TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 9 luglio 2011

Crash Toys



Isabella Del Guerra

Crash Toys

Alla fine di ogni giorno, l’umanità tutta ha contribuito a creare montagne artificiali di spazzatura, le ritroviamo sotto immensi teli, sotto terra, lungo le strade che percorriamo solitamente , lungo le rive dei fiumi e nei mari, le incontriamo là dove vorremmo godere solo di una natura incontaminata. E’ la nostra realtà!; il nostro quotidiano che abitualmente ci creiamo comprando, consumando, buttando. Una corsa all’acquisto di cose, spesso inutili, create con l’inganno di migliorare la nostra vita; oggetti che continuamente vengono modificati per migliorarne le funzioni e che pone il grave problema dello smaltimento di un volume enorme di scorie. Un’immondizia che l’Uomo vuole lontano da sè, nascosta alla vista e all’olfatto; egli desidera vivere in ambienti puliti e profumati, egli stesso deve essere odoroso e allora ecco quantità di shampoo, deodoranti, detergenti per la casa, sgrassatori e saponi per lavatrici che lavano più bianco del bianco che più bianco non si può. E dunque ancora scatole e contenitori vuoti che vanno ad ingrossare la montagna di rifiuti.

Bruno Munari cristallizzò nella resina scarti di apparecchiature, di meccanismi , di materiali magnetici: “Archeologia del Futuro” Caccia grossa per l’archeologo del 6000. Vere Gordon Childe, famoso archeologo, scriveva alla fine degli anni ‘50: “Il bullone allentato che è caduto dalla mia auto questa mattina, la scatola di sardine, che ho accuratamente sotterrato dopo pranzo a Esher Common, e il cratere lasciato da una bomba tedesca, sono dati archeologici proprio come la lama a foglia d’alloro, rotta e gettata via da un cacciatore di renne solutreano … L’archeologo del 6000 potrebbe interpretare bulloni, scatole di sardine e crateri di bombe come documenti indicativi del tipo di veicolo usato sulle strade attorno a una grande città, delle abitudini di alcuni suoi cittadini e da azioni di alcuni sconosciuti nemici … Queste sono le cose a cui si interessano gli archeologi … le azioni e i pensieri umani”. I rifiuti raccontano e racconteranno la nostra vita, le nostre abitudini.

Dario Tironi e Koji Yoshida di tutti questi abbandoni ne fanno sculture. Un lavoro certosino di recupero, di catalogazione per oggetti, funzioni, forma, colori, materiali per poi farli rivivere, riciclati, in opere d’arte. Così nascono le sculture di questi due giovani Artisti che, ad un primo sguardo, possono sembrare geniali e fantasiose sculture dai colori accesi, ingegnosi e gioiosi giocattoli per adulti, singolari opere realizzate come in una composizione del famoso gioco del LEGO. Realizzate con i codici della nostra epoca, sono esse stesse testimonianza e denuncia, rimandandoci l’immagine della nostra civiltà: siamo ciò che consumiamo, da mattina a sera ogni nostro bisogno è accompagnato da un involucro, una confezione, cibi e oggetti che, una volta che ci hanno soddisfatti, vogliamo buttare e negare. Sculture composte da cose: osservandole, ognuno di noi, può riconoscere un oggetto o parte di esso che nella sua vita ha posseduto o usato. Tironi e Yoshida ci inducono inoltre ad un’altra considerazione, spingendoci a pensare a quanto l’ umanità sia comunque contaminata dalla tecnologia e di quanto non ne possa più farne a meno. I video giochi, i computer, i telefonini ci appartengo e già fin da ora il progresso della bio-ingegneria ha prodotto scoperte che correggono il funzionamento di organi o sostituiscono parti del corpo umano con trapianti ed innesti di chip, pace-maker, valvole e arti artificiali.

