TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 30 ottobre 2011

Partito della Nazione Occitana: Per un Paese Basco libero



Riceviamo dai nostri amici del Partito della Nazione Occitana (PNO) questo comunicato che volentieri pubblichiamo.

Per un Paese Basco libero

Il Partito della Nazione Occitana si rallegra della saggia decisione dell'organizzazione indipendentista clandestina basca, ETA « Euskadi Ta Askatasuna, Paese Basco e libertà», di rinunciare definitivamente all'uso della violenza.
D'ora in avanti la lotta per l’indipendenza della nazione basca verrà condotta con mezzi democratici come accade da molto tempo per la Catalogna.
La via democratica, quando ciò è possibile, non permette certo di giungere rapidamente all’indipendenza ma è preferibile alle sofferenze e ai lutti causati da una lotta armata.
Noi speriamo che la Spagna saprà rapidamente cogliere questa occasione di concludere la pace e di aprire senza spirito di rivincita negoziati con il Paese Basco riguardo alle sue rivendicazioni nazionali.

Guardare avanti



Il disastro di Monterosso rimanda alle rovine ben maggiori di un'Italia sull'orlo del collasso, segnata da un degrado economico, politico e civile che pare inarrestabile. Ma i volti puliti e sorridenti dei ragazzi e delle ragazze accorsi per spalare il fango ci ricordano che dopo l'inverno arriva la primavera e ci invitano a guardare avanti con la certezza che les mauvais jours finiront.

Niccolò Zancan

La meglio gioventù con le mani nel fango di Monterosso


La vita vince sempre. Per quanto sia retorico, succede ogni volta. Ti sorprende quando tutto sembra perduto, e in particolare in Italia, specialità della casa: emergenze, rinascite. Prima lacrime, poi sudore e generosità. Succede quando Giulia, Eliana, Federico e Lorenzo escono di casa alle nove del mattino. Hanno diciotto anni. E invece di godersi le scuole chiuse sulla spiaggia di Levanto - c’è ancora un sole caldo, turisti tedeschi, bambini e cani - aspettano un piccolo traghetto al molo. Hanno preso tutto quello che serve: focaccia, stivali, una maglietta di ricambio. Oggi vanno a Monterosso, perché Monterosso ha bisogno d’aiuto. Arrivano in tanti. Hanno facce stupende. Voci ancora acerbe, ma sogni concreti.

«Fare il cuoco». «Vorrei diventare capitano di lungo corso sulle navi». «Io vorrei fare la traduttrice». «A me piacerebbe diventare insegnante d’asilo, se si può...». Loro non lo sanno, ma questa colazione in mezzo al mare ha un gusto che non dimenticheranno più. Si mischierà per sempre anche l’odore schifoso del fango, ma non importa. Sono la meglio gioventù. Monterosso vuole rinascere. Prova a farlo anche grazie alle braccia esili di Giulia, pallida e senza esitazioni: «Non mi piace restare a guardare un disastro simile alla televisione». Tiziano, 17 anni: «Sarò un geometra. Magari un architetto». Francesco: «La mia aspirazione è iscrivermi a Ingegneria». Greta: «Io voglio aiutare i disabili». Damiano: «Studio all’alberghiero, poi non so». Intanto sono insieme, e per tutti si tratta di spalare.

Il fango è ovunque, non sai dove metterlo. Ti si attacca ai vestiti, impasta i capelli. Manca l’acqua. Non si riesce a pulire. Si può solo togliere il grosso. Ma il centro del paese di Monterosso è un autentico spettacolo. Tutto è in movimento. Uno sforzo umano perpetuo fra le casette rosse.

Andrea spazza la chiesa. Maria aiuta a sgomberare il bar. Svuotano i negozi. Francesco porta la carriola gialla fino alla montagna di fango. Avanti e indietro. E in mezzo ai ragazzi, le ruspe in manovra, gli alpini di Fossano, i volontari della protezione civile, carabinieri e residenti. Uno scambio continuo di urla e cenni d’intesa, per non finire triturati nella macchina dei soccorsi.
C’è il dottor Francesco Tani, direttore sanitario del distretto 17, con sulle spalle una bombola di ossigeno. C’è Matteo, 19 anni, da Quiliano: «Sono qui per aiutare. Da grande vorrei fare l’idraulico». Nella piazzetta hanno allestito una cucina da campo. In genere serve per una sagra di mezza estate: oggi sfama il paese intero. Il pomodoro condito è buonissimo, dopo giorni di pasta e panini. I cuochi si chiamano Carlo e Saverio. Stanno facendo il sugo con i gamberi di un ristorante costretto a scongelare tutte le scorte. Rumore di cingoli. Sugo di pesce.

