TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 5 settembre 2015

Tra simbolo e sogno. Dino Gambetta alla Galleria Gulli


Gli astri in conflitto


Sole e luna ebbero un ruolo nella lotta fra papato e impero. Eppure, nei primi secoli dell’evangelizzazione, i vescovi dichiararono guerra a quegli «idoli» e denunciarono cerimonie come il «Vinceluna»: si gridava per scongiurare l'eclissi.

Marina Montesano

Gli astri in conflitto


«In primo luogo dicono, seguendo il testo della Genesi, che Dio creò due grandi «lumi­nari» — un lumi­nare mag­giore e uno minore — per­ché uno pre­sie­desse al giorno e l’altro alla notte; e ci vedono desi­gnati alle­go­ri­ca­mente due poteri, lo spi­ri­tuale e il tem­po­rale. Quindi dedu­cono che come la luna, il lumi­nare minore, non ha una luce se non nella misura in cui la riceve dal sole, così anche il potere tem­po­rale non ha auto­rità se non in quanto la riceve dal potere spirituale».

All’immagine del sole e della luna, tipica della pro­pa­ganda pon­ti­fi­cia e della pole­mica guelfo-ghibellina, dove l’uno dei due poteri era para­go­nato al sole che splende di luce pro­pria, e l’altro alla luna che splende di luce riflessa, nel De Monar­chia (da cui la cita­zione è tratta) Dante sosti­tuiva quella della «due lune», pon­te­fice e impe­ra­tore, che pren­dono entrambe luce dall’unico sole che è Dio. È indub­bio che, quando si pensa alla rap­pre­sen­ta­zione medie­vale dei due prin­ci­pali astri, la pole­mica tra papato e impero è ciò che sem­bra evo­carli maggiormente.

Ma non è tutto qui: la sim­bo­lo­gia del sole e della luna ha radici più pro­fonde e rami­fi­cate, che man­ten­gono legami con le tra­di­zioni pre­cri­stiane, rilette alla luce della nuova fede. Il primo ele­mento con il quale con­fron­tarsi, per il cri­stia­ne­simo, è stato il legame fra gli astri e le divi­nità arri­vate a Roma dall’Oriente. Idoli del sole e della luna erano asso­ciati alle divi­nità che più di altre erano entrate in con­cor­renza con il cri­stia­ne­simo dei primi secoli.

È il caso dei Misteri di Mithra, divi­nità ira­nica pres­so­ché sco­no­sciuta nel mondo romano sino al I secolo d. C. Mithra era ori­gi­na­ria­mente una divi­nità solare, come se ne cono­sce­vano nume­rose nell’area com­presa tra Egitto, Per­sia e Gre­cia; men­tre però il culto a lui reso rimase con­fi­nato nell’ambito ini­zia­tico e nell’esercito, quello tipo­lo­gi­ca­mente simile, siriaco, dell’Helios-Iupiter di Emesa ebbe subito carat­tere pub­blico e isti­tu­zio­nale, e al prin­ci­pio del III secolo venne intro­dotto anche a Roma come culto del Sol Invic­tus da Cara­calla e poi da Sesto Vario Avito Bas­siano, detto Elio­ga­balo o Ela­ga­balo per­ché in gio­vane età era dive­nuto sacer­dote del Dio Sole vene­rato a Emesa col nome di El Gebal, «La Potenza (divina che risiede) sulla Montagna».



Sul ver­sante fem­mi­nile, la figura di Iside era pas­sata dall’Egitto alla Gre­cia elle­ni­stica a Roma: la Iside miste­rica di Apu­leio, al pari di quella del culto impe­riale che nel III secolo, asso­ciata a Sera­pide, com­pare nelle monete di tanti impe­ra­tori. Tanto i sim­boli solari quanto quelli lunari le sono cari; sul suo capo di solito è raf­fi­gu­rato il semi­cer­chio delle corna di Apis — a for­mare una falce di luna — nel quale è inscritto il disco solare.

La triade Osiride-Iside-Horus, nelle sue nume­rose varianti, e soprat­tutto l’iconografia di Iside lac­tans la ren­de­vano allo stesso tempo con­cor­rente rispetto al cri­stia­ne­simo ma anche facil­mente assi­mi­la­bile all’immaginario della nuova fede. Furono que­sti i prin­ci­pali culti che si tro­va­rono in diretta con­cor­renza con il cri­stia­ne­simo, per la pre­senza di alcuni ele­menti di somi­glianza for­male, e forse anche per­ché rispon­de­vano a mede­sime esi­genze di rin­no­va­mento socio-religioso.

Fra gli Atti degli Apo­stoli apo­crifi si trova la Vita di Tom­maso, data­bile al 250 ca. e di area siriaca. A volte erro­nea­mente rite­nuto il mis­sio­na­rio dell’India meri­dio­nale, Tom­maso portò invece la parola cri­stiana in un’area com­presa pre­su­mi­bil­mente tra gli odierni Iran orien­tale, Afgha­ni­stan e Paki­stan. Il primo re presso il quale l’apostolo pre­dica è un per­so­nag­gio sto­rico, vis­suto nella prima metà del I secolo e rispon­dente al nome di Gon­do­pher­nes o Gudu­phara. Dopo nume­rose avven­ture Tom­maso viene con­dotto nel tem­pio di un dio del Sole; qui l’Apostolo pro­nun­cia una requi­si­to­ria con­tro l’adorazione delle imma­gini, sim­boli dell’idolatria: «Dimmi, o re, chi è migliore, tu o la tua imma­gine? Non dubito che tu sei supe­riore alla tua figura. E come mai voi lasciate il vostro dio per ado­rarne l’immagine?».

La sta­tua del Sole è d’oro, con una qua­driga di cavalli dello stesso metallo. Il rife­ri­mento al dio del Sole va legato all’ambientazione dell’apostolato di Tom­maso; il nome del re che si oppone alla con­ver­sione (Mesdeo o Maz­dai) riman­de­rebbe piut­to­sto al maz­dai­smo di area ira­nica, e potrebbe allora far pen­sare a un culto simile a quello mith­raico, o piut­to­sto a una con­fu­sione fra que­sto e il dio Sole di Emesa. Ma anche nel mondo indiano del nord-ovest, cioè quello indo-partico, essa potrebbe tro­vare una spie­ga­zione: la casta guer­riera degli Ksa­tria vanta quali ante­nati mitici il sole e la luna.

