TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 26 aprile 2015

Ribelli e Fuorilegge



S.M.S Furnaxi - Savona 

Domenica 26 aprile 2015 ore 18.00

70° anniversario della Liberazione dall'occupazione nazi-fascista.

Presentazione di Ribelli e fuorilegge, parte del progetto LIBERAZIONE 70.

LIBERAZIONE 70 è un percorso di recupero della memoria attraverso un film e un archivio video. Il progetto è promosso da ANPI Comitato Provinciale Savona e prodotto da Laboratorio Audiovisivi Buster Keaton, Associazione Culturale Geronimo Carbonò, gargagnànfilm e Marinus.

Il film, 'Ribelli e fuorilegge - la cospirazione partigiana 1943 - 1945', raccoglie tre delle oltre venti testimonianze registrate in questi anni, anche grazie alla collaborazione con Alessio Contadini.

L'archivio raccoglie varie testimonianze r...esistenti, provenienti dal territorio ligure e piemontese.
A questo link, oltre al traile del film, è inoltre visibile parte dell'archivio raccolto in questi anni:


https://www.youtube.com/watch?v=g5SeJW3jOLY&list=PL7Dgn_AvzqnDkSmjYXdW1T2_djE9w6XIL

Massimo L. Salvadori, Le lezioni americane di Gaetano Salvemini



Pubblicate le lettere dell'intellettuale antifascista in esilio negli Stati Uniti. La lotta contro Mussolini, l’avversione per comunisti e socialisti. Un documento fondamentale per conoscere potenzialità e contraddizioni dell'antifascismo degli anni Trenta.

Massimo L. Salvadori

Le lezioni americane di Gaetano Salvemini


Nel 1925 Gaetano Salvemini espatriò dall’Italia, dove sarebbe tornato solo nel 1949. Dopo aver fatto la spola tra Londra, Parigi e gli Stati Uniti, approdò in questi ultimi nel 1934. Quando lasciò l’Italia, era da tempo emerso quale uno dei maggiori intellettuali italiani: non solo grande storico, anche personalità politica di primo piano. Mentre Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe erano diventati apologeti del regime fascista, Benedetto Croce veniva lasciato sostanzialmente tranquillo e Luigi Einaudi continuava a fare il professore, Salvemini, privato della cittadinanza italiana, colpito dalla confisca dei propri beni, votatosi alla lotta senza quartiere contro la dittatura, nel suo esilio divenne il Mazzini del XX secolo.

Con una coraggiosa iniziativa, l’editore Donzelli ha pubblicato le sue Lettere americane 1927-1949 ( a cura di Renato Camurri e con una presentazione di Paolo Marzotto). Camurri inquadra bene il contesto in cui Salvemini visse e operò in quegli anni, che furono per lui felici allorché poté trovare all’università di Harvard una cattedra e una splendida biblioteca che gli consentì di stendere le opere sul fascismo diventate classici della storiografia.

Salvemini era un infaticabile scrittore di lettere, dirette a una quantità di personaggi, tra i quali mi limito a menzionare Giorgio La Piana, Enzo Tagliacozzo, Max Ascoli, Lionello Venturi, Alberto Tarchiani, Giuseppe Antonio Borgese, Carlo Sforza, Leo Valiani, Niccolò Tucci. Tre gli aspetti dominanti: la calda ma anche severa umanità della persona, l’infaticabile azione per promuovere la lotta contro il fascismo, l’incessante vis polemica diretta contro le forze interne e internazionali complici del regime e, caduto questo, contro i comunisti, i clerico-moderati e le destre monarchiche e neofasciste. Si preoccupava di procurare aiuti materiali agli antifascisti esuli. Valga ricordare il caso di Emilio Lussu, che stimava enormemente anche come scrittore. Lo addolorò molto e criticò senza mezzi termini la svolta in senso socialista non esente da filo-comunismo di “Giustizia e Libertà”.



Nelle faccende italiane, era desolato dalla presa che il fascismo aveva sugli italo-americani caduti nella trappola che Mussolini avesse riportato l’Italia all’onore del mondo; dopo il luglio 1943, diresse i suoi strali verso il re-Badoglio- Croce-Sforza-Togliatti e compagnia che, manovrati soprattutto da Churchill e da Stalin, preparavano per il nostro paese un dopoguerra che smentiva le sue speranze.

In molti casi mostrò di avere la vista acuta, come quando negli anni ’30 ammonì coloro che si illudevano che il regime fosse prossimo a cadere da un momento all’altro; come quando comprese fin dal 1937 che Franco avrebbe vinto in Spagna; come quando dopo il 1945 previde che in Italia la vittoria politica sarebbe andata non ai socialcomunisti ma ai democristiani (soluzione da lui, laico inveterato, auspicata obtorto collo ). In altri casi, prese abbagli clamorosi: valga per tutti ciò che scrisse a La Piana il 7 gennaio 1932: «Anche se Hitler va al potere in Germania, che cosa vuoi che faccia, se non far baccano?».

La Repubblica – 25 aprile 2015

Gaetano Salvemini
Lettere americane. 1927-1949
Donzelli, 2015
euro 35

Uomini nelle gabbie. Storia degli zoo umani



Il “diverso” come attrazione spettacolare o pseudoscientifica. Per secoli uomini e donne sono stati usati come attrazioni nelle corti di re e imperatori, nei circhi, nei giardini zoologici, alle esposizioni universali, nelle università.

Gian Antonio Stella

Quando negli zoo finivano gli uomini. Storie del nostro ordinario razzismo



«I barbari tengono i capelli sciolti e chiudono i loro abiti sul lato sinistro. Hanno volti umani e il cuore di bestie selvagge. Portano abiti diversi da quelli usati nell’impero di Mezzo, hanno altri usi e costumi, altro cibo e altre bevande, parlano una lingua incomprensibile... Di conseguenza, un governo saggio deve trattarli come bestie selvagge».

