TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 12 febbraio 2017

Uomini e lupi


Non è difficile andando in montagna incontrare tracce del lupo. A noi è capitato, ed è stata un'esperienza strana, come assistere al riemergere alla luce di una parte del nostro inconscio. Perchè il rapporto millenario di amore/odio con il lupo fa parte della storia della nostra specie. Proprio per questo il problema della presenza del lupo di nuovo vicino a noi va affrontato con grande equilibrio.


Valeria Salvatori

Un predatore di gran successo

Il lupo fa parte del nostro patrimonio naturale: da sempre presente in tutta Europa, in Italia è stato vicino all’estinzione negli anni 70. La sua capacità adattativa, il suo opportunismo, insieme ad altri fattori come l’abbandono delle campagne, il ripopolamento – naturale o indotto dall’uomo – dei boschi da parte delle sue prede selvatiche, essenzialmente cinghiale e capriolo, e la protezione totale dal 1971, gli hanno permesso di riprendersi i territori da cui era stato sterminato, spingendosi anche oltre.

Il lupo non è solo nei nostri boschi, ma ovunque: nel nostro immaginario, nei libri delle favole, nei dipinti, nella mitologia. Perché fa parte del nostro patrimonio culturale e ha plasmato alcune delle nostre abitudini: in Abruzzo, ad esempio, mai si può pensare di avviare un’attività zootecnica senza prevedere misure per proteggere il bestiame dagli attacchi del lupo. Condiziona perciò anche il nostro lavoro.

Ultimamente, ha avuto grande spazio nel dibattito pubblico, perché si discute sull’accettabilità di un documento che dovrebbe fornire indicazioni ai gestori del nostro territorio: cosa fare quando il lupo è presente nei territori che dobbiamo governare? Non sempre la risposta è lineare e, anzi, si potrebbe dire che in rari casi ne esista una giusta. 



La verità è che il lupo fa il suo lavoro: il predatore. E lo sa fare molto bene, perché si adatta a predare animali diversi, con il minor dispendio energetico possibile, vive in gruppi con una struttura sociale definita, di tipo familiare e gerarchico, e questo gli consente di essere vincente. Quando negli anni ’70 cominciò la campagna per la sua protezione si paventava la scomparsa di un animale fiero ed elusivo, che abitava segretamente i nostri boschi. Oggi la sua elusività sembra essere diminuita, se ne vedono sempre più di frequente, anche perché la persecuzione da parte dei «lupari» è terminata da ormai mezzo secolo.

L’interazione con l’uomo risale alla preistoria, quando uomo e lupo erano entrambi cacciatori di prede di medie-grandi dimensioni. La qualità dell’interazione varia a seconda delle culture e dei momenti storici ed evolutivi: da simbolo spirituale che infonde forza, simbolo mitologico nelle società greca e romana ad animale nocivo da sterminare. Il passaggio dalla cultura della cacciagione a quella agricola e pastorale ha determinato un profondo cambiamento della posizione del lupo nella sfera della nostra percezione.

La pastorizia, nell’economia delle antiche società, era fondamentale per la sopravvivenza delle diverse comunità. Non si poteva permettere al lupo di minacciare un’attività così importante e per questo non si è esitato a dare avvio a campagne di sterminio tramite i lupari, esperti cacciatori, che venivano pagati per offrire un utile servizio alla società, eliminando la minaccia. Poi le cose sono cambiate: nell’ultimo secolo si è cominciato a considerare il lupo una specie interessante da studiare, e nel 1940 si è cominciato a parlare di una sua reintroduzione nel parco Nazionale di Yellowstone, in Nord America, poi avvenuta nel 1995 e ad oggi unico esempio al mondo di reintroduzione nella storia della conservazione del lupo.


Quando nel 1971 è stato dichiarato specie protetta, in Italia non si contavano più di 100 esemplari, concentrati perlopiù sulle montagne dell’Appennino centrale. Il Wwf in prima linea, insieme a tante altre associazioni ambientaliste, hanno promosso azioni che garantissero la sopravvivenza di questo predatore.

