TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 24 settembre 2016

Ci ha lasciati il giardiniere di Calvino. E' morto Libereso Guglielmi


E' morto Libereso Guglielmi, il giardiniere di Calvino. Ci restano i suoi libri e il ricordo della sua grande saggezza.


Sanremo: ci ha lasciati il giardiniere di Calvino. E' morto ieri sera a 91 anni Libereso Guglielmi

È morto ieri sera a Sanremo, improvvisamente, Libereso Guglielmi, 91 anni, botanico di fama internazionale, giardiniere, naturalista, scrittore, disegnatore, autore di numerosi articoli e saggi dedicati alla natura ed alle piante. 

Nato a Bordighera nel 1925 e conosciuto come Libereso, nome scelto dal padre anarchico tolstoiano e studioso di esperanto, che vuol dire “libertà”.

A 15 anni, grazie ad una borsa di studio, è stato chiamato dal professor Mario Calvino a lavorare presso la stazione sperimentale di Floricoltura di Sanremo, dove ha conosciuto Italo, di cui è diventato amico e con cui ha vissuto insieme per dieci anni. Dopo aver diretto una grande azienda floricola del sud Italia, si è trasferito in Inghilterra dove è diventato capo giardiniere del giardino botanico Myddleton House e ricercatore dell’Università di Londra. Sposato e con due figli è tornato in Italia dove su incarico del Credito Italiano ha rimesso a nuovo i 40 ettari del Parco di Villa Gernetto a Lesmo. Ha girato moltissimi paesi europei e dell’Asia e dell’Indonesia.

Ha curato diverse pubblicazioni e scritto sulle più importanti riviste italiane e straniere dedicate ai fiori e al giardinaggio. Da pensionato ha continuato a viaggiare e tenere conferenze spiegando il valore delle erbe e trasmettendo il suo amore per le piante accompagnato dalla sua straordinaria conoscenza della botanica e della floricoltura.

Negli ultimi dieci anni ha stretto un forte sodalizio con il giornalista e scrittore Claudio Porchia, che ne ha curato le pubblicazioni e lo ha accompagnato nei suoi lunghi viaggi, riscuotendo sempre un grande successo con i suoi formidabili racconti e con le sue ricette vegetariane basate sull’utilizzo di fiori e delle erbe spontanee.

E’ stato protagonista di diversi racconti di Italo Calvino, d’innumerevoli interviste televisive, radiofoniche e sulla carta stampata, di documentari e di alcuni cortometraggi.

http://www.sanremonews.it/


Quei migranti italiani arsi vivi 115 anni fa in America



Un monumento in Michigan per le cento vittime italiane di uno dei più grandi disastri ferroviari degli Usa. I loro corpi furono gettati in una fossa comune.

Alberto Flores D’Arcais

Quei migranti italiani arsi vivi 115 anni fa l’America spezza l’oblio



Quel 27 novembre 1901 era la vigilia di Thanksgiving, un freddo e cupo pomeriggio d’autunno che in Michigan significa inverno inoltrato. Vicino a Seneca, piccolo villaggio a poche miglia dal confine con l’Ohio, la Wabash Railroad aveva un solo binario. Il Continental Express viaggiava spedito alla volta di Detroit con il suo carico di famiglie che andavano a celebrare la festa del Ringraziamento, il treno numero 13 invece arrivava da New York, due carrozze letto di prima classe per i ricchi passeggeri, un vagone più economico e tre carri-bagaglio. Negli ultimi due, «ammassati come sardine», c’erano un centinaio di poveri immigrati italiani (diversi con mogli e figli al seguito) che nel Midwest e nelle miniere di Colorado e California cercavano un futuro più umano.

Erano le 6 e 45 del pomeriggio, l’impatto fu terribile. I vagoni di legno, frantumati in mille pezzi, presero fuoco per le lampade a cherosene, l’incendio e i detriti impedirono la fuga, la temperatura raggiunse i mille gradi, i vagoni si trasformarono in una trappola mortale. Sul Continental, per tanta fortuna e la presenza di spirito di un macchinista, si salvarono quasi tutti. Nei carri-bagaglio del treno numero 13 gli immigrati italiani vennero ridotti in cenere, cremati senza scampo in pochi minuti. Le cronache dell’epoca parlano di «terrificante olocausto», i primi soccorritori assistono impotenti a quella scena infernale con le fiamme che consumano i rottami, un fuoco devastante che era visibile a otto chilometri di distanza.

Le case di Seneca e Sand Creek, i due paesi più vicini, vennero trasformate in ospedali di fortuna, da Adrian (il centro più grande della zona) arrivarono medici ed infermieri. Nel giro di 24 ore, con la notizia (e qualche dettaglio raccapricciante) diffusa da tutti i giornali, migliaia di curiosi invasero i binari. I dirigenti della ferrovia diedero ordine di riaprire la linea «il più velocemente possibile» e quello che negli anni divenne noto come il “Wreck on the Wabash” — uno dei più grandi disastri ferroviari nella storia degli Stati Uniti — lasciò una scia di dubbi e qualche mistero.



Una rapida inchiesta stabilì che l’incidente fu colpa del Continental Express, al treno numero 13, che aveva avuto una giornata particolarmente tribolata (ore di ritardo, un motore rotto) era stata data la precedenza. Nell’elenco ufficiale delle vittime la Wabash mise solo i 23 passeggeri con biglietti di prima e seconda classe, quel centinaio di immigranti italiani che avevano viaggiato come animali divennero morti-fantasma.

Per oltre un secolo nessuno ha saputo nulla di loro. Uomini, donne e bambini spesso ai margini della società, gli immigrati italiani che nei primi anni del Novecento raggiungevano la loro Terra Promessa erano considerati dei “diversi” nell’America vittoriana. Abitudini, religione, lingua, cibo e modo di vivere erano troppo distanti da quella “società perbene” che li considerava solo carne da lavoro. Per cento di loro quella vigilia di Thanksgiving e quel treno dal numero maledetto (negli Stati Uniti il 13 equivale al 17 napoletano) fu sinonimo di oblìo definitivo. Le ceneri e i pochi resti raccolti da qualche mano pietosa vennero ammassati in cinque piccole bare e portati — all’insaputa di tutti — nel cimitero di Oakwood ad Adrian.

