TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 10 luglio 2010

Il Giappone al MAP di Savona



Il Museo di Arti Primarie di Savona (al piano superiore del Mercato Civico) ospita una interessante raccolta di opere giapponesi sospese tra artigianato tradizionale e arte.


Giuliano Arnaldi

La pelle dell'anima: Giappone



I boro (letteralmente stracci) sono il prodotto di un’azione artistica più che artigianale, austera e immaginifica, istintiva ma non casuale: legati autenticamente all’idea della vita di quel popolo, ma insieme ricchi di quella valenza archetipica che li fà sentire oggi di grande attualità.






Le Tairyo Bata sono delle rare bandiere di cotone - dipinte a mano - che venivano offerte ai proprietari dei pescherecci da parenti ed amici all’inizio della stagione come augurio per una fruttuosa pesca.
Di solito riportano il nome della barca, di chi le ha fatte realizzare, oltre ad una serie di frasi beneauguranti.
Vista la loro generosa dimensione, venivano originariamente utilizzate anche per comunicare tra barca e terraferma, ma in tempi più recenti solo durante il varo della barca o come elementi decorativi durante le celebrazione per il Nuovo Anno.



i Kimono dei pompieri di Tokio e le bamboline Oshie, pur con un linguaggio artistico a cui siamo più abituati ci sembrano in sintonia con l’idea - che abbiamo raccolto nella sezione “la pelle dell’anima” - di considerare i tessili pensati come segno di identità e di appartenenza una seconda pelle, appunto la pelle dell’anima.



giovedì 8 luglio 2010

Chi ha ucciso Guy Debord?



Alfonso Amendola

Chi ha ucciso Guy Debord?


Il primo assalto fu lanciato il 14 aprile 1958 all’Assemblea generale dei critici d’arte di Bruxelles: “Non avete più niente da dire. L’Internazionale Situazionista non lascerà alcuno spazio per voi. Vi faremo morire di fame”.
La mia costruzione comincia con una clamorosa frattura, quella del novembre del ‘52 quando dissi addio a Isidore Isou e al suo Lettrismo. Io ho occhi troppo profondi e urla sadiane che mi spingono verso l’oltre. Un oltre che ti racconto in fuori sincrono e dal fondo della sala. Io ti costruisco la mia Internazionale Situazionista e ti faccio cambiare pelle all’universo con la mia “critica totale del mondo esistente”. Io “bandito senza bandiere e poeta del sampietrino” (come scriverà di me Pino Bertelli)ho un solo nemico la “società borghese”… Tantissimo oggi è planimetria borghese… perché badate bene io – “dottore in niente”- so qual è il cancro ulceroso dell’esserci borghese (che ha il volto del capitale, ma anche del maoismo o dello stalinismo e della democrazia e di tutti i fascismi e anche di quell’autore di “spazzatura” di nome Sartre). E lo “status” borghese te lo combatto con le mie armi. Estreme. Come il mio cinema (oscuro e poco amato, eppure clarissimo et amabilissimo e sempre “irriducibile” lo definirà Enrico Ghezzi). Come i miei pochi, sferzanti, pamphlet. Come il mio plurisaccheggiato libro cult del ’67. Come la mia esistenza che dona rigore e vuole rigore. La mia arma è la mia solitudine. Il mio credo è il gesto fatale. E la mia mauvaise réputation è l’ulteriore attacco di un sistema che ti ho sgamato nelle viscere. E non parlatemi d’inconsapevolezza dell’inconscio perché io mando a fottere tutta la psicoanalisi cara ai francofortesi! E non parlatemi neppure di rivoluzione, rivoluzionari, caos sistemico e disordine insurrezionale…
Tanto io so bene che “la vittoria sarà di coloro che avranno saputo provocare il disordine senza amarlo”. E quindi al macero tutti i rivoluzionari di professione che amano, adorano e respirano nel nome del “disordine”. L’unica possibilità d’esistenza provocatoria è il saccheggio. Ecco perché la mia esistenza è tutta giocata sul détournement. E poi per chi come me è nato “al calar della notte” poco importa se il 30 novembre del 1994 mi sparo un colpo di fucile. E la faccio finita. Basta con questo trionfo del mediale e con questo delirante spostamento delle immagini sull’essere. Vi lascio quel che resta del “vero” (un ulteriore momento del falso nel “mondo capovolto”) e vi lascio tutti come beceri ed eterni “spettatori”. Lì immobili a guardare (senza vita e senza respiro, vestiti d’apparenza e falsificazione). Questo è l’unico vostro destino. Questo è il mio ultimo panegirico. Questa è la mia lacerante “premonizione”.
Ed ora, per favore, dissolvenza, separazione, on.

