TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 19 marzo 2019

Ulivi, Madonne di Misericordia e streghe nella Liguria del Cinquecento


Il Cinquecento è il secolo degli ulivi che valle dopo valle ridisegnano il paesaggio ligure. Ma è anche il secolo delle apparizioni mariane e dei grandi processi alle streghe. Un filo sottile ma solido lega tutti questi aspetti di un secolo complesso, contraddittorio e affascinante.

Ne parliamo martedì pomeriggio a Spotorno.

Quer pasticciaccio. Il più bel giallo della letteratura italiana



E' in libreria per Adelphi una nuova edizione dell capolavoro di Gadda “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” arricchito da una nota al testo che fornisce nuovi documenti e interpretazioni sulla gestazione del romanzo. Una straordinaria avventura linguistica. Da leggere per chi non lo ha ancora fatto, da riprendere per gli altri.


Salvatore Silvano Nigro

«Pasticciaccio» col vestito tutto nuovo


La teoria dei generi letterari e la tradizione critica hanno cromatizzato, con il giallo, il nero e il rosa, i romanzi polizieschi, gotici o dell’orrore, sentimentali. Fra tutti, il genere più controverso è il «giallo» che (insieme al «rosa») viene generalmente relegato alla periferia della letteratura; nella zona sconnessa riconosciutagli da Edmund Wilson, in The Shores of Light del 1952: «Questo tipo di lettura altro non è che una specie di vizio, che per la sua stupidità e il minor nocumento si pone a mezza via tra il vizio del fumo e quello delle parole incrociate»; tra «l’alcool, o il tabacco», aveva già scritto il poeta Wyston Hug Auden.

Wilson polemizzava con W. Somerset Maugham, sostenitore del genere poliziesco: «Gli autori di polizieschi hanno una storia da raccontare e la raccontano in modo succinto. Devono catturare e trattenere l’attenzione, quindi devono entrare rapidamente nel vivo del racconto (…) Orbene, i romanzieri “seri” dei nostri giorni hanno molto spesso poco o niente da raccontare e si sono anzi abituati a credere che il racconto, la storia, sia un aspetto trascurabile dell’arte (…) Insomma, gli autori di polizieschi vengono letti per i loro meriti, malgrado i difetti spesso evidenti: i romanzieri “seri”, al confronto, sono poco letti a causa dei loro difetti, malgrado i pregi spesso evidenti» (Lo spirito errabondo, Adelphi 2018). La velocità del giallo corre lungo un binario obbligato: omicidio, indagini, sospetti, scoperta e condanna del colpevole. Deve far leva sulla «bramosia intensissima» del lettore, desideroso di arrivare alla fine del libro e magari precorrere, nello scioglimento dell’enigma, quel battitore di piste che è il detective. Il giallo vuole essere «divorato» dal lettore, al contrario dell’opera d’arte che si impone per essere «letta».

Questa è la conclusione del dibattito, alla quale giunse Wilson, molto semplificando: visto che non tenne conto dei possibili gialli anomali, che la tecnica del sottoprodotto letterario di tipo poliziesco assumono, in un superbo e nobilissimo progetto d’arte portato oltre il «genere», fin dentro la grande letteratura. Ed è il caso di Gadda, «che ha scritto», dice Sciascia, «il più assoluto “giallo” che sia mai stato scritto, un “giallo” senza soluzione, un pasticciaccio». Il capolavoro pingue e straripante di Gadda è fondato su un sistema di convulse dilazioni, che adescano il lettore nei grovigli delle indagini, con personaggi che entrano e che escono o tornano, fino a non pretendere più di tener dietro a tutto: mentre gode delle situazioni abnormi, e tra vari andirivieni, ritardi e deviazioni, arriva al cosiddetto scioglimento del «cruciverba narrativo» che consiste nella scoperta che dall'intrico non si esce; e «quasi» non si vuole uscire. Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, aggiunge Sciascia, «forse, come libro (…) è già concluso: ma come “giallo” è propriamente interrotto. «Forse» e «quasi», certamente.

Grande e massimo «stilista del deforme», come ebbe a definirlo Manganelli, Gadda racconta nel Pasticciaccio «affari tenebrosi»: ricalcando, con ilare ironia, il titolo Une ténébreuse affaire di Balzac. Il plurale della formula gaddiana che, virgolettata, torna nel romanzo come citazione da una cronaca («i giornali avevano molto parlato del “tenebroso” delitto di via Valadier»), è imposta dalla doppia indagine condotta dal commissario-capo della Squadra Mobile di Roma, Ciccio Ingravallo, (spalleggiato dagli agenti «Gaudenzio, noto alla malavita come er Biondone, e Pompeo detto lo Sgranfia»): su un furto di gioielli consumato ai danni della contessa Menegazzi, e sullo sgozzamento della signora Liliana Balducci; reati avvenuti a Roma, nel marzo del 1927, nel «palazzo dell’oro» o dei pescecani: un «casermone color pidocchio», in via Merulana, che la «serietà tiberina» del popolo vociferava essere colmo più di «oro» che di «monnezza». Sul putridume della città, che olezza di piscio e petrolio, incombe lo sgorbio grottesco e osceno di Mussolini: del «Truce in cattedra», del «Testa di Morto in stiffelius, o in tight»; la «maschia boce» del «buce».

