TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 16 marzo 2012

Mirò! Poesia e luce



Al Chiostro del Bramante di Roma ottanta opere tra dipinti, sculture e disegni ripercorrono la poetica del maestro catalano. Un viaggio alla scoperta dei segni e dei colori di un artista che ha rappresentato il lato fantasioso e onirico della pittura del Novecento

Lea Mattarella

Mirò. Il sognatore che volle diventare cattivo


«Quando potrò stabilirmi da qualche parte – scriveva Joan Miró nel 1935 – il mio sogno è avere un grande studio... andare oltre la pittura da cavalletto». Il desiderio di una "stanza tutta per sé", l´artista catalano lo realizza nel 1956 quando l´amico architetto Josep Lluís Sert progetta il suo atelier a Palma de Maiorca, dove Miró immediatamente si ritira.

La mostra Miró! Poesia e luce, aperta al Chiostro del Bramante fino al 10 giugno, curata da María Luisa Lax, racconta proprio gli anni in cui il pittore vive in una dimensione che aveva sempre agognato, in una terra che ama, con molto spazio intorno per creare. All´epoca è già un artista celebre, ha legato il suo nome alle esperienze surrealiste, ha vissuto a Parigi, ha inventato un mondo pittorico trasognato, fatto di elementi biomorfici, di costellazioni stilizzate, di forme misteriose che navigano, sospese e senza peso in uno spazio della tela diventato fluido.

Ma adesso, più che sessantenne (era nato a Barcellona nel 1893), nel silenzio di Palma, è come se sentisse il desiderio di reinventarsi, di accelerare il passo della sua pittura. Ed è proprio il suo studio il fulcro di questa mostra. Tanto che viene ricostruito attraverso gigantografie e oggetti originali nel piano superiore del museo: c´è la sua sedia a dondolo, il carrello su cui lavorava, sporco di colore come fosse un quadro.

Le opere raccolte in questa esposizione – 80 in tutto, tra dipinti su diversi supporti (tela, compensato, masonite), carte, sculture, ceramiche – sono state realizzate in gran parte dal 1956 in avanti. Con qualche eccezione, come il paesaggio che apre la rassegna datato al 1908. Miró, nel 1960, guardandosi alle spalle, consapevole di essere entrato in una nuova stagione della sua vita pittorica, lo aveva occultato con un giornale su cui aveva posto la firma e la data del dipinto che aveva eseguito sul retro. Un accurato restauro ha permesso di rivelare l´opera precedente, così è possibile vedere contemporaneamente l´antica veduta ancora figurativa, il nuovo quadro in cui appare il suo lessico più noto e il giornale con la firma. «Lo abbiamo voluto esporre perché è importante per capire il modo in cui l´artista lavorava –spiega la curatrice – questa è infatti una mostra sul metodo di Miró, sul suo modo di affrontare il quadro che nell´ultima fase della carriera assume toni sempre nuovi. È come se Miró vivesse una seconda giovinezza. Si mette in discussione, ribalta il punto di vista. Per esempio guarda all´arte americana, ma anche alla pittura orientale. E dà vita a un universo in cui i suoi temi classici, le stelle, l´uccello, i corpi suggeriti e mai descritti, le clessidre, i bilancieri, raggiungono una potente carica espressiva».




Questa nuova attitudine la si coglie perfettamente fin dalle prime sale. Che cosa è cambiato dal Miró parigino? Innanzitutto il formato. Le opere esposte sono, tranne qualche raro caso, tutte di grandi dimensioni. E se nel 1935 l´artista sognava di abbandonare il cavalletto, nel buen retiro sull´isola, questo accade per davvero. «Appoggio i miei quadri su trespoli o sul pavimento. Quando sono per terra, posso camminarci sopra», afferma nel 1974. E ancora: «Per terra lavoro sdraiato a pancia in giù. Oh sì, mi sporco tutto di pittura, faccia, capelli; mi ritrovo schizzi dappertutto». In queste monumentali tele si trovano tracce delle suole delle sue scarpe. E il pennello di Miró sgocciola, il suo gesto è ampio, carico di espressività. L´artista ha abbandonato la linea precisa e ferma del passato e predilige adesso gigantesche pennellate che rivelano i suoi lati più segreti. C´è certamente uno scambio con l´action painting americana. I surrealisti, che mettono l´inconscio al centro del quadro, sono alle radici dell´Espressionismo astratto americano: Miró però non solo contribuisce alla nascita di questa nuova generazione di pittori, ma arricchisce, guardandoli, il proprio linguaggio. D´altra parte Miró era entrato in contatto con Jackson Pollock quando nel 1946 aveva ricevuto l´incarico di realizzare un dipinto per il Gourmet Restaurant del Terrace Plaza Hotel di Cincinnati e per realizzare quest´opera aveva vissuto a New York tra febbraio e ottobre. La decorazione in questione, come mostra lo schizzo preparatorio qui in mostra, dove le sue immagini tipiche svolazzano in un fondo azzurro, non risente ancora delle feconde suggestioni degli americani. Queste verranno fuori proprio negli anni di Palma, quelli in cui Miró non costruisce più un universo onirico e sognante, conquistando invece una brutalità e una totale immersione nel quadro quasi primitive, che provocano un´immediata reazione emotiva in chi guarda.

«Più invecchio e più divento matto, aggressivo, cattivo», –affermava. E nel corso degli anni sembra sempre di più far sua la poetica dell´amico critico d´arte Sebastià Gasch che auspicava «un´arte intensa e forte, ricca di pathos, aspra e barbara, senza attenuanti. Un´arte che ci inebri di profumi, finché non ci metterà fuori combattimento con un vigoroso pugno». È esattamente quello che fa l´ultimo Mirò: seduce con un gesto elegante che sembra quello di un maestro orientale, conducendo chi guarda in spazi di grande armonia; e poi sfodera i suoi fondi volutamente sporchi (li eseguiva con la trementina in cui aveva prima pulito i pennelli), la materia dura, gli scarabocchi, le scolature. Inoltre utilizza sempre di più il bianco nero: c´è una sala bellissima, di dipinti monocromi, che pare un viaggio nella notte tra uccelli misteriosi, figure femminili accennate e sensuali, teste inventate, orizzonti accesi da una dispettosa luna nera.