Lo storico e poeta cinese Ban Gu (…) viveva duemila anni fa alla corte di Chang’an, l’attuale Xi’an, a ottomila chilometri da Atene. Ma la pensava esattamente come Aristotele, che tre secoli prima, in una lettera ad Alessandro Magno, aveva teorizzato più o meno le stesse cose: «Con i Greci comportati da stratego, con i barbari da padrone, e curati degli uni come di amici e familiari, mentre gli altri trattali come animali o piante». (…)

Certo, già ventidue secoli fa c’era chi riconosceva l’assurdità di distinguere tra «noi» e «loro». Come gli autori del Libro del maestro di Huainan , una grande opera collettiva del II secolo a.C. composta alla corte dell’imperatore cinese Liu An: «Quando presso gli Êrmâ, i Di o i Bodi nascono bambini, urlano tutti allo stesso modo. Ma una volta cresciuti non sono in grado di capirsi neppure con l’interprete. Questo perché sono diverse la loro educazione e le loro usanze. Ma prendete un bimbo di tre mesi, portatelo in un altro Stato e in futuro non saprà neppure quali costumi esistono nella sua patria».



Parole sagge. Eppure l’idea che gli altri fossero sempre meno «umani» e sempre più simili alle bestie, man mano che ci si allontanava da casa, è rimasto per secoli così radicato da spingere perfino Marco Polo, al ritorno dal suo viaggio in Cina durato complessivamente 17 anni, a raccontare, tra tante cose vere, alcune frottole inventate di sana pianta. Come quella sull’arcipelago delle Andamane, che lui chiama Angaman: «Angaman è un’isola, e no ànno re. E’ sono idoli, e sono come bestie salvatiche. E tutti quelli di quest’isola ànno lo capo come di cane e denti e naso come di grandi mastini».

Che senso c’era, a raccontare una balla così? C’era. I suoi contemporanei infatti, spiegano gli studiosi del tema, erano così convinti che nelle contrade più lontane delle Indie vivessero uomini bestia con la testa di cane, che se lui non l’avesse raccontato non l’avrebbero preso sul serio: «Chissà se Marco Polo è arrivato davvero in Cina, dato che non ha neanche visto gli uomini con la testa di cane…». In buona sostanza: avrebbe scritto quella sciocchezza per accontentare le aspettative dei suoi concittadini.

Un po’ quello che avrebbe spinto due secoli dopo il canonico di Magonza Bernhard von Breitenbach a popolare la mitica Terrasanta, Peregrinatio in terram sanctam , nel 1486, di giraffe con le corna e cammelli tirati per la cavezza da pelosissimi uomini-scimmia nudi con tanto di coda. E la Chronica Mundi del tedesco Hartmann Schedel insisteva ancora nel 1493, cioè dopo la scoperta dell’America, su una serie di figure mitologiche: la donna-scimmia, l’uomo-uccello, l’uomo-lupo, lo sciàpodo con un piede solo, il panozio dalle immense orecchie, di cui si serviva la notte come fossero coperte.

Spiega George L. Mosse, autore del fondamentale Il razzismo in Europa , che il concetto dell’uomo-bestia, radicato nelle leggende dei secoli bui, si protrasse a lungo in Occidente «dove era diffusa la credenza che le scimmie fossero effettivamente non un genere totalmente differente, ma una specie inferiore di uomo, che si rifiutava di parlare per non essere ridotta in schiavitù». E cita ad esempio lo scienziato e medico britannico Edward Tyson, il quale pensava che i pigmei fossero «scimmie perché avevano i nasi schiacciati e una statura piccola».



I pregiudizi si radicarono a tal punto, nella scia di «scienziati» come G. Battista Della Porta che nel 1610 pubblicò Della fisionomia dell’uomo (teorizzando ad esempio che «Le labra grosse dimostrano stoltizia, come scrisse Aristotele ad Alessandro. (…) Quei ch’han le labbra grosse (…) sono giudicati ignoranti, perché così sono quelle dell’Asino, della Simia») che nel 1869 il filosofo tedesco Eduard von Hartmann si spinse a sostenere, nel saggio Philosophie des Unbewussten , una tesi spaventosa.

«Non si fa certo un favore al cane, la cui coda dev’essere tagliata, quando gliela si taglia gradualmente, centimetro per centimetro», scrisse. «Altrettanto poco umano è prolungare artificialmente la lotta contro la morte dei selvaggi che si trovano sull’orlo dell’estinzione... Il vero filantropo non può altro che desiderare un’accelerazione dell’estinzione dei popoli selvaggi, e prodigarsi per questo scopo».

Il filosofo inglese Herbert Spencer, nei Principi di sociologia dove plaudiva al colonialismo al servizio della civilizzazione, era d’accordo: «Le forze che stanno elaborando il grande schema della felicità perfetta, non tenendo conto della sofferenza incidentale, sterminano quei settori del genere umano che intralciano la loro strada... Siano esseri umani oppure bestie l’ostacolo deve essere rimosso».

Non c’è dunque da stupirsi se moltissimi uomini «strani», come racconta Viviano Domenici nel libro Uomini nelle gabbie. Dagli zoo umani delle Expo al razzismo della vacanza etnica , sono stati usati a lungo come attrazioni nelle corti di re e imperatori, nei circhi, nei giardini zoologici, alle esposizioni universali. Perfino in quella del 1889 che a Parigi celebrò un secolo dopo la Rivoluzione francese e la solenne Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Perfino allora, all’ombra della torre Eiffel appena costruita, fu offerto ai trentadue milioni di visitatori lo show di un «villaggio africano» con 400 «selvaggi» della Guinea al seguito del re Dinah Salifou più 18 angolani, 18 ghanesi e decine di senegalesi, indocinesi e tahitiani.



Trabocca di storie stupefacenti, il libro di Domenici: da quella di José Calafate che dalla Terra del Fuoco fu portato a Parigi per essere mostrato sotto il cartello «Cannibali» a quella dell’apache Geronimo, che dopo aver combattuto per tre decenni i bianchi, che gli avevano massacrato la madre, la moglie e tre figlioletti, finì per essere un’attrazione nel 1904 all’esposizione di Saint Louis, dove il giornale locale scrisse che guardava i visitatori «con la stessa curiosità che loro riservano a lui». Per non dire della tragedia di otto inuit portati nel 1880 dal Labrador in Europa e decimati dal vaiolo o dei congolesi messi in mostra a Bruxelles nel 1897, chiusi in recinti con cartelli simili a quelli che diffidano dal dare noccioline agli elefanti: «Non dare da mangiare ai negri, sono nutriti».

