TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 19 dicembre 2014

Viva la vida. Frida Kahlo: il coraggio di vivere


Podemos e Syriza: è l'ora della gente. E in italia?



Syriza in Grecia e Podemos in Spagna dimostrano come sia possibile dare voce di sinistra, riformatrice e solidale, al dissenso popolare contro la crisi e le politiche neoliberiste che stanno distruggendo l'Europa. E' in Italia? Certo, dovrebbero tirarsi da parte i Vendola e i Ferrero e tutto il notabilato di una sinistra litigiosa, incapace e inconcludente.

Luciano Gallino

Uno Tsipras per l’Italia


TRA coloro che hanno partecipato alle dimostrazioni per lo sciopero di venerdì 12 dicembre si contano forse numerosi elettori potenziali per lo sviluppo di una nuova ampia formazione politica, in grado di opporsi alle catastrofiche politiche di austerità imposte da Bruxelles e supinamente applicate dal nostro governo. Non si tratta di fare un esercizio astratto sul futuro del nostro sistema politico. Se una simile forza di opposizione non si sviluppa, quello che ci attende è un ulteriore degrado dell’economia e del tessuto sociale, seguito da rivolte popolari dagli esiti imprevedibili. Il governo è seduto su un vulcano, e intanto gioca a far “riforme” che peggiorano la situazione.

Chi volesse porre mano alla costruzione della nuova formazione politica potrebbe trarre indicazioni utili da quanto accade in Grecia e in Spagna. Sono due casi diversi. Nel primo siamo dinanzi a una “Coalizione della Sinistra Radicale” (acronimo Syriza) nata dieci anni fa e guidata dal 2007 da Alexis Tsipras dopo il primo grande successo elettorale. Nel 2012 è diventata il secondo partito greco. Al presente i sondaggi lo danno come il probabile vincitore delle prossime elezioni, nel caso che il governo Samaras non riesca a eleggere il presidente della Repubblica.



Syriza non vuole affatto distruggere la Ue. Vuole cambiarla. Il suo successo è dipeso da una radicale opposizione ai provvedimenti imposti dalla troika con il Memorandum d’Intesa del 2011, che ha obbligato la Grecia a tagliare pesantemente salari, stipendi e pensioni; a distruggere la sanità pubblica; a vendere ai privati beni pubblici essenziali, facendo piombare l’intero Paese nella miseria e nella disperazione. Tra i punti principali del programma di Syriza, oltre ad annullare i provvedimenti che s’è detto, v’è la proposta di una conferenza internazionale sul debito pubblico, allo scopo di ottenere che gli interessi dei cittadini non siano perennemente subordinati, come avviene ora, agli interessi delle grandi banche. Si vuole altresì richiedere alla Ue di cambiare il ruolo della Bce in modo che finanzi direttamente investimenti pubblici, e di indire una serie di referendum su vari punti dei trattati dell’Unione e altri accordi con le istituzioni europee.

Diversamente da Syriza, in Spagna “Podemos” sembra per così dire nato dal nulla. Fondato nel gennaio 2014 da una trentina di persone provenienti da diversi partiti, intellettuali, esponenti di movimenti, coordinate dal trentenne Pablo Iglesias Turrión, appena quattro mesi dopo raccoglie abbastanza voti da mandare a Strasburgo cinque eurodeputati. Al presente viene accreditato di oltre il 27 per cento dei voti, quasi due punti in più dei socialisti e ben 7 in più rispetto ai popolari. Ancor più di Syriza, il programma di Podemos è fortemente caratterizzato da proposte volte a modificare gli aspetti più deleteri del Trattato Ue. Tra i punti salienti del suo programma troviamo: la conversione della Bce in una istituzione democratica che abbia per scopo principale lo sviluppo economico degli stati membri (punto 1.3); la creazione di una agenzia pubblica europea di valutazione (1.4); una deroga dal Trattato di Lisbona.



Nell’insieme, i due programmi di Syriza e di Podemos appaiono essere più solidamente social-democratici, concreti e adeguati alla situazione attuale della Ue e alle sue cause di quanto qualsiasi altro partito europeo abbia finora saputo esprimere. Non per nulla i due partiti sono già oggetto di un furibondo bombardamento denigratorio da parte dei media, della troika, dei think tanks sovvenzionati dal mondo finanziario, e dei politici incapaci di pensare che al di là dell’Europa della finanza si potrebbe costruire un’Europa dei cittadini.