Resta costante, anche negli ultimi anni, il côté ribelle della gioventù, quell´antico desiderio di voler "assassinare la pittura", che per lui ha sempre significato la tenace volontà di rivoluzionare i codici formali della tradizione. Eccolo, nel 1976, inchiodare assi di legno su un fondo di carta abrasiva a creare il suo Personaggio e uccelli. E affrontare la scultura, recuperando oggetti. Come una zucca e una bambola uniti a creare una forma inaspettata, protetti per sempre da una colatura di bronzo.

(Da: La Repubblica del 16 marzo 2012)


Joan Mirò

"Un atelier per superare il cavalletto"


Al mio arrivo a Parigi nel marzo 1919, scesi all´Hôtel de la Victoire, in rue Notre-Dame-des-Victoires. Rimasi a Parigi tutto l´inverno, e in estate ritornai in Spagna, in campagna. L´inverno successivo ritornai a Parigi e scesi in un altro hotel, al n. 32 del boulevard Pasteur, dove ricevetti la visita di Paul Rosenberg; Picasso e Maurice Raynal gli avevano parlato di me. Qualche tempo dopo, Pau Gargallo, che trascorreva l´inverno a Barcellona, dove era professore di scultura alla Scuola di Belle Arti, mi cedette il suo studio, al n. 25 della rue Blomet, accanto al Bal Nègre, che allora era ignoto ai parigini, e sarebbe stato "scoperto" da Robert Desnos. André Masson occupava lo studio a fianco; eravamo separati da un tramezzo.

In rue Blomet cominciai a lavorare. Dipinsi la Testa di una ballerina spagnola, che appartiene a Picasso, il Tavolo con guanto, etc. Era un´epoca molto dura; i vetri erano rotti e la stufa, che mi era costata quarantacinque franchi al mercato delle pulci, non funzionava. Lo studio però era molto pulito. Lo tenevo in ordine io stesso. Poiché ero molto povero, potevo permettermi un unico pasto alla settimana; negli altri giorni mi accontentavo di fichi secchi e gomma da masticare. L´anno dopo non potei avere lo studio di Gargallo. In un primo momento scesi in un alberghetto del Boulevard Raspail, dove terminai La moglie del fattore, La spiga di grano e altri quadri. Lasciai l´hotel per un appartamento ammobiliato in rue Berthollet. La lampada a carburo. Estate in campagna. Ritorno a Parigi allo studio di rue Blomet. Ultimai La Fattoria, che avevo cominciato a Montroig e continuato a Barcellona. Léonce Rosenberg, Kahnweiler, Jacques Doucet, tutti i surrealisti, Pierre Loeb, Viot, lo scrittore americano Hemingway vennero a trovarmi. Hemingway comprò La Fattoria. In rue Blomet dipinsi il Carnevale d´Arlecchino e la Ballerina spagnola della collezione Gaffé. Fu piuttosto dura, nonostante le prime vendite. Per il Carnevale d´Arlecchino feci molti disegni, basati sulle allucinazioni che la fame mi provocava. La sera rientravo senza aver cenato e annotavo le mie sensazioni. Quell´anno frequentai molto i poeti, poiché pensavo che per arrivare alla poesia si dovesse andare oltre la "cosa plastica".

Alcuni mesi dopo, Jacques Viot organizzò la mia prima mostra alla Galerie Pierre. In seguito ottenni un contratto con Viot, che mi permise di tirare avanti. Affittai uno studio alla Ville des Fusains, al n. 22 della rue Tourlaque, dove avevano vissuto Toulouse-Lautrec e André Derain, e in cui Pierre Bonnard aveva ancora il suo studio. A quell´epoca ci vivevano Paul Éluard, Max Ernst, un commerciante belga della rue de Seine, Goemans, René Magritte, Arp. Misi sulla porta un cartello che avevo trovato in una bottega: Treno in transito senza fermata. Le cose mi andavano meglio, ma era ancora assai dura. Una volta, con Arp, mangiammo ravanelli al burro. Non appena mi fu possibile, presi uno studio più grande al pianterreno della stessa villa, ma non lo tenni a lungo.

Tornai in Spagna, mi sposai, rientrai a Parigi con mia moglie e lasciai la Ville des Fusains, dove avevo dipinto tutta la serie delle tele blu, per un appartamento in rue François Mouthon. Lavoravo molto; trascorrevo la maggior parte dell´anno in Spagna, dove potevo concentrarmi meglio sul lavoro. A Barcellona, lavoravo nella stanza dove sono nato.

In Spagna, dove mi recavo spesso, non ebbi mai uno studio vero e proprio. Inizialmente, lavoravo in celle così minuscole che ci entravo a malapena. Quando non ero contento della mia opera, picchiavo la testa contro la parete. Quando potrò stabilirmi da qualche parte, il mio sogno è avere un grande studio, non per motivi di illuminazione, luce del nord etc., che mi sono indifferenti, ma per avere spazio, tante tele, perché più lavoro e più ho voglia di lavorare. Vorrei cimentarmi nella scultura, nella ceramica, nella stampa, avere un torchio. Vorrei anche, per quanto possibile, andare oltre la pittura da cavalletto che a mio parere si propone un obiettivo angusto, e avvicinarmi, attraverso la pittura, alle masse umane, cui non ho mai smesso di pensare.

(Il testo apparve originariamente nel maggio 1938 sulla rivista francese XXe siècle)

(Da: La Repubblica del 16 marzo 2012)

giovedì 15 marzo 2012

Jean-Claude Izzo, Marsiglia nel cuore



Jean-Claude Izzo è Marsiglia, quel Mediterraneo assolato, profumato e ventoso che tanto amiamo. Bisognerebbe sempre portarlo con se quando si va per sentieri nell'azzurro nostro e poi fermarsi all'ombra dei rami ritagliati sul mare, alti sopra strade e scogli, a leggere le sue storie marsigliesi.

