TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 11 dicembre 2019

Il processo ai Templari e lo scioglimento dell'Ordine




Giorgio Amico

Il processo ai Templari e lo scioglimento dell'Ordine


Nel 1099 la conquista della Palestina e di Gerusalemme fa aumentare enormemente il numero dei pellegrini diretti in Terrasanta. Molti erano privi di risorse, molti si ammalavano lungo il viaggio, inoltre le vie di comunicazioni marittime e terrestri restavano insicure. Nascono così ordini religiosi allo scopo di proteggere i pellegrini, ospitarli, dar loro cure mediche. Come l'ordine dell'Ospedale di S. Giovanni di Gerusalemme, riconosciuto dal Papa nel 1113 anche se già nel 1048 il Beato Gerardo di Amalfi aveva ottenuto dal Califfo d'Egitto l'autorizzazione a costruire un ospedale in Gerusalemme.
Nel 1118 nasce l'Ordine dei “Poveri commilitoni di Cristo e del Tempio di Salomone”, più comunemente conosciuto come Templare dal fatto che il loro quartier generale era ubicato nel luogo ove in antico sorgeva il Tempio di Gerusalemme costruito da Salomone e distrutto dai romani nel 70 dC.

Quello del Tempio è fin dalle origini un ordine di monaci combattenti, destinato a proteggere i pellegrini dagli attacchi dei mussulmani. Come gli altri monaci fanno voto di castità e ubbidienza, ma sono prima di tutto guerrieri, l'élite della nobiltà feudale.
Presto l'Ordine del Tempio diventa una potenza senza rivali nel mondo cristiano. Padrone di terre, fattorie, castelli in tutta Europa. Dalle sue Commende un flusso incessante di risorse affluisce in Terrasanta passando per Parigi , vero quartier generale in Occidente dell'Ordine.
Rapidamente l'Ordine acquisisce una posizione privilegiata nei rapporti fra cristianità e Terrasanta, grazie alla sua organizzazione e al rispetto che lo circonda, l'Ordine emette lettere di credito (la prima forma di assegno) che sono accettate in ogni paese cristiano e permettono ai mercanti e ai pellegrini di spostarsi da un luogo all'altro senza portare con sé grandi somme di denaro.
Il Tempio di Parigi, in particolare, diventa il centro europeo della finanza e per il re di Francia una sorta di banca cassiera, fornendo per un secolo prestiti alla corona.

Sempre più ricco, l'Ordine acquisisce straordinari privilegi da papi e sovrani in forza dei quali diventa un'istituzione sottomessa solo al papa, totalmente indipendente da ogni altra autorità religiosa o politica, esente da tasse e da obblighi di qualunque natura. Grazie a ciò l'Ordine acquisisce il controllo di larga parte del traffico marittimo verso la Terrasanta, si fornisce di una grande flotta, gestisce porti e scali, scatenando le gelosie delle corporazioni dei mercanti, dei banchieri e delle repubbliche marinare italiane.
Quando nel 1209 con la caduta di Acri la Terrasanta ritorna sotto il controllo mussulmano, l'Ordine Templare perde la sua ragione d'esistere. Mentre gli Ospedalieri di San Giovanni continuano sul mare la lotta contro l'Islam (prima a Cipro, poi a Rodi e infine a Malta), i Templari (con l'eccezione di Spagna e Portogallo dove partecipano alla guerra di riconquista contro i Mori) sono ormai solo un Ordine enormemente ricco dedito a traffici di ogni tipo, composto in larga parte di cavalieri francesi e con il suo centro a Parigi, dove risiede il Gran Maestro.

