TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 6 ottobre 2020

L'incontro mancato di Livio Maitan con la Resistenza


 

Giorgio Amico

L'incontro mancato di Livio Maitan con la Resistenza

Nato nel 1923, nel giugno 1940 Maitan finisce il liceo a soli 17 anni e tre mesi dopo si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova e subito dopo ai GUF, a cui risulta iscritto anche negli anni successivi almeno fino al 1942.

Il giovane è ancora convintamente fascista. Lo riconosce, anche se in termini molto sfumati, nelle primissime pagine della sua autobiografia: “All'inizio della guerra molti erano ancora sensibili ai motivi patriottico-populistici della propaganda ufficiale” , scrive ed è evidente che sta parlando di sé. Ma l'andamento stesso delle operazioni belliche, il prolungarsi di una guerra che si pensava già vinta con la resa della Francia determinano un primo ripensamento. Già tra la metà del 1941 e gli inizi del 1942, dopo le prime sconfitte in Africa e il trauma della campagna di Grecia dove gli alpini sono stati mandati al macello, iniziano “le prime riflessioni, seguite da vere e proprie crisi di coscienza”. Ancora una volta, pur parlando della sua generazione, Livio ci dice che in realtà è a se che fa riferimento. Qualche pagina più avanti egli riconoscerà la gradualità con cui questo cambiamento è avvenuto, più per l'influsso degli avvenimenti bellici che per una maturazione politica personale che restava “ ancora generica, non definita in termini politici e ancora meno di partito”.

Agli inizi, scrive, la sua è una riconfermata adesione al regime: “Reagivo in un primo tempo come altri coetanei, influenzati ancora dalla manipolazione patriottica-nazionalista: era dovere di tutti fare qualche cosa per salvare il Paese, magari rinunciando, noi studenti universitari, alla proroga del servizio militare. […] Ma era una reazione di breve durata. Già pochi mesi dopo la decisione era presa. […] Abbandonavo la vecchia «fede» […] E rinunciavo con una scusa al modesto compito che avevo assolti sino ad allora nell'organizzazione giovanile ufficiale di quartiere.”

Il modesto compito, su cui Maitan non si diffonde in particolari, pare fosse il tenere corsi di mistica fascista per la GIL (la Gioventù Italiana del Littorio). Compito svolto, almeno per un certo periodo con impegno se, come documentato, nell'immediato dopoguerra Maitan fu sottoposto dallo PSIUP ad un procedimento disciplinare interno a causa della segnalazione dei metodi eccessivamente solerti usati dal giovane istruttore. A onor del vero, la cosa finì in nulla grazie all'intervento di autorevoli compagni che garantirono dell'antifascismo sincero di Maitan, tanto è vero che subito dopo egli fu eletto alla carica di segretario della sezione giovanile del partito di Venezia.

È in quel periodo che si forma il gruppo del quartiere Sant'Elena, formato tra gli altri da Gianmario Vianello e Cesco Chinello e in qualche modo gestito da Mario Ferrari Bravo, di un decina di anni più vecchio, già istruttore ai corsi obbligatori di preparazione premilitare.

Nella sua “Autobiografia resistenziale” Cesco Chinello, negli anni '60 segretario della Federazione comunista di Venezia e poi deputato e senatore del PCI, racconta così la nascita del gruppo:

Una sera, in vaporino fine 41 o inizio 42 io e Livio Maitan discutevamo, a voce alta e molto criticamente, sui commenti che Mario Appelius faceva alla sera alla radio sulle vicende della guerra e sugli inserimenti a viva voce di Radio Londra per cui ne nascevano delle situazioni paradossali in cui i due nemici si controbattevano e in cui, di solito l'Appellius soccombeva, oltre che per i fatti incontrevertibili, anche perché senza verve. [Radio Londra in realtà non c'entra. Il riferimento è al fatto che nell’ottobre 1941 il comunista Luigi Polano riuscì a inserirsi nella trasmissione radio che Appelius conduceva per l’EIAR fascista e a obbligarlo a una discussione pubblica. Nota nostra]  Scendendo dal vaporino a S. Elena un tizio ho saputo dopo che si chiamava Zinoni, un fascista di antica data che abitava vicino a casa mia ci si è avvicinato invitandoci per le spicce a seguirlo nella vicina sede del fascio. Lì ci ha chiesto le generalità, ci ha contestato duramente le nostre critiche all Appellius dandoci dei disfattisti e minacciando severissime punizioni. Poi gli hanno detto che eravamo figli di mutilati di guerra, che il padre di Maitan era stato volontario in Abissinia e non so che altro e alla fine ci ha lasciati andare solo perché ha commentato eravamo figli, anche se indegni, di gente che aveva dato tutto alla patria. Piccole storie ma che segnano le esperienze individuali e incentivano la critica e l'iniziativa contrapposta. Con questi giovani di S. Elena ci conoscevamo sin da bambini, talvolta abbiamo anche giocato insieme dipendeva dalla differenza di età che contava molto, anche se era solo di qualche anno e ci eravamo ritrovati obbligatoriamente nel premilitare che ci facevano fare marciando su e giù per il viale di S. Elena: una cosa insopportabile, penosa, goffa e che ci infastidiva molto per la perdita di tempo e per il modo d essere pagliaccesco, con quella divisa addosso che puzzava di lana straccia e il finto pugnale di latta. Sono avvenuti proprio in questi sabato pomeriggio del premilitare i nostri primi incontri, i primi ammiccamenti”.

