TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 20 ottobre 2014

La piazza della Lega: basta clandestini



Accantonato di fatto il tema della Padania, la Lega di Salvini si pone ora a difesa dell'Italia contro la “minaccia” rappresentata dai clandestini. Tanto più la Lega somiglia al Front National lepenista quanto più crescono i consensi. 

Marco Cremonesi

La piazza della Lega: basta clandestini



Milano Piazza del Duomo trabocca di persone e bandiere, il colpo d’occhio è impressionante. Matteo Salvini, il segretario della Lega, ha vinto la sua scommessa: quella di ieri pomeriggio a Milano è probabilmente la manifestazione del Carroccio più grande di sempre. «Non siamo 100.000, siamo 101.000 contro i gufi!» assicura il leader dal palco (40.000 secondo fonti della polizia).

Ma la data è da registrare anche per un altro motivo: la Lega «padana» è finita. È il momento, pare, della Lega italiana. È lo stesso Salvini a declinare in modo «nazionale» la giornata di protesta contro l’immigrazione clandestina: «Pensiamo prima agli italiani». Gli italiani, tutti: quelli «che hanno il problema di un fisco che rapina, quelli le cui tasse servono a pagare l’operazione Mare nostrum, schiavista e razzista». Per Roberto Maroni, «Mare monstrum».



La svolta lepenista, annunciata al congresso che ha eletto Salvini segretario, è ormai davvero completata. E dispone anche di un’immagine simbolo: i militanti di Casapound e di altre sigle della «destra di popolo» che marciano nel cuore del corteo leghista. Le loro bandiere sono quelle dell’Europa coperte da una vistosa croce rossa a simboleggiarne la cancellazione. Giusto per sottolineare la continuità politica e ideale, Salvini annuncia anche che martedì, con Marine Le Pen, chiederà ufficialmente «la sospensione del trattato di Schengen e la ripresa dei controlli alle frontiere».

Il no all’immigrazione diventa quindi un no all’invasione e alla violazione dei confini. Chi lo dice con la maggior lucidità è Mario Borghezio, di nuovo alla ribalta sopra un grande palco leghista dopo anni in cui la sua presenza era stata giudicata imbarazzante. L’europarlamentare va diritto al punto: «Voglio ringraziare quei siciliani e quei calabresi che cento anni fa, durante la Prima guerra mondiale, vennero al Nord per difendere i nostri confini. Quelli erano patrioti». Borghezio si ferma un istante: «Mi hanno chiesto di non insultare, ma questo è un giudizio politico: se chi ha difeso i confini della patria è un patriota, chi non li difende quando dovrebbe farlo è un traditore. E allora, diciamolo: Renzi e Alfano sono dei traditori».

Eppure dal palco tutti, ma proprio tutti, parlano di italiani. Lo fa il candidato alle regionali dell’Emilia-Romagna Alan Fabbri, lo fanno i governatori Roberto Maroni e Luca Zaia. L’eccezione è una sola: Umberto Bossi. Salvini scatena l’ovazione presentandolo come «colui che ha permesso che accadesse tutto questo». Lui, però, torna all’antico: «Si porrà il problema della libertà del Nord. E per quella arriverà in piazza mezzo milione di persone». Ma l’applauso è poco più di un atto di cortesia. Il Senatùr parla anche dei procedimenti sui rimborsi elettorali che si stanno per celebrare: «Ci processano ma non scappiamo»



Il no ai clandestini, riprende Salvini, non è un no all’immigrazione. E prova a dimostrarlo portando sul palco (saranno subissati di applausi) il neo responsabile dell’immigrazione della Lega, Toni Iwobi, nigeriano, e la marocchina Souad Sbai, già deputata pdl. E Iwobi fa venire giù la piazza quando dice che «in Italia ci sono tantissime persone che sono leghiste e ancora non lo sanno». Perché sono determinate a fermare «chi vuole distruggere la nostra civiltà». Nostra italiana, non nostra padana. E «nazionale» è anche un altro ospite voluto sul palco da Salvini. Il segretario del sindacato di Polizia Sap, Gianni Tonelli, assai efficace nel raccontare che «le mafie brindano, dato che le questure sono bloccate dal contrasto agli sbarchi».

La manifestazione, preceduta da un lungo corteo da Porta Venezia, è tranquilla. Salvini si ferma in piazza della Scala, davanti al Comune «per dire a Giuliano Pisapia: no ad altre moschee». Una contro manifestazione dei centri sociali deve essere fermata tra piazza Santo Stefano e piazza Duomo. Qualche istante di tensione, poi tutto torna nei ranghi. Altro momento di nervosismo, mentre sta parlando Iwobi. Parte una salva di fischi. Ma era per l’affissione di uno striscione: «Milano ha sempre accolto tutti, anche i leghisti».


Il Corriere della Sera – 19 ottobre 2014


Ermetismo e Magia nel pensiero di Newton



Mosè o Ermete Trismegisto. Chi dei due è all'origine della civiltà? Fu il grande assillo di Isaac Newton che con il medesimo rigore con cui scoprì la gravitazione universale e il calcolo infinitesimale si applicò alla teologia e alla «prisca sapientia». Voleva dimostrare che la civiltà ebraica è più antica di quella egizia.


