TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 12 aprile 2024

Quando in Unione Sovietica scomparve lo Stato

 


Nel gennaio 1960 l'Unità con un articolo in prima pagina annunciava  con toni trionfalistici che in Unione Sovietica si era ormai giunti alla piena realizzazione del comunismo e all'estinzione dello Stato a partire proprio dal Ministero dell'Interno e dell'apparato repressivo. Per il PCI un'ulteriore conferma che l'URSS era il paese più libero e democratico del mondo.

Il Quaderno, che comprende, oltre a una nostra introduzione, la riproduzione della prima pagina de l'Unità del 14 gennaio 1960 e l'articolo integrale di Giuseppe Boffa, può essere scaricato dal sito www.academia.edu..

domenica 7 aprile 2024

ULRICH ELSENER alla Galleria Entr'acte

 


Sandro Ricaldone (curatore della mostra)
  

ULRICH ELSENER
einfarbig aber nicht eintöning
(monocromo, non monotono)
a cura di Sandro Ricaldone
Entr’acte
via sant’Agnese 19r – Genova
10 aprile – 3 maggio 2024
orario: mercoledì- venerdì 16-19
inaugurazione:
mercoledì 10 aprile, ore 17


Ulrich Elsener (Biel 1943) è conosciuto a Genova, dove vive e lavora da decenni, in alternanza con Zurigo, per le mostre tenute in gallerie (Studio Leonardi, Spazio Della Volta, Artré, Entr’acte) e in spazi pubblici (Galata Museo del Mare, Palazzo Ducale), imperniate su fasi diverse del suo percorso creativo: le “immagini d’ombra”, le “maschere”, i “volti-paesaggi”.

L'artista, tuttavia, ai suoi esordi, sul finire degli anni Sessanta e lungo il decennio successivo, si era brillantemente affermato coltivando i modi della pittura concreta, dominante in Svizzera nel secondo dopoguerra. A quel tempo si riporta appunto la mostra ora allestita da Entr’acte attraverso un “oggetto” (acrilico su pannello) e quattro serigrafie, oltre a una copiosa raccolta fotografica e documentale.
Si tratta di lavori che in occasione di una personale tenuta alla Galerie Impact nell’aprile 1972 venivano così appropriatamente descritti in un articolo (siglato J.D.R) comparso sulla Gazette de Lausanne:
“La gradazione dei toni nelle composizioni si basa su una curva logaritmica, che permette di calcolare le intensità dei colori. Gradazioni così sottili potrebbero essere ottenute con una stima ottica, ma Elsener preferisce una risoluzione matematica all'empirismo dell'occhio. L'originalità della ricerca di questo artista, fortemente influenzato dalla Minimal Art, risiede più nell'integrazione dell'oggetto nell'ambiente che nel fenomeno ottico derivante dalla successione di bande monocromatiche, vere e proprie gamme di grigi o di blu. L'oggetto conquista lo spazio e la gradazione serve a favorire l'esplosione o l'implosione visiva della proposta. Una ricerca di questo tipo, basata sul carattere poliforme e sulla variazione progressiva o decrescente del contrasto, sembra aprire nuove prospettive nell'integrazione dell'arte con l'architettura”. 

Antifascisti savonesi nella guerra di Spagna


 Scaricabile dal sito www.academia.edu

Malcom X, gli afroamericani e le lotte dei popoli di colore

 



Nel 2012 la Federazione del Partito della Rifondazione Comunista di Savona tenne una Scuola di politica sul tema dell'Africa. Il corso si tenne nella Sala conferenze del Comune di Savona,  la Sala Rossa, con una buona partecipazione di pubblico Fra i relatori spiccava il Professor Raffaele Salinari, medico, docente universitario e esperto, grazie ad una lunga esperienza di volontariato in Africa, di cooperazione internazionale. 

Il mio contributo fu una lezione incentrata sulla realtà della minoranza afro negli Stati Uniti e sulla figura di Malcom X, uno dei temi centrali della mia tesi di laurea discussa nell'ormai lontano 1975.

Ne derivò una dispensa che riprendeva sintetizzandolo il contenuto della relazione e che da oggi è disponibile sul sito www.academia.edu nella pagina che raccoglie i miei lavori. 