L’essere umano si appropria degli oggetti che esso stesso crea, se ne autoalimenta e si autosostituisce, l’uomo bionico non è fantascienza, fa già parte del nostro futuro molto prossimo e, tutto questo sicuramente modificherà la percezione dell’uomo, come anche la sua natura ed i suoi sentimenti. Le opere di Dario Tironi e Koji Yoshida sono sculture ma anche entità che, immobili, con la loro realtà oggettiva, vogliono indurci alla riflessione.


venerdì 8 luglio 2011

Franco Salomone, un rivoluzionario di ponente




Giorgio Amico

Un rivoluzionario di ponente: ricordo di Franco Salomone


Ho conosciuto Franco Salomone durante lo sciopero SITA, la prima lotta operaia a cui, liceale, partecipavo. Eravamo alla metà degli anni '60 in una Savona in cui ancora forti erano gli echi della guerra partigiana, delle lotte dell'ILVA, della rivolta contro il governo Tambroni del luglio '60. Una Savona operaia e combattiva che oggi vive solo nel ricordo di chi ha vissuto quegli anni. Ricordo i picchetti a bloccare l'uscita dei pulman, le cariche della polizia arrivata in forze da Genova e un giovanissimo Roberto Meneghini inginocchiato in mezzo a Piazza Mameli a bloccare da solo con il suo corpo la colonna delle camionette della Celere.

E poi le riunioni, prima nella casa di Pavese in via Untoria e poi nella sede di via Verdi e le nottate passate a bere e a discutere al bar Riviera, un locale che non chiudeva mai, aperto 24 ore su 24. Ognuno pagava un giro, nessuno voleva smettere per primo. Notti intere a discutere con voci arrocchite dal fumo e dalla passione di Marx e Bakunin, di Trotsky e Machno, dell'Ottobre e di Kronstadt, della Spagna e dei consigli operai ungheresi. Lui anarchico con una testa da marxista, io marxista con un cuore da anarchico. Eravamo giovani e la vita ci si presentava come una sfida da cogliere.

Tanti se ne sono andati, alcuni troppo presto come Gianni Ferraro e Lello De Cicco, altri, come Giulio Pisano e Franco Salomone, lottando fino all'ultimo contro la malattia con la stessa grinta con cui per tutta la vita avevano lottato contro lo sfruttamento e le ingiustizie sociali.

Ora questo libro, dedicato alla figura e all'opera di Franco Salomone, idealmente li ricorda tutti.




Roberto Meneghini e Donato Romito (a cura)
Un rivoluzionario di Ponente
Centro di Documentazione Franco Salomone, 2011

giovedì 7 luglio 2011

Zapruder


È in distribuzione il venticinquesimo numero del quadrimestrale "Zapruder. Rivista di storia della conflittualità sociale" (maggio-agosto 2011).

Lo Zoom è dedicato al tema: "La patria tra le nuvole. Il Risorgimento nei fumetti "

Questo numero di «Zapruder» è dedicato a un tema inedito per questa rivista, che pure, nel corso della sua ormai decennale storia, si è caratterizzata per l'uso e l'analisi di fonti poco esplorate dalla ricerca e di tematiche spesso nuove.
Nell'anno delle celebrazioni per il 150° dell'unità d'Italia, la rivista propone una serie di riflessioni e indagini sulle rappresentazioni di patria, nazione e Risorgimento nei fumetti. Dalle tavole disegnate a inizio '900 o durante il fascismo, a quelle pubblicate in occasione del centenario dell'unità, fino alle più recenti e mature opere d'autore o alle pubblicazioni di stampo propagandistico (volte a insegnare i confini di identità padane o neoborboniche), autori e autrici forniscono ampi spunti per rileggere la storia dei fumetti e per collocare i fumetti nella storia.


SOMMARIO


Zapruder
Storie in movimento. Rivista di storia della conflittualità sociale
n. 25 maggio-agosto 2011

EDITORIALE
Roberto Bianchi, Grandi patrie, piccole storie

ZOOM (articoli e Dietro le quinte)
Emilio Cavalleris, Nuvole tricolori. Risorgimento e Unità d'Italia nei fumetti del centenario (1956-1962)
Nicola Spagnolli, È ora di ricominciare con questi Irochesi! Il brigantaggio postunitario nel fumetto
Neri Binazzi, Parole nella «Giungla!». Risorgimento e altri miti per le giovani camicie nere

