sabato 31 maggio 2014
Soggiorno a Zeewijk. Il Ponente rivelato di Marino Magliani
Ci sono luoghi che
danno spessore agli incontri. Ieri alla fiera del libro di Imperia,
mentre girellavamo per le vie della memoria , abbiamo incontrato
Marino Magliani. Non ci sentivamo da tempo. Ci ha raccontato del suo
ultimo libro e di come la malinconia si possa tradurre in geografie,
forme di luoghi che in realtà sono le stanze più segrete del nostro
cuore.
Vittorio Coletti
Soggiorno a Zeewijk il
Ponente rivelato di Marino Magliani
Marino Magliani presenta
in queste settimane il suo ultimo libro, "Soggiorno a Zeewijk",
pubblicato da Amos con tenerissime illustrazioni del suo amico
olandese Piet Van Bert. Magliani potrebbe essere un personaggio di
Francesco Biamonti. Ligure di entroterra (è di Dolcedo), silenzioso
e schivo, dai lavori precari e solitari, torna sempre alla terra
antica dopo aver viaggiato mezzo mondo, dal Sud America, alla Spagna
all'Olanda, dove attualmente vive facendo il traduttore dallo
spagnolo.
Magliani ha però, di
suo, una leggerezza e una mitezza ironica che non si trova negli
ombrosi personaggi del suo maestro di S. Biagio della Cima e un gusto
del racconto che gli viene da un'attitudine a osservare più gli
altri che se stesso. I suoi romanzi, racconti e favole hanno il passo
calmo e meditativo del ligure e una immediatezza e voracità
narrativa sudamericana.
Questo "Soggiorno a
Zeewijk" è una piccola perla: Zeewijk è un quartiere di
Ijmuiden, sobborgo di Amsterdam, che Magliani percorre spesso
pensando alla sua Liguria di Ponente, anche per una singolare
somiglianza della topografia (disegnata nel libro) di quella
provincia d'Olanda con la nostra regione. Scrivendo questo libro per
una bella collana che invita scrittori a guardare luoghi, Magliani
esplora con timidezza e curiosità le vie del quartiere dai nomi
stellari (Andromedastraat, Planentenweg, Orionweg) e spia
educatamente abitudini e stili di vita degli olandesi, in una sorta
di diario in cui dialoga col suo amico pittore e tenta un'improbabile
seduzione parlando a cartelli in neerlandese elementare con una
sconosciuta dietro i vetri.
I tragitti olandesi sono
interrotti periodicamente da ritorni della memoria al borgo ligure
natio, così diverso e lon- tano, in cui i luoghi si chiamano, con
asciutta funzionalità, Case sottane o Case soprane. La piantina
urbana e umana del popolare e nuovo quartiere olandese, in cui non
c'è edificio che, dopo una decina d'anni, non venga demolito e
sostituito con un altro, si sovrappone così alle vecchie e
inalterabili mappe catastali della Liguria, in cui tutto, case e
campagne, resta inalterato per secoli e l'unica innovazione è data
dall'avanzata inesorabile dei rovi e delle erbacce negli orti
trascurati e nelle case sfondate.
Ci sono pagine deliziose
in questo libro, pieno di una curiosità gentile e senza rancori per
il mondo, rallegrato da un italiano pidgin, mescidato (vi si
mescolano spagnolo, olandese e dialetto ligure), che a volte traballa
con la soavità di una leggera ebbrezza, restando però sempre
miracolosamente in piedi.
La repubblica – 16
maggio 2014
Marino Magliani
Soggiorno a Zeewijk
Amos, 2014
14 euro
Marino Magliani
Soggiorno a Zeewijk
Cosa fanno gli abitanti
di Zeewijk quando non riescono più a essere indipendenti, come
succederà tra non molto a Piet?
Il luogo si chiama
bejaarden huis. Ce ne sono almeno tre. Sono a rotazione, anch’essi,
come ogni cosa di Zeewijk: ora costruiscono il ricovero in un posto
e fra vent’anni in un altro. In questo modo, l’abitante di
Zeewijk non riesce mai a identificarsi con un luogo, ma solo con
l’idea di un ricovero. Questa destinazione vagamente ignota mette
addosso una certa apprensione, si passeggia tra le costellazioni e
si indaga, sarà qui sulla piazzetta dell’Acquarius, sarà in cima
alla Pegasus?
