TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 9 maggio 2021

Terrorismo. Caro Mattarella, basta con la retorica da comizio.

 


Riprendo un interessante corsivo di Franco Astengo che conferma quanto sappiamo dal dicembre 1969. Da questo Stato e dai suoi rappresentanti non ci si può attendere che venga fatta definitivamente luce su quella stagione. Al massimo volano gli stracci o, come accade in questi giorni,ci si accanisce contro contro chi si è ribellato, giusta o sbagliata che fosse la protesta. In questo lo Stato è implacabile. Ma l'invito a far chiarezza sulle “zone grige” del potere, che poi tanto grige non sono, resta solo retorica da comizio. E questa vale per Mattarella come per tutti coloro che lo hanno preceduto, Pertini compreso. Prenderemo sul serio questi signori quando inizieranno a fare nomi, sia ben chiaro, non dei colpevoli che ufficialmente non si conoscono e che comunque è compito della magistratura individuare, ma almeno di chi era informato dei fatti. L'elenco è lungo e conosciuto. Ne citiamo solo qualcuno: Segni, Andreotti, Taviani, Moro, Rumor, Saragat, lo Stato Maggiore dell'Esercito, il Comando generale dell'Arma dei carabinieri, l'Ufficio Affari riservati del Ministero degli Interni. Per non parlare ovviamente dei servizi Segreti che tutto erano, meno che deviati. Per cui il buon Mattarella smetta di far retorica. Smettiamola anche con l'utile idiota Gelli e la sua P2, non perchè non c'entrasse, ma perché era un burattino (anche se con la B maiuscola) mosso da burattinai che guarda caso rientrano giusto nell'elenco degli intoccabili senza nome.  Siamo stufi ogni anno di sentire sempre il solito invito a”far luce definitiva” sugli anni bui. Oltretutto è inutile. Lo ha già detto bene Pasolini, a cui fu subito chiusa la bocca, “Noi sappiamo già”. Detto questo mi onoro di aver fatto parte in quegli anni del “circolo della critica”, qualunque cosa voglia dire. Sempre meglio dei circoli di quel potere democristiano da cui Mattarella proviene.

G.A.

TERRORISMO di Franco Astengo


Il lungo testo dell’intervista sul terrorismo rilasciata dal presidente Mattarella a Repubblica è attraversata da un “nocciolo duro” .

Una tesi di fondo riferita alle “incompletezze” degli elementi di conoscenza di cui disponiamo rispetto a quel tragico periodo.

Dobbiamo interrogarci però sul dove dovrebbe essere ancora rivolta la domanda di verità avanzata dal Presidente della Repubblica.

Una domanda sul chi dovrebbe essere chiamato a rispondere e a svelare le “zone grige” che certo non corrispondevano agli intellettuali che , all’epoca, si schierarono con “né con lo Stato, né con le Br”.

Mattarella nella sostanza identifica il presunto terrorismo rosso nella “Resistenza Tradita” in una sorta di richiamo ad un dannunzianesimo anarcoide e il presunto terrorismo nero (sul quale si ammettono collegamenti interni ed esteri) ad un tentativo di “eversione della giovane democrazia italiana”.

Nel primo caso Mattarella ritiene, ancora adesso, non sufficientemente condannati gli intellettuali appartenenti a una sorta di “circolo della critica”, mentre nel secondo caso non rivolge la sua richiesta di verità verso quei “corpi separati” che, in realtà, ebbero parte grandemente attiva all’esplosione terroristica almeno sul piano del determinarne tempi e modi (a partire da piazza della Fontana).

In queste condizioni è’ inutile chiedere la verità, auspicare la cattura (dopo 40 anni) dei latitanti all’estero: non sta lì la risposta compiuta, ma sta dentro alle strutture e ai servizi della Repubblica dell’epoca e all’interno dello stesso sistema politico.

Per comprenderci meglio: il rapimento e l’uccisione di Moro furono sicuramente da attribuirsi al filone delle BR.

Deve però essere considerato come quel fatto fu anche l’unico che determinò una deviazione di fondo nell’insieme del sistema politico italiano: come il punto di inserimento di una nuova frattura rispetto a quella determinatasi con il 18 aprile’48 e corrispondente alla divisione del mondo in blocchi.

Una deviazione che portò alla fine della “Repubblica dei Partiti” e che non poteva essere identificata nell’attacco al “compromesso storico” inteso come tentativo di saldatura della divisione cui si faceva cenno poc’anzi e che aveva portato alla “conventio ad excludendum” e alla democrazia bloccata: questa tesi regge, ad esempio, il libro di Veltroni recentemente pubblicato ed è patrimonio di gran parte della vulgata corrente.

La deviazione nell’andamento del sistema politico si ebbe, invece, sulla faglia “fermezza/trattativa”, con i protagonisti che ricordiamo e con una paradossale eterogenesi dei fini.



venerdì 7 maggio 2021

Dego negli scritti di Giuseppe Cesare Abba

 


Nel 1875 a Milano per l'editore Civelli esce “Le rive della Bormida nel 1794”, romanzo storico di Giuseppe Cesare Abba. Ne riprendiamo le prime pagine contenenti una bella descrizione di Dego.


Chi si parte dalla marina del Finale, e su pel fianco dell'Appennino va verso le Langhe, si arresta trafelando ogni tratto a ripigliar lena, e a vedere quanta sarà ancora la salita, e quanto s'è scostato da quella spiaggia, diversa giù giù per foci di torrenti, per iscogliere tagliate a filo, per promontori neri, dirupati, somiglianti a mostri, che si inoltrano cimentosi nei flutti. Ma guadagnata che abbia la vetta del Settepani, sente l'affanno della via ripida e lunga, quetarsi in una vista maravigliosa. La catena dell'Alpi è di lassù un'occhiata infinita; e se vi si arriva all'apparire del sole, tutta la distesa di picchi, di coni, di aguglie, gli pare un mondo di cose vive e moventi. Si vorrebbe aver l'ali per lanciarsi su qualcuno di quei culmini, così alti nel cielo; e si abbassa di malavoglia lo sguardo, a cercare la via, giù per i gioghi avvolti ancora nell'ombra, lì sotto: dove per un lungo digradarsi di monti, si confondono villaggi, selve, burroni spaventosi; qua Montenotte, là Cosseria, castella e torri feudali per tutto; più lontana e più bella d'ogni altra quella di Vengore, che nera e solitaria si spicca su un altipiano, oltre il quale la nebulosa pianura.

Giù per le selve fumano le carboniere da mille siti. Le donne, colle ceste del mangiare in capo, s'affrettano verso quelle, pei dirotti sentieri; e ti guardano fantasticando sull'esser tuo: gli uomini, a mo' di brusco saluto, ti dicono «animo,» o «allegri!» quasi lassù non potesse passare chi non è lieto o animoso. Non ti paia d'essere capitato fra gente mezza barbara; chè se tu chiederai loro qualche servigio ti saranno cortesi, e interrogati ti additteranno i ripari di pietre ferrigne, fatti dagli Alemanni, superati dai Francesi; e i tumuli erbosi sotto i quali giacciono i morti di quelle genti; gloriandosi di non averli turbati mai. Se l'ora sarà del riposo, e sederai con loro, ti narreranno leggende antiche come quella di Adelasia ed Aleramo; o forse qualche storia della sorta di questa mia, seguita in luoghi che si vedono di lassù; quando i repubblicani Francesi, calarono in Val di Bormida, a piantar alberi di libertà, e a ballare la carmagnola pei sagrati e sin nelle chiese.


Uno dei borghi di quella vallata, in cui per amenità di postura e pel genio allegro degli abitanti, facesse di quei tempi più bello stare, era quello di D...., bagnato dalle acque della Bormida, che ivi scorre con curve leggiadre, all'ombra d'alti pioppi e passa sotto le volte d'un ponte angusto, gettato sopra di esse a guisa d'un patto, stretto cautamente fra quel popolo, in età di poca concordia. Dico così perchè D.... se ne sta diviso in tre vichi; dei quali due giacciono in riva all'acque, di maniera che uno d'essi pare lì per tuffarsi; mentre il terzo li soggioga dalla vetta d'un colle ronchioso e popolato di cerri. La via onde si arriva su questo, serpeggia con repentine svolte per l'erta; e sebbene non tutta a petto, è di molta fatica a salirla. Ma come uno è sulla cima si sente rinato. Piace il sito della chiesa e il campanile che si leva più alto parecchie braccia, con una cupoletta, che miracolo se il vento non se la porta via: piacciono il presbiterio e l'orto; e invoglierebbero ogni uomo d'essere prete, per vivere lassù da curato. Alcune case che fanno corona alla chiesa, quantunque belle pongono anch'esse in cuore un funebre senso. Le ragnatele pendono dai balconi le cui imposte cascano sfasciate; e mentre si direbbe che questa o quella delle tante porte sia lì per aprirsi, dura sempre una quiete altissima, interrotta solo dalle ventate che empiono di suoni cupi le sale deserte. Lassù, nè la state nè il verno, mai che si vegga un comignolo a fumare, e se i nostri fossero altri tempi, a udire l'ore battute dall'orologio di quel campanile, si farebbe credere chi sa quale storia maravigliosa alla gente semplice del contado. Ma ognuno sa che il sagrestano della nuova chiesa parrocchiale, sorta da pochi anni in luogo più basso e più comodo agli abitanti del piano; sale ogni giorno il colle a caricare quel vecchio arnese; e il suo è il solo passo che rompa il silenzio dell'antica parrocchia, sempre vuota come le case che ha intorno. Non più messe grandi nè vespri cantati; non più conviti nè festini; l'ultimo dei pievani dorme da oltre mezzo secolo nel sepolcro dietro l'altare; e delle allegre donne e degli uomini buontemponi vissuti lassù, rimane appena il ricordo nella mente vagellante di qualche vecchio ottuagenario.

