TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 18 ottobre 2019

D'Ottobre Francesco



giovedì 17 ottobre 2019

Il mito dell'ONU




Di fronte all'aggressione turca ai curdi del Rojava, ancora una volta è emersa la sostanziale impotenza dell'ONU a far rispettare la pace e il diritto internazionale. Si tratta di una vecchia storia, come dimostra l'articolo, scritto nell'ormai lontano 2001 in occasione di un'altra guerra purtroppo ancora in corso, che riproponiamo considerandolo quanto mai attuale.

Giorgio Amico

Il mito dell’ONU

La guerra in Afghanistan divide la sinistra. Mentre i DS si schierano apertamente per l'intervento americano, Rifondazione, cossuttiani, Manifesto e parte della CGIL sostengono la necessità di un intervento delle Nazioni Unite, quasi che l'ONU rappresentasse una credibile alternativa all'imperialismo. In realtà, mezzo secolo di guerre con decine di milioni di morti mostrano non solo la totale impotenza delle Nazioni Unite a assicurare una gestione pacifica, diplomatica e non militare dei conflitti, ma la natura di vera e propria agenzia dell'imperialismo svolta dall'ONU in tutto il secondo dopoguerra.

Il nome "Nazioni Unite", coniato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt, appare per la prima volta nella "Dichiarazione" del 1 gennaio 1942, con cui i rappresentanti di 26 nazioni impegnano i loro governi ad una lotta a fondo contro le potenze dell'Asse. Punto di riferimento è l'esperienza da poco conclusa della Lega delle Nazioni, l'organizzazione internazionale nata all'indomani della prima guerra mondiale e definita da Lenin "covo di briganti imperialisti". Nel 1945 i governi di 50 nazioni firmano la Carta costitutiva redatta dalle potenze vincitrici: Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia, Gran Bretagna e Cina. La "Carta" si presenta come un gigantesco monumento fatto di parole, piena di frasi ad effetto sui grandi principi, ma povera di indicazioni concrete e vincolanti sul come mantenere la pace. 

Nei fatti la nuova organizzazione internazionale sancisce la spartizione del mondo fra USA e URSS definita dagli accordi Yalta, relegando in un ruolo secondario le vecchie potenze coloniali GB e Francia, mentre la Cina nazionalista, dal 1949 ridotta all'isola di Taiwan, gode di un riconoscimento meramente formale. Come sempre sono gli accordi non scritti a funzionare meglio. Così nel 1950 Stalin non si avvale del diritto di veto, di cui l'URSS dispone come membro permanente del Consiglio di Sicurezza, per bloccare l'intervento militare americano in Corea. Sei anni più tardi Eisenhower renderà il favore lasciando che i carri armati russi soffochino nel sangue la rivoluzione ungherese. 

Almeno fino alla fine degli anni Ottanta e al crollo dell'Unione Sovietica l'ONU funzionerà principalmente come garante degli equilibri di un mondo bipolare. L'unica politica portata avanti con determinazione sarà quella della decolonizzazione, ma sempre nell'ottica degli interessi dominanti di USA e URSS, tese a sostituirsi alle vecchie potenze europee nel controllo delle materie prime e dei mercati afroasiatici. Quando, come nel 1956 a Suez o nel 1960 in Congo, gli avvenimenti sembreranno sfuggire di mano , minacciando gli equilibri della guerra fredda, allora le Nazioni Unite con il voto determinante di Stati Uniti e Unione Sovietica faranno sentire la loro voce.

Per decenni, nell'epoca della "guerra fredda", le due superpotenze avranno mano libera all'interno ciascuna della propria sfera "imperiale", senza che l'ONU trovi qualcosa da eccepire. Al massimo vaghe proteste e ancora più vaghi pronunciamenti, in un gioco delle parti che lascia le cose come stanno, soprattutto nel cosiddetto "Terzo Mondo", campo di battaglia fra imperialismi vecchi e nuovi. Di fronte a 138 guerre "locali" con decine di milioni di morti fra il 1945 e il 1989, stanno, vero monumento all'ipocrisia del mondo borghese, migliaia di risoluzioni di condanna, tutte assolutamente prive anche del minimo effetto pratico. Tale è la risoluzione 242 del giugno 1967 che intima a Israele il ritiro dai territori occupati di Cisgiorgania e Gaza, così come i numerosi documenti di condanna del blocco americano a Cuba. 

Prodotto negli anni della seconda guerra mondiale della diplomazia americana, l'ONU è stato negli anni del bipolarismo il principale strumento della supremazia delle due grandi potenze, stanza di compensazione fra gli interessi russi e quelli americani. La fine dell'URSS e della divisione del mondo sancita a Yalta segna anche la fine di questi equilibri ed evidenzia il logoramento degli strumenti diplomatici, come l'ONU, pensati per gestirli. Il "grande gioco" in atto in Asia Centrale, come la guerra del Golfo o i conflitti nei Balcani e nel Caucaso, segnano, seguendo scrupolosamente le linee degli oleodotti e dei campi petroliferi, lo scatenarsi di nuove contese per la supremazia. La guerra torna ad essere la continuazione "con altri mezzi" della politica e dell'economia. "Socialismo o barbarie", l'accorato appello di Rosa Luxemburg ai proletari agli inizi del secolo passato, torna ad essere agli inizi di questo nuovo secolo la parola d'ordine degli internazionalisti.

L'Internazionale, n.29 – Novembre 2001

martedì 15 ottobre 2019

Stragi e golpe. Un filo nero lungo quarant'anni




Nel 1990 Giulio Andreotti rivela ufficialmente l'esistenza dell'organizzazione Gladio. Una realtà eversiva di cui comunque già si conosceva l'esistenza, come dimostra questo nostro articolo apparso ben tre anni prima su Bandiera Rossa, organo della sezione italiana della Quarta Internazionale. Come prevedevamo Delle Chiaie, mancato qualche giorno fa, non fece rivelazioni e forse anche per questo trascorse libero e indisturbato il resto dei suoi giorni, come peraltro la quasi totalità dei personaggi (militari e civili) coinvolti in quegli avvenimenti. A distanza di più di trent'anni ci pare che l'impianto dell'articolo, che richiese una lunga e dettagliata ricerca sulla base dei materiali allora conosciuti, ancora regga. Sicuramente regge la denuncia dell'ipocrisia profonda del termine "servizi deviati", coniato allora dal PCI e ancora oggi largamente usato nonostante l'enorme mole di dati anche giudiziari accumulatasi negli anni dimostri che di tutto si trattò meno che di deviazioni di singoli o di gruppi. 

