TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 20 agosto 2018

Genova. Trasformazioni sociali e conflitti, tra levante e ponente




Si parla tanto di Genova in questi giorni, spesso anche a sproposito. Un bel libro, appena pubblicato, di Donatella Alfonso e Luca Borzani aiuta a capire come (in bene e in male) la città sta cambiando.


Guido Festinese

Genova. Trasformazioni sociali e conflitti, tra levante e ponente

ova è una città complessa, investita in pieno dal processo di de-industrializzazione, e al contempo, almeno a far data da un quarto di secolo fa, il 1992 delle discusse celebrazioni colombiane, tornata quasi a pieno titolo nel processo di valorizzazione turistico- culturale, con scelte azzeccate, e molti processi avviati di risanamento e riutilizzazione di aree in abbandono. Troppo spesso persi per strada.

Genova è la ferita aperta del G8 2001 che, ogni luglio, torna a bruciare, e quella improvvisa e atroce del crollo del Ponte Morandi. Genova è una città laboratorio perché quello che succede lì è un sostanzioso indizio di quanto potrebbe accadere anche altrove, in Italia. Nel bene e nel male. Per esempio è una delle città più vecchie d’Europa, è un luogo dove la dispersione scolastica è del 30 per cento, e dove ogni anno diverse migliaia di giovani se ne vanno in cerca di fortuna altrove.

Degli altri giovani, quelli che arrivano ed hanno perlopiù la pelle più scura e voglia di vivere con dignità una parte apparentemente maggioritaria di Genova non sa (quasi) che fare, e riduce il tutto a un problema di ordine pubblico. Li vorrebbe solo veder andar via, perché assorbire nel proprio tessuto sociale metastatico e ottuso qualcuno che viene da fuori è complicato e richiede fatica, mentre una risposta securitaria è un’apparente panacea che permette di dormire beoti sogni di tranquillità. Genova era una roccaforte della sinistra, e non lo è più. Pochissimi sono andati a votare.

E chi lo ha fatto, nei quartieri dipanati come una striscia di perplessità e rancori nei venti chilometri che corrono faticosamente tra il levante e il ponente, schiacciati tra monti urbanizzati selvaggiamente e mare, ha votato Cinque Stelle o Lega. Da un anno è al governo una maggioranza di destra guidata dal sindaco Bucci, presentatosi come uomo pratico del fare che ha avuto come priorità il tasto ossessivo della sicurezza e l’apparenza delle dichiarazioni roboanti, e che ha praticamente costretto alle dimissioni Elisa Serafini, un assessore alla cultura troppo «liberal» per i furori clericali e leghisti. Per esempio d’accordo con il patrocinio (negato) al Gay Pride. Colpa della sinistra? Anche. Anzi, sicuramente. Non si vive di rendita di posizione a sinistra su un passato anche glorioso, ma inchiavardato nel cemento della retorica.

Non si vive di rimpianti, specie se si abbandonano a se stessi quei formidabili presidi di democrazia del territorio (e questo è un territorio difficile, policentrico, instabile, sfaldato) che sono oggi le associazioni dei cittadini. Cattoliche e laiche. Volontaristiche, nate sull’onda di un problema da risolvere o radicate con alterne fortune dai tempi del «mutuo soccorso», ed era un secolo e mezzo fa. Sono i dati che emergono da un libro coraggioso, Genova, appunti sulla città, pubblicato da Il Canneto editore, e nato in modo particolare: da un lato gli spazi di «carta bianca» che lo storico sociale Luca Borzani cura sull’edizione ligure di Repubblica, da quando non è più a presiedere la cultura della Fondazione del Palazzo Ducale, ora in mano al comico Luca Bizzarri.

Dall’altro la tempra di cronista e storica di Donatella Alfonso, che ogni numero monografico di Borzani è andata ad approfondire passando a tappeto ogni via dei quartieri di Genova, da Occidente a Levante, lungo le assi delle due valli cittadine, nel cuore di quel centro storico «patrimonio dell’umanità» che sempre più invece è patrimonio delle passerelle politiche, o di un degrado affrontato con meschina muscolarità. A commento del tutto, le crude foto di Genova di Fabio Bussalino e Andrea Leoni: in bianco e nero, come la città oggi.

Il Manifesto – 18 agosto 2018

Dai figli dei fiori alla lotta armata. Soviet hippies



Il movimento della contestazione e della controcultura in URSS dagli anni ’60 e per tutti gli anni ’70 fu molto più radicale di quanto si immagini. Fiorirono comuni e gruppi di giovani che si ispiravamo ai figli dei fiori americani. Molti finirono in clinica psichiatrica o nei campi di lavoro. Altri costituirono gruppi clandestini sul modello delle BR italiane o della RAF tedesca. Una storia sconosciuta in Occidente.