Terminata l'epoca d'oro delle crociate e il fervore religioso che le animava la ricchezza e il potere dei Templari, spesso ostentati con grande arroganza, iniziano a essere guardati con sospetto soprattutto da chi come Filippo IV di Francia, si era votato interamente a consolidare l'unità del regno intorno alla corona e ad un apparato amministrativo centralizzato, embrione del nascente stato nazionale moderno, non più dipendente dalla Chiesa o dalla aristocrazia.
Un impegno che richiedeva la disponibilità continua di grandi somme di denaro e la messa sotto controllo del potere ecclesiastico. Indebitato con il Tempio, che dal 1285 finanzia la sua politica, fortemente contestato dal popolo di Parigi (dopo una svalutazione particolarmente pesante della moneta, nel giugno 1306, il re era di misura sfuggito alla folla inferocita che aveva invaso la reggia, rifugiandosi nella sede dell'Ordine), Filippo decide di scaricare il malcontento sugli ebrei. Il 22 luglio 1306 in tutta la Francia gli ebrei, accusati di complottare contro il re e la cristianità, vengono arrestati, i loro beni confiscati e poi venduti all'asta a beneficio della corona, i loro affari trasferiti alle banche italiane a cui il re si è rivolto per diminuire il peso finanziario dei templari; molti vengono uccisi, gli altri espulsi dal Regno. L'operazione è un successo, ma non basta. Il re mira più in alto. La persecuzione e cacciata degli ebrei diventa' la prova generale dell'attacco in preparazione al Tempio.

Filippo sa bene che fino a che il Tempio fosse sopravvissuto come istituzione autonoma il potere regio non si sarebbe mai potuto pienamente affermare. Questo, unito al bisogno drammatico di recuperare fondi, convince il re a superare ogni indugio e ad agire, consapevole dell'appoggio di gran parte della nascente borghesia bancaria e commerciale, ansiosa quanto lui di scrollarsi di dosso vincoli feudali sentiti ormai come obsoleti.
Il 13 ottobre 1307 i templari vengono arrestati su tutto il territorio del Regno e delle sue dipendenze italiane. In quel momento l'Ordine conta circa 4000 membri, di cui la metà in Francia. I cavalieri sono qualche centinaio.

L'accusa è terribile: i cavalieri praticano riti segreti in cui rinnegano Cristo, si danno a pratiche contro natura, adorano un idolo. In una parola l'Ordine del Tempio da primo difensore della cristianità si è ormai trasformato in una setta segreta di eretici dediti all'adorazione di Satana.
Sottoposti a feroci torture molti cavalieri confessano quanto viene loro imputato dagli inquisitori. Via via si aggiungono nuovi particolari: l'idolo veniva unto con il grasso di neonati arrostiti, i corpi dei templari deceduti erano arsi e le loro ceneri usate per preparare pozioni magiche, Satana in persona in forma di gatto presiedeva le riunioni capitolari accompagnato da demoni in forma di fanciulle con cui i cavalieri si accoppiavano in orge abominevoli. Sono le stesse accuse rivolte un secolo prima a catari e valdesi, che vengono ora riprese dagli inquisitori con lo stesso intento: discreditare l'Ordine, scatenare una campagna d'odio nei suoi confronti, giustificare l'eliminazione fisica dei suoi membri. Filippo deve sopprimere l'Ordine per incamerarne le ricchezze, doveva quindi dimostrare che non si tratta di semplici deviazioni di qualche Templare anche illustre, ma che l'Ordine stesso si è trasformato in una setta eretica. Tutti i templari, qualunque sia il ruolo rivestito, sono dunque colpevoli. I verbali dell'inquisizione ritornavano utili e furono abbondantemente utilizzati.

Colpire il Tempio significa colpire il Papato. Filippo agì al di fuori delle norme vigenti senza richiedere, come previsto, l'autorizzazione preventiva del Papa. Egli sapeva di poterlo fare. Il pontefice, Clemente V, era un francese, doveva a lui la sua elezione e risiedeva ad Avignone e non a Roma. Il Re ignorò ogni norma e consuetudine: non furono rispettate le immunità di cui i cavalieri godevano, gli inquisitori erano di nomina regia, agli accusati non fu permesso di difendersi.
Tenuti in isolamento, agli arrestati fu promesso che se avessero confessato sarebbero stati risparmiati e riconciliati con la Chiesa. Le prime confessioni produssero confessioni a catena. Chi non si piegava veniva torturato. Nella sola Parigi 36 prigionieri morirono sotto tortura.
Nel frattempo fu avviata una grande campagna propagandistica contro l'Ordine utilizzando francescani e domenicani da sempre ostili al Tempio.
Ben presto anche i vertici cedettero: il 25 ottobre 1307 il Gran Maestro Jacques de Molay ammise tutte le colpe senza essere sottoposto a tortura.

