TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 24 aprile 2014

Papi santi e politici baciapile. Napolitano, Renzi & C. Tutti a baciare la sacra pantofola



Credenti o no in una religione rivelata, gli uomini portano da sempre dentro di se il senso del sacro. Basta salire in montagna o guardare un cielo stellato per accorgersene. Il resto è gestione del potere e controllo delle masse o, come si dice oggi in modo più soft, “spettacolo”.

Carlo Tecce

I due Papi santi e la ressa dei politici imbucati
Corsa sfrenata per un posto in prima fila in piazza San Pietro

Nonostante la “scomunica” di Francesco all’ultima messa, i parlamentari non vogliono perdersi la passerella legata alla beatificazione di Roncalli e Wojtyla. E chiedono centinaia di biglietti: Pagano (Ncd) e Buttiglione (Udc) sei a testa. Renzi andrà con la famiglia, assieme a Lupi, Mogherini e Boschi Invece Razzi e Scilipoti andranno a vedere Teramo-Messina.

Ci saranno decine di telecamere spianate, antenne di mezzo mondo, oltre cento delegazioni. I colonnati di San Pietro ornati a festa, i picchetti d’onore, la distesa di porpore. Un raduno straordinario di pellegrini per una celebrazione straordinaria: papa Francesco che proclama santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II con l’esposizione in pubblico di un (riservato) pontefice emerito, Benedetto XVI. E ci sarà l’effetto dove-mi-si-nota-meglio? La politica che s'intrufola, che vuole presenziare, che vuole espiare: “Quando in futuro vedranno le immagini, non conterà la carica che ricoprivi, ma quanto eri vicino al potere”, dice Frank Underwood (Kevin Spacey) in House of Cards. E ancora viene interpretato il plateale gesto di stima in piazza San Pietro che Karol Wojtyla riservò a Giulio Andreotti, in quegli anni processato per i rapporti con i mafiosi, proprio mentre i fedeli esultavano per la beatificazione di Padre Pio da Pietrelcina (era il ‘99).

ANCORA IMMERSI in estenuanti penitenze o forse travolti da una profana delusione per la scarsa considerazione - ricordate l’anatema di Francesco durante la messa mattutina dei parlamentari, “i peccatori saranno perdonati, i corrotti no”? – deputati e senatori cominciano a sgomitare, a comporre nervosamente numeri, a bloccare compulsivamente seggiole per assistere alla canonizzazione di domenica in buona (e fotogenica) posizione. Il Vaticano ha rinunciato a una proverbiale fiducia istituzionale e vuole spuntare gli elenchi che verranno trasmessi dai cerimoniali di Palazzo Chigi, Madama e Montecitorio, che sopportano le pressioni dei politici per uno strapuntino ben in evidenza e persino le richieste eccessive. Alessandro Pagano (Ncd) e Rocco Buttiglione (Udc) chiedono sei tagliandi ciascuno; tanti spaventati parlamentari pretendono informazioni meteorologiche perché sostare immobili sotto la pioggia per quattro ore presuppone uno sforzo di fede.

Matteo Renzi non dovrà correre a formulare prenotazioni, al primo ministro spetta il sagrato, lato sinistro di papa Francesco, assieme a Giorgio Napolitano e consorte, ai presidente Pietro Grasso (Senato), Laura Boldrini (Camera), Gaetano Silvestri (Consulta). Ma il cattolico praticante Renzi, che di solito di domenica va in chiesa a Pontassieve, vuole condividere l’esperienza con la moglie Agnese e i tre bambini. Questa è la compagine di rappresentanza tricolore, che sarà la più prossima a Francesco con i polacchi e gli spagnoli. Il settore più affollato sarà il centrodestra, un recinto per duemila preziosi sediolini per le autorità italiane e straniere.

Anche la truppa di Ignazio Marino ha intasato la distribuzione dei biglietti: dal Campidoglio saranno in 36. Ma i parlamentari preoccupano gli organizzatori vaticani perché, dopo una rapida presa di coscienza nei corridoi dei palazzi (“Tu ci vai? Allora anch’io”), le prenotazioni sono lievitate, miracolosamente moltiplicate: ieri mattina erano duecento fra Camera e Senato compresi gli accompagnatori – figli, mogli e parenti di ogni grado – e in serata sono diventati trecento. E i pellegrini dovranno accamparsi di notte per occupare (in piedi) un po’ di sampietrini.

A DIFFERENZA dei colleghi, Pier Ferdinando Casini non ha mai indugiato, neanche Paola Binetti e Rosy Bindi. E come non prevedere Roberto Formigoni: “Certo che ci vado! Non potrei mai mancare”. E non mancheranno, in ordine alfabetico , Daniela Cardinale, Elena Carnevali, Lorenzo Cesa, Cesare Damiano, Antonio Misiani. I ministri Maria Elena Boschi, Federica Mogherini, Angelino Alfano, Maurizio Martina, Maurizio Lupi; i sottosegretari Mario Giro, Andrea Olivero, Pier Paolo Baretta, assiepati nel girone infernale con i parlamentari italiani. Sarà assente il senatore Antonio Razzi, che uscì frastornato da San Pietro dopo la predica di Jorge Bergoglio: “Mi spiace. Devo riprendere mia moglie in Svizzera e poi farò tappa per la partita Teramo-Messina per festeggiare la promozione in Prima Divisione. Il presidente ha invitato anche il mio amico Mimmo Scilipoti: io tifo Teramo, lui Messina. Sarà bello staccare la testa da Roma, da queste liturgie e divertirci un po’ con gli ultrà”. Finale di pezzo scontato: amen.

il Fatto – 24 aprile 2014


Grandola vila morena. Il 25 aprile di quarant’anni fa la Rivoluzione dei Garofani



Eravamo una dozzina con un paio di chitarre. Ci fermammo in una cascina nel cuore dell'Alentejo. I contadini ci offrirono da mangiare e ci chiesero di suonare Grandola.Richiamate dalla musica arrivarono altre famiglie portando con se povere sedie di paglia. Quell'aia diventò una piazza piena di canti e di gioia. Da allora il Portogallo non ci è più uscito dal cuore.

