TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 23 settembre 2017

Odino nelle terre del rimorso


Venerdì 29 settembre alle 18.00
nell"auditorium della biblioteca comunale di Orgosolo

presentazione di

Odino nelle terre del rimorso

di Vincenzo Santoro


Il volume raccoglie diversi contributi atti a ricostruire la sperimentazione artistica e politica che nei primi anni settanta investì anche le popolazioni di Orgosolo e San Sperate in una dimensione di scambio tra artisti e abitanti. Un'esperienza artistica e politica oggi più che mai attuale.

I due sogni di Barcellona


Il problema catalano, oggi su tutte le prime pagine dei giornali, ha radici antiche e attraversa tutta la storia della giovane democrazia spagnola. Siamo andati a recuperare un vecchio articolo di Repubblica del 1992 che offre utilissime indicazioni per comprendere ciò che sta succedendo a Barcellona.

Maurizio Ricci

I due sogni di Barcellona

"Ah, Barcellona. Là è Europa". Ogni volta che lascia Barcellona, Pepe Carvalho, il detective più famoso di Spagna, si sente ripetere questa frase come un ritornello, madrileni, galiziani o andalusi che siano i suoi interlocutori. A questi sfoghi d' invidia verso una Catalogna lontana e diversa, neanche iberica, l' eroe dei gialli di Manuel Vazquez Montalban non risponde mai.

Può anche darsi che si tratti di un po' di autoironia da parte del catalano oggi più popolare nel mondo, dopo Salvador Dalì e Joan Mirò. Ma passeggiate qualche giorno su e giù per la spina dorsale di Barcellona, lungo quelle che nel castigliano obbligatorio del franchismo erano le Ramblas e che oggi sono, in catalano, le Rambles, e vi convincerete che Montalban fa sul serio: Carvalho non risponde perché considera la frase un complimento scontato, ovvio.

E' vero che Barcellona è più Europa del resto della Spagna. E' vero, soprattutto, che i catalani si sentono fortissimamente, irrevocabilmente diversi dagli altri spagnoli ovvero, per dirla con Montalban, più europei. Ve lo gridano dai muri i manifesti della Generalitat, il governo autonomo della Catalogna. Ve lo confida, con qualche sussiego, il professore universitario. Ve lo mastica contro, mandando serenamente all' inferno tutti gli spocchiosi catalani con cui convive da quarant' anni, la tassista nata a Vigo, all' altro lato della penisola.

A Pasqua, mentre a Siviglia si inaugurava l' Expo, a Barcellona iniziava il conto alla rovescia degli ultimi 100 giorni che porteranno alle Olimpiadi. Pochi fenomeni, come le grandi manifestazioni internazionali, sono capaci di legare a sé l' identità nazionale. Eppure, nella Spagna ' 92 avviene un po' quello che sarebbero in Italia l' Expo a Palermo e, contemporaneamente, le Olimpiadi a Roma. Ma di spagnolo, in Spagna, assicurano in Catalogna, c' è solo lo Stato, l' Estado. Le Spagne sono 17, quante le regioni che lo compongono, con gradi di autonomia diversissimi: da quelli di Catalogna e Paese Basco - pari ad un Land tedesco - a quelli delle Asturie, poco più di una ripartizione burocratica.

La lingua spagnola è il castigliano, ma, nelle rispettive regioni, sono riconosciute come lingue ufficiali anche il catalano, il galiziano e il basco. E le nazioni su cui regna Juan Carlos di Borbone sono almeno altrettante. Ma le grandi realtà che si confrontano sono due, diverse quanto possono essere diversi gli altipiani deserti delle due Castiglie e gli oliveti che su, su, lungo la valle dell' Ebro, arrivano quasi a sfiorare la costa atlantica.


