TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 9 maggio 2021

Terrorismo. Caro Mattarella, basta con la retorica da comizio.

 


Riprendo un interessante corsivo di Franco Astengo che conferma quanto sappiamo dal dicembre 1969. Da questo Stato e dai suoi rappresentanti non ci si può attendere che venga fatta definitivamente luce su quella stagione. Al massimo volano gli stracci o, come accade in questi giorni,ci si accanisce contro contro chi si è ribellato, giusta o sbagliata che fosse la protesta. In questo lo Stato è implacabile. Ma l'invito a far chiarezza sulle “zone grige” del potere, che poi tanto grige non sono, resta solo retorica da comizio. E questa vale per Mattarella come per tutti coloro che lo hanno preceduto, Pertini compreso. Prenderemo sul serio questi signori quando inizieranno a fare nomi, sia ben chiaro, non dei colpevoli che ufficialmente non si conoscono e che comunque è compito della magistratura individuare, ma almeno di chi era informato dei fatti. L'elenco è lungo e conosciuto. Ne citiamo solo qualcuno: Segni, Andreotti, Taviani, Moro, Rumor, Saragat, lo Stato Maggiore dell'Esercito, il Comando generale dell'Arma dei carabinieri, l'Ufficio Affari riservati del Ministero degli Interni. Per non parlare ovviamente dei servizi Segreti che tutto erano, meno che deviati. Per cui il buon Mattarella smetta di far retorica. Smettiamola anche con l'utile idiota Gelli e la sua P2, non perchè non c'entrasse, ma perché era un burattino (anche se con la B maiuscola) mosso da burattinai che guarda caso rientrano giusto nell'elenco degli intoccabili senza nome.  Siamo stufi ogni anno di sentire sempre il solito invito a”far luce definitiva” sugli anni bui. Oltretutto è inutile. Lo ha già detto bene Pasolini, a cui fu subito chiusa la bocca, “Noi sappiamo già”. Detto questo mi onoro di aver fatto parte in quegli anni del “circolo della critica”, qualunque cosa voglia dire. Sempre meglio dei circoli di quel potere democristiano da cui Mattarella proviene.

G.A.

TERRORISMO di Franco Astengo


Il lungo testo dell’intervista sul terrorismo rilasciata dal presidente Mattarella a Repubblica è attraversata da un “nocciolo duro” .

Una tesi di fondo riferita alle “incompletezze” degli elementi di conoscenza di cui disponiamo rispetto a quel tragico periodo.

Dobbiamo interrogarci però sul dove dovrebbe essere ancora rivolta la domanda di verità avanzata dal Presidente della Repubblica.

Una domanda sul chi dovrebbe essere chiamato a rispondere e a svelare le “zone grige” che certo non corrispondevano agli intellettuali che , all’epoca, si schierarono con “né con lo Stato, né con le Br”.

Mattarella nella sostanza identifica il presunto terrorismo rosso nella “Resistenza Tradita” in una sorta di richiamo ad un dannunzianesimo anarcoide e il presunto terrorismo nero (sul quale si ammettono collegamenti interni ed esteri) ad un tentativo di “eversione della giovane democrazia italiana”.

Nel primo caso Mattarella ritiene, ancora adesso, non sufficientemente condannati gli intellettuali appartenenti a una sorta di “circolo della critica”, mentre nel secondo caso non rivolge la sua richiesta di verità verso quei “corpi separati” che, in realtà, ebbero parte grandemente attiva all’esplosione terroristica almeno sul piano del determinarne tempi e modi (a partire da piazza della Fontana).

In queste condizioni è’ inutile chiedere la verità, auspicare la cattura (dopo 40 anni) dei latitanti all’estero: non sta lì la risposta compiuta, ma sta dentro alle strutture e ai servizi della Repubblica dell’epoca e all’interno dello stesso sistema politico.

Per comprenderci meglio: il rapimento e l’uccisione di Moro furono sicuramente da attribuirsi al filone delle BR.

Deve però essere considerato come quel fatto fu anche l’unico che determinò una deviazione di fondo nell’insieme del sistema politico italiano: come il punto di inserimento di una nuova frattura rispetto a quella determinatasi con il 18 aprile’48 e corrispondente alla divisione del mondo in blocchi.

