TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 15 maggio 2015

Il nostro destino nello sguardo della madre


Il padre rappresenta la Legge, la madre invece il diritto all’esistenza. Questa in sintesi la tesi dell'ultimo libro di Recalcati. In questa visione la figura della madre diventa fondamento, ma anche “fondo oscuro” dell'esistenza. Un libro molto lacaniano, da leggere e meditare.

Benedetta Tobagi

Il nostro destino nello sguardo della madre


Si apre con un insolito ricordo infantile, il nuovo saggio dello psicanalista Massimo Recalcati. Sul divano di casa, lui e la madre guardavano alla tv uno sceneggiato ispirato a un drammatico fatto di cronaca: a Torino, una donna aveva salvato il proprio bambino dal precipitare nel vuoto trattenendolo a mani nude, con sforzo spasmodico, per ore. A partire da quest’immagine, Le mani della madre affronta, dopo il padre e il figlio, l’ultimo pilastro della triade famigliare: perché la madre, o meglio, l’amore della madre, è innanzitutto il fondamento che evita alla vita di precipitare nel vuoto di senso.

L’orizzonte del saggio è strettamente psicanalitico, non sociologico. Contro ogni riduzione della maternità alla mera biologia, Recalcati sottolinea come essa, al pari del paterno, sia soprattutto una funzione simbolica (prospettiva che la svincola sia dalla semplice genitorialità biologica che dal sesso).
Se la funzione paterna veicola il senso umano della Legge, ovvero “una Legge nel desiderio” (nella prima parte Recalcati cita, invero fin troppo spesso, i propri libri precedenti), il tratto caratteristico della funzione materna è “la cura particolareggiata”, ossia l’amore per la vita incarnata nell’unicità irripetibile del figlio. «Il desiderio della madre trasmette il sentimento della vita»: attraverso le mani, il loro tocco amorevole, il loro sostegno forte, ma ancor più tramite lo sguardo.

Se «l’eredità materna riguarda il diritto del figlio all’esistenza», per converso, la vita del bambino non voluto o rifiutato dalla madre (anche, si badi bene, quando sia materialmente accudito di tutto punto) «è esposta traumaticamente all’incontro violento e prematuro con l’insensatezza dell’essere».

La madre è fondamento ma anche fondo oscuro dell’esistenza, come — ha notato acutamente la junghiana Enrichetta Buchli — ben sapeva il Goethe del Faust: «Un tripode infuocato ti dirà finalmente / che avrai toccato il fondo del più profondo abisso. / Alla sua luce tu vedrai le Madri. […] Fa’ cuore, allora, ché è grande il pericolo», avverte Mefistofele.

L’autore di riferimento è, come di consueto, Jacques Lacan, il cui linguaggio ostico è “tradotto” da Recalcati in termini accessibili, ma il saggio offre anche una panoramica divulgativa di riflessioni intorno al materno da Freud alla koiné psicoanalitica degli ultimi anni, passando per figure chiave come André Green, autore di uno studio fondamentale sugli effetti devastanti della “madre morta” in senso affettivo, in quanto spenta e assente per il figlio: un “lutto bianco” quasi impossibile da elaborare.

“Avere” un bambino, si dice. Ma la funzione materna si sostanzia, piuttosto, nell’essere capace di lasciar andare il figlio, a tempo debito, nella rinuncia al possesso. Se ciò non accade, il corpo della madre «può diventare una presenza in eccesso, che abolisce ogni discontinuità, ogni differenza» e ridurre il figlio a oggetto al servizio esclusivo del proprio godimento.

    Louise Bourgeois, Maman

Una presenza angosciante, come i ragni mastodontici scolpiti da Louise Bourgeois sotto il titolo Maman. Quanti bambini sono stati solo feticci, oppure, come Vincent Van Gogh, sostituti di fratellini morti in precedenza, con esiti disastrosi per la loro psiche? La maternità porta con sé fantasmi d’onnipotenza, perché il bambino offre spontaneamente «quello che nessun soggetto maschile — salvo forse certi psicotici — è in grado di offrire alla propria compagna», ossia «la sua stessa esistenza, senza riserva».

L’amore divorante della madre-coccodrillo di Lacan può essere arginato, da una parte, dalla Legge del Padre, dall’altra, dalla capacità della donna di non auto-annullarsi nel ruolo di genitrice. È pericoloso, per il figlio, quando dietro la smania di diventare madre si cela il bisogno di colmare mancanze di senso e d’autostima.

A partire dal bel saggio Le Matriarche di Catherine Chalier, Recalcati rivisita alcuni topoi religiosi. Le madri del celebre giudizio di Salomone sono due facce sempre presenti, a livello inconscio, nella maternità. Le gravidanze miracolose della vergine Maria (figura non riducibile all’archetipo materno caro al sistema patriarcale, la donna desessualizzata, idealizzata e votata al sacrificio) o della vecchia e sterile Sara sono figura perfetta del fondamento simbolico della maternità come apertura audace e totale all’Altro.



Senza quest’apertura, senza una disponibilità autentica, talora persino la fertilità biologica risulta compromessa: Recalcati narra vari casi di sterilità psicogena, superati sciogliendo i nodi (dai lutti non elaborati ai complessi d’inadeguatezza) attraverso l’analisi.

Le storie cliniche non mentono, la maternità è un’esperienza totalizzante che libera, immancabilmente, i fantasmi della psiche, e, talvolta, con essi, angosce profonde: come accade a una paziente anoressica che si sente “invasa”. Se non c’è desiderio autentico, il feto può essere vissuto come un corpo alieno, il neonato come un persecutore spaventoso.

L’impatto con la creatura urlante così diversa ed eccedente rispetto al “bambino della notte” (come Silvia Vegetti Finzi definisce il figlio ideale immaginato nell’attesa) è uno choc. «Molti infanticidi — scrive Recalcati — hanno come presupposto un desiderio di maternità e una gravidanza non sufficientemente simbolizzati».

E sempre emerge, prepotente, il fantasma della madre della madre: recidere simbolicamente questo legame è la condizione per un accesso positivo alla maternità. Tragico paradosso, la separazione è tanto più difficile quanto più il bisogno d’amore della figlia è stato frustrato. Lacan parla del “cattivo infinito” del ravage (devastazione) da cui scaturisce una recriminazione — dunque un legame — senza fine.

Sempre più spesso, constata Recalcati, nello studio analitico entrano madri narcisiste che vivono (o evitano) la maternità come fosse un mero ostacolo, o figlie di queste ultime, devastate da mamme in perenne, subdola competizione — estetica, umana, professionale — con loro.

Eppure sempre e ancora esistono madri capaci di trasmettere un’eredità positiva. Come Selma, l’eroina di Dancer in the dark , commovente cammeo su cui il libro si chiude: una madre innamorata dei musical ma capace del sacrificio estremo, capace di offrire fondamento alla vita e insieme incarnare la Legge paterna temprata dall’amore, capace di donare al figlio ciò che non ha.