C' è un Ovest povero, burocratico e assistito, con un reddito individuale pari a tre quarti di quello di un Est - Catalogna e Paesi baschi - che è industriale e sviluppato, meno della media europea, ma più della nostra Puglia, al livello della tedesca Treviri, della bassa Normandia francese, della Cornovaglia inglese. Le differenze sono mille. Prima era agricoltura e commercio in Catalogna, pastorizia e burocrazia in Castiglia. Oggi è un tessuto storico di piccole e medie imprese intorno a Barcellona, grande impresa, spesso assistita, nel resto della Spagna.

Il capitale straniero è dovunque: ma è europeo e giapponese in Catalogna, americano nel resto della Spagna. Le differenze arrivano fino alle radici della cultura politica: democratica, repubblicana, anarchica a Barcellona, assai più che comunista e socialista. All' origine, ci sono due storie profondamente diverse. Mille anni fa, la Catalogna è una marca di frontiera dell' impero europeo di Carlo Magno, quando il resto della penisola è occupato dagli arabi o dai resti degli ultimi regni visigoti. E, mentre sugli altipiani castigliani infuriano le battaglie della Reconquista, al di là della sierra, in Catalogna, mercanti e armatori cercano, con successo, di trovare la loro strada nel Mediterraneo, fra genovesi e veneziani.

Solo la casualità dinastica, a fine ' 400, ha accomunato le due storie. Ma per altri due secoli la Catalogna avrebbe mantenuto la sua autonomia militare, economica, giuridica. E, mentre il resto della Spagna, drogato dall' oro delle Americhe - riservato in monopolio a Siviglia - coltivava sogni imperiali, i catalani dovevano rimettere insieme i cocci di un ormai inutile successo mediterraneo.

Quanto basta perché le due anime di Spagna non si incontrino più. Da una parte il culto della limpieza de sangre, della purezza razziale dei "vecchi cristiani" che lasciano le fatiche del lavoro dei campi e delle botteghe ai convertiti ex arabi o ex ebrei. "Iglesia, mar o casa real", prete, soldato o burocrate sono gli unici orizzonti possibili di un castigliano bennato. Mentre, dall' altra parte, dice il proverbio, "il catalano dalle pietre fa il pane". Fino a poco più di un secolo fa, l' etica dell' hidalgo si contrapponeva, faccia a faccia, con l' etica del lavoro. La rivoluzione industriale ha fatto esplodere questo quadro.

"La Catalogna - è la tesi di Jordi Pujol che dal 1980 presiede alle sorti della Generalitat e, un mese fa, ha vinto per la quarta volta consecutiva le elezioni - è come la Borgogna, la Provenza, la Lombardia, la Scozia. Solo che la storia ha via via inghiottito Borgogna, Provenza, Scozia, all' interno dei rispettivi Stati. Catalogna e Lombardia, invece, sono le uniche due regioni a sud di Lione che, nell' 800, hanno conosciuto la rivoluzione industriale. Questo è l' elemento che ha segnato il divorzio fra noi e il resto della Spagna. La differenza con la Lombardia è che i milanesi hanno sostanzialmente egemonizzato il resto d' Italia, mentre da noi è avvenuto il contrario".


La fine del franchismo ha ridato al nazionalismo catalano il fiato e lo spazio che cercava per esprimere la propria differenza. Secondo Eliseo Aja, professore di diritto costituzionale a Barcellona, la Spagna, che 15 anni fa era uno dei paesi più centralizzati d' Europa, oggi è uno dei più decentrati, "appena dietro federazioni tradizionali come Svizzera e Germania". Probabilmente, non c' era alternativa.

La democrazia ha mostrato che l' orizzonte politico catalano è quasi totalmente oscurato dal problema nazionale. Fin dalle prime elezioni, Convergenza e Unione, il partito dell' autonomia catalana è sempre stata oltre il 40 per cento dei voti: 46 per cento nel marzo scorso. Il partito socialista (comunque catalano, anche se collegato con i socialisti di Madrid) ha il comune di Barcellona, grazie ai voti degli immigrati della cintura operaia, ma non arriva nella regione al 30 per cento. Un altro 8 per cento dell' elettorato ha scelto l' Esquerra repubblicana di Angel Colom, apertamente indipendentista.

