TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 24 luglio 2016

Il terrorismo degli psicopatici



Una società, che alimenta abnormi speranze di successo e di consumo, crea anche precoci falliti carichi di frustrazioni e di odio verso chiunque anche di sfuggita presenti un'immagine di "normalità" e di riuscita. Qui l'ideologia politica o religiosa non c'entra, anche se può essere rivendicata. I fatti di Monaco dimostrano quanto in fretta l'Europa si sia americanizzata, anche nella produzione di vere e proprie patologie sociali.

Massimo Recalcati

Il terrorismo degli psicopatici

Era evidente che gli ultimi due attentati — quello del Tir a Nizza e quello del giovane armato di ascia in Germania — ci obbligavano ad uno scenario del terrore più articolato di come appariva all’indomani degli attentati di Parigi e Bruxelles. Era assolutamente evidente che un altro protagonista si stava aggiungendo a quello già conosciuto, tetro e feroce, dell’Is e dei suoi “martiri” fanatici. Questo nuovo protagonista ha un nome e cognome. È la follia, il passaggio all’atto chiaramente psicotico, la psicopatologia di coloro che hanno compiuto gli ultimi attentati.

Ancora una volta l’Occidente si trova confrontato al problema della marginalità sociale che caratterizza il profilo degli ultimi attentatori e che, respinta dagli identikit sociologici dei professionisti del terrore (giovani inseriti, universitari, borghesi, ecc), ci ritorna addosso come un flash che non possiamo più ignorare. Allo stesso modo la giovane età di questi assassini non può non segnalare un’altra grave emergenza: come ridare senso alla vita dei nostri figli, come ridare loro futuro, speranza, avvenire, fiducia, lavoro? L’apparizione dell’allucinazione psicotica sulla scenario della lotta contro il terrorismo non deve ridurre ovviamente il fenomeno dell’Is ad un fenomeno psicopatologico, ma indubbiamente lo dilata, lo espande e lo insinua nelle pieghe più precarie della nostra vita sociale.

La dichiarazione di guerra dell’Is all’Occidente ha creato cioè un contraccolpo: il gesto estremo del terrorista contagia, diviene un modello, genera emulazione, si moltiplica coinvolgendo anche coloro che non appartengono a quella ideologia politico-religiosa. Sono giovani, disperati e psicotici. Conosciamo bene la psicologia delle masse che sottintende questo effetto domino: se quello che pareva impossibile — ammazzare brutalmente vite sconosciute colpevoli solo di vivere più felicemente di noi — diviene non solo possibile, ma si carica altresì di significati ideali, offre a giovani disadattati e senza prospettive, fragili e, almeno negli ultimi tre casi, pare francamente psicotici, l’occasione di dare un senso alla propria vita.



Il gesto che genera terrore può rendere infatti una vita anonima, una vita che viene finalmente nominata, ricordata, promossa agli onori della cronaca, capace di incidere il suo nome nella storia. In questo modo delle esistenze che si percepiscono prive di senso, superflue, messe ai margini dalla società, fallite, incapaci di affermarsi, provano allucinatoriamente a dare un senso alla loro vita.

Sentendosi vittime del sistema che le rifiuta colpiscono deliberatamente quel sistema come accade alla vittima di bullismo — tale si definisce in modo sconcertante il giovane assassino di Monaco -, che, come in un sogno ad occhi aperti, può colpire con un’arma da fuoco i suoi coetanei selezionandoli tra la folla anonima di un centro commerciale, vendicando in questo modo folle tutti i torti subiti.

La magia nera dello specchio sequestra la mente — lo psicotico, come la massa, affermava Wilfred Bion, è «privo di mente e privo di pensiero» — e sospinge irresistibilmente verso il passaggio all’atto. L’Is ha offerto, dunque, l’occasione per la detonazione psicotica di una violenza radicale che è assolutamente pre-religiosa e pre-ideologica.

I suoi vertici non possono che, solo in seconda battuta, strumentalizzare politicamente questa detonazione rivendicando come propri militanti giovani che, in realtà, non appartengono a nessuno se non al loro delirio. In questo modo i terroristi rafforzano, spesso con l’aiuto involontario dei media, la loro immagine militare e il loro potere. Bisogna invece mantenersi lucidi distinguendo le azioni militari dai passaggi all’atto psicotici per non amplificare certi eventi e, soprattutto, per non assumere provvedimenti che, seminando ulteriore panico, fanno solo il gioco dell’Is che vuole rendere le nostre viti invivibili.