Un libro affascinante e tremendo. Che ci obbliga a rileggere la nostra storia con una vertigine di sensi di colpa. E magari a dire una preghiera, finalmente, per tanti esseri umani che sono stati traditi. Come il pigmeo «Ota Benga» che nel 1906 attirò l’attenzione del «New York Times» sotto il titolo «Boscimano divide una gabbia con le scimmie dello zoo del Bronx» e dieci anni dopo, una sera che non ce la faceva più, si spogliò nudo tenendo solo il perizoma e cominciò a ballare intorno al fuoco, finché prese una pistola chissà come recuperata e si sparò al cuore.


Il Corriere della sera – 23 aprile 2015

sabato 25 aprile 2015

Resistenza. La vita che non tramonta


Celebriamo a modo nostro la Festa della Liberazione con una poesia ripresa dalla pagina FB di Laura Hess Galleano. Guido Seborga, partigiano, scrittore, poeta, artista, è stato l'esempio di cosa significhi fare della propria vita e del proprio lavoro un gesto di resistenza contro l'ingiustizia.

L’antifascismo di oggi e di domani è denunciare fino in fondo, colmare le disuguaglianze, affermare la libertà e la giustizia che furono alla base della Resistenza armata e non armata”

Laura Hess Galleano

Guido Seborga



Internet. Un feudalesimo in salsa digitale



Liberazione è per noi prima di tutto liberazione del lavoro alienato. Ma cosa sarà il lavoro in un futuro ormai prossimo dominato dalla “rivoluzione del silicio"? Due libri, da poco in libreria, propongono scenari totalmente antitetici. Il saggio «La nuova rivoluzione delle macchine» (Feltrinelli) annuncia l’avvento di un Eden in Terra. Nel pamphlet di Andrew Keen (Egea) il futuro vedrà invece un mondo di feroci disuguaglianze sociali.

Benedetto Vecchi

Internet è un feudalesimo in salsa digitale

Le strade dell’inferno sono lastri­cate di buone inten­zioni. Così recita un vec­chio ada­gio popo­lare. È que­sto il sen­ti­mento, quasi un riflesso pavlo­viano che suscita la let­tura di due libri che affron­tano gli effetti col­la­te­rali della cosid­detta rivo­lu­zione del sili­cio.

Due volumi che emer­gono da due cen­tri nevral­gici dell’innovazione tec­no­lo­gica, il Mas­sa­chus­sets Insti­tute of Tech­no­logy (Mit) e la Sili­con Val­ley. Attorno al pre­sti­gioso ate­neo di Boston si è svi­lup­pato un distretto di ricerca indi­cato come un esem­pio vir­tuoso dell’impulso che ogni uni­ver­sità dovrebbe dare alla pro­du­zione di manu­fatti tec­no­lo­gici inno­va­tivi. Il Mit, tut­ta­via, si è con­trad­di­stinto anche per essere il cam­pus che ha per­se­guito con deter­mi­na­zione l’analisi degli effetti sociali e poli­tici della per­va­si­vità delle tec­no­lo­gie digi­tali.

È in que­sto con­te­sto che ha preso forma La nuova rivo­lu­zione delle mac­chine di Eric Bry­n­jol­fs­son e Andrew McA­fee (Fel­tri­nelli, pp. 316, euro 22), volume che, come recita il titolo, evi­den­zia una pro­pen­sione a un deter­mi­ni­smo tec­no­lo­gico che asse­gna alle mac­chine un indi­scu­ti­bile potere sal­vi­fico nel risol­vere i pro­blemi delle società con­tem­po­ra­nee. Il secondo libro, invece, è di Andrew Keen, qua­li­fi­cato come un guru della Rete che, dopo averne magni­fi­cato le poten­zia­lità demo­cra­ti­che ed egua­li­ta­rie, ne è diven­tato un fusti­ga­tore, arri­vando a soste­nere la tesi che il web ha favo­rito lo svi­luppo di una società neo­feu­dale, dove una ristretta oli­gar­chia fa raz­zia della ric­chezza pro­dotta den­tro e fuori Inter­net.

Il lapi­da­rio titolo – Inter­net non è la rispo­sta, Egea edi­zioni, pp. 224, euro 24 – segna una distanza side­rale di que­sto sag­gio da altri libri che invece pro­pon­gono la Rete come una sorta di Eden che attende solo di essere esplo­rato da intra­pren­denti e spre­giu­di­cati gio­vani desi­de­rosi di diven­tare miliar­dari con una buona idea su come sfrut­tare eco­no­mi­ca­mente «l’intelligenza col­let­tiva» pre­sente nel cyberspazio.



I vou­cher dei perdenti

La Rete, più che un Eden, è nel libro di Keen la rap­pre­sen­ta­zione di una disto­pia dove la mag­gio­ranza dell’umanità è ridotta a una folla impo­ve­rita che, con dispe­rata tena­cia, tenta di non tra­sfor­marsi in uno scarto umano da sacri­fi­care in nome del pro­gresso.

Ma è pro­prio in nome del pro­gresso che Bry­n­jol­fs­son e McA­fee indi­vi­duano invece nel «digi­tale» una chance per la costru­zione di una società dell’abbondanza. Ci sono sì dei pro­blemi con­tin­genti — la disoc­cu­pa­zione, l’inquinamento ambien­tale, le dise­gua­glianze sociali — ma per gestirli basta che lo Stato dia corso ad alcune misure di poli­tica eco­no­mica: una buona for­ma­zione sco­la­stica per tutti e un red­dito di cit­ta­di­nanza che ha, secondo gli autori, una antica tra­di­zione nel pen­siero poli­tico sta­tu­ni­tense.

A que­sto pro­po­sito, con una astuta scelta bipar­ti­san, l’autore cita l’economista neo­li­be­ri­sta Mil­ton Fried­man e il pro­getto di lotta alla povertà del pre­si­dente demo­cra­tico Lyn­don John­son, l’economista libe­ral Paul Krug­man e i think thank a favore del libero mer­cato, anche se il red­dito di cit­ta­di­nanza deve assu­mere la forma giu­ri­dica e fiscale del diritto di impo­sta nega­tiva o di vou­cher che i «per­denti» pos­sono usare per pagare le cure medi­che o le tasse sco­la­sti­che dei pro­pri figli: una forma, cioè, che non dispia­ce­rebbe al grande vec­chio del neo­li­be­ri­smo, quel Frie­drich von Hayek che aleg­gia come un indi­ci­bile santo pro­tet­tore della rivo­lu­zione delle nuove mac­chine.

