TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 31 ottobre 2014

Castoriadis, il ribelle



Filosofo radicale, psicanalista, economista: una biografia in Francia rivaluta un pensatore influente e misconosciuto.

Massimiliano Panarari

Castoriadis, il ribelle che ispirò i liberali francesi



Cornélius Castoriadis, chi era costui? A riscoprire una delle più interessanti (e misconosciute) figure di intellettuale del secondo Novecento (anche se lui per primo rigettava l’etichetta di intellò) ci pensa la sua prima biografia appena uscita in Francia. E anche il fatto che sia stato necessario attendere tanto tempo, persino nel Paese dove l’originale (e per certi tratti visionario) filosofo dell’«immaginario sociale» e del «fare pensante» ha vissuto e scritto, prima dell’uscita di un volume che ne ricostruisse integralmente esistenza e pensiero molto ci dice della sua «irregolarità».

A colmare tale lacuna, e a raccontare quanto, al di là delle apparenze, questo eccentrico pensatore di origini greche sia stato importante per la scena culturale transalpina, ci pensa nel suo Castoriadis. Une vie (La Découverte, pp. 532, euro 24) lo storico delle idee François Dosse.

Castoriadis (1922-1997) fu filosofo e psicanalista (disciplina che esercitò anche professionalmente), lavorò come economista al segretariato internazionale dell’Ocse ed ebbe (alla fine) riconoscimenti accademici rilevanti (negli anni Ottanta divenne directeur d’études all’École des Hautes Études di Parigi), ricevendo gli apprezzamenti di protagonisti importanti del mondo scena culturale come Edgar Morin (che lo definiva un «titano dello spirito») e Pierre Vidal-Naquet (che lo considerava un «genio»).

Ma rimase sempre marginale perché troppo «fuori dalle righe»: quindi una sorta di eminenza grigia (o, meglio, rossissima) della sinistra eterodossa, la cui influenza fu sotterranea e carsica, e assai meno evidente di quella dei filosofi-star della French Theory (da Foucault a Derrida, passando per Lacan). E che, però, si rivelò durevole e, soprattutto, trasversale, arrivando a toccare intellettuali politicamente molto distanti dalla matrice delle sue concezioni. Che era quella del socialismo di sinistra novecentesco e del filone dell’autogestione e delle repubbliche dei consigli, ovvero quel peculiare intreccio di marxismo libertario e anarchismo che aveva messo al centro della propria teoria e (difficoltosissima) prassi una certa nozione di autonomia, nella quale il pensiero di Castoriadis troverà il proprio fulcro.



Ed era precisamente quella che gli attirò appunto l’interesse, a partire dagli anni Ottanta, della pattuglia di intellettuali liberali (e social-liberali) che avrebbero riorientato la battaglia delle idee in Francia, da François Furet a Pierre Nora, da Bernard Manin a Marcel Gauchet, da Jacques Julliard a Luc Ferry e Alain Renaut. E, in primis, del filosofo politico Claude Lefort che ebbe nel corso degli anni una «conversione» liberaleggiante e con cui Castoriadis aveva condiviso una giovanile militanza trotzkista e fondato, nel 1947, la rivista Socialisme ou barbarie, alla quale questo libro attribuisce una rilevanza addirittura superiore, nella preparazione del clima intellettuale del Sessantotto, a quella del situazionismo.

Il testo di Dosse si incarica innanzitutto di ricostruire le ragioni di questo mancato riconoscimento pubblico in seno a una nazione che ai suoi intellettuali «impegnati» ha sempre eretto monumenti (trasformandoli pure in merce di esportazione). E di svelare il «mistero» di un pensatore che, pur essendosi collocato su prospettive politiche assai lontane, entrò tuttavia in sintonia profonda e venne riconosciuto come riferimento a cui guardare proprio dagli artefici della revanche del liberalismo.

La ragione – secondo lo studioso – consiste nella ricollocazione al centro del dibattito (e delle discipline) di quella filosofia politica (seppur, in qualche modo, rivisitata e contaminata) che il «Sessantotto pensiero» e il post-strutturalismo avevano emarginato. Nonché, la critica serrata e intransigente (da sinistra) di Castoriadis al socialismo reale e al totalitarismo comunista, che si affiancò a quella dei nouveaux philosophes e della deuxième gauche e circolò moltissimo tra gli esponenti della rinnovata cultura politica liberale, cementando, a suo modo, una «comunità di pensiero».

D’altronde, la stessa idea di rivoluzione, così centrale nelle sue teorizzazioni, nulla ha a che fare con la violenza politica, ma costituisce l’accelerazione di quel progetto di «auto-trasformazione esplicita» delle istituzioni da parte della società (e, dunque, in nome dell’autonomia) che, a ben guardare e mutatis mutandis, non poteva dispiacere al gruppo di intellettuali che avrebbe contribuito all’affermazione del neoliberalismo in Francia.

Sliding doors, per così dire. Ben differenti da quelle, molto solide e tanto tipiche di un certo gusto architettonico, dell’appartamento di Castoriadis a rue de l’Alboni, nel XVI arrondissement della capitale, che, a inizio anni Settanta, Bernardo Bertolucci trasformò in set ambientandovi il suo celeberrimo Ultimo tango a Parigi.


La Stampa – 31 ottobre 2014

Marco Revelli, Modernità. L’eguaglianza non è più la virtù



Una riflessione di Marco Revelli che va al cuore del pensiero neoliberista, prima berlusconiano e oggi renziano.

Marco Revelli

Modernità. L’eguaglianza non è più la virtù



L’opzione disegualitaria (o, più apertamente, anti-egualitaria) è stata – e in buona misura continua ad essere, anche se più mascherata – parte integrante della dogmatica neoclassica che ha offerto il proprio hardware teorico all’ideologia neoliberista fin dall’origine della sua lotta per l’egemonia, alla fine degli anni Settanta e per tutto il corso degli anni Ottanta del secolo scorso.