Questo gruppo di case per essere stato sede dei feudatari della terra si chiamava il castello; e gli abitanti venuti dopo costoro, padroni della parte più vasta e ubertosa del paese, erano tutti signori. Nei vichi a piè del colle, le famiglie agiate e le case di bell'aspetto erano poche; ma in quello della riva sinistra del torrente se ne vedeva una, notevole per la grandezza, e più alta di tutto un piano sul vicinato, quasi tutto catapecchie. Mostravano di qual sorta di gente fosse, il piazzale, l'atrio, il giardino che le fioriva da un lato; e più di tutto le finestre ampie e chiuse di vetriate, le quali sebbene fatte a riquadri strettissimi, costavano di quei tempi molto danaro.

Novità in libreria: Pandemia amorosa dolorosa - di Nicla Vassallo

 

Pandemia amorosa dolorosa", la terza raccolta di poesie della filosofa Nicla Vassallo 

Ardore, sfida, qui risiedono assolutezza e risolutezza, senza narrazione, né morbidezza; disarticolazione con passione; spregiudicatezza prudenziale e virale; originalità, caparbietà: questo rivelano i versi, dolorosi, amorosi di Nicla Vassallo in un universo, personale e personalistico, esteriore e interiore, universo per nulla universale, universo segnato dalla pandemia, una mania, una malattia che si riversa nella poesia, con denuncia e grazia, senza calunnia, né disgrazia.


“Le poesie di Nicla Vassallo sono fatte di ‘vocaboli’, isolati, monofamigliari, un po’ scontrosi. Non sono sicura di entrare in contatto con loro, ma ammiro la loro capacità (forse di derivazione filosofica) di fare a meno della frase, del paese, della città. A meno che sia una città di torri, guardata da lontano.”


Ginevra Bompiani


Nicla Vassallo (https://niclavassallo.net/), specializzatasi al King’s College London, è filosofa di fama, Professore Ordinario di Filosofia Teoretica, Associato Isem-Cnr., autorità nelle ricerche dei gender studies. Fa parte di consigli direttivi e comitati scientifici di autorevoli riviste, oltre che di associazioni e fondazioni. Annovera numerosi saggi, oltre centocinquanta, tra volumi e articoli scientifici, in italiano e inglese. Ha vinto il premio Filosofia a Siracusa. Ha pubblicato due volumi di poesie, “Orlando in ordine sparso” e “Metafisiche insofferenti per donzelli insolenti”, entrambi Mimesis. Scrive di cultura e filosofia su blog, quotidiani, riviste.

martedì 4 maggio 2021

Dall'ultima newsletter di Ben Vautier

 


Dall'ultima newsletter di Ben Vautier*

CULTURE

Les artistes
pètent plus haut que leur
trou de cul
c’est normal
une question
de positionnement de leur ego

CULTURE PARIS

Je suis passé voir
3 expos différentes à Paris
toutes mauvaises
on dirait, à peu de chose près,
la même mayonnaise,
et pourtant ils se battent

NICE CULTURE

Personne ne prend
l’art contemporain à Nice au sérieux
Et pourtant nous étions
presque à égalité avec Paris,
grâce à Klein, Arman,
le Nouveau Réalisme, et Fluxus
Avant de s’endormir dans le lit municipal

COVID

Il paraît qu’il y a plus de romans
parus pendant le Covid
les gens s’emmerdent,
ils écrivent

BEN CHEZ BILLY LA BAULE ?

Expo le 6 août
j’ai envie de mettre
une table de roulette au milieu
et décliner comme thème
le hasard l’amour la vie

BEN SUR BEN

Et si je faisais une exposition
De ma collection
Je n’ai jamais rien jeté
depuis mon enfance
Comment décider des prix ?
Il y aura des affaires à faire
Mettre tout sur le net ?
non cela n’a pas de sens
je n’aime pas l’argent
j’aime créer
j’aime les femmes
j’aime les pâtes
j’aime le porto

*Ben Vautier (1935), Artista e performer, vive e lavora a Nizza.

L'angolo di Bastian Contrario: Se Bordiga assomiglia a Pol Pot...

 


Giorgio Amico

Se Bordiga assomiglia a Pol Pot che speranza c'è di una società di liberi e eguali?


Un amico ha postato su Fb una pagina in cui Primo Levi riflette sul concetto di totalitarismo in rapporto alla situazione concreta del lager. Proprio la sera prima avevo letto, devo dire con sgomento, un lungo saggio del 1958 di Amadeo Bordiga in cui si esplicitava come essenza del comunismo fosse “l'annullamento della persona singola come soggetto economico, titolare di diritti ed attore della storia umana”. Si, avete letto bene, Bordiga scrive proprio così: il comunismo è l'annullamento di tutto quello che rende un uomo un uomo e non il semplice componente di una specie. E questo spiega perché ho parlato di sgomento. Ma avrei potuto dire anche orrore, perché questo scritto è del 1958 e dunque quando ben conosciuto era “l'annullamento” di milioni di “persone singole” da parte dei totalitarismi nazista e staliniano. Ma questo non turbava Bordiga che anzi, proprio all'inizio del suo scritto, esalta lo sterminio per fame dei contadini russi, quella carestia di ‘Povolzhye” che fra la fine del 1921 e il 1922 fece 5 milioni di morti. Scrive Bordiga:

«Di questo passo di Lenin raccogliamo la nozione del sottoconsumo. Molte epoche hanno presentato questo fenomeno, a cui ha reagito la decimazione della popolazione. L'epoca capitalista mostra di aborrirne, ed insegue il mito della sovrapproduzione, per cui le occorre sovraconsumo e sovrappopolazione. È ora di liberarci da un altro complesso imitativo della forma borghese: la rivoluzione proletaria non può esitare a traversare, se necessario per travolgere il capitalismo, una epoca di sottoconsumo. La rivoluzione di Lenin or sono quarant'anni insegnò che non bisognava esitare; ma il traguardo doveva essere la vittoria del sistema socialista; e non di quello capitalista. Resta tuttavia un grande insegnamento per il proletariato e il suo partito: la dittatura rivoluzionaria avrà il carattere di una dittatura sui consumi, sola via per disintossicare i servi del Capitale moderno, e liberarli dalla stimmate di classe che esso ha loro stampata nelle carni e nella mente.»

Dunque, in nome del comunismo vittorioso e della rieducazione della popolazione ai nuovi valori vigenti, anche la carestia, pudicamente definita “sottoconsumo”, può essere un utile strumento di governo. Pol Pot non avrebbe potuto meglio esprimere la sua identica visione del comunismo.

Marx, ne sono assolutamente certo, sarebbe inorridito scoprendo cosa veniva teorizzato (e purtroppo anche compiuto) in suo nome. Proprio lui che, leggendo la stampa dei socialisti francesi che pure erano lontani anni luce da queste aberrazioni, ci tenne a precisare che, avendo scoperto che alcuni in Francia si dichiarano marxisti, lui non era né tanto meno era mai stato “marxista”.

Di qui la risposta, con qualche aggiustamento formale, al post del mio amico.

«Si riproduceva così, all'interno del Lager, in scala più piccola ma con caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica dello Stato totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall'alto, ed in cui un controllo dal basso è quasi impossibile. Ma questo "quasi" è importante : non è mai esistito uno Stato che fosse realmente "totalitario" sotto questo aspetto. Una qualche forma di retroazione, un correttivo all'arbitrio totale, non è mai mancato, neppure nel Terzo Reich ne' nell'Unione Sovietica di Stalin : nell'uno e nell'altra hanno fatto da freno, in maggiore o minor misura, l'opinione pubblica, la magistratura, la stampa estera, le chiese, il sentimento di umanità e giustizia che dieci o vent'anni di tirannide non bastano a sradicare. Solo entro il Lager il controllo dal basso era nullo, ed il potere dei piccoli satrapi era assoluto. È comprensibile come un potere di tale ampiezza attirasse con prepotenza quel tipo umano che di potere è avido : come vi aspirassero anche degli individui dagli istinti moderati, attratti dai molti vantaggi materiali della carica e come questi ultimi venissero fatalmente intossicati dal potere di cui disponevano.» (Primo Levi, I Sommersi e i Salvati)

Grazie, A., il tuo post mi ha fatto riflettere su come ci si possa ancora definire comunisti oggi dopo l'orrore del gulag russo, cinese, cambogiano, coreano. Il brano che proponi è fondamentale per capire le logiche del potere totalitario. Ma come è potuto accadere? Quale pensiero sta dietro a queste aberrazioni, quale visione dell'uomo e della storia le giustifica? Non possiamo ridurre tutto alla follia razzista hitleriana. sarebbe rassicurante, ma non è così. Nell'ultimo numero di Programma comunista, giornale storico dei bordighisti, viene citato come fondamentale per la comprensione di cosa è il vero programma comunista, uno scritto di Bordiga del 1958. Me lo sono andato a cercare e ieri sera l'ho finalmente letto. La tesi sostenuta è questa "Contenuto originale del programma comunista è l'annullamento della persona singola come soggetto economico [ e fin qui ci possiamo stare], titolare di diritti ed attore della storia umana". E qui non ci stiamo più. Bordiga per venti pagine spiega che l'individuo (per lui un concetto borghese) deve essere annullato come essere pensante, protagonista di scelte autonome, portatore di diritti. Conta solo la specie, perché la "personalità individuale" è una "vuota fantasima". La persona singola va eliminata dalla storia, non ha alcun ruolo, perché contano solo le leggi economiche. La storia, dunque, si fa da sola, con il movimento di masse amorfe e inconsapevoli guidate da una entità superiore, il partito rivoluzionario detentore della coscienza di classe. La rivoluzione, scrive Bordiga, ha bisogno delle "mani armate" degli operai, non della loro intelligenza. La mente è il partito.

