TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 24 giugno 2016

San Giovanni. Una notte cara ai poeti



Martedì 28 giugno, alle ore 16.30, a Villa Groppallo, via Aurelia 72, Vado L. , verrà presentato “I fuochi di San Giovanni” di Giorgio Amico. Ne anticipiamo parte dell'introduzione.

Una notte cara ai poeti


“Tersa per chiari fuochi
festosi, la notte odora
acre, di sugheri arsi
e di fumo”.

Sono versi di Giorgio Caproni. Festa del fuoco e dell'acqua, la notte di San Giovanni è da sempre cara ai poeti che ne hanno cantato il prepotente simbolismo luminoso:

“Son Juon nou tup i quiar e pohuen sierne:
Beliere, arlusi, fiour di quiar, luzerne“.

[San Giovanni ci spegne la luce e possiamo scegliere: fuochi notturni, lampi, fiori di luce, lucciole]

Così Antonio Bodrero, poeta occitano delle valli cuneesi, esalta il carattere solstiziale della festa collocata nel momento in cui il sole [la luce] lentamente inizia a declinare sulla linea dell'orizzonte.

“Questo lungo giorno,
al sol che gioca tra i Gemelli e il Granchio”

scrive ancora Bodrero in un'altra poesia, questa volta in italiano, sempre dedicata a San Giovanni Battista, in cui con poetica precisione individua le caratteristiche astronomiche e astrologiche della festa.

Un lungo giorno, seguito dalla notte più corta dell'anno, quella in cui «ci sono più falò che stelle», la più magica delle notti, in cui il tempo è sospeso e davvero tutto può accadere. Lo sapeva bene Shakespeare, attivo partecipante dei circoli esoterici e rosacruciani dell'Inghilterra elisabettiana, che vi ambientò Sogno di una notte di mezza estate, una delle sue commedie più belle e più complesse quanto a riferimenti simbolici.

Festa dai mille volti, solare e lunare, della luce e delle tenebre, nata con l'agricoltura ai primordi della società umana, da tempo immemorabile la festa di San Giovanni si inserisce nel ciclo delle stagioni e dei lavori dei campi. Piena ancora di echi pagani, la celebrazione cristiana dei due San Giovanni riprende il mito antichissimo del Dio che nasce al Solstizio d'inverno per morire una volta raccolte le messi al Solstizio d'estate. (...)

Inizio di un ciclo cosmico, momento magico in cui il tempo è sospeso, in quella notte gli elementi della natura acquistano poteri del tutto straordinari e prodigiosi. L’acqua, il fuoco, le erbe diventano veicolo di operazioni magiche. Il fuoco dei falò rende puri i campi e i vigneti, feconda gli animali domestici e le giovani coppie che ne attraversano le braci o ne saltano le fiamme. Certe erbe, intrise della magica rugiada di quella notte, acquisiscono il potere di proteggere la casa da ogni influenza negativa e dai malefici delle streghe, oltre che arrecare prosperità e gioia a chi la abita. In quella notte fatata tutto è davvero possibile. Ce lo ricorda la gioiosa canzone di Oberon, il Re della Fate, che chiude la commedia scespiriana (…).

Tutti questi elementi li troviamo presenti nella festa di San Giovanni ad esaltare il fluire eterno e multiforme della vita di contro alla vittoria apparente della morte. Tra i moderni un giovanissimo Giorgio Caproni alle sue prime prove poetiche ne ha saputo meglio di tutti trasmettere in una manciata di versi di grande freschezza la spontanea e innocente carica erotica:

“Voci e canzoni cancella
la brezza: fra poco il fuoco
si spenge. Ma io sento ancora
fresco sulla mia pelle il vento
d'una fanciulla passatami a fianco
di corsa”.  

Argentina Altobelli. La sindacalista dell’Ottocento pioniera dei braccianti



In un momento in cui quasi ci si vergogna delle proprie radici (vedi PD), rivendichiamo con orgoglio l'appartenenza a una storia e a un movimento che ha visto figure come quella di Argentina Altobelli, organizzatrice sindacale e militante socialista.