Di solito questi
ricoveri sono molto ben curati, un giardino minuscolo di modo che
l’anziano non fatichi, giusto l’angolino di verde “privato”,
un premio alla carriera, e la vetrata dalla quale guardare il
passaggio della vita. I vecchi dei bejaarden huis sono sereni,
possiedono il loro monolocale e là dentro hanno tutto: l’infermiera
che passa a sorvegliare, la cucina, il bagno con le maniglie alle
quali appoggiarsi, e persino la vista sui ciliegi in fiore.
Li trovo a giugno,
seduti sulla sedia di plastica, fuori, alla brezza nordica. Sembra
che controllino le ciliegie verdi e raggrinzite, in attesa che
maturino, ma non maturano mai perché siamo in Olanda e i vecchi lo
sanno. Chissà cosa pensano questi vecchi.
Forse, ci ha ragionato
Piet, è come da voi in Liguria, là, in quel posto dove sei nato,
che era un ospedale e dove ora la gente anziana seduta sulle sedie
bianche guarda con un po’ di desiderio i grappoloni di datteri che
non maturano mai.
Non lo so, ho detto a
Piet. Non gli parlo mai troppo volentieri o a lungo dell’idea di
un ricovero. Non sono la persona adatta, lo confesso, discorrere di
un inizio e della fine mi confonde. Vorrei vedere voi se foste nati
in un posto che ora ospita il tramonto.
(Da: Marino Magliani,
Soggiorno a Zeewijk)
giovedì 29 maggio 2014
Luciana Bertorelli, Terra Madre
Secondo Jung l'archetipo della grande madre rappresenta “la magica autorità del femminile, la saggezza e l'elevatezza spirituale che trascende i limiti dell'intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l'istinto o l'impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l'abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l'ineluttabile”. In una parola il simbolo della vita come sintesi degli opposti (a partire dal principio femminile e di quello maschile). Luciana Bertorelli nella sua ricerca testimonia di come l'arte sia una via privilegiata alla comprensione di questa verità primordiale.
|
Luciana Bertorelli
Terra Madre ( Pangea)
TERRA MADRE è
un'installazione composta di 6 sculture ceramiche di grande
dimensione che rappresentano la Terra, intesa come nostra Madre.
L'idea è nata a Gubbio
nel settembre 2013 da una proposta di Catia Monacelli che guardando
la mia Pangea rossa mi ha detto: ” Vedo nella Chiesa di S.Francesco
una serie di Pangee che vanno dalla più grande alla più piccola
...”
Quest'immagine della
Pangea Rossa, una donna seduta con i gomiti posati sulle ginocchia,
che porta sulle spalle la sua creatura e si copre il volto con le
mani, in un gesto istintivo di difesa, di abbandono ma anche di
dolore... un grido silente di dolore...io l'ho meditata a lungo
dentro di me ed alla fine è uscito questo progetto dedicato alla
Terra.
Terra Madre. E anche
Pangea perchè ho voluto rappresentarla com'era all'origine...delle
sculture quasi primordiali.
La Terra è malata ,
china su se stessa, porta sulla schiena il fardello pesante
dell'Uomo, con infinito Amore ci dona ricchezze incalcolabili di
bellezza e generosità e noi dobbiamo ricambiare questo Amore:
prenderci cura di Lei e rispettarla ...se non ci prendiamo cura della
Terra la distruggiamo e se la distruggiamo essa distruggerà noi
stessi. Non è nostra proprietà e ancor meno è proprietà di
alcuni di noi, non dobbiamo pensare solo a sfruttarne le ricchezze ma
preservarle per il futuro e per la sopravvivenza di tutti gli esseri
viventi.
Si comincia da PANGEA
ROSSA, la più piccola, h.cm 40, al centro di tutto...la
figura è modellata in modo essenziale, con le mani al volto, e porta
sulla schiena un sacco dentro il quale appare un bimbo, l'Uomo.
Il rosso è un grido di
dolore , il colore del veto, il colore del sangue, della violenza...
ma soprattutto dell'Amore.
Poi viene PANGEA
FUOCO, h.cm 60, che nel vulcano appoggiato sulla schiena
che sprizza lapilli e lava, rappresenta la ricchezza incalcolabile
racchiusa nelle viscere della Terra..oro, argento, platino, pietre
preziose e fuoco inestinguibile che vengono ghermite senza rispetto.I
colori partono dal nero, sfumano nell'ocra e trionfano nell'oro.