Il gruppo svolge comunque una attività “di modesta portata”, secondo quanto scrive lo stesso Maitan, consistente nell'affissione di qualche volantino e poco più. Come la distribuzione di alcune copie de l'Unità clandestina che sarebbero state consegnate personalmente a Maitan da Concetto Marchesi suo professore all'Università di Padova. Episodio peraltro non ricordato da nessuno di coloro che a vario titolo ha trattato del gruppo di giovani cospiratori del rione Sant'Elena.

Il 25 luglio 1943, mentre presta servizio come aspirante allievo ufficiale nei pressi di Vittorio Veneto, attività organizzata dalla Milizia e rivolta ai membri della Milizia Universitaria a cui pare Maitan avesse aderito nel 1942, è raggiunto dalla notizia della caduta del fascismo.Tornato a Venezia, con gli amici del gruppo di Sant'Elena prende i primi contatti con esponenti dei partiti operai, PCI e PSIUP. Da quel momento egli si considererà un militante socialista. Ma la situazione si fa presto difficile, l'occupazione tedesca inizia a far sentire i suoi effetti e occorre decidere cosa concretamente fare.

A differenza di alcuni suoi compagni, come Cesco Chinello o Cesare Dal Palù, che iniziano immediatamente una attività clandestina che li porterà in carcere o a raggiungere le formazioni partigiane che da mesi ormai combattono sui monti, Maitan si rifugia a Trieste a casa della nonna dove resta cinque mesi, abbandonando di fatto ogni impegno politico per dedicarsi interamente agli studi.

Il precipitare della situazione lo costringe comunque a decidere cosa fare. Informato di essere ricercato come renitente alla leva, invece che raggiungere le bande partigiane, Maitan decide di rifugiarsi in Svizzera. Una decisione difficile da capire anche perché nella sua autobiografia egli non fornisce alcuna motivazione di un gesto che, confrontato con la scelta di migliaia di giovani anche di scarsa cultura o di nessuna formazione politica di salire in montagna e unirsi alle formazioni partigiane, colpisce in un intellettuale politicamente cosciente come appare già allora il giovane Maitan.

Grazie all'aiuto, anche economico, di uno zio molto benestante che abita sopra il lago di Como a poca distanza dal confine, Maitan il primo aprile 1944 passa in Svizzera dove viene internato in un campo per stranieri. E in Svizzera Maitan resterà fino alla Liberazione, stringendo contatti con importanti dirigenti socialisti. Uno di questi fu il luganese Guglielmo Canevascini, allora ministro degli interni del Canton Ticino, che nel dopoguerra sarà il tramite attraverso cui giungeranno a Faravelli e a Critica sociale i finanziamenti americani destinati a rafforzare la componente autonomista del PSIUP. 

Nella sua autobiografia Maitan accennerà di sfuggita di aver progettato di rientrare in Italia per «riprendere» l'attività nella resistenza, ma di esserne stato dissuaso dal dirigente socialista Fernando Santi. Ancora una volta l'affermazione lascia stupiti, anche perché da quanto da lui stesso   precedentemente raccontato, Maitan non aveva mai avuto alcuna parte nella lotta partigiana, né a Venezia né in montagna, e dunque non c'era proprio alcuna attività da riprendere. Semmai, proprio volendo, di un inizio si sarebbe trattato. E comunque era tardi: si era nella primavera 1945 e i giochi praticamente erano fatti. 

