TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 28 agosto 2016

Alla scoperta del tesoro di Albisola



Il tesoro di Albisola, dove e come scoprirlo” se ne parla Mercoledì 31 Agosto a Pozzo Garitta, ad Albissola Marina.

“Il tesoro di Albisola, dove e come scoprirlo” é il tema d'un incontro che avrà luogo Mercoledì 31 Agosto, alle 21,30, ad Albissola Marina, a Pozzo Garitta, volto a proporre aspetti poco noti delle due Albisole e della loro storia civile e religiosa, da parte degli studiosi della ceramica Davide Bedendo, Federico Marzinot, Paolo Ramagli, nell'ambito  dei “Mercoledì di Pozzo Garitta”, organizzati e promossi dal “Circolo degli Artisti”.

Marzinot inviterà i presenti all'incontro a leggere momenti della storia di Albisola attraverso opere, antiche e contemporanee, visibili nel centro storico di Albissola Marina, nella chiesa parrocchiale di Nostra Signora della Concordia e nel civico Museo della Ceramica “Manlio Trucco”, ad Albisola Capo.

Protagonisti dell'intervento di Paolo Ramagli, archeologo e studioso della ceramica, saranno, in particolare, due opere realizzate nel passato ad Albisola: il pannello di mattonelle smaltate, del 1576, raffigurante la “Adorazione dei pastori”, oggi presente nella chiesa della Concordia, e quello del 1554, con il testo d'una convenzione tra i membri del locale ospedale per i pellegrini, in mostra presso il museo “Manlio Trucco”. Entrambi furono pure, a suo tempo, oggetto di restauro.

Davide Bedendo, restauratore di opere d'arte, facendo riferimento ai soggetti presentati nell'incontro e ad altri, presenti anche nel Museo della Ceramica di Savona, evidenzierà appunto come il restauro e la conservazione delle opere antiche sia strumento della loro valorizzazione e della diffusione della loro conoscenza.






L'amatriciana di Dioniso

    Amatrice: affresco di Vergine in trono col Bambino che sorregge una città (1492)

Un bell'intervento sulla tragedia di Amatrice, metafora della morte di una cultura. Perchè - sostiene Salinari - l’abbandono dei territori da parte della politica è solo la conseguenza di un abbandono precedente, l’allontanamento simbolico di ciò che una volta si chiamava tradizione.

Raffaele K. Salinari

L'amatriciana di Dioniso

Leggo di una catena di ristoranti internazionali che propongono un surplus di due euro per la pasta all’Amatriciana da versare ai terremotati. Bene. Ma noi, italiani, penseremo alla distruzione di Amatrice quando cucineremo in futuro, o ordineremo in qualche ristorante magari in giro per il mondo, un piatto di questi spaghetti? Saremo in grado, gustandolo, di fare il collegamento tra il nostro piacere sensoriale e la cultura che originariamente lo ha sviluppato, oramai ridotta in polvere anche, e forse soprattutto, dalla nostra incuria proprio per quei luoghi che l’hanno generato?

In questi giorni terribili si susseguono le notizie dalle zone terremotate e le conseguenti polemiche sulle mancate norme di messa in sicurezza del nostro territorio nazionale che, notoriamente, condivide con altre parti del mondo il triste primato di un rischio sismico elevatissimo. Eppure ogni volta la pellicola della ricostruzione sembra ripetersi, seppur aggiornata nelle date e magari nelle tecniche con le quali viene presentata, nel suo format insomma; ma il contenuto, i suoi protagonisti, e spesso il finale, sembrano non cambiare mai. E allora, al di qua della cronaca e della politica, al di qua dei dibattiti sui fondi e le opere da realizzare, forse sarebbe anche il caso di proporre un altro piano per la ricostruzione, non solo dei livelli materiali, che pure contano e molto, ma di quelli culturali che li sostengono e motivano in profondità.

L’abbandono dei territori da parte della politica, infatti, è solo la conseguenza, comunque colpevole, di un abbandono precedente, quello simbolico, dell’allontanamento della relazione tra un luogo e la produzione del suo senso specifico: ciò che una volta si chiamava tradizione. Ogni territorio, sino a prima che la modernità bioliberista non ne omologasse i contenuti, produceva il suo peculiare e irripetibile aspetto culturale, che si esprimeva in determinanti simboliche forti e riconoscibili, in vere e proprie forme identitarie che lì e solo lì potevano nascere. Ne ha già lucidamente parlato Enzo Scandurra nel suo articolo sui Sassi di Matera, evidenziando i passi da fare a livello locale per valorizzare tutto questo.

Ma non basta, esiste anche un altro aspetto, per così dire “glocale”: le tradizioni a forte radicamento territoriale, nate in biomi, per usare una immagine ambientalista, specifici, avevano anche la capacità di trasferirsi altrove, di metaforizzarsi, di farsi, almeno in parte, egemonia culturale, pur mantenendo intatta la loro essenza. Quanti esempi si potrebbero fare, mediati da ogni aspetto delle nostre multiformi terre. Nessuno può produrre, per restare in campo culinario, tanto caro gli italiani, il Culatello se non nelle terre parmensi, così come le mozzarelle di bufala in Campania o il pecorino sardo, quello vero!, al di fuori della Sardegna. Una volta, quando l’Italia della Rinascenza era il centro culturale del Mondo moderno, era questo che esportavamo: non il prodotto locale in sé, ma la visione che lo produceva, la capacità di legare locale e globale, di uscire dalla provincia restando radicati nelle nostre specificità; si chiamava e si chiama ancora Made in Italy.

