TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 24 ottobre 2014

Etruschi. Il viaggio verso l'oltretomba



I rituali per l’oltretomba erano contenuti nei preziosi e perduti Libri Acheruntici. Sul passaggio verso l’aldilà vegliava un démone femminile.

Maurizio Bettini

Arte e banchetti nel culto degli antenati



Secondo gli autori romani gli Etruschi possedevano certi Libri Acheruntici, ossia libri che avevano per oggetto l’oltretomba. Possiamo immaginare che essi contenessero in particolare i rituali che venivano praticati al momento della sepoltura e le credenze o le rappresentazioni che riguardavano il mondo di là. Purtroppo di questi preziosi libri ci sono pervenuti solo piccoli frammenti, citati da autori che, oltre tutto, li inserivano in un contesto filosofico, o teologico, che di certo non era più il loro.

Uno di questi frammenti, però, in particolare colpisce. In questi libri si sarebbe detto che gli Etruschi praticavano sacrifici animali capaci di trasformare in divinità gli spiriti dei defunti: questi avevano il nome di dii animales, dèi animali, e sarebbero stati in qualche modo simili ai Penati dei Romani, le divinità tutelari della famiglia. Ma a parte queste testimonianze, tanto suggestive quanto scarse, sono soprattutto le rappresentazioni figurate, quelle che ci vengono dalle tombe o dai sarcofagi dell’Etruria, a darci un’idea di come questo popolo immaginò il mondo di là.

Nelle raffigurazioni che rimandano al periodo classico e a quello ellenistico, ossia posteriori al VI — V secolo a. c., l’elemento certo più caratterizzante è costituito dalla presenza di una porta. Nel sarcofago di Hasti Afunei, proveniente da Chiusi, un démone femminile di cui ci viene detto anche il nome, Culsu, è rappresentato nell’atto di uscire da tale porta: sembra essere lei ad avere l’incarico di aprirla e chiuderla, e di vegliare sul passaggio. Un altro démone femminile, Vanth, attende invece al di là di essa. Sul lato opposto un terzo démone femminile spinge la defunta, Hasti Afunei, verso il passaggio, mentre fra lei e la fatidica porta stanno numerosi personaggi.



Osservando questa raffigurazione possiamo concludere che, nelle credenze degli Etruschi, il mondo dei morti era separato da quello dei vivi, ma ad esso congiunto attraverso un passaggio, vegliato da démoni.

Un’altra cosa che immediatamente colpisce, nella rappresentazione del sarcofago di Hasti Afunei, è la presenza di un corteo funebre che accompagna la defunta verso la porta degli Inferi. Esso può forse richiamare la pompa funebris della tradizione romana, il corteo che si svolgeva in occasione del funerale: ma c’è almeno una differenza importante. Nella processione rappresentata sul sarcofago di Hasti Afunei, infatti, ai vivi che vi partecipano si mescolano démoni infernali, lo spazio in cui si muove il corteo è immaginato come contemporaneamente umano e oltremondano.

Ma che cosa attende il defunto dall’altra parte di quell’ingresso? Un démone femminile, nel caso di Hasti Afunei, ma possiamo immaginare che di là stessero altri defunti: ossia i personaggi che, in numerose rappresentazioni, sono raffigurati a banchetto assieme ad altri démoni.

È questa, forse, l’istantanea più celebre, e più conosciuta, della morte etrusca: il banchetto, l’aldilà come un luogo di allegria e godimento. Ad attendere il defunto ci sono i membri della sua famiglia, del suo gruppo sociale, già raccolti al simposio, mentre il nuovo arrivato li raggiunge per unirsi a loro.



Altre rappresentazioni figurate mettono poi in evidenza forme differenti del cruciale passaggio, che comunque però prevedono uno spostamento del defunto, un viaggio verso il mondo che lo attende.

Esso può essere di tipo marino, segnalato dalla presenza di mostri o di onde; altre volte si tratta invece di un cammino più complesso, che il defunto sembra compiere prima a cavallo poi raccolto da un mostro marino, che lo attende.

Un viaggio non scevro di pericoli, peraltro, come indica la presenza del démone Tuchulcha, volto a becco d’uccello e serpenti che da lui si snodano. Nel tempo di questo trasferimento verso il mondo di là, possiamo supporre, i parenti del morto compivano sacrifici per propiziargli un felice viaggio. E forse per garantirgli lo stato di deus animalis, come spiegavano i Libri Acheruntici.