Marco che fa avanti e indietro da casa sua portando caffettiere bollenti. I ragazzi con gli stivali mangiano in piedi, a piccoli gruppi. Qualcuno si abbraccia. Poi tornano a spalare. Ogni minuto succede qualcosa, anche se non è facile vederlo. Forse sul cumulo di detriti davanti alla chiesa, per esempio, sta nascendo un amore. I due spalatori volontari si sono appena dati la mano per presentarsi, molto eleganti nel disastro generale, ora sorridono e svangano. Tutti i ragazzi si assomigliano. Per i vestiti senza marchi. Per i capelli spettinati. Però alcuni hanno uno sguardo diverso. Sono quelli che non si fermano nemmeno per una fotografia. Sono i giovani di Monterosso.
«Grazie davvero - dice Giammarco Giuntini, 23 anni, barista nella zona è bello vedere tanta solidarietà. Non lo dimenticheremo». Milleduecento residenti più altri mille, fra volontari e soccorritori. Il paese brulica sotto al sole. «E qualcuno osa ancora criticare i giovani d’oggi...» dice il vicesindaco Marisa Cebrelli. Dai discorsi è quasi scomparso il racconto dell’accaduto. Non c’è tempo. Si parla di come risolvere i singoli problemi. Tutti in preda a una specie di febbre. Cosa fare, per esempio, dei banchi della chiesa? Li portano fuori, cercano di pulirli, poi li mettono al sicuro, mentre altri combattono con il pavimento.

All’improvviso arriva una notizia. «Hanno trovato Sandro!» «Sì, hanno avvistato Sandro al largo di Rio Maggiore». «Davvero?». Un anziano scuote la testa: «Le correnti...». Ma non è vero. Non l’hanno ancora trovato. Hanno scambiato un tronco in mezzo al mare - scaricato giù dall’alluvione - per il corpo di Sandro Usai, 38 anni, ristoratore e volontario del Comune di Monterosso. Martedì era andato ad aprire i tombini, quando l’onda di piena si è presa le strade. Subito si ricomincia a spalare. Al molo sta attraccando un’altra barca. Scaricano bottiglie d’acqua, pane, caffè e altri ragazzi con gli stivali di gomma. Che il dio delle belle speranze abbia cura dei loro sogni.

(Da: La Stampa del 29 ottobre 2011)

mercoledì 26 ottobre 2011

29 Ottobre - Fermiamo il carbone






Sabato 29 Ottobre 2011
Dalle ore 15.00 alle ore 18.00
Giornata di Mobilitazione Nazionale Contro il Carbone

Contro l’uso del carbone, per un lavoro degno,
Per contrastare i cambiamenti climatici e tutelare la Salute dando speranza al nostro futuro

PRESIDIO A VADO LIGURE - QUILIANO
davanti centrale Tirreno Power in via A. Diaz vicino rotatoria-stele

La CENTRALE a CARBONE di Vado - Quiliano e l'Italiana Coke di Cairo Montenotte, producono troppe sostanze tossiche (polveri ultra fini – metalli pesanti – Idrocarburi policiclici aromatici-PCB). Secondo l’ORDINE dei MEDICI, in provincia di Savona la mortalità e morbilità sono molto superiori alla media regionale, specie per tumori – infarti – ictus.

I cittadini esigono scelte di rispetto della SALUTE e del lavoro, in tutta la provincia di Savona nel settore agro-alimentare e turistico.

