TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 15 luglio 2016

Beppe Fenoglio. Partigiano e scrittore



"E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevano sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita".

Italo Calvino


Giorgio Amico

Beppe Fenoglio. Partigiano e scrittore

Nel giugno 1964 Italo Calvino nella prefazione ad una nuova edizione del suo primo romanzo “Il sentiero dei nidi di ragno”, tira un bilancio definitivo del rapporto fra Resistenza e letteratura. Dopo aver narrato i tentativi frammentari, spesso ingenui, di raccontare l'epopea partigiana nei primi anni del dopoguerra e il successivo ripiegamento negli anni Cinquanta con l'abbandono quasi generale del tema, Calvino conclude con grande determinazione indicando in Beppe Fenoglio il vero, grande, cantore del movimento partigiano:

“Ma ci fu chi continuò sulla via di quella prima frammentaria epopea: in genere furono i più isolati, i meno “inseriti” a conservare questa forza. E fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevano sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno finirlo (Una questione privata), e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare, adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata. Una questione privata [...] è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente dalla memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. Ed è un libro di paesaggi, ed è un libro di figure rapide e tutte vive, ed è un libro di parole precise e vere. Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché. È al libro di Fenoglio che volevo fare la prefazione: non al mio”.

Un giudizio da allora mai rimesso in discussione e che anzi il trascorrere del tempo e la conoscenza più approfondita dello scrittore piemontese ha semmai sempre più confermato. Dunque in campo letterario la Resistenza porta il nome di Beppe Fenoglio che la narrò in quasi tutte le sue opere, dai primi “Appunti partigiani” del 1946, ai racconti de “I ventitre giorni della città di Alba” del 1952, ai romanzi “Primavera di bellezza” del 1959 e “Una questione privata” del 1962, per culminare poi nel grande affresco incompiuto de “Il partigiano Johnny”.



Ma chi era Beppe Fenoglio? In una lettera inviata proprio a Italo Calvino, che gli chiedeva i dati biografici in vista della pubblicazione del suo primo libro “I ventitre giorni della città di Alba”, lo scrittore si raccontava in due scarne righe:

“Circa i dati biografici, è dettaglio che posso sbrigare in un baleno. Nato trent’anni fa ad Alba ( primo marzo 1922) – studente (Ginnasio-liceo, indi Università, ma naturalmente non mi sono laureato) – soldato nel Regio e poi partigiano: oggi, purtroppo, uno dei procuratori di una nota Ditta enologica. Credo che sia tutto qui”.

Qualcosa di più del personaggio e della sua idea di scrittura comprendiamo da un'altra sua dichiarazione autobiografica pubblicata postuma nel 1964:

“Scrivo per un'infinità di motivi. Per vocazione, anche per continuare un rapporto che un avvenimento e le convenzioni della vita hanno reso altrimenti impossibile, anche per giustificare i miei sedici anni di studi non coronati da laurea, anche per spirito agonistico, anche per restituirmi sensazioni passate; per un'infinità di ragioni, insomma. Non certo per divertimento. Ci faccio una fatica nera. La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti”.
Da queste due scarne testimonianze emergono gli elementi centrali della vita e dell'opera di Fenoglio: Alba con le Langhe e la Resistenza. Figlio di un contadino di langa in fuga dalla fame sceso ad Alba a fare il macellaio, prima liceale povero nella scuola dei figli dei ricchi, poi studente universitario a Torino, richiamato a inizio del ’43, frequentante il corso d’allievi ufficiali, Fenoglio viene sorpreso dall’otto settembre a Roma, dalla quale fortunosamente riesce a rientrare nella sua città (bellissimo in “Primavera di bellezza” il suo schizzo della stazione di Savona occupata dai tedeschi), per entrare poi nella Resistenza, prima nelle Brigate Garibaldi e poi nelle formazioni monarchiche. Un'esperienza fondamentale, tanto che già nel 1946 egli scrive una serie di racconti, gli “Appunti partigiani”, dedicati “ A tutti i partigiani d'Italia. Morti e vivi”, mai pubblicati in vita e recuperati per puro caso molti anni dopo.



Su quattro piccoli taccuini, registri dei conti del padre che teneva casa e bottega a fianco della cattedrale, su fogli sormontati da un casellario che definisce data, carne, prezzo e importo, il giovane Fenoglio inizia il suo racconto della Resistenza che è prima di tutto descrizione di un paesaggio amato. “le Langhe del mio cuore – scrive Fenoglio nel primo capitolo – quelle che da Ceva a Santo Stefano Belbo, tra il Tanaro e la Bormida, nascondono e nutrono cinquemila partigiani e gli offrono posti unici per battagliarci, chi ne ha voglia. E suonano male a chi i partigiani li vuole morti ammazzati”.