Marco Ferrari

E alla radio risuonò una canzone
Il 25 aprile di quarant’anni fa la Rivoluzione dei Garofani

Tutto ebbe inizio al minuto 00.29 del 25 aprile del 1974 quando la principale radio portoghese Radio Renascenca trasmise la canzone di José Afonso, Grândola vila morena, vietata dal regime. Era il segnale definitivo per l’inizio di quella che è passata alla storia come la Rivoluzione dei Garofani (Revolução dos Cravos). Sono passati quarant’anni e quella sollevazione pacifica, guidata dai militari, è stata soppiantata nella memoria da altri eventi più importanti e tragici. Forse resta un caposaldo indimenticabile di una generazione che aveva visto in quella rivolta un alito di speranza, come racconta il mio romanzo Alla rivoluzione sulla Due Cavalli edito da Sellerio. Era il 1974, una tiepida notte di aprile e d’improvviso si sbriciolò la distanza, oltre la barriera franchista, oltre l’orizzonte di El Greco, dei tzigani e dei templari, oltre gli speroni di arenaria della dormiente Spagna.

Dopo la dolorosa pagina del golpe in Cile, finalmente si alzava un canto libero nella più vetusta dittatura europea, 48 anni di isolamento, fascismo e brutalità. Il respiro si faceva largo sostituendo le grida dolorose della caduta di Allende, della guerra del Vietnam, tra le bombe fasciste e gli anni di piombo. Così, su due piedi, in tanti partirono con la voglia di rivoluzione, in treno, in macchina, in autostop con un sacco a pelo, i Ray-Ban, la sciarpa di Truffaut, i pantaloni a campana, il tascapane, le canzoni di Rino Gaetano e Gilbert O’Sallivan in testa. Erano attirati dalle immagini in bianco e nero dei carri armati portoghesi, colmi di garofani e di pugni alzati, che sfilavano pacifici nelle strade di Lisbona. Che cosa si poteva trovare in quella città quasi incredula di scoprire la libertà? Uomini che tornavano da trent’anni di esilio dall’allora Cecoslovacchia o dalla Francia e che aprivano la porta cigolante della neonata sede del Partito Comunista con un tremulo di paura stampato negli occhi oppure giovani portoghesi che rientravano da Roma o da Londra dove avevano evitato il servizio militare nelle guerre coloniali oppure ragazzi che si erano formati nel vasto impero senza aver mai visto la madrepatria.



Nella primavera del ’74 l’ora più bella di Lisbona era il tramonto al Rossio, la piazza centrale, quando le librerie si riempivano di gente che andava a scovare testi appena stampati, nei bar all’aperto si raccoglievano crocchi di persone per leggere i giornali della sera e nell’aria vibravano forti odori del caffè appena macinato e del lucido dei lustrascarpe. Il sabato, poi, nella Feira da Ladra (Mercato dei ladri), in Campo de Santa Clara, tra discussioni e bevute, si vendevano oggetti che uscivano fuori dalla cantine o dalle soffitte dove erano rimasti per anni, bandiere, riviste vietate, foto di scioperi e repressioni poliziesche.

Di quegli eroi dei Garofani molti non ci sono più: Fernando José Salgueiro Maia, l’uomo che fece arrendere il dittatore Marcelo Caetano nella caserma do Carmo, è deceduto nel 1992; Josè Afonso, il cantante censurato, è scomparso nel 1987; Alvaro Cunhal, l’integerrimo segretario del Partito Comunista che non accettava compromessi, se n’è andato per sempre nel 2005 lasciandoci significativi libri di poesie; Antonio da Spinola, l’enigmatico fautore del golpe, è morto nel 1996; Vasco Gonçalves, il generale che attuò nel 1974 i principi socialisti della rivoluzione e che venne scalzato nel settembre dell’anno successivo, ci ha lasciati nel 2005.



Restano in vita due voci contrastanti tra loro: il padre putativo della democrazia, il socialista Mario Soares e l’artefice di quella notte rivoluzionaria, Otelo Saraiva de Carvalho. Il primo glorificato da una lunga carriera ai vertici dello stato, due volte Primo Ministro dal 1976 al 1978 e dal 1983 al 1985 e Presidente della Repubblica dal 1986 al 1996. Il secondo declassato e dimenticato: entrato nella Giunta di Salvezza Nazionale e nel Consiglio della Rivoluzione, creato nel marzo del 1975 per poi perdere le elezioni a presidente nel 1976 e nel 1980, essere accusato di contatti con formazioni terroristiche, finire in carcere nel 1984 ed essere amnistiato nel 1989. Qualche sbiadito ritratto di Otelo ancora resiste sui muri ocra di Lisbona.

Di certo questo 25 aprile li vedrà al centro dell’attenzione, se non altro per essere stati i paladini che hanno scalzato il regime, prima di Salazar e poi di Caetano, fatto di torture e esili, di sogni imperiali lusitani e di colonialismo ostinato.



