TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 14 febbraio 2017

Occidente senza utopie


Per cambiare il mondo occorre prima pensarne uno differente. In questo sta il carattere profetico del pensiero utopico. Ma oggi chi è in grado di pensare un futuro che non sia la ripetizione in peggio del presente? Un saggio di Massimo Cacciari e Paolo Prodi (recentemente scomparso) analizza la crisi della società attraverso il declino proprio delle categorie di “profezia” e “utopia”

Roberto Esposito

Guida al nuovo occidente che ha perduto l’idea di futuro



In molti oggi parlano di crisi dell’Europa e dell’Occidente. Ma ben pochi risalgono alla sua origine scavando tanto a fondo nel corpo della nostra tradizione, come fanno Massimo Cacciari e Paolo Prodi nel loro Occidente senza utopie (il Mulino). Ciò che, pur nella diversità degli strumenti, incrocia i loro sguardi è da un lato il rifiuto di categorie lineari come quella di laicizzazione; dall’altra il coraggio di dichiarare il fallimento del progetto moderno. La grande tradizione che è nata dalla tensione tra Atene e Gerusalemme e che, attraverso Roma, è sfociata nel diritto pubblico europeo, è arrivata a termine e non è possibile riattivarla, se non passando per la piena consapevolezza di quanto è accaduto. Se non si ha la forza, come scrive Paul Valéry, di fissare gli spettri che ci lasciamo alle spalle, non basteranno incontri di vertice o rifondazioni istituzionali per riprendere quel cammino interrotto.

I due paradigmi su cui gli autori misurano la distanza che separa il presente dalle sue radici, sono quelli di profezia e di utopia. Senza la potenza critica che hanno sprigionato nei secoli, alla nostra civiltà mancherebbe un lievito decisivo. Eppure il loro orizzonte è stato profondamente diverso. La profezia – al centro del saggio di Prodi – ha espresso una critica del potere che ha aperto lo spazio di libertà per la creazione della democrazia. È lo spirito profetico che per la prima volta, in Israele, ha separato il sacro dal politico, rompendo l’identificazione teologico- politica tra potere e legge. Profeta è colui che, da un punto marginale, ha l’autorità per contestare il potere regale e sacerdotale.

Il divieto ebraico di pronunciare il nome di Dio va inteso anche come difesa da ogni indebita sacralizzazione del potere. Ma anche la distinzione cristiana tra quel che è di Cesare e quel che è di Dio conserva, fino a un certo momento, la distinzione. Tuttavia la figura del profeta non resiste a lungo. Già ridotta nel Medioevo a quella del predicatore, è presto espulsa fuori dall’“accampamento” cristiano, nelle frange ereticali. Tradotta in un impossibile progetto politico da Savonarola, a partire da fine Settecento si fa da un lato anelito rivoluzionario e dall’altro contatto personale con Dio. Dopo la parentesi dei totalitarismi, interpretabili come forme perverse di religione politica, nell’attuale dominio della finanza globale sembra venuto meno ogni impulso profetico. E con esso l’anima stessa dell’Occidente.

Un percorso diverso, ma altrettanto esaurito, quello dell’utopia, ricostruito genealogicamente da Cacciari. Intanto essa non va confusa con le mitologie, antiche e medioevali, di ritorno alle origini. L’utopia si strappa dal passato per radicarsi nel proprio tempo con la potenza di un progetto volto al futuro. Da qui il rilievo che in essa hanno la scienza e la tecnica. Se si passa dall’Utopia di Moro alla Città del sole di Campanella, alla Nuova Atlantide di Bacone, questo elemento costruttivo, sistematico, viene sempre più in primo piano.



Organizzazione economica, incremento del sapere e tolleranza religiosa sono le precondizioni di una società armonica e pacifica. Ma è proprio questo progetto di neutralizzazione dei conflitti a entrare presto in contrasto con la realtà altamente conflittuale dell’Europa moderna. Non solo la politica, ma anche lo sviluppo dell’economia e della scienza passano per un continuo susseguirsi di crisi che rompono ogni immagine di armonia.

Se le utopie ottocentesche di Fourier e Proudhon presuppongono la crisi della forma-Stato, Marx mette impietosamente a nudo il carattere ideologico dell’utopia. Mentre ancora Bloch persegue una proiezione salvifica verso il futuro, Benjamin revoca in causa ogni modello progressivo. Contro il principio- speranza di Bloch e la coscienza di classe di Lukács, egli nega che la redenzione possa passare per la prassi. Solo l’irrompere del divino nella storia può produrre novità radicale.

