TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 1 marzo 2021

Ragionando di Guerra fredda

 


Anche questa breve storia della Guerra fredda fa parte del libro collettaneo sulla storia della seconda metà del Novecento, ancora in via di elaborazione.

Giorgio Amico

Ragionando di Guerra fredda

La principale conseguenza della Seconda guerra mondiale fu la radicale ridefinizione degli equilibri mondiali che risultavano ora incentrati sull'emergere, rispetto alla pluralità di potenze antecedenti la guerra, di due grandi nazioni con ambizioni di supremazia mondiale: gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Nasceva un sistema di relazioni internazionali di tipo bipolare destinato a durare fino al crollo del sistema sovietico nel 1991.

Si trattava in realtà di un bipolarismo atipico sbilanciato a favore degli Stati Uniti, fortemente rafforzati dalla guerra sia sul piano economico - nel 1945 gli USA da soli contavano per la metà della produzione industriale e per 3/4 dei capitali mondiali investiti- che su quello militare grazie al possesso dell'arma nucleare i cui terrificanti poteri distruttivi erano stati testati contro il Giappone.

Proprio per questa oggettiva supremazia nel 1945 gli Stati Uniti ipotizzavano la continuazione se non dell'alleanza con l'URSS, che con la sconfitta della Germania nazista non aveva più motivazione, almeno di un clima di distensione e di cooperazione.

Le aspettative di Stalin

Analoga, secondo i più recenti studi, era l'aspettativa di Stalin. L'Unione Sovietica, benché vincitrice, usciva dalla guerra con gravissimi danni materiali nella parte europea e gravissime perdite umana calcolabili fra i 17 e i 20 milioni di morti. Il problema centrale della politica staliniana era dunque quello della ricostruzione del sistema produttivo, il rilancio dell'economia e, fatto nuovo rispetto all'anteguerra, il consolidamento del controllo sull'Europa dell'Est occupata dalle truppe sovietiche. Un'area vastissima che dai vecchi confini dell'URSS, ora spostati in avanti, arrivava fino a Berlino e a Vienna.

In estrema sintesi, le due superpotenze parevano avere alla fine del 1945 un convergente interesse al mantenimento dello status quo e dunque di rapporti non conflittuali. Il che spiega, nel caso italiano e francese, l'atteggiamento cauto di Stalin verso una Resistenza che doveva avere solo carattere antifascista e non travalicare, come parte del movimento comunista auspicava, in una lotta finalizzata alla presa del potere e alla trasformazione rivoluzionaria della società. Coerentemente con la natura ideologica del potere sovietico e con il suo ruolo di leader indiscusso del movimento comunista mondiale Stalin non rinunciava però ai proclami sul rfforzameno dell'URSS e dei partiti comunisti sia come baluardo nei confronti della possibile risorgenza in Europa di un nazionalismo tedesco che come premessa della vittoria del socialismo sull'imperialismo considerata come un portato inevitabile della storia. Così come non veniva nascosto l'obiettivo di dotarsi a propria volta di armi nucleari per colmare il gap strategico con gli Stati Uniti. Tutto questo faceva si che, nonostante la politica di cauto realismo della dirigenza sovietica, l'URSS incominciasse ad essere percepita in Occidente come una potenziale minaccia, fautrice di una politica aggressiva ed espansionistica. Insomma, come è stato ben messo in luce dalla ricerca storica soprattutto degli ultimi anni, la stessa configurazione bipolare degli assetti internazionali tendeva ad acuire l’antagonismo tra USA e URSS e la sensazione condivisa da entrambe le potenze di essere in presenza di una minaccia.

La politica di Truman

Il risultato immediato fu un radicale cambio di prospettiva nella politica americana. Il successore di Roosevelt alla presidenza degli Stati Uniti, Harry Truman, che aveva vinto le elezioni promettendo una maggiore fermezza verso l'espansionismo russo, denunciò la politica sovietica in Europa orientale come un tentativo di assimilazione forzata di quei paesi al sistema politico-economico russo. Definitivamente archiviata la solidarietà antifascista degli anni della guerra al nazismo, si sviluppò una narrazione che contrapponeva a un minaccioso totalitarismo sovietico (l'orso russo), un occidente libero e democratico che andava difeso ad ogni costo. Il primo risultato fu il congelamento della situazione creatasi in Germania, non dando seguito a quanto deciso nella conferenza di Potsdam nel luglio-agosto 1945 che prevedeva la ricostituzione di una Germania neutrale e smilitarizzata. La parte occidentale della Germania diventò per l'amministrazione Truman l'avamposto estremo dell'Occidente, da integrare, anche militarmente, nel sistema politico ed economico euro-atlantico in via di costituzione. Proprio quello che per Stalin era il peggio incubo, il risorgere di una potenza tedesca nel cuore dell'Europa, diventava già nel 1946 una possibilità reale. Nel febbraio del 1946, nel suo primo importante discorso pubblico dopo la fine della guerra, Stalin riaffermò la validità della tesi che il capitalismo portava inevitabilmente alla guerra e che dunque l'Unione Sovietica doveva mantenersi pronta a reagire ad ogni tipo di eventualità ed evitare quanto accaduto nel 1940 con l'attacco a sorpresa nazista. La risposta fu il discorso di Winston Churchill a Fulton, con l'affermazione, destinata a grande celebrità, che una “cortina di ferro” era discesa sul continente europeo tra la parte orientale, vittima di un brutale totalitarismo, e quella occidentale la cui libertà andava ad ogni costo salvaguardata. Era l'inizio della guerra fredda.