António de Oliveira Salazar, cresciuto nel seminario di Viseu e diventato eminente professore universitario a Coimbra, aveva creato il più grande impero coloniale ed era caduto per colpa di una sedia. Era settembre del 1968, Salazar se ne stava come sempre al Forte di Santo Antonio all’Estoril, pensionando per generali e familiari. Lui adorava dimorare là anche fuori stagione come un pensionato normale con abitudini poco intime e per nulla formali, una passeggiata a piedi, una partita a carte, la lettura di un libro. Tanto lui l’impero ce lo aveva tutto in mente, nome per nome, indirizzo per indirizzo, scheda per scheda della polizia, pur non essendosi mai mosso dalla sua terra natia, se non per inoltrarsi due volte per una decina di chilometri in territorio spagnolo per incontrare Franco.

A Salazar accadde l’irreparabile in maniera quasi comica: come ogni mattina andava dal callista, in veranda, a farsi dare una guardatina alle unghie delle mani e dei piedi. Era l’unico momento in cui il catalogo delle donne e degli uomini uccisi, torturati o mandati a marcire negli angoli più remoti dell’Africa o di Timor Est non gli dava il mal di testa. Sbocciato nell’aprile 1928, nell’autunno del ’68 si spegneva il ciclo quarantennale di Salazar, non la dittatura più vecchia d’Europa. La sedia del callista si ruppe e il dittatore batté la testa a terra. Non morì, si trascinò in agonia per altri due anni. Marcelo Caetano mantenne in vita il salazarismo senza Salazar mostrandosi contraddittorio e ambiguo, incerto e titubante, schiavo della polizia politica Pide. Così la questione ultramarina gli scoppiò tra le mani come una bomba deflagrante: un impero troppo vasto per una nazione piccola non poteva reggersi a lungo senza democrazia, scambi commerciali, libertà di idee e economiche, imprenditoria e ricerca.



Da lì partì la rivolta dei Capitani dei Garofani, (Movimento dos Capitães), figli della borghesia lusitana che non volevano morire nell’umidore delle colonie. Il 25 aprile sarà quindi un giorno decisivo per il ritorno della democrazia in Portogallo, ma anche, in seguito al definitivo abbandono di una secolare, sanguinosa ed aggressiva politica coloniale, per l’acquisizione dell’indipendenza di importanti paesi africani come l’Angola, il Mozambico, la Guinea Bissau.

Se sino a qualche anno fa i reduci del 25 Aprile erano nelle strade a inneggiare alla democrazia, oggi i membri superstiti delle forze armate rivoluzionarie del 1974 sfileranno, da pensionati, assieme agli «indignados» portoghesi, ai collettivi e alle organizzazioni sociali che si mobilitano contro i tagli alla spesa pubblica e per chiedere una soluzione ai gravi problemi del Paese, ai sindacati e alla sinistra parlamentare che rivendicano dal governo conservatore guidato da Pedro Passos Coelho politiche per stimolare la crescita e l’occupazione. Così quattro decenni dopo Grândola vila morena è diventata l’inno delle proteste sociali in Portogallo.

l’Unità 24.4.14


mercoledì 23 aprile 2014

Arte degenerata. La demonizzazione del Moderno nel Terzo Reich



Alla Neue Gallery di New York una mostra ricorda la guerra dichiarata dal nazismo alle avanguardie artistiche.

Anna Ottani Cavina

Arte degenerata. Dipinti, sculture, cornici vuote...
La demonizzazione del Moderno nel Terzo Reich

“A NEW YORK ABBIAMO avuto il futurismo, l’espressionismo, il cubismo, perfino il dadaismo. Può la pazzia andare oltre?”. In visita alla mostra sull’arte ‘degenerata’ apertasi a Monaco alla Haus der Kunst il 9 dicembre 1937, il Führer brutalmente dava voce alla filosofia culturale del Terzo Reich. Sono passati tanti anni. La storia di quella prima esposizione itinerante (idea non banale di Göbbels: Monaco, Berlino, Lipsia, Vienna, Francoforte… dodici grandi città; 65 l’avevano richiesta!) è stata rivisitata molte volte, anche nel successo paradossale e non voluto (2.600.000 presenze), che impose all’attenzione dell’Europa il piatto forte tedesco espressionista nel menù delle avanguardie, messo a punto quasi esclusivamente nell’alta cucina di Parigi.

Oggi a New York, alla Neue Galerie sulla quinta strada, Degenerate Art: The Attack on Modern Art in Nazi Germany, 1937( fino al 30 giugno) ricostruisce quella demonizzazione del Moderno che portò alla confisca in Germania di oltre 22.000 opere d’arte, 5000 i dipinti. Stipate, sbilenche, appese a delle corde secondo una drammaturgia espositiva che tendeva a creare delle “camere degli orrori” in sequenza, 600 di quelle opere furono messe alla gogna alla Haus der Kunst nel 1937, in contrasto programmatico con la pittura “ariana” e accademica di Adolf Ziegler che, ugualmente a Monaco, veniva celebrata nelle sale neoclassiche della Haus der Deutsche Kunst, quella sì la vera Casa dell’Arte Germanica.



La capitolazione culturale di quei giorni è impressa da sempre nella memoria di noi europei, costretti a riavvolgere il nastro della storia che ci ha coinvolto molto da vicino, quando la separazione allora introdotta fra arte legittimata dallo Stato e arte “degenerata” finì per aprire la strada a distinzioni perverse in tema di religione, pensiero, libertà, infine diritto alla vita. A New York, dove massima è la concentrazione dei surviversalle stragi naziste, la mostra ha un impatto ancor più emozionale.