Ormai l’idea di rivoluzione implode su se stessa insieme a quella di riforma. La via per il futuro è sbarrata. E dunque cosa resta da fare? La risposta di Cacciari, già da tempo avanzata, è quella di un dualismo assoluto. Autonomia del politico, sempre più ridotto a tecnica amministrativa, da un lato. E attesa di un Dio impossibile dall’altro. Weber e Wittgenstein: limpidezza dello sguardo e sobrietà delle parole. Tra i due, l’ascolto dei segni enigmatici con cui il Nuovo può sempre annunciarsi.

La Repubblica – 13 settembre 2016

Massimo Cacciari e Paolo Prodi
Occidente senza utopie
il Mulino
euro 14  

Moro e i segreti della Repubblica


Molti associano la tragica morte di Moro alla sua apertura al PCI a metà degli anni '70. Noi pensiamo invece che il destino di Moro iniziò a cambiare quando dopo Piazza Fontana si oppose alla dichiarazione dello stato di emergenza, cioè al golpe “istituzionale” che con l'appoggio dell'amministrazione Nixon doveva fermare le lotte operaie e l'ascesa elettorale del PCI. In sostanza lo scontro fu tra chi voleva fermare il PCI con qualunque mezzo (strategia della tensione, stragismo) e chi, come Moro, in nome di un anticomunismo rispettoso delle istituzioni democratiche, intendeva svuotarne la possibile carica eversiva (rapporto con l'URSS) con l'arte della mediazione e del progressivo inserimento nel sistema (come nel caso del PSI di Nenni). Fu uno scontro nei palazzi del potere che segnò tutti gli anni '70 e costò qualche centinaio di morti (compreso lo stesso Moro) tra stragi nere e terrorismo rosso. Il PCI fu bloccato e con lui più che lo spettro del comunismo (inesistente) ogni ipotesi di riforma democratica del Paese . L'Italia restava ferma nei suoi problemi, mentre il mondo si metteva a correre. Il risultato furono i governi Craxi-Berlusconi-Renzi e i disastri attuali. Per questo ripensare il percorso politico di Moro non è un'operazione meramente storiografica.

Gianpasquale Santomassimo

La determinazione del grande mediatore


Il centenario della nascita di Aldo Moro ha dato vita a ricostruzioni e ripensamenti che hanno consentito di andare oltre il «caso Moro», ossia di superare l’attenzione esclusiva ai «misteri» veri o presunti della sua tragica fine, che pure resta inevitabilmente il nucleo dell’attenzione prevalente dell’opinione pubblica attorno alla sua figura. Riemerge così la valutazione della sua dimensione politica, che è quella di uno dei grandi e indiscussi protagonisti della storia repubblicana. 

Tra i libri usciti di recente, quello di Massimo Mastrogregori (Moro, Salerno Editrice, pp. 439, euro 26) si presenta come una biografia complessiva, non solo politica, che assegna eguale spazio alla trattazione della sua formazione e maturazione come all’esplicarsi pieno della sua attività di uomo di partito e di governo.

Si parte dall’affermazione che nella sua personalità vi sia «qualcosa di enigmatico»; che rimane tuttora, e che contrasta col modo che abbiamo acquisito di intendere e immaginare oggi i leaders politici. 

Innanzitutto era un personaggio assai poco «televisivo», che rifiutava di essere truccato prima delle tribune politiche, appariva impacciato e mai sintetico nell’esposizione dei concetti (nei comizi era molto più comprensibile, ma il suo tono era pur sempre quello di un conferenziere più che di un tribuno). Non conosceva le lingue, tranne il francese e un po’ di tedesco «tecnico» dei libri giuridici. Eppure fu a lungo ministro degli Esteri, con risultati notevoli, e in quella veste viaggiò in tutto il mondo (ovunque, tranne che in America Latina). Non guidava l’automobile. Si rifugiava al cinema (prediligendo, come sappiamo, western) quando era troppo oppresso da un’agenda pesante di impegni. 

Riuscì a mantenere costantemente una doppia vita: politico e docente universitario, impegno quest’ultimo assolto fino alla fine con scrupolo e con grande capacità di ascolto. E proprio la capacità di ascolto sembra uno dei tratti distintivi della sua personalità, e sono in molti a ricordare i suoi lunghi silenzi nei colloqui con i collaboratori, sempre ricevuti singolarmente e mai in gruppo, come pure il prendere la parola per ultimo nelle riunioni politiche, dopo aver ascoltato tutti, proponendo una «linea» di mediazione accettabile. 