Ma se “l'autentico” comunismo è questo, allora la differenza fra Stalin, Pol Pot e Bordiga sta solo nel disporre o meno del potere materiale (l'apparato dello Stato) per costruire questo comunismo da formicaio. Non a caso Bordiga spesso evoca la dittatura spietata che il partito eserciterà una volta preso il potere. Anzi possiamo aggiungere che Stalin, che pure esercitò la violenza su scala di massa contro il suo popolo e il suo stesso partito, non arrivò mai a teorizzare con tanta brutale chiarezza che il proletariato non era che una massa amorfa da utilizzare per la presa violenta prima e la gestione dispotica poi del potere da parte di una élite. Ma la liberazione della classe operaia dallo sfruttamento del capitale non doveva essere opera della classe operaia stessa? Ma il proletariato non doveva, emancipando se stesso, emancipare l'intera umanità?

Leggere queste righe di Levi a poche ore lettura del testo di Bordiga, mi ha confermato che, forzature politiche a parte, la tesi della coincidenza dei due totalitarismi non è poi così campata in aria. Le tesi di Bordiga portano direttamente alla situazione descritta da Levi, dove chi è in basso è un numero, una cosa. Marx parlava di emancipazione e piena realizzazione dell'uomo, non di riduzione dell'uomo a un essere privo di personalità individuale, a un numero tatuato su un braccio o stampato su una tuta da lavoro. Il marxismo è un umanesimo, Gramsci e la Luxemburg lo hanno sostenuto fino alla fine e da qui le accuse di idealismo e democraticismo dei presunti "ortodossi". Se il comunismo novecentesco, realizzato da Stalin e dai suoi epigoni ma anche teorizzato da chi pure come Bordiga si contrapponeva allo stalinismo, è un salto indietro rispetto alle stesse libertà borghesi, allora va respinto proprio in nome di un ritorno al marxismo libertario del giovane Marx dei Manoscritti, innamorato della sua Jenny e dell'umanità. Per lui il comunismo era l'idea di una libertà piena non più condizionata dal denaro e di una vita finalmente umana, non una casa dei morti gestita da un potere impersonale e tirannico, il partito Messia depositario della verità e dunque al di là del bene e del male, che poi nel concreto diventa, come spiega bene Levi, il capriccio personale di "piccoli satrapi" onnipotenti.




Bobo Pernettaz, percorso di un artista

 

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Asimov ritrovato

 


È in libreria Delitto all'ABA, forse il più intrigante dei romanzi polizieschi di Isaac Asimov. Autore molto più noto al grande pubblico come scrittore di fantascienza e divulgatore scientifico. Il romanzo, di cui proponiamo la recensione di Enrico Tiozzo, docente emerito di letteratura italiana all’Università di Göteborg, era già stato pubblicato da Mondadori nel 1977 ma, come avverte l'editore in una sua nota editoriale, con pesanti tagli per restare nel formato standard di un centinaio di pagine delle collane “Gialli Mondadori” o “Urania”. Sempre per ridurre il testo alle dimensioni di libriccino da edicola ferroviaria si era provveduto a una traduzione assai libera, che spesso sostituiva pagine intere con parafrasi. La nuova edizione è dunque la prima integrale e con una traduzione che rende perfettamente il senso autentico del testo. Una felice riscoperta per l'appassionato di gialli che finalmente si trova nelle mani una edizione integrale e filologicamente corretta di un testo non secondario della letteratura poliziesca. Quanto a noi, siamo ancora più felici di segnalare l'esordio letterario di Laris Massari, traduttore e curatore esemplare del testo, che ha arricchito con una introduzione e un corpo di note che ne facilitano la lettura. Si, perché, Laris, che abbiamo conosciuto bambino, ha appena compiuto 17 anni e con questo lavoro si segnala come una promettente speranza del panorama letterario ed editoriale italiano.

G.A.


Enrico Tiozzo

Asimov ritrovato

Con la pubblicazione di Delitto all’ABA (Massari editore, 2021), in traduzione integrale e con un ricco apparato di note, viene finalmente restituito ai lettori italiani nella sua interezza un magistrale giallo di Isaac Asimov che ha circolato per quasi mezzo secolo, fin dall’uscita nel 1976, in una versione alterata dalle manipolazioni editoriali (a cominciare dal titolo). A metterle puntualmente in luce e a documentarle, al di là di ogni ragionevole dubbio, ha provveduto finalmente il curatore e traduttore della nuova edizione, Laris Massari, che ha compiuto una fine e accurata operazione filologica riuscendo nello stesso tempo a rendere al meglio lo stile incalzante e avvincente dell’originale inglese, Murder at the ABA.

Nell’edizione uscita nel 1976 e in quelle successive fino al 2012 il libro di Asimov, come dimostra il curatore italiano, era stato vittima di tagli arbitrari su brani da ritenersi essenziali ma giudicati superflui, insignificanti o difficili da tradurre, per un totale di 17 pagine, con un processo di riscrittura dell’originale, capace di spingersi fino alla parafrasi in italiano di alcuni passaggi del testo inglese. Ci voleva un piccolo editore impavido per mettere in evidenza una prassi spiacevole che purtroppo è divenuta quasi abituale per troppe case editrici quando decidono di pubblicare la traduzione italiana di un originale in lingua straniera.

L’aspetto prioritario infatti è di dare al libro uno stile ritenuto «adatto» al lettore italiano, considerato più «leggibile» dal traduttore e dall’editore, anche se ciò comporta un’evidente manipolazione o perfino una vera e propria riscrittura del testo originale. Il problema naturalmente non è nuovo né solo italiano: fra gli altri, se n’è occupato autorevolmente Milan Kundera, nel suo I testamenti traditi, a proposito delle traduzioni di Kafka in lingua straniera.

Nella traduzione elegante ma fedelissima di Laris Massari, il trascinante romanzo giallo di Asimov riacquista tutti i colori smaglianti dell’originale. Il traduttore ha operato come il restauratore che pulisce la superficie di un quadro mediocre per ritrovare il capolavoro che era stato coperto da un pittore occasionale.

Giallista atipico - come non è strano che accada a uno scrittore dai molteplici interessi - ma tutt’altro che spaesato nella letteratura poliziesca, Asimov, con Delitto all’ABA, costruisce un romanzo che fila via come il vento, tra l’umorismo sottile ispirato al suo amato Wodehouse, l’atmosfera riecheggiante a tratti i toni hardboiled del giallo statunitense, e quell’unità aristotelica di tempo, spazio e luogo che è la chiave di volta delle trame più coinvolgenti e riuscite, perché il lettore si sente chiamato in causa, sa di trovarsi sul posto e capisce, di pagina in pagina, che gli eventi stanno prendendo forma sotto i suoi stessi occhi, nel loro divenire.

Magistrale la caratterizzazione dei personaggi, disegnati con pochi ma efficacissimi tratti di penna, in uno stile che ricorda quello di Saul Bellow: «Eccolo lì, a grandezza naturale (poco più di un metro e ottanta), con la sua faccia gradevole e sorridente, con i suoi occhiali pince-nez del tipo che non ti aspetteresti di trovare al di fuori di un museo.

«Combinato con una barbetta bianca sul mento e una crescita generosa di baffi, ugualmente bianchi, sembrava una figura letteraria del diciannovesimo secolo». Altrettanto efficace è lo scambio di battute nei numerosi dialoghi, sempre serrati e percorsi da un geniale umorismo interno, mentre le situazioni in cui viene a trovarsi l’io narrante sono originali e provocatorie. Qui gioca un ruolo determinante l’abilità del traduttore, la sua capacità di rendere in un italiano scorrevolissimo lo stile di Asimov, attento a ogni sfumatura, fedele e insieme creativo.

Ma qual è la traduzione ideale? È necessario partire dal traduttore che dev’essere in grado di padroneggiare, quasi allo stesso modo, la lingua da cui e quella in cui traduce, anche se sappiamo che il bilinguismo perfetto è rarissimo. La fedeltà al testo originale è l’aspetto più importante, fermo restando che le pagine dell’originale devono essere rese stilisticamente al meglio nell’altra lingua. Un pericolo sempre in agguato sono le varianti, cioè le tentazioni di usare parole o espressioni che sono «vicine» a quelle dell’originale, ma che il traduttore ritiene più eleganti o tout court migliori. Kundera fa un esempio calzante a proposito dell’uso dei pronomi e dei sinonimi nelle traduzioni dei libri di Kafka. Se nella stessa frase di un suo libro, Kafka ha ripetuto per tre volte lo stesso sostantivo, il traduttore, pur considerando inelegante la sequenza, non deve servirsi di sinonimi ma deve ripetere anche lui per tre volte lo stesso sostantivo. Bisogna ricordare che Kafka, se avesse voluto servirsi di sinonimi o di pronomi, lo avrebbe fatto da solo. Ma è grave anche quando il traduttore decide di «saltare» il passaggio di un libro non per distrazione, ma perché non capisce il senso del testo e non riesce a tradurlo. Onestà vorrebbe che consultasse l’autore stesso o un esperto, oppure che, permanendo l’intraducibilità, usasse le parentesi quadre riportando in nota il testo originale e il problema di traduzione incontrato, soluzione che però viene immancabilmente esclusa a meno che non si tratti di un testo arcaico.

Altrettanto deprecabili sono i veri e propri errori di traduzione. Purtroppo tutti i traduttori ne fanno qualcuno, ma l’essenziale è che siano pochissimi. Anche padroneggiando una lingua possono capitare espressioni o neologismi dal significato speciale e ben diverso da quello apparente. Ricordo il termine «foglio rosa» di un romanzo italiano, tradotto alla lettera in svedese senza sapere che in italiano il termine indicava il permesso provvisorio di guidare un’automobile, con il risultato della totale incomprensibilità del passaggio in questione. Oppure la parola «vite» tradotta come vitigno mentre significava l’organo di fissaggio, ma gli esempi sono infiniti in tutte le lingue oggetto di traduzioni.

