TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 24 giugno 2018

Anime in esilio. I Marrani, gli ebrei convertiti



Nel 1492 in Spagna si decretò l’espulsione o la conversione forzata degli ebrei. Costretti a ripudiare la fede, molti vissero scissi fra un cattolicesimo di facciata e il mantenimento in segreto delle antiche tradizioni. Un libro ricostruisce la storia drammatica dei Marrani.


Remo Bodei

Quelle anime in esilio


Nel 1096, in occasione dell’imminente partenza dei cristiani per le Crociate, gli ebrei renani, in particolare quelli di Magonza, furono uccisi «come animali da macello» per aver rifiutato di convertirsi. Anche in altri luoghi e occasioni, accettando il martirio, molti, morendo, «santificarono il Nome». Non così, sostanzialmente, accadde nella Spagna e nei suoi domini (compresa l’Italia meridionale, la Sicilia e la Sardegna). Infatti, dopo che nel gennaio del 1492 venne decretata la cacciata degli ebrei o, in alternativa, la loro conversione forzata, piuttosto che essere costretti all’emigrazione o al martirio, una parte consistente di loro preferì la conservazione della vita, insinuando così il dubbio sul valore di una verità testimoniata dalla morte.

Per necessità molti accettarono, dunque, formalmente il cristianesimo, pur conservando in segreto la loro fede. Avendo perso nel tempo ogni rapporto con l’ebraismo militante, i suoi insegnamenti e i suoi rituali, la religiosità di coloro che venivano popolarmente chiamati marrani (o, nel linguaggio ufficiale, «nuovi cristiani» o «conversi») finì per diventare sempre più «atrofizzata» e legata a una memoria che si assottigliava e si frammentava di generazione in generazione.

    Il Decreto di espulsione

Il loro si trasformò in un «ebraismo per sottrazione», che conservava la speranza del ritorno alla religione dei padri e aveva il suo punto di riferimento in Ester, «simbolo umile e insieme potente del ritorno»che aveva persuaso Assuero a desistere dall’annientamento del popolo ebraico.

La condizione di questi ebrei rinnegati, che vivevano nella «cripta» di un esilio interiore, era precaria ed esposta al pericolo di rivelare la loro condizione. Per questo esercitarono il virtuosismo dell’autocontrollo, aiutati nelle loro tribolazioni dalla speranza di un ritorno alla fede degli avi, qualora le circostanze diventassero favorevoli (cosa che accadrà in città come Ferrara, Venezia, Ancona, Livorno, Amsterdam o Anversa). Come sostiene Donatella Di Cesare, la loro era «una identità lacerata, tragicamente scissa fra due apparenze inconciliabili: una esteriore e ufficiale, l’altra intima e nascosta». Non erano più ebrei, ma nemmeno cristiani. Per i primi, rappresentavano dei traditori, per i secondi, individui essenzialmente inaffidabili. Non erano però «né eroi né martiri».

Traditori di due fedi, diventarono con il tempo inassimilabili rispetto a ogni rigido sistema di credenze, a ogni fondamentalismo. In questo senso, essi rappresentano gli esponenti di una modernità dissonante, scissa, non conciliata o armoniosa: «I marrani portano con sé il seme del dubbio, il fermento dell’opposizione. Dissidenti per necessità, danno avvio a un pensiero radicale». In essi «si frantuma il mito dell’identità», sono scissi in se stessi, provvisti di un «sé duale». Se l’ebreo è l’altro, il marrano è, appunto, «l’altro dell’altro».

Inutilmente gli spagnoli tentarono di assimilarlo con la forza, ponendolo di fronte all’alternativa di essere inglobato nello Stato nazione o di esserne espulso, dichiarato nemico. Non riuscendo a penetrare nel suo intimo, inventarono la prima forma di razzismo, quella che chiedeva ai propri cittadini la limpieza de sangre, poiché sospettavano che l’acqua del battesimo non avesse cancellato nei marrani la loro alterità.

    Ferdinando e Isabella

Tra i conversos e i loro discendenti s’incontrano per noi gli opposti: Tomás de Torquemada, il primo Grande Inquisitore dell’Inquisizione spagnola è accanto a Teresa d’Avila, proclamata da Paolo VI dottore della Chiesa nel 1970.

Della granitica fede cattolica di Torquemada è difficile dubitare, mentre nella mistica di Teresa e, soprattutto, nel suo Castello interiore, è ben presente la tradizione marrana del sottrarre l’io a ogni unità monolitica, del considerarlo ignoto e inaccessibile anche a se stesso, del custodire il segreto: «l’altro abita nel sé, il sé nell’altro. Nessuna identità integrale. Tu sei altro da te stesso [...] è grazie alla separazione che l’anima può ospitare, può far posto all’infinito. Questa è la scoperta delle Indie di Dio». Pur nel suo geometrico razionalismo, anche Baruch Spinoza, di famiglia marrana portoghese, sottoposto all’herem, alla scomunica da parte della comunità ebraica, rivendica nel Trattato teologico-politico il diritto al segreto quando formula l’idea di una libertà per cui non si può prescrivere a nessuno cosa sia vero.

Il marranismo non è finito, segue un percorso carsico che non si può cancellare e che sottende un segreto così profondo da sfuggire agli stessi interessati. Derrida, scherzando, ma non troppo, ha dichiarato negli ultimi anni della sua vita di essersi sempre più spesso sentito come un marrano a causa della «ricerca clandestina di un segreto più grande e più vecchio di me».

In situazioni più angosciose, il marranismo riaffiora nel Novecento, specie all’avvento del Terzo Reich, quando diversi ebrei, al pari di Husserl o Edith Stein, si convertirono al cristianesimo: «Certo è sconcertante che, dopo aver in tutti i modi costretto gli ebrei a integrarsi nella cristianità, a fondersi con il corpo politico della nazione, una volta che siano assimilati, simili al punto da non essere più riconoscibili, si proceda a una rinnovata discriminazione basata sul sangue e consacrata dalle leggi statali».