Off!



(Da: Tracce, Rivista multimediale di critica radicale, Autunno 2009, n. 29)

martedì 6 luglio 2010

Scrivere in provincia significa gettarsi nel vuoto



Cosa significa essere scrittore in provincia oggi. Nella Liguria dello scempio edilizio, della corruzione e del potere degli intoccabili. Prova a spiegarcelo Marino Magliani con questo intervento ripreso da Nazione Indiana, un sito molto stimolante che invitiamo tutti gli amici di Vento largo a visitare.

Marino Magliani

Scrivere in provincia significa gettarsi nel vuoto


Peccato non essere lì per dirvi la mia su cosa significa scrivere da una valle senza vie d’uscite se non quella della fuga. Abito in un posto da cui si vedono i ponti dell’autostrada, specie di cancello davanti al mare. Chi passa là sopra, guardando in lontananza le fiancate e gli affasciati e le pigne di case con le montagne a chiudere credo si faccia delle domande su chi vive in quelle case. A parte i crolli questa terra e questa lingua sono così da sempre, il centro rinnova, la provincia conserva diceva Mario Soldati.

Scrivo quando sono in Olanda, eppure scrittore lo sono soltanto tra queste pietre. Sopportato a fatica, in quanto uomo di lettere, poiché in vallata, si direbbe, non si legge mica, e allora non è neanche permesso parlarne di libri, senza che qualcuno ti faccia capire che sei fuori posto. Che la valle è casa loro, casa d’ altri. Come quel mare, diventato mare d’altri.

Eppure ti amano, ti dici, ti salutano tutti, un tempo eri addirittura popolare, eri quello che scappavi, in fondo, e ne parlavano, ma poi ti sei rovinato. Come hai potuto? Volevi anche far scappare le storie, mollar la Liguria. Ma come si fa a non raccontare la Liguria? Ci hai provato attraverso i rovi, a far scappare le storie, poi attraverso le grotte carsiche, le bestie raccontate con Pardini e i tempi in cui da bambino eri in collegio. E’ da allora che scappo dalla Liguria, ma le storie… forse quelle restano come compensazione.

Scrivere in provincia significa gettarsi nel vuoto, ti aggrappi di là – la sponda olandese per me – pianti le unghie come il ponte di Kafka, e hai imparato a non voltarti. Ma hai davvero imparato? Le pietre appuntite di sotto se la ridono.

Scrivere in Liguria significa averle sempre negli occhi le pietre appuntite, da sempre sotto gli occhi il sistema Scajola, dedicarci addirittura un libro che nessuno vedrà, raccontare di un mare che era il paradiso dei cetacei e ora non più, mare attraversato da battelli a tre piani e motoscafi, da moto acquatiche, da dragatori, mare predato dalle lobby, territorio pubblico regalato dal Comune ai Caltagirone affinché ci nasca il più grande porto turistico del mediterraneo, mare regalato ai furbi. La scrittura in provincia dovrebbe assomigliare a filo spinato, leggerla dovrebbe far male come se la mano stringesse il filo spinato e l’accompagnasse.

Scrivere in Liguria, coi suoi rischi ridicoli, qualche ubriacone fascista che si fa tenere quando ti incontra, il veto delle fiere, cosa da nulla.

Forse si può ancora scappare.

