TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 27 febbraio 2021

Arrigo Cervetto. Vita di un comunista attraverso le lettere

 

    Arrigo Cervetto, partigiano diciottenne (1945)



Chi ha conosciuto Arrigo Cervetto ricorda un uomo severo, sempre molto controllato che, se pur molto aperto al dialogo, raramente parlava di sé o lasciava trasparire i suoi sentimenti. La pubblicazione da parte delle edizioni Lotta comunista delle Opere permette ora, soprattutto grazie ai tre volumi del Carteggio, di andare oltre questa immagine asettica e di vedere l'uomo che si celava dietro il politico e il teorico, scoprirne i sentimenti, gli stati d'animo, le speranze e le delusioni. Ed è una lettura affascinante.

Giorgio Amico

Arrigo Cervetto. Vita di un comunista attraverso le lettere

1. La passione per la lettura

L'ingresso di Arrigo Cervetto nel mondo grande e terribile, per usare l'espressione gramsciana, della politica come impegno intellettuale può datarsi al 6 gennaio 1948, quando Umberto Marzocchi, figura centrale dell'anarchismo italiano del dopoguerra, invia a Gigi Damiani, direttore di Umanità Nova, un articolo del giovane, allora ventenne militante del gruppo giovanile savonese della FAI “Né Dio né padrone”, accompagnandolo da una breve lettera di presentazione:

«A me sembra utile incoraggiarlo – scrive – avendo l'impressione che farà sempre meglio essendo appassionato e convinto delle nostre idee in modo che non sarò smentito in avvenire.»

«Appassionato e convinto». Marzocchi, con l'occhio sicuro del vecchio militante che sa valutare gli uomini, ha colto le caratteristiche centrali della personalità di Cervetto, la passione ideale e la tenacia nel perseguire le sue idee anche quando si troverà praticamente da solo a difenderle. In questo l'avvenire non smentirà Marzocchi, anche se solo pochi mesi dopo Cervetto abbandonerà la FAI deluso per il sostanziale immobilismo dei libertari rigidamente ancorati ad un passato eroico, ma ormai tramontato e incapaci di cogliere il nuovo che avanza e le richieste di un profondo rinnovamento della teoria che una nuova generazione di militanti, in larga parte passati per l'esperienza della lotta partigiana, avanza con impazienza tutta giovanile.

Un'impazienza e una voglia di fare e che aveva portato quei giovani alla scelta di militare nel PCI e poi, insofferenti del grigio e legalitario burocratismo del partito togliattiano, di cercare aria nuova, più respirabile nel movimento anarchico, idealizzandone, proprio come accade ai giovani, le potenzialità libertarie e rivoluzionarie. Di questo percorso Cervetto è buon testimone proprio nell'articolo che Marzocchi ha inviato a Damiani che lo pubblicherà sul n.4 del 24 gennaio di Umanità Nova, in seconda pagina:

«Quando migliaia di giovani ritornarono dopo mesi e mesi di sacrificio da quelle montagne dove erano andati a combattere, spinti più che da una preparazione rivoluzionaria. Da un istinto di rivolta, non trovarono degli educatori che avrebbero dovuto formare di loro un'avanguardia rivoluzionaria, bensì dei politicanti. Politicanti i quali anziché insegnar loro le ragioni e gli scopo della lotta, il perché dei sacrifici, insegnarono loro a votare. Invece di indicare loro la sola via del riscatto, la rivoluzione sociale, dissero loro di prendere una tessera e di pagare una quota. Invece di formulare degli uomini consapevoli, degli idealisti, formarono degli inquadrati. E i giovani, credendo che ciò fosse un dovere, sfogarono quel nobile istinto di rivolta, il diritto dell'azione diretta, nei balli e nei campi di calcio. Glielo avevano detto che si erano convinti che bastava credere ed avere fiducia in quello che facevano i capi. Preferirono all'odiosa riunione, dove si parla di tutto fuorché di azione, l'ospitale ed accogliente “dancing” o l'entusiasmante fioco del “foot-ball”, essi non hanno nessuna colpa all'infuori di quella di non vedere e non sentire ciò che succede intorno a loro. La colpa ce l'hanno quelli che predicarono e predicano la calma, l'ordine, la disciplina e non capirono che il giovane rappresenta l'avvenire, la forza unica e vera della rivoluzione.»

Idee semplici, espresse in un italiano ancora esitante, espressione di un vitalismo insofferente ad ogni limitazione, dove prevale l'accento morale più che quello politico. È quello che esplicitamente, e non senza un pizzico di perfidia per quanto riguarda l'uso un po' troppo personale della sintassi, gli fa notare Giovanna Berneri, rimandandogli perché lo riveda un articolo che il giovane ha inviato nell'estate alla rivista Volontà da lei diretta e amministrata:

«Caro Cervetto – scrive la Berneri – abbiamo avuto da Marzocchi il tuo scritto; e ci piace tanto. Chi sa se in questa tua forma libera da coordinazione logica ed anche sintattica riecheggino prosatori noti del nostro tempo – Hemingway? Joyce? - o se invece è proprio esclusivamente una “sorgente” nuova, in te, che s'esprime. In ogni caso ci pare pubblicabile, e lo metteremmo in programma per il prossimo (od uno dei prossimi) numero. Vorremmo però dirti: ci pare che potresti ancora limarlo. […] Attendiamo comunque notizie tue. Ed intanto ti vorremmo anche incitare ad usare del tuo dono espressivo per “dire” al prossimo delle idee meno indeterminate. Questo tuo lavoro è sostanza nel piano della poesia. Non potresti scrivere anche sul piano della prosa, narrativa descrittiva polemica., già che nel nostro mondo d'oggi, nel tuo piccolo mondo locale, infiniti sono gli stimoli a scrivere per te? La nostra rivista è “politica”; ed inoltre dobbiamo tener conto della media dei nostri lettori, che questo orientamento “politico” vuol percepire netto.»