Il volume di Donatella Di Cesare, con il suo terso e incalzante stile, scopre e illustra con acume una storia ritenuta erroneamente minore o esaurita, ma che ha, invece, una considerevole incidenza sulla genesi della coscienza moderna: «Nella notte della clandestinità, in assenza di ogni testimone storico, i marrani testimoniano il segreto in una esasperata anacronia, una disperata resistenza al tempo del calendario dominante, lottando nell’attesa per una controstoria che, da quel segreto, avrebbe potuto riprendere”.

    Rogo di ebrei

Eppure i marrani, sebbene più numerosi e sottoposti a condizionamenti più drammatici, non sono i soli nella modernità a essere obbligati a fingere per sopravvivere. A prescindere dai libertini, per i quali vale il motto Intus ut libet, foris ut mos est, qualcosa di simile accadde a quanti, per sfuggire all’assolutismo e all’Inquisizione, furono indotti alla «dissimulazione onesta», di cui parla Torquato Accetto nel 1641 (è significativo il fatto che Benedetto Croce facesse ristampare nel 1928, in pieno fascismo, il Della dissimulazione onesta per lasciare una via d’uscita al dilemma tra l’acquiescenza completa al regime e il suo frontale ripudio).

Se, come dice Accetto, «non è permesso di sospirare quando il tiranno non lascia respirare», allora non resta altra possibilità che far mostra di un’esteriore obbedienza per resistere alle vessazioni dell’«ingiusta potenzia». Sarebbe riduttivo (e riporterebbe a un arcaico cliché ermeneutico) considerare il fenomeno della dissimulazione sotto il profilo puramente moralistico.

Presupponendo, infatti, un ideale metastorico di autenticità nelle relazioni tra gli uomini, si finirebbe per infliggere ai soggetti agenti un’esplicita censura, quasi avessero arbitrariamente deciso di complicarsi la vita. Si dimentica così non solo che la «dissimulazione onesta» viene concepita quale ombra che mette in risalto la luce e dà «riposo al vero», ma anche quale forma di resistenza razionale e creativa all’oppressione di un potere che cominciava allora a infiltrarsi direttamente nelle coscienze (anche per colmare il vuoto di egemonia interiore lasciato dagli scismi teologici e dalle guerre di religione che allora dissanguavano l’Europa).


Il Sole 24 Ore – 10 giugno 2018


Donatella Di Cesare
Marrani. L'altro dell’altro
Einaudi, € 12

sabato 23 giugno 2018

InCerti luoghi... come una melodia blu


Poesie sul Lago d'Iseo


Imperia. Incontro con Medicina Democratica


L'università del crimine. Il commissario Charitos nella Grecia di Tsipras




Romanzo dopo romanzo (e sono ormai undici) Petros Markaris disegna dall'osservatorio privilegiato di Atene l'evoluzione di una Grecia in crisi che fatica a ritrovare una propria identità. L'ultimo romanzo, «L’università del crimine», parte dall’assassinio di tre docenti universitari temporaneamente prestati al potere e al governo come “tecnici”. Un poliziesco non privo di richiami alla realtà italiana.

Fabio De Propris

Markaris, un giallo dalle aule universitarie alla politica

«Viviamo in un momento di transizione e non sappiamo come andrà domani», commenta il commissario Kostas Charitos in un passo dell’undicesimo romanzo della serie (cui vanno aggiunti due racconti brevi) cominciata ventitré anni fa con Ultime della notte. È arrivato però il momento di tirare somme, anche se provvisorie. Il suo capo Nikolas Ghikas va in pensione e Charitos è chiamato a ricoprirne il ruolo, in prova. Inoltre la figlia Caterina e il genero Fanis stanno per dargli un nipote. Infine, la crisi dell’economia greca sembra archiviata (Atene strabocca di griglierie, adesso) e il commissario e sua moglie Adriana si sono concessi il lusso di una vacanza nel natìo Epiro.

L’inizio del romanzo L’università del crimine (La nave di Teseo, traduzione di Andrea Di Gregorio, pp. 333, €18,00) ha un ritmo bonario e quasi sonnacchioso, adatto a chi è soddisfatto di sé, tra nuove amicizie strette nel relax epirota (tre anziane signore, ribattezzate le Tre Grazie, in omaggio ironico al mito antico) e situazione sotto controllo in commissariato. L’ormai consumata tecnica dell’autore, Petros Markaris, classe 1937, non consente al suo personaggio di sonnecchiare troppo.

Anzi, l’inizio in tono minore del romanzo, con i coniugi Charitos in vacanza, le tre anziane Charites, cioè Grazie (che, per continuare sul filo della paronomasia, si chiamano Arghirò, Calliope e Tasia, evocando i nomi esiodei di Aglaia, Eufrosine e Talia), e tre professori universitari tedeschi che si ritemprano con voli in tuta alare giù dai monti dell’Epiro, si rivelerà perfettamente integrato nella trama del poliziesco, incentrato sull’assassinio in serie di tre professori dell’Università di Atene passati temporaneamente alla politica.


Sociologia e urbanistica

A parte La balia, ambientato a Istanbul, l’opera omnia di Charitos può essere letta come un’analisi urbanistica e sociologica della Atene contemporanea, còlta nel suo sviluppo dal 1995 a oggi con aggiornamenti biennali: ne dà un attento e appassionato resoconto Patrizio Nissirio in Atene, cannella e cemento armato. Percorsi e riflessioni con Màrkaris e gli altri di (Giulio Perrone editore, 2017). Con L’università del crimine la focalizzazione sembra essersi spostata però dall’urbanistica alla letteratura e alla storia, mantenendo ovviamente immutata l’attenzione alla sociologia. I professori uccisi prestati alla politica insegnavano materie umanistiche e Charitos deve capire se gli assassini sono terroristi, o, come gli suggerisce il docente emerito Sefèroglou, persone in qualche modo legate all’Università di un tempo, quando «i professori non erano semplicemente ‘universitari’, ma insegnanti, studiosi».

