TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 24 giugno 2021

Ricordo di Arturo Schwarz

 


Roberto Massari

Arturo Schwarz

Arturo Schwarz ci ha lasciato il 23 giugno all’età di 97 anni. D’ora in poi saremo tutti un po’ più soli sul terreno culturale e rossoutopico. Ma il patrimonio che egli ci lascia sopravviverà a lui e alle generazioni future.

Ebreo del Cairo (dov’era nato nel 1924), fu tra i costruttori della sezione egiziana della Quarta internazionale, pagando di persona alti prezzi alle autorità militari britanniche (prigionia, torture, internamento e finalmente espulsione verso l’Italia). Nel nostro Paese militò nella sezione italiana della Quarta (i Gcr), dalla quale uscì per divergenze sull’orientamento politico.

Munito di doppia laurea (Sorbona e Oxford) diede vita nel 1952 alla celebre casa editrice «Schwarz» che rappresentò la prima vera fucina editoriale del pensiero d’avanguardia in questo Paese dilaniato tra due potentissime fonti di arretratezza culturale: la Chiesa cattolica e il togliattismo. E fu proprio Togliatti che riuscì a far chiudere questa eroica casa editrice che, per gli italiani reduci dal fascismo, pubblicava Breton, Trotsky, Naville, Nadeau, il primo Giorgio Galli e altri esponenti del pensiero antistaliniano, o poeti come Luzi, Merini, Quasimodo… La chiusura fu realizzata facendogli togliere il credito bancario (in qualche modo entrò nella congiura anche la Lega delle cooperative).

Eppure la corrente editoriale rappresentata da Schwarz non morì e rinacque sotto non tanto mentite spoglie con la Samonà & Savelli, che a sua volta fece da madrina all’attuale Massari editore.

Schwarz-Savelli-Massari, una linea di continuità editoriale che vive ed è proiettata nel futuro, a differenza del moribondo togliattismo (vecchio e nuovo) e degli ostacoli che la Chiesa incontra in campo culturale. Questa linea di contiinuità fa ben sperare per il futuro del pensiero razionale e rossoutopico e una parte del merito dovrà sempre essere riconosciuto a chi ha aperto la strada, cioè ad Arturo Schwarz.

Verso la fine degli anni ’50, Arturo abbandonò la Quarta, ma la sua ammirazione per Trotsky continuò sino alla fine dei suoi giorni. Suo è il bel libro sull’amicizia fra  Breton e Trotsky, tradotto in più lingue, che dal 1997 è nel catalogo della Massari editore, insieme con il suo L’avventura surrealista. Amore e rivoluzione, anche (a sua volta del 1997).

A un certo punto Arturo si definì anarchico e credo che lo sia stato profondamente, nel senso migliore del termine. E infine sionista, anche questo nel senso migliore del termine, secondo un iter attraversato da molti altri esponenti dell’intelligentsia ebraica di sinistra o comunista, sempre comunque internazionalista.

Era un convinto e commosso ammiratore della nuova cultura israeliana ma anche, come mi confessò una volta, dell’accoglienza che la sua personalità culturale aveva in quel Paese, dove lo facevano addirittura insegnare all’università, mentre in Italia continuavano l’ostracismo o il silenzio nei suoi confronti.

Non si faccia caso alle commemorazioni ipocrite che si leggeranno nei prossimi giorni, perché Arturo è rimasto sostanzialmente un emarginato sulla scena culturale italiana, nonostante il suo grande prestigio a livello internazionale. Più che il suo trotsko-anarco-sionismo, non gli è mai stato perdonato il suo precoce e duraturo antitogliattismo: proprio questo tratto culturale che deve restare come un suo titolo di grande merito, indipendentemente da altre considerazioni politiche.

Si tenga conto che grazie alla sua pionieristica opera di collezionista e ai suoi studi sull’arte d’avanguardia, Schwarz aveva aperto una galleria a Milano, nella quale aveva raccolto un’enorme quantità di pezzi del dadaismo e del surrealismo di tutto il mondo, ma che portavano a volte le firme prestigiose di Duchamp (il più rappresentato), Tzara, Ray, e dello stesso Breton (un suo collage ebbi modo di vederlo nella sua casa museo di via Giuriati a Milano e l’ho poi adottato - su riproduzione datami da Arturo - come copertina del libro di Breton, Entretiens, altro capolavoro dell’editore Schwarz trasmigrato nella Massari editore).

Arturo è stato considerato uno dei massimi studiosi del dadaismo e del surrealismo, e non c’è stata praticamente nessuna grande mostra su questi temi (dagli Usa, alla Francia, all’Italia, a Israele ecc.) che non si sia avvalsa dei suoi prestiti e della sua consulenza, sia per l’allestimento, sia per il catalogo.

A un certo punto Arturo decise di donare una parte della sua grande collezione all’immeritevole Galleria d’Arte moderna di Roma (ormai degenerata a livelli impensabili per chi in quel Museo ha imparato a conoscere e amare l’arte del Novecento). Ma a me disse che quella donazione all’Italia la faceva soprattutto per superare gli ostacoli giuridici alla donazione più grande e corposa che riuscì a fare nel 2000 per il Museo di Tel Aviv.

Arturo scrisse molti libri. Io stesso vado accumulando da anni alcuni suoi testi (inclusa la conversazione con Marcuse) che mi permetteranno di includerlo ben presto nella collana degli «eretici e/o sovversivi», nella speranza che qualche studioso rediga una sua affascinante biografia. Scrisse di alchimia, di misticismo ebraico e orientale, scrisse poesie e scrisse di donne, da lui amate nella concretezza corporea, ma anche in una sorta di fantasiosa proiezione ideale. 

E amò molto se stesso, e a tale riguardo non fu mai ipocrita o modesto. Chi lo ha frequentato, sa che ebbe un carattere  brusco, imprevedibile e a volte intrattabile. Io che sono riuscito miracolosamente a restargli  amico (nonostante un diverbio che avemmo per una questione di dettaglio dopo gli indimenticabili incontri avvenuti nella villa/antico convento «incantato» nei pressi di Badia al Pino [Arezzo] ) posso assicurare che era questo il suo modo di difendersi dalla più infida minaccia per un uomo della sua celebrità internazionale: la discesa nella banalità, il cedimento alla società dello spettacolo. E per questo grande e anomalo intellettuale morto quasi centenario, possiamo dire che almeno lui ce l’ha fatta a vincere la battaglia più difficile.

Hasta siempre, Arturo... 

www.utopiarossa.blogspot.com

mercoledì 23 giugno 2021

Ritorna l'interesse per Bordiga. Due nuove pubblicazioni sul comunista napoletano

 


Sergio Dalmasso

Ritorna l'interesse per Bordiga. Due nuove pubblicazioni sul comunista napoletano


A partire dagli anni '60, in particolare dalla monumentale Storia del PCI di Paolo Spriano, è ormai patrimonio comune il fatto che sia stato Amadeo Bordiga (e non la coppia Gramsci-Togliatti) il vero fondatore del PCd'I, a Livorno, nel 1921.