PANGEA ACQUA h.cm 8o è
una fanciulla che ha sulle spalle, al posto del sacco, una grande
anfora dentro la quale finiscono i lunghi capelli a formare una
fluente cascata....acqua, mare, fiumi..in una gamma di azzurri,
turchesi, blu e verde acqua. Gli alluci dei piedi entrambi alzati
danno un tocco di leggerezza e sensualità.
PANGEA PETRA h. cm 80, ha
il colore rosato e cangiante delle pietre di fiume dove appare il
rosso sbiadito insieme ad una patina di muschio leggero...il sacco
è gonfio delle pietre che pesano e formano una massa scultorea.
PANGEA FLORA h. cm 100,
ha le mani sul volto come tutte ma una mano è nascosta da un fiore
che la copre quasi totalmente .Porta nel suo sacco fiori e foglie che
sembrano scavate nella roccia, ingentilite dai rossi ed arancioni
accesi che balenano sulla superficie, alcuni scivolano lungo il collo
ad ingentilire una figura dove predomina la scultura essenziale
PANGEA ARIA che le domina
tutte è alta 120 cm ed è la più ieratica di tutte. Le gambe unite
e le ginocchia appaiate, solo l'alluce dx è rialzato a dare una
sensazione di slancio verso l'alto, di movimento che viene ripreso
dalla testa asimmetricamente inclinata verso sx.
I piedi sono grandi,
importanti, posati saldamente a terra, differenti solo in alcuni
particolari. La crocchia di capelli, presente in tutte le sculture,
qui ha un movimento leggero e modulato di veli che nascondono un
fruscio di uccelli che si susseguono incessantemente.
Così come i fori delle
orecchie , presenti in tutte le sculture grandi, permettono di
guardare dentro la figura in un gioco di pieni e di vuoti .
PANGEA ROSSA, PANGEA
FUOCO, PANGEA ACQUA, PANGEA PETRA, PANGEA FLORA, PANGEA ARIA , tutte
nella stessa posizione, sedute con le mani a coprirsi il volto e
sulle spalle un sacco che cambia di volta in volta ricco dei doni che
la Terra offre incessantemente agli uomini.
E' un grido di dolore che
parte dalla Terra e merita di essere ascoltato!
martedì 27 maggio 2014
Dal Passo della Teglia al Passo della Mezzaluna alla ricerca di menhir e pietre sacre
Dal Passo della Teglia al Passo della Mezzaluna alla ricerca di menhir e pietre sacre
Oggi siamo saliti al Passo
della Teglia da dove le Alpi si specchiano nel mare. Forse non è la
giornata giusta per salire fino a qui, il cielo è plumbeo, ma il
panorama resta bellissimo. Da un lato le Marittime ancore coperte di
neve, dall'altro grige nella luce caliginosa del mattino le case di
Arma di Taggia.
Lasciamo l'auto e proseguiamo a piedi sul sentiero che attraverso la faggeta sale al Passo della Mezzaluna. Avanziamo lungo un cammino millenario, attraversando quello che resta del grande bosco di Rezzo, terra del lupo e del cinghiale.
Di qui salivano le greggi
ai pascoli alti, al Passo della Mezzaluna alle falde del Monte
Monega. Transumanze millenarie di
cui restano tracce indelebili al Sotto di S. Lorenzo (1379 m.)
Su questa pietra i
pastori si spartivano gli alpeggi, ma prima sacrificavano un agnello
al dio della montagna.
Ancora ben visibile la
coppa destinata a raccogliere il sangue della vittima che poi colava al
suolo a fecondare terra e greggi.
I ruderi della chiesetta
di S. Lorenzo testimoniano del tentativo di cristianizzare questo luogo magico.
Pochi ruderi, ma in alto, al Passo
delle Porte, ancora svetta verso il cielo il menhir eretto in età
immemorabile a celebrare la sacralità del luogo.
E ancora avanti, sul
sentiero, verso il Passo della Mezzaluna, mentre dal Monega scende
una nebbia sempre più fitta. Tra gli alberi filtrano
suoni di campanacci, l'atmosfera è carica di magia. Avvolte della
nebbia mucche al pascolo ci guardano passare.