Non è il riscatto (ormai incontestato) dell’espressionismo tedesco a colpire le fila dei visitatori, sono i cinque minuti di proiezione del cortometraggio girato da un fotografo americano nel 1937. Prestato dall’archivio ebraico di Steven Spielberg, questo frammento è il solo rimasto a documentare l’arroganza dei despoti in visita alla Entartete Kunst, quei gerarchi di piombo e quella gente silenziosa e sgomenta che si fa strada fra le sculture ammassate di Ludwig Gies e di Ernst Barlach. Prima che sull’Europa scenda la notte.

Nell’accrochage caotico e ostile del 1937, passano Klee, Kandinsky, Chagall, Otto Dix, Nolde, Schwitters, Max Ernst, Kokoschka, Beckmann, Grosz, Picasso… in nome di un’azione “educativa” e di censura.



Censura di cosa esattamente? La risposta è che le avanguardie non avevano soltanto ridefinito in modo radicale le forme dell’arte. Avevano anche introdotto un’idea soggettiva e assoluta di libertà. E questo soggettivismo, che si era espresso con linguaggi estremi e destabilizzanti, appariva inconciliabile e sovversivo rispetto al progetto nazista di ordine e comunità controllata. In questa chiave, decisamente politica e di risarcimento alla tragedia ebraica, è stata realizzata questa mostra nel tempio della civiltà austro-tedesca a New York, quella Neue Galeriepiena di charme, diventata, con il suo molto viennese Café Sabarsky, uno dei luoghi del cuore della città, monito perenne nei confronti dell’ideologia hitleriana. Due gigantografie si affrontano all’ingresso: la fila dei visitatori a Berlino(1938) per la mostra “Entartete Kunst” e la fila senza fine degli ebrei smarriti, scaricati come bestie alla stazione di Auschwitz-Birkenau, anno 1944. Come dire che esistono delle relazioni e quello che era accaduto nell’ambito della cultura non poteva non essere presagio di rovine devastanti.

Molte sono le ragioni che accendono oggi la curiosità della gente attonita davanti ai dipinti, alle sculture, alle fotografie, alle corni- ci simbolicamente vuote che, nell’assenza, stanno ad evocare le opere perdute. C’è naturalmente il film di George Clooney, apologia in chiave western dei Monuments Men, ma c’è soprattutto l’affare Cornelius Gurlitt, il misterioso recente ritrovamento a Monaco di un bottino di 1406 opere trafugate dai nazisti (Matisse, Picasso, Beckmann, Klee, Kokoschaka …).



Ancora più inquietante perché Gurlitt è ebreo, figlio di un potente mercante di Dresda, che in prima linea, nella cerchia di Göbbels, aveva pilotato i sequestri dell’arte “degenerata” spogliando le collezioni ebraiche in Germania. L’ombra lunga del collaborazionismo tocca del resto anche la non resistenza al potere del pittore Emil Nolde, anche se si deve ogni volta ricordare che la linea di demarcazione, nell’inferno del Reich, passava attraverso compromessi non negoziabili: per non soccombere, Ernst Ludwig Kirchner nel 1938 decise di spararsi una pallottola alla testa.

Questo cercava di spiegare in anni recenti la scrittrice Christa Wolf, anche lei coinvolta nella ragnatela di spie della Stasi, i servizi segreti della DDR. Citando, a sua difesa, il verso di un grande romantico tedesco, Friedrich Hölderlin:“Was bleibt …quello che resta, alla fine, è quello che il poeta ha creato”. Una scheggia di luce alle porte della notte.

La Repubblica – 6 aprile 2014


Il pensiero dei bambini



Come ben sanno gli insegnanti, la spontaneità infantile in realtà è un complicato meccanismo capace di attivare operazioni complesse e articolate.

Dorella Cianci

Il pensiero dei bambini

Prendere la parola sul corpo, per dirla con l'ultimo libro di J.L. Nancy, significa avere un universo di parole che lo componga, lo crei e lo definisca, rendendolo altro e al tempo stesso unico. Lo stesso Nancy si è rivolto a un pubblico di piccoli per definire "il giusto" (Il giusto è ciò che è dovuto? «L'amore è dovuto a tutti. Sappiamo benissimo che amare qualcuno vuol dire che lo si considera per quel che è»). Parlare invece del corpo vuol dire avere a disposizione così tante parole da poterne descrivere la sua esteriorità senza cadere in quello che è stato indicato come il paradosso di Platone: denigrare il corpo a partire dalla memorabilità e dalla straordinarietà funzionale di un corpo.

Un buon pretesto per queste (e altre) riflessioni è il volume di Viti, Il sasso e il filo di lana, il quale propone una serie di conversazioni su finito/infinito, su natura/cultura, su tempo/eternità, ma in particolare propone una poderosa riflessione sul dualismo corpo/mente nata all'interno del filosofare dei e con i bambini, doverosamente da distinguere dall'idea di scrivere per i bambini.

Possibile affrontare temi così densi con i bambini? Fattibile, nella misura in cui il mondo meno strutturato del percepire infantile riesce a percepire il "rumore" della separazione fra coscienza e vita, senza legarsi al primo elemento, senza affidarsi ciecamente al secondo. La scissione fra corpo e mente non è presente nella prima infanzia, ma inizia a definirsi più tardi, anche se «la mente e il corpo sono amici», come dichiara la piccola Sofia, a differenza della sua compagna di banco, Rebecca, la quale afferma: «il corpo è inutile, perché non riesce a racchiudere i pensieri e la fantasia».

