TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 28 maggio 2017

Sviluppo e guerra. L'esempio dell'India


Una visione sentimentale della politica internazionale vede nello sviluppo del sud del mondo un antidoto alle guerre e alle migrazioni. In realtà, è proprio il contrario: lo sviluppo, determinando nuovi assetti geopolitici e nuove contraddizioni, è spesso l'anticamera della guerra.Tutta la storia europea degli ultimi tre secoli ne è la dimostrazione. Oggi l'India, dove il rilancio economico del Nord-Est è pensato in funzione anticinese, ne è un buon esempio.

Carlo Pizzati

L’India inaugura il maxi ponte. Prova di forza contro la Cina

Tra le vette più alte del mondo, nell’Himalaya al confine tra Cina e India, sono già arrivate le tempeste dei pre-monsoni. Ma le bufere non sono solo meteorologiche perché stanno addensandosi tensioni tra i due Paesi più popolati al mondo, con più di 1,3 miliardi di abitanti ciascuno.

Così, l’inaugurazione del ponte più lungo dell’India tra l’Assam e lo stato confinante con la Cina, l’Arunachal Pradesh, dovrebbe essere una bella notizia. E difatti il presidente Narendra Modi, nel celebrare tre anni esatti al governo, ha dichiarato ieri che questo ponte è l’inizio di una fase di rilancio economico del Nordest con autostrade, treni, canali, aeroporti e potenziamento dell’Information Technology.

Quel che non ha detto è che si tratta anche di un cambiamento di strategia militare, in un botta e risposta che coinvolge un caccia indiano schiantatosi sui monti dell’Assam, un viaggio del Dalai Lama nel nord dell’India, le offerte misteriose di un «Kissinger cinese» e un flettersi di muscoli in una disputa lunga un secolo, rafforzata dai ritrovati nazionalismi tipici di questa nostra era.



Il ponte Hazarika, lungo 9,15 chilometri attraverserà il fiume sacro Brahmaputra, nell’Assam, consentendo ai carri armati indiani di raggiungere più in fretta le zone di confine, su un’autostrada di duemila chilometri da costruirsi nell’Arunachal Pradesh. Ma provate a pronunciare il nome di questo stato indiano in Cina e vi diranno: «Intendi il Tibet del Sud?». Pechino non riconosce questo stato, e lo reclama come suo. Non solo, si è lamentata pubblicamente con l’India di aver concesso al Dalai Lama di restarci per due settimane ad aprile.

Ponte e autostrada sono un cambiamento di strategia significativo. Dopo la guerra del 1962, in cui per 4 settimane la Cina sconfinò dimostrando il suo potere, l’India ha adottato una strategia difensiva al limite del timoroso: non ha più costruito strade nelle zone di confine perché, in caso d’invasione da nord, per i cinesi sarebbe stato impraticabile conquistare le pianure via terra. Così senza strade e commercio, le regioni si sono impoverite.

Ma Modi ha cambiato gioco, finendo la prima di molte grandi opere rimaste in sospeso, cui seguirà il ponte ferroviario più alto del mondo, 359 metri su un abisso nel Kashmir, e una linea di binari nelle isole Andamane, nel Golfo del Bengala dove transitano navi cargo cinesi.



Non sorprende allora il summit che il ministro degli Interni indiano ha tenuto nel Sikkim, staterello montagnoso con meno di un milione d’abitanti infilato tra Nepal, Bhutan e Cina. A Nathula, posto di frontiera con la Cina, Rajanth Singh ha raccolto i governatori dei sette stati di confine per dire loro, sotto lo sguardo severo dei gurkha: «Alzate il livello di vigilanza. Ci sono state trasgressioni delle forze cinesi in passato. E potrebbero esserci altri faccia a faccia. Dobbiamo sviluppare le zone di confine per arginare l’emigrazione verso sud. Lo faremo finanziando lo sviluppo di villaggi modello, mentre completiamo le reti stradali».

È un cambiamento di rotta totale. Prima la necessità di svuotare le zone cuscinetto con la Cina e renderle impervie a una possibile invasione, ma rendendo anche difficoltoso il pattugliamento. Ora la decisione di popolare il confine di strutture e abitanti, ponti, strade, treni.