Qui si tratta tuttavia di errori «preterintenzionali», che possono anche essere perdonati giacché il compenso pagato ai traduttori è notoriamente basso e chi traduce deve esporsi a qualche rischio. Imperdonabili invece omissioni e tagli decisi a mente fredda e per motivi di bottega. Per fortuna ogni tanto, come nel caso di Delitto all’ABA, c’è chi rimette le cose a posto.


Isaac Asimov
Delitto all'ABA (Ediz. integrale)
Curatore: Laris Massari
Massari Editore, 2021
16,50 euro

martedì 27 aprile 2021

Fratelli a tavola. Cibi, menù, vizi e virtù della cucina massonica

 

Oggi per il mio 72° compleanno mi è arrivato del tutto inaspettato questo graditissimo dono.

Fratelli a tavola. Cibi, menù, vizi e virtù della cucina massonica

In questo libro vedrete schemi di comportamento per fare una cucina che non è né utile né pratica ma piena di sentimenti e di  fascino. Agli iniziati risulterà emotiva ed edificante, agli occultisti un po’ magica e ai profani, scettici del mondo esoterico, piacevole e accattivante. Un viaggio nelle sacralità del cibo e nei suoi significati, ma anche nelle tecniche e nelle culture gastronomiche. Un modo per vedere il piatto con altri occhi e gustare il cibo con un palato “risvegliato”.

Così recita il risvolto di copertina.

Ma pochi sanno che, oltre a tramare oscuri complotti, come molti ancora pensano, i Liberi Muratori hanno consuetudine al termine dei loro lavori rituali di condividere  il pane ed il vino a rinsaldare la loro fratellanza. Si tratta di una usanza antichissima che risale alle corporazioni muratorie, ai costruttori delle grandi cattedrali gotiche che, a stare alle parole di un famoso cronista medievale,  "come un manto bianco ricoprono l'Europa”. Consuetudine ripresa dalla Massoneria speculativa moderna. Che un pasto in comune fosse abitualmente consumato al termine dei lavori di Loggia, almeno a partire dal 1717 o comunque dalla fondazione della Gran Loggia di Londra, è attestato dai Doveri di un Libero Muratore allegati alle Costituzioni elaborate dall’Anderson nel 1723. Infatti, all’art. 2 dei Doveri, sotto il significativo titolo di Comportamento quando la Loggia è Chiusa ed i Fratelli non sono usciti che consente di situare le relative prescrizioni dopo la chiusura dei lavori rituali, si legge: «Potete divertirvi con innocente allegria, trattandovi l’un l’altro a vostro talento, ma evitando ogni eccesso, o di spingere alcun Fratello a mangiare o bere oltre la sua inclinazione…».

Ancora meno persone sanno che proprio a questo tipo di banchetto si riferiva il giovane Marx, iniziato con Engels alla Lega dei Giusti (che diventerà poi dei Comunisti), organismo paramassonico che in derivazione diretta dal Compagnonaggio riuniva gli operai socialisti francesi che della Fratellanza universale avevano fatto il loro motto, lo stesso che ancora oggi campeggia all'Oriente di ogni Loggia italiana: Libertà-Uguaglianza-Fratellanza.

Scrive Marx, che a questi banchetti partecipò da giovane liberale e ne uscì conquistato all'idea di una società di uomini liberi e uguali:

“Quando gli operai comunisti si riuniscono, essi hanno primamente come scopo la dottrina, la propaganda, ecc. Ma con ciò si appropriano insieme di un nuovo bisogno, del bisogno della società, e ciò che sembra un mezzo è diventato scopo. Questo movimento pratico può essere osservato nei suoi risultati più luminosi se si guarda ad una riunione di “ouvriers” socialisti francesi. Fumare, bere, mangiare ecc. non sono più puri mezzi per stare uniti, mezzi di unione. A loro basta la società, l'unione, la conversazione che questa società ha a sua volta per iscopo; la fratellanza degli uomini non è presso di loro una frase, ma una verità, e la nobiltà dell'uomo s'irradia verso di noi da quei volti induriti dal lavoro”.

Meglio non si sarebbe potuto descrivere lo spirito autentico di una agape massonica, che non è una semplice appendice conviviale ai lavori nel Tempio.

Un libro da leggere dai "figli della vedova", ma anche dai "profani". Fonte di meditazione per chi voglia comprendere il senso profondo di pratiche spesso ripetute in modo meccanico e superficiale, e dunque non iniziatico, ma anche una scoperta per chi non ha timore ad andare controcorrente e vuole non giudicare secondo stereotipi, ma capire.


Mauro Bonanno- Maria Costa
Fratelli a tavola
Cibi, menù, vizi e virtù della cucina massonica
Gruppo editoriale Bonanno, 2020


lunedì 26 aprile 2021

Autonomia operaia a Genova e in Liguria (1973-1980)

 

Autonomia operaia a Genova e in Liguria

(1973-1980)

Il fatto che l’Autonomia operaia negli anni Settanta sia stata a Genova e in Liguria, rispetto ad altre aree in Italia, una vicenda minore (o meglio, che ha fatto parlar meno di sé) non costituisce un buon motivo per non scriverne. Da un lato ci sono abbondanti ragioni che spiegano perché, nonostante la storica centralità, economica e industriale, della città e della regione, e nonostante la ricchezza culturale espressasi localmente almeno sino alla fine degli anni Sessanta, una prassi innovativa come quella dell’operaismo militante prima e dell’Autonomia operaia poi si sia schiantata contro il muro della composizione di classe locale e della sua rappresentanza politica. Dall’altro un movimento così ricco nei suoi momenti culminanti (il Settantasette romano e bolognese) e così persistente nel tempo e radicale nelle analisi, è proprio nelle situazioni apparentemente più povere o meno clamorose che può meglio essere studiato, perché è lì che si presenta in modo più addensato ed essenziale. Ed è lì che l’arretratezza del contesto può mostrare in anticipo i segni del suo superamento.

Il libro, prima parte di un’opera in due volumi, ricostruisce il percorso di una federazione di comitati che nel corso degli anni Settanta, a Genova, hanno dato forma a una critica radicale al duplice conservatorismo locale: quello del ceto mercantile e redditiero e quello del Partito comunista in alleanza con il sindacato. Lo scontro, aspro e violento, si è svolto in uno scenario caratterizzato dal declino industriale di quello che era stato uno dei vertici del triangolo economico dell’Italia del Novecento, dall’egemonia del Partito comunista e dalla vicenda totalizzante delle Brigate rosse.

Gli autonomi fanno intervento nelle fabbriche, praticano e diffondono l’autoriduzione, intercettano il movimento delle donne, creano centri di aggregazione territoriale, si espandono nelle scuole, si scontrano in piazza, fondano un giornale e una libreria, affrontano la difficile partita identitaria di una scena mediatica e politica interamente subordinata alla repressione. Questo libro è il racconto di questa «breve ma intensa estate ligure».

Gli autonomi genovesi sperimenteranno, infatti, in anticipo la ristrutturazione capitalistica che nei decenni successivi porterà alla scomparsa del lavoro operaio e dovranno trasformarsi in laboratorio di ricerca per nuovi piani della critica.

Roberto Demontis (1960), genovese, militante dell’Autonomia operaia, è stato tra i fondatori della Associazione Città Aperta e tra gli organizzatori delle mobilitazioni contro il G8 nel 2001. Giorgio Moroni (1951), genovese, ha militato in Potere operaio e in Autonomia operaia. Ha pubblicato saggi e interventi sul movimento e sui gruppi negli anni Settanta. È autore di una ricerca inedita sulla sinistra radicale a Genova a partire dagli anni Cinquanta. È stato tra i fondatori dell’Archivio dei Movimenti a Genova.


Gli autonomi, vol. VII
Prima parte
Autonomia operaia a Genova e in Liguria.
(1973-1980)
A cura di Roberto Demontis e Giorgio Moroni
DeriveApprodi
euro 20,00

sabato 24 aprile 2021

Dialogo con un amico sulla Resistenza e la memoria

 


Giorgio Amico

Dialogo con un amico sulla Resistenza e la memoria

Verso il 25 aprile. Vedo che su alcuni profili fb vengono proposte le immagini dei martiri della Resistenza, sottolineando il sacrificio a cui si sono consapevolmente sottoposti, lottando per la libertà contro un nemico spietato e dalla forza militare soverchiante. Sono perplesso che queste forme di comunicazione (le stesse da 70 anni) siano adeguate per far comprendere qualcosa alle nuove generazioni (funzionavano forse ancora con la mia che adesso ha cinquant'anni suonati). Credo che sia necessario cambiare linguaggi e modalità. Preciso, a scanso di equivoci, che non ritengo i giovani d'oggi "rincoglioniti" dai social: ma la società, la cultura, le mentalità sono cambiate profondamente in questi ultimi decenni. Il martirologio non serve (anche perché i fascisti del 21. secolo controbattono con il loro, e conta poco che sia falso o decontestualizzato). Pero' cambiare cosa, come? Ci rifletto da molto tempo ma non so cosa rispondere.

Marco B.


Caro Marco,

una volta, quando ero giovane, pensavo che i fatti parlassero da soli e che bastasse ricordarli per farli rivivere. Sbagliavo. I ricordi hanno colore e sapore solo per chi ha vissuto in prima persona quei momenti. Il racconto, fatto da altri, quando diventa celebrazione, inevitabilmente scade nella retorica e nel banale. Il culto dei morti, come collante della “Nazione”, è parte integrante del processo di nazionalizzazione delle masse, che proprio il fascismo portò alle sue estreme conseguenze, rendendolo non solo grottesco, ma rendendo così impossibile il reale superamento/realizzazione degli ideali del Risorgimento a cui pure dichiarava di ispirarsi. Che anche il Risorgimento, ricordiamolo, fu tempo di amori e odi, guerra civile e pure feroce.