Giorgio Amico

Un filo nero lungo quarant'anni

Si celebra in queste settimane a Bologna il processo per la strage alla stazione di sette anni fa. Nella requisitoria dei giudici si possono leggere i nomi degli esecutori e sono indicati con chiarezza i mandanti e la logica politica della strategia che ha lasciato una scia di sangue e di terrore sugli ultimi vent'anni di vita italiana. Avremo, questa volta, una sentenza in grado di accordare la verità e la giustizia? Non si può dimenticare che chi ha lavorato contro questa possibilità è sempre al suo posto. Il filo nero che, oltre le stragi, lega quarant'anni di minacce autoritarie non è mai stato reciso.

L'arresto di Stefano Delle Chiaie alla fine del mese di marzo e la sua estradizione in Italia hanno contribuito a ridestare l'attenzione dei mass media sulle stragi nere che hanno insanguinato il nostro paese negli ultimi vent'anni. Dalle sue deposizioni al processo per la strage di Bologna, in corso in queste settimane, o in altra sede, qualcuno si attende clamorose rivelazioni che contribuiscano a far luce su questi orrendi crimini, sui loro esecutori e mandanti politici, mentre non si è spento l'eco dell'inquietante balletto di competenze fra i vari uffici giudiziari che, come il processo per la bomba di Piazza Fontana insegna, è la più sicura via all'insabbiamento.
Ma, ammesso che Delle Chiaie collabori con i giudici, è poi lecito aspettarsi rivelazioni clamorose? Da ciò che l'esponente neofascista ha già dichiarato in interviste e, sembra, durante l'audizione disposta dalla commissione parlamentare sulle stragi e sul terrorismo nonché nel corso delle udienze del processo di Bologna, sembrerebbe proprio di no.
Il particolare l'ex capo di Avanguardia Nazionale ha fatto cenno all'esistenza di una struttura di sicurezza, nata dopo la seconda guerra mondiale e utilizzata anche per fini di politica interna. Questa struttura occulta avrebbe materialmente organizzato gli attentati, infiltrando e utilizzando le organizzazioni di destra, per poi depistare le indagini.
Tutto ciò è altamente verisimile e concorda con quanto, ed è molto, già si conosce sulla strategia del terrore. Ma non rappresenta certo una novità. Il fatto è che, già a partire dal libro-inchiesta La strage di Stato nel 1970 il quadro in cui si attua la strategia terroristica neofascista è sostanzialmente delineato, così come i mandanti, i finanziatori, gli esecutori. Non a caso nel libro in questione ricorrono nomi, come quelli di Sindona e Marcinkus, destinati a diventare tristemente noti negli anni successivi. Per cui, come Bandiera Rossa sosteneva all'indomani della strage di Natale del 23 dicembre 1984, “IL problema non è tanto quello di compiere vere e proprie indagini, quanto di mettere i tasselli di un mosaico il cui disegno è ormai chiaro, di unificare fatti e indizi, di leggerli con una logica politica diversa da quella dell'ideologia di regime”1.
Prima di tutto, occorre sgomberare il campo dall'ostacolo rappresentato dalla cosiddetta tesi dei servizi segreti “deviati”. Tesi certamente comoda perché permette di non fare i conti con ciò che realmente rappresenta l'apparato repressivo dello Stato borghese, ma del tutto illusoria. In realtà di tutto si può parlare meno che di deviazionismo dei servizi segreti, il cui compito principale, ed è l'intera storia della Repubblica a confermarlo, è proprio consistito nel porre sotto tutela, prima per conto direttamente degli americani e poi della NATO, l'evoluzione del quadro politico italiano.
È una trama che parte da lontano, prima ancora della nascita dello Stato repubblicano...

Il referendum istituzionale del 1946

Intorno alla questione dell'assetto istituzionale dello Stato si combatte nei primi mesi del 1946 la prima grande battaglia democratica dell'Italia del dopoguerra. Nel timore che la caduta della monarchia agevoli l'andata al potere della sinistra e i particolare del PCI, l'intero schieramento borghese da l'Uomo Qualunque ad ampi settori della gerarchia cattolica e della DC, fa blocco attorno ad Umberto di Savoia.
I fautori della monarchia non si limitano alle manovre elettorali, ma si preparano anche sul piano militare. Si stringono contatti con i movimenti clandestini fascisti sorti già all'indomani della Liberazione con la connivenza delle autorità militari anglo-americane, si apprestano piani operativi che prevedono l'effettuazione di una campagna di provocazione e di attentati da attribuire alle sinistre e poi l'intervento di unità militari fedeli, essenzialmente dell'Arma dei carabinieri.
Grazie all'aperto appoggio di larga parte dell'apparato statale, non epurato e ancora monarchico, nascono così i Reparti antitotalitari antimarxisti monarchici (RAAM), vere e proprie formazioni paramilitari di cui fanno parte nostalgici del ventennio e della monarchia.
Ai RAAM appartengono molti alti ufficiali dei carabinieri e i più elevati dirigenti della polizia, sotto la supervisione di ciò che resta dei servizi segreti (SIM) e con stretti addentellati con organizzazioni criminali come la mafia siciliana (2).
È in questa occasione che per la prima volta si tenta di coalizzare insieme in funzione anticomunista gruppi paramilitari fascisti ed elementi anche di spicco del movimento partigiano. Cardine di questo intreccio è Edgardo Sogno, monarchico e liberale, durante la Resistenza a capo di una formazione - l'organizzazione Franchi - alle dirette dipendenze dell'OSS, il servizio segreto americano. Altro elemento di rilievo è il maggiore Enrico Martini "Mauri", già a capo delle formazioni badogliane in Piemonte e acceso anticomunista.
Sono fascisti, partigiani bianchi, alti gradi delle forze armate e della polizia, servizi segreti e organizzazioni criminali a formare già in questi primi mesi del 1946 un amalgama golpista che riapparirà puntuale ad ogni snodo cruciale della storia della repubblica come strumento di condizionamento occulto dell'evoluzione politica del paese.