Franco Giudice

La sapienza antica di Newton



A un osservatore sagace come Voltaire non era di certo sfuggita l'ostentata devozione con cui gli inglesi avevano dato l'ultimo saluto a Isaac Newton, «la gloria della nazione britannica», come lo definì una gazzetta nell'annunciarne la morte il 20 marzo 1727. Nell'abbazia di Westminster, dove otto giorni dopo furono celebrati i funerali, il philosophe vide sfilare davanti ai suoi occhi il Lord Cancelliere, due duchi e tre conti che reggevano il feretro, con al seguito un lungo corteo che, oltre ai familiari, comprendeva numerose personalità di alto rango. Un funerale di stato in piena regola, che si concluse con la sepoltura di Newton in «una posizione eminente» della navata centrale, alla stregua «di un re che avesse fatto del bene ai suoi sudditi», come con un po' di sarcasmo annotò Voltaire.

Ovviamente, quei funerali così solenni rendevano omaggio all'uomo pubblico che nella sua carriera aveva ricoperto cariche prestigiose, al Newton cioè consigliere di fiducia del governo, direttore della Zecca, presidente della Royal Society e insignito del titolo di cavaliere dalla regina d'Inghilterra. Ma a essere celebrato era soprattutto il Newton scienziato, l'autore di capolavori come i Philosophiae naturalis principia mathematica (1687) e l'Opticks (1704), destinati a segnare per sempre la storia della scienza.

Nessuno o quasi sapeva che l'uomo seppellito con tutti gli onori a Westminster sul letto di morte avesse rifiutato i sacramenti della Chiesa anglicana, di cui deplorava il trinitarismo, che giudicava una forma di idolatria. Ed erano davvero in pochissimi a sospettare che Newton avesse dedicato un tempo incomparabilmente maggiore all'esegesi biblica, all'alchimia e alla cronologia universale che non a tutte le altre discipline da noi oggi considerate, in senso proprio, scientifiche. Ma nel 1728, la pubblicazione postuma della sua Chronology of Ancient Kingdoms Amended (La cronologia degli antichi regni emendata) avrebbe fornito ai contemporanei un primo saggio di questi interessi, e scatenato subito un grande dibattito.



Attraverso un estenuante sfoggio di fonti antiche, non privo di ardite speculazioni filologiche, Newton presentava infatti una drastica revisione della cronologia tradizionale, contraendo la storia greca di cinquecento anni e quella egizia di un millennio. Sulle vere ragioni però che lo avevano spinto a una simile impresa il silenzio era pressoché assoluto. Ed è proprio su di esse che getta nuova luce il magistrale lavoro di Jed Buchwald e Mordechai Feingold, che ricostruisce il coinvolgimento di Newton nello studio della cronologia.

Newton iniziò a occuparsi di cronologia intorno al 1700, al culmine di approfondite indagini storiche che lo vedevano ormai impegnato da parecchio tempo. Aveva passato al setaccio una quantità enorme di fonti classiche, tra cui Erodoto, Clemente di Alessandria, Diodoro Siculo, Eusebio di Cesarea, insieme ad altri Padri della Chiesa e alle Sacre Scritture. Ma non si trattava di erudizione fine a se stessa. Quelle letture, come mostrano Buchwald e Feingold, scaturivano da esigenze teologiche ben precise: ripristinare nientemeno l'originaria e vera religione, per capire come e perché si fosse corrotta. E in questo contesto risultava fondamentale spiegare le discrepanze tra la cronologia degli storici pagani e quella dell'Antico Testamento, l'unica che Newton considerasse attendibile.

Dopo lunghi anni di ricerche bibliche, Newton si era convinto che l'originaria religione monoteistica, quella cioè che Dio aveva insegnato ad Adamo ed Eva, fosse stata ripetutamente corrotta in una forma di adorazione di falsi déi. Restaurato da Noè, l'autentico culto di Dio fu di nuovo ristabilito da Mosè e poi da Gesù, cadendo però, a causa del trinitarismo introdotto dalla Chiesa cattolica, ancora una volta nell'idolatria. Newton credeva inoltre che le verità ricevute dagli ebrei non riguardassero soltanto il culto originario di Dio, ma anche l'universo che Egli aveva creato. A Noè e alla sua progenie Dio aveva infatti rivelato che la struttura del mondo è eliocentrica; una sapienza antica che si era smarrita con il sorgere di false religioni, a tutto vantaggio dell'erronea cosmologia geocentrica.



Fu sulla base di queste convinzioni che Newton scrisse La cronologia degli antichi regni emendata. Intendeva dimostrare che la civiltà ebraica, a dispetto dell'opinione prevalente, veniva senz'altro prima di quella egizia. Erano stati Noè, i suoi figli e nipoti che, dopo il diluvio, avevano portato in Egitto l'antica sapienza ricevuta da Dio, e che dagli egizi era stata poi trasmessa ai greci. Come era possibile dunque conciliare la storia sacra con quella pagana? Newton non aveva dubbi: occorreva riformare la cronologia tradizionale degli antichi regni e correggerla attenendosi alle solide basi della Bibbia.

Un'operazione tutt'altro che semplice poiché, a suo avviso, tutte le nazioni, a eccezione di quella ebraica, per accrescere la loro antichità si erano falsamente attribuite centinaia di anni in più. Ma che Newton intraprese con un metodo originale e complesso, dove per l'interpretazione delle fonti antiche diventava indispensabile l'uso della matematica e dell'astronomia. E che Buchwald e Feingold ci aiutano a seguire fin nei minimi dettagli, rivelandosi delle guide scrupolose ed eccellenti.