Va ricordato al riguardo che il Trattato Ue non è affatto immodificabile, come a volte si legge. L’art. 48, comma 1, prevede esplicitamente che «I trattati possono essere modificati conformemente a una procedura di revisione ordinaria». Il comma 2 precisa: «Il governo di qualsiasi Stato membro, il Parlamento europeo o la Commissione possono sottoporre al Consiglio progetti intesi a modificare i trattati ». Pertanto la questione, come si diceva una vita fa, è soprattutto politica. Ma nessuno ha mai sentito un solo politico che mostri di avere una conoscenza minimale dei trattati Ue, e ammetta che non sono scolpiti nel granito. In realtà si possono cambiare, ed è indispensabile farlo, a condizione di costruire una forza politica all’altezza del compito.



Al lume delle esperienze di Syriza e Podemos, come si presenta la situazione italiana? Sulle prime si potrebbe pensare che quanto rimane di Sel, di Rifondazione, dei Comunisti Italiani, insieme con qualche transfuga del Pd, potrebbe dar origine a una coalizione simile a quella di Syriza. Purtroppo la storia della nostra sinistra è costellata da una tal dose di litigiosità, e da un inesausto desiderio di procedere comunque a una scissione anche quando si è rimasti in quattro, da non fare bene sperare sul vigore e la durata della nuova formazione.

Si può solo sperare che la drammaticità della situazione spinga in futuro a comportamenti meno miopi, ma per farlo bisogna davvero credere nell’impossibile. In ogni caso non si vede, al momento, da dove potrebbe arrivare la figura di un leader simile a Tsipras o a Turrión, colto, agguerrito sui temi europei, capace di farsi capire e convincere, esponendo al pubblico in modo accessibile dei temi complessi.



Qualcosa di analogo vale naturalmente per chi, scettico sulla possibilità di recuperare i frammenti delle vecchie sinistre, pensasse di costituire una formazione interamente nuova, come han fatto quelli di Podemos in Spagna. Che si sono dimostrati pure efficaci organizzatori, costituendo in pochi mesi centinaia di circoli di discussione in tutto il Paese. Un contributo potrebbe forse venire dalle esperienze di “Cambiare si può” o della stessa Lista Tsipras; non certo finite bene, ma che sono stati episodi di auto-organizzazione di una certa ampiezza.

A fronte di un programma realistico, affine a quelli di Podemos e Syriza (con tutte le variazioni del caso), tali esperienze potrebbero trovare un baricentro che ai loro tempi non avevano. Il fatto è che il tempo urge, prima che il Paese caschi a pezzi. Una simile urgenza, che il popolo dello sciopero di venerdì scorso sentiva benissimo, insieme con l’attrattiva di un impegno realistico per ridare peso nella Ue a ideali come eguaglianza, solidarietà, partecipazione democratica, al posto della lugubre e distruttiva Ue della finanza, potrebbero contribuire a raccogliere molti più consensi di quanto oggi non si possa sperare.

La Repubblica – 16 dicembre 2014



Jimmy's Hall. Per Ken Loach la rivoluzione è un passo di danza



L'ultimo film di Ken Loach. Una ballata malinconica su una Irlanda poverissima e ingiusta dove la rivoluzione nazionale ha vinto, ma quella sociale è ancora di là da venire. Un film da vedere.

Cristina Piccino

Per Ken Loach la rivoluzione è un passo di danza


Ken Loach, prima di pre­sen­tarlo allo scorso Festi­val di Can­nes, dove era in con­corso, aveva annun­ciato che sarebbe stato il suo ultimo film, inten­zione che il regi­sta inglese ha poi accan­to­nato, almeno per ora. Non sarà dun­que il titolo finale della sua fil­mo­gra­fia que­sto Jimmy’s Hall, scritto come sem­pre da Paul Laverty (insieme a Donal O’Kelly), e ispi­rato alla figura sto­rica poco cono­sciuta di James Gral­ton (sullo schermo Barry Ward). Irlan­dese, mili­tante repub­bli­cano, in prima linea nella guerra di indi­pen­denza con­tro gli inglesi, e poi nella guerra civile, Gral­ton era stato costretto a lasciare il Paese quando l’Ira nazio­na­li­sta aveva accet­tato la divi­sione dell’isola rinun­ciando alla repub­blica. Lo man­de­ranno a New York, dove tor­nerà ancora una volta, e di nuovo esi­liato senza pro­cesso né colpe, negli anni della Grande Depres­sione, diven­tando un lea­der sin­da­cale tra i com­bat­tivi wobblies.