Il libro dei due eco­no­mi­sti del Mit ha però il pre­gio di pre­sen­tare un qua­dro rea­li­stico della posta in gioco. Le mac­chine infor­ma­ti­che rap­pre­sen­tano una inno­va­zione per­ché ripro­du­cono pro­cessi cogni­tivi con­si­de­rati pre­ro­ga­tiva dei soli ani­mali umani. Non solo sanno risol­vere com­plesse equa­zioni mate­ma­ti­che in maniera più veloce degli umani, ma ade­gua­ta­mente pro­gram­mati pos­sono for­nire dia­gnosi medi­che, scri­vere un discreto romanzo, rico­no­scere gli oggetti. Ogni volta che la legge di Moore «trova» con­ferma, le mac­chine digi­tali incor­rono tut­ta­via nel para­dosso di Mora­vec: una mac­china non sem­pre rie­sce a svol­gere cose sem­plici come muo­versi in un ambiente dina­mico e can­giante (un’autostrada, un magaz­zino, una città, un deserto).

Gor­don Moore è stato uno dei fon­da­tore di Intel, la cor­po­ra­tion glo­bale nella pro­du­zione di micro­pro­ces­sori. Ma è noto anche per la tesi in base alla quale la potenza di cal­colo di un micro­pro­ces­sore cre­sce­rebbe al pari della sua minia­tu­riz­za­zione e alla ridu­zione dei costi di pro­du­zione. In molti hanno con­te­stato tale tesi, ma le con­ferme sulla cre­scita espo­nen­ziale della potenza di cal­colo delle mac­chine sono state di gran lunga supe­riori alle smen­tite. I limiti fisici – il sili­cio, la minia­tu­riz­za­zione – sem­brano essere pros­simi, ma le mac­chine hanno una potenza di cal­colo cre­sciuta espo­nen­zial­mente. Que­sto, però, non ha potuto evi­tare quel che l’ingegnere Hans Mora­vec ha scritto in un for­tu­nato pam­phlet degli anni Ottanta del Nove­cento, quando ha soste­nuto un para­dosso: la dif­fi­coltà delle mac­chine di fare cose sem­plici per gli umani, come rea­gire tem­pe­sti­va­mente a un pic­colo imprevisto.



Il para­dosso di Moravec

Gli scritti di Mora­vec sono anno­ve­rati come una prova dell’impossibilità di una intel­li­genza arti­fi­ciale, ma è indub­bio che aveva colto nel segno quando aveva affer­mato che l’innovazione tec­no­lo­gica sarebbe stata espo­nen­ziale, digi­tale e com­bi­na­to­ria. È su que­sto cri­nale che La nuova rivo­lu­zione delle mac­chine dà il meglio di sé.

I due autori segna­lano che le mac­chine infor­ma­ti­che hanno rag­giunto l’attuale potenza di cal­colo in soli 50 anni (se pren­diamo il 1973 come data del primo micro­pro­ces­sore): un periodo di tempo risi­bile rispetto alla sto­ria dell’umanità. Che sia di tipo digi­tale inu­tile pure ricor­darlo. Che sia com­bi­na­to­ria, invece, va un po’ spie­gato.

Per lo svi­luppo delle mac­chine e del soft­ware sono state messe in campo disci­pline del sapere ete­ro­ge­nee tra loro. La fisica, la mate­ma­tica e la chi­mica, sicu­ra­mente, ma anche la bio­lo­gia, la filo­so­fia, la lin­gui­stica (non ci sareb­bero i com­pu­ter senza la gram­ma­tica gene­ra­tiva di Noam Chom­sky), la neu­ro­lo­gia, la psi­co­lo­gia, la teo­ria dei grafi e via elen­cando. Non poteva man­care nep­pure la socio­lo­gia, che è inter­ve­nuta per spie­gare alcune dina­mi­che col­let­tive che hanno costi­tuito un impulso all’innovazione nella pro­du­zione del soft­ware, come ad esem­pio le tesi sul capi­tale e le reti sociali di Robert Put­nam e Mark Gra­no­vet­ter.

Da qui l’affermazione che i cen­tri dell’innovazione non sono da cer­care solo nelle uni­ver­sità e nei cen­tri di ricerca, ma anche nelle rela­zioni sociali. La nuova rivo­lu­zione delle mac­chine ha dun­que come copro­ta­go­ni­sta l’intelligenza col­let­tiva. Certo, l’Eden che secondo i due autori è in via di costru­zione ha come effetti col­la­te­rali la disoc­cu­pa­zione cre­scente, l’inquinamento, le dise­gua­glianze sociali: per risol­verli serve lo Stato. Con buona pace dei libe­ri­sti radi­cali.

Chi invece avverte che più di un Eden stiamo scen­dendo negli inferi di un nuovo e feroce feu­da­le­simo è Andrew Keen. Di ori­gine inglese (è cre­sciuto a Soho), nipote di un diri­gente del par­tito comu­ni­sta inglese, ha respi­rato l’aria della swin­ging Lon­don, ha ascol­tato il rock arrab­biato degli anni Set­tanta, ha vis­suto la «rivo­lu­zione ses­suale» prima di tra­sfe­rirsi negli Stati Uniti, dove ha lavo­rato come pub­bli­ci­ta­rio per molti anni prima di dare vita a una impresa, fal­lita mise­ra­mente nel primo tonfo della net-economy nel 2001. Ha vis­suto per anni nella Sili­con Val­ley. Ha visto gio­vani lasciare l’università per lan­ciarsi nella grande corsa alla colo­niz­za­zione capi­ta­li­stica del web. Ha cre­duto, come molti, che Inter­net fosse il luogo dove potesse sor­gere una eco­no­mia che con­sen­tisse la distri­bu­zione della ric­chezza e dove le insop­por­ta­bili gerar­chie sociali del capi­ta­li­smo potes­sero essere supe­rate, senza che que­sto mor­ti­fi­casse la crea­ti­vità indi­vi­duale.