LE IMMAGINI
Pamela Giorgi, 1861-1961: disegnare il centenario

SHEGGE
Fabiana Loparco, Poveri ma bellici. La patria nel «Corriere dei piccoli» (1915-1918)
Juri Meda, Partigiani con le stellette o patrioti senza divisa? La Resistenza come "secondo Risorgimento" nei fumetti (1945-1965)
Olivier Roche, Bozzetti di patria. Il Belgio nelle avventure di Tintin
Antonio Lenzi, Sentinelle a stelle e strisce. Due archetipi del fumetto americano: Capitan America e Iron man

LUOGHI
Fulvio Cervini, I molti Risorgimenti del Museo nazionale di Torino
Valentina Ferrari, Memorie meccaniche. L'archivio delle Officine reggiane

IN CANTIERE
Gregorio Taccola, I vestiti nuovi di Babbo Natale

SEI DOMANDE SULLA STORIA
Franco Della Peruta, Intervista a cura di Paola Ghione

INTERVENTI
Alfredo Goffredi e Gianluca Maestri, Lombardia (n)evergreen. Una rilettura a fumetti dell'Unità d'Italia

RECENSIONI
Antonio Lenzi (William Gambetta, Democrazia Proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi)
Paolo Mencarelli (Christian De Vito, Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia 1943-2007)
Antonello Ricci (Alberto Prunetti, Il fioraio di Perón)
Paola Salvatori (Ferdinando Cordova, Il consenso imperfetto. Quattro capitoli sul fascismo)


Frutto di un percorso che ha coinvolto centinaia di giovani storiche e storici, la nuova rivista intende confrontarsi con ambiti di ricerca e approcci metodologici differenti. Accanto all'attenzione verso le lotte e le classi sociali, il femminismo, la "stagione dei movimenti", i conflitti generazionali, le avanguardie culturali e le subculture, «Zapruder» e il progetto Storie in movimento [www.storieinmovime nto.org] intendono analizzare altri soggetti e fenomeni: i movimenti ereticali e - più in generale - eterodossi, le cosiddette devianze e marginalità sociali, ma anche i populismi, gli spontaneismi, le dissidenze e i movimenti dei ceti medi o le dicotomie fascismo/antifascismo, razzismo/antirazzismo, nord/sud, guerra/pace, ecc. Il tutto in chiave interdisciplinare e riconoscendo come patrimonio da mettere a frutto in ogni senso - anche criticamente, se sarà il caso - filoni di pensiero e riflessione che hanno contribuito a rinnovare negli ultimi decenni il fare storia: la storia di genere, la storia sociale, la storia orale, la pratica della con-ricerca, la microstoria.


Per informazioni scrivere a: info@storieinmovimento.org

mercoledì 6 luglio 2011

Marino Magliani, Io e l'Argentina



In attesa del libro a cui Marino Magliani sta lavorando, ambientato in un'Amsterdam vista con gli occhi del ciclista, riparliamo de "La spiaggia dei cani romantici", riprendendo questa bella intervista apparsa sul sito "L'Argentina".

Marino Magliani

Io e l'Argentina

Intervista di Alberto Prunetti





Un giovane italiano che arriva in Argentina nella fase finale della dittatura militare. Un’esperienza che spesso ho associato alla figura di Luca Prodan, il leggendario cantante tano dei Sumo. Eppure el pelado non è stato l’unico a fare un’esperienza per tanti aspetti estrema e paradossale (non priva di rischi, soprattutto per chi portava le stigmate controculturali quali capelli lunghi, attitudine rockera-punk, estremismo politico e esistenziale). Bene, uno che è andato in Argentina negli anni della dittatura è oggi uno scrittore piuttosto noto, si chiama Marino Magliani, ha appena scritto “La spiaggia dei cani romantici” (Instar Libri, 2011), un gran bel libro ambientato tra più paesi (Argentina, Italia, Spagna e Olanda) e guarda caso ha vissuto in ognuno dei paesi appena citati. Quindi giro la parola a Marino e gli chiedo: cosa hai provato quando sei arrivato in Argentina durante l’ultima dittatura militare?

