TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 20 novembre 2017

D'autunno Francesco. Biamonti e Boine


Edizione 2017 di D'autunno Francesco, giornata dedicata a Francesco Biamonti, quest'anno incentrata sui rapporti fra lo scrittore e Giovanni Boine.
Ci saremo anche noi.


Storie di fantasmi fra i vigneti delle langhe

    Castello della Volta

Nella sua personalissima e affascinante rivisitazione del mondo langarolo Guido Araldo non trascura il mondo dell'occulto e del mistero. Dal suo libro Mesi Miti Mysteria prendiamo oggi queste storie di fantasmi a passeggio tra vigneti e antichi castelli.

Guido Araldo

Storie di fantasmi fra i vigneti delle langhe

Forse il fantasma più famoso delle Langhe è la marchesa del castello della Volta, dominante le colline del Barolo. A metà del XIV secolo in quel castello vi si teneva ancora il "bel di patane": il ballo dei nudi, retaggio di antichissime tradizioni pagane, se non dionisiache. Il pavimento del salone crollò improvvisamente per il peso eccessivo degli ospiti peccaminosi, indecorosamente nudi, che amoreggiavano ballando. Fu una carneficina, ma il cadavere della marchesa non fu ritrovato. La notte del disastro una processione di ombre sale verso il castello e allora il lamento della marchesa si spande nella brezza, fino alla collina dei Cannubi, dove matura il miglior cru al mondo.

Anche la vicina Morra ha il suo fantasma: un discendente della famiglia dei Falletti, banchieri in Alba, che già nel lontano 1192 vantavano il rango di “credendari”, ovvero priori della repubblica; poi, con il denaro, comprarono castelli e titoli nobiliari in tutto il contado albese.

    La Morra

Bartolomeo dei Falletti si era insediato a Maregliano, come anticamente era chiamata la Morra, poiché affacciata sul “mare di Giano” corrispondente alle vigne del Barolo. Dal suo castello si sentiva padrone di quel pezzo di mondo, galletto nel pollaio. Fu forse l’ultimo feudatario sulle Langhe a rivendicare sporcaccione lo "ius primae noctis". Ma mal gliene colse! Durante un'affollata partita di pallone elastico, tra le prime storicamente documentate, incappò in un coltello nell’affollato sferisterio. Sotto il caldo sole di quel pomeriggio estivo restò in ginocchio tra la folla, con un sottile solco rosso in gola, prima di crollare nella polvere imbrattandola col suo sangue. I villici finsero inestinguibile cordoglio, ma in cuor loro gioirono. Non si appurò mai chi fu l’assassino: troppi mariti nutrivano inestinguibile rancore verso quel toro dalle sembianze umane. Ancora oggi nelle notti di luna piena di mezza estate Bartolomeo Falletti s’aggira piangente nella vigna che fu antichissimo sferisterio.

    Castello di Novello

Atri fantasmi vagano inquieti nelle vicinanze. Un'antica maledizione perseguitò a lungo i marchesi di Novello, della nobile casata dei Del Carretto: diciotto di loro patirono morte violenta nell'arco di un paio di secoli. Truculente le faide tra castellani e più truculente ancora le ambizioni dei duchi sabaudi, ansiosi di estendere i loro domini varcando il confine naturale del Tanaro, che divideva le Langhe dal Piemonte. Era nota come la politica del carciofo: foglia dopo foglia si sarebbero pappati tutti gli antichi feudi imperiali. Tristissima la sorte di Paola Del Carretto che, a venticinque anni, annegò nelle acque del Tanaro tra le braccia dell’amante Giovanni Ugonisio, che aveva il doppio dei suoi anni. Non si scoprì chi li spinse in quelle torbide acque e tenne le loro teste sottacqua. Le ombre di Paola e Ugonisio si aggirano ancora tra gli ultimi canneti lungo il fiume, nottetempo, nel tratto in cui patirono morte violenta, in prossimità di Monchiero.