La Repubblica – 8 maggio 2015



Massimo Recalcati
Le mani della madre
Feltrinelli, 2015
euro 16








Da leggere: Vittoria. Una giovane neofascista alle prese con la vita



Mili­tante del Fronte della Gio­ventù, tra le ani­ma­trici dell’area fem­mi­nile dell’MSI e poi gior­na­li­sta del Secolo d’Italia, Annalisa Ter­ra­nova ricostruisce in un intenso romanzo la storia intima di una generazione di giovani che (da destra) credevano di fare la rivoluzione. Da leggere per capire meglio quei giovani (con cui ci scontrammo duramente) e quegli anni (che furono anche i nostri).

Guido Caldiron

Una giovane neofascista alle prese con la vita

Vit­to­ria è un’adolescente, poco più che una bam­bina in realtà, che si affac­cia alla vita nella seconda metà degli anni Set­tanta, men­tre tutto intorno a lei sem­bra pren­dere fuoco. La rivolta che cova nel suo corpo che si tra­sforma pian piano non rie­sce ad essere simile a quella che riem­pie le piazze di una sta­gione tumul­tuosa della sto­ria ita­liana: la gio­vane si sente diversa, lon­tana dai miti del tempo, ideal­mente sospesa tra un mondo che non potrà più tor­nare e alla dispe­rata ricerca di un modo nuovo di vivere quelle stesse idee «male­dette».

Per­ché lei, cre­sciuta in una fami­glia di mili­tanti mis­sini per cui la nostal­gia mus­so­li­niana è rito quo­ti­diano, è una pic­cola fasci­sta, sente di appar­te­nere ine­so­ra­bil­mente alla parte scon­fitta, pro­prio come quei sudi­sti di Via col vento con cui si è iden­ti­fi­cata fin da pic­cola e per i quali ha imma­gi­nato di scri­vere un sequel all’insegna della revan­che e del lieto fine.

Con Vit­to­ria (Giu­bi­lei Regnani, pp. 230, euro 16), Anna­lisa Ter­ra­nova costrui­sce una nar­ra­zione dal taglio indub­bia­mente auto­bio­gra­fico, ma che ha il respiro di un rac­conto gene­ra­zio­nale. Mili­tante del Fronte della Gio­ventù, tra le ani­ma­trici dell’area fem­mi­nile dell’Msi e quindi gior­na­li­sta del Secolo d’Italia, Ter­ra­nova si segnala da tempo come un’attenta cro­ni­sta delle evo­lu­zioni della destra nazio­nale, rac­con­tando sia la tra­sfor­ma­zione del mondo gio­va­nile post-missino (Pla­nando sopra boschi di brac­cia tese, Set­timo Sigillo, 1996) che l’inedito punto di vista di genere delle donne di destra (Cami­cette nere, Mur­sia, 2007).

    Annalisa Terranova

Romanzo intimo che trac­cia una mappa degli affetti e delle incer­tezze emo­tive della pro­ta­go­ni­sta, Vit­to­ria dischiude così ai let­tori le porte di un uni­verso spesso descritto dalla socio­lo­gia poli­tica ma poco bat­tuto dalla nar­ra­tiva: quello della vita quo­ti­diana dei gio­vani neo­fa­sci­sti degli anni Set­tanta — tra le scarse prove in tal senso si pos­sono citare Io non scordo di Gabriele Mar­coni, Avene sel­va­ti­che di Ales­san­dro Pre­i­ser, alcuni titoli minori apparsi presso la casa edi­trice d’area, Set­timo Sigillo e, seb­bene frutto di uno sguardo «dall’esterno», La legge dell’odio di Alberto Garlini.

 Il caso di Vit­to­ria è però per molti aspetti diverso: al ter­ri­bile fra­gore della bat­ta­glia poli­tica di que­gli anni — la sto­ria si con­clude con la strage di Acca Laren­tia e l’uccisione di Aldo Moro -, Ter­ra­nova sem­bra pre­fe­rire i toni inte­riori, le sco­perte e le frat­ture che non tro­vano spa­zio tra gli eventi mag­giori dell’epoca, ma che inci­dono in modo deci­sivo sulle bio­gra­fie dei per­so­naggi. Certo, come in gran parte delle rico­stru­zioni di quell’epoca svi­lup­pate negli ambienti della destra, la vio­lenza, sem­pre e sol­tanto quella subita, è onni­pre­sente, ma non è mai evo­cata per giu­sti­fi­care altra vio­lenza, per segna­lare la fine della «poli­tica».

Piut­to­sto, in que­sto romanzo di for­ma­zione, la per­dita dell’innocenza che si con­suma nel san­gue che segna le strade di Roma, quando un suo «came­rata» viene ucciso ad Acca Laren­tia, sem­bra porre Vit­to­ria di fronte alla neces­sità ine­lu­di­bile di tro­vare una forma nuova per espri­mere la pro­pria iden­tità, sem­pre più schiac­ciata tra i richiami del pas­sato e la deriva, anche ter­ro­ri­stica, del radi­ca­li­smo nero. Un’identità ori­gi­nale che la destra poli­tica gio­va­nile ini­zierà a tro­vare tardi e che dopo l’esperienza di Alleanza Nazio­nale sarà risuc­chiata anch’essa, pres­so­ché defi­ni­ti­va­mente, nel vor­tice del berlusconismo.

Ma nella sta­gione vis­suta dalla gio­vane figlia di un rap­pre­sen­tante di com­mer­cio, fami­glia del ceto medio di un quar­tiere di palaz­zoni della zona ovest della capi­tale, molte scelte sono ancora tutte da com­piere. L’Msi che Vit­to­ria sco­pre ancora bam­bina attra­verso le ami­ci­zie fami­gliari è un ambiente ultra­con­ser­va­tore, dove ogni trac­cia di moder­nità e di demo­cra­tiz­za­zione è vista con sospetto e con timore: si tratti dei decreti dele­gati a scuola, del divor­zio, dell’aborto, delle fem­mi­ni­ste, ma anche della fine della messa in latino e, per­fino, dei Bea­tles.

Gli ospiti dei pranzi domi­ni­cali, dove la madre si illu­stra nelle sue doti culi­na­rie, sono lugu­bri per­so­naggi come il reduce che ha perso un brac­cio nella Guerra di Spa­gna o l’ex uffi­ciale dei para­ca­du­ti­sti che inor­ri­di­sce di fronte al fatto che un «figlio di nn» abbia potuto rac­con­tare a San Remo la sua sto­ria: 4 marzo 1943 di Lucio Dalla. Allo stesso modo, nelle «scuole di par­tito» si parla ancora sol­tanto del cor­po­ra­ti­vi­smo e «dell’eredità poli­tica di Benito Mussolini».