A stare ad un sondaggio del quotidiano El Mundo, comunque, un catalano su 5 è favorevole all' indipendenza dalla Spagna. Il 20 per cento dell' elettorato pronto a recidere ogni legame con Madrid, il terzo partito della regione che si batte per l' indipendenza sono fattori che spingono prepotentemente sul centrismo di Pujol e lo sollecitano a smentire i professori e ad affermare, la scorsa settimana, che "il recupero dell' autogoverno catalano è ancora a mezza strada". Ma la pasta del nazionalismo catalano non è la stessa di quello basco.


L' intransigenza non è la stessa e la tentazione della violenza remota: profeta di un "indipendentismo tranquillo", Angel Colom, leader dell' Esquerra, ripete ad ogni occasione che "l' indipendenza non vale mai la violenza". Il nazionalismo catalano, spiega il vicedirettore di El Pais, Miguel Angel Bastenier, è "gaseiforme", si adatta alle circostanze e si nutre di compromessi. Una scelta drammatica E la congiuntura politica dei prossimi due anni sarà dominata dal tema dell' autonomia regionale: la Spagna deve saltare il fosso e diventare ufficialmente e apertamente uno Stato federale o no? Il sasso lo ha lanciato, a metà aprile, il presidente del governo galiziano, Manuel Fraga Iribarne, ex ministro di Franco e leader della destra nel decennio successivo alla scomparsa del dittatore.

Perché tre diversi livelli di amministrazione: lo Stato centrale, la Regione, il Comune? Almeno nelle nazioni storiche - Galizia, Catalogna, Paese Basco, che già amministrano i servizi, l' economia, scuola e università, la tv regionale - l' amministrazione, secondo Fraga, dovrebbe essere unica, cioè regionale. In buona sostanza, anche polizia, magistratura e tasse dovrebbero essere sottratte a Madrid e rientrare sotto le competenze della Xunta galiziana, della Generalitat catalana o del Lehendakari basco.


Il dilemma non è nuovo. La sovranità è di Madrid e viene esercitata, in parte, dalle regioni storiche? O è delle regioni che ne cedono una parte (difesa, moneta, politica estera) al centro? Per la Spagna castigliana egemone è una scelta drammatica. E, infatti, fino a che ne ha parlato solo Fraga, figura nota e discussa, ma che ora rappresenta la piccola Galizia e fa parte del partito popolare, all' opposizione, la proposta è stata ignorata. Quando l' ha rilanciata, alla vigilia di Pasqua, nel solenne discorso di investitura al governo regionale, Jordi Pujol, è stato impossibile non accorgersene.

L' "amministrazione unica" è stata severamente criticata dall' editoriale del Pais e accolta con insofferenza dal governo. Ma Pujol rappresenta la potente Catalogna. Soprattutto è l' ancora di salvezza del potere socialista, quando, nelle elezioni del prossimo anno, la maggioranza assoluta sfuggirà - dicono - dalle mani del Psoe di Gonzalez e la soluzione, giurano tutti a Madrid, non potrà che essere un' alleanza con i deputati catalani di Convergenza e Unione. A quale prezzo? Alto probabilmente, forse vicino all' "Amministrazione unica" di Fraga. Ecco perché, José Maria Eguiagaray, ministro delle Amministrazioni pubbliche e rappresentante di Gonzalez al discorso di Pujol, a cerimonia conclusa,ha chiamato intorno a sé i giornalisti per dare sfogo ai nervi: "La Costituzione è del 1978: non si può avere la pretesa di rifondare tutti i giorni lo Stato".


La Repubblica – 28 aprile 1992

L'asino d'oro di Apuleio


Le «Metamorfosi» o «Asino d’oro» di Apuleio sono l’unico romanzo latino giunto a noi integro. Letto spesso come un racconto erotico, L'Asino d'oro è in realtà un'opera profondamente religiosa incentrata sui misteri di Iside. Franco Pezzini, da Odoya, ne ripercorre le molte «reincarnazioni», dal Medioevo a Milo Manara.

