TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 14 giugno 2010

E-mail sulla situazione culturale a Savona



Riprendiamo da SAVONA News una lettera apparsa ieri, domenica 13 giugno

Riceviamo e pubblichiamo una e-mail di Elisabetta Briano, in merito alla situazione culturale a Savona:

"Dai mezzi di informazione apprendiamo di una sinistra intenta a rimettersi in sintonia con il paese, accogliendo nuove idee, proposte, stimoli dalla società civile. Centri studi, fondazioni, blog, pensatoi nascono come funghi,o perlomeno vengono annunciati,a livello nazionale e locale. Questa settimana a Savona ci sono stati due avvenimenti,che potremmo definire della società civile,di grande novità e “ creatività” culturale e politica : il Dialogo su Ipazia tenutosi giovedì 10 presso il MAP e la presentazione del progetto “ Il corpo delle donne “ da parte di Lorella Zanardo avvenuta sabato 12 alla libreria UBIK. In entrambe le occasioni si è riscontrata una partecipazione di qualità “ nuova “ e un dibattito insolitamente intelligente ed interessato. In entrambe le occasioni brillava l’assenza della classe politica di qualunque tendenza,sesso,corrente o livello. A questo punto mi chiedo : se il lavoro di donne / uomini che cercano di immettere nel discorso pubblico qualche parola nuova non merita attenzione dov’è che questi signori/signore pensano che nascano le nuove idee? Sugli alberi?"

Betti Briano

domenica 13 giugno 2010

Pigmenti





E' disponibile il numero 20 (Maggio 2010) di "Pigmenti", giornale dell'Associazione R. Aiolfi. Si può ritirare gratuitamente presso l'ufficio sito in via P. Boselli 6/3 Savona il mercoledì dalle 10 alle 12 e il giovedì dalle 16 alle 18.

Dal sommario:

Paesaggio, un piacere "speciale"
Giuseppe Frascheri, pittore romantico dell'Ottocento ligure
Il "Caffè Grand'Italia"
Farfa nel ricordo di Aiolfi
Scherzosi duelli letterari tra Farfa e Beppin da Cà
Luigi Quaglino, ceramista a Savona e a Albissola Marina
Con Emilio Scanavino un giorno di settembre

sabato 12 giugno 2010

Guido Seborga, un ricordo



Nel 2004 “La Riviera Ligure”, la prestigiosa rivista della Fondazione Mario Novaro, dedicò un numero doppio alla figura e l'opera di Guido Seborga. Il quaderno, ricco di contributi di grande interesse, assieme a “L'uomo di Bordighera” di Massimo Novelli, uscito l'anno precedente, segnò l'inizio della riscoperta di un autore per quasi quarant'anni colpevolmente dimenticato. Riprendiamo da quel quaderno un ricordo di Maria Luisa Spaziani.

Maria Luisa Spaziani

Guido Seborga, un ricordo


Guido Seborga era il redattore capo di due riviste, prima “Il Girasole”, poi “Il dado”, entrambe edite con il nome mio (mio padre, naturalmente, era il finanziatore). Siamo a Torino, nel bel mezzo della guerra, 1942 e '44, e ad una ragazza da non molto uscita dall'adolescenza, subito catturata dall'amore per la poesia, non parve vero cimentarsi con quello che allora era un essenziale strumento di esistenza e conoscenza della poesia, ovvero una rivista letteraria.
Seborga aveva allora più di trent'anni e una certa conoscenza dell'ambiente, ricordo che mi mise in contatto con Pratolini e Penna. Umberto Mastroianni era il prediletto interlocutore il campo artistico.
Era un'anima ardente, e sentiva la poesia, anche se non aveva una prospettiva storica; quando incontrava un poeta, questo occupava tutto il suo orizzonte e tutto lo spazio culturale disponibile. Una volta una Galleria d'arte di Torino gli affidò la presentazione di un catalogo di opere ispirate a Petrarca e lui scrisse di Petrarca, certamente, ma riuscì a citare persino Pisacane.
Era molto curioso e aveva anche un estro giornalistico, inoltre era molto impegnato politicamente: eravamo negli ultimi anni del fascismo, ma lui era risolutamente antifascista e legato al movimento di “Giustizia e Libertà”. Per questo faceva copia con Vincenzo Ciaffi, che era stato mio professore al liceo e lo era nuovamente all'università, di latino. Fu Ciaffi a farmi conoscere Guido alla fine del '41.
Ciaffi era un grande maestro, per quanto classicista, conosceva benissimo la poesia contemporanea e ho ben in mente quando annotai, al liceo su sua indicazione in margina alla letteratura del Momigliano, “leggere Montali”con la i.
Ciaffi dovette nascondersi dal regime e fu ospite in casa mia per due mesi. Avevo il pedagogo in casa, come una giovane nobildonna d'altri tempi. La sera, molto spesso, passava anche Seborga e si occupava il tempo a tradurre, a parlare di poesia e di critica.
Seborga leggeva i miei primi versi, con una matita rossa e blu, come i professori, anche se lui detestava i professori e gli accademici, e non risparmiava nessuna stoccata. Detestava Carducci e amava moltissimo Campana, accordava il suo plauso anche a Ungaretti e a Montale.
Ricordo anche le sue curiosità fuori dei territori più consueti, come, successivamente, un articolo sull' “Avanti!”, relativo al teatro africano.
Lo elettrizzava molto l'accostamento delle parole, i guizzi e i lampi degli accordi tra i suoni. Faceva il barricadiero, sul piano politico, ma nella sua sua sostanza di poesia aveva ancora un nitido gusto ermetico.
Lo rividi qualche volta a Milano, al Blue Bar, dove andavano un po' tutti e si poteva incontrare Carlo Bo o Vittorio Sereni. Poi una volta ospite in Riviera, vicino al suo paese, volli telefonargli ed esordii con un “vecchio Guido”, che non mostrò gradire.
Ricordo bene sua moglie, una gran signora, molto cara. Lui invece aveva più l'aria dello zingaro e del nomade. Assomigliava fisicamente a Lamberto Maggiorana, l'operaio interprete di Ladri di biciclette. Sembravano due sosia. Glielo dissi e ne andò fiero.