Sulla sua figura, dopo silenzi e calunnie durati decenni a cui replicavano le analisi iper minoritarie della Sinistra comunista o l'interessante e del tutto “controcorrente” Storia del PCI di Giorgio Galli e Fulvio Bellini, l'interesse è tornato, a fine anni '50, per merito della pionieristica “Rivista storica del socialismo”, con gli studi di Stefano Merli sulle origini della direzione gramsciana del partito e di Luigi Cortesi e Andreina De Clementi su Bordiga stesso (cfr. Rosa ALCARA, La formazione e i primi anni del Partito comunista italiano nella storiografia marxista, Milano, Jaca book, 1970).

Quindi, oltre ai lavori critici di Luigi Cortesi, molto critico verso il filone Gramsci-Togliatti, nel 1971, Andreina De Clementi in Amedeo Bordiga (Torino, Einaudi) vede nel rivoluzionario napoletano le maggiori sintonie con l'esperienza bolscevica, Franco De Felice in Serrati, Bordiga, Gramsci e il problema della rivoluzione in Italia (Bari, De Donato) lo accusa di incapacità di intervenire attivamente nelle situazioni, di sottovalutare il ruolo delle masse rispetto a quello del partito.

Seguono altri studi: Franco Livorsi in Amadeo Bordiga (Roma, ed. Riuniti, 1976) nota la contraddizione tra la grande profondità analitica e l'incapacità di intervento politico; Liliana Grilli in Amadeo Bordiga: capitalismo sovietico e comunismo (Milano, La Pietra, 1982) analizza la riflessione teorica compiuta dopo il 1945, la demistificazione del carattere socialista dell'URSS e vede in lui il marxista più in anticipo sui tempi. Arturo Peregalli, purtroppo prematuramente scomparso e Sandro Saggioro tentano di stilare una bibliografia, particolarmente complessa- dato il fatto che gli articoli di Bordiga sono sempre anonimi- e studiano gli anni oscuri (1926/1945) di isolamento e ritiro dalla militanza politica. Sempre Saggioro in Nè con Truman né con Stalin. Storia del Partito comunista internazionalista-1942/1952- (Paderno Dugnano, Colibrì, 2010) analizza la storia della piccola formazione sino alla spaccatura tra l'ala di Maffi e Bordiga e quella di Onorato Damen. Sullo stesso tema scrive Dino Erba, Nascita e morte di un partito rivoluzionario (Milano, All'insegna del gatto rosso, 2012), mentre ancora Saggioro tratta del Partito comunista internazionale “Il programma comunista”, quello strettamente bordighiano, dal 1952 al 1982 (Paderno Dugnano, Colibrì, 2014).

Un lavoro complessivo di grande peso è quello curato da Luigi Cortesi, Amadeo Bordiga nella storia del comunismo (Napoli, ESI, 1999), atti di un convegno organizzato a Bologna nel 1996, con contributi anche diversi, in particolare sulla valutazione dell'ultimo Bordiga. Se Cortesi ne mette in luce le grandi qualità di dirigente nel primo dopoguerra, contrapposte al dogmatismo e alla sterilità del periodo successivo, Grilli e Di Matteo ne esaltano le capacità di lettura dell'economia sovietica e del Capitale.

Accuratissimo e forse addirittura eccessivo nella mole e nella documentazione è lo studio di Corrado Basile ed Alesssandro Leni. La biografia del dirigente comunista serve per ripercorrere tutta la vicenda del movimento operaio dall'inizio del '900 alla seconda guerra mondiale. La tesi centrale è critica: il comunista napoletano non ha superato i residui di massimalismo della Seconda Internazionale, non ha compreso la natura del fascismo ed applicato correttamente la tattica del Fronte unico.

A questa, troppo breve e sommaria, panoramica sulla pubblicistica si sono aggiunti recentemente due testi di diversa impostazione che ripropongono la discussione sul ruolo del comunista napoletano nel marxismo del ventesimo secolo e, in specifico, sugli anni che seguono l'emarginazione dal partito che ha fondato.

Pietro Basso pubblica in italiano l'introduzione alla prima antologia in inglese degli scritti di Bordiga, The science and passion of communism. Selected writings of Amadeo Bordiga (1912-1965). Basso rifiuta ogni canonizzazione del dirigente politico e lo inquadra nei movimenti collettivi che ha percorso: il socialismo napoletano di inizio secolo, la lotta contro il riformismo, il massimalismo, e la massoneria, la sinistra intransigente e poi astensionista del PSI, l'impegno per la scissione e la costruzione del PCd'I di cui è, nella prima fase, il massimo esponente, la Terza Internazionale in cui assume posizioni specifiche (sono note le sue polemiche con Lenin e Stalin e la critica leniniana nell'Estremismo), la presenza nella sinistra comunista, dopo l'espulsione, sino alla collaborazione con Programma comunista e gli ultimi lavori teorici.

L'autore riconosce i limiti nella semplificazione dei termini della lotta di classe, in uno schematismo eccessivo, nella sottovalutazione del ruolo delle masse nei processi sociali. A differenza della duttilità leniniana, Bordiga è rigido nell'applicazione della tattica, sempre predeterminata.

Nonostante questo, è uno dei più brillanti marxisti del ventesimo secolo, sia nella sua battaglia tra il 1912 e il 1926, quello del grande “assalto al cielo”, sia negli anni tra il 1945 e il 1966, che vede il totale rilancio del capitalismo con la completa espansione mondiale dei rapporti sociali mercantili e monetari.



Del tutto differente è il lavoro del savonese Giorgio Amico, già autore di studi su Arrigo Cervetto, su Guy Debord e più recentemente su Azione comunista, che affronta, iconoclasticamente, gli anni, dal 1926 al 1945, in cui Bordiga sembra “scomparire”. Nella bibliografia, curata da Peregalli e Saggioro, questi anni occupano tre pagine (su 250).

Bordiga è messo in minoranza nel partito, a partire dal 1924. Il congresso di Lione (1926) segna il cambio di maggioranza con l'affermazione di Gramsci e Togliatti, appoggiati da Mosca, che ottengono il 90% dei consensi.

Il comunista napoletano partecipa ancora all'Esecutivo allargato dell'Internazionale, quindi è arrestato, confinato ad Ustica insieme a Gramsci (la loro amicizia, al confino, sarà censurata nella prima edizione delle Lettere dal carcere). Dopo la fine del periodo di confino, tornato a Napoli, tenta di riprendere la professione, abbandonando completamente l'impegno politico e controllato, sino al '34, strettamente dalla polizia, poi da confidenti.

A differenza di altri interpreti che tramandano il mito del rivoluzionario inflessibile, ma senza cadere nelle calunnie per troppo tempo veicolate (informatore o collaboratore della polizia, compromesso con il regime...), qui Amico coglie la debolezza e la caduta di Bordiga. A differenza di un Gramsci che, dal carcere, tenta di riflettere sui motivi della sconfitta e sulle vie della rivoluzione in occidente, il rivoluzionario napoletano vede nell'esaurirsi della spinta rivoluzionaria e nell'involuzione vissuta dall'URSS la fine totale della prospettiva vissuta dall'inizio della militanza socialista.

Torna pesantemente in lui una lettura meccanicista, fatalista della storia per cui occorre attendere il mutamento della fase politico-economico e a nulla valgono l'impegno e l'azione politica (il volontarismo).