Paolo Lago

Apuleio, quanti agganci nel romanzo iniziatico


Il fascino esercitato dalle Metamorfosi (o Asino d’oro, utilizzando l’indicazione offerta da Sant’Agostino) di Apuleio (II secolo d. C.) è assai vasto: non solo perché si tratta dell’unico ‘romanzo’ latino giunto per intero fino a noi – il Satyricon di Petronio, purtroppo, ci è pervenuto in forma frammentaria – ma anche perché è un’opera letterariamente complessa e raffinata. Si tratta infatti di un romanzo ‘iniziatico’, denso di riferimenti ai misteri religiosi del culto orientale di Iside – stando soprattutto all’interpretazione di Reinhold Merkelbach – ma la sua narrazione deve molto anche a un background più ‘basso’, come le fabulae Milesiae di Aristide di Mileto (salaci novelle di carattere erotico) a cui lo stesso autore riconduce la propria opera, e a tutta una tradizione novellistica nata soprattutto per delectare, per divertire.

Si tratta, inoltre, anche e soprattutto di un romanzo di viaggio: la storia è incentrata infatti sulle peripezie del protagonista Lucio, in viaggio in Tessaglia, regione greca nota per streghe e magia (quasi una Transilvania del mondo antico), il quale, avvicinatosi incautamente agli incantesimi di una strega, si ritrova tramutato in asino. Sotto la veste asinina, poi, il personaggio viene condotto, dai più svariati padroni, da un capo all’altro della Grecia, fino a ritrovarsi a Corinto dove, durante una processione sacra a Iside, riuscirà a cibarsi delle rose necessarie per ritrasformarsi in uomo.


Sul romanzo di Apuleio è uscito recentemente un interessante volume di Franco Pezzini nella collana «I classici pop» di Odoya: L’importanza di essere Lucio Eros, magia e mistero ne L’asino d’oro di Apuleio (pp. 332, € 20,00). La collana in questione, curata dallo stesso Pezzini, si pone come «una rilettura divertente e accattivante dei classici» perché «se li chiamiamo “classici” un motivo ci sarà: letti a distanza di tanto tempo non solo mantengono freschezza, ma ci interpellano concretamente, offrono macchine per pensare e fantasia per costruire».

L’autore (che per Odoya ha pubblicato anche un denso volume su misteri e curiosità della Londra vittoriana, costituito principalmente dai suoi interventi su «Carmillaonline», riscritti per l’occasione) ci «invita a riprendere in mano l’opera originale senza sostituirsi ad essa, come un amico che racconta una storia suscitando in noi il desiderio di rileggerla». Pezzini ci guida con intelligenza e rigore attraverso le pagine di Apuleio attuando, dietro ogni angolo, cortocircuiti sorprendenti e inaspettati con l’universo moderno e contemporaneo.

Il libro di Pezzini, infatti – come lo stesso romanzo di Apuleio, caratterizzato da numerose novelle inserite che aprono diverse digressioni narrative – offre una svariata gamma di digressioni verso altri ‘orizzonti’, realizzate per mezzo di microparagrafi a tema inseriti nel testo. Questi ultimi costituiscono tante vie di ‘uscita’ dall’universo apuleiano per correre rapidamente verso suggestioni di carattere antropologico, storico, sociale relative al mondo antico in generale, nonché verso diversi ‘agganci’ con la contemporaneità, siano essi la riscrittura del romanzo sotto forma di graphic novel realizzata da Milo Manara o la rappresentazione teatrale messa in scena da Paolo Poli, oppure le peripezie sotto veste asinina di Pinocchio, le cui vicende di metamorfosi trovano nell’opera di Apuleio una sicura fonte di ispirazione.