Il film ini­zia col ritorno di Gral­ton in Irlanda nel 1932. La madre è ormai anziana, ed è rima­sta sola a badare alla fat­to­ria, lui vuole pren­der­sene cura e dal resto, cioè dalla lotta poli­tica, ha pro­messo a sé stesso di tenersi lon­tano. Non ci cre­dono però i poli­tici della con­tea, e tan­to­meno il prete, molto allar­mati da que­sto ritorno, e nel pro­fondo non ci crede nep­pure lui. Che infatti nono­stante gli sforzi rico­min­cerà a essere un rife­ri­mento per chi vuole che qual­cosa cambi, a comin­ciare dalle gio­vani gene­ra­zioni sof­fo­cate da bigot­ti­smo, oppres­sione sociale della chiesa cat­to­lica, pri­vi­legi feu­dali dei pro­prie­tari ter­rieri. E cosa di più potente, e desta­bi­liz­zante di un music hall dove inse­gnare Marx, la lotta di classe, il dise­gno, a ritmo di ballo — e sono quelle anche le scene madri del film.

La sto­ria è bel­lis­sima, e la figura di Gral­ton appare per­fet­ta­mente sin­to­niz­zata con l’universo del regi­sta di Terra e libertà: comu­ni­sta, dalla parte dei deboli, lucido nelle sue scelte e con la bel­lezza dell’utopia nel cuore. Eppure anche se si parla di libertà e di ribel­lione il film appare invece piut­to­sto con­ven­zio­nale, privo della sgan­ghe­ra­tezza di una pro­le­ta­ria di verità. Tutto pro­cede come la scrit­tura — pre­vede: scon­tri, entu­sia­smi, tra­di­menti, «cita­zioni» for­diane e un eccesso di sen­ti­men­ta­li­smo tra vite man­cate come gli amori, e occa­sioni per­dute si intrec­ciano senza nes­suno spa­zio vuoto, nes­sun mar­gine pos­si­bile di ruvida conflittualità.



Loach ha già rac­con­tato la sto­ria poli­tica dell’Irlanda e la sua guerra con­tro l’Impero bri­tan­nico in Il vento che acca­rezza l’erba (con cui ha vinto la Palma d’oro), dove però la dis­sa­cra­zione dell’inglese, lui stesso, tirava fuori la rab­bia e l’ambiguità della Sto­ria. Jimmy’s Hall si svolge invece in una sorta di «schema» del film impe­gnato in cui tutti i per­so­naggi — e gli attori sono molto bravi, pec­cato che il pub­blico ita­liano li vedrà per lo più dop­piati per­dendo così, come sem­pre nel nostro mer­cato, una buona metà del film — sono rigi­da­mente inqua­drati nel loro ruolo, e per­sino lui, il rivo­lu­zio­na­rio Gral­ton, bello e irruento, non sem­bra avere dalla regia le armi per sfug­gire, almeno un poco, a sé stesso.

Il film,applauditissimo sulla Croi­sette, si fa tra­sci­nare dalla musica gae­lica, si immerge nei pae­saggi verde sme­raldo, ina­nella lane grosse e caschetti anni Trenta, ammicca alla nar­ra­zione emo­tiva e però non sem­bra tro­vare un con­trap­punto, un con­ro­campo, qual­cosa in cui lo spet­ta­tore non venga sem­pre asse­con­dato e sod­di­sfatto nella sua indi­gna­zione (anche se per­sino la chiesa farà un po’ ammenda del suo ope­rato). Non restano dubbi, si sa subito da che parte stare e sarebbe impos­si­bile il con­tra­rio. Detto que­sto la figura di Gral­ton meri­tava comun­que di essere rac­con­tata, Loach ne fa l’eroe di una bal­lata malin­co­nica, un po’ amara ma con tenerezza.