La sua formazione era avvenuta nelle strutture laicali della Chiesa, nelle peregrinazioni della sua famiglia tra Maglie, Potenza, Taranto e Bari. Dirigente della Fuci e dell’Azione Cattolica, in rapporto con monsignor Montini, aveva osservato un blando filofascismo, senza lo zelo di un Fanfani, ma la sua visione del mondo, come quella di gran parte degli italiani, era stata terremotata dalla catastrofe del 1943. 


L’approdo alla Democrazia Cristiana era stato tormentato, per l’ostilità anche generazionale da parte dei vecchi popolari, e si dice avesse svolto approcci anche con i socialisti e addirittura con i comunisti.

Ma una volta eletto all’Assemblea Costituente diverrà uno dei protagonisti della giovane generazione cattolica nell’intenso lavorio che avrebbe portato all’elaborazione della Carta, apprezzato anche da Togliatti per la sua opera di intelligente mediazione. 

E proprio come grande mediatore era destinato ad affermarsi nella Dc, nei ruoli politici e di governo ricoperti nel corso del tempo, fino alla sua ascesa alla segretaria del partito e dal 1963 alla guida del primo centro-sinistra «organico». 

Un grande mediatore, ma anche uomo fermo nel suo proposito di fondo, che sarà sempre l’immissione delle masse nello Stato, prima con l’inclusione dei socialisti nell’area di governo, poi ponendosi il compito più arduo dello stabilire un rapporto con i comunisti. Con un corollario sostanziale, però: mantenere l’unità di tutta la Dc, che era condizione preliminare per esplicare quella strategia. Negli ultimi giorni della sua vita si trovò a ripetere spesso la frase: «il destino non è più nelle nostre mani», ma si trattava in realtà della accentuazione di una consapevolezza che aveva sempre avuto, e non aveva mai assecondato l’idea di una autosufficienza del partito cattolico nella gestione del paese. 

Mastrogregori individua due fasi distinte nella sua attività politica, e situa il tornante nel 1968. Personalmente, ricordo di aver letto con sorpresa i suoi editoriali sul «Giorno» in quell’anno, che evidenziavano – e da parte del Presidente del Consiglio in carica – attenzione e comprensione molto diverse rispetto al modo di porsi di gran parte del quadro politico di governo. Fu quello nella vita di Moro un momento di svolta che aprì una fase nuova, che lo portò a una valutazione estremamente sensibile di quanto di nuovo si muoveva nella società, a una «strategia dell’attenzione» nei confronti del Pci, e a divenire oppositore interno nel suo partito, assumendo di fatto la leadership della composita sinistra democristiana.


«I problemi… – scriveva a Piero Pratesi nel febbraio 1969 – mi sono abbastanza chiari; ma trovo una grande difficoltà ad immaginare soluzioni attendibili nel reale contesto storico in cui viviamo. La tormentosa esperienza del governare mi ha fatto toccare mille volte il dato di questo limite e ciò fa da freno ad ogni visione libera, creativa ed appagante della rivoluzione sociale, quale l’intelligenza e il cuore suggeriscono. E tuttavia questi problemi ci sono e richiedono soluzioni nuove». 

Già nelle prime pagine del libro Mastrogregori prende posizione in maniera netta su un luogo comune che si è diffuso dopo la tragedia del rapimento e dell’omicidio, affermando di non credere alla «favola che Moro è stato ucciso perché stava preparando il compromesso storico coi comunisti». Cosa tecnicamente inoppugnabile, sia perché la disperata ignoranza dei suoi assassini impediva qualunque discernimento tra posizioni politiche interne al mondo democristiano, sia perché non rientrava certo tra gli obiettivi di Moro realizzare la strategia scelta da Enrico Berlinguer. Moro si sarebbe proposto il compito più limitato ma essenziale di realizzare una «tregua armata» tra Dc e Pci. Eppure nella fase che precede immediatamente il suo sequestro, come l’autore rileva, Moro sottolineava che l’intesa pur limitata non era «una mera tregua di significato negativo», non era alleanza politica ma «accordo programmatico»: che però era quanto bastava per risvegliare i sospetti e le ostilità che da molte parti gravavano sulla sua persona. 