G.A.


mercoledì 3 aprile 2024

I trotskisti italiani e il Maggio francese

 



L'ondata di occupazioni che tra la fine del 1967 e la primavera del 1968 travolgono l'intero sistema universitario italiano sembrano offrire ai trotskisti, raccolti nei Gruppi comunisti Rivoluzionari (GCR) e ancora operanti in modo semiclandestino all'interno del PCI, nuove confortanti prospettive di sviluppo. I GCR tentarono di affrontare la nuova situazione in un convegno del marzo ’68, destinato a stabilire se la tattica "entrista", praticata fin dalla fondazione dell'organizzazione, avesse ancora senso. Insomma, per dirla gramscianamente, se dalla guerra di posizione si dovesse passare alla guerra di movimento.

La conferenza portò alla luce le profonde divergenze esistenti all'interno della sezione italiana della Quarta Internazionale e anche i contrasti, non solo politici ma anche personali, che laceravano il suo gruppo dirigente dove una generazione di giovani quadri sempre più insoddisfatti del tatticismo esasperato di Livio Maitan stava emergendo a Roma e Milano. Una insofferenza acuita due mesi più tardi dai fatti francesi.

Il Maggio, di cui i gruppi trotskisti erano stati la forza trainante, mostrava che la stagione dell'entrismo era finita e che la lotta aperta contro partiti comunisti ancora profondamente stalinisti pagava.

Livio Maitan, fondatore e leader storico dei GCR, ritenne che i fatti francesi potessero da soli risolvere la situazione. Le risorse finanziarie, sempre piuttosto scarse, dei GCR furono impegnate nel fornire una informazione di prima mano mettendo in risalto il ruolo importante svolto dai trotskisti e la necessità, contro ogni tentazione spontaneistica, di una organizzazione ancorata ai tradizionali principi leninisti. Da qui il numero speciale della rivista teorica "Quarta Internazionale", interamente dedicato al Maggio. Seguirono poi alcuni opuscoli pubblicati dalla nuova casa editrice Samonà e Savelli, di fatto un'emanazione dei GCR di cui i due editori erano militanti.

Iniziativa sicuramente meritevole che permise di far conoscere meglio ciò che stava accadendo in Francia a una generazione di giovani che stava passando da una fase puramente rivendicativa, quasi di sindacalismo studentesco, ad un più complessivo impegno politico fortemente declinato in chiave rivoluzionaria.

Del tutto insufficiente invece a far superare la crisi che travagliava l'organizzazione trotskista, tanto che immediatamente dopo l'estate i GCR implosero dando vita a una miriade di nuove organizzazioni, da Servire il Popolo a Avanguardia Operaia, caratterizzate da un passaggio repentino dal trotskismo al maoismo.

Dei vecchi GCR restarono attivi solo dei piccoli nuclei in una decina di città. La grande ondata di lotte operaie dell'anno successivo permetterà un rilancio dell'attività con risultati non disprezzabili soprattutto a Torino, ma insufficiente a far uscire l'organizzazione dalla condizione di marginalità in cui si la crisi del '68 l'aveva precipitata.

Altri erano ormai i punti di riferimento di un movimento che pareva inarrestabile. Il Movimento studentesco della Statale e i nuovi partitini - dal Manifesto, a Potere Operaio, da Lotta Continua ad Avanguardia Operaia fino all'ultrastalinista e caricaturale Servire il Popolo – avrebbero monopolizzato almeno fino alla metà degli anni Settanta l'ambito della sinistra rivoluzionaria.

A differenza dei loro compagni francesi, i trotskisti italiani avevano perso l'occasione per diventare una reale alternativa al Partito comunista. Un fallimento di cui Livio Maitan , dal 1949 leader incontrastato della sezione italiana della Quarta, portava non poche responsabilità. Ma questa, come si suol dire, è un'altra storia.



G.A.


il quaderno è liberamente scaricabile dal sito www.academia.edu

venerdì 29 marzo 2024

Avanguardia Operaia. Reprint del primo numero (Dicembre 1968)




Avanguardia Operaia, o meglio l'Organizzazione Comunista Avanguardia Operaia (sigla OCAO), nasce a Milano nel 1968 nel quadro della disintegrazione avvenuta in quell'anno dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari (GCR), la sezione italiana della Quarta Internazionale.

