TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 7 settembre 2021

Fabio Damen, Il capitalismo è crisi

 


Il marxismo nasce come tentativo di dare una spiegazione dei meccanismi fondamentali (l'accumulazione, lo viluppo, le crisi) della società capitalistica, alternativa a quella fornita dagli economisti liberali. Per questo nella tradizione politica del movimento operaio, prima socialista e poi comunisti, la costante analisi dell'andamento dell'economia capitalistica era considerato fondamentale. Oggi non è più così. Basta scorrere anche velocemente la stampa o i siti della sinistra che ancora si richiama al marxismo e al comunismo, per accorgersi di come questo aspetto fondamentale dell'agire politico sia largamente se non totalmente trascurato a favore di  una politique politicienne condotta sui media. Insomma, anche in campo rivoluzionario, la politica spettacolo la fa da padrona. Per questo sono da segnalare libri come quello di cui oggi presentiamo un estratto dell'introduzione. Un libro importante per comprendere le dinamiche profonde di ciò che vediamo ogni giorno accadere e che tocca la vita di tutti,ma di cui sfuggono le cause autentiche.


G.A.


Il capitalismo è crisi. Considerazioni e verifiche sulla caduta del saggio medio del profitto


Il libro che pubblichiamo è una raccolta di scritti apparsi nel corso degli anni sulla nostra rivista teorica “Prometeo”. Alcuni di essi sono stati rivisti qui e là, al fine di precisare e meglio definire qualche passo che, nella radazione originaria, poteva dare adito – agli occhi di critici più o meno prevenuti – a interpretazioni non del tutto coerenti con la critica marxiana dell'economia politica. Ma gli interventi in tal senso sono stati davvero minimi, anche per i saggi più in là nel tempo, che hanno conservato il loro interesse e la loro efficacia teorico-politica nel mettere a nudo i meccanismi del modo di produzione capitalistico e lo sbocco inevitabile a cui conducono, ossia la crisi, con gli effetti per niente collaterali che essa produce. Effetti sulla classe proletaria, sui rapporti interimperialistici, sull'ambiente, cioè sull'accelerazione impressa alla rapina delle risorse naturali e alle devastazioni che ne conseguono. Effetti drammatici e che promettono di aggravarsi mano a mano che la crisi, al contrario di quanto affermano economisti “di regime” e governanti di ogni colore, non si risolve e detta l'agenda dei governi, di miliardi di esseri umani e del Pianeta in generale.

Il fatto che la crisi imponga alla borghesia le proprie spietate necessità, non significa scadere in un ottuso determinismo, in cui la dialettica delle altre forze materiali – prodotti e agenti dalla e nella società – sia cancellata da un economicismo di matrice secondinternazionalista: al contrario, e gli scritti qui raccolti lo dimostrano. Significa “solo” guardare la realtà così com'è, individuare, auspicabilmente con meno errori possibile, il terreno che esprime il mondo in cui viviamo, determinato – questo sì – dai suoi rapporti di sfruttamento, di dominio e di oppressione. Si tratta di una determinazione storica, cioè prodotta dagli esseri umani collocati appunto in precisi rapporti di classe, che quindi può essere cambiata, fatta saltare per aria con tanta più efficacia quanto più si hanno chiari gli elementi che costituiscono la base materiale della determinazione stessa ossia le leggi del capitale. Leggi sociali, certo, ma pur sempre leggi, che indicano la direzione, dal punto di vista economico, a cui questo sistema di produzione – e conseguentemente di distribuzione – va incontro. Tra queste leggi, il ruolo di protagonista è interpretato da quella che Marx, oltre un secolo e mezzo fa, aveva già individuato chiaramente, benché allora solo in Gran Bretagna e parzialmente in pochi altri paesi, il capitalismo avesse spiegato le ali: la caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Nel suo “laboratorio” rivoluzionario infatti scriveva:

«Questa è, sotto ogni rispetto, la legge più importante della moderna economia politica e la più essenziale per comprendere i rapporti più difficili. Dal punto di vista storico è la legge più importante. È una legge, che ad onta della sua semplicità, non è stata finora mai compresa e tanto meno espressa consapevolmente».

Questo, la sua scarsa o nulla comprensione, era vero non solo ai tempi in cui Marx affilava le armi della critica rivoluzionaria stendendo i suoi appunti, ma lo è per tutta la storia del movimento operaio e comunista, fino ai nostri giorni, come si vede, per esempio, da uno dei saggi qui radunati. Persino una grande rivoluzionaria come Rosa Luxemburg aveva frainteso aspetti fondamentali della critica marxiana, ritenendo erroneamente che “la legge più importante” cominciasse a operare “catastroficamente” solo in presenza della saturazione dei mercati costituiti da “terze persone” (né capitalisti né operai), cioè mercati extracapitalistici. In pratica, contro l'impostazione di Marx aveva spostato l'origine della crisi dalla produzione alla distribuzione, cioè al consumo. Errore non nuovo e destinato, come vedremo, a lunga vita; ma almeno la Luxemburg partiva da un obiettivo corretto, più che mai condivisibile, vale a dire mostrare come il capitale vada verso il crollo non per fattori esterni, ma per le contraddizioni impresse nel suo codice genetico.

Si potrebbe qui aprire una parentesi sulla discussione, un tempo molto accesa, se in Marx sia presente una visione “crollista” del processo di accumulazione capitalistico, discussione che non ha risvolti accademici – anche se molti intellettuali a questo hanno voluto ridurla – ma direttamente politici, rivoluzionari, purché il “crollo” non venga inteso in termini meccanicisti. Ancora una volta, i fattori economici sono uno dei due aspetti della questione: fondamentali, certo, ma senza l'altro elemento non meno importante, la lotta di classe, il crollo del capitalismo, il superamento della società borghese possono essere sempre rimandati a data da destinarsi. Lenin metteva in guarda sul fatto che, in sé, il capitalismo può sempre avere una via d'uscita, sia essa la guerra imperialista, l'aumento dello sfruttamento operaio o tutte e due le cose insieme. In breve, che senza l'intervento cosciente del proletariato rivoluzionario e della sua avanguardia politica (il partito), la società borghese può tirarsi fuori anche dalle crisi economiche più devastanti a spese del proletariato, dei diseredati e, oggi, dell'ambiente, cioè dei prerequisiti biologici della vita.. Nella nostra epoca, si sta concretamente profilando il rischio che l'incapacità finora dimostrata dalla nostra classe di essere all'altezza dello scontro con una borghesia sempre più aggressiva, porti all'ipotesi quanto mai drammatica della “comune rovina delle classi in lotta”, adombrata da Marx e da Engels nel “Manifesto del Partito Comunista”: la guerra generalizzata e la catastrofe ambientale sono possibilità tutt'altro che campate per aria.

Possibilità, non un destino già segnato, ma che non lo sia dipende appunto dallo svolgimento della lotta di classe, fortemente influenzato, per non dire condizionato, dal modo e dall'intensità con cui si esprimono quelle contraddizioni di cui si è parlato più indietro. In quest'ottica si deve dunque collocare la questione del crollo del capitalismo, sulla scorta di Marx stesso:

«Queste contraddizioni conducono, naturalmente, a esplosioni, cataclismi, crisi, in cui una momentanea sospensione di ogni lavoro e la distruzione di una gran parte del capitale, lo riportano violentemente al punto in cui esso può continuare ad andare avanti impiegando pienamente le sue capacità produttive senza suicidarsi. Inoltre, queste catastrofi regolarmente ricorrenti conducono alla loro ripetizione su più larga scala, e infine al crollo violento del capitale».

Crollo violento, non automatico: da nessuna parte Marx lascia intendere che ci sia un automatismo, anzi, indica con precisione le misure (cioè le controtendenze) messe in atto dalla borghesia per rallentare il più a lungo possibile il cammino obbligato verso l'inceppamento del processo economico-produttivo. Nella sostanza, in più di centocinquant'anni sono le stesse e i saggi di questa raccolta lo documentano, seguendo sistematicamente l'andamento della crisi, apertasi nei primi anni '70 con la fine del più intenso ciclo di “prosperità” economica della storia del capitalismo, incominciato dopo la seconda guerra mondiale. Non una di quelle misure individuate da Marx (3) è stata trascurata dai rappresentanti del capitale e dai loro “commessi”, vale a dire dai governi che, a dispetto del nome impresso alla fase attuale, cioè “neoliberismo”, hanno continuato come prima a “intromettersi” nella gestione dell'economia, seppure con modalità diverse rispetto alla fase “statalista”.


domenica 5 settembre 2021

Pellegrini e pellegrinaggi


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sabato 4 settembre 2021

Diego Gabutti, Bordiga era un ideologo svagato

 



Diego Gabutti

Bordiga era un ideologo svagato


Fondatore e primo segretario del Pc italiano, espulso con ignominia dal partito, qualche anno di confino dietro le spalle, Amadeo Bordiga non fu mai un oppositore del regime. Voleva abbattere il capitalismo, e del fascismo non poteva importargli di meno. Pertanto, una volta scontata la pena, si ritirò a vita privata senza neppure sognarsi di combattere la dittatura del suo ex amico Benito Mussolini.