Nessuno si preoccupò di mettere un segno o di scrivere qualcosa su quelle casse di legno, che vennero abbandonate in una specie di fossa comune nella parte meno frequentata del cimitero (Oakwood ha oltre ventimila tombe). Ci sono voluti 115 anni. Alla fine, grazie all’impegno di una storica locale (Laurie Perkins, autrice del libro “Wreck on the Wabash”), di Kyle Griffith (sovrintendente in una scuola media della contea) che per anni ha insegnato ai suoi studenti la storia dell’immigrazione attraverso il locale disastro ferroviario, del sindaco di Adrian Jim Berryman e del consolato italiano a Detroit il mistero è stato risolto.



«Ero imbarazzato per la mancanza di rispetto verso gli uomini che hanno perso la vita in quel tragico incidente e per le loro famiglie», ha raccontato Berryman che una volta scoperto il luogo della informale sepoltura, il 7 giugno scorso ha lanciato un crowdfunding (obiettivo 12mila dollari, raccolti 13mila nel giro di poco più di due mesi) per una scultura a ricordo delle vittime. Affidata all’artista italo-americano Sergio De Giusti.

Questa mattina nel cimitero di Oakwood la scultura-monumento verrà svelata durante un Memorial Service dedicato agli immigranti italiani. Il sindaco ha già pronte le parole: «Dopo 115 anni è arrivato il tempo di onorare la memoria di uomini, donne, madri, padri, figli e figlie che hanno perso la vita in uno dei più tragici incidenti della storia degli Stati Uniti».


La Repubblica – 24 settembre 2016

venerdì 23 settembre 2016

Il declino dell’università italiana



Il declino dell'Italia come potenza significativa prima che un fatto economico o strategico (campi in cui il nostro paese non ha mai eccelso) è di ordine culturale. Qui, e in particolare nella crisi del sistema universitario nel suo complesso, si colloca il nodo del problema. E non è un'opinione, ma il risultato di una approfondita ricerca ora pubblicata.

Sandro Busso e Joselle Dagnes

Il declino dell’università italiana

La discussione sullo stato dell’università italiana ha trovato sinora poco spazio nel dibattito pubblico, dominato da pregiudizi negativi – e spesso poco fondati – circa i pregi e i difetti dell’accademia nel nostro paese. Il volume “Università in declino. Un’indagine tra gli atenei da Nord a Sud” (Donzelli 2016) ha recentemente riacceso il dibattito sulle condizioni del sistema universitario e sui cambiamenti introdotti dalla riforma Gelmini.

Un primo merito del lavoro del gruppo di ricerca multidisciplinare coordinato da Gianfranco Viesti per la Fondazione Res di Palermo è quello di riportare l’attenzione su ciò che è accaduto in questi anni dentro e intorno all’università italiana, fornendone un quadro ampio ed esaustivo. Sono così analizzati, ad esempio, l’andamento degli iscritti, i processi di mobilità studentesca dal Sud al Nord del paese, le (scarse) garanzie di diritto allo studio; i percorsi di carriera dei docenti e la progressiva precarizzazione del lavoro accademico; i meccanismi di finanziamento e valutazione degli atenei; le caratteristiche dell’offerta didattica e la qualità della ricerca; il rapporto con il mondo dell’impresa e con la società nel suo complesso.



Il quadro che emerge è sconfortante: rispetto a 8-10 anni fa il finanziamento all’università tramite Fondo ordinario si è ridotto di oltre il 22%; specularmente, gli studenti immatricolati sono calati del 20%, il personale docente è diminuito del 17% e il numero di corsi di studio si è contratto del 18%. In questo allarmante scenario di declino complessivo, la situazione del Mezzogiorno appare ancora più critica. Il volume dedica ampio spazio alla progressiva differenziazione tra atenei del Nord e del Sud, con questi ultimi fortemente penalizzati in termini di iscritti, dotazioni, distribuzione di risorse. Gli autori mostrano, dati alla mano, che siamo di fronte a un “nuovo divario” tra aree del paese, delineatosi a partire dagli anni Settanta con il passaggio dall’università di élite a quella di massa (un aspetto questo su cui torneremo a breve). La tendenza sembra poi rafforzarsi con l’attuale riforma del sistema, orientata a concentrare gli investimenti in pochi centri di eccellenza piuttosto che a puntare su una qualità diffusa.

L’enfasi posta sul ruolo strategico dell’istruzione terziaria nello sviluppo locale, spesso ignorato dal sistema politico, è senza dubbio un altro punto di forza del volume. È tuttavia importante, dal nostro punto di vista, evitare un eccessivo appiattimento su questo argomento, come sembra invece fare Viesti quando arriva ad affermare che “oggi più che mai non è possibile – di fronte alle criticità che si manifestano su molti fronti in Italia – rivendicare per principio maggiori risorse pubbliche” (p.44).

In questo modo a nostro parere si corrono tre rischi. Primo, di avallare implicitamente le retoriche sull’austerity che permettono di immolare sull’altare della “salute dei conti pubblici” politiche di estrema rilevanza sociale.



Secondo, di cadere nella trappola della dimostrazione di efficacia, misurata per di più in termini rigidamente economici. All’università è infatti sicuramente deputato il compito di formare imprenditori, innovatori e lavoratori della conoscenza capaci di rilanciare la competitività del paese. Tuttavia, congiunture sfavorevoli o fenomeni come l’inflazione delle credenziali educative potrebbero offuscare le ricadute in termini occupazionali e di crescita di investimenti ad hoc, alimentando ulteriormente retoriche delegittimanti.

Terzo, il rischio di ridimensionare il ruolo sociale e politico dell’università, luogo di formazione di una cittadinanza critica e consapevole, che va ben oltre la sua funzione all’interno di un sistema economico. L’investimento in istruzione terziaria può infatti essere giustificato anche a prescindere dal suo contributo a un modello di sviluppo: in questo senso rivendicare “per principio” la difesa del sistema universitario pare un’opzione politicamente legittima e percorribile.

Questa rivendicazione è tanto più importante quanto più ci si rende conto, come mostrano efficacemente Viesti e colleghi, che il nostro paese non è stato in grado di gestire il passaggio all’università di massa a cui si faceva riferimento poc’anzi. Un’occasione che avrebbe potuto favorire la mobilità ascendente delle fasce meno abbienti della popolazione e ricomporre le differenze territoriali, ma che è stata tragicamente mancata, con enormi responsabilità da parte della politica. La garanzia di un diritto allo studio sostanziale e non formale chiama infatti in causa una serie di fattori che vanno ben oltre il numero di borse di studio erogate.