Eppure, e qui sta il senso di una tradizione che diviene strumento di lotta politica, assistiamo ad una progressiva distruzione e conseguente scomparsa di queste diversità. Dove sono gli artigiani? Dove il rispetto per il loro lavoro? Dove le scuole in cui la storia dell’Arte del nostro Paese viene insegnata come materia fondamentale? Dove, in sintesi, i luoghi culturali in cui si insegna a vedere con gli occhi ciò che abbiamo sotto gli occhi?

A questi livelli la politica italiana sembra solo adeguarsi al discorso dominate: quello del Mc word a guida Usa. Anche l’Europa liberista, quella del Ttip, lavora contro questa necessità: si vorrebbe addirittura che il vino diventasse una bevanda come la Coca Cola, definito da una semplice etichetta che ne certifica i principali componenti – alcool, aromi naturali, conservanti – aprendo così la strada alla distruzione di una radice fondante, quella dionisiaca, della nostra diversità a livello mondiale, oltre a che a causare un danno irreparabile a questo settore produttivo. Ma non tutto e non tutti si possono comprare con i dollari. E dunque prima ancora delle ricostruzioni, necessarie ed urgenti, o meglio tra una ricostruzione e un’altra, è sul piano culturale e simbolico che va portata l’attenzione se si vuole ottenere lo sguardo perspicuo di cui abbiamo assoluto bisogno per “vedere” il nostro territorio non come un semplice insieme di edifici ma come realmente è: una geografia immaginale complessissima e variegata, fragile ma al tempo stesso potente, che deve farci prima di tutto risuonare e commuovere con le sue suggestioni.


Il Manifesto – 26 agosto 2016

Dante, primo umanista


Una lettura della Divina Commedia alla ricerca del significato più poetico.

Alberto Asor Rosa

Il mio Dante primo umanista che voleva salvarci tutti


È apparso qualche tempo fa un libro molto interessante e molto utile, “Il viaggio di Dante” (Carocci), di Emilio Pasquini, uno dei maggiori dantisti attualmente operanti (è autore, con A. Quaglio, di un ottimo commento alla Commedia, Garzanti, 1987). È, in sostanza, la traduzione in prosa, molto circostanziata e precisa, e al tempo stesso sintetica ed essenziale, dell’intera materia della Commedia dantesca, canto per canto. È molto utile, perché consente facilmente di ricostruire l’intero tragitto dell’esperienza oltremondana di Dante — non è un mistero per nessuno che la Commedia sia oggi assoggettata (anche per motivi oggettivi inconfutabili) a una lettura sempre più frammentaria — episodio per episodio, personaggio per personaggio, seguendo spesso la generalità di giudizi critici talvolta secolari (questo è bello, questo è brutto; questo è riuscito, questo non è riuscito…).

Ciò, com’è noto, avviene necessariamente a livello scolastico (fuori dalla scuola, non si sa più cosa avvenga a proposito di Dante…). Leggere, com’è possibile fare, senza difficoltà alcuna, le pagine di Pasquini, può contribuire a riempire i vuoti fra un “episodio” e l’altro e ad avere almeno un’idea più unitaria del poema (le illustrazioni trecentesche, che fregiano simpaticamente le pagine del libro, sprigionano il potere suggestivo di far rivivere anche di fronte ai nostri occhi l’immaginario dell’epoca).



Ma l’interesse del libro sta soprattutto nel ricordarci che l’esperienza di Dante nell’oltretomba (Inferno, Purgatorio, Paradiso) ha assunto inequivocabilmente, — e anche nel senso più letterale del termine — la forma di un “viaggio”, anzi forse più esattamente, di un “percorso”, nel quale Dante, oltre a essere testimone (testimone dell’infinità di colpe e di esperienze di salvazione, di cui l’umanità è soggetta e al tempo stesso protagonista), è anche lui al tempo stesso personaggio e protagonista: per giunta, un vero protagonista, non un protagonista fittizio e strumentale. Naturalmente, quando si parla di Dante, le interpretazioni autentiche possibili (per non parlare di quelle infondate e cervellotiche) sono migliaia: guardarsi, dunque dal seguire pedissequamente la proposta unitaria e autosufficiente, di volta in volta, del singolo interprete.