Maitan ritornerà in Italia e nella sua Venezia solo dopo il 25 Aprile, a Liberazione ormai avvenuta ,  e dovette almeno per i primi mesi consacrarsi essenzialmente agli studi universitari, visto che si laureò nel novembre 1945. Quello di Maitan con la Resistenza fu dunque un incontro mancato, anche se, ma è appena una notazione minima, questo non ha impedito all'ANPI di Venezia di inserirlo, non sappiamo a quale titolo, in una lista online di partigiani illustri. Stranezze della storia.

Riflettendo su queste vicende, ampiamente riportate nelle prime pagine della sua autobiografia, ci è venuto di pensare che la mancata partecipazione alla lotta partigiana e la fuga in Svizzera, perché in sostanza a non voler essere ipocriti di quello si trattò, abbia lasciato un segno indelebile sulla personalità di Maitan condizionandone fortemente la futura attività di dirigente della Quarta Internazionale. Quel mancato impegno giovanile,probabilmente vissuto inconsciamente come un tradimento o un atto di viltà, più di cento ragionamenti teorici può aiutarci a comprendere perché negli anni '60 proprio Maitan fosse il principale artefice della svolta guerriglierista del movimento trotskista soprattutto in America Latina. Una sorta di riscatto postumo che però avrebbe portato a una sconfitta di proporzioni storiche segnata dall'annientamento anche fisico di intere sezioni, a partire dal PRT argentino, della Quarta Internazionale e di una intera generazione di militanti.

(Le citazioni, in corsivo e virgolettate, sono tratte da: Livio Maitan, La strada percorsa, Bolsena, Massari Editore, 2002; e da: Cesco Chinello, La mia “educazione sentimentale”. Autobiografia resistenziale, in Nella resistenza. Vecchi e giovani a Venezia sessant’anni dopo, a cura di G. Albanese e M. Borghi, Portogruaro, Nuova Dimensione, 2004 )


mercoledì 30 settembre 2020

Savona operaia sotto il fascismo

 


Giorgio Amico

Savona operaia sotto il fascismo

A proposito di “Come si costruisce una dittatura” di Andrea Corsiglia


È convinzione diffusa che la resistenza organizzata al fascismo inizi solo nell'estate del 1943 dopo l'arresto di Mussolini e la caduta del regime conseguenti al voto del Gran Consiglio del 25 luglio e sul piano militare dopo l'8 settembre e l'occupazione militare tedesca. In realtà fin dalla marcia su Roma e poi dalla messa fuori legge dei partiti nel 1926 la resistenza al regime non cessò mai di covare nelle fabbriche anche negli anni del massimo consenso popolare. Una resistenza tenace, alimentata dall'estero dalla Direzione del Partito comunista che inviò, nonostante un duro confronto interno (vedi l'espulsione nel 1930 di dirigenti di primo piano come Leonetti, Tresso e Ravazzoli), costantemente suoi emissari in Italia per orientare e collegare i gruppi di militanti che spontaneamente nonostante la repressione sistematica e l'opera di controllo dell'OVRA continuavano a riformarsi nelle fabbriche.

A parte il lavoro più generale dello Spriano, manca ad oggi una storia sistematica di questo fenomeno che non ha eguali nei paesi retti da dittature fasciste. Certo, esistono numerosi riferimenti nei libri di memorie scritti da militanti, ma pochissime ricerche in merito.

È dunque con grande piacere che segnaliamo l'uscita di “Come si costruisce una dittatura”, ultimo lavoro di Andrea Consiglia, giovane e capace ricercatore già autore di numerose pubblicazioni fra cui “Noi eravamo tutto” sulla storia della Compagnia portuali di Savona.

Il libro, pubblicato a cura dell'Istituto Storico della Resistenza e dell'età Contemporanea di Savona e arricchito da una bella prefazione di Giosiana Carrara, direttore scientifico dell'ISREC, ricostruisce un episodio importante di questa lotta sotterranea al fascismo, avvenuto a Savona nel 1934 e che portò all'arresto di quaranta operai delle fabbriche di Vado L. e Savona e poi alla condanna di 28 di essi a pene varianti da tre a tredici anni di reclusione per ricostituzione del Partito comunista e attività sovversiva e antinazionale.

