TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 22 luglio 2018

Dolomiti, sulle tracce dei dinosauri


    Museo di Trento

Con i paleontologi del Museo di Trento a caccia di orme di dinosauro su uno strato di terra rossa a due passi da Cles. "Qui è scritto un capitolo importante della storia della Terra".

Elena Dusi

Dolomiti, sulle tracce dei dinosauri


Basta un passo malfermo per far scivolare a valle una cascata di sabbia rossa. Bizzarro, su montagne come le Dolomiti, poderose e notoriamente color nocciola. «Questo strato di terra rossa è il punto migliore per cercare orme di dinosauri » , spiega su una parete in località Faè, a due passi da Cles, Massimo Bernardi, giovane paleontologo del Muse, il Museo della scienza di Trento. «Ma non solo. In questi pochi metri di spessore, così diversi dalle rocce qui intorno, è scritto un capitolo importante della storia della Terra: meno di due milioni di anni in cui il clima è stato sconvolto. E con esso la vita su tutto il pianeta».

Nel cosiddetto evento pluviale del Carnico, avvenuto fra 234 e 232 milioni di anni fa e leggibile attraverso la striscia rossa friabile, molte specie sono scomparse, ma i dinosauri sono emersi vincitori. « Prima erano il 5- 10% delle specie animali di cui abbiamo rinvenuto le tracce. Dopo sono diventati il 90%. Quasi tutti i resti degli strati superiori appartengono a loro » . Nelle grandi estinzioni come l'evento pluviale del Carnico c'è sempre chi soccombe e chi ne approfitta. « Ma è una lotteria cui non mi piacerebbe partecipare » , sottolinea Bernardi. « Ai dinosauri è andata bene tre volte, a partire dall'estinzione del Permiano-Triassico di 250 milioni di anni fa. Alla quarta hanno perso anche loro».

Per andare a caccia di dinosauri, si parte da una carta geologica. «Noi siamo fortunati, abbiamo gli strati di Raibl che ci guidano», sorride Bernardi, riferendosi al nome storico assegnato alla striscia rossa. Dall'alto della funivia del Passo Pordoi la si vede ( o intravede: serve l'aiuto di occhi esperti e un cielo senza nuvole) attraversare orizzontalmente molte delle montagne circostanti, come lo strato di marmellata in mezzo alla Sacher. « In effetti furono i geologi dell'impero austro- ungarico a notarla per primi», spiega Bernardi. « Le Dolomiti erano il loro confine meridionale. Con il pretesto di studiare le montagne, ma in realtà anche per mappare il territorio, qui Vienna mandava i giganti della geologia. Notarono gli strati di Raibl, ma non avevano ancora in testa la teoria dell'evoluzione. Quel che di drammatico accadde all'interno di questa roccia sta emergendo solo oggi».

    Castello di San Gottardo

Un luogo speciale per osservare la storia dei dinosauri e della vita più in generale («Non sempre è così comodo, nelle zone più acclivi lavoriamo legati alle corde» racconta Bernardi) è il castello di San Gottardo, che si mimetizza tra le rocce sopra Mezzocorona. La striscia rossa segna in genere un cambio di pendenza. Le pareti verticali sono come spezzate da una sorta di terrazza. Qui sorge la fortificazione e lo strato superiore di dolomia conserva il calco positivo di decine di orme. Hanno tre artigli, sono lunghe una decina di centimetri e lo studio della disposizione delle ossa conferma: «Appartengono a dinosauri carnivori grandi più o meno come un vitellino » , spiega Bernardi. «Sul monte Roen ne sono state trovate di 25 centimetri. Appartenevano a bestie di circa 5 metri » .

Le prime impronte sulle Dolomiti sono state trovate negli anni '80. Risalgono al Triassico: gli albori o quasi della storia dei dinosauri. Oggi esistono decine di siti in Italia dove poter vedere le tracce di questi animali. Il più famoso si trova ad Altamura in Puglia. « Ma nessuno è valorizzato come meriterebbe » , spiega Bernardi. « Ci sono sentieri e, se va bene, un pannello esplicativo. Molti turisti, soprattutto stranieri, ne conoscono l'esistenza e chiedono a noi informazioni su come raggiungerli ».

    impronta fossile

Se le orme abbondano, gli scheletri veri e propri in Italia si contano sulle dita di una mano. « Quasi nessuno li ha veramente cercati, in realtà », spiega il paleontologo del Muse. In primavera, quando la neve si scioglie, il Museo di Trento, con quello di Bolzano, le Università di Padova, Ferrara e Innsbruck organizzano da qualche anno delle campagne di scavo sulle Dolomiti. « Ma qui non siamo in Patagonia, dove tutto è pianura. Abbiamo pareti verticali di duemila metri. È probabile che gli scheletri siano stati trascinati dalle piogge nell'Adige o in fondo al Mediterraneo. Ma sono convinto che troveremo presto dei resti ossei o dei denti: indizi sicuri delle specie che circolavano qui».

"Qui" nelle Dolomiti, in epoca triassica (fra 250 e 200 milioni di anni fa), vuol dire tropici (circa 10 gradi a nord): atolli e lagune di acqua calma e poco profonda, con una temperatura di 5- 10 gradi più alta. Sul fondo del mare, per milioni di anni, si sono depositati strati di sedimenti, regolari, quasi monotoni, con qualche fossile di dimensioni apprezzabili qua e là e le prime sparute tracce dei dinosauri. Sono la parte inferiore delle Dolomiti. Poi, arriva lei, la striscia rossa: il segno visibile dell'evento pluviale del Carnico. Piero Gianolla, geologo dell'Università di Ferrara, ha appena pubblicato con Massimo Bernardi e altri colleghi su Nature Communications un importante articolo su quel che avvenne all'epoca. « Lo sconvolgimento fu rapidissimo», spiega il paleontologo del Muse. « A causarlo fu probabilmente un vulcano impressionante nella provincia di Wrangellia, lungo quanto tutta la costa occidentale del Canada e dell'Alaska » . La sua eruzione 234 milioni di anni fa riversò tanta anidride carbonica nell'aria da riscaldare la Terra di almeno 5 gradi. «Non sono sicuro che la CO 2 oggi aumenti a un tasso molto più basso rispetto ad allora», riflette Bernardi.

Durante l'evento del Carnico le piogge divennero costanti. I fiumi in piena erosero montagne e atolli che sono gli antenati delle Dolomiti e riversarono tonnellate di fango in mare. Le piante lasciarono traccia della loro sofferenza sotto forma di ambra. L'acqua spianò e livellò i rilievi (" livellò" anche la maggior parte delle forme di vita), formando un acquitrino salmastro. «Questa sorta di palude è l'ambiente ideale per lasciare impronte destinate a conservarsi » , sottolinea Bernardi. In due milioni di anni – un batter di ciglio su scala geologica – la fanghiglia friabile che oggi forma la striscia rossa delle Dolomiti si accumulò, raggiungendo uno spessore variabile tra i 5 e i 40 metri.

Meno visibile rispetto a questi luoghi, un equivalente degli strati di Raibl è stato trovato un po' ovunque nel mondo, dalla Germania alla Cina. Sopra alla striscia rossa, in Italia, a partire da 232 milioni di anni fa, si formò la parte superiore delle Dolomiti, un blocco di roccia pressoché ininterrotto che va dalla Lombardia alla Slovenia. Fra i suoi strati ( se solo fossero accessibili) sono conservati altri 20 milioni di anni di storia dei dinosauri. C'è da scavare per generazioni di paleontologi. Ma per ora è qui che si concentra la caccia, in questa fascia friabile dove un rapido sconvolgimento del clima fece sgretolare la roccia. E, con lei, anche buona parte della vita.

La Repubblica - 30 maggio 2018

Raffaele K. Salinari, Walter Benjamin e le pietre dell’apocatastasi



La salvezza di tutti gli esseri attraverso il ritorno allo stato originario. Schema alchemico del V.I.T.R.I.O.L.