Nonostante questa critica l'articolo apparirà sul numero del 15 luglio 1948 della rivista. Della lettera della Berneri colpiscono due cose: il riferimento a Marzocchi, che ancora una volta ha fatto da tramite e presentatore di un compagno altrimenti sconosciuto, e questo aperto richiamo ad essere più politico e meno letterario che stupisce non poco il lettore di oggi che di Cervetto tutto può pensare meno che di una spiccata e ancor più ricercata volontà letteraria.

Eppure, per quanto difficile a credersi oggi, il giovane Cervetto covava ambizioni letterarie e la sua formazione politica iniziale era avvenuta principalmente sui maestri del realismo sociale, da Gor'kij a Steinbeck, che negli anni bui della dittatura erano stati uno dei canali privilegiati della propaganda antifascista. È lui stesso a scriverlo a Giancarlo Masini, in una lunga lettera di presentazione, di poco successiva:

«Dovrei dirti di me – scrive con toni di grande sincerità, quasi con sofferenza – dovrei dirti che ho 21 anni, che lavoro e leggo. Che importa? Come sono tanti. Immaginati un ragazzo che va a scuola, finisce le elementari, studia due o tre anni in una scuola d'avviamento, poi comincia a lavorare a 14-15 anni per necessità finanziarie. Seguilo questo ragazzo. Lavora, passa un'adolescenza burrascosa, piena di dubbi, di stupidate, di domande sciocche, fa i primi passi nella giovinezza. Intorno a lui un mondo che capisce poco, un mondo “adulto” pieno d'acciacchi. Come si fa a capire il mondo a diciassette anni? E poi il mondo allora era fascismo, guerra, divise, canti. Riprendiamo il ragazzo. Gioca lui, si trastulla, non sa se piangere o ridere, ma pensa. C'è un sentimento che è più di tutte le lotte di classe, più di tutta la politica. È il sentimento guida, lavora di ascia nella giungla della vita. C'era il fascismo allora ma c'era pure la “Spia”, la “Madre”, “Furore” col latte della donna all'uomo affamato (ricordo sempre e lei sorrise misteriosamente) c'era “E le stelle stanno a guardare” col fatalismo che tra l'uomo fuori dalla miniera per poi rimettecerlo insieme al nipote. Sono romanzi che si leggono appena si è capaci di leggerli, e sono romanzi che formano. Così il ragazzo legge, riceve un aiuto alla sua aspirazione, capisce che questa sua aspirazione è libertà, progresso. Va in montagna, diventa un partigiano, patisce fame e freddo, spara, viene ferito, vede il pericolo, tocca quasi la morte, vorrebbe pregare un dio in quel momento ma non è capace, non sa chi pregare, quasi prega se stesso, resta solo davanti alla responsabilità di essere lui. Non è un'odissea. È una cronaca di un giovane. Potrebbe essere anche la mia cronaca. Avevo diciotto anni quando, dopo 12 mesi di partigiano, ritornai a casa. In tutta Savona serpeggiava attraverso il rosso delle bandiere, dei fazzoletti, delle coccarde rosse, l'entusiasmo comunista. Sembrava l'avvento di una nuova era, il premio di tante speranze. Si parlava, si beveva, ci si sentiva “compagni”. Mi iscrissi al Partito Comunista, frequentai le riunioni, le cellule, le sezioni. Mi misi a leggere Lenin, Marx, Engels come sapevo. “Questa è la verità”, pensavo tra me. Ma non bastava. Allora cominciai a leggere Vittorini e il Politecnico. Si formava in me quella passione per la letteratura che ho ancora adesso.»

È una lunga citazione, ma necessaria perché descrive alla perfezione la smania di apprendere, la fame di esperienze, la passione che anima il giovane Cervetto e lo spinge ad andare avanti, a continuare a leggere rubando ore al riposo, a prendere appunti, a cercare di affinare il suo vocabolario, ma soprattutto di capire. Non crediamo che Cervetto avesse letto Joyce né allora nè dopo, su Hemingway abbiamo qualche certezza in più, soprattutto per quanto riguarda opere testimonianza come “Per chi suona la campana”, ma concordiamo con quanto scritto da Giovanni Berneri, la scrittura è letteraria, asciutta e tagliente. Il racconto scorre fluido, come un flusso di memorie, con stacchi netti ad accentuare la drammaticità dei momenti e delle scelte. Insomma,una bella pagina da leggere che rimanda l'immagine di un giovane ancora in cerca di una sua via, ma assolutamente determinato a trovarla, sicuro delle sue potenzialità. Non ci stupisce che Masini voglia immediatamente conoscerlo di persona.

In realtà i due si erano già incontrati di persona in una riunione della FAI a Savona, ma Masini non aveva fatto molto caso al giovane militante che, timido come era allora anche a causa di una leggera balbuzie – e anche questo sembra impossibile a chi lo ha conosciuto anni più tardi oratore infaticabile e trascinante – tendeva nella riunioni, soprattutto quando erano presenti compagni autorevoli, ad ascoltare e difficilmente prendeva la parola. La lettera, così sincera e diretta, cambia completamente il ricordo sfocata che ne ha Masini. I due si incontreranno a Livorno il 9 gennaio dell'anno successivo in occasione della manifestazione nazionale in onore di Pietro Gori e sarà amore a prima vista.