Per migliorare la situazione sanitaria ed economica, garantendo l'occupazione dei lavoratori, è indispensabile:

➪ sostituire gli attuali gruppi a carbone, non a norma per mancanza dell'autorizzazione AIA, con gruppi a metano o con fonti rinnovabili

➪ evitare il potenziamento a carbone

➪ l'ambientalizzazione della Italiana Coke.

martedì 25 ottobre 2011

Un libro sulla non guerra di Libia




"Occhio alla mira ferma, o cristiani.
Solo chi sbaglia il colpo è peccatore.
Vi sovvenga! Non uomini ma cani."

Così nel 1911 Gabriele D'Annunzio cantava i massacri italiani in Libia documentati anche dalle foto che illustrano questo articolo.


Gianluca Paciucci

UN LIBRO SULLA NON GUERRA DI LIBIA

Appunti sul volume di Paolo Sensini, Libia 2011, Milano, Jaca Book, 2011


Ho finito di scrivere questo articolo-recensione il giorno prima dell'uccisione di Gheddafi, fatto che non cambia nulla ma solo aggiunge un'ennesima indecente brutalità al già feroce quadro. Consiglio la lettura de Il corpo del duce (Torino, Einaudi, 1998, pp. X-246) di Sergio Luzzatto, per capire l'attuale fase. Pure indecente è stato il coro dei commenti, in cui ancora una volta i politici italiani, Berlusconi, Frattini e Bossi in prima fila, hanno messo in mostra pochezza e viltà. I grandi organi di stampa, inoltre, ci hanno regalato un amaro fiume di menzogne di cui non c'era bisogno: dopo il silenzio e la censura di mesi e mesi sulla “non guerra di Libia”, con sporadiche emergenze, ecco la valanga di editoriali, foto e video (nelle versioni on-line). Squallore militante. Rivoltante. L'appuntamento è al prossimo popolo da abbattere, mentre molti/e, anche in Europa, finiscono nella morsa di banche, governi e polizie bipartisan, e mentre a mucchi annegano nelle acque del Mediterraneo o finiscono a marcire in un Centro di Identificazione e di Espulsione.

La guerra in Libia in questo 2011 in realtà non sta avvenendo, non è mai iniziata, né mai terminerà. O meglio, la guerra in Libia accade, ma noi non lo sappiamo, né sapremo se e come andrà a finire, anche dopo la sua fine ufficiale. Un implacabile spirito guerrafondaio ha animato le (non) discussioni, il (non) dibattito attorno all'ennesimo crimine gestito dalla autoproclamatasi “comunità internazionale” ovvero, per l'occasione, dalla sedicente “coalizione dei volonterosi”: spirito che si è impadronito di molte anime della sinistra italiana, moderata e anche radicale, la prima ormai convinta della ragione occidentale da imporre a ogni costo a tutti i “cani pazzi”, a tutti gli Stati-canaglia; e la seconda a interrogarsi sulla necessità di deporre il tiranno Gheddafi sulla scia delle varie “primavere arabe” che hanno messo sottosopra il Nordafrica. In particolare Napolitano e Bersani, senza alcune esitazione, si sono mostrati i più fedeli amici di Sarkozy e Cameron, persino più dei vari Berlusconi-Frattini-Maroni, complici del regime libico. Ennesima catastrofe del mentale e del politico: l'indiscutibile Napolitano si veste da profeta e dà la linea che tutti, ammansiti e chini, devono seguire, pena l'accusa di antiitalianità, prossima al tradimento, in politica estera come in economia.



CHI NASCONDE LA VERITA'?