Jean-Claude Izzo

Marsiglia nel cuore

Sono nato a Marsiglia. Da padre italiano e madre spagnola. Da uno di quegli incroci di cui la città custodisce il segreto. Nascere a Marsiglia non è mai un caso. Marsiglia è, è sempre stata il porto degli esili, degli esili mediterranei, degli esili delle nostre antiche vie coloniali, anche. Qui, chi un giorno sbarca al porto è per forza di cose a casa sua. Da qualsiasi luogo arrivi, a Marsiglia sei a casa tua. Nelle strade incontri visi familiari, odori familiari. Marsiglia è familiare. Fin dal primo sguardo.

E' per questo che amo questa città, la mia città. E' bella per questa familiarità, che è come pane da spartire fra tutti. E' bella solo per la sua umanità. Il resto non è altro che sciovinismo. Di belle città con bei monumenti ce ne sono un sacco in Europa. Di belle rade, di belle baie, di porti stupendi è pieno il mondo. Io non sono sciovinista. Sono marsigliese. Cioè di qui, appassionatamente, e di ogni altro posto allo stesso tempo. Marsiglia è la mia cultura del mondo. la mia prima educazione al mondo.

E' attraverso queste vie di navigazione, antiche, verso l'Oriente, l'Africa, poi verso le Americhe, vie reali per alcuni di noi, sognate per la maggior parte degli altri, che vive Marsiglia, a prescindere da dove vai. Parigi è un'attrazione. Marsiglia è un passaporto. Quando sono lontano, e la cosa mi succede spesso, penso a Marsiglia, senza nostalgia. Ma con la stessa emozione che nei confronti della donna amata, lasciata il tempo di un viaggio, e che desideri sempre di più ritrovare mano a mano che passano i giorni.

Credo in questo, in ciò che ho imparato nelle strade di Marsiglia, e che porto sulla mia pelle: la tolleranza, il rispetto dell'altro, l'amicizia senza concessioni e la fedeltà, aspetto fondamentale dell'amore. E per parafrasare il regista Robert Guédiguian, il mio amico dell'Estaque, dirò: "Marsiglia: questa è la mia identità, la mia cultura e la mia morale". E qui o altrove, quando parlo la lingua di "casa mia", reinvento quella che Gyptis, la celto-ligure, e Protis, il focese d'Asia minore, hanno inventato nella loro notte d'amore, duemilaseicento anni fa. Una lingua in cui ogni lettera dell'alfabeto deve essere profondamente umana. Io vi dico: non c'è nessun rischio nel parlare questa lingua. Solo felicità.

Mi piace credere - visto che sono stato cresciuto così - che Marsiglia, la mia città, non sia una meta in sé. Ma soltanto una porta aperta. Sul mondo, sugli altri. Una porta che rimanga aperta, sempre.

(Da: Jean-Claude Izzo, Aglio, menta e basilico; pp 43-45)

Jean-Claude Izzo
Aglio, menta e basilico
Edizioni e/o, 2006
9 Euro


Da Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo



Da Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo


Non si è mai fatta in Italia una mostra sulla pittura americana del XX secolo, che la analizzi e la percorra completamente. Solo, di tanto in tanto, qualche esposizione monografica. La rassegna di San Marino non ha ovviamente l’ambizione di tracciare questo percorso nella sua interezza, perché il numero di opere, diciotto in tutto, non lo consente. Ma si presenta comunque come la prima circostanza in cui, attraverso nomi celebri, la vicenda pittorica statunitense del Novecento viene almeno raccontata lungo tutto lo scorrere del secolo.

“Da Hopper a Warhol. Pittura americana del XX secolo a San Marino”, curata da Marco Goldin, è proposta a Palazzo SUMS dal 21 gennaio al 3 giugno (in parallelo alla grande mostra riminese “Da Vermeer a Kandinsky. Capolavori dai musei del mondo a Rimini”), per volontà della Fondazione San Marino Cassa di Risparmio – Sums, della Repubblica di San Marino, Segreteria di Stato per l’Istruzione e la Cultura e Segreteria di Stato per il turismo e lo Sport, da SUMS – Società Unione Mutuo Soccorso della Repubblica di San Marino e da Linea d’ombra, con il contributo di Gruppo SIT e Del Conca.

L’esposizione prende in considerazione tutti i momenti fondamentali, a partire dal realismo di Edward Hopper da un lato e di Thomas Hart Benton dall’altro, fino all’esperienza così particolare di Giorgia O’Keeffe. Già da questi primi nomi si comprende come la partenza della rassegna sammarinese sia straordinaria, con il realismo adamantino e stordente di Hopper, la cosiddetta visione regionale di Benton e la secchezza in cui si mescolano descrizione e metafisica della O’Keeffe.

A questa prima fase succede quella, indimenticabile, della grande astrazione americana. Divisa in mostra tra una parte più gestuale e una in cui il colore pare distendersi libero e indicare anche il senso della costruzione e della forma. Tutti i nomi più celebri vi sono compresi, a cominciare ovviamente da quello di Jackson Pollock, presente con due grandi tele, la prima del 1949 e la seconda del 1952. Poi ancora Franz Kline, con un grandi dipinto del 1960, dunque il momento migliore del suo lavoro.
Su un registro intermedio si giocano i quadri inclusi in mostra di un autore straordinario che lavora sul segno declinato nella grande superficie spesso quasi monocroma. E’ dunque il caso di Arshile Gorky che più di altri ha saputo rendere il fascino di una scrittura che si mescola alla materia di un colore rappreso.