Dive­niva insomma neces­sa­rio per il cri­stia­ne­simo da un lato desa­cra­liz­zare i due astri per sot­trarli all’aura pagana, dall’altro inscri­verli nell’immaginario cri­stiano e sot­to­li­neare così il loro far parte del creato divino. I primi secoli dell’evangelizzazione dell’Europa sono costel­lati dalle denunce di nume­rosi vescovi (da Mas­simo di Torino a Cesa­rio di Arles a Mar­tino di Braga) del culto reso agli astri o di ceri­mo­nie come il «Vin­ce­luna», quando l’eclissi era accom­pa­gnata da grida per aiu­tare l’astro a risor­gere. Allo stesso tempo, quel for­mi­da­bile stru­mento didat­tico che è l’iconografia illu­strava con le imma­gini forti della crea­zione come gli astri doves­sero la loro esi­stenza alla volontà di Dio: per esem­pio, nei mosaici del duomo di Mon­reale, oppure in quelli di Coppo di Mar­co­valdo nel Bat­ti­stero di San Gio­vanni a Firenze.

Un signi­fi­cato ana­logo va asse­gnato al tema ico­nico della Cro­ci­fis­sione in cui il sole e la luna rap­pre­sen­tano la com­par­te­ci­pa­zione del cosmo intero al mar­ti­rio del Figlio di Dio: d’altro canto, la nar­ra­zione biblica mostrava nume­rosi esempi di quanti, gra­zie all’intercessione divina, ave­vano con­trol­lato gli ele­menti: come nel passo in cui Gio­suè impone al sole e alla luna di fer­marsi per con­sen­tire a Israele il mas­sa­cro degli amor­rei. Inol­tre, nei primi secoli di dif­fu­sione del cri­stia­ne­simo si affermò l’iconografia del Cri­sto come Helios, age­vo­lata da rife­ri­menti scrit­tu­rali — in Mala­chia, per esem­pio, si parla di un Mes­sia come Sol iusti­tiae — e dal fatto che la data con­ven­zio­nale adot­tata fra III e IV secolo per la nascita di Gesù andava a obli­te­rare la festa del Sol invic­tus.



Altret­tanto inte­res­sante l’iconografia della Ver­gine, legata tanto ai sim­boli lunari quanto a quelli solari. L’apertura del dodi­ce­simo capi­tolo dell’Apocalisse ha dato vita nel corso del medioevo — e anche oltre — a diverse inter­pre­ta­zioni: la donna nel cielo «avvolta nel sole, e la luna sotto i suoi piedi e sulla sua testa una corona di dodici stelle» (Apoc., 12, 1), è forse il sim­bolo cele­ste di Israele, ma è stata iden­ti­fi­cata da nume­rosi autori con la Ver­gine Maria, già a par­tire dall’alto medioevo, e poi con più insi­stenza dal XII secolo: un secolo che decretò la cen­tra­lità del culto mariano in Occi­dente. Da essa deriva l’iconografia di Maria in sole e di Maria che sovra­sta la falce lunare, e che si col­le­gava peral­tro al tema della regalità.

Anche nel pieno dell’età cri­stiana i sim­boli solari e lunari pote­vano essere asso­ciati a per­si­stenze di paga­ne­simo. In pieno XII secolo Gio­vanni di Sali­sbury denun­ziava nel Poly­cra­ti­cus coloro che cre­dono nel cor­teo di donne al seguito di una noc­ti­cula e di Ero­diade. Noc­ti­cula sta in realtà per Noc­ti­luca, cioè lux in nocte, quindi la luna, vale a dire uno dei tre aspetti della tri­forme Diana-Ecate-Luna.

Si può pen­sare che qual­che soprav­vi­venza di paga­ne­simo fol­klo­riz­zato asso­ciasse la luna alle divi­nità pagane che, spesso assi­mi­late a Iside dalle accul­tu­ra­zioni pre­cri­stiane, ave­vano avuto que­sto astro come loro sim­bolo? È pro­ba­bile, com’è invece certo che pro­prio Iside e il mito egi­zio incon­tra­rono una nuova for­tuna a cavallo fra Tre e Quat­tro­cento; si trat­tava in que­sto caso non di una cre­denza popo­lare, bensì di una risco­perta «colta», evi­den­ziata in autori come Gio­vanni Boc­cac­cio e Chri­stine de Pizan.



Ancora, nella seconda metà del Quat­tro­cento Mar­si­lio Ficino ese­guiva la tra­du­zione dal greco del Piman­der e degli opu­scoli erme­tici. Ermete Tri­sme­gi­sto dive­niva così il più antico civi­liz­za­tore, pre­ce­dente rispetto allo stesso Mosè, e l’Egitto anti­chis­simo era la terra cui guar­dare per sco­prire l’origine di ogni civiltà. Seb­bene possa sem­brare un para­dosso, è nella Roma di Ales­san­dro VI Bor­gia che il mito dell’Egitto trovò il suo pieno dispie­ga­mento, con Iside e Apis-Osiride al cen­tro di un tes­suto iconico-narrativo teso in ter­mini con­tin­genti a cele­brare i Bor­gia, che ave­vano il toro quale loro emblema, ma in senso più ampio volto a risco­prire un’antichità da con­trap­porre a quella greca-ellenica.