In que­sto con­te­sto, al pari di tanti suoi coe­ta­nei dello stesso mondo, Vit­to­ria sco­pre in Julius Evola e nella sua «con­ce­zione guer­riera dell’esistenza» una sorta di para­dos­sale via d’uscita, rap­pre­sen­tata dall’idea di poter vivere rin­chiusi in una «torre d’avorio», lon­tano dal fra­stuono per­tur­bante della moder­nità. In attesa del fatto che «i fasci­sti, o almeno lei così aveva capito, non dove­vano fare la rivo­lu­zione come i com­pa­gni, ma la con­tro­ri­vo­lu­zione, quella che ti riporta indie­tro fino alla tra­di­zione, ma senza essere con­ser­va­tori, per­ché diceva Evola, oggi da con­ser­vare non ci sta quasi nulla».

Lo spa­zio di mano­vra è ristret­tis­simo, quasi ine­si­stente; da un lato si tratta di per­pe­trare «la voce dei vinti» appresa in fami­glia, con­ti­nuando a male­dire la scarsa tem­pra degli ita­liani che non segui­rono fino in fondo il Duce, dall’altro si vive come «esuli in patria», secondo la for­mula coniata da Marco Tar­chi che in que­gli anni fu tra i più noti espo­nenti del Fronte della Gio­ventù, vivendo ogni giorno in un mondo di cui si rifiuta tutto e in realtà anche gli stessi pre­sup­po­sti, frutto della vit­to­ria degli anti­fa­sci­sti nel 1945.

Il risul­tato è la lucida impasse in cui si muo­verà più di una gene­ra­zione di gio­vani di destra, inca­paci di fare una rivo­lu­zione «senza rivo­lu­zione», men­tre, come acca­deva a Vit­to­ria, nella biblio­teca paterna tro­va­vano «solo libri su un mondo finito nel ’45» ed erano con­sa­pe­voli «di quanto fosse dif­fi­cile con­trap­porre al «sol dell’avvenire», il mito cre­pu­sco­lare degli ultimi fasci­sti in piedi tra le rovine».


Il Manifesto – 16 aprile 2015


giovedì 14 maggio 2015

Solidarity for Ever. Lotte operaie negli Stati Uniti



Storie sanguinose di scioperi. Tante sconfitte e rare vittorie, ma sempre una forte combattività e solidarietà operaia. Un avvincente affresco del movimento operaio americano nel libro di James R. Green «The Devil Is Here in These Hills. West Virginia’s Coal Miners and Their Battle for Freedom» . 

Ferdinando Fasce

Guerre di classe a bassa intensità


Qual­che anno fa, recen­sendo il bel libro di Enzo Tra­verso Il secolo armato. Inter­pre­tare le vio­lenze del Nove­cento (Fel­tri­nelli, 2012), richia­mavo l’opportunità di aggiun­gere alle vio­lenze legate alle guerre e ai regimi tota­li­tari, da lui esplo­rate con molto acume, quelle «indu­striali». A par­tire dal regime di fab­brica, intes­suto di vio­lenza e gang­ste­ri­smo padro­nali, che domi­nava tra le due guerre alla Ford, un caso che Tra­verso citava invece come esem­pio di classe ope­raia che già negli anni Trenta «cono­sceva il lusso» di «appar­ta­menti dotati non solo di un bagno ma anche di riscal­da­mento cen­tra­liz­zato, tele­fono, fri­go­ri­fero, lava­trice e tele­vi­sore, com­presa un’auto in garage».



Di que­ste e altre vio­lenze, con­clu­devo, oltre che di quelle più note e visi­bili di natura poli­tica, è «mate­riato» il Nove­cento e sarebbe bene incor­po­rarle nei «discorsi» sul secolo. Lo straor­di­na­rio libro di James R. Green The Devil Is Here in These Hills. West Virginia’s Coal Miners and Their Bat­tle for Free­dom (New York, Atlan­tic Mon­thly Press, 2015, pp. 440, $28) pro­prio di que­sto parla.

È la sto­ria di come i mina­tori del West Vir­gi­nia hanno strap­pato il diritto alla libertà di orga­niz­za­zione e di presa di parola pas­sando attra­verso decenni di lotte duris­sime, da fine Otto­cento ai primi anni Qua­ranta del secolo suc­ces­sivo. Lo hanno fatto, mostra Green in pagine che dovreb­bero essere adot­tate nelle scuole di ogni ordine e grado, ma in par­ti­co­lare dove si stu­dia diritto, ricor­rendo in certi casi alla vio­lenza orga­niz­zata e col­let­tiva per rispon­dere al regime auto­ri­ta­rio e dispo­tico, alle vio­lenze e alle vio­la­zioni siste­ma­ti­che della lega­lità da parte degli impren­di­tori e delle auto­rità poli­ti­che di vario livello spesso impe­gnate a dar man forte al capi­tale. Tant’è vero che dap­prima nel 1912–13 e di nuovo un decen­nio dopo, nei primi anni Venti, si parla di vere e pro­prie «guerre minerarie».



Scio­pe­ranti in armi

«Guerre», sot­to­li­nea oppor­tu­na­mente Green, che sono andate per­dute nella memo­ria col­let­tiva d’oltre Atlan­tico e che figu­rano solo di sguin­cio anche nei libri di sto­ria del lavoro. Forse per­ché, osserva, gli stu­diosi che sim­pa­tiz­zano per la causa del lavoro «ten­dono a foca­liz­zare la loro atten­zione su inci­denti nei quali gli scio­pe­ranti erano vit­time di vio­lenza» e «sono rilut­tanti a get­tare troppa luce su ciò che è avve­nuto quando gli scio­pe­ranti imbrac­cia­vano i fucili per com­bat­tere con­tro le di solito supe­riori forze armate mobi­li­tate dagli impren­di­tori».

Ecco allora l’attenzione con­cen­trata su san­gui­nose scon­fitte ope­raie come lo scio­pero fer­ro­via­rio gene­rale del 1877, la vicenda di Hay­mar­ket da cui ori­gina il Primo mag­gio (al quale Green stesso ha dedi­cato il bel­lis­simo e molto apprez­zato Death in the Hay­mar­ket, Pan­theon Books, 2006), lo scon­tro side­rur­gico di Home­stead del 1892, il mas­sa­cro mine­ra­rio di Lud­low del 1914. E, per con­verso, la ten­denza a dimen­ti­care il West Vir­gi­nia, che per giunta si porta die­tro lo stigma, che noi ben cono­sciamo per i grandi studi di Ales­san­dro Por­telli su altri mina­tori appa­la­chiani, di un’«arretratezza» con­ge­nita.