    Carlo Emilio Gadda

Ha scritto Calvino: «Roma, vischioso calderone di popoli, dialetti, gerghi, lingue scritte, civiltà, sozzure, magnificenze, non è mai stata così totalmente Roma come nel Pasticciaccio di Gadda, dove la coscienza razionalizzatrice e discriminante si sente assorbire come una mosca sui petali di una pianta carnivora». Non manca la campagna romana, con il Soratte sullo sfondo: la montagna cantata da Orazio, dipinta da Massimo d’Azeglio, descritta da Curzio Malaparte.

Questo romanzo di sfarzoso plurilinguismo, e di un grottesco mescolamento degli stili, governato dalla belliana «puttanicizia» (e il Belli è espressamente citato), è intensamente visivo. Vi dirompe un pittoresco linguaggio dei gesti («Raccolte a tulipano le cinque dita della mano destra, altalenò quel fiore nella ipotiposi digito-interrogativa tanto in uso presso gli Apuli»), e un ritrattismo animato da nasazzi, zinne, muliebri baffetti blu, bollicine agli angoli delle labbra, e altri disgusti. A non parlare di una generalizzata aderenza alla grande pittura cinque-secentesca, e non solo. Gadda arriva a smembrare il ritratto di Cosimo de’ Medici dipinto da Pontormo. Disloca il particolare della ceppaia dinastica della famiglia medicea. E lo applica a significare il rapporto di cuginanza tra Giuliano (in un primo momento sospettato da don Ciccio di essere il carnefice ricercato) e Liliana: «Giuliano… un bel pollone dritto dritto, venuto su tutto dalla medesima ceppaia»; «Giuliano, verga splendita della ceppaia». Successivamente fossilizza la vecchia «Migliarini Veronica» nelle sembianze di Cosimo: «Si stava ingobbita sulla sedia, impietrata (…): teneva una mano nella mano, da parer Còsimo pater patriae nel ritratto del Pontormo».

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana uscì da Garzanti nel 1957. Viene ora rimesso a nuovo da Giorgio Pinotti, in una mirabile edizione pubblicata da Adelphi (pagg. 370, € 18,00). La magnifica Nota al testo di Pinotti, condotta con mano sicura e incisività di stile, si avvale di numerosi documenti inediti rinvenuti nell’Archivio Liberati, letti con sagacia interpretativa. E racconta il “romanzo”, vero e tragicomico, della carriera accidentata di uno scrittore «anticipista» e «remorante»: costretto a barcamenarsi, tra anticipi e prestiti, tra editori esigenti e talvolta iracondi e gelosi l’uno dell’altro, ai quali promette anticipazioni e puntate della sua opera; e intanto si arrovella, riscrive e trafelato, esausto e ansioso, ricorregge, e si rende cerimoniosamente e vigliaccamente inadempiente. Nelle remore, perlustra e fotografa l’agro romano, per orientarsi nell’ambientazione; pensa a sottoporre i suoi «cenci» a «risciacquatura nel Tevere», come un tempo il suo Manzoni nell’Arno; e per trovare una soluzione alla «coda serpentesca» del suo «coccodrillone», imposta una Sceneggiatura per il finale, un Finale imperfetto, delle Note costruttive, correzioni e completamenti. Ha un problema, Gadda: rendere meno marcata, nella conclusione aperta, la scissione «fra il sapere del lettore e la cecità di Ingravallo; smontare gli indizi sulla colpevole dello sgozzamento e «fuorviare, appunto, il lettore».

Non si trova il dattiloscritto del Pasticciaccio. Ma sappiamo che fu battuto a macchina dalla sua fidata Signorina Metta. Si chiamava Anita. Ma Gadda preferiva chiamarla Aninha, per meglio associarla alla battagliera moglie di Garibaldi. E battagliava ogni giorno, la Signorina, che era la segretaria della redazione romana della casa editrice Garzanti, con l’autore che interveniva in continuazione sul testo e le faceva ribattere tutto, mentre l’editore si dava in preda alle Furie. Gadda era ossessionato soprattutto dai nomi dei personaggi. Temeva che qualcuno si riconoscesse. Pretendeva di cambiarli in continuazione. Il suo santo era don Abbondio. La Signorina Metta divenne più tardi la segretaria di redazione della sede romana della Laterza. E lì la conobbe chi scrive: minuta e dolcemente collaborativa. Ormai si faceva chiamare Aninha.

Il Sole 24Ore – 20 gennaio 2019

domenica 17 marzo 2019

Une constellation lettriste


Poesia, Magia, Musica. Pessoa, Crowley e i Rolling Stones



Una linea che parte da Fernando Pessoa e, passando da Aleister Crowley arriva fino a Mick Jagger.

Raffaele K. Salinari

Simpathy for the Devil


«A un chilometro e mezzo circa a ovest di Cascais, proprio sulla costa atlantica, c’è una località rocciosa di grande bellezza chiamata La bocca dell’Inferno (Boca do Inferno), un luogo sempre meraviglioso, ma che diventa sublime e perfino sinistro nei giorni di tempesta. Non è raccomandabile avvicinarsi troppo al ciglio del cerchio nero. Naturalmente è stato teatro di molti suicidi».