    Rochester. Sede centrale Kodak

Un inge­nuo uto­pi­sta sicu­ra­mente, che si è sve­gliato, sco­prendo che quel che imma­gi­nava più che un sogno era un incubo. Il libro ha alcuni capi­toli dedi­cati alla cit­ta­dina di Roche­ster, sto­rica sede della Kodak. Una città indu­striale fio­rente di cen­tri di ricer­che, una classe ope­raia e un ceto medio for­te­mente sin­da­ca­liz­zati fino agli anni Ottanta, quando il digi­tale arriva nel set­tore foto­gra­fico. Roche­ster è così diven­tata in un sof­fio d’anni la città con la più alta per­cen­tuale di omi­cidi rispetto la popo­la­zione, men­tre interi quar­tieri si sono tra­sfor­mati in «cit­ta­delle fan­ta­sma».

In paral­lelo al declino della Kodak, Keen rac­conta l’ascesa del fon­da­tore di Insta­gram, un infor­ma­tico con vel­leità con­tro­cul­tu­rali che durante una vacanza in una comune hip­pie soprav­vis­suta al lungo inverno neo­li­be­ri­sta, scelta per­ché garan­tiva vacanze low-cost nel mare azzurro del Mes­sico, ha l’idea di una appli­ca­zione per con­sen­tire di cari­care e con­di­vi­dere le foto digi­tali. Appli­ca­zione distri­buita gra­tui­ta­mente, men­tre i ser­ver di Insta­gram si riem­pi­vano di file digi­tali e account indi­vi­duali: dopo due anni, con poco più di quin­dici dipen­denti, la società del nerd «alter­na­tivo» è ven­duta a dieci miliardi di dol­lari senza avere fatto un cen­te­simo di incassi.

Il gio­vane è diven­tato ormai parte della oli­gar­chia che domina l’economia sta­tu­ni­tense, avverte Keen. La sua appli­ca­zione è stata a tutti gli effetti una kil­ler app, in linea con la logica che muove l’attuale eco­no­mia capi­ta­li­stica: chi vince prende tutto. Il gio­vane fon­da­tore di Insta­gram è diven­tato sì un miliar­da­rio, ma chi ha fatto il colpo grosso è stata Face­book, che ha acqui­stato la società e i suoi oltre tre­cento milioni di utenti, aggiun­gen­doli al big data (oltre un miliardo, gli utenti del social net­work) che Mark Zuc­ke­berg aveva accu­mu­lato fino ad allora.

Non ci sono cor­po­ra­tion, impren­di­tori e capi­ta­li­sti di ven­tura che l’autore rispar­mia. Goo­gle è la società sim­bolo della capa­cità di ridurre a merce i dati per­so­nali; lo stesso vale per Face­book, Wha­tsApp, Insta­gram, Apple e via nomi­nando. La visione della società che emerge è quella, appunto, di un feu­da­le­simo con pochi ric­chi e tanti uomini e donne ridotti in povertà. Inol­tre, spiega Keen, sono tutte imprese che danno lavoro a poche migliaia di per­sone, men­tre man­dano sul lastrico milioni di dipen­denti di altre imprese.

    Andamento dell'occupazione alla Kodak  1982-2010


L’inganno della condivisione

Denunce che sono raf­for­zate dall’analisi sulla sha­ring eco­nomy. La cosid­detta eco­no­mia della con­di­vi­sione si basa sulla gra­tuità dei ser­vizi pro­po­ste da alcune imprese. È la tra­du­zione capi­ta­li­sta dell’economia del dono. Non solo i dati per­so­nali sono usati dalle imprese per ven­derli o per rac­co­gliere pub­bli­cità, ma diven­tano pro­prietà dell’impresa. E se per molti que­sto è il prezzo da pagare per stare con­nessi, per l’autore siamo di fronte a una forma di sfrut­ta­mento che equi­para le società con­tem­po­ra­nee alle più hard realtà feu­dali del pas­sato.

Quel che però emerge è la ten­denza a una stri­sciante seces­sione dei nuovi oli­gar­chi dalla società e a uno svuo­ta­mento della demo­cra­zia. Al di là del les­sico usato da tutti gli autori, buono più per una rap­pre­sen­ta­zione teo­lo­gica della realtà che non a una sua ana­lisi cri­tica, que­sti due volumi con­sen­tono, ognuno a par­tire da uno spe­ci­fico tema, di sgom­be­rare il campo dagli equi­voci – la Rete come regno della libertà – dira­dare la neb­bia dell’ideologia e defi­nire la tas­so­no­mia dei con­flitti in corso.

La pri­vacy come diritto uni­ver­sale; la riap­pro­pria­zione dell’intelligenza col­let­tiva espro­priata dalle imprese. La lotta con­tro la povertà intesa come con­flitto il domi­nio delle cor­po­ra­tion sulla vita sociale e indi­vi­duale. Non la solu­zione dei pro­blemi, ma sono libri che for­ni­scono gli ele­menti per un agenda poli­tica che affermi l’autonomia della coo­pe­ra­zione sociale produttiva.


Il manifesto – 25 aprile 2015

venerdì 24 aprile 2015

Attualità della Resistenza. Il triangolo nero



L’estrema destra in Lombardia, in particolare nelle città di Milano, Brescia e Varese, quale erede diretta dell’ultima tragica stagione del fascismo, fin dall’immediato dopoguerra ha assunto caratteristiche di durezza e intransigenza che hanno avuto conferme ed evoluzioni significative fino ai nostri giorni. Passando dai progetti eversivi degli Anni ’70, alle attuali derive apertamente razziste e neonaziste.

Saverio Ferrari

Il triangolo nero

Il neo­fa­sci­smo mila­nese e lom­bardo fin dall’immediato dopo­guerra ha assunto carat­te­ri­sti­che di durezza e intran­si­genza. Quale erede diretto dell’ultima tra­gica sta­gione del fasci­smo, rap­pre­sen­tata dalla Repub­blica sociale, ha visto subito river­sarsi tra sue fila molti degli sche­rani pro­ve­nienti dai suoi tanti corpi mili­tari e dalle sue innu­me­re­voli poli­zie pri­vate. Un sostan­ziale filo di con­ti­nuità in una città come Milano, che fu la vera capi­tale della Rsi, e in una regione dove, sulle sponde del lago di Como, si con­sumò il suo ultimo dram­ma­tico destino.

Da qui il for­marsi degli ini­ziali gruppi diri­genti mis­sini e delle stesse prime orga­niz­za­zioni ter­ro­ri­sti­che, a par­tire dalle Sam (Squa­dre d’azione Mus­so­lini), che già alla fine del 1945 ope­ra­rono tra Milano, Monza e Como, ben oltre l’attentato dimo­stra­tivo, assal­tando le sedi dei par­titi di sini­stra e cau­sando più di una vittima.