Non bisogna poi dimenticare il grande tema della giovinezza. Lo scrivevo proprio il giorno prima dell’attentato di Monaco sulle pagine di questo giornale: in gioco non c’è solo la partita militare e politica dello scontro con i terroristi e il loro esercito. In gioco c’è un appello disperato che proviene dalle nuove generazioni e che dobbiamo ascoltare e tradurre culturalmente: dare senso, dare avvenire, dare prospettive alla vita dei nostri figli è il vero antidoto ad ogni forma di violenza.

Il mix fatale di crisi economica, terrorismo e psicopatologia si può trattare solo rafforzando la nostra identità europea. Una volta Sartre scrisse che furono i nazisti, durante la loro occupazione della Francia, a far conoscere ai francesi il vero senso della libertà. Si può dire oggi lo stesso del terrorismo? Sarà questa l’occasione per farci assumere davvero, senza incertezze e tentennamenti, gli Stati Uniti d’Europa come il nostro destino più proprio?


La Repubblica – 24 luglio 2016

Gestapo. La polizia segreta nazista



Uno studio ricostruisce la storia della Gestapo, la polizia politica nazista. Ne emerge uno spaccato della società tedesca degli anni Trenta e soprattutto delle forme diffuse di consenso nei confronti del regime hitleriano.

Guido Caldiron

Una vasta opera di delazione

Per quanto paradossale possa apparire a prima vista, il recente studio dedicato dallo storico britannico Frank McDonough alla polizia segreta del Terzo Reich più che documentare gli orrori di cui si rese protagonista quel settore dell’apparato repressivo nazista, tema per altro ben documentato nel volume, ci restituisce uno spaccato della società tedesca dell’epoca evidenziando le diverse forme di consenso che agirono nei confronti del regime hitleriano.

Già autore di diverse opere dedicate al nazionalsocialismo, in Gestapo. La storia segreta (Newton Compton, pp. 282, euro 12,00), McDonough analizza infatti la formazione e il funzionamento di quel corpo di polizia che ebbe un ruolo decisivo dapprima nell’eliminazione degli oppositori interni di Hitler e quindi nello sterminio ebraico, alla luce della sua stretta relazione con i meccanismi di funzionamento della realtà sociale e delle dinamiche interne alla Germania degli anni Trenta.

Basandosi sull’ampia mole di documenti, oltre 73 mila dossier, relativi ad altrettanti fascicoli aperti dalla Gestapo nei confronti di presunti oppositori del nazismo e di «nemici della razza», ancora oggi disponibili presso gli archivi di Düsseldorf, lo studioso arriva così ad evidenziare «quanto fosse forte il sostegno popolare al lavoro della polizia segreta» e quanto fuorviante dal punto di vista storico sia invece l’immagine comunemente diffusa di un apparato «in grado di imporre la propria volontà su una popolazione terrorizzata».

Nata nel 1933, la Gheim Staatpolizie, polizia segreta di Stato, abbreviata in Gestapo, divenne di fatto la «polizia politica» del regime cui fu demandato il compito di eliminare l’opposizione, soprattutto comunisti e socialdemocratici ma anche membri delle chiese evangelica e cattolica, gli elementi «antisociali» come rom, omossessuali e malati di mente, e, in seguito alle leggi razziali di Norimberga del 1935, gli ebrei che nella maggior parte dei casi furono, in Germania come nei paesi occupati durante il conflitto, arrestati e deportati verso i lager proprio dagli uomini di questo corpo di sicurezza.

Nata a partire da una precedente struttura di polizia politica che operava in Prussia fin dal 1918, e inglobando perciò anche un certo numero di agenti già in servizio al momento dell’ascesa al potere di Hitler, la Gestapo divenne rapidamente un settore di primo piano della macchina repressiva nazista e vide affluire molti giovani di «belle speranze» desiderosi di una rapida e brillante carriera. Al punto che «nel 1938 il 95% dei direttori regionali della Gestapo avevano preso il diploma; l’87% si era in seguito laureato e una metà di questi aveva poi conseguito anche il dottorato».

In altre parole, perlomeno i vertici medio alti del corpo rappresentavano un campione significativo del consenso che la borghesia tedesca esprimeva nei confronti dello Stato nazista.



Un’altra, e ancor più sinistra evidenza riguarda la constatazione che buona parte dell’attività della polizia segreta, a partire proprio dall’individuazione dei «sospetti», fu resa possibile dalla collaborazione attiva della popolazione.

Infatti, segnala McDonough, «si calcola che il 26% di tutti i casi di indagini avviati dalla Gestapo partissero dalla denuncia di un cittadino comune. Per converso, solo il 15% di essi muoveva dalle attività di sorveglianza della polizia segreta».