(Ripreso da: http://www.nazioneindiana.com/)






Marino Magliani (Dolcedo, Imperia, 1960), scrittore e traduttore, ha soggiornato a lungo in Spagna e in America Latina prima di stabilirsi in Olanda, dove attualmente vive e lavora. Ha pubblicato: L'estate dopo Marengo (Philobiblon 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007), Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), La tana degli alberibelli (Longanesi 2009) e, con Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010). Con La tana degli alberibelli ha vinto la prima edizione del Premio Frontiere-Biamonti "Pagine di Liguria".

domenica 4 luglio 2010

La Riviera ligure, 61/62. Flavia Steno




È in distribuzione il numero doppio 61/62 della rivista La Riviera ligure edita dalla Fondazione Mario Novaro. Il volume è dedicato all’opera della giornalista e scrittrice Flavia Steno, attiva a Genova nella prima metà del Novecento. Nella seconda parte del fascicolo Davide Puccini e Luigi Fenga ricordano l’amico Vico Faggi. Veronica Pesce, in attesa della pubblicazione in autunno dell’edizione critica del libro di versi 'Murmuri ed Echi' di Mario Novaro, di cui è curatrice, la introduce con un saggio.

sabato 3 luglio 2010

Esercizi di presente. Un libro sul '68 di Giuseppe Gozzini



Un tentativo di spiegare il '68 a chi non c'era. Esercizio di memoria o "esercizi di presente"?

Gianluca Paciucci

Esercizi di presente. Un libro sul '68 di Giuseppe Gozzini


Il volume di Giuseppe Gozzini, uscito nell'anno del quarantennale del 1968, si inserisce in un filone di pensiero che tenta di praticare il ricordo attivo di quell'anno fatidico e la trasmissione di quelle esperienze "a chi non c'era". L'aver scelto le due date del titolo come inizio e fine dell'evento, si presta a più di una lettura, e a possibili critiche, dato che ovviamente esistono un prima e un dopo deliberatamente ignorati dall'autore con la seguente giustificazione: "...Come data d'inizio abbiamo scelto il '67 (...). Aver incluso il '67 è sufficiente almeno per capire il periodo di maturazione immediatamente precedente all'esplosione sessantottesca: gli studenti italiani occupano e contestano ben prima del maggio francese. D'altro canto il '75, come data finale, sottolinea le differenze di cultura politica, forme espressive, comportamenti di lotta che separano il '68 dal '77. E' frutto del più nefasto revisionismo storico l'identificazione del '68 con il terrorismo, visto come lo sbocco naturale e inevitabile dei movimenti sociali..." (pp. 8-9). Per ragionare di una storia che 'non ha né inizio né fine', sono inevitabili dei tagli, pur nel continuum degli avvenimenti, con la consapevolezza che si tratta di tagli sempre arbitrari e intorno ai quali si giocano conflitti forti. Se fa meno male la data d'inizio, colpisce quella della fine, e lo slittamento di termini che corre dal '68 al '77, separandoli, e infine sostituendo l'ultima data con la parola 'terrorismo': siamo di fronte a una lettura 'angelizzante' del '68, e 'demonizzante' il '77, riducendolo a terrorismo, e a nient'altro -a poco valgono le affermazioni di p. 282, di negazione del dualismo tra le due date. Credo sia una lettura non accettabile, per il semplice motivo che la violenza, sempre desta nel ventre dei fascismi come in quelli di ogni movimento politico che azzardi il cambiamento o pratichi la reazione, o –ancor peggio- voglia mantenere l’ “ordine”- è parte dell'agire politico, ne è proprietà essenziale e quindi non accessoria in qualunque modo si manifesti, occulta o palese. E' vero che il '68 non fu solo "scontri, pestaggi, vandalismo, attentati, bombe, stragi, omicidi" (p. 8), ma fu anche questo, così come possiamo dire del '77, annus horribilis, ma anche festoso e fecondo, della nostra storia recente, anno di potere minacciato, anno di vera paura per chi si sentiva sul collo il fiato dell'espressione dei puri/impuri desideri, anno della possibilità disperata di un'altra vita, se non di un'altra storia. Anno di fondazione, nel quotidiano, della biopolitica, e di inizio della crisi verticale di tutte le sinistre 'storiche'. Il 'maggio lungo dieci anni' (1968-1977), di cui parla Erri De Luca, forse permette una interpretazione meno rigida delle vicende di quegli anni.


