TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 13 settembre 2018

Platone e la memoria artificiale




L'uso a scuola di computer, tablet o smartphone aiuta nello studio o no? Una vecchia questione.

Giorgio Amico

Platone e la memoria artificiale

Come ogni anno a settembre giornali e televisioni si ricordano della scuola. Al tema evergreen del costo dei libri di testo, si aggiungono quest'anno il problema delle vaccinazioni e (a causa dello shock emotivo conseguente al crollo del ponte Morandi) quello della sicurezza dei locali scolastici spesso fatiscenti e privi della certificazione sulla sicurezza. Qualcuno si ricorda anche che la scuola è (o dovrebbe essere) luogo di apprendimento e allora l'inizio delle lezioni diventa occasione di riflessione sulla didattica. Il tema dominante da qualche anno è quello dell'uso in classe di computer, smartphone, tablet. Utili per alcuni, dannosi per altri. Il principale argomento di chi ne nega l'utilità è che questi apparecchi invoglino gli studenti alla pigrizia e provochino un calo delle capacità mnemoniche. Insomma, perchè studiare cose che senza alcuno sforzo sono recuperabili tramite la tastiera di un qualunque telefonino?

Sembra un dibattito legato alla modernità, impensabile anche solo pochi decenni fa, ma non è così. La questione in realtà è vecchia come il mondo, quello occidentale per lo meno. Vediamo come si poneva il problema nell'antica Grecia. Nel Fedro, composto probabilmente fra il 368 e il 363 a.C., Platone racconta il mito egiziano di Teuth, il dio civilizzatore inventore delle arti e della scrittura. Il progresso per l'umanità sembra gigantesco, ma non per tutti si tratta necessariamente di un progresso. Il re di tebe Thamus si permette di criticare l'opera del dio: incentiverà la pigrizia, sostiene il re, ora che le cose sono scritte, a portata di mano nei libri, perchè studiare e conservarne memoria? Ma vediamo il racconto di Platone:

“Ho sentito dunque raccontare che presso Naucrati, in Egitto, c'era uno degli antichi dèi del luogo, al quale era sacro l'uccello che chiamano ibis; il nome della divinità era Theuth. Questi inventò dapprima i numeri, il calcolo, la geometria e l'astronomia, poi il gioco della scacchiera e dei dadi, infine anche la scrittura. Re di tutto l'Egitto era allora Thamus e abitava nella grande città della regione superiore che i Greci chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano il suo dio Ammone. Theuth, recatosi dal re, gli mostrò le sue arti e disse che dovevano essere trasmesse agli altri Egizi; Thamus gli chiese quale fosse l'utilità di ciascuna di esse, e mentre Theuth le passava in rassegna, a seconda che gli sembrasse parlare bene oppure no, ora disapprovava, ora lodava. Molti, a quanto si racconta, furono i pareri che Thamus espresse nell'uno e nell'altro senso a Theuth su ciascuna arte, e sarebbe troppo lungo ripercorrerli; quando poi fu alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa è stato trovato il farmaco della memoria e della sapienza».

Allora il re rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c'è chi sa partorire le arti e chi sa giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad arrecare a chi intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di quello che essa vale. Questa scoperta infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell'anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti».

La somiglianza con il dibattito attuale è impressionante. I nuovi mezzi (oggi il tablet, allora la scrittura) sono nocivi perchè stimolano la pigrizia e riducono la capacità di memorizzare i dati appresi. In realtà la questione è più complessa. Platone è preoccupato dal fatto che il sapere scritto (il libro) finisca nelle mani “di chi non ha niente da spartire con esso”, di chi non ha strumenti per comprenderne il linguaggio e il significato. E' la preoccupazione dell'insegnante di oggi: soli davanti ad una tastiera, i ragazzi faticano ad orientarsi, a comprendere il senso autentico di ciò che leggono, a discernere il vero dal falso. Il risultato è una grande confusione e il prevalere di quelle che oggi si chiamano fake news, anche le più inverosimili. Per tornare al filosofo, quello che trovano i ragazzi sarebbe “l'apparenza e non la sostanza della sapienza”.