Una deviazione che portò alla fine della “Repubblica dei Partiti” e che non poteva essere identificata nell’attacco al “compromesso storico” inteso come tentativo di saldatura della divisione cui si faceva cenno poc’anzi e che aveva portato alla “conventio ad excludendum” e alla democrazia bloccata: questa tesi regge, ad esempio, il libro di Veltroni recentemente pubblicato ed è patrimonio di gran parte della vulgata corrente.

La deviazione nell’andamento del sistema politico si ebbe, invece, sulla faglia “fermezza/trattativa”, con i protagonisti che ricordiamo e con una paradossale eterogenesi dei fini.



venerdì 7 maggio 2021

Dego negli scritti di Giuseppe Cesare Abba

 


Nel 1875 a Milano per l'editore Civelli esce “Le rive della Bormida nel 1794”, romanzo storico di Giuseppe Cesare Abba. Ne riprendiamo le prime pagine contenenti una bella descrizione di Dego.


Chi si parte dalla marina del Finale, e su pel fianco dell'Appennino va verso le Langhe, si arresta trafelando ogni tratto a ripigliar lena, e a vedere quanta sarà ancora la salita, e quanto s'è scostato da quella spiaggia, diversa giù giù per foci di torrenti, per iscogliere tagliate a filo, per promontori neri, dirupati, somiglianti a mostri, che si inoltrano cimentosi nei flutti. Ma guadagnata che abbia la vetta del Settepani, sente l'affanno della via ripida e lunga, quetarsi in una vista maravigliosa. La catena dell'Alpi è di lassù un'occhiata infinita; e se vi si arriva all'apparire del sole, tutta la distesa di picchi, di coni, di aguglie, gli pare un mondo di cose vive e moventi. Si vorrebbe aver l'ali per lanciarsi su qualcuno di quei culmini, così alti nel cielo; e si abbassa di malavoglia lo sguardo, a cercare la via, giù per i gioghi avvolti ancora nell'ombra, lì sotto: dove per un lungo digradarsi di monti, si confondono villaggi, selve, burroni spaventosi; qua Montenotte, là Cosseria, castella e torri feudali per tutto; più lontana e più bella d'ogni altra quella di Vengore, che nera e solitaria si spicca su un altipiano, oltre il quale la nebulosa pianura.

Giù per le selve fumano le carboniere da mille siti. Le donne, colle ceste del mangiare in capo, s'affrettano verso quelle, pei dirotti sentieri; e ti guardano fantasticando sull'esser tuo: gli uomini, a mo' di brusco saluto, ti dicono «animo,» o «allegri!» quasi lassù non potesse passare chi non è lieto o animoso. Non ti paia d'essere capitato fra gente mezza barbara; chè se tu chiederai loro qualche servigio ti saranno cortesi, e interrogati ti additteranno i ripari di pietre ferrigne, fatti dagli Alemanni, superati dai Francesi; e i tumuli erbosi sotto i quali giacciono i morti di quelle genti; gloriandosi di non averli turbati mai. Se l'ora sarà del riposo, e sederai con loro, ti narreranno leggende antiche come quella di Adelasia ed Aleramo; o forse qualche storia della sorta di questa mia, seguita in luoghi che si vedono di lassù; quando i repubblicani Francesi, calarono in Val di Bormida, a piantar alberi di libertà, e a ballare la carmagnola pei sagrati e sin nelle chiese.