Il Manifesto – 17 dicembre 2014


giovedì 18 dicembre 2014

Alice, centocinquanta anni dopo



Che rapporto avesse Lewis Carroll con Alice Liddell resterà per sempre un mistero. Resta il fatto che il reverendo Carroll il 24 dicembre 1864 regala alla sua musa bambina il più straordinario libro di avventure che sia mai stato scritto. E questo ci basta.

Enrico Remmert

Alice, il Natale delle meraviglie


È il pomeriggio del 4 luglio 1862 e siamo a Folly Bridge, nei pressi di Oxford, in quel tratto del Tamigi che prende il nome di Isis. Sulle acque del fiume, proprio dove pochi mesi prima l’equipaggio dell’università locale ha vinto la tradizionale regata contro i rivali di Cambridge, si muove una piccola barca a remi.

A bordo c’è un equipaggio stranamente assortito ma assai rodato, composto da due uomini e tre bambine: le sorelle Lorina, Edith e Alice Liddell, figlie del decano del Christ Church College, sono infatti in gita insieme a due insegnanti della scuola nonché amici di famiglia, il reverendo Robin Duckworth e il reverendo Charles Lutwidge Dodgson (ovvero Lewis Carroll). Alice, che ha dieci anni, siede al timone mentre le due sorelle di tredici e otto sono a prua.

Ai remi c’è Duckworth e dietro di lui Carroll che, cappello di paglia in testa e immancabili guanti, intrattiene tutti con le sue specialità: giochi di parole, nonsense e indovinelli. Ma nel corso del pomeriggio Carroll, incalzato dalle tre sorelline, comincia a inventare una vera e propria storia con protagonista la sua preferita, Alice, che inseguendo un coniglio nella sua tana si trova scaraventata in un mondo fantastico, popolato da bizzarri personaggi e sorprese di ogni tipo.

Alice Liddell ritratta da Carroll come una piccola mendicante




















La piccola musa

E fu proprio Alice che - secondo quanto raccontò Duckworth a Collingwood, primo biografo di Carroll - al ritorno dalla gita pregò: «Oh, Mr. Dodgson, vorrei tanto che trascriveste le avventure di Alice per me». Così quest’uomo timido e tormentato dalla balbuzie, che sembrava magicamente sparire solo quando parlava alle bambine, si buttò a capofitto nel libro, forte della sua grande padronanza della scrittura, già consolidata dalla pubblicazione di poesie e racconti ed esercitata compulsivamente in un epistolario che alla sua morte avrebbe contato la bellezza di 98.721 lettere.

I mesi passarono finché, poco prima del Natale 1864, Alice ricevette in dono Alice’s Adventures Underground (Le avventure di Alice sottoterra), volume interamente manoscritto, illustrato e rilegato dallo stesso Carroll. La dedica sul frontespizio recitava: «Un regalo di Natale a una cara bambina in memoria di un giorno d’estate».

Alice ovviamente adorò il manoscritto, e lo stesso successe per le due sorelle e per i figli del migliore amico di Carroll, George MacDonald, che erano probabilmente stati i primi a leggerlo. Tutto quell’entusiasmo aveva spinto Carroll a sviluppare i quattro capitoli originali, aggiungendo nuovi personaggi ed episodi (ad esempio lo Stregatto e il Tè dei Matti) per poi portare la nuova versione all’editore Macmillan, che aveva già visionato quella precedente e ne era rimasto folgorato.



Le illustrazioni

Le illustrazioni vennero commissionate a John Tenniel, uno dei più noti talenti dell’epoca, e nel 1865 uscì la prima edizione del libro, che in copertina recava un nuovo titolo, Alice’s Adventures in Wonderland, e la firma Lewis Carroll (lo pseudonimo che Dodgson usava fin dal 1856). Il resto è storia. Alice fu un classico da subito, tanto che ebbe tra i suoi lettori più entusiasti il giovane Oscar Wilde e la regina Vittoria (chissà come si divertì a leggere che il re e la regina «non sono che carte»).

In Italia il libro apparve nel 1872, una delle prime traduzioni, a cui seguirono negli anni quasi altre cento lingue. Ma Alice è un successo assoluto e senza tempo: è stato illustrato dai più grandi (da Arthur Rackham a Salvador Dalí, fino alla più talentuosa illustratrice contemporanea, Rebecca Dautremer), ha ispirato fumetti, canzoni, videogiochi e quasi una trentina di film (senza contare la serie televisiva Once upon a time in Wonderland, trasmessa lo scorso anno dalla rete televisiva americana Abc).