Silvia Bianciardi

Argentina Altobelli. La sindacalista dell’Ottocento pioniera dei braccianti


Il 2 luglio 1866, centocinquant’anni fa, nasceva a Imola Argentina Altobelli, una delle figure femminili più significative della storia italiana, che svolse un ruolo di assoluto rilievo nell’attività del movimento operaio: organizzatrice sindacale e dirigente socialista vicina a Filippo Turati e Anna Kuliscioff, fu tra i fondatori della Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Fnlt), fautrice di molte battaglie per l’emancipazione femminile, compresa quella per il divorzio.

Attraverso lo svolgersi della sua vicenda politica e sindacale è possibile rileggere pagine fondamentali della storia italiana tra Otto e Novecento e coglierne alcuni tra gli aspetti più caratterizzanti: i processi di sindacalizzazione e di politicizzazione di massa, con l’emergenza operaia che in Italia assunse le caratteristiche soprattutto di una mobilitazione delle campagne bracciantili, l’affermarsi della questione femminile. E ancora il difficile adattamento dello Stato liberale ai nuovi bisogni, il primo sviluppo di una legislazione sociale e di un diritto del lavoro faticoso da imporre e far valere soprattutto nelle campagne.

Tali fenomeni trovarono in Argentina Altobelli un’interprete esemplare. Nata da una famiglia di idee liberali e patriottiche, da nubile si chiamava Bonetti, ma dopo il matrimonio usò il cognome del marito. Argentina giunse al socialismo attraverso il mazzinianesimo, individuando nella causa del riscatto dei lavoratori della terra, e specialmente delle donne dei campi — «le diseredate fra gli oppressi», le definiva — il movente della sua adesione al socialismo.

Alla causa dei lavoratori della terra la Altobelli si dedicò fin da subito con slancio, attivandosi, sul finire dell’Ottocento, in un lavoro di propaganda e di creazione e consolidamento delle strutture territoriali di base del Partito socialista e del movimento sindacale che la colloca a pieno titolo tra i protagonisti della cosiddetta generazione «dei pionieri o apostoli del socialismo».



A Bologna si impegnò nella Società operaia femminile, fu tra i fondatori della Camera del Lavoro e della Fnlt, che in quella stessa città si costituì nel 1901 e della quale la Altobelli divenne segretaria nazionale nel 1905, anche in virtù dell’importante lavoro di direzione compiuto nella Federazione bolognese, formatasi nel 1902. La realtà della Fnlt non aveva eguali in Europa: solo in Italia un sindacato nazionale di lavoratori della terra acquisì sin dal suo sorgere consistenza e continuità organizzativa di indirizzo. Il fatto che alla guida di quel movimento tanto straordinario vi fosse una donna, quando la popolazione femminile era ancora tutta esclusa dal diritto di voto, era sintomo evidente di modernità.

La Altobelli entrò anche nel Consiglio direttivo nazionale della Confederazione generale del lavoro (Cgl), diretta da Rinaldo Rigola, costituita nel 1906, e quello stesso anno segnò anche la sua consacrazione come dirigente nazionale del Psi, quando venne designata tra i componenti della Direzione nazionale del partito, e in seguito confermata nell’incarico nel 1908 e nel 1910.

All’intenso impegno pubblico la Altobelli seppe coniugare, in maniera inconsueta per quei tempi, una ricca vita privata, coltivando il legame profondo che la unì sempre ai figli Demos e Trieste e al marito Abdon Altobelli, letterato, allievo di Carducci, uomo di larghe vedute che fu lo sprone più attivo del suo impegno politico e che non di rado si assunse compiti di cura dei bambini per consentire alla moglie di recarsi spesso all’estero, in rappresentanza del Psi e della Fnlt. La Altobelli rimase segretaria della Fnlt fino al suo scioglimento in età fascista, tra il 1924 e il 1925. Fu sempre vicina alla componente riformista del partito e nell’ottobre del 1922, quando si verificò la rottura con i massimalisti, seguì Turati, Prampolini e gli altri riformisti, per aderire al Partito socialista unitario guidato da Giacomo Matteotti.