Mi son sempre chiesto cosa pensassero davvero i vecchi garibaldini, portati a sfilare in camicia rossa nelle manifestazioni “patriottiche” del regime. Mi è capitato spesso di pensarlo negli ultimi anni dei partigiani, ormai novantenni. Da quando mi chiamano a parlare ai giovani del '68 conosco la risposta. La leggo negli occhi dei giovani che ascoltano, magari con interesse, il mio racconto.

È destino dei vecchi che i loro ricordi siano letti come favole. Davvero la fabbrica del mito non cessa mai di operare. La portiamo radicata nell'angolo più profondo del nostro inconscio. 

Questo sul piano personale. Sul piano storico il discorso non è poi molto diverso.

È destino delle rivoluzioni essere tradite. Furono traditi i garibaldini e con loro i contadini del Sud. Garibaldi e Mazzini furono resi icone inoffensive erigendo loro migliaia di lapidi e monumenti mentre si sparava su chi lottava per il pane e la dignità. Lo furono i partigiani, lo fu anche la mia generazione. Ma lo fu anche il rabbi Jeshua. Tanto che quello che noi chiamiamo cristianesimo è opera di Paolo, che neppure lo conobbe, né partecipò a quegli eventi, ma che seppe però trasformare una predicazione di cui sappiamo molto poco in un mito salvifico e in una Chiesa che ancora oggi regge.

Perché una rivoluzione è il tempo dell'Avvento, e parteciparvi una conversione, il momento della scoperta del senso autentico delle cose, dove tutto assume un altro significato e si guarda il mondo con occhi diversi. Una esperienza totalizzante per chi la vive. È la follia amorosa di Orlando, ma anche del partigiano Milton. Per questo non esiste memoria né rievocazione storica che possa trasmetterla davvero, se non a chi l'ha a sua volta vissuta.

Poi lo strappo si ricuce, la vita quotidiana riprende i suoi spazi. La normalità ritorna padrona. Resta la nostalgia in chi ha partecipato di una stagione irripetibile, di un momento in cui tutto era chiaro e la libertà esperienza di ogni attimo e non una parola. La nostalgia, ma anche il rimpianto. Perché una rivoluzione è l'isola che non c'è, perduta e mai più ritrovata.

Come si fa a trasmettere tutto questo a chi non c'era, a chi non l'ha vissuto sulla sua pelle? Non ho risposte da darti. Ma comunque un paio di cose credo ormai alla mia età di averle capite. La memoria non può essere trasmessa a forza, perché lo richiedono i programmi ministeriali o perché è giusto in astratto. I giovani non sono contenitori vuoti da riempire usando le ricorrenze come imbuti. Il giovani non sono piante, è uno slogan del '68, da allevare in serra preservandoli dal caldo o dal freddo eccessivo. La realtà e contraddittoria. Lasciamo dunque che le contraddizioni esplodano. In questo aveva ragione il vecchio Camus a sostenere che, se sono rari i tempi della rivoluzione, è invece sempre tempo di rivolta. E l'oggi non fa eccezione.



sabato 17 aprile 2021

La Fiera di Sant'Orso. Bobo Pernettaz: racconto dolce e amaro

 


Se la cattedrale era il cuore spirituale della città medievale e il palazzo comunale il cuore politico, la fiera era la comunità che si apriva all'esterno, orgogliosa dell'abilità dei suoi artigiani, ma allo stesso tempo aperta al confronto e allo scambio. La fiera come incontro pacifico di genti e di culture, momento sacro tanto che avveniva sotto il patrocinio del vescovo ed in occasione della ricorrenza di un Santo particolarmente venerato.

Con la modernità la fiera si è ridotta a mera esibizione di merci, ha perso la sua sacralità. Ma a Aosta, no. Alla Fiera di Sant'Orso si respira un'aria diversa. E non è folklore, è il cuore di una città, di una valle e di un popolo che quel giorno si manifesta in un incontro che è appartenenza ad una comunità, a una storia e ad una cultura, ma anche orgoglio di mostrare cosa nel mondo delle macchine sanno ancora fare le mani di un artigiano.

La Fiera di Sant'Orso è Aosta e la sua valle. In quel giorno la città si mostra senza veli. Nessuno può dire di conoscere Aosta se non ha almeno una volta partecipato alla Fiera. Perché a Sant'Orso si va per partecipare, non per vedere e tanto meno per comprare. La Fiera è il legno delle opere esposte, ma anche le risate, gli incontri, il vino bevuto insieme a rinsaldare vecchie amicizie e a suggellarne di nuove. Tutto questo è Sant'Orso.

Oggi presentiamo un libro, affascinante, che racconta la Fiera dall'interno attraverso le narrazioni degli artigiani che espongono le loro opere. Sono racconti di vita, attimi fermati e messi sulla carta, incontri. Fra tutti il racconto di Bobo Pernettaz, per me Taz, “il sarto dei legni esausti”, capace di dare vita ed anima a quelle che per chi non ha il suo cuore di bimbo sono solo vecchie tavole abbandonate. Taz, l'amico di gioventù, perso e poi ritrovato, perché la vita è misteriosa e magica, proprio come le sue tavole.

G.A.


    "Un guitto malinconico" Tavola di Bobo Pernettaz


Un racconto salato, dolce e amaro

Roberto Bobo Pernettaz è uno degli exposant più creativi: arrivato tardi a lavorare il legno, da qualche anno assembla vecchie tavole ricavandone pannelli dai colori tenui, molto suggestivi e originali. Per questo motivo è noto come il sarto dei legni esausti.

Bobo racconta: «Il retro del banchetto a la Foire è una angolo attrezzato per consumare agili spuntini con gli amici che, di passaggio, sostano per un saluto masticato. Quindi: tagliere con coltelli, bicchieri di plastica e bottiglie di vino, pani di fogge diverse, salumi, grappina, vov..., nel mio caso su di un tavolino posticcio che non mi ha mai tradito. Pare che claudichi azzoppato dalle tante edizioni della Foire, ma continua a reggere indomito.

Mio fratello, contadino della bassa Valle, lo riforniva di vecchie tome e salumi portentosi e, non pago della sua generosità, lo dotava anche di coltello. Un anno mi regalò l'Opinel decorato, l'anno dopo quello con il manico colorato... fino a donarmi uno splendido coltello sardo: un Pattada. Ovviamente a fronte del regalo, secondo tradizione, chiedeva in cambio una moneta.

Mio fratello a marzo muore, il gennaio successivo, a Sentùr, per sentirlo ancora con me, calzo il suo cappello verde e attrezzo il retro-banchetto come lui avrebbe fatto: cibi e pattada inclusi. La Fiera si svolge celebrando il rito dell'incontro, del saluto, del commento ai lavori esposti. Lo cerco con gli occhi anche se so che non si avvicinerà più, ma il pattada è lì a testimoniarne la presenza.

È quasi sera e la luce inizia a declinare, quando vedo avvicinarsi un conoscente. Ci scambiamo un saluto distratto e mi chiede di poter assaggiare un formaggio invitante. “Prego” gli rispondo e gli giro le spalle per iniziare con un'altra persona la trattativa di una vendita. Mi dilungo in ciance e quando mi giro lui non c'è più ma non c'è più neppure il pattada di mio fratello.

Una fiera tristissima per me,senza mio fratello e vittima di un furto indegno. Mai rubare! Mai rubare na roba cara e mai rubare a Sentùr dove le anime si sposano leggere per fare festa»,




Francesco Di Vito (testi) – Vasco Marzini (disegni)
La Fiera di Sant'Orso
Un artigiano racconta

Il libro, da leggere per capire un poco l'animo vero della Valle e dei suoi abitanti, può essere richiesto alla Libreria Briviodue, Piazza Emile Chanoux, 28, 11100 Aosta. http://www.libreriabrivio.it

giovedì 15 aprile 2021

Gorbaciov e la crisi del socialismo reale



 https://www.academia.edu/46886291/A_dieci_anni_dalla_morte_di_Mao.

2001. Un anno di politica italiana


Il quaderno raccoglie gli articoli apparsi sul mensile "L'Internazionale" per l'anno 2001.

domenica 11 aprile 2021

Leonardo Sciascia da giovane. Fra fascismo, Democrazia cristiana e Partito comunista

 



Giorgio Amico

Leonardo Sciascia da giovane. Fra fascismo, Democrazia cristiana e Partito comunista*

Nel 1951 si sviluppò su alcuni organi di stampa una polemica fra un non meglio identificato “Ex” e Leonardo Sciascia. L'ancora semisconosciuto scrittore aveva pubblicato su un giornale (democristiano) siciliano un articolo irridente Mussolini e dalle colonne del fascistissimo “Meridiano d'Italia” un anonimo firmatosi “Ex” gli aveva risposto con una dura lettera che terminava con un “è ridicolo che oggi fai l' antifascista, perché in tanti ricordano bene quando eri fascista”.