_Marino Magliani: Eravamo un gruppetto di ragazzi, tutti argentini tranne io, vivevamo in Spagna, di notte, lavoravamo nelle discoteche della Costa Brava. Vivevamo praticamente d’estate, da maggio a fine settembre in Costa Brava, e poi nelle Canarie, dove facevamo lo stesso lavoro, e potendo neanche quello. Nell’inverno del 1982, questi ragazzi, di cui tre o quattro erano di Lincoln e gli altri di Carlos Paz e La Plata, mi invitarono a viaggiare con loro. L’aereo atterrò a Santiago del Cile, cruzamos los Andes e ci fermammo un paio di giorni a Mendoza, poi finimmo a Lincoln e lì, io, rimasi quattro o cinque mesi. E’ come se un giapponese che viene in Europa 6 mesi ne trascorre 5 a Locate Triulzi. A Lincoln la dittatura non si era manifestata, intendo così con tutta la sua violenza come a Baires o a Cordoba o in altre città. Non che la gente vivesse in una bolla, non intendo questo, sarebbe un insulto nei confronti di chi anche da quelle parti patì l’oppressione. A Baires, invece, dove peraltro rimasi poco, e a Carlos paz, dove avevo e ho un grande amico, si respirava un’altr’aria.

A.P.:_L’identità del tano, dell’italiano radicato in Argentina, è mutata molto negli ultimi decenni. Eppere i tano rimangono, a partire dai soprannomi, una costante argentina, anche se l’italiano lo parlano sempre meno. Tu ti sei confrontato con questa dimensione dell’identità tana?

M.M.: Durante il mio soggiorno in Spagna, vivendo praticamente in quella che era una comunità argentina, avevo imparato a parlare come loro, a usare il che e i gerghi in Lunfardo, e i catalani mi scambiavano per un argentino. La cosa mi inorgogliva, mi sentivo un ibrido, per non dire un << raro>>, non ero un argentino, e nemmeno italiano, ma un tano, e tano gli amici mi ci chiamavano, tant’è che ancora oggi a distanza di 30 anni, se per la strada qualcuno chiamasse tano mi volterei.

_A.P.: Di solito molti visitatori si innamorano di Buenos Aires, perché è una capitale frenetica. Tu perché sei finito in provincia?

M.M.: In realtà è perché avevo finito i soldi e a Lincoln ero mantenuto dagli amici. Dopo 3 mesi che vivevo in casa di uno e dell’altro, una sera il padre di uno dei chicos mi disse che mi dava un po’ di soldi così potevo vedere Mar del Plata o Bariloche. Era, credo, un mezzo tentativo per liberarsi di me, visto che vivevo in casa sua da settimane. Il buon padre del mio ospite, non fece i conti con il figlio che era un giocatore di timba incallito, e quella sera stessa, sapendo che suo padre mi aveva dato dei soldi ( suo padre era benestante ) mi convinse a prestargli qualcosa che me l’avrebbe certamente restituito nel giro di qualche ora. In breve perse tutto ciò che avevo e il giorno dopo ero ancora a Lincoln. Il padre non si rassegnò e la seconda volta mi diede dei soldi e mi accompagnò lui stesso alla stazione dei micros e mi comprò un pasaje per Carlos Paz.

_A.P.:Immagino che questa tua esperienza “provinciale” faccia da sfondo alla scelta di ambientare i primi capitoli del tuo romanzo ….. Ci sono altre esperienze autobiografiche che sono tracimate nel romanzo o il resto è tutta finzione?

_M.M.: Ho esagerato tutto nel romanzo, come un argentino, se me fue la mano. La spiaggia dei cani romantici racconta di ragazzi un po’ estremi, disperati e sognatori, e le cose che fanno le ho fatte, o le ho viste fare, diciamo così, ma con molta moderazione. I paesaggi sono certamente fedeli e qualche personaggio pure, ma mischiati, formano una specie di mosaico.

_A.P.: Quante altre volte sei tornato in Argentina? Adesso hai contatti (editoriali, culturali, politici o di amicizia) con argentini?