La Repubblica – 24 ottobre 2014

Etruschi. Viaggio alla ricerca della civiltà che sconfisse la morte



Il viaggio oltre la vita. Gli Etruschi e l’aldilà tra capolavori e realtà virtuale”. Una grande mostra a Bologna riscopre il rapporto tutto particolare che gli etruschi seppero intessere fra vita terrena e aldilà.

Giuseppe M. Della Fina

Etruschi. Viaggio alla ricerca della civiltà che sconfisse la morte



«La necropoli continuava la città, e l’uomo, morendo, non faceva che cambiar quartiere, passando dai quartieri del centro a quelli della periferia, più salubri e signorili. Il paese di Utopia gli Etruschi non lo confinavano in terre inaccessibili, in isole lontane, ma nella morte che è accessibile a tutti. Idea savissima». L’osservazione è di Alberto Savinio in Dico a te, Clio e torna alla memoria avvicinandosi a questa mostra nata da un’idea di Genus Bononiae Musei nella Città, Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e Museo Nazionale di Villa Giulia a Roma: a Bologna (da domani fino al 22 febbraio), presso Palazzo Pepoli dove si trova il museo della storia della città.

Le fa da pendant un’esposizione a Roma, proprio negli spazi di Villa Giulia, partner del progetto. Il tema individuato dai curatori dell’esposizione, Giuseppe Sassatelli e Alfonsina Russo Tagliente, offre la possibilità di avvicinarsi alla civiltà etrusca da un’angolazione particolare come è quella rappresentata dalla documentazione proveniente dalle necropoli.

Ma privilegiata per la straordinaria attenzione che gli Etruschi dettero al culto degli antenati durante l’intero arco di durata della loro civiltà, che ebbe la forza di attraversare quasi per intero il I millennio a.C. e di sapersi misurare con il mondo greco, magnogreco e fenicio-punico. Come pure di interagire con gli altri popoli presenti nella penisola italiana. C’è un’immagine – stavolta dello scrittore e poeta Vincenzo Cardarelli – che illumina bene la loro azione: «… essi recarono la luce mediterranea fin nelle più remote caverne dell’Appennino » (in Il cielo sulle città).

Va detto, inoltre, che nell’arco degli ultimi due decenni è profondamente mutata la maniera di guardare ai documenti riferiti alla sfera funeraria, a partire dall’eccezionale repertorio figurativo rappresentato dalla pittura etrusca, e di questo cambiamento di approccio viene dato puntualmente conto in mostra.

Le stesse due sedi scelte non sono casuali: Roma accoglie il museo più importante al mondo per le antichità etrusche (a volte lo si dimentica) e Bologna è stata la città-stato di riferimento per la presenza etrusca nella pianura padana (a volte si mostra di non saperlo). Una presenza tra l’altro né sporadica né di breve durata, anzi: la zona padana va considerata tra le aree più ricche dell’Etruria per via dell’ingente produzione agricola, dovuta alla fertilità della terra e ai saperi dei contadini che la lavoravano, e al fatto di rappresentare il collegamento privilegiato con il mondo dei Celti. Senza dimenticare l’importanza, soprattutto a partire dal V secolo a.C., del porto di Spina dove era presente anche una forte comunità greca.

Cratere di Eufronio























Nella mostra il tema dell’aldilà etrusco è esaminato attraverso la documentazione archeologica e non poteva essere altrimenti dato che altre fonti non sono giunte sino a noi, o risultano condizionate dall’interpretazione che ne venne data nel mondo greco e, soprattutto, in quello romano. L’ingente patrimonio di immagini pervenuto consente di entrare nei dettagli: la tomba, innanzitutto, sino almeno al IV secolo a.C., nonostante l’attenzione posta nella sua costruzione e il corredo funerario che vi veniva deposto, non era ritenuta la dimora stabile del defunto.

L’idea di un suo viaggio verso sfera oltremondana lontana da quella dei viventi e affine, in una qualche misura, a quella degli déi – come ha notato Giovanni Colonna – appare attestata sin dai secoli di formazione. Lo segnalano la presenza nei corredi funerari di modellini di barche e di carri, come pure la raffigurazione frequente del disco solare e di uccelli d’acqua, che alludono ad anatre, aironi, cigni, ritenuti intermediari tra la terra e gli spazi celesti.

Una trasmigrazione di cui poco si sapeva, ma che sembra avere previsto un percorso di terra ed uno su acque marine o meno frequentemente fluviali. Il pericoloso viaggio poteva essere affrontato a piedi, a cavallo, su un carro con tiri a due o a quattro animali, su una biga, su una quadriga (in alcuni casi trionfale), in nave o essendo trasportati da esseri favolosi come gli ippocampi. Nelle raffigurazioni giunte sino a noi, animali reali e fantastici sembrano segnalare la difficoltà della strada da percorrere, mentre alcuni demoni svolgono la funzione di accompagnatori.