Yurii Colombo

Hippies sovietici


Il movimento della contestazione e della controcultura in URSS dagli anni ’60 e per tutti gli anni ’70 fu molto più radicale di quanto si evince dal recente film Leto (Estate) di Kirill Serebrannjkov recentemente presentato al Festival di Cannes. L’URSS degli anni ’70 fu percorsa, proprio come da noi, da una fitta rete di gruppi hippes, capelloni, formazioni della “nuova sinistra” e anche il fenomeno delle comuni fu esteso ed ebbe caratteristiche peculiari.

“Il movimento delle comuni è stato un fenomeno straordinario nella vita sociale dell’URSS durante il periodo del “disgelo”” sostiene Alexander Tarasov autore di un libro sulla sinistra russa. L’idea delle comuni era stata propagandata in un primo tempo dallo scrittore e pedagogo Simon Soloveichik e iniziò ad essere a praticata a Leningrado dal gruppo di Faina Shapiro, per poi svilupparsi in tutto il paese.

    Fotogramma da Leto (Estate)

“Sul piano metodologico, il movimento delle comuni combinava elementi dello scoutismo, della pedagogia della creatività, della psicoterapia di gruppo e dell’attività ludica. Ideologicamente faceva invece riferimento alle idee del “primo Marx”, al rivoluzionarismo romantico e all’umanesimo esistenzialista” sostiene Tarasov.

Idee “comunitariste” trovarono spazio, a partire dal 1969, anche nel movimento hippie sovietico. Sviluppatosi inizialmente nelle repubbliche baltiche e in Ucraina occidentale, il movimento hippie sbarcò a Mosca nel 1970. Uno dei personaggi più in vista di questa variopinta tribù era Alexander Podberezkij (“Stalker”) le cui velleità letterarie trovarono espressione in un manifesto in cui cercava di fondere materialismo dialettico, orientalismo e cosmologia. Inizialmente gli hippie di Mosca si denominarono “Il Sistema” e tendevano a riprodurre in modo caricaturale le posture del movimento americano. Jeans consunti, capelli lunghi, mitizzazione in chiave liberante della musica rock e dell’uso delle droghe fu il classico cocktail che attecchì anche a Mosca.


Nel 1971 gli hippies della capitale organizzarono persino un happening contro la guerra del Vietnam che la polizia, con benevolenza, evitò di sciogliere. Per il resto i rapporti tra “capelloni” e il KGB furono pessimi. Molti hippies, per i loro “comportamenti antisociali e piccolo-borghesi”, furono arrestati, rinchiusi in ospedali psichiatrici oppure spediti alla leva obbligatoria in località sperdute. Paradossalmente gli hippies russi però avevano facilità a entrare in possesso di droghe. Infatti nelle repubbliche sovietiche del Centroasia i contadini tradizionalmente coltivavano canapa indiana e oppio.

Terje Toomistu, ex hippie estone che ha realizzato un documentario sul fenomeno uscito nel 2017 ricorda come “il KGB era completamente impreparato ad affrontare il tema delle droghe e quindi cercavano nelle abitazioni degli hippies solo letteratura vietata, disinteressandosi per ignoranza dell’hashish che magari era sotto il loro naso”. Ma anche che molti giovani non era preparati all’uso di stupefacenti: alcuni giovani perdettero la vita per overdose dopo massicce bevute di tè all’oppio.


A partire dal ’68 si formarono anche molti gruppi rivoluzionari non appartenenti alla leva della dissidenza tradizionale. Nel 1975, per esempio, i liceali Ilya Smirnov e Grigory Loyferman fondarono il club “Antares”. “Antares” si considerava un’organizzazione clandestina e guardava con entusiasmo a esperienze di lotta armata come quelle delle Brigate Rosse e della RAF tedesca. A partire dal 1977 il club entrò in stretta relazione con il movimento delle comuni e degli hippies, prima di finire sotto la scure repressiva del KGB. Proprio quando “Antares”, alla metà degli anni ’70, andava cristallizandosi, venivano arrestati quasi tutti i membri del Partito Neocomunista dell’Unione Sovietica fondato nel 1972-1973 dal liceale Alexander Tarasov e dalla filologa Natalja Magnat. Il gruppo, presente in una decina di città, si rifaceva liberamente a Marcuse, Cohn-Bendit, Che Guevara e Trotsky.

