TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 1 maggio 2016

La campana delle sei


La conquista romana della Britannia, prima grande operazione di sbarco della storia



La conquista romana della Britannia fu una straordinaria impresa logistica prima che militare. I romani riuscirono a trasportare un esercito oltre la Manica e ad eseguire un'operazione di sbarco ancora oggi studiata nelle scuole di guerra.


Vittorio Emanuele Parsi

Spedizioni romane in Britannia


Il libro di Cristiano Bettini (Oltre il fiume oceano. Uomini e navi romane alla conquista della Britannia) è un volume poliedrico, dalle molte sfaccettature, una sorta di “imbuto rovesciato” che dalle operazioni in Britannia (Cesare 55 e 54 a.C.; Claudio 43 d.C.; Costanzo Cloro, 296 d.C.) allarga lo sguardo all'intera organizzazione militare romana. In effetti sono molti “i libri” contenuti in questo volume, impreziosito da un apparato iconografico e cartografico imponente e davvero ben realizzato.

Si tratta di un libro di storia militare romana, evidentemente, ma anche di una riflessione a tutto tondo sul cosiddetto modello “expeditionary” che rappresenta la scelta obbligata delle forze armate di tutti i grandi Paesi occidentali contemporanei (Italia compresa). Infine è anche un manuale sulla navigazione a vela latina. Si respira in tutto il libro la lunga esperienza marinaresca e la sincera passione per il mare dell'autore, ammiraglio di squadra in congedo della Marina Militare, che in questa sua nuova opera letteraria dà prova di una competenza e professionalità storica di assoluto livello.

Le tre spedizioni romane in Britannia vengono contestualizzate nei diversi momenti di vita dell'”imperium”: la fase tarda repubblicana della bulimia espansionistica cesariana, quella della lunga auge imperiale, in buona sostanza coincidente con i due secoli centrali del principato e il lungo epilogo difensivo, che si protrarrà, considerando la parte orientale dell'impero oltre 1000 anni.



Roma non nasce come potenza navale. Lo diventa per poter sconfiggere Cartagine. Ma proprio il fatto che dopo la distruzione della città punica nessun'altro sfidante saprà contenderle il dominio del Mediterraneo cristallizza questa trasformazione. Saranno le spedizioni in Britannia, oltre il “Fiume Oceano”, appunto, a rimettere alla prova lo sperimentato talento romano per l'appropriazione delle buone idee e dei buoni manufatti altrui. Se i romani importarono il gladio dalla Spagna, proprio dopo le guerre puniche, così dai popoli atlantici appresero le tecniche marinaresche e di carpenteria per mettere in mare una flotta capace di navigazione oceanica.

In realtà è proprio la natura essenzialmente terrestre del potere militare romano a rendere queste tre spedizioni così interessanti e attuali. La loro ciclopicità non attesta tanto la trasformazione della natura di Roma da potenza continentale in potenza navale, quanto piuttosto la versatilità dello strumento militare romano e la straordinaria capacità di questo stato costruito intorno al suo esercito di affrontare sfide inedite e complesse con estremo pragmatismo, traendo lezione dalle esperienze precedenti.

Le spedizioni in Britannia rappresentano innanzitutto un gigantesco rompicapo logistico, senza la cui soluzione esse non avrebbero potuto aver luogo o avrebbero costituito un episodio poderoso ed effimero al tempo stesso. Nella realtà, la presenza romana in Britannia durerà quasi fino al collasso dell'impero d'Occidente, nel V secolo d.C.. Esse costituiscono la più evidente manifestazione dell'organizzazione militare romana, capace di integrare l'intera catena logistica e di trasporto a sostegno delle forze combattenti. Ed è anche per questo che lo studio di queste tre campagne si rivela di straordinaria attualità.



Oggi, la necessità di una sempre maggiore integrazione e coordinamento tra le diverse capacità delle forze armate rappresenta l'attuazione pratica della lezione romana. Non per caso, il modello delle spedizioni romane in Britannia venne ripreso dalla Gran Bretagna nella sua lunga fase imperiale e, successivamente, dagli Stati Uniti, che lo potenziarono ulteriormente. Pensando alle sfide che il mondo contemporaneo lancia alla nostra sicurezza, è evidente come non sia possibile proiettare alcuna forza a difesa degli interessi nazionali se questa non esiste e non è in grado di operare in autonomia per un certo lasso di tempo anche contro forze nemiche ben equipaggiate: ma senza capacità di trasporto nessuna forza può essere ugualmente proiettata, così come ogni convoglio necessita di adeguata protezione antisom e aerea.