La documentazione archeologica offre anche un’idea di come fosse immaginato il soggiorno nell’aldilà: una simbiosi piena con la natura, alla quale allude bene la decorazione della tomba tarquiniese della Caccia e Pesca; una ricomposizione dell’unità familiare aperta agli antenati; una vita armoniosa e senza privazioni come traspare dalla serie infinita di simposi e banchetti raffigurati – nel caso delle tombe di- pinte – prima nei frontoni e poi sulle pareti di fondo della camera principale, accompagnati spesso da scene di danza e di giochi proposte sulle pareti laterali.

Tomba della Nave
















Vediamo, comunque, il percorso più da vicino partendo da Bologna: vi figurano gli affreschi, distaccati al momento della scoperta, della tomba tarquiniese della Nave incentrati proprio sul viaggio per mare del defunto; tre stele funerarie – una di rinvenimento recente ed esposta per la prima volta al pubblico – testimonianza diretta dell’ideologia funeraria degli Etruschi di Bologna; una serie di vasi provenienti dal Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia tra cui un cratere a calice attico a figure rosse realizzato da Eufronio; due notevoli sculture in pietra da Vulci e Cerveteri. Infine si può vedere una video installazione realizzata appositamente con tecnologie all’avanguardia sul Sarcofago degli Sposi, vale a dire uno dei capolavori assoluti dell’arte etrusca.

Della stessa opera è stata eseguita una copia esposta sempre in mostra, realizzata dalla Italdesign Giugiaro. A Roma, sono proposti altri due eccezionali vasi di Eufronio, una stele funeraria proveniente da Bologna e la ricostruzione virtuale della celebre Situla della Certosa.

Nel museo romano, inoltre, viene proiettata la nuova versione del film di animazione realizzato dal Cineca con la regia di Giosuè Boetto Cohen. Nell’originale che da due anni è presentato a Bologna, Lucio Dalla dà la voce all’etrusco del nord Apa. Al cantautore scomparso ora si aggiunge Sabrina Ferilli, che “interpreta” l’etrusca del sud Ati.


La Repubblica – 24 ottobre 2014


Boss e Guardaspalle. La situazione è disperata, ma non seria



Chi gridava al “Regime” quando c'era ”Lui”, il telepiazzista venditore di fumo, ora che a s/governare c'è il nipotino, dovrà ammettere che al peggio (e al ridicolo) non c'è limite.

Andrea Fabozzi

La Leopolda al Quirinale

È il paese dei rot­ta­ma­tori attem­pati. Inno­va­tori fal­liti ful­mi­nati dall’invidia, capi cor­rente di tutte le sta­gioni che non pos­sono per­dersi que­sta, capi­tani d’azienda sbu­cati fuori dal capi­ta­li­smo di rela­zione diret­ta­mente nell’era del «non guar­diamo in fac­cia a nes­suno». Che Renzi vada di corsa, o passo dopo passo, o sostan­zial­mente stia fermo, rie­scono comun­que a far­gli cor­teo. Non tutti fanno solo scena.

Gior­gio Napo­li­tano ieri ha fatto un altro discorso pub­blico. Nel giorno in cui il governo è ricorso due volte alla fidu­cia, una alla camera e un’altra al senato, era pos­si­bile spe­rare in un richiamo, un’osservazione, una per­ples­sità del Qui­ri­nale. Altre volte e con altri governi il pre­si­dente era inter­ve­nuto su palazzo Chigi, aveva pro­messo un «rigo­roso con­trollo» per fre­nare il ricorso ai decreti e alle fidu­cie. E invece ieri abbiamo assi­stito, nel silen­zio, a due fidu­cie su due decreti; atti del governo che il par­la­mento non ha potuto modi­fi­care. E non que­stioni mar­gi­nali, ma Sblocca Ita­lia (grandi opere, con­ces­sioni auto­stra­dali, boni­fi­che, tri­vel­la­zioni) e giu­sti­zia (riforma del pro­cesso civile) rego­lati con con lo stru­mento pre­vi­sto per i casi di neces­sità e urgenza. Il Csm ha avuto da ridire. Napo­li­tano, che lo pre­siede, no.