Raffaele K. Salinari

Walter Benjamin e le pietre dell’apocatastasi


Ad un certo punto del folgorante saggio sull’opera di Nikolaj Leskov, Walter Benjamin ci introduce alla sua originalissima idea di apocatastasi: la salvezza universale attraverso il ritorno di tutti gli esseri alla pienezza originaria. Il sentiero che invita a percorrere da quel momento è, come spesso nel suo stile, notturno e sotterraneo: pieno di oscure analogie minerali e necriche metafore che però, alla fine, seguendo la mappa tracciata dal suo immaginario messianico, ci porteranno alla luce di una splendente verità.

Come guida naturale del tortuoso cammino, Benjamin staglia dai racconti di Leskov quella particolarissima figura che egli chiama «il giusto». Incarnazione complessa perché estremamente sfaccettata, maschera di volta in volta diversa – il buffone, lo scemo del villaggio, il viaggiatore, l’artigiano, il briccone – il giusto ha, però, un’essenza costante che si trasmette di personaggio in personaggio come in quelle Pathosformel che Warburg cercò di incasellare nel suo favoloso atlante Mnemosyne.

    Warburg, Atlante Mnemosyne

Il giusto

Per distillare questa essenza Benjamin parte da Bloch – che come lui aveva difficili rapporti con i francofortesi – citandone l’interpretazione del mito di Filemone e Bauci, nel quale si descrive la figura del giusto come colui, o colei, che portando con sé un tocco gentile, lo fa amico di tutte le cose. La madre di Leskov stesso ad esempio «che non poteva infliggere una sofferenza a nessuno, neppure agli animali. Non mangiava carne né pesce, tanta era la sua compassione per le creature viventi». Il giusto, conclude Benjamin, è allora il portavoce delle creature ed insieme la sua più alta incarnazione. E così vediamo che la sua essenza immutabile è quella di un essere «favolosamente scampato alla follia del mondo» e che, proprio mercé questa sua caratteristica, è in grado, attraverso i suoi racconti, di portare un annuncio di salvezza, di apocatastasi.

«Apocatastasi» è un termine dalle molteplici accezioni a seconda degli ambiti in cui viene usato. Letteralmente significa «ritorno allo stato originario», oppure «reintegrazione». Nella filosofia stoica, ad esempio, si collega alla «dottrina dell’eterno ritorno»: quando gli astri assumeranno la stessa posizione che avevano all’inizio dell’universo. Per il neoplatonismo, invece, l’apocatastasi è qualcosa di più spirituale, cioè il ritorno dei singoli enti all’unità originaria, all’Uno indifferenziato da cui l’intero insieme delle cose manifestate proviene; è ciò che gli gnostici chiamerebbero il Pleroma.

   
La caduta

Questa idea si inserisce appieno all’interno del tema, prettamente religioso, della Caduta: l’allontanamento dell’uomo dalla sua originaria comunione con l’Assoluto, col Divino, ma anche di un suo possibile ritorno alla pienezza edenica originaria. Nella teologia dei primi Padri della Chiesa il suo teorico è Origene.

Dice allora Benjamin: «Una parte importante, in questa dogmatica [della chiesa greco-ortodossa], è svolta, com’è noto, dalle teorie di Origene, respinte dalla chiesa romana, sull’apocatastasi: l’ingresso di tutte le anime in paradiso. Leskov era molto influenzato da Origene. Egli si proponeva di tradurre la sua opera Sulle cause prime. In armonia con la fede popolare russa, egli interpretava la resurrezione più che come una trasfigurazione, come la liberazione da un incantesimo, in senso affine a quello della favola».

Benjamin, dunque, è qui teso a mettere in rilievo, anzi diremmo a dispiegare pienamente, non tanto il senso teologico, escatologico, del termine, quanto il suo potenziale immaginale, evocativo, metaforico, grazie al quale egli può farci vedere, nei personaggi della narrativa leskoviana, «l’apogeo della creatura» ed allo stesso tempo «un ponte fra il mondo terreno e ultraterreno», costruito attraverso l’atto creativo, poietico, del racconto.

Ma, per la nota verità metafisica secondo cui «ciò che è in alto è come ciò che è in basso», «il giusto» collega sia le vette, gettando un ponte tra il modo terreno e quello ultraterreno, sia le voragini nascoste nelle viscere della terra con ciò che avviene in superficie. «La gerarchia creaturale, che ha nel giusto la sua cima più alta, sprofonda in gradini successivi nell’abisso dell’inanimato. Dove bisogna tener presente un fatto particolare. Tutto questo mondo creaturale non si esprime tanto, per Leskov, nella voce umana, ma in quella che si potrebbe chiamare, col titolo di uno dei suoi racconti, la voce della natura». E dunque eccolo presentarci una di quelle intuizioni che collegheranno la figura del giusto, inteso come interprete della «voce della natura» e della salvezza, alle sue rappresentanze più elementari e sotterranee. «Quanto più Leskov discende lungo la scala della creature, tanto più chiaramente la sua concezione si avvicina a quella dei mistici». Ed a questo punto, con uno dei suoi scarti spettacolari, Benjamin passa a parlare del racconto di una pietra che racchiuderebbe una profezia: l’Alessandrite.


L’Alessandrite e la pulce di acciaio

Il racconto di Leskov citato da Benjamin, si intitola come la pietra che ne è protagonista. Narra di un tagliatore di pietre di nome Wenzel che ha raggiunto nel suo lavoro vette eccelse, paragonabili a quelle degli argentieri di Tule che ferrarono la famosa «pulce di acciaio» capitata nelle mani dello zar Nicola I. Qui una breve digressione è d’obbligo poiché questa pulce, questa «ninfosoria» come viene definita nel racconto, caricabile a molla e di grandezza naturale, pare esista davvero e sarebbe ammirabile nel Museo delle armi in città. Uno scrittore italiano contemporaneo dice di averla vista. Chi ama Tolstoj conosce Tule, dato che la sua famosa residenza, Jasnaja Poljana e la sua tomba, si trovano da quelle parti.

La storia è semplice ma suggestiva: il fratello della zar Nicola I, Aleksàndr Pàvlovic, riceve in dono dagli «inghilesi» questo manufatto, una «ninfosoria» appunto, fatta di acciaio brunito che, mercé una piccola chiavetta inserita nella pancia, può essere caricata e dunque muoversi come una vera. Alla morte del fratello la pulce meccanica passa all’Imperatrice vedova Elisavéta Alekséevna che però, stretta nel suo lutto inconsolabile, decide di inoltrarla al nuovo sovrano. Il novello zar Nicolàj Pàvlovic in un primo tempo la trascura, per impellenti questioni di stato, poi si impunta e cerca di trovare il modo di eguagliare, o meglio, superare la bravura degli odiati «inghilesi». E dunque ordina ad un suo uomo di fiducia di raggiungere i famosi argentieri di Tule, rinomati per la loro maestria, e vedere cosa potessero fare per surclassare l’arte britannica. Dopo qualche tempo la ninfosoria di acciaio brunito torna a palazzo. In apparenza è immutata e lo zar si adira ma, ad una più attenta osservazione microscopica, ecco apparire il prodigio tecnologico: su ogni zampetta della pulce di acciaio è stato addirittura apposto come un ferro di cavallo e, su ognuno, è inciso il nome del mastro argentiere che l’ha forgiato!. L’orgoglio russo è salvo.

Alla stessa dinastia zarista è invece legata la vicenda, anche questa in bilico tra storia e leggenda, dell’Alessandrite. Qui si tratta della scoperta di una pietra singolare che prende il nome dal futuro zar Alessandro II, figlio di Nicola I. La pietra venne, infatti, cavata per la prima volta il giorno della sua nascita, nel 1818. Questo è lo zar dell’epoca in cui si svolge il romanzo Anna Karenina di Tolstoj, un periodo burrascoso e denso di avvenimenti storici rilevanti. Ecco che allora la caratteristica peculiare di questa pietra diviene una sorta di profezia sulla vita e la morte dell’omonimo sovrano. Essa, infatti, è verde alla luce del sole e rossa a quella artificiale. Il fenomeno è dovuto alle inclusioni di cromo, presenti anche nel corindone e nello smeraldo.