Abbandonato il campo trotskista in favore di un maoismo moderato, ben lontano dalle pagliacciate dei gruppi m-l, come "Servire il Popolo" di Aldo Brandirali paradossalmente proveniente dallo stesso ambito trotskista milanese, AO prende presto carattere nazionale unificandosi via via con gruppi e collettivi di Torino, Venezia, Perugia, Roma, Napoli e aprendo sedi in città importanti come Genova.

Già dal dicembre 1968 editerà una rivista teorica dallo stesso nome, di cui in previsione di un quaderno interamente dedicato a ricostruire storia e posizioni dell'organizzazione, presentiamo in questo quaderno il primo numero.

Della rivista usciranno 27 numeri per essere poi sostituita nel febbraio-marzo 1973 da una nuova rivista: "Politica comunista". Nel frattempo, a partire dal 1971 al mensile si affiancherà un foglio di agitazione dal titolo simile, "Avanguardia Operaia, giornale di agitazione comunista", con cadenza prima quindicinale e poi settimanale, a sua volta sostituito a partire dal 1974 dal giornale "Quotidiano dei lavoratori" che cesserà le pubblicazioni nel 1979.

Quanto all'Organizzazione politica, dopo un lacerante e confuso dibattito interno, di cui il pamphlet polemico "I senza Mao" di Silverio Corvisieri resta efficace testimonianza, Avanguardia Operaia si scioglierà nel 1977 per confluire nel processo di formazione di Democrazia Proletaria.


Il quaderno è liberamente consultabile e scaricabile dal sito www.academia.edu


domenica 17 marzo 2024

La sinistra italiana e Stalin

 


Simul stabunt vel simul cadent.

La sinistra italiana e Stalin





In questo quaderno pubblichiamo, riprendendolo dagli atti parlamentari, il resoconto delle sedute che il 6 marzo 1953 Senato e Camera dei deputati della Repubblica dedicarono alla commemorazione di Stalin. Una documentazione importante non solo per comprendere meglio il clima di quel particolare momento della storia politica italiana, ma anche per approfondire la conoscenza di alcuni degli esponenti principali di una sinistra quasi interamente asservita allo stalinismo e alla propaganda sovietica.

L'intervento di Scoccimarro in rappresentanza del Partito comunista ne è forse l'esempio più chiaro e, nella sua brutale ottusità ideologica, segna una delle pagine più buie della storia del Senato. Il discorso dell'esponente comunista, che riprende senza batter ciglio una ad una le peggiori menzogne della propaganda staliniana, al punto di esaltare come una conquista della civiltà quella collettivizzazione forzata delle campagne costata la vista a milioni di piccoli contadini, è paragonabile per il disprezzo della verità e dell'autorità morale del Parlamento solo ai discorsi tenuti nella stessa aula da Benito Mussolini negli anni infausti della dittatura. E non cambia ovviamente nulla che l'esponente comunista fosse fanaticamente convinto delle sue idee. Anche Mussolini era convinto di ciò che sosteneva e di essere la guida di una rivoluzione di tipo nuovo che avrebbe trasformato in meglio l'Italia. Insomma, anche se espresse in buona fede, le menzogne restano comunque menzogne.

Che dire poi della celebrazione apologetica di Pertini, che interviene per il Partito socialista ? Frase dopo frase vediamo crollare il mito costruito su di lui durante e dopo gli anni della Presidenza della Repubblica, portando alla luce il cinismo di quello che fu in realtà un politico mediocre, prima autonomista, poi stalinista, poi di nuovo autonomista. A differenza di Nenni, personaggio altrettanto contraddittorio ma che ragionava secondo una visione politica di prospettiva, Pertini si dedicò soprattutto a difendere la rendita di posizione derivante dal suo comunque importante passato antifascista, appoggiando di volta di volta chi gli pareva potesse garantirgli meglio gli spazi di potere, peraltro esigui, detenuti all'interno del gruppo dirigente socialista. Un cinico, lo definirà Panzieri e anche in questa occasione Pertini si mostrerà attento a non eccedere nei toni, allineandosi allo stalinismo imperante nella sinistra ma con moderazione. Limitandosi, insomma, a fare della mera retorica da comizio.