Una svalutazione del corpo potrebbe portare il bambino a credere che solo la mente «sia utile, perché con lei s'inventano amici immaginari, che ci consolano e ci fanno compagnia»: un'idea tutta a vantaggio della creatività, anche se studi neuroscientifici hanno dimostrato che il bambino ha necessità del corpo per dare più ampio respiro alla fantasia, il bambino inventa anche a partire dal suo circoscritto mondo epidermico. Proprio come accade osservando il mondo animale, il bambino ha la necessità di toccare, di odorare, di saltare, di vedere nel dettaglio, senza l'appiattimento proveniente dalla "infosfera", che in seguito arriverà (interessante il saggio dello psicologo Peter Gray, Free to learn, edito di recente).



Roland Barthes racconta di un bambino che gioca in un clima di totale serenità, portando alla madre un sassolino o un filo di lana, simbolo di un piccolo dono, ma anche sema di una realtà afferrabile che ha sede fuori dal proprio corpo, nel set di azione, che in questo caso è il luogo di gioco. Il bambino si muove con spontaneità e fa venire in mente, ricorda Barthes, che «si insegna ciò che si sa, ma anche ciò che non si sa e questo si chiama cercare».

Il bambino cerca uno scenario dove il corpo e il pensiero siano liberi dall'ottica unilaterale e taglia l'affettata realtà circostante con domande che seguono a domande, sulla scia dei dialoghi socratici, forse un po' abusati, ma di certo reali, i quali rappresentano il fondamento del dibattito, il principio della democrazia quando è realmente dialogico, quando davvero si mette nei "panni di". Da quel momento corpo e mente possono anche esser separati, ma questo non conta, perché il bambino ha iniziato la sua esperienza di ricerca, fatta di tante parole che compongono una realtà descrittiva (ecfrastica) e sono principio di creazione di idee: il corpo non riesce a trattenere le idee, le parole mettono le ali e vanno fuori dai corpi, in un processo ben definito dal regista teatrale Sellars, efficacemente citato da Viti: «i dialoghi di Platone si fondano sul concetto che la verità esiste non da una parte o dall'altra, ma tra le due parti. Quando due persone si parlano, la verità è presente, ma nessuno dei due la possiede interamente».

I bambini superano il paradosso di Platone con le parole, come afferma Nicola: «il corpo e la mente collaborano. Per esempio quando uno parla dei contrari filosofici, pensa dei pensieri e il corpo li scrive con le mani, gli occhi e le corde vocali li riescono a leggere». La naturalezza infantile in realtà è un complicato meccanismo capace di attivare quello che un retore greco, Ermogene, in un altro contesto, chiamava «l'occhio della mente».

La peculiarità di questo interesse verso il pensiero dei bambini non è tanto rivolta ai processi cognitivi dei bambini stessi, che una lunga tradizione di studi pedagogici e scientifici ci ha fatto conoscere nel dettaglio, quanto in una straordinaria accelerazione impressa alla rivalutazione della grande peculiarità della filosofia greca vista come modo di vivere espresso in chiave dialogica, recuperando l'importanza del parlato quasi come "esercizio spirituale" per dirla con Hadot, sul quale in futuro occorrerà tornare più nel dettaglio.

Il volume di Viti coniuga molto agevolmente una parte teorica a una sezione di dialoghi appuntanti ascoltando gli alunni e si rimarrà stupiti dalla bellezza di alcune riflessioni, come quella della piccola Beatrice: «fra la realtà e l'apparenza ci deve essere equilibrio: troppa realtà potrebbe essere crudele, troppa apparenza non ti farebbe scoprire la verità». Una frase che apre le porte a diverse domande, affrontate dall'segnante insieme agli alunni nel nome del "non sprecare la mente".



Sergio Viti
Il sasso e il filo di lana. Essere maestri, essere bambini
Manifestolibri, 2014
€ 22,00

Il Sole 24 ore – 6 aprile 2014

Chi domina il mondo? Il complotto degli Illuminati



Chi governa il mondo? Per gli studenti francesi una setta segreta globale dove convivono Obama, Rihanna e Le Pen. Non stupisce, considerato come i media (e in Italia la Repubblica non fa eccezione) trattano tutto ciò che ha a che fare con l'esoterismo e la massoneria.

Elisa Mignot

Gli illuminati

PARIGI. Arrivano con il contagocce alla riunione del seminario di lettura dei giornali. In questo liceo situato nella parte orientale del dipartimento Seine-Saint-Denis, banlieue parigina, sono una quindicina, soprattutto ragazze, gli studenti che seguono questo laboratorio. Quando chiedo se hanno sentito parlare degli Illuminati, l’ultima moda dei licei francesi, rispondono in coro: «Certo!». E attaccano: «Io ho sentito che era una specie di setta composta per lo più da personaggi importanti che hanno firmato un patto con il diavolo. Sembra che ci manipolino». Un altro liceale aggiunge: «Sì, vogliono dirigere il mondo».

Dove ne hanno sentito parlare? «Su Internet! ». Ci credono? «Io no», «Io neanche. Ma c’è lei che è super esperta». «Sì, io ci credo davvero », ammette una studentessa dell’ultimo anno. «Ho visto dei video su YouTube. Ci sono dei segni sui dollari americani, sugli imballaggi del Kit-Kat, e poi ci sono gli attentati dell’11 settembre». Si inserisce un ragazzo:

«E ne parlano anche in film come Paranormal Activity 4 ». «Ci manipolano attraverso le canzoni, i film, con messaggi subliminali», ipotizza un’altra studentessa. «Io ho smesso di guardare i videoclip dove ci sono i simboli degli Illuminati, come l’occhio, il triangolo…». E chi è che farebbe parte degli Illuminati? «Obama»; «Anche Sarkozy»; «E Jay Z, Rihanna, Beyoncé, Lady Gaga, Kanye West…»; «Anche Le Pen». «Rihanna e Le Pen!», esclama la loro professoressa, Stéphanie P. «Vorrei vederli quando si incontrano!».