Di qui la caratteristica di “operabilità interforze” del modello “expeditionary”, che consente di superare anche la tradizionale rivalità tra la componente terrestre, quella navale e quella aerea.
In conclusione, il libro di Cristiano Bettini è straordinariamente documentato (oltre che ben scritto) e colma un vuoto nella letteratura accademica non solo italiana tanto nel campo della storia militare quanto in quello degli studi strategici.


Il Sole 24Ore – 17 aprile 2016



Cristiano Bettini
Oltre il fiume oceano. Uomini e navi romane alla conquista della Britannia
Laurus, 2016
€ 25  

Gli ultimi ebrei di Rodi. Storie italiane di antisemitismo



«Gli ultimi ebrei di Rodi. Leggi razziali e deportazioni nel Dodecaneso italiano (1938 -1948)» di Marco Clementi e Eirini Toliou, per DeriveApprodi racconta le tante storie di una comunità ebraica nella transizione dalle leggi razziali del 1938 alla deportazione finale a Auschwitz e concorre a sfatare il mito, ancora oggi resistente, degli italiani brava gente.

Lia Tagliacozzo
Quella bicicletta Bianchi che Sara non rivide più

«La bicicletta Bianchi, tipo ’suprema’ numero 971440 di matricola (…) già in possesso dell’ebrea internata Israel Sara è stata consegnata allo Studio Agricolo Commerciale S.A. di Rodi, che ne reclamava la restituzione. La bicicletta in questione era stata acquistata a rate mensili dall’ebrea Israel Sara e non completamente pagata, quindi per il disposto n.10 delle condizioni generali di vendita, la bicicletta in parola non poteva essere venduta né ceduta».

Il sequestro della bicicletta di Sara Israel venne disposto dalle autorità italiane mentre probabilmente lei era ancora prigioniera a Rodi in attesa di essere deportata ad Auschwitz con quello che fu «drammaticamente il convoglio più lontano che giunse ad Auschwitz, e neanche l’ultimo». L’amministrazione italiana a Rodi – come nella penisola – compì un lavoro minuzioso e preciso: non si limitò a censire gli ebrei in quanto persone ma anche i loro beni. E gestirne, tra furti e scomparse, gli averi: tra cui la bicicletta Bianchi di Sara Israel.

A scrivere la vicenda di Sara e della storia di coloro (tra i 1781 e 1846 ebrei rodioti, il numero esatto è ancora ignoto) furono deportati dall’isola nel luglio del 1944, sono Marco Clementi e Eirini Toliou in Gli ultimi ebrei di Rodi. Leggi razziali e deportazioni nel Dodecaneso italiano (1938 -1948), edito da Deriveapprodi (pp. 307, euro 23). Un volume di straordinario interesse ma con un limite significativo: la mancanza di un’introduzione che ne racconti la genesi e ne motivi la precisione della scrittura, la mole delle fonti, e l’apparente discontinuità dell’indice.



Consiste, infatti, nel primo studio sulla vicenda ebraica rodiota durante il fascismo e la seconda guerra mondiale che si avvale del grande archivio «Gruppo carabinieri reali – ufficio centrale speciale», fino a ora impossibile da consultare. Si tratta della dicitura dietro la quale si nascose, dal 1932 fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’ufficio politico italiano di pubblica sicurezza.

Dallo studio delle carte emerge ora che su una popolazione di centotrentamila abitanti vennero raccolti circa novantamila dossier personali: indicazioni che contribuiscono a modificare sostanzialmente l’immagine della amministrazione italiana del Dodecaneso fino ad ora valutata anche dagli storici con sostanziale bonomia per restituire invece una modalità di controllo delle persone e del territorio tipico di uno stato autoritario.