Si scopre così che un aspetto importante del metodo di Newton consisteva nel confutare, attraverso rigorosi calcoli matematici, il criterio di datazione degli antichi cronologisti. E che pertanto le loro cronologie dovevano essere significativamente ridimensionate rispetto alle loro pretese lunghezze. Ma a colpire ancor di più è il modo in cui Newton impiegava gli strumenti dell'astronomia per collocare la spedizione degli Argonauti, dietro il cui mito pensava si nascondesse un evento storico reale, 45 anni dopo la morte di Salomone. Un risultato, a suo avviso, della massima rilevanza, poiché gli consentiva di stabilire una nuova datazione della guerra di Troia, la cui distruzione sarebbe dunque avvenuta dopo la costruzione del Tempio di Salomone.



Newton, come ci ricordano Buchwald e Feingold, «lavorò su questi problemi fino a pochi giorni prima di morire», determinato a dare alla sua riforma della cronologia quel "rigore matematico" che tutti gli riconoscevano. Ma altrettanto determinato a occultare che tale riforma fosse strettamente legata al suo schema genealogico dei discendenti di Noè e al suo tentativo di restaurare l'autentica religione monoteistica. Gli esiti di queste ricerche preferì mantenerli segreti, disseminandoli in una massa impressionante di manoscritti.

La ragione era quanto mai comprensibile: la negazione della Trinità, nell'Inghilterra dell'epoca, costituiva un reato perseguibile per legge. E Newton lo sapeva molto bene: nel 1710, il suo discepolo William Whiston, che aveva scelto come suo successore sulla cattedra di matematica a Cambridge, fu bandito su due piedi dall'università proprio per aver pubblicamente sostenuto l'antitrinitarismo.

Sarebbe tuttavia riduttivo considerare il libro di Buchwald e Feingold come una semplice, per quanto apprezzabile, ricostruzione degli studi cronologici di Newton. Il loro obiettivo è decisamente più ambizioso: dimostrare che il Newton dedito alla teologia, alla cronologia, all'alchimia e alla prisca sapientia non avesse niente di diverso dallo scienziato che aveva svelato la natura composita della luce solare, inventato il calcolo infinitesimale ed enunciato la legge di gravitazione universale.



Una tesi, possiamo dire con un po' di orgoglio, sostenuta già da un grande studioso italiano di Newton scomparso circa dieci anni fa, Maurizio Mamiani, cui dobbiamo la prima edizione mondiale del Trattato sull'Apocalisse (Bollati Boringhieri, 1994), ma che gli autori purtroppo non citano. In ogni caso, Buchwald e Feingold hanno il merito di aver analizzato tutti quei manoscritti che, soprattutto a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, rappresentano una sfida costante per chiunque si occupi di cose newtoniane, sollevando questioni di estremo rilievo.

Che legame c'è tra gli interessi documentati dai manoscritti e le ricerche di Newton nel campo dell'ottica, della meccanica e della matematica? Il Newton nel suo laboratorio alchemico, alle prese con crogioli e fornaci, era lo stesso che analizzava il passaggio della luce attraverso il prisma o che misurava la caduta dei gravi nei diversi mezzi? Cosa ha a che fare il Newton interprete dell'Apocalisse con l'uomo che scrisse i Principia mathematica? E come è possibile conciliare il Newton immerso nello studio della prisca sapientia con l'autore dell'Opticks?

È a queste domande che cerca di dare risposta l'imponente lavoro di Buchwald e Feingold, che documenta come l'approccio di Newton ai diversi campi del sapere si basasse su un "metodo unico", dove a contare erano sempre i numeri e i dati empirici, fossero essi i fenomeni osservativi piuttosto che le Sacre Scritture o le testimonianze dei classici. Un Newton insomma tutto d'un pezzo, destinato a far discutere gli specialisti, ma che rappresenta indubbiamente uno dei contributi più innovativi degli ultimi anni nella prolifica Newtonian industry.

Il Sole 24 Ore – 19 gennaio 2014



Jed Z. Buchwald-Mordechai Feingold
Newton and the Origin of Civilization,
Princeton University Press, 2013



domenica 19 ottobre 2014

Van Gogh. Il genio inquieto che ricreò l’uomo e la terra con i suoi colori



Milano: Palazzo Reale ospita “Van Gogh. L'uomo e la terra”. 50 opere che testimoniano del rapporto intensissimo fra l'artista e la natura.


Fabrizio D’Amico

Van Gogh. Il genio inquieto che ricreò l’uomo e la terra con i suoi colori



Da molto prima d’aver deciso che sarebbe stato un pittore, da quell’inverno del 1876 in cui – lasciato per sempre l’impiego sicuro presso la casa d’arte Goupil, che gli aveva consentito di dar ordine per un attimo a una vita battuta sempre dall’ansia, e di conoscere L’Aia, poi Parigi e Londra, con i loro musei — predica per la prima volta in un’aula metodista di un sobborgo operaio di Londra, Vincent Van Gogh ha parlato con un cuore troppo gonfio d’amore perché chi lo ascoltava potesse davvero capirlo. Era stato poi sempre così: con il padre, con le donne, con i preti, con i poveri cui voleva destinare la propria esistenza. Solo a Theo, uno dei fratelli più giovani, riusciva a dire una parte di sé; e poi, gli sembrava, a Hugo, a Dickens e a Zola, a Delacroix e a Millet, a Shakespeare, alla Bibbia...