I rapporti di polizia che continuano ad essere forniti su di lui e che il testo di Amico riproduce parlano di una sua equazione tra fascismo e democrazia, di critica frontale alle formazioni antifasciste, rette da professionisti della politica che non hanno rotto con la vecchia politica bloccarda, sotto le ali protettrici della massoneria. Durissimi e impietosi sono anche i giudizi sui dirigenti comunisti e i militanti (fessi) che vengono processati.

Sembrano incredibili, in un teorico comunista così significativo, affermazioni di elogio per la guerra in Etiopia, condotta da un uomo che con la sua volontà ha piegato Ginevra e ha fatto cadere in polvere vecchi idoli: imperialismo, socialismo, comunismo e che è adorato dalle folle.

E' questa debolezza, incompresa da molti suoi stessi seguaci che dall'esilio, in Francia e in Belgio tentano di mantenere iniziativa politica e organizzazione, quella che lo porta ad un atteggiamento di “neutralità” circa la guerra di Spagna e a portarlo, nel corso della seconda guerra mondiale a ritenere auspicabile una vittoria tedesca contro gli imperialismi inglese e francese (Cortesi parla di fantasia astratta). Ancor più grave è la tendenza di settori della sua area ad un riduzionismo, se non negazionismo, circa il genocidio messo in atto dai nazisti.

Fu il crollo non solo di un politico, ma di un uomo. Posto di fronte allo spettacolo terribile della storia che già a partire dai primi anni '20 cambiava direzione di marcia, e di un sogno palingenetico di rivoluzione che si trasformava nell'incubo dello stalinismo, il suo disincanto fu devastante: una perdita di cui mai riuscì completamente a elaborare il lutto (p. 181).


Pietro BASSO
Amadeo Bordiga. Una presentazione
Milano, Punto rosso, 2021
pp.158, 18 euro

Giorgio AMICO
Bordiga, il fascismo e la guerra
Bolsena, Massari ed., 2021
pp. 240, 15 euro.

lunedì 21 giugno 2021

Arrigo Cervetto nei ricordi di un settantenne


Per un libro in preparazione mi è stato chiesto un ricordo di Arrigo Cervetto. Ne è venuta fuori la storia di un incontro tra un uomo noto e un adolescente in cerca del suo posto nella vita. E pazienza se qualcuno, aspettandosi un sorta di saggio politico, resterà deluso.

Giorgio Amico

Arrigo Cervetto nei ricordi di un settantenne

Quando ero bambino negli anni Cinquanta furoreggiava “Selezione del Reader Digest”,tipica rivista da guerra fredda, dedita all'anticomunismo viscerale e apertamente utilizzata dal Dipartimento di Stato e dalla CIA per diffondere nell'Occidente, insidiato dal comunismo moscovita, i valori del cosiddetto “mondo libero” e l'esaltazione del mito americano. La rivista, formato libro, scritta in un italiano semplicissimo con articoli assolutamente elementari, piaceva però molto a quel ceto di piccoli impiegati e funzionari pubblici che, pur essendo in molti casi allo stesso livello economico e culturale degli operai, tuttavia si sentivano superiori ai lavoratori manuali se non addirittura parte della classe dominante. In una parola, democristiani, anche se poi, naturalmente, in pubblico guai ad ammetterlo. E proprio questo era lo scopo vero della rivista, spingere al massimo l'identificazione con il sistema gratificando i sogni di ascesa sociale dei borghesi piccoli piccoli dell'Italia ancora povera e ingenua di allora.

In casa mia “Selezione” era l'unica pubblicazione che entrava e io, se pur ancora molto piccolo, avevo allora otto o nove anni, ne aspettavo impazientemente l'arrivo ogni mese e, dopo che mio padre l'aveva letta o il più delle volte semplicemente sfogliata, la divoravo letteralmente dalla prima pagina all'ultima, senza tralasciare nessun articolo. Di nascosto, naturalmente, perché non erano letture per bambini. E dunque “cosa vuoi capirci tu, leggi il Corriere dei piccoli”, secondo la convinzione tipica dei “grandi” di allora, ma anche di qualcuno di oggi, che i bambini siano sostanzialmente degli adulti solo più piccoli di statura e scemi.

Certo, ovviamente non capivo tutto quello che leggevo, ma di due cose ero certo: i comunisti erano molto cattivi e l'America un grande paese. E a distanza di tanti anni una delle due certezze è rimasta, tanto che mi sono laureato con una tesi di storia americana, amo il cinema hollywoodiano in bianco e nero degli anni Trenta e Quaranta e sono un fan sfegatato dell'hard boiled school a cui Camilleri e il suo Montalbano han sempre fatto un baffo.

Tornando a “Selezione”, in ogni numero la rivista ospitava una sezione intitolata “Una persona che non dimenticherò mai” in cui individui, i cui nomi allora non mi dicevano nulla, ma che scoprii poi in molti casi essere personaggi importanti della politica, dell'economia e dello spettacolo, raccontavano l'importanza di aver incontrato ad un certo punto della loro vita una persona che aveva loro fatto vedere il mondo con occhi diversi.

Ecco. Immaginate ora di avere tra le mani un vecchio numero di “Selezione”, aperto nella rubrica di cui stiamo parlando, e che a raccontare sia un uomo di più di settant'anni che ricorda l'incontro avvenuto moltissimi anni prima con una persona che gli ha cambiato la vita. Siete pronti? Bene. E allora cominciamo: quest'uomo si chiamava Arrigo Cervetto.

Naturalmente, come in qualunque storia che si rispetti, per comprendere al meglio ciò che accade occorre aver chiaro il contesto in cui i fatti narrati si inseriscono. Sia chiaro, non è di storia che parliamo, ma di ricordi. E i ricordi sono altra cosa, vivissimi e al tempo stesso sfuggenti come gli odori e i sapori dell'infanzia. Insomma, piaccia o no, il ritornello è sempre quello del vecchio François Villon che la sapeva lunga e dunque finì male: Mais où sont les neiges d’antan?

E questo perché  i ricordi sono sempre personali e quelli di un adolescente sono fatti della materia di cui erano fatti i suoi sogni, ma anche qualche volta i suoi incubi. E allora il contesto di cui parliamo è quello di una Savona vista attraverso gli occhi di un ragazzo, vissuto fino ad allora in piccoli borghi di campagna. La città e il suo porto, la Torretta, il “Grattacielo” e le navi. Un mondo da scoprire e da esplorare. Sulle calate marinai di tutti i paesi e locali equivoci dai nomi invitanti e misteriosi :“Zanzibar”, “Scandinavia”. Posti che ricordo bui e fumosi, ma pieni di musica e donne dall'aspetto inequivocabile. Luoghi tabù, interdetti per decreto paterno, ma proprio per questo oggetti del desiderio. Luoghi di tentazione che iniziai a frequentare fin dai tempi del Ginnasio, assieme alle sale da biliardo, al felliniano bar Euterpe, al retro di certi bar dove si giocava forte e a altri luoghi di perdizione e di vizio. Un povero vizio, per me che non avevo soldi , limitato a qualche sigaretta e a vini dalle origini improbabili. Ancora memore dei romanzi salgariani e ora lettore insaziabile di libri gialli , quei locali, quegli odori, quelle atmosfere mi attiravano con una forza irresistibile che nessun interdetto paterno sarebbe mai riuscito a frenare.