Nella sua vicenda emerge la spiccata modernità di una donna che era tra le pochissime impegnate in politica con funzioni dirigenziali, agiva quindi in un mondo all’epoca esclusivamente maschile, e lo faceva mostrando non solo di non tradire gravi imbarazzi, ma con la ferma determinazione di non mortificare alcun aspetto del suo essere femminile. Anzi costantemente rivendicava, nella sua attività, l’importanza del ruolo pubblico, ma anche del ruolo familiare e materno della donna, cui attribuiva un rilievo appunto politico e sociale, una funzione educativa essenziale che dalla famiglia si estendeva alla società e per la quale riteneva che le donne dovessero essere adeguatamente tutelate tramite una specifica legislazione sociale.



Proprio questa convinzione fu il motivo dell’incessante propaganda che nel 1902 condusse a favore del progetto di legge Kuliscioff sul lavoro delle donne e dei fanciulli e successivamente, in coerenza con la sua vocazione riformista, anche dell’azione svolta nell’ambito del Consiglio superiore del lavoro (Csl), organo consultivo, composto di rappresentanze del mondo del lavoro, istituito nel 1902 dal governo Zanardelli-Giolitti, con l’obiettivo di agevolare le prime misure di legislazione sociale in Italia. La Altobelli fu tra le prime donne a varcare quella soglia istituzionale, entrando nel Csl nel 1912, in rappresentanza del lavoro agricolo. Secondo la linea indicata dalla Kuliscioff, e quindi oltre il femminismo «borghese» e radicale mazziniano, si dispiegò anche la sua attività a favore della donna lavoratrice, e sin dal 1906 rivendicò il diritto al suffragio anche per le donne, senza limiti di censo e di istruzione.

La sua non fu tuttavia solo una storia di emancipazione femminile. Fu anche e soprattutto una storia di militanza socialista tenace, incessante, costantemente riaffermata in un lavoro minuto volto a comporre le istanze di categoria molteplici e assai distanti del lavoro agricolo, diretto non solo ai lavoratori più consapevoli ma anche a quelli più marginali, privi di diritti e del lavoro stesso. È infatti sempre opportuno ricordare che la Fnlt fu un sindacato di occupati ma soprattutto di disoccupati, composto in prevalenza da braccianti, da avventizi sprovvisti di ogni sicurezza del lavoro e quindi dei mezzi di sussistenza. All’interno di questa categoria, ancora più precaria era la condizione delle donne, impiegate spesso nei lavori stagionali, ad esempio come mondariso, ma anche in lavori a domicilio, come sartine o filatrici.

La Altobelli, smentendo le ricorrenti accuse di settarismo corporativo rivolte al riformismo socialista, individuò soprattutto in queste categorie più umili le destinatarie di un’opera che, oltre il mero rivendicazionismo economico, si declinò in un’opera di alfabetizzazione civica e di educazione politica in senso democratico, prima ancora che classista. Come scrisse Nello Rosselli, «i riformisti furono travolti da una tragedia che ebbe dimensioni mondiali ma prima riuscirono a posare dei sassi sul letto del torrente che servirono a costruire un ponte sul quale il movimento è passato, anche se per molto tempo ignorando chi fosse stato a porne le fondamenta».


Il Corriere della sera/La Lettura – 19 giugno 2016

giovedì 23 giugno 2016

Savona ricorda Franco Salomone

A Savona, nel quartiere Fornaci, una targa ricorderà Franco Salomone, militante libertario e dirigente sindacale.


Passeggiate storiche sui luoghi valdesi



Storie dal gulag staliniano. Il meteorologo



La storia di Aleksej Vangengejm, comunista convinto e geniale anticipatore dell’energia eolica Popolarissimo nell’Urss, fu mandato a morire da Stalin come capro espiatorio della carestia.