(Da: La Riviera Ligure, Quaderni quadrimestrali della Fondazione Mario Novaro, anno XV - Numero 43/44, gennaio-agosto 2004)


Maria Luisa Spaziani (Torino, 1924) Poetessa di fama internazionale, ha insegnato a lungo Storia della letteratura francese all'Università di Messina.

Ringraziamo la Fondazione Mario Novaro per l'autorizzazione a riprendere questo articolo.



Per informazioni sulle attività e le pubblicazioni della Fondazione Mario Novaro contattare http://www.fondazionenovaro.it/ oppure fondazione.novaro@fastwebnet.it

giovedì 10 giugno 2010

Quando il moralismo diventa etica... Riflessioni su "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde"


La proposta di legge sulle intercettazioni e le polemiche seguitene sono lo specchio di una società e di un Paese che hanno perso ormai in larga misura ogni visione etica, in cui i "vizi privati" tendono sempre più a divenire "pubbliche virtù". E' riflettendo su questo che abbiamo chiesto ad Armida Lavagna di parlarci de "Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde", il capolavoro di Robert L. Stevenson.

Armida Lavagna

Quando il moralismo diventa etica... Riflessioni su "Lo strano caso del Dottor Jekyll e del signor Hyde"

A metà tra il giallo e l’horror, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde è in realtà, soprattutto un efficacissimo e sempre attuale romanzo psicologico incentrato sul dissidio dell’anima umana, ed ancor più una spietata denuncia della società vittoriana e del suo moralismo.
I comportamenti sociali dell’avvocato Utterson e del suo amico e parente Richard Enfield forniscono una chiave interpretativa per il romanzo di Stevenson, e la forniscono già dalla prima pagina, dove l’avvocato, descritto accuratamente, risulta “severo nei confronti di se stesso”, “tediato” da quello che pure sembra essere il suo svago preferito, le passeggiate che sono soliti fare la domenica lui ed Enfield, che “salutavano con evidente sollievo l’apparire di un comune conoscente”.
Uno svago forzato, un passatempo finalizzato non a conversazioni intime, a confidenze sincere, ma al reciproco “rinforzo” delle proprie posizioni morali e sociali, attraverso la minuta e attenta osservazione della realtà circostante. Una sorta di esercizio spirituale senza nulla di spirituale.

Poche righe dopo, Enfield racconta il primo episodio della favola tragica di Jekyll/Hyde: lo scontro notturno ad un incrocio fra due strade tra una bambina ed un uomo in corsa precipitosa il quale, dopo averla calpestata, prosegue la sua strada abbandonandola ferita. L’episodio ha un che di grottesco più che di tragico. Non siamo di fronte ad un efferato omicidio, ad una meditata violenza, ma ad una sorta di “incidente” seguito da una omissione di soccorso. Certamente un atto infame, ma di sicuro non il più atroce delitto commesso da Hyde. L’attenzione dell’autore non è tanto rivolta alla riprovevole condotta del sinistro uomo, bensì alle minacce rivoltegli da Enfield e dalle altre persone accorse in aiuto della bimba: Hyde viene persuaso a versare un indennizzo alla famiglia della bambina non attraverso la minaccia di denunciarlo alla polizia (a nessuno balena in mente questa possibilità, mentre più d’uno alla vista di quella “creatura infernale” d’istinto medita l’omicidio, pur senza confessarlo; atto ancora più atroce di quello commesso da Hyde...), ma con la minaccia della diffamazione: ”noi potevamo fare e avremmo fatto un tale scandalo dell’accaduto, da infamare il suo nome da un capo all’altro della città. Se aveva amici, o qualsiasi credito, sarebbe stato nostro compito farglieli perdere”. Enfield, narrando l’accaduto all’amico, insiste sul fatto che le loro facce erano minacciose, piene d’odio come mai ne aveva viste fino ad allora, le donne “selvagge”, mentre Hyde cerca di non mostrare il proprio spavento, che pure “si vedeva”, simulando una “tetra ironica freddezza”.
Ad un lettore attento, non può sfuggire che da quella “creatura infernale” i visi minacciosi che la circondano sono meno lontani di quanto Enfield voglia ammettere, sono in qualche modo parenti. Perché, ci direbbe il dottor Jekyll, ognuno di essi nasconde dietro di esso un “piccolo” mister Hyde, senza vederlo e ammetterlo.
Dentro ogni essere umano c’è sia il bene che il male, o almeno la curiosità verso il male (che invece non è assolutamente curioso del bene), la tentazione di cedervi; nella società vittoriana in cui il romanzo è ambientato, questa verità viene soffocata con cura, dissimulata, attraverso il perbenismo, attraverso l’applicazione di una morale morbosa che ha come sommo principio quello di non mostrare il male casomai sia commesso, di non renderlo noto.