Uno dei tre, Aris Archontidis, era esperto dei poeti dell’età ionica e in particolare di Dionìsios Solomòs, nato nell’isola di Zante vent’anni dopo Ugo Foscolo, che a Foscolo dedicò un sonetto italiano in mortem. Archontidis, come rivela la sua ex studentessa e amante Pavlina Menekidi, apprezzava il poeta Solomòs, ma disprezzava l’uomo; tuttavia ne era una sorta di copia. Anche lui aveva lasciato la Grecia da giovane per andare a studiare in Italia e finiva sempre per mettere la poesia al secondo posto, preferendo rievocare il suo passato giovanile dentro Lotta Continua.

Benché nel romanzo si trovi una pagina in cui viene tratteggiata con simpatia la figura di Adriano Sofri, intellettuale «arrestato per omicidio grazie a una testimonianza falsa» e membro di un gruppo niente affatto terroristico («in confronto alle Brigate Rosse, Lotta Continua era una specie di ONG»), l’opinione dell’ex studentessa sul suo mentore è netta e impietosa: «Aris era un eccellente studioso, ma un politologo insopportabile».

La colpa di Archontidis, come quella degli altri due professori (un giurista e un economista), è dunque quella di aver sottovalutato la prospettiva civile dello studio umanistico per dedicarsi a una più lucrativa attività di governo, sicuri che, al termine del mandato, avrebbero riavuto quelle cattedre che erano per loro solo una sinecura e invece per la Grecia un aspetto essenziale della propria Storia e del proprio futuro. Non detto nel testo, ma intuibile: Archontidis sarà passato dalla sinistra extraparlamentare all’accettazione dei diktat della «trojka». Si disegna insomma il classico profilo dell’assassino che si sente giustiziere.

Conclusa la «Trilogia della crisi» (composta da quattro romanzi), Markaris si concentra sulla non meno grave crisi culturale. La prospettiva è quella di un ottantenne. Esempio: l’obeso professor Rapsanis che si avvicina alla politica attirato dalle lusinghe di una «Lisistrata» su Facebook, con cui dialoga presentandosi come «Stan» (Laurel; mentre tutti lo chiamano per la sua grassezza Ollio) ha qualcosa di macchiettistico e Charitos sembra essere a disagio con le nuove tecnologie ancora più del suo autore. Ma su tutto il romanzo aleggia la prospettiva dei pensionati.


L’anticipatore Della Mea

Qui però vi è una novità epocale. I pensionati sono visti come il nuovo soggetto «resistente» in una società arresa (un anticipatore del tema fu Ivan Della Mea col suo romanzo del 1997 Sveglia sul buio), coloro che progettano il futuro perché hanno un passato degno di memoria. È giusto perciò che Caterina e Fanis vogliano chiamare il loro bambino non «come il nonno», ma Lambros, come Lambros Zisis, il vecchio comunista che da Ultime della notte in poi si è andato sempre più riconciliando col poliziotto Charitos (che negli anni settanta era un ingranaggio del regime dei colonnelli nelle camere di tortura di via Bouboulinas), fino a diventarne il migliore amico, la guida pratica attraverso gli anni della crisi dal 2009, il modello di comportamento per Caterina (avvocato dei poveri) e un uomo fedele al suo passato, ma sempre più saggio e comprensivo.

Il Manifesto/Alias – 27 maggio 2018

Noi, turisti a Weimar aspettando la fine


  
Sempre più l'Italia tende ad assomigliare alla Repubblica di Weimar ad una società, cioè, in cui incubano e sempre di più vengono alla luce pulsioni violente e autodistruttive che prefigurano l'avvento di tempi oscuri. Ciò che esiste di represso nella psiche collettiva, scrive Jung negli anni della prima guerra mondiale, “quando arriva in superficie, irrompe nella sua forma più selvaggia e il suo processo di autodistruzione conduce al suicidio universale”. Weimar fu proprio questo, il risultato allora fu il nazismo, una guerra ancora più grande e la Shoah. E oggi?

Massimo Rizzante

Noi, turisti a Weimar aspettando la fine

L'epoca della cosiddetta Repubblica di Weimar (1918-1933), che prende il nome dalla città di Goethe – dove nel 1919 fu approvata la Costituzione che istituiva un Parlamento eletto con sistema proporzionale e voleva un presidente scelto direttamente dal popolo – si sviluppa tra la fine del Reich guglielmino, sconfitto e umiliato dal trattato di Versailles, attraverso la grave inflazione del 1920 e la Grande Depressione del 1929, che provocò sei milioni di disoccupati, fino all'ascesa al potere del nazionalsocialismo.

È in questo contesto, in cui nacquero e furono soppresse le Repubbliche comuniste dei Consigli e si organizzarono i putsch di destra a Berlino e a Monaco (dove Hitler fu arrestato nel 1923 e condannato a cinque anni), che bisogna leggere il succedersi delle nove consultazioni elettorali dal 19 gennaio 1919 al 15 marzo 1933.

Ma Weimar non rappresentò solo conflitto politico e instabilità economica. Fu il più grande periodo della cultura tedesca del XX secolo: dall'Espressionismo al teatro di Brecht, Piscator e Reinhardt, dalla musica dodecafonica di Schönberg alla Bauhaus di Gropius, dal cinema di Fritz Lang alla pittura di Klee, Dix e Grosz, dalla Neue Sachlichkheit ai romanzi di Döblin e a quelli della famiglia Mann. Berlino ne fu il palcoscenico, dove gli attori non erano solo tedeschi, ma venivano da tutta Europa: dalla Svizzera (Robert Walser), dalla Francia (Yvain Goll, Jean Giraudoux, René Crevel), dall'Italia (Pirandello, Marinetti, Borgese, Rosso di San Secondo, Alvaro), dall'Inghilterra (il trio di amici Isherwood, Spender, Auden), dalla Russia (Belyi, Sklovskij, Nabokov, Gorkij, Majakovskij) dall'Europa centrale (Kafka, Roth, Canetti).