Le elezioni politiche del 1948

La vittoria della repubblica il 2 giugno 1946 non segna di certo la fine delle trame golpiste. avviene tuttavia un cambiamento non di scarso rilievo: alla destra monarchica si sostituisce nel ruolo di sfruttamento e protezione politica dell'eversione la Democrazia cristiana ormai a tutti gli effetti espressione delle più importanti frazioni della borghesia italiana.
Queste manovre si intensificano con l'estromissione dal governo dei ministri comunisti e socialisti nella primavera del 1947. Come testimonia un'anonima informativa da Torino all'ufficio "I" dell'Arma dei carabinieri, nel mese di novembre l'apparato clandestino costituitosi alla vigilia del referendum istituzionale rimane in piena attività in vista di un possibile confronto armato con il movimento operaio e le sue organizzazioni. dopo aver evocato lo spettro d un'imminente insurrezione comunista nel triangolo industriale, il documento passa in rassegna lo stato delle forze filogovernative e conclude:
" ... a capo di queste forze dell'ordine [sono] noti e stimati comandanti di formazioni partigiane democristiane e monarchiche come il maggiore effettivo dell'esercito Martini 'Mauri'... Ogni giovedì questi capi si incontrano, si scambiano informazioni, per tenersi pronti a predisporre dei piani di controinsurrezione. 'Ci stiamo ritrovando e riorganizzando, essi dicono, quindi per i comunisti le cose non saranno troppo lisce' " (3).
I servizi speciali americani non sono di certo estranei a queste iniziative. È un momento di forti cambiamenti a Washington causati dalla guerra fredda e dal ruolo di potenza globale ormai giocato dagli USA e anche i servizi segreti assumono dimensioni nuove. nel settembre del 1947 la CIA sostituisce il vecchio e ormai inadeguato Office Strategic Service (OSS) da cui durante la guerra dipendevano in Italia uomini come Sogno, Martini "Mauri" e un certo Fumagalli che negli anni della strategia della tensione troveremo a capo di un fantomatico Movimento di azione rivoluzionaria (MAR).
Il 10 ottobre 1947 l'ambasciatore americano a Roma, James Dunn, in un telegramma al segretario di Stato Marshall, auspica la necessità di "formulare piani, compresi quelli per un'assistenza militare attiva, per il caso che se ne manifesti la necessità nel prossimo inverno o nella prossima primavera". Va comunque evitato un coinvolgimento diretto di truppe americane; per questo, in vista di uno scontro con le sinistre ormai improcrastinabile, vengono approntate - in accordo con le autorità italiane - strutture "parallele" in grado di affrontare ogni tipo di emergenza al di là di ogni possibile controllo parlamentare.
"Già nei primi mesi del 1948 - dichiarerà trent'anni più tardi l'ex ministro dell'Interno Mario Scelba - era stata messa a punto un'infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L'intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni e alla loro testa era stato designato in maniera riservata, per un eventuale momento di emergenza, una specie di prefetto regionale... un uomo di sicura energia e di assoluta fiducia. L'entrata in vigore di queste prefetture sarebbe stata automatica nel momento in cui le comunicazioni con Roma fossero state, a causa di una sollevazione, interrotte: allora i superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base a un piano preordinato, che cosa fare" (4).
L'8 marzo del 1948, alla vigilia delle elezioni, il National Security Council americano discute della situazione esistente in Italia. dato per scontato che "una maggioranza per il Blocco del popolo non è improbabile" e che ciò minaccerebbe seriamente "gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti nel Mediterraneo", il NSC sostiene tra l'altro la necessità di "fornire ai gruppi clandestini anticomunisti [cioè ai neofascisti] assistenza finanziaria e militare". La proposta è personalmente approvata dal presidente Truman e diventa immediatamente operativa (5).

L'adesione dell'Italia alla NATO

Come sappiamo, nonostante i timori dell'amministrazione Truman, il Fronte popolare non vinse le elezioni; ciò non valse tuttavia a modificare in nulla la politica americana di appoggio ai gruppi armati neofascisti.
All'inizio del 1950 giungono in Italia Carmel Offie, supervisore dei servizi segreti italiani per conto della CIA, e James Angleton, ex dirigente dell'OSS. I due contattano ex ufficiali repubblichini ed ex dirigenti fascisti in vista della costituzione di un "fronte nazionale" anticomunista sotto la guida dell'ex capo della X MAS, Valerio Borghese. Il progetto viene poi provvisoriamente accantonato per essere ripreso con la stessa sigla e con gli stessi uomini vent'anni più tardi, alla vigilia della strategia della tensione (6).
Il 23 settembre 1950 il Consiglio dei ministri approva la legge per la difesa civile proposta dal ministro dell'Interno Scelba. Formalmente il costituendo servizio di difesa civile dovrebbe farsi fiancheggiare carabinieri e polizia in caso di gravi calamità naturali. In realtà sotto la supervisione del generale dei carabinieri Pieche, ex ufficiale del SIM prima al servizio di Franco e poi del sanguinario capo degli ustascia Ante Pavelic, viene costituito un vero e proprio corpo separato composto da "volontari" reclutati tra gli avanzi delle Brigate nere.
Sono anni di repressione sistematica contro i lavoratori e le forze di sinistra. In tre anni, a partire dal 1948, 62 sono gli assassinati, 3.126 i feriti, 92.162 gli arrestati di cui 19.306 condannati a ben 8.441 anni di carcere complessivo. Nemmeno il tribunale speciale del fascismo aveva saputo fare di meglio (7).
Anche in questo frangente i partigiani bianchi sono tra i più accesi sostenitori della caccia ai comunisti. Il presidente dell' ENI, Enrico Mattei, vicepresidente dell'Associazione dei partigiani democristiani, fissa i compiti degli associati nel sorvegliare nelle fabbriche i sovversivi, opporsi all'azione dei comunisti che, anche mascherata da fini sindacali, mira a sabotare l'efficienza dell'apparato produttivo, scoprire e segnalare fonti di finanziamento delle organizzazioni operaie, ostacolare con ogni mezzo l'accesso dei comunisti a posti di responsabilità.
Intanto nell'agosto del 1949 l'Italia è entrata a far parte della NATO. Tra i vari obblighi che tale adesione comporta, alcuni riguardano direttamente i servizi segreti, che vengono completamente riorganizzati sotto la supervisione della CIA e utilizzati, secondo appositi protocolli ancora segreti, in funzione "antisovversiva", cioè antioperaia e antidemocratica.
L'appoggio ai neofascisti diventa aperto. Nell'agosto 1952 si svolge il primo campo paramilitare neofascista pubblico, organizzato dall'associazione giovanile missina a Lavazé in Trentino. Vi si tengono lezioni teoriche e addestramento allo scontro fisico e al sabotaggio. Il campo scuola viene significativamente denominato "Ordine Nuovo", un nome questo che ritroverà frequentemente nella storia dell'eversione nera.
Qualche nese prima il comando dello Stato Maggiore delle forze armate americane aveva indirizzato al servizio segreto italiano un memorandum al fine di impegnarlo ad attuare gli obiettivi di un piano permanente di offensiva anticomunista chiamato in codice "Demagnetize".
Nel documento si legge tra l'altro:
"L'obiettivo ultimo del piano è quello di ridurre le forze dei partiti comunisti, le loro risorse materiali, la loro influenza nei governi italiano e francese e in particolare nei sindacati, in modo da ridurre al massimo il pericolo che il comunismo possa trapiantarsi in Italia e in francia, danneggiando gli interessi degli Stati Uniti nei due paesi... La limitazione del potere dei comunisti in Italia e in Francia è un obiettivo prioritario: esso deve essere raggiunto con qualunque mezzo" (8).