_M.M.: Non sono mai più tornato in Argentina, e anche da quando ho lasciato la Costa Brava, nel 1988, non sono mai più tornato da quelle parti. Ma conservo grandi ricordi e mantengo i contatti con alcune persone che ogni tanto mi aiutano a ri-comporre la mappatura dei miei romanzi e dei racconti latini. Culturalmente, ho qualche carteggio ogni tanto con i curatori o gli autori di libri che ho tradotto. Certo sarebbe ora di tornarci.

(Da: http://www.largentina.org)

lunedì 4 luglio 2011

NO ALLA CENSURA!


Lo sapevate che si sta cercando di limitare la libertà di espressione sulla rete, dando alla Agenzia per le comunicazioni (AGCOM) il potere di intervenire per via amministrativa a oscurare siti ritenuti colpevoli di violare le norme sui diritti d'autore?
Evidentemente dopo l'esito dei referendum qualcuno ha paura della libera circolazione dal basso delle informazioni in rete e pensa di fare come in Cina o in Iran.
Vento largo aderisce alla campagna in difesa della libertà di espressione sulla rete.



Juan Carlos De Martin

Diritto d'autore
Il controllo spetta al giudice

A meno di un cambio di direzione dell’ultimo minuto, l’Italia si appresta a mostrare al mondo come un grande Paese democratico possa distrarsi al punto da permettere a un’autorità amministrativa, invece che a un giudice, di decidere cosa è lecito pubblicare.

Secondo i resoconti di un recente incontro a Roma tra alcuni esponenti della società civile e il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò, infatti, l’Autorità si accinge a varare un provvedimento che si preannuncia a dir poco controverso. In base alle linee guida pubblicate dall’Autorità in occasione di una consultazione pubblica tenutasi a inizio anno, l’Agcom vorrebbe istituire una procedura veloce e puramente amministrativa di rimozione di contenuti online considerati in violazione della legge sul diritto d’autore. L’Autorità potrebbe sia irrogare sanzioni pecuniarie molto ingenti a chi non eseguisse gli ordini di rimozione, sia ordinare agli Internet Service Provider di filtrare determinati siti web in modo da renderli irraggiungibili dall’Italia. Il tutto senza alcun coinvolgimento del sistema giudiziario.

Anche ammettendo che l’Agcom abbia tali poteri sanzionatori su questa specifica materia – e ci sono esperti che lo dubitano – e trascurando per il momento gli aspetti pratici (è in grado l’Agcom di gestire potenzialmente migliaia di richieste di intervento?), concentriamoci sulla modalità - amministrativa invece che giudiziaria. Perché il passaggio da un giudice, in pieno contraddittorio e con tutte le garanzie del caso, è indispensabile? Perché se alcuni casi di violazione del diritto d’autore sono relativamente semplici da determinare, la liceità o meno della pubblicazione di un contenuto genera spesso considerevoli dubbi anche agli esperti della materia. Il diritto d’autore, infatti, è di una complessità a volte notevole, come è possibile riscontrare, per esempio, quanto si cerchi di determinare con certezza se una certa opera è o non è nel pubblico dominio in un dato Paese. Inoltre, anche contenuti protetti dal copyright possono essere utilizzati, con dei limiti, per critica, discussione, insegnamento, ricerca, eccetera. E’ davvero concepibile che possa essere un organo amministrativo, per di più con tempi molto stretti, a decidere, per esempio, se un cittadino possa pubblicare o meno sul suo blog l’estratto di una trasmissione di informazione televisiva per finalità di discussione?

L’Agcom – che pure in passato aveva dimostrato altra sensibilità sul tema del diritto d’autore online (si pensi, per esempio, all’indagine conoscitiva pubblicata a inizio 2010) – ha scelto di percorrere, tra l’altro con una fretta e con modalità che lasciano perplessi, una strada sbagliata e potenzialmente pericolosa.

Innanzitutto, la fretta. Alla pubblica consultazione di inizio anno, infatti, doveva seguire la redazione di una proposta di provvedimento seguita da una nuova consultazione: che fine hanno fatto queste fasi? E perché il relatore del provvedimento, il consigliere Nicola D’Angelo, critico dell’impostazione prevalente in Autorità, è stato esautorato dal dossier senza preavviso e senza motivazione? Su una materia così delicata l’assenza di risposte pesa.