Interessante anche l’esperienza di quella che nel 1976 si proclamò la “Scuola di Leningrado”. Il gruppo si definiva marxista libertario e caratterizzava l’URSS come “capitalismo monopolistico di Stato”. Presto anch’esso si organizzò in comuni. Ridenominatosi “Opposizione di sinistra” nel 1978, il raggruppamento andò incontrò a una dura repressione. Arresti e perquisizioni coinvolsero 40 membri dell’organizzazione. Il principale leader dell’“Opposizione di Sinistra” sarà poi condannato a 5 anni di prigione a “regime duro”.

Il Manifesto/Alias – 18 agosto 2018

domenica 19 agosto 2018

Fulvio Scotto, L'alpinismo storia di uomini e di montagne

    1786.  Horace-Bénédict De Saussure e Jacques Balmat scalano il Monte Bianco

Qualche tempo fa abbiamo postato un articolo sulla conquista dell'Eiger. Un caro amico lo ha arricchito con un bell'intervento che proponiamo oggi. L'alpinismo (ma anche il semplice andare per monti, più adatto a tipi come noi) insegna e aiuta a vivere. Non per caso in tutte le tradizioni il monte rappresenta l'albero della vita, l'asse del mondo attorno a cui ruota il cosmo, e l'uomo che vi si arrampica un cercatore di Assoluto.

Fulvio Scotto

L'alpinismo, storia di uomini e di montagne

“L’alpinismo - mi diceva durante un’intervista il grande Armando Aste, che della Nord dell’Eiger fece la prima salita italiana nel 1962 - è una storia di uomini e di montagne, un cammino di conoscenza soggettiva ed oggettiva che diviene anche fenomeno culturale. L’alpinismo rappresenta una metafora della vita in cui l’uomo cerca di salire, di andare sempre più su e di superare i limiti precedentemente raggiunti”. Concordo con lui.

Oggi si è portati a considerare il semplice aspetto sportivo, ma l’alpinismo come le altre forme di esplorazione, e quindi di ricerca d’avventura, nei diversi ambiti geografici per terra, per mare, nei cieli e nello spazio costituisce una concretizzazione della spinta interiore dell’uomo a varcare la linea dell’orizzonte conosciuto sia oggettivamente che soggettivamente.

Uno “spirito di Ulisse” che è insito nell’animo umano, una pulsione che ha fatto si che fossimo, nello sviluppo evolutivo del nostro genere, diversi dagli altri esseri viventi animali. Questa specifica spinta di ricerca esplorativa è valorizzata dal fatto di non essere finalizzata verso scopi utilitaristici o “monetizzabili” anche commercialmente. Ciò costituisce anche, ad alto livello, una delle sostanziali differenze tra Alpinismo Accademico ed alpinismo praticato, in molti casi su pari parametri tecnici, dalle Guide Alpine quali professionisti della montagna.

     Uomo che si arrampica sull'albero della vita

La componente sportiva, quella che Hitler cercò di sfruttare nella sua ricerca di affermazione razziale dopo la “mortificazione” subita alle Olimpiadi di Berlino (proprio quelle!) del 1936 ad opera dell’afroamericano Jesse Owens, esiste sicuramente in alpinismo, principalmente nella sua dimensione arrampicatoria. Decisamente si! E sicuramente ha le sue radici nell’emulazione! …ma è solo una componente e non la prioritaria.

La “prima salita”, così mi piace dire più che “conquista”, della parete nord dell’Eiger è stata una tappa fondamentale nella storia dell’alpinismo. E in quanto tale merita di essere assurta a simbolo, ad icona di quest’attività. Non c’è alpinista degno di tale definizione che non rivolga la propria ammirazione su ciò che riuscirono a fare i primi salitori egli altri che tentarono la salita della parete negli anni trenta. Non si riesce a non aspirare a ripercorrere, con grande rispetto e ammirazione, la loro via. La Nord dell’Eiger, parete brutta, tetra, oppressiva esercita un richiamo sugli alpinisti per il semplice fatto di esistere, di innalzarsi scura e severa come un orco (questo letteralmente il suo nome) sopra lo sguardo di chi la osserva da sotto.