Al di là delle Langhe, altri luoghi sono degni di menzione. Ben tre fantasmi si annidano nel magnifico castello della Manta, dagli impareggiabili affreschi cortesi d’inizio ‘400: un saraceno, una dama bianca e una contadinella.

    Castello della Manta

Un saraceno, esperto in antichi medicamenti, curò la bellissima figlia del castellano della Manta guarendola da brutta malattia e se ne invaghì perdutamente. Un amore ricambiato. Ma un corteggiatore respinto informò il marchese di Saluzzo, che inviò armigeri per arrestare l’incauto amante. Il saraceno fuggì in cima alla torre del castello e poi, sentendosi perduto, si abbandonò nel vuoto. Nelle notti di luna piena d’agosto il saraceno ricompare sulla sommità della torre e scende nella sala baronale avvolto in un mantello nero come la sua pelle. Poi, in quella sala, danza leggiadro con le bellissime dame affrescate sui muri: Delfide, Sinope, Ippolita, Semiramide, Etiope, Lampeto, Tamiri, Teuca e Pentesile; spingendosi addirittura ad amoreggiare con loro.

La Dama Bianca s’aggira invece nelle “sale rosse” del terzo piano: era una marchesa tanto bella quanto fedifraga. Il marito, il castellano, amava la caccia col falcone, sua massima passione, trascurando l’incantevole moglie che si consolava con i giovani più gagliardi del sottostante borgo, non disdegnando uomini sposati che attirava nel castello con scuse e stratagemmi. Se ricattata, con la minaccia di svelare le sue molte trame peccaminose, non esitava a farli sparire in un trabocchetto, che precipitava in un pozzo dalle lame affilate. 

Delitti mai scoperti, nonostante dal sottostante borgo si levassero i lamenti di madri e mogli misteriosamente private di figli e mariti. Ma un giorno la giustizia divina la fece inciampare nel suo lungo abito bianco, mentre scendeva le erte scale che portavano alla sala baronale, per incontrare l’ultimo suo amante, e il gran ruzzolone le fu fatale. La sua anima lussuriosa e crudele venne intrappolata per l’eternità tra le mura del castello. Soltanto durante i più cupi temprali estivi, saturi di grandine, le è consentito d’apparire sugli spalti più alti del castello: indossa ancora il candido vestito svolazzante, nel quale inciampò.


Il terzo fantasma, quello della contadinella, si aggirerebbe nelle cantine del castello, più precisamente nella “gròta d’l vin blanc”, il cui silenzio è rotto nel primo giorno di primavera da flebili lamenti e singhiozzi. Una ragazza bellissima, dal bel portamento e di molta grazia, aveva colpito il cuore del marchese che l’aveva esonerata dai lavori pesanti, nei campi, affidandole l’incarico di controllare le botti di vino bianco. Soltanto le sue mani aggraziate potevano spillarlo. Ma un giorno il marchese e il suo scudiero, di cui la contadinella era promessa sposa, partirono per la guerra contro i crudeli duchi di Savoia, vicini ingombranti. Non tornarono più. La contadinella stravolta e disperata cercò la morte e si lasciò annegare in una grande botte colma di vino bianco, di cui era la guardiana. Il marchese e il suo scudiero erano partiti per la guerra il primo giorno di primavera.


(Dal volume: Mesi Miti Mysteria)

Dall'impero romano al medioevo: storia di un lento passaggio

    Pannello del IV sec. d.C.

Esce in traduzione italiana «Il mondo tardo antico» dello studioso britannico Peter Brown (Einaudi), Nel 1971 svegliò l’interesse verso un’epoca, tra 200 e 700 d.C., quella della transizione dal mondo romano al mondo medievale, fino a quel momento considerata solo un lungo declino.