Il manoscritto ha una storia più triste: come è noto Alice Liddell e Carroll ruppero bruscamente i loro rapporti pochi mesi dopo quello straordinario regalo, lei bruciò tutte le sue lettere e lui fece sparire le «brutte copie». Sui motivi della rottura esiste ogni illazione possibile, nessuna verificabile.

Non sappiamo neppure quali fossero i sentimenti di Alice quando nella primavera del 1928, gravata dagli anni e dalle difficoltà economiche, fu costretta a vendere il manoscritto. Sappiamo però che fu battuto all’asta da Sotheby’s e aggiudicato per 15.400 sterline, ai tempi il prezzo più alto mai pagato per un manoscritto. Comunque sia, se il 2015 sarà l’anno ufficiale di Alice, in realtà è in questo Natale che il libro compie 150 anni. Perciò buon compleanno, Alice. (Anzi: buon noncompleanno).


La Stampa – 18 dicembre 2014



mercoledì 17 dicembre 2014

Renzi, papa Francesco e l'8 per mille



Siamo sotto Natale. Tempo di presepi: ma la capanna, il bue e l'asinello sono ricordi del passato. Immagini vintage, come si dice adesso. Nel 2014 lo Stato italiano (nonostante la crisi) ha versato alla Chiesa oltre un miliardo di euro. Per fortuna che ora c'è un papa francescano. Pensate se ce ne fosse stato uno attratto dalle ricchezze mondane......


Marco Politi

Visite di Stato: Renzi dal papa
Alcol e omissioni (sull’8 per mille)


Negli annali vaticani, la visita del premier al pontefice rimarrà più per la burinata dei fiaschi portati in dono che per la profondità del messaggio. Presentare al Papa, peraltro astemio, una cassetta di vini è come portare un nocino alla regina Elisabetta o grappa al re dell’Arabia saudita. Puro folclore.

Folcloristico invece non è il silenzio di Matteo Renzi nel palazzo apostolico sull’unico tema che tocca da vicino il bilancio nazionale e che per una volta non avrebbe scaricato le esigenze di risparmio sulle spalle dei più deboli (lavoratori dipendenti, casalinghe e pensionati) e dei servizi essenziale della sanità e dell’istruzione. Il giovane premier, così intento a progettare grandi riforme, aveva ricevuto dalla Corte dei Conti il cortese invito a ragionare sull’abnorme distorsione dell’attribuzione dell’8 per mille alla Chiesa cattolica e di conseguenza a decidere di attivare la commissione bilaterale governo-Cei per rivedere il meccanismo di assegnazione dei fondi, che porta alla Chiesa oltre un miliardo di euro.

DI QUESTO avrebbe dovuto parlare Renzi con il segretario di Stato cardinale Parolin, preannunciandogli – alla luce del nuovo concordato firmato con la Santa Sede nel 1984
– l’apertura di trattative immediate con la conferenza episcopale italiana.

L’analisi della Corte dei Conti, resa pubblica a novembre, era stata infatti estremamente chiara. Per l’anno 2014 la Chiesa cattolica ha ricevuto un miliardo e 54 milioni di euro. Una cifra da capogiro, specialmente se paragonata alla constatazione che nel 1990 ne prendeva circa 200 milioni (l’equivalente, grosso modo, della cifra in lire stanziata per la congrua ai parroci). Agganciato all’Irpef, l’8 per mille porta nelle casse della Chiesa una somma cinque volte maggiore di quando fu firmato il concordato di Craxi senza che nel frattempo siano quintuplicati i sacerdoti. Anzi, se ne devono importare dall’estero.

Tutte cose che già si sapevano, ma che hanno acquisito nuova autorevolezza per il fatto che è la Corte dei conti a pungolare il governo a intervenire. Sia per la somma dei contributi “tali da non avere riscontro in altre realtà europee”. Sia per la necessità di una generale revisione della spesa. Sia per il meccanismo irrazionale per cui la Chiesa cattolica, ricevendo dai cittadini soltanto il 37,9 per cento delle opzioni, incassa l’82 per cento dei fondi grazie alla ripartizione delle opzioni non espressi (cioè di chi si astiene dal dichiarare una scelta). Meccanismo abnorme inesistente in qualsiasi nazione europea.