Un'ultima annotazione: andrebbero finalmente sfatate le leggende sul linguaggio di Moro. Non pronunciò mai l’espressione «convergenze parallele», divenuta proverbiale come citazione obbligata sul «bizantinismo» della lingua della Prima Repubblica, che fu in realtà invenzione nel 1960 da parte di Eugenio Scalfari, che a Moro fu sempre ostile. Certamente non sapremmo immaginarlo nella dimensione di un politico che oggi comunica attraverso i tweet. Il suo linguaggio era certamente complesso, ricco di sfumature che volevano offrire un’interpretazione della realtà non semplicistica né scontata, ma era sempre comprensibile, e talvolta esplicito e limpido nelle sue affermazioni. 

Come nel suo ultimo scritto da uomo libero, l’articolo dedicato al decennale del Sessantotto che portava con sé in Via Fani al momento dell’agguato: «una specie di rivoluzione, di cui sono certamente riflessi i fatti operai del ’69… una straordinaria esperienza che ha contrassegnato la nostra epoca, dato uno spessore nuovo alla democrazia, difeso tutto ed anche la sinistra dalle cristallizzazioni ritardatrici e devianti».


Il Manifesto – 7 febbraio 2017

lunedì 13 febbraio 2017

Spiaggia della Madonnetta. Cimento contro il cemento


Contro la cementificazione delle coste!


La Madonnetta com'é


e come la vogliono far diventare.



I Savoia in Valle Gesso


Michele Ruggieri, un gesuita del Cinquecento seguace di Confucio



Michele Ruggieri, gesuita, studiò con Torquato Tasso, passò nove anni in Cina a studiare il cinese e spiare la corte Ming per conto del papa e del re di Spagna. Poi, tornato in Europa, pubblicò la prima raccolta di testi confuciani apparsa in Occidente.

Sergio Basso

La vera storia dei gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare alla corte dei Ming

È appena uscita in Italia una nuova traduzione delle opere di Confucio. Apparentemente è l’ennesima; storicamente, però, è la prima. La prima in assoluto. Dietro questo paradosso, si celano la vita e gli sforzi di un uomo che alla Cina donò molti anni della sua vita, più di quattrocento anni fa. Nel XVI secolo, i gesuiti si resero protagonisti di un empito missionario formidabile che dalle coste lusitane li portò a predicare il Vangelo in India, in Giappone e finalmente in Cina. Ma la missione, nell’Impero di Mezzo, accusò le prime battute di arresto: nel 1590 la Spagna stava valutando se dichiarare guerra alla Cina, i mandarini erano al corrente delle mire espansionistiche degli europei, e i gesuiti, di conseguenza, erano visti con profondo sospetto.

All’Escorial si questionava sui cavilli giuridici che avrebbero giustificato l’assalto agli occhi del mondo. Filippo II convocò dunque alla reggia fuori Madrid un gesuita italiano che dalla Cina era appena tornato, con le bozze per un atlante. Non si tratta di Matteo Ricci, il nome che balza subito alla mente ogniqualvolta si parli dei primi incontri tra intelligencija occidentale e mandarini cinesi nell’evo moderno.

Si chiamava Pompilio Ruggieri, veniva dalla Puglia e aveva studiato a Napoli tra gli stimoli di compagni di classe dal talento abbacinante come Torquato Tasso. Però poi aveva scelto la fede e la Cina. Con i voti prese il nome di Michele e visse in Oriente dal 1579 al 1588, a preparare il terreno per i missionari gesuiti. Ecco perché nel 1591 Ruggieri viene ricevuto all’Escorial. Filippo II, sovrano meticoloso, sul finire dell’incontro chiede a Ruggieri di poter leggere una crestomazia dei filosofi cinesi.

Ed è così che Michele si decide a completare un’opera che portava avanti da tempo, la traduzione in spagnolo di alcuni dei classici confuciani. Sarebbe stata la prima volta in assoluto che Confucio veniva tradotto in una lingua occidentale. Più di trecento anni dopo, il lavoro di Ruggieri venne scovato da Julian Zarco, bibliotecario dell’Escorial, nel 1921. Ne è finalmente uscita la versione italiana, curato e con un’impeccabile prefazione di Eugenio Lo Sardo ( Confucio. La morale della Cina, De Luca Editori d’Arte, 18 euro). Ecco svelato il paradosso.



