
Al Chiostro del Bramante di Roma ottanta opere tra dipinti, sculture e disegni ripercorrono la poetica del maestro catalano. Un viaggio alla scoperta dei segni e dei colori di un artista che ha rappresentato il lato fantasioso e onirico della pittura del Novecento
Lea Mattarella
Mirò. Il sognatore che volle diventare cattivo
«Quando potrò stabilirmi da qualche parte – scriveva Joan Miró nel 1935 – il mio sogno è avere un grande studio... andare oltre la pittura da cavalletto». Il desiderio di una "stanza tutta per sé", l´artista catalano lo realizza nel 1956 quando l´amico architetto Josep Lluís Sert progetta il suo atelier a Palma de Maiorca, dove Miró immediatamente si ritira.
La mostra Miró! Poesia e luce, aperta al Chiostro del Bramante fino al 10 giugno, curata da María Luisa Lax, racconta proprio gli anni in cui il pittore vive in una dimensione che aveva sempre agognato, in una terra che ama, con molto spazio intorno per creare. All´epoca è già un artista celebre, ha legato il suo nome alle esperienze surrealiste, ha vissuto a Parigi, ha inventato un mondo pittorico trasognato, fatto di elementi biomorfici, di costellazioni stilizzate, di forme misteriose che navigano, sospese e senza peso in uno spazio della tela diventato fluido.
Ma adesso, più che sessantenne (era nato a Barcellona nel 1893), nel silenzio di Palma, è come se sentisse il desiderio di reinventarsi, di accelerare il passo della sua pittura. Ed è proprio il suo studio il fulcro di questa mostra. Tanto che viene ricostruito attraverso gigantografie e oggetti originali nel piano superiore del museo: c´è la sua sedia a dondolo, il carrello su cui lavorava, sporco di colore come fosse un quadro.
Le opere raccolte in questa esposizione – 80 in tutto, tra dipinti su diversi supporti (tela, compensato, masonite), carte, sculture, ceramiche – sono state realizzate in gran parte dal 1956 in avanti. Con qualche eccezione, come il paesaggio che apre la rassegna datato al 1908. Miró, nel 1960, guardandosi alle spalle, consapevole di essere entrato in una nuova stagione della sua vita pittorica, lo aveva occultato con un giornale su cui aveva posto la firma e la data del dipinto che aveva eseguito sul retro. Un accurato restauro ha permesso di rivelare l´opera precedente, così è possibile vedere contemporaneamente l´antica veduta ancora figurativa, il nuovo quadro in cui appare il suo lessico più noto e il giornale con la firma. «Lo abbiamo voluto esporre perché è importante per capire il modo in cui l´artista lavorava –spiega la curatrice – questa è infatti una mostra sul metodo di Miró, sul suo modo di affrontare il quadro che nell´ultima fase della carriera assume toni sempre nuovi. È come se Miró vivesse una seconda giovinezza. Si mette in discussione, ribalta il punto di vista. Per esempio guarda all´arte americana, ma anche alla pittura orientale. E dà vita a un universo in cui i suoi temi classici, le stelle, l´uccello, i corpi suggeriti e mai descritti, le clessidre, i bilancieri, raggiungono una potente carica espressiva».
