TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 15 ottobre 2021

Un Risorgimento del popolo

 


ISTITUTO INTERNAZIONALE DI STUDI LIGURI - ONLUS - SEZIONE SABAZIA

Presso Civico Museo Archeologico e della Città
Complesso monumentale del Priamàr (c.so Mazzini, 1) - 17100 Savona tel/fax 019/2211770
e-mail:info@museoarcheosavona.it


SABATO 23 OTTOBRE 2021 ALLE ORE 16.00

PRESSO IL CIVICO MUSEO ARCHEOLOGICO E DELLA CITTA’ DI SAVONA NEL COMPLESSO MONUMENTALE DEL PRIAMAR, DOVE MAZZINI IDEO’ LA GIOVINE ITALIA, VERRA’ PRESENTATO, IN DIALOGO CON FURIO CICILIOT, PRESIDENTE DELLA SOCIETA’ SAVONESE DI STORIA PATRIA, IL VOLUME DI DANILO BRUNO SU UN RISORGIMENTO DEL POPOLO.

ll volume affronta il valore della cultura nell’elaborazione del pensiero mazziniano e soprattutto mostra come essa, secondo Mazzini, potesse divenire l’elemento decisivo per la formazione di una coscienza civile aperta all’Europa. Mazzini si occupò per tutta la vita di cultura, ma ne propose una visione che richiedeva — a tutte e a tutti — approfondimento, studio e partecipazione, al fine di contribuire, tramite un continuo processo educativo, alla nascita di un’Italia forte delle proprie tradizioni ma aperta al confronto con il continente. Da qui derivava anche la volontà di avviare un processo che portasse le persone a divenire coscienti della propria storia e della propria cultura.

martedì 12 ottobre 2021

Quando gli immigrati clandestini erano i “terroni”: la Milano,Corea di Danilo Montaldi


 Alla fine degli anni Cinquanta un forte flusso migratorio investì le grandi città industriali del Nord. Era un fenomeno tutto italiano, ma questo non evitò che si manifestassero fenomeni di rifiuto, supersfruttamento e marginalizzazione del tutto simili a quelli di oggi verso l'emigrazione proveniente dall'estero. Presentiamo in anteprima qualche pagina di un lavoro di prossima pubblicazione sulla figura e l'opera di Danilo Montaldi.

Giorgio Amico

Milano, Corea (1)

All'inizio del 1959 Danilo Dolci (2) propone all'editore Feltrinelli una serie di interviste, raccolte nell'anno precedente da un suo collaboratore, Franco Alasia (3), già operaio della Breda e alunno nel 1948 dello stesso Dolci allora di insegnante presso le suole serali di Sesto S. Giovanni. Sono storie di lavoratori precari, in gran parte immigrati a Milano negli anni precedenti». In una sua lettera-prefazione alla prima edizione del 1960 del libro Dolci, dopo aver raccontato della sua ormai più che decennale amicizia con Alasia, ricostruisce la genesi della ricerca come un prolungamento a Milano della sua inchiesta Banditi a Partinico, pubblicata nel 1955 da Laterza:

«Ci era venuto il desiderio di guardare, più da vicino, sotto il concitato fervore di Milano, sotto la lucida solidità dei suoi cementi armati. Franco ha cominciato a girare guardando attentamente; un incontro, un altro incontro, un ambiente, un altro ambiente, a catena: man mano la gente del “basso” parlava e tutto veniva appuntato con scrupolo, parola per parola. Egli seguiva le strade battute dalla povera gente che lavora-non lavora e da quella che svolge le mansioni più umili, più dure e peggio pagate. Raccoglieva le loro parole conoscendoli sul luogo del loro lavoro, della loro miseria, per la strada, nelle baracche dove abitano e nelle casette che si sono costruiti. E intanto una prima constatazione si imponeva: uomini e donne che a Milano esercitano i mestieri più bassi sono per la gran parte di origine non milanese. Ciò significa che essi hanno in comune aspirazioni ed esigenze, questioni da risolvere e decisioni da prendere. Il loro insediamento, ad esempio, aveva determinato la nascita di nuovi quartieri nei paesi vicini alla città. Il problema quindi non era soltanto quello delle condizioni immediate di una massa della popolazione a Milano, ma anche quello più vasto della relazione tra la metropoli e ampi settori della popolazione delle zone sottosviluppate, che ad esse tendono. […] Individuato il problema nei suoi caratteri fisici attraverso la documentazione raccolta da Franco, si trattava di conoscere la qualità del fenomeno, di darne le misure complesse, di approfondire».(4)  

