TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 3 agosto 2020

Franco Astengo-Giorgio Amico, Gelli, la Loggia P2 e la strage di Bologna




Ieri ricorrevano 40 anni dalla sanguinosa strage di Bologna. Ricordiamo anche noi quell'evento con una approfondita riflessione storico-politica di Franco Astengo e una nostra valutazione sulla natura della Loggia P2.

Franco Astengo

Retrospettiva

In questi giorni del quarantennale dall’efferata strage di Bologna del 2 agosto 1980 abbiamo letto molte interessanti ricostruzioni storiche alimentate anche da nuove rivelazioni recentemente apparse sulla stampa.
Ci troviamo però davanti a molte ricostruzioni e a poca analisi politica.
In una visione del tutto personale e sicuramente opinabile provo allora a riassumere alcuni punti di analisi sull’intreccio verificatosi tra movimenti, dinamiche politiche, terrorismo e/o lotta armata relativi tra gli anni ‘60 e quelli ‘80.
1) L’unico episodio di terrorismo/lotta armata che ha inciso davvero sul quadro politico è stato l’affaire Moro. Fornisco molto credito all’ipotesi che la soluzione finale sia stata concordata tra Mosca e Washington ai fini “status quo”. Da aggiungere che la faglia “fermezza versus trattativa” è risultata frattura di fondo nel sistema politico italiano, quasi a livello di quella “intervento/non intervento” nella prima guerra mondiale. L’obiettivo non era tanto quella di arrestare la “terza fase” morotea esistita solo nella fantasia di qualcuno e comunque priva di corrispondenza con una disponibilità del PCI. Lo scopo dell’affaire Moro era invece quello di bloccare il consolidarsi del sistema a “bipartitismo imperfetto” uscito dalle elezioni del 1976. “Bipartitismo imperfetto” che data la natura interclassista ormai assunta dal PCI (inevitabile con 12 milioni di voti) avrebbe subito spinte forti a trasformarsi in “bipartitismo perfetto” (l’esempio dell’esito delle amministrative 1975 era lì sotto gli occhi) nonostante i ritardi del PCI ad assumere una posizione alternativista nel quadro della visione “compromesso storico” del fronte popolare. Era fondamentale, per quella strategia, che il PCI rimanesse confinato volontariamente nella riserva indiana della “conventio ad excludendum”. Quindi occorreva rompere il quadro del bipolarismo e l’affaire Moro sarebbe servito ad aprire una dinamica diversa nel sistema politico poi realizzata con l’assunzione da parte del PSI di una posizione di distacco dal quadro della solidarietà nazionale. Distacco avvenuto all’interno di una ricerca (teoricamente giusta) di un proprio spazio di autonomia. Così, sia i 35 giorni alla FIAT e la vicenda della scala mobile ebbero soltanto una valenza di testimonianza difensiva. E così non poteva non essere non disponendo, quel movimento, di un corrispettivo di alternativa sul piano politico e di governo.;
2) Questo primo punto indicava già che, almeno per conto mio, non è esistita una strategia terroristica ma diverse fasi del fenomeno, tutte assai complesse da analizzare. Per un certo periodo, da Vallarino Gancia in poi credo che le BR abbiano fatto le BR seguendo il fraintendimento leniniano del provocare la reazione dello Stato e della borghesia per suscitare la rivoluzione popolare. Non si comprende diversamente l’affastellamento di bersagli l’uno diverso dall’altro, alcuni dei quali la cui scelta rimane francamente incomprensibile. Da ricordare, inoltre, la pluralità di sigle (NAP, Prima Linea, Unità Comuniste Combattenti): lo schema però ero lo stesso, fraintendere che le avanguardie fossero davanti al popolo e che davanti alla reazione borghese ci fosse lo spazio per la rivoluzione proletaria. Era tutta un’illusione (nemmeno troppo manovrata, anzi quasi per niente, dai servizi) ma per un certo periodo fu inteso così;
3) Non è neppure così sicuro che piazza della Fontana abbia arrestato il movimento. Il movimento era già in forte declino, firmato il contratto dei meccanici, arrestato il processo di unità sindacale, incombente Reggio Calabria (anche in questo caso clamorosamente equivocato dalla solita Lotta Continua – capace di scambiare perfino la rivoluzione iraniana fatta da bigotti ayatollah per l’anticamera del socialismo. Lotta Continua è stata l’ organizzazione madre di molti dei nostri mali). In quel periodo si stavano formando i gruppi nel segno delle storiche divisioni del movimento comunista anni’20 - ‘30 e sulla base di una dinamica da “spirito di scissione” aperta, fin dal 1966, con il Pcd’I linea rossa e linea nera. Lo smarrimento era tale che il Manifesto tentò addirittura un’avventura con Potop e ci si stava dirigendo verso la deriva elettoralistica del 1972 che coinvolse una buona quota di gruppi dai maoisti a Stella Rossa . Piazza Fontana rimane, almeno per conto mio, un tassello della strategia golpista degli anni’60. Più Piano Solo insomma che attacco al movimento. Strategia golpista che si innescava in una forte tensione “legge e ordine” che albergava nel sistema soprattutto all’interno del PSDI e del PRI (La Malfa per la pena di morte, poi le leggi Reale, il Saragat del “mostro”) non tanto nella DC;
4) Bologna ‘80: non stento a credere all’idea della P2 e al milione di Gelli ai NAR, che perseguivano una strategia similare alle BR limitandosi al capitolo “reazione”. La P2 non intendeva muoversi su di una strategia “golpista”, piuttosto come scritto nel documento di Rinascita Nazionale creare le condizioni di un “restringimento della democrazia” che poi si sarebbe gradualmente avviato come in effetti accadde anche se nel quadro, per lo più imprevisto ( e imprevedibile) dei primi anni’90. In ogni caso nell’estate del 1980 il sistema era già in crisi verticale, come in crisi verticale era il bipolarismo a livello internazionale con il declino evidente dell’URSS. Quindi una strage terribile quasi “a babbo morto” con il sistema alla deriva e che con chi, all’interno del sistema, avrebbe potuto provocare uno sconquasso con una dirompente proposta di alternativa già seduto attorno al tavolo della spartizione. La dimostrazione di tutto questo si verificò con le elezioni del 1983 dall’incontro delle Frattocchie (e dall’intervento di Craxi al congresso di Milano del PCI, se non ricordo male il XVI) fino alla formazione del governo da parte dello stesso segretario socialista. Parturiunt montes...
Tutto questo tentativo di ragionamento che ho fin qui sviluppato è stato malamente misurato attorno al tema degli esiti di quella fase sulle dinamiche politiche e non sul piano della ricostruzione storica.
Da quella stagione culminata poi nella caduta del Muro, in Tangentopoli, nel trattato di Maastricht, nella dismissione dell’intervento pubblico in economia, nel divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia, nella crescita del peso dei mezzi di comunicazione di massa, si determinò il crollo del sistema dei partiti e la compressione progressiva del sistema politico fino all’inasprirsi della personalizzazione, dell’imporsi del conflitto d’interessi, dell’esaltazione della governabilità nel nome del populismo di destra e ai danni della rappresentanza con la mortificazione delle assemblee elettive, della trasformazione nell’uso dell’autonomia del politico fino alla situazione attuale nella quale la stessa “democrazia del pubblico” si è trasformata in “democrazia recitativa”. Democrazia recitativa attraverso il cui metodo si è addirittura gestita la più grave emergenza sanitaria della storia d’Italia e d’Europa degli ultimi 200 anni e che sta sostituendosi a quella “rappresentativa” enucleando così i punti strategici per un mutamento complessivo della forma di governo e della democrazia parlamentare che potrebbe risultare ancor più pericoloso.