C’è da aggiungere che il sistema – ideato a suo tempo da Tremonti – colpisce ulteriormente le altre confessioni, che totalizzano pochi “voti”, mentre la lentezza o la cattiva volontà dei governi nel riconoscere l’8 per mille a ulteriori confessioni fa sì che, per esempio, un milione di fedeli musulmani siano privati degli stessi diritti che spettano a cattolici, valdesi o buddhisti. Si sa che Renzi non ama i cosiddetti organi tecnici, perché sono indipendenti e non possono essere comandati. D’altronde ha buttato nel cestino oltre venti proposte dettagliate di spending review, elaborate da un grande economista come Carlo Cottarelli, perché avrebbe dovuto prendere decisioni nel merito ed è più facile addossare tagli lineari a Regioni e Comuni, levandosi da ogni responsabilità personale.

NON MERAVIGLIA, dunque, il suo silenzio sull’argomento dinanzi alle autorità ecclesiastiche. Meglio parlare al Papa dei disegnini dei figli o abbandonarsi in un “clima sereno e cordiale” a pensose riflessioni sull’occupazione giovanile, che ahimè soffre di “conseguenze negative” e sull’“importanza dell’educazione per promuovere il futuro delle nuove generazioni”. Riflessioni a costo gratis.

Se, invece, il premier volesse imparare qualcosa dalla Germania, potrebbe portare in Parlamento una legge facile facile, che subordini il pagamento di fondi pubblici per qualsiasi ente (Cei o diocesi) alla pubblicazione del bilancio completo: inclusi beni patrimoniali e immobiliari. Si scoprirebbe d’incanto che la riforma dell’8 per mille non farebbe male a nessuno e anche le scuole cattoliche potrebbero attingere ai patrimoni ecclesiastici invece di gravare con continue richieste su un bilancio statale allo stremo.

En passant il premier potrebbe anche rivedere la normativa piena di scappatoie


il Fatto – 16 dicembre 2014


Scuola senza fondi. Il magro Natale dei supplenti brevi



Nonostante le promesse di Renzi non ci sono soldi per la scuola e i supplenti restano senza stipendio

Scuola senza fondi. Il magro Natale dei supplenti brevi


E ci risiamo. Anche quest’anno si prospetta un Natale magro per circa cinquantamila «supplenti brevi» della scuola, quegli insegnanti che hanno lavorato da una settimana a pochi mesi per sostituire colleghi malati e che, a tutt’oggi, non hanno ancora ricevuto uno stipendio.

Il governo ha cercato di correre ai ripari, varando venerdì scorso un rifinanziamento del fondo per le supplenze brevi: 64,1 milioni da aggiungere ai settecento «evaporati» entro i primi nove mesi dell’anno. Ma non basta: ne sarebbero serviti novanta. Se va bene, si riusciranno a coprire le buste paga di novembre. E neanche per intero: ma in «proporzione una quota parte delle somme dovute», come si legge nella circolare inviata dal ministero dell’Istruzione ai dirigenti scolastici. Che dovranno — entro domani — capire come e dove tagliare cercando di essere il più possibile corretti e rispettosi del servizio effettuato da ciascun supplente.

Parliamo di assegni già magri, che non superano nella maggior parte dei casi i 1.000 euro, e che quindi saranno «in proporzione» decurtati di cifre che vanno dai cento ai duecento euro. Parliamo di docenti precari, più precari dei precari che sperano nell’assunzione promessa dal piano Renzi, che hanno lavorato da settembre ad oggi senza vedere ancora un euro. E che — se va bene — entro la fine dell’anno riusciranno a pagare tutte le tasse. L’ennesimo, piccolo taglio, questo, che colpisce i più deboli.


Il Corriere della sera – 16 dicembre 2014


Grecia 1944, il massacro che aprì la Guerra Fredda



Nel 1944 alla liberazione di Atene gli Inglesi spararono sui partigiani che erano stati loro alleati. Churchill temeva la presa del potere da parte dei comunisti. Lo scontro innescò una guerra civile fra tra monarchici e sinistra che provocò 40 mila morti e 50 mila prigionieri. Il caso greco condizionò la politica italiana anche dopo la fine della guerra. L'Italia restò un paese a sovranità limitata (sotto l'egida USA) fino al crollo dell'URSS e del PCI.

