TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 16 maggio 2019

San Biagio della Cima. Itinerari di letteratura 2019



Karl Marx scienziato del capitale (1851-1883)



Ultima lezione di un corso tenuto nel 1996. Dopo il fallimento della rivoluzione del 1848 Marx si dedica allo studio approfondito del modo di produzione capitalistico visto in tutte le sue sfaccettature (economiche, politiche, sociali, culturali). Il Capitale è un capolavoro della scienza economica, ma anche uno straordinario racconto della società e degli uomini del suo tempo. Allo stesso tempo Marx, che tutto fu meno che un uomo da biblioteche, svolse un'immensa mole di lavoro come organizzatore e dirigente di un movimento operaio e socialista diventato mondiale.

Giorgio Amico

Karl Marx scienziato del capitale (1851-1883)


Alla fine del 1851 Karl Marx e Friedrich Engels erano ormai pienamente convinti che solo sul lungo periodo si sarebbe potuto parlare di ripresa rivoluzionaria e che i tempi di tale processo erano determinati dall'andamento del mercato mondiale. In quest'ottica perdeva interesse l'azione politica immediata, giudicata del tutto priva di prospettive reali. Le esigue forze del partito andavano utilizzate in un più utile lavoro di studio e di orientamento teorico del movimento rivoluzionario internazionale. Occorreva soprattutto prendere con estrema chiarezza le distanze dagli esponenti di punta della democrazia rivoluzionaria, quali Mazzini e Kossuth, respingendo con decisione ogni ipotesi di attività cospirativa. I tempi non potevano essere accelerati volontaristicamente, non si poteva tornare indietro alla fase delle sette. La teoria diventava il primo campo d'azione del partito: occorreva studiare i meccanismi di riproduzione del capitale per portarne alla luce le contraddizioni, ma più di tutto occorreva cimentarsi con l'arduo problema dei tempi, nella certezza incrollabile che tutto lavorava per la rivoluzione, che la vecchia talpa non aveva smesso di scavare.



Il processo dei comunisti di Colonia e il "18 Brumaio"

La via della cospirazione, come previsto da Marx, si rivelò ben presto impraticabile e ciò non senza gravi colpi per il partito. In Germania la polizia aveva facilmente smantellato la fragile rete clandestina che la Lega aveva tentato di costruire dopo il riflusso del movimento rivoluzionario. Nel mese di ottobre si aprì a Colonia il processo ai comunisti arrestati. Da Londra Marx prese coraggiosamente le difese degli imputati, denunciando le macchinazioni della polizia, smascherando numerosi agenti provocatori infiltratisi nel movimento, smontando sistematicamente le innumerevoli calunnie diffuse dalla stampa. Fu un lavoro enorme che occupò interamente Marx ed Engels, come testimonia una lettera scritta in quel periodo dalla moglie di Marx:

"I documenti prodotti dalla polizia non sono che bugie. Essa ruba, falsifica, scassina uffici, aggiunge falsi giuramenti a false testimonianze e la cosa più enorme è che si crede in diritto di agire così di fronte ai comunisti che si sono messi fuori della società. E' veramente inconcepibile il modo con cui la polizia ignobilmente si attribuisce tutte le funzioni del pubblico ministero e presenta come fatti giuridicamente stabiliti, come prove, falsi certificati, semplici voci, rapporti, "si dice". Poiché tutte queste manovre non possono essere smascherate che a Londra, mio marito ha dovuto lavorare dalla mattina fino a notte inoltrata. Tutte le prove dei falsi della polizia sono state ricopiate da sei a otto volte e spedite in Germania con i mezzi più vari, via Parigi, via Francoforte, ecc., poiché tutte le lettere di mio marito e tutte le lettere inviate da qui a Colonia sono intercettate e aperte. Ora la lotta è tra la polizia e mio marito, al quale si attribuisce la responsabilità di tutto, dalla rivoluzione fino allo svolgimento del processo".

Nonostante l'impegno instancabile di Marx, il 12 novembre il tribunale emise un verdetto di colpevolezza per gli imputati. Cinque giorni più tardi, su proposta di Marx, il Comitato Centrale della Lega decise lo scioglimento dell'organizzazione, divenuta ormai un piccolo gruppo privo di prospettive. A dimostrazione che Marx aveva visto giusto, poco tempo dopo anche il gruppo dissidente di Willich-Schapper si sciolse. Willich emigrò in America, dove si distinse come generale dell'esercito nordista durante la guerra di secessione, mentre Schapper si ricollegò con Marx ed Engels ammettendo il suo errore di valutazione.

Nello stesso tempo Marx ruppe decisamente con l'ambiente degli esiliati, stufo delle sterili dispute, dei progetti inconcludenti, dell'incapacità di ripensare criticamente l'intera esperienza rivoluzionaria del '48. Il partito della democrazia rivoluzionaria si era dimostrato incapace di risolvere una sola delle questioni nazionali aperte in Europa. Italia, Germania, Polonia, Ungheria restavano questioni irrisolte. Terrorizzata dallo spettro del comunismo, apertamente la borghesia abbandonava il terreno democratico, come con ogni evidenza testimoniava il caso della Francia dove, invece della tanto attesa ripresa rivoluzionaria, il colpo di stato di Luigi Bonaparte regolava i conti con la stessa democrazia parlamentare. A questo avvenimento Marx dedicò uno studio accurato, pubblicato con il titolo di "Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte". Con uno stile brillante egli spiegava gli avvenimenti francesi sulla base della concezione materialistica della storia, spiegando come le circostanze avessero reso possibile a un personaggio mediocre e grottesco come Bonaparte di recitare la parte dell'eroe. Nelle prime pagine di quest'opera Marx delinea in poche righe una grandiosa descrizione della dialettica del processo rivoluzionario e del comunismo di grande interesse soprattutto oggi, dopo il crollo del falso socialismo dell'Est e le chiacchiere interessate sulla "fine del comunismo" e della storia:

"Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestivamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l'un l'altro; gli uomini e le cose sembrano illuminate da fuochi di Bengala; l'estasi è lo stato d'animo di ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante; e allora una lunga nausea s'impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono a ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta, per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esso; si ritraggono continuamente, spaventate dall'infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta! Qui è Rodi, qui salta!...":


L'esilio londinese

I primi anni di esilio a Londra rappresentano forse il periodo più difficile della vita di Marx. Egli passa le sue giornate nella grande sala di lettura della biblioteca del British Museum, intento a consultare migliaia di giornali, riviste e volumi finalizzati sia agli studi di economia, finalmente ripresi, che alla stesura di articoli di politica internazionale per il giornale americano "New York Tribune". La collaborazione con questo giornale, schierato su posizioni democratiche, rappresenta per Marx l'unica fonte di reddito. La redazione paga due sterline per ogni articolo pubblicato e Marx, che conosce poco l'inglese, si vede costretto a farsi aiutare da Engels. Dall'agosto 1851 al settembre 1852 la "New York Tribune" pubblica diciotto articoli sugli avvenimenti tedeschi, firmati da Marx, ma in realtà scritti da Engels che verranno in seguito riuniti in volume con il titolo di "Rivoluzione e controrivoluzione in Germania". A partire dall'estate del 1852 Marx è ormai in grado di scrivere in inglese e collabora stabilmente con il giornale newyorkese, inviando decine di articoli di commento dei più importanti avvenimenti internazionali. Friedrich Engels, che nel frattempo per poter aiutare l'amico in difficoltà ha ripreso il suo lavoro di dirigente della fabbrica tessile del padre, collabora con assiduità, raccogliendo e traducendo materiali, ma anche stendendo materialmente molti articoli che poi Marx firma.

Le condizioni di vita di Marx e dei suoi familiari sono veramente terribili: ad uno ad uno egli e la moglie vedono morire di malattia e di stenti tre dei loro figli. Disperatamente alla ricerca di denaro, vessato dai creditori, Marx si aggrappa disperatamente all'aiuto che gli viene da Engels e da pochi altri compagni per poter continuare nell'opera intrapresa. La moglie gli è vicina e lo sostiene fino in fondo, senza timore di chiedere l'aiuto dei vecchi amici. Come nella lettera che segue, scritta a Joseph Weydemeyer, vecchio membro della Lega emigrato in America. Dopo aver descritto le traversie patite, la malattia del bimbo più piccolo, lo sfratto, la vendita per pochi soldi dei mobili e il rifugio in un albergo per poveri, Jenny conclude orgogliosamente:

"Non crediate che queste miserie meschine mi abbiano abbattuta; so troppo bene che la nostra lotta non è isolata, e sono ancora felice e favorita dal destino perché il mio caro marito, il mio sostegno nella vita, sta ancora al mio fianco. Ma quello che mi mortifica veramente, che mi fa sanguinare il cuore, è il triste fatto che mio marito deve subire tutte queste meschinità, quando basterebbe poco per liberarci dalle strettezze; vederlo così privo di qualsiasi soccorso, proprio lui che ha aiutato così generosamente tanta gente... Ma mio marito la pensa diversamente. Mai, neppure nei momenti più terribili, egli ha perduto la fede nell'avvenire...".

E i momenti attraversati furono veramente tali da abbattere anche l'uomo più forte. Il figlio Guido fu il primo a morire "vittima della miseria borghese" come il padre disse a Engels. Poi toccò alla figlia Franziska, perduta nel primo anno di vita. Disperato, Marx aveva scritto a Engels: "Il dottore non potevo e non posso chiamarlo, perché non ho denaro per le medicine. Da otto o dieci giorni ho nutrito la famiglia con pane e patate, ed è anche dubbio che io riesca a scovarne oggi". Infine, nel 1855 il colpo più duro, la perdita dell'ultimogenito Edgard. In quell'occasione egli scrive a Engels:

"La casa è naturalmente del tutto desolata e vuota dopo la morte del caro bambino che ne era l'anima. Non si può dire come il bambino ci manchi a ogni istante... Mi sento spezzato... Tra tutte le pene terribili che ho passato in questi giorni, il pensiero di te e della tua amicizia, e la speranza che noi abbiamo ancora da fare insieme al mondo qualche cosa di intelligente, mi hanno tenuto su".