Giorgio Amico

Una Loggia atipica

Nonostante il mare di pubblicazioni uscite in questi quarant'anni e i risultati della Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla Loggia P2 permangono ancora ampi margini di approfondimento come peraltro dimostrano i recenti sviluppi delle indagini sulla strage della stazione di Bologna. In base ai dati raccolti e alla lettura attenta del materiale disponibile si può affermare con sufficiente sicurezza che la Loggia sia stata contemporaneamente 4 cose:
a) l'agenzia di affari di Gelli, gestita sia in conto proprio che in conto terzi. Basti a questo proposito pensare ai rapporti mai smentiti fra Gelli, Andreotti e ambienti vaticani;
b) un centro di mediazione e compensazione dei poteri forti (militari, politici, giudiziari ed economici) operanti allora in Italia in funzione di una stabilizzazione moderata del quadro politico-sociale;
c) un centro operativo della CIA e in subordine dei nostri Servizi del tipo Aginter Press, disponibile per tutti quei lavori sporchi che gli apparati dello Stato non possono svolgere in proprio;
d) un possibile governo ombra, alternativo a quello in carica, da tirare fuori in caso di necessità.

Quello che credo vada escluso è invece che la P2 sia stata un'organizzazione golpista. Concentrando nelle sue mani già tutto il potere (soprattutto quello militare) non ne aveva alcun bisogno. È anche la tesi di Franco Astengo e di autorevoli studiosi come Giorgio Galli. Scopo della P2 era semmai il condizionamento costante della vita politica. Quella di Gelli e di chi lo manovrava era più la strategia del ragno che tesse la tela che quella muscolare del gorilla alla maniera latinoamericana.  
Nel suo libro “La venerabile trama” Galli esclude con fermezza che le due principali obbedienze massoniche italiane, il Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniana e la Serenissima Gran Loggia degli ALAM di Piazza del Gesù, abbiano avuto un qualunque ruolo nei progetti eversivi legati alla strategia della tensione. Il che ovviamente non impedisce la partecipazione a quei progetti di singoli appartenenti o di gruppi “spuri”. Va infatti sempre ricordato che in Italia esistono più di cento piccoli gruppi sedicenti massonici, privi di qualunque regolarità iniziatica. Un sottobosco oscuro e in continuo mutamento nel cui ambito si collocano la quasi totalità delle collusioni accertate a livello giudiziario con il crimine organizzato (mafia e ndrangheta). Insomma, gruppi spontanei messi in piedi spesso da faccendieri in qualche caso proprio al fine di gestire spregiudicate operazioni economico-finanziarie e che a nessun titolo, nonostante i nomi altisonanti che si danno, possono essere considerate obbedienze massoniche.
Resta invece aperto il tema delle responsabilità politiche degli organismi dirigenti del Grande Oriente d'Italia, di cui la P2 faceva regolarmente parte, ed in particolare delle Gran Maestranze di Giordano Gamberini e Lino Salvini che non seppero ( o forse anche non vollero) vedere cosa stava accadendo e intervenire in tempo prima che Gelli e la sua loggia sfuggissero completamente di mano.
Scrive a questo proposito Galli nel libro già citato:
“La Massoneria storica di Palazzo Giustiniani e il suo vertice non hanno voluto e saputo fare chiarezza, con una franca assunzione di responsabilità, sulle iniziative di Gelli”. 
Oggi, soprattutto dopo la lunga e lungimirante Gran Maestranza di Gustavo Raffi, si può tranquillamente affermare che il Grande Oriente d'Italia operi con criteri di trasparenza e visibilità pubblica come mai precedentemente era accaduto nella storia repubblicana. Resta tuttavia ancora la necessità da parte dell'Istituzione di elaborare definitivamente il lutto sull'affare P2 con una rivisitazione storica che finora a livello ufficiale è mancata. Solo allora si potrà davvero dire che il GOI si è definitivamente lasciato alle spalle una storia terribile che ne ha per lungo tempo drammaticamente segnato l'immagine.  

venerdì 31 luglio 2020

UN PROGRAMMA COMUNE PER IL COMPRENSORIO SAVONESE E LA VALBORMIDA

UN PROGRAMMA COMUNE PER IL COMPRENSORIO SAVONESE E LA VALBORMIDA 

di Franco Astengo

Sintesi degli interventi nel convegno “Savona e l’Isolamento Politico e Sociale” svolto il 30 luglio presso la Società Generale di Via San Lorenzo (g.c.) e organizzata dal gruppo “Quelli della Rebagliati – Il Rosso non è il nero”. Nel corso del convegno è stato presentato il progetto elaborato da Giorgio Ajassa e Dario Zucchelli al riguardo delle infrastrutture ferroviarie tra Savona e il Piemonte.


