TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 8 luglio 2021

Raffaella Carrà è viva e lotta insieme a noi!

 


E' morta Raffaella Carrà e l'Italia è in lutto. Visto che viviamo in una società dove la TV è la misura di tutte le cose, questa reazione ha una sua logica. Ma che dire di Rifondazione che si appropria del personaggio presentandola come una comunista esemplare perché una volta avrebbe detto di aver votato PCI. Per non parlare di chi la ha definita "artista del popolo" manco fosse Majakovskij o, come Arbore "una rivoluzionaria popolare" ammesso che questa stupidaggine voglia dire qualcosa . E' davvero un peccato che fosse troppo giovane altrimenti si sarebbe potuto tirare fuori la Resistenza che, come il prezzemolo in cucina, va bene per tutti i piatti.

Sia chiaro, Raffaella Carrà è stata una grande e serissima professionista dello spettacolo e merita rispetto, ma questi sinistri da salotto fanno rimpiangere i tempi in cui il mito era "Baffone" Stalin. Come dire: dalla tragedia alla farsa. " E poi dicono che uno si butta a destra", avrebbe detto Totò cogliendo perfettamente lo spirito dei tempi in cui ci tocca vivere.


mercoledì 7 luglio 2021

Raffaele K. Salinari, Addio ad Angelo Del Boca. Smontò il mito degli italiani "brava gente"

 


Addio ad Angelo Del Boca. È morto il più grande storico del «nostro» colonialismo. Denunciò la guerra Nato in Libia e i campi di concentramento per migranti

Raffaele K. Salinari

L’Africa degli italiani brava gente e dei raid aerei all’iprite

Ci ha lasciato Angelo Del Boca, la coscienza critica del colonialismo degli «italiani brava gente». Nato a Novara il 23 maggio del 1925; il padre aveva combattuto come fante nella prima battaglia dell’Isonzo durante la Grande Guerra e dunque già da piccolissimo si era dovuto confrontare con gli interrogativi che immancabilmente attraversano quanti hanno vissuto, più o meno direttamente, un’esperienza così traumatica. Nei libri autobiografici, in particolare in quelli che ricordano la sua esperienza partigiana, il ruolo testimoniale del padre e le ombre gettate sul suo mondo giovanile dalla Grande Guerra, diventano centrali nella formazione di una sensibilità verso i processi storici in generale e quelli coloniali in particolare.

ANGELO DEL BOCA partecipa alla Seconda Guerra Mondiale e dopo essere stato deportato in Germania a seguito dell’armistizio dell’8 settembre, si arruola nella Repubblica di Salò, nella divisione alpina Monte rosa, dalla quale però diserta per entrare a far parte della Resistenza nelle formazioni di Giustizia e Libertà.

Fu il primo studioso italiano a gettare uno sguardo critico sul periodo coloniale italiano ed in particolare a documentare le atrocità compiute dalle nostre truppe in Libia e in Etiopia. Le sue denunce sui bombardamenti aerei sui centri abitati e l’impiego di armi chimiche come l’iprite, il fosgene e l’arsina, fecero molto scalpore nel mondo accademico ma, forse ancor più, in quello politico, dato il diffuso negazionismo che nel secondo dopo guerra imperava nella narrativa sulle vicende italiane in Africa Orientale. Per queste sue posizioni Angelo Del Boca è stato per lungo tempo avversato sia dalla stampa conservatrice sia dalle associazioni di reduci dall’Africa Orientale italiana.

INDICATIVA, NEL MERITO ed anche nei toni, la polemica che lo contrappose per anni, sulle pagine del Corriere della Sera, ad Indro Montanelli che sosteneva, al contrario delle evidenze storiche raccolte da Del Boca, l’opinione agiografica e falsamente consolatoria secondo la quale quello italiano «fu un colonialismo mite e bonario, portato avanti grazie all’azione di un esercito cavalleresco, incapace di compiere brutalità, rispettoso del nemico e delle popolazioni indigene». Una visione alquanto «romantica» di cosa significa essere in guerra e soprattutto in una guerra coloniale. A questo proposito bastino le riflessioni di Frantz Fanon, autore molto amato da De Boca, e dei molti resistenti africani alle brutalità di tutti gli eserciti coloniali, per far capire la profondità e l’attualità quasi scandalosa del suo pensiero già negli anni Sessanta.