(Le citazioni sono tratte da: Arrigo Cervetto, Opere, 23, Carteggio, Edizioni Lotta comunista, Milano, 2018)

1. continua



venerdì 26 febbraio 2021

I rivoluzionari e le prime trasmissioni televisive in Italia (1952)

 


In Italia le trasmissioni televisive iniziarono il 3 gennaio 1954, a cura della RAI. Ma già dal 1952 erano in corso trasmissioni sperimentali al Nord, limitate alle due emittenti di Torino e Milano collegate in rete. Gli inizi furono relativamente lenti, non solo per la difficoltà di far arrivare il segnale in ogni parte d'Italia, ma soprattutto a causa del costo elevato degli apparecchi. Tanto che nel 1956 gli abbonati erano di poco superiori ai 350mila.

In quegli anni un televisore era considerato un bene di lusso che solo pochi potevano permettersi. La stragrande maggioranza della popolazione seguiva i programmi, che si tenevano solo in fascia serale, nei bar, nelle parrocchie, nelle case del popolo, addirittura nei cinema. Avere un televisore era motivo di orgoglio e spesso i fortunati possessori invitavano i vicini che seguivano le trasmissioni molte volte portandosi le sedie da casa.

L' arrivo della televisione in Italia fu anche motivo di polemiche da parte dell'estrema sinistra rivoluzionaria di allora, come testimonia questo articolo del 1952 apparso sul giornale del Partito comunista internazionale.

G.A.


Il  gigantesco affare della televisione italiana


Noi continueremo ad avere le idee che abbiamo sulla Patria e sulla Nazione, anche se l'Italia fosse, invece di quella che è,  la più potente e ricca delle nazioni. Contrariamente a quanto fanno i patrioti delle patrie proprie o altrui, continueremo a combattere, per quanto è possibile, le ideologie del nazionalismo, del razzismo, ecc., che sono appunto basate sulla superiorità presunta o reale di uno Stato nei riguardi degli altri. Ma, ciononostante, ci ha fatto una certa impressione l'apprendere dal Tempo che, in quanto a televisione, l'Italia sta al primo posto in Europa. Nientemeno! Già, la poverella Italia, ricca solo di disoccupati affamati e di catapecchie, la sopravanza sulle ricchissime in beni e denaro Belgio, Svizzera, Svezia, Norvegia, Germania (ove solo ora sono in allestimento le stazioni di Amburgo e di Bonn) non solo, ma si lascia indietro persino la Francia e l'Inghilterra. La superiorità della televisione italiana, che si trova ancora alla fase sperimentale, si appaleserebbe sia sul piano tecnico che su quello organizzativo ed artistico. Bene, bene. Sicché, subito dopo gli Stati Uniti, con le loro mastodontiche cifre di 17 milioni di apparecchi televisivi  e una quantità di stazioni trasmittenti, viene dunque, almeno nel mondo occidentale, la repubblica d'Italia.

Oggi funzionano due sole stazioni trasmittenti, a Torino e a Milano, che sono collegate da un «ponte». Entro l'anno venturo esse saranno collegate, mediante altri «ponti», con la rete delle stazioni della pianure padana, della Liguria e dell'Italia centrale fino a Roma. Solo dopo il 1954, i cafoni dell'Italia meridionale e delle isole saranno ammessi, in omaggio alla ricostruzione del Mezzogiorno, agli spettacoli televisivi. Avremo dunque il cinema in casa, come se non fosse già troppo il cinema che andiamo a vedere fuori...

Ma mentre l'industria italiana è molto progredita come appare dai prototipi di apparecchi televisivi, che, secondo il Tempo, sono «veramente ottimi», una grossa questione economica oppone i dirigenti della R.A.I. (che è la concessionaria dei servizi di televisione) e gli industriali della radio. Si tratta di far aumentare il numero degli utenti, che al presente sono ben pochi e neppure schedati, allorché la televisione uscirà, almeno per il Nord, dalla fase sperimentale. La divergenza tra l'ente concessionario e i fabbricanti sindacati nella A.N.I.E (Associazione nazionale Industriali Elettronici) sembra insolubile, ma è destinata a risolversi con l'intervento delle casse statali. Infatti la R.A.I. sostiene che il servizio di televisione non si può ancora estendere perché le Case produttrici di apparecchi televisivi non ne offrono al mercato un numero sufficiente. Si intende agevolmente che aumentando il numero dei «telespettatori» dovrà aumentare l'introito dei canoni da cui la R.A.I trae i fondi per il finanziamento dei servizi e dei programmi. Dall'altra parte, gli industriali elettronici, allarmati dalla autorizzazione recentemente concessa per la importazione dall'America di 5000 apparecchi, si dichiarano prontissimi a fabbricare un primo lotto di centomila apparecchi, richiesti dai dirigenti della R.A.I., ma chiedono delle garanzie. Quali? Calcolando che ogni apparecchio viene a costare la cifra media di 200.000 lire l'uno, il valore complessivo dei centomila apparecchi in preventivo si aggirerebbe sui 20 miliardi di lire. Se fossero di rapido smercio, gli industriali non starebbero a discutere, ne avrebbero già prodotti. Ma si tratta per loro di immagazzinare una merce che solo durante un periodo più o meno lungo si potrà esitare. Alle corte, gli industriali elettronici chiedono delle sovvenzioni. E chi potrà mollarle se non lo Stato, attraverso la R.A.I.? Siamo sicuri che il paterno Stato di Roma, con la sollecitudine affettuosa verso la grande industria che sempre lo ha distinto, alla fine cesserà graziosamente di farsi pregare ed allenterà i cordoni della borsa.