E’ questa l’origine della tragedia del dottor Jekyll, nel quale la componente malvagia, prima del ritrovamento della pozione che le dà vita e alimento, è in fondo ridotta, se non proprio trascurabile: qualche piccolo vizio, qualche debolezza, che vanno tuttavia tenute accuratamente nascoste per salvaguardare l’immagine cristallina che egli ha costruito di sé. Ma la curiosità verso il male crescerà a dismisura, ed il ricorso ad esso diventerà un’abitudine, una droga, dal momento in cui potrà essere compiuto sotto un’altra identità, sotto un altro aspetto che lo illude di non essere, com’è in realtà, un altro se stesso.
Il messaggio di Stevenson, il suo giudizio sulla società in cui vive, è agghiacciante e spietato: il vero freno inibitore, il vero responsabile della nostra condotta morale non è la coscienza, ma la vergogna, la riprovazione da parte della comunità.
Tale giudizio risulta ancora più negativo dopo la lettura di un’altra affermazione di Enfield, sempre riguardante l’episodio citato: “Sono piuttosto contrario a fare domande; è troppo nello stile del giorno del giudizio. Se tu fai una domanda, è come se lanciassi una pietra. Te ne stai tranquillo sulla sommità di una collina; la pietra rotola giù, e ne smuove tante altre; sinché qualche ottimo vecchio (l’ultima persona cui pensavi) non viene colpito sulla testa nel suo giardino, e la famiglia deve cambiare nome. No, signore, ne ho fatto una regola per me: più una cosa appare curiosa, meno io domando”.
Utterson non sembra avere lo stesso atteggiamento dichiarato da Enfield, tant’è vero che fino a quel giorno si è rammaricato e crucciato di non sapere chi fosse lo sconosciuto erede testamentario del dottor Jekyll, verso il quale - prima ancora di saperne qualcosa - nutre sospetto e diffidenza. Il consiglio del suo amico tuttavia non è in contrasto col suo comportamento: la prima ragione di dubbio su questo sconosciuto Hyde sta proprio nel fatto che egli non è favorevolmente conosciuto. La “regola” di Enfield, infatti, non è ispirata da precetti evangelici, non è il ripudio del ricorso al biasimo altrui previsto dal motto “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, ma riflette un atteggiamento ben meschino e assai poco “morale”: il rischio nel porre domande è che lo scandalo cada su un “ottimo vecchio”, su una persona stimata per lungo tempo, tranquilla nell’intimità della sua casa, dentro la quale può aver perpetrato chissà quali delitti, ma senza che sino a quel momento siano stati scoperti. Meno se ne scoprono, più sarà garantita la stabilità sociale e il conformarsi alla morale dominante, almeno nelle apparenze.
Le domande che il dottor Jekyll ha osato porre, che ha osato porre a se stesso, hanno condotto lui alla “scomparsa” e Hyde al suicidio, ma hanno anche messo in discussione il sistema morale su cui si regge la società in cui è ambientata la vicenda; se l’avvocato Utterson avesse lo stesso coraggio del suo amico dottore, vedrebbe nel corpo contorto di Hyde l’immagine di se stesso riflessa da uno specchio deformante. Ma siamo certi che non ha quel coraggio. Siamo certi che, se la storia di Stevenson continuasse, leggeremmo che con sollievo è stata data la notizia della morte dell’ignobile Hyde e con rammarico quella della misteriosa sparizione dello stimato dottor Jekyll. Se possibile, si cercherà di salvare il suo nome, poiché è quello, non l’identità, a discriminare il bene dal male agli occhi della comunità.
Il metro utilizzato nel giudizio è la rispettabilità sociale, data dalla fama, dalla posizione sociale, dalla professione, dall’aspetto; a priori, prima ancora di indagare sulle motivazioni delle azioni e sulla gravità delle stesse, la sentenza è emessa in base a questo.


Questo ritratto al vetriolo della società vittoriana dovrebbe rappresentare oggi un quadro interessante di un lontano passato. Invece, questo romanzo è un classico. E classico è quel testo che non ha mai finito di dire ciò che ha da dire. Il dottor Jekill ha ancora molto da dire, anzi da gridare, alla nostra società. Apparentemente disinibita e “moderna”, in realtà ancora intrisa fino al midollo di un moralismo spacciato per etica da cui evidentemente non riusciamo a liberarci. E come potrebbe liberarsi dall’idea che il male è tale solo quando viene divulgato, reso pubblico, palesato in maniera inconfutabile, una società che tutto basa sull’apparenza e sulla rappresentazione? Quanti avvocati Utterson e quanti Enfield sono oggi impegnati a mostrare reverenza per una rispettabilità sociale a priori, in nome della quale vietare intercettazioni, ridurre il numero di notizie disdicevoli sulle pagine dei quotidiani, minimizzare il rischio che diano scandalo i potenti e gli abbienti, i vescovi, politici, i poliziotti, costretti se colti con le mani nel sacco da una telecamera o da una registrazione ad una gogna mediatica che è l’unica pena, l’unica sanzione che realmente temono, poiché spesso è l’unica sanzione che fino ad oggi (tra poco neppure più quella...) viene realmente loro applicata?