E tutta di colore è fatta l’esperienza, anch’essa compresa nella mostra sammarinese, di Mark Rothko, Sam Francis e Morris Louis. Dai diversi punti di vista, insistono sulla meraviglia di una tessitura che si fa incanto, prospettiva e molto spesso silenzio.

Ovviamente non può mancare una sosta attorno all’opera dei due più alti rappresentanti della Pop Art, Andy Warhol e Roy Lichtenstein, a cominciare da una celebre versione, del primo tra i due, di Jacqueline Kennedy (Jakie, 1964), dunque nel pieno del clima storico della Pop. La mostra infine si chiude con l’omaggio al maggiore pittore americano che si riconnette straordinariamente al realismo di Hopper. Si tratta di Andrew Wyeth, le cui facciate di case di provincia bianchissime nella luce del sole sono la quintessenza della visione ancora eroica della pittura. Ma l'ultima immagine sarà un grande quadro di Keith Haring, uno dei più celebrati artisti americani degli ultimi decenni.

La mostra sammarinese si fa grazie al prezioso aiuto in termini di prestiti di poche, prestigiosissime realtà statunitensi: il Museum of Fine Arts di Boston, il Wadsworth Atheneum di Hartford, la Terra Foundation for American Art di Chicago, la Broad Art Foundation di Santa Monica e l'Adelson Gallery di New York.

mercoledì 14 marzo 2012

Con Fenoglio di Langa in Langa sul mare color del vino



Il 1° marzo 1922 nasceva ad Alba Beppe Fenoglio, "un guerriero di Cromwell sulle Langhe" come lo definì Lajolo. Noi lo ricordiamo con questo intervento di Guido Quaranta.

Guido Quaranta

Con Fenoglio di Langa in Langa sul mare color del vino


L’avvisaglia della letteraria «primavera di bellezza» risale al 1° marzo 1922, quando in Alba nasce Beppe Fenoglio. Neppure dodici mesi e sarà l’anniversario del commiato, mezzo secolo dal 18 febbraio 1963. Una breve esistenza, neanche 41 anni, due le divise fortissimamente onorate: partigiano e scrittore. «Sempre sulle lapidi – scolpirà la sua volontà – a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano. Mi pare d’aver fatto meglio questo che quello…».

Eugenio Corsini, classe 1924, «langhetto» di Niella Belbo, allievo del professor Pellegrino, già docente di Letteratura cristiana antica e di Letteratura greca nell’Università di Torino, filologico custode della certezza che l’Apocalisse sia già accaduta, è fra le estreme memorie di Fenoglio. Una fratellanza con l’incipit negli anni Quaranta, «io in seminario, ad Alba, Beppe che vi veniva con Pietro Chiodi, il filosofo, suo insegnante nel liceo Govone. Erano entrambi attesi da don Bussi. Chiodi, che diverrà Monti nel Partigiano Johnny, sottoponeva al sacerdote, esimio conoscitore del tedesco, le pagine che via via traduceva di Heidegger. Fenoglio, con il religioso, approfondiva la Bibbia, da lui letta – era solito dire – all’inglese, “luteranamente”».

Don Bussi e Fenoglio, una lunga, rispettiva fedeltà, fino al passo d’addio. «Nella pausa prandiale, il sacerdote in seminario usava leggere testi edificanti, apologetici. Decise di alternarli con I ventitre giorni della città di Alba e La malora. Un omaggio a Beppe particolarmente significativo, se solo si pensi che il sacerdote coltivava sommamente la filosofia, tenendo in scarso o nullo conto la letteratura».

Quell’Alba presa, persa, di nuovo, definitivamente, liberata: suonavano le campane della cattedrale e delle altre otto chiese «e sembrò che sulla città spiovesse scheggioni di bronzo»… «Insegnavo nelle scuole medie – dice Corsini -. Abitavo a Torino. Facevo il pendolare. Pranzavo alla mensa Ferrero. Dopo di che al Savona, per il caffè, lì affinando giorno dopo giorno l’amicizia con Beppe. Schietto, non sentimentale, avvincente. No, non si parlava mai di politica. Dominanti, nelle nostre conversazioni, le Langhe, la gente di Langa. Dividendoci. Non condividevo la rappresentazione che ne aveva dato, così avida, di roba e di soldi. Li consideravo viceversa più dei folli, accesi dalla necessità primigenia di fare bella figura, imbevuti di ambizioni».

Politica politicienne no, ma le questioni cardinali sì: «Parlato con Corsini e Cerrato di Occidente e Oriente -annoterà nel Diario Fenoglio -. A Corsini che non vuole scegliere e si dichiara pronto a morire liberamente per non essere degli uni né degli altri, rispondo che martirio è già scegliere». «In me – interpreta Corsini – andava delineandosi un nitido spirito critico, che mi impediva di schierarmi senza riserve. Lo stesso Beppe mi pareva afflitto dal dubbio, dai dubbi». L’et et opposto all’ aut aut, come allora auspicava Bobbio…

D’attorno le grandi colline di cui la notte – annuncerà Fenoglio – avrebbe «fatto bocconcini». Le «mammelle» di Paesi tuoi… «Ero infatuato di Cesare Pavese – rammemora Corsini -, a differenza di Beppe, che ne aveva in uggia l’ideologia classicheggiante. Era Milton il suo mito, il John Milton del Paradiso perduto, che aveva interpretato la rivolta contro il Re sotto una luce biblica, una lotta fra angeli, buoni e cattivi. La secentesca guerra civile come paradigma della nostra».

La Bibbia incastonata nell’omerico mare color del vino che sono le Langhe. «Ecco, Fenoglio, refrattario alla letteratura antica, è invece, nelle fibre profonde, in Omero, per Omero, con Omero. Uscita La malora, patì la stroncatura di Domenico Porzio. Com’era avvilito. E a torto. Cercai di smantellare la lettura del critico. C’era anche il maestro Cerrato. Da San Benedetto Belbo – vi ho acquistato la casa della maestra, una figura fenogliana – andammo a piedi a Murazzano. Sfiorammo la sbornia, o forse la onorammo appieno. Al ritorno, Beppe invocava Omero, inimitabile, capace in due versi di folgorare la condizione umana».