Fernando Pessoa, famoso uomo di lettere ed esoterista portoghese, così descrive il luogo-simbolo della nostra storia, capace di legare, attraverso il filo rosso dell’occultismo, personaggi come Mike Jagger, frontman dei Rolling Stones, ad Hanni Larissa Jaeger, il cui cognome altro non è che l’omofono tedesco, sua patria di origine, di quello del noto rocker. Due «vite parallele», come direbbe Plutarco, convergenti e divergenti al tempo stesso, accomunate da una simpaty for the devil che, però, come vedremo, ha concesso una lunga e creativa vita al primo, ed una brevissima quanto intensa e tormentata all’altra. E allora, cosa unisce e cosa invece divide Mike e Hanni di fronte alla Bocca dell’Inferno?


La breve vita della Dama Scarlatta

Hanni Larissa Jaeger Estate (1910-1933), questo il suo nome completo, la conosciamo soprattutto perché, a soli diciannove anni, diventa l’amante di uno dei personaggi più discussi a cavallo tra il XIX e il XX secolo: Aleister Crowley, colui che si firmava, tra le altre cose, con il nome di La Grande Bestia 666. Torneremo su questo, ma ora ci interessa la figura di Hanni, giovane artista dalla doppia cittadinanza tedesca ed americana, essendo nata da una famiglia tedesca che si era trasferita, quando lei aveva quattordici anni, in California.

Crowley la incontra a Berlino nel 1929 dove Hanni sta organizzando una mostra, ancora studentessa, presso la locale Accademia d’arte. È in città solo da qualche mese e la differenza di età, lui ha già cinquantacinque anni, non impedisce ai due di stabilire una relazione amorosa. Le cronache dell’epoca concordano nel dire che Hanni fosse una ragazza di grande fascino e bellezza, come si evince dalla rare foto in circolazione, ma anche estremamente instabile caratterialmente, evenienza che forse la porterà al suicidio per overdose di morfina, a soli ventidue anni, in una stanza dell’Hotel Alhambra di Palma di Maiorca. E fu probabilmente il suo fascino tormentato che irretì lo scrittore di questa vicenda: Fernando Pessoa.

Si sa che il portoghese non ha avuto una vita amorosa significativa, anzi, diremmo piuttosto scialba se si eccettua la relazione, peraltro breve e triste, con Ophelia Quiroz nel già allora lontano 1920, incluso un pallido ritorno di fiamma nel 1929, proprio l’anno in cui tra Crowley e Pessoa inizia lo scambio epistolare che porterà, l’anno dopo, all’incontro dei tre. Pare dunque che il lusitano fosse così impressionato dalla giovanissima amante dell’oramai maturo occultista, da dedicarle una poesia “Dà la sorpresa di essere“, pervasa di una forte carica erotica. Ne citiamo i versi iniziali per dare l’idea: “Dà la sorpresa di essere/È alta, di un biondo scuro./Fa bene anche solo pensar di/Vederne il corpo maturo…”.

Il ruolo di Hanni, in questa genealogia immaginale che parte da lei per arrivare al fondatore delle Pietre Rotolanti, che ben ne conosceva la storia, è certamente legato al nome mistico che le aveva dato Crowley: la Dama Scarlatta. Ed è proprio in questa veste che la giovane artista appare nella vicenda del falso suicidio del suo amante alla Bocca dell’inferno, nel settembre del 1930.


Ordini iniziatici

Il 2 settembre del 1930 dunque, Crowley e Pessoa si incontrano per la prima volta de visu a Lisbona. Era oramai più di un anno che corrispondevano epistolarmente e non si erano mai conosciuti di persona. Lo scambio nasce da alcune osservazioni di Fernando sul cielo natale di Aleister, che aveva potuto studiare leggendone la biografia. Le sue puntualizzazioni sulle efemeridi, ed i conseguenti trigoni e cuspidi che gli sembravano così più coerenti con il profilo dell’inglese, ne attirò l’attenzione. Da questo nacque l’idea dell’incontro, anche con il fine di pubblicare qualcosa insieme per la casa editrice The Mandrake press, che allora deteneva i diritti dei libri di Crowley e che avrebbe potuto così espandersi in Portogallo.

Pessoa era un noto studioso di esoterismo, basti leggere il suo famoso libretto Pagine esoteriche, o la perorazione in favore della Libera Muratoria oppressa dal nascente regime falangista di Salazar pubblicata sul Diario de Lisboa nel 1935. I regimi totalitari non amano il libero pensiero e la battaglia intellettuale e politica che allora combatté Pessoa rimane di grande attualità anche nel mondo contemporaneo. Detto questo, il dibattito sulle reali appartenenze iniziatiche dello scrittore lusitano è ancora in corso, dato che ad un certo punto della sua Autobiografia, così egli stesso si definisce; ne riportiamo qui si seguito un estratto.

Posizione religiosa: Cristiano gnostico e pertanto interamente opposto a tutte le Chiese organizzate, e soprattutto alla Chiesa di Roma. Fedele, per motivi che saranno impliciti più avanti, alla Tradizione Segreta del Cristianesimo, che ha relazioni intime con la Tradizione Segreta di Israele (la Santa Kabbalah) e con l’essenza occulta della Massoneria. Posizione iniziatica: Iniziato, per comunicazione diretta del Maestro al Discepolo, nei tre gradi minori dello (apparentemente estinto) Ordine Templare del Portogallo. Altro si deduce da quanto è detto sopra. Riassunto di queste ultime considerazioni: avere sempre nella memoria il martire Jacques de Molay, gran Maestro dell’Ordine dei Templari, e combattere sempre e dappertutto i suoi tre assassini: l’Ignoranza, il Fanatismo e la Tirannia.