Ma... ma poi c'era l'altra Savona, quella cattolica e benpensante della Messa alla domenica , degli oratori. La città della gente per bene i cui figli sedevano con me sui banchi del Classico. La Savona, ordinata e pulita, governata dai comunisti, ma dove in realtà poi ognuno sapeva stare al posto suo: i borghesi con i borghesi, i proletari con i proletari. La Savona della Villetta e quella di Piazzale Moroni, delle case popolari, dove, si diceva, gli immigrati arrivati dal Meridione piantavano il prezzemolo nelle vasche da bagno e i giovani erano tutti teppisti e delinquenti.

Una Savona ferocemente classista, fatta di bar eleganti in cui si celebrava il rito dell'aperitivo e della chiacchiera e di osterie rimaste come sempre al vino sfuso comprato a bicchieri o a quartini, vino nero e forte, o bianco asprigno, quel “vino di Quiliano” che costava poco prima che qualcuno, in anni ormai di consumismo, non lo facesse diventare come “Buzzetto” un vino quasi serio.

Una città dove tutto era separato secondo regole non scritte, ma cogenti. Tanto che il sabato pomeriggio nessuna liceale di buona famiglia avrebbe mai pensato di partecipare ad una festa in casa, allora si usava così, di un coetaneo dell'ITIS o delle Professionali. E le temerarie che osavano, lo facevano di nascosto e a rischio e pericolo della loro reputazione. Insomma, i borghesi con i borghesi, gli operai con gli operai. E questo valeva per i padri come per i figli.

Quanto a me vivevo in una terra di mezzo, a Santa Rita, nel cuore di quell'Oltreletimbro dove una speculazione selvaggia stava distruggendo orti e frutteti che ricordavano ancora il contado dei tempi del Chiabrera con le sue villotte e le sue crose che dalle colline scendevano al mare. Quartieri di palazzoni grigi, tirati su in fretta e furia, una sorta di terra di nessuno, senza storia e memorie, dove più facile era mescolarsi.

Il primo con cui mi mescolai si chiamava Nino Bogliani e lavava le scale del mio palazzo, dopo essere stato cacciato per le sue idee politiche da tutte le fabbriche in cui aveva cercato di lavorare. Aveva meno di quarant'anni, ma a me neanche diciottenne pareva vecchio. Lo incontravo quando tornavo da scuola, curvo sugli scalini, con l'immancabile sigaretta in bocca. Io spesso avevo l'Unità in bella vista nei mucchio di libri e quaderni tenuti insieme da una cinghia come si usava allora. Introdurre quel giornale in casa era il mio modo di negare l'autorità paterna, un tentativo di assassinio simbolico del padre molto modesto, ma a cui mi dedicavo con grande solerzia e indubbio piacere, del tutto incurante che il giornale finisse il più delle volte nel cestino. A me bastava la litigata, spesso dai toni epici, con mia madre che cercava di far ragionare mio padre che, fuori dalla grazia di dio, urlava che mai e poi mai avrebbe accettato roba simile in casa sua.

Ovviamente le urla si sentivano benissimo dalle scale e questo qualche imbarazzo comunque me lo creava. A togliermelo fu proprio Nino Bogliani che un giorno mi fermò. “Se sei davvero un compagno” mi disse “allora comincia a legger roba seria”. E mi mise in mano il primo numero di un giornale, Lotta comunista, di cui io non conoscevo fino ad allora neppure l'esistenza. Fu l'inizio di un'amicizia fraterna fra un ragazzo e un uomo che poteva essere suo padre, ma che sapeva ridere come mai avevo visto fare a nessuno. A piena bocca, ma con la sigaretta incollata alle labbra. Una cosa impossibile, che ho provato mille volte, per far colpo sulle mie compagne, ma senza mai riuscirci. Ma a lui riusciva e bene, come riusciva bene a catturare la mia attenzione con racconti della sua giovinezza, della guerra partigiana, degli anni del carcere dove era stato rinchiuso per non aver il 25 aprile considerata chiusa la partita con i fascisti. Parlava di comunisti, di quelli veri che il 25 aprile si erano tenuti ben stretto lo sten, dei giovani libertari dei GAAP, di cui conservava ancora nel portafoglio una tessera sgualcita, poi dei militanti internazionalisti di Lotta comunista. Lo ascoltavo affascinato seduto su uno scalino e mi sembrava di vivere in un racconto di Fenoglio. Nino fu davvero un amico, forse la mia prima vera amicizia adulta. Con lui non avevo problemi, gli facevo domande, gli parlavo apertamente delle mie insoddisfazioni, della mia rabbia crescente per un mondo che non mi piaceva. Lui ascoltava e mi raccontava di sé senza retorica e con molta ironia, dell'esperienza in montagna dove era andato a 17 anni e poi di quella in carcere nel primo dopoguerra per non aver voluto arrendersi alla fine del sogno rivoluzionario. Dei compagni conosciuti, di quelli che non c'erano più come Parisotto, ma anche di quelli che a un certo punto si erano tirati indietro. Ne parlava senza moralismi, conosceva per esperienza personale come la vita metta gli uomini costantemente alla prova e dunque anche l'abbandono dell'impegno politico fosse una possibilità concreta. Scoprii poi che con molti di questi manteneva nonostante tutto ancora rapporti fraterni di amicizia.

Anche se non lo sapevo era una specie di scuola e come in ogni scuola ci doveva essere un esame e io dovevo averlo superato, perché un giorno se ne uscì dicendo “dovresti conoscere Arrigo” . Me lo disse in dialetto, con la sua voce un po' roca per le tante sigarette fumate,ma la cosa che mi colpì di più, tanto che dopo tanti' anni ne mantengo un ricordo vivissimo, fu il rispetto profondo con cui pronunziò quel nome, quasi a farmi capire che per lui era una cosa importante, che ci teneva particolarmente.

Ovviamente quel nome non mi arrivava sconosciuto. Cervetto era una presenza forte a Savona. Lo avevo incontrato molte volte in biblioteca dove passava i pomeriggi curvo su un tavolino a prendere appunti fra pile di riviste, giornali e libri; lo avevo ascoltato tener testa al Circolo Calamandrei a personaggi anche importanti della politica nazionale e mi aveva colpito la differenza fra le frasi altisonanti e vuote dei politici o degli intellettuali di fama e il suo saper andare sempre al cuore del problema citando cifre e fatti che spesso lasciavano ammutoliti i suoi interlocutori scesi a Savona da Roma o Milano a portare il verbo a un pubblico di provincia e dunque ritenuto di tutto riposo. Cervetto ascoltava attentamente, talvolta annotava qualcosa, poi si alzava e con poche frasi smontava punto per punto l'argomentazione dell'illustre conferenziere. Persino un ragazzino alle prime armi, come ero io allora, notava come quei personaggi, poco abituati ad essere contraddetti, non solo fossero stupiti di trovare in una cittadina come Savona qualcuno che sapesse tenergli testa, ma soprattutto trovassero difficoltà a controbattere alla massa di dati e di citazioni da giornali e riviste che quello sconosciuto gli aveva rovesciato addosso. Osservavo non senza un certo divertimento il loro annaspare, gli altisonanti e vuoti giri di parole con cui cercavano di replicare, gli immancabili appelli finali all'unità seguiti dall'invito di non farsi strumento inconsapevole delle provocazioni dei padroni, del governo e naturalmente, buon ultimo, degli americani. Perché anche a sinistra il patriottismo, in questo caso di partito, era, come sempre accade, l'ultima risorsa di chi in difficoltà doveva comunque strappare l'applauso. O se si vuole, tanto per citare l'originale, l'ultima risorsa delle canaglie.