Significa ciò che tutti i rischi saranno addossati allo Stato, con le cui elargizioni le Case produttrici inizieranno, statene certi, la fabbricazione degli apparecchi televisivi. Agli imprenditori andranno tutti i vantaggi di chi non rischia del proprio e, naturalmente, gli utili. Alla «Nazione» la soddisfazione del primato italiano in televisione...

Di fronte a fenomeni del genere i teorizzatori delle statizzazioni come forma inferiore di socialismo non possono non mostrare di giocare nascondendo l'asso nella manica. Le vie dell'asservimento dello Stato alla fame di profitti del Capitale sono infinite, siccome le vie del Signore. Imprenditori che mettono le mani sulle casse dello Stato come nelle loro tasche, li potete chiamare ancora «proprietari privati»? Essi maneggiano qualcosa che non è, a rigore, proprietà privata, e cioè il cosiddetto pubblico denaro, cioè il denaro appartenente allo Stato. A volte si appropriano, a volte restituiscono in parte o in tutto, i capitali presi in prestito dallo Stato, intascando ogni volta il profitto. Esiste tutta una scala di gradazioni che va, per restare nel caso trattato, dagli industriali della A.N.I.E. che chiedono di operare con prestiti dello Stato, fino ai concessionari, di cui esempio sottomano è appunto la R.A.I., che traggono profitti da capitali appartenenti interamente e inalienabilmente allo Stato.

L'Italia se ha un primato tra le nazioni occidentali esso è da ricercarsi proprio nella stretta soggezione dello Stato al capitale, quello cioè che economisti classicheggianti e sgonfioni cominformisti concordemente definiscono «intervento dello Stato nell'economia», propalando la falsissima concezione della subordinazione degli imprenditori ai funzionari statali. L'Italia è il paradiso degli esperimenti di  capitalismo di Stato, che vanno dalla statizzazione integrale alle forme intermedie di sovvenzioni, dei prestiti, delle donazioni a fondo perduto di danaro pubblico alle imprese private. Se fosse vera la equazione statizzazione-socialismo, sarebbe vera un'altra cosa, e cioè che l'Italia fosse... sulla via del socialismo. Più facile sarà ingollare le balle visive che la televisione si appresta ad ammannirci.

il programma comunista, n. 4, 20 novembre - 4 dicembre 1952


mercoledì 24 febbraio 2021

Ricordo di Lawrence Ferlinghetti



Ricordo di Lawrence Ferlinghetti


La scorsa notte un desiderio

        un ruggito in una conchiglia

un mormorio confuso

                     di uomini e uccelli

E i corpi

              erano barche



Un fruscio di ali

 suoni e gemiti

riempiono l'aria

 E la tremante

ruota della carne

      gira


(Lawrence Ferlinghetti, Poesie, Newton & Compton, 1996)





lunedì 22 febbraio 2021

La Resistenza dopo la Liberazione


 

sabato 20 febbraio 2021

Raffaele K. Salinari, In cammino verso Eleusi

 


Eleusi, sede degli antichi Misteri che portano ancora il suo nome, è la capitale della cultura europea per il 2021. Alla sua tradizione iniziatica è stato dedicato, a cura di Davide Susanetti e Mattia De Poli, un libro collettivo Eleusi Cuore sapienziale d’Europa edito da Padova University Press. Attraverso le sue pagine gli autori si chiedono: cosa è rimasto oggi di quei Misteri? E le risposte sono affascinanti, perché riportano all’oggi ciò che potremmo pensare sia confinato in un passato che non ci ri-guarda più.

Raffaele K. Salinari

In cammino verso Eleusi

Ad un certo punto della sua lucida follia Nietzsche si chiede: «Cos’è Arianna?». Si noti bene, non «chi è» ma «cosa è». La domanda simboleggia qui l’ipostasi di una Potenza, qualcosa di materiale ed immateriale al tempo stesso, un principio labirintico come il mito che lo rappresenta e lo svolge. Il suo senso è quello di porre l’interlocutore nei meandri di un percorso percettivo visionario e caleidoscopico che – come le parti che costituiscono il corpo del Minotauro – via via che penetriamo in esso e da esso ci facciamo affascinare, illumina i contorni e la consistenza stessa della nostra realtà interiore. «Io sono il tuo labirinto» dirà Dioniso ad Arianna…Questa doppia percezione, fatta di corpo e anima, intuizione e razionalità, eccitazione e serenità, estasi e consapevolezza, è il cuore di ciò che avveniva ad Eleusi nell’antichità.

La città della cultura e i suoi Misteri

Eleusi, sede degli antichi Misteri che portano ancora il suo nome, è la capitale della cultura europea per il 2021. Alla sua tradizione iniziatica è stato dedicato, a cura di Davide Susanetti e Mattia De Poli, un libro collettivo Eleusi Cuore sapienziale d’Europa edito da Padova University Press. Attraverso le sue pagine gli autori si chiedono: cosa è rimasto oggi di quei Misteri? E le risposte sono affascinanti, perché riportano all’oggi ciò che potremmo pensare sia confinato in un passato che non ci ri-guarda più.

In realtà, anche se non è dato sapere cosa di preciso accadesse durante i riti dedicati a Demetra e a sua figlia Kore-Persefone, le divinità che presiedevano alle iniziazioni eleusine, anche noi moderni possiamo sperare di cogliere la natura essenziale dell’epopteia, della visione di «Quelle Cose», come venivano definite nella filosofia Greca classica: «Felice chi entra sotto terra dopo aver visto Quelle Cose: conosce la fine della vita, conosce anche il principio dato da Zeus», dice Pindaro. Gli fa eco Virgilio che, nelle Georgiche, riprende il concetto: «Felice l’uomo che ha potuto conoscere il perché delle cose e si è buttato alle spalle ogni paura e il destino che non dà tregua e lo strepito dell’avaro Acheronte».