Come si vede da queste brevi, ma dense righe, l’appartenenza di Pessoa ad un Ordine iniziatico (i Templari) viene chiaramente esplicitata per introdurre così anche il dubbio sulla sua solo apparente estinzione. Ed è a questo punto che entra in gioco Crowley che, tra i vari Ordini più o meno occulti, o pseudo tali, da lui fondati, avrebbe riconosciuto ed «accettato» Pessoa come iniziato.


Qui vanno dunque brevemente riportate le supposte ascendenze iniziatiche di Crowley, che partono dalla sua appartenenza all’Hermetic Order of the Golden Dawn, l’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, fondato intorno al 1886 da William Robert Woodman, William Wynn Westcott e Samuel Liddell MacGregor Mathers, tutti in origine massoni e membri della Societas Rosicruciana in Anglia. Incardinata sulla tradizione della Qabalah, ispirata al recupero della Tradizione Occidentale ed allo studio delle pratiche teurgiche, l’Alba Dorata come simbolo del risveglio spirituale e dell’illuminazione alla consapevolezza, l’Ordine ebbe alla fine del XIX secolo un grande prestigio, soprattutto per la caratura culturale di alcuni dei suoi, presunti, adepti, come il poeta William Butler Yeats e forse Sir Arthur Conan Doyle, certamente massone e spiritista, e Bram Stoker l’autore di Dracula, che ne determinarono l’influenza su tutto l’occultismo occidentale del secolo successivo.

Crowley entra nell’Ordine quando i contrasti tra fazioni interne si sono già manifestati, come spesso accade quando si egotizza la Tradizione e dunque non si rispettano più le gerarchie rituali. Ed è esattamente il caso di Crowley che salta a piè pari diversi gradi dell’Ordine poiché, a suo dire, riceve al Cairo nel 1904 direttamente da una entità superiore chiamata Aiwass, la rivelazione delle verità ultime, condensate nell’ambigua formula: Fa ciò che vuoi sarà tutta la Legge. Amore è la Legge. Amore sotto la volontà. A questo punto, sconcertando gli adepti più rigorosi, tra i quali Yeats che lo ingiuria pubblicamente a più riprese, non solo si nomina Ipsissimus, massimo grado iniziatico dell’Ordine ma, ovviamente, ne fonda uno tutto suo chiamato Thelema (in greco antico volontà). Questo diverrà con gli anni la base dei suoi discussi e discutibili riti nella sede dell’Abbazia di Thelema a Cefalù dove, intorno agli anni ’20, passano diverse personalità del mondo artistico dell’epoca.

Di questo periodo si sono interessati scrittori e saggisti del calibro di Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo che nel suo racconto Nottetempo casa per casa, ambientato proprio a Cefalù, descrizione di una antica maledizione licantropica, farà dell’esperienza dell’Abbazia il ricettacolo dell’abominio, per cui i personaggi più corrotti di quel microcosmo siciliano verranno risucchiati nel cono oscuro della setta. Espulso dall’Italia dal nascente regime fascista dopo soli tre anni di permanenza, la vita di Crowley sarà un chiaro scuro continuo, tra deliri mistici e debitori che lo rincorreranno sino alla morte, nel 1947. Personaggio dalle molte valenze, fu anche poeta, saggista, scrittore, pittore e naturalmente occultista. Uomo certo non neutro, i giudizi su di lui sono quasi sempre estremi, basti pensare al fosco ritratto che ne traccia Somerset Maugham nel suo romanzo Il Mago del 1908 o, al contrario, il fascino esercitato su nostro Pessoa come traspare dalla pagine del suo romanzo giallo La Bocca dell’Inferno.

    Crowley e Pessoa a Lisbona

Nella Bocca dell’Inferno

Eccoci allora tornati in Portogallo. Qui viene architettata una vera e propria beffa che doveva avere lo scopo di attirare l’attenzione sui due personaggi oramai al tramonto della loro fama: Crowley e Pessoa appunto. In sintesi viene inscenato, con l’aiuto determinante di Hanni, il finto suicidio di Crowley a Bocca dell’Inferno. Tutto inizia con la sua scomparsa ed un biglietto enigmatico, indirizzato ad Hanni, con la scritta: “Non posso vivere senza di te. L‘altra “Boca do inferno” mi prenderà, ma non sarà bollente come la tua”. La firma è quella di Tu Li Hu, un saggio cinese del quale Crowley diceva di essere la reincarnazione. Intorno a queste brevi frasi, che ne coronano la scomparsa, Pessoa scriverà un romanzo giallo, La Bocca dell’Inferno, mantenendo per qualche settimana, con l’aiuto di Hanni alla cui «bocca» si riferisce evidentemente la frase lasciata sul bigliettino infilato tra le rocce, l’inganno mediatico.

Il tutto, infatti, sarebbe partito dalla rottura della relazione tra i due amanti, platealmente recitata da Crowley e la Jaeger sulla spiaggia antistante l’oceano: dopo questa delusione d’amore la Grande Bestia 666 avrebbe deciso di suicidarsi. Dopo poco tempo però sarà chiara la beffa e svelata la partenza di Crowley per la Germania, dove infine lo raggiungerà Hanni. Qui incontrerà Aldous Huxley, uno dei vati della futura beat generation, che sarà introdotto all’uso della mescalina proprio da lui. Sono gli anni della Repubblica di Weimar, già il Nazismo avanza, ma questa è un’altra storia, mentre per i particolari della finta inchiesta rimandiamo al libro di Pessoa.