Anche in questo Platone si rivela nostro contemporaneo. Lasciati a se stessi, ammonisce, i più non sarebbero in grado di navigare nel mare delle conoscenze. Due le conseguenze negative: “un ingiusto disprezzo”, cioè il rifiuto di una cultura che non si riesce a comprendere, o “una vuota presunzione”, il delirio di onnipotenza di chi, pur non sapendo nulla, crede di conoscere tutto. Esaltazione dell'ignoranza e delirio di onnipotenza che vediamo dilagare attorno a noi attraverso l'uso compulsivo di Facebook o Twitter.

La soluzione? Per Platone come per gli insegnanti di oggi è una sola: la scuola. Il vero strumento di comunicazione del sapere ammonisce il filosofo è l'insegnamento diretto. Come una volta il libro, oggi il PC richiede questa necessaria mediazione, una sorta di apprendistato, in cui l'allievo si fornisca con l'aiuto dell'insegnante degli strumenti necessari alla navigazione, primo fra tutti il senso critico. E questo può scaturire solo “nel contesto dell'insegnamento”, insiste Platone, nel contesto della relazione interpersonale docente-allievo, della classe come ambiente comunicativo-relazionale, traduciamo noi nel linguaggio sociologico oggi di moda.

Impostato così, il problema dell'uso dei nuovi mezzi trova allora soluzione. La memoria artificiale del computer, come fu una volta per il libro, diventa strumento utilissimo, un mezzo, scrive Platone, “per aiutare la memoria di coloro che già sanno”. Di più e di meglio crediamo non si possa dire.

mercoledì 12 settembre 2018

Se trobar d'Oc


Resistere sulle scogliere di marmo



Giorgio Amico

Resistere sulle scogliere di marmo


Nel 1939, dopo la “notte dei cristalli”, che segnò l'inizio in Germania della persecuzione violenta degli ebrei, Ernst Jünger pubblica “Sulle scogliere di marmo” in cui denuncia l'irrompere nella società delle potenze demoniache dell'irrazionale e della violenza. Poi ci sarà il diluvio di sangue della guerra e l'orrore senza fine della shoah. Un libro a suo modo profetico, a dimostrazione di quanto la letteratura può interpretare (e persino precorrere) la storia. Ne riprendiamo una paginetta che suona sinistramente attuale.


“Non per caso infatti e non per un'avventura il vecchio era uscito dalla oscurità del bosco con il suo popolo di lemuri e aveva principiato ad agire. Gentaglia di tal sorta era stata un tempo dispersa come i ladri fuggono, e il suo rafforzarsi sembrava ora essere segno di un profondo mutamento avvenuto nell'ordine morale, nella sanità e persino nella salute religiosa del popolo. In questo ambito occorreva intervenire, ed erano quindi necessari ordinatori e nuovi teologi, cui il male fosse noto nelle sue apparenze e nelle sue radici; e solamente allora avrebbe giovato il taglio delle spade consacrate, a guisa di un fulmine nelle tenebre. Per queste ragioni dovevano i singoli vivere con chiarità e forza d'animo anche maggiore, secondo una disciplina più severa, testimoni di una nuova legittimità”.

(Ernst Jünger, Sulle scogliere di marmo, Guanda, p.77)

Illuminismo radicale. Da Spinoza a Diderot




Nel 1981 Margaret Jacob sviluppava il concetto di “illuminismo radicale”come un vasto movimento di idee che ispirandosi a Spinoza, Locke e Newton pose le basi della moderna democrazia. Un mondo variegato di scrittori, giornalisti, editori e librai accomunati da idee politiche repubblicane, convinzioni panteistiche e deistiche e, in molti casi, dall’appartenenza alla massoneria. Un libro di uno studioso italiano riprende quelle analisi rivalutandone la continuità con il pensiero rinascimentale.


Mario Mancini

Da Spinoza a Diderot, il lungo processo dei Lumi


«Illuminismo radicale» è tra le categorie più potenti e fortunate che si sono imposte per la narrazione della storia del pensiero moderno, e questo grazie alle opere di Margaret Candee Jacob, The Radical Enlightenment (1981, trad. it. L’illuminismo radicale, il Mulino, 1983) e di Jonathan I. Israel, Radical Enlightenment. Philosophy and the Making of Modernity 1650-1750 (2001), seguito da A Revolution of the Mind. Radical Enlightenment and the Intellectual Origins of Modern Democracy (2009, trad. it. Una rivoluzione della mente, Einaudi, 2011). Con le sue ambizioni e le sue narrazioni questo disegno interpretativo, relegando ormai al passato l’idea della presunta «astrattezza» dell’Illuminismo e della sua povertà filosofica, ha riscoperto le tendenze più inquiete e «radicali», le correnti scettiche, libertine, materialistiche.