A differenza degli altri comunisti – che scesero sul sentiero di guerra contro l’ex direttore dell’Avanti autoproclamatosi Duce, un po’ come Stalin s’era autoproclamato Padre dei popoli e Togliatti «il Migliore» – Bordiga era «bordighista» abbastanza da lasciare che il fascismo passasse, come un’emicrania della storia. Aspirina e santa pazienza. Non serviva altro. Con «bordighismo», del resto, s’intendeva proprio questo: se all’ordine del giorno c’era la palingenesi sociale, bene, perché no, ma se c’era soltanto da distribuire volantini e da rendere testimonianza d’antifascismo, allora no, grazie, i bordighisti in generale e Amadeo Bordiga in particolare non erano disponibili. Agli occhi di Bordiga il regime dei salti nel cerchio di fuoco, del manganello e dei pugni sui fianchi non era che un’increspatura sull’onda della storia. Sull’orizzonte, ancora invisibile, si stava già sollevando lo tsunami della rivoluzione socialista, uno sconquasso dell’ordine universale che si sarebbe abbattuto, secondo profezia, sul «bagnasciuga» del vecchio mondo, devastandolo e trasfigurandolo. Era tutto scritto. Inutile scalmanarsi, pensava Bordiga. Tempo al tempo, e il capitalismo avrebbe avuto il fatto suo. Così era scritto nei testi sacri con l’evidenziatore rosso fuoco.

Di questa singolare e bizzarra epopea tra Marx e Balzac rende conto l’ultimo libro di Giorgio Amico: Bordiga, il fascismo e la guerra. Storico delle eresie comuniste, autore di testi importanti sulla storia dell’ascesa e caduta dei movimenti goscisti nel Novecento, Giorgio Amico racconta il «ventennio» di Amadeo Bordiga nel dettaglio e senza condividerne le scelte, a suo giudizio poco coraggiose. Ma qui non è questione di coraggio. Come Marx, che passò la vita a parlare del capitale senza che gli ballasse una sterlina in tasca, Bordiga non fece che disquisire per tutta la vita della Storia maiuscola – dove presto o tardi ma infallibilmente avrebbero finito per scontrarsi gl’immani eserciti di classe chiamati a contendersi il mondo dal Manifesto del partito comunista – mentre a lui personalmente non toccarono che storie minuscole. E dire che nel 1921 aveva fondato la sezione italiana dell’Internazionale comunista e che col suo estremismo e le le sue intemerate antiparlamentari aveva ispirato a Lenin L’estremismo, malattia infantile del comunismo, uno dei suoi pamphlet più chiacchierati. Qualche anno dopo, nel 1926, aveva ridotto Stalin a balbettare: «Non avrei mai creduto che un comunista potesse parlarmi così. Dio vi perdoni, compagno Bordiga». Sempre nel 1926, tornato a Roma da Mosca, venne arrestato e gli fu sequestrata una borsa piena di dollari del Comintern destinati al partito italiano. A Ustica, dove venne confinato, organizzò insieme a Gramsci, suo amico e rivale, una scuola di partito. Ma una volta lasciato il confino, cacciato dal partito, si ritirò nell’ombra. Ingegnere, badò a tenersi lontano dai guai, e dai piani alti della storia, dove per un po’ era stato di casa.

Trotsky, cacciato anche lui dal partito, gli mandò un messaggio dall’esilio turco, dov’era stato confinato dal Corifeo delle Scienze: «Lascia l’Italia, e raggiungimi qui a Prinkipo. Organizziamo insieme la grande rentreé della rivoluzione proletaria». Bordiga lasciò cadere l’offerta. Grazie, ma grazie no. Lasciò cadere, in effetti, ogni offerta militante, quale ne fosse la provenienza. Non era aria, da come la vedeva lui, per la guerra di classe, né lui si sarebbe impegnato per meno. Napoletano e fatalista, attendeva che passasse «’a nuttata» della «fase controrivoluzionaria». Venne a patti col fascismo? Be’, non lo affrontò a petto nudo, con un coltello tra i denti, invocando la democrazia o il ritorno del parlamento, irriducibilmente antidemocratico e antiparlamentarista com’era (ben più di Mussolini o di qualsiasi altro fascista). Si rivolse ai tribunali borghesi, trattò con la polizia, ebbe parole d’elogio (forse sincere, ma forse no) per le imprese coloniali del DUX, dichiarò di preferire il Führer (e qui fu sincero) alle democrazie occidentali. Detestò la Resistenza, della quale si fece beffe fino all’ultimo, (e qualche ragione, dal suo punto di vista d’«ostinato e immobile marxista», certamente l’aveva, o almeno la fantasticava). Non s’ammorbidì nemmeno nel dopoguerra, quando gli si raccolse intorno una clacque di seguaci: il Partito comunista internazionalista, progenitore d’ogni gruppuscolo goscista a seguire. Ancora non era passata la nottata. Venne a patti con la democrazia come nel Ventennio era venuto a patti col fascismo: ignorandolo, da quello snob che era.

Viveva nell’Italia e nel mondo reale da marziano. Non partecipava, era fuori dal gioco, e comunque non ne conosceva le regole, né intendeva impararle. Più naif che discreto, gli piaceva guidare il suo gruppuscolo d’illuminati senza mostrarsi in pubblico. Ciò «ricorda molto da vicino» – postilla Amico – la storia di Robert Barcia, importante industriale farmaceutico parigino, morto nel 2009, che i suoi colleghi della Confindustria francese conoscevano come uomo di grande simpatia, fin quando in seguito a un’inchiesta giornalistica dei primi anni 2000 si scoprì che, col nome di battaglia di “Hardy», era in realtà il capo incontrastato di Lutte ouvrière, la principale organizzazione trotskista francese». Anche Amadeo Bordiga, come Barcia e i supereroi, che sotto la mascherina nera sono degl'incorreggibili esibizionisti, ebbe dunque un’identità segreta.

Non era perfetto, naturalmente. Tutt’altro. Una volta scrisse che «contenuto originale del programma comunista è l’annullamento della persona singola come soggetto economico, titolare di diritti e attore della storia umana». Sono solo parole, d’accordo, e lui non le mise mai in pratica (lungi da lui mettere qualunque cosa «in pratica»). Ma quest’attenuante, che non fu uomo d’azione ma d’opuscoli e di «riunioni generali», varrebbe anche per Pol Pot, se il macellaio maoista si fosse fermato a Parigi a filosofare davanti a un pernod con i suoi amici esistenzialisti del Café Voltaire, e non fosse tornato in Cambogia a far danni. Bordiga, ideologicamente parlando, fu un cattivo soggetto, un «malamente» della politica.

Proclamò la nobiltà dell’«anonimato»: la funzione della personalità nella storia era meno di zero. Ma il suo fan club ne fece un’icona, e lui non fece niente, salvo schernirsi un po', come le primedonne nelle conferenze stampa, contro questa deriva da rock star (altro che «anonimato»). Fu anche profeta, come i Padrini di Scientology o dei Testimoni di Geova. Scrisse che nel 1975, cinquant’anni dopo l’età del Comintern e dell’Armata rossa, sarebbe immancabilmente tornata la «fase rivoluzionaria, anonima e tremenda. Ne sono passati altri cinquanta, e niente.


Giorgio Amico
Bordiga, il fascismo e la guerra (1926-1944)
Massari Editore 2021
pp. 240
15,00 euro

Italia Oggi, 4 settembre 2021

martedì 31 agosto 2021

Se Platone cavalca con Billy the Kid

 


Giorgio Amico

Se Platone cavalca con Billy the Kid

È da poco in libreria l'ultimo lavoro di Diego Gabutti. Un'opera fantasmagorica che attraversa come una sorta di sfrenato Helzapoppin l'immaginario collettivo dell'Occidente da Platone ai Supereroi del fumetto contemporaneo.

Come si legge nella quarta di copertina: «Una lunga cavalcata, magari con cappa e spada, tra pellicole d’antan, romanzi d’appendice, fumetti, pettegolezzi e retroscena della storia dello spettacolo, della letteratura, del giornalismo: ecco quali sono le maschere e i pugnali che gli uomini e le donne di Diego Gabutti indossano e impugnano con leggerezza e maestria, per lasciare, non si sa quanto consapevolmente, un segno indelebile nell’immaginario collettivo. Mata Hari, Billy the Kid, Nero Wolfe e Platone, proprio come nel titolo, si alternano tra le pagine veloci e sornione, in un caleidoscopio che strizza mille occhi a chi, smaliziato ma ancora sognatore, si lascerà incantare dalle malìe di una scrittura af fascinante tanto quanto le storie e i personaggi che racconta».

Ma chi è Diego Gabutti? Già collaboratore del Giornale, del Giorno, del Tempo e dell’Indipendente, di Sette-Corriere della Sera, corsivista e recensore d’Italia Oggi, è l’autore di Un’avventura di Amadeo Bordiga (Longanesi 1982 e Milieu 2019); di C’era una volta in America sul cinema di Sergio Leone (Rizzoli 1984 e Milieu 2015); di Pandemonium (Longanesi 2005); di Cospiratori e poeti (Neri Pozza 2018); di Cavalieri pallidi cavalieri neri sul cinema di Clint Eastwood (Milieu 2018); di Il grande Sly sul cinema di Sylvester Stallone (Milieu 2021). Con Rubbettino, nel 2003, ha pubblicato Millennium. Da Erik il Rosso al cyberspazio, e nel 2020 Superuomo, ammosciati. Da Nietzsche a Tarzan, da Napoleone agli Avengers: la fabbrica dell’Übermensch. Ma soprattutto, mi si permetta una notazione personale, un amico carissimo.