Il pre­si­dente è inter­ve­nuto invece guar­dando altrove. Ha con­dan­nato «atteg­gia­menti fre­nanti», «con­trap­po­si­zioni pre­giu­di­ziali», «con­ser­va­to­ri­smi, cor­po­ra­ti­vi­smi e ingiu­ste pre­tese di con­ser­va­zione», «vec­chi assetti strut­tu­rali e di potere». Un impeto già ascol­tato diret­ta­mente da Renzi, il giorno in cui parlò di sé come «tor­rente impe­tuoso» e tutti gli altri «palude». Anche sul Colle non sop­por­tano più «zavorre», «para­lisi» e «impe­di­menti». I con­cetti saranno anche un po’ vaghi, la pole­mica non lo è affatto. Per­ché pro­prio domani pren­derà forma a Roma il mas­simo sforzo di oppo­si­zione al governo. Ben­ve­nuti ai lavo­ra­tori e al sin­da­cato, Napo­li­tano ha detto da che parte sta: con chi «forte come da lungo tempo non si vedeva, per­se­gue le riforme». La Leo­polda al Quirinale.


Il Manifesto – 24 ottobre 2014

Memoria fossile



Sabato 25 ottobre 2014 alle ore 17.30 verrà presentata, con la presenza dell’autore, l’anteprima del film cortometraggio Memoria Fossile; una rilettura metaforica della storia recente della città di Savona.

Il film, della durata di 15 minuti, è stato selezionato in questi giorni al Tirana Film Festival nella sezione short film competition.

Nato da una coproduzione gargagnànfilm e Associazione Geronimo Carbonò, grazie al cofinanziamento della Fondazione De Mari, con la regia di Diego Scarponi viene presentato per la prima volta al pubblico savonese.

“E’ qui, dove la natura viene respinta oltre gli altiforni, al di là dei gasometri, che un giorno sono arrivati a lavorare alcuni dei più celebri scultori contemporanei. Fra queste strutture, fra i laminati, le bramme d’acciaio, i pani di ghisa, in un cielo sempre carico di acri velature, essi hanno realizzato le loro opere. Gigantesca e apocalittica, si erge tra i fabbricati anonimi della stazione. Le colline lontane, sembrano appiattirsi nel cielo.” Estratto da Memoria Fossile (2014)

Il cortometraggio Memoria Fossile precederà il film in prima visione della normale programmazione del NuovoFilmStudio da venerdì 24 ottobre a lunedì 27 ottobre.


La Grande Guerra: STORIE e MEMORIE valdesi



«La Grande Guerra: STORIE e MEMORIE valdesi»

Disponibile il catalogo della mostra

La mostra «La Grande Guerra: storie e memorie valdesi», inaugurata nel settembre 2014 a Torre Pellice, ha ora un catalogo-libro edito da Lareditore, disponibile al Centro Culturale Valdese e nelle librerie del Pinerolese a 14 euro. Lo si può ordinare telefonando allo 0121-932179, o scrivendo a segreteria@fondazionevaldese.org.
La ricerca, curata da Davide Rosso e Samuele Tourn Boncoeur, racconta il modo in cui la Chiesa Valdese e il territorio delle valli valdesi del Piemonte in particolare hanno affrontato la perdita di tante vite umane (i valdesi caduti nel conflitto furono circa 500, un po’ meno di 100 i mutilati e una quarantina i dispersi), e i problemi delle famiglie legati agli eventi bellici.
Il catalogo presenta un'introduzione dello storico Giorgio Rochat, ed è arricchito, rispetto alla mostra, da una collezione di fotografie scattate da soldati e cappellani militari valdesi sul fronte di guerra nel periodo 1915-1918 e da alcune immagini di come si presentano oggi i monumenti e anche i luoghi che videro 100 anni fa la Grande Guerra.

Fondazione Centro Culturale Valdese Via Beckwith 3 – 10066 Torre Pellice (To)
Orari di visita: fino al 30 novembre 2014 e dal 1° al 28 febbraio 2015
il giovedì, sabato e domenica dalle 15 alle 18. 

Il mito della scienza senza tempo



Il mito della scienza senza tempo

Ne discutono: Cristina Amoretti, Roberto Cingolani, Nicla Vassallo
Modera: Rossella Panarese

Il 25 ottobre alle 18:30
Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio

P.zza Matteotti 9 - Genova

La ricerca scientifica inizia ogni volta da zero o si inserisce nel solco di una lunga tradizione? Gli scienziati operano fuori dal tempo o sono “come nani sulle spalle di giganti”?

Gli esseri umani fruiscono delle conoscenze già prodotte nel passato e, grazie ad esse, sono poi in grado di produrne di nuove. Benché rappresentabile in modo rigoroso, tale meccanismo implica anche nozioni più sfumate di carattere etico, come quelle di costruzione o responsabilità per il futuro. Ma la scienza può essere considerata progressiva e cumulativa?