Eric Gobetti

Grecia 1944, il massacro che aprì la Guerra Fredda


Se alla fine della Seconda guerra mondiale le popolazioni dei singoli Paesi d’Europa avessero potuto scegliere autonomamente il proprio sistema politico, la carta del continente sarebbe stata decisamente diversa. Senza dubbio Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, forse anche Romania e Bulgaria avrebbero avuto un governo conservatore e filo-occidentale. La Grecia sarebbe stata comunista e probabilmente pure l’Italia. Invece i destini dell’Europa sono stati decisi a tavolino, prima della fine del conflitto, con un accordo segreto fra Churchill e Stalin passato alla storia come «il patto delle percentuali».

Durante la conferenza di Mosca dell’ottobre del 1944 la Grecia veniva arbitrariamente attribuita per il 90% all’influenza occidentale. In quegli stessi giorni i tedeschi si stavano ritirando dal Paese, lasciando il campo alla resistenza comunista che controllava già di fatto l’intero territorio. Gli interessi delle grandi potenze vincitrici, l’ambiguità di Stalin nell’animare la resistenza pur accettando il predominio angloamericano sulla Grecia, l’ostinazione anticomunista di Churchill, condussero invece il Paese a una guerra civile che fece registrare, in poco più di tre anni, circa 40.000 morti, 700.000 profughi (fra cui 25.000 bambini trasferiti nei Paesi del blocco filosovietico) e 50.000 detenuti politici (spesso rimasti tali fino alla fine della dittatura dei colonnelli, nel 1974). Quel drammatico conflitto, poco conosciuto in Italia, è raccontato in una serie di saggi raccolti nel volume Neve e fango per dissetarmi, curato da Silvia Calamati per Edizioni Socrates.

Il cuore della pubblicazione è rappresentato dal diario di un combattente comunista braccato dalle forze monarchiche nel maggio del 1949, poco prima della sconfitta definitiva. Sotiris Kanellopoulos vive con una manciata di compagni giorni incredibili, passando da una grotta a un’altra, su una montagna priva di risorse idriche e alimentari. Stremati, affamati, indeboliti dalla sete e dalle ferite, il gruppo si sgretola, mentre Sotiris continua ad annotare gli avvenimenti quotidiani, la gioia di una canzone o una poesia, la primavera che sboccia, i rari pastori al pascolo. Saranno le sue ultime settimane di vita: verrà catturato e ucciso nel maggio 1949, a 41 anni. Una vita intensa, la sua, vissuta fino all’ultimo con estremo coraggio, spirito di sacrificio, passione per le piccole cose come per i grandi ideali.



A distanza di 70 anni le sue parole ci proiettano in un mondo che pare lontanissimo dal nostro, in un’Europa uscita stremata dalla guerra ma dove i conflitti, alimentati da un intreccio di elementi ideologici e nazionali, faticavano a spegnersi. Lo stesso accadeva, ad esempio, sul nostro confine orientale, dove ansia di vendetta, contrapposizione ideologica, odi nazionali provocarono quello strascico di conflitto che diede vita all’esodo di gran parte della popolazione istriana. Tuttavia casi analoghi di violenze civili, epurazioni o mancate epurazioni degli apparati statali, vendette più o meno private, tentativi di resistenza armata, avvenivano alla fine della guerra in ogni angolo d’Europa, Italia compresa.

Nel contesto europeo la Grecia rappresenta un caso paradigmatico, nel quale si susseguono in maniera esemplare le diverse fasi di un decennio di conflitti e violenze politiche: dalla dittatura filofascista di Metaxas (1936-1941) alla guerra mondiale (con l’intervento di italiani, tedeschi, bulgari e britannici), dalla guerra di liberazione (col suo corollario di conflitto interno e feroci repressioni, tra cui la poco nota strage di Domenikon, ad opera degli alpini italiani) alla guerra civile (1946-1949). Due lustri di violenze che raggiungono l’apice con la guerra civile, «la più feroce e sincera di tutte le guerre», con le parole di Concetto Marchesi. Una guerra poi, quella di Grecia, che segnerà per anni la memoria del Paese e dell’Europa intera, finendo per rappresentare al tempo stesso l’ultima guerra civile del secondo conflitto mondiale e il primo fronte «caldo» della Guerra Fredda.