Gli spunti interessanti sarebbero moltissimi in un libro così ricco di stimoli. Tanto per permetterne un assaggino ho scelto il capitolo dedicato all'intrepido sceriffo Wyatt Earp perché tratta di un tema caro alla mia infanzia trascorsa tra la scoperta della Coca Cola, grande oggetto del desiderio in quei primi anni '50 in cui ancora si andava a gazosa,  fumetti (Tex Willer era appena nato) e film visti, non senza qualche taglio, perché la storia dei “baci rubati” non è un'invenzione di Giuseppe Tornatore, in sale parrocchiali tristissime ma che avevano per noi bambini il fascino impalpabile dei sogni.

Wyatt Earp

Tra gli eroi intramontabili della cultura pop americana (insieme all’ultimo dei mohicani, a Huck Finn, al giovane Holden e agli Xmen) c’è anche questo sceriffo vestito di nero che cammina a passo

lento lungo i portici di legno di Dodge City e Tombstone con i pollici infilati nel cinturone che regge la pistola (un’enorme Colt a canna lunga, roba da far arrossire un freudiano ortodosso).

Wyatt Earp è l’icona della legge e dell’ordine nel selvaggio west, che proprio per la sua natura di mondo senza stato, di società anarchica, violenta e romantica, è insieme un mondo immaginario, come i borghi medievali delle fiabe, e una potente raffigurazione dell’utopia. In una parola: Hollywood. È stata Hollywood a trasformare, attraverso il cinema e la televisione, Wyatt Earp e gli altri eroi del west in archetipi. Come le locandine magniloquenti del Buffalo Bill’s Wild West Show, come il gazzettiere che intervista il vecchio senatore nell’Uomo che uccise Liberty Valance e rinuncia a pubblicare i suoi appunti, Hollywood non filma la verità ma la leggenda. Cioè una verità extrasize, su scala kolossal, in cinerama.

John Ford raccontava che Earp, ai tempi del cinema muto, bazzicava gli studios cercando di vendere la storia della propria vita a qualche produttore, come si può leggere nella prefazione di Tullio Kezich a una classica biografia di Wyatt Earp, Lo sceriffo di ferro, del giornalista Stuart N. Lake, al quale l'ex sceriffo concesse una fantasiosa intervista nel 1928, un anno prima di morire.

Earp, all’epoca, aveva ottantunanni. Dallo scontro all'OK Corral di Tombstone, Arizona, quando insieme a due suoi fratelli e all’ex dentista e giocatore d’azzardo Doc Holliday, aveva sbaragliato la gang dei Clanton, erano passati quasi cinquant'anni. Ford avrebbe poi davvero girato un film sulla sua vita: Sfida infernale, del 1946, tratto da un grande romanzo di W.R. Burnett, «Saint» Johnson, ispirato a sua volta alla biografia di Lake.

Wyatt Earp, nel canone western, è l'eroe silenzioso, da cui in futuro sarebbero discese le maschere pietrificate degli eroi di Sergio Leone: Clint Eastwood, James Coburn, Charles Bronson. Se proprio deve, Wyatt Earp parla per aforismi, che poi riecheggeranno nella letteratura alta, per esempio nelle storie di W.S. Burroughs (dove le sue battute più celebri, da «combatti o fila» a parli troppo per essere un buon pistolero», sono attribuite all'Ispettore J. Lee, l'asso della Polizia Nova). È l’idea platonica del giustiziere piuttosto che il giustiziere in persona. Non lui, ma la sua riscrittura mitologica si proietta sul grande schermo della cultura pop: la sfida all'OK Corral, poi biografie e autobiografie scarsamente attendibili, quindi un numero incalcolabile di fumetti, film e telefilm.

In un film di Blake Edwards, Intrigo a Hollywood, del 1988, Earp aveva incontrato il suo doppio fiabesco: Tom Mix, l'eroe del film western. In Black Hats, un romanzo di Max Allan collins, lo sceriffo, ormai quasi settantenne, lascia l'Arizona per Manhattan. Nella New York delle Zigfield Follies, di Damon Runyon e del proibizionismo, il vecchio giustiziere si scontra con un'altra icona dell'America senza legge: Alfonso Capone, in arte Al Capone, o Scarface, lo sfregiato. Le licenze storiche stanno alla narrativa postmoderna d'evasione come le licenze poetiche ai rimatori. Wyatt Earp contro la Mano Nera: se già è sempre stato difficile, dall'Anabasi in poi, distinguere tra storia e fiction, presto sarà impossibile.


Diego Gabutti
Maschere e pugnali
Utopisti e avventurieri da Platone a Nero Wolf
Writeup, 2021
Euro 28

Carrara. Mostra del Manifesto Antimilitarista


 

domenica 29 agosto 2021

Savona. A proposito di elezioni comunali e massoneria

 



L'angolo di Bastian Contrario

Quando c'era Lui, caro lei...

A proposito di elezioni comunali e massoneria.

Non sono ancora uscite tutte le liste per le prossime elezioni comunali a Savona e già qualcuno su FB grida allo scandalo per l'eccessivo numero dei massoni che sarebbero candidati. Naturalmente ci si guarda bene dal farne i nomi anche per evitare possibili spiacevoli conseguenze legali. Ma soprattutto impedendo così a chi legge di verificare se di affermazioni veritiere si tratta o di semplici sparate da imbecilli.

Ma il problema vero è un altro: la singolare concezione della democrazia che costoro dimostrano di avere. Ovviamente ciascuno può avere della massoneria l'opinione che vuole, ma questo non tocca minimamente il diritto di ciascun cittadino (massoni compresi) di esercitare pienamente i propri diritti politici fra cui quello di potersi candidare.

A questi giganti del pensiero non farebbe male rileggersi, ammesso che l'abbiano già letta cosa di cui dubitiamo, l'articolo 3 della nostra Costituzione (redatta tra l'altro da una Assemblea Costituente in cui i massoni non erano pochi):

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Non sarebbe poi male ricordare che la normativa sulla privacy ha rafforzato questo concetto considerando, proprio per evitare possibili discriminazioni, dati sensibili quelli relativi a:

l’origine razziale ed etnica;

l’orientamento religioso;
le opinioni filosofiche;
le opinioni politiche;
l’adesione a partiti, sindacati o associazioni religiose, filosofiche, politiche o sindacali;
i dati che rivelano lo stato di salute e la vita sessuale.

Ricordiamo anche che il fascismo in Italia non c'è più dal 1943 e con lui sono sparite anche le leggi che vietavano in quanto antinazionale la massoneria. I nostri massonofobi se ne facciano una ragione. Potranno sempre consolarsi pensando che “quando c'era Lui...”.





venerdì 27 agosto 2021

«Un paesaggio del sentimento». Nico Orengo, narratore e poeta di Liguria

 


Per avere chissà
un'altra vita,
ancora un paesaggio
del sentimento,
per lottare contro
la fine, per brillare
sul confine continuo
di due esistenze
sulle differenze.

Nico Orengo, Narcisi d'amore


Il paesaggio del sentimento di Nico Orengo (1944-2009) è quello dell’estremo Ponente ligure, un territorio circoscritto, al confine con la Francia, dove lo scrittore torinese ha trascorso la sua infanzia e dove ambienta le sue storie. È un paesaggio rappresentato con precisione e allo stesso tempo carico di forza simbolica e fiabesca, che diventa, nell’opera dell’autore, orizzonte geografico di una soggettività, di un’idea di mondo e di letteratura.

Attraverso il filo conduttore del paesaggio, il testo, richiamandosi all’approccio di Michel Collot e con un taglio critico insieme tematico, linguistico e fenomenologico, analizza l’intera produzione letteraria di Nico Orengo ponendosi come primo studio sistematico e completo a lui dedicato. 

(Presentazione editoriale)

L'autrice

Federica Lorenzi è dottoressa di ricerca dell’Université Côte d’Azur e dell’Università degli Studi di Genova, qualifiée aux fonctions de maître de conférences e membro del Centro di ricerca Laboratoire Interdisciplinaire Récits Cultures et Sociétés (LIRCES). Si occupa di letteratura italiana contemporanea, con particolare riferimento alla rappresentazione del paesaggio. È docente di lettere nella scuola secondaria di secondo grado. 