L’annuncio arriva proprio quando il cosiddetto «Kissinger cinese», il rispettato diplomatico Dai Bingguo, aveva commentato che se l’India fosse disposta a consegnare territori nel «Tibet del Sud», il governo cinese avrebbe rivisto le sue posizioni in «altre aree», ovvero a nord del Kashmir, in una territorio di 38mila km quadrati che l’India reclama come suo. Scambio improponibile, al momento.

Secondo S.K. Chatterji, analista indiano di sistemi di difesa, la situazione si fa seria: «L’India si deve preparare per una breve, ma intensa guerra nei prossimi anni. Riuscire a spostare le risorse militari da un settore all’altro, a seconda delle minacce, è ora importantissimo per le forze armate indiane. Il ponte sul Brahmaputra aiuterà a muovere rapidamente mezzi e soldati lungo il confine con la Cina».

In quella frontiera, tre giorni fa, è scomparso dai radar un caccia Sukhoi-30 dell’aviazione indiana. Ieri è stato ritrovato proprio sulla linea di confine con la Cina. Nessuna traccia dei due piloti.


La Stampa – 27 maggio 2017

Linea C della metropolitana di Roma: un museo diffuso


Scavare in Italia è sempre fonte di sorprese. La costruzione della metropolitana di Roma restituisce immagini vivissime di tremila anni di storia. Le stazioni diventano sale di un museo diffuso.

Antonello Caporale

Metro C racconta: orti, canali, vigne (e qualche tomba)


I nonni dei nonni dei nonni di Roma si davano da fare con le frecce per cacciare mucche, capre e cervi, amavano l’orto, drenavano l’acqua, costruivano canali, non gli bastava il grano, producevano legumi. 1410 avanti Cristo, insediamento del neolitico poggiato alla base del parcheggio che fa da capolinea alla metro C in località Pantano, 18 chilometri di tratta, l’ultima fermata verso oltre le borgate della cinta metropolitana, alle soglie dei Castelli.

Tra le tante rogne che la nuova linea C ha dato a Roma almeno un tesoro ha restituito. Un enorme, incredibile viaggio nel tempo attraverso i secoli. Giù e ancora giù a seguire le tracce dell’uomo fin dove è stato possibile, fin quando è comparso. Diciotto metri ci separano dal punto G dell’archeologia, 18 è la quota zero, la soglia dove si perdono i segni dell’umanità comparsa, il fondo del fondo in cui le tracce della grandezza e dell’identità di Roma paiono misurabili, intellegibili, processabili in questo monumentale saliscendi dal contemporaneo al primitivo, lungo la scala, non metaforica, del ritrovamento di ciò che siamo stati. Giungere fino al piano terra dell’umanità non è soltanto una corsa all’ingiù, ma è anche l’esibizione di una tecnica sopraffina, di una ricerca no limits, di risorse economiche, finalmente si può dire, spese per illuminare la nostra identità, ritrovare fin nei dettagli la nostra memoria. Ciò che fummo.

Diciotto metri sotto il piano stradale è il punto dove lo scavo scientifico si è fermato (quello tecnico ha raggiunto i meno trenta), dove gli archeologi hanno finito le escursioni, chiuso nelle teche vasi di cocci e noccioli di pesca, ceneri funerarie, recintato e tutelato stanze militari e caserme, cave di tufo e discariche millenarie.

“Un grande, avventuroso e felice viaggio nel tempo” l’ha chiamato Rossella Rea, curatrice scientifica del progetto. Le ruspe della metropolitana hanno seguito gli archeologi e hanno avanzato solo quando la caccia al tesoro era conclusa, i segni dell’uomo scomparsi. E hanno atteso, e l’attesa che pure è costata alla città, alla fine è stata premiata. È stato rovesciato il metodo di indagine, facendo aprire il varco agli archeologi, e sono state evitate le pratiche distruttive con le quali purtroppo avanzò la linea A della metropolitana…


La storia è memoria e bastano pochi scalini, qualche decina di centimetri per giungere, nel piazzale di San Giovanni alla fiaschetteria di sor Agostino che nell’Ottocento preparava la coda alla vaccinara e le frattaglie romane. Menu ricco mi ci ficco e lo traforo. Pigiare il meno cinque dell’ascensore, altri cinque metri ed ecco, siamo nel Seicento, in perfetta traiettoria si ritrova l’osteria madre, il trisavolo di sor Agostino, la taverna originaria.