Perchè è stata la Langa, antica terra madre, a proteggere i partigiani e a sconfiggere i nazifascisti:

“Loro – scrive in un passo bellissimo degli “Appunti” - avevano ammazzato, più borghesi che partigiani, avevano fatto falò di cascine, e razziato, avevano sforzato donne, intruppati uomini e preti perchè gli portassero le cassette delle munizioni e gli facessero scudo da noi. Erano venuti in tre divisioni, per setacciare tutto e tutti. Ma, chiedo perdono ai morti e alle loro famiglie, scusa a quelli che ci han perduta la casa e il bestiame, ma io credo che allora tedeschi e fascisti non si siano salvate le spese. Non fu abilità nostra, né che loro fossero tutte schiappe. Fu, con la sua terra, la sua pietra e il suo bosco, la Langa, la nostra grande madre Langa”.

E stato Calvino a notare come la Resistenza abbia rappresentato “la fusione tra paesaggio e persone" Non c'è espressione migliore che possa definire la guerra partigiana come la racconta Fenoglio. Una guerra feroce che nasce e si svolge tra i boschi, le colline, nei luoghi più nascosti di quella terra fra Tanaro e Bormida chiamata Langa. “Un mondo fatto per vivere in pace”, scrive ne “I ventitre giorni”, sconvolto dalla violenza cieca della guerra. Niella Belbo,Mombarcaro, San Benedetto Belbo, Mango, Murazzano, borghi senza tempo persi in un mare di colline, diventano testimoni e attori di una storia grande e terribile di ribellione e di riscatto.

In questo paesaggio si inseriscono le vicende dei partigiani ed in particolar modo l'esperienza del partigiano Johnny (alter ego dello scrittore). E' il grande romanzo incompiuto, pubblicato postumo nel 1968 (e in una nuova versione, forse definitiva, nel 2015) che racconta l'epopea partigiana di Johnny/Fenoglio dal suo ritorno a casa dopo l'8 settembre fino allo scontro di Valdivilla del 24 febbraio 1945.



Poco compreso ai suoi inizi letterari, duramente criticato da sinistra, Fenoglio fu accusato addirittura di aver denigrato la Resistenza, di averla raccontata in modo farsesco e poco eroico. Principale accusatore Davide Lajolo, allora direttore dell'edizione milanese de “l'Unità” che anni dopo riconoscerà il suo errore e farà ammenda scrivendo una biografia di Fenoglio, un sincero e fraterno omaggio allo scrittore rappresentato come un puritano, “un guerriero di Cromwell sulle colline delle Langhe”.

“Eravamo tra quelli – scrive Lajolo – che si sono adontati e non riconoscemmo in Fenoglio il cantore della Resistenza (…) ci diede l'impressione che non avesse capito né durante né dopo cos'era stata quell'unica guerra patriottica”.

Colpiva negativamente nella sua scrittura la assoluta mancanza di retorica resistenziale, quella retorica propagandistica, ammetterà Lajolo, retaggio del passato fascista e che Fenoglio non conosceva proprio per essersi formato negli anni delle parate e delle divise, da autodidatta nel piccolo mondo di Alba sui testi dei grandi classici inglesi, Shakespeare e Milton soprattutto.

Per cui (e riprendiamo Lajolo) “Oggi, a distanza di anni, appare ancor più vera la Resistenza così come l'ha narrata Fenoglio perchè se fosse stata quale noi l'abbiamo descritta (…) non avrebbe potuto essere messa da parte dal ritorno conservatore del prefascismo, dall'arroganza antidemocratica di chi l'ha perseguitata e esclusa dalle scuole. (…) Anche in questa luce Fenoglio vide giusto e fu lo splendido cantore del nostro autentico risorgimento”.

Beppe Fenoglio muore di tumore all'Ospedale Molinette di Torino il 18 febbraio 1963. Non aveva ancora compiuto quarantuno anni. Con lui sparisce forse il più grande scrittore nel dopoguerra. Muore semplicemente, come semplicemente era vissuto. Il giorno prima di morire lascia scritto al fratello: “Funerale civile, di ultimo grado, domenica mattina, senza soste, fiori e discorsi”.

Sulla sua tomba vuole sia scritto: “Beppe Fenoglio. Partigiano e scrittore”