Ma scende di nuovo la nebbia e ci costringe a tornare indietro. Lasciamo i pascoli e rientriamo nel bosco. Sopra di noi il dio della montagna avvolto in una coltre di nubi.
Siamo sospesi in un'atmosfera senza tempo.
venerdì 23 maggio 2014
Imperia. Sul filo dei ricordi. La Riviera ricamata
Mostra "Sul filo dei ricordi. La Riviera ricamata"
25 maggio - 2 giugno 2014
Nella Villa Faravelli di Imperia, in viale Matteotti 151, sabato 24 maggio 2014 alle ore 16,30 s'inaugura la mostra "Sul filo dei ricordi. La Riviera ricamata", realizzata dall'Associazione Magia di Punti insieme alla Fondazione Mario Novaro e al Comune di Imperia. Si potrà visitare dal 25 maggio al 2 giugno, tutti i giorni dalle 10 alle 18, a ingresso libero.
Occitanie pour una Europe des peuples
Elezioni europee. In Francia i nostri amici del Partito della Nazione Occitana si presentano in una lista che unisce rappresentanti delle minoranze nazionali occitane, catalane e basche in un paese ultracentralistico che non riconosce statuti speciali per le minoranze linguistiche.
giovedì 22 maggio 2014
Piero Simondo, Manica a vento

PIERO SIMONDO
Manica a vento
Balestrini
Centro Cultura Arte Contemporanea
Via Isola 40, Albissola Marina (SV)
24 maggio - 28 giugno 2014
INAUGURAZIONE:
Sabato 24 maggio 2014, ore 17.30
Orario di apertura della galleria nei giorni a seguire: 16.00 – 18.00
Domenica e lunedì chiuso Ingresso libero
Inaugura sabato 24 maggio, ore 17.30, al Centro Cultura Arte
Contemporanea Balestrini (Albissola Marina - SV) “Manica a Vento”,
mostra personale di Piero Simondo. Organizzata nei luoghi che
accolsero il soggiorno nuziale dell’artista dopo il matrimonio con
la moglie Elena nel giugno del 1957, la rassegna, curata da Sandro
Ricaldone e Riccardo Zelatore, riunisce opere che a partire dagli
anni ’50 documentano un quarantennio di attività. Fra queste la
giovanile “Africa” (1950), dove già si rivela l’inclinazione
verso un primitivismo di matrice espressionista che negli anni
successivi troverà piena manifestazione nell’intensa produzione di
monotipi, di cui pure sono esposti alcuni esempi (“Sovraimpresso
bianco”, 1954; “Sul blu”, 1955, “Controtipo”, 1960). Al
centro della mostra due lavori di grande dimensione: “Parvenze”
(1962-67), una sorta di apparizione su uno sfondo cromaticamente
acceso, e “Manica a vento” (1975), composito dipinto-assemblaggio
creato su un supporto grezzo, a tratti perforato.
Il percorso prosegue con le “Ipopitture”, un “gioco del rovescio” in cui l’immagine viene stesa sul verso della tela e fatta filtrare sul recto con l’impiego di solventi, e i “Raschiati” degli anni ’70, dove il colore è steso e sottratto al tempo stesso con gesti rapidi e casuali, per chiudersi con “Piccolo ipofiltraggio”, una ulteriore elaborazione della tecnica sperimentata con le Ipopitture, realizzata su tela da materasso nel 1993, l’anno stesso della sua precedente mostra nello spazio di Franco Balestrini.
Il percorso prosegue con le “Ipopitture”, un “gioco del rovescio” in cui l’immagine viene stesa sul verso della tela e fatta filtrare sul recto con l’impiego di solventi, e i “Raschiati” degli anni ’70, dove il colore è steso e sottratto al tempo stesso con gesti rapidi e casuali, per chiudersi con “Piccolo ipofiltraggio”, una ulteriore elaborazione della tecnica sperimentata con le Ipopitture, realizzata su tela da materasso nel 1993, l’anno stesso della sua precedente mostra nello spazio di Franco Balestrini.
