TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 24 agosto 2019

Il marxismo libertario di Rosa Luxemburg




Il 12 agosto nell'ambito della festa provinciale di Rifondazione comunista si è tenuto un dibattito sul pensiero di Rosa Luxemburg, a cui abbiamo partecipato assieme a Sergio Dalmasso, Giovanni Zanelli e Marco Sferini. Di seguito il testo del nostro intervento.

Giorgio Amico

Il marxismo libertario di Rosa Luxemburg

Ho sempre pensato a Rosa Luxemburg come a una figura tragica, e non solo per il destino terribile che la colse all'inizio del 1919, primo anno di "pace" dopo una guerra interminabile e distruttiva come mai se ne erano viste prima, ma perché nei suoi scritti seppe prefigurare lucidamente il carattere tragico del secolo nuovo che si apriva con le immagini accattivanti della Belle èpoque e del Ballo Excelsior.

Già dai primi anni del secolo che tutti, socialdemocratici tedeschi compresi, vedevano destinato a svolgersi sotto il segno del progresso e della civiltà, fino a diventare pacificamente, quasi naturalmente, socialismo, cioè una forma superiore, pacifica ed evoluta, di vita sociale, Rosa seppe, in assoluta controtendenza e in compagnia di pochi (Lenin, Trotsky) intravvedere ciò che sarebbe poi accaduto: il trionfo delle barbarie, l'orrore della guerra totale, la disumanizzazione come segno della modernità e della tecnica trionfanti.

"Il capitale non conosce altra soluzione che la violenza, metodo costante dell'accumulazione del capitale, come processo storico, non solo al suo primo nascere, ma anche oggi", scriveva nel suo saggio sull'accumulazione del capitale, contrastando la tesi che la violenza, la brutalità e la guerra fossero fenomeni del passato, che lo sviluppo della moderna società industriale avrebbe, proprio per il suo carattere civilizzatore, bandito dalla storia futura.

La violenza è intrinseca al capitale e al suo sviluppo, basato sullo sfruttamento intensivo degli uomini e delle risorse naturali, fondato sulla concorrenza e dunque sulla contesa costante per il predominio sui mercati, interni ed internazionali. E questo non solo a livello degli Stati. La violenza, come guerra di tutti contro tutti, diventa il carattere principale della vita quotidiana, in un mondo in cui centrale è il profitto, cioè l'avere e non l'essere. Socialismo o barbarie, questo il dilemma che attendeva l'umanità e che il Novecento ha poi tragicamente confermato oltre ogni possibile aspettativa.

E' sulla base di questa visione che Rosa si batte per una forma diversa e superiore di società, dove lo sviluppo armonioso e libero di ciascuno sia la condizione dello sviluppo di tutti.

Da qui nel suo pensiero l'importanza della democrazia, non nel senso meramente formale dei diritti giuridici, ma come condizione essenziale per la libera organizzazione delle masse proletarie, per il pieno dispiegarsi delle loro potenzialità creative che solo una visione critica e razionale della realtà poteva garantire. Un modo di vedere che ci ha sempre ricordato le tesi gramsciane sulla necessità nell'Occidente avanzato di una battaglia continua per l'egemonia culturale.

Solo la democrazia, può permettere il libero confronto delle idee, il dibattito continuo e questo non solo nella società, ma anche e anzi soprattutto nelle organizzazioni operaie, partito e sindacato. Da qui la lotta costante contro la burocrazia del movimento operaio tedesco, il più sviluppato e avanzato dell'epoca, ma anche la polemica già dal 1904 con Lenin sui pericoli di un eccessivo centralismo. Tanto da scrivere in occasione del dibattito in corso nel partito socialdemocratico russo fra bolscevichi e menscevichi che "gli errori commessi da un movimento operaio rivoluzionario sono storicamente infinitamente più fecondi e più preziosi dell'infallibilità del miglior Comitato Centrale".

Rosa si faceva così interprete fedele della visone marxiana per cui l'emancipazione del proletariato non può che essere opera diretta dei proletari stessi, non negando la necessità del partito, ma rifiutando recisamente l'idea di un partito, detentore della giusta linea, che si sostituisce alla classe che quella linea deve solo applicare disciplinatamente come un esercito ben addestrato ed inquadrato.

