Passare la vita
cercando di tornare a Itaca, è la storia di ogni uomo. Non tutti
però riescono a trovare la via del ritorno. Eugenio Scalfari non ci
riesce. Un esempio triste di accanimento a scrivere anche quando non
si ha più nulla da dire e il silenzio sarebbe una prova di saggezza.
Eugenio Scalfari
Il viaggio
dell’eroe. Così Odisseo tornato a Itaca scoprì la saggezza e la
pietà
Ci sono molti modi di
scrivere un romanzo e anche molti modi di scrivere un saggio. Matteo
Nucci sta a cavallo tra i due generi letterari, ripassa e
reinterpreta la storia della civiltà ellenica scegliendo, prima
ancora delle idee dalle quali è intrisa, i personaggi, i luoghi, le
strade, gli alberi, gli animali; ma non soltanto quelli che
esistevano o si pensa che esistessero tremila anni fa, ma quelli di
oggi da lui rivisitati e dai quali il libro comincia.
Infatti è l’autore
che, dopo aver visitato l’Acropoli e il Ceramico racconta di
Pericle. Il principe degli ateniesi, quello che per trent’anni
aveva custodito la democrazia confiscandola nelle proprie mani,
quello che aveva creato un impero navale che si estendeva su tutto il
Mediterraneo, era alla fine inciampato su Sparta, alleata prima e
nemica mortale poi. Il disastro aveva colpito Atene e da ultimo la
peste si era abbattuta sulla città seminando ovunque la morte nera.
«Sulla Porta Sacra e
sul Dipylon il cielo era terso. Tutti gli occhi della folla assiepata
erano puntati sull’uomo che avanzava a piccoli passi portando una
corona sulle braccia, il volto scolpito in linee regolari, quasi
fosse pronto a servire da modello per le innumerevoli statue che lo
avrebbero ritratto in una posa immortale... Lo guardavano quasi senza
respirare, in un silenzio assoluto, mentre avanzava verso l’ultimo
dei suoi caduti, Paralo, l’ultima manciata di metri con lentezza,
poi, arrivato dinanzi al corpo, si fermò. La peste gli aveva portato
via la sorella, il primo figlio Santippo, i migliori amici e molti
parenti, ma lui non aveva mai ceduto. La famosa fierezza, la forza
d’animo che era il suo vanto. Atene aveva sempre ammirato quella
specie di eroe... Depose la corona, strinse i pugni sulle tempie,
chiusi gli occhi. Fece per rialzarsi ma non ci riuscì. Poi si sentì
un sibilo che si trasformò in una specie di muggito mentre il corpo
di Pericle cadeva sul corpo di Paralo. Un urlo devastò la quiete del
Ceramico e Pericle per la prima volta pianse».
Morì poco dopo. Era
il 429 a.C. e da quel giorno la storia di Atene e della Grecia
cambiò, ma la sua cultura, la sua scienza, la sua filosofia,
crebbero e diventarono nei secoli che seguirono il lascito di tutta
la storia dell’Occidente e del mondo.
Ma perché il libro
ha inizio in questo modo, con Pericle colto alla fine dei suoi giorni
e Atene prostrata dalla guerra perduta e da una mortale epidemia?
Perché Pericle piange sul corpo del figlio e sulle sorti della città
e il libro si intitola Le lacrime degli eroi ed è attraverso le
lacrime che l’autore racconta la storia dell’Ellade, dei suoi
eroi, dei miti, delle filosofie, delle guerre, dei poemi, delle
tragedie, degli amori, dei lutti, dei misteri.
Dopo il pianto di
Pericle che funge da introduzione, il primo personaggio di questa
storiaromanzo è Platone, lo scrittore-filosofo della Repubblica, del
Simposio e del Fedro. Nucci se ne serve per parlare dell’amore-odio
che lega Platone ad Omero, ma in realtà è il cantore cieco degli
eroi che viene messo al centro della narrazione e attraverso i suoi
poemi, le figure di Odisseo e di Achille con il loro contorno di
compagni di guerra, di ninfe, di dei, di mostri e di destino. E
naturalmente con le loro lacrime.