Molti di loro erano ebrei. Berlino città d'altri (Neri Pozza), titolo dell'ultimo saggio di Luigi Forte, germanista di lungo corso, disegna un panorama ricco di nomi e sfumature della cultura tedesca dell'epoca. Ma soprattutto mette in luce il contributo che molti intellettuali, scrittori e artisti di altri paesi diedero nel dipingere l'atmosfera berlinese «ruggente e cosmopolita» di quegli anni che coincisero con la metamorfosi della città da vecchia provincia imperiale a simbolo, dopo la Parigi "capitale del XIX secolo", della modernità.

Se Baudelaire fu il grande annunciatore dell'individuo alle prese con il contingente e il transitorio dell'esperienza moderna, i pensatori e gli artisti dell'epoca di Weimar furono i fenomenologi più acuti – e tutt'ora insuperati – del nostro modo di vivere: radicato «nell'economia del denaro, nel carattere di massa, nel livellamento dell'esistenza», ma anche «in un'inquietudine e in una nostalgia che si affiancano alla consapevolezza della fugacità e all'eterno divenire».

Simmel, Benjamin, Bloch, Kracauer, non meno di autori oggi poco frequentati come Hans Oswald, Egon Erwin Kisch ed Erich Kästner gettarono, alle prime luci della modernità, il loro sguardo tragico e irriverente su una città dove le meraviglie del progresso e la degradazione delle relazioni umane, frutti entrambi della Zivilisation, non erano più distinguibili. Si scopriva che tutto ciò che sembrava inconciliabile fino a un decennio prima, ora poteva coesistere e che l'arte se non poteva del tutto arrendersi a un mondo sociale in preda a quella che Broch chiamava in quegli anni «disgregazione dei valori», allo stesso tempo, come Baudelaire aveva annunciato, non poteva neppure sottrarsi all'obliquo splendore delle merci.

Come essere umani in un mondo di merci? Come esplorare artisticamente un mondo di merci? Tutti, intellettuali tedeschi ed europei, nomadi e stanziali, ebrei e goijim, di sinistra e di destra, politici e impolitici cercarono, attraverso la topografia reale e immaginaria di Berlino di trovare una risposta. Ci fu chi, come scrive l'autore del libro, fu «sedotto e abbandonato» dalla città (Kafka e Walser). Chi ne fece un trampolino di lancio (Nabokov).

Per molti, autoctoni o turisti (Turismo intellettuale nella Repubblica di Weimar è il sottotitolo del libro di Forte), Berlino fu «una vera scuola dei sensi e dell'istinto storico». E, aggiungerei, una scuola di provvisorietà, in cui, come afferma Fabian, il protagonista dell'eponimo romanzo di Erich Kästner, gli abitanti di Berlino si ritrovavano costantemente in una sala d'aspetto chiamata Europa senza sapere cosa sarebbe successo. Non potevano che esclamare: «Viviamo alla giornata, la crisi non finisce mai!».


La crisi alla fine terminò con l'avvento del nazismo e molti di coloro che aspettavano l'Europa si ritrovarono a essere perseguitati e condannati dal Terzo Reich, mentre le loro opere, contrarie ai modelli estetici nazionalsocialisti imposti da Hitler, venivano bruciate. Si parlò di Entartete Kunst (arte degenerata)…

Walter Laqueur in conclusione al suo classico saggio La repubblica di Weimar (1974) afferma che «tutti i periodi storici infausti hanno qualche tratto comune, come l'hanno tutti i matrimoni mal riusciti». Forse per questo si sente ripetere che il nostro presente ha diversi tratti in comune con quell'epoca. Tuttavia, sembra che oggi sia l'Europa intera a stare seduta in una camera d'attesa, rinviando ogni dovere, impaurita dall'inferno che la circonda, in un limbo.

Dell'epoca di Weimar abbiamo conservato solo il senso di provvisorietà di fronte a una crisi eterna: «Viviamo alla giornata!». Non sembra, infatti, che le nostre metropoli rappresentino, come quella Berlino, una "scuola dei sensi" e dell'"istinto storico". Il nostro è un altro turismo, è un altro declino, a cui non corrisponde l'esplosione artistica di Weimar, e dove le parole di Ernst Bloch, che affermava che «la contemporaneità non è niente se non supera ciò che è contemporaneo», stentano a risuonare.

La repubblica – 28 maggio 2018

venerdì 22 giugno 2018

Di giardini, commedie e processi. La Massoneria a Venezia nell'epoca dei lumi



Nata a Londra nel 1717 la Massoneria moderna si diffuse presto anche in Italia portata da viaggiatori e commercianti inglesi. Venezia fu, con Firenze e Livorno, una delle prime città in cui la nuova società si diffuse negli ambienti intellettuali che guardavano alla rivoluzione dei lumi. Come ogni parto, anche la nascita della Massoneria non fu indolore: ben presto fioccarono le accuse di empietà. sovversione, segretezza. Qualcuno, come Giacomo Casanova, finì in carcere, altri, come Carlo Goldoni, ne presero le difese. Nonostante il mito del “segreto” (che dura ancora) la Libera Muratoria divenne argomento di articoli, opere teatrali, dipinti e persino giardini.