Un primo elemento riguarda il ruolo della didattica, che dovrebbe costituire un pilastro dell’integrazione e che invece è relegata in secondo piano, anche a causa di un sistema di valutazione dei docenti focalizzato esclusivamente sulla produzione scientifica. Inoltre, l’introduzione di criteri di ripartizione del fondo di finanziamento ordinario che premiano gli atenei con una maggior contribuzione studentesca incoraggia l’innalzamento delle tasse a livello locale, a svantaggio degli studenti dotati di meno risorse.



Infine, anche le politiche di reclutamento sembrano muoversi in una direzione opposta a quella che una reale università di massa richiederebbe. Lo scarso ricambio del personale, determinato dal taglio di risorse e dal blocco del turnover, ha impedito di rigenerare un corpo docente composto ancora oggi in buona misura da coloro che sono entrati a far parte dell’università prima della transizione verso un modello di massa. Questi docenti, socializzati a una popolazione studentesca di élite, sono stati spiazzati dalle trasformazioni avvenute e spesso non sono stati in grado di gestire il trade-off emergente tra qualità dell’insegnamento e inclusività del sistema.

A un’università di massa sul fronte degli studenti – incentivata anche dalla “corsa al reclutamento di nuove matricole”, dal momento che il numero di iscritti è un altro degli elementi premiali nella valutazione degli atenei – rischia dunque di corrispondere un’organizzazione amministrata ancora oggi da un’élite di docenti. Un rischio ancora più concreto data la progressiva precarizzazione delle traiettorie di carriera dei giovani ricercatori, che paradossalmente può aumentare il peso della variabile “classe sociale” nel corpo docente. Se è vero infatti che il reclutamento dei primi anni Duemila ha in una certa misura “democratizzato” l’accesso all’accademia, non si può non notare come percorsi professionali che richiedano implicitamente periodi di lavoro gratuito finiscano per favorire coloro che, grazie a risorse familiari, sono in grado di far fronte alla discontinuità di reddito.

Alle conseguenze più ampie della precarizzazione del lavoro di ricerca vogliamo dedicare alcune considerazioni finali. Le enormi difficoltà e le limitate prospettive con cui si confrontano ogni giorno i ricercatori nel nostro paese sono ormai piuttosto note. Esse rappresentano però solo un aspetto in un quadro più ampio di incertezza che investe tutte le componenti universitarie – docenti strutturati, personale non strutturato, studenti – e che ha serie ripercussioni sulla qualità della ricerca e della didattica. Se il disinvestimento nell’università italiana è infatti innegabile, altrettanto evidente è l’instabilità sistemica che accompagna la contrazione di risorse in atto. Non solo dotazioni scarse, dunque, ma anche incerte nell’ammontare e nei tempi di erogazione.

Sul piano organizzativo, gli atenei italiani manifestano crescenti difficoltà nel portare avanti la loro attività ordinaria a causa dell’incertezza dei finanziamenti ordinari, dal momento che i criteri di ripartizione delle risorse variano enormemente di anno in anno. Sul fronte del reclutamento, al di là delle limitazioni imposte dalla scarsità di risorse e dal blocco del turnover, è l’impianto normativo stesso a risultare fortemente instabile. La legge Gelmini ha infatti subito in questi anni numerose modifiche, volte per lo più a sanare le contraddizioni insite nella norma stessa. Il risultato è una progressiva frammentazione delle carriere accademiche all’interno di un quadro di opportunità estremamente differenziato.



Tali dinamiche hanno effetti non solo sulla vita degli individui, ma anche sulla qualità di didattica e ricerca, a cui non possono essere garantiti continuità e programmazione. Per ciò che riguarda la ricerca, in particolare, scarsità e incertezza nei finanziamenti ordinari generano una forte spinta alla competizione per attrarre fondi provenienti da fonti esterne al sistema universitario pubblico. In questo modo, in una sorta di circolo perverso, la ricerca si impoverisce sempre più. Da un lato, infatti, una quantità di tempo abnorme viene sottratta al lavoro di ricerca in senso stretto per essere dedicata alla partecipazione a bandi1. Dall’altro lato, il finanziamento a progetto attribuisce ad attori esterni al sistema la facoltà di orientare i contenuti della ricerca, definendo priorità nei temi e di fatto stabilendo quali prospettive promuovere e quali no. Non è difficile immaginare che approcci non mainstream e ambiti di indagine minoritari faticheranno a entrare nell’agenda di ricerca definita da questo tipo di fondi.

La diffusione del finanziamento di natura non ordinaria promuove dunque solo un certo tipo di ricerca, penalizzando sguardi meno convenzionali e impedendo la pratica di quella che da alcuni movimenti accademici è stata definita in modo provocatorio Slow Science. La logica progettuale individua infatti a priori i tempi di lavoro, richiede una stima dei risultati che verranno raggiunti e impone a posteriori una loro valutazione. Se a questo si somma l’orientamento a una valutazione individuale in tutte le fasi di carriera basata innanzitutto sul numero di pubblicazioni prodotte, appare chiaro che le possibilità che vengano intrapresi percorsi di ricerca dall’esito incerto risultano fortemente limitate.

La tendenza emergente è dunque verso un lavoro di ricerca il più possibile definito nei tempi, nelle procedure e negli esiti. Al contrario, il sistema universitario pubblico per poter svolgere appieno la propria funzione dovrebbe potersi configurare come un luogo del rischio e, perché no, del fallimento, dal momento che spesso è in questo modo che la conoscenza scientifica progredisce. Paradossalmente, però, è necessaria una buona dose di stabilità e certezza – nei finanziamenti, nei criteri di allocazione delle risorse, nei gruppi di lavoro – per potersi assumere dei rischi.


http://www.lavoroculturale.org/

L'occhio di Polifemo (e di Gagarin) sul mondo



Polifemo e Gagarin guardano il mondo con occhi diversi da quelli degli umani. Una splendida riflessione su mito e modernità e di come la tecnè cerchi di uccidere il mito come visione numinosa del cosmo.

Raffaele K. Salinari

Il ciclope Polifemo e Yuri Gagarin



Polifemo, figlio di Poseidone, viene sconfitto dall’eroe Odisseo con un gesto cruento: accecando il suo unico occhio. Tre millenni dopo un altro eroe ricorderà il Ciclope osservando la Terra, Gaia, in tutto il suo splendore attraverso l’occhio dell’oblò di una navicella spaziale. Due storie, un solo mitologema: l’essere dell’antichità mitologica ed il rappresentante della mitologia moderna si ritrovano accomunati nella visione del Mondo attraverso una prospettiva che solo a loro era concessa; Polifemo e Gagarin condividono lo stesso sguardo.