Il libro di Corsiglia, documentatissimo e frutto di minuziose ricerche d'archivio, si articola in quattro parti. Una riflessione iniziale sulla creazione del Tribunale speciale e sulla emanazione da parte del regime di un insieme di leggi e disposizioni che permettessero una efficace e capillare repressione di ogni forma di opposizione politica. Una seconda parte, sicuramente la più interessante per i lettori savonesi, in cui si ricostruisce il caso del marzo 1943 iniziato con la scoperta nell'armadietto di un operaio, Pierino Ugo, poi nel 1944 martire della Resistenza, presso le Officine Meccaniche di Vado Ligure di materiale di propaganda comunista e di alcuni numeri de l'Unità clandestina. Il caso è ricostruito attraverso i verbali di polizia che testimoniano eloquentemente dei mezzi, fisici e psicologici, usati dagli agenti della questura e dell'OVRA per estorcere confessioni. Segue un documento di grandissimo interesse: la lunga testimonianza dell'Onorevole Aldo Pastore, al tempo dei fatti bambino, sulla attività antifascista del padre, operaio anche lui presso le Officine Meccaniche di Vado Ligure e fra i principali imputati. Conclude il volume una ricca appendice composta prevalentemente dalle schede biografiche dei principali protagonisti della vicenda.

Un libro di grande spessore e valore storico, ma anche di facile e piacevole lettura come era da attendersi da Andrea Corsiglia che da buon insegnante ha la capacità di rendere facili e attraenti anche argomenti che a prima vista possono sembrare molto specialistici, come l'analisi del sistema giudiziario fascista.

Insomma, un libro da leggere, soprattutto da chi voglia comprendere meglio cosa sia stata durante gli anni del regime fascista la vita quotidiana in una città operaia come Savona. Un libro di cui si sentiva la mancanza e che ora finalmente c'è.


lunedì 28 settembre 2020

Luiso Sturla, Carte di primavera. Entr'acte

 



Carte di primavera

a cura di Sandro Ricaldone



Entr'acte

Via sant’Agnese 19R - Genova

30 settembre – 31 ottobre 2020

orario: mercoledì-venerdì 16-19

Entr’acte apre la stagione 2020-2021 con un omaggio a Luiso Sturla, del quale presenta una sequenza di quindici carte di piccola dimensione realizzate nella scorsa primavera.

Si tratta di lavori che, pur nella limitatezza dei mezzi disponibili (all’artista non era possibile, per la clausura connessa alla fase acuta della pandemia, accedere al proprio studio), esemplificano al meglio la sua cifra espressiva, che si dispiega come “un campo che accumula tensioni: della luce, delle forme che vi si immettono, dei varchi che vi si aprono” (Gianfranco Bruno).

Così, al di là della situazione contingente, pur acutamente avvertita, con alternati liquidità e addensamenti di colore, con assetti organici e segni allusivi, Sturla mette a fuoco l’inquietudine del tempo primaverile, la vertigine di una trasformazione repentina, la sua natura di prologo a ciò che è possibile.

Completano la mostra – allestita in collaborazione con l’Archivio Luiso Sturla - due lavori di formato più grande, anch’essi del 2020.

Luiso Sturla (Chiavari, 1930) dopo un esordio figurativo agli inizi degli anni ’50 aderisce nel 1955 al Movimento Arte Concreta, per divenire – dopo un fruttuoso soggiorno a New York all’inizio del decennio successivo, durante il quale conosce alcuni fra i più importanti artisti del periodo, da De Kooning a Larry Rivers – uno degli esponenti di rilievo dell’Informale italiano, declinato in una dimensione dove la matrice naturalistica inizialmente caratterizzata da una forte componente materica si è venuta gradualmente stemperando in atmosfere più liquide e aeree, filtrate da immaginazione e memoria.

Attivo a Milano per decenni, rientra a Chiavari nel 2008. Ha al suo attivo innumerevoli personali in gallerie e spazi museali in Italia e all’estero.

AVVISO IMPORTANTE

In relazione all’emergenza Covid19, ed alle misure assunte dal Presidente della Regione Liguria con ordinanza del 23 settembre, misure che riguardano la zona del Centro Storico limitrofa alla sede della mostra, risulta necessario evitare assembramenti nello spazio esterno alla galleria, in particolare nel giorno dell’apertura, e adottare durante la visita le misure di cautela (mascherina, sanificazione delle mani, distanze di sicurezza) prescritte per gli ambienti chiusi.