Nella fretta della dismissione del possedimento in osservanza del trattato di Parigi nel 1947, che concluse per l’Italia la seconda guerra mondiale, rimasero ad Atene anche quegli archivi il cui studio oggi concorre a ridisegnare i confini della storia patria, del ventennio fascista e del ruolo che vi ebbero non solo i carabinieri ma l’amministrazione nel suo complesso.

In questo senso il libro di Clementi e Toliou si inserisce a pieno titolo e con rigore in un nuovo filone della ricerca che indaga i comportamenti degli apparati dello stato e dal quale emerge un’Italia ben più abbietta e meschina di quanto ci piacerebbe pensare, e che concorre a sfatare quel «mito del bravo italiano» che anche parte della riflessione degli storici condivide.



Il volume inizia in realtà ricostruendo la vicenda del Pencho, il battello fluviale che, partito da Bratislava a maggio, naufraga al largo delle coste di Rodi a ottobre del 1940 con il suo carico di ebrei in fuga dalla guerra e dalla persecuzione dopo aver percorso il Danubio per raggiungere illegalmente la Palestina sotto mandato inglese: «I soliti ebrei – come li definisce nelle carte il governatore De Vecchi, triunviro del fascismo, dopo aver disposto l’allontanamento del piroscafo in avaria – vaganti nel Mediterraneo verso la Palestina».

Dopo essere stati internati sull’isola – «il costo mensile a persona che riceveva pane, pasta, riso, legumi, olio e grasso, sapone, ossa, zampe e coda di maiale, legna, olive, verdura e sale era di 26,50 lire» – il gruppo venne condotto nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia in provincia di Cosenza. Una «storia a parte» per coloro che, alla fine, furono tra i primi ebrei a essere liberati in Europa il 14 settembre 1943 dagli angloamericani. Ma le carte dell’archivio dei carabinieri raccontano molte storie individuali e collettive: quelle dei carabinieri che si rifiutarono di giurare fedeltà alla Repubblica sociale italiana voluta da Mussolini e dall’alleato nazista, e di coloro che invece quella fedeltà giurarono.



Di ebrei salvati – importante l’opera svolta dal giovane console turco Selahattin Ulkumen che riuscì a salvare alcune persone «dandogli» la cittadinanza turca – e di quelli uccisi, della dirigenza della comunità ebraica di Rodi che cerca di comportarsi con equilibro in una realtà che non ne ha più. E della storia di quelle figure chiave del governo italiano a Rodi, corresponsabili della deportazione degli ebrei rodioti, che tornarono in Italia a finire le loro carriere.

Porre infatti come limite temporale il 1948 consente di collegare la vicenda non solo al ventennio fascista ma anche alla storia dell’Italia repubblicana e antifascista, lasciando aperti molti punti interrogativi su se e come questa abbia saputo fare i conti con l’eredità lasciatale dalla dittatura fascista e sulla sostanziale continuità istituzionale. Le Sara Israel deportate da Rodi ad Auschwitz sono cinque, tutte decedute: quelli dello studio agricolo commerciale di Rodi si sono tenuti la bicicletta Bianchi.


il Manifesto – 22 aprile 2016

sabato 30 aprile 2016

"Lo Stato contro Fritz Bauer". Un film da vedere


Un film tedesco ricostruisce una pagina sconosciuta della caccia ai criminali di guerra nazisti. Da vedere.


Un magistrato patriota tra gli ex nazisti «Così ho riscoperto Fritz Bauer»

Intervista di Stefano Montefiori


Se l’organizzatore della soluzione finale Adolf Eichmann un giorno di maggio 1960 ha dovuto interrompere la sua vita serena in Argentina, turbata solo dallo scrupolo di «non avere finito il lavoro», come diceva, lo si deve in buona parte alla determinazione del procuratore tedesco Fritz Bauer. Un personaggio dimenticato dalla Storia, che lo scrittore e giornalista francese Olivier Guez ha raccontato anni fa nel saggio L’impossibile ritorno, storia degli ebrei in Germania dopo il 1945 (Flammarion) e ora, da co-sceneggiatore, nel film Lo Stato contro Fritz Bauer.