Ulisse e la sua Metis

Nessun altro all’infuori del politropos Ulisse, l’uomo della metis umana – l’intelligenza accorta ma anche l’inganno, la cui ipostasi sul piano divino è Atena – poteva concepire ed eseguire un atto così significativo del passaggio tra le vecchie Potenze telluriche femminili, generate dalla Grande Madre Gea, ed i nuovi dei olimpici dominati dal patriarca Zeus. Ciclope significa «dall’occhio circolare», come quello dell’obiettivo di una macchina fotografica, piantato nel bel mezzo della fronte a dargli una visione perspicua. Ciò che Ulisse vuole accecare è dunque proprio lo sguardo arcaico di Polifemo, la pupilla che coglie ancora la luce di un Mondo dominato dalle Potenze legate alla ciclicità dell’esistenza, nate dall’auctoritas di Gaia.

Come ci ricorda M. Detienne nel suo Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, Metis era in origine una oceanina sposata da Zeus in prime nozze come potente alleata nella lotta che lo condusse al trono. Esiodo, nella Teogonia, ci narra a proposito di Metis come: «Zeus re degli dei per prima fece sua sposa Metis, che moltissime cose conosce tra gli dei e gli uomini mortali. Ma quando lei stava la dea Atena occhio azzurro per partorire, allora ingannatone il cuore con un tranello con parole insinuanti la pose giù nel ventre».

Il Cronide ha dunque assimilato la dea, cosi ci dice Esiodo, poiché senza la sua metis non avrebbe potuto vincere la lotta per il potere, né tantomeno mantenerlo. Sul piano umano la metis di Ulisse consentirà all’eroe di vincere la guerra di Troia e di fare infine ritorno ad Itaca, ma al prezzo, tra gli altri, di «incatenare» il suo tuffo verso la verità archetipiche espressa dalle Sirene, Potenze femminili legate ad un tempo anteriore all’ordine olimpico.



Si suol dire, come ci ricorda W. Otto, che il mutare dei bisogni dell’esistenza umana è ciò che si esprime nella formazione dell’immagine di Dio. Nella saga omerica le forme della fede e del loro culto presso i Greci sono già fissate, perché provengono da un’epoca ancora più lontana: quella che ci descrive il cantore cieco è allora l’essenza della grecità come anima dell’Occidente. Ulisse è, in questo quadro, l’eroe omerico per eccellenza, il protagonista di una epopea che descrive attraverso il racconto delle sue avventure la visione del mondo che si va affermando, di quell’agire politico e della filosofia che imprimeranno il loro sigillo sino alle Colonne d’Ercole.

Ben lo descrivono in questa sua funzione Adorno ed Horkheimer ne La dialettica dell’illuminismo in cui Odisseo è il prototipo dell’eroe colonialista e proprietario, un sovrano che deve raggiungere il suo regno e vendicarsi degli altri nobili per ristabilire il comando. Ed a questo scopo, che è poi l’essenza della missione che viene supportata attivamente da Atena – nata dalla testa del padre affinché la madre nulla potesse togliere al suo potere – bisogna non solo conquistare Troia e prendere così il comando sulle sue rotte commerciali ma, soprattutto, imporre una nuova prospettiva, un immaginario che sussuma il precedente. A questo fine è necessario distruggere il vecchio mondo delle Potenze proteiformi legate agli elementi naturali, governato dalla immutabile legge della ciclicità, della nascita, della vita, della morte e della rinascita: il mondo della Grande Madre.

La nascita dell’Occidente è dunque legato alla Grecia antica, ai suoi dei, alla sua filosofia, alla sua politica, ma anche ad una visione imperialista e conquistatrice che poi Roma porterà a potenza. Ed alla base di questo grande esperimento, che l’uomo contemporaneo paga al duro prezzo del disincanto, del non comprendere più le ragioni del Mondo che lo circonda, troviamo la scissione tra mondo dentro e mondo fuori di noi; l’eroe omerico è un conquistatore che deve azzerare prima di tutto dentro di sé il potere delle antiche voci che lo richiamano all’essere tutt’uno con il Mondo perché, al contrario, lo deve dominare estraniandosene. Ecco che gli antichi poteri legati alla Terra divengono una congenere di mostri da uccidere o di ostacoli da superare, in ogni caso non da comprendere ma da dominare.



E allora, l’Odissea celebra questo passaggio tra le antiche divinità legate agli elementi, tutte innervate col cuore stesso delle realtà che rappresentano, impastate di terra e di sangue, custodi, come le Erinni nei confronti di Oreste di quelle regole inviolabili che sanciscono l’ordine naturale ed immutabile delle cose, e un «ordine nuovo» in cui è l’uomo a comandare su di esse, e gli dei sono distanti e distinti perché comunque immortali. Ed anche se il divino è a fondamento di ogni essere ed accadere, e se nessuna azione umana sarà compiuta senza di essi, gli dei al massimo potranno irritarsi perché gli umani vogliono andare al di là dei loro limiti – il terribile peccato della hybris – dato che è il regno olimpico quello che veramente conta per loro.

Walter Otto nel suo Gli dei dell’antica Grecia descrive benissimo questo passaggio generazionale tra una serie di Potenze ed un‘altra, quando chiarisce prima di tutto la natura degli Olimpici dichiarando che essi «sono ben lontani dal voler redimere il mondo ed attirare a loro gli uomini». L’antica fede, quella preomerica, è terrestre e attaccata all’elemento, come l’antica esistenza medesima. Terra, generazione, sangue e morte sono le grandi realtà che dominano tale fede. Le divinità che rappresentano questa concezione del Cosmo e della Vita sono una pluralità, ma convergono tutte verso la Terra, tutte partecipano della vita e della morte. Ciò, evidentemente, le contraddistingue radicalmente dalle divinità olimpiche che non appartengono alla Terra né tantomeno hanno a che fare con la morte, essendo immortali. Questo non significa che esse scompaiano, ma che vengono mantenute nello sfondo, la loro potenza viene lasciata sussistere «in secondo piano». Sono rispettate per quello che ancora rappresentano, ma vinte, come Prometeo nella tragedia di Eschilo: il coro delle Oceanine piange la sua sorte e poi cala con lui nell’abisso.

Ed è proprio dal limite dei limiti, quello della stessa vita umana condannata alla morte nell’ordine delle cose, che l’Occidente vorrà affrancarsi progressivamente. Nietzsche ci ricorda tutto questo ne La nascita della Tragedia quando descrive il passaggio della più sublime forma d’arte, la Tragedia, dal ciclo di Dioniso – l’archetipo della vita indistruttibile – alle vicende umane.