In questo vivacissimo quadro delle interpretazioni dell’Illuminismo ci introduce, mettendo opportunamente al centro il dibattito storiografico, il corposo e ben argomentato volume di Carlo Borghero Interpretazioni, categorie, finzioni Narrare la storia della filosofia (Le Lettere, pp. 534, € 38,00). Il suo discorso diviene discussione puntuale di tante cruciali categorie, ora utili come strumenti classificatori, ora elevate a miti: età classica, razionalismo cartesiano, crisi della coscienza europea – che è il titolo di un importante e influente libro di Paul Hazard, 1935 – libertinismo, spinozismo e, appunto, «illuminismo radicale». Queste immagini che sono emerse nel corso della tradizione per descrivere e interpretare la filosofia del Sei-Settecento, così diverse e anche conflittuali, non sono errori di lettura o forzature ermeneutiche, ma devono essere indagate come oggetto primario della storia della filosofia.


Il volume si configura, nelle sue linee di fondo, come una verifica delle interpretazioni di Jacob e di Israel, che vengono ricostruite in tutta la loro complessità, senza nascondere, all’occasione, perplessità e riserve. Jacob, in Radical Enlightenment, riscopre un mondo variegato di scrittori, giornalisti, editori e librai accomunati da idee politiche repubblicane, convinzioni panteistiche e deistiche e, in molti casi, dall’appartenenza alla massoneria. Questo movimento trova la sua maggiore espressione prima in Inghilterra e dopo il 1720 in Olanda e si caratterizza come un vasto movimento di idee, condividendo ideali di tolleranza religiosa, di critica della metafisica e di democrazia politica. Locke, Newton e Spinoza sono gli autori di riferimento di questi intellettuali, la cui figura più rappresentativa è quella di John Toland, interprete eterodosso dell’ideologia newtoniana.

Il lavoro della Jacob riporta in luce testi di grande interesse, recuperando dottrine seicentesche eterodosse, e ricostruisce sapientemente la complessa trama della rete clandestina massonica. Mette anche in discussione il ruolo progressivo dell’Illuminismo «ufficiale», identificato con l’anima filosoficamente e politicamente moderata, opposta a quella panteistica, repubblicana, «radicale». Il rilievo dato ai movimenti massonici e clandestini comporta però un rischio, che Borghero non nasconde: «In questo modo si attenuava però, fino a quasi perdere importanza, il valore dell’uso pubblico della ragione, che da Voltaire a Kant era stato affermato e praticato come caratteristica essenziale dei Lumi, ed era stato visto come il tratto distintivo degli illuministi rispetto al nicodemismo e alla doppiezza dei libertini».


Israel, in Radical Enlightenment, ricostruisce le vicende della formazione intellettuale della modernità dalla prima e contrastata diffusione della filosofia cartesiana — così dirompente nel suo meccanicismo — nei Paesi Bassi, fino alla circolazione dei manoscritti clandestini in Francia e alla formazione di un materialismo francese con La Mettrie e Diderot. Egli anticipa al trentennio 1650-1680 la crisi della coscienza europea, cioè la fase di transizione che precede l’attacco sferrato dall’Illuminismo, e colloca nel periodo 1680-1750 il drammatico ripensamento che rivoluziona l’intero ordine intellettuale occidentale e lo obbliga a indirizzarsi lungo linee razionalistiche e secolarizzate. Israel attribuisce un’importanza fondamentale a Spinoza e allo spinozismo, un’importanza forse eccessiva, per Borghero, che richiama il ruolo di autori come Hobbes, Newton e Toland, per poi però ammettere che il Tractatus theologicus-politicus di Spinoza segna un eccezionale punto di svolta, e che senza Spinoza non si comprende Diderot.