Ha fatto benissimo Paolo Sensini, in epigrafe al suo libro Libia 2011, a ricordare due “perle” del Presidente della Repubblica: “Sta per tramontare l'era dei regimi che nascondono la verità, non è più tempo per riforme cosmetiche e limitate” (discorso all'ONU, 28 marzo 2011); e “Il contributo alle missioni dell'ONU, della NATO, dell'Unione Europea ha posto in luce l'alta sensibilità e la qualità operativa dei nostri militari, insieme con il loro spirito di sacrificio a cui rinnovo il mio omaggio” (discorso presso l'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra, 26 aprile 2011). Nel primo caso parlando di regimi che occultano la verità, forse Napolitano si riferiva proprio all'Italia, capace di far sparire una guerra per mesi e mesi da sotto gli occhi dei sudditi: la guerra in Libia, i bombardamenti non sempre chirurgici e in ogni caso sempre devastanti, e non solo di obiettivi militari, le immani sofferenze dei civili, l'uso di armi all'uranio impoverito, la protezione di bande di tagliagole jihadisti (quel Belahj o Belhadj ormai padrone della piazza e del palazzo a Tripoli, su cui Sensini scrive pagine che dovrebbero far preoccupare), ecc. Ebbene, di tutto questo niente è trapelato, qualche notiziola sull'avanzata dei “nostri”, qualche bugia diffusa ad arte per aumentare l'indignazione dei virtuosi italiani, voto di rifinanziamento delle missioni accuratamente nascosto, ecc. Certo, ha ragione Napolitano: questo “regime che nasconde la verità”, cioè il nostro -credo volesse dire-, va spazzato via, senza se e senza ma. Risento qui il ruggito del vecchio comunista indomito, e mi schiero con lui... E poi l'omaggio ai “nostri” soldati, impegnati in conflitti armati senza fine, dove uccidono e vengono uccisi, dove sono a guardia di un sistema mondiale criminale/criminogeno e basato sulla guerra come unico mezzo per risolvere le controversie internazionali... Guerre anticostituzionali, sottratte a qualsiasi possibilità di critica, ma funzionali al dominio, che scoppiano proprio là dove qualche Stato, tra mille ambiguità e orrori, aveva cominciato un percorso di uscita dalla fame e dal colonialismo: Iraq, Libia. Responsabilità di despoti locali, protervi e assurdi, senza dubbio, ma alleati dei despoti democratici. L'indimenticabile frase di Madeleine Albright, “Vi faremo tornare all'età della pietra”, era indirizzata agli iracheni e alle irachene, più che a Saddam, e possiamo oggi indirizzarla ai libici e alle libiche, più che a Gheddafi. Regressioni di interi Paesi, sistema sanitario e educativo a pezzi, città sventrate (Berlusconi e i suoi potrebbero proporre la costruzione di una Sirte 2, perché no?), perdita dell'indipendenza politica ed economica, miseria spettrale.



1911-2011...

Un'altra impresa è stata invece fatta riapparire dinanzi ai nostri occhi, dai prestigiatori al potere: la conquista sanguinosa della Libia, iniziata esattamente cento anni fa, in una delle tante guerre di aggressione portate dall'Italia ad altri Paesi in tutto il Novecento e inizio di nuovo millennio (mai le nostre armi ci hanno “difeso”, esse hanno sempre “offeso” altri Stati e altri popoli). Ne parla sinteticamente Sensini nei primi nove capitoli del suo libro (è ovvio che l'immensa opera di Angelo Del Boca sorregge ogni possibile sguardo che voglia posarsi sulle imprese coloniali italiane) da cui emerge la continuità vergognosa tra Italia “liberale”, fascista e “repubblicana” nell'affrontare l'Altro, il Selvaggio, l'Inferiore da uccidere/sorvegliare/educare/punire, ma da cui estrarre ricchezza: terre per coloni (anzi, per “contadini-soldati”, come nella Roma avanti Cristo di Caio Mario), e poi petrolio e gas naturali, appena i giacimenti sono stati scoperti. Il ruolo dell'ENI, soprattutto dopo il golpe di Gheddafi del 1969 favorito dall'Italia (Sensini, pp. 46-7, in base a quanto sostiene il magistrato Rosario Priore), sarà sempre più centrale. Ed ecco il ministro La Russa a Tripoli, con il presidente del CNT Mustafa Abdel Jalil, a gloriarsi del passato coloniale dell'Italia che avrebbe consentito un “grande sviluppo nelle infrastrutture e costruzioni, nell'agricoltura” e in cui “la legge permetteva processi giusti”... Lo dicano agli ammazzati e ai deportati per mano italiana! Ma è proprio l'oblio dei crimini italiani in Libia e altrove (Grecia, Albania, Russia, Jugoslavia) a permettere i crimini di oggi: è la sparizione della memoria della fase coloniale in tutto il periodo repubblicano che ne ha consentito la riapparizione oggi sotto forma di autocelebrazione. Gli italiani mai aggressori, in Jugoslavia, in Libia, ma sempre vittime, degli slavo-comunisti (foibe e trattato di pace del 10 febbraio 1947) o del “cane pazzo” libico (cacciata degli italiani da Tripoli nel 1969, circa 20.000, poi in parte rientrati o sostituiti da altri nostri connazionali se, nel 1978, gli italiani in Libia erano più di 16.000 -Sensini, pag. 51) (1).