Il paesaggio era di alture e colline, con declivi utili ai vitigni e alla coltivazione della frutta. I resti dei raccoglitori sono scomparsi ma un fondo di un cesto di paglia, siamo al Primo secolo dopo Cristo, è incredibilmente rimasto illeso. San Giovanni è la cinta daziaria, lì sorgono aziende agricole che coltivano pesche, l’albero trovato in Persia e che offrirà il frutto destinato alla tavola dei ricchi.


A dieci metri sotto la quota attuale i resti di un vivaio, persino le radici degli alberi. Alcuni noccioli di pesco hanno attraversato i secoli e ora sono disponibili nelle teche allineate lungo i tre piani della metro, lo strabiliante museo che ogni giorno, dal prossimo ottobre, i romani attraverseranno per giungere alle pensiline o tornare a casa dopo il lavoro. Un grande orto, di proprietà delle grandi famiglie (i latifondisti raggiungeranno anche Villa Armerina in Sicilia), resiste nei pressi della pancia della Basilica, e nulla per fortuna ha potuto il cemento contemporaneo.

La storia millenaria si difende come fosse un sottomarino che resiste a ogni incursione nemica. Poche centinaia di metri e la fermata dell’Amba Aradam, ancora in fase di completamento, custodisce sotto i suoi piedi (siamo al II secolo dopo Cristo) intatti gli alloggi militari di una grandissima caserma, stanze larghe 4 metri e altrettanto lunghe dove risiedevano i soldati. Un complesso edificato strabiliante, una città d’armi imponente a completamento dell’area militare che, tra l’età di Traiano e quella di Adriano, ricopriva tutto il quartiere del Celio.


Il viaggio verso il nostro sud misura la quantità enorme di energia che Roma ha dato al mondo. Ed è spettacolare la cava di tufo e pozzolana che tra il Primo e il Terzo secolo dopo Cristo alla stazione del Pigneto fu riempita per la costruzione della grande Roma. Una discarica di 3700 metri quadrati a otto metri di profondità, e appena prima – stazione Lodi – un’altra cava delle stesse dimensioni. Svuotamenti e traghettamenti di materiale di risulta, l’immenso movimento terra che la costruzione delle Mura Aureliane provocherà. Ma è alla stazione di Teano che gli archeologi trovano un campo coltivato. Un ettaro intero, forse grano, e qui siamo al Quarto-Terzo secolo avanti Cristo.

Ma Roma è Roma e il primo giallorosso, una parete dipinta con i colori della città, si scorge a Centocelle. Progenitore del tifoso della curva, i suoi resti sono custoditi in tombe con accluso corredo funerario.



Nel ventre l’acqua di un ruscello che a sette metri e mezzo di profondità attraversava l’area dove adesso sorge la stazione di Giglioli, e una strada tra Ponte Mammolo e Boville, un basalto largo due metri e mezzo corre molto al di sopra dei binari della metro a Giardinetti. Un maschio particolarmente longevo, un cinquantenne, età irraggiungibile per la stragrande maggioranza della popolazione e soprattutto per le donne che perivano in età da parto (la setticemia era la causa scatenante) nato tra il Terzo e il Quinto secolo avanti Cristo, chiuso in una tomba perfettamente tenuta sotto la stazione di Torrenova.

La metro C raggiunge il capolinea (Montecompatri-Pantano), e nel luogo più distante dal centro l’insediamento più antico. A Pantano infatti il villaggio del neolitico, capanne di indigeni autarchici. Gli indiani d’America di Roma.

Così forti e organizzati da stabilizzare l’area, progettare azioni di bonifica della palude, mettere in sicurezza le capanne con canali di irrigazione, far fiorire la terra con grano e legumi. Mangiavano carne, e con le frecce inseguivano capre, cervi o puntavano alle mucche. E forse vivevano felici.