Ora, nel racconto di Leskov, la casuale scoperta della pietra nel giorno natale del futuro zar, e le sue caratteristiche cromatiche, fanno intessere al narratore la profezia che la vuole metafora della vita di Alessandro II. Verde alla luce del mattino, dunque nella giovinezza e nella maturità dell’imperatore di tutte le Russie, essa diviene color sangue al calar delle tenebre, simboleggiando così la tragica fine che, effettivamente, subì il sovrano.

Il secondo attentato

Il 13 marzo del 1881, infatti, lo Zar si disse disposto a prendere in considerazione le modalità dell’abolizione della servitù della gleba. Ma era già troppo tardi. Lo stesso giorno alcuni cospiratori guidati da Sofja Perovskaja misero in atto un astuto piano per eliminarlo. Alessandro II era già sfuggito più volte alla morte per attentato, ma quella volta il disegno riuscì. Mentre faceva ritorno al Palazzo d’Inverno, la sua carrozza fu colpita da una bomba lanciata da Nikolaj Rysakov, ma egli rimase illeso. Sceso per accertarsi dei danni fu investito dall’esplosione di una seconda bomba. Lo scoppio lo colpì ferendolo mortalmente. La profezia dell’Alessandrite si era avverata.


V.I.T.R.I.O.L.

Ma la poetica di questi elementi naturali, secondo la visione di Benjamin, emana ancor più potentemente da ciò che rimane nella profondità della terra, dando loro addirittura il potere di ricombinare il destino dei vivi con quello dei morti, di salvare eternamente e al tempo stesso gli uni e gli altri. E d’altronde il pensiero dell’eternità non ha sempre avuto la sua fonte principale nella morte? Per attivare questa operazione favolosa egli utilizza allora come Prima Materia del suo athanor immaginale uno degli autori preferiti l’«indimenticabile Johann Peter Hebel». «La morte è la sanzione di tutto ciò che il narratore può raccontare» afferma icasticamente e aggiunge, «dalla morte egli attinge la sua autorità. O, in altre parole, è la storia naturale in cui si situano le sue storie».

La morte dunque è l’origine del racconto, la matrice della sua eternità. Come non vedere in questa affermazione la sanzione dell’opera al nero, primo gradino del processo alchemico?
Per Benjamin allora la pietra filosofale, cioè l’incanto salvifico della narrazione, la sua funzione come strumento di una vera e propria apocatastasi, nasce nel crogiolo della storia naturale formandosi da un compost affatto speciale. Ecco l’atmosfera nella quale ci vengono presentati i due grandi protagonisti del racconto di Hebel Insperato incontro: il tempo che dissolve i corpi, ed il suo comprimario che qui, paradossalmente, li coagula, il vetriolo.

La parola vetriolo, dal latino vetriolum, compare per la prima volta intorno al VII-VIII secolo d.C., e deriva dal classico vitreolus. Con questa radice etimologica possiamo pensare che il nome trovi origine dall’aspetto vetroso assunto dai solfati di rame e di ferro cristallizzati. Per quelli di rame è di colore azzurro intenso (per questo detto anche vetriolo azzurro o di Cipro o di Venere, la dea portata verso l’isola dalle azzurre onde del mare, ma anche il pianeta di riferimento del rame) mentre nel solfato di ferro è di colore verde azzurro (vetriolo verde o marziale, perché Marte è il pianeta di riferimento del ferro). Sarà quest’ultimo, lo vedremo tra poco, il vetriolo protagonista del racconto.

Solvente universale

Sia il vetriolo di rame che il vetriolo di ferro erano conosciuti ed utilizzati dagli Egizi e dai Greci, anche se non sotto questo nome. Forse il famoso natron, che serviva ad imbalsamare i corpi, ne conteneva una certa quantità. L’immancabile Plinio il Vecchio, nella sua Historia Naturalis, menziona una sostanza che chiama «vetriolo« e ne descrive l’estrazione «dalle acque ramifere».

Questo nome comprende, e confonde, in realtà, una vera e propria famiglia di composti. Ecco allora che bisogna chiamare in causa anche l’alchimia poiché esso, chiamato vetriolo filosofico, indica nulla di meno che il Solvente Universale, e cioè tutti quei composti chimici che consentono di avviare la procedura condensata nella nota formula «solve et coagula».

Per questo le sue origini si perdono nella notte dei tempi, essendo indicato come tale, ma anche con tantissimi altri nomi, in tutti i trattati di Arte Regia. La prima sintesi del vetriolo come Solvente Universale, cioè come acido solforico, la si deve all’alchimista islamico Ibn Zakariya al-Razi che lo ottenne per distillazione a secco di minerali contenenti ferro e rame.

Per completezza simbolica bisogna citare anche l’acronimo, V.I.T.R.I.O.L., che compare nell’opera Azoth del 1613 dell’alchimista Basilio Valentino. Il suo svolgimento è: «Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem», cioè «Visita l’interno della terra, operando con rettitudine troverai la pietra nascosta». La frase simboleggia la discesa all’interno dell’essere per operare con rettitudine alla ricerca del proprio gioiello interiore.

Intatto

E allora concludiamo la parabola dell’apocatastasi benjaminiana, con il bel racconto di Hebel di cui il vetriolo marziale è protagonista. Siamo a Falun, in Svezia, presso le miniere di ferro. Due giovani sono innamorati e presto si sposeranno. Lui però è un minatore ed un giorno non torna più: la miniera è crollata. Passano gli anni e la fidanzata gli rimane fedele. Dopo decenni, in cui il tempo lavora sulla materia vivente, ecco che dalla vecchia miniera riemerge il corpo del minatore: è intatto poiché il vetriolo lo ha imbalsamato nel momento della giovinezza. Mentre lo seppellisce esclama: «Dormi in pace adesso, un giorno ancora o forse dieci, in questo fresco letto nuziale, e non ti sembri lungo il tempo. Mi restano soltanto poche cose da fare, e presto verrò, presto sarà di nuovo giorno. Ciò che la terra ha già una volta reso, una seconda non lo tratterrà». Tutto è giusto e perfetto.

il manifesto/Alias – 21 luglio 2018

sabato 21 luglio 2018

Alonso, angelo sterminatore del Re di Spagna



Tornano in libreria le memorie del capitano de Contreras, vissuto nel Seicento al servizio della corte di Madrid. In testa a un esercito personale, conquistava terre e seminava il panico nell’Europa dell'epoca e nel Mediterraneo. Diretto a Milano, passò anche da Savona dove si fermò qualche giorno e la città in qualche modo lo colpì tanto da ricordarlo nelle sue memorie.

Pietro Citati

Alonso, angelo sterminatore del Re di Spagna


Nell’autunno del 1888, a ventidue anni, Benedetto Croce abitava a Napoli, sul Vomero. Ogni mattina, alle otto, scendeva a piedi in città e si recava all’Archivio di Stato, dove lavorava dalle nove alle quattro del pomeriggio, e poi alla vicina Biblioteca Brancacciana. Leggeva, leggeva: insaziabilmente. Viveva nel contingente: passando di cosa in cosa, di desiderio in desiderio, di inquietudine in inquietudine, di fantasticheria in fantasticheria, di libro in libro. Non conosceva la piena felicità del presente; e una terribile angoscia, di cui parlò rabbrividendo ancora negli anni maturi, avvolgeva le sue giornate. Infine trovò la salvezza.

Rinunciò a tutto ciò che in lui era individuale: si considerò come un semplice strumento dell’universo; abolì con un gesto tutta la ricchezza psicologica che si agitava in lui. Non viveva più nel contingente, ma nell’universale: tutte le cose che faceva le voleva non volendole; ma per qualcosa di sconosciuto che lo sovrastava.