”Chi non ha percorso a quei tempi la linea Bra-Cavallermaggiore-
Savona non può immaginare la bellezza dei vagoni con sedili di legno
fine secolo. Su quegli scomodi e duri divanetti a tre posti, noi
(Elena e Piero), in viaggio di nozze e di luna di miele, discettavamo
in francese d’arte e d’avanguardia, con due fra i probabili
migliori e relativamente ignoti avanguardisti culturali del momento
(Asger e Guy) su cui iniziavano a soffiare lievi e variabili venti di
gloria. In quel lontano inizio di giugno faceva un freddo autunnale e
noi, gli sposini, attrezzati per l’estate tremavamo nel vento e
nella pioggia. Si mangiava, quasi sempre in compagnia, in una delle
trattorie del carruggio alle spalle e parallelo alla Via Aurelia
lungomare (pasta al pesto e cozze alla marinara, di solito).
La frequentazione più assidua avveniva con Debord: partivamo, a piedi, per i cinque chilometri necessari a raggiungere il porto di Savona e il relativo luogo di sosta dove bevevamo un (e più d’uno) Australian rum, scoperto fra le bottiglie del bar portuale; pare che, par¬lando fra di noi in francese, io fossi stato identificato, dai locali, per i miei capelli cortissimi e biondi, come un probabile ufficiale di nave straniera (svedese, a quanto ricordo). Eravamo giovani e incuranti, più che insolenti; tutto ci divertiva e rallegrava”.
Così Piero Simondo ricorda il soggiorno nuziale ad Albissola nel giugno del 1957, dove poco meno di due anni prima, in occasione di una mostra con Pinot Gallizio nei locali della trattoria Da Lalla, avevano incontrato Asger Jorn e stabilito le basi per la fondazione, ad Alba, del Laboratorio Sperimentale del Bauhaus Immaginista. Anche in questa circostanza qualcosa bolliva in pentola: la creazione dell’Internazionale Situazionista, che giusto il mese successivo doveva nascere in casa Simondo a Cosio d’Arroscia dalla confluenza del M.I.B.I. (rappresentato da Pinot Gallizio, Asger Jorn, Walter Olmo, Piero Simondo ed Elena Verrone) con l’Internationale Lettriste (Michèle Bernstein e Guy Debord) ed il Comitato psicogeografico di Londra (Ralph Rumney).
La frequentazione più assidua avveniva con Debord: partivamo, a piedi, per i cinque chilometri necessari a raggiungere il porto di Savona e il relativo luogo di sosta dove bevevamo un (e più d’uno) Australian rum, scoperto fra le bottiglie del bar portuale; pare che, par¬lando fra di noi in francese, io fossi stato identificato, dai locali, per i miei capelli cortissimi e biondi, come un probabile ufficiale di nave straniera (svedese, a quanto ricordo). Eravamo giovani e incuranti, più che insolenti; tutto ci divertiva e rallegrava”.
Così Piero Simondo ricorda il soggiorno nuziale ad Albissola nel giugno del 1957, dove poco meno di due anni prima, in occasione di una mostra con Pinot Gallizio nei locali della trattoria Da Lalla, avevano incontrato Asger Jorn e stabilito le basi per la fondazione, ad Alba, del Laboratorio Sperimentale del Bauhaus Immaginista. Anche in questa circostanza qualcosa bolliva in pentola: la creazione dell’Internazionale Situazionista, che giusto il mese successivo doveva nascere in casa Simondo a Cosio d’Arroscia dalla confluenza del M.I.B.I. (rappresentato da Pinot Gallizio, Asger Jorn, Walter Olmo, Piero Simondo ed Elena Verrone) con l’Internationale Lettriste (Michèle Bernstein e Guy Debord) ed il Comitato psicogeografico di Londra (Ralph Rumney).
Oggi, mentre con
l’inaugurazione della restaurata Casa Jorn ai Bruciati, con le
mostre ospitate dalla Pinacoteca Civica di Savona e nelle rinnovate
sale museali di Albissola Marina si celebra il centenario della
nascita di Jorn, Simondo torna nel luogo dove il suo percorso si è
incrociato per la prima volta con quello dell’artista danese, con
una personale allestita presso il Centro Cultura Arte Contemporanea
Balestrini.
CENNI BIOGRAFICI
Piero Simondo nasce a Cosio d'Arroscia
(Imperia) nel 1928. Allievo di Felice Casorati e di Filippo Scroppo
all'Accademia Albertina di Torino, dopo aver intrapreso studi di
chimica si laurea in Filosofia nell'ateneo torinese. Nel 1952
incontra ad Alba Pinot Gallizio, presso il quale soggiorna e che
introduce alla pittura. Nel settembre del 1955 fonda ad Alba con
Asger Jorn e Pinot Gallizio il Laboratorio di esperienze immaginiste
del Mouvement Internationale pour une Bauhaus Imaginiste (M.I.B.I.) e
pubblica il Bollettino del movimento, "Eristica".