Federica Lorenzi
«Un paesaggio del sentimento».
Nico Orengo, narratore e poeta di Liguria
Minesis, 2020
28 euro

Volsci. I Comitati autonomi operai romani negli anni Settanta

 


Volsci. I Comitati autonomi operai romani negli anni Settanta

A partire dalla metà degli anni Settanta l'autonomia operaia costituisce uno degli attori principali nei contesti di mobilitazione collettiva, per via di una diffusa presenza nelle principali aree metropolitane del Paese e nelle lotte condotte nei più importanti contesti industriali (Fiat, Pirelli, Alfa Romeo, Eni, ecc.) e sulle tematiche sociali più disparate. Questo volume ricostruisce la storia dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci a Roma. Formatisi da alcuni embrioni di intervento costituitisi a partire dal 1971 nel settore lavorativo dei servizi (Enel, Policlinico Umberto I, Sip), i Comitati Autonomi Operai disegnano una traiettoria politica che attraversa tutto il decennio Settanta (concludendosi poi ufficialmente nel 1994), con uno spazio di assoluto rilievo fra le organizzazioni della sinistra rivoluzionaria e un ruolo centrale in alcuni degli avvenimenti cardine della storia politico-sociale di quegli anni.

(Presentazione editoriale)

L'autore

Salvatore Corasaniti nasce a Catanzaro il 6 settembre 1985. Trasferitosi a Roma per gli studi universitari, si laurea in Storia medievale, moderna e contemporanea nel 2007 e in Storia contemporanea nel 2011. Nel 2018 consegue il titolo di dottorato in Scienze storiche, antropologiche e storico-religiose. Al centro dei suoi interessi i fenomeni legati alla conflittualità politico-sociale negli anni Settanta e Ottanta, in particolare nel contesto capitolino. Collabora dal 2017 con la rivista «Zapruder», di cui è redattore. È fra gli animatori del progetto dell’Archivio dei movimenti di Roma. Attualmente insegna Storia e Filosofia presso il liceo artistico «Enzo Rossi» di Roma.


Salvatore Corasaniti
Volsci. I Comitati autonomi operai romani negli anni Settanta (1971-1980)
Le Monnier, 2021
25 euro


Raffaele K. Salinari, Fuliggine immaginale

 




Raffaele K. Salinari

Fuliggine immaginale

Miti. Dalla «Selva oscura» alla danza dionisiaca degli spazzacamini di Mary Poppins fino a Jules Verne

Chi non ricorda la mitica danza degli spazzacamini con il volto cosparso di fuliggine su per i tetti di una Londra notturna ed immobile? È una delle scene più poetiche e spettacolari di quel capolavoro disneyiano che è Mary Poppins. Certo, ad uno sguardo superficiale, può essere vista solo come una spericolata bravata di uomini con la faccia dipinta di nero a causa del loro mestiere; eppure qualcosa di molto antico traspare da quei volti capitanati dallo spensierato, ed al tempo stesso, profondissimo Bert, il deuteragonista perfetto della fata.

LA FORESTA INESPLORATA

Ricordiamo l’inizio della scena: di fronte ai due fratelli con la faccia dipinta di fuliggine che si sono persi sui tetti, volendo imitare gli spazzacamini, ecco letteralmente schizzare fuori da un camino Mary Poppins e subito dopo Bert. Il volto della eccentrica governante è, come sempre, quello di una sfinge: il sorriso sottile vela le sue reali intenzioni. Ma qui giunge l’invito pronunciato da Bert ai ragazzi: «Questa è quella che si può definire una circostanza davvero eccezionale», riferendosi a ciò che lui chiama la «foresta vergine» composta dalla moltitudine di oscuri camini illuminati da una pallida luna piena appena velata dalle nubi. Propone dunque ai ragazzi di esplorarla, naturalmente con il permesso di Mary Poppins. Lei ci pensa un momento…ed ecco il gesto chiave: trae fuori dall’inesauribile borsa un portacipria e, con tocco impeccabile, si cosparge il naso di fuliggine.
E allora cerchiamo le analogie poetiche di questa scena, partendo da quella che, ovviamente, è la «selva oscura» dantesca. Mary Poppins è la storia del passaggio dei due ragazzi da una infanzia vissuta inconsapevolmente, tra una madre impegnata politicamente ma distratta, e un padre totalmente preso dal suo materialistico lavoro di bancario, dai suoi «metalli», alla piena consapevolezza dello stupore infantile. Il film tratta, infatti, di uno svelamento del fantastico e del magico che sempre si cela in ogni aspetto dell’esistenza, per chi lo sa vedere.
Il parallelismo con la «selva oscura» è sottile ma chiaro: seguendo lo stesso diagramma trasmutativo, possiamo immaginare la «selva» dantesca come un analogo alla foresta dei neri camini, ed il giardino del paradiso, come percepiranno la distesa delle ciminiere i ragazzi dopo la danza degli spazzacamini, come lo stesso luogo, con la differenza formale che l’oscurità della prima è solo (solo!) la luce potenziale che illumina la seconda, colta qui finalmente in atto dal Poeta e dai ragazzi dopo la loro rettificazione. Non a caso, nel film, Mary Poppins, prima di far vivere ai fratelli, i neofiti dello stupore, la loro esperienza, li fa mettere letteralmente in riga. Senza quella postura del corpo, che corrisponde ad una predisposizione dell’anima, lo sguardo non avrebbe colto la meravigliosa trasmutazione. La pedagogia immaginale di Mary Poppins è dunque la stessa che esprime la celebre affermazione di W. Blake secondo cui «una volta le porte della percezione purificate, tutto apparirà agli uomini come esso è: infinito», sembra fargli eco lo spazzacamino Bart che potrebbe citare questa di M. Jouhandeau: «L’inferno è della stessa essenza del paradiso. Lo stesso fuoco che qui è luce, là arde».

L’invito di Bart ad esplorare questa «selva oscura» di camini, nasce allora dalla necessità, anche attraverso la frenetica, dionisiaca, danza degli spazzacamini, di far spaziare lo sguardo dei ragazzi sull’oscurità della selva, di renderlo uno sguardo mobile, al fine di evitare la maledizione della sua fissità, propria, in certe tradizioni mistiche, di quello dell’Antagonista. Ecco, infatti, che «due occhi fissi sull’oscurità immobile» sono quelli diabolici. A questo proposito possiamo notare come nel sufismo iranico si dice che «Satana si fa gioco di qualsiasi minaccia. Ciò che lo spaventa è vedere una luce nel tuo cuore». E forse per non rischiare di vedere questa luce, egli non chiude mai gli occhi. Un’immagine dall’analoga simbologia è quella espressa dall’«occhio di Sauron» l’Oscuro Signore di Mordor nel Signore degli anelli di J. R. R. Tolkien. Anche W. Benjamin, nei suoi Passages, descrive le vetrine dei negozi come tanti occhi di Medusa che tengono infine pietrificato lo sguardo del viandante sulle loro merci, immobilizzando la percezione in questa innaturale e alienante fissità.

LA TEOGONIA ORFICA

Ora, non a caso, abbiamo usato all’inizio l’aggettivo «mitico» per definire la scena del film che poi culminerà con la danza dionisiaca degli spazzacamini. Nelle cosmogonie orfico-dionisiache, infatti, l’umanità viene forgiata da Zeus condensando l’oscuro fumo, la fuliggine, della folgorazione dei Titani che avevano divorato il corpo di Dioniso; da questo la scintilla divina dell’uomo ed al tempo stesso il suo essere creato secondo un principio alchemico di condensazione (coagula) dopo una dissoluzione (solve).
K. Kerényi chiarisce come nelle cosmogonie orfiche non si dica semplicemente che dalla cenere dei Titani abbia avuto origine la stirpe umana. «Il nostro corpo è dionisiaco», scrive il mitografo Olimpiodoro, che aggiunge: «Siamo pur sempre una parte di lui, perché siamo nati dalla fuliggine dei Titani che avevano mangiato della sua carne». Fuliggine e cenere non sono la stessa cosa: il termine scelto dal mitografo è, infatti, aithale, che nell’alchimia tardo-antica significa, non a caso, «vapore sublimato».
Se questo mito non avesse delle strette connessioni con i misteri orfico-dionisiaci, forse sarebbe bastata l’immagine della nascita dalle loro ceneri, in greco spodos. Ma, ci ricorda sempre Kerényi, il procedimento più complesso attraverso la condensazione dei vapori in materia – la fuliggine dei Titani – si rivela la sintesi magistrale di un autore che volle racchiudere nella sua immagine tutti gli elementi di questa creazione. I Titani, infatti, scomparvero nel Tartaro, il vapore del loro corpo si trasformò in fuliggine, e questa nella materia di cui è fatta l’umanità. Così risultano uniti due dati: l’antico mito dei Titani e un altro dato culturale: la valenza simbolica di una sostanza che restò quale residuo di un fuoco. Nella fuliggine si nasconde dunque della sostanza dionisiaca, che si trasmette negli uomini di generazione in generazione. In tal modo al dio viene ancora conferita sostanzialità materiale. Ecco che, allora, la danza degli spazzacamini, certo titanici nel loro lavoro, ed anche dionisiaci nelle loro spericolate acrobazie sui tetti di Londra, in quella «selva oscura» di camini che per i due ragazzi affascinati è già diventata il Giardino del Paradiso, diventa un rinnovamento dell’antico mito, come lo è il piccolo gesto che ci vede osservare rapiti la fuliggine che da ogni camino ci colora le mani.