Questa nuova attitudine la si coglie perfettamente fin dalle prime sale. Che cosa è cambiato dal Miró parigino? Innanzitutto il formato. Le opere esposte sono, tranne qualche raro caso, tutte di grandi dimensioni. E se nel 1935 l´artista sognava di abbandonare il cavalletto, nel buen retiro sull´isola, questo accade per davvero. «Appoggio i miei quadri su trespoli o sul pavimento. Quando sono per terra, posso camminarci sopra», afferma nel 1974. E ancora: «Per terra lavoro sdraiato a pancia in giù. Oh sì, mi sporco tutto di pittura, faccia, capelli; mi ritrovo schizzi dappertutto». In queste monumentali tele si trovano tracce delle suole delle sue scarpe. E il pennello di Miró sgocciola, il suo gesto è ampio, carico di espressività. L´artista ha abbandonato la linea precisa e ferma del passato e predilige adesso gigantesche pennellate che rivelano i suoi lati più segreti. C´è certamente uno scambio con l´action painting americana. I surrealisti, che mettono l´inconscio al centro del quadro, sono alle radici dell´Espressionismo astratto americano: Miró però non solo contribuisce alla nascita di questa nuova generazione di pittori, ma arricchisce, guardandoli, il proprio linguaggio. D´altra parte Miró era entrato in contatto con Jackson Pollock quando nel 1946 aveva ricevuto l´incarico di realizzare un dipinto per il Gourmet Restaurant del Terrace Plaza Hotel di Cincinnati e per realizzare quest´opera aveva vissuto a New York tra febbraio e ottobre. La decorazione in questione, come mostra lo schizzo preparatorio qui in mostra, dove le sue immagini tipiche svolazzano in un fondo azzurro, non risente ancora delle feconde suggestioni degli americani. Queste verranno fuori proprio negli anni di Palma, quelli in cui Miró non costruisce più un universo onirico e sognante, conquistando invece una brutalità e una totale immersione nel quadro quasi primitive, che provocano un´immediata reazione emotiva in chi guarda.
«Più invecchio e più divento matto, aggressivo, cattivo», –affermava. E nel corso degli anni sembra sempre di più far sua la poetica dell´amico critico d´arte Sebastià Gasch che auspicava «un´arte intensa e forte, ricca di pathos, aspra e barbara, senza attenuanti. Un´arte che ci inebri di profumi, finché non ci metterà fuori combattimento con un vigoroso pugno». È esattamente quello che fa l´ultimo Mirò: seduce con un gesto elegante che sembra quello di un maestro orientale, conducendo chi guarda in spazi di grande armonia; e poi sfodera i suoi fondi volutamente sporchi (li eseguiva con la trementina in cui aveva prima pulito i pennelli), la materia dura, gli scarabocchi, le scolature. Inoltre utilizza sempre di più il bianco nero: c´è una sala bellissima, di dipinti monocromi, che pare un viaggio nella notte tra uccelli misteriosi, figure femminili accennate e sensuali, teste inventate, orizzonti accesi da una dispettosa luna nera.
Resta costante, anche negli ultimi anni, il côté ribelle della gioventù, quell´antico desiderio di voler "assassinare la pittura", che per lui ha sempre significato la tenace volontà di rivoluzionare i codici formali della tradizione. Eccolo, nel 1976, inchiodare assi di legno su un fondo di carta abrasiva a creare il suo Personaggio e uccelli. E affrontare la scultura, recuperando oggetti. Come una zucca e una bambola uniti a creare una forma inaspettata, protetti per sempre da una colatura di bronzo.
(Da: La Repubblica del 16 marzo 2012)
Joan Mirò
"Un atelier per superare il cavalletto"
Al mio arrivo a Parigi nel marzo 1919, scesi all´Hôtel de la Victoire, in rue Notre-Dame-des-Victoires. Rimasi a Parigi tutto l´inverno, e in estate ritornai in Spagna, in campagna. L´inverno successivo ritornai a Parigi e scesi in un altro hotel, al n. 32 del boulevard Pasteur, dove ricevetti la visita di Paul Rosenberg; Picasso e Maurice Raynal gli avevano parlato di me. Qualche tempo dopo, Pau Gargallo, che trascorreva l´inverno a Barcellona, dove era professore di scultura alla Scuola di Belle Arti, mi cedette il suo studio, al n. 25 della rue Blomet, accanto al Bal Nègre, che allora era ignoto ai parigini, e sarebbe stato "scoperto" da Robert Desnos. André Masson occupava lo studio a fianco; eravamo separati da un tramezzo.