Erano anni duri e dure erano anche le claques dei fedelissimi e spesso anche manesche. Ma tanta era l'autorevolezza che Cervetto emanava, la forza del ragionamento, la calma sicurezza con cui senza alzare la voce esponeva punto dopo punto le sue tesi, che mai assistetti a fenomeni di intolleranza nei suoi confronti. Era facile poi incontrarlo a una certa ora al Caffè Grand'Italia, anche lì sempre intento in discussioni a sfondo politico con altri savonesi conosciuti come l'anarchico Marzocchi o Mirko Bottero del Calamandrei, ma mai ,ovviamente, avrei osato provare ad attaccare discorso con lui. Mi sembrava un atto di presunzione. Che cosa un giovane poteva avere di tanto interessante da dirgli? Sbagliavo.

Fin dal primo incontro Cervetto si rivelò estremamente curioso di quello che un giovane come me, impegnato nel nascente movimento degli studenti ed in un groppuscolo pomposamente chiamato Potere Operaio, pensava della situazione politica, ma soprattutto dell'insorgere di una questione giovanile che per la prima volta nel dopoguerra poneva istanze rivoluzionarie.

Nonostante la sua esperienza e i suoi studi, Cervetto voleva capire. Non gli bastavano quello che ne scrivevano, spesso in forma grottesca, intellettuali e politologi alla moda. Da operaio quale era stato, ma anche da scienziato della politica quale era diventato, Cervetto voleva attingere alle fonti, farsi un'idea concreta di prima mano. La fabbrica, anche per esperienza personale, la conosceva bene. Ora c'era da capire cosa avessero per la testa i giovani e l'unico modo era parlare con loro.Fu la cosa che mi colpì di più: l'attenzione e il rispetto con cui parlava con me che pure non rappresentavo niente.

Pur essendo molto giovane, non ero poi proprio alle prime armi, avevo avuto contatti con i primi gruppi maoisti - ricordo un incontro al limite del delirio a Genova con il responsabile ligure di Servire il Popolo - con i bordighisti di Programma comunista che allora avevano una sede a Savona, addirittura con il capo italiano della Quarta Internazionale, Livio Maitan, con cui avevo avuto uno scambio epistolare. Tutti avevano avuto verso di me e i miei compagni di allora, per lo più liceali, lo stesso atteggiamento di arrogante sufficienza di chi ha la verità in tasca. Nessuno ci aveva mai chiesto quali fossero le nostre idee, ma sempre e soltanto fatto lunghe tirate retoriche non prive di un certo disprezzo per noi ragazzini alle prime armi. L'incontro con Cervetto rappresentò una svolta radicale sul piano politico, ma soprattutto umano. Cervetto non predicava, dialogava. Il suo era un interesse vero. Pur nella differenza di età e di ruoli, sentivi il suo rispetto. Avessi avuto qualche anno di più, forse sarebbe stato tutto molto diverso. Certo, avrei comunque apprezzato la grande cultura politica di Cervetto, la sua estrema affabilità, ma sarei probabilmente rimasto sulle mie posizioni per confuse che fossero. Quello che in sostanza accadeva in quegli anni con gran parte dell'intellettualità progressista savonese a cui piaceva parlare con il rivoluzionario Cervetto e mostrarsi di larghe vedute, ma certo non al punto di impegnarsi poi concretamente e di abbandonare le rendite di posizione costruite grazie ai partiti “che contano”. Per loro la militanza in un piccolo gruppo come Lotta comunista poteva essere solo una fonte di guai. Anticonformisti si, ma con giudizio!

Ma io ero nell'età in cui i guai attirano con una forza irresistibile. Un'età in cui è destino rinnegare i padri naturali e andare alla ricerca di una figura di riferimento ideale. Io la trovai in Cervetto. E fu così non solo per me, ma per una intera generazioni di giovani savonesi e genovesi. Il mondo in cui vivevamo non ci piaceva, ne sognavamo uno radicalmente diverso. Cervetto ci indicò la via che a quel mondo conduceva, ci spinse a credere nel futuro e in noi stessi, ci educò allo studio e ad un impegno fatto di gesti concreti e non di slogan come andava di moda allora. Insomma ci aiutò a diventare adulti. Per questo gli ho voluto bene. Per questo, nonostante a un certo punto i nostri percorsi politici si siano divisi, gli sono stato e gli sarò sempre grato.



domenica 20 giugno 2021

La battaglia di Livorno. Cronache e protagonisti del primo antifascismo (1920-1923)

 


In tempi di revisionismo imperante come gli attuali, segnaliamo con piacere l'uscita di studi come questo di Marco Rossi, già autore fra l'altro di una importante ricerca (“Gli ammutinati delle trincee”) sulla prima guerra mondiale. Ne proponiamo la presentazione editoriale e l'indice.

Il libro verrà presentato venerdì 25 giugno, alle ore 18.00, presso il giardino della Federazione Anarchica Livornese, in Via degli Asili 33. Sarà presente l'autore. 


La battaglia di Livorno
Cronache e protagonisti del primo antifascismo (1920-1923)

Fra il 1920 e il 1923 anche le strade di Livorno videro l’inizio di una lunga guerra civile in cui le differenze ideali tra quanti si affrontarono furono nette e l’ostilità profonda, anticipando quella combattuta un ventennio dopo.

Negli anni precedenti la Marcia su Roma e l’avvento del regime, il fascismo livornese incontrò infatti nei quartieri popolari una decisa opposizione, così come emerge dall’impressionante cronologia dei conflitti in quegli anni.

Oltre a quella degli Arditi del popolo, fu una quotidiana resistenza di uomini e donne, nel segno dell’appartenenza di classe e dello storico sovversivismo, disposte ad impugnare le armi per contrastare lo squadrismo “tricolorato” e la reazione padronale, in difesa delle libertà sociali.
Soltanto nell’agosto 1922, grazie all’intervento dell’esercito e con lo stato d’assedio disposto dal governo, i fascisti e i nazionalisti poterono imporre le dimissioni del sindaco Mondolfi e dell’amministrazione “rossa”, democraticamente eletta.

Il marchese Dino Perrone Compagni che assieme a Costanzo Ciano aveva guidato le squadre fasciste toscane, seminando morte e devastazione, inviò un telegramma al segretario nazionale del Partito fascista per comunicare la “caduta” di Livorno, ammettendo che: «Fra le mie battaglie questa più faticosa».