Quindi, io voglio qui sottolineare semplicemente l’aspetto della sua poesia, che mi sembrerebbe parlare di più alla nostra confusione e ai nostri disagi. E cioè… Dante scende di girone in girone nell’Inferno, fino a scoprire la dimensione mostruosa della colpa umana, dell’irresistibile e invincibile, e irrimediabile (irrimediabile!) inclinazione umana a commettere il male. Poi, arrovesciandosi su se stesso sempre guidato da Virgilio (io attribuisco un significato esemplare a questa metafora fisica del passaggio infernale conclusivo e del ritorno alla luce), raggiunge le sponde della montagna del Purgatorio, che sorge al centro dell’altro emisfero, di cui “ascende” (“ascende”, appunto, come prima era “disceso”) le cornici dei penitenti, soppesando natura e potata di punizioni e di pentimenti, fino ad arrivare alla sua sommità, dove trova il Paradiso terrestre (e dove altrimenti questo avrebbe potuto collocarsi, se non lassù in alto, sul vertice della montagna dove hanno luogo il pentimento e la purificazione?). Di lì, alla guida poetica e umana di Virgilio, subentra quella di Beatrice, creatura del suo amore, che però l’Amore divino ha fatto a questo punto veicolo privilegiato della sua salvezza. E con lei, di cielo in cielo, arriva infine alla conoscenza ultima, che però, non può esser detta ma solo pensata e, per il lettore, solo indirettamente accennata.



Dante chiama Paradiso questa estrema sublimazione del pensiero e dell’esperienza umani. Se uno rimette insieme i vari passaggi di questo “per-corso”, evitando, come già s’è detto, di frammentizzarne troppo la lettura e l’interpretazione, non sarebbe né illecito né esagerato concludere che ci troviamo di fronte al più gigantesco disegno di una possibile salvazione umana. Il più gigantesco? Sia concesso per una volta all’interprete di dire quello che veramente pensa. Sì, il più gigantesco. Perché nasce da un’esperienza umana ricca come poche. Ma soprattutto perché Dante fa della propria esperienza umana il gradino da cui contemplare da vicino e al tempo stesso dall’alto (ecco, le capacità e l’esperienza del grandissimo poeta!) quella del genere umano considerato in tutte le sue forme.

Effetto di una visione cristiana del mondo? Sì, non c’è dubbio, anzi, è ovvio. Solo che Dante, invece di sublimare l’umano nel divino, — come fanno in genere gli interpreti sacerdotali della dottrina, — infonde il divino nell’umano, e fa perciò di ogni sua storia umana una vicenda esemplare al di là del tempo e dello spazio. È cristiano; ma è anche più che cristiano: è universalmente umano.

La galleria dei suoi personaggi leggendari, dell’antichità e del presente, dell’immaginario e della realtà, — Farinata, Brunetto Latini, Ulisse, Manfredi, Bonconte, da Montefeltro, Pia de’ Tolomei, Sordello, Marco Lombardo, Stazio, Matelda, Piccarda Donati, lo stesso Virgilio, la stessa Beatrice — trae luce dalla predisposizione poetica decisiva del creatore dell’opera: affinché l’uomo conosca fino in fondo il segreto della creazione, bisogna che lui stesso nei crei l’immagine e il disegno. Quel che talvolta con tono banale si dice, e cioè che con Dante bisogna retrodatare l’inizio del cosiddetto Umanesimo, è più vero (penso) alla luce di quanto finora ho cercato di argomentare. Dante è il primo umanista, perché per primo, indubitabilmente, colloca l’uomo al centro della storia umana e ne scopre la tendenziale primazia sia storica sia individuale rispetto al resto del mondo, — di tutto il mondo.

    William Blake, Dante e Beatrice

Dante, cioè, compie il vero e proprio miracolo di risanare le fratture umane, — quelle da cui oggi siamo così universalmente e profondamente colpiti, — senza ignorarle (tutt’altro), mettendoci di fronte agli occhi un colossale processo di ricomposizione unitaria del mondo: dagli abissi più temibili e terribili, e inevitabili, alle supreme, difficilmente attingibili, ma sempre possibili, sublimità. Non lo fa per forza ragionativa, ma poetica. O meglio: la sua straordinaria forza ragionativa diviene parte integrante e indissociabile della sua integrale visione poetica. Ossia: quel che il raziocinio non riesce neanche a immaginare, la poesia ce lo fa vedere con la forza inconfutabile del linguaggio umano.

Non sarebbe il caso di trarre tutti, — non solo i pretesi o presunti specialisti, — un impensabile vantaggio, un benefizio senza pari, dalla conoscenza e dall’introiezione di un’esperienza come questa? In fondo ci vuole poco: basta leggere.


La Repubblica – 27 agosto 2016

Viaggio sul Po


Un viaggio alla scoperta del grande fiume. Ma il mondo del Po rimane misterioso, racchiuso nello scrigno serrato dai due possenti argini maestro che gli corrono di fianco.

Maurizio Pagliassotti

Il Po, la resistenza del grande fiume

Appare sconsolatamente fangoso nei brevi passaggi dei telegiornali utilizzati per raccontare i suoi inspiegabili scoppi di collera. Si sa che più o meno scorre lassù al nord, assediato da capannoni, allevamenti suini e villette.

Nasce dalle parti di Torino e arriva dalle parti di Venezia, e lungo il percorso vivono milioni di uomini e donne che mangiano polenta. Una rimozione coatta e collettiva che ben racconta un altro grande disperso: l’articolo 9 della Costituzione. Il Po è, nei suoi 700 chilometri di corsa, la plastica rappresentazione dell’Italia che ostinatamente non tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico.