La campanella suona per la seconda volta. I liceali restano ancora un momento intorno alla tavola rotonda, piuttosto intrigati dal fatto che l’argomento sia stato evocato ufficialmente. Di solito la loro professoressa di storia e geografia cerca di limitare le discussioni al riguardo. Da un po’ di tempo le sue lezioni sono regolarmente interrotte dall’immancabile «Ma signora, è colpa degli Illuminati!». Che si tratti degli attentati dell’11 settembre 2001 o della carenza di infrastrutture in Mauritania, della schiavitù o della povertà nel mondo, il nome di questa presunta setta viene brandito come spiegazione suprema.

In origine gli Illuminati, detti anche «Illuminati di Baviera», erano una società filosofica nata nel 1776 in Germania, che si richiamava alle idee dell’Illuminismo e predicava un governo mondiale guidato da élite intellettuali mosse da ideali umanistici. La società fu messa al bando nel 1784, ma il suo spettro è perdurato in una letteratura più o meno segreta. Gli Illuminati si sono immischiati nel XXI secolo grazie a libri di fantascienza come i bestseller di Dan Brown, giochi di società, videogame e blog a mai finire.

Presso una frangia della gioventù francese hanno trovato un terreno propizio al loro sviluppo. Impossibile quantificare il fenomeno, dato che a tutt’oggi nessuno ha condotto studi di alcun genere al riguardo. Ma sono tanti i professori che non battono ciglio quando chiedi se i loro allievi menzionano questi illuminati. La Missione interministeriale di vigilanza e lotta contro le derive settarie dice di essere «attenta e preoccupata». È stata interpellata da genitori inquieti, ma non può avviare un’inchiesta perché non ci sono né santoni né pratiche né luoghi di culto.



«I miei studenti mi hanno tacciato più volte di far parte degli Illuminati! L’ultima volta perché avevo una collana con un triangolo, che sarebbe un simbolo della setta. È grottesco », racconta Bénédicte G., professoressa di francese e di storia e geografia in un istituto professionale di Nanterre. Come la moda del satanismo o dello spiritismo negli anni 90 e negli anni 2000, questo «illuminatismo» risponde a un desiderio di cercare spiegazioni esoteriche a un’età in cui è naturale mettere in discussione il mondo nel quale si cresce.

«Ma è la loro convinzione che mi spaventa», prosegue Bénédicte G. Come lei, anche altri insegnanti osservano che il pubblico più permeabile a queste tesi complottiste spesso è rappresentato da giovani provenienti da ambienti disagiati. È nelle zone a istruzione prioritaria e nelle scuole professionali che i professori sembrano più preoccupati. «Con gli Illuminati », dice Bénédicte G, «ognuno difende la sua sofferenza. Per alcuni sono responsabili della schiavitù, per altri del conflitto israelo-palestinese. È come una rivincita su questa società che vedono come ingiusta».

Pierre-André Taguieff, che ha scritto La Foire aux illuminés (Mille et une nuits, 2005), insiste sul lato plastico e pratico di questa teoria. «La narrazione degli Illuminati ci dà l’impressione di conoscere la causa delle nostre sventure», sottolinea. «Per dei giovani che si sentono vittime, questa grande narrazione esplicativa onnipotente esercita una grande attrattiva: hanno trovato i loro colpevoli. Gli Illuminati inglobano i capitalisti, i massoni, gli ebrei, i monarchi, le cerchie di uomini politici, le società pseudosegrete, la finanza internazionale, i banchieri e così via».

Ecco l’aspetto forse più inquietante: la parola «Illuminati» è spesso seguita da affermazioni antisemite e negazioniste. «Questi giovani si fanno la loro cultura storica sul Web e si imbattono in video che gli spiegano il mondo in venti minuti con tanto di buoni e di cattivi», osserva Rudy Reichstadt, direttore del sito Conspiracy Watch, un osservatorio sulle teorie del complotto. «L’effetto può essere molto gratificante per giovani che vanno male a scuola, in questo modo acquisiscono un discorso politico proprio». Secondo Reichstadt, c’è un grosso lavoro da portare avanti sull’apprendimento (in particolare della storia) e anche sullo status delle informazioni che si raccolgono sulla Rete. «Abbiamo a che fare con una generazione che a volte fatica a distinguere le fonti affidabili dalle altre. Per esempio tendono a prendere per oro colato tutto quello che leggono su Wikipedia, qualunque sia l’argomento!», dice desolato.



Stéphane François, frequentemente citato su Conspiracy Watch, studia le destre radicali. Per lui il fenomeno, anche se sembra essere appannaggio di una gioventù depoliticizzata, non è scollegato da una sfera politicamente ben precisa. «Questi discorsi sono molto influenzati da personaggi come Dieudonné e Alain Soral», osserva il politologo. «I miei studenti non hanno letto Soral, ma lo hanno visto su internet!». Questo ideologo di estrema destra, molto vicino al comico condannato per antisemitismo, sostiene che il mondo è dominato da un’oligarchia finanziario- americano-israeliana che chiama «l’impero». Gli Illuminati sono una versione semplificata, più abbordabile per i giovani? «Soral non parla propriamente degli Illuminati, ma come altri imprenditori del complotto, riprende i codici di questa controcultura », osserva Rudy Reichstadt. «Oggi il cospirazionismo non è solo un’ideologia, è anche un business».

La Repubblica – 23 aprile 2014  

martedì 22 aprile 2014

Vivere alla fine del mondo fra vento, gabbiani e libri. La casa di José Saramago a Lanzarote


Lanzarote. La casa dove abitò José Saramago è un miraggio bianco su un mare spazzato dal vento. Dentro, libri e solo libri.