Di Por­telli e della sua for­mi­da­bile lezione di ricerca mi ha par­lato costan­te­mente Green tutte le volte che ci siamo visti nei lun­ghi anni che gli sono occorsi per scri­vere que­sto libro. Il suo primo con­tatto col West Vir­gi­nia risale al 1978, quando, inca­ri­cato di scri­vere un arti­colo mili­tante su uno scio­pero allora in corso, si rivolse al padre della «nuova sto­ria del lavoro», David Mont­go­mery, che all’epoca inse­gnava a Pitt­sburgh e che lo indi­rizzò a un suo dot­to­rando di quell’area. Comin­ciava così un rap­porto con le miniere del West Vir­gi­nia che non si è mai inter­rotto, anche se nel frat­tempo Green, che adesso è pro­fes­sore eme­rito alla Uni­ver­sity of Mas­sa­chu­setts dopo averci inse­gnato per decenni, si è occu­pato di nume­rose altre que­stioni di sto­ria del lavoro: dai socia­li­sti dell’Oklahoma, all’uso pub­blico della sto­ria, ai «mar­tiri di Chi­cago». Fin­ché qual­che anno fa ha ripreso in mano que­sta vicenda con l’idea di scri­vere un libro da stu­dioso ma che potesse indi­riz­zarsi anche a un pub­blico più generale.



Dal grande al pic­colo schermo

Il risul­tato, dopo anni di vasta ricerca e di non meno vasta revi­sione, sono que­ste oltre quat­tro­cento pagine, un set­timo delle quali fitte di note, che si leg­gono come un romanzo per­ché la mate­ria è da romanzo o da film. In effetti di un epi­so­dio di que­sta sto­ria, lo scon­tro che nel luglio 1921 vide il corag­gioso sce­riffo (e pisto­lero pro­vetto) favo­re­vole ai mina­tori Sid Hat­field soc­com­bere sotto i colpi dei sicari impren­di­to­riali, si è occu­pato il regi­sta John Say­les nel western ope­raio Matewan(1987).

Dalla seconda di coper­tina del libro Say­les assi­cura che «The Devil Is Here in These Hills è la più com­pren­siva e com­pren­si­bile sto­ria delle guerre del car­bone del West Vir­gi­nia che io abbia letto». Gli fanno eco, dalla quarta di coper­tina, stu­diosi del cali­bro di Elliott Gorn e Glenda Gil­more. Ma anche il mondo della tele­vi­sione si è inte­res­sato al libro e alla sua sto­ria, come dimo­stra il fatto che la sezione di Boston della Pbs, la tv pub­blica d’oltre Atlan­tico, ha com­prato i diritti per rea­liz­zare un docu­men­ta­rio tratto da The Devil.

Il titolo del libro, con quell’allusione al «dia­volo» che abita nelle col­line del West Vir­gi­nia, è tratto da una frase di un ex-imprenditore e poi iso­lato poli­tico pro­gres­si­sta che nel 1912 così stig­ma­tizza il com­por­ta­mento pre­da­to­rio dei padroni delle miniere nei con­fronti dei loro lavo­ra­tori, sot­to­li­neando come «Dio non cam­mina in que­ste col­line». L’espressione adom­bra la forte reli­gio­sità che per­mea, come ci ha inse­gnato Por­telli, gli Appa­la­chi, la vasta regione degli Stati Uniti distesa per quasi quat­tro­cento con­tee e tre­dici stati, lungo l’omonima catena mon­tuosa che taglia tra­sver­sal­mente il paese, con al cen­tro l’hinterland di alcuni stati del Sud: appunto West Vir­gi­nia, Ken­tucky, Ten­nes­see e Ala­bama.

È una reli­gio­sità che ritro­viamo oltre vent’anni dopo quando, di fronte all’avanzata del sin­da­cato nel clima di pro­fondo rin­no­va­mento sociale del New Deal, la figlia di un mina­tore pro­rompe in un canto di vit­to­ria che dice: «Signore, signore siamo indi­pen­denti ora/ ora quando incon­tri il padrone non devi inchinarti/ non è un re — non lo è mai stato in alcun modo».

Tra que­sti versi e la frase del poli­tico del primo Nove­cento ci sono le due «guerre» che vedono datori di lavoro e mina­tori gli uni con­tro gli altri armati, sullo sfondo delle alterne for­tune dell’industria del car­bone, un set­tore attra­ver­sato dalla costante ten­sione, ma anche dalle con­ver­genze e inte­gra­zioni fun­zio­nali, fra le pic­cole imprese a base locale e le grandi cor­po­ra­tions nazio­nali.

È un con­te­sto nel quale spicca l’incessante spinta padro­nale al taglio dei costi da lavoro, per incre­men­tare i mar­gini di pro­fitto fisio­lo­gi­ca­mente limi­tati, e al rigido con­trollo sociale attra­verso la for­mula pre­da­to­ria della com­pany town. In essa tutto appar­tiene al padrone, il sala­rio è ero­gato almeno in parte in buoni redi­mi­bili solo presso lo spac­cio impren­di­to­riale, le mal­sane cata­pec­chie ope­raie sono di pro­prietà dell’impresa che può espel­lere i dipendenti-inquilini a pro­prio pia­ci­mento, lo spa­zio fisico e men­tale dei lavo­ra­tori è ridotto all’osso.



Lo stigma dello stereotipo

Eppure, seguendo attra­verso una miriade di fonti, lavo­ra­tori, impren­di­tori e resto della comu­nità, Green mostra come anche in que­ste ter­ri­bili con­di­zioni chi lavora rie­sca a tro­vare il corag­gio per alzare la testa, supe­rare le divi­sioni fra nativi di lin­gua inglese, migranti cala­bresi e mina­tori afroa­me­ri­cani venuti dal Sud, seg­menti di forza lavoro tanto diversi e che i pro­prie­tari delle miniere cer­cano in ogni modo di gio­care gli uni con­tro gli altri. Le «guerre» scop­piano non per­ché, come sug­ge­ri­sce cedendo a uno ste­reo­tipo nazio­nale su que­ste zone il «New York Times» nel 1921, siamo in pre­senza del «mon­ta­naro pri­mi­tivo» che cono­sce solo la legge del taglione e della fore­sta.

Legge testi­mo­niata, a dire dell’autorevole foglio, dalla lunga, ata­vica tra­di­zione delle faide fami­gliari scop­piate in West Vir­gi­nia sin dal Sette-Ottocento. Ma al con­tra­rio, dimo­stra bene Green, le «guerre» scop­piano per la fer­rea oppo­si­zione che i tanto «moderni» impren­di­tori oppon­gono all’introduzione in que­ste aree di una «moder­nità» poli­tica a loro sgra­dita, quella della libera rap­pre­sen­tanza delle parti sociali, del tra­sfe­ri­mento in sede eco­no­mica dello spi­rito di un’autentica cit­ta­di­nanza allar­gata.