Su questa montagna sono state scritte migliaia di pagine, molte delle quali decisamente coinvolgenti, sui tentativi e sulle loro tragedie, sulla salita vittoriosa e sulle successive ripetizioni firmate dai più grandi dei decenni successivi. Personalmente mi permetterei di consigliare: innanzitutto il libro autobiografico del principale protagonista di questa storia: Anderl Heckmair, “I tre ultimi problemi delle Alpi”, interessante anche “Parete Nord” (titolo originale “Ragno bianco”) dell’austriaco Harrer poi divenuto forse più famoso di Heckmair per i suoi “Sette anni in Tibet”. Tra i tanti altri libri ancora “Il prigioniero dell’Eiger” di Giorgio Spreafico e “Due cordate per una parete” di Giovanni Capra soprattutto per l’alpinismo italiano, oppure per chi ama un racconto più “crudo” il volume “Arrampicarsi all’inferno” di Jack Olsen.

Confessione di un nemico del popolo



Lo ammetto, sono un nemico del popolo.


Giorgio Amico

Confessione di un nemico del popolo


«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità».

Lo affermava prima di morire Umberto Eco. Le reazioni che si sono scatenate sui social dopo la tragedia di Genova ne sono la triste conferma. Ma mostrano anche qualcosa di più profondo, radicato nella storia e nel carattere di un popolo che è al tempo stesso anarcoide nei fatti e forcaiolo nelle parole.

In nome del “popolo sovrano” oggi si grida sui social contro lo Stato e i “politici” che non applicano le normative o non fanno con rigore i controlli previsti dalle leggi. Ma sono gli stessi che inveiscono contro Equitalia quando mette in riscossione le multe a chi non ha applicato le norme sulla sicurezza sul lavoro , che invitano a “farsi furbi” ed autocertificare il falso nel caso dei vaccini o dell'esenzione dai ticket, che attaccano la burocrazia perchè, applicando le norme e operando i controlli previsti dalle leggi, intralcia il lavoro di padroni, padroncini, intrallazzatori, faccendieri e via discorrendo. 

Sono il popolo dei furbi, degli evasori e degli abusivi di ogni genere, di quelli che sanno sempre come fare. Sono quelli che ai funerali si fanno i selfie con i potenti di turno.

Un popolo che nella vita quotidiana ritiene suo sacrosanto diritto infischiarsene di leggi e regolamenti, salvo poi esigere le forche in piazza “senza attendere i tempi della giustizia” (come è stato autorevolmente detto da un illustre cultore del diritto) quando poi si contano i morti. Sono stati fascisti , democristiani, berlusconiani. Andavano tutti bene basta che gli facessero fare i comodi loro e soprattutto li facessero sentire con la coscienza in pace e orgogliosi della loro assoluta mancanza di cultura. Oggi sono cinque stelle e leghisti. Non ci stupisce. 





Dissidenti a Mosca nell’agosto del 1968



Lo spirito del 68 si fece sentire anche in URSS. A Mosca sette intellettuali furono messi in carcere e in ospedale psichiatrico per aver manifestato con striscioni contro l'invasione di Praga. Una pagina finora sconosciuta del dissenso nell'epoca brezneviana.

Yurii Colombo

Dissidenti a Mosca nell’agosto del 1968


“È mezzogiorno. La Piazza Rossa è piena di gente della provincia. Polizia, soldati in ferie, escursioni. Fa caldo. La zona recintata è deserta, tranne che per la coda al mausoleo di Lenin. Alle 12 c’è il cambio della guardia” racconta Natalja Gorbanevskaja.

Era passato da poco mezzogiorno il 25 agosto del 1968, appena quattro giorni dopo l’invasione della Cecoslovacchia delle truppe del Patto di Varsavia, quando Natalja assieme Kostantin Babizkij, Vadim Delon, Vadim Dremljug, Pavel Litvinov e Viktor Fajnberg srotolarono sulla Piazza Rossa uno striscione contro l’invasione che recitava “Per la vostra e la nostra libertà”. La dimostrazione dei dissidenti durò pochi minuti. Un auto del KGB raggiunse presto i dimostranti, che vennero arrestati.

L’ex generale Petr Grigorienko, uno dei più famosi dissidenti sovietici che propugnava il “ritorno a Lenin”, definì nelle sue memorie i sette dissidenti “degli eroi”. E purtroppo non era una esagerazione: a Fajnberg in commissariato vennero fatti saltare a calci e pugni alcuni denti e in seguito sarà inviato in ospedale psichiatrico a Leningrado: vi passerà oltre quattro anni della sua vita. Gli altri manifestanti vennero condannati alla prigione per 3 anni. Solo Gorbanevskaja che era in fase di allattamento venne considerata “schizofrenica” e rispedita a casa.

La vicenda, per lungo tempo, rimase sconosciuta all’opinione pubblica sovietica e solo pochi attraverso i “Samizdat” o “Voice of America” vennero a sapere dei “sette ribelli”.