Uno dei borghi di quella vallata, in cui per amenità di postura e pel genio allegro degli abitanti, facesse di quei tempi più bello stare, era quello di D...., bagnato dalle acque della Bormida, che ivi scorre con curve leggiadre, all'ombra d'alti pioppi e passa sotto le volte d'un ponte angusto, gettato sopra di esse a guisa d'un patto, stretto cautamente fra quel popolo, in età di poca concordia. Dico così perchè D.... se ne sta diviso in tre vichi; dei quali due giacciono in riva all'acque, di maniera che uno d'essi pare lì per tuffarsi; mentre il terzo li soggioga dalla vetta d'un colle ronchioso e popolato di cerri. La via onde si arriva su questo, serpeggia con repentine svolte per l'erta; e sebbene non tutta a petto, è di molta fatica a salirla. Ma come uno è sulla cima si sente rinato. Piace il sito della chiesa e il campanile che si leva più alto parecchie braccia, con una cupoletta, che miracolo se il vento non se la porta via: piacciono il presbiterio e l'orto; e invoglierebbero ogni uomo d'essere prete, per vivere lassù da curato. Alcune case che fanno corona alla chiesa, quantunque belle pongono anch'esse in cuore un funebre senso. Le ragnatele pendono dai balconi le cui imposte cascano sfasciate; e mentre si direbbe che questa o quella delle tante porte sia lì per aprirsi, dura sempre una quiete altissima, interrotta solo dalle ventate che empiono di suoni cupi le sale deserte. Lassù, nè la state nè il verno, mai che si vegga un comignolo a fumare, e se i nostri fossero altri tempi, a udire l'ore battute dall'orologio di quel campanile, si farebbe credere chi sa quale storia maravigliosa alla gente semplice del contado. Ma ognuno sa che il sagrestano della nuova chiesa parrocchiale, sorta da pochi anni in luogo più basso e più comodo agli abitanti del piano; sale ogni giorno il colle a caricare quel vecchio arnese; e il suo è il solo passo che rompa il silenzio dell'antica parrocchia, sempre vuota come le case che ha intorno. Non più messe grandi nè vespri cantati; non più conviti nè festini; l'ultimo dei pievani dorme da oltre mezzo secolo nel sepolcro dietro l'altare; e delle allegre donne e degli uomini buontemponi vissuti lassù, rimane appena il ricordo nella mente vagellante di qualche vecchio ottuagenario.

Questo gruppo di case per essere stato sede dei feudatari della terra si chiamava il castello; e gli abitanti venuti dopo costoro, padroni della parte più vasta e ubertosa del paese, erano tutti signori. Nei vichi a piè del colle, le famiglie agiate e le case di bell'aspetto erano poche; ma in quello della riva sinistra del torrente se ne vedeva una, notevole per la grandezza, e più alta di tutto un piano sul vicinato, quasi tutto catapecchie. Mostravano di qual sorta di gente fosse, il piazzale, l'atrio, il giardino che le fioriva da un lato; e più di tutto le finestre ampie e chiuse di vetriate, le quali sebbene fatte a riquadri strettissimi, costavano di quei tempi molto danaro.

Novità in libreria: Pandemia amorosa dolorosa - di Nicla Vassallo

 

Pandemia amorosa dolorosa", la terza raccolta di poesie della filosofa Nicla Vassallo 

Ardore, sfida, qui risiedono assolutezza e risolutezza, senza narrazione, né morbidezza; disarticolazione con passione; spregiudicatezza prudenziale e virale; originalità, caparbietà: questo rivelano i versi, dolorosi, amorosi di Nicla Vassallo in un universo, personale e personalistico, esteriore e interiore, universo per nulla universale, universo segnato dalla pandemia, una mania, una malattia che si riversa nella poesia, con denuncia e grazia, senza calunnia, né disgrazia.


“Le poesie di Nicla Vassallo sono fatte di ‘vocaboli’, isolati, monofamigliari, un po’ scontrosi. Non sono sicura di entrare in contatto con loro, ma ammiro la loro capacità (forse di derivazione filosofica) di fare a meno della frase, del paese, della città. A meno che sia una città di torri, guardata da lontano.”


Ginevra Bompiani


Nicla Vassallo (https://niclavassallo.net/), specializzatasi al King’s College London, è filosofa di fama, Professore Ordinario di Filosofia Teoretica, Associato Isem-Cnr., autorità nelle ricerche dei gender studies. Fa parte di consigli direttivi e comitati scientifici di autorevoli riviste, oltre che di associazioni e fondazioni. Annovera numerosi saggi, oltre centocinquanta, tra volumi e articoli scientifici, in italiano e inglese. Ha vinto il premio Filosofia a Siracusa. Ha pubblicato due volumi di poesie, “Orlando in ordine sparso” e “Metafisiche insofferenti per donzelli insolenti”, entrambi Mimesis. Scrive di cultura e filosofia su blog, quotidiani, riviste.

martedì 4 maggio 2021

Dall'ultima newsletter di Ben Vautier

 


Dall'ultima newsletter di Ben Vautier*

CULTURE

Les artistes
pètent plus haut que leur
trou de cul
c’est normal
une question
de positionnement de leur ego

CULTURE PARIS

Je suis passé voir
3 expos différentes à Paris
toutes mauvaises
on dirait, à peu de chose près,
la même mayonnaise,
et pourtant ils se battent

NICE CULTURE

Personne ne prend
l’art contemporain à Nice au sérieux
Et pourtant nous étions
presque à égalité avec Paris,
grâce à Klein, Arman,
le Nouveau Réalisme, et Fluxus
Avant de s’endormir dans le lit municipal

COVID

Il paraît qu’il y a plus de romans
parus pendant le Covid
les gens s’emmerdent,
ils écrivent

BEN CHEZ BILLY LA BAULE ?