Da Jaeger a Jagger

Con Huxeley si apre dunque l’influenza che sugli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso ha avuto la figura di Crowley. Ma il suo epigono forse più noto, data la cerchia di musicisti rock che ha lavorato con lui, è certamente Kenneth Anger, nato Kenneth Wilbur Anglemyer (Santa Monica, 3 febbraio 1927), sceneggiatore, regista e scrittore d’avanguardia, conosciuto per il suo cinema underground e sperimentale. Il primo film, Fireworks, viene girato nel 1947e attira l’attenzione di Jean Cocteau che lo invita a Parigi. Già in questa pellicola, senza dialoghi, girata in 16 mm., vediamo chiare allusioni visive all’occultismo e all’esoterismo.

Dal 1950 al 1960 Anger vive e lavora quasi esclusivamente a Parigi, e per un breve periodo in Egitto e a Roma. Nel ‘54 torna negli Stati Uniti dove gira uno dei suoi film più noti, Inauguration of the Pleasure Dome, ispirato appunto ai rituali di Aleister Crowley, di cui si dichiara adepto e profeta. È solo il primo delle pellicole dedicate esplicitamente al suo Maestro dell’occulto. Ed infatti, nel 1955, gira un documentario sulle rovine dell’Abbazia di Thelema a Cefalù, andato perduto.

Tornato definitivamente negli Stati Uniti, nel ‘67 comincia le riprese del suo film più famoso, Lucifer Rising, caratterizzato da una lavorazione lunga oltre un decennio e da varie vicissitudini, inclusa una polemica con Jimmy Page chitarrista dei Led Zeppelin, per la colonna sonora. Per interpretare il ruolo di Lucifero – protettore dei cineasti, così lo definisce Anger – sceglie un giovanissimo musicista sconosciuto, Bobby Beausoleil che, come spesso accade alle menti deboli e senza una vera disciplina iniziatica, è convinto che il lato oscuro possa finalmente portare alla Luce; risultato: finirà con l’aggregarsi alla oscurissima ed assassina Family di Charles Manson.


Ma il cerchio che abbiamo aperto con Hanni Jaeger si chiude con Mike Jagger nel 1969, quando Anger utilizzò gli scarti del girato di Lucifer Rising per montare Invocation of My Demon Brother, un cortometraggio di 11 minuti con musiche composte dallo stesso Jagger al moog, dove Beausoleil appare brevemente assieme al fondatore della Chiesa di Satana californiana Anton LaVey, a Keith Richards ed Anita Pallemberg allora sua compagna.

Ripreso il progetto nel 1970, il regista cercò invano di far interpretare Lucifero a Jagger stesso, che nel frattempo aveva introdotto alle dottrine crowleiane assieme a Marianne Faithfull che nel film interpreta il ruolo di Lilith. Ecco, allora, spiegata quella simpaty for the devil che tanto ha contraddistinto i Rolling Stones sino ad anni recenti, quando l’età e forse anche una certa saggezza, hanno fatto abiurare l’influsso “satanico” che Aliester Crowley ha avuto su di loro. Ed infine, ma non certo per importanza, basta guardare la celeberrima copertina di Sgt. Pepper per accorgersi che lo spettro del vecchio occultista agitava anche le fantasie dei Fab. 4, ma questa storia la racconteremo un’altra volta.

Il manifesto/Alias – 16 marzo 2019

sabato 16 marzo 2019

L'invenzione della vecchiaia



Lettura Scenica a cura di Daniela Liaci
L’Invenzione della vecchiaia”
Giovedi 21 marzo alle ore 18,15
Arci Chapeau, Savona

Abbiamo finalmente la data del debutto del lavoro teatrale che ha visto impegnate da alcuni mesi la comunità delle Eredi ed altre amiche sotto la direzione della regista e attrice Daniela Liaci: una Lettura Scenica tratta dal quaderno collettaneo L’invenzione della vecchiaia ( Ed. Libreria delle donne 2017).

In occasione dell’anteprima, tenutasi il 7 marzo scorso presso la Libreria Ubik di Savona alla presenza di Marirì Martinengo e Renata Dionigi, due delle autrici del quaderno, è stato offerto con alcuni brani un piccolo ‘assaggio’ del tema che sarà il filo conduttore delle letture che verranno messe in scena; il pubblico numeroso e attento ha dimostrato vivo interesse ed  apprezzamento sia per la scelta dell’ argomento, normalmente sottaciuto se non proprio rimosso, sia per l’idea di presentarlo attraverso una performance teatrale. Questo primo successo fa sperare che il 21 prossimo non sia un traguardo ma l’inizio di un percorso che veda altre occasioni di incontro con il pubblico e di collaborazione tra Eredibibliotecadonne ed Integra-Azione.

Per l’appuntamento del 21 marzo, stante il numero predefinito e limitato di posti, è necessario prenotare telefonando o contattando Daniela (328-2349555) o Betti (339-8417369). Per la conferma del posto è previsto un contributo a offerta libera da concordare con la prenotazione.