Il Fatto – 27 maggio 2017

Le foto sono della caserma ritrovata sotto la stazione di  Amba Aradam


Dante. Un eretico in Paradiso



Collocò i papi all’inferno Separò teologia e politica. Esaltò il libero arbitrio e la coscienza personale. Non a caso Marx lo considera punto di svolta fra due mondi: ultimo uomo del Medoevo e primo dell'età moderna.


Vito Mancuso

Il Dante laico un eretico in Paradiso


Il centro matematico della “Commedia” è una terzina in cui si celebra la libertà in quanto possibilità di libera decisione: «Se così fosse, in voi fora distrutto / libero arbitrio, e non fora giustizia / per ben letizia, e per male aver lutto» (“Purg.” XVI, 70-72). L’intera opera in realtà ruota attorno al concetto di libero arbitrio, come spiega Dante stesso presentando il suo lavoro: «L’uomo, meritando o demeritando nell’esercizio del suo libero arbitrio, è soggetto al giusto premio o alla giusta pena» (“Epistola a Cangrande”,8). È per questo che si dà commedia, cioè movimento, trama, creatività, mentre in sua assenza si avrebbe tragedia, come Edipo destinato a uccidere il padre e a giacere con la madre, oppure farsa, mero caos, assenza totale di struttura.

Uno dei versi più belli è quello con cui Virgilio, accomiatandosi da Dante, gli conferisce la corona e la mitria attestando che ormai egli è re e papa di se stesso: «Per ch’io te sovra te corono e mitrio» ( Purg. XXVII, 142). Appare qui l’altissimo senso della libertà della coscienza personale coltivato da Dante, confermato da quanto scrive al signore di Verona: «Coloro che hanno vigore d’intelletto e di ragione sono dotati di una sorta di divina libertà e non sono rigidamente legati a nessuna consuetudine; e ciò non fa meraviglia, perché non essi sono diretti dalle leggi, ma piuttosto le leggi da loro» ( Epistola a Cangrande, 2). Tale primato della coscienza ha ben poco a che fare con lo stereotipo del medioevo oscurantista e non a caso si ritroverà nell’umanesimo con la Oratio pro hominis dignitate di Pico della Mirandola del 1486, e nella modernità con lo scritto di Kant del 1784 Risposta alla domanda: Che cos’è l’illuminismo?.


Da tale considerazione della libertà discende il primato della morale sostenuto da Dante: «Cessando la Morale Filosofia, l’altre scienze sarebbero celate alcuno tempo, e non sarebbe generazione né vita di felicitade, e indarno sarebbero scritte e per antico trovate» (Convivio, II, 14). Si tratta di una tesi «veramente straordinaria nel medioevo» (Gilson), secondo cui la filosofia si compie come etica e la conoscenza come giustizia. È per questo che in Dante hanno tanto spazio la denuncia e l’invettiva: sono una logica conseguenza dell’aver assunto l’etica quale punto di vista in base a cui guardare il mondo.

Uno sguardo informato dalla giustizia intende giudicare, sente cioè la necessità di distinguere il bene dal male e gli onesti dai truffatori. Dante quindi è un moralista, non però nel senso decaduto della contemporaneità, ma nel senso classico che fa della giustizia la virtù più grande al cui servizio si devono porre la politica, la filosofia e la teologia, perché a questo servono il potere, la conoscenza e la religione: a essere giusti nel proprio intimo e a incrementare il tasso di giustizia nel mondo.

Esattamente per perseguire la giustizia sopra ogni cosa Dante non esita a collocare all’inferno ben cinque papi: Niccolò III, Bonifacio VIII, Clemente V, Celestino V, Anastasio IV, oltre ad altri non nominati e a moltissimi esponenti del clero, collocati soprattutto nel girone degli avari e dei sodomiti.