Una vasta opera di delazione che attraversava l’insieme della società tedesca dell’epoca, anche se «era raro che un cittadino delle classi superiori o della borghesia istruita riferisse un comportamento di dissidenza» verso il regime, mentre invece «gli appartenenti alla piccola borghesia o alla classe operaia erano ben rappresentati fra coloro che presentavano denunce».

Inoltre, un’analisi su un campione di 213 denunce esaminate dallo studioso, «ha mostrato che nel 37% dei casi qualcuno denunciava qualcun altro per risolvere un contrasto personale».

I «buoni cittadini», vale a dire coloro che non rientravano in nessuna delle categorie ritenute pericolose o tout-court nemiche della Germania nazista, non solo non sembravano temere gli uomini della polizia segreta, ma anzi vi facevano ricorso per regolare attraverso la delazione una qualche controversia di natura privata.

Una considerazione, insieme agli effetti perversi della Guerra fredda, che a detta di McDonough forse aiuta a spiegare anche il perché malgrado la Gestapo sia stata definita nel primo processo di Norimberga come «un’organizzazione criminale» al pari delle SS, dopo il 1945 «vennero reintegrati in occupazioni del servizio pubblico circa il 50% degli ex agenti della polizia segreta» e anche coloro che «non trovarono una nuova occupazione non ebbero difficoltà a farsi assegnare una pensione generosa».


Il Manifesto – 24 giugno 2016

sabato 23 luglio 2016

Andare (e mangiare) per Langa



Espressione di una realtà povera (almeno fino a pochi decenni fa), quella di Langa è una straordinaria cucina della sobrietà e dell'inventiva che ha saputo utilizzare al meglio ciò che si trovava a disposizione.

Carlo Petrini

Lavorare stanca ma a volte aiuta a mangiare meglio


Quando Pavese e Fenoglio scrivono delle Langhe a cavallo della Seconda guerra mondiale, raccontano un mondo contadino fatto di lavoro durissimo, in condizioni di mezzadria o direttamente sotto padrone, con piccole e grandi violenze quotidiane figlie di una società maschilista e classista, dove ciascuno deve stare al suo posto e ruscare per guadagnarsi il pane.

Il tema del lavoro è molto presente e spesso va a braccetto con quello del cibo, sia perché portare un pasto caldo in tavola è sovente la preoccupazione principale dei protagonisti, sia perché buona parte di questi, in quanto contadini, producono essi stessi cibo. Un cibo che scandisce le stagioni, regola i rapporti sociali e definisce lo svolgimento di riti e celebrazioni. Un cibo che, anche quando non direttamente al centro del palcoscenico, accompagna costantemente l'azione.

Nonostante la condizione precaria di una Langa contadina ancora ben lontana dal boom degli anni '70 – '80 (peraltro anche trainato in buona parte da vino, gastronomia e, in seguito, turismo a questi legato), su queste colline il mangiare ha sempre avuto un carattere di varietà e di complessità nella semplicità non sempre ritrovabile in altre zone di pianura e soprattutto in città, più penalizzate da condizioni ancora più dure.

    Fritto misto

Ecco allora che i piatti popolari, non uso qui la parola poveri perché a tutti gli effetti erano poveri solo coloro che li preparavano e mangiavano, hanno ancora oggi una forza enorme, sono presenti in maniera massiccia sulle tavole, sono quelli che ancora definiscono la festa, non possono mancare nelle celebrazioni e delineano un immaginario di appartenenza che anche i più giovani condividono, magari anche senza comprenderlo fino in fondo.

Una grande cucina della sobrietà, dell'ottimizzazione di risorse limitate e di valorizzazione del poco. Ma a ben pensarci questo è valido per tutte le cucine contadine del mondo. Perché chi lavora la terra pratica la sobrietà e la misura, conosce il suo ambiente, sa che le stagioni possono essere impietose, che bisogna trarre il massimo anche dai frutti spontanei, che non ci si può concedere sprechi o disattenzioni.

E allora forse nella cucina contadina di Langa possiamo trovare tutte le cucine contadine del mondo, che ci sanno ancora colpire non solo per quella creatività artigianale stratificata in secoli di lavoro e perfezionamento portato avanti da milioni di donne, ma anche e soprattutto perché ci richiamano a quel sistema di valori che le hanno rese possibili e che, a ben vedere, un po' ci manca.


La repubblica – 10 luglio 2016

Cesare Pavese, la cucina e i falò



Cesare Pavese è diventato un'icona del turismo enogastronomico. Il suo nome, insieme a quello di Fenoglio, viene utilizzato come sostegno per molte presentazioni di cibi e di vini sulle Langhe. Citazioni tratte dalle sue opere le ritroviamo accostate a ristoranti, vini, tartufi, inserite in tante promozioni turistiche. Esiste addirittura un libro che tratta della “cucina secondo Pavese”.