Così il mondo del Po rimane misterioso, racchiuso nello scrigno serrato dai due possenti argini maestro che gli corrono di fianco. Della sua bellezza, delle risorse e venture, solo rare parole narratrici.

Morimondo è stato rivitalizzato con massaggio cardiaco da Paolo Rumiz – lettura fondamentale per chiunque voglia vivere il grande fiume – che racconta un mondo languente sotto i colpi di maglio della civilizzazione che costringe e demolisce: niente più antichi mestieri, leggende, culture, lingue, niente più polenta con gatti e lucci fritti; tutto coperto da una colata di cemento o dragato da una ruspa.

Eppure il Po resiste. Forse proprio grazie ai suoi possenti argini, estreme barricate che respingono la razzìa umana e custodiscono gelosamente il tesoro della sua straordinaria vita. Resiste e viene riscoperto da piccoli gruppi di pionieri, ed è come se il suo limo stesse dando vita a un nuovo e più fertile Vivimondo che tenta di recuperare, di innervarsi sulla sua asta.



Ma da chi è vissuto, oggi, il Po?

La truppa di tedeschi accampatasi su un’isola del Po si sbraccia entusiasta, saluta evidentemente soddisfatta della mia umana presenza. Dalla riva dove sono sceso per un attimo di pausa intravedo nella macchia di ontani una decina fra uomini, donne, bambini e animali domestici. Pedalo da circa quattro ore: sono partito da Barricata, estremo lembo di terra piantato tra il mare e il grande fiume. Per chilometri e chilometri eserciti di aironi e fenicotteri hanno accompagnato il mio lento progredir verso Torino.

Un tizio piccolo e muscoloso dalla lunga barba bionda salta su una zattera composta da tronchi e attraversa la manica d’acqua che ci separa; a un passo da me, appena oltre la sabbia finissima, il Po scorre immenso verso est. In un secondo, io e la mia bicicletta veniamo caricati d’imperio sulla zattera e trasbordati sulla loro isola, dove vengo accolto dagli eredi di Frisi, Sassoni e Burgundi.

Grande è lo stupore generale nel momento del contatto tra la civiltà isolana e quella ciclista: io guardo incuriosito questi uomini che ricordano orde barbariche fuori tempo massimo, mentre loro guardano ammirati me e la mia bicicletta stracarica di pentole, tende, mercanzie varie, cibo, vestiti sporchi e cartine geografiche.

Mi trovo su un’isola in mezzo al Po ospite di nove tedeschi e due cani, nel cuore della produzione industriale patria, un’unica immensa megalopoli in cui scorre il grande fiume ignorato dagli italiani. Sedici milioni di persone mi circondano, ignare della loro vitale relazione con il fiume. A Cremona, sorprendentemente, un vecchio pescatore di fiume, Aldo, smentirà la mia percezione catastrofica e le rilevazioni scientifiche: «Il Po non è mai stato così pulito, puoi starne certo. Sono quarant’anni che non era così limpido: i banchi di schiuma non si vedono più e anche le colate rosse di ferro sono scomparse. Idem le pozze oleose che si formavano dopo le piene, tutto dimenticato, o quasi. La crisi ha chiuso le fabbriche e pure gli allevamenti da cinquemila maiali, anche qui a Cremona. Niente fabbriche, niente maiali, niente inquinamento. Meglio così, sono stati quarant’anni di pazzia».

Così, probabilmente, lo sfaldarsi del tessuto industriale padano ha liberato energie – oltre a qualche storione – che si sono riversate dentro la golena del Po dando vita a un popolo dai molti volti. Serena di Papozze, paesetto del Delta che briga giorno e notte per aprire un campeggio appena al di là dell’argine. Ha quaranta anni, un marito e due figli. Gestisce un accanito b & b dall’evocativo nome «La zanzara». Il suo sogno è la vedere realizzata la ciclovia VenTo, una pista che collegherebbe Venezia a Torino lungo l’argine del Po.

E poi ancora cuochi, camerieri, avventurieri, accompagnatori, educatori ambientali. Una lenta transumanza di un piccolo mondo che si è accorto che tutelare il paesaggio e il patrimonio dà pane e tulipani.

Ma le idee su come tutelare sono vaste, e spesso contorte e contrastanti. I sindaci di Po, ad esempio, sono mine vaganti. Più di uno l’ho incontrato nella sede del Comune per fare quattro chiacchiere sul fiume. Locali infelici e tristi, grigi, a volte luridi, che mostrano l’assoluta povertà in cui vivono, si confrontano nella stessa piazza con le canoniche tre banche dotate di vetri a specchio.



I sindaci allargano le braccia.

E raccontano le miserie a cui tentano di far fronte. Guidano autobus e danno il bianco alle pareti della scuola, organizzano tombolate sul fiume, polentate con cui pagare il gasolio. Così, tra un Lambrusco e una birra, rassicurati dalla foto di Mattarella appesa storta sulla parete, ci si trova dentro discorsi irreali che prevedono progetti di parcheggi e supermercati, centri di bellezza e cemento.