Strada sbagliata perché qualunque materia che riguardi diritti fondamentali deve passare dal Parlamento. Quindi, che si proponga eventualmente una legge e che tale legge venga pubblicamente discussa, come per altro chiesto a febbraio da un’interpellanza urgente a prima firma del deputato Roberto Cassinelli (PdL) e sottoscritta da 45 parlamentari del Pdl, Pd, Udc, Fli e Lega Nord. In Spagna si è seguita tale strada: la legge cosiddetta Sinde, dal nome del ministro della Cultura, che intendeva introdurre un meccanismo simile a quello pensato dall’Agcom, è stata lungamente discussa in Parlamento, che l’ha infine bocciata.

Come ricordato di recente dall’avvocato generale presso la corte di giustizia europea, Pedro Cruz Villalon, l’art. 52 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea recita: «Eventuali limitazioni all’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla presente Carta devono essere previste dalla legge». L’Agcom è ancora in tempo a fare un passo indietro, lasciando, come è giusto, la parola al Parlamento.




(Da: La stampa del 27 giugno 2011)

domenica 3 luglio 2011

Piero Simondo, L'immagine imprevista




PIERO SIMONDO
L’IMMAGINE IMPREVISTA
opere 1954-2008
a cura di Sandro Ricaldone
Complesso monumentale di Santa Caterina
Oratorio de’ Disciplinanti - Finalborgo
dal 10 luglio al 7 agosto 2011
orario: tutti i giorni dalle 17 alle 23; chiuso il martedì
inaugurazione: domenica 10 luglio 2011, ore 18,00

DAS – DanzAtelierStudios
performance site specific
sabato 16 luglio 2011, ore 18,00

Per iniziativa dell’Assessorato alla Cultura, lo spazio mostre del Comune di Finale Ligure ospita, dal 10 luglio al 7 agosto 2011, una antologica di Piero Simondo, nella quale sono documentate, attraverso una quarantina di opere e un importante insieme di materiali tutte le fasi del percorso artistico di questo autore, dai primi anni ’50 ad oggi.

Del suo lavoro Guido Curto ha scritto:
“In Simondo il colore viene steso senza un contorno predefinito e i pigmenti si effondono liberi il più delle volte su una lastra di vetro, in trasparenza, quindi, nella tecnica da lui usatissima del Monotipo; solo in un secondo momento la pittura viene trasposta e stabilizzata su carta o su tela.
Grazie a questa prassi, Simondo si libera non solo da ogni da ogni figuratività e accademismo, ma perviene anche ad una nuova linea dell’informale: più che gestuale e materica, soffusamente magmatica e caotica”.

In occasione della mostra, l’editrice Il Canneto di Genova pubblica il volume di Piero Simondo “L’immagine imprevista. Rendiconti, opere, interviste” in cui, oltre alle riproduzioni di numerosi lavori, sono raccolti gli scritti dell’artista dedicati alle esperienze del MIBI (Movimento Internazionale per un Bauhaus Immaginista) ed alla fondazione dell’Internazionale Situazionista, nonché gran parte delle interviste rilasciate a proposito delle sue ricerche pittoriche.

Sabato 16 luglio la Compagnia DAS–DanzAtelierStudios, diretta da Eleonora Mercatali e Elena Rolla, terrà nella sede della mostra una performance site specific, confrontandosi con le opere esposte.