Nel 1992 l’Unione Europea lo ha inserito nella lista delle specie di interesse comunitario, dichiarandola specie prioritaria, e ha posto come obiettivo quello di raggiungere uno «stato di conservazione soddisfacente». Niente di più vago! Esistono dei criteri generali per stabilire se lo stato di conservazione sia soddisfacente, ma sono passibili di interpretazione, non sempre univoca. Nel 2008 si è tentato un approccio che potesse facilitare l’interpretazione dello stato di conservazione soddisfacente: il concetto di popolazione. Nel frattempo diverse iniziative continuavano a essere portate avanti con impiego di risorse ma senza un obiettivo preciso. Si contribuiva alla protezione – all’inizio – e alla conservazione – dopo – del lupo. Dalla protezione si è passati a parlare di conservazione, termine che implica una certa dose di dinamismo, considerando le interazioni che la specie ha con l’ambiente in cui vive.

Quando si chiama in causa la conservazione di una specie non c’è spazio per soffermarsi alle attenzioni verso il singolo individuo: si parla di patrimonio genetico, di garantire la sopravvivenza di un gruppo sufficientemente ampio di individui per preservare la stabilità genetica della specie e del suo ruolo nell’ambiente. Ma l’ambiente in cui vive il lupo include l’uomo e alcune attività economiche possono essere influenzate dalla sua presenza: non si può pensare di conservare il lupo senza considerare il suo ruolo e il suo impatto sulle economie locali.


Oggi, dopo circa 40 anni, stiamo assistendo a un successo che ha pochi precedenti. Possiamo affermarlo perché abbiamo indicazioni da diverse fonti che il lupo sia presente in quasi tutto l’Appennino e le Alpi occidentali, non perché siamo in grado di dire con certezza di quanto sia cresciuta la popolazione. In tutti questi anni sono state portate avanti iniziative per facilitare la protezione del lupo, ma sono state localizzate e di durata limitata e non c’è mai stata una strategia nazionale a lungo termine con obiettivi ragionati. Quando si ha un problema e si decide di intervenire, bisognerebbe prima di tutto stabilire cosa fare e quali risultati si vogliano raggiungere.

Quali sono le minacce per la specie oggi? Il lupo è adattabile e può vivere in tanti ambienti diversi, ma ha bisogno di aree particolari in cui stabilire la sua tana nei momenti di riproduzione. È poi talmente adattabile che può accoppiarsi con i cani producendo una prole fertile, che potrebbe non garantire il mantenimento del patrimonio genetico caratteristico della specie: dobbiamo controllare la presenza dei cani vaganti sul territorio.

Il lupo preda gli animali domestici, di solito più facilmente di quelli selvatici, se non sono ben custoditi: non possiamo permettere che questo intacchi la sopravvivenza delle attività lavorative di alcuni di noi. Il lupo può suscitare voglia di rivalsa e sentimenti di rabbia che portano a gesti deplorevoli come il bracconaggio: tali gesti devono essere condannati, ma le persone non devono essere spinte all’esasperazione. Dobbiamo tutti fare uno sforzo perché non possiamo permetterci di perdere il lupo.

Esistono esempi virtuosi di iniziative che vanno in questa direzione. Il contributo dei progetti Life, cofinanziati dall’Unione Europea è importante. Oggi il progetto Life medwolf (life11nat/it/069) lavora a Grosseto per fornire assistenza agli allevatori impreparati a dotarsi degli strumenti più adeguati, ma quanto lavoro in più richiede?


Tutti vogliamo il lupo, dovremmo però essere sensibili di fronte alle difficoltà degli allevatori che ci convivono. Life Mirco-lupo (Life13nat/it/728) cerca faticosamente di impedire che l’ibridazione con i cani domestici nei parchi nazionali dell’Appennino tosco emiliano e del Gran Sasso e Monti della Laga.

Ma quanto costa alla società la cattura e la sterilizzazione degli ibridi? Non sarebbe più semplice tenere sotto controllo i nostri cani domestici, evitando occasioni di incrocio? Il progetto Life ibriwolf (life10nat/it/265) ha trasferito gli esemplari ibridi catturati in centri di recupero per evitare che causassero danni al patrimonio zootecnico. Non sarebbe più facile scongiurare l’incontro cane-lupo, magari mettendo dei collari con Gps ai nostri cani (spesso i cacciatori lo fanno)?

Il progetto Life wolfalps (life12nat/it/807) promuove il monitoraggio, la protezione del bestiame e la valorizzazione turistica del paesaggio, anche in quelle aree di recente apparizione del lupo, mentre il Life pluto (life13nat/it/311) prevede la formazione di nuclei cinofili antiveleno. Ma in situazioni non più gestibili, forse un’azione di intervento gestionale estremo, come il prelievo, può essere una soluzione valida. Non senza prima aver tentato, con tutte le risorse possibili, di evitarlo.


Il Manifesto – 5 febbraio 2017