La guerra fredda e la politica del contenimento

Pochi giorni prima Truman aveva accolto in pieno la tesi di George Kennan, importante funzionario all'ambasciata di Mosca e ascoltato analista, che quella dell’Unione Sovietica era una politica espansionistica che non lasciava margini di mediazione. L'unica risposta possibile da parte degli stati Uniti e dell'Occidente era quella del “contenimento”, puntando sulla manifesta superiorità militare e sul monopolio nucleare. Secondo Kennan l'URSS usava spregiudicatamente i partiti comunisti in Occidente per raggiungere i suoi fini. Ne derivava la convinzione che anche la possibile avanzata per via democratica delle sinistre in Italia o in Francia facesse parte di questa guerra non dichiarata e che di conseguenza andasse fermata con ogni mezzo. Ne seguì una pesante opera di intervento nella politica interna francese e italiana, tramite una serie di operazione coperte gestite dalla CIA, appena costituita proprio come centro operativo della politica del contenimento, che culminò poi nelle elezioni italiane del 1948 quando non si escluse da parte americana neppure l'ipotesi di un aperto intervento militare in caso di vittoria delle sinistre.

La cristallizzazione degli assetti internazionali cominciò quindi a materializzarsi già nel corso del 1947. La guerra fredda diventava la normalità della situazione politica internazionale, presentata da ciascuna delle due potenze come una politica difensiva contro l'aggressività dell'altro.

Conseguentemente sia gli Stati Uniti che l'Unione Sovietica si dedicarono al rafforzamento del proprio campo di influenza sia sul piano economico che su quello militare. Forti della loro straordinaria potenza economica gli Stati Uniti proposero un gigantesco piano di ricostruzione dell'economia europea, aperto inizialmente anche all'URSS e ai paesi dell'Est, ma a condizioni tali che di fatto ne impedivano l'accettazione da parte di questi ultimi. Il progetto, conosciuto poi come Piano Marshall, era finalizzato a integrare le economie e i mercati europei in una rete di mutue relazioni sotto controllo americano. Il risultato fu duplice e ambivalente. Sul piano economico la liberalizzazione degli scambi e un gigantesco travaso di capitali nell'area euroatlantica permise il superamento dei danni della guerra e l'avvio di una straordinaria espansione economica destinata a durare fino alla crisi petrolifera di metà anni Settanta. Sul piano politico il Piano Marshall portò l'URSS ad arroccarsi nella propria area di influenza, limitandone ulteriormente i già ridotti spazi di libertà e integrando le economie dell'Europa Orientale nel sistema di pianificazione sovietico.

Il piano Marhall

Per Stalin il Piano Marshall, come la “dottrina Truman” del contenimento, aveva un oggettivo carattere offensivo. Ne derivò la cosiddetta “dottrina dei due campi” elaborata da Andrej Ždanov secondo la quale il mondo andava ormai considerato diviso in due campi: quello imperialista e militarista egemonizzato dagli Stati Uniti e quello socialista e pacifista guidato dall’Unione Sovietica. La “dottrina dei due campi” diventò base dell'azione dei partiti comunisti di tutto il mondo e il fondamento dal settembre 1947 del Cominform, l'organizzazione di collegamento del partito comunista dell’URSS con i partiti “fratelli” dei paesi dell’Europa orientale, dell’Italia e della Francia. La nascita del Cominform, spinse ancora di più l'Italia, sede del più grande partito comunista dell'Occidente, e dove nello stesso periodo la sinistra era stata estromessa dal governo, nelle braccia degli Stati Uniti. Da allora fino almeno a tutti gli anni Settanta la politica italiana fu concepita esclusivamente in chiave atlantica, con l'obiettivo apertamente dichiarato del contenimento dell'espansione del Partito comunista. L'italia divenne una democrazia bloccata, processo non privo di effetti profondamente distorsivi dello stesso quadro democratico come testimoniano il progettato golpe del 1964, la strategia dalla tensione e delle stragi e le dinamiche legate alla Loggia P2 di Licio Gelli.

Il processo di consolidamento del blocco occidentale si estese presto dal piano economico a quello militare. Contemporaneamente al Piano Marshall (1948-1952) nell’aprile del 1949 venne dato il via alla cosiddetta alleanza atlantica (NATO) tra Stati Uniti e Canada da un lato e i principali paesi dell'Europa occidentale tra cui l’Italia. La riposta sovietica fu la formazione del COMECON e del Patto di Varsavia.