"Per la critica dell'economia politica"

Nel 1857 la crisi tanto attesa da Marx ed Engels venne ad interrompere la fase di ininterrotto sviluppo iniziata con il declino della rivoluzione del 1848. Partita dagli Stati Uniti, la crisi investì dapprima l'Inghilterra e poi il continente. Nonostante la sua precaria situazione economica aggravata dal fatto che a causa della crisi la "New York Tribune" aveva drasticamente ridotto le corrispondenze dall'estero, Marx saluta con rinnovata speranza i primi segnali di una riapertura della contesa politica. "Per quanto mi trovi in ristrettezze finanziarie - scrive a Engels nel novembre 1857- dal 1849 non mi sono mai sentito tanto a mio agio come con questo crollo". Sua unica preoccupazione, la non corrispondenza tra il precipitare della situazione e i tempi lenti di maturazione del proletariato:

"Sarebbe desiderabile - scrive- che, prima che arrivasse un secondo colpo decisivo, si verificasse quel "miglioramento" che rendesse la crisi, da acuta, cronica. La pressione cronica è necessaria per un certo tempo per riscaldare il popolo. Il proletariato in questo caso colpisce meglio, con una migliore conoscenza di causa e con maggiore accordo... Non vorrei che scoppiasse qualcosa troppo presto, prima che tutta l'Europa ne fosse contagiata... Per la lunga prosperità le masse debbono essere cadute in profondo letargo...".

Rivitalizzato dall'apparente precipitare dell'economia, che confermava le sue previsioni sul carattere ciclico delle crisi, Marx si getta a capofitto negli studi economici con il duplice obiettivo di elaborare le linee fondamentali di una critica dell'economia classica e di seguire con estrema attenzione il decorso della congiuntura economica. Egli riprende ora con decisione il progetto di una grande opera di economia politica iniziato con la critica a Proudhon e poi abbandonato nel fuoco rivoluzionario del '48, ripreso ancora a Londra nel 1851, ma portato avanti con estrema lentezza a causa delle gravi traversie economiche e familiari. Nel 1857 egli inizia la stesura dell'opera che appare nel 1859 con il titolo di "Per la critica dell'economia politica". Rispetto al piano originale di trattare "il capitale in generale", il volume affronta solo la questione della merce e del denaro e di fatto rappresenta un lavoro preparatorio per la gigantesca costruzione de "Il capitale". Come sottolinea Ernest Mandel, in quest'opera "Marx perfezionerà la sua teoria del valore, e al tempo stesso la teoria del valore-lavoro in generale, formulando la sua teoria del valore astratto, creatore di valore di scambio".

Oltre che sul piano della teoria economica, l'opera riveste una straordinaria importanza per la conoscenza dell'evoluzione del pensiero di Marx. La prefazione a "Per la critica dell'economia politica" rappresenta il più efficace compendio del metodo scientifico marxiano, un'opera indispensabile per la comprensione del materialismo storico. Dalla prefazione risalta con assoluta evidenza la straordinaria organicità della costruzione teorica marxista, con buona pace di chi, a partire da Althusser, ha voluto evidenziare una presunta insanabile frattura fra un Marx dialettico ed umanista dei "Manoscritti" e un Marx determinista ed economicista de "Il capitale". Scrive Marx nella prefazione:

"Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione, che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una soprastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita.

Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l'equivalente giuridico di tale espressione) dentro dei quali esse forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono nelle loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche, che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo.

Come non si può giudicare un uomo dall'idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; i nuovi superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza.

Ecco perché l'umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose da vicino, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno, possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghesi sono l'ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana".



La crisi del 1857 e la ripresa del movimento operaio

Nonostante la crisi non si fosse trasformata nella rivoluzione proletaria come speravano Marx ed Engels, essa dette l'avvio ad una nuova fase di effervescenza sociale e politica in molti paesi. In America riprese slancio il movimento per l'abolizione della schiavitù, in Russia si posero le condizioni per la soppressione della servitù delle masse contadine, in India l'Inghilterra dovette fronteggiare una grande insurrezione popolare, in Europa acquistarono nuovo vigore le questioni nazionali irrisolte, a partire dal problema italiano e da quello tedesco. Su tutte queste questioni Marx si espresse vigorosamente, tenendo sempre come centrale l'interesse della rivoluzione proletaria, senza cedimenti alle infatuazioni nazionalistiche della democrazia rivoluzionaria.

Quanto al movimento operaio, dopo quasi dieci anni di riflusso conseguente alla sconfitta del 1848 la crisi economica determinò una ripresa delle lotte di fabbrica a partire dall'Inghilterra. Negli anni Cinquanta il forte sviluppo dell'industria inglese, unito all'intenso flusso migratorio verso gli Stati Uniti e l'Australia, aveva ridotto ad una percentuale irrisoria il numero dei disoccupati con il conseguente deciso aumento dei salari. Il movimento cartista aveva assunto posizioni estremamente moderate, decomponendosi in una miriade di gruppi locali e di giornali che, abbandonata ogni prospettiva di classe, di fatto, con l'eccezione del piccolo giornale "The People's Paper" a cui Marx ed Engels collaboravano regolarmente, si erano posti a rimorchio dei più influenti gruppi riformisti piccolo-borghesi. La crisi del 1857 riapriva la questione, determinando un brusco peggioramento delle condizioni economiche del proletariato e il riapparire minaccioso di una vasta disoccupazione. Il movimento operaio, nelle sue correnti più avanzate, faceva una nuova, importante esperienza: nella società capitalistica non esistono per i proletari conquiste definitive, tutto, anche ciò che è considerato ormai stabilmente acquisito, può essere messo in discussione al variare della congiuntura economica. Le conquiste dei lavoratori si fondano sui reali rapporti di forza tra le classi e non sulla norma giuridica. Invariante nella società capitalistica resta la lotta di classe e la conseguente necessità per il proletariato dell'organizzazione politica e dell'analisi scientifica, cioè del partito rivoluzionario di classe.

Nonostante la crisi del 1857 fosse stata rapidamente riassorbita e il mercato avesse ricominciato ad espandersi, il padronato tentò di sfruttare la situazione di precarietà che si era comunque determinata per fasce consistenti di lavoratori, generalizzando la riduzione dei salari. La risposta operaia non si fece attendere. Nel 1859 Londra viene paralizzata da un grande sciopero generale. Ovunque si formano organizzazioni di categoria dei lavoratori allo scopo di lottare contro il tentativo padronale di riduzione generalizzata dei salari. A Londra e poi via via nel resto del paese nascono i "Consigli delle Unioni Professionali", la prima forma di confederazione sindacale moderna. Nel 1862 le Trade Unions sono ormai una realtà consolidata nel quadro politico inglese.

Quanto alla Francia, dopo il 1860 si assiste al rapido diffondersi delle organizzazioni cooperative di mutuo soccorso controllate dai proudhoniani fautori di un programma, sostanzialmente moderato, incentrato sulla concessioni di crediti agevolati e la legalizzazione delle società operaie. In Germania, infine, dove l'impetuoso sviluppo industriale degli anni Cinquanta aveva determinato la formazione di un consistente proletariato di fabbrica, un nuovo movimento operaio si stava organizzando attorno alla figura contraddittoria di Ferdinand Lassalle, un intellettuale di origine ebraica, convertitosi al comunismo nel 1848. Lassalle sosteneva la necessità di costruire un partito operaio, fondato su una rete di cooperative operaie finanziate dallo Stato. Per raggiungere questo scopo Lassalle non esitò a stringere ambigui rapporti con Bismarck, presidente del consiglio dei ministri di Prussia, interessato a dividere l'opposizione progressista.

Per celebrare la ripresa del capitalismo nel 1862 fu organizzata a Londra una grandiosa esposizione universale. L'occasione fornì l'occasione alle organizzazioni operaie francesi, inglesi e tedesche per riannodare i legami interrotti dal 1849. Delegazioni di operai francesi e tedeschi, inviate dai rispettivi governi, parteciparono infatti all'esposizione, entrando in contatto con le associazioni operaie inglesi. Il 5 agosto 1862 si tenne un solenne ricevimento in onore dei settanta delegati degli operai francesi. Nei discorsi pronunciati in questa occasione si sostenne la necessità di stabilire regolari rapporti di collaborazione fra le organizzazioni operaie in quanto portatrici degli stessi interessi e delle stesse aspirazioni. Nonostante il carattere estremamente moderato e legalitario dell'iniziativa, tenuta con il patrocinio dello stesso mondo imprenditoriale britannico e del governo imperiale francese, si iniziavano a porre le basi per un nuova associazione internazionale del proletariato.



La fondazione della Prima Internazionale

Nel 1863 la Polonia insorse contro il dominio russo. In Inghilterra e Francia le organizzazioni operaie si schierarono senza esitazioni a fianco degli insorti. Il 22 luglio 1863 a Londra si svolse una grande manifestazione anglo-francese di solidarietà con la Polonia. In questa occasione dirigenti operai inglesi e francesi convennero sulla necessità di costituire un'associazione operaia internazionale, allo scopo principale di combattere la tattica padronale di importare manodopera dall'estero per spezzare gli scioperi, ed elessero un comitato incaricato dei lavori preliminari. I lavori si protrassero per oltre un anno, finalmente il 28 settembre 1864 nella St. Martin's Hall di Londra si svolse la seduta inaugurale del congresso costitutivo dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori.

Marx fu invitato come rappresentante degli operai tedeschi. Egli accettò volentieri l'invito consapevole dell'importanza dell'iniziativa che non riuniva più, come per il passato, i rappresentanti di piccoli gruppi senza radicamento sociale, ma, come ebbe a scrivere a Engels, "vere potenze" rappresentative del proletariato tanto in Francia quanto in Inghilterra. Preferì, tuttavia, assistere "come un personaggio muto", proponendo come oratore tedesco l'operaio Jorg Eccarius, già dirigente della Lega dei Comunisti.