Maria Jennifer Falcone

Icone e segnali del tardo antico

Mettere a fuoco i contorni sfumati di un’epoca di trasformazione. Visualizzare e isolare piccoli e grandi segnali di cambiamento. Interpretarli con sensibilità e senza tralasciare alcun dettaglio. E così facendo dare un’identità e una coerenza a quel lungo periodo di mutamenti che va dal 200 d.C. fino a circa il 700 e che ha traghettato l’Europa e il Medio-Oriente verso il Medioevo: il Tardo Antico.

Una sfida difficile, intrapresa con successo da Peter Brown in Il mondo tardo antico Da Marco Aurelio a Maometto, ora ripubblicato da Einaudi («PBE Ns», traduzione di Maria Vittoria Malvano, pp. XVI-240, € 26,00), a cui già si doveva, nel 1974, la prima edizione italiana di questo classico, uscito a Londra per Thames and Hudson nel 1971 e poi nel 1989.


Lo storico, professore emerito della Princeton University e autore di fondamentali contributi sulla religiosità e la società tardoantiche (sempre per Einaudi, da ricordare Agostino d’Ippona, 1971 e 2005; Religione e società nell’età di sant’Agostino, ’75; La società e il sacro nella tarda antichità, ’88; Il corpo e la società. Uomini, donne e astinenza sessuale nel primo cristianesimo, ’92 e 2010; Per la cruna di un ago. La ricchezza, la caduta di Roma e lo sviluppo del cristianesimo, 350-550 d.C., 2014; Il riscatto dell’anima. Aldilà e ricchezza nel primo cristianesimo occidentale, 2016), ha avuto il merito di svegliare l’interesse critico verso la tarda antichità, considerata un tempo solo un periodo di declino e ora, invece, fertile campo di ricerca per studiosi di storia, in particolare economica e sociale, ma anche di letterature antiche, di diritto romano, di storia delle religioni.

Brown accompagna il lettore in un viaggio appassionato attraverso i secoli durante i quali l’impero romano divenne cristiano e il Medio-Oriente musulmano; attento osservatore, egli mostra con chiarezza (fase dopo fase, secolo dopo secolo, e – soprattutto – simbolo dopo simbolo) quali elementi avrebbero separato mondi un tempo uniti da scambi intensi, spalancando un abisso attraverso il Mediterraneo.

Prima tappa è il II secolo d.C., il momento di massima espansione dell’impero romano, a cui segue non tanto (questa era l’interpretazione tradizionale) una lunga storia di decadenza e caduta, quanto piuttosto un periodo fervido (seppure non indolore) di cambiamenti e di spostamenti di confini ed equilibri. A tali mutamenti, comuni all’intero territorio occupato un tempo dall’impero, è dedicata la più ampia prima parte del volume («La rivoluzione tardo romana»).

Nella seconda («Eredità divergenti») Brown si concentra su quegli elementi storico-culturali dai quali appare più chiaro il percorso di separazione tra l’Occidente di una nuova Roma aeterna, la Bisanzio (e poi, in parte, la Russia) delle liturgie e delle icone e il Medio-Oriente islamico.



Il mondo tardoantico è, anzitutto, un viaggio attraverso i luoghi. Le prime pagine sono dedicate al Mediterraneo, cuore dell’impero romano, e alla sua centralità prima reale (come arteria per il trasporto del cibo) e poi ideale: anche nel momento della sua massima espansione, l’impero aveva l’illusione di essere un mondo piccolo, da cui proveniva l’aristocrazia cosmopolita, ma uniforme, che ne dominò per lungo tempo ogni parte. C’è poi Roma, città che proprio durante la tarda antichità perse importanza; la storia, con la destituzione degli imperatori d’Occidente (476) sembrava condannarla all’oblio, ma proprio allora il mito della sua eternità acquistò nuova linfa: sulle monete comparvero i gemelli allattati dalla lupa con il motto Roma invicta e ancora alle soglie del Medioevo l’oligarchia clericale mostrava di aver ereditato rituali e simboli senatòri e pregava per la romana libertas: «l’amore del senatore tardo romano per la Roma aeterna era venuto a posarsi sulla facciata solenne della Roma papale».