È l’opposizione inve­te­rata a que­sto, al ten­ta­tivo di por­tare la Dichia­ra­zione d’Indipendenza e magari anche un po’ di socia­li­smo fra i boschi del West Vir­gi­nia che arma le mili­zie padro­nali, così come gli sce­riffi e i poli­tici sta­tali infeu­dati ai grandi inte­ressi eco­no­mici che man­dano le truppe della Guar­dia nazio­nale, quando non bastano i pri­vati, a spa­rare sui lavo­ra­tori. I quali a loro volta si mobi­li­tano, seguendo l’invito pro­ve­niente da Mother Jones, l’indomabile anziana orga­niz­za­trice di ori­gine irlan­dese. Stando al reso­conto di un gior­nale locale, nel 1913 — di fronte alla bar­bara ucci­sione di un mina­tore, Cesco Estep, reo solo si essersi ribel­lato all’ordine di eva­cua­zione della sua casa a opera degli sgherri padro­nali — Jones «saluta Cesco nella sua strada verso il cielo» e poi, rivolta a chi è rima­sto, gli intima di pren­dere il fucile e «man­dare i respon­sa­bili all’inferno».



Lezioni per il presente

Fra i mina­tori emer­gono mili­tanti sin­da­cali socia­li­sti come Frank Keene che, forte della sua diretta espe­rienza in miniera, per decenni tesse la tela dell’organizzazione, den­tro, fuori, a lato del grande, ma a tratti, a livello nazio­nale, con­tro­verso e com­pro­mis­so­rio, sin­da­cato indu­striale, com­pren­dente cioè lavo­ra­tori qua­li­fi­cati e non, della Uni­ted Mine Wor­kers of Ame­rica. Emer­gono le donne che fanno comu­nità e par­te­ci­pano a pieno titolo alle lotte.

Emer­gono l’idea e la pra­tica di una demo­cra­zia vis­suta come aspi­ra­zione quo­ti­diana e in con­ti­nua evo­lu­zione che si pro­ietta dai mar­gini eco­no­mici e poli­tici del paese verso il suo cen­tro per scuo­terlo. Come con­clude Green, «durante la loro mar­cia verso la libertà, i mina­tori orga­niz­zati del West Vir­gi­nia e le loro fami­glie assun­sero degli enormi rischi e fecero grandi sacri­fici. Lo fecero per­ché com­pre­sero che cosa una vit­to­ria poteva signi­fi­care per loro, per le loro fami­glie, per i loro vicini e per i loro com­pa­gni nelle miniere».

Ma con­tem­po­ra­nea­mente «la loro lotta allargò e appro­fondì il signi­fi­cato della libertà in tutta l’America indu­striale». Una libertà, va riba­dito, come pra­tica rela­zio­nale e col­let­tiva che parte non dalla miope pri­gione della sovra­nità indi­vi­duale, ma dalla comune espe­rienza sul luogo di lavoro. Di fonte al modo col quale il lavoro è svi­lito oggi sotto tutte le lati­tu­dini rileg­gere que­ste pagine di una sto­ria appa­ren­te­mente tanto lon­tana pare qual­cosa di più di un sem­plice eser­ci­zio anti­qua­rio. Inter­roga la nostra capa­cità quo­ti­diana di rispet­tare noi stessi.


Il Manifesto – 8 aprile 2015


Noi esseri umani tutti figli delle stelle

    Matisse, Icarus (1947)

Siamo della materia di cui sono fatti i sogni” ha scritto William Shakespeare e un altro grande “mago” rinascimentale (ché questo furono oltre che letterati o filosofi), Giordano Bruno nell'intera sua opera ha descritto l'unità misteriosa di un cosmo respiro profondo dell'Uno. Oggi arriva la conferma scientifica: siamo fatti della stessa materia delle stelle. Lo dichiara al New York Times un famoso astrofisico.

Ray Jayawardhana*

Noi esseri umani tutti figli delle stelle


Nella sua canzone Woodstock del 1970 Joni Mitchell cantò «Siamo polvere di stelle, [molecole] di carbonio di un miliardo di anni » e bruciò Carl Sagan sul fil di lana: accadde tre anni prima che quest'ultimo nel suo libro Contatto cosmico scrivesse che l'uomo è fatto di starstuff , materia stellare, concetto che in seguito avrebbe trasmesso a un pubblico molto più vasto nel suo documentario televisivo a puntate del 1980 intitolato Cosmos.

Oggi "polvere di stelle" e "materia stellare" sono diventati quasi cliché, ma non per questo la realtà dietro tali espressioni è meno profonda o meno magica.

Il ferro nel nostro sangue, il calcio nelle nostre ossa e l'ossigeno che respiriamo sono i resti materiali di stelle vissute e morte moltissimo tempo fa. Si tratta di una scoperta relativamente recente: quattro astrofisici hanno elaborato questo concetto in un documento pubblicato nel 1957, diventato poi una pietra miliare. I quattro sostenevano che quasi tutti gli elementi della tavola periodica si erano formati nel tempo per mezzo di reazioni nucleari che avvenivano all'interno di stelle — e non nei primi istanti del Big Bang come si supponeva in precedenza. La materia della vita, in altri termini, si manifestò in luoghi ed epoche per certi aspetti più accessibili alle nostre esplorazioni con il telescopio.

Tenuto conto che in stragrande maggioranza trascorriamo la nostra vita confinati in una stretta fascia in prossimità della superficie della Terra, siamo portati a pensare al cosmo come a un regno celeste sconfinato, molto al di là della nostra portata. Dimentichiamo che a separarci dal resto dell'universo c'è soltanto un sottile strato di atmosfera. Ancora oggi la scienza ci dimostra quanto la vita sulla Terra sia interconnessa ai processi extraterrestri. In particolare, alcune recenti scoperte hanno fatto luce sulle origini cosmiche degli ingredienti fondamentali della vita.

Prendiamo il fosforo. Si tratta di un componente essenziale del Dna, come pure delle nostre cellule, dei denti e delle ossa. Gli astronomi hanno faticato per ricostruirne la formazione in tutta la storia del cosmo, perché la traccia indelebile del fosforo è difficile da individuare nelle vecchie stelle fredde alla periferia della nostra galassia. (Alcune di queste "capsule temporali" stellari contengono le ceneri delle loro progenitrici, la prima generazione di stelle che si formò intorno all'alba dei tempi).

Ma in un documento pubblicato su The Astrophysical Journal Letters , un'équipe di ricercatori ha riferito di aver misurato la quantità di fosforo presente in tredici di queste stelle, utilizzando informazioni ottenute dal telescopio spaziale Hubble. Le loro scoperte mettono in luce il ruolo prioritario nella formazione degli elementi essenziali per la vita delle cosiddette ipernovae , esplosioni che rilasciano ancora più energia delle supernovae e che comportano la scomparsa di stelle enormi.

Nel regno celeste si produce qualcosa di più di semplici atomi. Numerose sono le prove dalle quali si evince che lo spazio interstellare fu anche il luogo nel quale gli atomi si unirono per formare alcune molecole collegate alla vita. Uno studio pubblicato su Science con alcune simulazioni informatiche è riuscito a ricostruire da dove proviene l'acqua della Terra. Il responso al quale si è arrivati è sorprendente: la metà dell'acqua presente sul nostro pianeta è più antica del sistema solare stesso. Ai gelidi confini di una gigantesca nube di gas si assemblarono primitive molecole di acqua.