Tanto che quando tutti, finalmente, lo riconobbero per pazzo, fu quasi una liberazione: «Sono deciso ad accettare tranquillamente il mio mestiere di pazzo», scrive a Theo. È una resa. Come lo è ancora, poco dopo, quella testimoniata nelle lettere. Una parte di queste è oggi esposta al Palazzo Reale di Milano nella mostra Van Gogh. L’uomo e la terra ( Expo Milano 2015 è partner dell’esposizione; la curatela è di Kathleen Adler) accanto ai dipinti e ai disegni selezionati nelle collezioni del Kröller-Müller di Otterlo. In una lettera, l’artista quasi implora che gli sia consentito il ricovero all’ospedale di Saint-Rémy : «Non posso ricominciare la stessa vita da pittore che avevo condotto finora (...) subissato dalle critiche dei vicini; né mi sarebbe possibile vivere con un’altra persona, fosse pure un altro artista: è difficile, difficilissimo... Non voglio nemmeno pensarci».



Da Arles in poi, è il Sud, e con esso la rivelazione della luce mediterranea, a sedurlo. È ora il giallo il suo colore, vivido come una fiamma: il giallo che brucia la sua camera di Arles, e che incendia i suoi ultimi incubi a Saint-Rémy. Ma a lui, che è nato nel Brabante olandese, fra i colori scuri di quella terra e il grigio dei suoi cieli bassi e uniti, rimane nel cuore il colore annottato di quella sua prima malinconia: ed è su questo colore e su questa sua immagine che soprattutto insiste la mostra di oggi, indagando il tema della fatica dei contadini, degli zappatori, dei seminatori che furono i suoi primi modelli.

Van Gogh ricorderà sempre, con dolore, i giorni che aveva trascorso con Paul Gauguin ad Arles, e l’automutilazione che s’era inferto per scontare l’offesa fatta, in un accesso d’ira, all’amico, che aveva voluto al suo fianco nella speranza di costruire assieme a lui una solidarietà profonda di pensieri, affetti, lavoro; ma col quale infine l’incipiente malattia mentale non gli aveva consentito di trascorrere serenamente che poche settimane. Gauguin è adesso la sua intera passione, e assieme il suo tormento. È in lui che riconosce, prima di tutto, una “modernità” possibile; un vincolo con quella vicenda della pittura dei suoi giorni con la quale è entrato in contatto forse per la prima volta a Parigi, quando vi giunge nel marzo dell’86.



Lì l’entusiasmo per le nuove scoperte (prima fra tutte, Delacroix) viene un attimo prima della delusione di trovare il gruppo degli impressionisti in preda a gelosie e incomprensioni reciproche. Ammira adesso Monet e Pissarro, che tenta la nuova avventura pointilliste ; Seurat, il dominatore dell’ultima rassegna impressionista del 1886; e le stampe giapponesi di Hokusai e Hiroshige. Ma subito dopo è la cerchia di Charles Laval, Émile Bernard e soprattutto di Gauguin a costituire la sponda cui spera di appoggiare il suo bisogno di solidarietà (a Milano, oggi, si vedano Donne bretoni e il celebre Ritratto di Ginoux).

Divengono allora, anch’essi, più che “maestri”, “padri”: a sanare la sua solitudine, il suo bisogno d’essere con altri. E sogna che quei suoi padri siano, comunque, immensi: anche a costo di farli diversi da quelli che essi sono stati in realtà.

Così avvenne a Millet; che, anche lui, fu travisato: visto attraverso la lente deformante e banalmente agiografica della biografia di Alfred Sensier, che aveva reso quel grandissimo pittore della terra, e della luce disseminata come polvere lieve sulle figure del mondo, un cantore di buoni sentimenti, e di mani giunte in preghiera. Fino alla fine, nell’ospedale di Saint Rémy, Van Gogh guardò a lui: inseguendolo, copiandone i capolavori, e le incisioni; e dimostrando anche alla fine dei suoi giorni brevi di aver invano voluto e cercato un compagno per la sua pittura.



Allo stesso modo, un “padre” era stato Gauguin. Non si nasconde che la sintesi estrema cui Gauguin sottopone il vero di natura finisce per scostare troppo la sua pittura da quella sponda di realtà di cui egli ha invece ancora, e sempre più, bisogno. Ma non è questo che conta: perché Van Gogh cerca in Gauguin un’anima. Che capisce infine di non riuscire a far sua. Questo è stato Van Gogh, negli anni della sua maturità, dal 1885, la data del suo primo capolavoro, I mangiatori di patate, al 1890, quando mise fine alla vita, nel manicomio di Saint-Rémy: una parola detta all’altro, cercando un ascolto; e una sorta di gancio, un rampino gettato sulla realtà, per tirarla a sé.

Altrimenti, se guardassimo alla sua vicenda come ad una vicenda prevalentemente linguistica, ci troveremmo a contare, come fece – errando – Francesco Arcangeli, un «incerto alfabeto, fra l’ardimento e l’errore di grammatica », e a guardare «quei colori stesi troppo densamente, troppo ciecamente, perché splendano di vero splendore».