A est il viaggio prosegue verso Costantinopoli, che, nata come la nuova Roma, passò a essere la «città santa» di una chiesa pacificata, in cui le cerimonie tradizionali del passato romano vennero abbandonate e Giustiniano fece riedificare una sontuosa Hagia Sofia. Infine, si giunge presso i luoghi degli Arabi: prima la Mecca e Medina, città in via di sviluppo caratterizzate da forti tensioni tra chi seguiva ancora uno stile di vita tribale e la nuova oligarchia mercantile (la litigiosità, risolta da Maometto grazie alla comune appartenenza alla nuova religione, fu portata verso l’esterno e furono presto conquistate città importanti come Damasco e Alessandria); poi, soprattutto, Baghdad, la ricca e bellissima città dalle mura circolari, dopo la cui fondazione si affermò l’amministrazione organizzata e costosa dell’impero islamico, e così si arrestò «la macchina da guerra araba».

Dopo i luoghi, i personaggi, a cui sovente la citazione diretta di testi offre una straordinaria vitalità. Per citarne alcuni: Costantino, definito come un «apologeta cristiano incoronato» e un prestigiatore, la cui conversione (comunque la si intenda) fu resa possibile dalla precedente conversione del Cristianesimo alla cultura e agli ideali di Roma; Simmaco, «un aristocratico che si studia di prolungare in ogni modo il lauto meriggio estivo della vita romana» e l’«involontario costruttore del papato medievale»; Giustiniano l’autocrate e sua moglie Teodora; ma ancora Plotino, Ambrogio, Agostino, e più a Oriente Cosroe I e II, Maometto, Harun ar-Rashid.

    Giustiniano

Brown interpreta luoghi e persone utilizzando alcune chiavi di lettura che si intersecano e si chiariscono vicendevolmente. La prima è quella storico-economica: illuminanti, per esempio, le sue considerazioni sui sistemi di tassazione, sugli scambi commerciali, sull’economia alimentare. La seconda è quella sociologica, alla luce della quale legge anche le questioni religiose: sono stimolanti, in questo senso, le pagine relative al legame tra l’individualismo, sviluppatosi in un mondo in rapida trasformazione, e l’affermazione di un rapporto col divino inteso in termini di ‘rivelazione’.

Elemento sostanziale di questo volume è il suo carattere visivo. Le illustrazioni, accompagnate da ricche didascalie, sono parte integrante dell’argomentazione. Le opere d’arte costituiscono una chiave privilegiata per la lettura immediata dello Zeitgeist; basti un solo esempio, l’icona, simbolo potente di fronte al quale «rimaniamo a faccia a faccia con una figura isolata sul luccicante mosaico d’oro».

La visualità, inoltre, caratterizza fortemente il linguaggio stesso del libro, ricco di metafore concrete e immagini efficaci, come quella con cui Brown rappresenta la visione del mondo dei pensatori elleni tardoantichi, che conciliarono l’eredità filosofica classica e il pensiero cristiano rimettendo al centro il rapporto tra le cose visibili e invisibili: «essi consideravano il mondo, e il rapporto di questo con dio, come uno yo-yo che rotola rapidamente su e giù lungo un filo».

Leggendo Il mondo tardoantico, non si può non apprezzare la modernità di questo periodo storico, presentato come un momento durante il quale ci si trovò ad affrontare in maniera assillante questioni comuni a ogni società civile: «Come basarsi su un passato imponente senza reprimere i mutamenti. Come trasformarsi senza perdere le proprie radici. E soprattutto, come trattare quello che vi è di estraneo in noi: uomini esclusi da una società tradizionalmente aristocratica, concetti che non trovano espressione in una cultura tradizionale, bisogni non formulati nella religione convenzionale, lo straniero che viene da oltre confine».