“Un programma che comprenda punti comuni per il comprensorio savonese e la Val Bormida” questa la proposta più significativa avanzata da Sergio Tortarolo in conclusione del convegno “Savona e l’isolamento politico e sociale”.
Richiamo alla comprensorialità svolto anche da Bruno Marengo nel pronunciare, in apertura dei lavori, un ricordo di Angelo Carossino, sindaco di Savona dal 1960 al 1966 scomparso nei giorni scorsi. In quel periodo infatti iniziò l’elaborazione del PRIS, strumento di programmazione economica e urbanistica che in seguito promosse per molto tempo una fase di sviluppo dell’intera area centrale del savonese.
Una proposta, quella della comprensorialità attraverso la quale può essere realizzato quell’innalzamento di qualità programmatica, quella visione di “pensiero lungo” richiesto da Franco Astengo nell’introduzione ai lavori, presieduti da Franca Ferrando.
Lo scopo indicato nella relazione è stato quello di riuscire a concretizzare al meglio la richiesta di apertura di un nuovo ciclo per la città di Savona nel senso di una rottura non episodica sia rispetto all’attuale amministrazione (giudicata “priva di vocazione”) sia con il passato del primo decennio del XXI secolo allorquando fu completato lo scambio deindustrializzazione / speculazione edilizio. Uno scambio che non solo ha abbruttito la Città e avviato un processo di vero e proprio spopolamento ma l’ha privata anche di un’identità riconoscibile: è stato nel corso del primo decennio del 2000 che va cercato “il colpevole” come richiesto nel suo intervento da Mimmo Lombezzi.
Le due scadenze elettorali, quella immediata per l’elezione del Presidente e del Consiglio Regionale della Liguria e quella prevista per il 2021 per l’elezione del Sindaco e del Consiglio Comunale di Savona rappresenteranno due tappe fondamentali per delineare una svolta.
Il dibattito ha ruotato attorno alla presentazione del progetto riguardante le infrastrutture ferroviarie necessarie al savonese per uscire dall’isolamento.
Il progetto è stato presentato con ampi riferimenti alla realtà regionale e di tutto il Nord – Ovest da parte dei suoi estensori Dario Zucchelli e Giorgio Ajassa suscitando il più vivo interesse da parte dei presenti.
Un progetto direttamente connesso con la questione del lavoro che in questo modo ha assunto, nella proposizione di gran parte degli interventi, una vero e proprio recupero di “centralità” dopo un lungo periodo nel quale le istituzioni lo avevano relegato in secondo piano agitando strumentalmente il conflitto con l’ambiente come ha segnalato nel suo intervento Livio Di Tullio.
Sulla questione infrastrutturale in una chiave riferita all’intero nord – ovest è intervenuto anche Maina, esponente di “Noi per Savona”.
L’altro argomento che ha polarizzato la parte centrale del confronto è stato quello della costruzione di un’offerta politica adeguata per avviare, partendo dalle elezioni del 2021, quel già richiamato“nuovo ciclo” per Savona.
Sergio Acquilino ha proposto una larga alleanza a sinistra che Marco Russo ha definito come “Patto”: entrambi comunque hanno insistito sul concetto di una “larga” concentrazione di soggetti posta in relazione a precisi punti programmatici, larga concentrazione di forze sollecitata anche dall’intervento di Rita Caviglia; a questo proposito Gabriella Branca ha portato l’esempio della costruzione della candidatura Sansa in Regione e sottolineato la natura sperimentale dell’accordo con il Movimento 5 Stelle.
Sul tema della costruzione di un accordo politico è intervenuto anche Livio Di Tullio accennando alla formazione di un “movimento civico”.
Marco Russo inoltre ha toccato diversi aspetti dell’isolamento di cui soffre Savona, citando tra questi anche il sociale nella cui caduta di espressione pubblica si è riscontrata la solitudine delle persone, in particolare di quelle in maggiore difficoltà com’è stato dimostrato nel periodo del lockdown.
Altro punto sviluppato in diversi interventi quello del decentramento.
Il tema del decentramento è stato ripreso anche nelle conclusioni da Sergio Tortarolo che ha usato la formula del “rinnovo della Città a partire dalle periferie”. Periferie nella quali andrà costruito un “gruppo dirigente diffuso” capace di diffondere socialità e solidarietà.
Sui temi dell’attualità delle condizione dell’amministrazione savonese e sull’incapacità dell’attuale giunta di affrontare i problemi concreti della città si sono soffermati la capogruppo del PD Elisa di Padova e quello di Rete a Sinistra Marco Ravera.
Sono intervenuti anche Antonio Vallarino sulla questione della proprietà cinese della Piattaforma Maersk e Dilvo Vannoni sull’auspicio formulato da “Savona antifascista” di tornare ad un “Comune antifascista”.
Nella sostanza il dibattito sviluppato nel corso del convegno ha dimostrato una forte possibilità di concretizzazione di istanze di superamento dell’isolamento di cui soffre Savona grazie alle proposte contenute nel progetto di Ajassa e Zucchelli e una richiesta di ritorno alla dimensione comprensoriale e di decentramento cittadino come sostenuto da Sergio Tortarolo e Bruno Marengo.
Si sono così poste le premesse per un prosieguo del confronto sul tema più proprio della formazione di una adeguata “offerta politica” , tema presente nei diversi aspetti degli interventi di Marco Russo, Livio Di Tullio, Sergio Acquilino.


giovedì 30 luglio 2020

Franco Astengo, Alternative




Che esista oggi un vuoto politico a sinistra è cosa sotto gli occhi di tutti. Altrettanto evidente è che da questa situazione non si esce con soluzioni estemporanee, uomini della provvidenza o semplici cartelli elettorali. Occorre un ripensamento profondo della storia passata che analizzi sia la trasformazione profonda degli assetti repubblicani che la crisi della sinistra nelle sue diverse accezioni (comunista, socialista, post-sessantottina). Negli anni Ottanta i due processi andarono avanti infatti di pari passo, in parallelo con il mutamento della situazione internazionale e il trionfo del neoliberalismo. Pubblichiamo oggi una riflessione di Franco Astengo sul tema, centrale dalla Liberazione a tutti gli anni '80, dell'alternativa. Una alternativa di “sistema” che sulla spinta delle lotte operaie modificasse in profondità il sistema o semplicemente una alternativa“democratica”, giocata principalmente a livello parlamentare e che dunque, come poi avvenuto, lasciasse in piedi i meccanismi di potere esistenti salvo correzioni marginali a livello sovrastrutturale. Superfluo dire che fu la seconda ipotesi ad affermarsi, lasciando intatto il sistema di potere DC. Fu proprio l'incapacità di pensare una radicale alternativa, che sapesse andare oltre gli slogan della sinistra rivoluzionaria e i tentennamenti di quella istituzionale, che permise, al momento dell'implosione della prima repubblica fondata sulla centralità della DC, la nascita e l'affermazione del berlusconismo come nuova forma di equilibrio dei poteri “forti” che ancora oggi con vari passaggi (Renzi, M5S, Salvini) nella sostanza regge il paese.

G.A.