La Repubblica – 18 aprile 2014


sabato 18 ottobre 2014

Papa Francesco, il Sinodo e quelle chiese quasi vuote



Dio è morto, Marx è morto e io non mi sento troppo bene” dice Woody Allen in uno dei suoi film. La Repubblica di ieri pubblica un'intervista che mostra come non si pianga solo a sinistra.


Carlo Verdelli

Il Sinodo e noi parroci nelle chiese quasi vuote”


Nel fine settimana, celebro cinque messe, una al sabato e quattro la domenica. Tra qualche anno, ne basterà una per tutto il weekend». Non è un prete disfattista, don Domenico, parroco ancora giovane di Solbiate Arno. Anzi, ha più fede che mai nella sua fede. Solo che non si fa illusioni. «Almeno in Europa, non ci si aspetta più niente da Gesù. Uno crede di avere già tutto: cellulare, centro commerciale, magari la spa. E che se ne fa di Cristo, della fatica che richiede seguire la sua strada: la vita morale ce la si aggiusta secondo convenienza. Si vive in orizzontale, il trascendente è una rottura di scatole. E la colpa sarebbe tutta della Chiesa? Mah». Abbassando gli occhi su un giornale che riporta le cronache vaticane di questi giorni, così cariche di sorprendenti promesse di cambiamento per divorziati, conviventi, omosessuali, e di non altrettanto sorprendenti resistenze, don Domenico mette fisicamente le mani avanti.

Quello che mi auguro è di avere qualche nuovo strumento nella cassetta degli attrezzi che ogni sacerdote si porta in confessionale». Sarebbe a dire? «Ma sì, qualche scelta in più di accompagnamento per le persone che cercano il Signore nonostante si siano messe fuori dalla sua legge. Penso ai divorziati risposati, alla possibilità di concedere loro di fare il padrino o la madrina a un battesimo, o di inserirli nei servizi di educazione ecclesiastica». Ma non è poco, don Domenico? Padrino o madrina a un battesimo: tutto qui?

Ormai ci sono più cinesi che cattolici, l’Islam è diventata la religione più diffusa e l’85 per cento degli italiani non va a messa. Il mondo cambia a velocità supersonica, la Chiesa no. Papa Francesco l’ha capito il giorno stesso che è stato scelto, o è stato scelto proprio perché l’ha capito: in un anno e mezzo ha dato più di una scossa a questa sua Chiesa lenta. L’ultima, piuttosto fragorosa, è appunto la convocazione del Sinodo straordinario sulla famiglia: 253 vescovi chiamati a confrontarsi «con umiltà» su un terreno altamente infiammabile come il sesso e le conseguenze pratiche, di relazione, dell’amore.

Il tutto ben sintetizzato proprio su Repubblica da Angelo Scola, arcivescovo di Milano e Papa per qualche giorno prima della fumata bianca per Bergoglio: «Il confronto con la rivoluzione sessuale in atto è una sfida non inferiore a quella lanciata dalla rivoluzione marxista». Strumenti per raccogliere la sfida? «Ascoltare il mondo, aprire le porte, altrimenti il mondo non ascolterà più noi», indica con pragmatismo Adolfo Nicolàs, il capo dei gesuiti, non a caso i confratelli di Francesco, motore mobile di questa esigenza di dialogo, di questa urgenza di aggiornare il linguaggio, di prestare più attenzione alle aperture caritative che alle crudezze dogmatiche. Come può resistere una religione chiusa nelle sue verità in un mondo dove le connessioni dei cellulari hanno superato il numero di abitanti del pianeta?



La molla che muove gli innovatori è probabilmente la stessa del Concilio Vaticano II, quello dei due papi (Giovanni XXIII lo inaugurò nel 1962, Paolo VI lo chiuse nel 1965): ringiovanire la Chiesa, adeguarla al tempo presente. Allora, tra le tante cose, cambiò la messa: non più in latino, non più col prete che dava le spalle alla platea, e con la libertà di canto e chitarre sull’altare. Fu una ventata potente e profetica, che anticipò il ciclone del Sessantotto. Adesso, nell’immediato, non cambierà niente, a parte l’invito di una parte del clero a prossime scelte coraggiose verso categorie fino a ieri in punizione, dai gay (addirittura simbolo di perversione) alle coppie fuori del matrimonio. Sarà poi il Sinodo dei vescovi dell’ottobre 2015 a presentare al Papa il risultato di tanto discutere: a quel punto, a lui decidere.

E secondo lei, don Domenico, tutto si ridurrà a qualche strumento in più nella cassetta degli attrezzi del confessore? «È come se Francesco avesse accorciato di un colpo le distanze con la gente. I gesti, le tenerezze, il parlare chiaro, cose che catturano subito. È sudamericano, eh, ci sa fare, il che è un gran dono. Mi sono trovato a confessare persone che non vedevo da tempo. Sempre poche le persone che si confessano, e soprattutto sempre meno. Ma comunque è un segnale. Come questo Sinodo, altro segnale. Nel mio piccolo, leggo tante cose, tanti annunci, aspettiamo».