Mirella Serri

Quel meteorologo è troppo brillante. Spediamolo subito in un gulag”


Il socialismo, diceva Lenin, era il potere dei soviet più l’elettrificazione. Per il meteorologo Aleksej Feodos’evich Vangengejm invece era i soviet più le energie rinnovabili. Già, proprio così. Scienziato assolutamente d’avanguardia, creatore di un’impresa mastodontica come il Servizio idrometeorologico unificato dell’Urss, in anticipo sui tempi, Vangengejm aveva progettato di fornire l’energia elettrica non secondo i metodi più tradizionali ma con una foresta di pale eoliche che andasse dallo stretto di Bering e dalla Kamchatka fino alle coste del Mar Nero.

Proposte avveniristiche per gli Anni Trenta: eppure Vangengejm è stato completamente dimenticato. «Nel 1934 - scriveva - avrei dovuto concludere il primo atlante della distribuzione dell’energia dei venti in Urss. Sarà sicuramente pubblicato. E così sarà per il catasto del sole… Ben presto i vasti territori dell’Unione Sovietica saranno elettrificati dall’energia del vento. Senza di me, però», rilevava.

Niente di più vero: mentre redigeva queste note era diventato il numero 34776 che accompagnava la sua foto segnaletica nel carcere «a regime speciale» delle isole Solovki, il primo Gulag. Ma quali gravi colpe poteva aver commesso uno studioso di variazioni climatiche? A raccontare adesso la storia del Meteorologo (Bompiani, € 18, pp 174) è lo scrittore Olivier Rolin il quale ha ritrovato nella biblioteca del lager dove Vangengejm fu rinchiuso, le commoventi lettere alla figlia Eleonora (divenuta una famosa paleontologa, si suiciderà a tarda età nel giorno della ricorrenza dell’arresto del padre).

Autore di numerosi romanzi, Rolin si è formato nei combattivi Anni Settanta e ha militato nella radicale «Sinistra proletaria» francese. Ora ha lavorato intensamente per riportare alla luce la vicenda del meteorologo finito nella rete dei processi staliniani non solo per la singolarità di questa storia ma anche per tributargli uno speciale omaggio: quello della sua generazione e di tutti coloro che nel Novecento per tanto tempo hanno chiuso gli occhi e volutamente ignorato «la storia atroce di ciò che fu il socialismo reale».



Studente assai brillante, Vangengejm aveva cominciato a farsi notare occupandosi di pluviometria, di igrometria e di pressione barometrica. Nella Prima guerra mondiale fu a capo del servizio meteorologico in Galizia e le sue conoscenze in battaglia furono fondamentali: prevedere pioggia e vento serviva a rendere efficaci e precisi gli attacchi con i gas mortali.

Dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, Vangengejm, che condivideva gli ideali del regime comunista, diventerà un personaggio cardine per lo sviluppo dell’agricoltura socialista con i bollettini radio da lui ideati, con la creazione di stazioni meteorologiche e il servizio per l’intero Paese, che lui chiamava «mio caro bambino sovietico».

Il meteorologo divenne una personalità di spicco, amico e frequentatore delle massime autorità sovietiche - da Gor’kij alla Krupskaja, la vedova di Lenin, al commissario del popolo per l’educazione, Lunacharskij, a Stalin. I suoi studi, sempre in anticipo sui tempi, andavano dal rapporto tra salute e ambiente, allo sviluppo dell’energica eolica e solare che «permetteranno - annotava - di lottare contro la siccità e contro il deserto, là dove si trovano venti forti e caldi e dove è assai difficile far pervenire carburante per i motori. Ben presto i grandi territori dell’Unione Sovietica saranno tutti elettrificati grazie all’energia alternativa». Nel momento in cui lo arrestarono aveva in tasca alcuni importanti articoli scientifici proprio su questi temi.