La riunione ebbe pieno successo. Presero la parola delegati francesi, inglesi, tedeschi, italiani, irlandesi. All'unanimità il congresso decise di fondare un'associazione operaia internazionale, con sede centrale a Londra. Marx fu nominato membro del comitato incaricato di stendere programma e statuti. Il comitato si rivelò presto pletorico e eterogeneo dal punto di vista politico. Tra i 55 membri vi erano cartisti, owenisti, blanquisti, proudhoniani, mazziniani, semplici democratici e, naturalmente, una piccola componente comunista. Di fronte al procedere inconcludente dei lavori venne costituito un sottocomitato che diede carta bianca a Marx per la stesura dei testi. Egli si trovò nella necessità di svolgere una vera e propria battaglia politica soprattutto nei confronti di Mazzini, contrario all'idea stessa di lotta di classe in nome della superiore causa nazionale. La cosa non era semplice, considerata la necessità di non incrinare l'unità del movimento. Come scrisse a Engels , era "difficilissimo condurre la cosa in modo che il nostro punto di vista apparisse in una forma la quale lo rendesse accettabile all'attuale punto di vista del movimento operaio...". Marx vi riuscì egregiamente. L'assoluta, integrale autonomia del proletariato nella lotta politica fu il concetto fondamentale attorno a cui ruotarono Programma e Statuti e venne lapidariamente riassunto nella frase: "L'emancipazione della classe operaia deve essere opera della classe operaia stessa".

L'Internazionale doveva essere un'associazione di partiti rivoluzionari a base di massa, con ampia autonomia d'azione per le sezioni nazionali. Come recitava l'articolo primo degli Statuti: "L'Associazione è istituita per creare un mezzo centrale di collegamento e di collaborazione fra le associazioni operaie esistenti nei diversi paesi e che hanno il medesimo scopo, e cioè la difesa, il progresso e la completa emancipazione della classe operaia". Di contro alle tesi proudhoniane o oweniste sulla collaborazione di classe con la borghesia e la limitazione dell'azione al mero terreno della cooperazione economica e delle riforme sociali, l'Indirizzo inaugurale proclama con estrema chiarezza che "la conquista del potere politico è divenuto il compito principale della classe operaia". Per questo era necessario organizzare ovunque partiti operai.

La classe operaia però non doveva rinchiudersi in una politica angustamente nazionale, ma seguire attentamente l'evoluzione della politica internazionale, respingendo ogni pregiudizio nazionalistico, in una visione strategica internazionalista. I partiti operai dovevano costruire la loro linea politica a partire dalle condizioni nazionali in cui operavano, ma considerandosi sempre reparti di un unico esercito proletario internazionale. Il vecchio motto della Lega dei comunisti, "Proletari di tutto il mondo unitevi!", acquistava ora autentico respiro internazionale.


Marx dirigente internazionale del proletariato

L'Internazionale conobbe fin da subito un rapidissimo sviluppo. Il 23 febbraio 1865 Marx scriveva all'amico Kugelman che i successi dell'Associazione in Inghilterra, Francia, Svizzera, Italia e Belgio superavano di gran lunga ogni più ottimistica aspettativa. Il Comitato eletto al congresso costitutivo, che aveva nel frattempo assunto il nome di Consiglio Generale, era costretto ad un lavoro estenuante che in gran parte ricadeva sulle spalle di Marx, ormai da tutti considerato come il principale esponente dell'Internazionale. Parallelamente con il crescere dell'influenza dell'associazione fra i lavoratori, si approfondivano le divergenze interne fra le varie componenti. I primi ad andarsene furono i mazziniani, riuniti nell'Associazione degli operai italiani di Londra, contrari all'aperta caratterizzazione di classe dell'Internazionale. Il conflitto si allargò poi ai proudhoniani, largamente maggioritari nel movimento francese, contrari ad ogni ipotesi di tipo collettivistico in quanto sostenitori di una politica cooperativistica sostanzialmente piccolo-borghese. Gli esponenti proudhoniani avversavano decisamente gli scioperi, considerati economicamente dannosi per i proletari, così come ogni forma di azione politica e sindacale. Instancabilmente Marx si opponeva, con l'aiuto di Engels e di pochi altri, a queste deviazioni.

"I signori parigini - scriveva a Kugelmann nell'ottobre del 1866 - avevano la testa piena delle più vane frasi proudhoniane. Essi cianciano di scienza e non sanno nulla. Disdegnano ogni azione rivoluzionaria, cioè ogni azione che scaturisca dalla lotta di classe stessa, ogni movimento sociale concentrato, tale cioè che si possa attuare, anche con mezzi politici (come, per esempio, riduzione della giornata di lavoro per legge). Col pretesto della libertà e dell'antigovernativismo o dell'individualismo antiautoritario questi signori, che da 16 anni hanno sopportato e sopportano tanto tranquillamente il più miserabile dispotismo, predicano in realtà la volgare economia borghese, soltanto proudhonianamente idealizzata".

Proprio al fine di combattere le tesi di chi riteneva inutile l'azione sindacale per gli aumenti di salario, Marx presentò il 26 giugno 1865 al Consiglio Generale un saggio su "Salario, prezzo e profitto" in cui si dimostrava in modo semplice ed esauriente la falsità della tesi, ancora oggi tanto in voga da essere alla base della politica di concertazione delle organizzazioni sindacali, di uno stretto rapporto tra aumenti salariali e inflazione.

Lo sviluppo dell'Internazionale pareva inarrestabile. Se al primo congresso del 1866 erano rappresentate solo quattro nazioni: Inghilterra, Francia, Germania e Svizzera; al congresso di Basilea del 1869 esse erano diventate nove, essendosi aggiunte l'Austria, il Belgio, l'Italia, gli Stati Uniti e la Spagna, mentre sezioni più piccole erano state create in Ungheria, Olanda, Algeria e America Latina. Fortissima era anche l'adesione delle organizzazioni sindacali: dal 1867 al 1869 le associazioni operaie di Inghilterra, Svizzera, Germania, Austria, Stati Uniti avevano via via richiesta l'affiliazione all'Internazionale. Marx considerava fondamentale la crescita delle organizzazioni sindacali, che andavano seguite nel loro sviluppo e orientate politicamente. Come sottolinea David Rjazanov:

"Uno dei compiti principali che Marx consigliava era lo studio metodico, scientifico, della situazione della classe operaia di tutto il mondo, studio che doveva essere intrapreso per iniziativa degli operai stessi. Tutto il materiale raccolto doveva essere inviato al Consiglio Generale che lo avrebbe elaborato. Marx indicava a grandi linee le principali questioni su cui doveva vertere questa indagine operaia".

Sulla base di questo materiale Marx redasse una risoluzione sui sindacati che venne poi sottoposta al vaglio dell'Internazionale. Per Marx i sindacati sono il risultato immediato della lotta fra capitale e lavoro e rispondono soprattutto all'esigenza di eliminare la concorrenza fra i proletari sul mercato della forza lavoro. I sindacati sono però anche centri di organizzazione per la classe operaia, nuclei fondamentali dell'organizzazione di classe del proletariato e come tali vanno conquistati ad una corretta strategia politica. In polemica con i trade unionisti inglesi che volevano limitare il ruolo del sindacato alle questioni del salario e dell'orario di lavoro, Marx ribadisce con forza il concetto, poi ripreso da Lenin, del sindacato come scuola di guerra del proletariato, luogo dove i proletari fanno concreta esperienze di lotta e dove apprendono l'esigenza dell'organizzazione politica e la necessità di impostare i problemi avendo sempre chiara la prospettiva strategica del movimento operaio e le sue finalità storiche. Per questo Marx si batte con grande decisione perché le organizzazioni sindacali entrino nell'Internazionale e ne seguano la linea politica.


"Il Capitale"

Nonostante le difficili condizioni economiche e l'impegno intensissimo nell'azione quotidiana di direzione politica dell'Internazionale, Marx non aveva smesso di lavorare alla redazione del grandioso lavoro intrapreso sul capitale. Alla fine del 1865 il lavoro poteva considerarsi concluso, ma solo nella forma di un gigantesco manoscritto che andava, per usare una colorita espressione dello stesso Marx, "leccato e lisciato come un figliolino dopo tanti dolori di parto". Dal canto suo, Engels salutò come una liberazione per l'amico il termine di un lavoro a cui questi aveva dedicato gran parte della sua vita:

"Ho sempre pensato che questo maledetto libro, a cui hai dedicato così lunga fatica, fosse il nocciolo di tutte le tue disgrazie, da cui non saresti uscito né mai avresti potuto uscire fino a quando non te lo fossi scrollato di dosso. Questa eterna cosa incompiuta ti schiacciava fisicamente, spiritualmente e finanziariamente, e posso benissimo concepire che dopo la liberazione da questo incubo a te sembri adesso di essere completamente un altro uomo, specialmente perché il mondo, non appena vi farai di nuovo il tuo ingresso, non t'apparirà così nero come prima".

Ed in effetti come è stato scritto "il Capitale nacque negli anni della miseria, nella fame, nella malattia. Mentre lo scriveva, Marx era assalito dall'inquietudine, torturato dai disagi dei bambini, angosciato dal pensiero del domani. Ma nulla potè abbatterlo". Il 16 agosto 1867, alle due di notte, Marx terminò la correzione delle bozze di stampa del primo volume e immediatamente scrisse a Engels per ringraziarlo di un aiuto prezioso, senza il quale quest'opera titanica non avrebbe mai visto la luce:

"Dunque questo volume è pronto. Debbo soltanto a te, se questo fu possibile! Senza il tuo sacrificio non avrei potuto compiere il mostruoso lavoro dei tre volumi. Ti abbraccio, pieno di gratitudine! Salute, mio caro, caro amico!".