La Stampa – 16 dicembre 2014




Carlo Antonio Biscotto

La Grecia, i neonazi e il tradimento di Churchill


Il 3 dicembre 1944: un giorno che ha cambiato la storia della Grecia. Ad Atene, in piazza Syntagma la polizia greca e i soldati britannici, ancora in guerra con la Germania nazista, aprirono il fuoco dal tetto del Parlamento sui dimostranti facendo diversi morti. Erano passate sei settimane dalla liberazione della Grecia e molti erano scesi in piazza per appoggiare i partigiani con i quali la Gran Bretagna era stata alleata per tre anni. Quel giorno, invece, i soldati di Sua Maestà armarono i collaborazionisti tradendo chi aveva dato la vita per la democrazia.

A 70 anni di distanza il poeta Titos Patrikios, 86 anni, ricorda tutto, scena per scena: “La folla dei dimostranti sventolava bandiere greche, britanniche, americane e russe. Morirono 28 persone, per lo più giovani donne e uomini, e centinaia furono ferite. Non se lo aspettava nessuno. E in quel lago di sangue annegò probabilmente il futuro della democrazia greca”. Quel massacro fu la conseguenza di un cinico calcolo di Churchill il quale riteneva eccessivo il peso del Partito comunista greco all’interno del movimento di liberazione e temeva che la sinistra greca avrebbe ostacolato il suo progetto di rimettere il re sul trono di Atene. Preferì snaturare le alleanze e sostenere i filo-nazisti greci.



POCHI GIORNI dopo, l’aviazione britannica attaccava le roccaforti della sinistra greca dando inizio alla cosiddetta ”Battaglia di Atene” che i greci ricordano con il nome di Dekemvriana. Il risultato di questa decisione fu una tragica guerra civile, un bagno di sangue che rappresenta una macchia nella storia della Grecia, ma anche in quella della Gran Bretagna. Su questa pagina vergognosa della storia britannica è calata la congiura del silenzio, pochi ne parlano e la storiografia ufficiale si ostina a non riconoscere le conseguenze che quel tradimento ebbe sullo sviluppo democratico della Grecia.

“Le conseguenze della rivolta del dicembre 1944 e della guerra civile del 1946-49 sono ancora tra noi”, spiega lo storico André Gerolymatos, studioso del periodo. “I partigiani francesi e italiani furono rispettati da tutti dopo la guerra, a prescindere dalle diverse posizioni politiche. In Grecia chi aveva preso parte alla Resistenza fu perseguitato, incarcerato e torturato, su ordine dei britannici, da quelle stesse persone che avevano collaborato con i nazisti. I crimini commessi contro i partigiani non furono mai riconosciuti, non c’è mai stato un solo processo contro i collaborazionisti greci e in buona parte quanto sta accadendo oggi in Grecia con il travolgente successo di una formazione politica di estrema destra come Alba Dorata, è la conseguenza del non aver voluto fare i conti con il passato”.

Alla fine della Dekemvriana, erano morte decine di migliaia di persone e 12.000 ex partigiani furono arrestati e inviati in diversi campi di concentramento in Medio Oriente. Dopo la firma del cessate il fuoco, ebbe inizio in Grecia un periodo che va sotto il nome di ”terrore bianco”. Tutti coloro che erano sospettati di aver spalleggiato i partigiani e la sinistra durante la guerra civile furono arrestati e avviati in veri e propri gulag per essere torturati e talvolta uccisi.

La storia, inesorabile, si ripete. Il 25 gennaio 2009 la polizia greca ha usato i lacrimogeni contro una folla di dimostranti che chiedeva lavoro e giustizia. Tra loro c’era una giovane di nome Marina che non riesce a darsi pace: “Perché la Grecia? In cosa saremmo diversi dal resto d’Europa? Solo da noi i partigiani sono stati perseguitati, torturati e uccisi. La mia famiglia ha conosciuto il carcere e le torture per due generazioni prima di me: mio nonno dopo la seconda guerra mondiale, mio padre durante il regime dei colonnelli. E oggi potrebbe toccare a me, in qualunque momento, quando meno me lo aspetto. Siamo i nipoti degli antifascisti e i nostri nemici sono i nipotini greci di Churchill”.


il Fatto – 14 dicembre 2014