PIERO SIMONDO nasce a Cosio d'Arroscia (1M) nel 1928. Allievo di Felice Casorati e di Filippo Scroppo all'Accademia Albertina di Torino, si laurea in Filosofia all'ateneo torinese.
I primi lavori sono ceramiche astratte che espone nel '52 ad Alba, dove si trasferisce, ospitato da Pinot Gallizio, che introduce alla pittura.
Una mostra ad Albisola (estate '55) segna l'incontro con Asger Jorn e porta alla creazione, ad Alba, del Laboratorio Sperimentale del MIBI e alla pubblicazione del Bollettino del movimento, “Eristica”. Nell'estate 1956 Simondo organizza, sempre ad Alba, con Jorn, Gallizio ed Elena Verrone (che sposa l’anno seguente), il Primo Congresso mondiale degli Artisti liberi sul tema "Le arti libere e le attività industriali".
Nel luglio 1957 è tra i fondatori dell’Internazionale Situazionista, da cui si stacca dopo pochi mesi.
Trasferitosi a Torino, fonda con un gruppo di operai e intellettuali il CIRA Centro Internazionale di Ricerche Artistiche (1962-1967), con cui – fra l’altro – progetta installazioni sui temi dell’alienazione e della natura dei media.
Nel 1972 entra all'Università per occuparsi dei laboratori di "attività sperimentali" presso l'Istituto di Pedagogia. Qui insegna poi Metodologia e didattica degli audiovisivi.
La sua attività artistica inizia negli anni ’50 con i “Monotipi”. All’inizio del decennio successivo inaugura la sequenza delle “Topologie”, di forte impatto oggettuale. Nel 1968 dà vita ai “Quadri-manifesto”, cui fanno seguito, nel tempo, le “Ipo-pitture”, i “Nitro-raschiati” e altri cicli pittorici improntati alla sperimentazione di nuove tecniche e materiali.
Negli anni '90, quando "l'angoscia dell'avanguardia si è attenuata", Simondo torna ad usare i pennelli e i pastelli, producendo alcuni grandi polittici. Nell'ultimo decennio si dedica in prevalenza a lavori su carta nei quali rivisita con freschezza inventiva i procedimenti già utilizzati cinquant'anni prima.

sabato 2 luglio 2011

La dittatura nasce nelle parole di tutti i giorni


La risposta che dai benpensanti spesso si da a chi denuncia la violenza delle esternazioni di esponenti leghisti come Bossi, Calderoli o Borghezio è che in fondo si tratta solo di parole. Ma, come dimostra il libro di Victor Klemperer, il linguaggio politico non è neutro, ma determina i comportamenti sociali.

Gian Enrico Rusconi

La dittatura nasce nelle parole di tutti i giorni

Sulla Germania hitleriana disponiamo ormai di una documentazione imponente, praticamente definitiva, in tutti suoi aspetti. Che cosa può dirci ancora la rilettura di uno dei libri classici sulla società tedesca nel cuore della dittatura totale? Il libro ci ricorda ancora una volta il ruolo decisivo del linguaggio politico e pubblico nella costruzione e nel mantenimento sino all’ultimo della identità e della struttura politica del regime nazista. Mi riferisco a LTI. La lingua del Terzo Reich di Victor Klemperer ripubblicato ora dall'editore Giuntina (pp. 418, euro 20) in una importante edizione riveduta e scrupolosamente annotata. Si tratta di una straordinaria testimonianza e documentazione di come nel corso del dodicennio nazista la società tedesca sia stata ridotta a strumento passivo e consenziente - addirittura fanatico - della dittatura. Lo strumento, o forse sarebbe meglio dire l’oggetto primario di questa operazione è stato il linguaggio pubblico e privato. La sua manipolazione, la sua decostruzione e ricostruzione. L’acronimo LTI significa infatti Lingua Tertii Imperi: la lingua del Terzo Reich.

L’autore Victor Klemperer era un sofisticato studioso della letteratura francese, docente all’università di Dresda, licenziato in tronco dopo la presa del potere di Hitler per le sue origini ebree e sottoposto quindi a infinite angherie. È sopravvissuto grazie al fatto di avere una moglie «ariana», sottraendosi alla fine fortunosamente ad una morte certa all’indomani del bombardamento di Dresda. Negli anni della sua emarginazione e persecuzione ha registrato scrupolosamente tutto quello che vedeva attorno a sé - soprattutto nella comunicazione pubblica e politica. Ne esce un documento che è ad un tempo una profonda testimonianza umana e morale e una forte intuizione scientifica e politica: la funzione centrale della lingua nella costruzione dei sistemi politici totalitari. La lingua è performativa: crea cioè comportamenti. Nel caso nazista si tratta di comportamenti inequivocabilmente malvagi: ma prima dell’orrore genocida culminante nella «soluzione finale», c’è la lenta, inesorabile distruzione quotidiana della lingua tedesca. Equindi della sua anima.