La lettera da immediatamente il via ad una serie di precisazioni e repliche da una parte e dall'altra. Al primo “Ex” se ne aggiunge presto un secondo che ricalca la dose ricordando come Sciascia avesse tenuto comizi per il Partito fascista ricavandone citazioni e premi. Al che Sciascia replicherà irridente che i suoi discorsi erano stati in realtà delle beffe in cui utilizzando le riunioni del regime si era fatta propaganda antifascista per conto del Partito comunista clandestino:

“I due "ex" ci accusano di avere, tra il ' 40 e il ' 43, parlato in qualità di iscritti al Guf, da fascisti e a pubblico fascista. Verissimo il fatto di avere una o due volte, e poi in un convegno di universitari, parlato in luoghi e su temi "fascisti". Ma c' è un piccolo dettaglio: nel 1938, a Caltanissetta, noi entrammo nelle file del Partito comunista clandestino. I fascisti erano stupidi - continua - e ne approfittavamo. Segnaliamo agli ex il quindicinale "di Guardia" della federazione fascista: troveranno degli articoli che potremmo oggi ripubblicare senza arrossire. Ma naturalmente i fascisti non capirebbero ancora, come non capirono allora. Una volta a un convegno abbiamo persino (parlando male del fascismo) ricevuto un premio in denaro che immediatamente abbiamo trasformato in sigarette imparzialmente divise tra tutti gli "amici". Fu un tempo di divertenti beffe, e lo ricordiamo con quel piacere che accompagna sempre le cose della prima gioventù”.»

Della cosa non si parlò più e fu dimenticata. Sciascia stesso si guardò bene dal parlarne, finché uno studioso nei primi anni duemila decise di approfondire il tema degli scritti giovanili di Sciascia di cui nessuno si era mai apparentemente occupato e la cosa non fu senza conseguenze.

Cogliendo l'accenno a “di Guardia!” organo dei Fasci di combattimento di Caltanissetta, da una ricerca sul giornale, assai difficile da trovare come tutti i giornali d'epoca fascista – forse perché qualcuno pensò bene dopo la guerra di far sparire tracce di un passato compromettente – venne fuori che tra il 1940 e il 1941 Leonardo Sciascia aveva effettivamente collaborato al giornale con ben dodici articoli firmati e forse anche con altri contributi rimasti anonimi. Dunque, nel primo anno di guerra Sciascia contribuì stabilmente alla redazione del giornale con articoli di sostegno allo sforzo bellico italo-tedesco, l'esaltazione di Mussolini e la denigrazione sistematica delle democrazie corrotte e plutocratiche angloamericane. Tra gli articoli uno colpisce particolarmente l'attenzione, perché, abbandonato per una volta il tema della guerra e della politica estera, Sciascia riprende e fa suo un argomento tipico della propaganda fascista, quello della donna anglosassone, stupida e vuota, contrapposta alla donna italica, sposa e madre destinata a dar figli alla patria e al Duce.

“Come tutte le macchine stupide la donna borghese è maledettamente complicata di leve di tasti di lubrificazioni e di scatti. Vive in un vuoto pneumatico. Si muove su un binario morto. Teatro cinema libri di fama e variazioni sportive sono per lei un sistema di ventilazione – una cultura pretesto o uno sport pretesto. Tra il tennis e Pearl Buck conserva la sua parvenza di manichino. Anche se va in cerca d’emozioni. Anche se fuma sigarette estere. Anche se legge Caldwell. Sulla sua intelligenza tutto scivola come l’acqua sulla pietra. Importante è il monocolo del signor M. N. o la frase di spirito che il Signor F. S. ha buttata annoiatamente come un mozzicone di sigaretta. Un’eco di pescecanismo è oggi nella loro vita. Io – e basta”. (L[eonardo]. S[sciascia], Cristallizzazione, «di guardia!», 20 gennaio XIX, II, 6, 3.)

Per essere una forma mascherata di propaganda antiregime non c'è male. Così come viene naturale domandarsi come mai il fascismo sia caduto solo il 25 luglio del 1943, visto che tutti gli organi di stampa fascisti, dai più importanti ai più provinciali, erano redatti in larga parte da intellettuali guarda caso concordi nel dichiarare a cose fatte di essere stati “temporibus illis” in realtà tutti convinti comunisti intenti a minare il regime dall'interno. Meglio lasciar perdere, il discorso porterebbe lontano e investirebbe in pieno quel particolare carattere della storia nazionale che è stato ed è il trasformismo.

Comunque sia Emanuele Macaluso, anche lui di Caltanissetta, garantisce per Sciascia che, a suo dire, fu sempre comunista. Nonostante l'autorevolezza e la caratura del personaggio, le perplessità tuttavia restano inalterate. Non pare ad esempio credibile, considerate le rigorosissime regole di clandestinità del PCI, che alle attività di una cellula partecipassero elementi, come Sciascia che per primo ammette di essere stato un comunista non iscritto, dunque nell'ipotesi migliore, un semplice simpatizzante. Ma, anche ammesso che quella cellula sia davvero esistita, colpisce che invece di operare fra i minatori e i contadini, limitasse la sua attività a prendersi gioco sul giornale della federazione fascista dei temi della propaganda del regime. A meno che, come probabile, non si sia trattato molto più realisticamente di un gruppo di studenti che amavano sentirsi comunisti giocando sulle parole per sfidare , come affermò lo stesso Sciascia, la stupidità dei fascisti. Insomma, più una goliardata che cospirazione vera e propria. Sono gli interrogativi,che in forma non direttamente politica e molto raffinata, si pone un illustre studioso dell'opera di Sciascia:

“E tuttavia potremmo definire ‘politica’ un’operazione simile, solo se feticizzassimo al massimo le dichiarazioni d’autore (su Brancati e Savinio maestri di antifascismo, ad esempio): in sé, in effetti, i riferimenti non sono poi molto esplicativi. L’allontanamento dal regime è più che altro comprovato da una torsione nelle letture private, dal ripiegamento in un dialogo con i propri autori. Le allusioni sono talmente complesse da costituire una sorta di gioco intimo e iperletterario più che una testimonianza pubblica. Arriviamo così ad un primo punto importante: il materiale d’impiego dell’operazione di Sciascia in Cristallizzazione è letterario e colto e pur tuttavia non è impiegato in senso allusivo. L’opacità e la non organicità dei rimandi sembrano indicare una volontà di occultamento più che un invito alla scoperta. Il pubblico è del tutto estromesso.messo... Ma allora a chi parla Sciascia? Oltre che a se stesso, è legittimo pensare ad ristretto gruppo di conoscenze con cui condivideva esperienze, opinioni, letture”. (Enrico Fantini, "L’intellettuale ‘rondista’: su alcuni tic retorici nella scrittura di Sciascia". In “I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo”. Atti del XVIII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Padova, 10-13 settembre 2014), a cura di Guido Baldassarri, Valeria Di Iasio, Giovanni Ferroni, Ester Pietrobon, Roma, Adi editore, 2016, p,5)

L'affermazione è chiara. Se intento antifascista c'era, esso era totalmente incomprensibile al pubblico.Insomma, un gioco colto fra giovani intellettuali moderatamente dissidenti. Ma potrebbe benissimo anche non essere stato un gioco e che l'uso dell'aggettivo “antifascista” a definirlo sia del tutto fuori luogo. Importante, ci pare, a questo proposito il giudizio recentissimo di un altro illustre studioso, questa volta americano, Joseph Francese che già nell'introduzione del suo studio mostra di credere alla natura genuinamente fascista degli scritti di Sciascia:

“In questo articolo prendo in esame, nel loro contesto storico, undici editoriali di Leonardo Sciascia pubblicati nel 1940-41 in di guardia!, la pubblicazione bisettimanale dei Fasci di Combattimento di Caltanissetta. Questi articoli trattano quasi esclusivamente di politica estera. Un'analisi che mi ha fatto comparare e mettere a confronto l'immagine del giovane Sciascia che esce direttamente dalle pagine de In guardia! Con la miriade di affermazioni autobiografiche che lo scrittore fece in supporto di sé e della propria immagine creata e perfezionata per quattro decenni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Pietra angolare di questa immagine è una coscienza antifascista generata dalla Guerra civile spagnola(1936–1939). Ma i contributi di Sciascia a di guardia!—tutti perfettamente allineati con la tipica propaganda di guerra fascista — dipingono il ritratto di un giovane che è davvero molto d'accordo con la politica estera di Mussolini, suggerendo che la conversione dello scrittore all'antifascismo avvenne nel periodo successivo all'attacco giapponese a Pearl Harbor e durante l'occupazione alleata della Sicilia”. (Joseph Francese, "Leonardo Sciascia in the pages of di guardia! Quindicinale della Federazione dei Fasci di Combattimento di Caltanissetta", Forum Italicum: A Journal of Italian Studies , Vol 53, Issue 3, 2019).

Macaluso, si è visto, è categorico tanto da ribadire in diverse occasioni la fede comunista dello scrittore siciliano, pur ammettendo che questi non fu mai iscritto al partito e attraversò anche momenti di forte critica. È quanto nel 2010 ebbe a dichiarare a La Repubblica:

“La vicenda di Sciascia e il PCI fu assai travagliata. Leonardo ebbe momenti di grande critica verso il partito, soprattutto ai tempi del governo Milazzo nel 1958, ma anche periodi di grande adesione. Comunque dal 1946 fino al 1979 votò sempre comunista pur criticando aspramente il partito". ("Vi racconto la verità su Sciascia e il PCI", La repubblica, 12 ottobre 2010)

Ma, a parte che il voto è per definizione segreto e pertanto poco si spiega una affermazione così perentoria, è davvero andata in questo modo?

Macaluso, che quando rilasciò questa intervista aveva già una età rispettabile, ricorda molto male. Perché, se è vero che Sciascia nel dopoguerra fu sempre un rigoroso antifascista, non solo non votò sempre PCI, ma almeno fino al 1951 fiancheggiò attivamente, pur senza prendere la tessera, la DC siciliana e nazionale, scrivendo decine di articoli per giornali locali e addirittura per il Popolo, l'organo centrale del partito. E sono gli anni in cui in Sicilia con l'aiuto della mafia la DC prende saldamente il controllo del potere. Gli anni, per capirci, dell'inizio della Guerra fredda, della cacciata delle sinistre dal governo , dalla sconfitta con l'aiutino di CIA e Vaticano del fronte Popolare nel 1948, dell'attentato nello stesso anno a Togliatti, della repressione durissima del movimento operaio e delle sinistre.