Ma da dove nasceva la dedizione di Michele per la Cina? Aveva sin da adolescente vagheggiato dell’Oriente, grazie ai diari di viaggio di alcuni mercanti — l’italiano Galeone Pereira nel 1565 e il frate domenicano Gaspar da Cruz, nel 1569 — e ai rapporti dei gesuiti alla “casa madre” a Roma. Già nel 1578 predicava a Goa per la Societas Iesu. La rapidità nell’assimilare la lingua locale convinse i superiori che era lui l’uomo su cui puntare per espandere la diffusione del Verbo ancora più a Oriente, in Cina. Ma Ruggieri faticò ben tre anni a superare il limbo burocratico in cui lo tenevano i funzionari cinesi presso l’avamposto meridionale dell’impero, a Macao.

Il cristianesimo era già penetrato in Cina, sin dal VII secolo, con i nestoriani; ma il problema non era entrare, era restarci. Ad esempio il nucleo cristiano creato a cavallo tra XIII e XIV secolo dal francescano Giovanni da Montecorvino, già vescovo di Pechino, era ormai sparito completamente durante la dinastia Ming: la Cina di fine XVI secolo non è la Cina cosmopolita della dinastia mongola Yuan di tre secoli prima.

Il tarlo più bruciante fu che Ruggieri con il cinese si arenò. Ecco perché i Gesuiti mandarono Ricci, di nove anni più giovane: in Italia Matteo aveva dato prova di essere un portentoso assimilatore di idiomi grazie alle sue pratiche mnemotecniche. È il 7 agosto 1582, Ricci sbarca a Macao, e la missione gesuita cambia marcia. Per capire la radicale differenza d’indole tra Ruggieri e Ricci, l’uno sognatore e il secondo pragmatico, il primo fantastica di incantare il sovrano cinese portandogli in dono regali bizzarri, come uno struzzo.

Ricci intuisce che per rompere il muro di gomma della corte serve invece la scienza. Insegna la mnemotecnica ai figli di mandarini influenti, in modo che vadano bene agli esami imperiali e lo facciano entrare nei giri che contano. Inizialmente, complice i capelli corti all’italiana e la barba lunga alla portoghese, si fa passare per un monaco buddista straniero. I sodali cinesi gli svelano tuttavia l’enorme abbaglio strategico: i buddisti possono contare su un’ascesa sociale limitata; se Matteo vuole puntare in alto, è meglio mimetizzarsi da confuciano.

    L'Atlante della Cina di Michele Ruggieri

Il confucianesimo è la dottrina sviluppata dal filosofo Kong a cavallo fra VI e V a.C., che si poneva gli stessi interrogativi di cui Platone si sarebbe occupato nella Repubblica un secolo più tardi: quale dev’essere il fine di un leader? Quale il ruolo dell’uomo nella famiglia, nella società? Confucio produsse un sistema filosofico che nei secoli seppe sfornare funzionari statali di altissima dirittura morale.

Intanto Michele viene richiamato in Europa per organizzare un’ambasceria papale a Pechino, una nuova missione che non si realizzerà mai. Si porta dietro le bozze delle cartine per quel progetto di atlante della Cina che tanto interesseranno Filippo II, e un inseparabile servitore sino-portoghese. Dei quattro libri confuciani che interessarono Ruggieri, Il grande studio, Il giusto mezzo, I dialoghi e il Mencio, solo un capitolo del primo è sicuramente autentico; il resto è sistemazione dei discepoli.

L’opera di Ruggieri è ancora oggi di una freschezza affascinante, perché permette di entrare nell’officina del traduttore alle prese con alcuni problemi basilari. Il nome stesso di Confucio (Kong fuzi, “il venerabile maestro Kong”) viene trascritto per la prima volta e quindi risente di qualche incertezza: “Confu”, “Confussio”, “Confusio”.

Tra i precetti che Confucio suggerisce al buon governante brilla ancora questo con la voce di Ruggieri: «Dai protezione agli stranieri. Accompagnali quando vanno via, vai loro incontro quando arrivano, lodane i buoni, abbi compassione degli ignoranti: questo attira gli stranieri ». Magari fossimo confuciani.


La Repubblica - 7 febbraio 2017

La memoria del sangue per gli orfani del Reich


Un libro racconta il nazismo come storia famigliare, attraverso le storie di alcuni dei discendenti dei maggiori dignitari del Terzo Reich.

Guido Caldiron

La memoria del sangue per gli orfani del Reich



Il nazismo come storia famigliare dove si mescolano, al coinvolgimento dei padri nell’orrore, i caldi ricordi dell’infanzia e le complicità degli affetti. È una materia quanto mai complessa e talvolta contraddittoria che tiene insieme la memoria pubblica e i molti silenzi della vita privata quella che affronta Tania Crasnianski nel suo I figli dei nazisti, traduzione di Francesco Peri, (Bompiani pp. 268, euro 18,00), un’indagine che ripercorre le traiettorie esistenziali di alcuni dei discendenti dei maggiori dignitari del Terzo Reich.