Nel suo piccolo, don Domenico Sirtori, brianzolo di 47 anni, da cinque parroco di Solbiate Arno, che a dispetto del nome non sta in Toscana ma nel Varesotto (“Arno” è il capriccio di una potente famiglia fiorentina che volle battezzare così un rigagnolo che sfocia nell’Olona), è un prete qualunque, uno dei 400 mila in missione nel mondo contro «la globalizzazione dell’indifferenza».

Un prete ancora felice di esserlo dopo 22 anni di servizio. Veste da prete, con le scarpe da ginnastica nere. Vive da prete, in una casa attaccata alla chiesa di San Maurizio, dove si muovono solerti anziani devotissimi. Amministra quattromila anime in un comune da sempre di centrodestra, il che non aiuta visto che don Domenico passa per uno di sinistra, «ma è una sciocchezza, sono figlio della cultura post democristiana, avrò votato venti partiti diversi. La mia generazione ha perso il senso di appartenenza». Tranne quello in Cristo, almeno lui, uno dei 2200 sacerdoti della diocesi ambrosiana, ancora la più grande del mondo con oltre quattro milioni di battezzati.

«Mi ha consacrato il cardinal Martini, un pastore tutt’altro che impermeabile ai segni dei tempi. Eppure i suoi discorsi di Sant’Ambrogio sulla responsabilità della politica come forma di impegno e di carità sono restati lettera morta. Dov’è la classe dirigente cattolica lombarda: nello scandalo dell’Expo? E dove sono finiti i cristiani capaci di incidere nella vita sociale, la sinistra che difende i meno tutelati? Certo, anche la Chiesa, la mia Chiesa, ha delle responsabilità in questa crisi di moralità trasversale. Ma temo che il problema sia davvero più generale».



Che onda arriverà sull’Arno che non è l’Arno delle tante che si solleveranno fino al 18 ottobre nel Sinodo vaticano? «Sa quanti sono i divorziati-risposati che in vent’anni mi hanno chiesto di fare la comunione? Una decina, non di più. A me il Sinodo sulla famiglia sta benissimo, e altrettanto sento mie le attenzioni verso chi nel popolo di Dio si trova in situazioni di non sintonia con i princìpi evangelici. Per dire, l’ascolto verso gli omosessuali nella chiesa di base c’è già da trent’anni. Il problema è che io, pastore, non posso dire a un gay che la sua scelta è un bene, che è normale, perché normale, per un cristiano, è l’unione tra un uomo e una donna. Così è scritto».

In numeri assoluti il popolo del Vaticano tiene, un miliardo 200 milioni di fedeli, e cresce anche un po’. Il problema, posto che lo sia, è che l’incremento è garantito da Africa e Asia, mentre soprattutto l’Europa mostra cali allarmanti (per gli aspiranti preti, oltre il 20 per cento). Prendiamo Milano: nel 1992, il cardinal Martini consacrò quarantacinque nuovi sacerdoti (tra cui don Domenico); nel 2013, Scola si è fermato a diciannove.

Nel Sinodo straordinario di questi giorni non rientrava il tema del celibato dei preti o del nubilato delle suore. Verrà anche quel momento, per forza di numeri e di cose? Il parroco di Solbiate Arno è diventato sacerdote a 25 anni, entrando in seminario a 18, una vita vergine di donne. «Una scelta, frutto di un’altra scelta, che rifarei uguale perché ha e mi dà senso. Quanto ai numeri, non credo che lasciare sposare preti e suore arginerebbe la crisi delle vocazioni. Anglicani e luterani lo permettono ma Inghilterra e Germania hanno lo stesso problema».

La morale qual è, don Domenico? «Che i giovani sono ormai altrove e che una vocazione, come la mia per esempio, nasce da una famiglia che prega a tavola, che va a messa, che sceglie una vita di relazioni nel nome della morale del Cristo. Adesso manca tutto il tessuto connettivo, e di conseguenza mancano le vocazioni. Ho dei nipoti, neanche loro sentono il bisogno di Chiesa. Io apprezzo molto Papa Francesco, trovo spettacolare che abbia scelto Lampedusa come primo viaggio ufficiale. Ma diffido dell’idolatria verso la figura carismatica. Altrimenti si rischia che un concerto diventi la stessa cosa di un’udienza in Vaticano. Ma non lo è».

E sotto una pioggia lombarda, alzandosi da un divano dai colori improbabili, don Domenico ci accompagna alla macchina reggendo un ombrello nero e sdrucito.


La Repubblica – 17 ottobre 2014


Gaël Brustier, La lotta politica in futuro si giocherà tutta a destra



Il politologo Gaël Brustier pubblica un libro sul “68 conservatore”, l'ondata xenofoba e populista che scuote la Francia (e l'Europa, Italia compresa)


Cesare Martinetti

La lotta politica in futuro si giocherà tra le destre”



Gaël Brustier, politologo e studioso di radicalismi politici e membro della Fondazione Jean Jaurès sta per pubblicare Le Mai 68 conservateur, dedicato a uno dei movimenti che segnano questa stagione politico-culturale, «Manif pour tous», nato per contestare le legalizzazione dei matrimoni gay e diventato in breve tempo un ingombrante soggetto politico, a destra come a sinistra.