    Milo Manara

Degni di nota, inoltre, sono i disegni ispirati al romanzo realizzati dallo stesso Pezzini che, insieme a molte altre illustrazioni, accompagnano il testo in una tensione continua verso l’immagine, grazie anche ai numerosi rimandi alle arti figurative presenti nel saggio. Sempre con un occhio di riguardo per le scintillanti invenzioni linguistiche del testo (oggetto di un recente articolo di Monica Longobardi, già autrice di una innovativa traduzione del Satyricon), l’autore pone l’accento sul carattere di metamorfosi continua che – oltre a essere presente come tema principale – investe le vicende e le figure.

Infatti, oltre a riproporre diversi personaggi che, per la loro caratterizzazione, appaiono simili ad altri già incontrati in precedenza, il testo di Apuleio, secondo Pezzini, offre un continuo ribaltamento metamorfico delle avventure, in modo da stravolgere le ‘banali’ aspettative del lettore. Lo stesso romanzo, poi, nel corso del tempo si è per così dire metamorfizzato nelle vesti di novella medievale e rinascimentale, di fiaba romantica, di traduzione, di opera teatrale, di film. E adesso infine, nelle vesti di questo intelligente ‘racconto’ critico.



il manifesto - 17 agosto 2017

Pablo Picasso tra cubismo e classicismo 1915-1925


Una mostra a Roma celebra i cento anni dalla permanenza in città di Pablo Picasso. Convinto di doversi confrontare con la classicità, il pittore aprì uno studio in via Margutta. Un'esperienza importante che segnò non poco la svolta cubista.

Edoardo Sassi

Pablo & Olga un secolo dopo Vacanze romane, anzi amore


Pablo, Olga e quel loro amore nato a Roma nel 1917, esattamente cento anni fa. Lui, il genio spagnolo che a 36 anni pareva aver già inventato tutto: prima bambino prodigio in grado di disegnare come un maestro del Rinascimento, poi inventore dei suoi periodi — il Rosa, il Blu — e infine autore della grande rivoluzione cubista. Lei, una giovane e bellissima danzatrice entrata ragazzina nella compagnia-mito del Novecento, quella dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, e di lì a poco destinata a diventare la prima madame Picasso.

C’è dunque (anche) una motivazione sentimentale nella mostra che sta per aprire i battenti alle Scuderie del Quirinale. Un’antologica che da giovedì 21 settembre (inaugurazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella) celebra il primo e il più importante dei due viaggi in Italia (l’altro, toccata e fuga, fu nel 1949) del pittore andaluso. A Roma in particolare, dove Picasso alloggiò all’Hotel de Russie con l’amico Jean Cocteau, dove affittò uno studio in via Margutta e dove, soprattutto, conobbe lei: Olga Khokhlova (1891-1955), prima compagna e poi moglie (si sposeranno l’anno successivo a Parigi e il matrimonio durerà fino al 1935) ma soprattutto musa prediletta dell’artista per più di tre lustri. Di certo la figura femminile da lui più rappresentata tra fine anni Dieci e inizi anni Venti.

    Portrait d'Olga

Ed è proprio uno di questi quadri — il celebre e straordinario Portrait d’Olga dans un fauteuil del 1918 — una delle opere clou dell’imminente esposizione romana dal titolo Picasso. Tra Cubismo e Classicismo 1915-1925 , curata da Olivier Berggruen e Anunciata von Liechtenstein e con circa cento opere in arrivo da importanti musei. Prestiti concessi, tra gli altri, da Moma, Metropolitan e Guggenheim di New York, dalla Tate di Londra, dal Centre Pompidou e dal Musée Picasso di Parigi, dove s’è appena conclusa un’altra mostra — originale, bellissima — tutta incentrata proprio sul legame tra Pablo e la danzatrice figlia di un colonnello dell’Armata imperiale. Legame da cui nascerà, il 4 febbraio 1921, Paul.

Ed è proprio Paul en Arlequin (1924) un’altra delle opere iconiche dell’esposizione romana, uno dei tanti quadri che Picasso dedicò in questi anni al suo primogenito e che stilisticamente testimoniano, ancora a distanza di tempo, l’amore dell’artista per la commedia dell’arte e più in generale la sua riscoperta del classicismo e del Rinascimento, avvenute in gran parte in Italia nel 1917.