Intorno a me però, sull’isola dei tedeschi, la lotta dei comuni contro la povertà appare lontana, anzi inimmaginabile. La prospettiva da questo pezzo di terra coperto di verde e incastonato nell’acqua è irreale: il fiume, ad ovest di Porto Tolle nel Delta del Po, è davvero immenso e selvaggio. Unica flebile traccia della industriosa pianura padana è il suono lontano di qualche campana che batte le ore del giorno e della notte.

Pedalare lungo l’argine maestro dà la possibilità di non incorrere nel brutto. Si procede di campanile in campanile distanziati di mezz’ora l’uno dall’altro. Il fiume c’è, a volte è a un passo, ma spesso scompare, coperto da sterminate piantagioni di pioppi oppure dalla fitta boscaglia. E scompaiono anche le sue inevitabili brutture: il Po in alcuni punti è stato così compromesso da risultare inquietante. La terribile Isola Serafini e il suo doppio sbarramento ne sono l’esempio. Ma almeno fino a Cremona la civiltà moderna è praticamente assente: centinaia di chilometri senza vedere mai una tangenziale, un centro commerciale, luci al neon, sobborghi californiani, cave, dighe, sale slot e il restante armamentario legato alla valorizzazione del territorio oggi in voga.

Ma torniamo indietro di 400 chilometri: prima di me gli autoctoni dell’isola devono aver visto solo cinghiali, volpi e nutrie. Dal braccio teso di uno dei tedeschi penzola un fagiano. Ne hanno tre e stanno preparando un sontuoso banchetto in mio onore. La situazione è sempre più irreale. I fagiani, povere bestie, vengono allevati e liberati pochi giorni prima dell’apertura della caccia. Ne ho incontrati decine, uno più domestico dell’altro. Così, acchiapparli a mani nude, o sparargli con una doppietta da un centimetro di distanza non è particolarmente difficoltoso. Il menu prevede anche un bel filetto di pesce siluro appena pescato.

Mi dichiaro onorato, anche se temo molto l’incontro con il grande pesce leggendario e confido in una buona scorta di maionese custodita in una delle tende degli abitanti dell’isola. Auspicio salvifico esaudito: il siluro ha un sapore simile al fango con un leggero retrogusto di gasolio. Ma con molta maionese, è ottimo.

Un pesce predatore tipico dei grandi fiumi centro europei, il siluro si è mangiato l’ecosistema esistente. Improbabile in ogni caso che abbia potuto fare più danni lui che una diga, o una cava, o degli inesauribili sversamenti di liquami industriali o di allevamento, o delle nutrie di Giovanardi. Ma, ogni volta che si intavola l’argomento siluro, presto il piano si sposta, da epico avventuriero a sociale.

Pirati extra europei giungono sul grande fiume a bordo di chiatte e saccheggiano le acque del suo prezioso pesce dalle raffinatissime carni. I mezzi che utilizzano rumeni, albanesi, ungheresi, moldavi e russi sono uno più cinico dell’altro: dinamite, scariche elettriche, bentonite, cianuro, reti a strascico, lenze legate ai ponti. Il coro, da Venezia e Piacenza è unico. Lo straniero sul Po fa cose che gli italiani mai hanno fatto e mai farebbero.

Ma, dalle parti di Piacenza una flebile voce smentisce il coro: è Roberto, un uomo minuto di circa sessanta anni che pedala su una vecchia bicicletta “Graziella”. Dopo che i suoi amici mi hanno raccontato per l’ennesima volta la storia dei predoni del fiume, mi si avvicina e a parole scandite dice: «Sono comunista e quelli raccontano solo balle. Lasciali perdere. Dicono così perché non gli piacciono gli stranieri, mica per il siluro». Rimarrà voce solitaria del fiume: d’altronde, i comunisti non vanno molto di moda.



Cala la notte sull’isola.

Mi fermo a dormire in compagnia dei tedeschi più due cani. Anche loro, raccontano, sono uomini in fuga per qualche settimana. Rientreranno nelle loro case e riprenderanno le vite normali. Ogni anno partono alla volta di un fiume diverso, dove bivaccano per un po’. Le loro parole sul mio Paese, racchiudono tutto il Po e tutto il viaggio: «L’Italia è un paese bellissimo e bruttissimo, come questo fiume. Ma soprattutto è sorprendente constatare quanto non ne abbiate percezione. Per gli italiani il bello e il brutto non esistono, non c’è nessuna differenza».

Nel cielo scorrono le costellazioni ed Eridano si specchia lassù nello Scorpione: il Po con il buio spesso e nero come la pece aumenta la potenza della sua voce tonante, pare voglia avvolgerti e vagamente minacciarti. E con lui, sommesse e inquietanti ecco le voci di gufi e allocchi, di cui si possono vedere anche i piccoli occhi accesi dalla luce della luna piena.