Nonostante la sua sudditanza nei confronti del Re, Clemente V non si mostrò agli inizi convinto delle accuse. Infuriato dalla mancanza di rispetto del Re nei suoi confronti, all'inizio del 1308 rifiutò di sopprimere l'Ordine, affermò che gli inquisitori regi non avevano il potere di indagine e riservò a se ogni decisione in merito. Filippo rispose intensificando la propaganda antitemplare e convocando prima gli Stati Generali a Tours e poi una grande assemblea dei vescovi di Francia a Poitiers con l'intento di intimidire il Papa. Clemente V cedette e abbandonò ogni velleità di opporsi al Re. Per salvare la faccia costituì commissioni papali nei vari paesi per investigare direttamente. Fuori del regno di Francia l'iniziativa non ebbe praticamente seguito, i Templari non furono perseguiti o, se lo furono, risultarono assolti o sottoposti a lievi penitenze per colpe minori. In Francia le conseguenze di questa decisione papale furono significative: interrogati dagli inquisitori papali gran parte dei cavalieri ritrattarono le confessioni dichiarando che queste erano state loro estorte sotto tortura o con la promessa dell'impunità.

Filippo fu costretto ad intervenire e costrinse il papa a nominare un giovane di 22 anni, fratello di un suo cortigiano, vescovo di Parigi. Questi, nella sua veste di inquisitore di Francia, condannò al rogo come eretici relapsi i cavalieri che avevano ritrattato, facendone bruciare circa 120. Sempre su pressione del Re, il Papa convocò un Concilio ad Avignone per condannare l'Ordine. Ma i cardinali rifiutarono di pronunciarsi per mancanza di dati certi. La cosa rischiava di andare per le lunghe, Filippo aveva fretta di concludere anche perché crescevano le perplessità e i dubbi fra aristocratici e grandi borghesi. Il 22 marzo 1311, su richiesta del re, Clemente V emanò un atto pontificio che sopprimeva l'Ordine e trasferiva le sue proprietà agli Ospitalieri, ma in Francia si trovò ben poco essendo gran parte dei beni già stati requisiti dalla monarchia.

Nel maggio 1312 Clemente si pronunciò in merito ai cavalieri sopravvissuti. Eccettuati i relapsi (cioè coloro che avevano ritrattato), essi dovevano essere relegati in monastero per passarvi in penitenza il resto dei loro giorni. I principali dignitari dell'Ordine furono invece condannati al carcere a vita.

Il 18 marzo 1314 i quattro alti dignitari comparvero davanti al Re e al popolo di Parigi per sentire proclamata la sentenza. Il Gran Maestro Jacques de Molay dichiarò solennemente che l'Ordine era innocente dei crimini ascrittigli, denunciò l'operato del Re e del Papa e affermò di meritare la morte per aver confessato per paura delle torture. Il precettore di Normandia, Geoffroi de Charnay si associò.
La reazione di Filippo fu spietata: De Molay e Geoffroi de Charnay furono immediatamente bruciati come eretici relapsi.

Così finiva l'Ordine del Tempio e si concludeva il primo grande processo politico della storia, un processo in qualche modo destinato a prefigurare nei suoi lineamenti essenziali (la costruzione di un teorema accusatorio, l'uso su larga scala di campagne propagandistiche, il terrore come strumento di pressione, l'uso di una burocrazia professionale) i peggiori aspetti di quello che sarebbe poi diventato nel XX secolo lo Stato moderno, centralizzato e burocratico, nelle sua involuzione totalitaria.