Il centrosinistra e il piano "Solo"

Nel 1962 nasce sotto la guida di Amintore Fanfani il primo governo di centrosinistra, un tripartito DC-PSDI-PRI con l'appoggio esterno dei socialisti. Pochi mesi prima, il 22 novembre 1961, il segretario democristiano Aldo Moro aveva dichiarato in televisione ormai inevitabile e necessaria l'apertura al PSI. Tanto era bastato a gettare nel panico l'apparato spionistico americano in Italia. Nei giorni immediatamente successivi a questo storico annuncio all'ambasciata USA di roma si tiene una riunione segreta dei massimi dirigenti militari e della CIA in Europa. Si parla di impedire con ogni mezzo l'andata al governo dei socialisti, si discute di un intervento aperto di unità militari NATO. Il capo della CIA a Roma, Thomas Karamessines, più realisticamente sostiene che invece di opporsi apertamente sia meglio svuotare dall'interno la svolta democristiana da ogni significato innovatore (9).
Gli uomini della CIA concertano insieme ai responsabili dei servizi italiani (SIFAR), De Lorenzo e Rocca, un'azione di disturbo al tentativo di Moro. Vengono costituite "squadre d'azione" per compiere attentati da attribuirsi alle sinistre in modo da esigere poi in nome delle "forze sane" della nazione severe misure di emergenza da parte del capo dello Stato e del governo.
A tal fine vengono utilizzati gli archivi della stazione CIA di Roma, contenenti oltre duemila nominativi di uomini "capaci di uccidere, piazzare bombe e ordigni incendiari, fare propaganda", membri di formazioni di estrema destra che da tempo hanno offerto agli americani i loro servizi in funzione anticomunista (10).
Gruppi di "volontari" si formano in molte città italiane tra cui Milano, Torino, Genova. "Sono gruppi - dichiarerà il senatore Ferruccio Parri alla commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti dell'estate '64 - di civili, di ex militari, di ex carabinieri... Questi gruppi avrebbero dovuto assecondare il colpo che il generale De Lorenzo aveva preparato, anche con funzione di agenti provocatori, con funzione di squadre di appoggio dei reparti dei carabinieri".
È il famoso piano "Solo" che prevede l'intervento dei reparti corazzati dell'Arma dei carabinieri, l'arresto e la deportazione in appositi campi già predisposti in Sardegna di migliaia di militanti di sinistra, secondo liste scrupolosamente aggiornate che risalgono almeno ai primi anni cinquanta. Il piano del tutto simile, data la comune matrice NATO, al golpe dei colonnelli greci dell'aprile '67, non verrà mai attuato, ma otterrà comunque lo scopo di condizionare pesantemente in senso moderato l'andamento della vita politica italiana.

L'autunno caldo e la strategia della tensione

Svuotata, anche grazie alle manovre occulte dei servizi, di ogni reale contenuto innovatore, l'apertura ai socialisti si rivela ben presto per quello che è: un'abile operazione trasformistica gestita dalla DC che tenta di inserire una parte della sinistra nel proprio sistema di potere allo scopo di dividere e penalizzare il movimento operaio.
Ma le profonde contraddizioni sociali, conseguenza diretta del selvaggio boom economico prima e della recessione poi, spingono alla lotta la classe operaia, mentre una nuova generazione di studenti si radicalizza in risposta all'esaltante esempio che viene da Cuba e dal Vietnam.
Le lotte si allargano, si generalizzano, tendono in alcuni casi a sfuggire al controllo sindacale. Per la prima volta si manifesta il fenomeno degli scioperi selvaggi. L'ondata della contestazione investe l'università, mentre cresce la mobilitazione antimperialista. Crollano i vecchi steccati risalenti agli anni della guerra fredda e si fa sempre più forte l'esigenza dell'unità sindacale.
Democrazia cristiana, americani, Confindustria, vaticano ritengono che occorra riportare all'ordine l'Italia. Nasce la strategia della tensione. Vengono recuperati Sogno, i partigiani bianchi e il Fronte nazionale di Valerio Borghese "in sonno" dagli anni cinquanta. I burattinai sono sempre gli stessi: la CIA e i vari "uffici speciali" targati NATO.
Dal 3 al 5 maggio 1965 si svolge, con il patrocinio neppure troppo occulto dei vertici militari, all'Hotel Parco dei Principi di Roma il famoso convegno sulla "guerra rivoluzionaria" in cui relazionano personaggi come Guido Giannettini e Pino Rauti. È l'atto di nascita ideologico, e forse anche organizzativo, della strategia del terrore.
Sul piano operativo vengono discusse diverse linee strategiche; al centro di tutte si collocano le forze armate, considerate l'unico baluardo nei confronti del comunismo. esse tuttavia non debbono agire da sole ma operare con l'appoggio di gruppi irregolari di civili (11).
È la tesi esposta fra gli altri dal giornalista fascista Beltrametti, imperniata sull'esistenza di uno "stato maggiore parallelo, composto di militari e civili, il quale... agendo nella clandestinità, provveda a mobilitare l'apparato predisposto, formato di cittadini sicuri, tra i quali alcuni addestrati alla guerra di guerriglia". Beltrametti sostiene questa tesi in un volume, Guerra e megatoni, la cui prefazione è firmata dal generale Liuzzi, già capo di stato maggiore dell'esercito, il quale, tra l'altro, sostiene la necessità di costituire già in tempo di pace "forze per la difesa territoriale... composte di militari e civili prenotati (convenientemente e clandestinamente addestrati), con stati maggiori misti (militari e civili)".
Come scrive il De Lutiis nella sua illuminante Storia dei servizi segreti, "i servizi paralleli, che fino ad allora avevano addestrato civili da utilizzare in appoggio a eventuali colpi di stato militari, ora cominciavano a esercitarli alla tecnica dell'attentato" (12).
Nel 1968 viene ricostituito il Fronte nazionale di Valerio Borghese, nello stesso anno la "scuola guastatori" del SID di Capo Marrargiu in sardegna viene riorganizzata sotto la guida di "tecnici" americani. nella base vengono addestrati alla controguerriglia e al sabotaggio migliaia di giovani neofascisti che, una volta tornati alle loro zone di origine, restano a disposizione dei servizi segreti, collegati in gruppi ristretti e forniti di armi ed esplosivi, diretti da ufficiali della struttura "I" dell'esercito (13).
Sempre nel 1968 avvengono i primi attentati ai treni e alla Fiera di Milano, attribuiti dalla polizia e dalla stampa agli anarchici. Il 12 dicembre 1969 è la volta della strage di Piazza Fontana a Milano. Nasce il Movimento politico Ordine nuovo di Clemente Graziani, mentre Stefano Delle Chiaie ricostituisce Avanguardia Nazionale, ritenuto anche a destra il braccio operativo dell'Ufficio affari riservati del ministero dell'Interno.
Il 1970 è l'anno del golpe Borghese e dell'occupazione fantasma del Viminale. Ricompaiono i partigiani bianchi; mentre il MAR di Carlo Fumagalli sigla una serie di attentati, secondo Valerio Borghese i militari distribuiscono armi "in parte a pochi fascisti e in maggior parte ad ex partigiani bianchi".