Il mattino è l’ora del saluto intorno al fuoco riacceso, poi è tempo di abbracci e pacche sulle spalle. Hans mi ricarica sulla zattera e mi riporta sulla terra ferma dove riprendo la mia pedalata solitaria.
Arrivo nella mia città, Torino, dopo dieci giorni di viaggio e il Po mi appare come un esangue rigagnolo maleodorante. Penso ad Hans e alle sue tetragone parole, ma anche al popolo incontrato e rimpiango di non aver conosciuto i romantici predoni del pesce siluro.


Il manifesto – 20 agosto 2016

sabato 27 agosto 2016

Storia della birra. Dagli antichi egizi all'Oktober Fest



È la prima bevanda creata dall’uomo, diffusa in tutte le antiche civiltà a partire da quella egizia. Ma fu la rivoluzione industriale a trasformarla in consumo di massa.


Marco Belpoliti 

Birra

La birra è stata la prima bevanda alcolica che ha bagnato le labbra umane. La prima bibita in assoluto, e anche la più facile da produrre. Nel 4000 a.C. c’era già. Segue la cosiddetta domesticazione dei cereali. C’è un pittogramma, proveniente dalla Mesopotamia, dove si vedono due figure umane intente a sorbire birra da un vaso di coccio munite di una cannuccia. La birra viene dalla zuppa che i nostri antenati sorbivano: orzo e frumento. Dalla fermentazione di questa pappa, dagli zuccheri che si trasformano in alcol grazie all’azione dei lieviti. Nel recipiente galleggiano chicchi, loppa e altri resti, da cui l’uso della cannuccia. Ha ragione Tom Standage quando scrive che questa bevanda alcolica non è stata inventata, ma scoperta. Più a lungo si lascia fermentare il grano trasformato in malto, più è alcolica la bevanda.

Non c’è popolo della Mezzaluna Fertile che non la conoscesse. Gli egiziani producevano ben 17 tipi diversi di birra, per non parlare dei sumeri. Dalle Americhe all’Africa e all’Eurasia era conosciuta da molti popoli e civiltà. Le tecniche per filtrarla si diffondono ben presto, così come l’avvento della ceramica produce i bicchieri per berla singolarmente. Nel poema di Gilgamesh, poema sumerico (2600-2500 a. C.), viene narrata la storia di Enkidu, uomo selvatico, introdotto alla civiltà da una giovane donna. Lei lo conduce in un villaggio di pastori e gli fa assaggiare la birra: sette brocche beve Enkidu. Diventa allegro e canta con gioia; è alticcio, ubriaco, ma proprio così diventa umano: «Si spruzzò d’acqua il corpo irsuto/ si cosparse d’olio e diventò umano».



La birra è anche un prodotto delle mani femminili. Sono le donne che la realizzano. Non a caso sono dee che la proteggono. Hathor mandata da Ra, divinità egizia, a sterminare gli uomini, si ubriaca di birra e si addormenta: sarà la dea della birra e della sua fabbricazione. Ninkasi è invece quella sumera e Menget, egizia, protegge le donne che la preparano.

Non è ancora la birra che conosciamo noi, perché il luppolo non è entrato nella formula, ma costituisce uno degli elementi principali della alimentazione. Poiché conservarla a lungo era difficile, veniva bevuta prima della fermentazione, quando ancora gli zuccheri si stanno mutando in alcol, così che ha una bassa gradazione; tuttavia è ricca di lieviti in sospensione e questo aumenta di molto il contenuto delle vitamine e proteine, in particolare della vitamina B, che compensa il basso consumo di carne in un periodo in cui la caccia sta cedendo alla agricoltura. La cosa notevole è che la birra resterà per migliaia d’anni la bevanda alcolica più bevuta; il vino è più raro e complicato da produrre, a partire dalla coltivazione della pianta, la vite.



Nel Medioevo la birra è alla base della alimentazione, prima che il vino le contenda il primato. Ma i contadini, la povera gente, non avrà accesso al vino per lungo tempo, bevanda molto più costosa, genere di lusso, nonostante che sia già conosciuta dall’epoca del re assiro Assurnasirpal II (870 a. C. circa); il sovrano per mostrare la propria potenza e ricchezza ricorre alla “birra delle montagne”, ovvero al vino.

La birra, scrive Standage, permea le vite dei popoli dell’Egitto e della Mesopotamia dalla nascita alla morte. Nel Medioevo saranno i monaci a produrla, come certificano ancora oggi marchi e nomi di pregiate birre in commercio. Sono loro a introdurre il luppolo che farà della birra della Mezzaluna Fertile la bevanda che beviamo ancora oggi. Si distingue così tra cervogia, che è prodotta con grano, orzo, e birra, che è invece quella fatta col luppolo. Un medioevalista francese, Jean Verdon, sostiene che si parla di birra solo dal IX secolo; la parola stessa viene dal neerlandese, appare in fiammingo, bier, solo nel XII secolo e in francese nel XV. Bisognerà attendere la fine del Medioevo perché il luppolo trionfi davvero.