Il primo volume de "Il Capitale" uscì ad Amburgo all'inizio del mese di settembre in mille esemplari. L'impatto fu enorme. Il congresso di Bruxelles dell'Internazionale nel 1868 adottò una risoluzione che invitava gli operai di tutto il mondo a studiare l'opera. La risoluzione sottolineava l'incalcolabile contributo teorico offerto da Marx alla lotta di liberazione del proletariato: egli era "il primo economista che avesse sottoposto il capitale ad un'analisi dettagliata e lo avesse ricondotto ai suoi elementi fondamentali". Come ha scritto Lenin:

"Egli dimostrò che il valore di ogni merce è determinato dalla quantità di lavoro socialmente necessario alla sua produzione, ovvero dal tempo di lavoro socialmente necessario alla sua produzione. Là dove gli economisti borghesi vedevano dei rapporti tra oggetti (scambio di una merce con un'altra), Marx scoprì dei rapporti tra uomini. Lo scambio delle merci esprime il legame tra singoli produttori per il tramite del mercato. Il denaro indica che questo legame diventa sempre più stretto, fino a unire in un tutto indissolubile la vita economica dei produttori isolati. Il capitale indica lo sviluppo ulteriore di questo legame: la forza lavoro dell'uomo diventa una merce. L'operaio salariato vende la sua forza lavoro al proprietario della terra, delle fabbriche, degli strumenti di produzione. L'operaio impiega una parte della giornata di lavoro a coprire le spese di mantenimento suo e della famiglia (il salario), e l'altra parte a lavorare gratuitamente, creando per il capitalista il plusvalore, fonte del profitto, fonte della ricchezza della classe dei capitalisti. La dottrina del plusvalore è la pietra angolare della teoria economica di Marx".



La Comune di Parigi

Negli anni Cinquanta e Sessanta l'economia tedesca aveva conosciuto un tale sviluppo da farle superare la stessa Francia. Sconfitta nella guerra del 1866 l'Austria, la Prussia del cancelliere Bismarck aveva riunificato intorno a se l'intera Germania e si poneva ormai in diretta competizione con la Francia di Napoleone III per l'egemonia sull'Europa continentale. Nell'estate del 1870 allo scoppio della guerra fra i due paesi, il Consiglio Generale dell'Internazionale pubblicò un manifesto sulla guerra, scritto da Marx. In esso si sosteneva che "da parte tedesca la guerra era una guerra difensiva" e che la classe operaia tedesca doveva vigilare perché la difesa della Germania non degenerasse in una guerra contro il popolo francese. Il manifesta lodava poi gli operai francesi per essersi dichiarati contro la guerra e contro Napoleone. Di fronte alla vittoria lampo dell'esercito prussiano, al crollo dell'impero e all'instaurazione della repubblica a Parigi, la posizione dell'Internazionale muta. La Prussia non ha più nulla da temere dalla Francia, la guerra, voluta da Napoleone, ormai sconfitto e prigioniero, deve cessare immediatamente senza l'annessione al Reich dell'Alsazia e della Lorena. Il 9 settembre il Consiglio Generale pubblicò un secondo manifesto, sempre redatto da Marx, in cui si denunciavano le mire espansionistiche di Bismarck. Marx ed Engels avevano ben chiare le prospettive che si aprivano in un'Europa dominata dalla Germania. In una lettera a Friedrich Sorge, uno dei membri del Consiglio Generale, Marx evidenzia con mezzo secolo di anticipo come l'affermarsi su scala continentale della potenza tedesca renda inevitabile lo scontro con la Russia e come tutto ciò aprirà la via alla rivoluzione nell'anello più debole della catena, la Russia zarista:

"Quegli asini dei prussiani non si accorgono che l'attuale guerra conduce a una guerra tra la Germania e la Russia, con la stessa necessità che la guerra del 1866 conduceva alla guerra tra la Prussia e la Francia. Per la Germania è il miglior risultato che io attendo da questa guerra....questa guerra numero due sarà la levatrice della rivoluzione sociale inevitabile in Russia".

Di nuovo riemerge la questione dei tempi: la preoccupazione di Marx e Engels è che il proletariato francese si getti in un'avventura senza prospettive. "Dopo la pace tutte le prospettive saranno più favorevoli per gli operai di quel che fossero mai prima", dichiarava Engels in una lettera a Marx del 12 settembre. "Se a Parigi si potesse fare una qualche cosa, si dovrebbe impedire che gli operai si muovessero prima della pace...Se vincono ora...saranno inutilmente sconfitti dalle armate tedesche e rigettati indietro di vent'anni...". Già nel secondo manifesto del Consiglio Generale Marx aveva messo in guardia i proletari parigini dal pericolo rappresentato dall'impazienza:

"La classe operaia francese si muove dunque in circostanze estremamente difficili. Ogni tentativo di rovesciare il nuovo governo, nella crisi presente, mentre il nemico batte quasi alle porte di Parigi, sarebbe una disperata follia....Migliorino con calma e risolutamente tutte le possibilità offerte dalla libertà repubblicana, per lavorare alla loro organizzazione di classe. Ciò darà loro nuove forze erculee, per la rinascita della Francia e per il nostro compito comune, l'emancipazione del lavoro. Dalla loro forza e dalla loro saggezza dipendono le sorti della repubblica".

Alla fine del mese di gennaio 1871 il governo repubblicano firma un armistizio con i tedeschi che assediavano Parigi, alla metà di marzo viene firmata la pace. Il governo prussiano, temendo il precipitare della situazione in senso rivoluzionario , si impegna a liberare nel più breve tempo possibile i prigionieri di guerra francesi per permettere la ricostituzione dell'esercito nazionale. Parallelamente il governo provvisorio si assume l'onere di disarmare gli operai parigini che, organizzati in una Guardia Nazionale, avevano assicurato la difesa della capitale dopo la disfatta di Sedan. Nonostante la messa in guardia di Marx, il proletariato parigino, diretto politicamente da esponenti blanquisti e bakuninisti, insorge contro questo patto scellerato. Il 18 marzo Parigi è nelle mani dei rivoltosi che proclamano la Comune rivoluzionaria. Marx non crede nelle possibilità di una vittoria, tuttavia decide di schierarsi decisamente a fianco dei rivoluzionari parigini, di cui pure non condivide in nulla la linea politica. Se il proletariato tenta "l'assalto al cielo", i rivoluzionari devono mettere da parte ogni differenziazione e schierarsi senza esitazioni al suo fianco. Di più, Marx criticherà duramente l'indecisione dei dirigenti della Comune, che esitano ad allargare la guerra civile all'intero territorio francese, che non colgono l'occasione di marciare su Versailles dando così tempo al governo provvisorio di riorganizzarsi.

Nei due mesi di vita della Comune, Marx instancabilmente inviò centinaia di lettere dovunque avesse relazioni per difendere i comunardi dalle calunnie della borghesia e per sollecitare la solidarietà del movimento operaio e democratico. A maggio l'esercito nazionale, riorganizzato e armato dalla Germania, soffoca nel sangue l'insurrezione. In una settimana di lotta furibonda per le vie di Parigi, ventimila comunardi vengono massacrati sulle barricate , mentre altre decine di migliaia verranno in seguito sommariamente fucilati o condannati ai lavori forzati alla Cayenna. Il 30 maggio 1871 Marx legge al Consiglio Generale il suo indirizzo su "La guerra civile in Francia". La Comune, afferma è stata essenzialmente "un governo della classe operaia, risultato della lotta delle classi produttrici contro le classi possidenti, la forma politica finalmente scoperta con la quale si sarebbe potuto lavorare all'emancipazione economica del lavoro". E conclude con l'orgoglio del vecchio combattente di cento battaglie rivoluzionarie:

"Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno, come l'araldo glorioso di una nuova società. I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia. I suoi sterminatori, la storia li ha già inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti!"


La rottura con Bakunin e lo scioglimento dell'Internazionale

La drammatica fine della Comune aggravò i contrasti all'interno dell'Internazionale fra la direzione marxista e la componente bakuniniana, che tanta responsabilità portava per gli avvenimenti parigini. Michail Bakunin, di nobile famiglia, era nato nel 1814 in Russia. Trasferitosi in Germania, aveva aderito alla sinistra hegeliana berlinese e aveva collaborato con Marx e Ruge agli "Annali franco-tedeschi". Combattente nella rivoluzione tedesca, arrestato e deportato nelle prigioni dello zar., era stato confinato in Siberia da dove era fuggito con una rocambolesca evasione attraverso mezzo mondo. Rientrato in Europa si era buttato a capofitto nell'attività cospirativa e nel 1864 aveva aderito all'Internazionale al cui interno aveva costituito una frazione segreta, la "Fraternità internazionale", di stampo massonico e carbonaro. Uomo della preistoria del movimento operaio, Bakunin si collocava a pieno nella fase cospirativa e carbonara dell'organizzazione operaia. Avversario dell'azione politica e sindacale, Bakunin puntava sull'azione diretta degli strati marginali della società ed in particolare del sottoproletariato urbano e delle masse contadine. Totalmente in contrasto con l'ipotesi strategica marxiana, che tacciava di autoritarismo e di statalismo, Bakunin aveva concentrato l'attività della sua frazione in Italia, in Spagna e nella Svizzera francese, dove esistevano per l'arretratezza stessa del tessuto sociale le condizioni adatte alla sua propaganda.

Nei mesi che seguirono alla disfatta della Comune, Marx ed Engels lavorarono con grande impegno alla riorganizzazione dell'Internazionale. Nella conferenza di Londra del settembre 1871 Marx presentò una risoluzione relativa alla lotta politica nella quale si chiariva come :

"Considerando che la reazione più sfrenata reprime con la violenza il movimento degli operai verso l'emancipazione e cerca di mantenere con la forza brutale la divisione in classi e il conseguente dominio delle classi dominanti; che questa organizzazione del proletariato in un partito politico è necessaria per assicurare il trionfo della rivoluzione sociale e del suo obiettivo ultimo, l'abolizione delle classi; che l'unione delle forze operaie è ottenuta già attraverso la lotta economica e deve comunque essere una leva tra le mani della classe operaia nella lotta contro il potere politico degli sfruttatori; la conferenza ricorda a tutti i membri dell'Internazionale che, nel piano di lotta della classe operaia, il suo movimento economico e la sua attività politica sono indissolubilmente legati".

Nei mesi successivi alla conferenza di Londra le polemiche all'interno dell'Associazione internazionale dei Lavoratori aumentarono di intensità. I seguaci di Bakunin accusarono il Consiglio Generale di autoritarismo e di aver imposto all'Internazionale la risoluzione sull'azione politica di partito. Essi pretesero la convocazione di un nuovo congresso per definire una volta per tutte la questione. La frazione bakuninista accusava la conferenza di Londra di aver adottato delle deliberazioni che "costituiscono un grave attentato agli statuti generali e tendono a fare dell'Internazionale, libera federazione di sezioni autonome, un'organizzazione gerarchica e autoritaria di sezioni disciplinate, poste interamente nelle mani di un Consiglio Generale, il quale a suo piacimento può rifiutarne l'ammissione ovvero sospenderne l'attività".