Armida Lavagna, savonese, insegna Lettere in una Scuola Secondaria. Si occupa per Vento largo di letteratura e di cinema.



mercoledì 9 giugno 2010

E' morto Jacques Ressaire, presidente del Partito della Nazione Occitana




Comunicato di Pierre Hilaire, vicepresidente del Partito della Nazione Occitana

E' mancato Jacques Ressaire, il nostro presidente, amico e punto di riferimento.
E' una perdita grave per il PNO e per Occitania. Siamo tutti vicini alla sua compagna Eva, alle sue figlie e alla sua famiglia.
Le esequie civili si svolgeranno venerdì 10 giugno alle 15 al cimitero di Banhòus de Céza (Gard).
Si prega di non inviare né fiori né corone.
Seguirà un incontro conviviale in suo ricordo presso la sede locale del P.N.O di Banhòus.
Sarebbe opportuno che tutti coloro che possono partecipassero per onorare la memoria di Jacques.




Trionfo del sacro e/o laicità?







La difesa della laicità dello Stato, condizione di eguaglianza dei cittadini, dalle interferenze clericali è uno dei temi centrali del dibattito politico in Italia. Basti pensare alllo scalpore suscitato recentemente dal caso Englaro. Ma religione e sacro coincidono? E soprattutto laicità e sacro possono convivere e come? Gianluca Paciucci passa in rassegna alcune recenti pubblicazioni su questo tema tanto delicato e complesso.

Gianluca Paciucci

Trionfo del sacro e/o laicità?


Tra gennaio e febbraio 2009, un grumo di anniversari e eventi si è rappreso nel dibattito attorno alla laicità e al ruolo del cattolicesimo nel nostro Paese: cinquant'anni dall'indizione del Concilio Vaticano II; settanta dal Concordato tra chiesa cattolica e fascismo, e venticinque da quello con l'Italia craxiana; revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani; fase culminante del caso Englaro, in un crescendo di trivialità da parte di gerarchi cattolici e di semplici fedeli; senza contare i quotidiani ammonimenti del pontefice di cui occorre accusare non tanto la chiesa di Roma, che fa il suo mestiere, quanto chi, nei media e nella classe politica, le apre spazi infiniti. Inoltre nelle pieghe dei bilanci di Governi e Regioni, si lasciano nidificare milioni di contributi per iniziative della chiesa cattolica, a sancire l'obbedienza di interi gruppi politici, a destra come a sinistra, che diventa sottrazione di denaro pubblico a scopi privati, a volte anche inconfessabili.



“...Ma del resto tutta la storia delle relazioni fra l'Italia e il Vaticano è una storia di quattrini...”, scrive Michele Ainis a pagina 15 di Chiesa padrona (1), e segue l'elenco di regali del nostro Stato al Vaticano, che in cambio restituisce disprezzo, oltre che richieste sempre più alte, richieste politiche prontamente esaudite: si pensi solo alla lotta contro i Di-Co, causa non secondaria delle continue balbuzie del governo Prodi. Il volume di Ainis è limpido: dopo aver analizzato gli articoli della Costituzione sulla questione religiosa, l'autore si concentra sull'art. 7 e sul Concordato del 1929, che considera abrogato dall'art. 13 di quello del 1984, e sugli ulteriori veleni che quest'ultimo ha introdotto nel nostro Paese, “dall'8 per mille agli insegnanti di religione pagati dallo Stato e scelti dalla Chiesa, fino alle res mixtae, all'insegnamento nelle scuole della religione cattolica anziché della religione in generale, agli effetti civili delle pronunzie dei tribunali ecclesiastici...” (pp. 68-69). Il libertario Craxi, come l'anticlericale Mussolini, con in mezzo il sì all'art. 7 dello stalinista Togliatti, hanno pietrificato il dibattito attorno a un tema scottante: come a dover scontare il 'peccato originale' della breccia di Porta Pia, che peraltro liberò l'Europa da uno Stato retto, come disse Cavour, dal “più schifoso dispostismo”. Con un bel guizzo, Ainis trasforma le sue considerazioni in un elogio del primo comma dell'art. 7, che recita “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”: un pleonasmo, lo giudicò Calamandrei, ma non inutile, dato che “indipendenza significa reciproca incompetenza dello Stato e della Chiesa”, “sicché né lo Stato italiano può interferire sugli interna corporis della Chiesa cattolica, decidendo, per esempio, che le donne devono accedere alle cariche ecclesiastiche, né la Chiesa può interferire sull'ordinamento interno dello Stato”. Da tutto questo deriva “il valore dell'art. 7, nel suo primo comma: questa disposizione è il manifesto laico dello Stato italiano” (tutte queste citazioni sono a pag. 76); e se invece la Chiesa di Roma continua a mettere il naso negli affari interni dello Stato italiano, qui si vede la viltà dell'attuale classe politica italiana, sempre a caccia di voti e di mandati, e genuflessa a ogni ruggitello d'Oltretevere. Se pacato è il tono complessivo del libro di Ainis, il finale è sferzante: “Il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno venne condotto al rogo, nudo, e con una museruola alla bocca. Oggi come allora, lo Stato laico ha il compito di strappare via questa museruola” (pag. 103). Noi abbiamo questo compito.