Expo le 6 août
j’ai envie de mettre
une table de roulette au milieu
et décliner comme thème
le hasard l’amour la vie

BEN SUR BEN

Et si je faisais une exposition
De ma collection
Je n’ai jamais rien jeté
depuis mon enfance
Comment décider des prix ?
Il y aura des affaires à faire
Mettre tout sur le net ?
non cela n’a pas de sens
je n’aime pas l’argent
j’aime créer
j’aime les femmes
j’aime les pâtes
j’aime le porto

*Ben Vautier (1935), Artista e performer, vive e lavora a Nizza.

L'angolo di Bastian Contrario: Se Bordiga assomiglia a Pol Pot...

 


Giorgio Amico

Se Bordiga assomiglia a Pol Pot che speranza c'è di una società di liberi e eguali?


Un amico ha postato su Fb una pagina in cui Primo Levi riflette sul concetto di totalitarismo in rapporto alla situazione concreta del lager. Proprio la sera prima avevo letto, devo dire con sgomento, un lungo saggio del 1958 di Amadeo Bordiga in cui si esplicitava come essenza del comunismo fosse “l'annullamento della persona singola come soggetto economico, titolare di diritti ed attore della storia umana”. Si, avete letto bene, Bordiga scrive proprio così: il comunismo è l'annullamento di tutto quello che rende un uomo un uomo e non il semplice componente di una specie. E questo spiega perché ho parlato di sgomento. Ma avrei potuto dire anche orrore, perché questo scritto è del 1958 e dunque quando ben conosciuto era “l'annullamento” di milioni di “persone singole” da parte dei totalitarismi nazista e staliniano. Ma questo non turbava Bordiga che anzi, proprio all'inizio del suo scritto, esalta lo sterminio per fame dei contadini russi, quella carestia di ‘Povolzhye” che fra la fine del 1921 e il 1922 fece 5 milioni di morti. Scrive Bordiga:

«Di questo passo di Lenin raccogliamo la nozione del sottoconsumo. Molte epoche hanno presentato questo fenomeno, a cui ha reagito la decimazione della popolazione. L'epoca capitalista mostra di aborrirne, ed insegue il mito della sovrapproduzione, per cui le occorre sovraconsumo e sovrappopolazione. È ora di liberarci da un altro complesso imitativo della forma borghese: la rivoluzione proletaria non può esitare a traversare, se necessario per travolgere il capitalismo, una epoca di sottoconsumo. La rivoluzione di Lenin or sono quarant'anni insegnò che non bisognava esitare; ma il traguardo doveva essere la vittoria del sistema socialista; e non di quello capitalista. Resta tuttavia un grande insegnamento per il proletariato e il suo partito: la dittatura rivoluzionaria avrà il carattere di una dittatura sui consumi, sola via per disintossicare i servi del Capitale moderno, e liberarli dalla stimmate di classe che esso ha loro stampata nelle carni e nella mente.»

Dunque, in nome del comunismo vittorioso e della rieducazione della popolazione ai nuovi valori vigenti, anche la carestia, pudicamente definita “sottoconsumo”, può essere un utile strumento di governo. Pol Pot non avrebbe potuto meglio esprimere la sua identica visione del comunismo.

Marx, ne sono assolutamente certo, sarebbe inorridito scoprendo cosa veniva teorizzato (e purtroppo anche compiuto) in suo nome. Proprio lui che, leggendo la stampa dei socialisti francesi che pure erano lontani anni luce da queste aberrazioni, ci tenne a precisare che, avendo scoperto che alcuni in Francia si dichiarano marxisti, lui non era né tanto meno era mai stato “marxista”.

Di qui la risposta, con qualche aggiustamento formale, al post del mio amico.