L’idea che “un eccesso di uguaglianza faccia male all’economia” – o, più esplicitamente che “una buona dose di diseguaglianza faccia bene alla crescita” –, ha alimentato le politiche di deregulation prevalse nell’epicentro anglosassone e affermatesi nel circuito della globalizzazione. Ha motivato la rivoluzione fiscale, che ha drasticamente abbattuto le progressività delle aliquote e frenato le politiche redistributive negli Stati Uniti e in Gran Bretagna; e ha generato le dure conditionalities dei Programmi di aggiustamento strutturale (Structural Adjustment Programs) del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, fortemente incentrate sulle priorità del taglio della spesa sociale, sulla rimozione del controllo dei prezzi e la riduzione dei sussidi statali, sulla focalizzazione della produzione sulle esportazioni, sulle privatizzazioni e sul perfezionamento dei diritti del capitale d’investimento estero rispetto alle leggi nazionali.

Oltre, naturalmente, ad aver permeato gli insegnamenti economici impartiti da un numero crescente di cattedre delle più accreditate università, nelle business school, nei think tank e nelle pubblicazioni di un gran numero di fondazioni.

“L’eguaglianza non è più una virtù” potrebbe essere assunto come il motto che ha contraddistinto la massiccia e articolata reazione anti-keynesiana di fine secolo: dopo un cinquantennio nel quale l’eguaglianza, in qualche misura, il valore sociale prevalente – l’“idea regolativa” sulla quale si erano orientate le politiche pubbliche dell’Occidente democratico e le stesse Carte costituzionali dei paesi civili –, si registrava, esplicitamente, un punto di rottura.

Una sorta di rovesciamento, che anche là dove l’eguaglianza non veniva identificata come un ostacolo al “progresso economico”, la si retrocedeva comunque da valore finale a funzione strumentale. O la si poneva non più come presupposto ma, tutt’al più, come conseguenza dello sviluppo, da perseguire con altri mezzi, compreso quello di un’iniziale opzione disegualitaria.

Lo scenario nel quale quella “rottura” si è prodotta era – lo ricordiamo – segnato da una crisi profonda del modello che aveva caratterizzato la parte centrale del secolo, in particolare il trentennio 1945-1975, definito da Eric Hobsbawm come “l’età dell’oro” del suo “secolo breve ” e che i francesi chiamano le “trenta gloriose”.



Da un lato la stagflazione – l’intreccio paralizzante di un elevato processo di inflazione e di una altrettanto grave stagnazione – si presentava come un male economico refrattario alle tradizionali politiche anticicliche e offriva l’immagine di un punto di arresto o comunque di un tetto raggiunto dallo sviluppo difficilmente superabile con i mezzi tradizionali.

Dall’altro lato, la cosiddetta “crisi fiscale dello Stato” – caratterizzata da un emergente debito pubblico pur in presenza di una pressione fiscale ai propri massimi – limitava i margini d’intervento delle autorità politiche e delle agenzie pubbliche, lasciando intravvedere nell’insostenibile carico fiscale il principale ostacolo alla ripresa della crescita nei paesi a capitalismo maturo.

Per parte sua, la globalizzazione incipiente lasciava intravvedere la possibilità di un’espansione esogena della domanda, grazie all’ampliamento e all’integrazione dei mercati su scala planetaria. Non stupisce che in un simile contesto si sia strutturato, e sia diventato rapidamente egemone, un paradigma socio-economico orientato alla rottura di tutti i precedenti compromessi sociali – quelli che, fino ad allora, avevano contribuito a formare l’idea prevalente di “società giusta” e che ora apparivano responsabili dell’insopportabile overload delle finanze pubbliche – e basato su una rinnovata centralità del mercato e sulla prospettiva di uno sviluppo trainato prioritariamente dall’offerta (supply-side) – in contrapposizione alle teorie keynesiane che si focalizzavano sulla domanda aggregata (demand-side) – nonché sull’effetto incentivo di una minore tassazione per la formazione di capitali disponibili all’investimento pubblico.

Un paradigma, possiamo aggiungere, nel quale i grandi temi che avevano segnato il lungo ciclo precedente – la questione della piena occupazione, da un lato, e quella della povertà, dell’altro – finivano per assumere una posizione secondaria (così è per le politiche di contrasto alla povertà, ridimensionate con l’argomento dell’“azzardo morale”) o addirittura alternativa (un certo tasso di disoccupazione poteva essere considerato funzionale all’abbassamento del costo del lavoro). Un paradigma, appunto, nel quale l’ineguaglianza cessava di essere considerata un vizio per trasformarsi, entro certi limiti, in risorsa.


il Fatto – 30 ottobre 2014

A cento anni dalla Grande guerra il governo riabiliti i militari fucilati. E furono migliaia.



Cento anni dalla prima guerra mondiale. Per tanti una grande guerra patriottica, per noi un criminale e inutile massacro che generò il fascismo. Molti lo pensavano anche allora. “Criminali, signori ufficiali, che la guerra l'avete voluta”: cantavano così i soldati nelle trincee. I comandi risposero con le fucilazioni. Migliaia dopo il crollo del fronte russo e la rivoluzione d'ottobre per paura che il contagio antimilitarista si allargasse. Una pagina che ci si ostina a celare. E l'attuale ministro della guerra, la “democratica” Pinotti spesso ripresa circondata da generali, non fa ben sperare.