Così ottenne due doni. Abitava nel presente, nella beatitudine del momento, che fino ad allora aveva rifiutato. E sulle sue giornate scese inaspettata la grazia dell’eterno; e la calma, che dissolse ogni inquietudine.


Tutto ciò che faceva, lo sentiva sia come assolutamente necessario, sia come assolutamente libero. In quegli anni lesse un libro scoperto agli inizi del secolo scorso, che viene ripubblicato in questi giorni (Alonso de Contreras, Avventure del capitano de Contreras, a cura di Marco Cicala e Arturo Pérez-Reverte, Longanesi). Lo lesse con gioia, come lo lessero José Ortega y Gasset, Fernand Braudel, Ernst Jünger e più tardi Javier Marías. Alonso de Contreras era nato nel 1582 a Madrid, e cominciò a servire il Re, come egli raccontò, all’età di quattordici anni.

Pretendeva di essere uno spagnolo e un cattolico purissimo, senza una sola goccia di sangue ebraico ed arabo, con la stessa solennità con cui lo pretese Sancho Panza. Parlava della “fede, a cui tenevo tanto”: il suo massimo sogno era quello di conquistare Gerusalemme, rinnovando le Crociate: in ogni occasione della sua vita, anche le minime, si sentiva “aiutato da Dio”, sebbene egli solo se ne accorgesse; serviva Dio dappertutto, in terra, in mare, e come eremita, isolato sulla Sierra di Moncayo, “con cilicio e disciplina, panno ruvido per farne un saio, un orologio da sole, molti libri di penitenza, una zappa ed un teschio”.

Si faceva chiamare Alonso della Madre di Dio. Chiedeva l’elemosina: non accettava denaro, soltanto olio, pane ed aglio; e alla fine, al culmine del suo eremitaggio, andò dal Papa, dicendo che il tesoro della Chiesa era fatto apposta per lui. Perché non credergli?



Era un credente, come tutti o quasi tutti gli spagnoli del suo tempo. Ma era, al tempo stesso, uno scatenato giocatore, uno spaventoso avventuriero, un assassino senza rimorsi: le due cose coincidevano e si identificavano in lui, come a noi riesce difficile immaginare. Era molto intelligente: lo dimostra il suo libro, che brilla e scintilla di sottigliezze. Era preciso: precisissimo; come deve essere uno scrittore di razza. Non ci meravigliamo che egli abbia conosciuto il più famoso scrittore del tempo, Lope de Vega, il quale lo ospitò per più di otto mesi a casa sua, a pranzo e a cena: “signor Capitano, con un uomo come Vostra Grazia si deve dividere anche il mantello”.

De Contreras lo immaginiamo dappertutto: aveva la stoffa di Cortés, di Pissarro e di Matteo Ricci; forse solo per caso non raggiunse Città del Messico o Cuzco o Goa o il Giappone. La Spagna non gli bastava: eccolo in Italia, a Savona, a Napoli, nelle Fiandre, in Borgogna, a Palermo, in Morea, a Malta, che era il centro del suo mondo.

Amava navigare: stava sempre con i piloti a guardare le carte, ad informarsi delle terre toccate, seguendo porti e rade, fino a scrivere un Portolano di tutto il levante – dalla Morea a Tripoli fino a Venezia – Portolano che regalò ad Emanuele Filiberto di Savoia. Assoldava sempre nuove compagnie di soldati, di cui si proclamava capitano. Ma presto si annoiò ed abbandonò l’esercito: le sue truppe non erano mai stabili, come quelle dei grandi capitani della storia.

Preferiva le navi: si imbarcò sul galeone La Concepción come capitano di tre compagnie. Poi sul galeone ammiraglio di Napoli, al comando del generale Francisco de Ribera: si trovò di fronte ottantadue navi olandesi alle quali riuscì a sfuggire.

Non gli importava cosa fare. Come Napoleone I diceva: “per cominciare mi butto nella mischia, soltanto dopo penso”. Ammazzava, ammazzava: uomini, donne, amanti, amanti di amanti; soltanto il sangue lo accontentava. Di continuo faceva schiavi e li vendeva.

Malgrado la sua professione religiosa (o forse per questo), era capace di qualsiasi malvagità ed empietà. Combatteva le donne: andava a letto con loro, le forzava o le vendeva o le uccideva; nulla gli piaceva come frequentare i postriboli di Cordoba e di Siviglia.

Amava la pompa, gli abiti fastosi, “le donne sposate e ragazze, con gonnelle a mezzo gamba e giacchettini rossi con le maniche corte, con calze di colore e stivaletti aperti in punta, con graziose pantofole di velluto dello stesso colore del vestito, abiti di seta o di cotonina”. Combatteva chiunque: cristiani, mori, turchi, purché potesse vincere ed ucciderli. In un momento di accensione religiosa, andò a San Giovanni di Patmos dove l’evangelista Giovanni scrisse l’Apocalisse “e si liberò dalla catena con cui era stato legato”.

Come molti personaggi del Don Chisciotte, detestava soprattutto i mori che, sebbene cacciati dalla Spagna, erano ancora la parte fondamentale e nascosta della società: essi tagliavano le teste ai morti, bruciando i loro corpi, mentre ai vivi mettevano al collo una filza di teste e una picca in mano, con un’altra testa piantata sulla punta. Gli spagnoli sospettavano che i mori volessero sollevarsi: e lui li fece impiccare. Secondo Contreras, essi erano il male – il male assoluto – che bisognava perseguitare in qualsiasi modo.


Alla fine, a forza di uccidere e rubare e vendere schiavi, Alonso de Contreras diventò ricco – anzi, opulento, e si gloriava della propria ricchezza. A Nola, vide un’eruzione del Vesuvio, scorgendo un gran pennacchio di fumo: via via che il giorno avanzava, il sole si oscurava e cominciò a tuonare e a piovere cenere. La gente si spaventò e abbandonò la città. “Fu quella una notte così orrenda, che credo non ci sia eguale nemmeno nel giorno del giudizio”: non solo cenere, ma dal cielo cadevano al suolo anche pietre infuocate. Quella notte si ebbero scosse di terremoto, che fecero crollare trentasette case: i cipressi e gli aranci si squarciarono, come se fossero divisi da asce di acciaio.

Il mercoledì non si ebbe quasi giorno, e fu necessario tener sempre la luce accesa. Il duca di Albuquerque, Viceré di Sicilia, donò ad Alonso il governo di Pantelleria, “un’isola che si trova quasi in Berberia, con una piazzaforte e centocinquanta soldati spagnoli”. Alonso rimase al governo di Pantelleria per sedici mesi, restaurando la chiesa della Madre del Rosario e dotandola di molte rendite. Poi il Viceré lo mandò ad Aquila, col titolo di Governatore e di Capitano del Re. Quando la città si rivoltò, egli cominciò ad arrestare tutti gli indiziati. “In quelle terre si aggirava un brutto tipo che commetteva ogni sorta di prepotenze e di bravate contro la povera gente delle campagne e persino contro i conventi delle monache”.

Alonso fece montare un palco in mezzo alla piazza; e ordinò a un boia – un boia poco pratico – di tagliare le teste ai criminali; e gli diede in compenso un vestito e dieci scudi. Non sappiamo quando Alonso de Contreras sia morto. Il suo libro così attraente e ripugnante, così vero e inverosimile rimase incompiuto.

La repubblica – 13 giugno 2018

‘Bisogna leggere molto per fare un buon fumetto’. Ricordo di Hugo Pratt




Una vecchia (1994) intervista a Hugo Pratt offre spunti di riflessione interessanti sul suo lavoro di artista (un acquarellista bravissimo) e scrittore.