«Si riproduceva così, all'interno del Lager, in scala più piccola ma con caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica dello Stato totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall'alto, ed in cui un controllo dal basso è quasi impossibile. Ma questo "quasi" è importante : non è mai esistito uno Stato che fosse realmente "totalitario" sotto questo aspetto. Una qualche forma di retroazione, un correttivo all'arbitrio totale, non è mai mancato, neppure nel Terzo Reich ne' nell'Unione Sovietica di Stalin : nell'uno e nell'altra hanno fatto da freno, in maggiore o minor misura, l'opinione pubblica, la magistratura, la stampa estera, le chiese, il sentimento di umanità e giustizia che dieci o vent'anni di tirannide non bastano a sradicare. Solo entro il Lager il controllo dal basso era nullo, ed il potere dei piccoli satrapi era assoluto. È comprensibile come un potere di tale ampiezza attirasse con prepotenza quel tipo umano che di potere è avido : come vi aspirassero anche degli individui dagli istinti moderati, attratti dai molti vantaggi materiali della carica e come questi ultimi venissero fatalmente intossicati dal potere di cui disponevano.» (Primo Levi, I Sommersi e i Salvati)

Grazie, A., il tuo post mi ha fatto riflettere su come ci si possa ancora definire comunisti oggi dopo l'orrore del gulag russo, cinese, cambogiano, coreano. Il brano che proponi è fondamentale per capire le logiche del potere totalitario. Ma come è potuto accadere? Quale pensiero sta dietro a queste aberrazioni, quale visione dell'uomo e della storia le giustifica? Non possiamo ridurre tutto alla follia razzista hitleriana. sarebbe rassicurante, ma non è così. Nell'ultimo numero di Programma comunista, giornale storico dei bordighisti, viene citato come fondamentale per la comprensione di cosa è il vero programma comunista, uno scritto di Bordiga del 1958. Me lo sono andato a cercare e ieri sera l'ho finalmente letto. La tesi sostenuta è questa "Contenuto originale del programma comunista è l'annullamento della persona singola come soggetto economico [ e fin qui ci possiamo stare], titolare di diritti ed attore della storia umana". E qui non ci stiamo più. Bordiga per venti pagine spiega che l'individuo (per lui un concetto borghese) deve essere annullato come essere pensante, protagonista di scelte autonome, portatore di diritti. Conta solo la specie, perché la "personalità individuale" è una "vuota fantasima". La persona singola va eliminata dalla storia, non ha alcun ruolo, perché contano solo le leggi economiche. La storia, dunque, si fa da sola, con il movimento di masse amorfe e inconsapevoli guidate da una entità superiore, il partito rivoluzionario detentore della coscienza di classe. La rivoluzione, scrive Bordiga, ha bisogno delle "mani armate" degli operai, non della loro intelligenza. La mente è il partito.

Ma se “l'autentico” comunismo è questo, allora la differenza fra Stalin, Pol Pot e Bordiga sta solo nel disporre o meno del potere materiale (l'apparato dello Stato) per costruire questo comunismo da formicaio. Non a caso Bordiga spesso evoca la dittatura spietata che il partito eserciterà una volta preso il potere. Anzi possiamo aggiungere che Stalin, che pure esercitò la violenza su scala di massa contro il suo popolo e il suo stesso partito, non arrivò mai a teorizzare con tanta brutale chiarezza che il proletariato non era che una massa amorfa da utilizzare per la presa violenta prima e la gestione dispotica poi del potere da parte di una élite. Ma la liberazione della classe operaia dallo sfruttamento del capitale non doveva essere opera della classe operaia stessa? Ma il proletariato non doveva, emancipando se stesso, emancipare l'intera umanità?

Leggere queste righe di Levi a poche ore lettura del testo di Bordiga, mi ha confermato che, forzature politiche a parte, la tesi della coincidenza dei due totalitarismi non è poi così campata in aria. Le tesi di Bordiga portano direttamente alla situazione descritta da Levi, dove chi è in basso è un numero, una cosa. Marx parlava di emancipazione e piena realizzazione dell'uomo, non di riduzione dell'uomo a un essere privo di personalità individuale, a un numero tatuato su un braccio o stampato su una tuta da lavoro. Il marxismo è un umanesimo, Gramsci e la Luxemburg lo hanno sostenuto fino alla fine e da qui le accuse di idealismo e democraticismo dei presunti "ortodossi". Se il comunismo novecentesco, realizzato da Stalin e dai suoi epigoni ma anche teorizzato da chi pure come Bordiga si contrapponeva allo stalinismo, è un salto indietro rispetto alle stesse libertà borghesi, allora va respinto proprio in nome di un ritorno al marxismo libertario del giovane Marx dei Manoscritti, innamorato della sua Jenny e dell'umanità. Per lui il comunismo era l'idea di una libertà piena non più condizionata dal denaro e di una vita finalmente umana, non una casa dei morti gestita da un potere impersonale e tirannico, il partito Messia depositario della verità e dunque al di là del bene e del male, che poi nel concreto diventa, come spiega bene Levi, il capriccio personale di "piccoli satrapi" onnipotenti.