Sono le abbazie che la producono, lontano dalle città, e pertanto non in grado di commercializzarla: uso e consumo limitato ai monaci. Il più antico diritto di fabbricarla che conosciamo rimonta al 974, una chiesa di Liegi, concesso dall’imperatore Ottone II. In questo periodo la birra assume vari nomi: brumas, da Brema; homberg, da Amburgo; hoppe, di luppolo; hacquebart, birra leggera; brouquin, forte. Il Nord Europa preferisce la birra, mentre il Sud si orienta verso il vino. Resterà così per secoli. La birra avrà due concorrenti: il sidro che, sostiene Verdon, nel XV secolo ha la meglio; e il vino, che va affermandosi pian piano.

Tuttavia la birra resterà, come il tabacco, legata prima di tutto al mondo militare. Dall’epoca degli assiro-babilonesi ai soldati di ventura del Rinascimento, sino agli eserciti moderni, la birra sarà fondamentale per l’apporto energetico. Fino a che l’arrivo dello zucchero e del tè non la scalzeranno definitivamente dal desco operaio. In una famosa incisione di William Hogarth, Beer Street (1751) si contrappone a Gin Lane, all’epoca della “epidemia di gin”, quando l’acquavite sopravanza la birra moderatamente alcolica causando gravi danni in Inghilterra. Il proletariato lascia la birra per il distillato con conseguenze nefaste.



La birra non è solo una bevanda, ma dall’epoca egizia sino al Medioevo è anche un modo di consumarla: bere alcol crea comunità. Karl Kautsky, il marxista tedesco, sosteneva che senza osteria «per il proletariato tedesco non solo non c’è vita sociale ma nemmeno politica». La birra è stato perciò anche un carburante politico oltre che energetico. Almeno fino a che non è diventata, come accade ora, una bevanda cool. Nessuno saluta più con l’espressione “pane e birra”, tuttavia si continua a brindare “alla salute”, retaggio della antica fede nelle qualità magiche di quei calici che s’alzano.

Sarà la rivoluzione industriale con le sue tecniche di pastorizzazione nel 1876 a cambiare il modo di produrla. Birra, e sai quello che bevi.


La Repubblica – 27 agosto 2016

I genitori e i super figli. Le radici del bullismo




Il bullismo sta diventando un problema sociale. In genere è collegato alla scuola, ma, secondo la tesi che presentiamo di una autorevole psicologa italiana, probabilmente trova le sue cause in famiglia, Dinamiche, quelle descritte nell'articolo, che ogni insegnante verifica costantemente nel rapporto con i ragazzi e soprattutto con le famiglie.

Silvia Vegetti Finzi

I genitori e i super figli. Le radici del bullismo


Come sopraffazione frequente e ripetuta del più forte sul più debole, il bullismo è sempre esistito, ma le modalità con cui ultimamente si manifesta sono del tutto nuove. Nella famiglia patriarcale era l’esito di un’educazione autoritaria e punitiva, per cui i figli erano indotti, aggredendo i compagni, ad agire attivamente quanto avevano subito passivamente. Nell’attuale famiglia, permissiva e iperprotettiva, è difficile per i figli prendere le distanza dai genitori per diventare se stessi, magari diversi da come li avevano sognati.

Nell’era dell’agonismo i ragazzi sono sottoposti a una pressione fortissima da parte delle famiglie che spesso pretendono l’impossibile: che siano i primi nella scuola, nello sport, che esprimano talenti. Sognando per loro il premio Nobel per la scienza e la medaglia d’oro alle Olimpiadi.

L’eccesso di aspettative rischia di scatenare un senso di inadeguatezza che può trasformarsi in aggressività nei confronti di se stessi o dei coetanei. Per i figli è difficile contrapporsi a genitori iperprotettivi, amorevoli e accudenti, che agiscono solo per «amore». Per la loro incolumità non gli permettono di affrontare rischi e pericoli, per renderli felici non gli fanno mancare nulla, per garantirgli un futuro di successo scelgono per loro le scuole, lo sport, gli amici, le vacanze, la facoltà universitaria, la professione. Con il risultato di crescerli fragili e insicuri, privi di anticorpi contro le inevitabili frustrazioni della vita. Non riuscendo a sottrarsi alle aspettative dei genitori, finiscono spesso per sentirsi irrisolti e inadeguati. E l’aggressività, potenziata dallo sviluppo sessuale, anziché essere utilizzata per emanciparsi dalla dipendenza infantile, è rivolta contro sé o contro gli altri.

Nel primo caso i ragazzi, convinti di non potercela fare, si ritirano dalla competizione e, chiudendosi nella cameretta, s’immergono nel mondo virtuale, dove tutto sembra possibile. Nel secondo decidono di proiettare sugli altri le parti inaccettabili di sé. In questa prospettiva, ogni forma di diversità risulta persecutoria per cui si sentono autorizzati ad aggredire il compagno gay, oppure l’extracomunitario, l’handicappato, quello troppo grasso o troppo basso, il primo della classe o il «bravo bambino della sua mamma».

Il luogo privilegiato è la scuola, dove il bullo trova complici e spettatori pronti a partecipare e approvare i suoi comportamenti violenti. Poiché il bullismo finisce per coinvolgere tutta la classe, l’attenzione degli insegnanti deve estendersi alle relazioni che intercorrono tra gli alunni.