Il retro­terra degli anni Settanta

Quest’impronta e que­sti tratti si sono poi tra­man­dati negli anni. È a Milano, già alla metà degli Cin­quanta, che prende corpo quel nucleo di Ordine nuovo che ritro­ve­remo poi come orga­niz­za­zione stra­gi­sta alla fine degli anni Ses­santa, respon­sa­bile dell’eccidio di piazza Fon­tana. Ed è sem­pre a Milano che si ten­gono, tra il 1958 e il 1967, ben tre riu­nioni di quella Inter­na­zio­nale nera che prese il nome di Noe, acro­nimo di Nuovo ordine euro­peo, fero­ce­mente raz­zi­sta e anti­se­mita. Il fatto stesso che la Lom­bar­dia abbia rap­pre­sen­tato il tea­tro prin­ci­pale della stra­te­gia della ten­sione non è stato certo un caso.

Ben tre sono state le stragi in que­sta regione (in piazza Fon­tana a Milano, il 12 dicem­bre 1969, e davanti alla que­stura, il 17 mag­gio 1973, a Bre­scia, in piazza della Log­gia. il 28 mag­gio 1974), diverse altre quelle ten­tate (a Varese dove la si cercò in piazza Maspero, ancor prima di Bre­scia, il 28 marzo 1974). Il tutto nel con­te­sto di un’impressionante esca­la­tion di vio­lenze squa­dri­ste. In un dos­sier pub­bli­cato nel 1975 dalla giunta regio­nale (Rap­porto sulla vio­lenza fasci­sta in Lom­bar­dia), tra il gen­naio 1969 e il mag­gio 1974, si con­teg­gia­rono: 180 aggres­sioni, 46 deva­sta­zioni, 36 lanci di bombe a mano o ordi­gni simi­lari, 63 lanci di bombe molo­tov, 14 esplo­sioni di bombe carta, dieci atten­tati con dina­mite o tri­tolo, 25 casi di ritro­va­menti di armi o esplo­sivi, 35 aggres­sioni a colpi di pistola, dieci accol­tel­la­menti e 30 incendi. In nean­che cin­que anni e mezzo.

È in que­sto trian­golo (tra Milano-Brescia-Varese) che l’estrema destra mise i suoi pic­chia­tori al ser­vi­zio dei set­tori più rea­zio­nari della bor­ghe­sia per rom­pere i pic­chetti ope­rai e attac­care gli stu­denti. Varese, spesso pas­sata in secondo piano, è stata invece una città che, cor­ro­bo­rata da uno «zoc­colo duro» di impren­di­tori e pro­fes­sio­ni­sti dispo­ni­bili a for­za­ture ever­sive, forag­giò e spal­leg­giò neo­fa­sci­sti di ogni risma. Qui l’Msi toccò la soglia del 10%, ben oltre la media nazio­nale, Qui si svi­lup­pa­rono for­ma­zioni ter­ro­ri­sti­che, dalla Costi­tuente nazio­nale rivo­lu­zio­na­ria ad Avan­guar­dia nazio­nale alle Squa­dre d’azione Ettore Muti, fino a Ordine nero, che si resero pro­ta­go­ni­ste di siste­ma­ti­che azioni squa­dri­ste e dinamitarde.

Ed è nuo­va­mente tra Milano, Bre­scia e Varese, che biso­gna tor­nare a guar­dare in que­sti anni. In una regione dove accanto alle for­ma­zioni pre­senti sul ter­ri­to­rio nazio­nale ne sono cre­sciute altre a livello locale.



Forza Nuova

Forza nuova, la più vec­chia tra le orga­niz­za­zioni post-missine, nata nel 1997 e rico­no­sciuta come «nazi­fa­sci­sta» da una sen­tenza del 2010 della Cas­sa­zione, si è svi­lup­pata in Lom­bar­dia attra­verso pic­coli nuclei, con sedi a Milano, Monza, Bre­scia, Ber­gamo, Pavia e Como. Ulti­ma­mente l’attività ha teso a pri­vi­le­giare i temi clas­sici dell’ultradestra cat­to­lica, dalla can­cel­la­zione della legge sull’aborto alle cam­pa­gne omo­fo­bi­che, strin­gendo alleanze con alcune asso­cia­zioni inte­gra­li­ste, tra le altre Le sen­ti­nelle in piedi, col­la­te­rali ad Alleanza cat­to­lica, la più antica tra que­ste realtà, da sem­pre ricet­ta­colo di estre­mi­sti di destra.

Un secondo ter­reno è quello del con­tra­sto all’immigrazione e alla «società mul­ti­raz­ziale». Qui il ten­ta­tivo è di sca­val­care a destra la stessa Lega con ini­zia­tive e slo­gan ancor più radi­cali in nome di un nazio­na­li­smo becero ed esasperato.

Fun­zio­nale a que­sto scopo è stato anche il varo di un’associazione (Soli­da­rietà nazio­nale) impe­gnata a rac­co­gliere ali­menti e generi di con­forto per gli ita­liani in dif­fi­coltà sul modello di Alba dorata in Gre­cia. In alcune città Forza nuova è con­fluita, facendo blocco, in orga­ni­smi «uni­tari», è il caso di Bre­scia ai bre­sciani, che ha pro­vato anche ad attac­care fisi­ca­mente il 28 marzo scorso un cor­teo di immi­grati scon­tran­dosi con la polizia.

Dato il numero esi­guo di mili­tanti, non più di 150 com­ples­si­va­mente, il metodo è di farli con­fluire nelle ini­zia­tive prin­ci­pali per disporre di un minimo di massa critica.



Casa Pound

Dopo vari ten­ta­tivi andati a vuoto di inse­dia­mento nelle prin­ci­pali città lom­barde, sfrut­tando l’alleanza con la Lega, ora Casa Pound prova a rilan­ciarsi. È pre­sente al momento con pro­prie sedi in un quar­tiere popo­lare di Milano (Quarto Oggiaro), a Varese e a Cre­mona, realtà quest’ultima pro­ta­go­ni­sta a gen­naio di un’aggressione cri­mi­nale ai danni del cen­tro sociale Dor­doni. A Bre­scia (San Vigi­lio), causa con­tra­sti interni, ha aperto ma anche subito chiuso i bat­tenti. Sem­pre a Milano, nei pressi della sta­zione cen­trale, con l’intento di auto­fi­nan­ziarsi, ha aperto un pic­colo risto­rante spe­cia­liz­zato in cucina romana, l’Osteria Angelino.