Nella gara del pianto
i due rivaleggiano, ma Achille ha largamente la meglio sul figlio di
Laerte anche perché è profondamente diversa la struttura dei due
poemi epici. L’Iliade racconta pochissimi fatti: il duello tra
Patroclo ed Ettore, il duello tra Ettore e Achille, l’assalto dei
Teucri al campo degli Achei, la visita di Priamo al Pelide. Tutto il
resto dei ventiquattro libri non è un racconto ma l’analisi dei
sentimenti che animano i personaggi e soprattutto il protagonista del
poema e il suo pianto, suscitato dalla sua ira, dal suo lutto, dai
suoi sogni, dai suoi presagi, dalla sua impotenza di fronte alla
morte e dal suo amore per il corpo dell’amico che ormai è soltanto
una spoglia.
L’Odissea ha tutt’altro andamento, il vero
romanzo è quello ed è un tipico romanzo d’avventura, il primo e
sicuramente il più bello che sia mai stato scritto.
Anche il montaggio
anticipa a tremila anni di distanza il linguaggio cinematografico del
“flashback”: dopo l’episodio di Polifemo, Odisseo smarrisce la
rotta ed entra in un mare con correnti sconosciute e sotto un cielo
dove le stelle sono ignote al navigante. È il dio del mare,
Poseidon, ad averlo trascinato fuori dal mondo nel misterioso oceano
che circonda le terre emerse ed è popolato da misteriose presenze:
Circe la maga, la bocca degli Inferi, Calipso la bella e l’isola di
Ogigia, Nausicaa la vergine e l’isola dei Feaci, anch’essa fuori
dal tempo e dallo spazio.
Quella sarà l’ultima
tappa, prima di tornare finalmente ad Itaca, nel mondo della realtà.
Ma è proprio lì, nel palazzo di Alcinoo, che il “flashback” si
verifica: uno degli aedi canta ciò che avvenne sotto le mura di
Troia e la parte che in quella guerra impietosa vi ebbe Odisseo e che
cosa accadde dopo. L’eroe, di cui nessuno alla corte di Alcinoo
conosceva ancora l’identità ed è onorato come ospite sacro,
ascoltando quel canto si copre il volto col mantello e piange al
ricordo, mentre il racconto procede incalzante, le gesta degli eroi e
dei numi che combattono tra loro e insieme a loro, il Fato che domina
gli eventi mentre le Parche tessono il filo della vita. Ma prima
ancora che il viaggio di Odisseo sia narrato dall’aedo, Omero lo fa
precedere dal viaggio del figlio Telemaco che per salvare se stesso e
la madre Penelope dalla prepotenza dei Proci, attraversa il mare e
sbarca nelle terre di Pilo, di Argo e di Micene in cerca dei compagni
del padre, affinché gli diano notizie di lui, se sanno dove si trova
e perché non ritorna a casa, ultimo errabondo da dieci anni, dopo i
dieci della guerra contro Ilio.
Quattro libri dedica
Omero al viaggio di Telemaco e il racconto è pieno di personaggi ed
avvenimenti. Nestore informa il giovane della drammatica morte di
Agamennone per mano di Egisto e della moglie Clitemnestra. Menelao ed
Elena lo ospitano come fosse un giovane principe e Menelao gli
racconta le sue imprese a Troia e il suo movimentato viaggio di
ritorno.
Mentre i mortali e gli dei che incontrano sulla terra
vivono le loro avventure, sulle vette dell’Olimpo gli stessi dei si
riuniscono e prendono le loro decisioni in obbedienza ai voleri del
Fato, Atena si impone a Poseidon, Zeus comanda ad Ermes di
trasmettere i suoi voleri, la favola degli immortali si intreccia con
quella dei mortali arricchendo il romanzo; l’epica trascolora in
una splendida fiaba nel corso della quale avviene un fatto strano:
cambia il carattere del protagonista ed anche quello del figlio
Telemaco.