LE INDIE NERE

All’opposto polare, dunque analogico, di Mary Poppins, si situa un romanzo di J. Verne. Se nel film, infatti, tutta l’azione si svolge in alto, qui si svolgerà in basso. La fuliggine come tema centrale lo ritroviamo dunque anche in uno dei maggiori romanzieri contemporanei, «iniziatore ed iniziato», come recita il titolo del libro che Michel Lamy a ha dedicato a Jules Verne. La relazione con la fuliggine come simbolo della conoscenza, o forse per meglio dire dell’avventura nel luogo della fuliggine per eccellenza, la miniera di carbone, come percorso di autorealizzazione, la troviamo espressa esplicitamente in un racconto, forse meno famoso di Ventimila leghe sotto i mari o del Giro del Mondo in 80 giorni, (il cui protagonista però si chiama Phileas Fogg, cioè Amico della Nebbia) benché di una profondità – è il caso di dirlo – simbolica e psicologica densissime, che questo intreccio sviluppa in maniera compiuta: si tratta delle Indie Nere.
In sintesi il romanzo narra del ritrovamento, da parte di una famiglia di minatori, i Ford, di un vero e proprio ambiente sotterraneo, con tanto di lago interno, dove gli abitanti del villaggio scozzese che era nato nei pressi dell’antica miniera di carbone – apparentemente esaurita – si insedieranno costruendone uno nuovo nelle viscere della terra: Coal-city, cioè la città del carbone.
Simon Ford, il patriarca della famiglia, infatti, non aveva mai voluto ammettere che il giacimento fosse esaurito, continuando la sua instancabile ricerca di nuove vene. Ma prima della scoperta cruciale c’era già qualcosa di misterioso nella miniera: diverse volte Harry, suo figlio, aveva sentito rumori, visto bagliori luminescenti mentre esplorava le gallerie oramai abbandonate. «Potrebbe esserci un genio della miniera?» si chiede ad un certo punto, introducendo così un sentore di sovrannaturale e misterioso. Certo è che mentre la famiglia Ford continua la sua esplorazione alla ricerca di nuove vene carbonifere, si verificano esplosioni dolose che provocano crolli nelle vecchie gallerie. Ad un certo punto, mentre Harry è impegnato nel dedalo dei cunicoli, si sente un battito d’ali e la sua lampada si capovolge, si spezza, lasciandolo così intrappolato nell’oscurità totale; inoltre, anche a tentoni, è impossibile uscirne: il passaggio è stato bloccato.
Oltretutto è impossibile scendere a salvarlo, poiché le scale sono state bruciate. Dopo molti tentativi, uno strano bagliore saltellante guiderà i soccorritori dove si trova Harry. Rinchiuso per dieci giorni nelle viscere della terra sopravvive, con altri membri della famiglia, solo in virtù di un essere misterioso che a volte porta loro da mangiare e da bere, senza mai essere visto. Anche dopo la scoperta della grande caverna sotterranea, Harry rimane ossessionato dal pensiero dell’essere sconosciuto che lo ha salvato. Un giorno, individuando un pozzo naturale che si addentrava più in profondità nella miniera, gli par di sentire un gemito e un battito d’ali. Seguendo il suo istinto trova una giovane ragazza. Harry decide di portarla con sé, ma viene attaccato da un uccello. La catastrofe viene evitata e la giovane Nell, così si chiama la donna, sarà adottata dai Ford; era stata lei a salvare Harry fornendogli abbastanza cibo ed acqua e dirigendo gli aiuti. A poco a poco, Nell impara a vivere normalmente, lei che non ha mai visto la luce del giorno. Harry e la giovane ragazza si amano, ma il giovane non vuole legarsi prima che ella sappia cosa potrebbe offrirgli la terra alla luce del sole.

Un giorno Nell è considerata pronta e per lei inizia la grande avventura: vedrà l’esterno. Qui siamo di fronte ad una riproposizione dell’uscita progressiva dalla caverna platonica: per due giorni, infatti, visiterà l’ingresso e poi, solo allora, uscirà.

Ed ecco entrare direttamente in gioco il misterioso personaggio che tanto ha cercato di impedire l’entrata dei Ford nel mondo sotterraneo: pochi giorni prima del matrimonio tra i due ragazzi, arrivano lettere con minaccia di morte per tutte le persone di Coal city firmate Silfax. È il nome di un «penitente»: si chiamavano così i minatori che aveva il compito, spesso mortale, di rilevare le sacche di grisù e di farle scoppiare con esplosioni più o meno controllate. Erano detti «penitenti» poiché indossavano una sorta di saio che li faceva sembrare dei monaci in pellegrinaggio nelle viscere della terra. Con il volto perennemente colorato dalla fuliggine, gli occhi fissi nell’oscurità, questo abitante del sottosuolo rappresenta infine l’Avversario che vuole impedire a Nell di tornare alla luce.

Ecco, ora, l’interpretazione che Michel Lamy darà di questo racconto. Non a caso il capitolo si chiama: «Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem, ovvero la mistica ricerca delle Indie Nere».

«Il romanzo di Jules Verne è la storia di un uomo alla ricerca della sua anima, di quella parte divina che ciascuno di noi deve scoprire nel profondo, dentro di sé, attraverso delle prove, di qualcuno che deve liberare dalla matrice della materia la perla nascosta . Questa ricerca deve essere condotta con determinazione: ‘Corriamo al centro del globo, se necessario, per strappargli l’ultimo pezzo di carbone’, dice Simon Ford. Il richiamo della sua anima, Harry lo sentirà profondamente: ‘Era irresistibilmente attratto dalla speranza di trovare l’essere misterioso, il cui intervento lo aveva salvato. Cosa cercherà dunque in se stesso? La malinconia lo prende, non smette mai di sognare la sua anima, che Nell personifica in questa avventura».

LA PERLA NERA

Nell è quindi la personalizzazione di quest’anima impregnata di fuliggine, l’anima di un minatore, che Harry cercherà di risvegliare in lui. E infatti, non è forse Nell quella priva di luce solare, priva della luce finché Harry non la porta in superficie? Il suo stesso nome non è costituito dalla N di negazione e da Hel: il sole in lingua celtica, proprio come Helios tra i greci? Ma è anche legato all’Inferno Celtico e all’Hel islandese dell’Edda che designano l’Ade. Quando la trova tutto il suo volto è colorato di fuliggine, privato della luce. Nell porta dentro di sé l’ambiguità del passaggio attraverso la morte: è figlia della notte e del regno delle tenebre – come i Titani imprigionati nel Tartaro – (Hell), ma è anche promessa di luce (l’Hel celtico).

Anche Harry, come Mary Poppins ed il suo assistente Bart, è investito di poteri magici perché, ci fa notare Michel Lamy, è il figlio di Simon e Madge, nomi con cui dobbiamo riconoscere Simon Mago, mentre Madge è anche la «comare», nome dato alle streghe specializzate nell’uso delle erbe, che saluta sempre i turisti con i suoi migliori «auguri» (wishes), termine molto vicino a quello che designa le witches (streghe), ed anche i prognostici.

La ricerca quindi non sarà facile. Harry dovrà fare la sua discesa agli inferi, il suo tuffo nel fondo della fuligginosa miniera, cioè nel profondo di se stesso. Infine, come i bambini affidati a Mary Poppins, percepisce la manifestazione della sua anima solo perché è disponibile, vigile, avendo preferito prima interiorizzare (stare nel fondo), nel regno della fuliggine, e poi tornare a vivere superficialmente (in superficie). Anche i ragazzi faranno lo stesso percorso, prima saliranno sul tetto per scendere nella loro interiorità mercé l’ammirazione degli spazzacamini, poi torneranno in casa, alla vita in basso, portando con loro nuove visioni: nel mondo analogico della fiaba, ciò che è in alto è come ciò che è in basso, ma questo, in realtà, vale sempre, da sempre ed in ogni luogo.

Il Manifesto/Alias – 7 agosto 2021

martedì 24 agosto 2021

Dante e la lingua d'oc

 

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domenica 22 agosto 2021

Narratori della leggera. Danilo Montaldi e la letteratura dei marginali

 


Narratori della leggera

Vagabondi, prostitute, ladri. Gente che vive di espedienti, a tempo pieno o in alternanza a periodi di lavoro più o meno “normale”. Abitatori di margini al contempo fisici – come le rive del Po su cui costruiscono baracche e inventano modi di vita – e sociali, non essendo inquadrabili in alcuna classe, benché ovviamente più vicini al proletariato o sottoproletariato. Sono i rappresentanti della leggera, ai quali il grande sociologo cremonese Danilo Montaldi chiese di scrivere o di dettare le proprie vite. Adottando il metodo pionieristico della “conricerca”, Montaldi rivelò all’Italia un’immagine di sé complessa e stratificata, mostrando un paese in travagliato cammino dalla civiltà contadina a quella industriale, il tutto visto dalla specola “bassa” di cinque geniali semicolti che raccontavano senza freni le proprie straordinarie esistenze. Ne nacque un libro divenuto in qualche modo leggendario negli anni Sessanta e Settanta: Le autobiografie della leggera. 