Sull'attività pubblicistica di Sciascia in quegli anni esistono vistosi spazi bianchi, in parte colmati oggi da una voluminosa ricerca di Riccardo Scarpa, apparsa su "Todomodo", prestigiosa rivista di studi sciasciani, organo della Associazione Amici di Leonardo Sciascia e dunque fonte al di sopra di ogni sospetto. Nello studio, “La prova democristiana di Leonardo Sciascia. Una ricerca in corso”, il Prof. Scarpa tratteggia nei dettagli questo percorso con affermazioni che già dalle prime pagine non lasciano adito a dubbi sulla estrema vicinanza dello scrittore alla Dc siciliana della fine degli anni Quaranta:

“Sciascia ha raccontato di sé molto e spesso: ma resta un autore dalla cronologia malcerta e con più di una zona bianca. Gli anni della sua formazione culturale e civile, diciamo tra il 1937 e la prima metà degli anni cinquanta,sono una stratificazione di preistorie: quasi sconosciuta alla paleontologia letteraria, composta di un numero di strati e sottostrati più elevato di quanto si creda. È probabile anzi che il numero effettivo sia maggiore di quanto risulti anche al carotaggio più scrupoloso. Per analizzarli occorrerà il lavoro di più studiosi, ma difficilmente si arriverà a portare in luce ogni cosa. Qui su «Todomodo» presento i materiali più notevoli di una ricerca avviata nel 2009. Mi limiterò ai primi sei-sette anni del dopoguerra, uno spaccato geologico che finora non aveva offerto granché”. (Domenico Scarpa, "La prova democristiana di Leonardo Sciascia. Una ricerca in corso", Todomodo, Rivista internazionale di studi sciasciani, anno IV, 2014).

poco più avanti parla di “un liberalismo in fieri, che nei primi anni del dopoguerra andò svolgendosi per prove ed errori, in un percorso di auto-formazione di cui sappiamo poco”. (ibidem)

Questa costante collaborazione con gli organi della DC, anche se, come si è detto, su posizioni rigorosamente democratiche, antifasciste e antimafiose coinvolse numerose testate. E' il caso di «Sicilia del Popolo», organo regionale della DC con redazione in Palermo, o della rivista “la Prova” nata con la benedizione di Don Sturzo, per terminare poi con “Il Popolo”.

Altro che voto costante al PCI, sulle simpatie politiche di Sciascia in quegli anni il prof. Scarpa non manifesta il minimo dubbio:

“Si può scommettere che Sciascia non abbia mai preso la tessera Dc come d’altronde non prese mai la tessera di nessun partito. Ma è altrettanto inoppugnabile che agì, all’incirca nel periodo 1948-51, come attivista democristiano”. (ibidem)

Collaborazione, durata fino al 1951, e culminata in alcuni articoli sul Popolo, l'organo centrale romano della Dc. La situazione cambierà verso la metà degli anni '50. Da quel momento Sciascia, comunque sempre allergico alle tessere, si collocherà stabilmente a sinistra, ma non farà nulla per impedire che, come per il periodo fascista,  anche la fase democristiana cada nell'oblio. Come si legge nello studio più volte citato del Prof. Scarpa:

“Le Cronache scolastiche erano uscite nel ’55 su «Nuovi Argomenti», rivista fondata da Moravia, e nello stesso anno cominciava la sua collaborazione con «L’Ora» di Palermo. Di lì a poco i suoi editori principali sarebbero stati Laterza e Einaudi. Altri interlocutori, altre tribune di sinistra avrebbero contribuito alla biografia intellettuale successiva”. (ibidem)

Biografia, fondata su una prudente e accorta opera di rimozione, a costruire un mito che solo oggi si inizia a sfatare per restituirci nelle sue inevitabili contraddizioni la storia autentica dell'uomo, ché la grandezza dello scrittore non è mai stata in discussione.

* Un grazie particolare a Paolo Casciola, studioso raffinato dell'opera e della vita di Sciascia, che in pigre conversazioni telefoniche da tempi di pandemia ci aprì le porte di un mondo che non conoscevamo.

(In copertina il libro che lo stesso Sciascia considerava più autobiografico, un compendio di tutti i temi che avrebbe poi trattato nella sua opera)

martedì 6 aprile 2021

«Il tempo nuovo del sindacato». Dialogo tra Luciana Castellina e Maurizio Landini

 


«Il tempo nuovo del sindacato».

Dialogo tra Luciana Castellina e Maurizio Landini

Cgil. Misurarsi con la grande questione ambientale comporta la definizione di un piano complessivo a partire dalla centralità dell’occupazione e di una sua trasformazione. Il «sindacato di strada» potrebbe essere uno degli strumenti importanti per rivitalizzare la mobilitazione. Perchè oggi viviamo una condizione che non è più quella degli anni ‘60

Luciana Castellina

In questo anno di pandemia abbiamo tutti imparato molte cose che non sapevamo. Adesso sappiamo che la Terra è molto malata, che la stessa umanità è a rischio di estinzione. E anche il capitalismo, che fino a ieri appariva trionfante, è ormai privo delle sue arroganti certezze. Dello scenario apocalittico che si intravede noi non siamo più premonitori, siamo noi stessi, ci piaccia o meno, protagonisti. Ne parliamo con il segretario generale della Cgil Maurizio Landini.

Pensi che della particolarità del tempo che viviamo ci sia piena coscienza? Che il sindacato possa giocare in questo quadro un ruolo anche diverso da quello del passato ( o forse potremmo dire: recuperare in pieno il ruolo politico che ha giocato nella storia del nostro paese?).

La pandemia ha messo drammaticamente in evidenza l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo che ha portato alla rottura degli equilibri con la natura. La diffusione del virus ha fatto emergere, in modo drammatico, contraddizioni peraltro presenti già da tempo e ha accelerato la crisi della democrazia già in atto. Il lavoro si è precarizzato e svalorizzato al punto che si è poveri anche lavorando. Il potere decisionale si è accentrato in mano di pochi. Contano di più grandi multinazionali che singoli Stati. Sono diventati sempre più lontani e impenetrabili i luoghi dove vengono assunte decisioni determinanti per tutti noi. Mi chiedi se di tutto ciò vi sia piena coscienza. Io sono certo di una cosa: di fronte alla portata della crisi che stiamo vivendo non si può tornare a fare, come pure qualcuno pensa, le stesse cose di prima. C’è bisogno di un cambiamento radicale: di pensare a un diverso modello di società. E anche il sindacato deve cambiare. È cresciuto in un mondo nel quale i termini crescita, sviluppo, progresso tecnologico, diffusione del benessere coincidevano. Oggi siamo di fronte a un quadro radicalmente nuovo: si è spezzato quel rapporto che sembrava scontato quanto lineare tra sviluppo e benessere. Inoltre la crescita deve misurarsi con un tema nuovo per il sindacato e non solo: il concetto di “limite”, che ci dice che le risorse naturali – aria, acqua, la terra stessa – non sono infinite. Occorre prendere atto che il modello di crescita che si è affermato fino ad oggi mette in discussione la vita delle persone sul pianeta o quanto meno la sua qualità, innescando un nuovo meccanismo di selezione tra ricchi e poveri. E’ questo il terreno nuovo, difficile, su cui il sindacato deve operare. Il tema di “cosa produrre, come produrre, per chi produrre” diventa decisivo se non si vuole che a pagare il conto della crisi sia il mondo del lavoro.

 È specialmente nei tempi di transizione che il sindacato è stato coinvolto nel dibattito politico generale. Penso, innanzitutto, al Piano del Lavoro, proposto da Di Vittorio nel dopoguerra. Ma penso anche all’apice del “miracolo economico”, nei primi anni ’70, quando i metalmeccanici usarono la forza, accumulata anche dalla spinta sessantottina, per superare l’orizzonte puramente salariale delle rivendicazioni, per aggredire l’organizzazione stessa della produzione, intaccare il potere padronale in fabbrica e trascinare nel conflitto l’intera condizione umana del lavoratore – il suo abitare, la sua salute, la scuola. Fu quando i Consigli di fabbrica produssero anche i Consigli di zona che a loro volta spinsero la creazione di preziosi organismi: Medicina Democratica, Magistratura Democratica, finanche Polizia Democratica. La proposta che tu hai avanzato quando sei stato eletto segretario generale, di sperimentare, accanto a quelli tradizionali di categoria, anche un “sindacato di strada”, mi ha sollecitato a rivisitare quelle memorie. Tanto più interessanti oggi che nuovi movimenti, nati dalle nuove contraddizioni prodotte dal sistema, hanno fatto nascere sul territorio inedite e dinamiche figure sociali che hanno proprie specifiche forme di mobilitazione. Mettere in rete questi soggetti potrebbe arricchire il potere contrattuale di tutti, conferendo al sindacato una nuova preziosa centralità. L’urgenza di definire un progetto adeguato alla difficoltà che presenta la transizione ecologica non avrebbe forse bisogno, per esempio, di un nuovo Piano del lavoro, non affidato agli uffici studi, ma definito coinvolgendo ”la strada”?

Misurarsi con la grande questione della transizione ecologica vuol dire battersi non per una sommatoria indifferenziata di progetti e investimenti. Comporta la definizione di un piano complessivo a partire dalla centralità del lavoro e di una sua trasformazione. Questo vuole dire cambiare radicalmente l’attuale modello di produzione e di consumo; passare dalla produzione di beni di consumo individuali a quella di beni collettivi. Vuol dire occuparsi di risanamento delle aree urbane, della mobilità collettiva, di suolo, aria, sanità, formazione, ricerca, cultura. E soprattutto di energie rinnovabili e di riuso per impedire lo spreco. L’economia circolare, ad esempio, che tutti citano ma nessuno sembra prendere realmente sul serio, vuole dire una nuova politica industriale che implica però il passaggio dalla logica dell’ ”usa e getta” a quella basata sulla manutenzione.