La Rosa dei Venti e i protocolli segreti della NATO

Non rientra negli scopi di questo breve lavoro una trattazione sistematica delle trame nere che hanno insanguinato l'Italia a partire dal 1969. Ciò che ci interessa è dipanare un filo che, come si è visto, ha origini lontane e lega indissolubilmente servizi segreti e apparati militari italiani e stranieri sotto la costante supervisione della NATO.
Nel 1973 scoppia il caso dell'organizzazione eversiva denominata "Rosa dei Venti" che vede implicati una serie di alti ufficiali, tutti in stretti rapporti con l'Ufficio guerra psicologica del comando NATO di Verona, responsabile di servizi segreti, neofascisti e partigiani bianchi.
Si scopre così che l'Ufficio di guerra psicologica è una struttura di rilevante importanza strategica, legata strettamente alla CIA, incaricata tra l'altro di studiare le varie strategie psicologiche da usare in caso di colpi di Stato, guerre civili, sommosse, controguerriglie. In quel periodo l'Ufficio avrebbe dedicato particolare attenzione allo studio "scientifico" degli effetti destabilizzanti della strategia della tensione (14).
Uno dei principali imputati, il colonnello Amos Spiazzi, riconosce durante gli interrogatori cui viene sottoposto dai magistrati l'esistenza di una "organizzazione di sicurezza delle forze armate, che non ha finalità eversive ma si propone di proteggere le istituzioni contro il marxismo". Di questa organizzazione clandestina non fanno parte solo militari ma anche "civili, industriali, politici" a ulteriore conferma dell'esistenza di quegli "stati maggiori misti" di cui si è visto discutere fascisti e generali al convegno dell'Hotel Parco dei Principi.
Il colonnello Spiazzi, quindi, ammette le accuse ma rivela che l'organizzazione eversiva di cui è accusato di far parte è una struttura ufficiale anche se segretissima della NATO, con carattere sovranazionale e allo scopo di impedire la conquista delle leve dello Stato da parte dei comunisti e più in generale delle sinistre (15).
Come non pensare immediatamente al piano "Demagnetize" e ai piani operativi del National Security Council americano della fine degli anni quaranta? A conferma di quanto ammesso dallo Spiazzi, il capo del SID, generale Vito Miceli, riconosce nel corso della stessa inchiesta l'esistenza da sempre all'interno dei servizi segreti di "una particolare organizzazione segretissima, che è a conoscenza delle massime autorità dello Stato... Un organismo che assolve compiti pienamente istituzionali, anche se si tratta di attività ben lontane dalla ricerca informativa..." (16).
l'esistenza di un'organizzazione di questo tipo, operante in totale segretezza al di fuori di ogni controllo, troverebbe la sua ragione d'essere in protocolli aggiuntivi segreti, stipulati nel 1949 contestualmente alla firma del Patto atlantico.
Questi accordi, cui ha fatto diretto riferimento l'esponente socialista Rino Formica all'indomani della strage del 23 dicembre 1984, "prevedono l'istituzione di un organismo non ufficiale, anzi giuridicamente inesistente, preposto a garantire con ogni mezzo la collocazione dell'Italia all'interno dello schieramento atlantico, anche nel caso che l'elettorato si mostri orientato in maniera difforme" (17).
Chi scrive è sempre il De Lutiis, il cui libro è stato dal senatore Gualtieri, presidente del comitato parlamentare per i servizi di sicurezza, consigliato ai membri della commissione perché "opera seria e documentata"!
Che senso ha, allora, insistere come fa il PCI sulle "deviazioni" dei servizi segreti e sui generali "felloni"? Tesi insostenibile alla luce di quanto già si conosce ma che certo ha il pregio di essere compatibile con le professioni di fedeltà all'alleanza atlantica.
Che senso ha denunciare, come fa l'Unità, che "non è in Italia il punto finale" della politica occulta (18), se poi ci si arrampica sugli specchi per non tirare in ballo gli Stati Uniti e gli accordi che ci legano ad essi?
Ma allora, come in altra occasione affermava il nostro giornale, "se così stanno le cose, se la NATO è lo strumento che lega al personale politico americano l'Europa privandola della sua sovranità nazionale su questioni di vita o di morte, che cos'altro si può auspicare e chiedere per l'Italia se non l'uscita dalla NATO?" (19).
"Fuori l'Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia!", gridavamo nei cortei del '68. Continuare in questa lotta è un impegno che, come marxisti rivoluzionari, abbiamo assunto anche verso le vittime innocenti di vent'anni di stragi impunite.

Note

1. Cfr. "Una proposta al movimento operaio per non arrendersi al terrore", in Bandiera Rossa del 20 gennaio 1985.
2. Cfr. P.G. Murgia, Il vento del Nord. storia e cronaca del fascismo dopo la Resistenza, Milano 1975,pp. 210-11.
3. Cfr. G. Boatti, Le spie imperfette, Milano 1987, pp. 309-10.
4. Cfr. A.Gambino, Storia del dopoguerra dalla liberazione al potere DC, Bari 1975, pp. 473-74.
5. Ampi stralci del documento in: A. Gambino, "Se il 18 aprile il Fronte avesse vinto", in L'Espresso del 23 aprile 1978.
6. Cfr. P.G. Murgia, Ritorneremo, Milano 1976, p. 213 e sgg.
7. Cfr. G. Scarpari, La Democrazia cristiana e le leggi eccezionali 1950-1953, Milano 1977, p.9.
8. Cfr. R. Faenza, Il malaffare, Milano 1978, pp. 313-14.
9. L'episodio è ricostruito con abbondanza di particolari in E. Catania, La lunga mano della CIA, Milano 1974, pp. 74-5 e G. de Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Roma 1984, pp. 69-70.
10. R. Faenza, op. cit., p. 369.
11. Vedere la ricostruzione dei lavori del convegno in La destra radicale, a cura di F. Ferraresi, Milano 1984, pp 58-9.
12. G. De Lutiis, op. cit., p. 131.
13. Ivi, p. 13 sgg.
14. L'Espresso del 27 gennaio 1974.
15. G. De Lutiis, op. cit., p. 107 e sgg.
16. Ivi, p. 129.
17. Ivi, p. 126.
18. Vedere l'intervista del giudice Giovanni Tamburino su l'Unità dell'11 gennaio 1987.
19. Cfr. "Né chiara denuncia né mobilitazione", in Bandiera Rossa del 30 settembre 1984.

Bandiera Rossa, Agosto-settembre 1987


Cuneo ricorda il Che.


sabato 12 ottobre 2019

Altare ricorda il massacro xenofobo di Aigues-Mortes (1893)




Comune di Altare
ANPI Sezione di Altare

Cerimonia di commemorazione e posa targa in memoria dell’emigrante operaio Lorenzo Rolando ucciso all’età di 31 anni, il 17 agosto 1893 a Aigues Mortes Vttima innocente della violenza xenofoba.