Ugualmente importante è il volume Perché laico1 di Stefano Rodotà. Anch'egli pone l'accento su alcuni articoli della Costituzione, per evidenziare il forte arretramento di chi dovrebbe difendere lo Stato laico, e che questo non fa. Gli articoli esaminati sono di semplice interpretazione e solo la malafede può stravolgerli. Se l'art. 13 recita, al primo comma, che “la libertà personale è inviolabile”, nel 32 al secondo comma troviamo che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Una lettura onesta di questi passi avrebbe evitato molte sciocchezze su quei tremendi momenti che sono la malattia e la morte, e che non è bene affidare a 'esperti', sempre di parte e spesso necrofili. Se da un lato “l'argomento di rispettare la vita fino alla sua fine naturale appare insostenibile alla luce del fatto che l'intera medicina si presenta come portatrice di artificialità”, pericolose sono quelle interpretazioni che vertono sul dovere di curarsi “che ha le sue radici nell'obbligo del suddito di non recare danno al sovrano, privandolo delle sue prestazioni” (p. 87).
Anche l'art. 33 non presenta arcani: al comma 3 è scritto che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.” Commenta Rodotà: “Di fronte a una formula così chiara non valgono a nulla giochi dialettici come quello di chi dice che il divieto riguarderebbe la sola 'istituzione' delle scuole, non il loro successivo funzionamento...” (p. 65). Eppure la scaltrezza dei cattolici ha ottenuto che fiumi di denaro scorrano verso le scuole private, mentre i crocifissi sono nelle aule scolastiche della scuola pubblica (e non l'articolo 3 della Costituzione, che dovrebbe essere parola comune e unificante) e gli insegnanti di religione cattolica godono di uno statuto stupefacente. Molto efficaci, inoltre, le pagine del capitolo “Sapienza e dintorni”, sulla mancata visita di Benedetto XVI all'Ateneo romano, e alle relative polemiche, tra cui quelle sulla proposta di nomina del professor Luciano Maiani a presidente del C.N.R.: le raffiche di dichiarazioni di parlamentari di centrodestra, che Rodotà riporta alle pp. 116-117, sono agghiaccianti.



Certo, ridurre il cattolicesimo alle manifestazioni della sua gerarchia è limitante, anche se necessario: per superare questo limite, percorriamo due dei volumi che, negli ultimi anni, hanno parlato di un altro cattolicesimo/cristianesimo. Si tratta di Contaminazioni (3) di Marcello Vigli e Cristianesimo ribelle (4) di Enzo Mazzi. In entrambi vi è la consapevolezza di un originario stravolgimento dell'insegnamento di Cristo, presto solidificatosi in una tradizione e in riti che poco hanno a che fare con quanto conosciamo del messaggio iniziale (“...Di fatto del Gesù storico non si sa quasi nulla...”, Mazzi, pag. 84) (5). Il passaggio dalla parte del potere di un movimento tendenzialmente nato per rovesciarlo, va situato nel IV secolo d.C., 'quando il nostro mondo è diventato cristiano', per dirla con Paul Veyne, quando tra Costantino e Teodosio si è compiuta l'istituzionalizzazione del movimento.
Vigli, in particolare, ripercorre la storia della chiesa, dal “Dictatus papae” di Gregorio VII (1073-1085) alle affermazioni degli Stati nazionali; dalle ambiguità del primo quarantennio del Novecento (stagione dei concordati e delle connivenze con regimi autoritari/fascisti) alla rinascita del Concilio Vaticano II; e infine alla 'rivincita di Dio', come recita il titolo di un volume di G. Kepel. Un efficace excursus che non nasconde la furia di tanto cristianesimo 'reale', ma che pure fa emergere figure e fasi estremamente significativi, a livello sia di riflessione teorica sia di lotta concreta (basti solo pensare a Ernesto Bonaiuti -toccante la minibiografia di pagina 101-, a Maritain e Teilhard de Chardin, alle figure dirompenti di Barth, Bultmann e Bonhöffer, a Carlo Arturo Jemolo -e ai cattolici anticoncordatari-, e poi don Milani e padre Balducci). Il percorso ci porta alla formulazione di una serie di questioni per l'oggi, che vanno dalla rivendicazione della laicità (come metodo e come cultura) che “interroga” i cristiani, fino alla formulazione finale di una “fede laica”, che è certo un ossimoro, ma vitale: è la “fede senza religione” di Bonhöffer, è la fede come “spazio vuoto” di Barth.