Bisogna leggere molto per fare un buon fumetto’.
Intervista a Hugo Pratt
Renato Pallavicini

Quanti sono i mari di Corto Maltese? Tanti, tutti quelli geograficamente conosciuti; tanti, almeno, quanti i suoi viaggi o quelli del suo creatore. Che poi, praticamente, è la stessa persona. Hugo Pratt non è Salgari che fantasticava di terre e popoli su atlanti e libri di viaggio. Pratt quei luoghi, mari o deserti, li è andati a cercare o a ritrovare per davvero. In Avevo un appuntamento (Edizioni Socrates) ci racconta i mari del Sud in una serie di racconti-reportage sulle tracce di Stevenson e del relitto del Bounty, su quelle della Sadie Thompson narrata da Somerset Maugham in Rain e poi finita sullo schermo con Gloria Swanson e Rita Hayworth. Un libro bellissimo, pieno di fotografie, di immagini e dei suoi splendidi acquerelli; impreziosito da un racconto-omaggio a Corto Maltese di Antonio Tabucchi e da un’introduzione di Omar Calabrese in cui il libro di Pratt viene definito come «uno dei più bei saggi di antropologia strutturale» degli ultimi anni.

Com’è nato questo libro?

Tutto è partito dalle figurine Liebig che trovavo nei dadi del brodo, quando ero bambino a Venezia. O in quelle che si trovavano nei pacchetti di sigarette inglesi e che ho conosciuto qualche anno dopo. I miei coetanei si entusiasmavano per quelle dei calciatori che a me non interessavano. Ero affascinato da quelle figurine che ritraevano uomini dipinti e tatuati come i Papua, spiagge esotiche, o soldati in strane uniformi. Ho cominciato a sognare e a fantasticare sui mari del Sud, partendo da lì. E poi ci sono stati i libri, i film, i fumetti di Franco Caprioli. O le collane della Sonzogno che ho iniziato a leggere quando avevo 7 o 8 anni, e il bel racconto di uno scrittore irlandese, Henry de Vere Stacpoole, Laguna blu, da cui hanno tratto un brutto film. Quando ho cominciato ad avere una certa indipendenza economica sono cominciati i viaggi veri. Ero emigrato a Buenos Aires e lì si è fatto sentire il richiamo del Pacifico; l’Atlantico lo conoscevo già, nel Mediterraneo ero di casa, l’oceano Indiano l’avevo imparato a conoscere quando ero stato in Etiopia. È cominciato tutto così…


Dall’Etiopia, dove ha passato la sua adolescenza all’Argentina. Dai deserti agli oceani: quanti anni e quanti viaggi…

Quest’ultimo è stato il viaggio più lungo. Il Pacifico è un po’ come i puntini di sospensione che si trovano nei romanzi e che quasi chiedono al lettore una sorta di complicità con l’autore. Il Pacifico è pieno di questi puntini, ed io sono andato di puntino in puntino, di isola in isola, saltando come una cavalletta, accompagnato dalla mia collega Patrizia Zanotti (da anni cura le opere di Pratt, ed è l’autrice di molte delle foto che sono nel volume, ndr). Sono andato in posti fuori dai percorsi principali, dove si arriva con le barche dei pescatori, che oggi sono tutti coreani; oppure con piccole barche, facendo il cabotaggio tra le isole Cook. A volte arrivavo in posti quasi deserti e mi lasciavano lì, magari passando a riprendermi dopo una settimana. Era un po’ angosciante, per quanto bello. E allora non mi restava che disegnare. In quei porti fuori dalle rotte te la devi cavare chiedendo un passaggio agli indigeni ed in quei casi serve di più avere con sé una treccia di tabacco che dei soldi. Con il disegno mi sono sempre aiutato molto. Se ti vedono disegnare ti rispettano; mi è succeso con i Masai, con gli indiani del Mato Grosso e dell’Amazzonia. Per quanto siano aggressivi si calmano appena ti vedono disegnare, forse per loro è come una magia. Mi venivano vicino e mi mettevamo la mano sopra la mia che disegnava; forse speravano in una sorta di passaggio di poteri. Insomma hanno ammirazione per la creatività e non gli importa da che paese vieni, ti accettano e ti rispettano.

I suoi viaggi sembrano assomigliare sempre a un tornare sui luoghi toccati dai viaggi della sua creatura, Corto Maltese.

In un certo senso; ma torno anche nei posti dove ho amici, affetti. Sono uno che ha peregrinato molto e che ha avuto la ventura di viaggiare in posti lontani. Se fossi rimasto a Venezia, probabilmente non andrei più lontano di Mestre o Padova; e invece ho amici e ricordi a Rarotonga, in Nuova Irlanda, alle isole Bismark; ho una famiglia a Buenos Aires. E così, ogni due o tre anni, mi rimetto in cammino. In questo senso non vado alla scoperta, ma alla riscoperta o al reincontro. Magari a verificare dove avevo piazzato Corto.



In questi viaggi lei, dunque, cerca anche delle conferme visive, figurative che servono poi ad illustrare le sue storie?

Sì, certamente. Anzi, ultimamente ne ho tratto una nuova maniera di disegnare più impressionistica, che si traduce in una specie di “story-board” Ha avuto successo e gli editori mi chiedono proprio questo tipo di sequenze all’acquarello. Ma in fondo, per me, è sempre lo stesso fumetto: impressionista o espressionista, Formale o informale. Col fumetto posso fare di tutto, perché non è un’arte minore e perché se l’arte è comunicazione, cosa c’è di più comunicativo del fumetto?

Eppure i pregiudizi sul fumetto sono ancora tanti e molti lo considerano un genere minore, addirittura basso?

Me lo sono sentito ripetere per anni e mi ero stancato a tal punto che un bel giorno ho mandato al diavolo un po’ tutti e ho detto: “Bene, signori miei, io allora faccio della letteratura disegnata”. E oggi sono in molti a definirlo così. L’avventura, poi, non è mai stata ben vista, né dalla cultura cattolica, né da quella socialista. È un elemento perturbatore della famiglia e del lavoro, porta scompiglio e disordine. L’uomo di avventure, come Corto, è apolide e individualista, non ha il senso del collettivo, dell’impegno per l’impegno. Tra poco verrà fatta un’edizione italiana di un mio libro, pubblicato in Francia, che s’intitola “Il desiderio d’essere inutile”. In quel libro ho raccontato la mia difficoltà di riuscire a restare «inutile», nell’Italia degli anni Cinquanta, quando io continuavo a leggere e a parlare di scrittori come Zane Gray e James Oliver Curwood. Nell’Italia della cultura editoriale fatta da Einaudi e Feltrinelli il massimo che potevano accettare era Jack London. Credo che molti pregiudizi derivino anche da una sorta d’invidia. Fumetti come Tintin e Asterix hanno venduto e vendono centinaia di milioni di copie, come il Corano o la Bibbia. E allora, evidentemente, i responsabili della cultura e della letteratura non ce la fanno ad accettarlo. Sì, ci sono stati uomini più avvertiti, studiosi come Della Corte, Del Buono, Eco e Vittorini che hanno nobilitato il fumetto, ma sono state eccezioni.

E che cosa si potrebbe fare per abolirli del tutto, questi pregiudizi?

Intanto fare dei buoni fumetti, non solo d’autore. Penso ad un buon fumetto popolare, intelligente e di buon gusto, come quelli che pubblica Sergio Bonelli. E poi ci potrebbero dare una mano i giornali che dovrebbero pubblicare fumetti di giovani autori, pensati apposta per il pubblico dei quotidiani. In passato ho avuto delle buone esperienze con qualche quotidiano e con il settimanale L’Europeo quando era diretto da Gian Luigi Melega, che pubblicò alcune storie di Corto Maltese.

Vorrei tornare per un momento ai mari e ai deserti che sembrano essere due luoghi privilegiati del suo immaginario. Perché?