Licia Granello

Cesare Pavese, la cucina e i falò

“Si faceva la tavolata o si caricava di aglio o di acciuga la pagnotta e via subito...Allora si mangiava forte, seduti intorno alla tavola, dicendo ognuno la nostra... Quel mangiare appena giorno, prima che gli altri fossero in piedi, dopo una nottata di strada, era una gran cosa” (da “Feria d’agosto”).

Dal 22 luglio al 4 agosto, Santo Stefano Belbo, estremità orientale della Langa, ospita "Con gli occhi di Cesare Pavese", festival non solo letterario a cura del Circolo dei Lettori e della Fondazione Cesare Pavese. Letta, indagata, sviscerata mille volte, l’opera dello scrittore piemontese verrà declinata con accenti diversi, inusuali, coté culinario compreso.

Cesare Pavese non era certo un gastronomo. Scritti e testimonianze lo raccontano bevitore e fumatore convinto, addirittura celebrativo per quanto riguarda le sigarette(“La vita senza fumo e come il fumo senza l’arrosto”). In quanto al vino, più abitudine che piacere, e poca voglia di scoprirne il fascino, al di là di riconoscere lafama che già in quegli anni circonda il Barolo.

Ma nascere nelle Langhe è un marchio di fabbrica ineludibile. Così, la cucina ne attraversa come un fil rouge antropologico tutti gli scritti. Senza menù, racconti dettagliati o ricette. Pavese non indulge mai nella pratica del buon mangiare, né da uomo né da scrittore, se non come elemento di analisi o narrativo. Perchè più del pasto, contano occasione, condivisione e le chiavi di lettura psicologica connesse.



La cucina di risulta è quella di tutte le campagne, dove gli ingredienti si assommano arrivando direttamente da orti e stalle: farina, verdure, uova, formaggio, qualche pezzo di carne nei giorni di festa, spesso in coincidenza con i grandi riti campestri, trebbiatura e vendemmia in primis.

Quelli sono i momenti più attesi, segnati dalla fatica e dal perpetuarsi di unaricompensa sacrosanta, che comincia intorno al tavolo. Se è tempo di caccia, lepre e fagiani, e poi oche e anatre, il maiale a dicembre. Le ricette sono codificate e immutabili: le marinature del civet, il tempo lungo della polenta, la dissalatura delle acciughe. Sono loro, pesce di campagna messo in barile e portato lungo la via del sale dalla Liguria, a venire disciolte nell’olio e accese dall’afrore dell’aglio per fortificare i raccoglitori d’uva, bagna calda per verdure toste come peperoni e cipolle.

E poi la carne del manzo, assente cronica dalle pentole che abitualmente ospitano solo ossa e verdura: se va bene, un pezzo di lardo a insaporire il minestrone. Ma quando c’è, è festa grande. Il carrello dei bolliti è un paradiso in cui tuffarsi con una ciotola di bagnetto verde a portata di mano, per riaccendere un po’ del sapore finito nel brodo. La cervella e il midollo spinale (filoni) diventano ancora più grassi e sensuali avvolti nell’impanatura che precede la frittura, ingentiliti da semolino e fette di mela.

La cucina di Pavese è ancora rispettata e praticata in tante trattorie delle Langhe. Organizzate una gita a Santo Stefano Belbo nei giorni del festival, dove Pierluigi Vaccaneo, direttore della Fondazione Cesare Pavese, insieme a musicisti e scrittori svelerà la magìa dell’universo pavesiano. Portatevi appresso “La luna, il cibo e i falò” di Giovanni Casalegno per riconoscere luoghi e racconti. Brindisi d’obbligo alle colline- mammelle  con un bicchiere di Barolo.

La repubblica – 10 luglio 2016


La nuova Rivista Storica del Socialismo



La Rivista Storica del Socialismo di Merli e Cortesi, ripensando criticamente la storia del movimento operaio al di fuori delle vulgate riformiste e togliattiane, fu tra i semi intellettuali del lungo '68 italiano. Rinasce oggi e la cosa non può che essere salutata con favore. L'importante è che non si scada nell'accademismo, in quel socialismo dei professori (per usare un vecchio termine), sganciato dalla realtà e utile solo alle carriere accademiche di baroni e baroncini.