(2009)

lunedì 9 dicembre 2019

Poesia delle donne: Amelia Rosselli


A 50 anni dalla strage di Piazza Fontana. Noi sappiamo e non dimentichiamo.


 

Giovedì 12 dicembre 2019
ore 18.00
Libreria Ubik - Savona

Noi sappiamo e non dimentichiamo.
12 dicembre 1969-2019: a 50 anni dalla strage di Piazza Fontana”

ne discutono Giorgio AMICO, scrittore e Membro del Comitato Scientifico dell'ISREC di Savona, e Massimo MACCIÒ, storico, autore del volume “Una storia di paese. le bombe di Savona 1974-'75”.

Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplodeva nei locali affollati della Banca Nazionale dell'Agricoltura a Milano, causando 17 morti e 88 feriti. Ad essi si aggiunse dopo poche ore il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, morto mentre era sotto interrogatorio nella Questura di Milano.
La strage fu la prima di una lunga serie di eventi sanguinosi destinati a segnare l'intero corso degli anni Settanta, passando anche per bombe di Savona del 1974-75, e a condizionare profondamente la vita politica italiana. Lungo e contraddittorio fu l'iter giudiziario, segnato da continui depistaggi da parte di forze di polizia e servizi segreti che, pur avendo fin dall'inizio ben chiara la matrice di destra della strage, indirizzarono le indagini a sinistra verso il movimento anarchico, allo scopo evidente di distogliere l'attenzione dei giudici dai veri responsabili e dai loro mandanti politici.
Emblematico è il caso delle dodici bombe scoppiate nella nostra città (di cui sette in soli quindici giorni nel "novembre di sangue" savonese) con il tragico corollario di morti e feriti. Un mistero spaventosamente grande, irrisolto da 45 anni, che macchia la storia del nostro paese. Per la prima volta Macciò spiega nel suo nuovo libro chi ha messo le bombe e perché.

domenica 8 dicembre 2019

Pasquale Indulgenza, Correranno inesauste le onde...




Martedì 10 dicembre 2019
alle ore 17.00

Presso la Biblioteca Civica "L. Lagorio"
Piazza De Amicis
Imperia
Presentazione del libro di Pasquale Indulgenza
"Correranno inesauste le onde..."

a cura della Associazione culturale "Michele De Tommaso"

giovedì 5 dicembre 2019

Giuseppe Cesare Abba, testimone e interprete del Risorgimento




Il 1 dicembre a Cairo Montenotte nell'ambito del quarantennale di fondazione della R.L. "Canalicum", si è tenuto a cura del Grande Oriente d'Italia un partecipatissimo convegno sulla figura e l'opera di Giuseppe Cesare Abba: garibaldino, massone e storico. Di seguito il testo del nostro intervento.

Giorgio Amico

Giuseppe Cesare Abba, testimone e interprete del Risorgimento

All'inizio del 1860, alla vigilia di quella che passerà alla storia come "l'impresa dei Mille", il giovane Abba, simile allo stendhaliano Fabrizio Del Dongo, vive fino in fondo la sua condizione di uomo irrisolto.

Animato da una forte spinta rivoluzionaria che lo fa sentire erede diretto delle due generazioni precedenti, quella dei padri (Mazzini, Garibaldi e soprattutto Giovanni Ruffini sui cui romanzi si formerà) e quella dei martiri (Mameli, i Bandiera, Pisacane), Abba sente profonda la frustrazione di vivere in un momento in cui la rivoluzione pare sconfitta e in ritirata e persino Garibaldi in nome del realismo politico è dovuto scendere a patti con Cavour e gli odiati Savoia.
A ciò si aggiunge il sentirsi un pittore mancato, l'abbandono mai a pieno chiarito degli studi, pure intrapresi con tanto entusiasmo, alla Scuola di Belle Arti di Genova.
Tutto pare complottare contro di lui: arruolatosi volontario nell'Aosta cavalleria allo scoppio della seconda guerra di indipendenza, viene smobilitato prima che il suo reggimento abbia terminato il periodo di addestramento. Dalla sua caserma nelle retrovie, Abba legge della guerra sulle Gazzette, circondato da commilitoni, non volontari come lui, ma semplici coscritti, che detestano la guerra e non nutrono alcuna idealità patriottica. Per lui, abituato alla retorica dei circoli studenteschi, è un vero e proprio trauma.