    Paul en Arlequin

«Non c’è mai stata un’epoca neoclassica in Picasso — si è spinto a scrivere Joachim Pissarro, uno dei curatori della conclusa rassegna parigina — ma solo un’epoca Olga». Tant’è: a 136 anni dalla nascita di Picasso, a più di 80 dalla fine di quell’amore e dopo che per decenni si è un po’ liquidato questo periodo come semplice Ritorno all’ordine , Picasso — il Picasso che rilegge Ingres, il Picasso pittore dell’atemporalità sospesa, del realismo monumentale ( La flûte de Pan , La course , Femme assise en chemise , tutte opere tra 1922 e 1923), l’artista dell’intimità familiare nell’appartamento borghese di rue La Boétie — ritorna protagonista; anche nel taglio di questa selezione romana dove si possono vedere o rivedere, fra gli altri, l’ Arlequin del Museu Picasso di Barcellona (1917, a volte accreditato come ritratto di Léonide Massine) o quello allo specchio del Thyssen-Bornemisza (1923).

    Sipario

Ed è un’opera arlecchinesca anche il gigantesco sipario (17 metri per 11) del balletto Parade . L’opera, utilizzata per la prima volta come sipario al Teatro Châtelet di Parigi (Marcel Proust tra gli spettatori), fu in realtà progettata a Roma, nello studio di via Margutta, e realizzata con molti aiuti tra cui quello del pittore italiano Carlo Socrate. Tutto permeato d’esprit mediterraneo-italico, anche l’immenso telone, già esposto a Napoli, sarà a Roma. Non alle Scuderie del Quirinale (dove non sarebbe entrato) bensì nel seicentesco Salone di Palazzo Barberini affrescato da Pietro da Cortona. Un ritorno in Italia per quest’opera che oggi appartiene al Centre Pompidou di Parigi, ma che in passato fu di proprietà del mercante italiano Carlo Cardazzo, il quale nel 1954 provò a venderla per pochi soldi allo Stato italiano, alla Galleria nazionale d’arte moderna, ottenendo però in cambio un clamoroso rifiuto.

La mostra è prodotta da MondoMostre Skira e Ales, e conclude, dopo le tappe a Napoli, le celebrazioni per il centenario del viaggio di Picasso in Italia.



Il Corriere della sera/La Lettura – 17 settembre 2017

venerdì 22 settembre 2017

Diffusa. Rassegna d'arte contemporanea



Il declino strategico della Sinistra

Una riflessione da leggere con attenzione.

Piero Ignazi

Il declino strategico della Sinistra


La rinuncia a presentare la legge sullo Ius soli dimostra che le dinamiche della politica italiana sono radicalmente cambiate dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre. Fino al quel momento avevamo un Pd trionfante, sicuro e orgoglioso di sé. Un Pd che governava quasi monopolisticamente a livello centrale e che controllava ancora molte regioni e città. Pur avendo subito alcune sconfitte a livello locale era ancora il dominus della politica italiana, quello che dirigeva, decideva ed, eventualmente, sanzionava. Il segretario- capo del governo assicurava quella unità di comando e di intenti che affascinava molti. Ma finché era vincente. Caduto nella polvere, il suo appeal presso l’opinione pubblica, soprattutto quella che più l’aveva blandito, svanì d’un colpo.

Però la sconfitta non riguardava solo la leadership di Renzi. Investiva tutto il Pd. Non lo hanno capito gli inossidabili sostenitori del segretario, quasi un fan club, si direbbe, viste certe manifestazioni, e nemmeno gli oppositori interni, sfilatisi alla ricerca di una araba fenice che non volerà più, il “popolo della sinistra”.