La guerra fredda diventa mondiale

Nel corso del 1949 la guerra fredda ebbe una ulteriore accelerazione. L'Unione Sovietica fece esplodere la sua prima bomba atomica, annullando così il potenziale deterrente nucleare americano, e i comunisti cinesi, guidati da Mao Zedong trionfarono nella guerra civile iniziata dopo la sconfitta giapponese del 1945, dando vita alla Repubblica Popolare Cinese. Di colpo il campo socialista raddoppiava di estensione, venendo a coprire buona parte di due continenti, l'Europa e l'Asia. La guerra fredda da fenomeno europeo diventava realtà mondiale. Gli Stati Uniti estesero la politica del “contenimento” all'Asia. La principale conseguenza sarebbe stata nel 1950 la guerra di Corea e poi agli inizi degli anni Sessanta quella del Vietnam. Infine, dopo la vittoria nel 1959 della rivoluzione cubana, anche l'America Latina da sempre considerata il “cortile di casa” degli USA, divenne materia di contesa. In Brasile nel 1964 e poi in Cile nel 1973 e in Argentina nel 1976 e ancora in America Centrale, in nome del contenimento della minaccia comunista, l'impero mise in campo tutta la sua potenza per bloccare l'evoluzione democratica di quei paesi. E proprio di questo tratteranno i contributi di questa sezione.

domenica 28 febbraio 2021

Memoria Familiare.Figli e nipoti raccontano


 

Non può esserci pace senza dignità. La Pacem in Terris, Camilo Torres e Arnulfo Romero (1963-1980)



    Padre Camilo Torres (1929-1966)

Questo testo era stato pensato per un libro collettivo sulla storia della seconda metà del Novecento che, anche causa Covid, è rimasto poi fermo in tipografia. Lo proponiamo oggi.

Giorgio Amico

Non può esserci pace senza dignità.

L'enciclica Pacem in Terris e il sacrificio di Camilo Torres e Arnulfo Romero (1963-1980)

Nel 1978 Raniero La Valle fonda Bozze, rivista pensata per gettare un ponte fra cattolici e comunisti. In un numero del 1986 La Valle interviene sull'enciclica Pacem in terris, l'ultima enciclica pubblicata da papa Giovanni XXIII, l'11 aprile 1963, quando il Pontefice era già gravemente segnato dai sintomi della malattia - un cancro allo stomaco - che, in meno di due mesi, l'avrebbe portato alla morte. Una sorta di testamento spirituale, potremmo dire, o se si vuole l'ultimo messaggio di speranza da parte di un uomo che molto aveva fatto in anni difficili, ricordiamo la crisi dei missili dell'ottobre 1962 che sembrò portare il mondo sulla soglia della guerra atomica, per creare canali di dialogo fra i due blocchi e superare una politica internazionale fondata dal 1947 sulla diffidenza e la paura reciproca.

Certo l'enciclica riaffermava elementi tradizionali della dottrina cattolica, come l'affermazione al punto 26 che “La convivenza fra gli esseri umani non può essere ordinata e feconda se in essa non è presente un’autorità che assicuri l’ordine e contribuisca all’attuazione del bene comune in grado sufficiente. Tale autorità, come insegna san Paolo, deriva da Dio.” Così come la tesi profondamente antidemocratica e antimoderna, di Leone XIII secondo cui “certo non può essere accettata come vera la posizione dottrinale di quanti erigono la volontà degli esseri umani, presi individualmente o comunque raggruppati, a fonte prima ed unica donde scaturiscono diritti e doveri, donde promana tanto l’obbligatorietà delle costituzioni che l’autorità dei poteri pubblici”. Affermazioni chiaramente inaccettabili per un laico, ma anche probabilmente per le prime forme di un dissenso cattolico che proprio contro l'autoritarismo delle gerarchie ecclesiastiche si stava iniziando a mobilitare.

Eppure, nonostante queste concessioni alla tradizione, probabilmente frutto di un compromesso fra le diverse componenti vaticane , l'enciclica fece scalpore e fu apertamente accusata dagli ambienti integralisti di filocomunismo, il che la dice lunga sull'arretratezza della Chiesa cattolica e degli ambienti curiali ancora agli inizi degli anni Sessanta. Ed in effetti l'idea che la pace si può e si deve realizzare sulla “terra”, qui e ora e che questo è il compito di ogni uomo, non poteva che suonare scandaloso alle orecchie di chi aveva dimenticato che questo insegnamento era già presente nella tradizione rabbinica, a cui apertamente, e in modo anche allora considerato scandaloso, si era ispirato venti secoli prima un rabbi eretico, consapevole che senza il riconoscimento pieno della dignità di ogni uomo non può esistere vera pace e che questa non può che essere il frutto del rifiuto di ogni forma di oppressione. Un rabbi rivoluzionario fino al punto di scacciare i mercanti dal Tempio e di dichiarare:

«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa». (Mt 10,34-11,1)

I segni de tempi

Ma cosa c'era di tanto scandaloso nelle parole del Papa? Semplicemente l''affermazione che tre erano i segni dei tempi di cui la Chiesa doveva prendere finalmente atto:  l’ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica, la liberazione dei popoli del terzo Mondo dal dominio coloniale. Un messaggio di straordinaria attualità se si pensa che al paragrafo 12 l'enciclica sostiene, e siamo, lo ricordiamo, in un ormai lontanissimo 1963, che «ogni essere umano ha il diritto alla libertà di movimento e di dimora nell’interno della comunità politica di cui è cittadino; ed ha pure il diritto, quando legittimi interessi lo consiglino, di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse [sottolineatura nostra]».