Nell'estate 1956 (2-9 settembre) Simondo organizza, sempre ad Alba,
con Jorn, Gallizio ed Elena Verrone (che sposerà l’anno seguente),
il Primo Congresso mondiale degli Artisti liberi sul tema "Le
arti libere e le attività industriali".
Nell'estate del 1957 nella sua casa di Cosio d'Arroscia viene fondata l'Internazionale Situazionista, da cui fuoriesce nel gennaio successivo insieme a Elena Verrone e Walter Olmo, in polemica con Guy Debord. Nel 1962 fonda a Torino, con un gruppo di operai e intellettuali, il CIRA (Centro Internazionale per un Istituto di Ricerche Artistiche, 1962-1967) con il proposito di recuperare l'esperienza del Laboratorio di Alba. Con il CIRA progetta – fra l’altro – installazioni sui temi dell’alienazione e della natura dei media.
Nel 1972 entra all'Università di Torino per occuparsi dei laboratori di "attività sperimentali" presso l'Istituto di Pedagogia. Qui insegna poi, sino al 1996, Metodologia e didattica degli audiovisivi.
Nell'estate del 1957 nella sua casa di Cosio d'Arroscia viene fondata l'Internazionale Situazionista, da cui fuoriesce nel gennaio successivo insieme a Elena Verrone e Walter Olmo, in polemica con Guy Debord. Nel 1962 fonda a Torino, con un gruppo di operai e intellettuali, il CIRA (Centro Internazionale per un Istituto di Ricerche Artistiche, 1962-1967) con il proposito di recuperare l'esperienza del Laboratorio di Alba. Con il CIRA progetta – fra l’altro – installazioni sui temi dell’alienazione e della natura dei media.
Nel 1972 entra all'Università di Torino per occuparsi dei laboratori di "attività sperimentali" presso l'Istituto di Pedagogia. Qui insegna poi, sino al 1996, Metodologia e didattica degli audiovisivi.
FRA LE SUE PUBBLICAZIONI
L’alba della logica – Torino, SEI, 1967
Ars vetus, ars modernorum – Torino, SEI, 1971
Spazi educativi e ricerca in situazioni di Laboratorio – Torino, Tirrenia Stampatori, 1981
Che cos’è stato il Laboratorio sperimentale di Alba – Genova, Libreria Sileno Editrice, 1986
La situazione laboratorio – Torino, Tirrenia Stampatori, 1987
Formazione e produzione di immagini – Milano, Franco Angeli, 1989
Il colore dei colori – Firenze, La Nuova Italia, 1990
A mo’ di prefazione, nel catalogo Jorn in Italia. Gli anni del Bauhaus immaginista – Torino, Fratelli Pozzo, 1997
Guarda chi c’era, guarda chi c’è. L’infondata fondazione dell’Internazionale Situazionista – Genova, Ocra Press, 2004
L’immagine imprevista. Rendiconti, opere, interviste, a cura di Sandro Ricaldone – Genova, Il Canneto editore, 2011
PRINCIPALI ESPOSIZIONI PERSONALI (DAL 1980)
1982 – Studio Rolla, Torino
1986 – Libreria Sileno, Genova
1988 – Fondation Musée Hébert, Grenoble
1993 – Centro Balestrini, Albissola Marina
1993 – Il Triangolo Nero, Alessandria
1994 – Studio Leonardi V-idea, Genova
1994 – Libreria Sileno, Genova
1994 – Studio Gennai, Pisa
2004 – Galleria Giampiero Biasutti, Torino
2004 – Studio B2, Genova
2005 – Galleria Peccolo, Livorno
2008 – Chiesa di San Domenico, Alba
2011 – Oratorio dei Disciplinanti, Finalborgo (Finale Ligure)
2012 – ArtGallery La Luna, Borgo San Dalmazzo
2012 – Fondazione Peano, Cuneo
2013 – Spaziobianco, Torino
2013 – Palazzo Ducale, Genova
2014 – Centro Balestrini, Albissola Marina
Iscriviti a:
Post (Atom)