La fonte della felicità dunque, per gli antichi, era la conoscenza, il risultato quotidiano di quel «conosci te stesso» senza il quale essa non sarà né vera né tantomeno duratura, poiché è autenticamente tale solo nella ricerca della libertà di essere come libertà nell’Essere. E, non a caso, l’Essere è il Tutto, cioè il Mondo stesso inteso nelle sue varie componenti. Ma, per giungere a questo risultato, o almeno percorrere la via che vi porta, è necessaria, ieri come oggi, una disciplina, una melete che, gradualmente ma con coerenza, ci accompagni consapevolmente nel labirinto delle possibilità e delle contraddizioni, per risolverle abbracciando il nostro stesso Minotauro, per ricongiungerci ad esso nella luce dell’aletheia, della verità.



L’esperienza iniziatica

Tornare oggi ad Eleusi significa, allora, cercare le tracce della Strada Sacra che conduceva il mystes verso i Misteri. Possiamo farlo cercando quelle immagini guida che con la loro potenza metaforica costruiscono il mezzo di trasporto ed il luogo stesso verso cui dirigerci: dobbiamo, in altre parole, metterci in stato di rêverie. Qui, evidentemente, non stiamo parlando di semplici sogni ad occhi aperti, né tantomeno di perderci nei meandri senza schema delle fantasticherie, ma di percorrere una rigorosa disciplina immaginale che ci metta in risonanza con le corrispondenze che legano il mondo «dentro» a quello «fuori» di noi. Ma è ancora possibile sognare in questo modo, incubare sogni lucidi – come si faceva in preparazione dei riti eleusini – nei nostri letti, con le sveglie pronte a suonare ogni mattina; è praticabile riacquisire, come dice René Guénon nel Re del Mondo, il «senso dell’eternità»?

Il grande dio Pan (non) è morto!

Gli autori del libro ci dicono che non è stato sempre così difficile sognare; ecco che il passato di Eleusi diventa il riferimento per un altro futuro, forse il solo possibile. Noi sappiamo che siamo arrivati all’oggi, o meglio a costruire le categorie mentali con le quali ragioniamo da quasi tre millenni, da quando, al tramonto dell’Evo antico, l’Occidente ha progressivamente incominciato a pensare che il distacco dalla Natura, dalle sue voci, gli avrebbe consentito di dirigere altrove il destino; che spingendosi oltre il pendolo della perenne oscillazione ciclica vita-morte-vita, avrebbe finalmente liberato la vita individuale dai limiti stessi della Vita. Ora forse cominciamo a comprendere che così facendo l’abbiamo privata dal suo senso, finito solo per mortificare la nostra stessa esistenza: tornare ad Eleusi significa allora tornare all’ascolto.
Plutarco, nel De defectu oraculorum, racconta come durante il regno di Tiberio la notizia della morte di Pan venisse rivelata a tale Tamo che sentì gridare, dalle rive di Paxos: «Quando arrivi a Palodes annuncia a tutti che il grande dio Pan è morto!». Gli autori cristiani riportarono l’episodio come fine del politeismo; in realtà quella voce, oramai confusa, senza una provenienza precisa, annunciava la morte della nostra capacità di cogliere le suggestioni della Natura. Oggi, in piena pandemia da Covid 19, dovuta ai tanti spillover che l’antropocene ha causato, non dovremmo forse cercare di rimetterci all’ascolto di ciò che simboleggiava quell’antico dio? Questo è il senso che, oggi più che mai, scandiscono i passi del cammino verso Eleusi: è tempo di un passaggio di-verso.

Il passaggio di-verso

Ecco allora che, per ritrovare il nostro cammino, dobbiamo pensare al ricongiungimento tra ciò che vive «dentro» e ciò che esiste «fuori» di noi: questo è il primo passo sulla Strada Sacra, la Ierá Odós che porta ai Misteri di Eleusini: il passaggio verso il luogo ed il tempo nel quale «la salvezza del Mondo consiste con la salvezza dell’anima»; la nostra Eleusi personale in piena contemporaneità.

Eleusi, infatti, era prima di tutto un luogo di passaggio cui si arrivava attraverso un cammino di-verso, come per tutti i luoghi iniziatici. Una situazione nella quale la strada fatta per giungervi era altrettanto, se non più, importante della permanenza in essa. Ed i passaggi di-verso sono tutte le situazioni in cui non possiamo sostare più di un istante ma, in questo istante, siamo posti di fronte all’evento che sembra illuminare ogni evento possibile. I passaggi di-verso allora, conducono al luogo in cui si tesse il nodo della nostra vita all’interno di «ciò che è comune a tutte le cose», la «trama nascosta più forte di quella manifesta» diceva Eraclito. Qui è dove possiamo incontrare il nostro risvolto, il disegno composto dal nesso tra trama ed ordito, natura e cultura; così, nell’intreccio si combina l’avvenire dell’anima individuale con quella del Mondo.