    Chagall, Le coq rouge dans la nuit (1944)

In quella nube si svilupparono il nostro Sole e i pianeti che vi orbitano attorno, e in qualche modo quelle molecole d'acqua sopravvissero ai rischi legati al processo di nascita dei pianeti per finire nei nostri oceani e, a quanto si crede, anche nei nostri corpi. Nubi interstellari di tal fatta si sarebbero potute benissimo prestare a dar vita a una molteplicità di molecole. In un altro studio dello scorso autunno pubblicato sempre su Science, un gruppo di ricercatori ha riferito la prima scoperta in una incubatrice stellare di una molecola contenente carbonio e avente una struttura "ramificata".

L'individuazione di tale molecola, hanno scritto gli scienziati, è di buon auspicio per preconizzare la presenza nello spazio interstellare di aminoacidi, dato che la struttura ramificata è una loro caratteristica fondamentale. (I ricercatori si sono avvalsi di un enorme network, operativo soltanto in parte, di antenne radio erette su un altopiano ad alta quota nel nord del Cile, posizione che rende più facile per le onde radio raggiungerci dai confini glaciali della nostra galassia, dove si presume che abbia avuto inizio l'alchimia della vita).

Gli astrochimici sono entusiasti per questa scoperta, perché gli aminoacidi — che sono già stati individuati in alcune meteoriti — costituiscono il presupposto delle proteine. Nel frattempo, il mese scorso alcuni scienziati della Nasa hanno reso noto di aver creato alcune componenti di base del Dna in un esperimento di laboratorio che simulava l'ambiente spaziale. Sommando tra loro gli esiti di queste ricerche, aumentano considerevolmente le probabilità che i cosiddetti "mattoni della vita" si siano formati nello spazio e si siano amalgamati alla materia che ha formato la Terra e gli altri pianeti.

Può anche darsi che l'universo ci appaia remoto, irreale e irrilevante, immersi come siamo negli agi materiali, affascinati dalle continue distrazioni della vita moderna, e che ciò accada soprattutto a chi vive in città. Ma la prossima volta che da un luogo buio di periferia darete un'occhiata alla Via Lattea in tutto il suo splendore, provate a pensare a tutte quelle innumerevoli stelle come a impianti nucleari e alle aree nebulose prive di stelle come a calderoni molecolari. A quel punto non ci vorrà molto prima che riusciate anche a immaginare i primordiali semi della vita che compaiono in lontananza.

The New York Times
Traduzione di Anna Bissanti

* Ray Jayawardhana è nato nello Sri Lanka. Si è formato ad Harvard e ora insegna astrofisica alla New York University



La Repubblica – 21 aprile 2015

James Ellroy narratore del lato oscuro del secolo americano



Destrorso e sciovinista, James Ellroy si è dato il compito di rivelare il lato oscuro di quell’età dell’oro americana che cominciò alla fine della guerra. E ha messo in scena antierori ossessivi, dotati di una psiche fragile e tortuosa.

Andrea Colombo

Restituire al male il suo cuore di verità: questa la missione di Ellroy

James Ell­roy ha rove­sciato, come un guanto troppo lindo ed ele­gante per essere indos­sato nelle strade del cri­mine, la let­te­ra­tura noir. Libro dopo libro ha inchio­dato gli autori più osan­nati alla loro lezio­sità mal camuf­fata, ha messo a nudo il tenero cuore di signo­rina celato nei petti di inve­sti­ga­tori fin­ta­mente duri, ha ridi­co­liz­zato la pre­tesa degli epi­goni di Ham­mett di ripor­tare il delitto nel pro­prio ambiente natu­rale, la strada, ma lo ha fatto solo dopo averla rima­neg­giata fino a farne un kindergarten.

La mis­sione di resti­tuire al male la sua verità, invece, lo scrit­tore cali­for­niano l’ha com­piuta dav­vero: ha ridato al cri­mine la sua cruda vio­lenza, la puzza di viscere squar­ciate, la visione urti­cante di corpi fatti a pezzi. Ha reso ai mal­vagi la loro com­ples­sità tene­brosa, la loro lace­rata realtà.

L’autore del LA Quar­tet e della tri­lo­gia Under­world Usa ha pol­ve­riz­zato i canoni del noir, ren­dendo impro­po­ni­bile e obso­leto quasi tutto quel che era stato scritto prima di lui. Però così facendo, non senza para­dossi, ha rea­liz­zato l’ambizione nasco­sta sin dalle ori­gini e mai com­ple­ta­mente sod­di­sfatta del noir: ne ha fatto un genere let­te­ra­rio capace di sfon­dare i pro­prio stessi con­fini per dila­gare nei ter­ri­tori stra­nieri del romanzo sto­rico, della spe­ri­men­ta­zione sti­li­stica d’avanguardia, sfon­dando nell’approfondimento non solo psi­co­lo­gico, ma morale e esi­sten­ziale dei personaggi.



In Per­fi­dia (Stile libero, tra­du­zione di Alfredo Colitto, pp. 890, euro 22,00), il suo nuovo e flu­viale romanzo c’è tutto que­sto, ma rimo­del­lato con piena ori­gi­na­lità, per­ché la gran­dezza di James Ell­roy sta anche nel non scri­vere mai lo stesso romanzo, nel non ripe­tersi, sfi­dando a ogni uscita il rischio di delu­dere i let­tori. Se il ritmo di Per­fi­dia è meno esa­spe­rato e imper­vio di quello dei libri più azzar­dati, come White Jazz o Sei pezzi da mille, è solo per­ché l’autore ha spo­stato la scom­messa su un altro tavolo, pro­vando come mai in pre­ce­denza a scan­da­gliare gli animi abis­sali e tor­tuosi dei suoi per­so­naggi. Die­tro la fac­ciata, peral­tro non fit­ti­zia, del romanzo d’azione, Per­fi­dia è di gran lunga il libro di fic­tion più intro­spet­tivo che Ell­roy abbia mai scritto.

Il romanzo ha ini­zio il 6 dicem­bre 1941, giorno pre­ce­dente l’attacco giap­po­nese a Pearl Har­bor e pro­se­gue nei ven­ti­tre giorni suc­ces­sivi all’entrata in guerra dell’America che, nono­stante gli abbon­danti segnali, colse di sor­presa la massa dei suoi cit­ta­dini. Rac­conta, senza con­ce­dere alibi o giu­sti­fi­ca­zioni, l’internamento coatto di decine di migliaia di cit­ta­dini ame­ri­cani di ori­gine giap­po­nese, nella stra­grande mag­gio­ranza dei casi senza alcuna moti­va­zione reale. La depor­ta­zione riguardò tutti gli Stati dell’Unione, ma in cia­scuno fu cali­brata diver­sa­mente. La Cali­for­nia si dimo­strò par­ti­co­lar­mente solerte.