Questo saggio ne ripercorre le origini, ne analizza il contenuto (con una particolare attenzione ai fenomeni narrativi e linguistici) e traccia un quadro del suo impatto sulla cultura italiana, tra incomprensioni ed entusiasmi, da Pasolini a Gianni Celati. L’analisi evidenzia anche come, nel laboratorio mentale dell’eterodosso Montaldi, le arti della parola fossero insieme strumento di conoscenza e di trasformazione del mondo.

(dalla quarta di copertina)


Fabrizio Bondi
Narratori della leggera
Danilo Montaldi e la letteratura dei marginali
Carocci editore, Roma 2020
14 euro

sabato 21 agosto 2021

“La sinistra” di Sergio Dalmasso. Un libro da leggere

 














Giorgio Amico

La sinistra” di Sergio Dalmasso. Un libro da leggere

Non sono molti i ricercatori che ancora si ostinano (meritoriamente) a lavorare sulla storia del movimento operaio della seconda metà del Novecento. Un lavoro controcorrente, ma necessario per sfatare quella pesante leggenda nera su presunti “anni di piombo” in cui ogni forma di dissenso viene ormai direttamente o indirettamente assimilata al terrorismo. I più interessanti, almeno per me, sono i “non accademici” proprio perché ancora mantengono un approccio “politico” e non banalmente sociologico o culturale a quella stagione. Politico ovviamente nel senso più autentico del termine, non certo un appiattimento nostalgico del tipo”come eravamo” su quei personaggi e quei fatti, ma piuttosto la volontà di farne risaltare l'autentica natura che appunto fu di aperta contestazione dell'ordine sociale esistente e di ripensamento delle esperienze del movimento operaio ufficiale, partiti e sindacati, che ormai mostrava i segni di una crisi che si sarebbe presto rivelata, come testimonia lo stato attuale della sinistra, irreversibile. Un tentativo esauritosi velocemente, ma di tutto rispetto soprattutto se confrontato ai balbettii inconcludenti della sinistra attuale che si dichiara ancora alternativa, ma non sa andare oltre i richiami moralistici alle esternazioni di Papa Bergoglio contro le ingiustizie sociali o nei casi peggiori mettersi a rimorchio dei No vax e persino dei Talebani. Una sinistra prigioniera di un eterno presente e di un analfabetismo politico che davvero fa impressione.

Non si può quindi che segnalare con estremo piacere “”La Sinistra. Una stagione troppo breve”, l'ultimo lavoro di Sergio Dalmasso, da decenni impegnato, lo ricordiamo fra l'altro redattore della bella rivista “Per il sessantotto”, nella ricostruzione attenta delle voci più interessanti di quella “altra sinistra”, alternativa ai grandi partiti ufficiali. Una realtà fatta di organizzazioni, riviste e personaggi che rischiano oggi di essere dimenticati o trascurati proprio da chi ogni giorno proclama la necessità di un rilancio di un sinistra autentica ancora capace di riflettere sul presente in un rapporto autentico con la classe.

Nel suo libro, agile, ma estremamente attento ai dettagli, Dalmasso ricostruisce la genesi e la storia di una rivista che tra il 1966 e la fine del 1967 più di ogni altre seppe documentare cosa stava incubando nelle viscere di un neocapitalismo che pareva aver risolto le sue contraddizioni a partire dal conflitto capitale-lavoro. E lo fece non limitandosi ad un'Italia dove si manifestavano i primi importanti segnali di una ripresa di combattività operaia e soprattutto di un crescente disagio giovanile che iniziava a trasformarsi in protesta organizzata, ma offrendo ogni mese una analisi attenta di ciò che di significativo avveniva nel mondo: dalle guerriglie latinoamericane, alla rivolta dei neri negli Stati Uniti, alla Rivoluzione culturale cinese, alla guerra del Vietnam. Articoli ovviamente non esenti da critiche, “La Sinistra” contribuì molto al diffondersi di quella mitologia terzomondista fonte poi di errori anche gravi, tipo l'esaltazione acritica della lotta armata come pianta trapiantabile a piacere in ogni clima che avrebbe poi generato una deriva tragica. Ma cosa molto più importante per quella generazione, la mia, che si apriva allora alla politica, “La sinistra” rappresentò una boccata d'aria fresca e una vera e propria iniziazione ad una militanza rivoluzionaria che nell'internazionalismo, ovvero in una visione globale della lotta di classe a livello planetario, trovava il suo principale fondamento. Grazie a “La sinistra” iniziammo a sentirci parte di un movimento di lotta che travalicava i confini nazionali. E questo per chi militava in piccole organizzazioni o ancor più piccoli collettivi locali, non poteva che essere motivo di speranza e stimolo a continuare senza timori ad avanzare sul cammino intrapreso.

“La sinistra” prepara il '68 e per questo muore proprio nel momento in cui le armi della critica si stavano trasformando con una rapidità travolgente in pratica di massa. “Ben scavato, vecchia talpa” verrebbe da dire riprendendo una celebre frase del padre di tutti i futuri cattivi maestri.


Sergio Dalmasso
La sinistra. Una storia troppo breve
Edizioni Punto Rosso
Milano, 2021
13 euro

venerdì 30 luglio 2021

Giuliano Galletta, A proposito di Roberto Calasso

 


Roberto Calasso ha saputo regalarci con i suoi libri e con quelli pubblicati per Adelphi emozioni straordinarie che ci hanno fatto spesso intuire l'esistenza di un mondo “altro” dietro lo specchio. Di questo gli saremo sempre grati, sperando che la sua opera non venga vanificata e che l'Adelphi non venga risucchiata nel buco nero nella editoria italiana contemporanea. Lo ricordiamo con questo bello scritto di Giuliano Galletta.


Giuliano Galletta

A proposito de “La folie Baudelaire” di Roberto Calasso


“M. BAUDELAIRE ha trovato modo di costruirsi all’estremità di una lingua di terra reputata inabitabile e aldilà dei confini del romanticismo conosciuto un chiosco bizzarro, assai ornato, assai tormentato, ma civettuolo e misterioso, dove si leggono i libri di Edgar Allan Poe, dove si recitano sonetti squisiti,dove ci si inebria con hashish per ragionarci poi sopra, dove si prendono oppio e mille droghe abominevoli in tazze di porcellana finissima. Questo singolare chiosco, lavorato a tarsie, di una originalità concertata e composita che da qualche tempo attira gli sguardi verso la punta estrema della Kamcatka romantica, io la chiamo la folie Baudelaire.

L’autore è contento di aver fatto qualcosa di impossibile, là dove si credeva che nessuno potesse andare». Così il 20 gennaio del 1862 il grande critico letterario, “padrone” delle Lettere francesi dell’epoca, Charles Augustin de Sainte-Beuve, nella sua rubrica settimanale sul Constitutionnel parla, per la prima e ultima volta, di Charles Baudelaire. La citazione è uno dei punti focali dello straordinario libro di Roberto Calasso intitolato, per l’appunto, “La Folie Baudelaire” (Adelphi, pagine 423, 36 euro) costruito intorno alla Galassia Baudelaire nella Parigi, capitale del XIX secolo, dove nasceva la Modernità. Non per Saint-Beuve che disegna questo perfetto ritratto del poeta ma solo per condannarne l’inconcepibile aspirazione a entrare nell’Académie Francaise.

Per delimitarne lo spazio vitale Saint-Beuve chiama in causa una terra lontana, la penisola russa della Kamcatka, estrema penisola orientale della Russia (che negli anni Trenta del Novecento Stalin avrebbe tentato di vendere a un miliardario americano) e di cui Saint-Beuve, probabilmente, conosceva a malapena il nome. E’ solo, nella landa più lontana dalla civiltà che Baudelaire può costruire il «chiosco bizzarro» della sua letteratura, la sua Folie. Parola che non definisce soltanto, come scrive Calasso, “ciò che per sempre si sottrae alla vivibilità psichica e al ragionevole controllo” ma anche «certe incantevoli maisons de plaisance, padiglioni destinati all’ozio e al piacere». Ma quel luogo della mente (e del corpo) non resterà per troppo tempo isolato - come era negli auspici di Saint-Beuve - anzi presto diventerà il centro del mondo, attirando nella sua orbita ciò che di meglio possiamo rubricare sotto la voce Letteratura.

E’ quella che Calasso chiama “l’onda Baudelaire” che ha origine prima di lui e si propaga dopo: da Chateaubriand a Nietzsche, da Stendhal a Flaubert, da Rimbaud a Proust. Il chiosco baudleriano-kamciako sarà protagonista dell’incontro che Roberto Calasso (oltreché scrittore grande editore e presidente dell’Adelphi) terrà domani (ore 21,15, piazza Castello) al Festivaletteratura di Mantova, «Quando scrisse quelle parole Saint-Beuve aveva due obiettivi» spiega Calasso «uno era definire questo strano fenomeno che si stava manifestando con Baudelaire, l’altro, un po’ comico, di tenerlo il più alla larga possibile, relegandolo nella penisola siberiana, perché a Saint-Beuve quella letteratura faceva paura. Così invece di dire che Baudelaire rappresentava tutto quello che lui stesso poteva vedere uscendo di casa a Parigi - che era la verità - si inventa la Kamcatka per tenerlo il più lontano possibile.