Il 29 ottobre, nell’imminenza della conclusione della mostra, si terrà – con inizio alle 17 - presso lo spazio 21 dell’ex O.P. di Quarto (via Giovanni Maggio 4), un incontro con l’intervento dell’Autore, la presentazione di una pubblicazione/catalogo della rassegna e la proiezione di immagini e video sull’opera di Luiso Sturla.



venerdì 25 settembre 2020

Lo chiamavano Cimitero. Un capo partigiano tra Albenga e la Val Tanaro

 












È da poco disponibile il volume di Ferruccio Iebole e Pino Fragalà “Lo chiamavano Cimitero”, che ricostruisce la storia del leggendario comandante partigiano Bruno Schivo (Cimitero), terrore dei tedeschi e dei repubblichini nella vasta zona montuosa compresa fra Albenga e la Val Tanaro. Il volume ricostruisce sulla base di una vastissima documentazione anche fotografica (ben 450 immagini) episodi poco noti della lotta partigiana nell'albenganese e con estrema onestà storica e intellettuale anche le fucilazioni di torturatori, collaborazionisti e spie avvenute dopo il 25 aprile. Un libro da leggere, di cui riportiamo l'efficace introduzione di Giuliano Arnaldi.


Giuliano Arnaldi

Immaginate un ragazzo di vent'anni...

Immaginate un ragazzo di vent’anni, perché Bruno Schivo era questo, un ragazzo di vent’anni quando fece la scelta della vita, diventare Partigiano.

Immaginate una personalità appassionata e appassionante. Appassionata nel modo di agire.. istintivo, diretto, fisico. Abituato a far parlare i fatti, a fare scelte nette e sorprendenti ma non roboanti. Appassionante perché autorevolmente carismatico. Una di quelle persone destinate ad essere la benzina che infiamma la voglia di libertà dei popoli, incarnazione naturale di quella forza inesorabile ed inevitabile che c’e in ogni movimento che sia obbligato ad usare appunto la forza per cambiare una situazione insostenibile.

Immaginate che una persona cosi, con questo carattere, si trovi a vivere un momento storico unico.

Unico perché la storia raramente chiama a vivere un dramma netto, oppressivo, cattivo e banale come fu il fascismo. Ancora più del nazismo, il fascismo oltre alla drammatica ferocia di cui il nazismo era intriso, obbligò gli italiani a subire l’aggravante della mediocrità dell’italietta che tiene famiglia, gira la testa dall’altra parte pur di campare, di una italietta rassicurante rappresentata da un roboante pagliaccio nel quale ci si poteva riconoscere riconoscendone i propri peggiori difetti, a cominciare dalla arrogante mediocrità di chi ostenta la sicumera delle chiacchiere davanti a problemi che non sa risolvere e forse nemmeno capire.

Bruno Schivo, quell’impetuoso ragazzo di vent’anni, scelse d’istinto, come tantissimi suoi coetanei. Chi pensa che la scelta della Montagna fu ideologica sbaglia. Fu ideale, ed è profondamente diverso. L’ideale è intangibile ma non astratto. E’ come l’aria, non la tocchi, non la vedi ma se ti manca muori.

Quel ragazzo, quei ragazzi volevano avere il diritto alla felicità. Cioè amare, lavorare, agire secondo coscienza e non sotto minaccia. E per conquistarsi quel diritto Brun, insieme ad altri ragazzi, prese le armi.

Comprese subito che erano necessarie regole, le condivise, le rispettò e le fece rispettare. Ci credette. Credette ad un altro mondo possibile, mise la sua vita al servizio di quella possibilità. E pago’, subito, un prezzo altissimo, forse il più alto, quello di essere vigliaccamente e ferocemente colpito negli affetti più cari. Certo fu combattente implacabile, ma come non esserlo in quei tempi e in quella situazione? Si ritrovò ad incarnare il ruolo più difficile, quello di chi non teme l’impopolarità che spesso la responsabilità delle scelte porta con se, non si curo’ di essere prima odiato e temuto, poi trasformato in capro espiatorio per ogni nefandezza reale o immaginaria.