In rue Blomet cominciai a lavorare. Dipinsi la Testa di una ballerina spagnola, che appartiene a Picasso, il Tavolo con guanto, etc. Era un´epoca molto dura; i vetri erano rotti e la stufa, che mi era costata quarantacinque franchi al mercato delle pulci, non funzionava. Lo studio però era molto pulito. Lo tenevo in ordine io stesso. Poiché ero molto povero, potevo permettermi un unico pasto alla settimana; negli altri giorni mi accontentavo di fichi secchi e gomma da masticare. L´anno dopo non potei avere lo studio di Gargallo. In un primo momento scesi in un alberghetto del Boulevard Raspail, dove terminai La moglie del fattore, La spiga di grano e altri quadri. Lasciai l´hotel per un appartamento ammobiliato in rue Berthollet. La lampada a carburo. Estate in campagna. Ritorno a Parigi allo studio di rue Blomet. Ultimai La Fattoria, che avevo cominciato a Montroig e continuato a Barcellona. Léonce Rosenberg, Kahnweiler, Jacques Doucet, tutti i surrealisti, Pierre Loeb, Viot, lo scrittore americano Hemingway vennero a trovarmi. Hemingway comprò La Fattoria. In rue Blomet dipinsi il Carnevale d´Arlecchino e la Ballerina spagnola della collezione Gaffé. Fu piuttosto dura, nonostante le prime vendite. Per il Carnevale d´Arlecchino feci molti disegni, basati sulle allucinazioni che la fame mi provocava. La sera rientravo senza aver cenato e annotavo le mie sensazioni. Quell´anno frequentai molto i poeti, poiché pensavo che per arrivare alla poesia si dovesse andare oltre la "cosa plastica".
Alcuni mesi dopo, Jacques Viot organizzò la mia prima mostra alla Galerie Pierre. In seguito ottenni un contratto con Viot, che mi permise di tirare avanti. Affittai uno studio alla Ville des Fusains, al n. 22 della rue Tourlaque, dove avevano vissuto Toulouse-Lautrec e André Derain, e in cui Pierre Bonnard aveva ancora il suo studio. A quell´epoca ci vivevano Paul Éluard, Max Ernst, un commerciante belga della rue de Seine, Goemans, René Magritte, Arp. Misi sulla porta un cartello che avevo trovato in una bottega: Treno in transito senza fermata. Le cose mi andavano meglio, ma era ancora assai dura. Una volta, con Arp, mangiammo ravanelli al burro. Non appena mi fu possibile, presi uno studio più grande al pianterreno della stessa villa, ma non lo tenni a lungo.
Tornai in Spagna, mi sposai, rientrai a Parigi con mia moglie e lasciai la Ville des Fusains, dove avevo dipinto tutta la serie delle tele blu, per un appartamento in rue François Mouthon. Lavoravo molto; trascorrevo la maggior parte dell´anno in Spagna, dove potevo concentrarmi meglio sul lavoro. A Barcellona, lavoravo nella stanza dove sono nato.
In Spagna, dove mi recavo spesso, non ebbi mai uno studio vero e proprio. Inizialmente, lavoravo in celle così minuscole che ci entravo a malapena. Quando non ero contento della mia opera, picchiavo la testa contro la parete. Quando potrò stabilirmi da qualche parte, il mio sogno è avere un grande studio, non per motivi di illuminazione, luce del nord etc., che mi sono indifferenti, ma per avere spazio, tante tele, perché più lavoro e più ho voglia di lavorare. Vorrei cimentarmi nella scultura, nella ceramica, nella stampa, avere un torchio. Vorrei anche, per quanto possibile, andare oltre la pittura da cavalletto che a mio parere si propone un obiettivo angusto, e avvicinarmi, attraverso la pittura, alle masse umane, cui non ho mai smesso di pensare.
(Il testo apparve originariamente nel maggio 1938 sulla rivista francese XXe siècle)
(Da: La Repubblica del 16 marzo 2012)