Non dob­biamo poi dimen­ti­care che la moda astro­lo­gica ripor­tava in auge que­sti sim­boli. Nono­stante secoli di cri­stia­niz­za­zione, con­dotta da una parte con le armi dell’idoloclastìa, dall’altra con quelle dell’acculturazione, le mito­lo­gie solari e lunari di ori­gine pre­cri­stiana non solo per­si­ste­vano, ma si attua­liz­za­vano a con­tatto con istanze e acqui­si­zioni cul­tu­rali nuove. Così, se al tempo della con­ver­sione dell’impero il Chri­smon con la ruota a sei raggi, sim­bolo cosmico e solare, aveva signi­fi­cato il trionfo del nuovo Sol invic­tus, il Cri­sto, nel Quat­tro­cento Ber­nar­dino da Siena sce­glieva quale sim­bolo della nuova evan­ge­liz­za­zione di una società che egli repu­tava ben poco cri­stiana, il tri­gramma del nome di Gesù inscritto non casual­mente in un sole in campo azzurro-blu.


Il manifesto – 11 agosto 2015

venerdì 4 settembre 2015

Uomini e no. Migranti



Una poesia del 1882 di Edmondo De Amicis, quando i dannati della terra eravamo noi. E partimmo a milioni per le Americhe, disprezzati, sfruttati e derisi. Il linguaggio è desueto, ma il messaggio resta attualissimo. Centotrenta anni dopo sono le immagini che ritroviamo ogni sera nei telegiornali.

Edmondo De Amicis

Gli emigranti

(1882)


Cogli occhi spenti, con lo guancie cave,
Pallidi, in atto addolorato e grave,
Sorreggendo le donne affrante e smorte,
Ascendono la nave
Come s’ascende il palco de la morte.

E ognun sul petto trepido si serra
Tutto quel che possiede su la terra.
Altri un misero involto, altri un patito
Bimbo, che gli s’afferra
Al collo, dalle immense acque atterrito.

Salgono in lunga fila, umili e muti,

(...)


Ammonticchiati là come giumenti
Sulla gelida prua morsa dai venti,
Migrano a terre inospiti e lontane;
Laceri e macilenti,
Varcano i mari per cercar del pane.

Traditi da un mercante menzognero,
Vanno, oggetto di scherno allo straniero,
Bestie da soma, dispregiati iloti,
Carne da cimitero,
Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti.

Vanno, ignari di tutto, ove li porta
La fame, in terre ove altra gente è morta;
Come il pezzente cieco o vagabondo
Erra di porta in porta,
Essi così vanno di mondo in mondo.

Vanno coi figli come un gran tesoro
(...)



Tutti vanno a soffrir, molti a morire.

Ecco il naviglio maestoso e lento
Salpa, Genova gira, alita il vento.
Sul vago lido si distende un velo,
E il drappello sgomento
Solleva un grido desolato al cielo.

Chi al lido che dispar tende le braccia.
Chi nell’involto suo china la faccia,
Chi versando un’amara onda dagli occhi
La sua compagna abbraccia,
Chi supplicando Iddio piega i ginocchi.

E il naviglio s’affretta, e il giorno muore,
E un suon di pianti e d’urli di dolore
Vagamente confuso al suon dell’onda
Viene a morir nel core
De la folla che guarda da la sponda.



Addio, fratelli! Addio, turba dolente!
Vi sia pietoso il cielo e il mar clemente,
V’allieti il sole il misero viaggio;
Addio, povera gente,
Datevi pace e fatevi coraggio.

Stringete il nodo dei fraterni affetti.
Riparate dal freddo i fanciulletti ,
Dividetevi i cenci, i soldi, il pane,
Sfidate uniti e stretti
L’imperversar de le sciagure umane.

(...)


Lupi e pastori transumanti nelle Alpi Marittime



La presenza del lupo nelle montagne francesi è una buona notizia per la biodiversità. Ma il ritorno di questo predatore ha messo in risalto la vulnerabilità delle greggi e la fragilità di una pastorizia diventata molto estensiva. Gli escursionisti, sensibili alla preservazione dei paesaggi, generalmente ignorano il fondamentale ruolo della perseveranza dei pastori nella buona salute degli alpeggi.

Michel Didier*

I proletari dell’allevamento


A ovest, le fale­sie del Ver­cors si sta­gliano su un cielo blu. Fra­nçois (1) custo­di­sce 2.500 pecore a La Grande Cabane nei 17.000 ettari di riserva natu­rale degli Hauts-Plateaux. Rag­giunto il passo del Fouil­let, si accede a un luogo mitico per i pastori, dopo una cam­mi­nata attra­verso un prato di nardi (2). Un cane da pastore (3) sta finendo di divo­rare una pecora pro­ba­bil­mente uccisa da un attacco di lupi di qual­che giorno prima; dieci avvol­toi girano attorno alla car­cassa.

Fra­nçois è cor­diale. Quest’uomo solido, venuto dal mare, dimo­stra una pas­sione e un know-how note­voli. Ma la sua testi­mo­nianza si riem­pie di ama­rezza, che diventa col­lera quando toc­chiamo la que­stione delle con­di­zioni di ingag­gio e di lavoro: «Devo andare a pren­dere l’acqua con i miei asini e assi­cu­rare una pre­senza con­ti­nua all’interno del mio gregge per pre­ve­nire gli attac­chi dei lupi. Que­sto meri­te­rebbe almeno un po’ di con­si­de­ra­zione».

Anche Aurore si con­fronta con il dilemma dei pastori del XXI secolo: vivere que­sto mestiere con le sue pes­sime con­di­zioni o dimet­tersi. Ha comin­ciato a 18 anni e ne parla tut­tora con emo­zione: «Quando guardo le pecore belle e in buona salute non ho voglia di andar­mene». Ma l’offerta del suo ultimo datore di lavoro la fa infu­riare: «Una rou­lotte malan­data in cui piove den­tro e in cui al mat­tino, nel mese di aprile, ci sono appena 4°C». Qual­che anno fa è stata rico­ve­rata a Nizza per un’intossicazione da monos­sido di car­bo­nio avve­nuta nella sua rou­lotte. Aspira a una mag­giore dignità. Stanca del disprezzo dei pro­pri datori di lavoro, è pre­oc­cu­pata dal fatto che, ogni volta che si licen­zia, sem­pre per il rifiuto di vivere in dimore di for­tuna, viene rapi­da­mente sosti­tuita da gio­vani appena usciti dalla scuola da pastori del Merle, a Salon-de-Provence, o da altre ancora.
La vita del pastore riflette le con­trad­di­zioni del nostro rap­porto con la natura.