Bauer era un ebreo tedesco, un patriota socialdemocratico, costretto a rifugiarsi in Danimarca all’avvento del nazismo. Alla fine della guerra tornò a Francoforte e da magistrato si mise in testa di ridare onore al suo Paese cercando di processare i responsabili dell’Olocausto. Nella Germania degli anni Cinquanta i più teneri lo trattavano da scocciatore invasato; i servizi segreti tedeschi, ancora pieni di ex nazisti, cercavano di fermarlo.

Come ha riscoperto il personaggio di Fritz Bauer?
«Facendo le ricerche per il libro sul ritorno degli ebrei tedeschi in Germania. Avrei dovuto imbattermi in lui immediatamente invece non è stato così. Questo mi stupì molto, all’epoca. Il libro è uscito in Francia nel 2007, e dopo la sua traduzione in Germania nel 2011 il regista Lars Kraume mi ha contattato per pensare insieme a una sceneggiatura. Anche lui non conosceva Fritz Bauer. Tutti sanno che Eichmann è stato catturato in Argentina dal Mossad, poi processato e impiccato a Gerusalemme nel 1961, ma non che gli israeliani sono stati messi sulle sue tracce da Bauer».

Come si spiega questo oblio?
«La Germania ha un rapporto con il passato più complicato di quanto noi vogliamo credere. Solo l’attore protagonista del film, Burghart Klaußner, che è nato nel 1949, si ricordava di Fritz Bauer e della sua morte nel 1968, per lui era qualcuno di importante, è stato uno dei pochi tedeschi che hanno cercato di ri-appropriarsi del loro passato. Abbiamo in testa un’immagine falsa di una Germania che si è messa subito al lavoro per farsi l’esame di coscienza. Ma questo succede solo alla fine degli anni Settanta e agli inizi degli Ottanta, quando la generazione della guerra — i quadri nazisti erano piuttosto giovani — va finalmente in pensione».

Fritz Bauer è un ebreo tedesco che aiuta Israele, ma i suoi rapporti con gli israeliani non sono facili.
«È un aspetto molto interessante, che discende dalla storia dell’ebraismo europeo. Una delle scene più forti, alla quale abbiamo lavorato a lungo, è l’incontro di Bauer con il capo del Mossad a Gerusalemme. Gli ebrei tedeschi e quelli dell’Europa orientale si detestavano. I primi si sentivano emancipati e colti, parlavano tedesco e disprezzavano quel dialetto germanico che è lo yiddish; i secondi a loro volta non amavano gli ebrei tedeschi, che a loro parere avevano abbandonato la tradizione e il patrimonio ebraico per fingere di essere tedeschi. Fino al nazismo e alla guerra gli ebrei tedeschi erano in posizione di forza, si sentivano più moderni e civilizzati. Ma nel dopoguerra in Israele ci sono gli ebrei partiti anni prima verso la Palestina dall’Europa dell’Est: bielorussi, polacchi, ucraini. È la grande rivalsa nei confronti degli ebrei dell’Ovest, che in Israele arriveranno dopo».

Il capo del Mossad si rifiuta di parlare tedesco con Bauer.
«Vuole umiliarlo anche se sa benissimo il tedesco, gli si rivolge in yiddish e Bauer gli risponde innervosito a sua volta “io non capisco l’yiddish”. Per gli israeliani negli anni Cinquanta era impossibile vivere in Germania, il capo del Mossad dice “io mi occupo degli ebrei vivi, non degli ebrei morti”, per loro Fritz Bauer è un’anomalia storica. Non c’è alcuna complicità».

Fritz Bauer cerca con tutte le forze di fare estradare Eichmann in Germania, vuole processarlo a Francoforte come momento chiave di una palingenesi nazionale.
«Ma non è un diplomatico e non coglie la realpolitik del dopoguerra. Israele ha bisogno della Germania Ovest perché gli servono armi e tecnologia, la Germania ha bisogno di Israele per reinserirsi nel consesso delle nazioni, che è il grande obiettivo del cancelliere Adenauer. E il miglior modo di mostrare al mondo che la Germania è cambiata è fare la pace con gli israeliani. Poi, processare Eichmann a Francoforte porterebbe probabilmente alla scoperta di quanti quadri nazisti ancora detengono i posti più importanti dello Stato, e questo farebbe vacillare il governo Adenauer: un’eventualità che, in piena guerra fredda, gli americani non possono permettersi».