Paolo Rumiz

L’ultima ferita della Grande guerra. “L’Italia riabiliti i militari fucilati”


Reintegro a pieno titolo dei fucilati del ‘15-’18 nella memoria nazionale. Vittime come gli altri. Soldati che hanno sofferto come gli altri. Manca questo riconoscimento perché possa dirsi completa in Europa la partecipazione dell’Italia alle onoranze ai Caduti della Grande guerra. I principali Paesi belligeranti — Francia, Germania, Inghilterra — ci hanno pensato da tempo, con atti politici, interventi presidenziali, monumenti, e l’aggiornamento delle liste dei Caduti. Quasi ovunque i condannati sono stati tolti dal ghetto della vergogna e della rimozione. Manca il nostro Paese, quello che ha fatto più largo uso della giustizia sommaria: 750 fucilati con processo, 200 colpiti da decimazione per estrazione a sorte, e un numero incalcolabile di soldati uccisi per le vie brevi dai loro ufficiali o dai carabinieri per codardia, ribellione o episodi di pazzia.

«Se non ora, quando?», si chiede il sostituto procuratore di Padova Sergio Dini, ex magistrato militare, che ha già chiamato in causa il ministro della difesa Pinotti. «Assistendo a luglio al concerto di Redipuglia, dove il maestro Muti ha radunato orchestrali di tutti i Paesi belligeranti, il presidente Napolitano ha fatto un passo importante di riconciliazione con l’ex nemico. Ora manca solo la riconciliazione con noi stessi, l’abbraccio ai ragazzi della mala morte. Le Forze armate dovrebbero capirlo, a meno che non vogliano negare che quelle esecuzioni — dal loro punto di vista — siano servite a qualcosa. Se i fucilati ebbero una funzione, essa sia riconosciuta. Non farlo sarebbe accanimento. Anche perché si fucilarono solo soldati semplici, povera gente. Vogliamo portarci dietro ancora questo anacronismo di classe?».



E dire che l’Italia è stata uno dei primi Paesi a porre il problema con film ( Uomini contro , di Francesco Rosi), con libri e ricerche storiografiche. Ed è stato anche il primo in Europa a erigere un monumento ai fucilati. È accaduto diciotto anni fa a Cercivento, sui monti della Carnia, sul luogo di una delle più ingiuste esecuzioni, il pra dai fusilâz, un prato che per decenni i valligiani rifiutarono di falciare in segno di protesta.

Una memoria tenace, passata di bocca in bocca, che ha dato vita a un corpus di memoria orale ancora vivissimo e al quale nel ‘96 il sindaco Edimiro Della Pietra, mettendosi contro le autorità militari e rischiando una denuncia di apologia di reato, ha voluto dar forma di monumento.  

Quella di Cercivento è una storia che riassume le altre. È il giugno del ‘16. Gli austriaci stanno sfondando su Vicenza con la Strafexpedition. Nella zona del Monte Coglians c’è il battaglione alpini Tolmezzo, considerato infido dagli ufficiali «forestieri» per via dei cognomi mezzi tedeschi dei carnici arruolati e dei tanti di essi che hanno lavorato da emigranti in terra d’Austria. Hanno una perfetta conoscenza del terreno, ma gli alti comandi non si fidano a sfruttarla e insistono a ordinare azioni suicide.

Quando viene deciso un attacco alle rocce della cima Cellon in pieno giorno e senza supporto di artiglieria, alcuni soldati suggeriscono di compiere l’assalto col favore della notte. È quanto basta perché il comandante, un napoletano di nome Armando Ciofi, coperto dal tenente generale Michele Salazar, comandante della 26ª divisione, gridi alla «rivolta in faccia al nemico» e ordini la corte marziale.



Il processo si svolge di notte, in una cornice lugubre, nella chiesa che il prete di Cercivento, terrorizzato, è obbligato a desacralizzare. Sul processo incombono le circolari Cadorna, che chiedono «severa repressione», diffidano da sentenze che si discostino «dalle richieste dell’accusa» e ricordano il «sacro potere » degli ufficiali di passare subito per le armi «recalcitranti e vigliacchi». Gli accusati sono decine, e ciascuno ha nove minuti per l’autodifesa.

Un’ora prima dell’alba, la sentenza. Quattro condanne alla fucilazione. Tutti carnici: Giambattista Corradazzi, Silvio Gaetano Ortis, Basilio Matiz e Angelo Massaro, emigrante in Germania che ha scelto di rientrare «per servire la patria». Mentre lo portano via grida: «Ecco il ringraziamento per quanto abbiamo fatto». Il prete, don Zuliani, confessa i morituri. È sconvolto, propone inutilmente di sostituirsi ai soldati davanti al plotone. Dopo, non vorrà più rientrare nella chiesa «maledetta » e diverrà balbuziente a vita. La prima scarica uccide tre condannati, solo Matiz è ferito e si contorce urlando. Lo rimettono sulla sedia. Nuova scarica e non basta ancora. Perché sia finita ci vogliono tre colpi di pistola alla testa.

La gente assiste senza parole. Solo un vecchio grida: «Vigliacchi di italiani, siete venuti a portare guerra! Con gli austriaci abbiamo sempre mangiato, e voi venite ad ammazzarci i figli!». L’ufficiale risponde secco: «Vecchio taci, che ce n’è anche per te». L’intero reparto sarà trasferito per punizione sull’altopiano di Asiago e lassù, un po’ di tempo dopo, il comandante Ciofi sarà fatto secco in zona non battuta da fuoco nemico, quasi certamente per vendetta.

Settant’anni dopo, il nipote di Gaetano Ortis, un militare di carriera, chiederà la revisione del processo, ma il tribunale militare di sorveglianza di Roma risponderà con una beffa che resterà nella storia: la domanda non può essere accettata «perché non presentata dall’interessato».  