Immaginate un ragazzo così, inesorabilmente destinato al mito più che alla cronaca, testimone e protagonista di passioni nette e dure - amore, odio, vita, morte, coraggio, paura...implacabilmente coerente con se stesso, immaginate questo ragazzo davanti a ciò che furono i giorni, i mesi seguenti la Liberazione. Immaginatelo mentre si rende conto che non è come pensava, che l’altro mondo possibile nei posti che contano ha troppo spesso le stesse facce furbesche di chi c’era prima ed ha semplicemente cambiato casacca, di chi è pronto a seppellire con un fiume fangoso di parole la limpidezza della Costituzione scritta con il sangue e il futuro di tanti ragazzi. Una rivincita della dittatura della mediocrità, sconfitta dalla passione e dalle armi Partigiane ma nuovamente vincente nel trasformare i princìpi in parole e le parole in chiacchiere inutili. Immaginate quel ragazzo smarrito davanti alla impossibilita di constatare un percorso di cambiamento, e con la sgradevole sensazione di un calo di tensione ideale del suo stesso mondo, di scelte fatte di compromessi non comprensibili e non autorevolmente spiegati.

Non credo che Cimitero volesse tutto e subito, penso invece che percepì un andazzo e non riuscì a sopportarlo.

Pensate alla delusione di quel ragazzo, alla rabbia...alla sensazione di avere sprecato la sua gioventù per qualcuno ( e non per qualcosa) che non la meritava. Non c’e nulla di più osceno e pericoloso che calpestare i sogni di un ragazzo. E se la reazione consiste nell’essere presente durante una sventagliata di mitra esplosa nel momento e nel luogo sbagliato bisogna riflettere prima di giudicare. Incidentalmente per quell’errore lo Stato Democratico che Cimitero contribuì a costruire gli commino’ una pena quasi pari a quella stabilita per il Boia di Albenga... mi viene in mente una canzone di Guccini, e penso a Cimitero stesso come ad una Locomotiva, come una cosa viva lanciata a bomba contro l’ingiustizia... La delusione provocata da un sogno calpestato può creare grossi danni, oggi come ieri. Chi coltiva il sogno di una vita libera, vissuta liberamente dentro quel sistema di regole che si chiama democrazia, come può reagire davanti ad una democrazia che non rispetta se stessa e le regole che si è data? Saprà discernere tra il valore profondo del principio democratico e i limiti di chi, pur chiamato a tradurlo in gesti concreti, non vuole o non può essere all’altezza del compito a cui è chiamato? Ecco un problema, oggi come ieri. Un problema che genera veleni mortali come l’indifferenza quando servirebbe impegno, paura quando servirebbe coraggio, egoismo quando servirebbe senso di comunità. E sono tutti veleni più subdoli e mortali della rabbia. 

Sono onorato e grato a Ferruccio Iebole e a Pino Fragala’ per avermi chiesto di introdurre questo libro. Cimitero vuol dire Resistenza , e Resistenza vuol dire Cimitero: mancava una riflessione coraggiosa e precisa. Spero essere stato all’altezza di un compito cosi importante. Scrivere queste poche righe mi ha obbligato a riflettere senza retorica su questioni vitali ieri come oggi, sul fatto che la banalità del male si alimenta sempre nelle singole scelte delle singole coscienze come in ogni singola coscienza è custodita la responsabilità del bene. Ma bisogna scegliere, sapere vedere la sostanza oltre la facilità delle apparenze. E non dimenticare che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni. Calpestare quei sogni probabilmente è peggio che morire.


giovedì 24 settembre 2020

notturni di versi FASE 2: quattro serate a settembre

 


notturni di versi FASE 2: quattro serate a settembre

Prenotazione necessaria con messaggio Whatsapp o SMS al numero 3500868227


Ven. 18/09 ore 21.00 
Cortino del Castello Via Castello, 1  Fratta di Fossalta di Portogruaro
In caso di maltempo Auditorium Comunale “DON A. TONIATTI” Via Ippolito Nievo, 20
READING
Unlock Poetry PAB 
Lettura dei testi inseriti nella Galleria Virtuale Unlock Art Pab
Alessandra Flores d’Arcais, Barbara Boatto, Davide Scattoli, Fabio Franzin, Francesco Tomada, Gerardo Pedicini, Laura Gorgato, Luca Ariano, Luca Sera, Luisa Gastaldo, Massimiliano Drigo, Olivia Rossi, Piero Simon Ostan, Roberto Ferrari

Ven. 18/09 ore 21.30
Cortino del Castello Via Castello, 1 Fratta di Fossalta di Portogruaro
In caso di maltempo Auditorium Comunale “DON A. TONIATTI” Via Ippolito Nievo, 20
TEATRALITA’
Cosa c’è oltre le stelle? Spettacolo teatrale dei Rotolacampo in collaborazione con i Creattori 
Idezione e regia di Max Bazzana