L’attività prin­ci­pale si incen­tra al momento sull’attacchinaggio di mani­fe­sti e stri­scioni in alcuni quar­tieri sui temi della crisi eco­no­mica e sociale, sulla pro­mo­zione di pre­sidi in favore dei «due Marò», di pic­coli con­certi e con­fe­renze a carat­tere interno per lo più rie­vo­ca­tivi del futu­ri­smo marinettiano.

Il modello al quale guar­dare, anche qui, è quello del primo movi­mento fasci­sta del 1919–20. Il suo momento più alto è stato indub­bia­mente il 18 otto­bre scorso, quando, in occa­sione della prima mani­fe­sta­zione nazio­nale della Lega dell’era Sal­vini, sfi­la­rono a Milano in cami­cia nera, fianco a fianco con le cami­cie verdi, fino a piazza Duomo, due­mila suoi ade­renti affluiti da tutta Italia. Pra­ti­ca­mente nulla la pre­senza del Blocco stu­den­te­sco negli isti­tuti supe­riori della regione. Anche in que­sto caso il corpo mili­tante non supera le 150 unità.



Lealtà Azione

Accanto alle orga­niz­za­zioni nazio­nali sono pre­senti in Lom­bar­dia almeno altre due for­ma­zioni locali degne di nota. La prima, Lealtà azione, nata come asso­cia­zione nell’ambito del cir­cuito Ham­mer­skin, è cre­sciuta velo­ce­mente nel giro di pochi anni fino a diven­tare la realtà più con­si­stente della regione con circa tre­cento ade­renti. Aper­ta­mente neo­na­zi­sta (i suoi ade­renti amano tatuarsi stemmi e inse­gne del Terzo Reich) è stata pro­mo­trice di raduni e con­certi anche a carat­tere internazionale.

Il mee­ting più impor­tante è stato cer­ta­mente quello del 15 giu­gno 2013 alla peri­fe­ria di Milano, presso Rogo­redo, con dele­ga­zioni nazi­ste da mezza Europa ed espo­nenti del Ku Klux Klan.
Lealtà azione ha inau­gu­rato sedi a Milano (quar­tiere Cer­tosa), a Bol­late (deno­mi­nata Ski­n­house), a Lodi e a Monza, in pieno cen­tro, con una dipo­ni­bi­lità di risorse finan­zia­rie deci­sa­mente supe­riori a tutte le altre orga­niz­za­zioni d’area, in parte pro­ve­nienti da atti­vità com­mer­ciali e di risto­ra­zione di alcuni dei suoi soci.

Strut­tu­ra­tasi con asso­cia­zioni col­la­te­rali a tema: I lupi danno la zampa (a favore di cani e gatti), I lupi delle vette (per l’escursionismo mon­tano), Branco (con­tro l’aborto e la pedo­fi­lia), dedica gran parte del pro­prio tempo, anche attra­verso l’associazione Memento, al recu­pero e alla cura nei cimi­teri delle tombe dei caduti repub­bli­chini e degli squa­dri­sti degli anni Venti. Fuori dalla Lom­bar­dia Lealtà azione si è nel frat­tempo gemel­lata con altre espe­rienze, ad Ales­san­dria con Arca­dia e a Firenze con La Fenice.



I Dodici Raggi

La Comu­nità mili­tante dei «dodici raggi» opera invece da qual­che anno in pro­vin­cia di Varese alter­nando la pro­pria deno­mi­na­zione con Varese ski­n­heads. La base è situata a Cai­date (fra­zione di Sumi­rago) dove dispone di ampi locali attrez­zati gra­zie ai quali ha pro­mosso raduni e intes­suto rela­zioni con il varie­gato arci­pe­lago nazi-skin, facendo da perno per altre realtà, da Pavia a Ber­gamo a Torino.

Do.Ra, que­sto il suo acro­nimo, è da tempo pene­trata nella curva dello sta­dio di Varese (mischian­dosi con Blood&Honour) e nella tifo­se­ria della squa­dra di pal­la­ca­ne­stro attra­verso gli Arditi.

Un cen­ti­naio i mili­tanti e due le osses­sioni: cele­brare ogni 20 aprile il com­pleanno di Adolf Hitler, il più delle volte con con­certi pro­pa­gan­dati con imma­gini rie­vo­ca­tive (due anni fa l’evento si tenne a Mal­nate con 400 teste rasate giunte da tutta Europa), e oltrag­giare il sacra­rio par­ti­giano di Monte San Mar­tino sulle Pre­alpi dell’alto vare­sotto (tea­tro di una bat­ta­glia tra il 13 e il 15 novem­bre 1943), omag­giando, insieme al Mani­polo d’avanguardia di Ber­gamo (i loro gemelli oro­bici), i caduti repub­bli­chini con l’infissione nel ter­reno di decine di Toten rune, il sim­bolo con il quale si ono­ra­vano le spo­glie delle SS.


Il manifesto – 22 aprile 2014

Il prepuzio di Cristo. Il sacro viavai della reliquia



A Torino, nonostante da tempo ne sia stata dimostrata l'origine medievale, migliaia di persone si mettono in fila per andare a venerare la Sindone. Manifestazione di un culto delle reliquie, prima di tutto strumento di controllo sociale e costruzione del consenso, ancora molto vivo nonostante la modernità (e la Riforma protestante).


Luigi Accattoli

Il sacro viavai della reliquia


Circonciso Gesù, la Vergine Maria custodì con ogni cura il «santo prepuzio» e non lo sperse neanche durante la fuga in Egitto. Lo donò infine alla Maddalena e possiamo immaginare che ciò sia avvenuto dopo l’Ascensione al cielo, non essendoci più sulla terra altro vestigio della carne di Cristo. Da Maria di Magdala a Carlo Magno abbiamo uno stacco di secoli e non sappiamo dove l’abbia preso l’angelo che lo consegna all’imperatore in Aquisgrana, mentre toccherà a Carlo il Calvo portarlo a Roma.