La ricerca si snoda attraverso otto biografie di figlie e figli dei fedelissimi di Hitler, tra cui quelli di Himmler, Göring e Mengele, nati tra il 1927 e il 1944, il cui nome è legato in modo indelebile a quel terribile passato. Una ricostruzione dettagliata delle loro vicende che descrive anche uno spaccato della vita dell’élite nazista, con i suoi riti e i suoi cliché, i contrasti interni e le gelosie, la presenza costante del Führer, spesso padrino di questo o quel pargolo dei suoi più stretti collaboratori e complici, le case da sogno su laghi e monti, ma anche le crisi familiari celate e negate pubblicamente, i weekend sul massiccio dell’Obersalzberg intorno allo chalet della guida dello stato nazionalsocialista.

La domanda cui sembra cercare di rispondere Crasnianski, avvocata che lavora tra la Germania e gli Stati Uniti e ha conosciuto nella sua stessa famiglia le divisioni e i drammi della guerra, vantando origini sia russe che franco-tedesche, riguarda il modo in cui costoro hanno potuto elaborare le vicende di cui i loro padri sono stati protagonisti.


«Perfino mio nonno, ex militare di carriere nell’aeronautica tedesca – confida infatti l’autrice -, si è sempre rifiutato di condividere con me quella fase della sua storia». Allevati in un clima protetto, spesso separato dal resto della società, anche se intriso profondamente dell’ideologia nazista, i figli dei gerarchi non hanno dovuto fare i conti con la realtà del paese che alla fine del conflitto, quando la caduta del Reich ha costretto i loro padri alla fuga o all’arresto e molto spesso a pesanti condanne o alla morte.

La ricerca della verità, o meglio di una consapevolezza dolorosa quanto al ruolo giocato dai propri cari nella guerra e ancor più nella Shoah è poi avvenuto nel contesto di un paese dove una rapida denazificazione ha lasciato il campo ad un tranquillizzante oblio. Così, «di fronte alla congiura del silenzio ordita da una Germania che nel secondo dopoguerra stava tentando di riedificarsi, i discendenti dei nazisti hanno dovuto intraprendere un lavoro tutt’altro che facile sulle proprie persone per riuscire a costruirsi come individui».

In questo senso, la «memoria del sangue» ha seguito diversi percorsi. Se gran parte dei protagonisti ha scelto di non cambiare il proprio nome, «forse perché il cognome che portano è come una presenza che li possiede», suggerisce Crasnianski, le scelte assunte in età adulta indicano i molti modi in cui ci si può porre come soggetti di fronte al potere che il passato esercita sulle nostre vite.




C’è infatti chi, come Gudrun Himmler, figlia del capo delle SS, o Edda Göring, figlia del Maresciallo del Reich, o ancora Wolf Rüdiger Hess, figlio di Rudolf Hess, e Brigitte Höss, figlia del comandante di Auschwitz, non solo non ha mai smesso di rivendicare l’innocenza del genitore, mettendo talvolta in dubbio la stessa vastità del progetto del genocidio ebraico, ma ha continuato a celebrarne con grande affetto la figura fino a cercare di ripercorrerne, in alcuni casi, le orme. In particolare Gudrun Himmler, è diventata un’icona del movimento neonazista cui ha aderito fin dagli anni Cinquanta, impegnandosi in prima persona nella Stille Hilfe, l’associazione che ha sostenuto molti criminali di guerra.

Ma anche chi, come Rolf Mengele, figlio del medico di Auschwitz, ha invece deciso di cambiare il proprio cognome per non tramandare ai figli la vergogna e si è impegnato nei movimenti antifascisti, o chi come Niklas Frank, figlio di Hans Frank, il «macellaio di Cracovia», del padre non vuole nemmeno più sentir parlare. Altri ancora hanno scelto la via della fede. Martin Adolf Bormann junior, figlio di uno dei capi del partito nazista è diventato sacerdote già nel 1958. 

Molti di loro, solo attraverso un lungo processo interiore sono riusciti a separare l’immagine affettuosa di un padre premuroso da quella del lucido criminale responsabile della morte di milioni di persone. Per molti versi il processo inverso che i «buoni padri di famiglia nazisti» avevano compiuto per trasformarsi in zelanti burocrati dell’Olocausto.