Jorn, Manifesti del Maggio 68

Così come è iniziata, questa recensione potrebbe sembrare antipatizzante nei confronti del testo di Gozzini, cosa che non è. Contestarne la cronologia non impedisce di vedere gli immensi pregi del libro, che si propone come soggetto di studio fondato su una "cronistoria" in due parti, " '68 Mondo" e " '68 Italia", concluse da due analisi (rispettivamente di Edoarda Masi e di Piergiorgio Bellocchio) con all'interno di entrambe una serie di sezioni tematiche, testi di altri autori (Camilla Cederna, Franco Fortini, Carlo Oliva e Bruno Ambrosi) e "Appendici" a chiudere il volume. C'è molto da imparare dalle pagine di Gozzini, che non costituiscono un semplice "bigino", come l'autore ironicamente scrive (p. 281), ma che sono un tentativo di elaborare un libro-rete, un libro ancora cartaceo che però permette di spostarsi da una sezione all'altra, se non con un clic, almeno con uno sfogliare di dita agili e appunti mentali, non obbligando a una lettura progressiva.
Passiamo oltre il “ '68 mondo”, che peraltro consente di disegnare il contesto di un diffuso estremismo/teppismo del potere (Vietnam, Cecoslovacchia, Cina, Americhe...), e occupiamoci dell'Italia. Dal 1968-'69, 'biennio rosso' di studenti e operai, alla 'controrivoluzione preventiva' delle stragi di Stato (a partire dal 12 dicembre del 1969, indimenticato buio costitutivo della Repubblica), dalla controinformazione alle varie forme di controcultura: tutto quanto si è agitato in quegli anni è vagliato e proposto dall'autore con intelligenza. E se la cronologia dei 'grandi eventi', pur doverosa e impeccabile, poco aggiunge di nuovo -non dimentichiamo, però, lo scopo didattico del volume-, di grandissimo interesse risultano i capitoli dedicati ai numerosi fronti di lotta che, da sempre percepiti come 'impolitici', divennero inedite trincee di conflitti, là dove l'avversario non pensava che potessero sorgere vertenze o innalzarsi barricate. L'aver deciso quali dovessero essere i luoghi e i tempi delle lotte, invece di accettare le compatibilità del sistema, è sicuramente il contributo più vigoroso del '68 alla storia e all'attualità politica. Campo di battaglia diventano la scuola, la chiesa, la casa (e la santa proprietà privata), il ventre delle donne (di cui ogni singola donna rivendica il possesso), l'ospedale psichiatrico, la caserma e il carcere. Se in fabbrica -grazie anche alla forza poderosa che la 'rude razza pagana' degli operai e delle operaie dava a partiti e sindacati- il nemico sapeva di doversi battere per contrastare la presa del potere da parte delle tute blu in massa radicalizzate, negli altri luoghi, invece, esso si trovò spiazzato e incapace di reagire. Molto impiegò per farlo, e mai completamente vittorioso, se segmenti di opposizione ancora si annidano ovunque, dal 1978 a oggi, come marrani in attesa del momento buono per ri/vendicare un'altra via.
Dà importanti elementi di riflessione l'intervento di Carlo Oliva, alle pp. 210-211: "...Il fatto è che gli insegnanti incarnavano (e incarnano) l'ambiguità di fondo della scuola: tipico strumento d'integrazione, di trasmissione dei valori accettati e di formazione del consenso -tipico oggetto, quindi, di contestazione e di rifiuto- e, nello stesso tempo, servizio di cui non si può fare a meno, a nessun livello. Dal punto di vista delle masse popolari (...) la scuola è persino una conquista da difendere...": uno dei cardini della trasmissione del sapere, ovvero della costruzione dei ripetuti presenti in cui si vive, mostra l'ambiguità di ogni azione nella storia, sempre tesa tra rafforzamento dello stato delle cose e sua globale contestazione, l'uno dipendente dall'altra, tra magre riforme e ancor più scheletriche rivoluzioni. Sconfitta del '68: nella scuola guai, oggi, a 'far politica', qualora si sapesse ancora farne; e invece quante contrapposizioni frontali, allora, quante scelte di vita, quante vite anche perse dietro estenuanti conflitti per mense, qualità e quantità dell'insegnamento, edilizia scolastica, etc. E sconfitta in tutti gli altri settori, in tutti gli altri campi di battaglia: la controcultura diventata feticcio alla moda o rivisitazione postmoderna di stili e icone; le chiese, rivitalizzate dal movimento conciliare, ridotte a fortini della più squallida reazione cattolica; la casa, in questo Paese di proprietari che dicono sia l'Italia, diventata luogo di chiusure e di successo (il mattone è, ancora oggi, luogo di investimenti, speculazioni e abusivismo premiato), tutto tranne che un 'diritto'; il ventre delle donne diventato luogo per scontri ormai postideologici, e di concreti interessi bipartisan a accaparrarsi fondi per cliniche private e potere dei nuovi santoni, in Vaticano e a Montecitorio, e nell'Italia delle virtuose/melmose 'cento città'; l'ospedale psichiatrico, prossima tappa della ridefinizione dei ruoli (normalità/anormalità, e nuovi invalicabili confini); caserma e carcere come luoghi per ben pagati patrioti, il primo, e per vendette sociali di nuova generazione, il secondo.