BUGIE...

Grosse bugie hanno alimentato l'intervento in Libia, in un clima politico globale che ha in fretta dimenticato le menzogne statunitensi e britanniche all'origine della Seconda Guerra del Golfo. “...La madre di tutte le bugie, da cui sono derivate per partenogenesi tutte le altre, va situata pochi giorni dopo l'inizio della rivolta, quando la TV satellitare Al Arabiya denuncia il 17 febbraio via Twitter un massacro di 'diecimila morti e almeno cinquantamila feriti in Libia' con bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi e 'fosse comuni'...” (Sensini, p. 113). Massacri, fosse comuni, e la leggerezza colpevole dei nostri organi di stampa, cupi e servili, a riproporre “verità” non verificate, mai! E poi le smentite, che non servono a niente, dato che i bombardieri sono già partiti dalle basi italiane... Ecco Il Sole-24ore del 18 settembre: “...Il 22 febbraio, pochi giorni dopo la rivolta, la tv Al Arabiya annunciava che c'erano stati già 10mila morti mentre le testimonianze a Bengasi parlavano di 2mila vittime: il bilancio più tardi si rivelò di 75 morti (...). Per non parlare della bufala delle fosse comuni che dovevano evocare le nefandezze di Saddam e gli orrori dei Balcani...” (Alberto Negri, “I martiri sono più dei morti. Scetticismo sulla stima dei ribelli di 30-50mila vittime. Più attendibile il calcolo di mille decessi fatto dalla Croce Rossa. I lealisti: 2mila uccisi dalla NATO”- questo titolo-occhiello-catenaccio meriterebbe un'attenta decostruzione/falsificazione). E poi la brava Marinella Correggia sul Manifesto a smentire, a metà ottobre, le voci acriticamente riportate dalla stampa italiana del ritrovamento di una “fossa comune con 1700 cadaveri di detenuti giustiziati nel 1996”: navigando in rete si scopre che la CNN e lo stesso CNT libico, messo alle strette, parlano di “ossa troppo grosse per essere umane”... Ma l'indignazione è già partita, e gli aerei. In base a bugie, e all'arbitrio più totale delle diplomazie occidentali, interi Paesi possono essere gettati nello sgomento di guerre senza fine e subire punizioni devastanti, senza appello.