Quando finalmente giungeremo ad Eleusi, dovunque essa sia, sapremo che senza di noi immersi pienamente in questo luogo, il Mondo stesso non ha luogo… dunque «non ha luogo». Questo «qui ed ora» è dunque in ogni situazione piena della consapevolezza e della pienezza del nostro esserci, così come ogni giorno è quello del Giudizio. E dove viene esaltato questo passaggio di-verso è presente la conoscenza misterica, da Parmenide a Nietzsche, poiché testimonia ciò che non appartiene alla rappresentazione, all’apparenza, ma ha la natura stessa della realtà. Un esempio concreto è quello del Cammino di Santiago di Compostela, e più in generale di tutti i Cammini intrapresi al medesimo scopo.

La Strada Sacra è allora davanti a noi come una corda sospesa sull’abisso della scissione: scrutarlo mentre camminiamo verso la nostra Eleusi significa ri-conoscerci in ciò che abbiamo rimosso, renderci a noi stessi ed alla Vita che ci sostiene, liberarci dallo stato di semi-umani dominati dalla nostra stessa dis-umanità: in altri termini, come nella natura di ogni iniziazione, vuol dire re-esistere. La re-esistenza è allora questa restituzione del nostro Io all’anima mundi; un atto consapevole, animato da una pratica di conversione spirituale che porta ad effetto la possibilità di vivere le indefinite e sottili connessioni che ci inseriscono nella trama del Cosmo.

Ciò che incontriamo sul cammino verso Eleusi ci insegna che nessuna di queste relazioni dev’essere recisa, perché ogni radice troncata o dimenticata ci si rivolta infine contro, avvolgendoci in una stretta della quale diventiamo schiavi. Per essere chiari: non è forse altro il panico, latente o manifesto nei suoi attacchi, che la voce del grande dio Pan quando, non potendo più sussurrarci di rispettare le compatibilità tra noi e ciò che esso rappresenta, è costretto a bloccarci affinché ci asteniamo dal fargli e farci ancora del male? In questa veritiera prospettiva la voce del Covid ci lancia lo stesso terribile messaggio.

In compagnia degli dei

Eleusi è anche la patria degli Dei; sì, è vero che gli Dei «sono noi»: se osserviamo il Pantheon classico ci accorgiamo subito come esso rifletta il polimorfismo della psiche umana, archetipizzata sotto forma divina, poiché «noi possiamo solo fare nel tempo quello che gli Dei fanno nell’eternità» ci ricorda J. Hillman. Ma, ancora una volta, non ascoltando più le loro voci, che sono le nostre, abbiamo commesso un tragico errore, fonte di molti altri che ci hanno portato a perdere il cammino verso Eleusi: pensare che il movimento mitologico fosse discendente, cioè dagli Dei agli uomini, che essi fossero insomma una mera antropomorfizzazione del numinoso. No, ci dice Eleusi: il senso è invero ascendente, essi sono ciò che noi potremmo essere, uno specchio delle nostre potenzialità ascensionali, i custodi delle «acque superiori», non i produttori degli stagni inquinati.

Fratellanza e Manifestazione

Questo significa riconoscere che non possiamo percorrere la strada verso Eleusi da soli. Anche se il cammino è per sua natura personale, è altresì vero che c’è bisogno di una guida ed anche delle giuste compagnie. Non a caso ogni anno erano centinaia le persone che si muovevano verso il santuario eleusino, e la prima parte della strada era percorribile da tutti, iniziandi, iniziati, e non. Questa componente del corteo sacro è sempre rimasta in ombra, misconosciuta o interpretata dai mitografi come semplice corollario scenografico; in realtà la fratellanza tra animato ed inanimato, visibile ed invisibile, che questa prima parte del corteo esprimeva, era fondamentale per consentire agli iniziandi di proseguire la strada. La musica ed i canti, le danze, ma anche la voce degli animale e la fragranza delle piante, rappresentavano il Tutto che accompagna e contiene la vita: le voci delle Muse e della loro madre, la Memoria, simbolo della comune appartenenza di uomini e cose.

In realtà, se per un momento viaggiamo nello spazio e ci rechiamo presso alcuni popoli ancora legati alle tradizioni, vediamo che la pratica del totemismo è precisamente quella che avveniva nel corteo verso Eleusi. In processione non c’erano solo gli uomini, ma tutte le espressioni della Natura, a significare che la visione era possibile solo se il cammino veniva fatto insieme a tutte le altre forme della Manifestazione. È proprio la fratellanza tra tutte le forme del vivente allora, intesa come intersezione tra questi livelli, che dovrebbe fondare una visione che rende armonica al resto del Mondo la nostra stessa ricerca interiore dato che, alla fine, sarà proprio questo senso di comune provenienza, e dunque di destino, a farci vivere nell’intimo della nostra vita spirituale l’esperienza della comunione con il Principio: il segreto di Eleusi.

L’enigma della Sfinge

Il cammino verso Eleusi ci pone dunque una sfida: per rispondere alle angustie della modernità abbiamo bisogno di rispondere nuovamente all’enigma della Sfinge, ma in un altro modo, con un nuovo sguardo. E allora, dobbiamo intendere la domanda della Sfinge in questi termini: chi è un uomo che può riconoscersi nel Mondo, e «chi è» un Mondo che può riconoscersi nell’umanità? Per ritrovare la Strada Sacra dobbiamo fare in modo che la nostra risposta sia in armonia col modo in cui gestiamo la nostra vita, e ciò dovrebbe a sua volta essere in armonia con il funzionamento effettivo dei sistemi viventi: ciò che noi chiediamo di essere dovrebbe essere compatibile con ciò che chiediamo di essere al Mondo intorno a noi. Senza questo intento la Strada Sacra perde di senso, non «ha senso», e noi neppure.