ALTARE
Venerdì 18 ottobre 2019

ORE 9.45: INCONTRO DAVANTI AL PALAZZO COMUNALE

ORE 10: INIZIO CERIMONIA
- Saluto del Sindaco e delle Autorità
- Intervento Parenti della Vittima
- Benedizione targa
Orazione ufficiale del prof. Enzo Barnabà

Parteciperà una rappresentanza delle ragazze e dei ragazzi delle scuole di Altare

ORE 17 SALA CONVEGNI DI VILLA ROSA

Presentazione del libro ed incontro con l’autore, prof.Enzo Barnabà
“AIGUES MORTES, IL MASSACRO DEGLI ITALIANI


Le eredità del ’68 e i movimenti delle donne degli anni Settanta




Le eredità del ’68 e i movimenti delle donne degli anni Settanta

Giornate di formazione rivolte ai docenti agli studenti interessati e alla cittadinanza
Venerdì 25 e Sabato 26 ottobre 2019
Savona Palazzo della Provincia e Sede ISREC

Il percorso storico-didattico, rivolto ai docenti di ogni ordine e grado, alla cittadinanza e a singoli studenti interessati, comprende 3 unità formative così articolate:

I – Venerdì 25 ottobre (10.00-13.00), Sala Consiliare del Palazzo della Provincia (Savona, via Sormano 12, primo piano).

L’incontro verte sul Sessantotto, anno spartiacque che accelera i processi di globalizzazione e avvia irreversibili cambiamenti sociali, culturali e di mentalità. Marcello FLORES (Università di Siena) inquadra storicamente il fenomeno nella sua dimensione mondiale. La presentazione di una app sui protagonisti, i testi e la colonna sonora del ’68, a cura del dott. Filippo FERRARA (Istituto Parri di Bologna), approfondisce aspetti di costume tramite opportunità offerte dalla didattica digitale.

II – Venerdì 25 ottobre (14.30-17.30), sede ISREC (Savona, via Maciocio 21-R).
Si svolgono laboratori di didattica controversiale condotti da formatori qualificati sulle interpretazioni del Sessantotto  e sull’aborto e l’intolleranza di genere. I corsisti possono consultare i materiali dei lavori di gruppo all’url della rivista on line novecento.org dell’Istituto nazionale Parri: 

– E’ successo un ’68…di Paolo BATTIFORA (Coordinatore scientifico ILSREC) (debate rivolto agli studenti)
– “Stati interessanti”. Aborto e intolleranza di genere di Giosiana CARRARA e Agnese PORTINCASA (Direzione didattica Istituto Parri di Bologna e Direzione novecento.org)
(debate per i docenti)

III – Sabato 26 ottobre (9.30-12.30), Sala Mostre del Palazzo della Provincia  (Savona, via Sormano 12, primo terra).

L’incontro ha per oggetto la cosiddetta “protesta fertile”, una delle eredità più significative del ’68, avviata dalle donne in lotta per la conquista di nuovi diritti e libertà. Giorgio AMICO (Comitato scientifico Isrec) pone l’accento sui legami, sovente contraddittori e conflittuali, tra le proteste del ’68 e il movimento femminile del decennio successivo. Le testimonianze di Betti BRIANO (Eredibibliotecadonne) e Rosaria GUACCI (Libreria delle donne di Milano) rievocano le modalità dell’azione politica femminista e diffuse pratiche di autocoscienza e di scrittura femminili.



Ad integrazione del percorso formativo, nella Sala Mostra del Palazzo della Provincia è visitabile l’allestimento Il ’68 e i movimenti delle donne degli anni Settanta (25-26-27 ottobre: ore 10-13 e 15.30-17.30) realizzato da Betti Briano, Giosiana Carrara e Vilma Filisetti con materiali illustrativi e documenti originali provenienti dagli archivi del prof. Luigi Lirosi e delle Eredibibliotecadonne.

L’iscrizione è gratuita: va effettuata entro Giovedì 24 ottobre  sulla piattaforma SOFIA del Miur (Cod. Id. 36420) unitamente all’invio della e-mail di conferma all’ISREC (isrec@isrecsavona.it) con all’oggetto Iscrizione Giornate su Eredità del ’68. Nella e-mail occorre specificare:
– Nome, Cognome, E-mail, Telefono, Scuola di appartenenza e Materia insegnata.
Per motivi tecnici, si richiede cortesemente agli iscritti di precisare se – nel pomeriggio di Venerdì 25 ottobre – intendono partecipare al debate rivolto ai docenti.
La partecipazione degli studenti agli incontri, per ragioni logistiche, è limitata a singole rappresentanze.

Le firme dei partecipanti saranno raccolte all’inizio di ciascuna unità formativa. L’attestato di frequenza alle due Giornate (totale 12 ore) verrà rilasciato con la presenza ad almeno 2 delle 3 unità formative previste.

Per informazioni rivolgersi al Direttore del corso,  prof.ssa Giosiana Carrara, inviando una e-mail all’indirizzo isrec@isrecsavona.it o telefonando ai numeri  019.813553 e 340 6113128  nei seguenti orari:
Lunedì, Martedì, Mercoledì e Giovedì (h. 9-12) e pomeriggio di Giovedì (15-17).


giovedì 10 ottobre 2019

Ligures 5. Genova città etrusca


    Immagina tratta da P. Melli, Genova preromana, Fr. frilli editori

Continuiamo la pubblicazione dei materiali preparatori di un ciclo di lezioni tenute negli anni scorsi al MUDA di Albisola e all'UniSabazia. Oggi trattiamo delle origini della Genova preromana, grande centro commerciale e multietnico, ma dalle forti caratteristiche etrusche.

Giorgio Amico

Genova città etrusca


Da cosa derivi il nome di Genova è ancora una questione controversa. Gli scrittori di lingua greca la citano come Genua. Gli studi moderni di glottologia fanno derivare l’appellativo dall’indoeuropeo g(h)enu “bocca”, acquisito nella lingua celto-ligure parlata nella Liguria dell’età del ferro, con riferimento alla posizione geografica. Il nome fu in seguito probabilmente fatto proprio dagli Etruschi insediati sulla collina di Castello e reso in etrusco con il vocabolo "kainua" “città nuova”, che rientra in un gruppo di nomi etruschi di città come Mantua-Mantova.

Genova, già piccolo insediamento tribale ligure, nasce dunque come città etrusca : un grande centro commerciale (emporium) attorno ad un tempio dedicato ad una divinità protettrice. L’esistenza sulla collina di Castello di uno o più luoghi di culto è suggerita da alcuni graffiti, con iscrizioni, come le parole "ais" (dio) e "al" (dono), dunque un luogo dove si facevano offerte alla divinità, e da un’iscrizione incisa su un ciottolone in serpentino lavorato per essere infisso verticalmente in un supporto, che riporta il nome dell’autore della dedica, un certo Nemetie di origine celto-ligure. La divinità venerata sarebbe Sur(i)/Soranus, oggetto di culto in Etruria e nel Lazio, con un importante santuario nell’emporio di Pyrgi da dove provengono molti reperti ritrovati in loco.