Questo mitico popolo è allo sbando. Depresso e sfiduciato dall’esito del referendum ha poi subito i colpi di una scissione incomprensibile e di un ancor più incomprensibile arroccamento di Renzi nella sua posizione di segretario, come nulla fosse successo. Veramente impressionate che nessuno del mondo renziano, fuori e dentro il Pd, abbia fornito uno straccio di riflessione su quel 60% di voti contrari: derubricato come un incidente di percorso, una incomprensione della “grande riforma” (ancora una volta), una cattiva comunicazione, o una questione sentimentale di amore e odio come fossimo ai Baci Perugina.

Eppure, fuori da quel mondo autoreferenziale risuonavano alcune ipotesi interpretative, dall’affezione per la costituzione, unico elemento identificativo di una comunità nazionale frastagliata, una sorta di “patriottismo costituzionale”, alla insoddisfazione trapunta di vera e propria rabbia per i lunghi anni di crisi imputati a chi li ha gestiti ma non creati (cioè al centro-sinistra invece che ai governi berlusconiani), all’isolamento politico nel quale si è venuto a trovare (meglio: si è andato a cacciare) il partito.

Quel popolo di sinistra non sta trasmigrando — ancora — verso altri lidi, ed è illusorio che le micro sigle sorte o risorte in questi ultimi mesi possano rivitalizzarlo. Forse, e sottolineo forse, solo una “lista Pisapia” tutta incentrata sull’ex sindaco di Milano, senza altri orpelli né dentro né fuori, può rimobilitare porzioni di quel popolo. Altrimenti è destinato all’astensione — come accadde clamorosamente alle elezioni regionali nell’Emilia rossa, tre anni fa, quando andò a votare il 37%! Il declino degli iscritti, lo spopolamento delle, e alle, feste dell’Unità, le difficoltà organizzative evidenziano plasticamente l’affaticamento del Pd, incapace di riprendere il bandolo di politica aggregante e mobilitante.


Le prospettive della sinistra sono cupe. Il Pd rimane arroccato in una leadership che porta in sé le stigmate della sconfitta, all’opposto di quando un tempo esibiva i gonfaloni della vittoria, e vive una indeterminatezza politica-strategica logorante: continuare una cavalcata solitaria rischiando un lungo isolamento o individuare un alleato sicuro per i prossimi anni? In più, soffre di un disorientamento ideale, dalla questione migranti alle politiche del lavoro, per citarne solo due: punta ad una politica di accoglienza ed inclusione, e alla difesa dalle condizioni di sfruttamento neo-manchesteriano dei lavoratori? Poi, alla sua sinistra ribolle ancora un magma composito in attesa di una futura, problematica, solidificazione, non si sa quanto appetibile fuori da circoli nostalgici.

Di fronte a questo campo di rovine la destra rialza la testa grazie alla memoria ultracorta degli italiani che hanno dimenticato i guasti epocali prodotti dai suoi governi, e i 5Stelle mantengono vivo e vegeto il loro serbatoio di arrabbiati e sfiduciati.

Il Pd, e la sinistra nel suo complesso, non sono più il perno della politica italiana. Sono diventati co-protagonisti, al pari del M5S, ma un gradino sotto la destra, che andrà unita perché gli elettorati di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia sono sovrapponibili, hanno valutazioni politiche molto simili. Paradossalmente, solo lo stentatissimo risultato del Pd bersaniano nel 2013 permise al Pd, per la prima volta, di guidare il governo e poi, dopo la scissione alfaniana, di “dominarlo”. Alle prossime elezioni il partito di Renzi rischia di non ripetere nemmeno quel risultato; e certamente non sarà più nelle condizioni di dirigere quasi monopolisticamante il governo come negli ultimi tempi. Al massimo potrà entrare in una coalizione. Già, ma con chi?


La Repubblica – 17 settembre 2017

Cappuccetto Rosso si fa i selfie. Fine dei riti di passaggio

           Illustrazione di Alex Raso

Per millenni i giovani sono diventati adulti attraverso riti di passaggio più o meno articolati. Oggi il mito consumistico di un'eterna giovinezza (pensiamo all'uso diffuso del termine ragazzo per ultratrentenni) allunga indefinitivamente la fase dell'adolescenza e rimanda sine die il tempo delle scelte e della assunzione delle responsabilità con conseguenze pericolose per l'equilibrio stesso dei giovani.