Quest’ultimo da
adolescente diventa uomo e il suo mutamento è un fatto di natura, ma
diverso è il caso di Odisseo: era maestro di inganni quando
combatteva sotto le mura di Troia, furbo quanto nessuno, suadente per
ingannare o convincere; è lui che guida le decisioni di Agamennone,
è lui che ricostruisce un rapporto tra il re di Argo e Achille ed
infine sarà lui a immaginare il cavallo, la trappola mortale per
Ilio e la sua gente. Ma l’uomo che torna a Itaca è diverso da
quello che vent’anni prima ne era partito. La capacità di
ingannare e mentire non l’ha perduta, anzi è ancor più vigile, ma
ad essa si è aggiunta un’esperienza e una saggezza che prima non
aveva ed è l’incontro con Atena che ne fa il primo eroe della
modernità, non a caso cantato da Dante come maestro di anime.
Ricordate? «Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir
virtute e canoscenza».
Ho la sensazione che
il bravissimo Nucci non colga quest’aspetto, il mutamento del
personaggio suscitato dalla sua insaziabile curiosità. Del resto è
lui stesso ad annunciare a Penelope, quando finalmente si ricongiunge
con lei nel letto nuziale che aveva costruito sulla base d’un ulivo
secolare, che dovrà ripartire per trovare la gente «che non conosce
il sale» e soltanto dopo quell’ultimo viaggio tornerà per sempre
ad Itaca.
Credo che Nucci non
veda il mutamento perché il ritorno a Itaca è dominato dalle
menzogne che Odisseo è costretto a dire per non farsi riconoscere e
ci riesce perfettamente con l’aiuto di Atena, salvo che con la
vecchia nutrice e il vecchio cane Argo. Menzogne e infine strage, non
solo dei Proci ma dei servi e delle ancelle che ad essi si erano
venduti. Strage e menzogne: dove è dunque la differenza dal maestro
di inganni e di strage quando combatteva a Troia della cui guerra è
lui e non Achille il vero vincitore?
Capisco l’obiezione,
ma la differenza c’è ed appare chiaramente nel colloquio che ha
con Penelope nella lunga notte di racconti e d’amore e poi, nei
giorni successivi, quando si rappacifica con i parenti delle vittime
della strage, riconquista l’amore di tutto il popolo dell’isola e
lascia al figlio il governo della comunità. Odisseo ha scoperto la
pietà, un sentimento che prima del viaggio di ritorno gli era del
tutto ignoto. La strage dei Proci fa parte della natura umana nella
quale la vendetta per un torto subìto è un sentimento
ineliminabile. Del resto Odisseo aveva acquisito una quantità di
crediti verso gli dei e verso il Fato perché per dieci anni era
stato un fuscello e un trastullo nelle mani d’un ignoto destino.
L’ultimo sopruso era stato quello dei Proci ai quali aveva offerto
di lasciare il suo palazzo ed andarsene. Ciò che accade subito dopo
è la natura offesa a reclamarlo e dura fin quando Atena ne impone la
fine. Quanto al suo pianto, l’autore del libro lo attribuisce alla
nostalgia. Gli altri pianti degli altri eroi sono dovuti all’ira,
al dolore, all’amore. La nostalgia è sentimento delicatissimo,
viene da Memosine, la dea che governa i ricordi, madre delle nove
Muse. Basterebbe questo a rivelarci che la natura di Odisseo non è
più e soltanto quella dell’eroe ma quella dell’uomo ed è questa
la novità che l’Omero dell’Odissea ci ha consegnato.
Tralascio di raccontare
il resto del libro che raccomando ai lettori di seguire fino in fondo
anche se – a mio avviso – il vero nucleo di questo viaggio si
conclude a pagina 174. Ciò che viene dopo è un saggio acuto e
sapiente, ma non più il romanzo che fin lì si è svolto. Voglio qui
trascrivere le parole con cui Nucci si accomiata dai suoi lettori e
che rappresentano in poche righe il compendio dell’opera: «Nell’Ade
non c’è ombra. Nessuno può tornare tra i vivi. E il mondo è
invece quello dei vivi perché soltanto lì c’è la vita:
sofferenze, patimenti, piccole gioie, felicità, lacrime di nostalgia
e di rabbia. E la morte. Altre prospettive per Omero non esistono.
C’è soltanto Niobe e il suo melograno, un melograno che non cresce
all’ombra ma sotto il sole». Grazie, caro Nucci, per questa
appassionante lettura.
(Da: La Repubblica del 23
maggio 2013)