Di paese in paese, il paesaggio partigiano di Fenoglio, il monumento resistenziale eretto – bizzarro (curioso, direbbe Leone Ginzburg) Piemonte – da un monarchico e da un anticomunista. «Monarchico, Fenoglio – riflette Corsini -, come dire?, in primis geograficamente. Alba e la Provincia Grande sono, erano, “regali”. Una disposizione confermata dal vescovo di Alba mons. Grassi, dal suo esempio: barnabita, precettore del Principe di Piemonte, espostosi contro la Rsi e adoperatosi fruttuosamente nello scambio dei prigionieri durante i venti mesi della guerra civile».

Con Fenoglio, idealmente, di Langa in Langa. Un vergiliato seguendo Eugenio Corsini. Muovendo magari dalla sua (dalla loro) San Benedetto, nei dintorni la grotta del Bestagnino, dove in tempi remoti i contadini si raccoglievano a veglia. «È il centro della barbarie, l’ombelico del mondo» la identificò lo scrittore, coniando un’immagine che sarà riferita da Lorenzo Mondo, curatore nel ‘68 del Partigiano Johnny, nonché scopritore degli Appunti partigiani.

«Bestagnino, ovvero Cadilù, “una sola casa, bassa e sbilenca”, quale si incontra nel racconto Pioggia e la sposa» indica sulla mappa Corsini. Poi delineando la route: «Da San Benedetto a piedi giù in Belbo. Non dalla strada provinciale, ma dalla porta sottana. Raggiungendo quindi attraverso i boschi Murazzano, il cui cimitero nuovo – diamo la parola a Fenoglio – “giace in un punto così aperto ai venti che la peggior tramontana spezza a metà le lapidi”. Di lì a Mombarcaro, l’esordio di Johnny, il paese che “figurava come un bastimento in bilico sull’ondata maggiore di quel mare solidificato d’incanto”. Il tetto da dove, si dice, nelle mattinate limpide si vede il mare. La mia Niella Belbo sta fra Mombarcaro e Castino, la cascina del Pavaglione, la Malora…».

Fenoglio scompare nel 1963, l’anno che segna l’avvio del Concilio. Corsini, sospeso fra don Bussi e il prof. Pellegrino (felice coincidenza: c’è una raccolta dei documenti conciliari a cura di don Bussi e introdotta da Michele Pellegrino), lo intese «sensibile al vento nuovo nella Chiesa». Di sicuro fu conciliare il saluto di don Bussi all’amico che gli annunciò la scelta del funerale civile: «Io ti risposi che quando si è raggiunta la linea verticale, che porta in alto, non conta più nulla, o quasi, ciò che riguarda la linea orizzontale che nasce dagli uomini e resta tra gli uomini. Con un lampo degli occhi scintillanti e sorridenti e premendo fortemente la tua mano nella mia, tu mi ha ringraziato…». Il Concilio sancirà il primato della coscienza, affermando «che è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio». Nulla di nuovo per lo scrittore e partigiano Beppe-Johnny, testimone cristallino della vita (e della letteratura), della guerra e della pace, come un affare di coscienza.

(Da: La Stampa del 4 marzo 2012)

martedì 13 marzo 2012

Tra chinotto e farinata: "Made in Savona", il cd ironico e dissacrante dei Funkestein


Uscita da decenni di crisi industriale senza più quelle fabbriche che ne avevano tanto fortemente segnato l'identità da ispirare artisti e scrittori, come Guido Seborga de "Gli Innocenti" solo per citare il caso più noto, Savona fatica ancora a trovare una sua identità e non riesce a scrollarsi di dosso l'immagine di città grigia, poco aperta al nuovo. L'affermazione è forse esagerata, probabilmente come in tutte le cose c'è del vero e del falso, ma certo la città non brilla per vivacità culturale e artistica.

Per questo ben vengano iniziative come la mostra in corso di svolgimento di Carin Grudda che ha trasformato il centro cittadino in una splendida galleria d'arte dominata da un gigantesco gatto blu che volta ironicamente le terga al Palazzo Comunale e preferisce diventare oggetto di gioco e di curiosità per i bambini che si rincorrono fra le sue zampe.

Ma se l'ironia è la cura del male di vivere di questa città, allora "Made in Savona" il cd di esordio dei Funkestein rappresenta una felice sorpresa. Sei pezzi, scanzonati e allegri, che assemblano in un sound trascinante funky, rock, e una sana dose di ironia non priva di lirismo.

Panissa Funky, Lascia che nevichi belin, il vento del Letimbro questi alcuni dei pezzi raccolti dai tre artisti savonesi dai nomi improbabili, il Barone Von Funkestein, Nick Caya e Phil Pialla, in un tentativo in larga parte riuscito di coniugare in modo convincente rock e nostalgia, musica e territorio, tradizione e modernità.

"Made in Savona" è un cd che sa di vento e di mare, di chinotto e di farinata.

Il Cd è ascoltabile a questo sito

http://www.myspace.com/580878227





lunedì 12 marzo 2012

Ilvo Diamanti, La repubblica fondata sull'insicurezza


Il presidente di Bankitalia l'ha detto chiaro: il "capitale umano" (ha usato proprio questo termine) va utilizzato (leggi sfruttato) di più. "Si deve lavorare di più e più a lungo". E' il lavoro deve essere insicuro e precario, per impedire che i lavoratori possano organizzarsi e reagire. Stanno facendo un deserto e lo chiamano "democrazia liberale".

Ilvo Diamanti

La Repubblica fondata sull'insicurezza


È il lavoro la questione intorno a cui ruota il dibattito politico di questa fase.

L'articolo 18, il mercato del lavoro, gli ammortizzatori sociali, il futuro dei giovani, il posto fisso, i mammoni. Angelino Alfano ha indicato al governo tre priorità: «Lavoro, lavoro e lavoro». Apostrofato da Bersani: «L'ha scoperto solo ora (per non parlare delle frequenze tivù) ».