Alla fine comunque Eichmann viene catturato e processato. Altri continueranno a sfuggire.
«Sto lavorando a un libro su Josef Mengele. Che nel 1956, all’ambasciata tedesca di Buenos Aires, recupera tranquillamente un passaporto a suo nome. Il sentimento di impunità era assoluto».


Il Corriere della sera – 30 aprile 2016

Lou Dalfin, canzoni ai confini del mondo



Il ritorno del gruppo occitano, molto vicino ai movimenti No Tav. Brani su storie di insubordinazione e inni antimilitaristi. Parla il leader della band, Sergio Berardo.

Paolo Ferrari

Lou Dalfin, canzoni ai confini del mondo

La musica endemica è il titolo del dodicesimo album del gruppo occitano di passaporto italiano Lou Dalfin. Prodotto da Madaski degli Africa Unite e lanciato dal singolo Los Taxis de Barcelona, con video diretto dal cineasta torinese Davide Borsa, il disco contiene 14 inediti. Leader della band da 34 anni e da oltre 1.300 concerti è Sergio Berardo, che incontriamo a Caraglio, provincia di Cuneo, nel quartier generale dei cantori folk rock del Delfinato.

Avete definito in passato il vostro genere «ballo canzone»: vale anche per questo cd?
Sì, il nostro sforzo consiste sempre nell’abbinare la scrittura d’autore alla struttura coreutica della musica che in concerto detta i movimenti ai ballerini. Rispetto ai precedenti forse c’è un po’ più di canzone, come quando con L’Òste del Diau vincemmo la Targa Tenco nel 2004.

Passiamo dunque ai testi, partendo da «Glòria al Deseseten», una storia di insubordinazione a ordini scellerati. È un inno antimilitarista? 
L’importante non è che quei soldati non abbiano sparato, ma che non lo abbiano fatto sulla loro gente. Era il 1907, in Linguadoca era in corso una rivolta contro l’immissione di vino alterato chimicamente o di importazione algerina che metteva alla fame i coltivatori locali. La capeggiava un socialista, Ernest Ferroul, che chiudeva i comizi gridando «W la Nazione Occitana». Al momento della repressione, i ragazzi D’Oc del 17° Fanteria rifiutarono di fare fuoco sulla gente e si unirono alla protesta. Per farli rientrare in caserma vennero illusi con la chimera di un condono. In realtà furono inviati prima in Nord Africa e poi al fronte della Guerra Mondiale, dopo il 1918 su 400 ne erano rimasti vivi sette.



Altro anno cruciale nella storia delle tante repressioni perpetrate da Parigi contro gli Occitani e altro brano, «Tèrra 1209»…
Fu l’anno in cui l’Occidente ordì l’unica crociata contro sé stesso anziché rivolta al Medio Oriente. Il Papa e il Re di Francia attaccarono e distrussero gli Albigesi, tutti occitani e catalani, perché non potevano tollerare la loro civiltà illuminata. La società Catara fu un esperimento prerinascimentale formidabile: tolleranza, tradizione poetica dei trovatori, diritto per le donne di prendere la parola in pubblico. Gli Occitani si difesero come poterono da quell’invasione in arrivo da paesi distanti ed estranei, l’Île-de-France e Roma. Fu l’inizio della colonizzazione.

Ancora un testo, questa volta una storia di banditi piemontesi ghigliottinati a Marsiglia: che ruolo ha avuto il banditismo a cavallo tra Piemonte e Francia?
Il pezzo è La beata, che significa proprio la ghigliottina. La storia è vera, la gang imperversava a metà Ottocento e fu ghigliottinata nel 1868. Oggi si punta il dito contro nordafricani e zingari, considerati bacini di arruolamento per la bassa manovalanza criminale, ma allora quel ruolo nel Sud della Francia era spesso rivestito dai Piemontesi. Spesso erano ex soldati incapaci di reinserirsi nella società dopo le guerre. Erano dei poco di buono, ma rappresentavano a modo loro la natura posticcia dei confini tra Italia e Francia. Le nostre vallate sono un mondo unico, di qua e di là dallo spartiacque, per lingua, cultura, storia e musica.