Le accuse contro di lui? Era colpevole di sabotaggio del Servizio idrometeorologico, di previsioni intenzionalmente errate per danneggiare le coltivazioni, di distruzione della rete delle stazioni (da lui stesso costruita) per prevenire la siccità. In realtà aveva pubblicato sulla rivista da lui diretta l’articolo di uno studioso che, sostenendo una teoria innovativa sulle depressioni atmosferiche, non aveva citato il pensiero di Lenin e Stalin. Ma c’erano anche i colleghi invidiosi che lo denunciarono come controrivoluzionario e c’era, soprattutto, il desiderio, da parte di Stalin, di addossare i danni delle carestie e della collettivizzazione forzata a un capro espiatorio.

Vangengejm proverà a resistere, poi confesserà sotto tortura. Condannato a dieci anni di lavori forzati, con il suo bagaglio che consisteva in un fazzoletto fu spedito nel campo di lavoro da cui sperava di tornare nel 1944. Ma dopo tre anni di sofferenze in una cella senza cibo, torturato dal gelo e dalla fatica sarà deportato altrove, senza alcun diritto alla corrispondenza. Sparì nel nulla. Quando nel 1956, l’anno della denuncia dei crimini staliniani, la sua pratica fu riaperta, il tribunale militare decretò: «Il caso è chiuso perché il fatto non sussiste. Vangengejm Aleksej Feodos’evich è riabilitato a titolo postumo». Insomma non aveva fatto niente.

«Il mio nome scomparirà senza lasciare traccia», aveva scritto alla figlia che sarà messa al corrente della sua vera fine solo dopo sessant’anni. Verrà a sapere che suo padre era stato preso a bastonate, poi era stato portato tutto nudo in un bosco e fucilato. Il suo nome e le sue idee furono depennate da tutte le pubblicazioni scientifiche. Con grave danno proprio per le conquiste del socialismo in cui Vangengejm aveva tanto creduto.


La Stampa – 1 maggio 2016

I giorni d’angoscia di Thomas Mann



Un romanzo ricostruisce l'esilio svizzero di Thomas Mann.


Giorgio Montefoschi

Condannare il nazismo vale l’esilio. I giorni d’angoscia di Thomas Mann



È il 1936. Thomas Mann — il protagonista de La decisione , il romanzo molto documentato e assolutamente verosimile di Britta Böhler (Guanda), che ha avuto enorme successo in Germania, come presto si potrà comprendere, e ovunque — se ne sta seduto nel suo studio della casa sul lago di Zurigo nella quale abita insieme alla moglie Katja e ai suoi due ultimi figli da quando, in seguito all’ascesa al potere di Hitler, ha deciso di abbandonare Monaco e la Germania, e vivere in Svizzera.

Fuori, la caligine che lo ha oppresso per tutto il giorno, vero e proprio specchio della sua anima confusa, è finalmente scomparsa e, nel buio notturno, si intravedono le stelle. Il vincitore del premio Nobel, lo scrittore tedesco più omaggiato e conosciuto nel mondo, che ha da poco ricevuto una telefonata del suo editore americano, Alfred Knopf che per la interposta persona della moglie ha chiesto sue notizie e soprattutto notizie del terzo volume, in gestazione, delle Storie di Giuseppe che in America aspettano con trepidazione e lanceranno sul prestigioso magazine «Time», beve a piccoli sorsi il suo liquore preferito, il Benédictine, fuma il sigaro che Katja gli ha comprato in città, dopo essere stata dalla sarta e a trovare un’amica ammalata, e intanto cerca di dipanare il groviglio che gli ingombra la mente.



Nel cassetto della scrivania ha la copia della lettera con la quale, richiesto pressantemente dalla figlia Erika e dal figlio Klaus, e da parecchi altri intellettuali e scrittori, ha preso una posizione netta e inequivocabile contro il nazismo, e ha consegnato alla redazione del quotidiano «Neue Zürcher Zeitung», chiedendo subito dopo di aspettare ancora un poco, un giorno, un altro giorno ancora, per metterla in pagina. Sono così passati tre giorni di autentico tormento.