Pure Caporetto sarà pagata da soldati semplici. L’allora vescovo di Treviso, Longhin: «Se i tedeschi saranno come questi nostri sciagurati italiani, cosa ci resterà? Qui si fucila senza pietà. Preghiamo». E intanto nessuno toccherà i veri responsabili della disfatta, i generali Capello o Badoglio. Il secondo sarà addirittura promosso. Diversa la sorte di Andrea Graziani, noto per avere fucilato uno che l’aveva guardato con la cicca in bocca. A guerra finita sarà trovato morto lungo la ferrovia dopo il passaggio del suo treno. Ma molto più a lungo si trascinerà nella memoria nazionale il senso di un’irrisolta ingiustizia.


La Repubblica – 31 ottobre 2014

mercoledì 29 ottobre 2014

A tavola nell'Italia di Mussolini e dell'Impero



La passione per la gastronomia non è cosa di oggi. Negli anni Trenta, Paolo Monelli scrive "Il ghiottone errante", racconto del nostro Paese attraverso i suoi piatti e i suoi vini. Un manuale umoristico per buongustai che trasforma il cibo in cultura.

Benedetta Diamanti

Quella strana coppia in viaggio per l’Italia


Anni ‘30, la costru­zione dell’Italia unita del cibo è in pieno fer­mento. Il viag­gio, la sco­perta di un bel Paese inso­lito e fuori dal comune è diven­tato il gioco pre­fe­rito di gior­na­li­sti e scrit­tori. Nel 1935 esce Il ghiot­tone errante, viag­gio gastro­no­mico attra­verso l’Italia, illu­strato da Giu­seppe Novello, pie­tra miliare del rac­conto di viag­gio alla ricerca del cibo genuino. L’autore è Paolo Monelli, gior­na­li­sta col mono­colo, galan­tuomo d’altri tempi, irri­du­ci­bile buon­gu­staio. Il volume esce per Tre­ves e rac­co­glie gli arti­coli usciti per la Gaz­zetta del Popolo l’anno pre­ce­dente, la strut­tura del libro risente molto dell’origine gior­na­li­stica, ogni arti­colo infatti diventa un capi­tolo, nella tipica strut­tura a bloc­chi del rac­conto di viag­gio anni ’30. Pro­prio que­sta strut­tura però rende il testo par­ti­co­lar­mente adatto alla con­sul­ta­zione attra­verso seg­menti di inte­resse, quasi come fosse una guida.

I pro­ta­go­ni­sti del viag­gio sono l’autore e il fido com­pa­gno Novello, amici fin dai tempi della guerra. Entrambi alpini come Don Chi­sciotte e San­cho Panza del cibo non potreb­bero essere più diversi. Monelli è un grande inten­di­tore di vini, un buon­gu­staio, curioso e appas­sio­nato, che ama sco­prire sem­pre nuovi piatti, Novello invece è aste­mio, sopraf­fino inten­di­tore di cque mine­rali, che si com­muove solo davanti ai dolci sici­liani. Novello è quindi l’antieroe gastro­no­mico di un viag­gio che fin dall’esordio viene pre­sen­tato come un’impresa bel­lica, una guerra da vin­cere, in cui l’unico com­bat­tente ed eroe è Monelli, abban­do­nato dal debole com­pa­gno. La cop­pia comica torna nelle illu­stra­zioni e prende vita: tanto l’artista è stra­lu­nato e spae­sato, quanto Monelli è deciso e riso­luto, l’espressione arci­gna, sem­pre al lavoro, sem­pre alla ricerca dell’aggettivo perfetto.

Il punto di vista del viag­gia­tore nar­ra­tore è estre­ma­mente sog­get­tivo, tutto viene fil­trato non solo attra­verso gli occhi, ma anche attra­verso l’olfatto, e soprat­tutto il gusto. Nel Ghiot­tone il mondo si osserva sub spe­cie culi­nae. Monelli ci rac­conta una realtà tra­sfi­gu­rante, vivace e can­giante, fluida, in con­ti­nuo movi­mento e meta­mor­fosi. Dal cibo tutto nasce e al cibo tutto torna. Il pae­sag­gio diventa cibo, il cibo diventa per­sona, la natura si fa ingre­diente. Pre­po­tente e per­si­stente la focac­cia della Maremma è com­po­sta da «farina di sco­glio, impa­stata con il sal­ma­stro di cento lagune, con l’asfalto di cento auto­strade, con l’alito della ban­chi­glia polare densa di foche».

Nel viag­gio biso­gna stare leg­geri, abban­do­nare il super­fluo, sto­ria, arte, monu­menti ven­gono tra­la­sciati, a meno che non abbiano diretta atti­nenza con qual­che pre­li­ba­tezza. Anche le guide riman­gono a casa, solo i sacri testi del ghiot­tone entrano in vali­gia: Oste­ria di Hans Barth e la Guida gastro­no­mica d’Italia del Tou­ring.

Il tono del rac­conto è umo­ri­stico: l’ironia, le esa­ge­ra­zioni iper­bo­li­che, l’enfasi legata alla fatica della mis­sione da com­piere, sono gli ingre­dienti del rac­conto, esal­tati dalle illu­stra­zioni di Novello, effi­caci e diver­tenti, taglienti al punto giu­sto, la satira bona­ria di un aste­mio sto­ma­cuzzo nei con­fronti di tutti i ghiot­toni d’Italia.



Il rac­conto pro­cede dina­mico, in una con­ti­nua com­bi­na­zione di stili e lin­guaggi, con una com­mi­stione costante di regi­stri, alto e basso si mesco­lano, cita­zioni colte e lin­gue anti­che sono a ser­vi­zio del cibo, in un’ottica spic­ca­ta­mente cor­po­rea e mate­rica. Un’attenzione mania­cale per la parola, per il suo valore fonico, spinge l’autore a una ricerca a volte esa­spe­rata, a un con­ti­nuo lavoro di cesello.