Sia Jacob che Israel mettono al centro del loro discorso la circolazione dei manoscritti clandestini, il ruolo dei free thinkers e dei libertini. Borghero riprende e approfondisce il tema delle correnti eterodosse prima del Settecento, dialogando fittamente con le ricerche di Eugenio Garin e di Tullio Gregory — che tanto hanno insistito sulla continuità tra Rinascimento e Illuminismo — e proponendoci un panorama di grande fascino. Entrano in campo autori come Epicuro, Lucrezio e Sesto Empirico, Montaigne e Charron, Pomponazzi e Machiavelli, Rabelais e Luciano. È un viaggio avventuroso e sorprendente: l’Illuminismo radicale deve la sua radicalità non solo al meccanicismo cartesiano, ai principi di Locke e di Newton, ma anche a forme di ragione e di critica che vengono dal mondo del Cinquecento e del Seicento.

il manifesto 22.7.18

lunedì 10 settembre 2018

Ferrania Film Museum


Alla ricerca dell'armonia universale. Johannes Keplero



Nel Seicento in ambito protestante circoli intellettuali d'avanguardia svilupparono un ambizioso progetto scientifico, filosofico e politico, mirante a riportare la pace in un'Europa sconvolta dalle guerre di religione. Parlavano in nome della scienza ma avevano le loro radici nella magia naturale rinascimentale. Fu un progetto, che  coinvolse a vario titolo illustri scienziati, come Keplero (e più tardi Newton), politicamente fallimentare, ma che pose le basi della scienza e della democrazia moderna. Un processo complesso e in larga parte sotterraneo che parte con  i Rosa+Croce e sfocia poi nella Royal Society inglese per concludersi  con la nascita della massoneria moderna nel 1717. *

Franco Giudice

Johannes Keplero o dell'armonia universale


I libri, si sa, vanno quasi sempre incontro a un destino che si cura assai poco delle intenzioni di chi li ha scritti. Una volta pubblicati, prendono la loro strada e finiscono irrimediabilmente in balìa dei lettori, che se ne appropriano spesso in modo selettivo. Non stupisce quindi che l’Harmonice mundi (1619) di Johannes Keplero sia oggi ricordata soltanto perché vi si trova esposta la terza legge dei moti planetari, di cui proprio quest’anno ricorre il quarto centenario della sua scoperta, avvenuta il 15 maggio 1618. Esattamente come la sua opera precedente, l’Astronomia nova (1609), è nota per l’enunciazione delle prime due leggi, quelle cioè che stabiliscono che i pianeti si muovono lungo orbite ellittiche e che con i loro raggi condotti verso il Sole descrivono aree uguali in tempi uguali.
Sembra insomma che il senso e il valore delle opere di Keplero siano compendiati nelle tre leggi che portano il suo nome e che tutti abbiamo imparato a scuola. Come se fosse irrilevante che il loro autore le avesse invece originariamente concepite per altre e ben più elevate ragioni: proclamare la gloria di Dio attraverso lo studio della natura.

Un destino un po’ beffardo, non c’è che dire. Ma di cui forse Keplero non si sarebbe rammaricato più di tanto, poiché da buon protestante, che da giovane voleva diventare un pastore luterano, lo avrebbe interpretato come l’esito del disegno imperscrutabile della volontà divina. Sono tuttavia convinto che una lettura così riduttiva delle sue opere, oltre a essere decisamente anacronistica, ne trascuri l’imprescindibile retroterra spirituale. Ma questo dipende anche, e soprattutto, dal diverso punto di vista che distingue lo storico della scienza dallo scienziato di professione. Se è vero infatti che Keplero fu uno degli astronomi più dotati che la storia abbia mai conosciuto, lo è altrettanto che a guidare gli sviluppi delle sue ricerche fu sempre una profonda devozione religiosa. Che emerge fin dal Mysterium cosmographicum (1596), la sua prima pubblicazione, dove dimostrava con estrema audacia come la necessità del sistema copernicano scaturisse direttamente da Dio, che aveva creato l’universo attraverso l’armonia dei cinque solidi regolari della geometria euclidea. E che prorompe come un’esigenza insopprimibile anche dalle pagine dell’Harmonice mundi che annunciano la scoperta della terza legge dei moti planetari.



Era appunto il 15 maggio 1618. Un giorno memorabile per Keplero, che stava finendo di scrivere il libro, gran parte del quale era già in corso di stampa. Aveva aspettato questo momento per ben ventidue anni, e ora un’illuminazione improvvisa dissolveva le tenebre dalla sua mente, facendogli perfino temere di essere vittima di un sogno. Ma non c’erano dubbi: «È cosa certissima ed esattissima che il rapporto che esiste tra i tempi periodici di due pianeti qualsiasi è precisamente nel rapporto della potenza 3/2 delle loro distanze medie». Ovvero, nella formulazione più usuale, il rapporto tra i quadrati del periodo di rivoluzione di due pianeti è uguale a quello tra i cubi della loro distanza media dal Sole.