Ulisse e la prospettiva 

E dunque su cosa si gioca il conflitto tra Ulisse ed il Ciclope? Sulla prospettiva. L’eroe omerico ha già una visione prospettica moderna del mondo, possiamo dire, mentre il Ciclope lo guarda ancora da una prospettiva arcaica. Che significa? Anche se la storia della pittura ci dice che la prospettiva è stata «scoperta» nel Rinascimento, sappiamo che anche nei tempi antichi gli artisti la conoscevano bene. Sarebbero stati possibili i templi egizi o le scene che facevano da sfondo alle tragedie classiche se così non fosse? Avrebbe Tolomeo proiettato su una superfice piana la Terra se non l’avesse conosciuta? Solo che, come ci dice Pavel Florenskij nel suo La prospettiva rovesciata, «non la volevano usare». La spiegazione di Florenskij, alla quale rinviamo per mancanza di spazio e perché la sua chiarezza espositivo-argomentativa è da noi irraggiungibile è, in sintesi estrema e rozza, che la prospettiva rinascimentale è una delle tante modalità di visione del mondo, non certo l’unica e che, al contrario di ciò che si suole far credere, deforma la realtà imponendo un punto di vista falsamente realistico che, invece di chiarire la nostra relazione con la mutabile realtà delle cose, con la loro vera essenza, le cristallizza in una istantanea fasulla che le svuota del loro contenuto essenziale, numinoso.

Florenskij contrappone alla visione rinascimentale quella della pittura medioevale, in particolare delle icone bizantine, in cui l’apparente mancanza di prospettiva, o addirittura il suo rovesciamento – cioè dove le cose più lontane sono più grandi di quelle vicine – rende pienamente, secondo lui, a chi sa vedere, la realtà simbolica del divino, costruisce le porte attraverso le quali il credente può trovare la via per il sacro che emana da tutte le cose. E allora, chiosa l’autore de Le Porte regali, lo sfavillante saggio sull’iconostasi, la falsa prospettiva rinascimentale è uno dei dispositivi della modernità, cioè di quella Weltanschauung che scinde l’uomo da se stesso e lo riduce a falso osservatore di una realtà altrettanto artificiosa quanto lo è la sua relazione col Mondo.
























E dunque la prospettiva rinascimentale o, meglio, la sua scelta tra le altre, serve per governare il mondo rendendolo artificialmente omogeneo allo sguardo, ne semplifica la complessità non per comprenderlo ed esserne compresi, ma per dominarlo.

Una vera prospettiva, totale, ci dice giustamente Florenskij, sarebbe possibile solo osservando il Mondo da un occhio solo, posto al centro della fronte, come il Ciclope appunto. Ed è per questo che Ulisse lo acceca, forgiando da una albero di ulivo, perché sacro ad Atena, un palo dritto ed acuminato, strumento tecnico che azzererà la visione di Polifemo dimostrando la superiorità della tecnè umana di fronte alle Potenze antiche, tecnè di cui i nuovi dei olimpici sono garanti.

Ogni verso del Canto IX dell’Odissea è un inno a questo sorpasso. Altre cose sono da notare: l’albero di ulivo è storto, come il «legno storto dell’umanità» di cui dice Isaiah Berlin nell’omonimo saggio. Eppure Ulisse ed i suoi uomini, con l’aiuto di Atena cui quel legno è comunque sacro, lo rendono diritto, affermando una capacità di ingegno che, invece, il Ciclope non ha; basti pensare al fatto che non riesce neanche a palpare le pecore sino al ventre per stanare i suoi aggressori in fuga. Altro particolare degno di nota è che solo in questo caso Ulisse va alla ricerca di un pericolo, mentre negli altri Canti è lui a dover salvare i compagni. Significa che questa avventura ha un significato preciso, il cui simbolismo appare chiaro nell’economia dell’opera.

E così, se leggiamo il presente ripercorrendo i significati simbolici del passato, possiamo ben dire che la nostra modernità non è che la continuazione dell’antichità classica con altri mezzi, ad esempio con la centralità del ruolo del danaro, il nuovo dio unico della nascente borghesia, figlia delle signorie rinascimentali. Non a caso il monumento simbolo della modernità borghese, come ci dice Franco Farinelli nella sua Geografia, è il Portico degli Innocenti, in cui per la prima volta il Brunelleschi costruisce un luogo attraverso il quale la prospettiva, la «falsa prospettiva» direbbe Florenskji, si afferma.

Firenze è la patria delle banche, del denaro che foraggia la guerra, ma soprattutto dell’esportazione di questa nuova prospettiva sul Mondo, di una visione proprietaria del globo che attraverso le «scoperte» di quegli anni, prima tra tutte l’America, diventerà il terreno di conquista per chi non solo ha la forza militare, ma disegnerà le carte che ne sanciranno i confini attraverso la geografia politica. Ma conquistatori non lo erano stati forse anche i Greci? E per dominare il Mondo non avevano dovuto anch’essi ridisegnarlo a loro immagine?



Lo sguardo di Gagarin 

Ma nel secolo passato, in piena modernità, anzi forse all’inizio di questa sua ultima fase, c’è stato un uomo che ha visto con i suoi occhi ciò che nessun’altro aveva mai visto prima, che ha potuto fare una esperienza unica, irripetibile: la Terra osservata dallo spazio, finalmente tutta intera. Questo uomo è Jury Gagarin, il primo cosmonauta della storia. Lui ha colto Gaia nel suo insieme, nella sua forma reale, dal vivo, dall’alto, in tutto il suo incanto come solo gli dei avevano potuto fare sino a quel momento.

Anche Polifemo, dal suo punto di vista, è il caso di dirlo, vedeva la Terra dall’alto: Omero, infatti, ci dice che era «alto come una montagna», dunque il suo occhio osservava da un luogo elevato che gli consentiva uno sguardo sull’insieme poiché, a quei tempi, da una montagna si dominava tutto il Mondo raggiungibile. Omero ci dice che l’occhio di Polifemo era tondo, come il Mondo, ma mai nessuno questo Mondo, questa Grande Madre resa splendente dal mantello del suo sposo Urano, come ci narra Ferecide di Siro, l’aveva guardata negli occhi. Gagarin la guarda dall’oblò della Sojuz, la navicella spaziale poco più grande di un bidone di petrolio, e vede ciò che tutti gli altri avevano solo immaginato, poetato, cantato, sognato. Ulisse aveva addirittura accecato Polifemo per negargli questo sguardo e ridurre il Mondo alla sua dimensione umana. Astolfo si spinge sino alla Luna per recuperare il senno di Orlano, e da lassù guarda la Terra; prima e dopo di lui generazioni di visionari hanno immaginato ciò che Gagarin ha finalmente ammirato.