Il Manifesto/Alias – 20 febbraio 2021

mercoledì 10 febbraio 2021

Per l'approvazione definitiva della legge Zan contro ogni forma di discriminazione sessuale. Appello della filosofa Nicla Vassallo

 


Riceviamo e volentieri rilanciamo.

Nicla Vassallo (https://niclavassallo.net/), nota filosofa della scienza, associata Isem/Cnr per i Gender Studies, da sempre impegnata a favore dei diritti umani e civili ha lanciato una petizione, indirizzata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al Senato della Repubblica, per la richiesta dell’approvazione definitiva della legge Zan ed altri.

Nicla Vassallo: «Sto scrivendo un saggio filosofico sul lesbismo. Siamo tra i paesi più omofobi, agghiacciante: http://www.wequal.it/2020/05/18/classifica-dei-paesi-piu-omofobi-deuropa-litalia-e-35-su-49/ Siamo fuori dell’Europa. La nostra attuale Presidente del Senato: Maria Elisabetta Alberti, coniugata Casellati, in Senato nel 2003: “L’Italia è piena di figli dell'eterologa perché frutto del rapporto di una donna col lattaio di turno”. L’avvocato è autrice di Indissolubilità e unità dell'istituto naturale del matrimonio canonico, Cedam 1984. Il matrimonio sarebbe un istituto naturale? Non scherziamo. È un contratto, a cui debbono aver accesso anche le persone omosessuali. (cfr. Il matrimonio omosessuale è contro natura: Falso!, Laterza 2015). Che fare se non mobilitare la cultura in ogni senso del termine, in un momento in cui l’Italia necessita di conoscenze e competenze? Il primo firmatario sarebbe stato il mio amico Stefano Rodotà. Altro primo firmatario, sempre grande amico, per sempre, Carlo Bernardini. Tra l’altro, ricordo bene cosa Carlo pensava e pensa della/sulla natura. Chi altri, se non i fisici, illuminati e impegnati, sulla natura e le sue leggi? Un’osservazione: nel farsi promotrice/promotore di una petizione seria si corrono rischi, con insulti e aggressioni, ormai desolatamente all’ordine del giorno. E, per di più, le cocenti delusioni non mancano: si fa innanzitutto partecipi dell’iniziativa amiche e amici, nonché delle proprie prese di posizione. C’è chi risponde: no grazie, non firmo petizioni, il che è comprensibile. C’è chi, invece, non solo non firma, ma non mi racconta neanche il perché. E troppo indaffarato? Oppure è veniale, e giudica che metterci la “faccia” a favore di diritti umani e civili sia superfluo? Costoro commettono un peccato veniale, meglio mortale. Amiche e amici, i miei, altrove».

Alla petizione, per ora, hanno aderito, tra le altre e gli altri:

il filosofo Massimo Cacciari

la giornalista Anna Longo

l’attrice Lella Costa

l’attrice Carla Signoris

la giurista Eva Cantarella

il sociologo Marzio Barbagli

la politica Maria Antonietta Coscioni

lo psicologo Cristiano Castelfranchi

il filosofo Umberto Curi

la filosofa Michela Marzano

il fisico Alberto Diaspro

il filosofo Massimo Donà

il giurista Paolo Comanducci

l’imprenditrice Chicca Olivetti

il filosofo Marco Santambrogio

la filosofa Lia Formigari

l’accademico della Crusca Vittorio Coletti

il fisico e politico Giovanni Bachelet

la filosofa Nadia Urbinati

il biologo CarloAlberto Redi

il filosofo Giacomo Marramao


Tra gli stranieri:

Peter Bauman (Usa)

Stephanie Kapusta (Canada)

Facundo Bey (Argentina)

Thomas Mauntner (Australia)

 Daniel Vanello (UK)


1921-2021. Il PCI e i consigli operai dell'autunno caldo. Un incontro mancato

Il titolo è volutamente scorretto. In realtà l'incontro ci fu. La classe operaia dopo il 1969 votò compatta per la prima volta PCI e questo spiega il balzo in avanti elettorale dei primi anni '70. Ma fu un incontro ad una dimensione. Se gli operai riversarono le loro aspettative di cambiamento sul PCI, questi le utilizzò per legittimarsi agli occhi del potere economico, frenando le lotte, imponendo la moderazione salariale, riportando la normalità nelle fabbriche svuotando i consigli di ogni reale potere. D'altronde era già successo nel 1945-47 con i Consigli di gestione, lasciati morire in nome dell'unità di governo con la DC e della ricostruzione capitalistica dell'economia.

Luciana Castellina

Il Partito-Paese, e le riserve inesplorate del genoma Gramsci


Mi chiedo: ma c’è in Italia un altro partito oltre al Pci che per un suo anniversario – 100 anni certo è un secolo, ma anche 50 o 20 sono di solito occasione di celebrazione – sia mai stato ricordato così coralmente da tutti i possibili media: tv, radio, quotidiani, settimanali, riviste, e non solo italiane viste le interviste richieste dall’estero; e poi istituti storici e non storici, circoli, reti, centri, e non so quant’altro? Già questo mi pare basti a dire molto su questo partito, non c’è bisogno di saggi di esperti.

La migliore fra le succinte spiegazioni che del fenomeno è stata data resta per me quella che, dopo aver indagato nel nostro paese di cui era molto curioso, ebbe a dare Jan Paul Sartre: «Adesso ho capito – disse – il Pci è l’Italia!». Voleva dire che questo partito non era una avanguardia separata, ma un corpo impastato con lo stesso sangue, le stesse emozioni, comportamenti, ricordi, del popolo italiano. Non un organismo estraneo.

