che è il detective. Il giallo vuole essere «divorato» dal lettore, al contrario dell’opera d’arte che si impone per essere «letta».

Questa è la conclusione del dibattito, alla quale giunse Wilson, molto semplificando: visto che non tenne conto dei possibili gialli anomali, che la tecnica del sottoprodotto letterario di tipo poliziesco assumono, in un superbo e nobilissimo progetto d’arte portato oltre il «genere», fin dentro la grande letteratura. Ed è il caso di Gadda, «che ha scritto», dice Sciascia, «il più assoluto “giallo” che sia mai stato scritto, un “giallo” senza soluzione, un pasticciaccio». Il capolavoro pingue e straripante di Gadda è fondato su un sistema di convulse dilazioni, che adescano il lettore nei grovigli delle indagini, con personaggi che entrano e che escono o tornano, fino a non pretendere più di tener dietro a tutto: mentre gode delle situazioni abnormi, e tra vari andirivieni, ritardi e deviazioni, arriva al cosiddetto scioglimento del «cruciverba narrativo» che consiste nella scoperta che dall'intrico non si esce; e «quasi» non si vuole uscire. Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, aggiunge Sciascia, «forse, come libro (…) è già concluso: ma come “giallo” è propriamente interrotto. «Forse» e «quasi», certamente.

Grande e massimo «stilista del deforme», come ebbe a definirlo Manganelli, Gadda racconta nel Pasticciaccio «affari tenebrosi»: ricalcando, con ilare ironia, il titolo Une ténébreuse affaire di Balzac. Il plurale della formula gaddiana che, virgolettata, torna nel romanzo come citazione da una cronaca («i giornali avevano molto parlato del “tenebroso” delitto di via Valadier»), è imposta dalla doppia indagine condotta dal commissario-capo della Squadra Mobile di Roma, Ciccio Ingravallo, (spalleggiato dagli agenti «Gaudenzio, noto alla malavita come er Biondone, e Pompeo detto lo Sgranfia»): su un furto di gioielli consumato ai danni della contessa Menegazzi, e sullo sgozzamento della signora Liliana Balducci; reati avvenuti a Roma, nel marzo del 1927, nel «palazzo dell’oro» o dei pescecani: un «casermone color pidocchio», in via Merulana, che la «serietà tiberina» del popolo vociferava essere colmo più di «oro» che di «monnezza». Sul putridume della città, che olezza di piscio e petrolio, incombe lo sgorbio grottesco e osceno di Mussolini: del «Truce in cattedra», del «Testa di Morto in stiffelius, o in tight»; la «maschia boce» del «buce».

    Carlo Emilio Gadda

Ha scritto Calvino: «Roma, vischioso calderone di popoli, dialetti, gerghi, lingue scritte, civiltà, sozzure, magnificenze, non è mai stata così totalmente Roma come nel Pasticciaccio di Gadda, dove la coscienza razionalizzatrice e discriminante si sente assorbire come una mosca sui petali di una pianta carnivora». Non manca la campagna romana, con il Soratte sullo sfondo: la montagna cantata da Orazio, dipinta da Massimo d’Azeglio, descritta da Curzio Malaparte.

Questo romanzo di sfarzoso plurilinguismo, e di un grottesco mescolamento degli stili, governato dalla belliana «puttanicizia» (e il Belli è espressamente citato), è intensamente visivo. Vi dirompe un pittoresco linguaggio dei gesti («Raccolte a tulipano le cinque dita della mano destra, altalenò quel fiore nella ipotiposi digito-interrogativa tanto in uso presso gli Apuli»), e un ritrattismo animato da nasazzi, zinne, muliebri baffetti blu, bollicine agli angoli delle labbra, e altri disgusti. A non parlare di una generalizzata aderenza alla grande pittura cinque-secentesca, e non solo. Gadda arriva a smembrare il ritratto di Cosimo de’ Medici dipinto da Pontormo. Disloca il particolare della ceppaia dinastica della famiglia medicea. E lo applica a significare il rapporto di cuginanza tra Giuliano (in un primo momento sospettato da don Ciccio di essere il carnefice ricercato) e Liliana: «Giuliano… un bel pollone dritto dritto, venuto su tutto dalla medesima ceppaia»; «Giuliano, verga splendita della ceppaia». Successivamente fossilizza la vecchia «Migliarini Veronica» nelle sembianze di Cosimo: «Si stava ingobbita sulla sedia, impietrata (…): teneva una mano nella mano, da parer Còsimo pater patriae nel ritratto del Pontormo».

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana uscì da Garzanti nel 1957. Viene ora rimesso a nuovo da Giorgio Pinotti, in una mirabile edizione pubblicata da Adelphi (pagg. 370, € 18,00). La magnifica Nota al testo di Pinotti, condotta con mano sicura e incisività di stile, si avvale di numerosi documenti inediti rinvenuti nell’Archivio Liberati, letti con sagacia interpretativa. E racconta il “romanzo”, vero e tragicomico, della carriera accidentata di uno scrittore «anticipista» e «remorante»: costretto a barcamenarsi, tra anticipi e prestiti, tra editori esigenti e talvolta iracondi e gelosi l’uno dell’altro, ai quali promette anticipazioni e puntate della sua opera; e intanto si arrovella, riscrive e trafelato, esausto e ansioso, ricorregge, e si rende cerimoniosamente e vigliaccamente inadempiente. Nelle remore, perlustra e fotografa l’agro romano, per orientarsi nell’ambientazione; pensa a sottoporre i suoi «cenci» a «risciacquatura nel Tevere», come un tempo il suo Manzoni nell’Arno; e per trovare una soluzione alla «coda serpentesca» del suo «coccodrillone», imposta una Sceneggiatura per il finale, un Finale imperfetto, delle Note costruttive, correzioni e completamenti. Ha un problema, Gadda: rendere meno marcata, nella conclusione aperta, la scissione «fra il sapere del lettore e la cecità di Ingravallo; smontare gli indizi sulla colpevole dello sgozzamento e «fuorviare, appunto, il lettore».

Non si trova il dattiloscritto del Pasticciaccio. Ma sappiamo che fu battuto a macchina dalla sua fidata Signorina Metta. Si chiamava Anita. Ma Gadda preferiva chiamarla Aninha, per meglio associarla alla battagliera moglie di Garibaldi. E battagliava ogni giorno, la Signorina, che era la segretaria della redazione romana della casa editrice Garzanti, con l’autore che interveniva in continuazione sul testo e le faceva ribattere tutto, mentre l’editore si dava in preda alle Furie. Gadda era ossessionato soprattutto dai nomi dei personaggi. Temeva che qualcuno si riconoscesse. Pretendeva di cambiarli in continuazione. Il suo santo era don Abbondio. La Signorina Metta divenne più tardi la segretaria di redazione della sede romana della Laterza. E lì la conobbe chi scrive: minuta e dolcemente collaborativa. Ormai si faceva chiamare Aninha.

Il Sole 24Ore – 20 gennaio 2019