Dell’impresa del Sovietico si parla sempre in termini scientifico-politici: la corsa allo spazio, la competizione con gli Usa. Ma esiste un aspetto tutto immaginale, psichico, di quel primo viaggio in orbita che ci dice del suo significato simbolico, di quella Odissea nello spazio che cominciava 55 anni or sono, il 12 Aprile del 1961.



Ed infatti, la domanda più incognita era proprio: riuscirà Gagarin a sopportare la visione della Terra vista dallo spazio? La sua mente resisterà ad una immagine che nessun uomo ha mai visto, che non ha luogo se non nel Mundus Imaginalis dell’umanità ma non nella sue esperienza concreta? Ed il cosmonauta sovietico non tradisce le aspettative: da vero eroe fonda un nuovo mito, quello dell’uomo che riesce a comprendere dentro di sé la vastità del Mondo, la sua bellezza senza confini, il suo splendore senza padroni. Così lo descrive guardandolo dall’oblò della capsula, attraverso una prospettiva vera poiché il suo sguardo non solo era canalizzato da un unico punto di osservazione, ma soprattutto perché era come attirato dall’essenza luminosa di Gaia, focalizzato verso il suo invisibile centro simbolico. Nella visione di Gagarin Gaia riprende la sua podestas sullo sguardo degli uomini, il mondo delle Potenze che generarono Polifemo rinasce per un istante nella visione del cosmonauta. Esattamente il contrario di Ulisse.

La forza di queste suggestioni mitologiche è tanto forte che nei voli spaziali, più che in qualunque altra attività umana, ritroviamo i nomi delle antiche divinità: dai vettori come Atlas-Agena ai programmi come Mercurio e Apollo. Ma, anche qui, preponderanti sono le divinità olimpiche, quelle che abbiamo messo al posto di Gaia. La visione di Gagarin, cosmonauta e non astronauta, non conquistatore degli astri dunque ma vagabondo delle stelle, ha brillato forse per una sola orbita, ma grande quanto quella vastità cosmica che un tempo abbracciava l’occhio di Polifemo.


il manifesto – 10 settembre 2016

giovedì 22 settembre 2016

Salus Per Musicam


I Romani e l'India: "L'uso del pepe ci porterà alla rovina"

Nave mercantile romana

I romani andavano matti per il pepe. La spezia veniva coltivata in Kerala, in una zona detta in latino «Cottonara regio» e il suo commercio era solo uno dei molti traffici che legavano l’Europa romana all'India. ma i pepe era costosissimo e qualcuno (Plinio) ne lamentava l'eccessivo consumo.


Livia Capponi

Il pepe che Plinio non digeriva: «Quel lusso ci porterà alla rovina»



Strabone, celebrando gli effetti benefici della pax augustea sul commercio marittimo, osservava che nel 26-24 a.C. oltre 120 navi partivano ogni anno dall’Egitto per l’India, e ne ritornavano cariche di tesori. Fra queste dovevano esserci le gigantesche navi mercantili che, dal regno di Augusto al III secolo d.C., ma anche oltre, rifornivano l’impero di pepe indiano. Dopo il pepe la merce più trasportata dall’India erano le foglie di malàbathron , una specie di alloro raccolto nella valle del Gange, ma c’erano anche profumi, incenso, stoffe preziose, perle e pietre dure. Nel III secolo d.C., quando il commercio declinò a causa dell’instabilità politica, sembra che soltanto una nave partisse dall’India verso Roma ogni anno; eppure si stima che il suo carico fosse sufficiente a mettere 5 o 10 grammi di pepe nel piatto di ogni abitante dell’impero.

La zona di coltivazione del pepe, scoperta dai Romani, era l’area di Kuttanadu (ribattezzata dai Romani Cottonara regio ) a sud del lago Vembanad sulla costa sud-occidentale, nell’odierno stato del Kerala. Ma coltivazioni intensive di «vigne del pepe», a colonizzare interi boschi, si trovavano anche nella zona montuosa dei Ghats occidentali, fino al Kerala centrale, dov’era usato dalle popolazioni locali come moneta. Federico De Romanis e Marco Maiuro, i curatori di Across the Ocean: Nine Essays on Indo-Mediterranean Trade (Brill, 2015), ripercorrono la storia di questo commercio, dall’epoca romana all’egemonia portoghese nel XVI secolo, al boom nel 1800, quando si stima che la produzione indiana raggiunse le 4.350 tonnellate annue.

    vie commerciali romane verso l'oriente

La portata del commercio romano con l’India è stata recentemente riscoperta grazie a un papiro scritto in greco e conservato a Vienna, il Papyrus Vindobonensis G. 40822, meglio noto come Papiro di Muziris, che fornisce un dettagliato inventario e una valutazione in denaro del carico di una nave di nome Hermapollon, di ritorno dal porto di Muziris, «primo emporio dell’India» secondo Plinio il Vecchio. Il documento, redatto nel II secolo d.C. forse al momento di pagare i dazi in un porto sul Mar Rosso, conserva il contratto che copriva il trasporto della merce da Muziris fino ad Alessandria, e allude al prestito in denaro che aveva finanziato la spedizione. Non si trattava di un semplice prestito ma della vendita di un carico di merce in cui X, fattosi prestare del denaro da Y, s’impegnava a fornire come garanzia le merci che avrebbe comprato con il denaro stesso, secondo una tecnica praticata in Grecia fin dai tempi di Demostene.

Il frammento di testo superstite registra 60 container del valore totale di 7 milioni di sesterzi (pari a molti milioni di euro di oggi), la cifra con cui all’epoca fu realizzato l’acquedotto della città di Alessandria Troade, l’odierna Eski Stambul in Turchia. L’80% del carico era costituito dal pepe ma c’erano anche nardo, un profumo molto in voga, stoffe preziose, 167 zanne d’elefante e altre spezie. Conoscendo il prezzo standard del pepe in Età imperiale, si è potuto stimare il carico della nave a più di 544 tonnellate di pepe su 620 totali, una quantità paragonabile a quella esportata dai galeoni portoghesi all’inizio del 1500. L’ Hermapollon portava un carico superiore a quello della Nazaré , salpata dall’India per Lisbona nel 1518 con 491 tonnellate di merce, di cui 463 di pepe, e poco inferiore alle 700 tonnellate della São João , naufragata vicino a Port Edward in Sudafrica nel 1552.