Giorgio Amico

Di giardini, commedie e processi. La Libera Muratoria a Venezia nell'epoca dei lumi

Nella seconda metà del Settecento, soprattutto tra il 1770 e il 1780, cominciò a diffondersi nel Veneto il gusto per il giardino all’inglese o pittoresco. "Non più teatro di feste e di spettacoli con gran concorso di pubblico, come in epoca barocca, il giardino divenne luogo preposto alla meditazione dotta, meta di passeggiate solitarie o in compagnia di piccoli e selezionati gruppi di amici. Con l’abile manipolazione dell’elemento naturale, degli alberi che venivano appositamente selezionati, dei corsi d’acqua, delle rocce, e con la creazione di false rovine, di labirinti, di padiglioni architettonici riproducenti diversi stili del passato, dal gotico al cinese, dal rustico al moresco, di sculture e iscrizioni, il visitatore veniva guidato in una passeggiata didattica e si immergeva in una rappresentazione che poteva essere storica, letteraria, filosofica o, con appositi filtri atti a conservare il segreto, di ambito massonico". (B. Mazza Boccazzi, Simbologia massonica nel giardino veneto tra Settecento e Ottocento, Studi Veneziani, 2002)

Ma i giardini non sono l'unico indizio della presenza della istituzione massonica nella Serenissima Repubblica di San Marco. Tracce evidenti di simbologia massonica si riscontrano anche negli affreschi di Giambattista Tiepolo   che adornano le sale del Palazzo Marchesini-Valle a Vicenza. Affreschi realizzati su committenza del massone Giorgio Marchesini tra il 1750 e il 1760.

Le prime notizie sull'esistenza di logge sul territorio della Repubblica di San Marco risalgono intorno al 1730. Per quanto riguarda Venezia il Francovich fa coincidere il sorgere di una prima loggia con la permanenza nella città lagunare di Thomas Howard, duca di Norfolk, Gran Maestro della Gran Loggia di Londra. Una loggia raggruppante soprattutto residenti inglesi. Sempre il Francovich ipotizza che nel 1738, in concomitanza con la bolla "In Eminenti" di Clemente XII, le logge veneziane venissero chiuse d'autorità per riformarsi segretamente immediatamente dopo. E' solo nel 1746 che si inizia ad avere notizie certe sulla presenza in città di una loggia sempre inglese.

Parte importante in questa storia ebbe il veneziano Giacomo Casanova. Ricordato come seduttore e giocatore, casanova fu un autorevole esponente della massoneria europea di cui fu uno dei principali agenti. Racconta Francovich come  "il suo costante viaggiare dalla Spagna alla Russia, dall'Inghilterra all'Olanda e alla Germania fosse giustificato anche dalla funzione di agente segreto della confraternita. Egli stesso allude più volte a questo suo segreto". (C. Francovich, Storia della Massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese, La Nuova Italia, 1975)


Nelle sue Memorie il Casanova racconta di essere stato iniziato alla Libera Muratoria a Lione nel 1751. "Due mesi dopo ricevetti a Parigi il secondo grado e, alcuni mesi dopo ancora il terzo, quello di maestro, che è il massimo. Tutti gli alti titoli che mi fecero prendere in seguito, sono garbate invenzioni, di valore simbolico, che nulla aggiungono alla dignità di maestro".

Rientrato a Venezia nel maggio del 1753, egli entra in stretto contatto con il console inglese John Murray e con Joseph Smith, animatori della loggia massonica operante nella città lagunare, composta in prevalenza da inglesi, ma anche da patrizi e borghesi veneziani. Cosa ben nota in città, tanto da destare curiosità e interesse nei salotti e fra i cittadini. Lo testimonia il fatto che in pochi mesi fra il 1753 e il 1754 ben due commedie trattarono l'argomento, prendendo le difese della società attaccata pesantemente dalla Chiesa e dall'Inquisizione come eretica e sovversiva.


"Le donne curiose" di Carlo Goldoni

A Venezia, il 12 febbraio 1753, a conclusione del carnevale, debutta al Teatro di Sant'Angelo Le donne curiose di Carlo Goldoni. La commedia riportò un buon successo, addirittura superiore, secondo lo stesso autore, alla contemporanea Locandiera, opera di ben altro spessore e complessità. Si, perchè Le donne curiose resta un'opera minore nella produzione del Goldoni, ricordata più per la natura dell'argomento trattato che per le qualità artistiche del testo.

L'azione si svolge a Bologna dove un gruppo di benestanti borghesi sono membri di una “amichevole società”, presieduta dal mercante veneziano Pantalone de' Bisognosi, nella quale trascorrono le serate piacevolmente banchettando e discutendo. Da questa società sono escluse le donne, perchè la loro presenza, secondo Pantalone, potrebbe minacciare con gelosie e discordie la compattezza del gruppo di amici.

Questo divieto suscita la curiosità e il sospetto di mogli e fidanzate. C'è chi sospetta che il marito si giochi i beni di famiglia alle carte, un'altra pensa che il fidanzato incontri altre donne (“Dicono che no ne vogliono, ma noi non vi vediamo”), a un'altra è stato riferito che i loro uomini si dedicano a studi alchimistici alla ricerca della pietra filosofale.

Dopo essersi impossessate con l'inganno delle chiavi della casa dove gli uomini si riuniscono, le donne cercano di introdurvisi per scoprire cosa accada durante quegli incontri, ma senza riuscirvi. Disperate si rivolgono a Brighella, servo di Pantalone, che le fa entrare di nascosto affinchè possano vedere cosa realmente accade in quel luogo. Mogli e fidanzate possono assistere non viste alle cerimonie di quella “amichevole società” e rassicurarsi: in quegli incontri non avviene nulla di male. Quando alla fine vengono scoperte, ogni sospetto è ormai fugato e la concordia ristabilita.

Nelle sue Memorie Goldoni spiega il senso dell'opera: "Era questa Le donne curiose, commedia che, sotto un titolo ben nascosto, ben dissimulato, non altro rappresentava se non una loggia di franchi muratori (...) La commedia fu accolta con grandi applausi. I forestieri ne riconobbero senza indugio il senso nascosto, e i veneziani decisero che se Goldoni aveva veramente indovinato il segreto dei franchi muratori, i convegni della setta non si sarebbero più dovuti proibire in Italia”.