Il lavoro e il suo reciproco: il non-lavoro attraggono, dunque, l'interesse degli attori politici e del governo. Ma, forse, non abbastanza rispetto a quanto avviene nella società. La disoccupazione, infatti, è il problema più sentito dai cittadini, in Italia, da almeno due anni, come emerge dai dati dell'Osservatorio sulla sicurezza in Europa (curato da Demos, l'Osservatorio di Pavia e la Fondazione Unipolis), a cui facciamo riferimento in questa Mappa ( www.demos.it ). Una persona su due, infatti, si definisce "frequentemente" preoccupata - per sé e i propri familiari - di perdere il lavoro (gennaio 2012). Circa dieci punti in più rispetto a un anno fa. D'altronde, nel campione rappresentativo della popolazione italiana, il 35% dichiara che, nell'ultimo anno, in famiglia, qualcuno ha cercato lavoro, senza trovarlo.

Il 22%, che (in famiglia) qualcuno è stato messo in mobilità o in cassa integrazione. Il 19%, infine, che qualcuno, in famiglia, ha perduto il lavoro. In definitiva, quasi una famiglia su due sta sperimentando gli effetti della crisi sul piano dell'occupazione.

Un problema comune al resto d'Europa, dove si rileva un grado di inquietudine analogo. Con una differenza significativa.

L'85% degli italiani ritiene che i giovani, nel prossimo futuro, occuperanno una posizione sociale peggiore rispetto ai genitori.

Quasi 10 punti in più rispetto a Francia e Gran Bretagna, ma circa 20 più che in Germania e Spagna. In altri termini: l'incertezza e la precarietà del lavoro si riflettono nell'incertezza e nella precarietà del futuro dei giovani.

Anzi, nell'incertezza del futuro, semplicemente. D'altronde, il 56% degli italiani non vede sbocco a questa crisi. Non riesce a immaginare quando finirà. Certamente non prima di due anni. Il lavoro - incerto, precario e perduto - alimenta l'insicurezza economica. Un sentimento che contagia il 73% degli italiani e trascina le altre dimensioni dell'insicurezza. Non a caso le paure relative alla globalizzazione e alla criminalità risultano molto più elevate fra coloro che si sentono maggiormente minacciati dalla disoccupazione. È come se, insieme all'incertezza del lavoro, fosse cresciuto un diffuso e crescente senso di «insicurezza ontologica», per usare il linguaggio di Zygmunt Bauman. Che, cioè, scuote alle radici il nostro sistema di riferimenti sociali e personali. Mette in dubbio la nostra identità. E ci schiaccia nel presente, lasciandoci senza ancore né legami. Da ciò la differenza da un tempo, quando il lavoro ci forniva relazioni, prospettive, senso. Anche quando era una "materia scarsa", quanto e più di oggi. Basti pensare alla rappresentazione - cruda e disincantata - di Luigi Meneghello, in "Libera nos a Malo": «C'è invece l'espressione 'bisogna', nel senso in cui si dice che morire bisogna. Anche lavorare bisogna, per sé, per la 'dòna', per 'el me òmo', per i figli, per i vecchi che non possono più lavorare.

Bisogna lavorare, non otto ore, o sette ore, o dieci ore, ma praticamente sempre.... ». Il lavoro, come necessità. Dura e senza fine.

A cui affidare la propria condizionee quella della propria famiglia. Ma anche la propria identità, la propria immagine e il proprio riconoscimento, di fronte agli altri. Oggi, però, quel modello si è dissolto. Perché se è vero che "lavorare bisogna" occorre aggiungere: "Se possibile". Ma soprattutto "senza certezze e senza continuità". Il che scardina il fondamento stesso della nostra società "laburista". Dove se lavori esisti ed esisti se lavori.

Dove le divisioni sociali e politiche si sono formate intorno alla posizione occupata nei rapporti di lavoro. Operai, impiegati, imprenditori. Lavoratori "dipendenti" e "autonomi".

Non è un problema di "lavoro fisso", ma di "lavoro certo". E di professione, a cui si collegano il reddito e la posizione sociale.

Ma se il mercato del lavoro e il welfare diventano "liquidi" (per echeggiare ancora Bauman), allora anche il futuro tende a liquefarsi. Allora le relazioni sociali, i valori e, a maggior ragione, i riferimenti politici e istituzionali: tutto diventa liquido e relativo. E la sindrome dell'insicurezza si diffonde. Non tanto fra i giovani, ma soprattutto fra le generazioni adulte e anziane. I genitoriei nonni. Gli indici più bassi di insicurezza economica, infatti, emergono tra i giovani fra 15 e 25 anni. I più elevati: tra le persone intorno ai 30 anni e, soprattutto di età centrale (45-54 anni). I fratelli maggiori e genitori. Lo stesso si osserva in relazione al futuro dei giovani. I più pessimisti sono gli adulti e gli anziani. I meno preoccupati proprio loro: i giovani più giovani. Anche se pochi a quell'età lavorano.

Non si tratta di incoscienza giovanile. È che ormai si sono abituati all'in-certezza. All'assenza di luoghie riferimenti certi. Si sono abituati al lavoro intermittente, assente e perfino alla transizione infinita. Senza stazioni di passaggio e senza destinazioni.

Si sono abituati a fare affidamento sui genitori e la famiglia - finché dura. E su se stessi. Si sono abituati a un'idea del futuro senza progetti e senza percorsi programmati. Idealisti con realismo. L'angoscia, invece, è tutta nostra. Colpisce la società adulta e anziana. Coloro che hanno impostato la loro vita sul futuro.
E l'idea stessa di futuro sui giovani. Sul passaggio da una generazione all'altra. E sul lavoro - e il suo complemento: lo sviluppo, anch'esso sinonimo di futuro.
Ma se il lavoro diventa liquido e in-definito. Senza regole e senza prospettive. Insicuro: senza sicurezza del futuro. Senza "previdenza". Soprattutto per i giovani, intermittenti (nel lavoro) e imprevidenti (senza pensione).
Allora, rischiamo di trovarci non solo senza lavoro e senza pensione. Ma senza futuro. E senza presente. Il problema può, forse, apparire astratto, dal punto di vista "tecnico". Ma non dal punto di vista"politico". E dal punto di vista "personale" mi inquieta molto.