Que­sto viag­gio umo­ri­stico ha però una mis­sione nobile: far cono­scere le innu­me­re­voli spe­cia­lità ita­liane e i vini degni di essere bevuti. Il ghiot­tone errante nasce dall’idea, già dif­fusa dalla Guida gastro­no­mica del Tou­ring del 1931, che il cibo sia rap­pre­sen­ta­tivo di un luogo tanto quanto i suoi monu­menti, per que­sto vale la pena met­tersi in viag­gio per sco­prirlo e farlo cono­scere; parte inte­grante e fon­dante della cul­tura e della tra­di­zione, il cibo costrui­sce iden­tità. Secoli di fram­men­ta­zione geo­po­li­tica hanno fatto sì che l’Italia si con­fi­gu­rasse come un paese diver­si­fi­cato in quanto a cul­tura, tra­di­zioni, cor­renti arti­sti­che, lin­gua e natu­ral­mente anche gastro­no­mia. Il com­pito di Monelli è dar conto di que­sta diver­sità che spesso si mani­fe­sta anche nel rag­gio di pochi chilometri.

Monelli capi­sce, in anti­cipo sui tempi, il valore cul­tu­rale del cibo e del vino e il suo legame indis­so­lu­bile con la terra che lo pro­duce: cono­scendo un piatto o un vino è anche pos­si­bile cono­scere qual­cosa di pro­fondo sul popolo che gli ha dato vita: «Tutto som­mato, que­sta cucina si capi­sce che è quella che ci vuole per creare quella bel­lezza molle a un tempo e mae­stosa che brilla nel san­gue lom­bardo. Gli uberi for­maggi e il deli­cato burro si alleano con le sapide carni, col riso caro ai medici, a dare ai lom­bardi tena­cia al lavoro e viva­cità agli sva­ghi romorosi”.

Ogni regione ha una sua carat­te­ri­stica indole e quindi un cibo che le asso­mi­glia, ogni piatto tipico è espres­sione di una tra­di­zione, di una sto­ria e di una spe­ci­fica geo­gra­fia, per­ché è frutto di un ambiente con deter­mi­nate carat­te­ri­sti­che mor­fo­lo­gi­che. Pro­prio per que­sta sua sen­si­bi­lità e per una pas­sione per­so­nale per la lin­gui­stica, Monelli rispetta anche la lin­gua del cibo, il dia­letto. Inse­rire frasi, nomi, sonetti dia­let­tali rien­tra nell’operazione di valo­riz­za­zione del patri­mo­nio culi­na­rio ita­liano fatto di cento e cento spe­cia­lità a cui Morelli decide di dare pari voce.

E que­sta atten­zione nell’indagine gastro­no­mica insieme alla libertà di con­fronto col cibo e col suo farsi cul­tura, sono gli ele­menti che ren­dono Il Ghiot­tone errante un testo ancora attuale, che vale la pena di essere letto.


Il Manifesto – 10 ottobre 2014

Tutta la verità sul caso Piegari profeta gramsciano umiliato dal Pci



Dopo Mistero napoletano Ermanno Rea racconta in un libro la miseria del PCI staliniano a Napoli. L'ambiente dove si formò Giorgio Napolitano.

Corrado Stajano

Tutta la verità sul caso Piegari profeta gramsciano umiliato dal Pci



Nel suo gran libro, Mistero napoletano , Ermanno Rea l’aveva lasciata volutamente nella penna, almeno in parte, la tragica storia di Guido Piegari, uomo di genio, vittima dello stalinismo del Pci degli anni Cinquanta. Ai tempi di quel romanzo-verità pubblicato nel 1995, vincitore l’anno seguente del Premio Viareggio, allora sotto la guida di Cesare Garboli, Piegari era ancora vivo: morì nel 2007 e fu l’umana pietà, il rispetto del dolore, a trattenere lo scrittore dal raccontare compiutamente la vita di quell’uomo di alta qualità intellettuale umiliato e offeso, espulso dal Pci di Togliatti pressato da Giorgio Amendola.

Piegari aveva creato a Napoli il gruppo Gramsci che di potere ne possedeva poco, ma di idee molte, dissonanti da quelle del partito e le discuteva nell’affollata aula IV della facoltà di Lettere dell’Università. Davano noia, o meglio erano considerate eversive, pericolose, frazioniste perché contestavano la linea amendoliana di stampo salveminiano che puntava soprattutto sull’alleanza con le forze locali. Piegari e il suo gruppo, nemici di ogni compromissione, nella patria di tutti i trasformismi, erano invece fedeli alla lezione di Gramsci: la Questione meridionale è questione nazionale fondata sulla saldatura tra la classe operaia del Nord e i contadini e i sottoproletari del Sud. Fuori da quei principi si favoriva soltanto la disunità d’Italia.

Com’è rispuntato nella mente e nel cuore di Ermanno Rea il fantasma di Guido Piegari? È stata la scoperta di un quaderno nero, con gli angoli e il dorso di tela rosso fiamma — cinese? — ritrovato nella libreria di casa, pieno di appunti scritti al tempo del suo famoso romanzo, a risvegliare passioni e anche tormenti. E ne è nato un nuovo libro, una lucertola che riannoda la sua coda spezzata: Il caso Piegari. Attualità di una vecchia sconfitta (Feltrinelli). Il libro può anche esser letto come una lezione in quella famosa aula IV: l’attualità cui accenna il sottotitolo è acclarata in questo mezzo secolo e più trascorso da allora, dal localismo compromissorio stalinista al migliorismo, alla compiaciuta attenzione alle pratiche craxiane, alle larghe intese del berlusconismo di oggi. Non fu una sconfitta, si può dire, quella del profetico gruppo Gramsci.