...E INTELLETTUALI

Falsità generano guerre, come al solito, oggi come nel 1911. E oggi, come nel 1911, a queste imposture si aggiungono i balli meschini degli intellettuali, e qualche rara luce onesta. Del 1911 si è occupato, tra gli altri, Antonio Schiavulli in Alfabeta2 (n.10, giugno 2011) nell'articolo “Libia 1911: il romanzo coloniale. La grande piccolo-boghese s'è mossa” in cui alle banalità teppistico-imperialiste di Marinetti, Corradini e Pascoli viene opposta la lucidità di Paolo Valera, che scrive: “...E' la civiltà nazionalista che impera nel mondo. I decimatori di nemici sono eroi. E' legge marziale. A fianco delle cataste umane si accendono i fuochi di gioia. Celebrate. Noi non vogliamo amareggiarvi le vittorie. Godete. Il sangue è vostro. Ciò che noi vi contendiamo non è la fatalità storica. E' il massacro degli innocenti”. E' Sensini invece a sottolineare il ruolo oggi svolto dal “vecchio 'nuovo filosofo'” Bernard Henry-Lévy nel convincere Sarkozy a un intervento rapido in Libia (che poi agenti franco-britannici da diversi anni fossero già in Libia è altro discorso...). Riporto la nota a pagina 120, splendida: “Per i suoi indubbi servigi resi alla causa della guerra contro la Libia, il superegocentrico BHL fa carriera nell'Armée francese. Su proposta di Serge Dassault -potente miliardario proprietario dell'omonima industria degli armamenti nonché parlamentare dell'UMP, lo stesso partito del presidente Sarkozy- Lévy è stato insignito il 7 settembre 2011 del titolo di colonnello dell'areonautica francese...”. Il filosofo francese riassume in sé le figure del consigliere politico e del piazzista d'armi: questa è vera grandeur. (2)
Per concludere: Paolo Sensini sostiene che le “vere ragioni della guerra” sono i “duecento milioni di dollari della Libyan Investment Authority, i fondi sovrani libici” che circolano “nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche, statunitensi e francesi” (p.151) su cui le potenze occidentali vorrebbero mettere le mani, nell'attuale crisi di liquidità, impedendo inoltre, con l'occupazione di un Paese strategico, la penetrazione cinese verso l'approvvigionamento di materie prime. Come aveva intuito il subcomandante Marcos (3), la guerra mondiale già c'è, tra mostri tentennanti e perciò sempre più furiosi (gli U.S.A. del più tristo Nobel per la Pace d'ogni tempo, Obama, e la Cina del turbo-capitalismo di Stato). Il volume di Sensini è un ottimo mezzo per capire il presente, in Libia e qui da noi. Gli si può rimproverare qualche cedimento a una certa dietrologia non sempre giustificata (egli sembra accettare la versione alternativa a quella ufficiale sull'11 settembre 2001) e un ritratto di Gheddafi e del suo sistema di potere a tratti acritica e persino agiografica. Tolte queste cadute (non di second'ordine, ma circoscritte), il libro è efficace e solido. Per capire una guerra che non c'è mai stata e che pure morti ne ha fatti, spietata, come quelle realmente avvenute.





(1) A questo proposito segnalo il libro di Luca Marchi, Libia 1911-2011. Gli italiani da colonizzatori a profughi, Udine, Kappavu, 2011, pp.183, ottimamente documentato.
(2) Ricordiamo innanzitutto l'ampia sezione (pp. 50-68) del n° 163-164 di “Guerre&Pace” dedicata al dibattito a sinistra sull'intervento in Libia . Per avere un quadro di altre posizioni (Adriano Sofri, Gino Strada, Michael Walzer, Thomas L. Friedman, Farid Adly, etc.), vedi anche ciaomondoyeswecan.myblog.it/ A Sofri, cui riconosco forza d'analisi e dubbi spesso illuminanti, vorrei solo dire che l'analogia Bengasi-Srebrenica non è valida: già nel 2003 pacifisti sarajevesi innalzavano cartelli con scritto “A Bassora si replica Srebrenica”, con i carnefici occidentali (embargo più bombe più occupazione) a svolgere il ruolo di Mladić nella guerra di Bosnia. E poi la guerra in Libia dovrebbe averlo tranquillizzato: pressoché nessun corteo pacifista. Possiamo dormire sonni definitivi, affidati alla coalizione del Bene.
(3) Subcomandante Marcos, La quarta guerra mondiale è cominciata, ed. italiana Roma, Il Manifesto, 1997, pp. 94.




Gianluca Paciucci è nato a Rieti nel 1960. Laureato in Lettere, è insegnante nelle Scuole medie superiori dal 1985. Come operatore culturale ha lavorato e lavora tra Rieti, Nizza e Ventimiglia; in questa città è stato presidente del Circolo “Pier Paolo Pasolini” dal 1996 al 2001. Dal 2002 al 2006 ha svolto la funzione di Lettore con incarichi extra-accademici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Sarajevo, e presso l’Ambasciata d’Italia in Bosnia Erzegovina, come Responsabile dell'Ufficio culturale. In questa veste è stato tra i creatori degli Incontri internazionali di Poesia di Sarajevo. Ha pubblicato tre raccolte di versi, Fonte fosca (Rieti, 1990), Omissioni (Banja Luka, 2004), e Erose forze d'eros (Roma, 2009); suoi testi sono usciti nell’ “Almanacco Odradek”. Dal 1998 è redattore del periodico “Guerre&Pace”. Collabora con le case editrici Infinito, Multimedia e con la "Casa della Poesia".


lunedì 24 ottobre 2011

Lettera a Fabrizio de Andrè


Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa canzone del nostro amico Pino Bertelli, perchè davvero "siamo stati belli e nessuno dopo è stato bello così".