Se la mag­gior parte di noi è sem­pre più attenta ai pro­dotti di qua­lità, ai bei pae­saggi aperti, quindi ben tenuti, e ai sen­tieri per le escur­sioni, al tempo stesso, la società è indif­fe­rente alle con­di­zioni di vita di chi rende pos­si­bile tutto que­sto. In molti si entu­sia­smano per il ritorno dei grandi e affa­sci­nanti pre­da­tori, si mobi­li­tano per la difesa dell’orso o del lupo, ma non pren­dono in con­si­de­ra­zione il pastore, gene­ral­mente solo e in prima linea a far fronte alle con­se­guenze di que­sto ritorno. Un lavoro soli­ta­rio e mas­sa­crante



In Fran­cia, la pasto­ri­zia ha ancora un ruolo di primo piano nell’allevamento, in par­ti­co­lare per quei pro­dotti di qua­lità, come for­maggi o carne con deno­mi­na­zione di ori­gine pro­tetta (Dop). Dalla pri­ma­vera all’autunno, per una durata varia­bile a seconda delle regioni, ovini (1,5 milioni), bovini (430.000), capre e cavalli sono con­dotti nella natura. Più di un alle­va­mento su cin­que (60.000) dipende da sistemi agro-pastorali, che in piena sta­gione occu­pano circa 5,4 milioni di ettari (4).

Il mini­stero dell’agricoltura non rie­sce a cen­sire con pre­ci­sione il numero dei pastori in Fran­cia, ma si stima siano un migliaio nei Pire­nei, diverse cen­ti­naia nelle Alpi e nel Mas­sic­cio cen­trale, alcune decine nel Giura, nei Vosgi e in Cor­sica. La pre­senza di ani­mali valo­rizza le risorse e i prati degli alpeggi, dei per­corsi medi­ter­ra­nei o delle zone umide della costa atlan­tica, tutti pae­saggi tra­sfor­mati dall’uomo e dagli erbi­vori dome­stici per lun­ghi secoli.

In seguito alla legge pasto­rale del 1972, gli alle­va­tori hanno ini­ziato a orga­niz­zarsi in asso­cia­zioni pasto­rali che gesti­scono col­let­ti­va­mente l’utilizzo dei pascoli sta­gio­nali. Que­ste asso­cia­zioni assu­mono i pastori con con­di­zioni molto pre­ca­rie, nono­stante le grandi respon­sa­bi­lità che ven­gono attri­buite loro. Le dif­fi­coltà del mestiere sono aumen­tate con il ritorno dei lupi dall’Italia, a par­tire dal 1992, met­tendo in luce la grande fra­gi­lità di chi deve rispon­dere a un impe­ra­tivo para­dos­sale, «pro­teg­gere l’agnello pre­ser­vando il lupo», senza averne gli stru­menti. Lo stato di lavo­ra­tore iso­lato pesa dura­mente, 24 ore su 24, sette giorni su sette. Così come una grande pres­sione psi­co­lo­gica grava su quanti hanno il com­pito di tute­lare un patri­mo­nio ani­male del valore di diverse cen­ti­naia di migliaia di euro.

Il pastore di pecore si alza insieme al sole per por­tare al pascolo il gregge, che conta media­mente tra i 1.500 e i 3.000 capi. Torna al suo cha­let per pre­pa­rare la cena quando la luce cala. Durante il giorno, quando gli ani­mali si ripo­sano, si prende cura delle pecore zop­pi­canti. Il sonno è breve, in piena estate: «Se gli ani­mali non hanno biso­gno di cure e i turi­sti non fanno abba­iare i cani, rie­sco a fare un ripo­sino», rac­conta Serge, sessant’anni appena ma già con­su­mato.



Negli alpeggi delle Alpi del nord in cui si pro­duce anche il latte, il pastore si alza alle tre del mat­tino per mun­gere le vac­che. La sera, Jean-Michel «non va mai a letto prima delle 22». Con humour, Patrick descrive lo stato in cui versa alcuni giorni: «Dormo in piedi e con un occhio aperto». La gior­nata è dedi­cata ad aiu­tare il for­mag­giaio e ad aprire e richiu­dere i recinti per i due pasti gior­na­lieri. Il lavoro varia a seconda della spe­cie ani­male, i luo­ghi e l’andamento della sta­gione. Ma il mestiere ha come comune deno­mi­na­tore l’isolamento, spesso la soli­tu­dine, il sole, la piog­gia, il freddo, gior­nate di lavoro di 11 ore. Eliane, che fa la tran­su­manza sul passo del Joly, di fronte al Monte Bianco, spiega che nel 2013 «ci sono state nevi­cate tutti i mesi». E con il pas­sare degli anni, l’aggressività degli ele­menti atmo­sfe­rici lascia il segno: «Devo indos­sare costan­te­mente gli occhiali da sole», rife­ri­sce Serge, i cui occhi non tol­le­rano più la luce intensa.

I pastori devono badare ai biso­gni delle bestie e con­tem­po­ra­nea­mente pre­ser­vare la ric­chezza degli spazi natu­rali. Prov­ve­dono alla manu­ten­zione di migliaia di ettari e pro­du­cono beni mate­riali e imma­te­riali. Gesti­scono le greggi (custo­dia, con­trollo dello stato di salute, indi­vi­dua­zione delle malat­tie, cura, mun­gi­tura), le risorse pasto­rali (calen­da­rio del pascolo, manu­ten­zione dell’equipaggiamento), l’ambiente (rap­porti con i turi­sti, con i diversi part­ner, atti­va­zione di misure agro-ambientali, pro­te­zione dai pre­da­tori). L’insieme di que­ste esi­genze pro­ba­bil­mente spiega l’aumento del numero di diplo­mati. Le donne sono ben rap­pre­sen­tate. In com­penso, la durata media di un impiego si è abbas­sata a cin­que anni per gli uomini e due anni per le donne. Molti abban­do­nano rapi­da­mente, insod­di­sfatti delle con­di­zioni di lavoro, dei bassi salari e del man­cato rispetto del diritto del lavoro. «Alla fine del con­tratto, il mio capo si è rifiu­tato di liqui­darmi le ferie a cui avevo diritto», rac­conta per esem­pio Pascale.