Chi era Guido Piegari? Laureato in Medicina, biologo, stimato scienziato dell’oncologia, uditore dell’Istituto di studi storici del Croce che ammirava molto la sua intelligenza, marxista ventenne alla ricerca di una nuova visione della Storia, tra l’Europa delle rivoluzioni ottocentesche e del Romanticismo e il Risorgimento italiano. Il fascino del personaggio, la sua capacità di proselitismo erano riconosciuti nell’appassionata Napoli del secondo dopoguerra, avida di saperi, di voglia di capire e di discutere, in misura persino maggiore alla naturale vocazione al ragionamento dei napoletani.

Il lunedì sera, in quegli anni, era sommo il fervore nel seguire all’Università le varie relazioni: tra le tante, la Rivoluzione del 1799, l’Unità politica, l’Italia del primo Novecento. I temi si incastravano l’uno nell’altro, ma era il presente, sempre, a far da protagonista — la contemporaneità — anche se gli argomenti parevano lontani. L’autoritarismo, l’ansia di libertà, i sistemi usati dallo stalinismo affioravano di continuo nell’evocare il passato. In quegli anni cupi della Guerra fredda i nodi col Pci vennero rapidamente al pettine. Con brutalità. Non fu neppure concessa una libera discussione coi dissenzienti.



Rea racconta quel che allora accadde. Piegari non fu solo espulso dal partito — evento che tacque nel Mistero napoletano — fu insultato, ferito a morte. Commenta ora lo scrittore: «L’eretico va delegittimato, calunniato, vilipeso. Soprattutto va dichiarato pazzo. Piegari è pazzo, dissero infatti gli agit prop della potente macchina da guerra ortodossa. E tanto dissero finché il povero Piegari sentì effettivamente vacillare il proprio equilibrio, scoprendo gli incubi della mania di persecuzione».

C’è un’altra storia dolorante nel libro di Rea che provoca accoramento in chi legge. Quella di Gerardo Marotta, il presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici che fu al fianco di Guido Piegari. Ermanno Rea descrive in belle pagine il volto scavato, l’aria affranta, la grande malinconia dell’amico. Avvocato amministrativista di grande talento e successo, finita l’avventura del Gruppo Gramsci, ha dedicato la vita a creare una biblioteca famosa in tutto il mondo di trecentomila volumi, una sorta di ponte culturale con il mai dimenticato Gruppo Gramsci. Si è svenato negli anni, l’avvocato Marotta, a comprar libri (dieci miliardi di lire, secondo i più illustri biblioteconomi). Carlo Azeglio Ciampi, colto presidente del Consiglio, destinò finanziamenti notevoli e necessari all’Istituto, il governo Berlusconi li bloccò del tutto. I libri, che nel Palazzo Serra di Cassano davano lustro e vanto a Napoli e all’intero Paese, sono ora ammucchiati in un capannone di periferia.

È «una tragedia antropologica» quella che si consuma sotto i nostri occhi, scrive Ermanno Rea. Una vergogna nazionale, un simbolo dell’irrilevanza della cultura, della memoria, della Storia spazzato via da una furia iconoclasta.


Il Corriere della Sera – 26 ottobre 2014

Cia, la guerra sporca e quei mille nazisti arruolati contro i sovietici



Per i vertici dell’intelligence americana ogni mezzo era lecito per contrastare Mosca. Nel dopoguerra gli USA arruolarono centinaia di ex nazisti per utilizzarli nella lotta al comunismo.


Massimo Gaggi

Cia, la guerra sporca e quei mille nazisti arruolati contro i sovietici


Quando nel 1960 agenti israeliani catturarono in Argentina Adolf Eichmann, il regista della «soluzione finale» studiata dai nazisti per gli ebrei, il suo assistente Otto von Bolschwing, reclutato già da anni dai servizi segreti americani che ben sapevano del suo passato nelle SS, andò a chiedere protezione, temendo di essere anche lui scoperto e processato. La Cia, che a suo tempo lo aveva assunto in Europa come spia impegnata a contrastare la diffusione del comunismo e l’influenza del blocco sovietico, e che nel 1954 lo aveva addirittura fatto trasferire a New York con tutta la famiglia come segno di riconoscenza per la sua fedeltà, lo coprì in tutti i modi possibili.

Benché responsabile di crimini di guerra e autore anche di scritti politici nazisti e manuali su come terrorizzare gli ebrei, l’ex braccio destro di Eichmann non fu mai chiamato in causa nel processo e visse da uomo libero per altri 20 anni. Fino a quando la magistratura scoprì le sue malefatte e lo processò. Nel 1981 von Bolschwing dovette rinunciare alla cittadinanza Usa, ma non scontò grandi pene, dato che morì pochi mesi dopo.

Il suo non è stato un caso isolato: per decenni si è parlato di criminali nazisti usati dagli Stati Uniti come spie contro i russi. Nel 1980 l’Fbi arrivò a rifiutarsi di fornire al ministero della Giustizia informazioni su 16 nazisti che vivevano negli Usa: tutti informatori della polizia federale. Quindici anni dopo un avvocato che lavorava per la Cia fece pressioni sui procuratori federali perché smettessero di perseguire un nazista implicato nel massacro di decine di migliaia di ebrei.

Ma è solo ora, con la desecretazione di molti documenti ormai vecchi di più di 50 anni, che il New York Times è riuscito a ricostruire quasi per intero il ricorso dell’intelligence a un esercito di personaggi che avevano combattuto per il Terzo Reich. Una contabilità impressionante: nel Dopoguerra l’America reclutò quasi mille nazisti, utilizzandoli nella battaglia contro il comunismo e contro l’Urss. Un confronto che allora l’America temeva di perdere.