Il Consiglio Generale rispose con un'altra circolare in cui si denunciava l'attività frazionistica di Bakunin e si convocava il congresso per il mese di settembre all'Aja. Al congresso presero parte 65 delegati, 40 facevano parte della componente marxista, 25 erano invece sulle posizioni di Bakunin. Quanto alle sezioni nazionali, belgi, olandesi, svizzeri e spagnoli erano con la minoranza, tedeschi, danesi, ungheresi, boemi, americani e francesi erano schierati con Marx. Le sedute si svolgevano di sera perché gli operai potessero assistervi, in un clima incandescente. A larga maggioranza passò la tesi marxista sull'azione politica già approvata dal congresso di Londra. Poi il congresso decise di aumentare i poteri del Consiglio Generale che sarebbe stato trasferito a New York. Infine, dopo un infuocato dibattito, venne decisa l'espulsione di Bakunin e Guillaume, essendo stata dimostrata l'azione scissionistica compiuta dalla loro frazione. La decisione di rompere definitivamente con Bakunin fu così giustificata da Marx in una lettera a Bebel:

"Se noi avessimo voluto all'Aja mostrarci concilianti, se noi avessimo tentato di dissimulare la scissione...quale sarebbe stato il risultato? I settari, cioè i bakuninisti, avrebbero potuto per un anno ancora commettere bestialità e infamie ancor peggiori in nome dell'Internazionale".

Marx pensava che occorresse preservare l'Internazionale dalle manovre di Bakunin in attesa di tempi migliori. Egli, animato come al solito da un forte ottimismo della volontà, riteneva prossima l'apertura di una nuova fase rivoluzionaria. In realtà, ancora una volta i tempi si rivelarono più lunghi del previsto e la scelta di New York segnò di fatto la fine dell'esperienza dell'Internazionale. Nel 1876 il Consiglio Generale da New York annunciò lo scioglimento dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori.



Gli ultimi anni di Marx

Dopo il 1873 Marx abbandonò l'attività politica aperta, dedicandosi totalmente alla revisione della seconda edizione del primo libro del Capitale e alle traduzioni francese e russa dell'opera. Stroncato da una vita di stenti, Marx si ammalò tanto gravemente da non poter più lavorare. Il progetto di dare forma definitiva agli altri libri del Capitale restò incompiuto. "Esser incapace di lavorare - scrisse- è la sentenza di morte per ogni uomo che non voglia essere un bruto". Se non poteva più studiare ai ritmi impossibili tenuti fino ad allora, egli non rinunciò alla lettura e alla corrispondenza. Da tutto il mondo esponenti dei giovani partiti socialdemocratici si indirizzavano a lui per avere consigli, indicazioni, proposte. E Marx rispondeva a tutti, così come seguiva le pubblicazioni e i congressi delle organizzazioni operaie, anche le più insignificanti. Anche se la rivoluzione tanto attesa non c'era stata, egli vedeva giorno dopo giorno il proletariato crescere in forze organizzate sulla linea che egli e Friedrich Engels fin dal 1844 avevano tracciato e ostinatamente difeso. E questo valse a rendergli gli ultimi anni meno dolorosi, nonostante la perdita della moglie e della figlia maggiore.

Marx morì il 14 marzo 1883, a sessantacinque anni. Fu Friedrich Engels a dargli a nome del proletariato mondiale l'estremo saluto:

"Il 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra... Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d'Europa e d'America, nonché per la scienza storica... Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana... Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della società borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell'oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti borghesi che i critici socialisti... Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria.. Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario... la lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto... Marx era perciò l'uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi assoluti e repubblicani lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. E' morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale. Il suo nome vivrà nei secoli e così la sua opera!".

IV 1996

mercoledì 15 maggio 2019

Marx e la rivoluzione in Europa (1845-1851)



Marx giocò un ruolo importante negli avvenimenti che nel 1848 sconvolsero l'Europa. Accanto alle correnti patriottiche, giacobine e democratiche, per la prima volta scendeva nelle strade anche il partito degli operai con una sua teoria e un suo programma: il manifesto del partito comunista. (Terza parte della biografia di Marx)

Giorgio Amico

Marx e la rivoluzione in Europa (1845-1851)


Con "L'ideologia tedesca" Marx e Engels avevano dato un fondamento scientifico alla lotta del proletariato. Occorreva ora conquistare a questa concezione strategica la classe operaia europea, a partire dal proletariato tedesco. Il primo compito politico diveniva battere il comunismo primitivo e la sua visione cospirativa dell'organizzazione operaia.

Marx, che pure apprezzava nei comunisti settari la critica intransigente dello stato di cose esistente e la volontà di mutarlo con l'azione diretta, era consapevole della debolezza politica di una visione del comunismo tutta rivolta all'indietro, al ritorno ad una improbabile età dell'oro. Marx guardava avanti: il comunismo non poteva essere il ritorno ad un passato mitico, ma la società dell'avvenire, frutto dell'azione rivoluzionaria di una nuova classe, il proletariato. La prospettiva dell'azione rivoluzionaria ne usciva radicalmente trasformata: occorreva passare da un'azione di proselitismo rivolta a piccole minoranze all'azione aperta e risoluta fra le masse. Occorreva soprattutto elevare il livello della propaganda, legando la teoria all'intervento quotidiano nella concreta realtà operaia. Occorreva, in altri termini, far fare al movimento operaio il salto dalle sette al partito.



Marx e l'Associazione degli operai tedeschi a Londra

Nel corso del viaggio in Inghilterra dell'estate del 1845 Marx e Engels erano entrati in rapporto con esponenti del movimento cartista e con i dirigenti dell'Associazione dei lavoratori tedeschi di Londra. Era questa la forma legale assunta in Inghilterra dalla Lega dei Giusti, un'associazione operaia segreta internazionale nata alla fine degli anni Trenta da una scissione della Lega degli esiliati, una società segreta di stampo carbonaro radicata tra gli emigrati politici tedeschi.

Forte di oltre cinquecento membri, reclutati prevalentemente fra gli emigrati tedeschi, ma con significative presenze di lavoratori olandesi, scandinavi, ungherese, boemi, slavi e russi, la sezione inglese della Lega rappresentava nei fatti l'embrione del partito operaio internazionale a cui Marx e Engels stavano da tempo pensando. Nel 1843 Engels era entrato in stretti rapporti con i capi dell'Associazione: Karl Schapper, il calzolaio Heinrich Bauer e il lavorante orologiaio Heinrich Moll. Due anni più tardi li aveva presentati a Marx che era rimasto molto colpito dal modo di operare della Associazione ed in particolare dall'attenzione attribuita alla formazione teorico-politica dei membri. Ed in effetti, la serietà organizzativa e il rigore politico rappresentavano le principali caratteristiche dell'Associazione, come risulta anche dalla testimonianza che segue, contenuta in una lettera del 1846 di un intellettuale democratico entrato in contatto con i gruppi comunisti londinesi:

"...Verso le otto e mezzo, pieni di impazienza, ci recammo alla sede dell'Associazione. Il pianterreno sembrava un semplice magazzino. Vi si vendeva birra ma non vi notai nessuna sedia destinata ai consumatori. Traversammo questo negozio e, saliti al piano di sopra, giungemmo in una sala con tavole e panche, che poteva accogliere circa duecento persone. Una ventina di uomini erano seduti a piccoli gruppi, mangiavano una cena molto semplice o fumavano la pipa davanti a un bicchiere di birra. Altri ancora erano in piedi e ogni tanto la porta si apriva per lasciar passare nuovi venuti; era chiaro che la riunione sarebbe cominciata più tardi. Gli abiti erano molto corretti, il contegno disinvolto, ma non privo di dignità, tuttavia i volti, per la maggior parte, rivelavano l'operaio. La lingua dominante era il tedesco, ma si parlavano anche il francese e l'inglese.... Vedemmo presto entrare un uomo alto e forte, esuberante di salute. I baffi neri, lo sguardo chiaro e penetrante, l'andatura imponente, dimostrava all'incirca trentasei anni... (che) mi fu presentato come Schapper, democratico che aveva fatto le sue prime prove a Francoforte, e che aveva preso parte in seguito a campagne, o meglio rivoluzioni in Svizzera e in Spagna....

Schapper ci invitò a sedere in sua compagnia all'estremità della sala. Passando mi indicò un manifesto che portava questo titolo: Statuti dell'Associazione per l'istruzione degli operai tedeschi. Secondo questi statuti, ogni uomo che guadagni onestamente il pane e non abbia a rimproverarsi nessuna azione contraria all'onore, può far parte dell'Associazione. In ogni modo, ogni ammissione deve esser proposta da un membro e approvata da un altro.... I membri sono divisi in due categorie: 1) quelli che costituiscono l'Associazione comunista propriamente detta.... 2) i membri liberi, che partecipano unicamente alle sedute istruttive. Soltanto i primi sono ammessi alle assemblee statutarie, eleggono il comitato direttivo e votano l'ammissione dei nuovi membri.... Il principio fondamentale dell'Associazione è che l'uomo può raggiungere la libertà e la coscienza di sé soltanto attraverso la cultura del proprio spirito, di conseguenza tutte le serate sono dedicate all'insegnamento....

Noi ci sedemmo ai posti che ci erano stati assegnati; frattanto la sala si era del tutto riempita. Il presidente.... aprì la seduta.... poi si passò all'attualità politica e il cittadino Schapper fece un rapporto sugli avvenimenti della settimana. Il suo discorso fu eloquente, molto complesso, e pieno di insegnamenti. Si vedeva ch'egli aveva, come l'Associazione, numerose fonti d'informazione. Tra l'altro commentò il contenuto d'una lettera proveniente da Madrid, che faceva un elenco di fatti numerosi e molto dettagliati sulla caduta del dispotismo militare... fatti che nessun giornale aveva riferiti nel loro insieme. Naturalmente, una forte tendenza comunista era sempre palese e il tema del proletariato costituiva il filo rosso che legava il discorso....Dopo la seduta, ebbi una discussione molto seria con Schapper sulla sua ostilità nei riguardi del liberalismo, poi parlai con alcuni membri dell'Associazione, tra i quali un operaio ebanista della Slesia. Visitai la biblioteca e comprai parecchie opere comuniste.... I presenti si separarono con molta cordialità, e il fatto che si davano del tu, che era una delle leggi dell'Associazione, mi parve avere radici nel cuore di tutti i membri".