La mag­gio­ranza dei pastori è alle dipen­denze di agricoltori-allevatori, che sono per lo più orga­niz­zati in asso­cia­zioni pasto­rali. Il loro con­tratto di lavoro fa rife­ri­mento al con­tratto col­let­tivo agri­colo del dipar­ti­mento in cui eser­ci­tano. Nei casi in cui il loro con­tratto rispetti la norma, il sala­rio ora­rio è sta­bi­lito in base allo Smic (Sala­rio minimo inter­pro­fes­sio­nale di cre­scita) su una base di 44 ore set­ti­ma­nali, pur lavo­ran­done infi­ni­ta­mente di più.

La mag­gior parte dei con­tratti è a tempo deter­mi­nato e ne con­se­guono grandi dif­fi­coltà nel con­ser­vare l’impiego, pia­ni­fi­care le for­ma­zioni, acce­dere a pre­stiti ban­cari. «Ho fatto sette sta­gioni con­se­cu­tive nello stesso alpeg­gio; la mia vita fami­liare si orga­nizza di con­se­guenza. Ma ogni anno l’associazione pasto­rale potrebbe annun­ciarmi che non rin­no­verà il mio con­tratto. In que­ste con­di­zioni, come si può pen­sare sere­na­mente al futuro?», si sfoga Leïla.

I pastori non sem­pre sono soli; spesso vivono con la pro­pria fami­glia. Ogni pri­ma­vera devono quindi lasciare la pro­pria casa, pen­sare al tra­sloco e agli studi dei figli e accet­tare siste­ma­zioni per lo più rudi­men­tali, nono­stante le norme in mate­ria fis­sate dall’ordinanza del 1° luglio 1996. Il loro coin­vol­gi­mento è fon­da­men­tale per il miglio­ra­mento dello spa­zio pasto­rale, come è grande la loro col­lera quando i datori di lavoro deci­dono, senza una ragione reale e moti­vata, di licen­ziare un lavo­ra­tore dopo più di dieci anni di ser­vi­zio per assu­mere qual­cun altro.



Una pas­seg­giata attra­verso l’arco alpino mostra che la situa­zione non è migliore altrove. «In Sviz­zera e in Ita­lia, la situa­zione dei pastori rumeni e koso­vari è dram­ma­tica. Sono lavo­ra­tori pre­cari, assog­get­tati al padrone e al gregge, con sti­pendi infe­riori ai 1.200 euro – per quanti hanno uno sti­pen­dio –, con­di­zioni abi­ta­tive deplo­re­voli e nes­suna pro­te­zione sociale», espone Guil­laume Lebaudy, etno­logo e diret­tore della Mai­son du ber­ger. Nelle Alpi fran­cesi ini­ziano ad arri­vare anche dei lavo­ra­tori spe­cia­liz­zati dell’Europa cen­trale. Can­di­dati sem­pre nume­rosi

Il miglio­ra­mento delle con­di­zioni para­dos­sal­mente trova un nemico nell’attrazione che que­sto mestiere eser­cita. Gli alle­va­tori reclu­tano facil­mente del per­so­nale sosti­tu­tivo. Il mestiere gode di un’immagine idil­liaca che spesso lo fa appa­rire come una buona pos­si­bi­lità di reim­piego. Respon­sa­bile della for­ma­zione da pastore al Cen­tro per la for­ma­zione pro­fes­sio­nale e per la pro­mo­zione agri­cola di La Motte-Servolex (Savoia), Ber­na­dette Tas­set spiega che «i can­di­dati sono spinti dal desi­de­rio di rico­struirsi a par­tire da un’attività all’aria aperta con gli ani­mali». Gli sta­gi­sti hanno i pro­fili più diversi, spesso lon­tani dal mondo della pasto­ri­zia. Un esem­pio è Gérard, che tele­fona all’Associazione di pastori dell’Isère: «Cerco un alpeg­gio per quest’estate. Sono cuoco a Cham­rousse e mi pia­ce­rebbe cam­biare».

Tut­ta­via, l’apprendistato passa attra­verso un’esperienza che si acqui­si­sce solo gra­zie alle sta­gioni pas­sate in alpeg­gio, come rileva Domi­ni­que Bache­lart, dell’Università di Tours, che ha stu­diato i per­corsi dei pastori (5). «Si impara a cono­scere bene la mon­ta­gna solo dopo tre o quat­tro sta­gioni», con­si­dera un altro Gérard, set­tan­tenne. Le prime sere, Flo­rence pian­geva in mezzo ai suoi 600 bovini dislo­cati su 800 ettari. La stan­chezza, gli ani­mali indo­cili e la soli­tu­dine la face­vano crol­lare. Gli anni seguenti sono stati meno dif­fi­cili. «Solo i buoni ricordi ci risol­le­vano il morale», osserva Domi­ni­que, che è diven­tato guida mon­tana. La pasto­ri­zia ha biso­gno di indi­vi­dui dalle com­pe­tenze ampie, capaci di lavo­rare in auto­no­mia e di pren­dere deci­sioni rapide di fronte agli eventi impre­ve­di­bili meteo­ro­lo­gici o di altra natura.



Nel 2001 sono state fatte delle pro­po­ste da un gruppo inter­mi­ni­ste­riale a Vic-en-Bigorre: con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato inter­mit­tenti, diver­si­fi­ca­zione delle atti­vità. L’intenzione era di defi­nire delle con­di­zioni di lavoro e delle garan­zie minime, come la cer­tezza di tor­nare al pro­prio posto di lavoro nella nuova sta­gione. Ma 14 anni dopo la situa­zione non è affatto cam­biata.