Ezra Pound, Ernest Hemingway e il segreto dei Malatesta




Dall’archivio Pound a Yale spunta una cartolina che Hemingway spedì dal Tempio di Sigismondo di Rimini, che l’amico poeta gli aveva consigliato per i suoi echi ermetici e filosofici. Un luogo che compare nelle opere di entrambi.

Moreno Neri

Ezra, Ernest e il segreto dei Malatesta



«Caro Ez, ultima notte in Italia, oggi sono stato a San Marino». La cartolina del Tempio Malatestiano è firmata Hem, cioè Ernest Hemingway, e fu spedita da Rimini al suo vecchio amico Ezra Pound. Datata 20 marzo 1927, era nascosta nella più bella e immensa biblioteca dell’Università di Yale, la Beinecke Rare Book & Manuscript Library, tra gli “Ezra Pound Papers”, lettere foto e documenti donati nel 1973 dalla figlia del poeta Mary De Rachewiltz.

La cartolina contiene anche la frase Gave your card to Sigismundo and the Elephant. Un criptico riferimento umoristico a una lunga passeggiata fatta quando Ernest Hemingway e la sua prima moglie, la pianista Hadley Richardson, visitarono Pound a febbraio-aprile del 1923 a Rapallo, e il loro ospite li obbligò a visitare a piedi nella stessa giornata Siena e Pisa. Era un giro podistico sulle orme dei siti storici delle battaglie del Signore di Rimini e avventuroso condottiero Sigismondo Pandolfo Malatesta. L’elefante – uno dei simboli presenti nel Tempio di Rimini assieme all’onnipresente rosa malatestiana – rinvia emblematicamente alla forza e alla resistenza.

L’immagine dei fascisti un po’ bulli e gradassi e un po’ taglieggiatori, che vivono di disoneste multe somministrate ai turisti, o quella dei casini trasformati in trattorie grazie al Duce, emerge nel racconto del viaggio nel marzo 1927 di Ernest Hemingway. Viaggio compiuto sull’auto dell’amico Guy Hickok, il corrispondente da Parigi del Brooklyn Daily Eagle, un po’ prima del suo secondo matrimonio con Pauline Pfeiffer, ricca ereditiera e redattrice di Vogue.

Il principale scopo del viaggio era recuperare il certificato di battesimo di Hemingway, ottenuto, senza volerlo, quando fu ferito a Fossalta di Piave, e necessario alle sue seconde nozze, un matrimonio cattolico come reclamava Pauline. A battezzarlo fu don Giuseppe Bianchi, ai tempi del fronte sul Piave cappellano militare del 69° e 70° reggimento della Brigata Ancona. Nel 1927 era in un monastero di benedettini olivetani a Rapallo: doveva fornire alla coppia le credenziali per ritirare il certificato di battesimo conservato nella piccola Repubblica di San Marino. Quando Hemingway fu ritrovato, dopo la mezzanotte dell’8 luglio 1918, gravemente ferito e dato per spacciato, il religioso gli aveva impartito l’estrema unzione, preceduta nel suo caso dal propedeuticamente canonico battesimo, mentre il medico gli somministrava la morfina.



Da una lettera del 2 febbraio 1927 di Hickok a Hemingway, l’”ideona” ( swell idea) era di approfittare del viaggio con la sua vecchia Ford T Coupé a due posti per andare fino a San Marino. La gita, che durò sei giorni – entrarono in Italia da Ventimiglia il 18 marzo e riattraversarono il confine il 24 – sarebbe servita a entrambi, al giornalista e allo scrittore, per scrivere anche qualche pezzo dal tono arguto e leggero ma che mostrasse l’oppressiva presenza fascista in Italia.

Sempre da una lettera, questa volta di Hemingway al poeta e scrittore Isidore Schneider, conosciamo la data precisa del suo soggiorno a Rimini, il 22 marzo, che combacia con il «martedì notte» dell’epigrafe della cartolina. Considerata la sua amicizia con Pound, è verosimilissima una sua visita al Tempio, poiché nella sua breve lettera descrive Rimini come a fine town dominated by a great dead man named Sigismundo Malatesta. Ezra Pound aveva veduto per la prima volta il Tempio Malatestiano intorno al 15 maggio del 1922, forse il 13. Subito decise di dedicare un canto a questo edificio.

Il desiderio di Sigismondo di creare un monumento per la dinastia dei Malatesta, per la deificazione di lui stesso e di Isotta e per tutti gli umanisti e artisti che lo avevano circondato e ispirato (Leon Battista Alberti, Matteo de’ Pasti, Agostino di Duccio, Piero della Francesca, Pisanello, Gemisto Pletone, Roberto Valturio, Basinio da Parma, Giusto de’ Conti) divenne per Pound un caposaldo. Un punto di riferimento per tutto il suo successivo pensiero intorno alla “civiltà” e alle politiche culturali. La passione per Sigismondo e per il suo Tempio non durò solo lungo l’anno di stesura dei Malatesta Cantos per i quali raccolse e studiò una quantità immensa di libri, materiale e documentazione storica, ma si riverberò nei successivi anni e per tutta la sua vita. L’argomento malatestiano non torna solo in Guide to Kulchur, ma anche in almeno un centinaio di altri articoli e saggi.