Perché il mare è pulito. E poi ci sono delle linee d’orizzonte vuote e così ho meno da disegnare. Se devo fare città, macchine, treni, aerei, tutto si complica e mi avvalgo dell’aiuto di un bravo disegnatore come Guido Fuga. Mi interessa curare di più il dialogo.


Parliamo un po’ di Corto , del suo carattere, dei suoi riferimenti culturali.

Corto Maltese non posso lasciarlo, continua a vendere molto. Ogni suo libro vende dieci, trenta volte di più di qualsiasi mio altro personaggio. Soltanto in Francia ha venduto 5 milioni di libri. Ecco perché gli editori nicchiano, quando gli chiedo di fare altre cose. Con la casa editrice Lizard, che ha appena stampato il terzo volume della serie “Gli Scorpioni del Deserto”, sto preparando un nuovo Corto che riprende La fiaba dei veneziani, Sirat Al-Bunduqiyyah, aggiungendovi episodi inediti. Sarà una storia un po’ metafisica con il ritrovamento a Venezia di una serie di fantastici automi costruiti secoli fa e realmente esistiti. Sulle origini e sulla formazione di Corto Maltese posso dire che ha avuto maestri e insegnanti come il dottor Steiner da cui ha preso la cultura mitteleuropea, o come il rabbino, amante di sua madre, con la sua cultura giudaica e della Cabala. Ma poi tante letture, poesie, incontri: uno è fatto anche di incontri. Corto Maltese è un avventuriero di 27 anni, tanti quanti ne ha quando fa la sua prima comparsa nella Ballata del mare salato, a cui ho dato la mia esperienza, quella di un sessantenne.

E dunque anche quella dei suo incontri, delle sue letture?

Certo, quelle a cui ho già accennato, ma anche Borges, che mi hanno messo in mano i miei amici appena sono arrivato in Argentina . O scrittori sudamericani come Roberto Arit, Leopoldo Lugones, una sorta di Dumas argentino, Cortazar, Siniega. Ho dimestichezza con la letteratura spagnola, con quella inglese e francese e nella mia biblioteca di 35.000 volumi c’è un po’ di tutto. Soprattutto saggi, libri di viaggi, annate di riviste di geografia. Sì, ho avuto una buona formazione classica, che peraltro non ho mai terminato, ma ho sempre preferito la letteratura avventuruosa di altri paesi. Quella italiana mi interessa meno, mi sembra di orizzonti più limitati, un po’ provinciale, soprattutto la narrativa. Insomma a Moravia preferisco Claudio Magris col suo Danubio, che evoca mondi fantastici e complessi. Bisogna leggere molto per fare un buon fumetto, anche cinquanta libri per tirarne fuori venti pagine.

Un viaggiatore come lei, come vede le nostre tristi vicende italiane?

Sono sempre stato lontano dall’Italia. Mi sento poco italiano, semmai veneziano, di quella Venezia dal ’27 al ’37, cosmopolita, elegante, e che non c’è più. Mi dicono che allora c’era il fascismo, ma non m’interessa, non sono fascista, ma non posso dimenticare quella Venezia stupenda, magica e pulita. Sono stato in Africa dal 1937 al 1942, e poi, dal 1949, per 18anni in Argentina . E ancora giro per l’Europa, in Francia e in Svizzera dove vivo da undici anni. Allora, come vuole che le veda le vicende italiane? Come un italiano che si trova di fronte ad un malessere che mi sembra continuare e non finire mai. Lo ripeto ho bellissimi ricordi di Venezia, ma dell’Italia e degli italiani meno. Certo se mi trovo in compagnia di persone intelligenti non fa differenza se uno è italiano, etiope o argentino. Solo la stupidità e l’insensibilità non hanno bandiere.

l’Unità - 21 dicembre 1994


giovedì 19 luglio 2018

Se l'uomo diventa consumatore. Come Karl Kraus nel 1914 scoprì la società dei consumi



Un'epoca "grande", "grassa", "confusa" Così nel 1914 Karl Kraus descrisse la nascita della globalizzazione con un secolo di anticipo in un libro (In questa grande epoca) pubblicato ora da Marsilio. Ne riprendiamo una pagina.

Karl Kraus

Dio creò i consumi parola di Karl Kraus

In questa grande epoca che ho conosciuto quand'era ancora piccola; che tornerà piccola se ne avrà ancora il tempo; che noi, essendo tale metamorfosi impossibile nell'ambito della crescita organica, preferiamo chiamare un'epoca grassa, in realtà persino un po' pesante; in quest'epoca in cui accadono cose che nessuno aveva immaginato, in cui deve accadere quello che nessuno riesce neanche più a immaginare, e se qualcuno ci riuscisse, allora non accadrebbe; in quest'epoca seria, che è morta dal ridere di fronte alla possibilità di poterlo diventare sul serio; che, sorpresa dalla propria tragicità, tenta di trovare distrazioni, e quando si coglie sul fatto cerca le parole; in quest'epoca rumorosa, che rimbomba della spaventevole sinfonia di fatti che producono cronache e cronache che causano fatti: in quest'epoca non aspettatevi da me neppure una parola mia. Se non questa, che evita che il mio tacere sia travisato (...).

Io però sono veramente dell'idea che in quest'epoca — qualunque sia il nome e il valore che vogliamo attribuirle, che si tratti di un'epoca sconnessa o ormai stabilmente sistemata, che essa stia ancora accumulando assassinio e marciume davanti agli occhi di un Amleto o che sia già pronta per gli arti di un Fortebraccio — sono dell'idea che, date le condizioni di quest'epoca, la radice si trovi in superficie. Una cosa del genere può diventare chiara grazie a un grande caos, e ciò che un tempo era un paradosso, questa grande epoca ora ce lo conferma. Dato che non sono un politico, né il suo fratellastro, l'esteta, non mi viene in mente di negare la necessità di qualcosa che accade, o di lamentarmi che l'umanità non sappia morire nella bellezza. So bene che le cattedrali vengono a buon diritto bombardate dagli uomini, se gli uomini a buon diritto le usano come postazioni militari.

Non c'è nulla che possa offendere, dice Amleto. È soltanto che si spalanca la bocca dell'inferno non appena ci si pone la domanda: quando avrà inizio la più grande epoca della guerra — quella delle cattedrali contro gli uomini?! So perfettamente che a volte è necessario trasformare aree di mercato in campi di battaglia, affinché questi ultimi possano ridiventare aree di mercato. Ma un brutto giorno ci si vede più chiaro e ci si chiede se sia davvero giusto essere così determinati nel non mancare neppure di un passo il cammino che allontana da Dio; e se davvero l'eterno mistero da cui l'uomo proviene, e quello verso il quale l'uomo procede, racchiudano soltanto un segreto commerciale, che conferisce all'uomo superiorità sull'uomo e addirittura sul creatore dell'uomo. Chi vuole accrescere lo stato delle sue proprietà e chi vuole soltanto difenderlo — entrambi vivono in stato di proprietà, sempre a questo assoggettati e mai padroneggiandolo. Entrambi fanno dichiarazioni, il primo di guerra, l'altro dei redditi.

Dovremmo preoccuparci di ben altro che dello stato delle proprietà se abbiamo visto e sopportato sacrifici umani inauditi, e se in un pallido mattino, dietro al linguaggio dell'innalzamento spirituale, quando la musica inebriante si attenua, si fa strada, tra le schiere terrestri e celesti, la seguente professione di fede: «Ora, questo deve compiersi: che il commesso viaggiatore non smetta di drizzare le antenne e di sondare senza sosta la clientela!».