Rivoluzionario, artista e soldato mancato: così si sente quando a cambiare tutto arriva Garibaldi. È una svolta radicale, Abba ha 22 anni per l'epoca una età adulta. La partecipazione alla spedizione dei Mille diventa l'evento cardine della sua vita, attorno a cui tutto ruoterà fino al momento della sua morte cinquanta anni più tardi..

Fondamentale risulta l'incontro con Garibaldi, di cui nelle Noterelle disegna un ritratto umanissimo, ma anche con Mazzini, di cui ha sempre solo sentito parlare (e il più delle volte con sarcasmo misto a disprezzo), che casualmente incontra nelle vie della Napoli appena liberata e che lo colpisce per il suo sereno coraggio:

"Vidi la prima volta Giuseppe Mazzini in una via di Napoli, sul finire del settembre 1860. Egli se ne andava tra la folla soletto, a passo lento. Ed erano i giorni che gli si aveva voluto vietare di stare in Napoli, e che egli aveva severamente risposto di credersi d'essere in terra libera. Pareva che non si ricordasse d'essersi sentito urlato a morte, pochi giorni avanti, dalla plebaglia condotta sotto le sue finestre. E noi che eravamo in tre lo seguimmo a poca distanza, osservando come egli camminava sicuro e pensavamo alle tante volte che avevamo sentito accusarlo come uomo che mandava la gente a morire e badava bene a non esporre la propria vita. Ma là in quei giorni, qualsifosse sicario o fanatico avrebbe potuto piantargli un pugnale nel petto o nel dorso! Eppure Mazzini non si guardava".

Nei mesi della campagna contro i Borboni Garibaldi e Mazzini diventano per Abba figure non più mitiche, ma concretissime di riferimento politico e ideale, su cui orientare e costruire la sua vita di adulto in un'Italia, appena riunificata, che è un groviglio di contraddizioni tanto complesse da restare (come la questione meridionale) ancora oggi largamente irrisolte. Al giovane cairese in cerca di sé stesso, Garibaldi e Mazzini trasmettono con l'esempio delle loro vite il senso autentico di un impegno politico e civile che è prima di tutto dovere etico: fare gli italiani, formare una identità condivisa, trasformare popolazioni divise da secoli in un popolo solo unito da legami fraterni.

In quest'ottica la battaglia culturale e civile diventa la continuazione della lotta armata, anche se questa non va ancora abbandonata: Venezia, Roma, Trento, Trieste sono ancora in mano straniera. E Abba combatterà ancora e con immutato coraggio tanto da meritare nel 1866 la medaglia d'argento al valor militare per il suo comportamento durante la battaglia di Bezzecca.

Ma l'impegno cardine di quella generazione di rivoluzionari è ormai un altro: contro i venti di normalizzazione che già da subito soffiano impetuosi, costruire un'Italia civile e democratica, capace di affrontare costruttivamente il problema, che già si annuncia centrale, di "plebi", sfruttate e incolte tanto al sud come al Nord, da trasformare in popolo, in cittadini pienamente consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri. In ciò consiste la rivoluzione sognata che, alcuni decenni più tardi in sede di consuntivo, dal buio del carcere fascista Gramsci definirà, grazie ad uno sforzo poderoso di analisi e di sintesi, "mancata".
Rivoluzione mancata per l'accordo fra latifondisti del Sud e la borghesia industriale del Nord, terrorizzati dalla possibilità di una riforma agraria che desse finalmente la terra ai contadini e la concessione piena dei diritti politici e della libertà di organizzazione sindacale agli operai delle fabbriche del settentrione. Al sogno mazziniano-garibaldino, carico di echi libertari e repubblicani, si sostituì una politica segnata dal trasformismo, dall'abbandono degli ideali risorgimentali, dalla corruzione, dalla repressione sistematica di ogni anche timida protesta popolare. A partire da quella tragedia immane che fu la guerra al "brigantaggio", ovvero la normalizzazione manu militari della rivolta in larga parte spontanea delle masse contadine di un Sud che aveva creduto in Garibaldi "liberatore" e ora si sentiva tradito dai "piemontesi" e più sfruttato di prima.