Sab. 19/09 ore 21.00
Chiostro dell’Istituto Marconi Via Seminario, 34 Portogruaro
In caso di maltempo l’evento si terrà nella Sala delle Colonne  dell’Istituto Marconi
INCONTRI
Il Cinema Brucia e Illumina - Zanzotto e Fellini tra Poesia e Cinema
Incontro con il prof. Luciano De Giusti, docente di storia del cinema Università di Trieste, curatore del libro Il cinema brucia e illumina – intorno a Fellini e altri rari di Andrea Zanzotto, Marsilio editore, 2011
A cura di Sergio Amurri 
In collaborazione con il Circolo di Cinema Estate Violenta di Portogruaro


Sab. 26/09 ore 21.00


Chiesetta di S. Cristina in Gorgo Fossalta di Portogruaro 
In caso di maltempo Auditorium Comunale “DON A. TONIATTI” Via Ippolito Nievo, 20
READING
Partiture con voci in versi con il collettivo ZufZone
a cura di Gaia Rossella Sain

Sab. 26/09 Ore 22.00
Chiesetta di S. Cristina in Gorgo Fossalta di Portogruaro
In caso di maltempo Auditorium Comunale “DON A. TONIATTI” Via Ippolito Nievo, 20
PRESENTAZIONE LIBRO 
ASSOLO per un attimo 
(Roberto Ferrari, Marco Opla Pasian / parole + disegni) QUDUlibri Bologna, 2020
Suoni: Marco Opla Pasian, Sandro Pellarin, Sandro Carta


Dom. 27/09 ore 20.30 
Abbazia di Summaga Via Richerio, 7 Portogruaro Summaga 
READING
Limine 
Lettura con L. Lorenzini, F. Gerometta, P. Simon Ostan
Musiche a cura del TrioLeScarpeRosse S. Carraro, G. Franzin, M. Battaiotto
Installazione artistica a cura di Renato De Marco
visita guidata all’Abbazia di Summaga a cura della prof.ssa Lara Bortolusso 
In collaborazione con: Rassegna di arte contemporanea 2020 - LIMINALITÀ - betwixt and between 


Il tema


Guarda quante ce ne sono, oh. Milioni di milioni di milioni di stelle. Ostia ragazzi, io mi domando come cavolo fa a reggersi tutta sta baracca. Perché per noi, così per dire, in fondo è abbastanza facile, devo fare un palazzo: tot mattoni, tot quintali di calce, ma lassù, viva la Madonna, dove le metto le fondamenta, eh? Non son mica coriandoli.

Dal film Amarcord,



Anche per l’edizione 2020 l’Associazione Culturale Porto dei Benandanti continuerà a promuovere la poesia con rinnovato entusiasmo proseguendo il discorso intrapreso sedici anni or sono. In particolare Il tema di questa edizione del Festival è ispirato alle parole di una scena di Amarcord, uno dei film più noti di Federico Fellini. Regista tra i più significativi della storia del cinema, che ha percorso con tratti di indubbia ed esemplare leggerezza e impareggiabile sensibilità poetica, grandissimo orchestratore di immagini, di visioni poetiche e di ritmi narrativi, si è rivelato maestro nel dare corpo alla passione del sogno che invade lo schermo cinematografico, dove i confini dell'immaginazione vanno a coincidere con quelli della realtà senza tuttavia mai essere condizionati da questa.

Tra gli aspetti più significativi dell’opera di Fellini che il nostro festival vorrà mettere in luce, vi è la stretta collaborazione, e l’amicizia, con alcuni grandi poeti, primo fra tutti Tonino Guerra, Romagnolo come Fellini, che con lui collaborò alla stesura del capolavoro sugli anni dell’infanzia riminese del regista, premiato nel 1976 con l’Oscar. Ma importante è anche la collaborazione con il grande poeta veneto Andrea Zanzotto, nata in occasione del film Casanova e che sfociò in un’autentica e duratura amicizia. Zanzotto oltre a scrivere alcuni testi poetici compaiono nel film, collaborò anche alla sceneggiatura di altri film e scrisse alcuni saggi sul cinema di Fellini. Da non dimenticare infine che anche il poeta Nico Naldini, cugino di Pier Paolo Pasolini fu assistente di Fellini in alcune occasioni.

mercoledì 23 settembre 2020

In difesa della lingua e della cultura occitana e per l'autonomia politica del popolo occitano

 







In difesa della lingua e della cultura occitana e per l'autonomia politica del popolo occitano


Il governo francese con la sua ultima riforma dei licei ha ridotto ulteriormente l'insegnamento della lingua occitana, già largamente insufficiente a tutelare le caratteristiche culturali e linguistiche di quella minoranza che abita una vasta porzione di territorio andante dal confine con la Spagna alla Provenza (oltre alle valli alpine "italiane" dal monregalese all'alta Valle Susa). È un atto brutale che cerca di riportare indietro di decenni il processo irreversibile di autonomia del popolo occitano.