Parole per molti, allora e anche oggi basti vedere le polemiche sugli immigrati, motivo di scandalo, ma per altri, molto più numerosi, motivo di speranza. Una speranza destinata a crescere e a fermentare negli anni per diventare infine parte integrante del grande moto di rivolta giovanile della fine degli anni Sessanta a cui la componente cattolica non fu estranea. A ragione Raniero La Valle sottolinea nell'articolo a cui ci riferiamo come il testo di Papa Giovanni resti «tuttora il punto più avanzato raggiunto dal magistero ecclesiastico nella riflessione sulla pace. Esso è essenzialmente un documento sulla dignità degli esseri umani e delle loro comunità politiche, sul nesso tra guerra e dominio, e sulla pace come liberazione dal dominio».

Ed in effetti, considerato come la Chiesa fosse stata per l'intera sua storia ferocemente avversa, dalla Riforma all'Illuminismo, dalla Rivoluzione francese al liberalismo e poi al movimento socialista, ad ogni tentativo di allargare i margini di libertà individuale e collettiva, l'idea che un Papa, a differenza dei suoi predecessori che avevano benedetto Mussolini e Franco come uomini mandati dalla Provvidenza, pubblicasse un'enciclica sulla pace come frutto della giustizia, e di una giustizia soprattutto sociale, segnava un oggettivo momento di discontinuità e di rottura.

La teologia della liberazione e Camilo Torres

E questo elemento di rottura fu lievito fondamentale per la maturazione di un diverso modo di concepirsi e viversi come cattolici, immersi nel mondo, ma anche fonte di legittimazione per esperienze come quella, osteggiatissima dalle gerarchie ecclesiastiche, dei preti operai e in America Latina della nascente teologia della liberazione.

Senza la Pacem in terris e il suo messaggio di speranza e di impegno rivolto non solo ai cristiani, ma a “tutti gli uomini di buona volontà”, probabilmente padre Camilo Torres Restrepo, che con Giovanni XXIII aveva dibattuto personalmente della condizione insopportabile dei poveri dell'America Latina, non avrebbe nell'estate del 1965 deciso di unirsi alla guerriglia colombiana e di spiegare la sua scelta con un messaggio ai cristiani in cui proprio in quanto prete sosteneva:  

«La principale regola nel cattolicesimo è l’amore per il prossimo. “Colui che ama il prossimo suo adempie la sua legge”. (S.Paolo, Roma XIII, 8). Quest’amore, perché sia vero, deve trovare la sua efficacia. Se l’elemosina, la beneficenza, le poche scuole gratuite, i pochi piani per le abitazioni, ciò che viene chiamato “carità”, non riesce a dare da mangiare alla maggioranza degli affamati, né a vestire la maggioranza dei denudati, né ad insegnare alla maggioranza di coloro che non sanno, dobbiamo trovare mezzi efficaci per il benessere della maggioranza.

Questi mezzi non li vanno a cercare le minoranze privilegiate che detengono il potere, perché generalmente questi mezzi efficaci obbligano le minoranze a sacrificare i loro privilegi.

E’ necessario allora prendere il potere alla minoranza privilegiata per darlo alla maggioranza povera. (...) La Rivoluzione, quindi, è la forma, per ottenere un governo che dia da mangiare agli affamati, che veste i denudati, che insegna a coloro che non sanno, che adempie alle opere di carità, d’amore con il prossimo, non solo in modo occasionale e transitorio, non solo per pochi, ma per la maggioranza del nostro prossimo. Per questo la Rivoluzione non solo è permessa ma è obbligatoria per i cristiani che vedono in lei l’unica maniera efficace e ampia di realizzare l’amore per tutti.

Quando c’è un’autorità contro il popolo, quest’autorità non è legittima e si chiama tirannia. Noi cristiani possiamo e dobbiamo lottare contro la tirannia. L’attuale governo è tirannico perché non l’appoggia che il 20% degli elettori e perché le sue decisioni escono dalle minoranze privilegiate.

I difetti temporali della Chiesa non ci devono scandalizzare. La Chiesa è umana. L’importante è credere anche che è divina e che se noi cristiani adempiamo coi nostri obblighi d’amore per il prossimo, stiamo rafforzando la Chiesa.»

Camilo Torres, "el cura guerrillero" (il prete guerrigliero), come lo chiamavano i campesinos,  morì il 16 febbraio 1966 in uno scontro con l'esercito colombiano. Si era unito alla guerriglia, ma non portava armi.  

Il sacrificio di Oscar Arnulfo Romero

Senza la Pacem in terris e la testimonianza che ne diede chi offrì la sua vita per affermare la dignità dei poveri, non ci sarebbe stata la conversione ad un cristianesimo autentico rivolto agli ultimi di Monsignor Oscar Arnulfo Romero. La storia è nota. Nel 1977 in un Salvador dove infuria la repressione contro i contadini in lotta per la terra e la libertà, si deve scegliere il nuovo arcivescovo della capitale. La scelta delle gerarchie cade su Monsignor Romero, conosciuto come conservatore, anticomunista e avversario accanito della teologia della liberazione e dunque ben visto dall'oligarchia che da sempre governa il paese. Ma accade un fatto nuovo: i paramilitari assassinano padre Rutilio Grande, animatore del Vangelo tra i contadini. Quel sangue innocente diventa per Romero fattore di conversione. È come se un velo si squarciasse a rendergli visibile l'inumana sofferenza dei campesinos. L'arcivescovo ne è sconvolto al punto di rompere con l'oligarchia e di denunciare pubblicamente i crimini del potere. Additato come un comunista, lasciato solo dagli altri vescovi, stigmatizzato da Papa Wojtila che lo considera un sovversivo, il 24 marzo 1980 Romero viene assassinato sull'altare mentre celebra la Messa. Il giorno prima aveva lanciato ai militari un appello alla disobbedienza:

“Fratelli, siete del nostro stesso popolo, uccidete i vostri stessi fratelli campesinos e davanti all’ordine di uccidere dato da un uomo deve prevalere la legge di Dio che dice non uccidere. Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contro la legge di Dio. Una legge immorale, nessuno è tenuto a rispettarla. È ormai tempo che voi recuperiate la vostra coscienza e che obbediate prima alla vostra coscienza che agli ordine del peccato …In nome di Dio, allora, e in nome di questo popolo sofferente, vi supplico, vi prego, vi ordino: cessate la repressione!”.

Dal 1963 erano passati diciassette anni, ma il messaggio della Pacem in terris non era rimasto inascoltato.



sabato 27 febbraio 2021

Arrigo Cervetto. Vita di un comunista attraverso le lettere

 

    Arrigo Cervetto, partigiano diciottenne (1945)



Chi ha conosciuto Arrigo Cervetto ricorda un uomo severo, sempre molto controllato che, se pur molto aperto al dialogo, raramente parlava di sé o lasciava trasparire i suoi sentimenti. La pubblicazione da parte delle edizioni Lotta comunista delle Opere permette ora, soprattutto grazie ai tre volumi del Carteggio, di andare oltre questa immagine asettica e di vedere l'uomo che si celava dietro il politico e il teorico, scoprirne i sentimenti, gli stati d'animo, le speranze e le delusioni. Ed è una lettura affascinante.

Giorgio Amico

Arrigo Cervetto. Vita di un comunista attraverso le lettere

1. La passione per la lettura

L'ingresso di Arrigo Cervetto nel mondo grande e terribile, per usare l'espressione gramsciana, della politica come impegno intellettuale può datarsi al 6 gennaio 1948, quando Umberto Marzocchi, figura centrale dell'anarchismo italiano del dopoguerra, invia a Gigi Damiani, direttore di Umanità Nova, un articolo del giovane, allora ventenne militante del gruppo giovanile savonese della FAI “Né Dio né padrone”, accompagnandolo da una breve lettera di presentazione:

«A me sembra utile incoraggiarlo – scrive – avendo l'impressione che farà sempre meglio essendo appassionato e convinto delle nostre idee in modo che non sarò smentito in avvenire.»

«Appassionato e convinto». Marzocchi, con l'occhio sicuro del vecchio militante che sa valutare gli uomini, ha colto le caratteristiche centrali della personalità di Cervetto, la passione ideale e la tenacia nel perseguire le sue idee anche quando si troverà praticamente da solo a difenderle. In questo l'avvenire non smentirà Marzocchi, anche se solo pochi mesi dopo Cervetto abbandonerà la FAI deluso per il sostanziale immobilismo dei libertari rigidamente ancorati ad un passato eroico, ma ormai tramontato e incapaci di cogliere il nuovo che avanza e le richieste di un profondo rinnovamento della teoria che una nuova generazione di militanti, in larga parte passati per l'esperienza della lotta partigiana, avanza con impazienza tutta giovanile.

Un'impazienza e una voglia di fare e che aveva portato quei giovani alla scelta di militare nel PCI e poi, insofferenti del grigio e legalitario burocratismo del partito togliattiano, di cercare aria nuova, più respirabile nel movimento anarchico, idealizzandone, proprio come accade ai giovani, le potenzialità libertarie e rivoluzionarie. Di questo percorso Cervetto è buon testimone proprio nell'articolo che Marzocchi ha inviato a Damiani che lo pubblicherà sul n.4 del 24 gennaio di Umanità Nova, in seconda pagina:

«Quando migliaia di giovani ritornarono dopo mesi e mesi di sacrificio da quelle montagne dove erano andati a combattere, spinti più che da una preparazione rivoluzionaria. Da un istinto di rivolta, non trovarono degli educatori che avrebbero dovuto formare di loro un'avanguardia rivoluzionaria, bensì dei politicanti. Politicanti i quali anziché insegnar loro le ragioni e gli scopo della lotta, il perché dei sacrifici, insegnarono loro a votare. Invece di indicare loro la sola via del riscatto, la rivoluzione sociale, dissero loro di prendere una tessera e di pagare una quota. Invece di formulare degli uomini consapevoli, degli idealisti, formarono degli inquadrati. E i giovani, credendo che ciò fosse un dovere, sfogarono quel nobile istinto di rivolta, il diritto dell'azione diretta, nei balli e nei campi di calcio. Glielo avevano detto che si erano convinti che bastava credere ed avere fiducia in quello che facevano i capi. Preferirono all'odiosa riunione, dove si parla di tutto fuorché di azione, l'ospitale ed accogliente “dancing” o l'entusiasmante fioco del “foot-ball”, essi non hanno nessuna colpa all'infuori di quella di non vedere e non sentire ciò che succede intorno a loro. La colpa ce l'hanno quelli che predicarono e predicano la calma, l'ordine, la disciplina e non capirono che il giovane rappresenta l'avvenire, la forza unica e vera della rivoluzione.»