Grigorienko racconta che in quella primavera a Mosca “la simpatia per la Cecoslovacchia era così grande che sembrava che si dovesse essere solo pazzi per rischiare l’intervento. In metropolitana, sui treni, in filobus, per strada, se qualcuno parlava degli eventi cecoslovacchi, e se ne parlava molto spesso, la gente ascoltava profondamente interessata e comprensiva… Malgrado ciò la stampa sovietica non teneva conto di ciò e continuava a suscitare sospetti e seminare sfiducia nei confronti della leadership cecoslovacca”. Era quell’anelito, “quell’internazionalismo dal basso” che aveva condotto i dissidenti a sintetizzare il filo che legava Mosca con Praga in quello striscione “per la nostra e la vostra libertà”.

Tra i russi crebbe dopo di allora allora un senso sotterraneo di colpa per quanto era successo a Dubček e i suoi compagni. “Quando andavamo in Cecoslovacchia per vacanza la gente ormai ti guardava storto. Si capiva che eravamo accolti obtorto collo” ricorda Oksana, allora figlia di un grande papavero del Cremlino.



Oggi il clima a Mosca è diverso anche se l’estate è afosa come quella di 50 anni fa. Molta gente è in ferie, chi in dacia chi nei resort low-cost turchi. Le tv non hanno nel palinsesto nessun speciale per l’invasione della Cecoslovacchia nei prossimi giorni e neppure la carta stampata appare molto interessata a ricordare come finì la “primavera di Praga”. Anzi. Si fanno sempre più forti le voci “revisioniste”. Secondo tali vulgate la “Primavera di Praga” non fu altro che l’esperimento pilota della NATO delle “rivoluzioni colorate” o ”arancioni” di oggi dall’Ucraina alla Libia, per rovesciare allora gli Stati socialisti.

Tali inedite interpretazioni hanno però rischiato di far esplodere una crisi diplomatica tra Federazione Russa e Repubblica ceca. Il 21 novembre 2017 in occasione della vista a Mosca del capo di Stato ceco MilošZeman, uscì un articolo sul sito della tv in streaming Zvezda, firmato da Leonid Maslovskij, in cui si affermava che “la Cecoslovacchia dovrebbe essere grata all’URSS per essere stata invasa nel 1968”. Secondo l’autore “la crisi in Cecoslovacchia venne determinata dall’arrivo al potere in Unione Sovietica di Nikita Khruščev… una grande vittoria della agenzie di intelligence occidentali e della sua Quinta Colonna all’interno dell’URSS.” 

L’articolo attirò l’attenzione del governo della Repubblica ceca. Secondo i resoconti dei media di Praga, il presidente Zeman salì su tutte le furie e definì l’autore dell’articolo “un giornalista pazzo senza cervello”. Zeman sollevò la questione dello scritto successivamente con il premier russo Dmitrij Medvedev. Medvedev garantì al presidente ceco che il testo “non riflette la posizione ufficiale” della Russia, formulata ufficialmente nell’accordo del 1993 in cui si affermava che “l’invasione sovietica della Cecoslovacchia rappresentò un uso inaccettabile della forza”.

In controtendenza e controcorrente, proprio questa estate, cinque registi di Mosca e San Pietroburgo sono saliti sul palco del Gogol’ Center di Mosca per presentato cinque diversi progetti di performance sulla manifestazione dei sette dissidenti russi del 25 agosto ’68 sulla Piazza Rossa. E il titolo non poteva essere che “per la nostra e per la vostra libertà”. Un modo per ricordare e attualizzare la lezione e l’importanza dello stare sempre dalla “parte del torto e della libertà” come hanno spiegato nella conferenza stampa di presentazione gli ideatori dell’iniziativa .

Un tentativo di far parlare la storia attraverso la rappresentazione afferma Andrej Makarov, sceneggiatore dello spettacolo: “Abbiamo provato con questo progetto a coniugare la “grande storia” con la storia sociale. Certo, questa è una data molto importante ma non per ciò che la gente ha fatto, ma per il suo significato simbolico. Quindi sì questa è una delle date più importanti nella storia della società russa se parliamo della storia della sua società e non di quella dello Stato”.

Il Manifesto/Alias – 18 agosto 2018

martedì 14 agosto 2018

Feriae Augusti



Al calendario romano nei secoli si sovrapposero le celebrazioni cristiane, così molte delle feste attuali hanno in realtà radici pagane.