La rotta per l’Italia romana, tuttavia, era più facile e sicura di quella affrontata dai Portoghesi. Come affermano Plinio e il Periplo del Mare Eritreo , un manuale mercantile con informazioni sulle rotte e i porti di Arabia e India, da Muziris, sfruttando i monsoni, si poteva raggiungere in 40 giorni il porto di Ocelis in Arabia. Da qui, attraversando il Mar Rosso, si approdava a Myos Hormos o Berenice in Egitto, dove il pepe e le altre merci, pagati i dazi, attraversavano il deserto su carovane di cammelli per circa 12 giorni, fino a Copto. Da qui discendevano il Nilo su chiatte fino ad Alessandria, da dove s’imbarcavano per Pozzuoli, alla volta di Roma o di altre destinazioni. 

Sulla via carovaniera da Copto a Berenice, nella mansio o stazione di Wadi Menih, una specie di grotta, si leggono incisi sulla roccia i nomi di cittadini romani di ritorno dall’India, come gli Annii Plocami da Pozzuoli, o i Peticii Marsi abruzzesi, potenti famiglie mercantili che operavano nel settore delle spedizioni. Così ci si è pure spiegati perché all’Aquila i Peticii avessero posto un bassorilievo con un dromedario recante anfore di vino.

Un testo poetico in lingua tamil ( Akananuru 149) parla della «ricca Muciri dove le navi, perfette e meravigliose costruzioni degli Yavanar (i Romani), arrivavano con l’oro e ripartivano cariche di pepe». La valuta romana era merce di scambio in tutti i porti arabi e indiani, e in India sono stati trovati oltre 6 mila denarii e mille aurei , probabilmente solo una frazione delle monete arrivate fin lì, che venivano per lo più fuse. Dai ritrovamenti è emerso che i cambiavalute indiani tesaurizzarono le emissioni più pregiate dei Giulio-Claudi, e dopo la crisi finanziaria sotto i Flavi, accettarono solo monete d’oro.



Il papiro di Muziris ha rivelato l’esistenza nel commercio fra Roma e l’India di un carico del valore di 7 milioni di sesterzi, una cifra molto superiore alla fortuna minima di un senatore (1 milione). È la prova ulteriore del coinvolgimento dell’élite senatoria ed equestre nel commercio a lunga distanza e in grandi operazioni di credito, e la dimostrazione che l’idea di un’aristocrazia immobilista, ostile al mercato e dedita esclusivamente all’ozio e all’agricoltura, è un artificio letterario. Nella Storia naturale , Plinio lamenta che «non c’è anno in cui l’India non dreni meno di 50 milioni di sesterzi dalla ricchezza del nostro impero, mandandoci merce da vendere a cento volte il suo prezzo di costo», e aggiunge amaramente che «l’India, la Cina e la Penisola arabica prendono dal nostro impero 100 mila sesterzi ogni anno come minimo — questa è la somma che il nostro lusso e le nostre donne ci fanno spendere».

Plinio probabilmente traeva questi dati dai registri doganali, e dunque dobbiamo credergli, anche se egli omette del tutto il valore delle esportazioni romane in India, come il vino, che sicuramente bilanciavano il quadro. Da buon tradizionalista, Plinio associava i beni di lusso alla decadenza morale della classe dirigente, e auspicava l’autarchia, temendo che l’emorragia di denaro avrebbe provocato il collasso della società. Ma il crollo dell’impero, avvenuto molto più tardi, non fu certo causato dalla preziosa piantina, i cui frutti dal sapore raffinato, nonostante le vicissitudini della storia e l’avvicendamento delle egemonie, non abbandonarono più la tavola degli europei.

Il Corriere della sera/La Lettura – 18 settembre 2016


La logistica è in piena crisi, ma a Savona si costruisce un porto per container


Una flotta di navi container con 14 miliardi di merci nelle stive è alla deriva. Non può attraccare in nessun porto, perché rischia il sequestro. Il fallimento della Hanjin, una delle più grandi compagnie marittime di trasporto, getta luce su come stanno cambiando le rotte della globalizzazione. Dunque un settore in piena crisi dove è difficile fare ipotesi sul futuro. Eppure a Savona (Vado L.) si sta costruendo, nonostante le proteste degli ambientalisti, un nuovo gigantesco scalo container. Una cattedrale nel deserto probabilmente, sicuramente la distruzione definitiva di un tratto di costa già pesantemente compromesso.*

Sergio Bologna

La tempesta perfetta della logistica

Gli analisti lo aspettavano da tempo e finalmente è arrivato, il perfect storm. A guardarlo un po’ da vicino è uno spettacolo sconvolgente ma affascinante, perché con un colpo d’occhio ti permette di vedere l’essenza della logistica, la sua vera natura, capisci perché la chiamano the physical Internet, ti rendi conto di cos’è la globalizzazione. È accaduto nello shipping specializzato nel traffico container: la settima compagnia marittima mondiale, la coreana Hanjin, ha fatto bancarotta. Gravata da 4,5 mld di dollari di debiti non è riuscita a convincere le banche a tenerla in piedi ancora.

In realtà non ha convinto il governo della Corea del Sud, perché il principale finanziatore di Hanjin è la Korean Development Bank, istituto pubblico, che già è alle prese con la situazione critica dell’altra compagnia marittima importante Hyundai Merchant Marine (HMM) e con quella dei due cantieri navali, Stx Offshore&Shipbuilding e Daewoo. A dirla così, sembra cosa di ordinaria amministrazione, immaginate però cosa significa avere una flotta di circa 90 navi, cariche di merci valutate sui 14 miliardi di dollari, che vagano per i mari in quanto, se toccano un porto, rischiano di essere sequestrate su richiesta dei creditori con tutto il loro carico.

    Piattaforma Vado

I carichi sequestrati

Ed in effetti la Daily Edition di Lloyd’s List del 13 settembre – giorno in cui scrivo questa righe – dava per 14 il numero delle navi già sequestrate. Altre navi sono ferme in porto in attesa della decisione dei magistrati, altre sono alla fonda e magari dovevano fare rifornimento di carburante… Senza dimenticare i 1.200/1.300 uomini degli equipaggi che non trovano un provveditore di bordo disposto a vendere loro una scatoletta di tonno o una bottiglietta d’acqua, in un porto canadese ha dovuto soccorrerli la missione Stella Maris.