Così come non è possibile tracciare un identikit del bullo, anche la personalità della vittima non è facilmente individuabile. Si tratta per lo più di ragazze alle quali vengono sottratte immagini compromettenti da divulgare in Internet. Ma esiste anche un bullismo femminile che provoca lividi dell’anima ancor più dolorosi di quelli del corpo.

Di fronte a quella che si presenta come un’epidemia sociale, occorre affinare la sensibilità, promuovere l’ascolto, cogliere e decifrare i segnali di malessere che i ragazzi ci inviano, come un improvviso calo del rendimento scolastico, l’isolamento, il mutismo, disturbi psicosomatici, la dipendenza da Internet. Ma per aiutarli davvero è necessario che l’ansia dilagante sia contrastata da dosi massicce di fiducia e di speranza e che,all’individualismo narcisista dell’Io, si sostituisca il Noi generazionale della solidarietà e della collaborazione.


Il Corriere della sera – 27 agosto 2016

venerdì 26 agosto 2016

I miracoli di Renzi: le assunzioni stabili calano del 33%



Nonostante promesse e chiacchiere aumenta la precarietà del lavoro. D'altronde il Jobs Act serviva a ridar mano libera ai padroni, cancellando mezzo secolo di conquiste sindacali. Perchè stupirsi?

Marta Fana

Le assunzioni stabili calano del 33%


Sono impietosi gli ultimi dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps: si assiste a un crollo dei contratti a tempo indeterminato, bilanciato da un aumento dei contratti a termine e di un sempre più diffuso utilizzo dei voucher.

Nei primi sei mesi del 2016, le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato superano le nuove assunzioni facendo registrare un saldo negativo di 120.253 unità, un dato di gran lunga inferiore ai numeri relativi allo stesso periodo del 2015, in cui i nuovi contratti netti a tempo indeterminato erano 131.502. Il dato dipende esclusivamente dalla riduzione delle assunzioni, -33% rispetto al 2015; le cessazioni quest’anno non superano quelle del primo semestre dell’anno appena trascorso. Inoltre, fin qui, la dinamica complessiva del tempo indeterminato fa peggio anche del 2014, anno in cui il Jobs Act (Decreto Poletti a parte) e gli sgravi erano soltanto un annuncio.

Nonostante la contrazione delle assunzioni a tempo indeterminato si distribuisca su tutte le categorie di lavoratori, coloro che ne risentono maggiormente sono le donne e i giovani fino ai 29 anni. Inoltre, dei nuovi contratti a tempo indeterminato, solo il 57,6% è a tempo pieno (era il 59,3% nel 2015). Dal punto di vista qualitativo, è il commercio a trainare le assunzioni, lo stesso che chiede e impone con la contrattazione aziendale condizioni peggiorative per i lavoratori.



Rallentano anche le trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato, -37% rispetto al 2015, anch’esse inferiori rispetto ai valori del 2014. È questo uno dei dati più eclatanti che il rapporto Inps fa emergere: l’effetto di stabilizzazione dei precari con contratti a termine una volta finiti gli sgravi si è interrotto. Qui, il ruolo del Jobs Act emerge solo nei mesi di marzo e aprile 2015. Ne è ulteriore prova l’andamento dei contratti di apprendistato che nel primo semestre di quest’anno si mostra costantemente crescente, contrariamente a quanto avvenuto un anno fa. Di nuovo, l’interpretazione più immediata e forse plausibile va rintracciata nella legge di stabilità 2015 che escludeva l’apprendistato dagli sgravi, facendone quindi venir meno il suo carattere di contratto più vantaggioso in termini di costi. Ora che gli sgravi sugli altri contratti sono diminuiti, le aziende trovano conveniente usare l’apprendistato come forma di contratto di inserimento verso una posizione formalmente a tempo indeterminato.

Quel che rimane quindi è il lavoro precario, contratti a termine e voucher. I primi aumentano del 24% nel confronto con il 2015, dato trainato da un netto calo delle cessazioni, mentre le assunzioni aumentano di un esiguo 0,6%. Anche in questo caso emerge il ruolo che gli sgravi contributivi del 2015 hanno giocato sulla dinamica contrattuale: nel 2015 le cessazioni di rapporti a termine erano funzionali alle trasformazioni che avrebbero beneficiato della decontribuzione.

Infine, il dato sui voucher, quello più allarmante: tra gennaio e giugno di quest’anno ne sono stati venduti 69.899.824, in aumento del 40% rispetto a un anno fa e del 145% rispetto al 2014. Un dato che si commenta da sé ed esprime la deriva del mondo del lavoro italiano, sempre più usa e getta, strappato alla sua funzione collettiva e democratica. In queste condizioni, non dovrebbe stupire la stagnazione dell’economia italiana, così come non può trovare altra spiegazione il dato della povertà dei giovani italiani, la categoria che più tra tutte subisce lo sfruttamento a mezzo di voucher, sempre più imbrigliati da una vita non più precaria ma ormai occasionale e accessoria.


il manifesto – 26 agosto 2016