Gian Guido Vecchi

Il volto spietato dell’ortodossia


Tra i profili dei rilievi vulcanici e il pendio lavico verso la pianura e il mare, la casa bianca non si distingue a prima vista dalle altre abitazioni costruite intorno a Tías, in un paesaggio pietroso di bassi muretti a secco a proteggere le viti, fichi d’India e una vegetazione rada spazzata dal vento.

Quando José Saramago e Pilar del Rio si trasferirono nell’isola di Lanzarote, la chiamarono semplicemente così, «a casa», e anche oggi che è diventata un (bellissimo) museo ogni cosa è rimasta come negli ultimi diciotto anni scanditi dai capolavori della senilità, un caffè in cucina per gli amici e i lettori di passaggio, gatti e cani che si stirano al sole sul terrazzo, gli orologi fermi alle quattro e due minuti del pomeriggio perché è l’ora nella quale lui e la moglie si incontrarono, la vasta biblioteca del «maestro» che Harold Bloom ha definito «uno degli ultimi titani» e lo studio affacciato sul giardino e l’oceano con i ritratti di altri giganti del Novecento, da Kafka a Proust: di fronte alla scrivania, la sua foto mentre tracciava la frase che Pilar avrebbe portato nel vestito che indossava a Stoccolma la sera del Nobel, il dialogo con la Maddalena ne Il Vangelo secondo Gesù — «Guarderò la tua ombra, se non vuoi che guardi te, gli disse, e lui rispose, Voglio essere ovunque sia la mia ombra, se là saranno i tuoi occhi» — e sul ripiano del tavolo accanto al computer una scultura lignea del Cristo deposto che aveva trovato da un antiquario italiano e teneva accanto a sé mentre scriveva, lui che si diceva fermamente ateo, come l’icona di tutti i dolori insensati degli uomini.

All’inizio c’è la parola. Quando nel 1982 uscì Memoriale del convento , Saramago aveva già sessant’anni e il bello era appena cominciato. È in quel romanzo che si compie la rivoluzione sintattica dello scrittore portoghese e si rivela al pubblico internazionale la bellezza di una scrittura che renderà inconfondibili le opere successive: quello «stile orale» che ha tra i suoi riferimenti la prosa barocca del padre gesuita António Vieira, «il mio ascendente letterario più forte», l’amore per i Saggi di Montaigne e i contes philosophiques , il gusto fantastico di Cervantes, Gogol’ o Kafka, la prosa di Proust, le incursioni di un io narrante ironico e onnisciente come lo «spirito della narrazione» nell’Eletto di Thomas Mann. «La costruzione del convento di Mafra si deve al re Giovanni V, per un voto fatto se gli fosse nato un figlio, qui ci sono seicento uomini che non hanno fatto fare nessun figlio alla regina e sono loro a pagare il voto, che si attacchino, con licenza per l’anacronistica espressione...».












Eppure, quando andò in Svezia per ricevere il premio Nobel, José Saramago cominciò il suo discorso così: «L’uomo più saggio che io abbia conosciuto non sapeva né leggere né scrivere». Parlava del nonno materno Jerónimo, «quell’indimenticabile vecchio che, avendo il presentimento che non sarebbe tornato dal viaggio che lo portava da Azinhaga a un ospedale di Lisbona, si congedò dagli alberi del suo povero giardino, a uno a uno, abbracciandoli in lacrime», scriveva nei Quaderni di Lanzarote.

Era il vecchio contadino che nelle notti d’estate diceva al nipote: «José, stanotte dormiamo tutti e due sotto il fico». Bisogna rileggerle, le parole con le quali il «titano» portoghese lo raccontava a Stoccolma: «Mentre il sonno tardava ad arrivare, la notte si popolava delle storie e dei casi che mio nonno raccontava: leggende, apparizioni, spaventi, episodi singolari, morti antiche, zuffe di bastoni e pietre, parole di antenati, un instancabile brusio di memorie che mi teneva sveglio e al contempo mi cullava. Non ho mai potuto sapere se lui taceva quando si accorgeva che mi ero addormentato, o se continuava a parlare per non lasciare a metà la risposta alla domanda che gli facevo nelle pause più lunghe che lui volontariamente metteva nel racconto: E poi ?».

Non a caso la scrittura «orale» si era affacciata per la prima volta nel romanzo che precede il Memoriale , Una terra chiamata Alentejo (1980), così simile al Ribatejo della sua infanzia, come simili erano le condizioni di vita dei braccianti legati al latifondo. «E quest’altra gente chi è, abbandonata e meschina, questa gente venuta con la terra, anche se non registrata nel contratto, anime morte, oppure ancora vive?».



Un libro scritto nel ‘47 e poi ripudiato, Terra del peccato , un altro finito nel ‘53 e destinato ad uscire postumo, Lucernario , tre raccolte di poesie, il lavoro da critico letterario, l’adesione al partito comunista e infine, dopo la «rivoluzione dei garofani» del ‘74, la scelta di dedicarsi solo alla scrittura, Saramago che lascia da vicedirettore il Diário de Noticias e inizia la sua seconda vita con due gioielli come Manuale di pittura e calligrafia (1977) e i racconti di Oggetto quasi (1978), che saranno riscoperti grazie ai capolavori successivi. Il Memoriale , seguito da L’anno della morte di Ricardo Reis (dove il protagonista è proprio l’eteronimo di Pessoa), segna l’inizio di una stagione creativa prodigiosa che arriva fino a Caino , nel 2009, l’ultima opera prima della morte.