Indice

7 Per una storia in atto
9 «Ribelle sempre a tirannia»
19 «La nazional canaglia all’opera»
25 «Ostile la città»
31 «La piccola Russia»
39 «Ma nei sobborghi non potete andare»
49 «Vi sono gli arditi»
57 «Armati di ferro e di vendetta»
67 «Con le armi alle armi»
73 «Carne della nostra carne»
79 «In stato d’assedio»
97 «Son l’armata dei diseredati»
107 Cronache della guerra civile
155 Principali organizzazioni sindacali e politiche
157 Sigle utilizzate
Appendice
159 1. Una proposta: Arditi rossi
160 2. La rivolta del maggio 1920
164 3. Ipotesi su una bandiera
167 Indice dei nomi


Marco Rossi
La battaglia di Livorno
Biblioteca Franco Serantini
Pisa, 2021
pp. 178
16.00


sabato 19 giugno 2021

"Io torno di notte". Lettere dal Perù di un ligure di Ponente

 


Giorgio Amico

Io torno di notte”. Lettere dal Perù di un ligure di Ponente.

Ci sono libri che, come lo specchio di Alice, già dalle prime righe hanno il potere magico di proiettarti in un altro mondo. Libri che ti prendono con una forza irresistibile e che non ti lasciano finchè non hai finito di leggerli. E neppure allora, perchè ti viene di continuo di ripensare a quelle pagine e ti vengono spontanei pensieri e riflessioni sull'oggi. Insomma, libri che ti entrano dentro e non ti lasciano, che ti aiutano a capire un poco meglio chi sei e il mondo da cui vieni e quello in cui vivi. È il caso di “Io torno di notte”, di Mario Ferrando che, pur non essendo uno scrittore di professione, ha saputo da un plico di lettere trovate per caso in un baule nella vecchia casa di famiglia a Villa Viani, nell'immediato entroterra di Imperia, far emergere con grande pudore e rispetto l'animo di un uomo, le sue speranze e delusioni, i suoi affetti più intimi.

Sono frammenti di un diario e una scelta di lettere che Giovanni Battista Viani, detto “Giobatta” o “Baciccin”, come si usava allora nei paesi dove si era conosciuti soprattutto attraverso soprannomi o il nome dei padri, manda alla moglie dal Perù, dove si era trasferito in cerca di fortuna nel 1914 e dove resterà, salvo un breve intermezzo negli anni Venti, fino al 1947.

Entrare nella vita di un uomo, nei suoi pensieri più reconditi che egli condivide solo con la moglie,non è operazione facile né indolore. Si ha l'impressione di oltrepassare una soglia in qualche modo proibita, di avventurarsi su di un terreno quasi sacro. Entrare nel cuore di un uomo, leggere parole scritte per essere lette solo da un'altra persona, rappresenta una esperienza emotivamente terribile che pone interrogativi prima di tutto etici: è lecito farlo o è violare un segreto che tale deve restare? Forte è la tentazione di rinchiudere quel baule e lasciare tutto com'è stato per quasi un secolo: una questione privata. Ma, come la Tradizione insegna, le parole non sono semplici rappresentazioni di realtà esterne, ma hanno il potere magico di far apparire davanti a noi cose e mondi di cui neppure immaginavamo l'esistenza. E dunque ti afferrano il cuore, ti entrano dentro e non ti lasciano più. E le lettere di “Baciccin” Viani hanno questo potere. Leggerle è come fare un viaggio per sentieri sconosciuti e come Ulisse, una volta tornati a casa, sentire forte dentro la voglia di raccontare ciò che si è visto, di condividere con altri quella esperienza troppo grande per poter restare nel cuore di un solo uomo. E allora la decisione di pubblicarle, di farne un libro, che altri possano leggere, che ad altri possa trasmettere quelle sensazioni profonde. Decisione non facile, perché davvero, facendolo, si supera una soglia in qualche modo proibita.

Mario Ferrando ha deciso di farlo e l'ha fatto nell'unico modo possibile, riportando quelle frasi, quei pensieri con il pudore e la tenerezza con cui svolge la sua professione di pediatra. Quasi quelle parole arrivate inaspettate dal passato fossero quei bambini di cui si prende cura ogni giorno. Da qui la carica emotiva straordinaria del libro, che affascina e commuove.

Difficile recensire un libro tanto intenso. Tanto difficile che non proverò neppure a farlo. Altri, ben più illustri, hanno saputo con grande abilità ricostruire in due saggi introduttivi di grande spessore culturale e scientifico sia la lingua che il protagonista usa – lingua colta perché Giobatta Viani non è un semplice contadino, ma proviene da una famiglia benestante - che il momento storico in cui quegli avvenimenti si collocano e soprattutto il fenomeno, complesso e  articolato, dell'emigrazione italiana e ligure in America latina.

A me interessa soprattutto trasmettere le sensazioni profonde che queste pagine mi hanno suscitato. Pagine bellissime, in particolare quelle del diario della traversata da Genova a Santos nel dicembre 1914 e poi del viaggio da Santos a Valparaiso del gennaio successivo. Un diario pensato per la moglie Paolina, per condividere con lei ogni attimo di quella esperienza. Costante è il tentativo di riportare quanto accade sulla nave e quello che egli vede a esperienze fatte insieme, in modo che lei possa più facilmente capire e quasi immedesimarsi con lui. C'è un passo bellissimo che rende bene questo tentativo di tradurre emozioni nuove nel linguaggio comune delle esperienze vissute insieme:

“Il cielo serenissimo era illuminato da milioni di stelle, le quali coll'aria limpida e fina si discernevano bene e lasciavano una di quelle impressioni così incantevoli che non si dimenticano. Pareva il cielo che si contempla dai nostri monti, quando, d'estate, si è al raccolto del fieno in quelle notti così belle quando sono belle, così splendide, così in pace”.

“ Quando, d'estate, si è al raccolto del fieno”. Giovanni si porta dietro sul mare i monti della sua Liguria, e i ricordi del tempo passato,come la visione di un cielo stellato avendo accanto a sé la donna amata.

E questo mi porta ad un'ultima riflessione. Leggendo queste lettere mi è venuto spontaneo pensare che il vero protagonista di questa storia, così intensa, non sia Giobatta, ma proprio Paolina. È lei, rimasta sola ancora giovane a Villa Viani, che fa crescere i tre bimbi piccoli,che si prende cura della casa, dell'uliveto e di quelle quattro fasce pietrose che comunque vanno lavorate. È lei a dare forza a Giobatta, a infondergli coraggio e speranza. Nelle avversità e nella durezza della vita in Perù, è la presenza di Paolina, la sua autorità materna a rassicurarlo. Comunque lei c'è e lo attende, come un porto a cui infine approdare. Davvero, simile in questo a Ulisse, per Giovanni Paolina rappresenta la sua Itaca di sogno.


Mario Ferrando
Io torno di notte
Lettere tra l'Italia e il Perù dal 1914 al 1947.
La Vita Felice, Milano 2020
230 pp.
18 euro


venerdì 18 giugno 2021

I supereroi dell’oscurità



Raffaele K. Salinari

I supereroi dell’oscurità

Archetipi. Nella mitologia dell'epoca moderna sopravvivono i misteri notturni dell'antichità

Dalla Teogonia di Esiodo al Genesi biblico, il Caos da cui viene tratto il Cosmo è sempre percepito come qualcosa di oscuro e nascosto, che contiene però in sé gli elementi eterni della Creazione: per questo la sapienza di ogni tempo invita ad indagarne la natura, orientandoci verso lo svelamento dei suoi arcani. Anche le moderne teorie cosmologiche dicono come la cosiddetta «materia oscura» sia prevalente nello spazio interstellare, e che forse dobbiamo ai «buchi neri» il suo espandersi ed evolversi.