Il Manifesto/Alias – 22 ottobre 2017

domenica 19 novembre 2017

"Sulla cresta dell'onda”. Utagawa Kuniyoshi, il visionario del mondo fluttuante



Mirabile esponente dell'ukiyo-e d'inizio Ottocento, nonché padre spirituale dei moderni manga, Utagawa Kuniyoshi (1797−1861) è protagonista − per la prima volta in Italia − di una grande mostra incentrata sulle sue più delicate silografie policrome.

"Sulla cresta dell'onda”. Il visionario del mondo fluttuante

Mondi bizzarri, paesaggi visionari, donne bellissime, ma anche attori kabuki, gatti, carpe e animali mitici e fantastici, oltre a leggendari eroi, samurai e briganti. Sono i protagonisti delle opere di Utagawa Kuniyoshi (1797-1861)



E ora anche l’Italia, per la prima volta, rende omaggio a Kuniyoshi, maestro indiscusso di inizio Ottocento dell'ukiyoe - genere di stampa artistica giapponese su carta, impressa con matrici di legno - e che così tanta influenza ha avuto sulla cultura dei manga, degli anime (film di animazione giapponesi e non), dei tatuaggi e della cultura pop in generale contemporanea.



La mostra Kuniyoshi. Il visionario del mondo fluttuante, prodotta da MondoMostre Skira e curata da Rossella Menegazzo, dal 4 ottobre al 28 gennaio 2018 al Museo della Permanente di Milano, presenta la produzione di Kuniyoshi nella sua interezza, evidenziando la strabiliante capacità tecnica e inventiva di questo maestro visionario attraverso una selezione di 165 silografie policrome, tutte provenienti dal Giappone.


Dopo l'esposizione dello scorso anno che ha reso omaggio a Hokusai, Hiroshige e Utamaro, e che ha riscontrato un notevole successo di pubblico e critica, era doveroso dedicare a Kuniyoshi una mostra tutta sua, per il suo carattere estremamente particolare e personalissimo e per l’originalità delle opere e dei temi rispetto agli altri tre Maestri del mondo fluttuante giapponese.




Gli anarchici e la rivoluzione russa


La critica anarchica al bolscevismo in un importante seminario che si terrà l' 1 e il 2 dicembre all'Università di Modena e Reggio.

Con una prestigiosa line-up di relatori.


La Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia e l’Archivio Famiglia Berneri-Aurelio Chessa organizzano un convegno di studi sul problematico rapporto tra la Rivoluzione russa e l’anarchismo, nel centenario del 1917. 

Dopo la rivoluzione di febbraio, quella bolscevica dell’ottobre segna il trionfo della politica quale atto di volontà di una minoranza che intende mutare il corso della storia. Se effettivamente la storia muterà dentro e fuori i confini russi, quel che non cambierà sarà invece il ruolo dello Stato quale fattore di dominio, come capiscono gli anarchici fin dal maggio 1918, quando cominciano a subire gli effetti della repressione di Lenin e compagni. 

Questo appuntamento intende offrire una riflessione storiografica su uno snodo centrale per la storia del Novecento e per quella del movimento operaio, mettendo in evidenza natura e caratteristiche della critica anarchica al bolscevismo.

UniMoRe - Sede di Reggio Emilia
piazza della vittoria, 14, 42121 Reggio nell'Emilia


Riunire ciò che è sparso. Alias-Aleph di Raffaele K. Salinari



E' in libreria l'ultimo lavoro di Raffaele K. Salinari, che raccoglie una serie di articoli apparsi sul Manifesto, rilettura alla luce di Jorge Luis Borges di temi classici della tradizione esoterica occidentale. Gli articoli, in larga parte ripresi sul nostro blog, rappresentano una splendida sintesi, utilizzando gli apporti di Borges e di Walter Benjamin, di una visione cosmica , fatta di armonia e corrispondenze, che la modernità ha reso quasi invisibile, ma non cancellato. Quella che segue è un'intervista “immaginaria” all'autore in cui riprendiamo un suo testo dandogli però la forma di risposte a nostre domande. Un'intervista immaginaria e autentica al tempo stesso, proprio come i temi trattati nel volume. Speriamo che l'autore, in nome della nostra amicizia, non ce ne voglia.