Il Manifesto – 10 febbraio 2017

domenica 12 febbraio 2017

Uomini e lupi


Non è difficile andando in montagna incontrare tracce del lupo. A noi è capitato, ed è stata un'esperienza strana, come assistere al riemergere alla luce di una parte del nostro inconscio. Perchè il rapporto millenario di amore/odio con il lupo fa parte della storia della nostra specie. Proprio per questo il problema della presenza del lupo di nuovo vicino a noi va affrontato con grande equilibrio.


Valeria Salvatori

Un predatore di gran successo

Il lupo fa parte del nostro patrimonio naturale: da sempre presente in tutta Europa, in Italia è stato vicino all’estinzione negli anni 70. La sua capacità adattativa, il suo opportunismo, insieme ad altri fattori come l’abbandono delle campagne, il ripopolamento – naturale o indotto dall’uomo – dei boschi da parte delle sue prede selvatiche, essenzialmente cinghiale e capriolo, e la protezione totale dal 1971, gli hanno permesso di riprendersi i territori da cui era stato sterminato, spingendosi anche oltre.

Il lupo non è solo nei nostri boschi, ma ovunque: nel nostro immaginario, nei libri delle favole, nei dipinti, nella mitologia. Perché fa parte del nostro patrimonio culturale e ha plasmato alcune delle nostre abitudini: in Abruzzo, ad esempio, mai si può pensare di avviare un’attività zootecnica senza prevedere misure per proteggere il bestiame dagli attacchi del lupo. Condiziona perciò anche il nostro lavoro.

Ultimamente, ha avuto grande spazio nel dibattito pubblico, perché si discute sull’accettabilità di un documento che dovrebbe fornire indicazioni ai gestori del nostro territorio: cosa fare quando il lupo è presente nei territori che dobbiamo governare? Non sempre la risposta è lineare e, anzi, si potrebbe dire che in rari casi ne esista una giusta. 



La verità è che il lupo fa il suo lavoro: il predatore. E lo sa fare molto bene, perché si adatta a predare animali diversi, con il minor dispendio energetico possibile, vive in gruppi con una struttura sociale definita, di tipo familiare e gerarchico, e questo gli consente di essere vincente. Quando negli anni ’70 cominciò la campagna per la sua protezione si paventava la scomparsa di un animale fiero ed elusivo, che abitava segretamente i nostri boschi. Oggi la sua elusività sembra essere diminuita, se ne vedono sempre più di frequente, anche perché la persecuzione da parte dei «lupari» è terminata da ormai mezzo secolo.

L’interazione con l’uomo risale alla preistoria, quando uomo e lupo erano entrambi cacciatori di prede di medie-grandi dimensioni. La qualità dell’interazione varia a seconda delle culture e dei momenti storici ed evolutivi: da simbolo spirituale che infonde forza, simbolo mitologico nelle società greca e romana ad animale nocivo da sterminare. Il passaggio dalla cultura della cacciagione a quella agricola e pastorale ha determinato un profondo cambiamento della posizione del lupo nella sfera della nostra percezione.

La pastorizia, nell’economia delle antiche società, era fondamentale per la sopravvivenza delle diverse comunità. Non si poteva permettere al lupo di minacciare un’attività così importante e per questo non si è esitato a dare avvio a campagne di sterminio tramite i lupari, esperti cacciatori, che venivano pagati per offrire un utile servizio alla società, eliminando la minaccia. Poi le cose sono cambiate: nell’ultimo secolo si è cominciato a considerare il lupo una specie interessante da studiare, e nel 1940 si è cominciato a parlare di una sua reintroduzione nel parco Nazionale di Yellowstone, in Nord America, poi avvenuta nel 1995 e ad oggi unico esempio al mondo di reintroduzione nella storia della conservazione del lupo.


Quando nel 1971 è stato dichiarato specie protetta, in Italia non si contavano più di 100 esemplari, concentrati perlopiù sulle montagne dell’Appennino centrale. Il Wwf in prima linea, insieme a tante altre associazioni ambientaliste, hanno promosso azioni che garantissero la sopravvivenza di questo predatore.