Spettacolare è l’intreccio delle ramificazioni di questo crack. Sono 43 gli stati dove Hanjin deve affrontare le corti di giustizia. Per cominciare: le navi non sono di proprietà e quelle di sua proprietà in buona parte non valgono un accidente, il 60% della flotta è a noleggio e Hanjin non paga il noleggio da tempo, rischiando di mandare a picco società di antico nome, come Peter Dohle di Amburgo, la Danaos greca, la Seaspan canadese, sono una quindicina le società che hanno noleggiato a Hanjin le loro navi ma in termini di capacità di carico le prime 4 fanno più del 50%.

Poi ci sono i porti a cui non sono state pagate le tasse di ancoraggio o i servizi (rimorchio, ormeggio), i terminal che hanno caricato e scaricato le navi Hanjin a credito, il Canale di Suez al quale non hanno pagato il pedaggio e che oggi non lascia passare le loro navi, i fornitori di bordo, le agenzie di reclutamento degli equipaggi, quelle di gestione della nave. E qui non finisce, comincia. Perché il grosso è rappresentato dalle migliaia di società, di spedizionieri, di operatori logistici che hanno affidato la loro merce a Hanjin, qualcosa come quattrocentomila contenitori (la capacità totale della flotta Hanjin viene valutata in 600 mila Teu), merce che rimane bloccata a bordo. Ma fosse solo questo…

Le compagnie marittime di container oggi operano in consorzi o «alleanze» per scambiarsi i carichi, secondo una serie di agreement complicati di slot sharing e quindi un container affidato a Hanjin può viaggiare sulle navi di un’altra compagnia e viceversa. Quindi la richiesta di arresto o di sequestro può teoricamente coinvolgere la nave di una compagnia che opera normalmente, solo perché trasporta dei container di Hanjin. La quale era specializzata nei traffici Asia-West Coast Usa, dove operava con 33 navi e una quota di mercato molto importante, più che altro perché aveva quasi il monopolio delle spedizioni di Samsung e di altri colossi manifatturieri coreani.

    Progetto Piattaforma Vado

Concorrenza tra carrier

Sicché le notizie più dettagliate sul crack sono quelle che riguardano i grandi retailer Usa esercitare pressioni anche su Obama, oltre che sui porti degli stati della costa ovest e sui terminal, perché le merci possano essere scaricate, anche con penali, ma comunque consegnate a chi le ha acquistate. Da tutto questo si può capire il rompicapo delle compagnie di assicurazione (e il volume delle parcelle degli avvocati di mezzo mondo).

Perché è successo, perché doveva succedere? Perché da anni le compagnie marittime viaggiano in perdita, hanno messo in servizio troppe navi, hanno continuato a ordinarle ai cantieri sempre più grandi, i cantieri si sono fatti concorrenza spietata e le hanno costruite, malgrado siano dei gioielli tecnologici, a prezzi stracciati, i noli sono andati a picco, i volumi crescevano ma il guadagno per unità di carico trasportata diminuiva. Poi la Cina ha rallentato l’export ed è arrivato il perfect storm. E adesso? Quante delle dieci-quindici compagnie che contano rimaste sul mercato sono dei zombie carrier? Così vengono chiamate quelle che stanno in piedi solo perché le banche decidono di non farle fallire (a proposito, quasi l’80% delle compagnie armatoriali italiane è in queste condizioni). Si fa il nome di Rickmers, come società a rischio, gloriosa sigla tedesca, traslocata a Singapore, ma è piccolina.

Oggi, a disastro avvenuto, c’è chi dice che è colpa dei clienti, a voler pagare sempre meno ed a fidarsi di chi offre il prezzo migliore anche se si sa che è alla canna del gas e può fallire da un momento all’altro. Ma, come si è visto nel settore bancario, la filosofia del too big to fail è semplicemente il riflesso della pigrizia mentale del management moderno. Che ancora una volta appare quasi come il cancro del capitalismo contemporaneo. Questi manager di alto livello, dagli stipendi favolosi, privi di idee di business, privi di animal spirit, del tutto irresponsabili, tanto se va a picco la società loro non ci rimettono, sono oggetti intercambiabili, non sembrano persone.

Sono anni che i migliori analisti ed esperti predicano la necessità di cambiare modello di business delle compagnie marittime del container. Niente, si preferisce andare avanti, quasi sempre a spese della forza lavoro. E di riflesso si comportano alla stessa maniera i manager portuali, che in questi ultimi anni, con un mercato sempre più fuori controllo, hanno continuato a costruire porti sempre più grandi, in un delirio infrastrutturale favorito e incentivato dalle politiche insane dell’Unione Europea. Solo di recente, solo nel 2015 si sono avvertiti i primi segnali di un ripensamento, si sono denunciati i rischi del gigantismo navale, si è messo il dito, in Europa, su porti costruiti ex novo e rimasti vuoti.

    Vado. Piattaforma in costruzione

Arrivano gli avvoltoi

La riforma portuale che il governo Renzi sta portando avanti è debole e difficile da attuare ma bisogna dare atto al Ministro Delrio di aver cambiato rotta e di operare, con gli ottimi tecnici di cui ha saputo circondarsi, per fermare, finché si è in tempo, i progetti più inutili e discutibili, sostenuti, come al solito, da governatori di regioni, sindaci e lobby cementizia diffusa.

Sul piano globale che succederà ora? I noli si sono alzati, i concorrenti si sono già gettati sulle spoglie di Hanjin. Maersk e Msc, le due prime compagnie mondiali, hanno riempito in pochi giorni il buco lasciato da Hanjin sulla rotta transpacifica. Non cambierà nulla, così come non è cambiato nulla nel mondo bancario dopo il crollo di Lehman Brothers. Oltretutto non si vede chi potrebbe avere la forza e l’autorità di cambiare qualcosa. Il mare continua ad essere terra di nessuno. In questi ultimi anni ho seguito alcuni grandi incidenti in mare nel settore cargo, dalla dinamica dell’accaduto ai processi ai responsabili (o alle teste di turco), per constatare una volta di più che i colpevoli o se le cavano sempre o nemmeno vengono alla luce.

Ci sarebbe un solo modo per cambiare le cose: una rivolta generalizzata della forza lavoro coinvolta nella catena di trasporto, ma sappiamo che è utopia, le condizioni materiali d’isolamento in cui vive un equipaggio sono di per sé garanzia di assoggettamento. Tuttavia è un dato di fatto che la conflittualità all’interno della Global Supply Chain è in aumento, è una conflittualità endemica con talune punte molto alte, riguarda le condizioni di lavoro, il salario, l’occupazione, ma anche, in misura crescente, la sicurezza.


Il Manifesto – 30 settembre 2016

* Sergio Bologna, docente universitario, è fra i massimi esperti italiani di logistica.