Più calibrato l'intervento di Togliatti alla Camera, ulteriore prova, se ce ne fosse bisogno delle capacità dialettiche dell'uomo, ma anche del suo insopportabile vezzo a posare da professorino. La sua citazione manzoniana, che di fatto assimila Stalin a Napoleone, è un pezzo da antologia.

Quanto a Nenni, non può non colpire, nonostante dall'inizio degli anni Trenta a decine si contassero le testimonianze sui metodi usati nella gestione del potere dall'autocrate del Cremlino, la asserita, ma chissà quanto sincera, convinzione che parlare per la Russia di dittatura fosse una mera calunnia a fini propagandistici di un Occidente guerrafondaio e bellicista che in Stalin combatteva soprattutto l'eterno anelito dell'umanità alla pace.

La storia, si sa, è impietosa e non fa sconti. Tre anni dopo, proprio uno dei principali complici di Stalin, quel Chruščëv responsabile dello sterminio per fame dei contadini ucraini insofferenti del potere sovietico, rivelerà al mondo gli orrori della dittatura staliniana. Era la conferma di ciò che Souvarine, Serge, Silone – giusto per citare alcuni dei testimoni più noti di quegli orrori – avevano coraggiosamente sostenuto già dalla fine degli anni Venti. Ma non servirà a molto. La verità rende libero solo chi vuole essere libero. Lo dimostrerà sempre in quel 1956 la difesa ostinata dell'URSS in occasione della rivoluzione ungherese fatta da Togliatti e da un Ingrao chissà perché ancora oggi da qualcuno visto come un “eretico” del comunismo.

Abbiamo, per completezza di documentazione, aggiunto poi in appendice l'articolo che Enrico Berlinguer, allora segretario dei giovani comunisti, scrisse in quei giorni sulla rivista “Pattuglia”. Colpisce in quell'ossessivo invito all'impegno, ripetuto come una formula religiosa o un giuramento solenne, già un accenno di quel moralismo curiale, spacciato per etica, che caratterizzerà gli interventi del futuro segretario comunista negli anni del compromesso storico. A dimostrazione di una continuità di pensiero e di un Partito incapace di affrontare realmente le contraddizioni della propria storia e di fare una volta per tutte i conti con lo stalinismo.

Sarà solo nel dicembre 1981 che Berlinguer parlerà di “fine della spinta propulsiva” del comunismo sovietico. Una affermazione a cui non seguirà però alcuna riflessione autocritica né alcun atto concreto. Una semplice presa d'atto da spendersi nel teatrino angusto della politica italiana. Come se sessant'anni prima, nel marzo 1921, non ci fosse stata la Comune di Kronstadt, e poi la collettivizzazione forzata delle campagne, lo sterminio per fame dei contadini ucraini, l'industrializzazione fondata sul lavoro schiavo fornito dai Gulag, le grandi purghe di fine anni Trenta, il patto Ribentropp-Molotov e l'alleanza di fatto con il nazismo che aprì le porte alla guerra, il XX Congresso, l'asservimento dei popoli di mezza Europa e la repressione sanguinosa della rivoluzione ungherese, l'URSS era restata fino ad allora il faro del socialismo che segnava con la sua luce la rotta dell'umanità verso un avvenire radioso di civiltà e di pace. Solo nel 1981, lo ripetiamo, ci si accorgerà che quel faro non faceva più luce. Una presa d'atto tardiva e neppure condivisa da tutti, come dimostrerà l'opposizione prima della componente cossuttiana e poi la storia fallimentare del Partito della Rifondazione comunista.

Simul stabunt vel simul cadent, verrebbe da dire. PCI e stalinismo erano dal 1926 indissolubilmente legati. Lo dimostrerà nel 1991, a 38 anni dalla morte di Stalin, il crollo parallelo dell'impero sovietico e del Partito comunista italiano.


Giorgio Amico


Il quaderno è liberamente scaricabile dal sito www.academia.edu