Ma l’oscurità è anche il «luogo» da cui proviene la luce; questa è ciò che nel trattato De Luce, Robert Grosseteste (1168-1253) – filosofo scolastico, fondatore della tradizione scientifica oxoniense – individua come sede della «matrice corporea primordiale», la non-forma in grado di contenere ciò che dà inizio a tutte le forme che ricadono nel divenire. «Quella che si chiama materialità è, a mio avviso, la luce», sostiene, «perché nell’oscurità informale essa, espandendosi in tutte le direzioni a partire da un punto luminoso, delimita un primo aspetto di corporeità». Grosseteste distingue così il Lux, la luce sorgente, emanante, dal Lumen, luminosità irraggiata e diffusa, emanata, definendo la prima come corrispondente all’ideale platonico, la seconda al suo riflesso.

Secoli dopo, il pittore Paul Klee, nelle Memorie, riprenderà visionariamente la tensione tra luce ed oscurità risolvendola, anch’egli, nella relazione estetica tra luce ed energia: «Ora tento di rendere la luce semplicemente quale espressione di energia. A questo devo pervenire, anche se tratto l’energia in nero su sfondo bianco. Ricordo in proposito l’effetto assolutamente convincente del nero come luce nella negativa fotografica».

È allora qui, tra fisica e metafisica, tra micro e macrocosmo, che l’immagine dell’oscurità ci trasmette tutto il suo potente dinamismo, l’energia visionaria che esprime quando giungiamo alla confluenza tra questi piani. E così, per la legge di analogia inversa che governa le relazioni tra micro e macrocosmo – riassunta nella formula ermetica «Come in alto, Così in basso» – le forze di cosmizzazione dell’essere individuale agiscono muovendo dagli ambiti nei quali l’oscurità assume le sue molteplici «forme» pur restando sempre la stessa nella «sostanza»: come «parendo inchiusa da quel ch’essa inchiude» (Paradiso, XXX-12).

Questo percorso trasmutativo spirituale – corrispondente alle fasi della Grande Opera, che l’alchimista Francesco Maria Santinelli magistralmente riassumeva nella formula Radius ab Umbra – si nutre dunque di un mistero che alcuni personaggi letterari o certi supereroi dei fumetti, esprimono meglio di tanti libri di filosofia.

Dark e sublime

Nella chiesa di S. Luigi dei Francesi a Roma c’è la tomba di Claude Gellée, detto Lorrain, il pittore che, con Nicolas Poussin, è considerato il maestro del genere «pittoresco». I suoi dipinti divennero l’esempio di questa particolare tipologia pittorica come definita da Edmund Burke nel suo classico A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful (1756), il saggio in cui l’esteta inglese tenta di definire filosoficamente i concetti di «sublime» e di «bello», legandoli a diverse situazioni, sensazioni, luoghi e via enumerando.

In particolare, non è tanto ciò che si vede, quanto ciò che si immagina, dirà Burke, che suscita il «sublime». E allora, cosa c’è di più evocativo ed allusivo di un qualcosa percepito attraverso un velo di oscurità? Non è questa la situazione di massima virtualità nella quale tutto può essere immaginato, proprio perché soltanto intravisto? E ancora, non è forse l’oscurità una delle fonti massime della paura, dell’inconoscibile, del perturbante; tutti sentimenti che, per E. Burke, costituiscono la base stessa del «sublime».

«Qualunque cosa sia adatta ad eccitare le idee di dolore e pericolo, vale a dire qualunque cosa sia in qualche modo terribile, o abbia dimestichezza con oggetti terribili, od operi in modo analogo al terrore, è una fonte del sublime; cioè produce l’emozione più forte che la mente è capace di provare. Dico l’emozione più forte perché sono convinto che le sensazioni evocate dal dolore sono molto più potenti di quelle del piacere» (I, § 7). Non a caso una parte centrale dell’opera (II §§ 3 e 4), è dedicata all’oscurità ed al suo potere di scatenate una «visione sublime».

«Per fare qualcosa di terribile, l’oscurità sembra in generale essere necessaria. Quando conosciamo la portata di un pericolo, quando possiamo abituare i nostri occhi ad esso, gran parte dell’apprensione svanisce; tutti lo sanno. Chi non considera quanto la notte aggiunge alla nostra paura, in tutti i casi di pericolo, e quanto le nozioni di fantasmi e folletti, di cui nessuno si può formare idee chiare, influenzino le menti che danno credito ai racconti popolari riguardanti questo tipo di esseri? Quei governi dispotici, che sono fondati sulle passioni degli uomini, e principalmente sulla passione della paura, tengono il loro capo il più possibile lontano dagli occhi del pubblico. La politica è stata la stessa anche per le religioni: quasi tutti i templi pagani erano bui . Allo stesso scopo i Druidi eseguivano tutte le loro cerimonie nel seno dei boschi più oscuri e all’ombra delle querce più antiche. Nessuna persona sembra aver compreso meglio il segreto di esaltare, o di impostare cose terribili, se posso usare l’espressione, nella loro luce più forte, con la forza di un’oscurità giudiziosa, di Milton.

La sua descrizione della morte nel secondo libro del Paradiso Perduto è studiata in modo ammirevole; è sbalorditivo con quale cupo sfarzo, con quale significativa ed espressiva incertezza di tratti e colori, abbia terminato il ritratto del re dei terrori». E qui Burke cita questi versi di J. Milton: «Quell’altra forma, se tal nome darsi, Pur puote a ciò che non ha forma alcuna, Distinta in membro od in giuntura, un cieco, Torvo fantasma che sustanza ed ombra, A un tempo stesso rassomiglia, stava, Nera qual densa notte, a par di dieci, Furie crudel, come l’inferno orrenda» (Paradiso Perduto II v. 666 e sgg.).

Esseri nelle tenebre

Seguendo le suggestioni di Burke in merito al potere delle figure, più o meno spaventose o fantastiche, che possono sorgere o vivere nell’oscurità, possiamo menzionare diverse genealogie che hanno una lunga storia in questo senso: il vampiro ed i suoi epigoni, come gli zombie, i personaggi delle fiabe, orchi, streghe, lupi mannari e via enumerando, ed alcuni eroi dei fumetti e della letteratura.

La loro relazione, diremmo vitale, con l’oscurità, deriva da una serie di articolati ed ubiquitari racconti popolari che affondano le radici nelle età forse preistoriche, e che vedono nelle ipostasi correnti di Dracula & Co., sancite a partire dal romanzo di Bram Stoker, negli zombie di G. A. Romero, nella strega malvagia di Biancaneve dei fratelli Grimm, o nel Batman di Bob Kane, solo una parziale galleria di personaggi «reinventati» in epoche recenti. Anche l’oscurità come luogo di occultamento di esseri alieni, vedi il classico Colui che sussurrava nelle tenebre di H. P. Lovecraft, aprirebbe un capitolo sterminato che ci porterebbe veramente troppo lontano.