Oltre alle merci, gli etruschi portano anche la scrittura, come dimostrano le iscrizioni rinvenute negli scavi, redatte infatti in lingua e caratteri etruschi. L’ortografia segue le norme dell’Etruria settentrionale.  

Fin dalle sue origini Genova appare legata alle vicende del porto, creato in uno degli approdi più favorevoli e protetti dell’arco costiero ligure, lungo le rotte battute dalle navi mercantili, etrusche e greche. Le rotte sottocosta, già utilizzate fin dal Neolitico, come dimostrano i rinvenimenti di ossidiana da Lipari nelle grotte del Finalese e, con maggiore frequenza a partire dal VII secolo a.C., come documentano i materiali di importazione marittima rinvenuti negli scavi dei centri della Liguria orientale, offrivano protezione dai violenti venti di scirocco e libeccio che tuttora, in alcuni periodi dell’anno, rendono pericolosa la navigazione.

Le alture dell’entroterra di Genova risultano già frequentate nella Preistoria. Tali presenze dimostrano la vitalità di percorsi di crinale intensamente frequentati, sia per la caccia, sia, più tardi, per lo sfruttamento delle risorse dei boschi, la pastorizia e l’agricoltura. In occasione dei lavori per la realizzazione di un parcheggio sotterraneo in piazza della Vittoria è stato individuato a circa 12,5 metri sotto il piano stradale, un livello di frequentazione che conteneva un frammento di legno lavorato, datato, con analisi radiocarboniche, al Neolitico. La scoperta ha suggerito l’ipotesi dell’esistenza di una palafitta presso la foce del torrente Bisagno, zona allora paludosa ed anche oggi segnata da frequenti allagamenti.

Maggiori informazioni restituisce un insediamento individuato nel cantiere della metropolitana in piazza Brignole, rimasta fuori del centro abitato fino alla costruzione della settima cinta muraria del 1626 e rimasta campagna fino ai grandi interventi urbanistici ottocenteschi. Durante i lavori di costruzione sono stati raccolti alla profondità di circa 5 m dal piano di calpestio materiali che risalgono ad un periodo tra il 3000 e il 2000 a.C.o (età del Rame/Bronzo Antico) e alla prima età del Ferro. Una grande struttura muraria in pietre a secco, della lunghezza di circa 12 metri che delimita un ampio spazio con tracce di focolari.

Dunque alla fine dell’età del Bronzo e nella prima età del Ferro lungo l’arco costiero fra il capo del Promontorio e la penisola del Molo sorgevano piccoli nuclei abitati, di cui restano solo pochi frammenti di ceramica e di intonaco cotto, raccolti nel cantiere della metropolitana di Principe e nell’area del Portofranco. Ma le prime consistenti tracce archeologiche di frequentazione dei luoghi ( frammenti di anfore vinarie etrusche) sono state identificate nella zona del porto antico, materiali databili tra la fine del VII e la fine del VI secolo a.C., che costituiscono la prova dell’utilizzo come approdo, da parte di mercanti stranieri, del tratto di costa che divenne più tardi il porto medievale.

Situato al centro dell’arco ligure, all’inizio l’approdo svolgeva probabilmente funzioni di scalo tecnico, per l’abbondanza di acqua potabile e combustibile, la presenza di una spiaggia riparata su cui tirare in secca le imbarcazioni (che a quel tempo navigavano solo di giorno) e la protezione della penisoletta del Molo in caso di burrasca.

Il complesso dei materiali dei livelli della fine del VII e VI secolo di Portofranco mostra una notevole varietà di provenienze e costituisce una sorta di repertorio delle merci commerciate lungo le coste tirreniche, con una netta maggioranza di oggetti provenienti dall’Etruria costiera (vasellame in bucchero, recipienti da cucina e da dispensa e anfore vinarie. Un numero consistente di materiali proveniva da Caere (Cerveteri), importante città etrusca, vicina al Tevere e al territorio dei Latini, che dalla fine del VII secolo esportava a Nord (attraverso il porto di Genova) i prodotti della sua ricca agricoltura.



Genova dunque nasce già come è oggi, il porto della pianura padana e oltre questa, attraverso i passi alpini, la via principale per il nord Europa per le merci provenienti dal Mediterraneo. Già da allora venivano utilizzati percorsi lungo la Val Polcevera in seguito ricalcati dal tracciato romano della via Postumia e oggi dalle moderne autostrade. Grande importanza aveva il commercio di ambra e di schiavi che arrivavano da nord tramite i Celti. In cambio gli Etruschi fornivano soprattutto il vino  accompagnato dagli oggetti necessari per il suo consumo: vasi in bucchero, ceramiche dipinte e recipienti in metallo.

Tra la fine del VII e i primi decenni del VI secolo a.C. ebbe inizio anche un commercio con la Gallia, dove nel 600 a.C. era stata fondata in territorio ligure la colonia greca di Marsiglia.

Ma Genova riserva altre sorprese. Nel corso dei lavori di scavo per la realizzazione di un pozzo per la metropolitana nella Spianata dell’Acquasola è stata messa in luce, a 14 metri di profondità dal piano di calpestio, parte della base di un grande tumulo sepolcrale che si ritiene simile a quelli di Cerveteri, che misurava in origine circa 15 metri di diametro ed era circondato da un muro di sostegno. All’interno del tumulo sono stati rinvenuti i resti di alcune tombe a incinerazione, costituite da quattro lastrine di pietra infisse verticalmente per delimitare uno spazio quadrangolare entro cui doveva essere deposto il corredo. 

La struttura monumentale della tomba e le sue dimensioni suggeriscono che fosse de­stinata ad un personaggio importante, la cui sepoltura doveva trovarsi in posizione centrale, attorniata da altre, forse di parenti stretti. I corredi ritrovati conservano frammenti di bucchero di produzione etrusco meridionale, di alcune coppette, due piccoli perni in bronzo attribuibili ad un gancio di cinturone e due fibule in bronzo, oggetti provenienti da siti tra Lazio e Campania frequentati da mercanti etruschi. Il ritrovamento nella tomba dei resti di una donna di circa trent'anni che dagli oggetti di ornamento dovrebbe aver indossato un costume tipico dell'area campano laziale hanno fatto pensare che allora fosse già in atto a Genova una politica di scambi e alleanze suggellate da matrimoni. Dunque una nobildonna etrusca del sud andata in sposa a un ricco genovese forse di etnia ligure a stringere un patto di alleanza finalizzato al commercio.