È un campo che offre grandi potenzialità per nuovi settori di occupazione. Naturalmente un nuovo modello di sviluppo non è un progetto illuministico che si cala dall’alto. Si può attuare a condizione che ci sia un grande progetto di cambiamento generale che nasca dalla contrattazione nei posti di lavoro e nelle vertenze territoriali. E che coinvolga quelli che tu chiami nuovi soggetti, movimenti, figure sociali, frutto delle contraddizioni di questo sistema. E che, non c’è dubbio, bisogna provare a “mettere in rete”, arricchendo così la capacità contrattuale di tutti. In secondo luogo per un cambiamento di tale portata serve il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori. Bisogna investire sul lavoro e sulla sua qualità, a partire dal superamento della precarietà e dal diritto alla formazione permanente e alla conoscenza.

Un diritto fondamentale se non si vogliono subire le nuove forme di disuguaglianze, di cui l’esclusione dal sapere rappresenta la forma più discriminatoria. I lavoratori devono poter dire la loro, con competenza, sulla natura degli investimenti, sugli indirizzi delle imprese. Si tratta perciò anche di pensare a nuove forme di democrazia economica, di sperimentare nuove forme di codeterminazione nelle imprese, consapevoli che oggi è anche più acuta l’esigenza di una riflessione sulla contraddizione tra il diritto di proprietà e la libertà della persona nel lavoro. In sostanza si deve far si che la Costituzione non rimanga fuori dai cancelli dei posti di lavoro. Penso sia il momento di un sostegno legislativo alla contrattazione collettiva che dia validità erga omnes ai contratti collettivi nazionali. E di una legge sulla rappresentanza che recepisca gli accordi interconfederali, sancisca il diritto di voto delle lavoratrici e dei lavoratori per approvare gli accordi che li riguardano, che certifichi la rappresentanza delle controparti datoriali.

Il progetto di transizione rende necessarie riforme profonde. Sarebbe grave se pensassimo che dovrà pensarci il Parlamento. In quella sede si misurano i rapporti di forza in base ai quali si definiscono i possibili compromessi che poi le caratterizzeranno. Così è stato in passato, quando la sinistra ha avuto la forza, pur non stando al governo, di strappare conquiste decisive. Se oggi non otteniamo più quasi niente è anche perché c’è stata una delega che ha sottratto la politica ai cittadini e ha insterilito lo stesso scontro parlamentare.

Il “sindacato di strada” potrebbe in effetti esser uno degli strumenti importanti per rivitalizzare la mobilitazione della società. Perché oggi viviamo una condizione molto diversa da quella, ad esempio, degli anni ‘60. Allora c’era una omogeneità nelle condizioni di lavoro. Oggi non è più così. Le catene degli appalti e dei subappalti, le esternalizzazioni, le delocalizzazioni hanno prodotto un mondo del lavoro frammentato e diviso. E ciò produce disuguaglianze di reddito e di diritti. La stessa solidarietà fra lavoratori non è più un dato scontato ma un elemento da ricostruire. Oggi giocano un ruolo decisivo strutture sindacali confederali, orizzontali oltreché categoriali, indispensabili per riunificare ciò che è stato diviso. Occorre riscoprire il ruolo fondamentale delle Camere del lavoro, rinnovando la straordinaria funzione che ebbero alla loro nascita, quando furono la sede della costruzione della solidarietà tra persone che facevano lavori diversi o che lavoro non lo avevano affatto, il luogo della mutualità, della formazione e dell’impegno per dare una risposta collettiva a problemi diversi. Proprio per via della frammentazione, il territorio diventa il luogo dove si possono incontrare i lavoratori, in particolare quelli che vivono le condizioni di maggiore disagio. Inoltre, la presenza sul territorio consente di aprire vertenze su servizi, casa, trasporti, cultura, tempo libero. È da lì che si guarda al lavoratore e alla lavoratrice non solo in rapporto al loro lavoro ma anche alla loro complessiva condizione sociale. Significa vedere la connessione tra luoghi di lavoro e ciò che sta fuori, coglierne tutte le dimensioni.

 In questo contesto non pensi che il “sindacato di strada” potrebbe in qualche modo costituire anche un’indicazione positiva nell’ormai asfittico dibattito che tormenta la sinistra: sulla forma partito, se servono o non servono, se contano ormai solo i movimenti o le organizzazioni di volontariato, sulla società civile spesso mitizzata. Insomma: il “sindacato di strada” potrebbe essere il seme che dà forma alla sperimentazione di nuove forme di democrazia organizzata che colmino il pericoloso vuoto che la crisi dei partiti di massa ha lasciato. Un lavoro aggregante, di rete, che potrebbe costituire il terreno su cui proviamo a ridar sostanza alla democrazia, a dare alla partecipazione continuamente invocata un riferimento chiaro. Che è comunque la premessa per ridar senso ai partiti. Non voglio volare troppo alto, ma penso che a partire da questo tipo di esperienza si potrebbe rilanciare la proposta di Gramsci di far crescere sul territorio “consigli”, organismi emersi dal consolidamento dei movimenti in grado di ridurre l’autoreferenzialismo dei partiti e di condizionare gli effetti dello storico esproprio della gestione della società operato dalla burocrazia statale. Nel senso che consentirebbe via via di riappropriarsene, anche rilanciando l’esperienza cooperativa, in qualche settore (l’acqua, per esempio?) oggi abbandonato all’arbitrio delle istituzioni statali. Poiché in questi giorni si celebrano i 150 anni della nascita di Rosa Luxemburg, anche lei, come Gramsci, convinta della necessità di accompagnare con nuove forme di democrazia diretta l’assetto politico, ho provato a buttar lì nelle conferenze che in sua memoria sono state promosse, il tema “Rosa Luxemburg e il sindacato di strada di Landini”. Ho incontrato grande entusiasmo dei compagni.

Come ho già detto, il “sindacato di strada” può aiutare a ricostruire un protagonismo del mondo del lavoro, indispensabile a far fronte dei grandi problemi che abbiamo fin qui delineato. Tanto più quando veniamo da anni durante i quali la partecipazione democratica è stata mortificata da una visione della politica che ha considerato come unica bussola la “governabilità” e “la manutenzione tecnica” del sistema. Le molteplici riforme istituzionali e costituzionali hanno tutte implicitamente espresso un obbiettivo: accentrare la decisione politica negli esecutivi, “liberare il campo da tutte le reti dei poteri intermedi”. Le stesse forze progressiste e di sinistra sono state dentro questo processo e hanno via via spezzato i fili della rappresentanza con il mondo del lavoro. La loro afasia dipende anche da questa rottura.

Io penso invece che cambiamento voglia dire dare vita ad un progetto di trasformazione sociale che si sostanzia del rapporto concreto con le persone. Anche per questa ragione riteniamo fondamentale la tenuta del rapporto unitario con Cisl e Uil. È un rapporto che va rilanciato e che, nel vivo dell’esperienza concreta, deve saper prospettare un nuovo sindacato confederale unitario, plurale, partecipato, democratico. Oggi tra l’altro, c’è una condizione nuova, non scontata, ma che potrebbe consentire di andare in quella direzione: non esistono più le divisioni prodotte dalla guerra fredda. D’altronde, la stagione più intensa della partecipazione democratica, quella degli anni ’70, ha coinciso proprio con l’esperienza unitaria dei consigli di fabbrica e dei consigli di zona. Le stesse riforme strappate allora, quelle che furono chiamate “riforme di struttura”, non erano, come invece accade oggi, editti, ma il frutto di una intelligente pratica sociale: lo Statuto dei Lavoratori del 1970 e lo sviluppo della contrattazione collettiva, la riforma sanitaria del 1978, che era il compimento delle lotte operaie sulla salute in fabbrica e di una medicina alternativa praticata nei territori; la 180 per il superamento dei manicomi che è stata preceduta dalle esperienze di Basaglia a Gorizia e a Trieste; il divorzio e la legge 194 che furono anche il frutto della crescita del movimento femminista che affermò il principio del riconoscimento della cultura di genere e della differenza; la straordinaria esperienza delle 150 ore.

Tu mi chiedi se oggi il “sindacato di strada”, rivisitando quella memoria, possa contribuire ad aprire una nuova stagione di democrazia e di partecipazione. Ti rispondo con qualche considerazione. In primo luogo proprio la frantumazione del lavoro che ha fatto seguito alla controffensiva capitalista degli anni ’80, ha messo in difficoltà la nostra stessa capacità di rappresentanza. È una questione che in gran parte riguarda la politica ma coinvolge anche il sindacato. Bisogna allora pensare e praticare forme di democrazia capaci di raccogliere la complessità delle condizioni di lavoro. Si può, ad esempio, pensare a delegati di sito e di filiera, lavoratori cioè che tentano, a partire dalla loro funzione di rappresentanza, di unire ciò che oggi è diviso. In secondo luogo “sindacato di strada” significa fare del sindacato un soggetto attivo entro un processo aperto e più ampio attraverso il confronto e l’iniziativa con soggetti che possono contribuire a costruire progetti di trasformazione della società e di affermazione di nuovi diritti. Questo vuol dire, come Bruno Trentin ricordava spesso, costruire forme nuove di consultazione e collaborazione reciproca. Forme nuove di rappresentanza, di organizzazione, di partecipazione, non certo sostitutivi degli istituti della democrazia delegata, ma suo arricchimento. Si tratta di problemi non solo italiani, ma europei. E a quel livello dobbiamo affrontarli, costruendo esperienze, e vertenze, comuni, qualcosa che fino ad oggi, diciamo la verità, abbiamo fatto ancora assai poco.

Il manifesto, 6 aprile 2021