Lottare per un'altra Italia significava allora avvicinare davvero intellettuali e popolo, mischiarsi alla gente comune, partecipando ad esempio, come Abba fa a Cairo Montenotte nel 1861 alla fondazione di una società di mutuo soccorso fra gli operai che ancora oggi esiste e porta il suo nome. Ma anche come sindaco dal 1870 al 1880 a potenziare e modernizzare il servizio scolastico, a risanare il paese costruendo una rete fognaria prima inesistente, a finanziare corsi serali di alfabetizzazione per adulti, a favorire l’istituzione di una banca popolare al servizio dei lavoratori, degli artigiani e degli agricoltori per liberarli dall'incubo degli strozzini e delle banche in mano ai possidenti e al clero.Un impegno democratico che lo impose all'attenzione di Mazzini, che non lo conosceva, ma che in un suo taccuino ebbe a scrivere:"Abba. Cairo Montenotte, consigliere comunale e nell'insegnamento: uno dei Mille: ottimo e nostro".

Dunque, fatta l'Italia, occorreva fare gli italiani. Il che in termini concreti significava costruire un'immagine condivisa di un Paese e di una storia. Fare di un "volgo disperso che nome non ha", tanto per citare l'Adelchi manzoniano, un popolo consapevole delle sue comuni radici. Compito che la Massoneria si assunse in prima persona e che la rese, sempre secondo Antonio Gramsci, il primo autentico partito politico moderno di un'Italia ancora profondamente arretrata. Una impresa il cui sostanziale fallimento, già avvertibile in epoca giolittiana, segnerà in profondità la storia futura d'Italia a partire già dalla prima guerra mondiale e immediatamente dopo dal fascismo.
Una impresa, tuttavia, di grande respiro politico e ideale, che spiega l'adesione convinta e attiva all'istituzione libero-muratoria di uomini, per restare alla Valle Bormida, come Giuseppe Cesare Abba a Cairo, Anton Giulio Barrili a Carcare o Sisto Anfossi, medico di Dego, meno conosciuto degli altri due, ma tra i padri fondatori a Torino nel 1859 della Loggia Ausonia da cui prenderà poi vita il Grande Oriente d'Italia. Figura straordinaria quella di Anfossi, medico e cospiratore, esiliato a Parigi, fondatore di società segrete legate alla carboneria, di cui ci ripromettiamo di trattare in altra occasione.

Dunque più che storico, Abba si sente, ed è, un testimone e interprete del Risorgimento e dei suoi ideali, ma anche, come vedremo, del suo sostanziale fallimento. In questo consiste il suo lavoro non tanto di storico, quanto di testimone/narratore di ciò che è accaduto, ma anche di ciò che si voleva accadesse e non è accaduto. Un Abba  molto diverso dal ritratto agiografico che tradizionalmente ne è stato fatto.




È la storia stessa del suo libro più famoso, a dimostrarlo. Con il titolo minimalista di "Noterelle di uno dei Mille", dichiarazione esplicita che si vuole trattare non di un'avventura individuale, ma di una impresa collettiva, il libro uscirà solo nel 1880 grazie all'interessamento di Carducci limitandosi a trattare della liberazione della Sicilia, da Marsala a Messina. Solo nel 1891 a trent'anni dagli avvenimenti narrati il libro esce nella versione definitiva ed integrale con il titolo "Da Quarto al Volturno" e dalle sue pagine traspare ad una lettura non agiografica una profonda disillusione.