Per questo due arcigni combattenti - il capo dell’Fbi Edgar Hoover e quello della Cia, Allen Dulles - decisero di accantonare ogni remora morale: era più importante disporre di agenti capaci e determinati da usare contro Mosca che punire questi nazisti per i crimini contro gli ebrei commessi qualche decennio prima.



Un’altra storia imbarazzante per l’intelligence Usa, anche se stavolta si tratta di vicende ormai remote: nessuno dei criminali nazisti protetti dai servizi segreti di Washington è ancora in vita. Una brutta pagina della storia americana le cui ragioni vanno ricercate nell’angoscia e nella paranoia degli anni della Guerra fredda. Hoover in persona approvò il reclutamento di informatori con un passato nelle SS sostenendo che la meticolosità e l’anticomunismo viscerale di questi «nazisti moderati» erano armi preziose per disporre della quali l’America poteva fare qualche sacrificio sul piano etico.

Un ragionamento cinico che, a parte ogni considerazione giuridica e morale, risultò poco fondato anche sul piano pratico: ben pochi dei mille nazisti reclutati si rivelarono agenti efficaci e fedeli. I documenti ora pubblicati rivelano che molti di loro erano degli inetti, inguaribili bugiardi o, peggio, agenti doppi al servizio anche del Cremlino.

L’imbarazzo della Cia è tutto nell’ostinato rifiuto di commentare il caso: difficile giustificare il tentativo di sottrarre ai tribunali i responsabili di crimini orrendi. Il New York Times racconta che nel 1994, quando il ministero della Giustizia si preparava a processare Aleksandras Lileikis, un capo della Gestapo responsabile del massacro di 60 mila ebrei lituani, la Cia cercò di difendere la sua ormai ex spia reclutata nel 1952 con uno stipendio di 1.700 dollari l’anno più due cartoni di sigarette al mese. I giudici tennero duro e alla fine si giunse ad un compromesso: la magistratura avrebbe rinunciato a condannare Lileikis solo se nel processo fossero venute fuori questioni tali da mettere in pericolo la sicurezza nazionale Usa. Non successe e il criminale nazista finì in galera.


Il Corriere della Sera - 28 ottobre 2014  

martedì 28 ottobre 2014

Speranza contro arroganza



Che la situazione sia chiara è evidente. Definire questo governo e questo PD di “sinistra” non è più, nemmeno con le migliori intenzioni, possibile. Che poi dalla manifestazione di Roma possa sortire qualcosa di buono, nell'assoluta mancanza di un interlocutore politico, è da vedere.

Alfonso Gianni

Speranza contro arroganza

La set­ti­mana appena pas­sata, dal 18 al 25 otto­bre, ha segnato un pas­sag­gio deter­mi­nante per la deli­nea­zione del nuovo qua­dro poli­tico e sociale matu­rato nel nostro paese. Ciò che è più impor­tante è che que­sto non è acca­duto nei palazzi isti­tu­zio­nali, ma nelle piazze o in con­ve­gni pub­blici. Milano, 18 otto­bre: la mani­fe­sta­zione «Stop immi­gra­zione» orga­niz­zata dalla Lega Nord con signi­fi­ca­tive ade­sioni extra­lom­barde delle più vivaci orga­niz­za­zioni neo­fa­sci­ste.

Firenze, 24–26: la Leo­polda 5, tre giorni di conven­tion orga­niz­zata da Mat­teo Renzi e pro­fu­ma­ta­mente finan­ziata dal peg­gio del capi­ta­li­smo nostrano e non solo. Roma 25 otto­bre: piazza San Gio­vanni, la più grande mani­fe­sta­zione di popolo da almeno dieci anni a que­sta parte (biso­gna risa­lire a quella con­tro la guerra del 15 feb­braio del 2003 per avere un para­gone quan­ti­ta­tivo all’altezza) finan­ziata dai lavo­ra­tori stessi tra­mite le iscri­zioni al sin­da­cato, pre­ce­duta dallo scio­pero dei sin­da­cati di base del giorno prima. Men­tre la meno recente per­for­mance gril­lina del Circo Mas­simo — non pro­pria­mente un suc­ces­sone — sem­bra già sco­lo­rire nei ricordi.

Ognuno di que­sti tre appun­ta­menti ha avuto un segno e un signi­fi­cato pre­ciso dif­fi­cil­mente equi­vo­ca­bili, con i quali biso­gna fare i conti.

Milano: la piazza del ran­core (per rubare un titolo azzec­cato di un libro di Aldo Bonomi). Un ran­core dif­fuso, non più sordo, ma espli­cito che si sfoga con­tro il facile capo espia­to­rio dell’immigrato secondo un rito che risale — direbbe Renè Girard — agli albori dell’umanità e che sem­pre si ripete e si rin­nova. Che prende di mira il potere costi­tuito non solo in Ita­lia, ma in Europa, con la stessa con­fu­sione men­tale e falsa coscienza di sé della rivolta con­tro le plu­to­cra­zie ebraico-massoniche di un secolo fa. Alcune decine di migliaia sul sagrato di piazza Duomo — non saranno stati cen­tou­no­mila come ha detto Sal­vini — sono comun­que una dimo­stra­zione di forza da non sottovalutare.