La rottura con Weitling

Principale punto di riferimento teorico della Lega era stato fino a quel momento Wilhelm Weitling, un sarto, autore di pubblicazioni di largo successo in cui si avanzava una rozza e primitiva idea del comunismo che aveva nel richiamo al Vangelo e alle primitive comunità cristiane il principale motivo ispiratore. Weitling, che si concepiva come un nuovo Messia venuto a liberare l'umanità sofferente, teorizzava la comunanza delle donne e auspicava l'avvio di una spietata lotta di annientamento contro la borghesia condotta dagli strati più disperati del sottoproletariato. Il popolo era già maturo per la nuova società comunista. Occorreva solo l'azione audace di un piccolo gruppo di rivoluzionari pronti a tutto e organizzati segretamente.

Le teorie di Weitling avevano suscitato perplessità nella sezione inglese della Lega dei Giusti. Questa, tramite il lavoro legale di propaganda e di mutuo soccorso svolto dall'Associazione dei lavoratori tedeschi di Londra, aveva, come abbiamo visto, raggiunto ormai dimensioni considerevoli che la collocavano su di un piano totalmente estraneo all'azione cospirativa e settaria. Marx seguì dunque con grande attenzione il dibattito in corso fra Weitling e gli "inglesi" che dimostrava come fosse ormai in atto una divaricazione nel movimento fra il socialismo scientifico e l'utopismo. Occorreva garantire un indirizzo preciso a questo processo, accelerarne l'evoluzione fino alla nascita anche formale del partito comunista. E questo fu il compito che Marx si assunse fin dall'autunno del 1845, proponendo la costituzione di "comitati di corrispondenza" che assicurassero un regolare scambio di informazioni fra le varie realtà del movimento comunista internazionale. Nella primavera del 1846, Marx creò un comitato di corrispondenza a Bruxelles allo scopo di influenzare il dibattito in corso nella lega dei Giusti. In una lettera del 5 maggio di quell'anno si legge:

"Insieme con i due miei amici Friedrich Engels e Philippe Gigot (tutti e due di Bruxelles) ho organizzato con i comunisti tedeschi una corrispondenza regolare che dovrà occuparsi della discussione di questioni scientifiche e della sorveglianza da esercitare sugli scritti popolari e la propaganda socialista, che si può fare in Germania con questo mezzo. Lo scopo principale della nostra corrispondenza sarà pertanto quello di mettere i socialisti tedeschi a contatto con i socialisti francesi e inglesi, di tenere gli stranieri al corrente dei movimenti socialisti che saranno attuati in Germania e d'informare i tedeschi in Germania dei progressi del socialismo in Francia e in Inghilterra. In questo modo le diversità d'opinione potranno rivelarsi; si arriverà a uno scambio d'idee e ad una critica imparziale. Questo è un passo che il movimento sociale avrà fatto nell'espressione letteraria per sbarazzarsi dei limiti della nazionalità. E al momento dell'azione è certamente molto interessante per ognuno conoscere lo stato degli affari all'estero altrettanto bene che i propri".

La corrispondenza con Schapper e gli "inglesi" si avviò in modo regolare e proficuo, altrettanto positive furono le relazioni avviate con la Lega dei Giusti di Parigi ed in particolare con Hermann Ewerbeck. Scarsi restarono invece i rapporti con la Germania, con l'eccezione di alcuni gruppi della Lega operanti a Colonia, a Kiel, in Slesia e nel Wupperthal. Come Marx aveva previsto, decisa fu l'opposizione di Weitling, contrario per principio ad ogni attività che si allontanasse dall'azione diretta e violenta delle masse. Il 30 marzo 1846 si tenne a Bruxelles una riunione per definire una volta per tutte quale tattica seguire. Oltre a Marx e a Weitling, erano presenti Engels, il belga Philippe Gigot, Edgard von Westphalen, cognato di Marx che poco dopo andrà a costruire una collettività comunista in Texas, i comunisti tedeschi Joseph Weidemeyer e Sebastian Seiler e il russo Pavel Annenkov che lascerà una vivace descrizione dell'incontro.

Scrive Annenkov che Weitling parlò per primo, ripetendo "tutti i luoghi comuni della retorica liberale" e che "avrebbe senza dubbio parlato più a lungo se Marx non l'avesse interrotto, la fronte aggrottata per la collera. Nella parte essenziale della sua risposta sarcastica, Marx dichiarò che sollevando il popolo senza fondarne in pari tempo l'attività su basi solide, lo si ingannava. Far nascere speranze fantastiche non portava alla salvezza ma piuttosto alla perdita di quelli che soffrivano; rivolgersi agli operai, e soprattutto agli operai tedeschi, senza avere idee strettamente scientifiche e una dottrina concreta, significava trasformare la propaganda in un gioco privo di senso, peggio, senza scrupoli..". Weitling replicò che con la critica astratta non si sarebbe potuto ottenere nulla di buono e accusò Marx di non essere altro che un intellettuale borghese lontano dalle miserie del mondo. " A queste ultime parole - conclude Annenkov - Marx assolutamente furioso, diede un pugno sulla tavola così forte che il lume ne tremò, e, alzatosi di scatto, gridò: "Fino ad ora l'ignoranza non ha mai servito a nessuno!" Seguendo il suo esempio ci alzammo anche noi. La conferenza era finita, e mentre Marx, eccitato da una collera insolita, andava su e giù per la stanza, io mi accomiatai da lui e dagli altri e ritornai a casa, molto stupito per ciò che avevo visto e udito".

Forte del successo riportato su Weitling, Marx procedette senza esitazioni nella sua lotta di tendenza all'interno del movimento comunista. Nel mese di maggio egli redasse assieme a Engels una circolare contro Hermann Kriege che da New York, dove esisteva una fiorente comunità di operai tedeschi, appoggiava Weitling con il suo settimanale "Volkstribun". In questo documento Marx e Engels sostenevano che il partito non doveva divenire una cricca, che la causa rivoluzionaria era più importante dei singoli individui, qualunque fosse stato il loro contributo passato, e che il partito doveva avere il coraggio di separarsi decisamente da posizioni ormai superate e pericolose come quelle sostenute da Weitling e da Kriege. Una lotta di frazione dura e senza esclusione di colpi, che fece gridare qualcuno al Marx "dittatore", ma che nel giro di due anni permise di conquistare al socialismo scientifico l'avanguardia del proletariato mondiale.



Marx organizzatore comunista a Bruxelles

Marx non si limitò a questa decisa azione di orientamento del movimento comunista. Egli non interruppe i rapporti con le correnti democratiche, considerandole un alleato indispensabile nell'ottica della rivoluzione imminente. Quello che a Marx e Engels soprattutto importava era non annacquare le differenze, non nascondere dietro vuote proclamazioni liberali i veri intenti del partito comunista. I comunisti dovevano cercare alleanze, ma senza rinunciare alla loro identità. La coerenza teorica e programmatica, l'unità organizzativa e politica del partito rappresentavano proprio la condizione indispensabile per potersi muovere sul terreno delle alleanze senza correre il rischio di scadere in una pratica opportunistica o peggio ancora in un tatticismo senza principi. Come si vede niente di sostanzialmente diverso dai compiti che si pongono ai comunisti oggi.

Marx restò, dunque, in stretti rapporti con il movimento cartista in Inghilterra, così come con la corrente socialista riformista francese di Louis Blanc. Quanto alla situazione belga, egli aderì alla "Association Démocratique" di Bruxelles, di cui fu presto eletto vicepresidente. In questa veste egli partecipò nel novembre 1847 ad un grande meeting di associazioni democratiche organizzato a Londra per celebrare l'anniversario della rivoluzione polacca. In quell'occasione Marx sostenne con grande vigore che solo il proletariato poteva liberare la società dall'oppressione e che le lotte di liberazione nazionale non potevano rappresentare una alternativa valida alla rivoluzione proletaria. Come ha scritto Franz Mehring:

"Nella vittoria del proletariato sulla borghesia Marx vedeva il segnale della liberazione per tutte le nazionalità oppresse, e nella vittoria dei proletari inglesi sulla borghesia inglese egli vedeva il colpo decisivo per la vittoria di tutti gli oppressi sui loro oppressori. La Polonia non doveva essere liberata in Polonia, ma in Inghilterra. Se i cartisti battevano i loro nemici interni, avrebbero battuto l'intera società".

Con l'aiuto di altri compagni, fra cui si distinguevano intellettuali come Wilhelm Wolff (a cui dedicherà in seguito il primo libro del Capitale) e alcuni operai comunisti, Marx ed Engels iniziarono un sistematico lavoro di organizzazione fra i proletari di Bruxelles. Ad imitazione dell'Associazione di Londra fu organizzato un "Circolo di studi dei lavoratori tedeschi di Bruxelles" che ne riprendeva anche nei particolari lo statuto e il modello di organizzazione. Il circolo si riuniva regolarmente due volte la settimana. Il mercoledì si tenevano conferenze su argomenti di attualità e sull'economia. Marx curò particolarmente lo svolgimento di queste conferenze, una serie delle quali vennero poi raccolte in volume con il titolo di "Lavoro salariato e capitale". Il circolo ottenne fin da subito largo successo e in pochi mesi oltre un centinaio di operai aderirono all'iniziativa, tanto da suscitare i timori della polizia belga e delle spie prussiane operanti a Bruxelles che denunciavano come agli operai delle fabbriche venisse presentata "la seducente teoria della ripartizione dei beni come fondata su un diritto innato (e s'inculcasse) loro inoltre un odio profondo per gli altri cittadini e per il governo". 