Fu solo attorno alla metà di marzo del 1959 che Gian Piero Brega all'epoca redattore alla Feltrinelli prese contatto con Montaldi a cui, come si legge nella nota dell'editore «venne affidato il reperimento e l'elaborazione dei dati, e l'interpretazione del fenomeno». (5)

Alla Feltrinelli si guardò a Montaldi come il «più "attrezzato" tra i giovani sociologi per ordinare e portare a termine la ricerca intrapresa da Alasia». (6) Come si può leggere nella Nota dell'editore premessa alla seconda edizione dell'opera, Feltrinelli aveva voluto che centrale diventasse la questione dell'emigrazione, imponendo praticamente che fra il vasto materiale raccolto da Alasia venissero selezionate «esclusivamente le storie di immigrati». E questo per evitare di «tramutare un lavoro di denuncia in un libro letterario» o in una ricerca meramente antropologica.(7) Occorreva dunque un supervisore che fosse il meno accademico possibile e Danilo Montaldi, che si era fatto conoscere con la sua Inchiesta nel Cremonese del 1956, era senza dubbio il più adatto a corrispondere alle indicazioni dell'editore.

Montaldi accettò l'incarico con entusiasmo, anche se il metodo usato da Alasia, l'intervista, differiva dal suo totalmente incentrato su materiali autobiografici elaborati dagli stessi interlocutori. In realtà , proprio confrontandosi  con Alasia sulle modalità impiegate nella ricerca gli fu chiaro che le differenze non erano poi così forti. «Il materiale gli era piaciuto; in particolare lo aveva conquistato il modo in cui Alasia aveva raccolto le interviste, straordinariamente affine al suo. Niente magnetofono, ma la trascrizione minuziosa delle parole dell'intervistato, comprese inflessioni, anacoluti e incertezze. Niente questionari rigidi e vincolanti ma incontri ripetuti con lo stesso interlocutore per approfondire, sciogliere, integrare [...]. Dell'approccio di Alasia Montaldi condivideva tutto: la qualità letteraria, la finezza delle osservazioni, il gusto dei particolari, l'empatia. Gli unici problemi erano da un lato l'abbondanza di materiali, tant'è che proponeva di ridurre e usare solo in parte le biografie di marginali, e dall'altro la necessità di completare il disegno aprendo i confini geografici delle provenienze». (8)

«Da questo materiale – scrive nella lettera a Gian Piero Brega del 9 aprile 1959 - viene straordinariamente in avanti una serie di questioni: le conseguenze della guerra, la trasformazione sociale, la crisi agraria, la struttura economica, la città». Una ricchezza di materiali che andava articolata attorno ad alcuni punti fondamentali: «le condizioni economiche e culturali d'origine [...] le risorse e i limiti che queste ponevano alle strategie messe in campo dall'immigrato per fronteggiare il mercato del lavoro nella grande città, così come le questioni relative all'abitare [...], la stratificazione urbana e la sopravvivenza di atteggiamenti e costumi del mondo contadino, le relazioni con gli autoctoni («rapporto città/campagna-comportamento a Milano fedeltà alle tradizioni». (9).

Di conseguenza Montaldi non si limitò ad una semplice supervisione del materiale già raccolto, ma con lo scrupolosità che gli era propria, decise di ripercorrere passo per passo l'indagine di Alasia per osservare con i suoi occhi quanto descritto nelle interviste. È quanto mette in luce Quiligotti nella sua Postfazione alla riedizione del libro del 2010:

«Inchiesta sul campo e studio delle biografie appaiono strettamente intrecciati. Sono le storie degli immigrati - i luoghi e le abitazioni in cui si ritrovano, mangiano, dormono, i mezzi con cui si spostano, le realtà istituzionali in cui si imbattono o a cui ricorrono, le fonti da cui traggono le informazioni necessarie per orientarsi - che guidano l'inchiesta di Montaldi; gli suggeriscono ulteriori domande, a volte le parole. così come intrecciati appaiono lo studio delle rappresentazioni e i punti di vista istituzionali con l'osservazione partecipante delle realtà di base. Non è un caso che, durante i primi tre mesi di lavoro, Montaldi torni sui luoghi già battuti da Alasia, incontri i suoi stessi personaggi e altri sottoccupati e immigrati; s'immerga negli spazi da loro quotidianamente frequentati, abitati o anche solo sfiorati: coree, mense, dormitori» (...)«nel frattempo continuava a lavorare al blocco delle biografie raccolte da Alasia. Leggeva, rileggeva, ordinava e riordinava la sequenza, ipotizzando qua e là tagli e integrazioni con altre interviste che andava conducendo». (10)