Ho letto che il para­gone con il fasci­smo è errato, che nep­pure il lepe­ni­smo, cui Sal­vini espli­ci­ta­mente si ispira, potrebbe essere defi­nito tale. Cer­ta­mente Marine le Pen è più accorta e «moderna» del padre. Ovvia­mente nes­sun feno­meno poli­tico sociale si ripete esat­ta­mente; nep­pure la meta­fora mar­xiana della rei­te­ra­zione in farsa è una legge scien­ti­fica. Ma qui siamo di fronte a un fatto nuovo: la deli­nea­zione di un popolo di destra, non sem­pli­ce­mente l’accozzaglia di resi­dui del pas­sato, che sce­glie la sponda della rea­zione pura per con­durre la sua bat­ta­glia alla glo­ba­liz­za­zione e alla crisi. È diverso dal fasci­smo nascente della fine degli anni dieci del secolo scorso? Certo, infatti è peg­gio. Basta con­fron­tare i pro­clami san­se­pol­cri­sti di allora con le parole d’ordine udite nel corso della mani­fe­sta­zione e dal palco milanesi.

Firenze: la con­ven­tion della sup­po­nenza. Dicono 19mila pas­saggi in tre giorni. Non è una cifra da impres­sio­nare nes­suno, in sé e per sé. Si sono incon­trate le nuove éli­tes del paese con un largo con­torno di aspi­ranti tali e di imman­ca­bili ado­ra­tori. Renzi ha addi­rit­tura pre­sen­tato l’incontro come la con­tro­ma­ni­fe­sta­zione rispetto a Roma. Incauto? No, pro­vo­ca­to­rio, ma sin­cero. In effetti la Leo­polda è stata la con­tro­parte della mani­fe­sta­zione romana. Si sono udite cose che ancora dal sen non eran sfug­gite. 

Non solo l’articolo 18 sarebbe morto e sepolto, ma per­fino il diritto di scio­pero pur nelle sue forme già imbri­gliate. I Serra, che nulla cono­scono della vita e del lavoro, si sono eretti a nuovi inter­preti del mondo. Ex sin­da­ca­li­sti pen­titi — almeno alcuni di que­sti con un po’ di ver­go­gna — ed ex rap­pre­sen­tanti della «sini­stra radi­cale», sono pas­sati sor­ri­denti sotto le for­che cau­dine dei nuovi vin­ci­tori. Le tar­dive dichia­ra­zioni di rispetto di Renzi verso la mani­fe­sta­zione romana, sono solo il pro­dromo per dichia­rarne l’ininfluenza verso un qua­dro e un sistema poli­tico da tempo e oggi ancor più imper­mea­bi­liz­zato alla pres­sione popo­lare.

Per Renzi non conta nulla che la stra­grande mag­gio­ranza di quelli che sfi­la­vano in piazza fos­sero elet­tori e per­sino mili­tanti del suo par­tito, poi­ché que­sto non esi­ste più e la Leo­polda ha bol­li­nato la sua spa­ri­zione. Il tent party (il par­tito tenda), come ha detto Nadia Urbi­nati, o come pre­fe­ri­rei il catch all party (par­tito piglia­tutto) — ma non il «par­tito della nazione» dato che siamo di fronte ad una arti­co­la­zione della gover­nance euro­pea — è un non par­tito: tende ad assor­bire la tota­lità non a rap­pre­sen­tare una parte in un indi­stinto che favo­ri­sce, anzi si basa, sul lea­de­ri­smo e la non par­te­ci­pa­zione, sulle cor­date e sulle nic­chie di pic­coli poteri fun­zio­nali alla tenuta del qua­dro, su un sistema auto­re­fe­ren­ziale insen­si­bile ai movi­menti sociali por­ta­tori di pro­po­ste. Il popu­li­smo dall’alto non ammette repli­che dal basso.

Roma: la piazza della lotta e della spe­ranza. Un milione e forse più con­tro la poli­tica di que­sto governo. Di tutte le gene­ra­zioni, con una for­tis­sima pre­senza gio­va­nile. La pla­stica con­fu­ta­zione della pro­pa­ganda ren­ziana secondo cui chi difende l’articolo 18 spe­gne il futuro dei gio­vani e del solito gioco di con­trap­po­si­zione vecchi-giovani, inside-outside nel mer­cato del lavoro, cioè della reto­rica domi­nante anche prima dell’avvento dell’era ber­lu­sco­niana e che ha por­tato alla demo­li­zione del diritto del e al lavoro. Per piazza San Gio­vanni il nuovo re è nudo.

Il popolo della sini­stra si è ritro­vato. Ed è alla ricerca di una sini­stra di popolo che ancora non c’è, né si intra­vede, mal­grado alcuni gene­rosi ten­ta­tivi in corso (come quello de L’Altra Europa per Tsi­pras). La mera­vi­gliosa gior­nata di Roma non è quindi una vit­to­ria né sta­bile né tan­to­meno defi­ni­tiva. Molto dipen­derà dalle dimen­sioni che assu­merà l’annunciato scio­pero gene­rale. Pro­prio per­ché sono lustri che non se ne vede uno e nel frat­tempo è mutata la com­po­si­zione del lavoro, la scom­messa è grande. Ser­virà intel­li­genza e capa­cità inno­va­tiva nei con­te­nuti e nelle forme per con­vin­cere in periodo di reces­sione a per­dere una gior­nata di retribuzione.

Ma un nuovo cam­mino è comin­ciato. Se non altro i con­torni delle forze in campo si sono venuti deli­neando, sul piano sociale e su quello poli­tico. Una destra aggres­siva e peri­co­losa, per­ché dotata di radi­ca­mento popo­lare; una elite di governo neo­to­ta­li­ta­ria, che nega la demo­cra­zia dalle sue più pro­fonde fon­da­menta; un popolo di sini­stra che non ama le divi­sioni ma soprat­tutto le false nar­ra­zioni. Il pano­rama è più chiaro. Ognuno può e deve scegliere.


Il Manifesto – 28 ottobre 2014