Idee semplici, espresse in un italiano ancora esitante, espressione di un vitalismo insofferente ad ogni limitazione, dove prevale l'accento morale più che quello politico. È quello che esplicitamente, e non senza un pizzico di perfidia per quanto riguarda l'uso un po' troppo personale della sintassi, gli fa notare Giovanna Berneri, rimandandogli perché lo riveda un articolo che il giovane ha inviato nell'estate alla rivista Volontà da lei diretta e amministrata:

«Caro Cervetto – scrive la Berneri – abbiamo avuto da Marzocchi il tuo scritto; e ci piace tanto. Chi sa se in questa tua forma libera da coordinazione logica ed anche sintattica riecheggino prosatori noti del nostro tempo – Hemingway? Joyce? - o se invece è proprio esclusivamente una “sorgente” nuova, in te, che s'esprime. In ogni caso ci pare pubblicabile, e lo metteremmo in programma per il prossimo (od uno dei prossimi) numero. Vorremmo però dirti: ci pare che potresti ancora limarlo. […] Attendiamo comunque notizie tue. Ed intanto ti vorremmo anche incitare ad usare del tuo dono espressivo per “dire” al prossimo delle idee meno indeterminate. Questo tuo lavoro è sostanza nel piano della poesia. Non potresti scrivere anche sul piano della prosa, narrativa descrittiva polemica., già che nel nostro mondo d'oggi, nel tuo piccolo mondo locale, infiniti sono gli stimoli a scrivere per te? La nostra rivista è “politica”; ed inoltre dobbiamo tener conto della media dei nostri lettori, che questo orientamento “politico” vuol percepire netto.»

Nonostante questa critica l'articolo apparirà sul numero del 15 luglio 1948 della rivista. Della lettera della Berneri colpiscono due cose: il riferimento a Marzocchi, che ancora una volta ha fatto da tramite e presentatore di un compagno altrimenti sconosciuto, e questo aperto richiamo ad essere più politico e meno letterario che stupisce non poco il lettore di oggi che di Cervetto tutto può pensare meno che di una spiccata e ancor più ricercata volontà letteraria.

Eppure, per quanto difficile a credersi oggi, il giovane Cervetto covava ambizioni letterarie e la sua formazione politica iniziale era avvenuta principalmente sui maestri del realismo sociale, da Gor'kij a Steinbeck, che negli anni bui della dittatura erano stati uno dei canali privilegiati della propaganda antifascista. È lui stesso a scriverlo a Giancarlo Masini, in una lunga lettera di presentazione, di poco successiva:

«Dovrei dirti di me – scrive con toni di grande sincerità, quasi con sofferenza – dovrei dirti che ho 21 anni, che lavoro e leggo. Che importa? Come sono tanti. Immaginati un ragazzo che va a scuola, finisce le elementari, studia due o tre anni in una scuola d'avviamento, poi comincia a lavorare a 14-15 anni per necessità finanziarie. Seguilo questo ragazzo. Lavora, passa un'adolescenza burrascosa, piena di dubbi, di stupidate, di domande sciocche, fa i primi passi nella giovinezza. Intorno a lui un mondo che capisce poco, un mondo “adulto” pieno d'acciacchi. Come si fa a capire il mondo a diciassette anni? E poi il mondo allora era fascismo, guerra, divise, canti. Riprendiamo il ragazzo. Gioca lui, si trastulla, non sa se piangere o ridere, ma pensa. C'è un sentimento che è più di tutte le lotte di classe, più di tutta la politica. È il sentimento guida, lavora di ascia nella giungla della vita. C'era il fascismo allora ma c'era pure la “Spia”, la “Madre”, “Furore” col latte della donna all'uomo affamato (ricordo sempre e lei sorrise misteriosamente) c'era “E le stelle stanno a guardare” col fatalismo che tra l'uomo fuori dalla miniera per poi rimettecerlo insieme al nipote. Sono romanzi che si leggono appena si è capaci di leggerli, e sono romanzi che formano. Così il ragazzo legge, riceve un aiuto alla sua aspirazione, capisce che questa sua aspirazione è libertà, progresso. Va in montagna, diventa un partigiano, patisce fame e freddo, spara, viene ferito, vede il pericolo, tocca quasi la morte, vorrebbe pregare un dio in quel momento ma non è capace, non sa chi pregare, quasi prega se stesso, resta solo davanti alla responsabilità di essere lui. Non è un'odissea. È una cronaca di un giovane. Potrebbe essere anche la mia cronaca. Avevo diciotto anni quando, dopo 12 mesi di partigiano, ritornai a casa. In tutta Savona serpeggiava attraverso il rosso delle bandiere, dei fazzoletti, delle coccarde rosse, l'entusiasmo comunista. Sembrava l'avvento di una nuova era, il premio di tante speranze. Si parlava, si beveva, ci si sentiva “compagni”. Mi iscrissi al Partito Comunista, frequentai le riunioni, le cellule, le sezioni. Mi misi a leggere Lenin, Marx, Engels come sapevo. “Questa è la verità”, pensavo tra me. Ma non bastava. Allora cominciai a leggere Vittorini e il Politecnico. Si formava in me quella passione per la letteratura che ho ancora adesso.»