In base a quanto fin qui affermato si comprende la differenza fra Milano,Corea e le due opere successive di Montaldi, Autobiografie della leggera e Militanti politici di base. Milano,Corea è un libro scritto a quattro mani, composto di due sezioni: la prima, curata da Montaldi, consistente in una estesa analisi e commento dei dati relativi all'immigrazione nell'Italia degli anni Cinquanta e di quanto messo in luce dalle biografie; la seconda composta dalle 32 biografie raccolte originariamente da Alasia integrate da altre tre raccolte da Montaldi. Come espressamente richiesto da Feltrinelli, gli immigrati non diventano un soggetto letterario, né sono mitizzati per rimpiangere una cultura e un mondo contadino ormai in via di sparizione. Alla base della ricerca c'è il riconoscimento pieno « della marginalità sociale come figura interna e non residuale dello stesso processo capitalistico di valorizzazione». (11)  

    Copertina della seconda edizione (1975)

In polemica con le tesi sottosviluppiste del Pci, gli immigrati non sono il frutto né di una politica sbagliata della DC e dei governi centristi, né dell'arretratezza dell'economia italiana, ma un segno dello sviluppo economico, un frutto della modernità, un sottoprodotto di quel “neocapitalismo” sulle cui caratteristiche si inizia a dibattere. Montaldi dimostra di aver assimilato a fondo la lezione di metodo marxista offerta da Lenin in Lo sviluppo del capitalismo in Russia, opera giovanile ma fondamentale perché proprio su questa analisi della ormai raggiunta maturità capitalistica del paese il rivoluzionario russo fonderà per intero la sua strategia futura a partire dal Che fare del 1903 per arrivare alle Lettere da lontano del 1917. Una visione dialettica, quella di Montaldi, capace di cogliere la vera natura delle contraddizioni sociali dell'Italia del miracolo economico. Nelle storie di vita di Milano, Corea, avverte Montaldi, «sono riassunte tutte le situazioni diverse che abbiamo finora avvicinato, dove esse si fanno carne e sangue e acquistano volti d'uomo e donna […] Perché queste situazioni determinano dei comportamenti, delle condotte individuali, dei modi di essere. […] L'iniziativa di "toccare terra" attraverso la ricerca per storie di vita offre, infine, il vantaggio di riscattare dal particolare, di mettere in relazione con il resto sociale, tutto un campo di rapporti interumani sul quale batte il pregiudizio e l'organizzata chiusura delle maggioranze». (12)

È questa ostinata volontà di combattere il pregiudizio e il rifiuto ad integrare gli immigrati, visti come una massa indifferenziata aliena e pericolosa, a dare al libro il suo carattere politico, ad evitare, proprio come voleva Feltrinelli, che diventasse mera letteratura o folklore. Montaldi non si limita a una analisi sociologica di tipo accademico, né a una denuncia di tipo giornalistico di una Italia del Nord in pieno boom economico dove “non si affittano case ai meridionali”. L'obiettivo di Montaldi e di Alasia è di valorizzare le esperienze di vita, le aspettative e le concezioni proprie dei soggetti intervistati. Insomma, dare voce a chi voce non ha: «immigrati, sottoccupati, “randa”, “barba”, prostitute e assistiti» (13) che per i milanesi sono solo “terroni” anche se poi, come la ricerca dimostra, molti di essi arrivano dalle campagne ormai in crisi della pianura padana. Dare visibilità agli invisibili, a un proletariato che lavora e produce, ma che formalmente non esiste, perché lavora spesso in nero e dunque non può richiedere la residenza che viene concessa, in base a una normativa risalente all'epoca fascista, solo a chi risulta occupato. Ma senza certificato di residenza non ci si può iscrivere alle liste degli uffici di collocamento. Da qui la precarietà dell'esistenza e la condanna a non poter uscire dal lavoro nero e da una condizione di supersfruttamento. "Clandestini del mercato del lavoro nella loro stessa patria", li definisce Montaldi. Una condizione molto simile a quella degli attuali migranti extracomunitari, condannati alla clandestinità e a una vita perennemente in bilico tra supersfruttamento, marginalità sociale e piccola criminalità.