Franco Astengo

Alternative

“Democrazia bloccata”, “conventio ad excludendum”, “consociativismo”: su questi tre punti si è sviluppato il processo che, in ragione di fattori derivanti sia dal vincolo esterno (caduta del muro di Berlino, trattato di Maastricht) sia dal vincolo interno (Tangentopoli) ha portato all’implosione di quella che, nella definizione di “Pietro Scoppola”, è stata la realtà della “Repubblica dei Partiti”.
Nella sostanza la fase repubblicana sviluppatasi tra il 1945 e il 1980 che si è frantumata di fronte all’assenza di una alternativa che non fosse quella “politicista” del cambiamento della legge elettorale.
Una fase contrassegnata dal permanere della posizione “pivotale” da parte della Democrazia Cristiana, dal progressivo adeguamento alle logiche di governo da parte del Partito Socialista fino all’assunzione della “logica” della governabilità nella fase della segreteria Craxi, dalla tensione consociativista del PCI quale riflesso della ricerca “togliattiana” sull’identità nazionale.
Un periodo nel corso del quale si segnò la ricostruzione del paese realizzata attraverso il piano Marshall e i grandi sacrifici imposti ai lavoratori: ricostruzione come base verso l’affermarsi del consumismo, avvenuto nell’esaurimento delle logiche “comunitarie” del welfare keynesiano nei trent’anni gloriosi fino all’affermarsi dell’individualismo dello sfrangiamento sociale.
Collegare questo quadro per analizzare l’eredità politica di Lelio Basso, come richiesto dall’intelligente intervento di Giorgio Amico, non può che stimolare la riflessione su di un punto: acclarata l’assenza di un’alternativa si potrebbe discutere oggi di un appuntamento mancato attorno ad almeno 3 visioni d’analisi emerse nel movimento socialista e comunista e mai raccolte all’interno di un progetto politico che pure, a giudizio di chi scrive, poteva anche risultare possibile?

Le tre visioni riguardano:

1) La critica iniziale portata avanti da Basso fin dalla natura del CLN e quindi rispetto all’origine stessa della Resistenza, della Costituzione, della Repubblica. L’interrogativo posto da Basso all’origine del CLN riguardava, rispetto al ruolo dello PSIUP, l’opportunità di stringere quel tanto di alleanza che nasceva dalle comuni finalità, mantenendo però la propria autonomia non soltanto organizzativa di partito, ma di autonomia politica di classe, ponendo risolutamente sul tappeto le istanze delle riforme di struttura.
Nel giudizio di Basso l’avere accettato l’impostazione paritetica ed indiscriminata dei C.L.N. aveva aperto facilmente le porte ai sabotatori della Resistenza: nella sua valutazione, infatti, sarebbe stato sufficiente che una parte di coloro stessi che avevano sostenuto il fascismo, che ne avevano approfittato durante un ventennio e che avrebbero volentieri continuato ad approfittarne, venissero a cercare un alibi in seno a qualche partito riconosciuto come antifascista. Basso lamentava anche la mancanza di un programma di rivendicazioni sociali che caratterizzasse i partiti proletari e sulle quali si sarebbe forse potuto, nel clima della Resistenza, ottenere il consenso anche dei partiti borghesi. L’impostazione della politica postfascista non si realizzò così come una rottura del ventennio ma fu invece tutta dominata dalla preoccupazione di assicurare la continuità politica e giuridica col vecchio stato sabaudo-fascista, e di soffocare ogni tentativo di rinnovamento sotto uno scrupolo di legalità formale, senza riflettere sul fatto che si trattasse di legalità fascista, perché fasciste erano le leggi in vigore. La mancanza di una qualsiasi riforma sociale nei programmi dei primi governi Parri e De Gasperi e il loro rinvio alla Costituente prima e alle Camere Legislative poi, avrebbe finito con lo svuotare la lotta politica italiana di ogni serio contenuto, capace di orientare ed educare democraticamente le masse popolari, lasciandole così preda della demagogia dei programmi e della retorica dei disborsi, anziché del chiaro linguaggio dei fatti. Comunque la lotta politica in Italia, dall’aprile 1945 fino alla rottura del Tripartito, fu dominata da questo equivoco. In omaggio all’idea dell’unità, il C.L.N. non aveva elaborato un programma su cui fosse possibile dividersi, e in omaggio alla stessa unità le sinistre rinunciarono ad elaborarlo per proprio conto e a lottare per esso. La critica di Basso arrivava così al cuore della politica dei partiti di sinistra:lontani al mettere in chiaro le differenze, erano apparsi anch’essi dominati dal desiderio di confondere le tinte, di attenuare le distinzioni, di mettere in ombra le caratteristiche particolari, per apparire anch’essi come dei bravi democratici antifascisti che si distinguevano dagli altri democratici antifascisti quasi soltanto per il maggior impegno che ponevano nel realizzare le comuni rivendicazioni.

2) La critica avanzata da Panzieri. Attraverso l’elaborazione sviluppata su Quaderni Rossi, Panzieri riscoprì alcuni testi di Marx fino a quel punto largamente ignorati come la IV sezione del I libro del Capitale, il “frammento sulle macchine” dei Grundrisse, il Capitolo VI del Capitale (inedito), facendo emergere nel dibattito i concetti di sussunzione formale e di sottomissione reale del lavoro al capitale per indagare i processi di trasformazione economico – sociale e per analizzare l’organizzazione taylorista e fordista del lavoro.
Su queste basi Panzieri elaborò i concetti di “operaio massa” e di “composizione di classe”.
Panzieri considerava l’operaio massa, tecnicamente dequalificato rispetto all’operaio di mestiere, come portatore di una potenzialità conflittuale molto forte.
La composizione di classe indicava il nesso tra i connotati oggettivi della forza lavoro in un certo momento storico e i suoi connotati politici soggettivi.
Secondo Panzieri non esisteva alcune tendenza immanente al superamento della divisione del lavoro, così come non esisteva alcun limite allo sviluppo del capitale.
L’unica costante nel modo di produzione capitalistico era rappresentato dalla crescita (tendenziale) del potere del capitale sulla forza lavoro e l’unico limite al capitale è la resistenza della classe operaia.
Panzieri ipotizzava che, in ragione della crisi della teoria economica, il capitalismo avesse perduto il suo pensiero classico nell’economia politica e avesse ritrovato la sua scienza non volgare nella sociologia, la quale segnalava il passaggio del problema del funzionamento del meccanismo economico a quello dell’organizzazione del consenso.
Tale trasformazione corrispondeva a un mutamento del rapporto tra ricchezza e potere.
Il rapporto tra ricchezza e potere si trasformava in una concezione del potere inteso ad asservire la ricchezza, in una funzione del denaro utilizzato come mezzo per conseguire il dominio politico.
Una analisi che, anche in questo caso, può essere ben considerata come profetica e di fortissima attualità.
Panzieri indicava la strada dell’alternativa in lotte di fabbrica che presentassero la richiesta di un controllo operaio sulla produzione (come produrre, per chi produrre).
L’avanzamento di questa domanda “tutta politica”, di presa di potere “nella e sulla fabbrica”, fu disconosciuta dalle organizzazioni ufficiali del movimento operaio, tutte intente – in quella fase – a muoversi sulla linea delle politiche keynesiane indirizzate alla sfera dei bisogni e dei consumi (era il momento del cosiddetto “miracolo italiano”).
Le lotte di fabbrica di quel periodo spiazzarono, però, l’analisi marxista ufficiale tutta incentrata sulla arretratezza del capitalismo italiano, sulla necessità della ricostruzione nazionale e sull’esaltazione della capacità produttiva del lavoro.
Una tesi, quella del marxismo italiano “ufficiale” compresa tra la programmazione giolittiana e il sostegno al “capitalismo straccione” di Amendola,  che Panzieri contrastò vivacemente come altri fecero in diverse sedi (a partire dal convegno dell’Istituto Gramsci sulle “tendenze del capitalismo italiano” svoltosi nel 1962 di cui si parlerà in seguito).
L’ analisi di Panzieri incontrò il limite del non incrociarsi con la possibilità di realizzare, in quella fase, una adeguata rappresentanza politica.
L’eredità teorica di Panzieri rimase così sullo sfondo nell’elaborazione della sinistra italiana.