Del secondo romanzo postumo di Hemingway, Il giardino dell’Eden, iniziato nel 1946 e al quale lavorò per quindici anni fino alla sua morte, lasciandolo incompiuto, esistono ben tre manoscritti. Pubblicato nel 1986 dall’editore Scribner in forma abbreviata, il romanzo narra di una relazione extraconiugale dello scrittore David Bourne che tradisce subito la moglie Catherine (una assai riconoscibile Pauline Pfeiffer) con una giovane donna di nome Marita.

Chi ha letto il romanzo ricorderà, forse, che Marita possiede una vecchia Isotta Fraschini convertibile dai freni malfunzionanti. Dopo che David suggerisce che bisognerebbe aggiustare i freni, nel manoscritto originale Marita replica: «È un bel nome per una ragazza. Avrei voluto che fosse il mio nome». «Cambiamo quella macchina», dice David, «e ti chiamerò Isotta», aggiungendo: «Isotta da Rimini».

Se Hemingway fosse vissuto, chissà se avrebbe scelto di mantenere il dialogo tagliato dall’editore e contenuto nel terzo manoscritto con il richiamo implicito a Sig, come affettuosamente Ezra chiamava Sigismondo Malatesta, spregiudicato condottiero ben noto a Hemingway come qui si è scoperto, e accusato, come si sa e come dimostra di sapere David/Ernest, di aver ucciso non solo la prima moglie, ma anche la seconda per sposare la bella amante Isotta, uno scenario che si adattava precisamente al modello funzionale del Barbablù ne Il giardino dell’Eden e alla biografia del macho Hemingway.

Sospetto fortemente che esista anche una foto di Hemingway a Rimini conservata nella sua casa di Key West, ora museo, dove visse dal 1928 al 1940 con Pauline. Con Pound e Hemingway troveremo nel Tempio di Rimini illustrata molta mitologia, tanta musica, numerosi simboli, tombe e sepolcri.

Il Tempio è una grande macchina per l’immaginazione, una continua fonte di scoperte, che sono in effetti ri-scoperte, come si confà al monumento simbolo del Rinascimento. Se Sigismondo e Isotta ebbero un sogno di eternità, quello di raggiungere la vita eterna continuando a vivere attraverso il loro Tempio, il loro sogno sembra esaudito.

Ernest, che si vantava di tirare di boxe meglio di come scriveva, aveva cercato di dare delle lezioni di pugilato a Ezra, dopo il suo arrivo a Parigi nell’aprile 1921, ma «con poco successo» come diceva in una lettera del 9 marzo 1922 al collega Sherwood Anderson: «Di solito viene avanti col mento e nell’insieme Pound ha la grazia di un granchio o di un gambero e ha poco fiato». A Pound (che da esteta eccelleva maggiormente nel tennis e nella scherma) Ernest riconobbe tuttavia: «Io gl’insegnai a tirare di boxe e Pound a me ciò che si doveva e non si doveva scrivere»

La Repubblica – 6 febbraio 2019

Lo spettacolo delle passioni nel teatro di Shakespeare



Per conoscere Shakespeare. Un libro utilissimo, uscito nel 2010 e ora anche disponibile negli Oscar, che segnaliamo ai nostri lettori.

Nicoletta Tiliacos

Shakespeare fuori dal nulla

Per Nadia Fusini, anglista raffinata, scrittrice e traduttrice di Beckett e di Keats e a lungo docente di Filologia shakespeariana alla Sapienza di Roma, quello che ha appena pubblicato è davvero il libro della vita, come dice al Foglio, il frutto di molti anni di tentativi più volte avviati e poi aggirati, “perché le cose a cui teniamo di più sono le più difficili da affrontare”. Il libro si intitola “Di vita si muore. Lo spettacolo delle passioni nel teatro di Shakespeare” (Mondadori, 495 pagine, 22 euro) e non è soltanto un’interpretazione innamorata dell’opera del Bardo di Stratford-upon-Avon, né semplicemente una nuova declinazione della lettura di Shakespeare come nostro eterno contemporaneo, sulla strada aperta nel Settecento da Samuel Johnson, l’iniziatore della moderna critica shakespeariana. 

“Di vita si muore” è innanzitutto un trattato sulle umane passioni rappresentate da un autore strappato alla critica accademica e restituito alla vita per la quale volle scrivere. Anche per questo, spiega al Foglio Fusini, “non ho dato gran rilievo all’eterna questione di ‘chi’ fosse davvero Shakespeare. E’ il nome che diamo a quelle certe opere e tanto basta. Ci sono autori, e Shakespeare è tra questi, che nella loro opera vogliono nascondersi, che non esprimono se stessi ma la vita così come la conoscono. Shakespeare non parteggia e non si identifica, ma coglie la radice delle passioni: non è né Iago né Otello e nemmeno Desdemona”.

Questo atteggiamento è stato a volte interpretatocome una forma di nichilismo, di cui l’autore di “Amleto” sarebbe stato consapevole rappresentante. Il critico americano Harold Bloom, per esempio, nel suo saggio su Shakespeare ha scritto che “la vera litania shakespeariana canta variazioni sulla parola ‘nulla’, e la misteriosità del nichilismo ossessiona quasi ogni dramma”. Anche la citatissima considerazione pronunciata da Macbeth nel quinto atto della tragedia che porta il suo nome – “La vita è solo un’ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si dimena per un’ora sulla scena e poi cade nell’oblìo: la storia raccontata da un idiota, piena di frastuono e di foga, e che non significa nulla” – è generalmente presentata come una sintesi della filosofia shakespeariana, nonostante a pronunciarla sia il “mostro” Macbeth, diventato assassino per “passione del potere”, come scrive Fusini.