Il libro fece scandalo, ma ebbe anche un notevole successo di critica e di pubblico. Montaldi, come sempre disinteressato al denaro, chiese un compenso molto modesto, 300.000 lire, per un lavoro durato più di sei mesi - da maggio, mese in cui comincia a recarsi quasi quotidianamente a Milano, sino a novembre – e continuato fino alla fine di gennaio 1960 con la correzione delle bozze del libro che uscirà poi nelle librerie a marzo. Una paga operaia, considerato che proprio dalla ricerca emerge come il salario di un manovale comune nell'edilizia non superasse allora a Milano le 50.000 lire al mese.


   Copertina della nuova edizione Donzelli (2010)


(1) Il termine "Corea", indica i quartieri di baracche e case abusive costruite dagli immigrati nelle periferie dei grandi centri industriali del Nord. L'espressione nasce negli anni (1950-53) della guerra di Corea che fece conoscere all'Occidente le miserevoli condizioni di vita del proletariato coreano.
(2) Danilo Dolci (1924-1997) sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza.
(3) Giovanni (Gianni) Alasia (1927–2015), operaio, partigiano. Poi esponente di punta della CGIL torinese. Militanti del Psi, poi del Psiup e infine del Pci. Deputato dal 1983 al 1987, fu dopo lo scioglimento del Pci tra i fondatori di Rifondazione Comunista.
(4) Danilo Dolci, Prefazione a: Franco Alasia-Danilo Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Milano, Feltrinelli 1960, pp. 8-9.
(5) G. G. Feltrinelli, Nota dell'editore, in F. Alasia - D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, cit., p. 5.
(6) J. Quiligotti, Postfazione, in F. Alasia - D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, (nuova edizione) Donzelli, Roma 2010, p. 318.
(7) G. P. Brega, Nota dell'editore, a F. Alasia-D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, 2ª ed., Feltrinelli, Milano, 1975, p. 9.
(8) J. Quiligotti, cit., p. 318.
(9) Ivi, p. 319.
(10) Ivi, p. 321.
(11) Attilio Mangano, L'altra Linea. Fortini, Bosio, Montaldi, Panzieri e la nuova sinistra, Pullano Editori, Catanzaro, 1992, p. 62.
(12) D. Montaldi, Inchiesta sugli immigrati, in F. Alasia, D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Feltrinelli, Milano 1960, p. 135.
(13) Ibidem.

Quando Forza Nuova piaceva a Berlusconi e al Vaticano


Oggi nessuno a destra conosce Forza Nuova, ma c'è stato un tempo in cui Roberto Fiore era un personaggio influente a destra, apprezzato dal Polo delle Libertà di Berlusconi e persino da Comunione e Liberazione. Riprendiamo un nostro articolo del 2000, vecchio di 21 anni ma purtroppo ancora attuale.


Una Forza Nuova, ma fatta di vecchi fascisti


Forza Nuova nasce dalle ceneri di Terza Posizione e dei NAR, cioè dei gruppi più radicali dell’estrema destra italiana della fine degli anni Settanta. Illuminante il curriculo dei leader dell’organizzazione, Roberto Fiore e Massimo Morsello. Condannati entrambi nel 1985 per associazione sovversiva nell’ambito dell’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna i due, grazie a notevoli protezioni, riescono a fuggire in Inghilterra dove in pochi anni costruiscono un vero e proprio impero finanziario. Misteriose le fonti di questo improvviso arricchimento: i giornali inglesi hanno parlato di coperture e protezioni dei servizi segreti, mentre nell’ambito dell’estrema destra italiana da sempre si vocifera che i due sarebbero espatriati con la cassa di Terza Posizione.

Nel 1999 i due rientrano in Italia, Morsello per motivi di salute, Fiore perché il reato è andato in prescrizione. Ad accogliere Morsello al suo rientro a Fiumicino i vertici romani di AN, Teodoro Bontempo e Francesco Storace, a dimostrazione di una contiguità politica fra estremisti in camicia nera e fascisti in doppiopetto mai venuta meno dai tempi di Almirante e del MSI.