3) La posizione emersa nella sinistra comunista in particolare nell’occasione del già citato convegno organizzato nel 1962 dall’Istituto Gramsci sulle “Tendenze del Capitalismo italiano”.
In quel convegno la futura “sinistra comunista” che avrebbe fatto capo a Ingrao (assente nell’occasione) e rappresentata dagli interventi di Trentin e Magri fu capace di sottolineare le novità qualitative che stavano emergendo nel capitalismo italiano. Dal subbuglio del neocapitalismo arrivavano al dunque problemi e bisogni che andavano oltre la semplice redistribuzione del reddito e/o la modernizzazione del sistema (come pensava Amendola). Si trattava di far prendere forma all’insieme dei rapporti politici e sociali in mutamento nel corso di quegli anni aprendo due filoni principali di riflessione:
a) quello con la classe operaia nell’ambito di una relazione che non fosse soltanto quella sindacale, ma quello di una lotta operaia urbana ad alta densità politica. L’industrializzazione doveva accompagnarsi con la modernizzazione. Su questo punto il collegamento con Panzieri che chiosando i Grundrisse ne aveva ripreso un concetto fondamentale: “ Verrà il momento che lo sfruttamento materiale sarà ben misera cosa per misurare la ricchezza, perché emergeranno nuovi bisogni e criteri per misurare il progresso e la ricchezza”
b)quello di una battaglia, della quale si erano già visti elementi concreti nei fatti del Luglio ‘60 nel corso dei quali i giovani erano stati l’anima dell’antifascismo, che indicasse come la lotta contro il fascismo non fosse finita con l’obiettivo di sradicare quanto ancora ci fosse di fascismo nelle istituzioni e nella società.
In entrambi i punti emergono con chiarezza gli elementi di collegamento nel pensiero tra questi soggetti e protagonisti politici.

Quanto fosse possibile costruire un’alternativa alla dimensione dominante dei partiti di massa rimane un interrogativo la cui risoluzione è ormai circoscritta al segno della storia.
Forse lo PSIUP avrebbe potuto rappresentare un punto di coagulo intellettualmente all’altezza se all’interno di quel partito fosse stato possibile misurarsi con i temi della classe e del rapporto tra essa e la modernizzazione industriale in Occidente e le tendenze che essa avrebbe suscitato nel movimento operaio.
Lo PSIUP, di cui Basso era stato tra i promotori mentre Panzieri morì nel dicembre 1964 quando il partito era sorto da pochi mesi, si rivelò insufficiente per eccesso di politicismo e di legame con lo schema bipolare (tema che non si è affrontato in questa sede e che rimane comunque fattore decisivamente insuperabile in quell’epoca se pensiamo a ciò che si verificò, pochi anni dopo, con l’invasione della Cecoslovacchia).
Si sarebbe dovuta rinvenire la capacità di uscire dall’egemonia dello schema togliattiano di lettura di Gramsci del “Risorgimento incompiuto” e dell’identità nazionale della classe operaia.
I due punti che Togliatti mutuò da Gramsci attraverso la pubblicazione “ragionata” dei Quaderni e che rimangono comunque le stimmate di identità peculiare del comunismo italiano anche rispetto al materialismo dialettico sovietico.
Un’identità consolidata ed egemone che poteva essere affrontata attraverso la rilettura, assieme ai nuovi classici della sociologia americana dell’epoca e dei teorici della Scuola di Francoforte anche di un altro Gramsci: quello di “Americanismo e fordismo”.
Dei “se” e dei “ma” però sono piene le fosse e in questo caso ne ho compiuto un utilizzo colpevolmente abusivo.
Vale la pena, comunque, di continuare a scavare in quel periodo senza soffermarsi troppo sul gusto amaro delle occasioni perdute.

mercoledì 29 luglio 2020

Lettera aperta ad un amico riguardo a chi da giovane militò nella Repubblica Sociale.




Lettera aperta ad un amico riguardo a chi da giovane militò nella Repubblica Sociale.

Le Forze Armate repubblichine contarono circa 600 mila uomini. Non tutti erano fascisti convinti e forse neppure la maggioranza. Molti erano giovani che, magari su sollecitazione delle famiglie, avevano risposto al bando di leva. Io ne ho conosciuti alcuni, uno in particolare, mio stimatissimo e amatissimo professore al liceo che non ce lo nascose, ma ci raccontò la sua storia "normale" di giovane del 1923 arruolato a vent'anni. Vidi poi piangere un mio collega durante una visita scolastica al sacrario partigiano in Valle Pesio. Gli chiesi dove avesse fatto il partigiano, mi rispose che era stato soldato repubblichino all'aereoporto di Alessandria e che piangeva per la vergogna di non aver capito allora cosa era giusto fare. Lo abbracciai e lo ringraziai perché mi aveva ricordato che non si deve mai giudicare e che l'uomo resta un mistero per l'uomo.

Capii allora che quelli erano stati anni difficili e difficile era anche capire cosa fosse giusto fare, soprattutto se non si veniva da famiglie antifasciste. E ancora più difficile, poi farlo. Certo altra cosa erano le Brigate Nere o la X MAS, anche se anche su quest'ultima la realtà è complessa. Può sembrare strano ma anche nella Decima non tutti erano fascisti fanatici. Ho conosciuto un anarchico savonese, militante per anni dei GAAP di cui conservava con orgoglio la tessera, che era stato con la Decima, motorista su una silurante ormeggiata al porto di Oneglia. Suo fratello era stato partigiano. Era un operaio e lo raccontava senza vergogna.