Il batman

Ora, abbiamo detto, ognuna di queste tipologie ha qualcosa a che fare con l’oscurità, ma qui vogliamo focalizzare su alcuni personaggi dei fumetti e della letteratura, che ben illustrano la relazione, per così dire, tra la tenebra e la sua luce.

Cominciamo con il Batman, l’uomo pipistrello. La storia è nota: figlio di un magnate filantropo, vede i genitori uccisi durante una rapina e giura di dedicare la vita a combattere il crimine. Ed ecco il suo ragionamento: i criminali sono superstiziosi e dunque per generare in loro la paura devo assumere un simbolo della notte: il pipistrello. Ma proprio la sua maschera finirà, non per respingere i criminali, ma per attirare quelli più malvagi e crudeli, anch’essi legati all’oscurità che diventano, con passare degli anni, parte stessa dell’uomo pipistrello.

Il Joker, il Pinguino, la Donna gatto, Due-Facce, sono infatti tutti personaggi che vivono nell’oscurità come lui, esseri notturni che hanno con il Batman una manifesta relazione di odio amore; sono, in sintesi, i suoi doppelgänger. Anche il Batman, alla fine, non potrà più liberarsi della maschera tenebrosa, e la sua dimora sarà quella di un vero e proprio pipistrello: la bat-caverna. Ritiratosi infine a vita privata, seppur profondamente turbato da una pulsione di autodistruzione, il Cavaliere Oscuro dovrà tornare sulla scena, oramai invecchiato ed incattivito, per combattere una nuova genia di criminali mutanti. Riuscirà a sconfiggerli, ma al prezzo di richiamare in attività anche i suoi più mortali nemici, dormienti nella fase di sonno del Batman.

L’ombra che cammina

Un altro eroe che condivide con il Batman le stesse determinanti simboliche, è certo Phantom, in italiano l’Uomo mascherato, detto anche l’Ombra che cammina. Implacabile nemico dei pirati, vive anch’egli in una caverna, la «caverna del teschio», e viene creduto immortale dalle popolazioni locali perché passa la sua maschera di generazione in generazione. Solo i fidi pigmei Bandar conoscono e custodiscono il suo segreto, anch’esso nato da un antico giuramento effettuato sul teschio del genitore ucciso. Anche qui la fedeltà all’ombra paterna fonda l’agire nell’oscurità.

Ora, sia nel caso del Batman che di quello dell’Ombra che cammina, appare chiara la relazione tra la luminosità, per così dire, dei loro ideali di giustizia, e la necessità di agirli attraverso la tenebra, il buio. Questa tonalità oscura, che non a caso entra a far parte del loro nome come un presagio, nomen omen, li accompagna ovunque nelle avventure, li avvolge come i loro mantelli, li cela alla vista al pari dell’immancabile e insvelabile maschera.

Seguendo il plot delle storie ci si accorge infine del come, ad un certo livello di profondità del male, sia naturale che la tenebra non possa essere sconfitta che da se stessa, per così dire capovolgendone il senso.

Mandrake e Diabolik

Di segno opposto, e dunque assolutamente complementare, è Mandrake il mago. Nato dalla immaginazione di Lee Falck e Phil Davis, la sua elegante figura sempre vestita in frak con tanto di cilindro e bastone, che non a caso affascinava Umberto Eco, può invece agire la sua magia solo in piena luce. Ed ecco, come in una nemesi speculare a quella del Batman e dell’Ombra che cammina, che le sue avventure si ambienteranno sempre in luoghi oscuri, dove dovrà affrontare nemici che sono potenti solo nelle tenebre: Saki, il cammello di argilla, che agisce nel labirintico suk delle città orientali tra travestimenti e pugnali volanti, o il Cobra, negromante malvagio, un tempo suo stesso maestro di magia, che ha tradito il giuramento della scuola iniziatica.

Mandrake non porta maschere perché deve significare la sua magia bianca senza travestimenti; sono i suoi occhi nudi il centro del volto radiante magnetismo mesmerico. E proprio in questo particolare somiglia specularmente ad un altro eroe negativo, Diabolik delle sorelle Giussani, che non porterà la maschera esattamente per significare che invece appartiene tutto all’oscurità, perché di essa è figlio. Egli, infatti, è totalmente coperto dalla calzamaglia nera, ma ha significativamente esposti gli occhi, lo «specchio dell’anima», la cui luce smeraldina nelle tenebre brilla solo per l’amata Eva Kant, scopo e riscatto della sua vita criminale.

Ecco allora come, in queste storie pop, forse in modo ancora più chiaro che nei testi filosofici, vediamo appalesarsi il significato di luce dell’oscurità. Ognuno degli eroi citati, infatti, ha in se stesso un lato oscuro contro il quale perennemente combatte; ed è proprio attraverso questa lotta interiore che riesce infine a sconfiggere il male fuori di lui. Nel caso di Diabolik sarà l’amore che genererà la luce delle tenebre: stesso risultato da polarità opposta.

Jekyll e Hyde

Concludiamo questa carrellata di personaggi tra luce ed oscurità con un esempio letterario: quello di R. L. Stevenson nel suo romanzo gotico Lo strano caso del Dr. Jekyll e di Mr. Hyde. Il dottor Jekyll esprime così il tentativo di separare interiormente le sue due opposte dimensioni: «Pensavo che se ognuno di questi [lui e Hyde N.d.A.] avesse potuto essere confinato in un entità separata, allora la vita stessa avrebbe potuto sgravarsi di tutto ciò che è insopportabile. Come fare, allora, a separarli?».

In realtà le sponde della metafora utilizzata da R. L. Stevenson sono molto più distanti di ciò che appare, poiché ciò che separa i due aspetti del protagonista è, a ben vedere, l’analogo della scissione operata dalla modernità tra umanità e mondo: un simbolo che ricollega micro e macrocosmo, come ogni testo della letteratura universale è in grado di fare. Il prezzo di questa condizione è oggi altissimo: basti pensare ai fenomeni climatici estremi, o ai continui spillover con le loro conseguenze epidemiologiche, Covid incluso; la stessa rottura che scinde mondo ed individuo si rispecchia nella trasformazione di Jekill in Hyde.

È interessante notare come questo processo, che Jekill chiama non a caso «semplificazione», sia dovuto non ad una formula precisa e ripetibile, come vorrebbe lo scientismo moderno, ma ad una singola impurità casuale contenuta nella pozione che, una volta assunta, rompe irreversibilmente l’ordine del soggetto; il Dottor Jekill, infatti, non sarà mai più lo stesso, anche quando riuscirà a «tornare normale».

L’impurità che entra in Jekill è, allora, la metafora del nostro stesso «lato oscuro». Hyde si guarda spesso allo specchio, ma è in realtà Jekill che si osserva alla ricerca di una verità che solo gli occhi di Hyde possono svelargli. E così – questa è la potenza simbolica della storia – nel momento della visione, del rispecchiamento, si ricompone il personaggio autentico: Hyde e Jekill insieme, non semplificati ma complessificati, metafora di noi tutti che solo attraverso il contatto con l’impurità, l’ombra che è in noi, il passaggio nell’oscurità, scopriamo il confronto che apre e comunica.


Il Manifesto/Alias – 23 maggio 2021


mercoledì 16 giugno 2021

Violenza e democrazia. Il terrorismo stragista in italia(1969-1974): una riflessione storica


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