Marco Rizzi

Feriae Augusti Ecco il primo «ponte festivo»


I Romani, considerando quelli antichi, non erano grandi lavoratori, almeno non nella misura che intendiamo oggi. Pur avendo sviluppato una sofisticata civiltà urbana con tutte le dinamiche proprie di una città, anzi di una metropoli, la scansione del tempo nella Roma capitale imperiale restava legata alle lontane origini contadine e al ciclo caratteristico della cura dei campi. Così, le giornate di festa che seguivano la vendemmia determinavano pure la sospensione delle attività forensi, e il solstizio d’inverno a dicembre, quando la seminagione era conclusa e si trattava ormai solo di aspettare il raccolto, forniva l’occasione per celebrare i Saturnalia in onore di Saturno, dio dell’abbondanza, con banchetti che duravano più giorni e lo scambio reciproco di doni.

Al termine dei lavori agricoli estivi, invece, si tenevano i Consualia, per ringraziare il dio Conso, il dio «nascosto», per l’avvenuta mietitura del grano. Secondo Livio, era stato lo stesso Romolo a istituire la festa, per invitare le popolazioni vicine a intervenire e potere così rapirne le donne, in quello che è passato alla storia con il nome di «ratto delle Sabine».

Come che sia, tra luglio e agosto le feste a Roma si andarono moltiplicando, finché nel 18 a.C. l’imperatore Augusto, al culmine del potere, nello stesso anno in cui promulgò le leggi che reprimevano il lusso, l’adulterio e la corruzione, pensò bene di concedere un ulteriore giorno di festa il primo di agosto (Kalendae Augusti), che prese così il nome di Feriae Augusti. In questo modo, si creò il primo ponte festivo della storia, che unificava e prolungava le celebrazioni preesistenti, garantendo un consistente periodo di riposo (gli Augustali), in cui era tradizione che i patroni, i ricchi proprietari terrieri inurbati, elargissero mance ai propri clientes e ai lavoratori che rendevano loro omaggio. Oltre agli immancabili sacrifici e banchetti, le celebrazioni prevedevano corse di cavalli, muli e altri animali da tiro.

Con la progressiva cristianizzazione dell’Impero a partire dal IV secolo, l’antico calendario delle festività romane, ormai diffuso in tutti i territori conquistati, venne poco alla volta interamente riorientato in direzione della nuova religione: il primo giorno della settimana divenne il Dies Dominicus, il giorno del Signore, la domenica, giorno di festa e perno della nuova scansione del tempo. La principale festività cristiana, la Pasqua, fu fatta coincidere, non senza lunghe discussioni, con la domenica successiva al plenilunio di primavera; si trattava comunque di un’eredità proveniente dal calendario e dalla tradizione ebraica, sostanzialmente estranea al mondo romano. Ben presto, invece, si pose il problema di sostituire le titolazioni delle festività antiche, cui la popolazione non intendeva rinunciare, vuoi per abitudine, vuoi perché pur sempre corrispondenti alla scansione delle attività economiche, ancora determinata dalla suddivisione dei tempi della vita agricola.


Nacquero così, nel corso dei decenni immediatamente successivi, una serie di celebrazioni che vennero a sovrapporsi a quelle preesistenti; il caso più evidente è quello del Natale, che sostituì i Saturnalia, conservando però l’usanza dello scambio dei doni e in Occidente — quasi a compensazione — mutuando il periodo di preparazione (l’Avvento) da quello che precede la Pasqua (la Quaresima). Lo sviluppo della devozione per la Madre di Cristo, la Vergine Maria, attestato già nel II secolo, favorì la nascita di festività che la vedevano protagonista, per lo più accanto al Figlio, di episodi narrati nei vangeli, come l’Annunciazione o la presentazione di Gesù al Tempio. Il fiorire del culto mariano, confermato dal concilio di Efeso del 431, venne alimentato e diffuso da numerosi scritti non entrati nel canone del Nuovo Testamento, ma di grande impatto sulla religiosità e la teologia tardoantica (i cosiddetti Apocrifi); si aggiunsero così ulteriori spunti per procedere alla completa cristianizzazione del calendario.

Tra questi testi, particolare rilievo ebbe la cosiddetta Dormizione di Maria, il racconto cioè della sua diretta assunzione in cielo senza conoscere la morte; anche se questo specifico aspetto è oggetto di sottili discussioni teologiche (grosso modo, i teologi orientali propendono per questa soluzione, mentre quelli occidentali ritengono che la Vergine abbia conosciuto la morte), l’elemento peculiare è che Maria è salita al cielo unita al proprio corpo, unica con il Figlio, mentre tutti gli altri uomini dovranno attendere la resurrezione finale, inclusi i santi che certamente già ora godono del Paradiso, ma solo con l’anima.