E’ una storia straziante e molto romanzesca quella del rapporto tra Saint-Beuve e Baudelaire, perché il primo ha sempre evitato di scrivere del poeta e l’unica volta che lo ha fatto è stato in occasione di un fallimento di Baudelaire, la candidatura, umiliata, all’Académie». Il critico francese più autorevole dei suoi tempi, probabilmente, vedeva nell’opera di Baudelaire un rischio per “l’ordine letterario costituito e forse per l’ordine tout court. Sullo sfondo un’idea di letteratura da tenere sotto controllo che emerge da una lettera segreta, scoperta soltanto di recente nei pubblici archivi, inviata il 31 marzo 1856 da Saint-Beuve al gabinetto di Napoleone III, in cui si chiede al governo di promuovere una “direzione morale per le opere dell’ingegno, indicando quali temi trattare e facendo passare tutto questo come forma di aiuti agli autori bisognosi”.«Questa lettera dai toni zdanoviani è un brutto episodio che non fa certamente onore a Saint-Beuve, ma non credo esprima i suoi veri sentimenti» spiega ancora Calasso «era un uomo complicato ma di immensa intelligenza e grande scrittore egli stesso ma indubbiamente ogni volta che ha visto qualcosa che andava molto in là nella direzione della Modernità - non soltanto Baudelaire ma in fondo anche Balzac, Stendhal o Flaubert - non lo ha capito. D’altra parte laddove Saint-Beuve è stato scrittore in senso pieno in “Port Royal” non è stato capito, quasi in una sorta di nemesi» .

Rischiando un parallelo con l’attualità sembra comunque difficile oggi tentare di relegare la letteratura in una remota penisola lontana. essa è dappertutto, forse troppo, anche se non può contare su interpreti così assoluti. «La letteratura può stare dappertutto ma è giusto che preservi un margine di estraneità dal corpo sociale» aggiunge Calasso «è arduo dare un giudizio generale sulla situazione contemporanea che è assai variegata e mostra molti talenti in divenire, anche se sinceramente non vedo autori, ad esempio, del peso di un Borges». Ma proprio il “rancoroso” Saint-Beuve potrebbe essere assunto ad emblema di ogni società letteraria, il milieu che produce le polemiche sui premi letterari e promuove l’impromuovibile. «Di quella» conclude Calasso «non vale neppure la pena di parlare».


Il Secolo XIX - 10 settembre 2009


mercoledì 28 luglio 2021

Attenti agli UFO, scrive il Manifesto. E non è una canzone di Dalla

 


Per la prima volta un rapporto governativo Usa parla pubblicamente di 144 avvistamenti inspiegabili di oggetti volanti non identificati dal 2004 a oggi. E non esclude origini aliene. Siccome siamo curiosi, non ci siamo limitati all'articolo, ma abbiamo recuperato il documento originale che riportiamo in appendice sotto forma di link.

Marina Catucci

Attenti agli Ufo

Un nuovo rapporto dell’intelligence inviato al Congresso americano conclude che tutti i 144 avvistamenti di oggetti volanti non identificati documentati dai militari Usa dal 2004 sono di origine sconosciuta.

Così si legge nel resoconto pubblico, documento sugli Ufo estremamente raro da parte del governo degli Stati uniti, che probabilmente alimenterà nuove speculazioni sui fenomeni che la comunità dell’intelligence ha a lungo faticato a comprendere.

IL RAPPORTO È LA PRIMA valutazione non classificata sugli Ufo prodotta dal governo in mezzo secolo e non offre alcuna risposta definitiva su chi o cosa potrebbe operare una varietà di velivoli che, in alcuni casi, sembrano sfidare le caratteristiche note dell’aerodinamica e che i funzionari ritengono possano essere una minaccia per la sicurezza nazionale e la sicurezza dei voli.

Nel rapporto governativo si parla di 143 avvistamenti inspiegabili su 144 in 17 anni, 18 dei quali «sembrano avere una sorta di propulsione avanzata o tecnologia avanzata». Alla fine il Pentagono ha dichiarato di non escludere origini aliene. Non lo afferma, ma non lo esclude.

Della questione se ne stanno occupando tutti media Usa, inclusi i più prestigiosi come il Washington Post, il New York Times, Al Jazeera US, Cnn, Politico, uscendo dall’ambito delle pubblicazioni locali per lo più di aree rurali dove l’argomento è solitamente relegato.

Gli attori in campo sono cambiati e si è passati dalle chiacchiere tra complottisti del settore a documenti ufficiali prodotti dal Pentagono e dall’intelligence e presentati al Congresso e alla Casa bianca. Nonostante gli sforzi delle entità coinvolte, sia politiche che mediatiche, la sindrome da «la guerra dei mondi» pare dietro l’angolo.

IL PENTAGONO, assistito dall’Ufficio del Direttore dell’intelligence nazionale, ha dichiarato di non aver trovato prove che indichino chiaramente che questi fenomeni siano una svolta tecnologica di un avversario straniero, o che gli oggetti siano di origine extraterrestre. Nessuna spiegazione è stata esclusa: il rapporto è «una valutazione preliminare» priva dei dati sufficienti a fornire risposte inequivocabili.

Il rapporto ipotizza cinque categorie di possibili spiegazioni: oggetti comuni come uccelli, palloncini o droni ricreativi; condizioni atmosferiche; nuovi velivoli sviluppati da enti governativi Usa o società private; il disegno sconosciuto di un avversario straniero.

La quinta opzione è una categoria onnicomprensiva, «altro», classificazione che comprende una serie di potenziali realtà, inclusa la possibilità che alcuni degli incontri sfuggano alle spiegazioni terrestri.

LA PITTORESCA QUESTIONE pone problemi seri, tengono a precisare politici e militari: «Gli avvistamenti inspiegabili rappresentano un pericolo per la sicurezza dei voli – si legge nel rapporto – e potrebbero rappresentare un pericolo più ampio se alcuni casi rappresentano una raccolta di dati sofisticata riguardanti le attività militari statunitensi da parte di un governo straniero, o se dimostrano una tecnologia aerospaziale rivoluzionaria».

Solo uno dei 144 avvistamenti esaminati nel rapporto è stato inequivocabilmente inserito in una delle cinque categorie, mentre 18 degli unidentified aerial phenomena, fenomeni aerei non identificati (Uap), nel gergo del governo degli Stati uniti, mostrano una tecnologia potenzialmente avanzata che la Casa bianca «non comprende completamente». Undici dei fenomeni descritti includono incontri con «oggetti volanti» in cui i veicoli si avvicinavano pericolosamente al personale americano.

«L’UAP CHE ABBIAMO documentato…dimostra una serie di comportamenti aerei, il che sottolinea davvero il fatto che non tutti gli Uap sono la stessa cosa – ha dichiarato un alto funzionario dell’intelligence – Non c’è una sola spiegazione per gli Uap».

Alcuni dei 18 velivoli «sembravano rimanere fermi con il vento alto, muoversi controvento, manovrare bruscamente o muoversi a velocità considerevole, senza mezzi di propulsione riconoscibili», afferma il rapporto, aggiungendo che alcuni oggetti volanti «sono stati rilevati vicino a strutture militari o da aerei che trasportavano i sistemi di sensori più avanzati di proprietà del governo».

IL RAPPORTO PUBBLICO di nove pagine non include una parte top-secret, mossa che farà affermare ancora una volta che il governo sta nascondendo ai cittadini informazioni cruciali riguardanti vite aliene. Tuttavia la pubblicazione del rapporto segna uno spartiacque per un argomento che è stato a lungo al centro del fascino e del ridicolo pubblico, nonché del profondo sospetto che il governo nasconda la sua piena conoscenza degli Ufo.

«È diventato sempre più chiaro che i fenomeni aerei non identificati non sono un evento raro e il nostro governo ha bisogno di un modo unificato per raccogliere, analizzare e contestualizzare questi rapporti – ha detto il democratico Adam Schiff, presidente della commissione di intelligence della Camera – Mentre continuiamo a ricevere aggiornamenti, condivideremo ciò che possiamo con il popolo americano, poiché un’eccessiva segretezza stimolerebbe solo ulteriori speculazioni».

IL FATTO CHE SCHIFF, dopo essersi occupato dei due impeachment di Trump e dell’attacco al Campidoglio, ora si occupi di oggetti volanti pare già una legittimazione importante agli occhi degli ufologi Usa.

Il manifesto – 27 giugno 2021


Per accedere al documento originale della National Intelligence cliccare sul link seguente:

https://www.dni.gov/files/ODNI/documents/assessments/Prelimary-Assessment-UAP-20210625.pdf


giovedì 8 luglio 2021

Raffaella Carrà è viva e lotta insieme a noi!

 


E' morta Raffaella Carrà e l'Italia è in lutto. Visto che viviamo in una società dove la TV è la misura di tutte le cose, questa reazione ha una sua logica. Ma che dire di Rifondazione che si appropria del personaggio presentandola come una comunista esemplare perché una volta avrebbe detto di aver votato PCI. Per non parlare di chi la ha definita "artista del popolo" manco fosse Majakovskij o, come Arbore "una rivoluzionaria popolare" ammesso che questa stupidaggine voglia dire qualcosa . E' davvero un peccato che fosse troppo giovane altrimenti si sarebbe potuto tirare fuori la Resistenza che, come il prezzemolo in cucina, va bene per tutti i piatti.