Jorn, Manifesti del Maggio '68

"CASERMA FABBRICA SCUOLA – LA LOTTA E' UNA SOLA".

In questo slogan si concentra la capacità collettiva del '68 di individuare insospettate trame di sfruttamento e di possibili liberazioni. Geniale, irripetibile, forse, la stagione dei Proletari in divisa, "giornale e insieme movimento di Lotta Continua" (p. 265): "...La presenza capillare di una fitta rete di corrispondenti in oltre 40 caserme su tutto il territorio nazionale garantisce l'afflusso di notizie di prima mano (e di una montagna di lettere al giornale) sulle condizioni di vita sotto la naja: cibo pessimo, assistenza sanitaria indecente, sovraffollamento delle camerate, paga ridicola, regolamento di disciplina antiquato, proibizione di leggere la stampa di sinistra..." -mentre, aggiungiamo noi, l'aberrante 'boia chi molla – è il grido di battaglia' poteva echeggiare impunemente nelle camerate delle caserme di mezza Italia, spesso lanciato da ufficiali e sottufficiali, sempre felloni, pronti a servire avventure politiche violentemente antipopolari. Gozzini ci rimette sotto gli occhi la forza immensa di gente senza nome, e 'singolare' proprio per questo, e ci rimanda alle immagini di quegli anni, magari a quelle girate da Silvano Agosti, con migliaia di 'proletari in divisa' per le strade di Roma, sciarpe o fazzoletti sul volto, e pugni chiusi. Ottusi stalinisti e fanatici di piazza?, o semplicemente, invece, l'intravista fine delle istituzioni separate, il sogno della trasparenza e della democrazia reale anche nei luoghi sacri della separazione: non caserme/fabbriche/scuole di 'vetro', come una propaganda ambigua vorrebbe predicare ancora oggi, ma luoghi liberati dal potere in nome del potere nuovo di chi osò dire 'basta' alla riproduzione cieca dello status quo. E poi gli altri sessi, le altre nomadi metà del cielo (questo cos'è: puro '68, o annuncio della disintegrazione settantasettina?), "la battaglia per l'aborto e i movimenti femministi" (pagine molto, molto importanti, da 249 a 257). L'indimenticabile -oggi più che mai- Sputiamo su Hegel: la donna clitoridea e la donna vaginale, una raccolta di interventi a cura di Carla Lonzi: "...la donna non va definita in rapporto all'uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. L'uomo non è il modello al quale adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna. L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna ai più alti livelli..."; e quella foto che Gozzini riporta a pag. 251, donne schierate con tamburi slogan e fischietti, e la didascalia: "Operaie in piazza senza più l' 'egemonia' maschile: un evento impensabile fino a qualche anno prima"... Più avanti, ci penseranno muscolosi virili servizi d'ordine di compagni disturbati a riportare all'ordine l'insubordinazione femminile, caricando cortei di compagne e aprendo la via allo smarrimento/fallimento sia dell'emancipazione sia della differenza, per arrivare alla regressione attuale fatta di ridicole concessioni dall'alto,oggi viste come sola possibilità di ottenere spazi e riconoscenza.
Occorre dire grazie a questo volume -ecco perché questo nostro scritto in realtà simpatizza apertamente con il libro di Gozzini, e si scusa del polemico inizio-, per la sostanziosa quantità di materiale messo a disposizione, quasi sine ira et studio, ma con passione calma e implacabile, nella certezza che possa servire a tutte e a tutti noi, in una fase storica in cui sul '68 si riversano tonnellate di fango. Che illustri fabbricanti d'opinione sentano ancora il bisogno di 'sputare sul '68', oggi, è segno della vitalità di quell'anno; che poche e pochi pensino, senza avvilenti nostalgie, di riprendere in mano la bandiera di quel maggio sventolata da Caroline de Bendern (foto riprodotta a p. 12) è segno della nostra realizzata viltà.