Raffaele K. Salinari

Alias: Aleph


VITRIOL (Visita interiora terrae rectificandoque invenies occultum lapidem) era il motto degli alchimisti alla ricerca perenne della pietra filosofale. Un motto che bene sintetizza il senso degli scritti raccolti nel tuo libro: un viaggio affascinante nell'immaginario profondo dell'Occidente alla riscoperta di ciò che l'uomo moderno porta celato dentro di sé. Un viaggio iniziatico, con Borges e Benjamin come guida. E' una lettura corretta?

Ho riunito ciò che è sparso – secondo la formula consacrata dal mito di Iside e Osiride – organizzando e rivedendo per questo volume gli articoli ispiratimi dall’Aleph di Jorge Luis Borges comparsi su Alias del sabato, supplemento culturale del quotidiano il manifesto.

Si dispongono così le luci di una costellazione immaginale, inscritta nelle traiettorie di astri a volte impercettibili, eclissati dall’ombra feroce della modernità ma che, come certe stelle spente da eoni, continuano a irradiare il loro fulgore su di noi.

    Raffaele K. Salinari alla presentazione di un suo libro a Savona

Puoi spiegare meglio il senso del titolo?

Sono i «mondi alefici» che si specchiano nel titolo: Alias: Aleph; in altre parole tutto ciò che ovvero può considerarsi un Aleph, la Porta Regale dove finalmente s’incontrano visibile e invisibile.

Così si sono filati ed intrecciati la trama e l’ordito di un arazzo che disegna una fantasmagorica iconostasi incastonata di alias Aleph. In una epitome: immagini per la mente, voluttà per il corpo, estasi per l’anima, luce per lo spirito.

Qual'è lo scopo di questa operazione culturale così raffinata, ma allo stesso tempo di godibilissima lettura?

La speranza, allora, è che ognuno possa, non solo trovare la metafora alefica che più gli corrisponde ma, ecco l’augurio, illuminarla con la brillantezza della sua unica e irripetibile visione.

***

Raffaele K. Salinari è nato a Zurigo nel 1954. Medico-chirurgo, ha lavorato per oltre venticinque anni per le Nazioni Unite ed in diverse Organizzazioni umanitarie in Africa, Asia ed America latina. Presidente della Federazione Internazionale Terre des Hommes.  E' autore di molte pubblicazioni.

Raffaele K. Salinari
Alias-Aleph
Mundus Imaginalis Borgesianus
Punto Rosso, 2017
18 euro

sabato 18 novembre 2017

Frankenstein o il segno mostruoso della modernità


Duecento anni fa veniva pubblicato «Frankenstein, o il moderno Prometeo» scritto a soli diciannove anni da Mary Shelley e rimasto il suo capolavoro. La forza del romanzo sta nella sua ambiguità, nel suo prestarsi a più interpretazioni. Dotato di atmosfere gotiche, ed effetti visionari, il testo si presta a una lettura psicoanalitica, ma anche politica. Insomma, una modernità (siamo agli inizi della società teconologica oggi pienamente dispiegata) che inizia a guardare a sé stessa con orrore.

Andrea Colombo

Frutto della scienza non della magia


Quando Lord Byron, assediato con quattro amici dal maltempo e dalla noia in una villa sul lago di Ginevra, sfidò tutti a inventare una storia gotica non immaginava probabilmente che quel gioco letterario avrebbe aperto la strada a un filone del tutto inedito nella letteratura fantastica. Un fiume destinato a gonfiarsi nei decenni fino a sfociare con Blade Runner nella battuta forse più citata del cinema moderno, «Ho visto cose che voi umani…», passando per i robot di Asimov e gli androidi di Dick. Ancora meno avrebbe supposto che ad aprire quella nuova strada sarebbe stata la giovanissima Mary Wollstonecraft Godwin, amante e futura sposa di Percy Shelley.