Alle volte penso che siamo come i giapponesi rimasti sull'isola, mentre dovremmo avere il coraggio di prendere atto che quella guerra è finita. Il che sia chiaro non significa equiparare fascismo e antifascismo, ma guardare a quegli uomini con la pietas che sempre ci vuole quando si affrontano tragedie immani come quella di una guerra civile.

Passati gli anni giovanili degli slogan sanguinari (che purtroppo per molti non rimasero solo parole), da quando penso di capire un po' di più della vita, degli uomini e anche delle mie debolezze e contraddizioni, considero questa pietas la vera sostanza del mio antifascismo.

"Per dignità, non per odio", scrisse Calamandrei, anche se l'odio purtroppo, come era inevitabile, ci fu e da entrambe le parti. Una frase che vale però anche per molti giovani repubblichini, educati nel culto della Patria e a cui era sembrato un tradimento il capovolgimento di alleanze del 1943.

“Avendo applicato l’animo mio alla politica, per trattare di questa scienza con la stessa libertà d’animo, con cui ci accostiamo alle ricerche matema­tiche, mi occupai con diligenza di non deridere, di non pian­gere, di non condannare, ma solo di comprendere le azioni umane: e così considerai le passioni umane come l’amore, l’odio, l’ira, l’invidia, l’orgoglio, la pietà e le altre commozioni dell’animo, non come vizi della natura umana, ma come proprietà che le appartengono, come alla natura dell’aria il freddo, il caldo, il temporale, il tuono e simili”

Scriveva così un filosofo ebreo, di professione intagliatore di lenti, in un'epoca feroce di guerre religiose e civili e questo lo rese estraneo alle passioni del suo tempo e dunque un pericolo per cattolici, protestanti e persino per i suoi correligionari che lo cacciarono dalla comunità. Ma di più e di meglio, non un filosofo, ma un Uomo, ancora oggi cosa potrebbe dire?

Con amicizia

Giorgio

lunedì 27 luglio 2020

Ciao, Riccardo



Ciao, Riccardo

sei partito per l'ultimo sentiero,
quello grande e impegnativo che tutti prima o poi faremo,
quello misterioso, di cui non esistono mappe,
quello che si percorre da soli.

Abbiamo camminato insieme,
mangiato, cantato, riso, parlato.

Ci hai voluto bene,
ti abbiamo voluto bene.

Che il cammino su questa nuova via
ti sia più facile e dolce
di quanto ti è stato in vita.

Ci manchi.

Giorgio e Vilma

domenica 26 luglio 2020

Savona: l'isolamento economico e sociale




Riceviamo e volentieri postiamo in rete

SAVONA: L’ISOLAMENTO ECONOMICO E SOCIALE

Il gruppo “Quelli della Rebagliati – Il rosso non è il nero” invita le forze politiche, culturali, associative, cittadine e cittadini ad un incontro che si svolgerà giovedì 30 luglio alle ore 17,30 presso la SMS “La Generale” di via San Lorenzo (g.c.)

Il tema è quello dell’isolamento economico e sociale che ha causato a Savona una perdita di identità e un forte deficit nella capacità di definire una prospettiva di futuro.
Una situazione che l’emergenza sanitaria ha ulteriormente acuito e che richiede da parte di tutti noi l’avvio di un’ampia ricognizione collettiva sul livello di necessaria progettualità da recuperare nei tempi più brevi possibile.
Al centro del nostro dibattito si collocheranno i temi del lavoro collegati a quelli delle infrastrutture, della portualità, della mobilità delle merci e delle persone. Interverranno sul tema Giorgio Ajassa e Dario Zucchelli  
Il recupero di una dimensione comprensoriale è un altro aspetto che intendiamo sottoporre in evidenza all’attenzione di tutti.
Con l’auspicio che l’occasione sia colta per avviare un proficuo dibattito nel merito delle questioni rivolgiamo un invito alla partecipazione.

Grazie per la vostra attenzione

IL COORDINAMENTO DEL GRUPPO “QUELLI DELLA REBAGLIATI – IL ROSSO NON E’ IL NERO”


sabato 25 luglio 2020

Lelio Basso massone? Cronaca di un processo politico staliniano




Giorgio Amico

Lelio Basso massone? Cronaca di un processo politico staliniano

Lelio Basso. rappresenta una delle figure più luminose, per coerenza umana e politica, del socialismo italiano. Una figura ancora viva come dimostra l'interesse nei suoi confronti da parte della ricerca storica. Citiamo per tutti “Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialismo eretico”, agile ma approfondita ricerca di Sergio Dalmasso, autore tra l'altro di una recentissima bella biografia politica di Lucio Libertini su cui intendiamo ritornare presto.

Una vita movimentata e complessa quella di Basso, già giovanissimo cospiratore antifascista ai tempi dell'Università, su cui, come si è detto, si è scritto moltissimo e in modo largamente esaustivo. Un solo episodio resta ancora da chiarire: la sua repentina esclusione dal gruppo dirigente del PSI nel 1951. Una “brutta storia”, secondo Elio Giovannini. La pagina peggiore del periodo ultrastalinista del PSI, durato dal 1948 al 1954, e in gran parte dovuto alla gestione organizzativa di Rodolfo Morandi. Un periodo caratterizzato da un allineamento totale al Pci, dall'esaltazione grottesca dell'URSS e di Stalin, ma anche da espulsioni di dissidenti, sbrigativamente definiti “agenti della borghesia e provocatori infiltrati”, e da veri e propri processi politici con il contorno abituale di insulti e insinuazioni anche sulla vita privata dei malcapitati finiti nel mirino dell'apparato. Tutto questo toccò a Lelio Basso, fatto oggetto di una campagna di calunnie e insinuazioni e poi processato a porte chiuse e di fatto espulso dagli organismi dirigenti del partito. “Una mediocre rappresentazione – è stato notato - , talvolta miserabile, comunque dolorosa” della tragedia feroce che si consumava in quegli stessi anni in Unione Sovietica e nelle cosiddette Repubbliche Popolari nel silenzio complice della sinistra italiana e dei tanti intellettuali, pure ipercritici di ogni aspetto della società occidentale, che la fiancheggiavano.