Da un lato, l’assillo del dovere morale: la necessità assoluta — anche per uno scrittore — della condanna di quel «mascalzone» che brucia i libri, farnetica, illude il popolo tedesco con la sua diabolica parlantina, eccita una rivalsa pericolosa, un desiderio di dominio folle destinato alla catastrofe. Dall’altro lato, il terrore di un addio definitivo alla Germania; il vuoto dell’emigrante; il dolore dello scrittore tedesco separato per sempre dalla linfa vitale rappresentata dai lettori con i quali condivide la lingua.

Sulla nave olandese che per la prima volta lo ha portato negli Stati Uniti (con quegli avvertimenti continui, man mano che si procedeva in avanti, di mettere le lancette dell’orologio un’ora indietro) e poi a Princeton dove ha incontrato e parlato con quello sbadato, quel tipo strano di Einstein, Thomas Mann ha parecchio riflettuto sul tempo.

E, con se stesso, ha convenuto che non sono necessarie grandi teorie scientifiche per scoprire che la durata del tempo è relativa e dipende soprattutto dalla intensità della vita, dalla quantità di cose che si fanno. Gli anni, i mesi, i giorni nei quali non accade nulla e tutto è regolare e ripetitivo, scorrono con la velocità di un lampo; quelli densi sembrano lunghissimi. Come è vero. In questi tre giorni sembra sia trascorsa una vita.

   
Molto hanno contribuito la memoria, il pensiero del futuro, l’angoscia del presente. E davvero, le tre giornate apparentemente normali, segnate dalle abitudini inflessibili (la colazione, con il pane e burro e l’uovo solo la domenica, le lettere, la passeggiata col cane, le trasmissioni alla radio, il tè all’hotel Baur au Lac) hanno racchiuso una immensità di tempo: la casa di Monaco con i bei mobili, i tappeti e i libri; le feste di Natale con la preparazione dell’albero, le porte che si schiudevano, le candele accese e gli «oh!» emozionati dei bambini, e il profumo dell’abete la mattina seguente; il tram sul quale per la prima volta ha visto Katja e ha deciso che sarebbe stata la donna della sua vita; il sanatorio che sarebbe diventato il sanatorio della Montagna magica ; la neve e le slitte coi sonagli; Venezia; le spiagge del Baltico; i trasalimenti per quei ragazzi biondi, nudi, affidati alle pagine di un diario segreto che per delle misteriose ragioni non è stato mai distrutto e se mai dovesse essere scoperto rovinerebbe la sua reputazione davanti al mondo; le conferenze in Europa e in America; i dissidi con il fratello Heinrich; i figli. A sessant’anni appena compiuti, possibile che una vita così ricca non abbia altro di fronte a sé questa decisione da prendere, e poi lo spettro del nulla?

Che bel romanzo, appassionato, ha scritto al suo esordio Britta Böhler. Si comincia e non si smette fino alle ultime righe: alla decisione, appunto, che naturalmente al lettore non riveleremo. È un romanzo agile, intenso, nel quale la figura di un personaggio molto famoso, sul quale sono state scritte migliaia e migliaia di pagine (lui stesso non alieno dall’autobiografarsi), è ricostruita mirabilmente. Agli scrittori, per come si conclude, piacerà in particolar modo.


Il Corriere della sera – 22 giugno 2016

mercoledì 22 giugno 2016

Riscoprire la sapienza nascosta negli oroscopi



Banalizzata oggi come volgarissima ( e un pò ridicola) previsione del futuro, l'astrologia fu invece per secoli considerata scienza eccelsa, capace di collocare il percorso umano in un cosmo fatto di corrispondenze precise ed armonie. Così almeno credeva Goethe.