Si avverte, insomma, già la delusione verso gli esiti moderati di quella che doveva essere una rivoluzione espressa quasi negli stessi anni da Edmondo De Amicis nel romanzo "Sull’Oceano" del 1889, in cui si raccontano le traversie di migliaia di disperati che, in tutto simili agli attuali dannati della terra che sbarcano sulle nostre coste, inseguono sul mare un sogno di libertà e di riscatto. Attenzione! Non è il De Amicis, agiografico e patriottico di "Cuore", ma lo scrittore tormentato di "Primo Maggio", il primo vero romanzo italiano sulla questione operaia. Tra questa massa di disperati in cerca di un futuro c'è anche un ex garibaldino che ragionando sul presente e sulle miserie dell'Italia unita ad un tratto se ne esce con una affermazione terribile: «se metà degli uomini che avevan dato la vita per la redenzione dell’Italia fossero resuscitati, si sarebbero fatti saltare le cervella».
Nelle ultime pagine del libro ben avvertibile è la sensazione, che Abba ci trasmette con poche decise pennellate, che spiri già aria di restaurazione e siamo appena all'indomani del tanto mitizzato "incontro di Teano". Abba parla di Garibaldi:

«Ieri il Dittatore non andò a colazione col Re. Disse di averla già fatta. Ma poi mangiò pane e cacio […] circondato dai suoi amici, mesto, raccolto, rassegnato. […] Ora odo dire che il Generale parte, che se ne va a Caprera e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende».

Mesto, raccolto, rassegnato. Tre aggettivi a descrivere una vittoria militare trasformatasi in sconfitta politica. Alla fine hanno vinto i Savoia, la rivoluzione non c'è stata, come nelle parole del principe Salina nel grande romanzo di Tomasi di Lampedusa, tutto è cambiato perché nulla cambiasse davvero. Come aveva già intuito, padre Carmelo, frate guerrigliero alla Camilo Torres, nel memorabile breve dialogo con Abba sulle aspettative reali dei contadini siciliani a cui lo scrittore non sa rispondere:

"E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di più? Non seppi che rispondere e mi alzai..."

Osserva amaramente Abba: "Questo popolo che ci ha fatta la luminaria la notte del 25 maggio, quando eravamo pochi e con poche speranze, adesso non ci riconosce più. Ma che cosa abbiamo fatto? Non lo dicono e non si può indovinarlo".

Abba non lo sa, ma questo è il momento in cui nasce la questione meridionale, in cui si svela l'incapacità profonda da parte di questi giovani rivoluzionari venuti da Nord di comprendere davvero la realtà del Sud e l'aspettativa creata nelle masse dei senza terra di una rivoluzione che non si fermasse ai proclami patriottici, ma sapesse diventare distruzione del latifondo, riforma agraria,  libertà ma anche terra da coltivare senza sentire sul collo il peso dei latifondisti e della mafia, che a sua volta fa capolino in una pagina del libro.

L'Italia degli anni Novanta dell'Ottocento non vede il trionfo degli ideali mazziniani e garibaldini. Ben altri sono i segni dei tempi: lo scandalo della Banca Romana nel 1893 (la prima tangentopoli della nostra storia), la repressione sanguinosa dei Fasci siciliani (1894) e dei moti per il pane di Milano (1898), la nascita di un imperialismo "straccione" segnata dal massacro di Adua (1896). Tra gli spiriti più avvertiti si diffonde un senso condiviso di disagio e frustrazione ben rappresentato da "I vecchi e i giovani", grande romanzo di un ancor giovane Pirandello, ambientato nei giorni dei fasci e che vede la morte simbolica di un vecchio ex-garibaldino per mano dei soldati mandati a reprimere la protesta dei contadini. Una visione sconsolata che ritroviamo in una lettera di Abba all'amico Francesco Sciavo del 26 febbraio 1901:

"Il nostro paese è così fatto [....]. Io l'Italia l'ho veduta farsi, e so come s'è fatta. Essa è venuta qual doveva venire: il feudo di una classe di furbi, viventi di mutua assistenza e di mutui salvataggi".