ALLA FINE, PERÒ, nel 1996 lo stesso Montanelli si scusò pubblicamente con lui quando lo studioso dimostrò, attraverso documenti inoppugnabili, le brutalità commesse dell’Esercito della «brava gente» in Etiopia. La denuncia su base storica ed etica della retorica del «Paese di pace che però è costretto a fare la guerra» ha attraversato tutto il suo apparato critico gettando così nuova luce sulle relazioni tra politica e guerra anche nel periodo post coloniale.

DA QUI LA POSIZIONE di Angelo del Boca contro le nuove avventure dell’Italia in Libia, sostenuta dalla consapevolezza che la verità storica servisse anche come faro per orientare l’opinione pubblica italiana a fare chiarezza su quelle che chiama più volte «le nostre responsabilità rispetto alle popolazioni che avevamo aggredito», convinto per questo del fatto che «bisognava evidenziare in primo luogo i crimini italiani», come ebbe modo di dire durante una intervista al Corriere nel gennaio del 2011.

Questa sua ricerca della verità storica, e soprattutto la capacità di porsi dalla parte dei popoli che avevano subito la colonizzazione, e delle relativa azioni di resistenza specie in Etiopia, serviva dunque ad illuminare le vicende attuali ed il rischio di nuovi coinvolgimenti militari in quell’Africa che già ci aveva visto come colonizzatori. Posizioni che gli valsero nel 2014 la Laurea honoris causa in Storia Africana da parte dell’Università di Addis Abeba.



NEL CORSO DEGLI ANNI le sue pubblicazioni hanno dunque spaziato dal primissimo L’Africa aspetta il 1960, al poderoso Gli italiani in Africa orientale edito già negli anni Settanta, sino al recentissimo Gheddafi – Una sfida dal deserto, del 2014.

Come un altro studioso appassionato e sensibile recentemente scomparso, Calchi Novati, del quale era amico ed estimatore, Del Boca ha accompagnato dunque la storia politica e culturale del continente africano sin dalle prime avvisaglie dei movimenti indipendentisti, che lui aveva già ravvisato nel fenomeni di resistenza delle popolazioni al giogo coloniale.

La sterminata bibliografia disegna dunque un percorso inesausto che rileggendo le vicende coloniali del nostro Paese allarga gli orizzonti a tutto il fenomeno delle relazioni tra Europa e Africa, attraverso la ricerca di documenti di prima mano, spesso non solo sconosciuti ma deliberatamente nascosti. Anche la sua storia partigiana è tematizzata in diversi libri, tra cui l’ultimo, del 2015 Nella notte ci guidano le stelle: La mia storia partigiana.

MA FORSE IL SUO contributo più importante rimane quello sull’attualità della questione libica. Conoscitore profondo non solo della storia ma dell’antropologia del Paese africano, De Boca ha più volte espresso – proprio sulle pagine de il manifesto – il suo estremo e motivato disaccordo sulle relazioni italo libiche in particolare e di quelle tra Europa e Libia in generale dopo quello che lui giustamente chiamava l’assassinio di Gheddafi. Il suo criticismo è divenuto ancora più radicale in relazione alla possibilità che l’Italia potesse essere direttamente coinvolta in un intervento militare nel Paese africano.

LA SUA DENUNCIA di una Libia allo sbando di cui, come disse in una recente intervista «almeno 140 gruppi si contendono il territorio, si sono divisi il potere e i depositi di petrolio», lo portava ad esprimere una dura critica alla posizione europea in quanto l’abbattimento del regime di Gheddafi aveva «riportato il tribalismo, sono scomparsi i confini amministrativi, si è tornati indietro di due secoli, a prima dell’Impero Ottomano».

Anche se il suo giudizio su Gheddafi non era positivo, lo riteneva un dittatore, per Del Boca, d’altra parte farlo cadere così, senza alternative, era stato un errore, perché «lui almeno faceva da cintura contro l’estremismo». In particolare la sua preoccupazione, che nel recente periodo è apparsa più che giustificata, era legata alla quantità enorme di armi che si potevano trovare ovunque e che inevitabilmente sarebbero finite nelle mani di chiunque. Facile profeta, inascoltato, Del Boca sin dalla caduta di Gheddafi alzò la voce per mettere in guardia dal fatto che una Libia fuori controllo sarebbe diventato un santuario per il nascente radicalismo di matrice islamica e che dal suo territorio oramai disarticolato sarebbero stati alimentati i conflitti nel Mali e nel Ciad.

L’ULTIMO MONITO, sempre sulla base storica dei campi di concentramento nelle zone più aride del paese, dove il nostro Esercito coloniale aveva raccolto intere popolazioni della Cirenaica, con un bilancio finale di 40 mila morti a causa delle malattie, il cattivo nutrimento e le continue percosse o fucilazioni, Del Boca lo ha dedicato alla gestione esternalizzata dei flussi migratori. Esattamente come le recenti decisioni a livello europeo sembrano volere fare.