Prima della nascita del Sin­da­cato dei guar­diani di greggi dell’Isère non esi­steva alcun sin­da­cato di pastori. Quest’azione spa­venta chi teme di urtare gli alle­va­tori e di per­dere il posto. Ma garan­ti­rebbe una pre­senza nelle com­mis­sioni miste, neces­sa­ria al rico­no­sci­mento del mestiere. Lo sot­to­li­neava anche la rela­zione inter­mi­ni­ste­riale: «Dev’essere rag­giunto un accordo tra una o più orga­niz­za­zioni sin­da­cali rap­pre­sen­ta­tive dei lavo­ra­tori, da una parte, e dei datori di lavoro, dall’altra». In Ariège e nelle Alte Alpi, delle trat­ta­tive hanno por­tato a un miglior inqua­dra­mento per le con­di­zioni di assun­zione.

L’attuale pre­ca­rietà e la man­canza di rico­no­sci­mento per un lavoro di pub­blico inte­resse, qual è quello dei pastori, scar­di­nano lo sta­tuto che ave­vano tempo addie­tro; nel XVI secolo, per esem­pio, come spiega lo psico-sociologo e antro­po­logo Patrick Sch­moll, «il pastore è colui che cono­sce gli ani­mali, sa nutrirli, rico­no­scere e pre­ve­nire le loro malat­tie, curarli. Le sue com­pe­tenze sono rico­no­sciute dalle comu­nità che li ospi­tano e li pagano, al pari dell’istitutore del XIX secolo» (6).



(1) Le per­sone che hanno accet­tato di lasciare la loro testi­mo­nianza hanno chie­sto che non com­pa­ris­sero i cognomi.
(2) Gra­mi­na­cea dalle foglie pun­genti, che gli ani­mali evi­tano.
(3) I pastori uti­liz­zano dei cani, detti “cani da pastore”, per gui­dare e con­durre le greggi e altri, detti “cani da pro­te­zione”, che restano sem­pre con le pecore per pro­teg­gerle dagli intrusi. La razza più uti­liz­zata in Fran­cia è il cane da mon­ta­gna dei Pire­nei, o patou.
(4) In base ai dati del 2000 dell’Associazione fran­cese per la pasto­ri­zia.
(5) , Ber­ger tran­shu­mant en for­ma­tion. Pour une tra­di­tion d’avenir, Parigi, L’Harmattan, 2002.
(6) Patrick Sch­moll, «Une orga­ni­sa­tion pay­sanne sous l’ancien régime: la con­fré­rie des ber­gers du Haut-Rhin», Annuaire de la société d’histoire des régions de Thann-Guebwiller, t. XX, 2000–2003.

*Pastore, medico vete­ri­na­rio, fon­da­tore del primo sin­da­cato di custodi di greggi dell’Isère.

Tra­du­zione di Alice Campetti

il manifesto – 26 agosto 2015


giovedì 3 settembre 2015

La Mostra del cinema di Venezia nel nome di Welles e Monicelli



La 72esima Mostra del cinema di Venezia ricorda Orson Welles e Mario Monicelli


Cristina Battocletti

Mostra del cinema di Venezia



Due grandi centenari sorvegliano la 72esima Mostra del cinema di Venezia. Orson Welles e Mario Monicelli, entrambi nati nel 1915. Di Welles ieri sera sono stati proiettati in preapertura due opere lagunari: Il mercante di Venezia, restaurato da Cinemazero con la ritrovata partitura musicale originale di Lavagnino, e la versione lunga di Otello, rimessa a nuovo dalla Cineteca nazionale. Al padre de I soliti ignoti è dedicata, invece, al Casinò del Lido l’installazione Fantasmi di Chiara Rapaccini, in arte RAP, compagna del regista romano.

Ma l’inaugurazione della più anziana tra le rassegne cinematografiche di peso (Cannes arriva a 69, Berlino 65) è questa sera con Everest di Baltasar Kormákur, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del direttore della Mostra, Alberto Barbera, della madrina della kermesse, Elisa Sednaoui e di parte del cast del kolossal di Everest: Josh Brolin, Jake Gyllenhaal ed Emily Watson. Venezia, che spesso era stata accusata di sottovalutare lo star system in favore dell’autorialità, quest’anno dovrebbe passare indenne dalle critiche almeno sotto questo profilo.

Nei giorni successivi dovrebbe arrivare (il condizionale è d’obbligo) Johnny Depp, che recita (quasi irriconoscibile sotto il trucco) in Black Mass di Scott Cooper. Un Depp forse più malinconico, dopo la scomparsa di ieri del maestro horror Wes Craven, che lo aveva lanciato in Nightmare. Pronto il tappeto rosso anche per Dakota Johnson, diretta da Luca Guadagnino in A bigger splash (uno dei quattro italiani in concorso), Juliette Binoche, protagonista de L’attesa di Piero Messina, esordiente in competizione; Kristen Stewart per Equals di Drake Doremus, Robert Pattinson e Bérénice Bejo in The Childhood of a Leader di Brady Corbet, tratto da un racconto di Jean-Paul Sartre. Assai pericoloso per il bravissimo Pattinson (eternamente condannato a essere un vampiro e l’ex fidanzato di Stewart), che ha già subito gli sghignazzi della critica a Berlino, quando è apparso sul grande schermo avvolto dal velo di Lawrence d’Arabia.



Dei nostri divi sono attesi Corrado Guzzanti (nel film di Guadagnino), che ha appena annunciato di voler abbandonare la satira. Si spera che l’aria del Lido lo faccia ravvedere (una lacrimuccia scende pensando ad Avanzi e L’Ottavo Nano). Ci saranno Filippo Timi, Alba Rohrwacher e Roberto Herlitzka, tutti nella troupe del caravaggesco Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio, in gara per il Leone. Storia della passione secentesca tra le mura del convento di Bobbio tra un sacerdote, poi suicida, e una monaca, Benedetta (Lidiya Liberman), accusata di satanismo. Il tema della gemellarità (lo stesso di Gli occhi, la bocca, 1982) - protagonista è il fratello del suicida, Federico (Piergiorgio Bellocchio) -, la pazzia delle prove cui Benedetta deve sottoporsi per dimostrare di non essere figlia del diavolo riportano alle storture della nostra epoca, l’ossessione di internet e i controlli della Guardia di Finanza inclusi. La fotografia di Daniele Ciprì, la bravura del maestro piacentino ci fanno tutti tifare per un Leone, di qualsiasi lega, meglio se d’oro.