Un Abba profondamente disilluso che nei suoi scritti si attacca ancora di più alla memoria dell'epopea garibaldina perché solo testimoniando di quelle lotte, solo non perdendo la memoria di ciò che si voleva fare e di come l'Italia avrebbe potuto essere, si poteva ancora nutrire la speranza che le nuove generazioni rialzassero quelle bandiere e riprendessero quel percorso di libertà.

E in questo Abba appare a noi, figli di una Resistenza oggi da più parti vilipesa e negata nei suoi valori fondanti la nostra Repubblica, attualissimo.

Cairo Montenotte, 1 dicembre 2019

I Liguri. Antico popolo tra Alpi e Mediterraneo

Sabato 7 Dicembre
ore 16.00

Sala Convegni
Palace Spotorno


martedì 3 dicembre 2019

Emanuele Luzzati


Sabato 7 dicembre ore 17.00
una mostra in omaggio all'artista:
EMANUELE LUZZATI
"Una fantastica collezione"
testo critico a cura di Glella
presso la galleria
GULLIarte Corso Italia 201r. A Savona

EMANUELE LUZZATI
Una fantastica collezione

Tutti amiamo o abbiamo amato collezionare, qualsiasi cosa, anche di poco valore. La ricerca, la gioia di trovarla e l'ambizione di possederla, sono emozioni difficili da raccontare, ma meravigliose da provare. Quando poi tutte queste emozioni sono unite dal lavoro, dall'amicizia con i collezionisti, disposti ad aprire i loro scrigni, un vasto pubblico può finalmente fruire di questi piccoli tesori.
Se invece è esistita una vera amicizia fraterna, si crea un doveroso lascito, un impegno morale ed artistico, da portare avanti, affinchè il pubblico che verrà dopo l'artista, possa godere di questa "grande favola" raccontata da Emanuele Luzzati.
Con questa logica, ci siamo avvicinati alla collezione della famiglia Valenti, che è uno dei percorsi più interessanti di Luzzati: il periodo dei cartoni animati. Quando ancora non esistevano le tecniche del digitale ed il tutto era creato a mano con sfondi di cartoni e sagome incollate ed animate manualmente. Un modo di fare cinema che aveva tanto in comune con il teatro dei burattini e delle marionette, con la semplicità dell'arte popolare: era davvero un mondo fatto a mano.
Pulcinella, Il flauto Magico, Ali Babà ... per i bambini degli anni 60 e 70 e gli adulti, erano i favolosi cartoni animati che si vede vedere in televisione.
La musica ed i canti erano amalgamati con la forza delle immagini drammatiche e la lievità dei momenti giocosi.
La gazza ladra, Pulcinella e il pesce magico, L'italiana in Algeri, C'erano i tre fratelli, Il Flauto Magico, La ragazza cigno, La donna serpente, Le avventure di Marco Polo, questi cartoni animati e questi corti filmati, già dal titolo accattivanti, comunicavano allegria, ci narravano cose vere, ci passavano messaggi, una morale nascosta nel gioco.
Un foglio, una parete, un muro, un fondale, un vetro, una stoffa erano disegnati o dipinti da Luzzati con la stessa attenta espressione e mano veloce. Stampava e copiava quello che il pensiero e la fantasia gli comunicavano, come se il disegno, il colore, il segno, fossero il suo respiro.
I rossi ed i blu, usati nei suoi pastelli sono indimenticabili, quasi “chagalliani”.
Questa mostra, ordinata dalla Galleria GULLIarte di Savona, ci riporta in quel mondo magico, fantastico, con istruzioni di opere originali: fondali usati per realizzare i cartoni animati, sagome di personaggi, e altezza naturale poi tanti, tantissimi, ”Gufi volanti ” trasferendoci così dal mondo d'oggi quasi virtuale, ad un ricordo di Emanuele Luzzati, ancora“ Animato ”

La mostra con ingresso libero è visitabile
dal 7 dicembre 2019  al 26 gennaio 2020
tutti i giorni: 11.00 / 12.30 - 15.30 / 19.30 - chiuso il lunedì mattina.