Come organizzazione Forza Nuova esiste già dal 1997, ma già da tempo nelle sezioni del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore, il partito di Pino Rauti e dei nostalgici del vecchio MSI, circola la rivista Foglio di lotta che propaganda le idee di Morsello e Fiore, un misto di integralismo cattolico, di xenofobia esasperata e di acceso nazionalismo. La nuova organizzazione, grazie anche ai notevoli finanziamenti di cui dispone (il giro d’affari dei due leader è valutato attorno a svariate decine di miliardi all’anno), riesce a far breccia nelle fila rautiane, ma anche all’interno della Lega Nord di cui Forza Nuova estremizza le posizioni sull’immigrazione presentandosi come “l’unica opposizione”. Nel giro di un paio d’anni l’organizzazione si costruisce nazionalmente, aprendo sedi in tutta Italia e recuperando forze dal movimento skinheads (a Roma, Milano, Padova) e dalle frange più violente delle tifoserie calcistiche. “Lo stadio, le discoteche, le birrerie e anche i centri sociali sono un bacino da sfruttare per la ricerca di voti e consensi… Se si fa propaganda con i volantini, mille distribuiti tra gli spalti hanno più valore che davanti a un supermercato con pochi soldi, uno striscione allo stadio ha una visibilità nazionale” dichiara a La Repubblica (24 settembre 1999) un dirigente del ramo studentesco di FN.

Forti di questi successi, Fiore e Morsello puntano in alto e programmano un salto di qualità per FN dalle curve degli stadi alla politica vera. In occasione delle ultime tornate elettorali Forza Nuova tenta di accreditarsi come partito politico, mettendo la sordina alle proprie caratteristiche più movimentistiche e ottenendo significativi risultati. Nelle realtà dove maggiore è il proprio radicamento organizzativo FN offre appoggio elettorale ai candidati del Polo. Nel giugno del 1999 a Padova, dove l’organizzazione è particolarmente forte, i 1500 voti raccolti autonomamente al primo turno e poi offerti al candidato sindaco del Polo ne determinano l’elezione.

Lo stesso salto di qualità si nota sull’altro terreno di radicamento, quello della destra cattolica. Dopo aver per anni collaborato con i groppuscoli più estremisti dell’integralismo cattolico, Forza Nuova tenta ora di costruire rapporti diretti con gli ambienti che contano veramente a partire dalle più alte gerarchie vaticane. Anche qui i primi risultati appaiono significativi. Nonostante il suo passato, Roberto Fiore viene ufficialmente invitato, insieme ad Andreotti e Berlusconi, al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione della scorsa estate. E’ un chiaro segnale di apprezzamento da parte del Vaticano per la violenta campagna contro il Gay pride e per la difesa della cattolicità del popolo italiano minacciata dall’immigrazione islamica che ha visto FN massicciamente impegnata a Roma e in tutt’Italia nell’anno del giubileo.

(2000)


lunedì 11 ottobre 2021

Il sonno della ragione crea mostri


A lu suono de grancascia

viva lu popolo bascio

a lu suono de tammurielli

so' risorte li puverielli;

a lu suono de le campane

viva viva li populane

a lu suono de viuline

morte alli Giacubbine!

Sona sona

sona Carmagnola

e sona li cunsiglia

viva 'o Rre colla famiglia.

Canto dei sanfedisti delle bande del cardinal Ruffo.

Dedicato a No vax, No mask, No Green pass, Sindacati di Base, groppuscoli vari e Forza Nuova che in nome del popolo si ribellano, da sinistra e da destra, contro la dittatura che imperverserebbe in Italia imponendo vaccini e altre diavolerie per distruggere la libertà e il diritto dei lavoratori e della gente comune di farsi i cazzi propri infischiandosene dell'interesse generale.

I sanfedisti contro i giacobini illuministi eretici e massoni, i no vax e compari (di destra e di sinistra) contro il complotto cosmico del grande capitale, magari massonico e sionista.

Il sonno della ragione davvero crea mostri.

Quanto ai sinistri nostrani che sfilano al seguito dei No Vax pensando di fare qualche tessera o raccattare qualche voto cavalcando la protesta qualunquista e reazionaria dei trumpisti italiani, hanno solo da ringraziare di vivere nel mondo del grande capitale (che tanto detestano), perché se vivessero in Cina, Corea del Nord o Cuba (che amano tanto) sarebbero da tempo a spalar carbone o a tagliare canna da zucchero.


martedì 21 settembre 2021

Franco Astengo, Un tempo

 

    Manifesto per la manifestazione nazionale per la GKN

Franco Astengo

UN TEMPO

(Riflessioni a proposito della vertenza della GKN)

E' vero: qualche volta c'è un giudice magari a Firenze e non a Berlino ma non si può dimenticare:

1) come regolarmente avviene da molto tempo in Italia la magistratura ha supplito la politica;