Anche Trotsky, allora giovanissimo, aveva intravvisto il pericolo di una deriva autoritaria nella visione eccessivamente centralizzata del partito avanzata da Lenin in polemica con Martov e i menscevichi, tanto da scrivere nel 1903, e guadagnarsi così la fama di profeta, "i metodi di Lenin conducono a questo: prima l'organizzazione del partito si sostituisce al partito nel suo complesso, poi il comitato centrale si sostituisce all'organizzazione, e infine un unico dittatore si sostituisce al comitato centrale".



Temi che riemergono nell'opuscolo, incompleto e pubblicato solo postumo nel 1920, sulla rivoluzione russa che Rosa stende in carcere nel 1918 e in cui critica duramente, pur sostenendo a fondo il potere bolscevico, l'eccessiva stretta autoritaria a cui Lenin e il partito comunista hanno dopo l'Ottobre sottoposto il popolo russo, compresi gli operai. Una disciplina spietata che rende impossibile una vera democrazia proletaria e dunque mina alle radici le possibilità stesse dello sviluppo di una società nuova di liberi e uguali.

"Senza illimitata libertà di stampa - scrive Rosa - senza libera vita di associazione e di riunione è proprio il dominio di larghe masse popolari a presentarsi assolutamente impossibile".

La dittatura del proletariato non può essere intesa come dittatura del partito sul proletariato. Dall'angusta cella in cui è imprigionata per la sua coerente e appassionata opposizione alla guerra, Rosa vede con lucidità i pericoli che minacciano la rivoluzione e il nascente potere dei soviet:

"Con il soffocamento della vita politica in tutto il paese anche la vita dei soviet non potrà sfuggire a una paralisi sempre più estesa. Senza elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitata, libera lotta illimitata libera lotta d'opinione in ogni pubblica istituzione, la vita si spegne, diventa apparente e in essa l'unico elemento attivo rimane la burocrazia. La vita pubblica si addormenta poco per volta, la guida effettiva è in mano a una dozzina di teste superiori e una élite di operai viene di tempo in tempo convocata per battere le mani ai discorsi dei capi e votare unanimemente risoluzioni prefabbricate. (...) Dittatura, certo, non la dittatura del proletariato, ma la dittatura di un pugno di politici".

Meglio non si sarebbe potuto descrivere la futura macchina del consenso staliniano. Lucidissima Rosa, ma comunque incapace di contemplare, anche solo in via ipotetica, quello che questo avrebbe comportato sul piano pratico: la mostruosità dei processi farsa, della liquidazione sistematica di ogni forma di dissenso, della costruzione di un paese moderno grazie al lavoro di milioni di schiavi rinchiusi nei campi di "rieducazione". Un orrore troppo grande anche per una donna che era stata capace, unica fra i grandi teorici della socialdemocrazia tedesca, già all'inizio del secolo di vedere la barbarie inedita di una guerra mondiale che si avvicinava a grandi passi.

La voce libera di Rosa si spegne nel gennaio 1919, la sua visione democratica della rivoluzione e del potere proletario verranno messe da parte, considerate una deviazione del marxismo, una sorta di eresia. Ma quando, dopo la morte di Stalin e il XX Congresso, quel modello di socialismo "realizzato" mostra i primi segni di un declino, che si rivelerà poi irreversibile, il messaggio libertario di Rosa riappare immediatamente come un punto di riferimento fondamentale da cui ripartire.

Lo dimostra, e la cosa stupirà molti che conoscono le posizioni attuali di Lotta comunista, un passo di una lettera di Arrigo Cervetto a Danilo Montaldi dell'ottobre 1956:

"Ho letto la prefazione di Damen alla Luxemburg e la ritengo un buon contributo alla chiarificazione ideologica sulla controversa questione della dittatura del proletariato. Credo che se dalle formule aprioristiche si scendesse, come in questo caso, all'elaborazione teorica molti e molti problemi verrebbero risolti e l'unità rivoluzionaria sarebbe una realtà. Sostanzialmente mi trovo d'accordo con la formulazione di Damen e ciò mi ha spinto a rileggere le opere della Luxemburg. Un ritorno alla Luxemburg, alla sua grande profondità di analisi e di previsione, alla problematica che solo la sua sensibilità aveva posto e che oggi è quanto mai attuale: questo potrebbe essere il punto d'incontro teorico dell'unità rivoluzionaria".

Dopo tanti anni, crediamo che ancora oggi non si possa dire di meglio.