La riflessione di Enzo Mazzi (4) parte invece dal cuore del '68 (anzi dei molti '68) e dalla rivendicazione della ricchezza di quell'anno, anno di intense relazioni comunitarie e di scontri, anno di gestazione della speranza (“...la speranza è la grande nemica del potere. Il quale si nutre di disperazione, paura, rassegnazione e sottomissione...” - pag. 9), tra Ernst Bloch -più volte citato- e Marcuse; e si sofferma sui mesi della repressione della Curia di Firenze contro la comunità dell'Isolotto, con momenti come questo: “...Il vescovo, ai primi di gennaio 1969, mandò a celebrare un prete di curia accompagnato da una trentina di noti fascisti picchiatori, armati di catene e di bastoni, una delle prime squadre neo-fasciste che si preparavano alla strategia della tensione...” (p. 116). Curia e fascisti contro un'assemblea che si era detta 'popolo di dio' e aveva messo in comune vite ed esperienze, in uno dei quartieri più poveri della città. Mazzi, dopo la rimozione dall'ufficio di parroco, tornò tra la sua gente “come uomo libero dai vincoli del sacro” (p. 117). Proprio questo 'liberarsi dal sacro' è la cifra del pensiero comunitario dell'Isolotto. Suggestive sono le pagine centrali del libro in cui Mazzi ragiona sulla “cultura sacrificale” che ancora domina tutta la modernità, e la cultura cattolica in particolare, cultura ribadita dalla Dichiarazione Dominus Jesus del 5 settembre 20005, di cui si dà una pregnante lettura (pp. 77-86). Come uscirne? Sostituendo la condivisione al sacrificio, innanzitutto: “...il messaggio che emana dalla simbologia dell'ultima cena potrebbe essere questo: la via della salvezza non passa attraverso il sacrificio rituale, che è solo consolatorio, anzi è un imbroglio mascherato da sacro (il Tempio ridotto a spelonca di ladri). La via della salvezza sta nella condivisione degli elementi offerti dalla natura e dal lavoro dell'uomo, essenziali alla vita, simboleggiati dal pane e dal vino...” (pp. 158-9); attuando la scelta per la casa e la piazza (intimità aperta e circolarità) al posto del palazzo e del tempio (separazione e verticalità); praticando l' “oltre”, il “principio speranza”, l' “utopia concreta”, perché “siamo feti in perenne formazione chiamati da un 'Oltre' che ci attende e che possiamo solo intravedere...” (p. 169); infine costruendo un pensiero forte contro la “violenza del crocifisso” e l' “idolatria di Gesù”, contro la “sua mitizzazione” e “l'esclusivismo della sua figura” (pp. 186-7). Mazzi si lancia in campi insidiosi e fertili, in quel vuoto che genera e che potrebbe essere terra di nuove sfide anche per un pensiero laico, progressivo e antagonista capace di ridiscutere sé stesso e di abbandonare le cittadelle del proprio piccolo potere (piccoli templi sono le sedi dei nostri partitini, associazioni, circoli...), del proprio sacro, ormai ridicolizzato da chi il sacro sa praticare con ben altra forza e senza ipocrisie.

Note

1. Ainis, Michele, Chiesa padrona, Milano, Garzanti, 2009, pp.115.
2. Rodotà, Stefano, Perché laico, Roma-Bari, Laterza, 2009, pp. 191.
3. Vigli, Marcello, Contaminazioni, Bari, Dedalo, 2006, pp. 299.
4. Mazzi, Enzo, Cristianesimo ribelle, Roma, Manifestolibri, 2008, pp.190.
5. Mazzi pone l'accento sui cosiddetti 'loghia', ovvero le prime testimonianze scritte su Gesù, ora leggibili anche in italiano in Robinson, James (cur.), I detti di Gesù, Brescia, Queriniana, 2007, pp. 64.



Gianluca Paciucci è nato a Rieti nel 1960. Laureato in Lettere, è insegnante nelle Scuole medie superiori dal 1985. Come operatore culturale ha lavorato e lavora tra Rieti, Nizza e Ventimiglia; in questa città è stato presidente del Circolo “Pier Paolo Pasolini” dal 1996 al 2001. Dal 2002 al 2006 ha svolto la funzione di Lettore con incarichi extra-accademici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Sarajevo, e presso l’Ambasciata d’Italia in Bosnia Erzegovina, come Responsabile dell'Ufficio culturale. In questa veste è stato tra i creatori degli Incontri internazionali di Poesia di Sarajevo. Ha pubblicato tre raccolte di versi, Fonte fosca (Rieti, 1990), Omissioni (Banja Luka, 2004), e Erose forze d'eros (Roma, 2009); suoi testi sono usciti nell’ “Almanacco Odradek”. Dal 1998 è redattore del periodico “Guerre&Pace”. Collabora con le case editrici Infinito, Multimedia e con la "Casa della Poesia".



lunedì 7 giugno 2010

Cabbalà e alchimia. Saggio sugli archetipi comuni


Arturo Schwarz a Albisola

Crediamo essere il linguaggio degli archetipi una sorta di linguaggio universale che percorre la storia della specie umana dalle incisioni rupestri all'arte contemporanea. Una volta su questo sentiero l'incontro con Arturo Schwarz e la sua opera è inevitabile.

Giuliano Arnaldi

La dimensione del mondo

Ho avuto la fortuna, grazie agli amici del Gruppo H, di incontrare e intervistare Arturo Schwarz, e questo straordinario incontro mi ha fatto riflettere sulle dimensioni del mondo: scoprire comuni conoscenze ( i grandi Alessandro Passaré ed Emmanuel Anati) mi ha fatto sentire a casa, nel mio mondo, pensare alla storia di Arturo mi ha scaraventato nella grandezza del tempo. La sincera cortesia di Schwarz nel ringraziare Albisola per la sua esistenza ( durante la presentazione della mostra in corso al MAP di Albissola Marina) inorgoglisce ma ci ricorda la nostra responsabilità di fare memoria per fare futuro: è grande il mondo, ma è qui, ora, vivo e vivificato dall'esercizio quotidiano del nostro impegno. E' il nostro mondo, l'unico che abbiamo...


Arturo Schwarz

Cabbalà e Alchimia
Saggio sugli archetipi comuni


Uno studio superficiale della letteratura alchemica e cabbalistica potrebbe indurre a credere che i due sistemi abbiano poco in comune, a parte il fatto, già evidente ad uno sguardo meno sommario, che entrambi sono insegnamenti esoterici in cui domina la pulsione universale verso una maggiore comprensione del nostro sé più profondo. In entrambi, infatti, questa pulsione cognitiva è motivata dalla consapevolezza che la trasformazione del sé non può essere raggiunta senza la conoscenza di sé. Tuttavia, un equivoco molto comune fa pensare all'alchimia come a qualcosa che ha a che fare con la trasformazione del piombo in oro. D'altra parte, a partire dalla fine del XVIII secolo con lo sviluppo della Haskalà (l'Illuminismo ebraico) e fino a tutti gli anni Venti di questo secolo, anche la Cabbalà era stata fraintesa e rigettata perché considerata un ammasso ridondante di scritti fumosi e oscuri.