Come funziona tutto questo immaginario al confronto con il pubblico extra occitano?
C’è un’attenzione sempre maggiore per la vera Europa, quella composta dalle comunità reali anziché dai grandi stati. Inoltre, in tanti anni di lavoro in giro per l’Italia e per il continente abbiamo seminato conoscenza anche in materia di ballo, non c’è concerto a Roma, in Toscana, a Milano e al Sud in cui qualche coppia non si metta a ballare la giga, la curenta, il rigodon. Gli altri provano a fare altrettanto, e chi non ci riesce salta come ai concerti punk. Siamo una band coinvolgente, è da sempre uno dei nostri punti di forza.

Nonché un gruppo molto vicino al movimento No Tav…
Sì, è una simbiosi naturale. Noi cantiamo la montagna violata dai grandi interessi, svuotata dei propri abitanti, emarginata dalla politica. Quando qualcuno, come il movimento contro il TAV, alza la voce, ci trova al suo fianco.

Il manifesto – 20 aprile 2016


venerdì 29 aprile 2016

Camminare verso l'utopia



Un articolo interessante, anche se segnato da una punta di moralismo. Perchè il camminare, unito alla disponibilità all'incontro, rappresenta una gioia (e un valore) in sé. 

Pasquale Coccia

Camminare verso l'utopia

Negli anni delle superiori, al suono della campanella che segnava la fine delle lezioni alle 13.30, guadagnavamo l’uscita a passi lunghi, il nostro stomaco stretto nella morsa dei crampi non consentiva la dilazione dei tempi, perciò tagliavamo il percorso lungo le scale del castello svevo-normanno. In fondo a quelle scale il nostro vociare si faceva d’improvviso silenzio, perché davanti al cancello a della basilica di San Michele, abbarbicata sulla cima di una montagna a 850 metri di altezza, ultima sosta dei crociati prima di imbarcarsi a Brindisi per raggiungere la Terrasanta, sostava in piedi una donna in preghiera.

Arrivava ogni giorno a piedi da San Giovanni Rotondo, qualsiasi fossero le condizioni meteo, percorrendo circa 50 chilometri tra andata e ritorno. Era una donna magra, con il viso scavato, i capelli raccolti, un fascio sottile di muscoli, vestita di marrone, ci dicevano che a infliggerle la penitenza fosse stato Padre Pio. L’immagine di quella donna ci è venuta in mente leggendo il libro del filosofo e teologo Andrea Bellavite,Piccoli passi alla ricerca della verità (Edicilo, 8.50), che raccoglie le considerazioni di un appassionato viandante.



Ad accendere le sue riflessioni l’incontro a Gorizia, in una sera di pioggia battente, con un uomo sulla cinquantina che si ripara sotto la pensilina di un portone. Alla richiesta se avesse bisogno di aiuto, l’uomo estrasse dallo zaino un foglio protetto da una copertina di plastica, firmato dal vescovo di Tarbes presso Lourdes, sul quale era scritto che quell’uomo di nome Francois era diretto a piedi a Gerusalemme, non poteva parlare con nessuno, possedeva solo un cambio di vestiario e un biglietto di ritorno Telaviv- Parigi da utilizzare entro un anno. Francois è un pellegrino del XX secolo, ma senza quel biglietto aereo potrebbe essere del Medioevo, con lo zaino in spalla e chissà quali fardelli dentro, viene accompagnato al vicino ostello della gioventù, gli viene offerta la cena, il pernottamento e un bicchiere di merlot.

Bellavite ci ricorda che ci sono vari tipi di cammini e camminatori meno impegnati di Francois. Nell’era del turismo globale c’è chi sceglie di rinunciare alla camera singola con bagno per qualche mese e percorrere la via Francigena, o chi si propone di percorrere a piedi trenta chilometri al giorno da Saint Jean pied de Port fino a Santiago di Compostela, altri partono dal San Bernardo o dal Monginevro e camminano fino a Roma: “Questa tipologia di marciatori, occorre dirlo, identifica una categoria di privilegiati. Sono infatti persone che se lo possono permettere, in quanto godono di buona salute, hanno sufficiente tempo libero a disposizione e inoltre contano su una disponibilità finanziaria in grado di consentire una dignitosa esperienza”.