L'intento di Goldoni è chiaro: mostrare come il segreto massonico non celasse progetti di sovvertimento sociale o di corruzione dei costumi, come denunciava la Chiesa, ma soltanto i lavori di una pacifica e illuminata società, formata da uomini di buoni costumi e dedita al perfezionamento dei singoli e alla pratica del mutuo soccorso al di là di ogni barriera di ordine sociale. Va inoltre considerato come proprio nel 1751 il nuovo papa, Benedetto XIV, avesse confermato la scomunica dei massoni pronunciata da Clemente XII nel 1738. La polemica con la Chiesa è trasparente. 

La storia è ambientata a Bologna, città natale del papa e importante sede pontificia. Nella scena nona del primo atto, Rosaura (una delle curiose) affronta il fidanzato Florindo e cerca con moine e pressioni di farsi rivelare i segreti della compagnia. Pur sinceramente innamorato, questi rifiuta di violare il segreto scatenando ulteriori sospetti nell'amata. La battuta che questa pronuncia (“se non vogliono che si veda, vi sarà qualche cosa di brutto”) riprende quasi alla lettera la bolla di scomunica dei massoni promulgata da Clemente XII nel 1738 (“ nisi enim male agerent, tanto nequaquam odio lucem haberent”) con la quale si deplorava che nelle logge venissero accolte persone di religioni e idee diverse e che agli affiliati venisse imposto l'obbligo della segretezza.

"Ma quale mistero!" fa dire Goldoni ai suoi personaggi. “Oibò, freddure. Chiaccole della zente, alzadure d'ingegno de quelli che no volemo in te la nostra conversazione, i quali mettendone in vista per qual cossa de grando, i ne vorave precipitar” dice Pantalone nella scena quarta del terzo atto. E continua esponendo i principi della Società:

"Coss'è sto arcano? Qua no se fa scondagne, no se dise mal de nissun, né se offende nissun. Ecco qua i capitoli della nostra conversazion. Sentì se i pol esser più onesti, sentì se ghe xe bisogno de segretezza.
«Che non si riceva in compagnia persona che non sia onesta, civile e di buoni costumi».
«Che ciascheduno possa divertirsi a suo piacere in cose lecite e oneste, virtuose e di buon esempio».
«Che si facciano pranzi e cene in compagnia, però con sobrietà e moderatezza; e quello che eccedesse nel bevere, e si ubbriacasse, per la prima volta sia condannato a pagar il pranzo o la cena che si sarà fatta, e la seconda volta sia scacciato dalla compagnia».
«Che ognuno debba pagare uno scudo per il mantenimento delle cose necessarie, cioè mobili, lumi, servitù, libri e carta ecc.».
«Che sia proibita per sempre la introduzion delle donne, acciò non nascano scandali, dissensioni, gelosie e cose simili».
«Che l'avanzo del denaro che non si spendesse, vada in una cassa in deposito, per soccorrere qualche povero vergognoso».
«Che se qualcheduno della compagnia caderà in qualche disgrazia, senza intacco della sua riputazione, sia assistito dagli altri, e difeso con amore fraterno».
«Chi commetterà qualche delitto o qualche azione indegna, sarà scacciato dalla compagnia».
(E questo el xe el più grazioso, el più comodo de tutti). «Che sieno bandite le cerimonie, i complimenti, le affettazioni: chi vuol andar, vada, chi vuol restar, resti, e non vi sia altro saluto, altro complimento che questo: amicizia, amicizia». Cossa ghe par? Èla una compagnia adorabile?"



Carlo Goldoni e la Massoneria

E' possibile che Goldoni fosse entrato in contatto con ambienti massonici durante il suo soggiorno in Toscana del 1744-48 e che quindi fosse stato spettatore diretto delle polemiche ivi sorte proprio in merito ai fini "occulti" dell'associazione. Infatti, proprio in quegli anni, un ex benedettino ed ex massone senese, Giovanni Gualberto Bottarelli aveva pubblicato anonimamente due libelli che avevano suscitato grande scalpore in tutta Europa: L'Ordre des Francs-Maçons trahi, et le secret des mopses revelé (1745) e Les francs-Maçons écrasés (1746) in cui si rivelavano i rituali della Massoneria e si sosteneva che essa fosse stata fondata dal rivoluzionario inglese Oliver Cromwell con l'intento di sovvertire l'ordine politico esistente, abbattere le monarchie e instaurare il comunismo.

Nel 1746 poi era apparso Relazione della Compagnia de' Liberi Muratori di Valerio Angiolieri Alticozzi, gentiluomo di Cortona, in cui l'autore conferma l'esattezza delle notizie sui rituali pubblicate dal Bottarelli, ma nega che la Massoneria abbia fini eversivi. Quando questo libro uscì Goldoni viveva a Firenze e deve averne avuto conoscenza diretta. Prova ne sia che l'Alticozzi racconta la storia di una giovane ginevrina, mademoiselle Chantillon, che gelosa del suo innamorato massone, vestita da uomo tenta di penetrare nella sua loggia e di farsi addirittura iniziare. La coincidenza dei particolari con quanto rappresentato ne Le donne curiose è tale da escludere ragionevolmente che si tratti di semplice casualità.

Gli indizi di stretti rapporti fra il commediografo veneziano e la Massoneria sono numerosi e paiono confermare l'appartenenza di Goldoni all'istituzione liberomuratoria. Dato non sorretto da prove documentali e di conseguenza rifiutato da una parte degli studiosi, ma, come si diceva, suggerito da numerosissimi indizi. Oltre quanto scritto nelle Memorie, molti suoi amici e conoscenti erano massoni, fra i quali proprio i gentiluomini inglesi amici di Casanova. Scrive a questo proposito Francovich: "Non sappiamo se lo stesso Goldoni facesse parte della loggia veneziana; documenti in merito non esistono. Ma la lunga amicizia con Parmenione Trissino, venerabile della loggia di Vicenza, e con molti altri patrizi veneziani, che figureranno nell'elenco dei massoni del 1785, farebbero propendere per il si. (...) Nella sospettosa Repubblica di San Marco prendere apertamente le difese di una società segreta. Doveva richiedere un certo coraggio, che a nostro avviso, si giustifica meglio come autodifesa". E ancora: "Le prudenti ma chiare affermazioni di democrazia che si possono leggere ne Le donne curiose, sono perfettamente in chiave con i principi della libera muratoria inglese".