Pino Bertelli

Lettera a Fabrizio de Andrè


Lettera per un sognatore
di vascelli, di corsari e di macaia
che ha cantato la diversità dolce
e i ladri e le puttane di porto

lettera a chi ha dato dignità
ai diversi, agli esuli, ai pazzi
alle regine degli stracci
agli angeli estremi di ogni terra

lettera per la felicità "canaglia"
morta di Maggio oppure mai
di come siamo stati belli
e nessuno dopo è stato bello così

lettera per gli amanti
lasciata sulla strada di bocche di rosa
che fa piangere, ridere e ritorna
con le alghe in riva al mare, in riva a te

lettera a chi ha regalato la voce
a chi non l'ha mai avuta
a una libertà disobbediente
che coincide con la parola amore

lettera sulla solitudine dei libri buoni
della malinconia del bianco & nero
sull'infelicità di chi "si chiama fuori"
sull'intelligenza solitaria dei poeti

lettera che vola in ogni-dove
e riordina i canti delle stelle
e i pianti leggeri di infanzie amorose
rubati ai giardinieri di anime in fiore

lettera per te, cantore di bellezza
che hai gridato con l'utopia nel cuore
che gli uomini sono tutti uguali
perchè ciascuno nasce con gli stessi diritti

lettera per te, cantore di bellezza
che hai gridato con l'utopia nel cuore
che gli uomini sono tutti uguali
perchè ciascuno è re e nessuno è servo

lettera per te, cantore di angeli ribelli
legati a una stella, la più lontana
e vai alla deriva dei tuoi sogni
verrà l'amore e avrà i tuoi occhi...

lettera per Fabrizio De Andrè


(Parole di Pino Bertelli/musica di Massimo Panicucci)



Pino Bertelli è una delle figure centrali del neosituazionismo italiano. Attivo da anni nella critica cinematografica indipendente, è sicuramente il più originale dei fotografi di strada operanti in Italia. Tra le sue molte pubblicazioni ricordiamo: Cinema dell'eresia, Dell'utopia situazionista, Contro la fotografia

martedì 18 ottobre 2011

Da leggere: "Attesa sul mare" di Francesco Biamonti


Il terzo romanzo di Francesco Biamonti. L'ultimo viaggio per mare di un marinaio alla ricerca di sè e del senso della propria vita. Un viaggio solitario e pericoloso, fra bagliori di guerra e scoppi di violenza, nell'attesa dolorosa e lancinante di una risposta che non arriva. Ne presentiamo il primo capitolo.