Ricorda Bellavite che una attenta operazione di marketing ha avviato migliaia di giovani lungo le vie del nord della Spagna per raggiungere Santiago di Compostela e che alla fine del percorso si ottiene “La Compostela” l’attestato di partecipazione dove è scritto che si è camminato per motivi religiosi, in realtà molti hanno fatto quell’esperienza spinti da altri interessi.

Grazie alle migliaia di giovani, fino a 250 mila negli ultimi anni, molti paesini destinati all’abbandono hanno ritrovato anima e benessere lungo il cammino per Compostela, ma come nota Bellavite “ovunque si respira una strana atmosfera di fraternità fin troppo distante dalla vita quotidiana degli abitanti dei piccoli e grandi centri attraversati i quali, se non fanno parte del numero di coloro che comunque ci guadagnano qualcosa, osservano con un misto di irrisione e di invidia questi temporanei nullafacenti alla conquista di un’esperienza da raccontare”.

Inevitabile correre all’impressione destata dalle colonne di rifugiati dalla guerra in Siria, migliaia di rifugiati che in fila a piedi percorrono centinaia di chilometri per raggiungere l’Europa del benessere e dell’abbondanza, cammino percorso in gruppo e in silenzio, con una dignità che dovrebbe imbarazzarci, anche se ognuno ha una sua meta.



Ci ricorda l’autore che il cammino percorso in solitudine fa dell’isolamento il programma principale, ma il cammino può essere percorso in gruppo, anche se richiede uno spirito di adattamento e di tolleranza al quale non siamo abituati. In alcuni casi il cammino consente di trovare l’anima gemella, come racconta il francese Etienne Liebig nell’irriverente libro Come sedurre la cattolica sul cammino di Compostela. L’obiettivo del cammino non è raggiungere una meta, come tanti ritengono, ma provare il piacere di camminare.

Chi è, dunque, il camminatore? “Una persona che fa della propria vita, nel suo insieme o in brevi periodi, un simbolo dell’esistenza. Sperimenta la condizione particolare di chi lascia alle proprie spalle la certezza di un rifugio, per proiettarsi in modo più o meno evidente, in un’avventura che comporta anche il rischio e comunque la necessità di adattarsi alle varie circostanze”.

Il 2016 è l’anno nazionale del Cammino, da vivere da soli o in compagnia, per brevi tratti o per chilometri, in città o in montagna, lungo i percorsi medievali o della greenway. Perché camminare? Nel libro Parole in cammino ce lo spiega Edoardo Galeano: “Cammino per dieci passi e l’orizzonte si sposta di dieci passi più in là. Per quanto io cammini non lo raggiungerò mai. A cosa serve l’utopia? Serve proprio a questo: a camminare”.


Il manifesto – 16 aprile 2016

domenica 17 aprile 2016

Alla scoperta del Ponente ligure. La Val Nervia



Alla scoperta del Ponente ligure. La Val Nervia

Dopo l’apprezzato libro fotografico “Intemelia nel Cuore”, della fine del 2014, l’autore si dedica con questo suo nuovo lavoro al cuore della regione intemelia, la Val Nervia, offrendoci una bella carrellata di immagini che spaziano dalla foce dell’omonimo torrente sino alle cime che ne circoscrivono il bacino.

Dal litorale si risale la valle seguendo un ideale file rouge che si dipana nel territorio dei comuni che la caratterizzano. Accanto alla vite troviamo  l’ulivo che si spinge anche a quote inconsuete, ben oltre Buggio il borgo più settentrionale della valle, dove l’aria e la luce del mare già si mescolano a quella alpina delle conifere e dei prati che contraddistinguono la sua area  più calcarea, dove sorgono le cime più alte comprese nel Parco naturale regionale delle Alpi Liguri.

Oltre alle esaustive didascalie che accompagnano le fotografie, il libro è arricchito dalle schede degli affascinanti paesi che, aggrappati ai crinali o acquattati nel fondovalle, costituiscono solo le prime mete per cominciare a conoscere questo fragile, ma magnifico territorio delle antiche e fiere tribù liguri che tanto diedero filo da torcere ai conquistatori romani.

Alessandro Lasagno
Splendida Val Nervia
Atena Edizioni