Lei, tuttavia, non concorda con la lettura di Bloom: “L’atteggiamento di Shakespeare è in realtà profondamente politico ed è attraversato da tutte le tensioni della sua epoca. Non dimentichiamo che Macbeth ci viene presentato come un eroe, che solo in seguito diventa malvagio. All’inizio è il grande soldato che ha difeso il re, e sua moglie gli rimprovera di essere ‘troppo pieno del latte dell’umana gentilezza’. Macbeth pensa, analizza, si rende conto che forse non dovrebbe uccidere Duncan, il re di Scozia, ospite nel suo castello e parte della sua stirpe. Macbeth esercita il pensiero e alla fine compie un atto così terribile che gli farà desiderare di non pensare più.

Il genio di Shakespeare ci mostra esattamente quell’intervallo nel quale si analizzano e si soppesano il bene e il male. Alla fine si sceglie, e la scelta conta. Shakespeare non è Lutero, non pensa che tutto sia già stabilito, che il graziato e il dannato siano già segnati. Vale per Macbeth e vale per Bruto – spiega ancora Fusini – il fanatico della logica mosso dalla ‘passione della ragione’. Il tema è: come può, un essere nobile, farsi soggiogare dalla passione fino a perdersi? E poi in Shakespeare la punizione c’è, anche se non è divina. E’ umana, prima di tutto autoinflitta”.

Le tragedie segnano per Nadia Fusini quello che lei definisce, “facendo il verso al ‘momento machiavelliano’ di cui parlava in un bellissimo saggio lo storico John Pocock, il ‘momento shakespeariano’. Vale a dire gli anni a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, il periodo più straordinario vissuto dall’Inghilterra. Un periodo di grandissimo dinamismo, in cui l’inglese è ancora una lingua non codificata. Un momento segnato però da una terribile incertezza legata al tema dell’autorità e del suo fondamento”. Non a caso i drammi shakespeariani hanno “tutti a che fare con un padre, reale o metaforico. Bruto che uccide Cesare, Amleto che deve vendicare il padre assassinato, Macbeth che fa fuori il re Duncan, Re Lear che è quasi una caricatura, perché si spoglia dell’autorità ma vuole mantenerne la funzione… E’ come se Shakespeare mettesse in scena le grandi questioni che saranno di lì a poco poste filosoficamente da Hobbes: come si fa a ordinare la città degli uomini, e in nome di che cosa?”.

E tutto questo avviene “mentre sul trono c’è una donna, Elisabetta I. Una donna che non fa figli, oltretutto, e il cui regno si avvia alla fine. Si scompone e si altera, in quegli anni, l’idea patriarcale del potere, la catena di trasmissione ‘Dio-re-padre’. E’ qualcosa di profondamente disorientante, che Shakespeare sa rappresentare come nessun altro”.


Alcuni valori, però, resistono: “Gli ultimi lavori di Shakespeare non sono più tragedie ma tragicommedie, nelle quali si riafferma la possibilità di un agire sensato lasciando spazio alla pietà, alla comprensione, all’amore-carità, al perdono. In questo mondo tutto umano deve pur esserci la possibilità di vivere, deve pur esistere qualche ordine provvisorio. Umano, se non divino”. Il personaggio di Cordelia, la figlia devota di Re Lear, per Fusini già “prefigura questa soluzione. All’epoca, il pubblico non accettava la sua morte, e giravano versioni della tragedia in cui Cordelia sopravviveva e si sposava con Edgar, il figlio del Conte di Gloucester”. A essere esaltato, negli ultimi drammi “è soprattutto il perdono. Shakespeare in pratica riscrive l’‘Otello’ nel ‘Racconto d’inverno’, dove la vicenda del re gelosissimo che vuole far uccidere la moglie sospettata di adulterio si risolve in lieto fine. Shakespeare, lo sappiamo, odiava i puritani. Shylock, il mercante di Venezia, non è ebreo ma in realtà è disegnato con tutti i tratti del puritano, così attento alla contabilità dell’anima, e in ‘Misura per misura’, al personaggio di Angelo è attribuito l’aggettivo ‘precise’, puntiglioso, minutamente attento alle sottigliezze. Qualcosa da disprezzare”.

Nel suo libro, Fusini mette un forte accento sul “fantasma del teatro religioso popolare che vive nelle tragedie shakespeariane. Le rappresentazioni medievali della Passione del Cristo sofferente tornano per esempio nel Re Lear. Sono l’uomo del dolore, gli fa dire Shakespeare, e il vecchio Re che porta in braccio il corpo di Cordelia uccisa è la Pietà rovesciata, un padre con la figlia invece della Madonna con il figlio. Non c’è la fede ma certamente la sua eco, nelle immagini che la devozione popolare ha trasformato in ‘fotogrammi’ evocativi”. 

A voler indicare il sommo talento di Shakespeare, la sua appassionata esegeta indica infine “la sua capacità di mostrare la ferita umana. La vita, l’esperienza, il desiderio sono cose che rendono vulnerabili, che fanno patire. Shakespeare quella ferita sa mostrarla, non curarla, ma il fatto che non dia ricette non ne fa uno scettico. Shakespeare mostra quanto può essere ricca e sfaccettata l’avventura umana”.

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