Questa idea è stata messa in discussione mostrando come teorie scientifiche diverse adottino concetti e metodologie incompatibili, che le renderebbero “incommensurabili”. Ciò significherebbe però escludere la possibilità stessa del progresso.

Per valutare la plausibilità di tali posizioni occorre chiedersi come vengano declinati concetti come quelli di “progresso”, “cambiamento” e “sviluppo”, anche in relazione ai diversi scopi dell’impresa scientifica.


Cristina Amoretti è Post-Dottoranda in filosofia presso l’Università di Genova. È stata Assegnista presso l’ITC del CNR, Roma, Visiting Research Fellow presso il King’s College, London e il Center for Mind, Brain and Cognitive Evolution, Bochum. È autrice di numerose pubblicazioni, sia in italiano sia in inglese, e già vice-presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica.

Roberto Cingolani è Direttore Scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Fisico e nanotecnologo, è autore e co-autore di pubblicazioni scientifiche di rilievo internazionale e ha al suo attivo numerosi brevetti. Ha lavorato in Germania presso il Max Planck Institute, in Giappone e negli U.S.A. e ha ricevuto premi e onorificenze sia per la sua ricerca scientifica, sia per l’attività divulgativa.

Rossella Panarese, autrice di «Radio 3 Scienza», format quotidiano che va in onda dal 2003, è responsabile di una parte del palinsesto della rete. Dal 1991, ha curato e condotto diversi programmi a tematica scientifica, quali «Palomar» e «Duemila». Ha collaborato sia con riviste, sia con quotidiani, e fa attualmente parte dello staff del Master in Comunicazione della Scienza della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste e del Master SGP dell'Università la Sapienza di Roma.

Nicla Vassallo è professore ordinario di Filosofia teoretica. Della sua significativa e innovativa produzione scientifica, in italiano e in inglese, basti menzionare tre volumi: «Teoria della conoscenza» (Laterza 2008), «Per sentito dire: conoscenza e testimonianza» (Feltrinelli 2011), «Frege on Thinking and Its Epistemic Significance» (Lexington Books–Rowman & Littlefield 2014). Ha vinto il premio di filosofia “Viaggio a Siracusa” nel 2011. Scrive per «Domenica» de «Il Sole 24 ore».



giovedì 23 ottobre 2014

Nuto Revelli. La Storia vista dagli ultimi



Raccolte in volume le interviste di Nuto Revelli. Un libro da leggere per non dimenticare.

Massimo Novelli

Nuto Revelli. La Storia vista dagli ultimi




«La memoria è il motivo che unisce tutti i miei libri: non dimenticare, non rimuovere». Nuto Revelli (1919-2004) lo affermava in un’intervista del 1999, che riassume in modo esemplare il senso della sua vita e della sua opera di narratore del «mondo dei vinti », gli uomini e le donne delle montagne e delle colline del Piemonte povero cancellati dalla storia.

Cuneese, ufficiale degli alpini nella guerra di Russia, dove maturò la scelta antifascista e dopo l’8 settembre 1943 l’adesione alla Resistenza, scrittore «e manovale della ricerca», come si definiva, Revelli ha dato voce a chi non l’aveva mai avuta: i soldati dell’Armir mandati da Mussolini a morire nell’Urss, e i dimenticati del massacro di Leopoli; i contadini, i montanari, costretti dalla fame a emigrare in città; e le donne delle vallate misere del Cuneese, i preti che salvarono ebrei e perseguitati dalla deportazione nei lager nazisti.

Un nuovo libro curato da Mario Cordero, studioso della Resistenza e delle vallate alpine, consente di ritornare ancora una volta a Nuto, alla sua lezione morale e civile, alla sete inestinguibile di verità, alla storia dalla parte degli umiliati e offesi. Si tratta de Il testimone. Conversazioni e interviste 1966-2003 ( Einaudi, pagg. 246, euro 12), che raccoglie i colloqui con un grande protagonista del Novecento, che non ha mai cessato di battersi per la giustizia e per la libertà, per riscattare i «vinti».

Come sottolinea Cordero nell’introduzione, la parola scritta non può restituirci la voce di Nuto, le sue intonazioni, i gesti, coinvolgenti e «straordinariamente espressivi». Restano per fortuna le cose che scriveva: parole scolpite come pietre anche nell’Italia rottamata e immemore di oggi.

La Repubblica – 22 ottobre 2014



Nuto Revelli
Il testimone. Conversazioni e interviste 1966-2003
Einaudi, 2014
euro 12