Ellroy è un reazionario orgoglioso e conclamato. Ma il suo non è il primo caso di autore «di destra» che rie­sce a sve­lare i gua­sti e i pec­cati del paese o del sistema sociale che difende con una effi­ca­cia negata a chi pra­tica la denun­cia per mestiere e per fede politica.

La sua pas­sione sto­rica lo spinge pun­tual­mente a risco­prire e ripor­tare alla luce gli epi­sodi minori, dimen­ti­cati o quasi, che costel­lano la sto­ria degli Stati Uniti e in par­ti­co­lare di Los Ange­les. Del resto, que­sta Ame­rica che si accinge a entrare con­tro­vo­glia in guerra di ombre ne pre­senta sin troppe: è un Paese venato di anti­se­mi­ti­smo e raz­zi­smo, fon­da­men­tal­mente iso­la­zio­ni­sta, in cui la sim­pa­tia per le potenze dell’Asse è diffusa.

I per­so­naggi di Per­fi­dia sono un eser­cito: molti real­mente esi­stiti, mol­tis­simi già apparsi o nella prima tetra­lo­gia, ambien­tata a L.A. tra il 1946 e il ’59, o nella suc­ces­siva tri­lo­gia. I pro­ta­go­ni­sti sono quat­tro: uno, il chi­mico forense di ori­gine giap­po­nese Hideo Ashida, com­pare per la prima volta; un altro è Wil­liam H. Par­ker, famo­sis­simo e discusso coman­dante alco­liz­zato del Los Ange­les Police Depart­ment dal 1950 al ’66, rap­pre­sen­tato qui nella fase della sua molto con­tra­stata ascesa. Gli altri due per­so­naggi prin­ci­pali ave­vano già occu­pato posta­zioni cen­trali nei romanzi pre­ce­denti: Kay Lake è la ragazza di Dalia Nera, Dud­ley Smith, il «cat­tivo» tanto geniale quanto feroce del primo Quar­tet.

Il cuore del romanzo sono loro, per­ché, Per­fi­dia è, più di ogni altro libro di James Ell­roy, cen­trato sui per­so­naggi: sulla loro ambi­guità morale, sulle loro con­trad­di­zioni pro­fon­dis­sime e insa­na­bili, sui pec­cati, i tra­di­menti, l’ ansia di reden­zione. Soprat­tutto sulle loro osses­sioni, per­ché in fondo pro­prio que­sto è il vero tema onni­pre­sente in Ell­roy, la cifra comune a tutti i suoi per­so­naggi, incluso, ora, quella spe­cie di Darth Vader in giacca e fon­dina, che era nei romanzi pre­ce­denti Dud­ley Smith, qui una figura infi­ni­ta­mente più com­plessa e tra­gica. L’ossessione, per cia­scuno di loro, è un oggetto del desi­de­rio amo­roso, etero o omo­ses­suale: comun­que amori impos­si­bili che lo scrit­tore ado­pera come un gri­mal­dello per for­zare l’animo tor­tuoso dei suoi anti­e­roi e met­terne a nudo la fragilità.



È la guerra a met­tere i pro­ta­go­ni­sti in con­tatto tra loro e offrire la pos­si­bi­lità di incro­ciare l’oggetto della loro osses­sione amo­rosa. Inat­teso, lo scop­pio improv­viso della guerra spezza ogni con­sue­tu­dine, dif­fonde emo­ti­vità e fer­mento, tra­volge le bar­riere con­suete. Solo nei giorni ebbri di entu­sia­smo e paura, dopo l’attacco di Pearl Har­bor, una diva come Bette Davis può ritro­varsi invi­schiata in una vicenda che rischia di scon­fi­nare nell’amore con un poli­ziotto irlan­dese vio­lento e cor­rotto. Solo il senso di urgenza e libe­ra­zione pro­vo­cato dal con­flitto per­mette a due pro­vin­ciali dotati entrambi di talento, ambi­zione e fra­gi­lità, ma avviati su per­corsi oppo­sti, ossia Wil­liam Par­ker, il poli­ziotto mora­li­sta e alco­liz­zato e Kay Lake, di incon­trarsi, seb­bene per un attimo. La guerra è pre­sente in ogni riga di Per­fi­dia, e lo resterà pro­ba­bil­mente anche nei suc­ces­sivi tre romanzi di que­sto nuovo L.A. Quartet.

Il ciclo dovrebbe infatti finire esat­ta­mente dove comin­cia quello pre­ce­dente: nel 1946. L’obiettivo dichia­rato dell’autore è con­clu­dere la para­bola segreta di trent’anni di sto­ria ame­ri­cana dal 1942 al ’72. Non è un periodo scelto a caso. La fase che ha ini­zio il 7 dicem­bre 1941 e ter­mina con i primi bagliori del Water­gate è quella dell’ascesa dell’egemonia ame­ri­cana nel mondo: l’età d’oro degli Stati Uniti.

L’ironia della let­te­ra­tura ha voluto che pro­prio allo scrit­tore forse più scio­vi­ni­sta oggi pre­sente in Ame­rica sia toc­cato il com­pito di rive­lare e rac­con­tare il lato oscuro di quell’età dell’oro.


Il manifesto – 22 marzo 2015

mercoledì 13 maggio 2015

Gianni Ferro - Dino Gambetta Un ricordo



Mauro Baracco

...che coppia!


...hai voglia di dire e ripetere al Dino che probabilmente il sottoscritto è la persona meno indicata per gettar giù parole in libertà sul suo grande amico Gianni Ferro: Mauro, nelle vicende albissolesi, si è intrufolato un po' sul tardi, quando molti dei migliori avevano già deciso di lasciarci e quasi alla fine del breve percorso terreno del nostro; appena in tempo in ogni caso (e per fortuna personale) per conoscere una serie di belle persone e giustogiusto agli inizi del tormentone su “i meravigliosi anni '50”...e “i favolosi anni '60”.

Mi sono perso quindi, la conoscenza di personaggi universalmente noti come Lucio Fontana e di uomini che dalle nostre parti fecero la differenza e oggi sonnecchiano ahimè un po' negletti, nel ripostiglio della memoria collettiva: cito per tutti l'altro Fontana, il “Gigi” e per l'appunto il Gianni Ferro.

Tant'è: se che “devo farlo io” lo ha “deciso” Dino Gambetta, una ragione pur ci sarà.

...forse la comune malinconia per una vita tanto potente e spezzata troppo in fretta; la suggestione che sa da me provata nelle rare occasioni in cui ho potuto rubare con gli occhi i pensieri più intimi dell'Artista che oggi narriamo: ammirando una sua grafica beffarda, una veduta del Castellaro, del Paxio, di Bergeggi o della Gallinara; immagini intrise di tristezza e comunque solari; urlanti con unica voce indignazione e amore.