Il Manifesto del partito comunista

Il primo risultato di questa intensa attività di Marx fu il cambiamento radicale della strategia della Lega dei Giusti. Nell'autunno del 1846 gli "inglesi" Schapper e Moll, ormai conquistati al socialismo scientifico, assunsero di fatto il controllo del comitato centrale della lega e fin da subito impressero alla linea politica dell'organizzazione una decisa sterzata nel senso auspicato da Marx di dotare il proletariato di un saldo programma comunista e di una coerente strategia di classe. Nel mese di novembre il comitato direttivo emanò una circolare che convocava il congresso dell'organizzazione per il mese di marzo dell'anno successivo. In vista del congresso fu chiesto a Marx di aderire alla Lega. Joseph Moll si recò a Bruxelles per fare un dettagliato rapporto a Marx sulla situazione interna alla Lega e per concertare con lui la tattica congressuale. Nel mese di febbraio Marx e Engels, che in quel momento si trovava a Parigi, aderirono formalmente all'organizzazione e il Comitato di corrispondenza di Bruxelles divenne una "comunità" della Lega.

Il 1° giugno 1847 si aprì a Londra il congresso. Engels rappresentava la comunità di Parigi, Wolff quella di Bruxelles. Pur non partecipando direttamente ai lavori, Marx ebbe un ruolo determinante. Il congresso decise una radicale riorganizzazione della Lega che assunse il nome di "Lega dei comunisti". Gli statuti furono interamente rinnovati: da organizzazione cospirativa di stampo massonico, la Lega diventava sotto la guida di Marx il primo partito operaio, prototipo di tutti i futuri partiti comunisti. A questo proposito il primo articolo dello statuto diceva:

"Scopo della Lega è il rovesciamento della borghesia, il regno del proletariato, la soppressione dell'antica società borghese fondata sugli antagonismi di classe e l'instaurazione di una nuova società senza classi e senza proprietà privata".

Alla base dell'organizzazione era il principio del centralismo democratico. Il partito univa al massimo rigore teorico, la massima articolazione democratica. Tutte le cariche erano elettive, con mandati revocabili in ogni momento. L'azione in ciascun paese era diretta da un comitato regionale, responsabile a sua volta verso il comitato centrale, rappresentato dal comitato direttivo della città prescelta come sede centrale della Lega. Il congresso decise poi, oltre al progetto di una rivista teorica, la "Kommunistische Zeitschrift" (Rivista comunista) di cui uscirà un solo numero, di abbandonare il vecchio motto, "Tutti gli uomini sono fratelli", per una nuova parola d'ordine, proposta da Engels su richiesta di Marx che da Bruxelles aveva fatto sapere che esisteva una quantità di uomini dei quali non teneva minimamente ad essere fratello. "Proletari di tutto il mondo unitevi" diventò così la nuova bandiera del movimento comunista. Il congresso si concluse con la scelta di Londra come sede del comitato centrale e l'indizione di un nuovo congresso chiamato ad approvare il programma della Lega.

Il secondo congresso della Lega si riunì a Londra nel mese di novembre del 1847. Engels rappresentava ancora la sezione di Parigi, mentre Marx era il delegato di Bruxelles. Egli attraversava in quel momento un periodo difficile: gli erano nati altri due figli, Laura e Edgard, e i magri guadagni del lavoro giornalistico bastavano appena a mantenere stentatamente la famiglia. Ciononostante, l'impressione che destava in chi entrava in contatto con lui era sempre forte e non solo sul piano politico. Ecco come Stephan Born, giovane esponente del proletariato tedesco, ne scrisse nelle sue memorie, quando da anni era ormai diventato uno stimato professore dell'università di Basilea e propugnava un cauto riformismo sociale:

"Lo trovai in un'abitazione modesta, quasi poveramente ammobiliata, in un sobborgo di Bruxelles. Mi ricevette amabilmente e mi fece delle domande sul successo del mio viaggio di propaganda. Sua moglie mi accolse cordialmente e tutti e due mi lodarono per il mio opuscolo contro Heinzen. La moglie, che durante tutta la vita partecipò vivamente a tutto quello che interessava e occupava Marx, doveva interessarsi particolarmente a me che ero considerato come uno dei più ferventi discepoli di suo marito... Marx amava la moglie, ed ella condivideva il suo amore. Ho conosciuto raramente unioni altrettanto felici, in cui la gioia, la sofferenza (che non fu loro risparmiata) e il dolore fossero condivisi con una tale certezza di reciproco possesso. Ed ho raramente incontrato una donna che fosse più armoniosa della signora Marx sia nel fisico sia per le qualità della mente e del cuore, e che, sin da un primo incontro, facesse una così favorevole impressione. Era bionda; i suoi figli, allora ancora piccoli, avevano i capelli e gli occhi neri come il padre".

Il congresso durò dieci giorni, passati fra accanite discussioni. Tutte le bozze di programma sottoposte ai delegati vennero via via bocciate. Alla fine si decise di affidare a Marx e ad Engels la redazione del testo definitivo. A gennaio del 1848 il testo non era ancora pronto e il comitato centrale della Lega indirizzò a Marx una lettera in cui si minacciavano addirittura sanzioni disciplinari se il programma non fosse stato redatto entro i termini fissati:

"Il Comitato centrale con la presente incarica il Comitato regionale di Bruxelles di comunicare al cittadino Marx che se il manifesto del partito comunista, della cui stesura si è assunto l'incarico all'ultimo congresso, non sarà pervenuto a Londra il 1° febbraio dell'anno in corso saranno prese contro di lui misure conseguenti. Nel caso in cui il cittadino Marx non portasse a termine il suo lavoro, il Comitato centrale esigerà la restituzione immediata dei documenti messi a sua disposizione".

Marx rispettò i tempi previsti e il "Manifesto del partito comunista" iniziò così la sua vita gloriosa di vera e propria "Bibbia" di ogni militante comunista. Nonostante portasse la firma di Marx ed Engels, il testo era da ascriversi interamente a Marx, come d'altronde lo stesso Engels sottolineò sempre:

"L'idea fondamentale del Manifesto, cioè che la produzione economica e la struttura sociale fatalmente determinata da quest'ultima costituiscono il fondamento della storia politica ed intellettuale di una data epoca storica; che di conseguenza tutta la storia, dalla disgregazione della comunità rurale primitiva è stata storia della lotta di classe, cioè della lotta tra sfruttati e sfruttatori, tra classi sottomesse e classi dominanti ai vari livelli dell'evoluzione sociale; che questa lotta ha raggiunto ora un grado in cui la classe sfruttata ed oppressa (il proletariato) non può liberarsi dal giogo della classe che la sfrutta e la opprime (la borghesia) senza liberare contemporaneamente e per sempre tutta la società dallo sfruttamento, dall'oppressione e dalla lotta di classe, quest'idea fondamentale, dicevo, appartiene in proprio solo a Marx".



Marx ed Engels nella rivoluzione tedesca

Il 23 febbraio 1848 Parigi insorse. In due giorni di feroci combattimenti di strada la monarchia fu spazzata via e venne proclamata la repubblica. La rivoluzione si estese a macchia d'olio in Europa, travolgendo assetti politici che datavano dal Congresso di Vienna. Svizzera, Italia, Polonia, Ungheria, Austria, Germania furono via via coinvolte nel fuoco rivoluzionario. Ovunque il proletariato partecipava in prima persona alla lotta; sulle barricate di Milano, di Budapest, di Parigi erano soprattutto gli operai a combattere e morire. Ovunque sventolava la rossa bandiera dei comunisti. Il fantasma che agitava l'Europa, per citare le folgoranti parole con cui Marx aveva aperto il Manifesto, agiva ormai allo scoperto.

Anche in Belgio, dove una grave recessione economica faceva sentire i suoi effetti, la situazione si fece presto esplosiva. Le autorità intervennero con grande decisione: Marx e la moglie vennero espulsi dal paese. Negli stessi giorni il comitato centrale di Londra aveva trasmesso i suoi poteri a Marx, a cui venne affidato il mandato di costituire un nuovo comitato centrale a Parigi nel cuore stesso della rivoluzione. Il 4 marzo, Marx giunse a Parigi dove fu accolto da un messaggio di saluto del governo provvisorio: "La tirannia vi ha bandito, la libera Francia apre le sue porte a voi e a tutti quelli che lottano per la santa causa della fraternità dei popoli".

In Francia la situazione era confusa e già si notava una progressiva divaricazione fra governo provvisorio e movimento operaio, nonostante questo fosse stata la forza decisiva al momento dell'insurrezione. I blanquisti, usciti allo scoperto, riprendevano le parole d'ordine giacobine e sostenevano l'idea della guerra rivoluzionaria contro i monarchi d'Europa. Posizione largamente condivisa negli ambienti dell'emigrazione tedesca. Marx era fermamente contrario a ogni forma di romanticismo rivoluzionario. Assolutamente convinto del fatto che presto le contraddizioni presenti nel campo repubblicano avrebbero portato allo scontro aperto tra borghesia e proletariato e che l'esito di tale lotta avrebbe determinato la sorte della rivoluzione in Europa, egli sosteneva con ferrea determinazione la necessità che la classe operaia mantenesse la propria autonomia e si preparasse all'insurrezione. Era la teoria della "rivoluzione in permanenza": la borghesia si dimostrava storicamente incapace di portare avanti con coerenza la battaglia rivoluzionaria anche sullo stesso terreno della democrazia, la direzione del movimento passava al proletariato che si dimostrava nei fatti l'unica classe realmente rivoluzionaria. Iniziato sul terreno della democrazia, il moto rivoluzionario era destinato inevitabilmente a trasformarsi in rivoluzione sociale.

Pur scontando qualche defezione, Marx riuscì a mantenere la Lega sostanzialmente compatta su queste posizioni di classe. Il nuovo comitato centrale, composto da Engels, Schapper ,Moll, Bauer, Wolff e Wellan, elesse Marx come segretario e gli confermò i pieni poteri. Alla fine di marzo anche la Germania fu travolta dal moto rivoluzionario. Marx lanciò allora la parola d'ordine del ritorno in Germania per costituire ovunque sezioni della Lega ed egli stesso si stabilì a Colonia, la principale città industriale tedesca. Qui poté rendersi conto della profonda differenza esistente tra la situazione francese e quella tedesca. Se a Parigi grazie alla presenza di un proletariato organizzato e combattivo la rivoluzione proletaria era all'ordine del giorno, in Germania la situazione non andava oltre la fase democratico-borghese. Il proletariato tedesco mancava di organizzazione e soprattutto doveva ancora essere conquistato alle idee socialiste. Il ritardo era enorme. In un tale contesto la Lega poteva limitarsi ad un lavoro di mera propaganda, isolandosi nei fatti dal movimento rivoluzionario, o gettarsi a capofitto nella lotta politica sul terreno della democrazia per conquistare l'egemonia e spingere in avanti il movimento.