Sarà un lanzichenecco tedesco a entrarne in possesso nella magna confusione del Sacco di Roma (1527) e a portarlo a Calcata, che è un borgo a nord di Roma, verso Viterbo. Lì resta fino al 1983 quando viene rubato dalla casa del parroco don Dario Magnoni, come costui denuncia ai carabinieri. O forse don Dario lo fa sparire in obbedienza a ordini superiori? Perché il sacro ha tempi lenti ma anch’esso — come tutto — scorre e un prepuzio che prima attira rischia poi di allontanare, tant’è che il Sant’Uffizio la venerazione di quella reliquia l’aveva già proibita all’inizio del Novecento. Ma i parroci continuarono a esporla nella chiesa dei Santi Cornelio e Cipriano a ogni capodanno, nella festa che si chiamava in Circumcisione Domini , nella Circoncisione del Signore.

Nel frattempo c’era stata la riforma del calendario liturgico e il Rito Romano al primo dell’anno festeggiava Maria Santissima Madre di Dio. Se cambia la messa vuol dire che cambia il mondo, devono aver pensato a Calcata nel 1970 all’arrivo del nuovo calendario, che misteriosamente preludeva al distacco dall’incredibile prepuzio. Una delle più singolari reliquie della cristianità, tra le quali ci fu il Graal e c’è ancora la Sindone, nonché il Velo della Veronica, anch’esso finito fuori mano come il prepuzio, ed ora si trova — se è lui — a Manoppello in Abruzzo.

Che sia destino delle reliquie convergere a Roma e ripartirne? Pare anche loro destino mantenere margini di mistero, com’è ovvio per chi prende forza dall’aver toccato (appunto) il mistero. Qui infatti abbiamo ridotto a un racconto lineare la vicenda del prepuzio che è fatta di comparse e scomparse, duplicazioni, moltiplicazioni.



Sarebbero almeno 32 le località europee nelle quali il prepuzio di Cristo è stato segnalato nei secoli, racconta ora Tonino Ceravolo in Il prepuzio di Cristo. Storie di reliquie nell’Europa cristiana (Rubbettino). E c’era per un tempo sia a Roma — in San Giovanni in Laterano — sia a Calcata e si argomentava che l’uno fosse il prepuzio e l’altro l’ombelico, ovvero il cordone ombelicale, che oggi si conserva in vista dell’utilizzo delle staminali e un tempo si conservava chissà perché, ma nel caso di Gesù di sicuro con buoni motivi. Del cordone infatti parla la fonte più antica che nomina il prepuzio e si tratta di un apocrifo del Nuovo Testamento, il Vangelo arabo-siriaco (forse dell’VIII secolo): «Lo circoncisero nella grotta. Quella vecchia ebrea prese il pezzetto di pelle — ma altri dicono che si prese il cordone ombelicale — e lo mise in un’ampolla di vecchio olio di nardo».

Oggi il cordone ombelicale lo conserviamo in azoto liquido: c’è dunque una lampante continuità tra l’apocrifo e le regole del nostro sistema sanitario. Ma come si presentava il «sacrosanto prepuzio», o «bellico» che fosse? L’osservarono da vicino a metà del Cinquecento due inviati di Paolo IV. Uno dei due, a nome Pipinelli, premendo con le dita «lo spezzò in due» e le due parti furono così descritte dalla Narrazione critico-storica della Reliquia preziosissima del Santissimo Prepuzio (che è del 1802): «L’una della grossezza d’un picciolissimo Cece, l’altra d’un granellino di seme di Canapa».

Come c’erano tanti prepuzi così c’erano — in giro per l’Europa — tanti sangui di Cristo: e qui non s’intende più quello del cordone, ma quello della Passione, uscito dalle ferite della flagellazione, delle spine, dei chiodi, del costato. Una parte l’aveva raccolta Longino, il soldato del colpo di lancia che stava pronto lì sotto. Un’altra aveva impregnato il guanto di Nicodemo, che aveva schiodato Gesù e aveva nascosto il guanto nel becco d’un uccello. Ma anche Maria e la Maddalena avevano raccolto qualcosa là sul Calvario.

Troppo sangue e pezzi della croce e spine della corona, che presto scatenarono satire e invettive, da Boccaccio a Chaucer, a Calvino, fino a Garibaldi e Joyce. Erasmo da Rotterdam affermava non senza ironia che ai suoi tempi circolavano talmente tanti frammenti della croce da costruire una nave. San Paolino però aveva preso sul serio la proliferazione delle schegge e trovato una soluzione: la reintegrazione della croce: se ne potevano staccare tutti i frammenti che si voleva, ma la croce restava sempre integra. Boccaccio da parte sua, nella novella decima della sesta giornata, mette in scena l’ineffabile Frate Cipolla, che promette a certi contadini di mostrare «la penna dell’agnolo Gabriello», ma poi — avendo subito il furto della penna — si accomoda a mostrare i «carboni che arrostirono San Lorenzo».

    San Lorenzo in Lucina. Reliquia della graticola

A quei tempi satira e devozione si toccavano: una «santa lacrima» versata da Cristo su Lazzaro morto era conservata a Vendôme e a Roma, in San Lorenzo in Lucina, c’era e c’è uno spezzone della graticola di San Lorenzo.

Il culto delle reliquie non cessa con l’arrivo del terzo millennio. Come già i frammenti della croce così sono oggi innumerevoli i filamenti del saio di Padre Pio che girano per il mondo, o le fialette con il sangue di Wojtyla raccolto da don Stanislaw — novello Nicodemo — in occasione di un prelievo al Gemelli.

Né cessa la filiera delle reliquie da contatto, o reliquie di reliquie. Già vedemmo moltiplicati per ogni dove i berretti e le camicie di Garibaldi e oggi vediamo i pellegrini che offrono uno zucchetto di loro fattura a papa Francesco, che se lo mette in testa per un momento e subito lo restituisce all’offerente, avendolo fatto suo «per contatto». E l’entusiasmo dei napoletani per la presenza in città delle «ceneri» di Pino Daniele? E gli autografi non sono una reliquia? E la mania dei selfie? Reliquia per contatto, reliquia per imago . Le reliquie cambiano, ma non cessano perché è proprio della vita lasciare reliquie e forse il mondo è tutto un reliquiario.


Il Corriere della sera – 29 marzo 2015