L'umanità è la clientela. Dietro le bandiere e le fiamme, dietro gli eroi e i soccorritori, dietro tutte le patrie è stato eretto un altare di fronte al quale la scienza devota si torce le mani: Dio creò il consumatore! Ma Dio non creò il consumatore perché fosse felice sulla Terra, bensì per uno scopo più alto: perché sulla Terra fosse felice il commerciante, dato che il consumatore è stato creato nudo e diventa un commerciante solo se vende vestiti. La necessità di mangiare per vivere non può essere filosoficamente confutata, sebbene espletare questa faccenda in pubblico testimoni un'incorreggibile mancanza di senso del pudore. La cultura è il tacito accordo di subordinare i viveri allo scopo di vita. La civilizzazione è l'asservimento dello scopo di vita ai viveri. A questo ideale serve il progresso e a questo ideale esso offre le sue armi. Il progresso vive per mangiare, e a volte dimostra addirittura di poter morire per mangiare. Sopporta ogni pena al fine di essere felice. Volge il pathos verso le premesse.

L'estrema affermazione del progresso ha decretato ormai da tempo che la domanda si regoli sull'offerta, che si mangi perché sia un altro a diventare sazio, e che il venditore ambulante interrompa persino i nostri pensieri offrendoci cose di cui non abbiamo alcun bisogno. Il progresso, sotto i cui piedi l'erba si mette a lutto e il bosco diventa carta da cui crescono fogli di giornale, ha subordinato la vita ai viveri, trasformando noi stessi nelle viti di ricambio dei nostri utensili. Il dente dell'epoca è cavo; poiché quando era sano giunse la mano che vive di otturazioni.

Là dove si è spesa ogni forza per togliere ogni asperità alla vita, non rimane nulla che ancora necessiti di essere protetto. In quei luoghi l'individualità può vivere, ma non può più nascere. Potrà forse, coi suoi desideri nevrotici, far comparsa come ospite in zone dove, nel comfort e nella prosperità, circolano avanti e indietro automi privi di volto e di saluto.


La Repubblica -18 giugno 2018



Strasburgo 1518, il ballo degli indemoniati



Nell'estate 1518 centinaia di abitanti di Strasburgo si misero a danzare per le strade senza alcuna ragione apparente. Il fenomeno, che ebbe grande eco in Europa, resta a tutt'oggi inspiegabile. Chi parla di assunzione involontaria di sostanze allucinogene attraverso il cibo, chi di psicosi collettiva. Strasburgo ricorda oggi quei fatti con una serie di iniziative culturali.


Vittorio Sabadin

Strasburgo 1518, il ballo degli indemoniati



Esattamente 500 anni fa, in un luglio afoso come questo, una donna di Strasburgo chiamata Frau Troffea uscì di casa e cominciò a ballare. Ballò notte e giorno cadendo spesso a terra stremata, per poi rialzarsi e ricominciare. Nel giro di una settimana, altri 30 abitanti della cittadina, che allora faceva parte del Sacro Romano Impero, cominciarono a ballare senza volerlo, senza controllare i loro movimenti e senza fermarsi mai.

La grande «piaga del ballo» di Strasburgo del 1518 è studiata e analizzata ancora oggi in libri e ricerche che cercano di venire a capo di uno dei più misteriosi e inspiegabili deliri collettivi della storia umana. Circa 400 persone si unirono alle danze, che nessuno riuscì a fermare fino ai primi giorni di settembre. La gente ballava per ore e cadeva priva di forze. Mangiava e beveva qualcosa, poi riprendeva a danzare fino a morirne.

I medici locali, utilizzando le scarse e spesso dannose conoscenze che avevano all’epoca, attribuirono il fenomeno al caldo e al conseguente ribollire del sangue nel cervello. Incredibilmente, decisero che la cura migliore per fermare il ballo era ballare di più: se l’organismo reagiva in questo modo nel tentativo di raffreddare il sangue, bisognava incoraggiarlo e aiutarlo.

    Strasburgo. Piazza della Cattedrale

Le autorità fecero così costruire una piattaforma di legno vicino alla fiera dei cavalli e alcune grandi stanze degli edifici pubblici furono adibite a sala da ballo. Si assunsero musicisti per suonare e decine di robusti giovani vennero incaricati di sollevare da terra i danzatori che cadevano. Nessuno guarì con questa terapia, anzi: nel periodo più intenso della sua applicazione morirono danzando circa 15 persone al giorno.

John Waller, uno storico della medicina americano che ha studiato a lungo la piaga del ballo di Strasburgo, sostiene che oggi un maratoneta allenato non potrebbe sopravvivere alla fatica di una danza isterica prolungata per giorni. Visto che ballare di più peggiorava solo la situazione, alla fine di agosto si decise di portare gli esausti danzatori nel poco lontano villaggio di Saverne, dove c’era una grotta considerata un santuario di san Vito, il patrono dei ballerini e degli epilettici, un martire così venerato che 150 cittadine europee vantavano all’epoca di possedere sue reliquie o frammenti. Agli indemoniati danzatori vennero fatte indossare, non si sa perché, scarpe rosse e bastò un giro intorno alla statua di legno del santo per guarirli uno ad uno.

Dalla finestra della sua casa di Strasburgo, Sebastian Brant aveva osservato quel delirio senza stupore. Qualche anno prima aveva scritto un libro diventato subito famoso La nave dei folli, illustrato nella prima edizione dalle xilografie di Albrecht Dürer e fonte d’ispirazione di Hyeronymus Bosch per un pannello che ora si trova a Parigi. Brant sapeva che la follia è spesso un male collettivo, che nasce dalle nostre ansie e dalle nostre paure e che può diffondersi come un contagio.

C’è chi ha cercato di spiegare la piaga del ballo del 1518 con un’intossicazione da ergot, un fungo parassita delle graminacee che produce alcaloidi derivati dell’acido lisergico, precursori naturali dell’LSD. Nel Medioevo, l’ergot è stato responsabile di migliaia di morti attribuiti a “Fuoco di Sant’Antonio”, “Male degli Ardenti” o “Fuoco Sacro”, e forse anche della caccia alle streghe di Salem, nel Massachusetts. Ma i sintomi dei danzatori di Strasburgo, descritti dall’alchimista Paracelso nel 1530, non corrispondono agli effetti di questo allucinogeno.



John Waller, che è anche autore del libro A Time to Dance, A Time to Die pensa all’origine di tutto ci sia una malattia psicogenica di massa, un’isteria collettiva che si manifesta quando una comunità si trova in uno stato di stress prolungato: «La vita a Strasburgo all’inizio del 1500 – ha scritto sul Guardian di Londra – soddisfava molte condizioni necessarie all’esplodere di un disturbo psicogenico: conflitti sociali e religiosi, terribili nuove malattie, scarsi raccolti e rincaro del grano, miseria diffusa. C’erano le condizioni ideali per pensare che Dio fosse arrabbiato con loro e che San Vito si aggirasse per le vie della città».

Strasburgo ricorda in questi giorni la piaga del ballo con una mostra al Musée de l’Ouvre Notre Dame e con un Techno party nel quale altri indemoniati balleranno per giorni agli ordini di un gruppo di Dj, battezzato 1518. Ma quel grottesco evento di 500 anni fa può anche essere l’occasione di riflettere su cosa accade alla nostra mente quando siamo presi da una paura collettiva, e improvvisamente smettiamo di ragionare.

La Stampa – 19 luglio 2018

mercoledì 18 luglio 2018

Henry James, l'americano che volle diventare inglese



Amava Stevenson, l'Italia, conobbe il giovane Churchill e, da americano, riuscì a essere più europeo degli europei. Mentre escono le sue cronache di viaggio, il ritratto di un grande della letteratura.

Pietro Citati

A proposito di Henry (James)

Quando era bambino, Henry James non giocava, non parlava, non studiava. Camminava, esercitando il suo smisurato e molecolare spirito di osservazione: tutto, attorno a lui, vibrava: le sensazioni giungevano da ogni parte; ed egli le captava, anche se non riusciva a coglierle con precisione. Alla fine, tutto diventava fantasma. A quattordici anni si ammalò di una gravissima febbre tifoide, rimanendo a letto per mesi. Poi soffrì, come scrisse, "di una ferita orribile alla schiena, sebbene oscura".