La scoperta della relazione tra le distanze e i periodi dei pianeti si era dunque rivelata a Keplero proprio mentre stava ultimando l’opera che considerava il culmine della sua carriera scientifica. Un fatto che lo aveva letteralmente mandato in estasi, in preda a un «sacro furore», al punto che non gli importava se a leggerla sarebbero stati i suoi contemporanei o i posteri. Poteva benissimo aspettare cent’anni i suoi lettori, «se Dio stesso aveva atteso seimila anni il Suo contemplatore».

Eppure, per quanto strano possa sembrare, soprattutto di fronte ad affermazioni così entusiastiche, questa legge non gioca affatto un ruolo centrale nell’astronomia dell’Harmonice mundi. Per Keplero, quella che noi chiamiamo «terza legge» – ma che lui, al pari delle altre due, non definì mai in tali termini, né tanto meno le diede alcuna numerazione – esprimeva semplicemente uno dei tanti rapporti celesti riscontrabili nell’armonia dell’universo. Un’armonia inoltre che rispecchiava i principi della consonanza musicale, che indicava lo stretto legame tra Dio e la sua creazione, e che si poteva scorgere in ogni parte del cosmo. Un’armonia infine che si trovava impressa come un archetipo negli esseri umani, i quali, essendo plasmati a immagine di Dio, erano quindi in grado di apprezzarla, anche se ignoravano le proporzioni geometriche da cui essa discendeva.

L’idea di scrivere sull’armonia universale risaliva al 1599. A incoraggiare Keplero nell’impresa aveva contribuito anche la recente lettura dell’Armonica dell’astronomo alessandrino Tolomeo, che confermava la sua convinzione che il cosmo fosse governato da un’armonia musicale. Ai suoi occhi, tutto ciò non poteva essere soltanto un caso: se la segreta natura dell’universo si andava rivelando a due uomini separati da una distanza di quindici secoli, voleva dire che «c’era il dito di Dio». Può darsi. Sta di fatto che durante i vent’anni in cui Keplero inseguì il suo progetto, la vita gli aveva fornito ben pochi segni di una divinità armonica e benevola.


Certo, i dieci anni trascorsi a Praga, dove nel 1601 era succeduto al grande astronomo danese Tycho Brahe nel ruolo di matematico dell’imperatore Rodolfo II, furono alquanto sereni e tra i più fecondi della sua attività scientifica, facendogli ottenere importantissimi risultati nel campo dell’astronomia e dell’ottica. Ma prima e dopo, era stato tutto un susseguirsi di incredibili tragedie personali e professionali. Il 1599, proprio l’anno in cui concepì l’idea dell’Harmonice mundi, coincise con la prematura scomparsa della sua secondogenita, che aveva soltanto trentacinque giorni. Nel 1611, quando la situazione politico-religiosa a Praga lo aveva costretto a trasferirsi a Linz, aveva assistito impotente alla morte di un altro suo figlio e della prima moglie Barbara. Tra il 1617 e il 1618, in poco meno di sei mesi, aveva perso i due bambini avuti dalla seconda moglie Susanna. Come se non bastasse, nel 1615 la madre Katharina era stata accusata di stregoneria e Keplero dovette assumerne la difesa legale per i successivi sei anni.

L’Harmonice mundi fu completata il 27 maggio 1618, dodici giorni dopo la scoperta della terza legge. La sua famiglia era stata letteralmente decimata e il mondo che lo circondava stava precipitando nel disordine. Ma da uomo dalla fede incrollabile, Keplero vedeva nell’armonia celeste la più alta manifestazione della saggezza di Dio. E dedicava l’opera a Giacomo I Stuart, nella speranza che il sovrano che aveva riunito le tre corone d’Inghilterra, Scozia e Irlanda, potesse usare gli esempi della gloriosa armonia di cui Dio aveva dotato la sua creazione per portare altrettanta armonia e pace tra le chiese divise. Si trattava però di una pia illusione: soltanto quattro giorni prima, il 23 maggio 1618, la rivolta boema con la celebre defenestrazione di Praga segnava l’inizio della guerra dei Trent’anni, una delle più lunghe e sanguinose della storia europea.