Francesco Biamonti

Attesa sul mare

Era ormai sulla strada di casa. Riconosceva il mormorio della terra scoscesa, come quando vi giungeva, passato il mare, nel ricordo.
- Arrivi? - gli chiese Luca seduto sul margo, fra ginestre che mandavano odore di dolciastro.
- Non ti fa piacere vedermi?
- Sono molto contento. È più la gente che va che la gente che viene. T'aiuto a portare la valigia?
- Sei più anziano di me, non voglio approfittare.
- Ero abituato a portare pesi.
- Non è una buona ragione. Non so perché, la corriera mi ha lasciato là sotto.
- La strada è stretta e di sopra c'è una frana.
- È piovuti tanto?
- Macché, niente! Ma è franata lo stesso. Tutto il paese è una frana. Non ti siedi?
Edoardo guardò in alto: il paese sembrava addormentato. Prendeva il sole di sbieco. Doveva essere caduto da poco il vento. Le farfalle si alzavano con la delicatezza della polvere.
- Com'era la tua nave? Era bella?
- Non ci crederai, ma era colore del fango.
- No, non ci credo, - disse Luca. Rise. - Una nave di fango non l'ho mai vista. Ho visto paesi di fango.
- Da lontano poteva prendere altri colori, tutti i toni dell'oro.
- Vedi che cambi idea. Da giovane ho sempre sognato di navigare. Ancora adesso farei un viaggio. Potrei essere utile?
- Certo che potresti. Ma è un mestiere da poco, - disse Edoardo. E guardò le terrazze, dove passavano cirri in un volo arioso.
- Di noi abbiamo già parlato troppo, parliamo del paese.
- C'è poco da dire. È sempre uguale.
- Va fin troppo bene, coi tempi che corrono,
- Parliamo del mare, piuttosto.
- Il vico della Palma esiste sempre?
- Il vico esiste, ma la palma l'ha spezzata il vento, una notte di marzo.
- È sempre abitato?
- Sempre le stesse persone. Ma dovresti saperlo. In fondo non manchi mica da tanto. Da qualche anno...
- Andavo e venivo. Non conosco quasi più nessuno.
- Che cosa vuoi sapere?
Edoardo non rispose. Guardava un fragile amalgama: un farfalla su un fiore odeggiante.
A quel vico pensò alla sera, a quel lastrico, all'orto, a Clara che vi abitava. «Domani la vedrò, o dopodomani, o un altro giorno». L'azzurro se ne andava, dietro i picchi.
Non aveva voglia di uscire. Se ne stava alla finestra e guardava: il cielo si staccava dalle colline mano a mano che si oscurava, il mare sempre più scarno tremava in una luce lontana.
Il mattino andò ad aspettarla. C'era il tronco di palma, il glicine, il muro pieno di sole. Non la vide passare.
Arrivò al bar, sedette sul terrazzo. Il mare era alto all'orizzonte. Luminoso tra le rupi, veniva a riva in silenzio. La sua luce tagliava le colline, poi s'inerpicava.
Cercò un telefono, compose il numero di telefono dove lei lavorava. Sentì la voce, un: - Sì - mormorato e sospeso.
- Sono Edoardo, sono tornato.
- Sono così contenta - Si riprese subito: - Dove sei adesso?
- A Pietrabruna.
- Puoi scendere? Sei stanco? - la voce si faceva apprensiva. - Ma no, aspettami! Salgo io a mezzogiorno. Puoi aspettarmi?
- Sono venuto solo per questo.
Fece un giro largo per tornare a casa. (Abitava all'altro capo del paese, al di là della chiesa seicentesca, quasi spagnola). S'inoltrò nel bosco a tramontana.
Sul pendio silenzioso ardeva l'oro delle eriche arboree.
Per terra altre eriche, erbacee, a chiazze viola. Più in là si alzavano «terche», con corvi appollaiati e rosmarini sereni. Si vedeva di nuovo il mare.
A mezzogiorno giunse Clara e osservò quelle eriche.
- Dove le hai raccolte?
- Sotto Pietrabruna, sull'altro versante.
- Il dorato e il viola: i miei preferiti.
- Lo sapevo.
- Dipende anche dai giorni.
Raccolse dal tavolo rami e steli, fece un bel vaso.
In lei tutto dipendeva dai giorni: la gioia, il dolore, le cose più futili e le più intime.
- Andiamo a mangiare fuori?
- Hai fame?
- Non troppo.
- Restiamo, qui allora
Prese il vaso che aveva appena composto, lo sollevò con le due mani, lo collocò sulla credenza. Adesso le eriche infrangevano la piena luce di mezzogiorno.
- Quando sei arrivato?
- Ieri, - disse Edoardo. Aveva pensato a lei tutta la sera in un gorgo di ricordi.
- Perché non mi hai cercata? Ero così stanca di non vederti. È un po' che aspettarti è diventata una sofferenza.
- Forse devo ripartire di nuovo - . Vide i suoi occhi indurirsi. - Dammi tempo ancora una volta. Poi mi fermerò.
Gli si diede senza una parola. Le palpebre ancora abbassate, gli domandò se voleva che si cercasse un altro. Una luce a chiazze le pioveva addosso, dorava una gamba piegata e un braccio posato sul seno. «Guardala, - disse a se stesso, - in questa luce che la cerca, nel suo abbandono. E ricordala». Poi lei si alzò. Lo splendore le scendeva dai capelli lungo la schiena, Andò a rivestirsi in un angolo, in un mosaico d'ombre.
- Ci rivedremo, - disse. - Se non vuoi perdermi sai cosa fare.







Francesco Biamonti
Attesa sul mare
Einaudi 2008 (1994)
12 euro


Francesco Biamonti tra immagine e silenzio