(Da: Guerre & Pace, n.159, giugno-luglio 2010)





Giuseppe Gozzini
Esercizi di memoria. Il '68 visto dal basso
Sussidio didattico per chi non c'era. Cronologie 1967-1975
Asterios, 2008
€ 25.00



Gianluca Paciucci è nato a Rieti nel 1960. Laureato in Lettere, è insegnante nelle Scuole medie superiori dal 1985. Come operatore culturale ha lavorato e lavora tra Rieti, Nizza e Ventimiglia; in questa città è stato presidente del Circolo “Pier Paolo Pasolini” dal 1996 al 2001. Dal 2002 al 2006 ha svolto la funzione di Lettore con incarichi extra-accademici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Sarajevo, e presso l’Ambasciata d’Italia in Bosnia Erzegovina, come Responsabile dell'Ufficio culturale. In questa veste è stato tra i creatori degli Incontri internazionali di Poesia di Sarajevo. Ha pubblicato tre raccolte di versi, Fonte fosca (Rieti, 1990), Omissioni (Banja Luka, 2004), e Erose forze d'eros (Roma, 2009); suoi testi sono usciti nell’ “Almanacco Odradek”. Dal 1998 è redattore del periodico “Guerre&Pace”. Collabora con le case editrici Infinito, Multimedia e con la "Casa della Poesia".

venerdì 2 luglio 2010

Biamonti, una voce fuori dal tempo


Ancora un articolo su Francesco Biamonti, che ci permette di comprendere meglio la singolarità di questo grande scrittore, ancora troppo spesso sbrigativamente etichettato come autore in qualche modo "regionale".