Non però, intendiamoci, il «popolo» di per sé – come piacerebbe a quelli, non pochi, che negli ultimi anni si sono innamorati di un c.d. «populismo di sinistra». Perché quella coincidenza fra paese e partito, non era stabilita a partire dal nome di un leader cui ci si affida, ma, tutt’al contrario, di un partito militante, e dunque un organismo collettivo che quel popolo aveva aiutato a trasformarsi da suddito a cittadino, a soggetto orgoglioso del suo ruolo, perché si sentiva parte di un grande movimento che stava trasformando il mondo.

Non sono parole, badate. Se ripenso a questo partito nella mia città, Roma, e parlo dunque a partire da un’esperienza reale e non per indottrinamento, ricordo tutt’ora con emozione quel sottoproletariato borgataro che via via imparava a farsi valere, diventava cosciente. E fiero. Ma, del resto, se ripensate a tanti scritti di Pasolini, o ai film neorealisti dell’inizio degli anni ’50, o, ancora, alle pieces di Ascanio Celestini, non trovate forse sempre uno di questi/e popolane alle prese con la miseria, che tiene riposta fra le proprie cose preziose la tessera del Pci? E fra loro, tante donne.

Per questo quel partito raggiunse una cifra di iscritti – 2 milioni – unica in Occidente, per questo seppe reggere alle intimidazioni, discriminazioni, scomuniche, repressione che caratterizzarono la bieca stagione della guerra fredda.

Sono state illusioni? Erano speranze che si cercava di tradurre in realtà, e non è vero che, ahimè, poi tutto è finito in nulla: senza quella soggettività che produceva quell’impegno non si sarebbero ottenute, pur dall’opposizione, tutte le migliori riforme conquistate nel nostro paese.
Ed è per questo che quando mi chiedono perché, a 100 anni dalla nascita del Pci, mi dico ancora comunista, rispondo: innanzitutto per via della storia dei comunisti italiani, entro cui metto naturalmente anche i comunisti del Manifesto e del Pdup, che ne hanno costituito un arricchimento.

Nonostante errori anche gravi, sono stati i soli che hanno cercato di avviare quel lungo processo che avrebbe potuto portare anche in Occidente alla costruzione di una società alternativa.

Non ci siamo riusciti, la sinistra è oggi in Italia in condizione desolante, lo so. La più grave: celebriamo 100 anni della nascita di un partito che è morto già da 30.La prima cosa che dunque in questo centenario dovremmo fare è impegnarci a condurre quella riflessione critica collettiva (per evitare autoindulgenze) sempre annunciata e poi mai fatta davvero.

Non comincerò certo con un articolo di quotidiano, ovviamente. Poiché, come era naturale, questa celebrazione ha però riproposto l’interrogativo di sempre – cosa è ancora valido della esperienza del Pci – anche io, come tutti, mi sento obbligata a dare una risposta ai ragazzi che, pur perlopiù consapevoli dell’importanza storica di questo partito, pensano non abbia più niente di utile da insegnarci. Anche per dare questa risposta servirebbe in realtà una riflessione approfondita ma una cosa a me pare possa esser detta senza rischio di sbagliare: mettete finalmente, pienamente a frutto il «genoma Gramsci» che finora ci ha protetto ma ha ancora riserve inesplorate da sfruttare.

Soprattutto su due questioni. La prima, la sua idea di partito, l’ipotesi che finalmente consentirebbe di superare la diatriba fra chi sostiene la necessità di farne lo strumento che, dall’esterno, porta la coscienza, e chi vuole invece affidarsi alla spontaneità del movimento. E cioè l’idea gramsciana del partito come «intellettuale collettivo», impegnato a ridurre via via la distanza fra dirigenti e diretti, e che la coscienza la costruisce insieme. Se gli iscritti al Pci sono così a lungo stati partecipi in prima persona della vita politica del nostro paese è perché, almeno in parte, e pur nelle condizioni primitive del dopoguerra, su questo progetto si è lavorato.

E serve ancora Gramsci per quanto egli stesso, e con lui tutto il gruppo giovanissimo dell’Ordine Nuovo, portarono avanti nella pratica concreta della Torino operaia del primo dopoguerra, dove cercarono di sperimentare le ipotesi consiliari che non erano state solo teorizzate da correnti minoritarie del movimento operaio, ma da Lenin stesso (per esempio in Stato e Rivoluzione). Costruire cioè, accanto ad altre forme organizzate di democrazia – oggi diremmo il modello di democrazia rappresentativa – forme di democrazia diretta, espresse dai movimenti di lotta che però si consolidano e si propongono di assumere anche la gestione diretta di pezzi della società, così via via riappropriandosi di un potere – per dirla con Lenin – «espropriato dallo Stato». Sì da costruire gli strumenti per ridurre l’autoreferenzialismo dei partiti, e l’arroganza dello Stato.

Negli straordinari primi anni del ’70, con i Consigli di fabbrica e poi di zona, è proprio questa ipotesi che fu riproposta nelle fabbriche dove la lotta aveva dato vita e vere forme di potere. Esperienze che purtroppo il Pci non capì e depotenziò, come del resto tutto fece con il ’68. Oggi quelle fabbriche non ci sono quasi più, ma ancor più feconda potrebbe essere questa ipotesi in rapporto a territori dove si intrecciano soggetti sociali frantumati e diversi, espressione di contraddizioni non omogenee. I consigli potrebbero essere organismi riunificanti, forme di organizzazione in qualche modo simili al «sindacato di strada» di cui Maurizio Landini ha parlato nel suo primo discorso da segretario generale della Cgil.

Il Manifesto (supplemento centenario del PCI), 22 gennaio 2021