Bobo Pernettaz, percorso di un artista

 

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Asimov ritrovato

 


È in libreria Delitto all'ABA, forse il più intrigante dei romanzi polizieschi di Isaac Asimov. Autore molto più noto al grande pubblico come scrittore di fantascienza e divulgatore scientifico. Il romanzo, di cui proponiamo la recensione di Enrico Tiozzo, docente emerito di letteratura italiana all’Università di Göteborg, era già stato pubblicato da Mondadori nel 1977 ma, come avverte l'editore in una sua nota editoriale, con pesanti tagli per restare nel formato standard di un centinaio di pagine delle collane “Gialli Mondadori” o “Urania”. Sempre per ridurre il testo alle dimensioni di libriccino da edicola ferroviaria si era provveduto a una traduzione assai libera, che spesso sostituiva pagine intere con parafrasi. La nuova edizione è dunque la prima integrale e con una traduzione che rende perfettamente il senso autentico del testo. Una felice riscoperta per l'appassionato di gialli che finalmente si trova nelle mani una edizione integrale e filologicamente corretta di un testo non secondario della letteratura poliziesca. Quanto a noi, siamo ancora più felici di segnalare l'esordio letterario di Laris Massari, traduttore e curatore esemplare del testo, che ha arricchito con una introduzione e un corpo di note che ne facilitano la lettura. Si, perché, Laris, che abbiamo conosciuto bambino, ha appena compiuto 17 anni e con questo lavoro si segnala come una promettente speranza del panorama letterario ed editoriale italiano.

G.A.


Enrico Tiozzo

Asimov ritrovato

Con la pubblicazione di Delitto all’ABA (Massari editore, 2021), in traduzione integrale e con un ricco apparato di note, viene finalmente restituito ai lettori italiani nella sua interezza un magistrale giallo di Isaac Asimov che ha circolato per quasi mezzo secolo, fin dall’uscita nel 1976, in una versione alterata dalle manipolazioni editoriali (a cominciare dal titolo). A metterle puntualmente in luce e a documentarle, al di là di ogni ragionevole dubbio, ha provveduto finalmente il curatore e traduttore della nuova edizione, Laris Massari, che ha compiuto una fine e accurata operazione filologica riuscendo nello stesso tempo a rendere al meglio lo stile incalzante e avvincente dell’originale inglese, Murder at the ABA.

Nell’edizione uscita nel 1976 e in quelle successive fino al 2012 il libro di Asimov, come dimostra il curatore italiano, era stato vittima di tagli arbitrari su brani da ritenersi essenziali ma giudicati superflui, insignificanti o difficili da tradurre, per un totale di 17 pagine, con un processo di riscrittura dell’originale, capace di spingersi fino alla parafrasi in italiano di alcuni passaggi del testo inglese. Ci voleva un piccolo editore impavido per mettere in evidenza una prassi spiacevole che purtroppo è divenuta quasi abituale per troppe case editrici quando decidono di pubblicare la traduzione italiana di un originale in lingua straniera.

L’aspetto prioritario infatti è di dare al libro uno stile ritenuto «adatto» al lettore italiano, considerato più «leggibile» dal traduttore e dall’editore, anche se ciò comporta un’evidente manipolazione o perfino una vera e propria riscrittura del testo originale. Il problema naturalmente non è nuovo né solo italiano: fra gli altri, se n’è occupato autorevolmente Milan Kundera, nel suo I testamenti traditi, a proposito delle traduzioni di Kafka in lingua straniera.

Nella traduzione elegante ma fedelissima di Laris Massari, il trascinante romanzo giallo di Asimov riacquista tutti i colori smaglianti dell’originale. Il traduttore ha operato come il restauratore che pulisce la superficie di un quadro mediocre per ritrovare il capolavoro che era stato coperto da un pittore occasionale.