Per la statuetta concorre anche Giuseppe M. Gaudino con Per amor vostro, storia della liberazione di una donna, Valeria Golino, da gabbie psicologiche familiari e lavorative, sullo sfondo della Napoli del regista. Ritorno alle origini per tutti e quattro gli italiani in gara, se si pensa che Guadagnino ha girato in Sicilia, anche se la pellicola, remake del film francese La Piscine (1969) di Jacques Deray, è in lingua inglese (e con la sodale Tilda Swinton). Piero Messina ha poi scavato tra le pendici dell’Etna e la sua Caltagirone.



Sulla carta i nostri promettono bene. Se la devono vedere con l’unica regista donna, Sue Brooks, e il suo Looking for Grace, che si annuncia intenso e pieno di humor: la famiglia come un vaso di Pandora; con l’esordiente Laurie Anderson che porta in gara Heart of a dog, analisi feroce di perdite irreparabili, la morte della madre, del compagno Lou Reed, e del cane (da qui il titolo); Atom Egoyan con Remember, che ci ricorda, appunto, come le malefatte del nazismo si nascondano ancora sotto le ceneri della nostra quotidianità; Aleksandr Sokurov con Francofonia, il museo del Louvre, come paradigma del rapporto con l’arte; il polacco Jerzy Skolimowski con 11 minuti, iperbole della frenesia del nostro modo di vivere.

Sarà dura per Alfonso Cuarón, premio Oscar per Gravity, presidente, e i membri della giuria, tra cui Diane Kruger (presente alla cena di gala di questa sera) ed Emmanuel Carrère. Perché solo basandosi sulle firme, il cartellone della rassegna è ottimo, non solo per quanto riguarda il concorso. Vale anche per le sezioni collaterali: “Orizzonti” parte con l’eccellente Rodrigo Plá, “Fuori concorso” prevede il ritorno di Claudio Caligari con Non essere cattivo.

Le sezioni autonome “Settimana della critica” e “Giornate degli autori” sono piene di opere prime, a riprova che la scommessa di un festival è quella di trovare nuovi autori. Il vulnus è sempre lo stesso: il mercato quasi inesistente. Per quello, volano tutti a Toronto, dal 10 al 20 settembre. Che assurdità. Intanto stasera si apre con la tormenta di neve sull’Everest, mentre Messner già prende le distanze, mugugnando che l’hanno girato sulle piste da sci. Altro che nevi perenni.


Il Sole 24Ore – 2 settembre 2015


Hannah Arendt, Platone e Socrate



Il rapporto fra i due pensatori greci, il ruolo dei sapienti nella polis e la tradizione occidentale in un’originale riflessione di Hannah Arendt finora inedita in Italia. Ne riprendiamo l'incipit.


Hannah Arendt

Su filosofia e politica Platone tradì Socrate



Il testo di Hannah Arendt è l’incipit di Socrate, un saggio che compare per la prima volta in traduzione italiana Il volume, a cura di Ilaria Possenti, che ha scritto anche l’introduzione, e con interventi critici di Adriana Cavarero e Simona Forti, è pubblicato da Raffaello Cortina (pagg. 123, euro 11)

L’abisso tra filosofia e politica si apre storicamente con il processo e la condanna di Socrate, che nella storia del pensiero politico rappresenta un punto di svolta analogo a quello rappresentato dal processo e dalla condanna di Gesù nella storia della religione. La nostra tradizione di pensiero politico ha inizio quando, con la morte di Socrate, Platone perde ogni speranza nella vita della polis e giunge a mettere in dubbio anche i fondamenti dell’insegnamento socratico.

Il fatto che Socrate non fosse riuscito a persuadere i giudici della propria innocenza e dei propri meriti, che erano così ovvi per i migliori cittadini ateniesi e per i più giovani, aveva indotto Platone a dubitare del valore della persuasione . (...) Per gli Ateniesi la persuasione, peithein , era la forma specificamente politica del discorso. (...) L’argomento centrale di Socrate, nel discorso pronunciato in propria difesa di fronte ai cittadini e ai giudici ateniesi, era l’aver sempre agito nell’interesse della città.

Nel Critone , lo vediamo spiegare agli amici che non può fuggire, e che deve anzi accettare la pena di morte, per ragioni politiche e filosofiche. Ma pare che Socrate non sia riuscito a persuadere i suoi giudici, né tantomeno a convincere i suoi amici. Per così dire, la città non sapeva che farsene di un filosofo e gli amici non sapevano che farsene dell’argomentazione politica.

Tutto questo rientra nella tragedia di cui i dialoghi platonici recano testimonianza. Strettamente connessa al dubbio sul valore della persuasione è la furiosa denuncia che Platone fa della doxa , l’opinione. Questa denuncia, oltre a percorrere come un filo rosso le sue opere politiche, diventa una delle pietre angolari del suo concetto di verità. In Platone la verità è sempre intesa, anche quando la doxa non è menzionata, come l’esatto opposto dell’opinione ( doxa).

È lo spettacolo di Socrate che sottopone la propria doxa alle opinioni irresponsabili degli Ateniesi, e che viene infine sconfitto da una maggioranza, a spingere Platone al disprezzo delle opinioni e a fare di lui un ardente fautore di criteri assoluti — cioè di criteri in base ai quali le azioni umane possano essere giudicate e il pensiero umano possa acquisire un certo grado di esattezza. Da quel momento, sarà questo l’impulso primario della sua filosofia politica, e tale impulso influenzerà in modo decisivo anche la dottrina puramente filosofica delle idee.



Personalmente non penso, come spesso si sostiene, che il concetto delle idee fosse in primo luogo un concetto di standard e misure, né penso che la sua origine fosse politica. Ma questo equivoco è tanto più comprensibile e giustificabile dal momento in cui Platone è il primo a usare le idee per scopi politici, cioè per introdurre criteri assoluti nella sfera degli affari umani, dove, senza criteri trascendenti di questo tipo, tutto resta relativo. Come lo stesso Platone era solito far notare, noi non sappiamo che cosa sia la grandezza assoluta, ma abbiamo solo esperienza del fatto che qualcosa è più grande o più piccolo di qualcos’altro.