"I Liberi Muratori" di Francesco Griselini

L'anno successivo (1754) uscì a Venezia I Liberi Muratori, un'altra commedia il cui carattere muratorio è esplicito già nel titolo. L'opera, che stranamente non fu mai rappresentata in teatro, ebbe però un certo successo nelle librerie tanto da essere dopo pochi mesi ristampata e poi ancora ripubblicata nel 1785.

L'autore era Francesco Griselini, figura di modeste origini ma di non secondaria importanza nell'ambito dell'illuminismo italiano, intellettuale multiforme (pittore, commediografo, studioso di filosofia e di scienze naturali d economiche, giornalista), sicuramente massone. Il Griselini usa per firmare l'opera l'anagramma Ferling Isaac Crens "fratello operaio della loggia di Danzica" e pone come località di stampa la città di Libertapoli. In apertura pone una dedica a Aldinoro Clog, anagramma questa volta di Carlo Goldoni.

Anche questa commedia, di scarsissimo per non dire inesistente valore artistico, tratta di donne curiose che tentano di penetrare in una loggia per scoprirne i segreti. Ma Griselini non si limita come il più illustre collega a mettere in ridicolo le dicerie anti massoniche, ma descrive con dovizia di particolari gli arredi e gli oggetti della loggia, l'insediamento del nuovo Maestro Venerabile. La precisione con cui egli descrive le varie fasi del cerimoniale mostrano chiaramente la volontà di far conoscere ai profani cosa sia veramente la Massoneria in modo da rendere evidente l'infondatezza delle accuse di segretezza e di comunismo.

Illuminante è il discorso del Segretario nella quarta scena del quinto e ultimo atto in cui questi dichiara:

“Vi sono poi certi maligni che ci giudicano come persone che nodriscono delle massime opposte alla pubblica quiete, contrarie agli interessi de' principi (...) rivolte a studiare il modo di (...) rivolgere il sistema delle presenti dominazioni, riduceno il mondo a un'universale repubblica, ove tutti servano e comandino, che il tutto sia di tutti (...) [Costoro] non s'avvedono che, se la nostra società covasse un pensamento così contrario alle mire politiche del principato (...) non verressimo tolerati in qualche città dove le nostre loggie si possono mostrare a dito? Con queste prevenzioni in vienna ed in Napoli non che a Berna furono sorprese delle loggie con i franchi muratori radunati. Furono carcerati; ma, conosciuta la loro innocenza e ch'essi non nutrano cattive intenzioni, furono riposti incontinente il libertà".

Ma chi sono allora i massoni per Griselini? La risposta va ben oltre a quanto affermato dal Goldoni che aveva in qualche modo ristretto il fine della Massoneria al semplice perfezionamento morale individuale da raggiungersi attraverso l'amicizia e le buone opere, per assumere valenza sociale e dunque, nonostante le stesse affermazioni dell'autore, politica.

I Liberi Muratori sono "un ceto di persone illustri, che altro non annidano nella loro mente che idee magnanime e sublimi. Aspirano a far rinascere nel mondo l'età felice dell'oro, ed a sbandire la miseria e la povertà dal consorzio umano"

Dunque in pochi mesi ben due opere teatrali trattano della Massoneria e questo non passò di certo inosservato agli ambienti conservatori e filo papali, rinfocolando sospetti e paure. Come non passò sotto silenzio che nella polemica allora in corso fra Carlo Goldoni e l'ex gesuita Pietro Chiari sugli ambiti e gli scopi della "Commedia" e in cui il primo sostiene contro la stanza riproposizione della vecchia commedia dell'arte fatta di personaggi stereotipati una nuova commedia capace di rappresentare la società borghese in formazione, il massone dichiarato Giacomo Casanova si schieri apertamente a fianco dell'amico usando toni irridenti nei confronti del teatro dell'abate Chiari considerato semplice riproposizione di temi e situazioni ormai da tempo superate, sterile "copiar carte".


L'arresto di Giacomo Casanova

Paure e sospetti, aizzati dalla corte papale e dalle stesse gerarchie ecclesiastiche venete, che finirono infine per scaricarsi sull'anello più debole e al tempo stesso più noto della catena massonica, quel Giacomo Casanova, libertino e presunto baro, accusato di spingere i giovani all'ateismo con le parole e l'esempio della sua vita dissoluta. 

"... essendomi portato questa mattina alla di lui casa... mi fece vedere una pelle bianca, che aveva in detto baule, in forma di una piccola traversa da potersi cingere alla vita, le ho domandato in che se ne servisse, mi rispose che quella si usa quando si va in un certo luogo, ove si adoperano anche dei ferri, et un abito nero, le ricercai dove fossero i ferri e l'abito, mi disse che si tengono nella loggia, perchè di troppo pericolo sarebbe tenerli in casa".

Sulla base di rapporti come questo di spie e informatori, Giacomo Casanova fu arrestato e interrogato; davanti ai giudici si comportò con coraggio: ammise la sua appartenenza alla Massoneria, ma rifiutò di rivelare agli inquisitori notizie sui riti e i partecipanti. Fu così condannato a cinque anni di carcere da scontare ai Piombi, dai quali riuscì a fuggire forse con l'aiuto dei "fratelli" quindici mesi dopo il suo arresto.