La Storia si trasfigura e si fa autentica nelle vicende e nei dolori di personaggi «comuni» che restituiscono il senso dell’umano. Una decisione improvvisa, un evento fantastico, lacerano il velo delle apparenze e aprono alla realtà. La penisola iberica che si stacca dal Continente e va alla deriva ne La zattera di pietra , il revisore che nella Storia dell’assedio di Lisbona aggiunge un «non » alle bozze, «quello che adesso dice il libro è che i crociati NON aiuteranno i portoghesi a conquistare Lisbona».

E poi, dopo lo «scandaloso» romanzo su Gesù — le polemiche in patria saranno all’origine del suo trasferimento a Lanzarote — la trilogia che alla fine del Novecento lo consacra fra i grandi del secolo, aperta nel ‘95 da Cecità : «Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono».



La moglie del medico che nel romanzo è l’unica a mantenere il senso morale, in un paese dove d’improvviso la gente perde la vista e la propria umanità, è la più classica delle creature di Saramago, come il signor José che nel successivo Tutti i nomi è lo scritturale che decide di violare le regole della Conservatoria dell’Anagrafe per mettersi alla ricerca di una donna sconosciuta. Finché ne La Caverna , nel 2000, saranno il vasaio Cipriano Algor e sua genero a scoprire che cosa si cela nel sottosuolo di quello spaventoso Centro commerciale che è il nostro mondo: donne e uomini costretti fino alla morte a rivolgere lo sguardo verso il fondo di una grotta dove scorrono ombre.

Come nella Caverna della Repubblica di Platone («Strana immagine è la tua — disse — e strani sono quei prigionieri». «Somigliano a noi —, risposi»), la realtà sta fuori. Si tratta di avere la forza di uscire. «Non rimarrò il resto dei miei giorni legato a una panchina di pietra a guardare una parete».


Il Corriere della Sera - 22 Aprile 2014  

Stragi di Stato: un silenzio che dura da cinquant'anni



Non abbiamo alcuna illusione. Se c'era qualcosa, sicuramente da tempo è stato fatto sparire. Come sempre voleranno gli stracci. Una scelta coraggiosa quella di Renzi? No, solo un atto dovuto, fin dai tempi del tentato golpe del generale De Lorenzo (1964). Un atto politicamente controcorrente sarebbero le scuse alle famiglie delle vittime (e a tutti gli italiani) per i crimini (stragi e depistaggi) commessi in nome degli equilibri atlantici. Ma questo né Renzi né nessun altro rappresentante dello Stato lo farà mai.


Marco Galluzzo

Subito desecretate migliaia di pagine sulle stragi italiane


Saranno migliaia e migliaia di pagine. Ma non è detto che saranno utili per rintracciare verità per anni rimaste inafferrabili. Alla fine potrebbero contenere materiale più utile alle ricerche degli storici che a chiarire alcuni misteri italiani. «Chi va in cerca di scoop o di notizie eclatanti potrebbe restare deluso, ma certamente i documenti che verranno declassificati daranno un contribuito di conoscenza non indifferente su tante pagine della nostra storia recente», dicono nel governo. 

Già oggi o domani, o al più tardi entro la fine della settimana, Matteo Renzi firmerà una direttiva che autorizza i ministeri competenti (soprattutto Esteri, Interni e Difesa), nonché i principali servizi di intelligence, a girare all’Archivio di Stato, dunque a rendere pubblici, migliaia di documenti legati ai principali fatti di sangue della storia italiana. Documenti rimasti finora classificati, dunque riservati, e che tali sarebbero rimasti in base ad una normativa che rimanda alle calende greche, in alcuni casi cinque o sei decenni, la pubblicazione. 



La decisione è stata presa la settimana scorsa dal comitato per la sicurezza nazionale, su suggerimento del direttore dei servizi segreti, Giampiero Massolo e del sottosegretario Marco Minniti. Riguarderà le principali vicende di cronaca nera della storia della Repubblica, la strage di Piazza Fontana (1969), la strage del treno Italicus e quella di Piazza della Loggia a Brescia (1974), quelle di Ustica e della stazione di Bologna (1980). Resteranno probabilmente escluse le vicende che rientrano nella controversa relazione fra Stato e crimine organizzato, sulla quale esistono procedimenti ancora aperti. 

Ministeri e servizi segreti faranno però una «scrematura» degli atti che verranno declassificati: alcuni, quelli che coinvolgono persone ancora vive, fonti o confidenti dello Stato la cui vita potrebbe essere messa in pericolo da alcune rivelazioni, verranno coperti da omissis. 

L’annuncio di Renzi, però, convince solo in parte Paolo Bolognesi, deputato del Pd e presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna: per «illuminare tutte le zone grigie» non basta togliere il segreto di Stato ma bisogna anche «aprire tutti gli archivi militari, dei Carabinieri e della Farnesina».



Daria Bonfietti, presidente dell’associazione familiari delle vittime di Ustica, ridimensiona la portata dell’operazione: «Credo che sia uno slogan vecchio. Per la maggior parte delle stragi delle quali parliamo non sono stati mai apposti segreti di Stato». 

Una posizione che condivide Felice Casson, magistrato, parlamentare del Pd e segretario del Copasir: «Non c’è nessun segreto di stato sulle stragi. Ma ci sono ancora una serie di atti che possono riguardare polizia o carabinieri che, se pubblici, possono contribuire a fare luce su fatti del passato». Sulle stragi classiche, prosegue Casson, non esiste alcun segreto opposto alla magistratura. Piuttosto «ci sono atti che devono essere desecretati». E visto che si tratta di atti dei servizi solo il governo può farlo. 


Il Corriere della Sera – 22 aprile 2014