Dal congresso di Firenze del maggio 1949 era uscita anche se di misura una nuova direzione, frutto della vittoria delle due mozioni di sinistra, quella di Nenni-Morandi e quella di Basso che aveva raccolto attorno alla sua rivista “Quarto Stato” una serie di giovani e promettenti quadri fra cui Gianni Bosio, Luigi Anderlini e Francesco De Martino. Insieme i due gruppi si erano imposti al congresso contro la vecchia maggioranza centrista uscita dal congresso di Genova del 1948, ma fin da subito iniziarono a manifestarsi fra Basso e Morandi incomprensioni e contrasti sia politici che personali. Una situazione ancora oggi di difficile definizione, “una frattura – ricorderà trent'anni dopo De Martino – i cui termini sono poco comprensibili sul piano politico”. Affermazione sibillina che sottintende come, soprattutto da parte di Morandi, giocassero molto fattori personali ed emotivi. Insomma, a Morandi, allora interamente teso ad assumere il pieno controllo del partito, Basso faceva ombra e andava in qualche modo liquidato, mentre con Nenni, che impersonava fisicamente il Psi e la sua storia e dunque era intoccabile, ci si poteva limitare a una forma blanda di messa sotto tutela. Cosa di cui il vecchio leader socialista era pienamente consapevole, tanto da tenere in quel drammatico frangente una posizione di basso profilo e dopo un diretto, e brutale, confronto con Morandi e i suoi principali sostenitori, tirarsi indietro e abbandonare Basso al suo destino.

Una situazione “difficile e tormentata” come racconta lo stesso Basso nel 1979 in un dibattito su Psi e stalinismo pubblicato sulla rivista teorica del partito Mondo operaio. È Basso stesso a ricostruire i fatti in un articolo apparso nel 1963 su problemi del Socialismo e significativamente titolato “Vent'anni perduti?”:

“In quegli anni l’incompatibilità fra le sue [di Morandi, NdA] e le mie posizioni era evidente e nella misura in cui dalle sempre più scarse tribune che mi erano consentite cercavo di difendere la mia posizione, mi ponevo in urto con la politica ufficiale del partito.
In particolare ricordo due articoli di quel periodo che fecero addirittura scandalo in seno alla Direzione del Psi e furono praticamente all’origine delle mie dimissioni. Uno apparso in Quarto Stato nel maggio 1950 conteneva affermazioni, che oggi sembrano banali ma che allora suonavano eretiche, circa la diversità delle vie al socialismo, circa la carica dinamica dell’imperialismo e la sua capacità di sfuggire all’attesa “crisi finale”, ma soprattutto circa la non inevitabilità della guerra. “Rappresenta questa terza guerra mondiale lo sbocco necessario della complessa situazione attuale? Evidentemente no. Se è vero che l’imperialismo è spinto alla guerra dalla logica stessa delle sue contraddizioni, dai profondi squilibri che crea la sua azione nel mondo, dalla sua incapacità a risolvere la crisi ormai permanente e generale del sistema, dalla folle corsa agli armamenti che è diventata un elemento indispensabile della sua vita economica e una condizione per l’accumularsi di maggiori profitti, è altresì vero che nulla vi è di fatale nella storia, e che l’azione cosciente degli uomini è in definitiva una creatrice di storia infinitamente più ricca di possibilità. E fra queste possibilità vi è quella d’impedire all’imperialismo di scatenare la sua terza guerra”. Ma più grave ancora apparve un articolo da me pubblicato in Francia in cui difendevo la mia concezione dell’unità d’azione e criticavo quei compagni “che confondono l’unità d’azione con l’assoluta identità fra i partiti” ignorando le differenze storicamente consolidate fra i due partiti, differenze, dicevo, “destinate a sparire, ma destinate a sparire non per volontà di alcuni dirigenti, non per accordi ai vertici, ma in base all’esperienza stessa unitaria delle masse”. E concludevo: “Come Lenin ha insegnato con particolare insistenza, l’esperienza delle masse costituisce la via insostituibile attraverso cui la classe operaia consegue dei risultati duraturi. Anche in questo caso perciò il marxista-leninista sa di dover modificare la realtà, ma sa di poterla modificare in quanto l’assuma come punto di partenza per la sua azione, e non in quanto la ignori; sostituire alla realtà una formula che corrisponde soltanto ai propri desideri, sostituire al processo il miracolo, significa essere chiusi alla vera mentalità dialettica, che è il fondamento del marxismo”. Queste prese di posizione significarono la rottura definitiva”.

Uno scandalo per i fautori della linea morandiana. Ricordiamo che Morandi nell'aprile 1950 al convegno giovanile di Modena sosterrà come un dogma la tesi che la politica unitaria doveva essere fondata sulle identità e non sulle differenze fra Psi e Pci.


Nel 1950 dunque lo scontro , finora latente, matura ed esplode pubblicamente. Basso viene investito da una campagna progressivamente crescente di accuse di deviazionismo e di frazionismo non prive di insinuazioni sulla sua vita privata. Basso è accusato di essere trotskista, nemico dell'Unione Sovietica e dell'unità organica con i comunisti, in “combutta” con agenti dell'imperialismo americano come Tito e l'ex ministro degli esteri ungherese László Rajk processato per titoismo e sbrigativamente impiccato il 15 ottobre 1949.

Agli attacchi seguono i fatti: Basso è costretto a cessare la pubblicazione della sua rivista Quarto Stato, le sue attività di dirigente dell'Ufficio ideologico-culturale del partito boicottate, i suoi viaggi e i suoi incontri con compagni spiati. In una parola, si cerca con ogni mezzo di fargli il vuoto attorno. I suoi principali sostenitori, soprattutto fra i giovani, come Elio Giovannini responsabile degli studenti socialisti, sollevati dai loro incarichi.

“Così venne sviluppandosi via via una tensione, che si accentuò col passare del tempo”, sono parole di De Martino che ne spiega anche le cause: “La nostra critica riguardava principalmente la scarsa democrazia interna e i metodi che si stavano instaurando nel partito”, insomma la svolta ultrastalinista di Morandi.


Basso se ne lamentò direttamente con Nenni con una lunga lettera del 13 settembre 1950, la risposta fu raggelante:

“La posizione da te assunta verso i nostri uffici e i loro dirigenti è stata ingiusta nelle sue motivazioni e poteva riuscire ed in parte è riuscita deleteria nelle conseguenze. È nata da questa tua critica , portata fuori dalla sua sede naturale, l'accusa di cui ti duoli di lavoro di frazione o comunque personalistico. Ora tale accusa è venuta da troppe parti contemporaneamente perché la possa ritenere puramente e semplicemente arbitraria. […] una situazione che non è sorta oggi, ma dura da anni, dura dal Congresso dell'Astoria, da dove ha inizio il tuo tentativo di dividere la sinistra”.