Sia chiaro, Raffaella Carrà è stata una grande e serissima professionista dello spettacolo e merita rispetto, ma questi sinistri da salotto fanno rimpiangere i tempi in cui il mito era "Baffone" Stalin. Come dire: dalla tragedia alla farsa. " E poi dicono che uno si butta a destra", avrebbe detto Totò cogliendo perfettamente lo spirito dei tempi in cui ci tocca vivere.


mercoledì 7 luglio 2021

Raffaele K. Salinari, Addio ad Angelo Del Boca. Smontò il mito degli italiani "brava gente"

 


Addio ad Angelo Del Boca. È morto il più grande storico del «nostro» colonialismo. Denunciò la guerra Nato in Libia e i campi di concentramento per migranti

Raffaele K. Salinari

L’Africa degli italiani brava gente e dei raid aerei all’iprite

Ci ha lasciato Angelo Del Boca, la coscienza critica del colonialismo degli «italiani brava gente». Nato a Novara il 23 maggio del 1925; il padre aveva combattuto come fante nella prima battaglia dell’Isonzo durante la Grande Guerra e dunque già da piccolissimo si era dovuto confrontare con gli interrogativi che immancabilmente attraversano quanti hanno vissuto, più o meno direttamente, un’esperienza così traumatica. Nei libri autobiografici, in particolare in quelli che ricordano la sua esperienza partigiana, il ruolo testimoniale del padre e le ombre gettate sul suo mondo giovanile dalla Grande Guerra, diventano centrali nella formazione di una sensibilità verso i processi storici in generale e quelli coloniali in particolare.

ANGELO DEL BOCA partecipa alla Seconda Guerra Mondiale e dopo essere stato deportato in Germania a seguito dell’armistizio dell’8 settembre, si arruola nella Repubblica di Salò, nella divisione alpina Monte rosa, dalla quale però diserta per entrare a far parte della Resistenza nelle formazioni di Giustizia e Libertà.

Fu il primo studioso italiano a gettare uno sguardo critico sul periodo coloniale italiano ed in particolare a documentare le atrocità compiute dalle nostre truppe in Libia e in Etiopia. Le sue denunce sui bombardamenti aerei sui centri abitati e l’impiego di armi chimiche come l’iprite, il fosgene e l’arsina, fecero molto scalpore nel mondo accademico ma, forse ancor più, in quello politico, dato il diffuso negazionismo che nel secondo dopo guerra imperava nella narrativa sulle vicende italiane in Africa Orientale. Per queste sue posizioni Angelo Del Boca è stato per lungo tempo avversato sia dalla stampa conservatrice sia dalle associazioni di reduci dall’Africa Orientale italiana.

INDICATIVA, NEL MERITO ed anche nei toni, la polemica che lo contrappose per anni, sulle pagine del Corriere della Sera, ad Indro Montanelli che sosteneva, al contrario delle evidenze storiche raccolte da Del Boca, l’opinione agiografica e falsamente consolatoria secondo la quale quello italiano «fu un colonialismo mite e bonario, portato avanti grazie all’azione di un esercito cavalleresco, incapace di compiere brutalità, rispettoso del nemico e delle popolazioni indigene». Una visione alquanto «romantica» di cosa significa essere in guerra e soprattutto in una guerra coloniale. A questo proposito bastino le riflessioni di Frantz Fanon, autore molto amato da De Boca, e dei molti resistenti africani alle brutalità di tutti gli eserciti coloniali, per far capire la profondità e l’attualità quasi scandalosa del suo pensiero già negli anni Sessanta.

ALLA FINE, PERÒ, nel 1996 lo stesso Montanelli si scusò pubblicamente con lui quando lo studioso dimostrò, attraverso documenti inoppugnabili, le brutalità commesse dell’Esercito della «brava gente» in Etiopia. La denuncia su base storica ed etica della retorica del «Paese di pace che però è costretto a fare la guerra» ha attraversato tutto il suo apparato critico gettando così nuova luce sulle relazioni tra politica e guerra anche nel periodo post coloniale.

DA QUI LA POSIZIONE di Angelo del Boca contro le nuove avventure dell’Italia in Libia, sostenuta dalla consapevolezza che la verità storica servisse anche come faro per orientare l’opinione pubblica italiana a fare chiarezza su quelle che chiama più volte «le nostre responsabilità rispetto alle popolazioni che avevamo aggredito», convinto per questo del fatto che «bisognava evidenziare in primo luogo i crimini italiani», come ebbe modo di dire durante una intervista al Corriere nel gennaio del 2011.

Questa sua ricerca della verità storica, e soprattutto la capacità di porsi dalla parte dei popoli che avevano subito la colonizzazione, e delle relativa azioni di resistenza specie in Etiopia, serviva dunque ad illuminare le vicende attuali ed il rischio di nuovi coinvolgimenti militari in quell’Africa che già ci aveva visto come colonizzatori. Posizioni che gli valsero nel 2014 la Laurea honoris causa in Storia Africana da parte dell’Università di Addis Abeba.



NEL CORSO DEGLI ANNI le sue pubblicazioni hanno dunque spaziato dal primissimo L’Africa aspetta il 1960, al poderoso Gli italiani in Africa orientale edito già negli anni Settanta, sino al recentissimo Gheddafi – Una sfida dal deserto, del 2014.

Come un altro studioso appassionato e sensibile recentemente scomparso, Calchi Novati, del quale era amico ed estimatore, Del Boca ha accompagnato dunque la storia politica e culturale del continente africano sin dalle prime avvisaglie dei movimenti indipendentisti, che lui aveva già ravvisato nel fenomeni di resistenza delle popolazioni al giogo coloniale.

La sterminata bibliografia disegna dunque un percorso inesausto che rileggendo le vicende coloniali del nostro Paese allarga gli orizzonti a tutto il fenomeno delle relazioni tra Europa e Africa, attraverso la ricerca di documenti di prima mano, spesso non solo sconosciuti ma deliberatamente nascosti. Anche la sua storia partigiana è tematizzata in diversi libri, tra cui l’ultimo, del 2015 Nella notte ci guidano le stelle: La mia storia partigiana.

MA FORSE IL SUO contributo più importante rimane quello sull’attualità della questione libica. Conoscitore profondo non solo della storia ma dell’antropologia del Paese africano, De Boca ha più volte espresso – proprio sulle pagine de il manifesto – il suo estremo e motivato disaccordo sulle relazioni italo libiche in particolare e di quelle tra Europa e Libia in generale dopo quello che lui giustamente chiamava l’assassinio di Gheddafi. Il suo criticismo è divenuto ancora più radicale in relazione alla possibilità che l’Italia potesse essere direttamente coinvolta in un intervento militare nel Paese africano.

LA SUA DENUNCIA di una Libia allo sbando di cui, come disse in una recente intervista «almeno 140 gruppi si contendono il territorio, si sono divisi il potere e i depositi di petrolio», lo portava ad esprimere una dura critica alla posizione europea in quanto l’abbattimento del regime di Gheddafi aveva «riportato il tribalismo, sono scomparsi i confini amministrativi, si è tornati indietro di due secoli, a prima dell’Impero Ottomano».

Anche se il suo giudizio su Gheddafi non era positivo, lo riteneva un dittatore, per Del Boca, d’altra parte farlo cadere così, senza alternative, era stato un errore, perché «lui almeno faceva da cintura contro l’estremismo». In particolare la sua preoccupazione, che nel recente periodo è apparsa più che giustificata, era legata alla quantità enorme di armi che si potevano trovare ovunque e che inevitabilmente sarebbero finite nelle mani di chiunque. Facile profeta, inascoltato, Del Boca sin dalla caduta di Gheddafi alzò la voce per mettere in guardia dal fatto che una Libia fuori controllo sarebbe diventato un santuario per il nascente radicalismo di matrice islamica e che dal suo territorio oramai disarticolato sarebbero stati alimentati i conflitti nel Mali e nel Ciad.

L’ULTIMO MONITO, sempre sulla base storica dei campi di concentramento nelle zone più aride del paese, dove il nostro Esercito coloniale aveva raccolto intere popolazioni della Cirenaica, con un bilancio finale di 40 mila morti a causa delle malattie, il cattivo nutrimento e le continue percosse o fucilazioni, Del Boca lo ha dedicato alla gestione esternalizzata dei flussi migratori. Esattamente come le recenti decisioni a livello europeo sembrano volere fare.

Il manifesto- 7 luglio 2021

martedì 6 luglio 2021

Come eravamo. Note sulla rivoluzione cinese del 1925-27 (1970)

Tra la fine del 1969 e l'inizio del 1970 si tenne alla Facoltà di Filosofia dell'Università di Genova un seminario autogestito sulla rivoluzione cinese. La mia partecipazione consistette in una relazione di cui riporto la traccia. Allora, come peraltro risulta evidente dal testo, militavo in Lotta comunista ed ero attivo nel Collettivo leninista di Balbi di cui facevano parte anche militanti dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari.

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