2) la vicenda fiorentina non è isolata anzi, e nasce come tutte le altre da una dismissione dei diritti collettivi che deriva direttamente dalla costante negazione dei termini concreti della lotta sociale. Almeno dalle nostre parti non si avverte da tempo una costante presenza di impegno sociale capace di organizzarsi sul contrasto alla crescita delle disuguaglianze posta sul piano del potere e della condizioni materiali di vita e di lavoro ("un tempo" la si sarebbe definita "lotta di classe", quella che qualcuno ha scritto sia stata ormai vinta dai "padroni");

3) appare assente una rappresentanza soggettivamente rivolta verso quella che "un tempo" definivamo "contraddizione principale" . Una rappresentanza politica ("un tempo" lo avremmo chiamato partito) capace di legarne l'analisi della realtà a quella delle grandi transizioni in atto nella nostra epoca elaborando una strategia di mutamento politico e sociale ("un tempo" l'avremmo definito di alternativa, magari lavorando anche per individuarne i meccanismi di aggregazione e i passaggi politici)

4) In 11 righe ho scritto quattro volte "un tempo". Forse è bene fermarsi qui.


Chiomonte tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento. Memorie sulla vita in un villaggio alpino

 


E' disponibile un nuovo numero (il quindicesimo) de La Rafanhauda, la bella rivista di cultura e studi occitani della Associacion Renaissença Occitana di Chiomonte. Si tratta di un numero monografico, riccamente illustrato, a cura di Silvio Meyer su “Chiomonte tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento. Memorie sulla vita in un villaggio alpino”.

Il fascicolo, di cui presentiamo prima e quarta di copertina e l'introduzione esplicativa di Alessandro Strano, può essere richiesto direttamente a: larafanhauda@gmail.com


(Per ingrandire cliccare sulle immagini)





lunedì 20 settembre 2021

Tommaso Lupi, Lotta al fascismo e impegno militante (1973)

 


Come la realtà presente evidenzia ogni giorno, la convinzione che la Memoria storica sia un antidoto alla irrazionalità e alla violenza, è una generosa illusione. Ciò non toglie che la Memoria vada ad ogni costo tenuta viva non fosse altro perché non si spezzi il filo che lega tra  loro le generazioni. Un compito quello di difendere la Memoria, che è patrimonio collettivo mentre il ricordo è esperienza personale, che è compito, se non addirittura dovere etico dei vecchi. Ai giovani il tentativo di cercare di cambiare il mondo, a chi giovane non è più da tempo, il dovere di ricordare quello che fu fatto in passato per cambiarlo. E non importa che spesso si tratti di una storia di sconfitte perché per le generazioni, come per i singoli, la sconfitta, se non rimossa o giustificata, aiuta a comprendere e dunque fortifica. A comprendere soprattutto che ciò che chiamiamo “storia” non è un percorso lineare in avanti che non ammette ritorni all'indietro anche tragici. La storia degli uomini è , e il tempo presente lo testimonia, segnata da cicli di decadenza non solo di imperi, ma anche di culture. La ragione non è eternamente vittoriosa, ma può anche generare nuove forme di oscurantismo e nuove superstizioni. Lo aveva capito Leopardi nel pieno del presunto trionfo dei Lumi, lo vediamo noi oggi con i No Vax nel pieno dell'altrettanto presunto trionfo della scienza. Per questo Vento largo ripresenterà materiali, oggi in larga parte dimenticati ma ancora utili, degli anni Settanta. Anni che non furono,come vuole la vulgata figlia della restaurazione moderata in atto,  solo“anni di piombo”, ma anche e forse soprattutto il generoso tentativo dei giovani di allora di porre concretamente le basi di un mondo più giusto e libero.

Apriamo con un documento del 1973, quando, nel pieno della strategia della tensione e delle stragi, si tenne a Firenze un convegno, i cui lavori furono poi raccolti in volume,  contro le tentazioni autoritarie di una parte della borghesia e dello Stato. Un convegno importante, organizzato del PdUP, a cui parteciparono personaggi illustri come Vittorio Foa e Padre Ernesto Balducci, ma anche meno conosciuti militanti di base, come Tommaso Lupi, giovane portuale imperiese. È la sua relazione sull'attività antifascista svolta in quell'inizio degli anni Settanta, in una piccola ma allora vivacissima città di provincia, che oggi proponiamo agli amici di Vento largo.

G.A.

(Per ingrandire cliccare sulle immagini)