La mente fantasticava; e non avrebbe mai smesso di fantasticare. In fondo all'anima era androgino. Un dottore disse che possedeva una bassissima componente sessuale; ed egli decise di non sposarsi mai, sebbene nei romanzi e racconti lasciasse trasparire un intenso mondo erotico. Lesse moltissimo: dapprima i Racconti da Shakespeare di Charles Lamb, Ruskin, i classici da Virgilio a Racine; Balzac, al quale pensò di assomigliare più del vero. "Egli non visse – se non nella fantasia" (come lui). Scoprì Sainte-Beuve, a cui dedicò una specie di culto: amò molto Hawthorne. A Parigi conobbe Turgenev che giudicò "il più grande romanziere contemporaneo".

Una domenica del dicembre 1875 Turgenev lo condusse a casa di Flaubert: alto, grave e silenzioso, egli recitò gueulant delle poesie di Théophile Gautier. James ammirò un capolavoro in Madame Bovary: parlava male di Salammbô e dell'Éducation Sentimentale; e alla fine accusò ingiustamente Flaubert di essere "freddo" e di non avere intelligenza né immaginazione. Amò Robert Louis Stevenson, il suo opposto, e soffrì terribilmente quando morì a Samoa. Il 26 dicembre 1894 scrisse alla vedova una lettera meravigliosa, avanzando nel dolore sino a ferire e a ferirsi, con dolcezza, tenerezza e con tatto squisito. Dopo la sua morte, il mondo gli sembrò povero e desolato; e non aveva più voglia "di fare nulla, di progettare, di scrivere senza il suo compagno in spirito".


Adorava viaggiare: l'editore Bompiani ha pubblicato In viaggio (a cura di Michael Anesko e Maurizio Bartocci: pagine 380 euro 15), che raccoglie i suoi articoli di viaggio dopo il 1870. Come Sterne, era "un turista sentimentale": avrebbe voluto vivere viaggiando, con un'"affabile curiosità verso tutte le sensazioni". Sapeva di essere americano: "posso rientrare in America per morirvi – ma mai, mai per viverci". Amava Parigi: camminava per gli Champs Elysées, per rue de Seine, fino al Luxembourg e al Louvre. Coltivava la Parigi del secondo Impero: Napoleone III e l'imperatrice Eugenia. «I francesi – disse – sono il popolo del mondo che si fa più fatica a conoscere». Con il battello discese la Senna fino a Rouen, Honfleur e Étretat – i luoghi di Baudelaire (che conosceva poco) e di Flaubert.

Scese in Italia attraverso il san Gottardo e il Sempione: ammirò l'Ultima cena di Leonardo e la Chartreuse de Parme. Fu a Genova, Pisa, Lucca, Perugia, Siena: affittò un appartamento a piazza Santa Maria Novella 1 a Firenze. A Roma scese all'Hotel de Russie e poi in un piccolo appartamento a via del Corso: ma il suo vero luogo era il Cimitero degli Inglesi, dove viveva nel passato e nel presente, "stupefatto e febbricitante di gioia". Quando fu a Pisa, ne scrisse con parole che ricordano quelle di Leopardi. Se avesse perso – diceva – la salute, i denari, gli amici, il destino, avrebbe vissuto a Pisa: il suo silenzio e la sua tranquillità lo incantavano; era il luogo ideale per prepararsi alla morte. Non si stancò mai di ricordare Venezia: desiderava abbracciarla e accarezzarla e il suo desiderio non diminuiva mai. Si soffermava a lungo a piazza San Marco, questo gran salone mondano col pavimento levigato e il soffitto azzurro.

Tornò a Londra, dove affittò un piccolo appartamento, che gli parve "una luce nera e impersonale nella tenebra della città". Londra era, per lui, brutta, polverosa, cupa, più priva di grazia di qualsiasi altra città. Si sentiva straniero. Ma presto si innamorò. "Sono così innamorato di Londra, che posso permettermi il malumore, e Londra è una città così meravigliosa che può permettersi di venire malamata". Aveva per lei una tenerezza filiale. Firmò un contratto di affitto di ventun anni a The Vere Gardens, presso Kensington Avenue. Venne ammesso al Reform Club, il club dei liberali, e al Cosmopolitan, una specie di club "di discussioni molto chiuse", dove incontrò Trollope, Gladstone, Robert Browning, Walter Pater e Whistler. La regina Vittoria aveva uno "sguardo di genio".

Per diventare completamente inglese, fece un ultimo passo. Affittò una casa a Rye, nel Sussex: Lamb House, dove dormì la prima volta il 28 giugno 1898. Sui muri c'era un quadro di Burne-Jones, una fotografia di Daudet, un piccolo ritratto di Flaubert, delle vedute di Roma di Piranesi, ritratti di famiglia e una "piccola, squisita collezione di accessori di teatro".

Per un anno e mezzo si adattò alla vita provinciale di Rye, conducendo un'esistenza regolare, insieme a Max, un piccolo fox terrier. Aveva una grande amicizia per un giovane scultore di Boston di origini norvegesi, Hendrik Andersen. Era "inesprimibilmente felice" di vederlo: lo teneva tra le braccia e gli accarezzava le spalle.

Aveva il senso di apparire. Era quasi calvo, quasi obeso: ora portava un berretto a visiera, ora un cappello di feltro, e sempre vestiti vistosamente colorati. Gli occhi erano "profondi e meravigliosi": portava al dito un anello con un topazio. La cosa essenziale, per lui, era parlare: parlare insaziabilmente; aggiungendo, commentando, toccando e ritoccando ciò che aveva appena detto, ricordando cose minime e inutili, non fermandosi mai. A volte balbettava. Non scriveva più a mano: forse aveva paura del contatto con le cose; dettava all'intelligentissima Miss Theodora Bosanquet (che ci ha lasciato dei bellissimi ricordi). Nel 1909 bruciò, in un grande rogo, come Gogol', le sue lettere.


Il 2 dicembre 1915, Miss Bosanquet lo trovò a terra: «ho avuto – disse – un attacco cardiaco»; e aggiunse di aver sentito nella camera una voce, che non era la sua, dire chiaramente: «eccola, finalmente, la cosa distinta »: come nel Giro di vite. Quando scoppiò la guerra, diventò cittadino britannico. Fu invitato a pranzo dalla moglie del primo ministro, la signora Asquith, conoscendo Winston Churchill, primo lord dell'ammiragliato, il quale non ebbe simpatia per lui, sebbene nella seconda guerra mondiale ripetesse le parole di James: "gli inglesi, questo popolo adattabile e intrepido".

Il 10 dicembre 1915 Miss Bosanquet scrisse: "questa mattina, il suo spirito è oscurato". James non sapeva dove fosse: pensava di essere in un luogo straniero, lontano da Londra, forse in California. Cercò alcuni manoscritti: pensò di averli mandati in Irlanda; forse tutto, attorno a lui, era una cospirazione segreta. "Il luogo dove mi trovo è la mescolanza più bizzarra di Edimburgo, Dublino, New York e di un altro luogo che ignoro". Gli occhi – osservò Miss Bosanquet – avevano un'espressione tesa ed inquieta – senza la minima luce di intelligenza. Chiese una matita e la mano mimò il movimento della scrittura. Dettò a Miss Bosanquet una lettera di Napoleone Bonaparte a una sorella. Aveva l'aria di un bambino stanco.

Immaginava di viaggiare e visitare città straniere, come aveva fatto per tutta la vita. Spesso fingeva di scrivere. Il 24 febbraio 1916 parlò di un momento di "orrore e terrore". Il 27 cercò invano di parlare. Il 28 rifiutò il cibo. Il medico disse: «è la fine». Alle sei del pomeriggio sospirò – tre sospiri a lunghi intervalli, di cui l'ultimo molto debole. La nipote commentò: «È partito». Non c'era un'ombra sul suo viso, né un muscolo contratto. Le ceneri furono sepolte, in America, accanto alle tombe della madre e della sorella.

La Repubblica – 30 gennaio 2018