Monsieur Brustier, lei sta seguendo da vicino il «combat culturel» che si sta svolgendo in Francia. Il successo del libro di Zemmour* è la consacrazione dell’egemonia culturale della destra?
«Sì, mette in luce i difetti culturali della gauche, il suo universo immaginario. Il fatto è che la sinistra non riesce più a dare una spiegazione del mondo che corrisponda all’esperienza quotidiana dei cittadini, non sa fermare la fiammata di panico che attraversa la società, non sa dare consistenza al suo progetto economico, sociale, politico. Per dirla in sintesi non sa proporre una rivoluzione morale di emancipazione. E questo vale per i socialdemocratici e anche per la sinistra radicale».



E invece la destra ci riesce?
«Ci riesce di più. È successo anche in Italia con Berlusconi. In Francia il Front National è una specie di grande discarica delle speranze deluse, della dequalificazione e disintegrazione dei legami sociali. È anche il prodotto della mancanza di progetto e della capacità di dare risposte dei grandi partiti tradizionali della V Repubblica».

In questo quadro che ruolo svolge Zemmour?
«È un classico “souveraniste”, scrittore di pamphlet che beneficia della rendita che gli deriva da questo stato d’animo. Le sue tesi sono molto simili a quelle del Front national. Si tratta indiscutibilmente di una deriva del costume e dà della Seconda guerra mondiale un’interpretazione mostruosa che viene accettata perché c’è una perdita generalizzata di punti di riferimento, la sinistra è in una nebbia ideologica e culturale totale».

A destra invece che succede?
«Ci sono molte “famiglie”, non tutte d’accordo tra loro, c’è chi sta con Marine Le Pen e chi no. C’è una vasta gamma che ha prodotto una sorta di oligopolio culturale: radicali, Front, conservatori, liberali».

Lei ha parlato recentemente di «gramscismo di destra». Ma esiste un Gramsci francese contemporaneo?
«No, né a sinistra dove il livello di conoscenza di Gramsci da parte dei leader è molto basso, né a destra. La nuova destra però ammira molto Gramsci, forse anche per esprimere una sorta di rivincita sulla storica dominazione culturale della sinistra. Alain de Benoist, il club de l’Horloge, i neoliberali, persino Sarkozy in un’intervista al Figaro nel 2007 hanno citato Gramsci. Naturalmente si tratta di riferimenti un po’ sommari e sbrigativi, ma avevano preso il concetto che per vincere nelle urne bisogna prima vincere la battaglia delle idee».

Gaël Brustier

























Dunque esistono intellettuali in vita e in lotta fra loro?
«In realtà la vita intellettuale è piuttosto triste, più che altro c’è una battaglia che si svolge con uno scambio reciproco di anatemi, “bolscevichi” contro “islamo-fascisti” e così via. Più che intellettuali ci sono cronisti che si dicono di destra per guadagnarsi la libertà di dire qualsiasi sciocchezza e sono in realtà “passeurs” dell’ideologia dominante».

Il suo libro che sta per uscire è dedicato a uno di questi movimenti, la «manif pour tous», che lei vede come un maggio ’68 conservatore. Perché?
«Recuperano una certa iconografia sessantottina, la piazza, gli slogan etc. è un movimento, migliaia, anzi milioni di persone che sono scese in strada contro il potere socialista. Chi sono? La Francia più cattolica, probabilmente non maggioritaria, ma organizzata, che ha agito per fare pressione sui preti e fedeli per la critica al matrimonio gay. Vengono da movimenti carismatici dinamici e potenti, nati negli Anni 70 quando si è avuta una fortissima crisi dei movimenti d’azione cattolici tradizionali».

Diventeranno un partito?
«No, perché faticano a influenzare i non cattolici. Resteranno però un movimento diffuso, che continuerà a sviluppare i suoi temi, prendendo in carico tutti gli aspetti della vita sociale e umana dalla nascita alla morte, fanno passare le loro idee sulla famiglia tradizionale, l’identità, per un’ecologia integrale e radicale della vita etica e sociale. Dei conservatori in senso filosofico che naturalmente contestano la rappresentatività dei partiti di destra, ma per influenzarli, non per sostituirsi ad essi».

Stando così le cose, come sarà la lotta politica nel futuro?
«Vedo una marginalizzazione della sinistra e la minaccia di un oligopolio del campo della destra, e cioè una concorrenza violenta ed esclusiva a destra. La scelta potrebbe doversi fare tra diverse destre».

La Stampa – 17 ottobre 2014


* Si tratta di "Le suicide français" che vede nel '68 la causa (e l'inizio) della decadenza della grandeur francese (Nota nostra) 


Il rischio di cambiare di fatto la Costituzione



Se se ne accorge anche il Corriere....


Stefano Passigli

Il rischio di cambiare di fatto la Costituzione



Da tempo è in atto in Italia una modifica surrettizia della forma di governo parlamentare e un continuo rafforzamento dell’esecutivo. Iniziato con un sempre più frequente ricorso ai decreti legge, dopo lo stop alla loro reiterazione da parte della Consulta e la resistenza del Quirinale al loro abuso si è passati a un crescente ricorso alla fiducia previa introduzione di maxiemendamenti. Questo processo si è tradotto in un progressivo rafforzamento del governo, che è oggi in Europa tra gli esecutivi dotati di maggiori poteri nei confronti del Parlamento.