Le prime tracce di una festa liturgica in onore della Vergine Assunta risalgono alla Gerusalemme del VI secolo; da lì, nel giro di pochi decenni, si diffuse in tutto l’Oriente, per essere infine accolta a Roma sotto Papa Sergio I (687-701), nato a Palermo, ma di ascendenze siriache. Questi introdusse l’uso di una processione che saliva dalla Curia di Roma antica, trasformata in chiesa, sino alla basilica costruita sull’Esquilino in onore della Vergine, l’attuale Santa Maria Maggiore, da tenersi il 15 agosto.

Alla nuova festa, come di consueto, si saldarono le antiche usanze, a partire dal nome più o meno storpiato, e per tutto il Medioevo i maggiorenti romani elargivano mance al popolo, in misure stabilite da una prassi consolidata, sino a che venne proibita da Giulio II, che aveva da pagare le ingenti spese delle sue impresi architettoniche e pittoriche. La pratica, però, rimase viva, e ancora all’inizio del Novecento se ne trovano tracce nella cultura popolare dei Paesi cattolici dell’Europa Meridionale; in qualche misura, anche il palio che si corre a Siena nel giorno successivo all’Assunta potrebbe rimontare alle corse degli antichi Consualia.

In Italia, in particolare, l’organizzazione del dopolavoro fascista promosse l’escursionismo nei giorni a ridosso del Ferragosto, che divenne così la vacanza per eccellenza. La proclamazione del dogma dell’Assunzione di Maria da parte di Pio XII nel 1950 la trasformò in una delle principali ricorrenze del calendario cattolico; la festa della Dormizione di Maria è celebrata anche da alcune chiese appartenenti alla comunione anglicana.


Il Corriere della sera/La Lettura – 12 agosto 2018

50 anni fa a Praga moriva la speranza



Tra il 20 e il 21 agosto 1968 i sovietici invasero la Cecoslovacchia e misero fine all’esperimento del «socialismo dal volto umano». L'articolo parla solo di Dubcek, noi ricordiamo il popolo di Praga, e soprattutto i giovani, che pacificamente riempirono le piazze e le strade e circondarono i carri armati per gridare la loro protesta.

Emilio Gentile

La primavera di Dubcek morì d’estate


Il 12 agosto 1968 giunse a Karlovy Vary, cittadina termale della Cecoslovacchia, Walter Ulbricht, che dal 1950 deteneva il potere assoluto nel regime comunista della Repubblica democratica tedesca. Era venuto per incontrare Alexander Dubcek, eletto il 5 gennaio segretario generale del partito comunista cecoslovacco. Dub?ek considerava «l’uomo dalla celebre barbetta da capra», come lo descrive nella sua autobiografia, «un dogmatico fossilizzato già ai tempi di Stalin», e lo trovava personalmente «ripugnante». E ancor più ripugnante dovette considerarlo durante la sua visita, avvenuta mentre Dubcek era impegnato in un asperrimo confronto con Leonid Brežnev, l’onnipotente capo dell’Unione sovietica, ostile al nuovo corso intrapreso dal partito comunista cecoslovacco per realizzare un «socialismo dal volto umano».

Altrettanto ostili erano Ulbricht e i despoti comunisti di Polonia, Ungheria e Bulgaria. Da otto mesi, infatti, Dubcek aveva avviato un esperimento di riforma del regime comunista, per affrontare la grave crisi economica e sociale, acuita dall’asfissia d’ogni vitalità culturale, che stava degradando lo Stato cecoslovacco, nato alla fine del 1918 dalla unione fra la nazione ceca e la nazione slovacca, dopo la dissoluzione dell’impero austro-ungarico.

Da tale condizione, Dubcek voleva risollevare il suo Paese, facendo approvare dal partito comunista, il 5 aprile 1968, un «programma d’azione» elaborato dalla corrente riformatrice, partendo dal presupposto che la nascita della Cecoslovacchia era stata «un progresso importante per lo sviluppo nazionale e sociale delle due nazioni». Il regime socialista, instaurato nell’ambito della comunità degli Stati socialisti guidata dall’Unione sovietica, aveva voluto proseguire sulla via dello sviluppo nazionale e sociale, eliminando «lo sfruttamento capitalistico e le ingiustizie sociali che ne derivavano».


Questo era nei propositi: nella realtà, denunciava Il programma d’azione del Partito comunista di Cecoslovacchia, era avvenuta la «deformazione del sistema politico», dovuta alla «posizione monopolistica del potere in mano ad alcuni elementi», che aveva condotto «alla paralisi dell’iniziativa a tutti i livelli, all’indifferenza, al culto della mediocrità ed ad un esiziale anonimato», a una persistente crisi economica e sociale, aggravata da «un meccanismo che creava l’impotenza e la frattura tra la teoria e la pratica», provocando una generale degradazione morale e culturale.