(Da: La Repubblica del 12.3.12)

domenica 11 marzo 2012

Guido Araldo, La temperanza che mesce l'acqua da una brocca all'altra




Come c'è finito un serpente corallo nella bicicletta di un ingegnere di Cuneo? E a chi era diretto un simile regalo: a lui o alla sua amante? Un'indagine del "Commissario" (il protagonista dei noir di Guido Araldo) incalzante e strana da scoprire puntata dopo puntata ogni domenica su Vento largo.


Guido Araldo

La temperanza che mesce l’acqua da una brocca all’altra

(XII puntata de "Il serpente corallo")


Il giorno successivo il “caso” è sui giornali, con tanto di foto dell’immobiliarista accusato del fantasioso omicidio dell’ingegnere. Negli articoli si accenna a due signore, rimaste anonime, sospettate di complicità, soggette agli arresti domiciliari. Il giudice, infatti, ha disposto il loro rilascio dopo una notte in guardina e un interrogatorio mattutino. Ha anche sollecitato di tenere segreta, per quanto possibile, la storia del “pentagono amoroso”: se finisse sui giornali, sarebbe una vera bomba che distruggerebbe per sempre la loro reputazione. Soltanto se riconosciute colpevoli, la loro reputazione potrebbe andare in frantumi come un vetro colpito da un grosso sasso.