Sebbene appena diciannovenne Mary non era del tutto alle prime armi con la penna. Figlia di una pioniera del femminismo morta poco dopo il parto e del filosofo William Godwin, era cresciuta in una casa dove capitava che Samuel Coleridge leggesse agli ospiti, prima di darlo alle stampe, il manoscritto della Ballata del vecchio marinaio. Mary scriveva compulsivamente novelle e racconti sin da bambina, anche se quasi tutti i manoscritti precedenti Frankenstein sono andati perduti. Nei circoli letterari che frequentavano casa Godwin aveva conosciuto a diciassette anni il poeta Percy Shelley e i due erano fuggiti insieme, girando senza un soldo in tasca mezza Europa e portandosi dietro la sorellastra di Mary, Claire, destinata a impigliarsi di lì a poco in una tempestosa relazione con lord Byron.

    Mary Shelley

Nel 1816 i tre si ritrovarono sul lago di Ginevra con lo stesso Byron e il suo medico personale, lo scrittore John Polidori. Costretti in casa dalla pioggia, ammazzavano il tempo discutendo di filosofia e leggendo storie gotiche. L’idea della tenebrosa sfida letteraria venne in mente a Byron proprio in seguito a quelle letture, ma nel suo capolavoro Mary fece scivolare anche i discorsi di quei giorni, che vertevano essenzialmente sulle potenzialità della scienza e in particolare sulla possibilità di scoprire, come ricorda l’autrice nella prefazione del 1831 al libro sino a quel momento attribuito ingiustamente al celebre marito, «la natura del principio della vita e la possibilità di scoprirlo e divulgarlo».

Ii gotico andava forte forte all’epoca, le storie spettrali di Ann Radcliffe e William Beckford incatenavano migliaia di lettori. La giovane Mary adoperò le stesse atmosfere cupe e ombrose, superando i maestri nell’effetto orripilante. Però, per mettere a punto il suo mostro non setacciò il sovrannaturale. Inventò, per la prima volta nella storia dell’immaginario gotico, un essere creato dall’uomo, in particolare dal giovane e geniale dottor Victor Frankenstein. Il mostro era un prodotto della scienza, non della magia. Per questo Frankenstein ossia il moderno Prometeo, è considerato non a torto il primo romanzo di fantascienza. Gotiche e spettrali sono però le atmosfere e gli effetti visionari, in un intreccio di generi che a prima vista apparenta il Mostro più alle tribù degli spettri e dei vampiri che non a quella dei cyborg e dei robot, della quale è invece il capostipite.

La Creatura aveva poco a che vedere con l’automa lento e inarticolato che oggi viene richiamato alla mente dal solo nome «Frankenstein». Era brutto, anzi ripugnante oltre misura, come la scrittrice si perita di far ripetere innumerevoli volte dal creatore stesso dell’essere senza nome. Ma era anche velocissimo, straordinariamente forte, capace di adattarsi a ogni clima come di arrampicarsi a mani nude sulle Alpi. Era anche dotato di eccezionale intelligenza e sensibilità delicata. La mostruosità della Creatura del dottor Frankenstein è in prima battuta solo fisica. È la sua bruttezza a respingere sin dal primo sguardo lo scienziato che gli ha dato la vita e a rendere poi ostile chiunque posi gli occhi sulle sue scostanti fattezze, persino quando il Mostro salva una bambina in procinto di annegare.