L’unico rimedio per sanare la crisi e consolidare il socialismo, sostenevano Dubcek e i riformatori, era l’attuazione di un nuovo modello di «democrazia socialista», ispirata al marxismo-leninismo, promossa e guidata dal partito comunista, il quale, però doveva rinunciare al monopolio del potere, alla prevaricazione sullo Stato, al dogmatismo; restaurare i diritti civili e la libertà di espressione, di associazione, di iniziativa. Tutto questo, precisava il programma, doveva essere attuato senza rimettere in discussione in politica estera l’adesione al Patto di Varsavia, che nel 1955 aveva subordinato le democrazie alla supremazia della Russia.

Avevano però ragione il capo dell’Urss e i despoti dei regimi satellitari a considerare la democrazia socialista di Dubcek una eresia pericolosissima, che avrebbe potuto diffondersi fra i popoli assoggettati al totalitarismo comunista. Al di là del linguaggio cauto, infatti, il programma dei riformatori era un attacco radicale al «socialismo reale» e al suo corposo, immenso sistema di dominio, fondato sul monopolio del potere concentrato nelle mani dell’oligarchia privilegiata dei partiti comunisti e delle loro burocrazie. Contro un attacco così radicale, i despoti comunisti potevano concepire un solo rimedio altrettanto radicale, già sperimentato nel 1956 in Ungheria con efficaci risultati: stroncarlo con la forza delle armi.

Così avvenne. Nella notte fra il 20 e il 21 agosto 1968, truppe con carri armati dell’Unione sovietica, Polonia, Repubblica democratica tedesca, Ungheria e Bulgaria, invasero la Cecoslovacchia. Dubcek e gli altri governanti furono arrestati e trasportati a Mosca dove furono costretti, racconta Dubcek, a fare «concessioni dolorose e umilianti per evitare il peggio», cioè un massacro della popolazione ceca e slovacca. Al potere in Cecoslovacchia furono insediati nuovamente i comunisti proni agli ordini del Cremlino. I riformatori, costretti al silenzio, furono diffamati e perseguitati come controrivoluzionari in combutta con l’imperialismo occidentale. Quasi mezzo milione furono gli iscritti espulsi dal partito; decine di migliaia abbandonarono il Paese. La «primavera di Praga», come fu chiamata, era stata stroncata.

Dubcek, inviato come ambasciatore in Turchia, rientrato in patria ed espulso dal partito nel 1970, trovò lavoro come manovale, vivendo per venti anni sotto un controllo poliziesco quotidiano. Ebbe molto tempo per meditare sulla fine tragica della «primavera di Praga», che lui aveva coraggiosamente avviato, pensando sinceramente, col suo generoso e forse ingenuo idealismo, di poter realizzare un «socialismo dal volto umano» in un Paese accerchiato dal socialismo reale, che era nel 1968 possente e dominante, e che di «umano » in tutte le sue attuazioni, aveva soprattutto la malvagità e la volontà della più spietata oppressione.


I despoti del socialismo reale stroncarono la «primavera di Praga», per evitare che divenisse una calda estate, e incendiasse gli sclerotizzanti regimi del totalitarismo comunista. Ma l’ingenuo idealista Dubcek ha avuto la rivincita, assistendo alla fine del socialismo reale. Nel 1989, fu eletto presidente dell’Assemblea nazionale nella rinata Repubblica democratica cecoslovacca, che lui, slovacco, tentò di mantenere unita. Un mortale incidente d’auto, il 14 novembre 1992, non lo fece assistere alla separazione fra la Repubblica ceca e la Repubblica slovacca.

Fu dunque alla fine un vincitore? Certo, lo fu, personalmente. La sua sfortunata impresa politica ha consegnato l’idealista Dubcek alla Storia, con l’aureola di una straordinaria dignità. Ma è stato comunque sconfitto il «socialismo dal volto umano», coinvolto nella rovina del socialismo reale, che è stato sostituito dal nazionalismo illiberale nei paesi dove aveva dominato. Di socialismo dal volto umano non si parla più in tempi di «democrazia recitativa». Tuttavia, gli idealisti possono tentare una nuova impresa: realizzare una «democrazia dal volto umano», che dell’umano abbia anche, con comportamento conseguente, la mente e il cuore.


Il Sole 24Ore – 12 agosto 2018