Come Vento largo solidarizziamo in piano con la lotta del Partito della Nazione Occitana, rappresentante politico degli Occitani e con la giornata di lotta del 10 ottobre

Con l'augurio fraterno che la lotta intrapresa vada a buon fine. Per una Occitania libera, autonoma e riunificata in una Europa unita e democratica davvero senza più frontiere interne.

G.A.

Di seguito riportiamo il manifesto del PNO.













Il Partito della Nazione Occitana chiama a partecipare alle manifestazioni del 10 ottobre 2020


La lingua è uno degli elementi principali dell'identità di una nazione. Secondo il nostro punto di vista etnista ne è addirittura l'elemento determinante.

Davanti agli attacchi incessanti dello Stato colonialista francese per far scomparire l'essenza della nazione occitana, in mancanza di una lotta pù radicale, il Partito della Nazione Occitana sostiene senza riserve le azioni del collettivo Pour que vivent nos langues / Per que viscan nòstras lengas (Perchè le nostre lingue vivano).

Il PNO ha sempre sostenuto le azioni condotte dai sindacati, dalle associazioni professionali o rappresentative dei genitori degli studenti che si battono per l'insegnamento della lingua occitana e continuerà a farlo.

Contro l'ultima riforma del liceo da parte dell'educazione nazionale francese che riduce drasticamente l'insegnamento, già del tutto insufficiente, della lingua occitana ottenuto dopo decenni di lotte, il Partito della Nazione Occitana chiede ai suoi aderenti e simpatizzanti di partecipare alle manifestazioni organizzate un po' ovunque in Occitania per il 10 ottobre 2020.

Oggi, probabilmente più che mai e malgrado le difficoltà della lotta, è utile ricordare ai poteri pubblici che noi non ci lasceremo schiacciare senza resistere.

Il PNO invita tutti gli Occitani e tutte le Occitane a lottare uniti per la difesa della nostra identità minacciata. Ciò facendo, ricorda che la lotta in difesa della lingua non è solamente una lotta culturale ma una lotta politica e che senza un potere politico occitano indipendente, lo stato francese continuerà nella sua politica di sradicamento dell'occitano e delle altre lingue, salvo il francese.

Per la liberazione dell’Occitania è necessario un impegno politico, e dunque, mobilitiamoci tutti e tutte, senza illusioni ma con determinazione, il 10 ottobre 2020, per la lingua e per la nazione!

Partito della Nazione Occitana


L'angolo di Bastian Contrario. Gelli, Acerbo e la talpa

 








L'angolo di Bastian Contrario.

Gelli, Acerbo e la talpa

Il segretario nazionale di Rifondazione comunista sostiene che la vittoria del SI al referendum è in realtà la vittoria della P2 di Gelli. Affermazione subito ripresa e rilanciata dagli ultras del NO.

Abbiamo letto la dichiarazione di Acerbo e ci è sembrato che mancasse una frase, forse tagliata per motivi di politically correct.

Abbiamo cercato di capirci di più e il risultato è stato questo:

1981: scoppia il caso P2. Viene sequestrata una lista di quasi mille iscritti.

2020: referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari, Si recano al voto quasi 25 milioni di italiani. IL SI vince con quasi il 70%. Voto più, voto meno significa che circa 17 milioni e mezzo di italiani hanno votato SI.

E tutto questo nonostante il fatto che in questi quarant'anni della P2 sia stato detto, giustamente, tutto il male possibile.

Da mille a 17 milioni e mezzo, davvero un bel salto che nemmeno Gesù, ci si scusi l'irriverenza, con il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci...

Da buon marxista, quale sicuramente è, Acerbo avrebbe dovuto aggiungere, seppure a malincuore: “Ben scavato vecchia talpa”. Perchè di fronte a miracoli del genere l'onore delle armi va reso anche al peggior nemico, si chiami pure Gelli.