Nel 1992 l’Unione Europea lo ha inserito nella lista delle specie di interesse comunitario, dichiarandola specie prioritaria, e ha posto come obiettivo quello di raggiungere uno «stato di conservazione soddisfacente». Niente di più vago! Esistono dei criteri generali per stabilire se lo stato di conservazione sia soddisfacente, ma sono passibili di interpretazione, non sempre univoca. Nel 2008 si è tentato un approccio che potesse facilitare l’interpretazione dello stato di conservazione soddisfacente: il concetto di popolazione. Nel frattempo diverse iniziative continuavano a essere portate avanti con impiego di risorse ma senza un obiettivo preciso. Si contribuiva alla protezione – all’inizio – e alla conservazione – dopo – del lupo. Dalla protezione si è passati a parlare di conservazione, termine che implica una certa dose di dinamismo, considerando le interazioni che la specie ha con l’ambiente in cui vive.

Quando si chiama in causa la conservazione di una specie non c’è spazio per soffermarsi alle attenzioni verso il singolo individuo: si parla di patrimonio genetico, di garantire la sopravvivenza di un gruppo sufficientemente ampio di individui per preservare la stabilità genetica della specie e del suo ruolo nell’ambiente. Ma l’ambiente in cui vive il lupo include l’uomo e alcune attività economiche possono essere influenzate dalla sua presenza: non si può pensare di conservare il lupo senza considerare il suo ruolo e il suo impatto sulle economie locali.


Oggi, dopo circa 40 anni, stiamo assistendo a un successo che ha pochi precedenti. Possiamo affermarlo perché abbiamo indicazioni da diverse fonti che il lupo sia presente in quasi tutto l’Appennino e le Alpi occidentali, non perché siamo in grado di dire con certezza di quanto sia cresciuta la popolazione. In tutti questi anni sono state portate avanti iniziative per facilitare la protezione del lupo, ma sono state localizzate e di durata limitata e non c’è mai stata una strategia nazionale a lungo termine con obiettivi ragionati. Quando si ha un problema e si decide di intervenire, bisognerebbe prima di tutto stabilire cosa fare e quali risultati si vogliano raggiungere.

Quali sono le minacce per la specie oggi? Il lupo è adattabile e può vivere in tanti ambienti diversi, ma ha bisogno di aree particolari in cui stabilire la sua tana nei momenti di riproduzione. È poi talmente adattabile che può accoppiarsi con i cani producendo una prole fertile, che potrebbe non garantire il mantenimento del patrimonio genetico caratteristico della specie: dobbiamo controllare la presenza dei cani vaganti sul territorio.

Il lupo preda gli animali domestici, di solito più facilmente di quelli selvatici, se non sono ben custoditi: non possiamo permettere che questo intacchi la sopravvivenza delle attività lavorative di alcuni di noi. Il lupo può suscitare voglia di rivalsa e sentimenti di rabbia che portano a gesti deplorevoli come il bracconaggio: tali gesti devono essere condannati, ma le persone non devono essere spinte all’esasperazione. Dobbiamo tutti fare uno sforzo perché non possiamo permetterci di perdere il lupo.

Esistono esempi virtuosi di iniziative che vanno in questa direzione. Il contributo dei progetti Life, cofinanziati dall’Unione Europea è importante. Oggi il progetto Life medwolf (life11nat/it/069) lavora a Grosseto per fornire assistenza agli allevatori impreparati a dotarsi degli strumenti più adeguati, ma quanto lavoro in più richiede?


Tutti vogliamo il lupo, dovremmo però essere sensibili di fronte alle difficoltà degli allevatori che ci convivono. Life Mirco-lupo (Life13nat/it/728) cerca faticosamente di impedire che l’ibridazione con i cani domestici nei parchi nazionali dell’Appennino tosco emiliano e del Gran Sasso e Monti della Laga.

Ma quanto costa alla società la cattura e la sterilizzazione degli ibridi? Non sarebbe più semplice tenere sotto controllo i nostri cani domestici, evitando occasioni di incrocio? Il progetto Life ibriwolf (life10nat/it/265) ha trasferito gli esemplari ibridi catturati in centri di recupero per evitare che causassero danni al patrimonio zootecnico. Non sarebbe più facile scongiurare l’incontro cane-lupo, magari mettendo dei collari con Gps ai nostri cani (spesso i cacciatori lo fanno)?

Il progetto Life wolfalps (life12nat/it/807) promuove il monitoraggio, la protezione del bestiame e la valorizzazione turistica del paesaggio, anche in quelle aree di recente apparizione del lupo, mentre il Life pluto (life13nat/it/311) prevede la formazione di nuclei cinofili antiveleno. Ma in situazioni non più gestibili, forse un’azione di intervento gestionale estremo, come il prelievo, può essere una soluzione valida. Non senza prima aver tentato, con tutte le risorse possibili, di evitarlo.


Il Manifesto – 5 febbraio 2017