Sicuramente, la contrapposizione tra verità e opinione è la conclusione più antisocratica che Platone potesse trarre dal processo di Socrate. Ai suoi occhi, fallendo nel tentativo di convincere i cittadini, Socrate aveva mostrato che la città non è un posto sicuro per il filosofo: non solo nel senso che il possesso della verità mette in pericolo la vita del filosofo; ma anche nel senso, assai più rilevante, che non si può fare affidamento sulla città per preservare la memoria del filosofo, la sua presumibile grandezza e la fama immortale che gli è dovuta.

Se erano arrivati a uccidere Socrate, gli Ateniesi sarebbero stati fin troppo propensi a dimenticarlo una volta morto. Per salvaguardare la sua immortalità terrena, occorreva incoraggiare i filosofi a una solidarietà tutta loro, contrapposta alla solidarietà con la polis e con i concittadini. Per questo Platone avrebbe infine rivoltato contro la città un vecchio argomento usato contro i sophoi (i sapienti), e ancora presente in Platone e Aristotele: i sapienti non sanno che cosa sia bene per loro (che è il prerequisito della saggezza politica), appaiono ridicoli quando si mostrano nella piazza del mercato, e sono di fatto lo zimbello di tutti (come Talete, che fu deriso da una giovane contadina quando si mise a fissare il cielo e cadde nel pozzo ai suoi piedi).

Per comprendere l’enormità [della replica di Platone, cioè] della pretesa che il filosofo governi la città, dobbiamo tenere ben presenti questi comuni pregiudizi, che la polis nutriva nei confronti dei filosofi ma non nei confronti di artisti e poeti: solo il sophos non sa che cosa sia bene per se stesso, e ancora meno sa che cosa sia bene per la polis.

L’ideale platonico del sophos o sapiente che governa la città deve qui essere inteso in contrapposizione all’ideale comune del phronimos , colui che è capace di comprensione, e che in virtù della sua perspicacia negli affari umani è qualificato per la leadership — ma non per regnare. Nella polis la filosofia, l’amore per la sapienza, non era affatto identificata con la saggezza, con la phronesis . Il sapiente, infatti, si occupa di questioni estranee alla vita della polis.

E Aristotele concorda pienamente con l’opinione comune quando afferma: «Anassagora e Talete erano sapienti ma non saggi. Non si interessavano di ciò che è bene per gli uomini — gli anthropina agatha». Ora, Platone non negava che il filosofo si occupasse di argomenti eterni, immutabili, non umani. Ma non era d’accordo sul fatto che ciò lo rendesse inadatto a un ruolo politico. Ossia non era d’accordo con la polis , secondo la quale il filosofo, proprio perché disinteressato a ciò che è bene per gli uomini, corre continuamente il pericolo di diventare un buono a nulla (...).

Questa accusa, e cioè che la filosofia possa fiaccare le qualità del cittadino, è implicitamente contenuta nella famosa affermazione di Pericle: «Amiamo il bello senza esagerazione e amiamo la sapienza senza sdolcinature ed effeminatezze». In altri termini, diversamente da noi e dai nostri pregiudizi, che imputano “sdolcinature” ed “effeminatezze” all’amore per il bello, i Greci vedevano pericoli di questo tipo nella filosofia. La filosofia, intesa come interesse per il vero senza riguardo per gli affari umani (e non come amore per il bello, che era rappresentato dappertutto nella polis , nelle statue come nella poesia), spingeva i filosofi fuori dalla polis e li rendeva incapaci di occuparsene.


La Repubblica – 2 settembre 2015


mercoledì 2 settembre 2015

Viaggio nel mondo ebraico di Emanuele Luzzati



Torna, domenica 6 settembre, la Giornata Europea della Cultura Ebraica, il tradizionale appuntamento coordinato e promosso in Italia dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che invita a scoprire il patrimonio culturale ebraico, con centinaia di eventi tra visite guidate a sinagoghe, quartieri e musei ebraici, spettacoli, mostre, concerti, degustazioni kosher e incontri culturali.

Alla manifestazione, giunta alla sua sedicesima edizione, aderiscono trentadue Paesi europei. È da sempre una proposta di condivisione e di incontro tra culture. Intenti, questi, ben espressi dal tema dell'edizione 2015, Ponti & AttraversaMenti, minimo comun denominatore degli eventi e degli appuntamenti organizzati in ognuna delle settantadue località che aderiscono quest’anno in Italia.

Ampio e articolato il programma a Genova, dove si darà il via alla manifestazione alle ore 10 in Sinagoga (via Bertora, 6), con l'intervento del presidente della Comunità Ebraica di Genova Ariel Dello Strologo. Nel corso della giornata si terranno, al mattino e al pomeriggio (11-13,15.45-17.45), dodici brevi conferenze curate da esperti di cultura ebraica, dedicate a grandi personalità del mondo ebraico che, con le loro opere e con differenti linguaggi, hanno contribuito all'edificazione di ponti ideali fra le società e le culture, da Marc Chagall a Leonard Cohen, da Albert Einstein a Walter Benjamin.

Al termine di ogni sessione, sia al mattino che al pomeriggio, si terranno le visite guidate alla Sinagoga, per scoprire il luogo di preghiera e di studio degli ebrei di Genova e approfondire la conoscenza delle tradizioni ebraiche. Il ciclo di incontri si concluderà alle 18, con l'intervento del Rabbino Capo di Genova Rav Giuseppe Momigliano.

Durante tutta la giornata sarà visitabile la mostra di opere del grande artista e scenografo ebreo genovese Lele Luzzati, Viaggio nel mondo ebraico di Emanuele Luzzati, allestita nel salone del Museo Ebraico di Genova, nello stesso edificio della Sinagoga, e a disposizione dei visitatori. Per maggiori informazioni è possibile contattare la Comunità Ebraica di Genova, al numero 010 8391513 o all’email: info@cegenova.it.

http://genova.mentelocale.it/