Nel tardo mattino arriva la bionda infermiera scortata dal marito, medico della mutua.
E’ furente: ha dovuto prendersi un permesso dal lavoro.
L’indice del commissario, simile a un tergicristallo, impedisce l’accesso nel suo ufficio al medico: Mi permetta, signora, di ricordarle che la convocazione riguarda lei, non suo marito! Ma nulla gl’impedisce di attenderla qui, in corridoio, giacché non disponiamo di una saletta d’attesa. Se gradisce, può valersi dell’assistenza di un legale, anche se la reputo non necessaria, trattandosi di semplici domande. Non è inquisita e neppure sospettata di qualcosa!
E allora perché mi ha convocata?
Per porle domande necessarie all’espletamento di un’indagine in corso, molto delicata.
Proprio non la sopporta: ha il potere d’innervosirlo. Non a caso precisa: Sarà l’ispettrice a porle le domande.
Non aggiunge: “Qui finisce male!”
Anche l’ispettrice si trova immediatamente in difficoltà: Ma che cosa pretendete da me? – si lamenta la caposala - Cos’è tutto questo mistero?
L’ispettrice non perde la calma: Nessun mistero, soltanto alcune domande chiarificatrici su una vecchia segheria.
Una segheria? Ma che c’entra una segheria? Io non ho mai lavorato in una segheria!
Si accomodi e in pochi minuti avremo finito!
Ma l’infermiera è inquieta e bofonchia: Una segheria? Che storia è mai questa?
Di colpo il viso le s’illumina. Un momento! Non si tratta mica della vecchia segheria inquinata? E’ l’unica volta che ho avuto da fare con una segheria!
Non lascia neppure parlare l’ispettrice: Santo cielo, ma è una storia vecchia, morta e sepolta! Me n’ero dimenticata!
Insiste a ripetere: Una faccenda morta e sepolta!
L’ispettrice abbozza un lieve sorriso: Ne è sicura?
Così dicendo le sporge il giornale: la pagina aperta sul caso dell’ingegnere morto per il veleno del serpente corallo. In bella evidenza c’è la fotografia dell’immobiliarista, arrestato con l’accusa di aver architettato e attuato il delitto.
L’ispettrice le domanda con cortesia:
Questo signore lo riconosce?
Oh, per tutte le stelle del firmamento, com’è cambiato! Ne sono passati di anni, da allora! E ora è in galera proprio per la storia della vecchia segheria!
L’infermiera sgrana gli occhi e riesce a balbettare a malapena: Non mi dica!
Di colpo cambia atteggiamento e si affretta a spiegare, senza attendere le domande dell’ispettrice: Questo signore – e indica la fotografia nel giornale.
Venne da noi, all’associazione ambientalista nella quale militavo, per segnalare di probabile inquinamento. Com’era prassi in questi casi, per la verità rari, avviammo la pratica ed effettuammo immediatamente dei sopralluoghi.
S’interrompe di colpo e impallidisce: Ora capisco! Ci fu violazione di domicilio! Non avevamo i permessi necessari. C’intrufolammo nella segheria come dei ladri!
Il sorriso dell’ispettrice è solare e rassicurante: No! Quell’innocua intrusione non c’entra! Non ci fu denuncia e, ad ogni modo, sarebbe un reato prescritto. Non vogliamo soltanto sapere cosa accadde veramente in quei giorni.
Nell’infermiera si accentua la sorpresa e solleva le spalle: Non accade nulla di speciale di straordinario. Eseguimmo alcuni carotaggi e li mandammo a un laboratorio specializzato con sede a Parma, affinché fossero analizzati. Gli esiti furono positivi e, pertanto, la segnalazione d’avvelenamento per arsenico del terreno, fornitaci dall’immobiliarista, risultò esatta.
E fu allora che la vicenda finì sui giornali?
La bionda caposala dalla lunga treccia corruga la fronte pensierosa. Solleva lo sguardo e fissa con gli occhi azzurri l’ispettrice; poi la sorprende con una domanda: Ha presente la carta XIV dei tarocchi?
L’ispettrice trasale stupita, dissente e risponde, un poco risentita:
No! Non gioco a carte e non m’interessano gli oroscopi!
L’infermiera si affretta a spiegare:
Quella carta, che rappresenta la Temperanza intenta a mescere l’acqua da una brocca all’altra, come per purificarla, era il simbolo della nostra associazione ambientalista. E quella volta “la palla”, come l’acqua che transita in un'altra brocca, passò di mano: era la prassi! Io stessa ho informato i giornali e, tra i vari giornalisti, ho contatto personalmente Ettore, che era mio amico e convinto sostenitore delle battaglie ecologiste, come nel caso dell’ACNA in Val Bormida.
Comprendo! – annuisce l’ispettrice
Amalia tiene a ribadire, finalmente sorridente:
Proprio come con le brocche! Ogni volta che le analisi risultavano positive, poco importava se relative a corsi d’acqua, ai terreni, all’aria che si respira, si passava alla “brocca” successiva, che consisteva nel contattare i mass media e dare al caso più risonanza possibile. Una strategia che funzionava e che di solito si rivelava efficace, soprattutto con amministratori che diventano sensibili al problema soltanto se le notizie trapelano sui giornali e in televisione. Poi, se il caso, si passava “a una brocca” successiva, con dettagliata denuncia alla magistratura, tramite i nostri legali.
Nel caso della segheria fu presentata denuncia alla magistratura?
No! La segheria non era più in funzione e si trovava in uno stato di abbandono. Bastò la campagna mediatica,
Che era quanto l’immobiliarista sperava!
Mi sta dicendo che fummo strumenti ignari di una truffa?
Proprio così!
Ah, che brutta notizia!
L’infermiera palesemente s’intristisce.
Leggerò l’articolo, ma mi potrebbe anticipare qualcosa?
Era stato l’immobiliarista a spargere l’arsenico: non era un derivato della lavorazione!
Accidenti!
Amalia è una donna pronta, lesta di comprendonio.
Non mi dica che, in seguito, ha acquistato il terreno.
All’ispettrice basta assentire.
L’infermiera si colpisce la fronte con la mano.
Che stupidi! Non avrei mai creduto. Se ho ben inteso, noi “della Temperanza” siamo stati vittime di un raggiro.
E, anche, involontari complici.
Mi faccia rivedere quella brutta faccia!
Poi ammette:
Avrei voglia di sputarci sopra, ma non servirebbe a niente e insozzerei soltanto il giornale.
Scuote il capo per il disappunto:
Spero che lo teniate a lungo al fresco, ‘sto bellimbusto: truffatore e assassino!
Ancora una domanda.
Dica pure!
Potrebbe confermare, con una dichiarazione scritta, che fu lei a contattare il giornalista, dopo aver ricevuto l’esito positivo delle analisi?
Ma certo! Volentieri!
Ancora una volta la caposala si dimostra fulminea nel capire:
Un favore che devo al buon Ettore!
Mi tolga una curiosità: quando venne da voi, all’associazione ambientalista, come si comporto l’immobiliarista?
Gli occhi del cielo primaverile sembrano sorridere: Sembrava un gentiluomo e, soprattutto, pareva sincero. In almeno due occasioni andammo a cena insieme, con tutti i membri dell’associazione, e fu sempre lui a pagare.
Un sospiro profondo.
Mi sembra incredibile! Ma è proprio lui l’assassino dell’ingegnere? Però, che fantasia! Beh, di certo di fantasia ne aveva da vendere! Come ha dimostrato con la faccenda della segheria.
Riguarda la fotografia sul giornale.
Però, com’è cambiato! Quando l’ho conosciuto, era sicuramente meno robusto. Come si è ingrassato! Il ricordo che ho di lui è di una persona squisita, affabile, simpatica. Mi sembra possibile che possa essersi trasformato in un fantasioso assassino!
Alle cene cui ha accennato, il “Diablo” veniva solo o in compagnia di qualche donna?
Mi faccia pensare… mi pare che fosse solo. Sì! Era sempre solo! Mi scusi la domanda: ma che ci azzecca la vecchia segheria in abbandono con la morte dell’ingegnere.
Pare che sia stato l’ingegnere, casualmente suo amico, a scoprire la truffa durante una capillare perizia per conto di una grande società commerciale, interessata a costruire un supermercato che interesserebbe anche il terreno della segheria.
Ah, un grosso affare!
Un affare che rischiava di trasformarsi in una bolla di sapone, proprio per colpa di quell’arsenico.
L’infermiera si esibisce in una smorfia.
Non sta a me a giudicare; ma, per quel poco che ho avuto modo di conoscere il “Diablo”, non mi pareva un assassino. Forse un po’ birichino; ma non un assassino! Pensi che m’invitò a ballare i balli latino-americani, quando scoprì che ne ero appassionata. Ovviamente da soli. Oh sì, se era birichino! Ci andai una volta, poi capii a cosa mirava e non ci siamo più rivisti. E ora eccolo apparire sul giornale, nella pagina della cronaca nera. Non avrei mai creduto!
L’ispettrice si sente in dovere di precisare: Pare che vi siano anche questioni sentimentali.
L’infermiera alza le braccia:
La faccenda, allora, cambia completamente! Pensi che quando venne a segnalare l’inquinamento nella segheria arrivò su una “Panda” sgangherata e tutta impolverata. Poi, quando venne a prendermi, per portarmi a ballare i balli latino-americani, arrivo con la “Maserati”. Avrei dovuto capire già allora che era un gran furbastro!
E’ già sull’uscio, quando si rivolge verso l’ispettrice: Potrebbe farmi una cortesia?
Dica!
Porga le mie scuse al commissario per ieri: non avevo inteso, non sapevo! Se gradisse, lo inviterei a cena, a casa mia, con la sua signora.

continua

Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di numerosissime opere fra cui 22 romanzi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi, 18 gialli noti come "gli enigmi del commissario" e 3 saggi sulla storia dei templari e l'esoterismo occidentale. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".