Il manifesto- 7 luglio 2021

martedì 6 luglio 2021

Come eravamo. Note sulla rivoluzione cinese del 1925-27 (1970)

Tra la fine del 1969 e l'inizio del 1970 si tenne alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Genova un seminario autogestito sulla rivoluzione cinese. La mia partecipazione consistette in una relazione di cui riporto la traccia. Allora, come peraltro risulta evidente dal testo, militavo in Lotta comunista ed ero attivo nel Collettivo leninista di Balbi di cui facevano parte anche militanti dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari.

Per leggere il testo cliccare sull'immagine











sabato 3 luglio 2021

Lou Dalfin a Cuneo

 


Riceviamo e molto volentieri facciamo circolare


Lou Dalfin

GRAN BAL DUB

@cunicolifestival

Domenica 4 Luglio, ore 21

Birrovia Vecchia Stazione, Cuneo


“L'Occitano Volante e la ciurma hanno stivato ghironde, fisarmoniche, cornamuse, flauti, violini. Il motore che li farà volare è fatto di macchine azionate dal fuochista infernale #Madaski”


Come eravamo: Miguel Littin e il cinema di Unidad Popular (1978)

 


Due considerazioni a mo' di premessa


L'età e lo scoprirsi ammalati porta a riconsiderare il senso profondo delle cose e del tempo. Cambia soprattutto la scala di priorità. Può significare, come nel mio caso, assumere un atteggiamento più distaccato verso il presente a vantaggio del recupero di una memoria e di un percorso personale che in molti snodi si è intrecciato con dinamiche collettive e può quindi rappresentare un possibile punto di osservazione, per quanto ultraminimalista e provinciale, su momenti della storia della sinistra a partire dalla fine degli anni '60. Per questo nei mesi a venire Vento largo sarà in larga parte dedicato alla pubblicazione di materiali prodotti in vari momenti di un percorso iniziato con l'esplosione studentesca del 1967-68.

Iniziamo con un documento del 1978, quando in occasione della Festa provinciale dell'Avanti! mi occupai di organizzare una settimana della cultura socialista imperniata su una mostra di manifesti dal 1892 al 1978 e su una rassegna del cinema di Miguel Littin, grande regista cileno sostenitore convinto di Salvador Allende e dell'esperienza di Unidad Popular.

La proposta di trasformare una festa di partito in un momento culturale alto all'inizio suscitò non poche perplessità, la cosa era considerata troppo elitaria. Avrebbe interessato, si diceva,  solo un ristretto pubblico di intellettuali e di cinefili. Timori smentiti poi dal grande successo dell'iniziativa. Il Film Studio si rivelò insufficiente a ospitare tutti gli interessati, tanto che molti assistettero alle proiezioni in piedi o su seggiolini recuperati in modo avventuroso addirittura in bar vicini. Una cosa impensabile oggi, ma che dimostra quanto fosse culturalmente recettiva Savona in quegli anni e quanto soprattutto fosse ancora vivo e doloroso il ricordo dei fatti cileni.

È doveroso ricordare che l'organizzazione dell'evento fu resa possibile dalla fraterna collaborazione di Mirco Bottero, instancabile animatore culturale purtroppo oggi colpevolmente dimenticato, che, oltre a mettere a disposizione i locali, si occupò del reperimento delle pellicole. A me toccò la presentazione dei film e della conduzione dall'allora immancabile dibattito, oltre che dalla redazione del pieghevole illustrativo dell'iniziativa. Naturalmente, considerato che il diavolo notoriamente fa le pentole ma non i coperchi, la cosa non filò del tutto liscia: il tipografo omise di riportare dove le proiezioni si tenevano e questo mi costò ore di lavoro a scrivere su ogni depliant, ed erano davvero tanti, l'indirizzo del Film Studio. Proprio come il piccolo scrivano fiorentino di deamicisiana memoria, ma con almeno tre differenze: una bottiglia di whisky, almeno due pacchetti di Celtique, praticamente catrame puro, e una sfilza di bestemmioni da far impallidire anche il più feroce mangiapreti. Ma eravamo giovani, se questo può servire da scusante...

Giorgio Amico






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giovedì 1 luglio 2021

Spagna '36


 












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sabato 26 giugno 2021

Arrigo Cervetto, l'uomo e il rivoluzionario (1927-1995)

 



Il quaderno è consultabile sul sito https://independent.academia.edu/GiorgioAmico