Il Sole 24 Ore - 22 luglio 2018

* Per chi volesse approfondire il tema dei rapporti magia-scienza consigliamo il bel libro di Paolo Rossi e Marco Ghione “Il figlio della strega” che ricostruisce le traversie di Keplero per difendere la madre accusata di stregoneria.


Le fabbriche del mare dietro la piattaforma container di Vado



Ieri abbiamo parlato delle perplessità suscitate dalla piattaforma container di Vado, ma cosa c'è dietro la costruzione di una mega terminal? Una inchiesta de il Manifesto racconta il lato in ombra dello shipping a partire dalle condizioni di sfruttamento estremo in cui lavorano un milione e mezzo di marinai, soprattutto cinesi, indiani, filippini e indonesiani.

Ernesto Milanesi-Devi Sacchetto

Le fabbriche del mare

Shipping: la «logistica del mare». Ma anche la nicchia opaca della Grande Crisi, il commercio tutt’altro che virtuale, il lato oscuro del lavoro globale, la «spia» dei nuovi equilibri mondiali, l’impatto dei mega-cargo sull’ambiente e perfino il ruolo nel soccorso dei migranti.

È davvero un universo sconosciuto, anche se basta la bussola delle statistiche a inquadrarlo. Proprio adesso ci sono 20 milioni di container che solcano mari e oceani, mentre almeno 10 mila all’anno vanno a fondo. Nel 2016, secondo il rapport «Safety & shipping review» presentato da Allianz, la flotta mondiale sopra la stazza lorda di 100 tonnellate ha perso – fra affondamenti, incagli, esplosioni, incendi e altri incidenti – ben 85 navi soprattutto nelle acque della Cina meridionale e del Sud est asiatico.

Shipping è sinonimo di un’altra «bolla» parallela a quella che ha travolto con Lehman Bros l’economia planetaria. Deutsche Bank ha recentemente ceduto i «crediti incagliati» (un miliardo di dollari) di un settore esposto con le banche per oltre 4 miliardi. Due anni fa è fallita la coreana Hanjin Shipping, abbandonando nei porti merci per 14 miliardi di dollari. Cantieri navali, compagnie di trasporto, broker, equipaggi sopravvivono di fatto sull’orlo della possibile bancarotta.
Le compagnie armatoriali hanno continuato a ordinare navi sempre più grandi (le Triple E Class sono lunghe 400 metri, stivano 18 mila container e costano 185 milioni di dollari l’una), pensando che i costi si abbattessero grazie alla dimensione. Ma quando il prezzo dei noli è sceso, sono iniziati i fallimenti. D’altra parte, le grandi compagnie armatoriali paiono in procinto di allearsi e quindi costruire delle imprese gigantesche che, inevitabilmente, provocheranno il fallimento dei piccoli e medi operatori, in particolare di quelli che operano sulle rotte internazionali.

Ci sono navi alla fonda semplicemente in attesa di ordini, altre che vengono abbandonate insieme al loro equipaggio. È accaduto anche in Italia: i marinai stranieri sono costretti a bordo, perché se lasciano la nave senza il consenso dell’armatore perdono il diritto al salario oltre a diventare migranti senza documenti.

Oggi Shanghai è il primo porto mondiale nel traffico di container con la Cina che occupa sette delle prime dieci posizioni. Rotterdam resta il riferimento obbligato dell’Europa, mentre l’Italia ha visto Genova e Gioia Tauro sfilare al di sotto della soglia dei primi 50 porti globalizzati.



Il volume di carico trasportato trasportato nei 28 stati membri dell’Unione europea ammonta a circa 3,5 miliardi di tonnellate-chilometri all’anno. E la Grecia con 4.199 navi di stazza regge ancora la potenza cinese (l’Italia ne ha appena 768). Tuttavia Maersk (Danimarca) svetta come compagnia di navigazione di linea per capacità della nave portacontainer gestita (3,2 milioni di Teu: Twenty equivalent unit, la misura del container di 20 x 12 x 8 piedi).

Il sistema è apparentemente super-regolato, ma si tratta di legislazioni sovente in competizione l’una con l’altra. L’Organizzazione marittima internazionale è l’agenzia dell’Onu che emana delle norme che si possono applicare solo dopo che un certo numero di paesi le ratifica. A queste norme si sommano quelle di ogni singolo paese. Qualche anno fa un armatore egiziano lamentava che i marinai a bordo della nave attraccata a Venezia e battente bandiera egiziana non potevano scioperare, perché in Egitto era vietato.