È una lunga citazione, ma necessaria perché descrive alla perfezione la smania di apprendere, la fame di esperienze, la passione che anima il giovane Cervetto e lo spinge ad andare avanti, a continuare a leggere rubando ore al riposo, a prendere appunti, a cercare di affinare il suo vocabolario, ma soprattutto di capire. Non crediamo che Cervetto avesse letto Joyce né allora né dopo, su Hemingway abbiamo qualche certezza in più, soprattutto per quanto riguarda opere testimonianza come “Per chi suona la campana”, ma concordiamo con quanto scritto da Giovanni Berneri, la scrittura è letteraria, asciutta e tagliente. Il racconto scorre fluido, come un flusso di memorie, con stacchi netti ad accentuare la drammaticità dei momenti e delle scelte. Insomma,una bella pagina da leggere che rimanda l'immagine di un giovane ancora in cerca di una sua via, ma assolutamente determinato a trovarla, sicuro delle sue potenzialità. Non ci stupisce che Masini voglia immediatamente conoscerlo di persona.

In realtà i due si erano già incontrati di persona in una riunione della FAI a Savona, ma Masini non aveva fatto molto caso al giovane militante che, timido come era allora anche a causa di una leggera balbuzie – e anche questo sembra impossibile a chi lo ha conosciuto anni più tardi oratore infaticabile e trascinante – tendeva nella riunioni, soprattutto quando erano presenti compagni autorevoli, ad ascoltare e difficilmente prendeva la parola. La lettera, così sincera e diretta, cambia completamente il ricordo sfocato che ne ha Masini. I due si incontreranno a Livorno il 9 gennaio dell'anno successivo in occasione della manifestazione nazionale in onore di Pietro Gori e sarà amore a prima vista.

(Le citazioni sono tratte da: Arrigo Cervetto, Opere, 23, Carteggio, Edizioni Lotta comunista, Milano, 2018)

1. continua



venerdì 26 febbraio 2021

I rivoluzionari e le prime trasmissioni televisive in Italia (1952)

 


In Italia le trasmissioni televisive iniziarono il 3 gennaio 1954, a cura della RAI. Ma già dal 1952 erano in corso trasmissioni sperimentali al Nord, limitate alle due emittenti di Torino e Milano collegate in rete. Gli inizi furono relativamente lenti, non solo per la difficoltà di far arrivare il segnale in ogni parte d'Italia, ma soprattutto a causa del costo elevato degli apparecchi. Tanto che nel 1956 gli abbonati erano di poco superiori ai 350mila.

In quegli anni un televisore era considerato un bene di lusso che solo pochi potevano permettersi. La stragrande maggioranza della popolazione seguiva i programmi, che si tenevano solo in fascia serale, nei bar, nelle parrocchie, nelle case del popolo, addirittura nei cinema. Avere un televisore era motivo di orgoglio e spesso i fortunati possessori invitavano i vicini che seguivano le trasmissioni molte volte portandosi le sedie da casa.

L' arrivo della televisione in Italia fu anche motivo di polemiche da parte dell'estrema sinistra rivoluzionaria di allora, come testimonia questo articolo del 1952 apparso sul giornale del Partito comunista internazionale.

G.A.


Il  gigantesco affare della televisione italiana


Noi continueremo ad avere le idee che abbiamo sulla Patria e sulla Nazione, anche se l'Italia fosse, invece di quella che è,  la più potente e ricca delle nazioni. Contrariamente a quanto fanno i patrioti delle patrie proprie o altrui, continueremo a combattere, per quanto è possibile, le ideologie del nazionalismo, del razzismo, ecc., che sono appunto basate sulla superiorità presunta o reale di uno Stato nei riguardi degli altri. Ma, ciononostante, ci ha fatto una certa impressione l'apprendere dal Tempo che, in quanto a televisione, l'Italia sta al primo posto in Europa. Nientemeno! Già, la poverella Italia, ricca solo di disoccupati affamati e di catapecchie, la sopravanza sulle ricchissime in beni e denaro Belgio, Svizzera, Svezia, Norvegia, Germania (ove solo ora sono in allestimento le stazioni di Amburgo e di Bonn) non solo, ma si lascia indietro persino la Francia e l'Inghilterra. La superiorità della televisione italiana, che si trova ancora alla fase sperimentale, si appaleserebbe sia sul piano tecnico che su quello organizzativo ed artistico. Bene, bene. Sicché, subito dopo gli Stati Uniti, con le loro mastodontiche cifre di 17 milioni di apparecchi televisivi  e una quantità di stazioni trasmittenti, viene dunque, almeno nel mondo occidentale, la repubblica d'Italia.

Oggi funzionano due sole stazioni trasmittenti, a Torino e a Milano, che sono collegate da un «ponte». Entro l'anno venturo esse saranno collegate, mediante altri «ponti», con la rete delle stazioni della pianure padana, della Liguria e dell'Italia centrale fino a Roma. Solo dopo il 1954, i cafoni dell'Italia meridionale e delle isole saranno ammessi, in omaggio alla ricostruzione del Mezzogiorno, agli spettacoli televisivi. Avremo dunque il cinema in casa, come se non fosse già troppo il cinema che andiamo a vedere fuori...