Di fronte a un tale dilemma, Marx non ebbe esitazioni. La Lega andava sciolta formalmente per permettere ai comunisti di giocare il massimo ruolo di direzione all'interno del movimento. Tutti gli sforzi andavano indirizzati verso la creazione di un giornale nazionale che fosse la voce del "grande partito d'azione" risultante dell'alleanza fra proletariato e democrazia rivoluzionaria. Marx non si faceva illusioni sui limiti del movimento democratico, ma riteneva che questo fosse il prezzo da pagare se si voleva giocare un ruolo attivo nella situazione tedesca, nell'attesa che il proletariato francese riaprisse la partita. Nel 1884, ricostruendo il ruolo dei comunisti nella rivoluzione del 1848, Friedrich Engels spiegherà i motivi di una svolta tanto clamorosa:

"Quando riuscimmo a fondare un grande giornale in Germania, non potevamo dargli che una bandiera, quella della democrazia, ma di una democrazia che ad ogni occasione mettesse in evidenza il carattere specificatamente proletario che essa non poteva ancora dichiarare una volta per sempre; e se non avessimo accettato questo compromesso... non ci restava che da professare il comunismo in una qualunque foglia di cavolo e fondare una setta in luogo di un grande partito d'azione. Ma non c'era alcun gusto a predicare nel deserto: avevamo studiato troppo bene gli utopisti da questo punto di vista. Non è per questo che avevamo fissato il nostro programma".

Con grandi sacrifici fu raccolto il denaro necessario all'impresa e il 1° giugno 1848 vide la luce la "Nuova Gazzetta Renana" con Marx come direttore e una redazione composta quasi esclusivamente da membri della Lega. Marx si mise all'opera con la consueta decisione e, come osservò Engels, "per la chiarezza delle concezioni e la fermezza dei principi seppe fare di questo quotidiano il giornale tedesco più celebre del periodo rivoluzionario".

Le speranze di Marx nel rilancio della rivoluzione in Francia furono di breve durata. In quello stesso mese di giugno la borghesia francese decise di farla finita con il proletariato e in nome della repubblica democratica represse con la violenza le aspirazioni della classe operaia a una vera democrazia sociale. Le truppe del generale Cavaignac massacrarono alcune migliaia di operai parigini insorti. Marx denunciò il massacro sulla Nuova Gazzetta Renana:

"Gli operai parigini sono stati schiacciati da un nemico superiore, ma non sono annientati. Essi sono battuti, ma i loro nemici sono vinti. L'effimero trionfo della forza bruta ha dissipato tutte le illusioni della rivoluzione di febbraio, ha dimostrato la disgregazione di tutto il vecchio partito repubblicano e la divisione della nazione francese in due parti: quella dei proprietari e quella degli operai".

La sconfitta degli operai parigini rappresentò il primo colpo inferto alla rivoluzione in Europa. Forti di quanto accaduto in Francia le forze reazionarie additarono alla borghesia il proletariato come vero nemico da combattere. La rivoluzione democratica, se portata all'estremo, avrebbe minato i pilastri dell'ordine sociale e messo in serio pericolo i ceti possidenti. In tutta Europa i liberali abbassarono il tono delle loro rivendicazioni e iniziarono a cercare un più prudente modus vivendi con l'oligarchia. Nel caso della Germania questo cedimento fu totale, coinvolgendo anche la parte più radicale della borghesia. Marx dovette riconoscere che l'ipotesi formulata nel "Manifesto" sul ruolo progressista della borghesia non si era concretizzata. Marx aveva sperato in tempi lunghi della fase democratico-borghese in modo da poter attrezzare il proletariato a reggere allo scontro decisivo con la borghesia. Per questo si era risolutamente opposto ad ogni accelerazione volontaristica dei tempi.

Di fronte alla brusca accelerazione della lotta di classe e al precipitare della situazione, in pieno accordo con Engels decise una radicale modifica della tattica. A partire dall'autunno la Nuova Gazzetta Renana diventò apertamente il giornale della classe operaia. Questa svolta determinò la perdita di ogni appoggio da parte della borghesia radicale e la rottura con le organizzazioni democratiche. All'inizio del 1849 Marx e Schapper pubblicarono un appello per la organizzazione di un congresso operaio pantedesco da tenersi a Lipsia. Ma era troppo tardi. La reazione stava trionfando ovunque e nel mese di maggio le truppe prussiane ripresero ovunque il controllo della situazione. La Nuova Gazzetta Renana venne soppressa, i comunisti rientrarono nell'illegalità. Marx lasciò definitivamente la Germania per l'esilio, mentre Engels raggiunse i gruppi armati che ancora per alcuni mesi tentarono una disperata resistenza nella parte meridionale del paese.


La questione dei tempi della rivoluzione

All'inizio del 1850 l'intero gruppo dirigente della Lega si ritrova a Londra: Marx ed Engels non sono ancora convinti che la partita sia persa: essi sperano ancora in una sollevazione del proletariato francese. La Lega viene riorganizzata e si riallacciano i rapporti con la Germania. In due circolari Marx ed Engels stabiliscono i nuovi compiti del partito comunista: critica radicale del liberalismo borghese e della democrazia, costruzione dell'organizzazione autonoma operaia e suo radicamento fra i lavoratori su scala internazionale, rivoluzione in permanenza. La realtà tuttavia si muove in un'altra direzione. In Francia il suffragio universale viene abolito senza che la classe operaia si rivolti; in Germania la borghesia scende a patti con la reazione. Marx è costretto ad abbandonare ogni ottimismo per una più attenta considerazione della fase e dei tempi. Analizzando la situazione dell'economia capitalistica su scala mondiale, egli giunge alla conclusione che la situazione non è più favorevole ad una nuova esplosione rivoluzionaria generalizzata. Il capitalismo ha saputo superare la sua prima grande crisi e ha ripreso con slancio il suo processo di accumulazione anche grazie a fattori nuovi quali la scoperta dell'oro in California. A questo proposito Marx dimostra una straordinaria capacità di analisi, individuando con assoluta precisione tendenze destinate a giungere a piena maturazione solo ai nostri giorni:

"L'oro californiano si riversa a torrenti sull'America e sulla costa asiatica dell'Oceano Pacifico e trascina i riluttanti barbari nel traffico mondiale, nella civiltà. Per la seconda volta il traffico mondiale prende una nuova direzione.... Grazie all'oro californiano e all'instancabile energia degli yankees, tutte e due le coste dell'Oceano Pacifico saranno presto altrettanto popolate, altrettanto aperte al commercio, altrettanto industrializzate come lo è ora la costa da Boston a New Orleans. Allora l'Oceano Pacifico avrà la stessa funzione che ha ora l'Atlantico e che il Mediterraneo ha avuto nell'antichità, quella della grande via marittima del commercio mondiale, e l'Oceano Atlantico decadrà alla funzione di un mare interno, quale è oggi il Mediterraneo...".

I tempi della rivoluzione si allontanano, il volontarismo non può supplire alla mancanza delle condizioni oggettive. La sconfitta del movimento rivoluzionario non può essere spiegata solo con gli errori dei rivoluzionari. Occorre aggiornare l'analisi e la strategia. Marx rompe decisamente con chi nella Lega sogna ancora la ripresa a breve termine del movimento rivoluzionario e in particolare con Schapper e Willich che si erano gettati a capofitto nell'attività cospirativa. La Lega si spacca, sei membri del comitato centrale sono schierati con Marx, quattro con Schapper. Nella seduta decisiva Marx con la consueta chiarezza definì i termini del contrasto:

"Al posto della considerazione critica, la minoranza ne mette una dogmatica, al posto di una materialistica, ne mette una idealistica. Per essa invece delle condizioni effettive diventa ruota motrice della rivoluzione la nuda volontà. Mentre noi diciamo agli operai: Voi dovete attraversare 15, 20, 50 anni di guerre civili e di lotte popolari non soltanto per cambiare la situazione ma anche per cambiare voi stessi e per rendervi capaci del dominio politico, voi dite invece: Noi dobbiamo giungere subito al potere, oppure possiamo andare a dormire! Mentre noi richiamiamo in particolare gli operai tedeschi sul fatto che il proletariato tedesco non è ancora sviluppato, voi adulate nel modo più goffo il sentimento nazionale e i pregiudizi di casta dell'artigiano tedesco, cosa che comunque dà più popolarità. Come i democratici hanno fatto della parola popolo un qualcosa di sacro, così voi avete fatto della parola proletariato".

In un articolo apparso sul numero di settembre della "Nuova Rivista Renana", il nuovo organo della Lega, Marx ed Engels chiarivano con grande precisione la questione delle condizioni e dei tempi di una nuova ripresa rivoluzionaria:

"Data questa prosperità universale, in cui le forze produttive della società borghese si sviluppano con quella sovrabbondanza che è, in generale, possibile nelle condizioni borghesi, non si può parlare di una vera rivoluzione. Una rivoluzione siffatta è possibile solamente in periodi in cui entrambi questi fattori, le forze moderne di produzione e le forme borghesi di produzione entrano in conflitto tra di loro. Le diverse beghe, a cui attualmente si abbandonano i rappresentanti delle diverse frazioni del partito continentale dell'ordine, e in cui si compromettono a vicenda, ben lungi dal fornire l'occasione di nuove rivoluzioni, sono al contrario possibili soltanto perché la base dei rapporti è momentaneamente così sicura e, ciò che la reazione ignora, così borghese. Contro di essa si spezzeranno tutti i tentativi reazionari di arrestare l'evoluzione borghese, come tutta l'indignazione morale e tutti i proclami ispirati dai democratici. Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L'una però è altrettanto sicura quanto l'altra".

III. 1996