Il male si annida nella «normalità» del quotidiano e nella metamorfosi delle parole: nei discorsi politici, assimilati nel lessico personale e familiare, nel nuovo modo di salutare, di vestire, di divertirsi, nella pubblicità commerciale e naturalmente nella stampa di regime e fiancheggiatrice. La LTI è una lingua povera, monotona, fissata, ripetitiva - scrive Klemperer. «Il motivo di questa povertà sembra evidente: con un sistema tirannico estremamente pervasivo, si bada a che la dottrina del nazionalsocialismo rimanga inalterata in ogni sua parte, e così anche la sua lingua».

Parlare di omologazione è un eufemismo: «Ogni lingua, se può muoversi liberamente, si presta a tutte le esigenze umane, alla ragione come al sentimento, è comunicazione e dialogo, soliloquio e preghiera, implorazione, comando ed esecrazione. La LTI si presta solo a quest’ultima. Che il tema riguardi un ambito pubblico o privato - ma no, sto sbagliando, la LTI non distingue un ambito privato da quello pubblico - tutto è allocuzione, tutto è pubblico. “Tu non sei nulla, il tuo popolo è tutto”, proclama uno dei suoi striscioni. Cioè: non sarai mai solo con te stesso, con i tuoi, starai sempre al cospetto del tuo popolo».

L’incredibile è che tutto questo ha funzionato. All’inizio, nei primi mesi del 1933 sembrano rimanere ancora spiragli di insofferenza se non di resistenza, che si esprimono magari in battute sarcastiche: a proposito di un collega costretto a portare la fascia con la croce uncinata, si dice: «Che ci vuoi fare? è come la fascia assorbente per le donne» (con un gioco di parole difficile da rendere in italiano).Ma il fanatismo, cui il libro dedica uno dei capitoli più importanti, è terribilmente serio e non tollera battute. Il fanatismo non è un semplice prodotto della manipolazione, ma è una corrispondenza di sentimenti latenti che finalmente esplodono. Non a caso nel vocabolario della LTI dopo «fanatico» l’aggettivo preferito è «spontaneo».

In questa sede possiamo trascurare il dibattito tra gli esperti sulla consapevolezza o meno di Klemperer circa la natura del suo lavoro - tra «filologia e diario» politico personale. Non ci interessano neppure le ragioni della differente fortuna del suo libro, subito altamente apprezzato nellaDdr dove l’autore ha passato il resto della sua vita sino alla morte nel 1960.Nella Germania federale invece è stato inizialmente guardato con qualche distacco (qualcuno si è rammaricato che Klemperer non avesse «visto» alcune imbarazzanti analogie con il passato totalitario nel linguaggio politico del regime comunista); poi negli Anni Novanta è arrivato il pieno riconoscimento dopo la pubblicazione dei suoi Diari. È seguita la riscoperta di Klemperer anticipatore della nuova linguistica sociale e culturale.

Ma io vorrei invitare ad una lettura «ingenua», per così dire, del libro, ricordando quanto scrive l’autore: «Il diario è stato continuamente per me il bilanciere per reggermi in equilibrio, senza il quale sarei precipitato mille volte. Nelle ore del disgusto e della disperazione, nella desolazione infinita del monotono lavoro in fabbrica, al letto degli ammalati e dei moribondi, presso le tombe, nelle angustie personali, nei momenti dell'estrema ignominia, quando il cuore si rifiutava di funzionare – sempre mi ha aiutato questo incitamento a me stesso: osserva, studia, imprimi nella memoria quel che accade, domani le cose appariranno diverse, domani sentirai diversamente: registra il modo in cui le cose si manifestano e operano. E ben presto poi questo appello a collocarmi al di sopra della situazione conservando l amia libertà interiore si condensò in una formula misteriosa e sempre efficace:LTI!LTI!».


(Da: La Stampa del 1 luglio 2011)





Victor Klemperer
LTI. La lingua del Terzo Reich
Giuntina 2008
20 Euro