Ora — anche se non mancava qualche precedente — si è passati a porre la fiducia su una legge delega: un provvedimento che troverà attuazione in successivi decreti sui quali il Parlamento esprime pareri ma che non può emendare. Questo scardina ulteriormente la forma di governo parlamentare ed è un ulteriore passo verso uno pseudopresidenzialismo di fatto senza i checks and balances della vera forma di governo presidenziale. Si dirà: il Parlamento può negare la fiducia. Ma se i parlamentari sono scelti dai leader di partito e non dai cittadini esiste il più bieco dei vincoli di mandato: «o con me o non rieletto». Anche questo modifica — e non poco — la Costituzione.

La tanto conclamata crisi dei partiti tradizionali, più che causa di questa deriva, può esserne considerata una conseguenza. Forse, se l’intera seconda parte della nostra Carta viene progressivamente alterata, non è infondata l’opinione di chi ritiene che una Costituente eletta con metodo proporzionale sarebbe ben più legittimata di un Parlamento eletto col Porcellum a modificare le regole fondamentali del nostro sistema politico.


Il Corriere della Sera – 17 ottobre 2014


Dare un senso al non detto in filosofia e in letteratura



La parola è sempre ambigua e spesso (come ci insegna la ricerca psicoanalitica) proprio nel non detto si cela l'autentico significato del discorso. E questo vale anche (o forse soprattutto) per la letteratura.

Mario Andrea Rigoni 

Dare un senso al non detto in filosofia


Ogni discorso presuppone un doppio fondo della parola: altrimenti, se tutto fosse già detto, che cosa resterebbe da spiegare e commentare? L’ovvia osservazione investe l’ordine metafisico-teologico stesso. Per millenni il mondo naturale e il testo sacro sono stati concepiti come manifestazioni parallele e complementari di un Verbo divino che nella lettera della scrittura o nella superficie della natura si occultava al tempo stesso in cui si rivelava: donde la necessità di un’esegesi simbolica del creato, che nella Parola divina trovava il suo senso e il suo compimento.

Sempre radicale, l’Islam ha condotto all’estremo questa visione, esemplarmente rappresentata dall’episodio della distruzione nel 646 d. C. della biblioteca di Alessandria per ordine del califfo Omar I, che giustificò la decisione dichiarando che si davano due sole possibilità. I libri della biblioteca o contenevano cose già presenti nel Corano ed erano dunque inutili oppure contenevano cose che del Corano non facevano parte ed erano dunque dannosi: in entrambi i casi andavano ugualmente distrutti.

La scomparsa del Verbo creatore nel crollo della Tradizione, avvenuto in Occidente fra Illuminismo e Romanticismo, ha sottratto ogni decifrabilità e ogni termine all’universo del discorso, aprendo l’immensa voragine nella quale il non detto coincide col non senso: Kafka è un emblema.
L’aspetto filosofico o speculativo del non detto, ancora presente nei teorici francesi del secolo scorso (Blanchot, Foucault, Derrida), non interessa l’indagine di Nicola Gardini, approdata adesso a un volume che pure si presenta con i toni e gli auspici del manifesto. Il non detto è infatti inteso come una risorsa retorica della tecnica letteraria, l’omissione consapevole e calcolata di una parte del discorso, l’interruzione o la cesura introdotta al fine di raggiungere un superiore effetto espressivo, che corrispondono in buona sostanza all’antica figura dell’ellissi.

Tutti ricordano il silenzio opposto da Aiace nel regno dei morti alla preghiera di Ulisse di essere perdonato (Odissea, XI) o l’annuncio «Veni, vidi, vici» col quale Cesare comunicò secondo Plutarco la sua vittoria contro Farnace II nella guerra del Ponto o ancora «La sventurata rispose» con cui Manzoni nei Promessi sposi allude, senza procedere oltre, al cedimento di Geltrude di fronte al suo seduttore. Un exploit è quello di Stendhal che, osserva Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel romanzo Il rosso e il nero «è riuscito a riassumere una notte d’amore in un punto e virgola». 

In questo senso il non detto rientra nel più vasto ideale stilistico della «brevità», della concisione, del laconismo che, rifiutando la descrizione minuta e completa dell’oggetto, lascia libero spazio all’immaginazione, fonte massima del piacere psicologico.

Il libro di Gardini accumula e commenta meritoriamente in un vasto repertorio esempi disparati di non detto raccolti dalla letteratura antica e moderna, italiana e straniera, attestando l’ampiezza sorprendente delle conoscenze e delle letture dell’autore. Nello stesso tempo richiama l’attenzione sul ruolo che la «lacuna» del non detto svolge nell’economia della letteratura narrativa, tanto da prospettare, se non certo una nuova estetica come si vagheggia nella quarta di copertina del libro, almeno un nuovo elemento di interesse metodologico e critico.

L’assunto di Gardini potrebbe essere esteso a un genere intero che egli non prende in considerazione, ma che celebra proprio il trionfo del non detto: l’aforisma. Dove, più che nell’aforisma, vengono abolite la descrizione e la spiegazione? Dove, meglio che nell’aforisma, la brevità si allea alla sorpresa? L’aforisma è nella sua essenza, come d’altronde la poesia, un’ arte dell’implicito.

Il Corriere della Sera – 17 ottobre 2014



Nicola Gardini
Lacuna. Saggio sul non detto
Einaudi, 2014
euro 20