A questo punto Basso ha chiaro che la battaglia dentro l'apparato del Psi è definitivamente persa.

Il 28 settembre si tiene a Roma una riunione dell'esecutivo socialista in cui Basso viene esplicitamente accusato di frazionismo. Eloquente il resoconto che ne fa De Martino:

“In tale riunione, mentre Nenni taceva, vi fu una sorta di processo, nel corso del quale l'accusa rivolta a Basso era di frazionismo e di attività nociva dell'unità del partito. Ad uno ad uno i membri dell'esecutivo formularono la loro critica. […] Basso non si difese né fece valere le nostre ragioni. Egli appariva rassegnato ad un evento che giudicava inevitabile. Solo chi scrive, nuovo dei rituali in uso in quel tempo nei pariti operai, tentò una difesa di Basso, suscitando la reazione di impazienza e di fastidio di Morandi”.

In realtà De Martino fece di più. Nei giorni successivi avvicinò Amendola e Pajetta affinché il Pci intervenisse a favore di Basso, e i due esponenti comunisti lo fecero ricevendone in risposta l'invito a non ingerirsi negli affari interni del Psi, ma evitando tuttavia (è Basso stesso a raccontarlo su Mondo Operaio nel 1979) con il loro intervento che egli fosse addirittura espulso dal partito per i suoi presunti contatti con l'ungherese Rajk.

Alla riunione dell'Esecutivo fece seguito un colloquio privato con Morandi, i cui termini furono mantenuti rigorosamente celati anche ai collaboratori più stretti come De Martino. Basso ne uscì completamente annichilito e non tentò più nessuna resistenza. Fu il segnale della liquidazione definitiva della sua corrente. Al Congresso di Bologna del gennaio 1951, il “congresso della vergogna”, come lo definisce Giovannini, Basso e i bassiani furono estromessi dalla Direzione e poi nel successivo congresso, quello di Milano del 1953, anche dal Comitato centrale.

Da allora fino al 1954 fra Basso e Morandi non ci fu più alcun tipo di rapporto, né politico né personale.

L'atteggiamento rassegnato di Basso stupì tutti, soprattutto i suoi compagni più stretti, uno dei quali gli chiese direttamente ragione con una lettera del 10 ottobre 1950 del “tuo inspiegabile comportamento passivo. Il giornale della Nuova Stampa parla di una questione morale che avrebbe, a quanto si capisce, dato la possibilità ai morandiani di farti un ricatto”

Ma allora cosa era accaduto nel colloquio a due di tanto grave da convincere un uomo combattivo e deciso come Basso a desistere dalla lotta e a lasciarsi cacciare senza reagire? Di che questione morale si trattava? Non è allo stato attuale dato saperlo, ma forse la risposta si trova in un piccolo, ma molto interessante, libro uscito su tutt'altro argomento nel 2005.



Nel 2005, dicevamo, Massimo della Campa, prestigioso avvocato, antifascista e presidente della Società Umanitaria fiore all'occhiello del socialismo riformista milanese, ma soprattutto Gran Maestro onorario del Grande Oriente d'Italia e dunque persona assai informata in materia di cose massoniche, pubblica un libro dal titolo significativo: “Luce sul Grande Oriente. Due secoli di massoneria in Italia”, in cui racconta con abbondanza di dettagli episodi noti e meno noti della storia del GOI. Parlando della Massoneria milanese della fine anni '40 inizio anni '50, Della Campa scrive:

“In verità quell'epoca era dominata da passioni accese e molto violente derivate dalla spaccatura in due della vita internazionale e di quella politica. Basti solo ricordare i socialisti, divisi allora fra pro-sovietici e pro-occidentali. Quelli più anziani ricordano le liti furibonde non solo fuori loggia, fra sostenitori del Patto atlantico ed avversari (a Milano, Lelio Basso quasi venne alle mani con un fratello antagonista)”.

In colloqui avuti con Aldo Chiarle, conosciutissimo socialista savonese, ma soprattutto massone dal 1945, già segretario della Massoneria Unificata d'Italia e poi Gran Maestro onorario del GOI e 33° grado del Rito Scozzese Antico e Accettato, gli abbiamo posto più volte la questione. Chiarle sempre ci rispose che la cosa gli risultava vera, ma che non aveva riscontri ufficiali. L'ultima volta che ne parlammo, mi promise di visionare gli archivi centrali del GOI e di darmi una risposta certa. Ma non ci fu più occasione di rivederci. Morì prima di poterlo fare, a 87 anni, nel luglio del 2013.

Sulla base di queste fonti ci pare non improbabile che l'argomento usato da Morandi per piegare definitivamente la resistenza di Basso sia stato proprio la sua appartenenza alla Massoneria che, se rivelata pubblicamente, ne avrebbe immediatamente causato l'espulsione da un partito allora profondamente stalinista. I tempi erano quelli, bastava poco per essere espulsi con motivazioni infamanti. Esemplare a questo proposito il caso di Giuseppa Pera, dirigente della Federazione socialista di Lucca, poi prestigioso docente di Diritto del lavoro, espulso nel 1952 per “tradimento” per aver coltivato “legami con movimenti nemici del partito e della classe lavoratrice” [Il movimento dei comunisti dissidenti di Cucchi e Magnani, NdA].
Basso conosceva perfettamente queste dinamiche e, anche se con una profonda sofferenza interiore testimoniata dalle sue lettere, fu costretto a prenderne atto se voleva comunque continuare, anche come semplice iscritto di base, la sua militanza nel partito alla cui costruzione aveva dedicato gran parte della sua giovinezza.

Per saperne di più:

Lelio Basso, Vent'anni perduti?, Problemi del Socialismo,nn.11-12, 1963.
Lelio Basso (et Alii), Il PSI negli anni dello stalinismo, Mondo Operaio, n.2, 1979.
Sergio Dalmasso, Lelio Basso. La ragione militante: vita e opere di un socialista eretico, Red Star, Roma 2018.
Francesco De Martino, Storia di Lelio Basso reprobo, Belfagor, vol. 35, No. 4 (3 luglio 1980).
Massimo della Campa, Luce sul Grande Oriente.Due secoli di massoneria in Italia, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2005.
Elio Giovannini, Una brutta storia socialista dei tempi di Nenni: la “liquidazione” di Lelio Basso, in: Giancarlo Monina (a cura di), Il Movimento di Unità Proletaria (1943-19459, Carocci, Roma 2005.
Luciano Paolicchi (a cura di), Lelio Basso Pietro Nenni Carteggio, Editori Riuniti University Press, Roma 2011.


Savona, luglio 2020