Carlo Lania

La nuova Rivista Storica del Socialismo

Il socialismo non può essere relegato nei labirinti delle accademie o espulso dalla vita di tutti i giorni. Le ricerche storiche devono muovere da una fervida passione e riconoscere dignità culturale alla speranza egalitaria. Nell’epoca del supercapitalismo, l’esercito della precarietà continua a domandare giustizia sociale e concrete forme di libertà. Segno che la stagione del socialismo, nella sua ampia accezione, non può tramontare.

Luigi Cortesi e Stefano Merli hanno diretto per quasi dieci anni la «Rivista storica del socialismo», inaugurandola nel ‘58 con un numero monografico dedicato a Filippo Turati e ospitando interventi di spessore sul Risorgimento, sul secondo dopoguerra, sull’evoluzione storica e ideologica dei partiti di massa, sulla politica sindacale e operaia. Il nuovo direttore Paolo Bagnoli, dopo una lunga fase di sospensione, ripropone ai lettori uno strumento di studio che spazierà, con periodicità semestrale, dalla storia all’economia, dalla filosofia alla politica, nell’intento di provare la «straordinaria attualità» del socialismo. Il primo numero della nuova edizione non ha deluso le attese. Andrea Becherucci e Giuliana Nuvoli si sono occupati rispettivamente delle nobili figure di Aldo Capitini e Anna Kuliscioff.

La vita di Capitini è una reazione infaticabile alle esibizioni del «male». Il fascismo lo imprigiona due volte e lui imbraccia l’arma della nonviolenza. Inventa i Cos (Centri di orientamento sociale) per restituire il vero significato alla democrazia: il potere di tutti. Denuncia l’indirizzo moderato imposto dai governi democristiani e il suo rigore morale gli impedisce di aderire ad un qualunque soggetto politico. Respinge compromessi e opportunismi.

Nonostante le amichevoli insistenze di Guido Calogero, rifiuta di appoggiare il Partito d’Azione. Vicino alle istanze comuniste, il profeta umbro rimprovera quel cattolicesimo istituzionale che ignora il messaggio di povertà rinnovato dal giullare di Assisi. Lo storico Becherucci ha rievocato il rapporto epistolare fra Capitini e il discepolo fiorentino Enzo Enriques Agnoletti. Il redattore politico de «Il Ponte», periodico di ispirazione azionista fondato da Piero Calamandrei, lo invita più volte a tradurre in articoli la sua vocazione liberalsocialista. E la collaborazione non tarda ad arrivare.

Con pari enfasi andrebbe rivisitata la biografia di Anna Kuliscioff. Rivoluzionaria, tra i fondatori del Partito socialista italiano, si laurea in medicina specializzandosi in ginecologia. Scopre l’origine batterica della febbre puerperale salvando milioni di donne dall’ignoranza. Ma gli ospedali blasonati non la vogliono. Anna non demorde e frequenta i quartieri poveri di Milano per offrire assistenza ai bambini e alle mogli degli operai. Con la sua «fede» socialista, ricorda Giuliana Nuvoli, cura corpi fragili al servizio del padrone. Sono soprattutto emarginati abbandonati a se stessi e dimenticati dal «buon costume». Invoca il suffragio femminile, ma non vedrà l’esito. Muore nel 1925.

il Manifesto – 6 luglio 2016

venerdì 22 luglio 2016

Lobby dei malati di cancro? Fan culo Di Maio!




L'onorevole (si fa per dire) Di Maio, astro nascente del Movimento 5 Stelle, non trova di meglio in quest'Italia divorata dalla corruzione di pronunciarsi contro una non meglio precisata “lobby dei malati di cancro”.

Forse si riferiva a iniziative come quella dei medici di Napoli e di Bari di cui riprendiamo il manifesto.

Comunque sia è la spia di cosa pensano davvero questi politici improvvisati, tribuni da bar, piazzisti della chiacchiera. 

Personaggi  che parlano a ruota libera, che cercano l'effetto ad ogni costo, che usano le parole come una clava da brandire contro chi prova a criticarli

La spia di una totale mancanza di sensibilità e di cultura di cui si potrebbe anche sorridere, certo.

Ma non si può ( e non si deve) perchè è gente come questa (Salvini incluso) che si candida a governare l'Italia per i prossimi anni

E questo grazie soprattutto agli errori di una sinistra di governo inconcludente e arrogante che ha perso il contatto con il paese e lascia il campo libero ad avventurieri di ogni risma e colore.

Forse ci sarebbe davvero bisogno di una rivoluzione, ma culturale prima che politica. 

In attesa, riprendiamo (anche se a malincuore) una frase a loro cara: Fan culo Di Maio!

Con il cielo e le selve. San Biagio della Cima e le stelle