Il grande corpus di speculazioni teosofiche ed esegetiche che va sotto il titolo generico di Cabbalà (qabbalà: letteralmente, "tradizione"), comprende insegnamenti mistici e interpretazioni o commenti esoterici al Tanakh (detto comunemente "Antico Testamento") che ben meritano l'appellativo di "Luce soave" (Or ne`erav) dato loro da Moshé Cordovero (1522-1570), il famoso cabbalista di Safed che così intitolò un suo trattato pubblicato a Venezia nel 1587. Bisognerebbe aggiungere anche che nel termine "Cabbalà" è compresa una vasta gamma di scritti – si conoscono più di seimila titoli – di un gran numero di maestri spesso su posizioni contrastanti.

L'aspetto prevalente in questa ermeneutica esoterica del Tanakh è la fede che sia possibile riuscire ad avere una intuizione mistica della natura stessa del divino. È un tipo di conoscenza che è perseguita perché porta a scandagliare l'essenza dell'essere umano. Se infatti quest'ultimo è stato creato "a immagine e somiglianza di Dio, maschio e femmina" (Gn 1:26-27), qualunque spiraglio di luce aperto sulla complessità del Creatore si rifletterà sulla Sua creatura.

Su questi due sistemi mistico-filosofici si è pubblicata – e si pubblica – una quantità incredibile di robaccia. In effetti i contenuti etici e illuminanti della prima letteratura cabbalistica sono tanto lontani da certi "insegnamenti" odierni di sedicenti cabbalisti, quanto lo erano gli intenti libertari e cognitivi della originaria alchimia spirituale dalla più tarda alchimia operativa – una distinzione su cui dovrò tornare. Quelli che volgarizzano la filosofia trascendentale dei primi cabbalisti riducendola a facili ricette per incrementare l'autostima o per liberarsi dal senso di colpa, la degradano al livello di una moda ideologica da New Age. Ancora peggio: alcuni fondamentalisti religiosi ed autoproclamati cabbalisti israeliani invocano il pulsa denura per maledire i propri oppositori politici. Un esempio particolarmente calzante è quello dell'estremista di destra Avigdor Eskin che, due settimane prima dell'assassinio di Yitzhaq Rabin, ne aveva ripetutamente invocato la sua morte. Così facendo Eskin e i suoi compari riducono una tradizione esegetica motivata da una profonda pulsione conoscitiva – il cuore segreto dell'ebraismo – allo stato di magia nera.
L'equivoco in cui erano caduti molti storici dell’alchimia dipendeva dal fatto che essi confondevano l'alchimia spirituale originaria con la sua più tarda forma svilita, che andrebbe più propriamente definita "alchimia operativa"; e, ancora peggio, dal loro condividere il pregiudizio – derivato da una lettura letterale dei testi alchemici – a proposito di una disciplina che appariva loro macchiata da una forma equivoca di misticismo magico. Il termine che definisce l'oggetto dell'opera alchemica, la "Pietra filosofale", chiarisce che la ricerca dell'alchimista era rivolta alla "conoscenza aurea" (aurea apprehensio). La ricerca assumeva una rilevanza fondamentale negli scritti alchemici, perché era proprio nel corso della stessa che l'alchimista acquisiva la conoscenza a cui aspirava. La ricerca era dunque più importante del premio, anzi, la ricerca era il premio, dato che la conoscenza, l'autocoscienza, è il presupposto della libertà.

Rispetto all'attualità dell'alchimia, basti ricordare che i tre principali strumenti che abbiamo oggi per avvicinarci alla comprensione del mondo fisico – la teoria della relatività, la meccanica quantistica e la statistica quantistica – hanno confermato e adottato il modello alchemico della conoscenza intuitiva del mondo esterno, ispirato ad un approccio sintetico e olistico alla realtà che offre una alternativa al crescente affidarsi della scienza moderna alla investigazione analitica e specializzata.

Il mondo dell'alchimista ebreo era particolare, e sebbene si possano rintracciare corrispondenze sostanziali fra l'alchimia ebraica da un lato e l'alchimia orientale e occidentale dall'altro, il tono degli scritti cabbalistici che trattano di alchimia era molto peculiare. Di fatto gli alchimisti ebrei – che erano osservanti e seguivano la tradizione religiosa della comunità a cui appartenevano – consideravano la loro arte una specializzazione strettamente intrecciata all'osservanza religiosa. Di nessun ebreo si sa che fosse un alchimista a tempo pieno. Molti alchimisti ebrei erano anche rabbini, oppure maestri o studenti di religione, o medici.

Gli alchimisti ebrei erano motivati da una sete di conoscenza unita ad un intento sociale, etico e umanitario, piuttosto che da un interesse economico. Di fatto, per l'adepto ebreo, l'alchimia non era che uno dei tanti percorsi da seguire nella sua onnicomprensiva preoccupazione per il prossimo e nella sua devozione a mettere in atto, in tutti i modi e le forme possibili, il più basilare di tutti i comandamenti: "amerai il tuo prossimo come te stesso". In consonanza con questa visione generale, per l'alchimista ebreo, l'elisir di lunga vita (sam hayyim) non era di natura chimica, ma di natura spirituale – era la rettitudine.