Certo Dino, conoscendomi un po', presume quante volte mi sia riconosciuto, zucca complicata, ai piedi di quel tragico e irriverente albero di Natale; in quegli onirici, malinconici e dignitosissimi omini intabarrati.

Gianni Ferro... avevi la bacchetta magica della grafica e degne di studi, vivessimo un'era un po' meno distratta, dovrebbero essere le tue produzioni etichetta Edizioni del Frantoio: Una Storia di Memoria, Quattro Carte de Tarocchi, Il Becchino Cuorcontento, Il Macellaio Macellato, Il Diario del Nostromo, Un Inverno alla Campagna e via proseguendo per le strade della tua filosofica e sofferta fantasia; disegnini, graffi e sberleffi frutto di un attento e intelligente recupero in ogni dove, in primis nei cassetti della vecchia tipografia di Titti Cori.

Ed altro ed altro ancora, al servizio degli amici più cari: conservo gelosamente una tua logora locandina prodotta per l'indimenticabile Ansgar Elde che egli, in procinto di lasciarci, regalò un giorno a Nadia, la mia metà più gradevole. Da giovane speranzoso ho amato la tua bella anarchia intellettuale, gli anatemi lanciati con dinamitarda dolcezza contro i simboli del consumismo più sfrenato; l'anziano stomacato che avvolge la mia essenza continua a farlo e sempre più condivide nell'oggi questa dimensione di pensiero.

Caro Gianni (permetti?!..sai: gli amici dei miei amici...) avresti ben potuto sfruttare le tue virtuosità: dalla grafica all'antica tecnica dell'affresco; buona dose fosse illustrato con l'immagine del tuo primo, giusto cinquanta anni fa, a-u Castagnin: che tanti lo conoscano...

Uomo saggio, hai rifuggito la bieca commercializzazione delle tue fatiche intellettuali, pagandone quello scotto che quasi sempre accompagna molti dei migliori.


...per anni, ho atteso il felice momento nel quale il nostro Dino, in occasioni veramente “Eccezionali”, ci avrebbe fatto omaggio di una preziosa riedizione di uno dei tuoi raffinati libricini, di una delle tue irriverenti affiches; gesto di affetto per gli amici più cari certo, ma di un amore amicale per te che si perpetua nel tempo. Oggi, trentaquattro anni dopo la tua fuoriuscita dal caos, siamo qui, in quello che fu l'antro delle meraviglie di Guido Giors, il gutenberg della nostra gioventù, ad ammirare tue “Cose” inedite: ceramiche, schizzi, disegni, bozzetti fragili e pieni di forza...grazie ancora una volta a te e al nostro Dino... ...siete proprio una bella coppia di Amici...




We Shall Overcome inno per il mondo intero



Ricordo di Guy Carawan. Guy Carawan è morto il 2 maggio scorso nella sua casa di New Market, Tennessee, e la sua perdita è dolorosa. Un altro pezzo della nostra giovinezza che sparisce.

Alessandro Portelli

We Shall Overcome inno per il mondo intero

Era la metà degli anni ’80, e avevo invi­tato all’università Guy Cara­wan, sua moglie Can­die Ander­son e un gruppo di arti­sti e musi­ci­sti dello Highlan­der Cen­ter del Ten­nes­see a tenere un seminario.
Poi, con l’idea di far­gli vedere l’Italia migliore, li por­tai tutti a Pia­dena, a incon­trare la Lega di cul­tura e a casa del «Micio» Gian­franco Azzali.

Guy Cara­wan è morto il 2 mag­gio scorso nella sua casa di New Mar­ket, Ten­nes­see, e la sua per­dita è dolo­rosa non meno di quella di Pete See­ger un anno fa.

Alla fine degli anni ’50, era stato lui a spie­gare ai gio­vani mili­tanti del movi­mento dei diritti civili, che quelle che loro disprez­za­vano come slave songs, can­zoni di schiavi dei loro nonni, erano in realtà free­dom songs, can­zoni di libertà e di lotta che diven­ta­rono una delle armi di mobi­li­ta­zione e di espres­sione del movi­mento dei diritti civili.

Al cen­tro di Highlan­der dove lavo­rava (fon­dato negli anni ’30 per for­mare i qua­dri sin­da­cali nel Sud, diven­tato un cen­tro di for­ma­zione per il movi­mento dei diritti civili negli anni ’50), si erano for­mati alcuni dei pro­ta­go­ni­sti di quella lotta, a par­tire da Rosa Parks, che era stata a Highlan­der prima di com­piere il suo famoso gesto di pro­te­sta sull’autobus segre­gato a Birmingham.

Dagli archivi di Highlan­der, Guy Cara­wan recu­però una can­zone che Zil­phia Hor­ton, la moglie del fon­da­tore, aveva regi­strato molti anni prima durante uno scio­pero di brac­cianti neri in North Caro­lina. Era uno spi­ri­tual d’inizio secolo che diceva «I’ll Over­come Some­day».



Cam­biata la prima per­sona sin­go­lare nel plu­rale, la can­zone che Guy Cara­wan inse­gnò ai mili­tanti del movi­mento, diventò «We Shall Over­come».

A Pia­dena Guy e Can­die rega­la­rono un con­certo, che si tenne nelle can­tine del muni­ci­pio. Quat­tro pan­che, pareti nude, ma una splen­dida acu­stica. Quando lui e Can­die attac­ca­rono We Shall Over­come, il pub­blico – quasi tutti ope­rai e brac­cianti – si alzò in piedi come se aves­sero suo­nato l’inno nazionale.

È stato uno dei momenti più com­mo­venti che io ricordi. Devono esi­stere delle splen­dide foto di quel con­certo, fatte dal nostro Carlo Leydi. La sera dopo, Guy e gli altri fecero un con­certo alla sezione comu­ni­sta di Cal­va­tone. Emo­zio­nato come un bam­bino, Guy si com­prò un paio di calze rosse con la falce e mar­tello che non si tolse più fino alla partenza.



Fu Guy a darmi i primi con­tatti per la ricerca sui mina­tori a Har­lan County, dove poi lo incon­trai di nuovo in un con­certo con­tro il broad form deed, la norma che per­met­teva alle com­pa­gnie mine­ra­rie di distrug­gere la super­fi­cie, case e cimi­teri com­presi, per pren­dere il mine­rale che c’era sotto (una lotta che poi ha avuto successo).

L’ho visto l’ultima volta due anni fa, molto stanco, comin­ciava a per­der la memo­ria, ma si ricor­dava quei giorni di Pia­dena con luci­dità e affetto.

Da quando lui l’ha inse­gnata, e Pete See­ger l’ha dif­fusa, la can­zone ha con­ti­nuato a vivere. Basta cer­care su you­tube per vederla can­tata dai mani­fe­stanti di Occupy Wall Street.


Il Manifesto – 12 maggio 2015