Marino Niola

Riscoprire la sapienza nascosta negli oroscopi


«Il sole si trovava nel segno della Vergine, Giove e Venere assistevano amichevolmente, Mercurio non era ostile, Saturno e Marte indifferenti. Solo la luna era contraria”. Così Goethe racconta la sua nascita, avvenuta a mezzogiorno del 28 agosto del 1749, attribuendo alle stelle le ragioni del suo carattere e del suo talento. La concretezza intellettuale, l’inclinazione all’autorevolezza e la propensione all’amore. Insomma tutti quei tratti che hanno fatto del divino Wolfgang il sole all’apogeo della cultura tedesca. Uno degli astri fulgenti dell’illuminismo credeva dunque agli oroscopi? Ebbene sì, ma non per sapere quel che gli sarebbe accaduto il giorno dopo. Ma per dare il giusto peso a quelle corrispondenze segrete che armonizzano il corso della vita. Il movimento dei corpi celesti e i moti dei corpi terrestri. Rotazioni e attrazioni, mozioni ed emozioni.

È questo in fondo il senso più antico e più autentico dell’astrologia. Che è la conoscenza dei pianeti e del loro influsso sulla vita. Vegetale, minerale e animale. Che si tratti delle maree che obbediscono al magnetismo lunare, o che si tratti dei nostri umori che certe volte ristagnano, altre ribollono come il mosto nei tini. Oggi sulle stelle pesa come un macigno l’anatema scagliato dall’incontentabile Theodor Wiesengrund Adorno, francofortese e per di più vergine, proprio come Goethe. Il più choosy dei filosofi, infatti, considerava la credenza negli oroscopi una superstizione capitalista. Ma, ancora prima della fatwa adorniana, le disavventure dello zodiaco cominciano in Francia con l’illuminismo e la sua fede assoluta nella ragione come unica dea, che fissa le nuove regole della scienza e della conoscenza. Sono Voltaire e gli enciclopedisti, come Diderot e D’Alembert a condannare senza appello il sapere astrologico, confinandolo di fatto nelle segrete oscure della ragione.



Ed è proprio quell’esclusione all’origine della banalizzazione attuale dell’astrologia come predizione del futuro, come dispensatrice di piccole profezie quotidiane. L’esatto opposto di quella che fu «una scienza immensa che ha regnato sulle più alte intelligenze», per dirla con Balzac. Sospesa tra conoscenza, arte e religione, l’astrologia era in realtà un passepartout in grado di fornire le chiavi segrete della realtà, di interpretare i ritmi e le rime che regolano l’unisono dell’universo. Insomma, tutto tranne che predire il futuro e oroscoparsi minuto per minuto.

La fortuna dell’astrologia era legata all’idea che la realtà ha più dimensioni nelle quali è compresa una quota di indeterminazione misteriosa, non interamente calcolabile o spiegabile. Una possibilità che una certa mitologia scientista, da non confondersi con la vera scienza, non è disposta ad ammettere. Ecco perché qualche anno fa, c’è stata un’autentica levata di scudi degli accademici francesi contro la tesi di dottorato di Elizabeth Teissier, celeberrima consulente astrologica del presidente François Mitterand, dedicata al ruolo di astri e astrologi nella società postmoderna.

L’idea che la sensualità degli scorpioni, la lealtà dei leoni e la testardaggine degli arieti fossero dibattute nell’aula magna dell’Università Descartes di Parigi ha terremotato l’intellighenzia d’Oltralpe. Per contrastare la mandria dei professori imbufaliti c’è voluta tutta l’autorità del sociologo Michel Maffesoli, relatore della tesi, e di Serge Moscovici, presidente della commissione giudicante. Nonché di un maître à penser come il compianto Jean Baudrillard. E pensare che la riflessione e la speculazione sono legate . Lo dicono parole come considerare, che deriva da cum e sidera e significa guardare l’insieme delle costellazioni. O come speculazione, filosofica o economica, che è legata alla specola ovvero l’osservatorio astronomico. In realtà credere ciecamente nell’influsso dei pianeti è una forma di dabbenaggine, escluderlo categoricamente è una superstizione di segno opposto. Un drago della logica come Tommaso d’Aquino diceva, « astra inclinant, non necessitant » , ovvero gli astri influenzano ma non obbligano. Tutto il resto dipende da noi.



La Repubblica – 5 giugno 2016