Carlo Bordoni

Cappuccetto Rosso si fa i selfie



Cappuccetto Rosso attraversa il bosco e incontra il lupo cattivo: la favola di Charles Perrault e dei fratelli Grimm è la metafora di un viaggio iniziatico che porta fuori dall’infanzia (il bosco) e permette di crescere e di distinguere il bene dal male. Ma i riti iniziatici di una volta non valgono più, sostituiti ormai dall’introduzione di attività/comportamenti/pratiche che una volta erano consentiti solo ai grandi. Sono diventati atti solitari, anche violenti, spesso autolesionistici, a dimostrare la difficoltà a essere riconosciuti come individualità degne di considerazione.

L’iniziazione, con la sua metafora di morte (simbolica) del ragazzo e di rinascita come adulto, è un processo a senso unico, da cui non si torna indietro. Oggi si preferisce restare sul limite, cogliendo il meglio del prima e del dopo, spostandosi avanti e indietro, rifiutando di assumere un’identità definitiva. Un pericoloso punto di non ritorno, tanto che i genitori sono portati a «frenare» sui riti di passaggio dei figli o a rallentare il loro ingresso ufficiale nell’età adulta per non dover ammettere di invecchiare.

Il declino dei riti di passaggio indica dunque la difficoltà di affrontare quella «morte» o l’esigenza di evitarla. Forever young , a cavallo di più generazioni, o comunque disponibili ad assumere ruoli diversi a seconda dei casi. La dispersione dei riti di passaggio accreditati dalla comunità di appartenenza a scandire ogni fase della vita (infanzia/adolescenza/maturità/senescenza) spiega l’introduzione di nuovi riti intergenerazionali e trasversali che riguardano età diverse: il tatuaggio, spesso ripetuto nel corso della vita per ricordare momenti salienti; il piercing o altre manipolazioni del corpo, dallo sballo all’assunzione di sostanze, fino alle più cruente ferite autoinferte, tagli o scarnificazioni. Comportamenti che finiscono per sfuggire al piano simbolico, rischiando di provocare la morte reale di chi li pratica.



Tra le tante dimostrazioni di autoaffermazione si può includere il graffitismo sui muri, una pratica, quella dei writer , che ha invaso le città ed è finita per divenire una componente dell’arredo urbano. Anche le prove estreme di coraggio (e incoscienza) hanno lo scopo di affermare la propria identità di fronte all’indifferenza del mondo e imporsi al pubblico degli amici sui social. 

Questi riti, infatti, pur essendo strettamente individualistici e consumati nella solitudine, divengono per così dire «collettivizzati» attraverso la rete, postati e gratificati di una serie di like . Il rito più demenziale registrato dalle cronache consiste nel farsi un selfie sui binari mentre sta arrivando il treno, aspettando l’ultimo istante per scattare. Qualcosa che ha a che fare col vecchio gioco del pulcino bagnato, reso popolare da un cult movie come Gioventù bruciata con James Dean (1955): una sfida alla morte correndo contromano sulle strade o attraversando senza guardare.

Restano pochi riti istituzionali socialmente condivisi, per la maggior parte legati al mondo della scuola: gli esami conclusivi di ogni ciclo di studi ma ancor di più la vacanza dopo l’esame di maturità o l’Erasmus, attualizzazione del vecchio Grand Tour, e ciò che resta di qualche goliardata per le matricole universitarie. Tra i più giovani, alla prima sigaretta fumata di nascosto, subentra il primo telefonino concesso dai genitori, simbolo di raggiunta autonomia e libertà personale, gravido di occasioni relazionali.

A Cappuccetto Rosso non serve più superare le insidie di un bosco oscuro per affrancarsi dall’infanzia: le basta possedere uno smartphone di ultima generazione.


Il Corriere dela sera/La Lettura – 17 settembre 2017