Ma mentre l'industria italiana è molto progredita come appare dai prototipi di apparecchi televisivi, che, secondo il Tempo, sono «veramente ottimi», una grossa questione economica oppone i dirigenti della R.A.I. (che è la concessionaria dei servizi di televisione) e gli industriali della radio. Si tratta di far aumentare il numero degli utenti, che al presente sono ben pochi e neppure schedati, allorché la televisione uscirà, almeno per il Nord, dalla fase sperimentale. La divergenza tra l'ente concessionario e i fabbricanti sindacati nella A.N.I.E (Associazione nazionale Industriali Elettronici) sembra insolubile, ma è destinata a risolversi con l'intervento delle casse statali. Infatti la R.A.I. sostiene che il servizio di televisione non si può ancora estendere perché le Case produttrici di apparecchi televisivi non ne offrono al mercato un numero sufficiente. Si intende agevolmente che aumentando il numero dei «telespettatori» dovrà aumentare l'introito dei canoni da cui la R.A.I trae i fondi per il finanziamento dei servizi e dei programmi. Dall'altra parte, gli industriali elettronici, allarmati dalla autorizzazione recentemente concessa per la importazione dall'America di 5000 apparecchi, si dichiarano prontissimi a fabbricare un primo lotto di centomila apparecchi, richiesti dai dirigenti della R.A.I., ma chiedono delle garanzie. Quali? Calcolando che ogni apparecchio viene a costare la cifra media di 200.000 lire l'uno, il valore complessivo dei centomila apparecchi in preventivo si aggirerebbe sui 20 miliardi di lire. Se fossero di rapido smercio, gli industriali non starebbero a discutere, ne avrebbero già prodotti. Ma si tratta per loro di immagazzinare una merce che solo durante un periodo più o meno lungo si potrà esitare. Alle corte, gli industriali elettronici chiedono delle sovvenzioni. E chi potrà mollarle se non lo Stato, attraverso la R.A.I.? Siamo sicuri che il paterno Stato di Roma, con la sollecitudine affettuosa verso la grande industria che sempre lo ha distinto, alla fine cesserà graziosamente di farsi pregare ed allenterà i cordoni della borsa.

Significa ciò che tutti i rischi saranno addossati allo Stato, con le cui elargizioni le Case produttrici inizieranno, statene certi, la fabbricazione degli apparecchi televisivi. Agli imprenditori andranno tutti i vantaggi di chi non rischia del proprio e, naturalmente, gli utili. Alla «Nazione» la soddisfazione del primato italiano in televisione...

Di fronte a fenomeni del genere i teorizzatori delle statizzazioni come forma inferiore di socialismo non possono non mostrare di giocare nascondendo l'asso nella manica. Le vie dell'asservimento dello Stato alla fame di profitti del Capitale sono infinite, siccome le vie del Signore. Imprenditori che mettono le mani sulle casse dello Stato come nelle loro tasche, li potete chiamare ancora «proprietari privati»? Essi maneggiano qualcosa che non è, a rigore, proprietà privata, e cioè il cosiddetto pubblico denaro, cioè il denaro appartenente allo Stato. A volte si appropriano, a volte restituiscono in parte o in tutto, i capitali presi in prestito dallo Stato, intascando ogni volta il profitto. Esiste tutta una scala di gradazioni che va, per restare nel caso trattato, dagli industriali della A.N.I.E. che chiedono di operare con prestiti dello Stato, fino ai concessionari, di cui esempio sottomano è appunto la R.A.I., che traggono profitti da capitali appartenenti interamente e inalienabilmente allo Stato.

L'Italia se ha un primato tra le nazioni occidentali esso è da ricercarsi proprio nella stretta soggezione dello Stato al capitale, quello cioè che economisti classicheggianti e sgonfioni cominformisti concordemente definiscono «intervento dello Stato nell'economia», propalando la falsissima concezione della subordinazione degli imprenditori ai funzionari statali. L'Italia è il paradiso degli esperimenti di  capitalismo di Stato, che vanno dalla statizzazione integrale alle forme intermedie di sovvenzioni, dei prestiti, delle donazioni a fondo perduto di danaro pubblico alle imprese private. Se fosse vera la equazione statizzazione-socialismo, sarebbe vera un'altra cosa, e cioè che l'Italia fosse... sulla via del socialismo. Più facile sarà ingollare le balle visive che la televisione si appresta ad ammannirci.

il programma comunista, n. 4, 20 novembre - 4 dicembre 1952


mercoledì 24 febbraio 2021

Ricordo di Lawrence Ferlinghetti



Ricordo di Lawrence Ferlinghetti


La scorsa notte un desiderio

        un ruggito in una conchiglia

un mormorio confuso

                     di uomini e uccelli

E i corpi

              erano barche



Un fruscio di ali

 suoni e gemiti

riempiono l'aria

 E la tremante

ruota della carne

      gira


(Lawrence Ferlinghetti, Poesie, Newton & Compton, 1996)





lunedì 22 febbraio 2021

La Resistenza dopo la Liberazione