Al di là degli aspetti più legati alla discussa e contraddittoria figura dell'avventuriero veneziano, questo processo riveste grande importanza per gli storici delle origini della Libera Muratoria in Italia confermando la presenza di una loggia a Venezia in quegli anni e come ciò venisse vissuto come una possibile minaccia per l'ordine costituito.Situazione destinata a durare con alti e bassi fino all'arrivo alla fine del secolo delle truppe francesi e al formarsi di quelle logge napoleoniche destinante a diventare poi all'inizio del XIX secolo il primo Grande Oriente d'Italia.

Quando sulle Langhe si incontravano le streghe



Un tempo neppure troppo lontano girando di notte sulle Langhe era ancora possibile incontrare le masche (streghe). E' quello che ci racconta Guido Araldo con questa bella storia di Langa.

Guido Araldo

Le masche di Lip

Lip, ovvero Filippo, era fratello di mio nonno Serafino. Nell’anno della presa di Porta Pia, quando i Piemontesi invasero Roma, o giù di lì, Lip corteggiava un fiore di donna nel paese del Carretto. A suo dire, la più bella tra Montenotte e Cortemilia. All’epoca era un giovanotto alto e aitante; ottimo “mediatore” di bestiame nonostante la giovane età. Sulle fiere e nei mercati di mezza Langa aveva saputo guadagnarsi la fiducia di coloro che avevano avuto la ventura d’incontrarlo.

Ne faceva di passi Lip, per andare a trovare quella donna più vecchia di lui di qualche anno: una vedova corteggia da molti uomini su quelle aspre colline. Dai Cataragni del Mù su, per il Baraccone, e poi lungo l’antica strada dei muli: quella degli sfrosadori di duecento anni prima; il Montecerchio e finalmente il piccolo borgo del Carretto all’ombra della torre sbrecciata che aveva dato il nome alla più antica e importante casata marchionale delle Langhe e della Liguria. Ora angoli dimenticati di Langa sospesa tra Piemonte e Liguria; un tempo, grande crocevia di commerci e pellegrinaggi. Nel Medioevo vi sostavano prelati, crociati, ambasciatori, mercanti, banchieri fiorentini e senesi che lasciavano la Via Francigena ad Asti per andarsi a imbarcare nei porti di Savona, Noli, Varigotti e Albenga, e raggiungere più agevolmente Pisa, Civitavecchia, Napoli… A Saliceto, in prossimità del Castelvecchio, c’è ancora la località Alberghi, dai caseggiati antichissimi. E lassù, al Baraccone, il bizantino kastron Baractelìa, quei viaggiatori intravedevano per la prima volta il mare lontano e gli si apriva il cuore.



In quei vasti boschi, dove un cristiano poteva urlare per giorni prima d’essere udito, Lip incontrò le masche simili a fantasmi bianchi, vacui, come usciti da tombe. Emettevano terrificanti lamenti da far raggelare il sangue e rendere canuti i capelli. Apparivano all’improvviso nottetempo, sotto la luna, e poi sparivano altrettanto rapidamente.

La prima volta che incontrò le masche a Lip non restò un centimetro di pelle che non si fosse accapponato. Corse a perdifiato per l’antichissima Magistra Langarum, a tratti ancora lastricata. Scappò come un fulmine: se avesse incrociato un futuro fondista, l’avrebbe superato con tempi da record mondiale.

Il giorno dopo andò in cerca di mio nonno Serafen: sapeva che teneva nascosto uno schioppo, un fucile napoleonico ad avancarica, con il quale andava a caccia. Lo usava anche per difendersi dalle masche che, a quei tempi, erano dappertutto. Quante storie, durante le veglie serali attorno al lumino! Era convinzione che s’appostassero nei boschi tra alberi rinsecchiti o in casolari abbandonati per tormentare i cristiani: anime dannate, serve del diavolo, con un rapporto insondabile con la luna e le sue fasi.

Mio nonno Serafen non osò negare lo schioppo al fratello e fu così che Lip si mise a tracolla il fucile e se ne andò deciso, rassicurato, in direzione del borgo del Carretto, borbottando:

  • Ch’es fazu avanti, scte picye. (Che si facciano avanti, queste puttane!) – riferendosi alle masche.
Era deciso a sparare, se necessario e, infatti, sparò. Ci fu battaglia, sulla Langa più alta, nei boschi tra il Brich di Sieizi, il Brich di Erzi e il Brich di Preizi. Per san Bernardino, acerrimo nemico di tutte le streghe: anche le masche avevano gli schioppi!



Quando Lip vide un pallettone da cinghiale conficcarsi nella corteccia di un cerro a poco più d’un palmo dal suo naso, tornò a correre calciandosi il fondoschiena per come scappava indecorosamente. Questa volta non seguì la strada e si fiondò nei folti castagneti del Parasacco (un antico ricetto medievale, da “para saccum”: protezione dei saccheggi). Allo stesso modo si comportavano i contrabbandieri secoli prima, quando venivano intercettati dai Corridori (gli antesignani dei Finanzieri) lungo la strada dei muli. Ah, se avesse trovato l’imboccatura del mitico sotterraneo che collegava il Parasacco all’antichissima pieve di Gudega, al Castellungo, sull’opposto versante di due colline.

Dal vallone del Parasacco Lip riemerse malconcio l’alba del giorno dopo, con i capelli dritti, e balbettava:

  • Oh belin, ed-cò ‘r mäsche e-i‘han i sc-ciòp! (Accidenti, anche le masche hanno i fucili!) Anzi, non usavano i pallini da fagiano come lui, ma da cinghiale.

Mio padre abbozzava un sorriso ogni volta rievocava quella storia. Macché le masche! I giovani del Carretto non gradivano che un salicetese, cera-faza (faccia falsa) e mäza-previ (ammazza preti), corteggiasse la più bella su quelle colline: la miss di quelle terre. Con lenzuola agitate nei boschi avevano cercato d’intimorirlo e lo scherzo era infine degenerato in una scaramuccia simile a piccola battaglia. Per davvero, a Lip, “e-i’ävu fäye vughi ‘r mäsche! (Gli avevano fatto vedere le masche!)

(Da Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)