Giallista atipico - come non è strano che accada a uno scrittore dai molteplici interessi - ma tutt’altro che spaesato nella letteratura poliziesca, Asimov, con Delitto all’ABA, costruisce un romanzo che fila via come il vento, tra l’umorismo sottile ispirato al suo amato Wodehouse, l’atmosfera riecheggiante a tratti i toni hardboiled del giallo statunitense, e quell’unità aristotelica di tempo, spazio e luogo che è la chiave di volta delle trame più coinvolgenti e riuscite, perché il lettore si sente chiamato in causa, sa di trovarsi sul posto e capisce, di pagina in pagina, che gli eventi stanno prendendo forma sotto i suoi stessi occhi, nel loro divenire.

Magistrale la caratterizzazione dei personaggi, disegnati con pochi ma efficacissimi tratti di penna, in uno stile che ricorda quello di Saul Bellow: «Eccolo lì, a grandezza naturale (poco più di un metro e ottanta), con la sua faccia gradevole e sorridente, con i suoi occhiali pince-nez del tipo che non ti aspetteresti di trovare al di fuori di un museo.

«Combinato con una barbetta bianca sul mento e una crescita generosa di baffi, ugualmente bianchi, sembrava una figura letteraria del diciannovesimo secolo». Altrettanto efficace è lo scambio di battute nei numerosi dialoghi, sempre serrati e percorsi da un geniale umorismo interno, mentre le situazioni in cui viene a trovarsi l’io narrante sono originali e provocatorie. Qui gioca un ruolo determinante l’abilità del traduttore, la sua capacità di rendere in un italiano scorrevolissimo lo stile di Asimov, attento a ogni sfumatura, fedele e insieme creativo.

Ma qual è la traduzione ideale? È necessario partire dal traduttore che dev’essere in grado di padroneggiare, quasi allo stesso modo, la lingua da cui e quella in cui traduce, anche se sappiamo che il bilinguismo perfetto è rarissimo. La fedeltà al testo originale è l’aspetto più importante, fermo restando che le pagine dell’originale devono essere rese stilisticamente al meglio nell’altra lingua. Un pericolo sempre in agguato sono le varianti, cioè le tentazioni di usare parole o espressioni che sono «vicine» a quelle dell’originale, ma che il traduttore ritiene più eleganti o tout court migliori. Kundera fa un esempio calzante a proposito dell’uso dei pronomi e dei sinonimi nelle traduzioni dei libri di Kafka. Se nella stessa frase di un suo libro, Kafka ha ripetuto per tre volte lo stesso sostantivo, il traduttore, pur considerando inelegante la sequenza, non deve servirsi di sinonimi ma deve ripetere anche lui per tre volte lo stesso sostantivo. Bisogna ricordare che Kafka, se avesse voluto servirsi di sinonimi o di pronomi, lo avrebbe fatto da solo. Ma è grave anche quando il traduttore decide di «saltare» il passaggio di un libro non per distrazione, ma perché non capisce il senso del testo e non riesce a tradurlo. Onestà vorrebbe che consultasse l’autore stesso o un esperto, oppure che, permanendo l’intraducibilità, usasse le parentesi quadre riportando in nota il testo originale e il problema di traduzione incontrato, soluzione che però viene immancabilmente esclusa a meno che non si tratti di un testo arcaico.

Altrettanto deprecabili sono i veri e propri errori di traduzione. Purtroppo tutti i traduttori ne fanno qualcuno, ma l’essenziale è che siano pochissimi. Anche padroneggiando una lingua possono capitare espressioni o neologismi dal significato speciale e ben diverso da quello apparente. Ricordo il termine «foglio rosa» di un romanzo italiano, tradotto alla lettera in svedese senza sapere che in italiano il termine indicava il permesso provvisorio di guidare un’automobile, con il risultato della totale incomprensibilità del passaggio in questione. Oppure la parola «vite» tradotta come vitigno mentre significava l’organo di fissaggio, ma gli esempi sono infiniti in tutte le lingue oggetto di traduzioni.

Qui si tratta tuttavia di errori «preterintenzionali», che possono anche essere perdonati giacché il compenso pagato ai traduttori è notoriamente basso e chi traduce deve esporsi a qualche rischio. Imperdonabili invece omissioni e tagli decisi a mente fredda e per motivi di bottega. Per fortuna ogni tanto, come nel caso di Delitto all’ABA, c’è chi rimette le cose a posto.


Isaac Asimov
Delitto all'ABA (Ediz. integrale)
Curatore: Laris Massari
Massari Editore, 2021
16,50 euro