Sia gli alchimisti ellenistici sia quelli medioevali attribuivano abilità alchemiche ai personaggi della Bibbia e significato alchemico ai passi biblici. Adamo veniva considerato il primo maestro di alchimia, seguito da Bezalel (l'architetto del Tabernacolo), Noè, Set, Tubal Cain, Abramo, Mosè, Giacobbe, i re David e Salomone e la maggior parte dei profeti. Queste attribuzioni erano destinate ad essere ben presto incoraggiate da Maria l'Ebrea (conosciuta come Maria Prophetissa, sorella di Mosè, o anche Maria Hebraea) una pia giudea dell'inizio del III secolo che era considerata dagli alchimisti ellenistici la fondatrice dell'Arte Ermetica.

Riassumendo, la Cabbalà e l'alchimia erano strumenti di una forma iniziatica di conoscenza che cercava di illuminare la via per una sapienza trascendente che implicava la liberazione dalle contingenze e dalle contraddizioni della vita. Questa conoscenza iniziava indubbiamente con la conoscenza del proprio sé: l'essenza dell'insegnamento alchemico si ritrova tutta nelle due parole che erano inscritte all'entrata del tempio di Apollo in Delfi: gnothi seauton – conosci te stesso. Nel Talmud babilonese ritroviamo la stessa sete di autocoscienza, sintetizzata dalle parole di Rabbi Hisdà: "Un sogno non interpretato è come una lettera che non è stata letta" (bBerakhot 55a). L'importanza di acquisire la conoscenza è stato uno dei motivi conduttori del Tanakh, del Talmud e della letteratura esoterica ebraica. Tra tantissimi esempi, ricorderei solo alcuni passi particolarmente significative che esaltano il desiderio di conoscenza. Così, mentre "i sapienti rifulgeranno come lo splendore della distesa celeste ... e la conoscenza aumenterà" (Dan 12:3, 4), "nessuno è povero se non chi non ha conoscenza" (R. Abbaye in bNedarim 41a). L'ignoranza è condannata senza mezzi termini: "chi non impara perde la propria vita" (R. Hillel in Mishnà Avot 1:13). E ancora, "Un ebreo ignorante può essere stracciato come un pesce" (R. Yohanan ben Nappahà in bPesahim 49b), perché "la disgrazia viene soltanto a causa dell'ignoranza" (R. Yehudà ha-Nasì in bBava Batra 8a). Ne consegue che non dovremmo concedere "nessuna misericordia a chi è privo di conoscenza" (R. Ammì ben Natan, bBerakhot 33a), perché "senza conoscenza, come può esservi discernimento?" (Yehudà ha-Nasì, yBerakhot 5:2). La conoscenza è di tale suprema importanza che l'amorà del III secolo El`azar ben Pedat non esitava ad affermare che "con la vera conoscenza è come se il Tempio fosse edificato" (bSanhedrin 92a).

Un ultima osservazione. Gli alchimisti ebrei davano grande importanza all'apprendimento, non come fine a se stesso ma come mezzo per aiutare i propri simili. Per questo Abraham Eleazar (XIV secolo?), nel suo Uraltes chymisches Werck (Antichissima opera chimica) così ammonisce il neofita: "Impara e comincia a lavorare, perché i tuoi fratelli poveri siano redenti dalla paura ... Se non puoi lavorare, supplica il Signore che ti dia sapienza".



Arturo Schwarz è nato ad Alessandria d’Egitto il 3 febbraio 1924. Storico dell’arte, saggista, poeta e conferenziere, è autore di importanti opere sul surrealismo e il dadaismo; ha inoltre scritto libri e numerosi saggi sulla Kabbalah, sul tantrismo, sull’alchimia, sull’arte preistorica e tribale, sull’arte e la filosofia dell’Asia. Ancora adolescente, legge cinque libri che influenzeranno in modo determinante il suo sviluppo: l’Etica di Spinoza, Psicopatologia della vita quotidiana di Freud, il Manifesto di Marx, i Manifesti surrealisti e la raccolta di poesie Le Révolver à cheveux blancs di André Breton. Nel 1946 è tra i fondatori della sezione egiziana della Quarta Internazionale trotskista. Dopo aver subito vari arresti, nel maggio 1948 viene trasferito dalla prigione Hadra di Alessandria al campo di concentramento di Abukir. Nel febbraio 1949 viene siglato l’armistizio tra Egitto e Israele e, di conseguenza, Schwarz viene liberato nel mese di aprile ed espulso in Italia.Si stabilisce a Milano, dove, nell’aprile del 1952, avvia un’attività editoriale (conclusasi nel 1959) e pubblica, tra gli altri, testi di A. Breton, A. Einstein, D. Guérin, M. Nadeau, P. Naville, B. Péret e L. Trotsky. Tra gli italiani: G. Galli e L. Maitan. Importante anche il posto che la poesia occupa nella sua attività editoriale. Vengono pubblicati, tra gli altri, testi di R. Carrieri, F. Fortini, E. Isgrò, M. Luzi, A. Merini, E. Pagliarani, A. Porta, S. Quasimodo, R. Sanesi e G. Ungaretti. Dal 1954 nella sua libreria, che nel 1961 si trasforma in galleria, presenta (spesso è la prima mostra italiana) i protagonisti del Dadaismo e del Surrealismo, così come i nomi più significativi delle avanguardie storiche.Nel 1975 chiude la galleria per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e all’insegnamento.


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