TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 2 maggio 2011

Il coltivatore di mimose a 50 anni si scopre scrittore


Pubblichiamo la prima intervista "importante" concessa da Francesco Biamonti, apparsa nel 1983 sul supplemento librario de La Stampa in concomitanza con l'uscita in libreria de L'angelo di Avrigue, il romanzo che impose lo scrittore all'attenzione della critica e del pubblico.

Nico Orengo

Il coltivatore dì mimose a 50 anni si scopre romanziere

E' della Liguria di roccia, nell'ultimo Ponente, prima del confine con la Francia: di quella Liguria di valli, aspra, sbarbariana, appesa agli ulivi e alle vigne antiche di rossese e massaira. Si chiama Francesco Biamonti, ha cinquantanni, una volta faceva il bibliotecario, un pò di vita politica, poi i libri «erano stati letti tutti», la politica era diventata «troppo aggressiva, senza commozioni», e ha smesso. E' tornato a coltivare in campagna le sue mimose: a San Biagio, un paese nell'interno fra Ventimiglia e Bordighera E si è messo a scrivere, lentamente, pazientemente con la stessa cura, parola per parola, con cui i suoi nonni costruivano le terrazze in pietra, le piramidi di Liguria, dove coltivare i limoni, le ginestre, la vigna, l'ulivo.

A San Biagio, dove ognuno ha un suo nomignolo, lo chiamano «il poeta». "Avere un soprannome è un segno di ricchezza, di impegno — dice Biamonti — Questo è stato nel passato un paese poverissimo, emigravano tutti in Francia, a Marsiglia, all'inizio del Novecento. A Marsiglia c'era un ciabattino di qua. Sapeva leggere e scrivere. Lo chiamavano il "Console" e trovava lavoro nel porto. Poldo lo stranome di "Inventore'' se lo è guadagnato un anno che aveva nevicato e temendo di perdere le ulive aveva congegnato delle piccole cariche di tritolo che avrebbero dovuto far cadere la neve e salvare il raccolto. Risultato: svegliò nel cuore della notte cinque paesi, venne giù la neve, le ulive e gli ulivi".

Con Biamonti i1 soprannome era meno ironico. Dopo il lavoro nelle mimose, il mercato, lo vedevano chiudersi in casa, o andare a fotocopiare fogli e fogli, aveva la macchina piena di libri e giornali francesi, accompagnava il pittore Ennio Merlotti a cercare le sue rocce da dipingere. Erano sicuri che prima o poi un libro lo avrebbe "stampato". E ora il libro esce da Einaudi, con una presentazione di Italo Calvino. Si chiama L'angelo di Avrigue, è la storia di un'attesa, di una vertigine. Un marinaio, che il male dell'orizzonte costringe a terra, scopre la morte — accidentale o no? — di un giovane in un crepaccio sopra il paese. C'è un silenzioso interrogarsi fra gli abitanti che sconvolge gesti e ritmi quasi immobili del tempo, la consapevolezza che un "male", la barbarie turistica, la droga, sta salendo lentamente da quell'altra Liguria, quella del basso, di scoglio, un modo diverso di sentire levita.

Come è nato, questo romanzo?

Biamonti ci riflette, con una apparente modestia che in realta è lotta di orgoglio e consapevolezza:

Avevo l'ossessione dei contrafforti delle Alpi Marittime, di un certo substrato linguistico lirico e antico, della degradazione della vita.

Cosa racconta in L'angelo di Avrigue?

Una perlustrazione intorno a un crepaccio. Un marinaio scopre nella luce del paesaggio un male profondo. La luce copre e svela un duro inverno.

Per lei cosa vuol dire scrivere?

E' contraddittorio. E' un atto e una contemplazione. Fantasia e bilancio. Affondo sempre nella stessa materia: la natura e la condizione umana, colte nel loro lato storico e temporaneo e nel loro lato umano.

Quali sono i suoi autori, chi legge?

Quelli dall'andamento meditabondo e dallo stile lucido: Camus e Calvino. Anni fa mi è piaciuto molto Julien Greco de La presqu'ile. Anche Jean Daniel in Les refuges et la source ha pagine molto belle, ma manca di concisione, del fascino che viene dall'inventare. E' bella l'idea del rifugio. Il Camus del deserto e della chute. il Calvino delle nostre colline mi piace senza riserve. Anche Char mi piace, riflette una terra aspra.

Cosa significa scrivere lontano dai grandi centri culturali e industriali?

Più sguardo e meno rumore. Forse sono presuntuoso, l'importante è essere sinceri, parlare di cose che si conoscono..

E Calvino cosa dice di questo nuovo scrittore? «E' una voce grave, e pausata con una naturale propensione per i toni lirici sospesi; ma il suo vocabolario è ricco di parole vere e insolite e precise, che vengono dal linguaggio parlato a ridosso delle Alpi Marittime».

(Da: Tuttolibri - La Stampa del 29 gennaio 1983)