Jacqueline Risset

Biamonti, una voce fuori dal tempo. Che leggeva il presente


Sembra che a tre anni della sua scomparsa si riesca a vedere Francesco Biamonti un po' più nitidamente, ad afferrarne la singolarità, la insostituibilità. I suoi romanzi - quattro, e uno incompiuto pubblicato l' anno scorso, sotto il titolo Il silenzio - sono stati spesso definiti «poetici», «antirealistici», «metafisici». Ma è proprio così? Poeta, solitario e inattuale, lo era di certo. Nella conversazione si esprimeva attraverso frasi aeree, «petites phrases» proustiane, che pronunciava con voce riservata, mite, quasi a preservare nell' amicizia, lo spazio dell' intimo e dell' oggettivo insieme. «Romanzo-paesaggio», così Italo Calvino chiamava L' Angelo di Avrigue, il primo racconto, «fatto soprattutto di cose non-dette e di silenzi». Vento largo, Attesa sul mare, Le parole e la notte, e infine Il silenzio, confermano, già nei titoli, la direzione percepita da Calvino. In quelle pagine la luce del mare si estende sulle colline dell' entroterra, dove i personaggi che si incontrano, scambiano frasi brevi, dialoghi enigmatici e sospesi - formule che evocano i ritmi antichi della vita e rispondono allusivamente alle interrogazioni che li tormentano... Ma la poesia in lui non era un elemento aggiunto, un abbellimento, e ancor meno una fuga del reale. Era l' aspetto che prendeva nel suo linguaggio l' enigma della vita. Il romanzo, in quanto genere letterario, è il più libero di tutti, il più capace di includere tutto, e in particolare il mistero, il non risolto. Faulkner diceva che il romanzo per eccellenza era il romanzo poliziesco. Un' enigma da sciogliere e che non sempre si scioglie. Nei romanzi di Francesco Biamonti, dove la componente dell' intrigo è minimo, spesso viene alla luce un nodo poliziesco che non si risolve o si risolve in modo derisorio. Andrea Zanzotto diceva che la funzione della poesia è quella di mantenere «il tasso di enigmaticità nel mondo». Anche i romanzieri a volte attendono a questa funzione. È noto - lo ha affermato in numerose interviste - quanto contassero per lui la cultura e la letteratura francese, per un ligure che avvertiva profondamente la continuità di quella regione mediterranea artificialmente divisa da frontiere. Il mestiere del passeur, oltre quello del marinaio, appartiene ai suoi protagonisti («è un lavoro leggero, il più leggero del mondo» dice il narratore di Vento largo - lavoro silenzioso e ribelle, che non lascia tracce e apre porte a vite imprigionate). Gli piaceva la tradizione di libertà della cultura francese, la sua universalità settecentesca, il senso di eticità e insieme di interrogazione che trovava in Char o in Blanchot. Era anche vicino a scrittori di derivazione nervaliana e simbolista (Maeterkinck, Alain Fournier, ecc...). A Nerval per il rapporto malinconico coi luoghi amati (le foreste notturne tra Chantilly e Ermenonville, le colline di ulivi e villaggi abbandonati tra Liguria e Provenza) e per le figure femminili piene di una grazia enigmatica, fiere e imprendibili come eroine dell' Ariosto, oniriche come Sylvie e Aurelia. Peraltro, come accade nei racconti fortemente antirealistici, i romanzi di Biamonti hanno il potere di suscitare un' immagine stranamente concreta della regione, città o paese, che egli descrive, senza neanche preoccuparsi di descrivere. E non perché utilizza, di fronte ai paesaggi, l' estrema precisione del linguaggio tecnico dell' orticoltura, ma perché, attraverso i paesaggi nei loro lievi cambiamenti così come nelle loro radicali metamorfosi, percepisce e fa percepire al lettore, i mutamenti epocali, storici. Questo solitario inattuale era in realtà un acuto lettore del presente, e un decifratore dei segni del futuro che si prepara. In Attesa sul mare, mare e luce non erano personaggi centrali. Lo erano le vittime di una guerra insensata. Un uomo, in Bosnia, dice al capitano della nave: «Abbiamo scatenato forze che non possiamo più controllare, le nostre radici affondano dentro un male di secoli». La voce diretta di Biamonti - colta in un' intervista del ' 99, che indicava il suo cammino nella scrittura - era più cupa ancora: «Sto cercando di affrontare la realtà del nostro tempo, senza più consolazioni, soltanto facendo la musica delle parole stesse... Voglio andare nel cuore dell' uomo, nel suo inferno, musicalmente». E ancora, «Nei miei romanzi la natura è metamorfica, lo spazio è inficiato, il tempo è malato e il mondo è su un abisso». Quella voce, quella voce musicale, occorre ascoltarla ancora.

(Da: Il Corriere della Sera, 17 dicembre 2004)


Jacqueline Risset è saggista e poeta. Ha insegnato Letteratura Francese all’Università di Roma Tre. Ha tradotto in francese La Divina Commedia (1985-1990). Tra i suoi saggi, ricordiamo: Dante. Una vita (1975), Dante scrittore (1984), La letteratura e il suo doppio (1992), Il silenzio delle sirene (2006), Traduction et mémoire poétique (2007). Tra i suoi testi poetici: Amor di lontano (1993) e Les Instants (2000).

giovedì 1 luglio 2010

"Senza titolo" performance art di ice dog