Alla fine del VI secolo a.C. risalgono le prime tracce di frequentazione del colle di Castello, uno sperone roccioso sul crinale che si prolunga fino alla penisola del Molo (vicino agli attuali Magazzini del sale e a Porta Siberia), che offriva una buona visibilità sull’intero arco costiero, da Portofino fino a Capo Mele. Le buche per palo e per i focolari ritrovati nell’area del convento di San Silvestro, fanno pensare a capanne in legno, probabilmente con copertura di paglia o stoppie. Anche due edifici in pietra sono attribuibili a questa prima fase di vita dell’oppidum, come il sito fu più tardi definito dagli storici di età romana: il primo era un recinto monumentale, con un’apertura delimitata da pilastri, costruito accuratamente in blocchetti di pietra disposti in filari regolari.

Il vasellame ritrovato era in netta maggioranza importato. Si tratta prevalentemente di recipienti da cucina proveniente da vari centri dell’Etruria, mentre fra le ceramiche fini da mensa sono attestati vasi di fabbricazione attica a figure nere e figure rosse. Essendo un grande emporio, Genova etrusca commerciava, come si è visto, anche con i Greci della attuale Francia meridionale e in particolare di Massilia (Marsiglia).

La realizzazione di un centro stabile a Genova sembra rispondere, ad un’esigenza di mercato. La convergenza sul porto di una rete di percorsi di crinale e di fondovalle in corrispondenza di valichi, che collegavano la città ai territori padani, e la posizione costiera in un punto centrale del golfo ligure facevano della città una cerniera tra Etruschi, Greci di Marsiglia, Celti e Liguri dell’interno. Nel V secolo Genova era già un importante centro portuale che riceveva derrate alimentari e prodotti artigianali da tutto il Mediterraneo, in parte utilizzandoli direttamente, in parte smistandoli verso il Piemonte meridionale e i siti costieri della Liguria centrale. Insomma "l'emporio dei Liguri" di cui parla Strabone.

Nel corso della prima metà del V secolo l’abitato sulla collina di Castello si ingrandisce. Nell’oppidum trovavano posto anche officine per la lavorazione dei metalli, principalmente del ferro, come dimostrano le abbondanti scorie di lavorazione e un resto di forno fusorio, Tracce che testimoniano della presenza di artigiani provenienti dall’Etruria, all’epoca all'avanguardia nella siderurgia. Qualcuno ha ipotizzato la presenza di esperti etruschi che esploravano l'entroterra alla ricerca di giacimenti da sfruttare. Sono stati rinvenuti anche ovili, pollai e recinti per animali. Lo studio delle ossa documenta la presenza oltre che di animali allevati per l’alimentazione, anche di cani e cavalli.

Circa alla metà del V secolo l'oppidum fu circondato da una poderosa cinta muraria di circa due metri di spessore. Nel tratto occupato nel medioevo dal palazzo del Vescovo sono stati ritrovati i resti di una torre quadrangolare che permetteva il controllo dell’intero arco portuale e di un vasto braccio di mare che a Ponente arrivava fino a Capo Noli. All’estremità nord, nell’area ora occupata dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie la nuova, si apriva una porta che costituiva l’accesso all’oppidum per chi proveniva dal porto. Lo spazio interno era pavimentato in ciottoli, mentre all’esterno del muro una rampa gradinata di pietre sovrapposte, in discesa è stata interpretata come ciò che resta della antica via che dai moli saliva alla città posta sulla cima del colle.

Come tutti i centri etruschi la città dei vivi era circondata da quella dei defunti. La necropoli preromana si estendeva sulle colline di Santo Stefano e Sant’Andrea, separate dal corso del torrente Rivotorbido. Gli oggetti di corredo più antichi risalgono al primo quarto del V secolo a.C., cioè a circa due generazioni dopo la fondazione dell’oppidum, ma nel corso dei lavori in piazza Dante, nel 1910, furono raccolti anche alcuni frammenti di vasi etruschi a figure nere del VI secolo a.C. che fanno supporre che le tombe più antiche siano andate distrutte nel corso dei secoli.

La forma delle sepolture, radicalmente differente da quella a cassa in lastre di pietra, adottata invariabilmente presso le popolazioni Liguri dall’VIII secolo a.C., è tipica dell’Etruria settentrionale interna e padana, e dimostra come questo tipo di sepolcro sia stato introdotto a Genova dagli immigrati Etruschi. Ciascuna tomba ospitava uno o più defunti, legati da rapporti famigliari. La composizione dei corredi rispecchia un benessere diffuso. Dunque, fin dai suoi primi secoli Genova fu una città ricca, ma anche un centro multietnico proprio per la frequentazione di mercanti provenienti da ogni zona del Mediterraneo e dell'Europa.

La città non aveva una composizione etnica omogenea, ma formata di genti provenienti da aree diverse, portatrici quindi di differenti culture, tuttavia proprio da ciò che è stato ritrovato appare chiaro che sono gli Etruschi l'etnia dominante. Essi introducono la metallurgia, controllano l’emporio, introducono la scrittura, influenzano fortemente culti e rituali funerari, la cerimonialità collettiva (corredi da vino), le tecniche artigianali ed edilizie. I nomi di persona documentati a Genova, talvolta abbreviati o suggeriti dalle sole iniziali, graffiti con uno strumento appuntito sulle pareti o sul fondo di vasi di uso quotidiano per segnalarne il possessore, sono in maggioranza etruschi.


Gli etruschi soprattutto controllavano il commercio. Dall’area di Golasecca proveniva la donna di alto rango sepolta in una delle tombe della necropoli insieme a un ricco apparato di gioielli fra cui spiccano una elaborata collana di ambra con pendenti intagliati a forma di stivaletto o vaso. La presenza di una ricca e probabilmente donna straniera sepolta a Genova rappresenta un'ulteriore conferma dell'uso di cementare alleanze commerciali medianti matrimoni. I gioielli della tomba, indicano anche strette connessioni con i centri dell’Etruria padana dove operavano botteghe orafe che producevano fibule in metalli preziosi e raffinate collane e pendagli intagliati nell’ambra importata dal Mar Baltico attraverso i Celti.

Molti altri elementi di collana in ambra sono stati rinvenuti nella necropoli e nell’abitato, insieme ad altri oggetti di importazione come alcune raffinate fusaiole in pasta di vetro prodotte principalmente fra Veneto e Slovenia e diffuse specialmente in sepolture nel Veneto, in Etruria padana e nel Piceno.

Ma Genova era anche un importante luogo di reclutamento e imbarco di soldati mercenari. Lo testimonia l'elevato ritrovamento di armi e complementi di abbigliamento militare prodotti in tutto il Mediterraneo, un elemento
in contrasto con l’immagine di una società dedita prevalentemente al commercio e all’artigianato e dunque sostanzialmente pacifica. Questo ha fatto pensare non alla presenza di una forte guarnigione a protezione della città e del porto, ma al possibile ruolo di Genova come porto di imbarco e reclutamento di truppe mercenarie. Le fonti storiche sono infatti ricche di testimonianze sull’impiego di mercenari liguri e celti, specialmente da parte dei Cartaginesi e dei Greci.