Ogni nave costituisce un potenziale luogo di lavoro unico sia perché la legislazione a bordo dipende dalla bandiera sia perché i marinai possono avere contratti di lavoro diversi stipulati con una delle migliaia di agenzie di reclutamento che sostengono la logistica del mare. Non è un caso che la vera flotta sia al riparo delle «bandiere di comodo»: 8.052 navi con quella di Panama, 3.296 immatricolate in Liberia e altre 3.199 nelle Isole Marshall. Anche l’Italia ha approvato nel 1998 una sorta di bandiera di comodo, pomposamente chiamato «registro internazionale»: permette di ottenere benefici di natura fiscale e previdenziale, oltre che reclutare marittimi stranieri.

Nel Giorno internazionale del marittimo, il 25 giugno scorso, il sindacato indiano dei marittimi ha lanciato uno sciopero della fame che si è esteso a tutti i porti del paese: Mumbai, Kochi, Chennai, Kolkata, Andaman, Goa, Gujarat, Andhra Pradesh. I 150 mila marittimi indiani chiedono salari più elevati dei 100-150 dollari mensili, un miglioramento pensionistico e un maggiore numero di persone a bordo.

Il marinaio, diversamente dagli altri lavoratori, quando cede la sua forza lavoro vende quasi completamente se stesso per un tempo più o meno definito, misurato in mesi più che in ore o giornate lavorative. Così sovrappongono, per lunghi periodi, luogo di lavoro e di riproduzione. Il loro contratto è solitamente per un singolo imbarco. In genere, la forza comune che proviene da paesi a basso salario preferisce contratti lunghi, ritrovandosi così agli antipodi rispetto agli ufficiali dell’Europa occidentale che lavorano con contratti di pochi mesi.

Shipping e migranti: un bel paradosso. A bordo delle gigantesche portacontainer, almeno 1,5 milioni di marittimi imbarcati con una decisa prevalenza di cinesi, filippini, indonesiani, indiani.

Attraversano anche il Canale di Sicilia, come a fine giugno la Alexander Maersk con le sue «murate» di 25 metri. Deve soccorrere 108 migranti, ma ha bisogno della Lifeline con i volontari della ong per poterli imbarcare e far rotta su Pozzallo. Resta ferma al largo per tre giorni, mentre fra palazzo Chigi e Viminale si gioca la partita della propaganda. La compagnia intanto contabilizza: 30 mila dollari al giorno più le penali per la consegna in ritardo delle merci. Senza dimenticare la possibile sanzione da parte dell’Imo per aver violato la Convenzione di Amburgo.


In Italia transitano ogni anno più di 5 milioni di marittimi che trasportano materie prime, semilavorati, merci finite legali e illegali. A questi marittimi l’Italia concede scarsi servizi: vedono sovente solo le banchine dei porti. Alcune associazioni come l’Apostolato del mare cerca di sopperire come a Venezia, ma i marinai spesso non hanno il tempo per rimanere a terra: una telefonata alla famiglia e qualche rapido acquisto.

Infine, non va dimenticato l’aspetto della sicurezza virtuale nello shipping. Le navi sono sottoposte a controlli sempre più raffinati, ma è evidente come proprio attraverso le stive (in particolare nei portacontainer) siano trasportate le varie merci illegali: dalle armi alla cocaina, da prodotti contraffatti all’amianto. I controlli sono sovente solo formali e svolti grazie ad algoritmi che calcolano la pericolosità in base ad alcune variabili di rischio dei settori merceologici.

Cconflitti bellici dalla Libia alla Siria allo Yemen si sostengono grazie ad armi che arrivano via mare. Ma anche il «carico» di cocaina nascosto nel porfido, che dall’Argentina via Spagna doveva rifornire il Trentino, rappresenta un caso di scuola. D’altra parte il rallentamento dovuto ai controlli spinge le imprese a spostare altrove i propri traffici e così occorre fare in fretta. Il tempo è l’elemento cruciale, mentre gli strumenti e il personale di controllo sono limitati. E così per non perdere traffici talvolta si chiude un occhio. O tutti e due…

il manifesto – 9 settembre 2018