La creatura cede all’odio e al desiderio di vendetta solo dopo essere stata violentemente rifiutato dal mondo e in particolare da quello che è a tutti gli effetti «suo padre». Se di Mostro bisogna parlare, quello è proprio lo scienziato. Abbandona la sua creatura un attimo dopo averle dato la vita e poi, senza nemmeno preoccuparsi di verificare quale sia la natura dell’essere che ha messo al mondo, si dimentica della sua esistenza per mesi. Tradisce la solenne promessa di alleviare il peso della sua estrema solitudine dotandolo di una compagna, pur sapendo che così esporrà a rischi mortali tutti quelli a cui vuole bene.

Quando il Mostro tradito promette di punirlo «nella prima notte di nozze», il dotto immagina che sia lui in pericolo e non anche la sposa, nonostante il vendicativo essere abbia già dimostrato di volerlo colpire negli affetti strangolando suo fratello e il suo miglior amico come farà poi con la moglie appena impalmata. Difficile immaginare un creatore più sordo e impermeabile alla sofferenza dell’essere che ha portato al mondo ma anche al pericolo che fa correre a chiunque ami. Il dolore e la furia della Creatura di Frankenstein sono certamente il riflesso della rivolta contro una divinità indifferente alla sorte delle sue creazioni, o peggio ostile, tanto più che questo tema era centrale nella riflessione filosofica di Percy Shelley.


Ma l’enigma non riguarda la reazione sanguinaria del Mostro. Misterioso e inspiegato è invece il rifiuto immediato e insanabile dello scienziato nei confronti del frutto del suo lavoro. La corazza di Victor Frankenstein viene incrinata da una ventata di empatia e compassione solo per un fugace attimo, subito rinnegato. Sembra evidente che la repulsione del Creatore nei confronti del proprio stesso parto sia il rifiuto inorridito di fronte a una parte di se stesso: dunque non è forse dovuto solo a distrazione l’equivoco abituale per cui siamo tutti abituati a chiamare «Frankenstein» la Creatura senza nome invece che lo scienziato.

L’assonanza tra il rapporto vizioso che vincola Victor Frankenstein al suo Mostro e lo «strano caso» che Robert Louis Stevenson avrebbe illustrato esattamente settant’anni più tardi, quello del dottor Jekyll e mr. Hyde, è stata più volte segnalata. La sensibilità della Creatura è affine a quella dello scienziato, la straordinaria intelligenza li accomuna, persino la passione per la montagna è la stessa. Il Mostro è una parte di Frankenstein, priva però della voluttuosa e feroce amoralità di Hyde. Al contrario è tormentato dai sensi di colpa proprio come l’inventore: i due sono avvinghiati in un rapporto funesto e fatale di reciproca dipendenza.


Forse ciò che Frankenstein vede riflesso nella Creatura e che lo inorridisce è semplicemente un se stesso depurato non dalle pastoie della morale, come nel caso di Jekyll e Hyde, ma dai legacci imposti dai rapporti sociali e affettivi, delle buone maniere, dai buoni sentimenti: un essere che vanta le sue stesse doti e i suoi stessi difetti ma amplificati in forma estrema e molto più violenta, un Frankenstein tanto drastico quanto lui è irresoluto e titubante. Il replicante desta nel modello originale paura e repellenza ma forse anche inconfessata invidia, se è vero che il dottore giustifica la decisione di non rispettare la promessa di costruire una compagna per il Mostro con il terrore di una super-razza destinata a rimpiazzare quella umana.

La forza del capolavoro di Mary Shelley è proprio nella sua ambiguità: in una capacità di prestarsi a interpretazioni diverse e opposte modificando il punto di vista dovuta probabilmente alla padronanza non ancora piena, per fortuna, dell’autrice sul testo. Negli anni successivi Mary Shelley avrebbe pubblicato altri libri, con padronanza e consapevolezza molto maggiori e tuttavia senza mai sfiorare il risultato raggiunto con quel libro buttato giù in pochi giorni e poi revisionato solo marginalmente.



il manifesto – 16 novembre 2017