Il pensiero di Dante sul rapporto della teologia con le altre scienze, in particolare con la filosofia, emerge con chiarezza dal Convivio dove viene ripreso un passo biblico secondo cui «sessanta sono le regine… una è la colomba mia e la perfetta mia», con il seguente commento: «Tutte scienze come regine» e la teologia «colomba perché è sanza macula di lite» ( Convivio II,14; la citazione biblica è Cantico dei cantici 6,8). Ora Dante sapeva bene che la condizione effettiva della teologia non era certo quella di essere priva di liti, visto che la rabies theologorum alimentava scomuniche e roghi.


Egli si riferiva però alla teologia quale avrebbe dovuto essere idealmente: una scienza non a servizio del potere, e perciò ricolma di invidia e di litigiosità, ma a servizio della vita spirituale, e perciò ricolma di pace e di mitezza. La teologia amata da Dante ha il vertice non nella dogmatica, ma nella spiritualità e nella mistica: non a caso Beatrice al culmine del Paradiso lo affida non a un teologo dogmatico come Tommaso d’Aquino, ma a san Bernardo, il teologo della mistica unitiva.

A questo proposito un grande esperto quale Gilson ha scritto che la prospettiva dantesca «non solo non contiene la dottrina tomista della subordinazione delle scienze alla teologia, ma manifesta piuttosto l’intenzione di evitarla », e qui occorre ricordare che fu a causa di tale teoria tomista della subordinazione delle scienze alla teologia che in Italia si ebbero eventi come il rogo di Giordano Bruno e l’abiura di Galileo, che tanto hanno contribuito al declino culturale, civile e morale del nostro paese.

Tutto ciò trova conferma nella clamorosa presenza in Paradiso di ben due eretici, già condannati come tali all’epoca in cui Dante scriveva: Gioacchino da Fiore, condannato dal Lateranense IV nel 1215, e Sigieri di Brabante, condannato dall’arcivescovo di Parigi nel 1270 e nel 1277. Dante fa sì che essi vengano presentati da chi in terra era stato loro particolarmente ostile, così fa dire a Bonaventura che Gioacchino da Fiore è «di spirito profetico dotato », un’affermazione che il Bonaventura storico non avrebbe mai potuto compiere perché considerava Gioacchino «come un ignorante condannato a buon diritto ».


Quanto a Sigieri, ancora gli esperti non hanno trovato un accordo sul motivo che portò Dante a porre in Paradiso un pensatore tanto scomodo, esponente di quell’aristotelismo radicale, o averroismo, guardato con palese ostilità dal potere ecclesiastico per la piena autonomia della ragione che professava. Ma proprio un personaggio così scomodo viene posto da Dante in Paradiso accanto ai teologi più illustri e fatto presentare dal più illustre di tutti, san Tommaso d’Aquino, con le celebri parole: «Essa è la luce etterna di Sigieri, / che, leggendo nel vico degli strami, / sillogizzò invidiosi veri» ( Par. X, 136-138). Sigieri era un filosofo che professava la più rigorosa distinzione tra teologia e filosofia: collocandolo in Paradiso Dante approva questa impostazione, persino dopo la pubblica condanna ecclesiastica (cui peraltro seguì la morte sospetta di Sigieri nella curia papale per mano del segretario, si disse preso da un raptus di follia).

Perché Dante esalta Sigieri? Perché il suo pensiero si traduceva in politica nella rigorosa distinzione tra papato e impero, e nella conseguente esclusione del papato da ogni gestione del potere politico. È la prospettiva che noi oggi denominiamo laicità. Si spiega così anche l’ostilità di cui fu oggetto il pensiero politico di Dante da parte del potere ecclesiastico, con l’ordine di papa Giovanni XXII nel 1329 di dare alle fiamme il De Monarchia e l’inserimento della stessa opera nel 1559 nella prima edizione del famigerato Index librorum prohibitorum.


La repubblica – 27 maggio 2017

sabato 27 maggio 2017

Dronero, Fiera degli Acciugai






Caravaggio e l'Inquisitore


Caravaggio, Giordano Bruno e l'Inquisizione in un romanzo inedito di Ermanno Rea.

Giuseppe Lupo

Caravaggio ellittico e silente

Sullo sfondo di una Roma ancora intossicata dal fuoco che ha bruciato vivo Giordano Bruno sulla piazza di Campo dei Fiori, Ermanno Rea immagina Caravaggio costretto ad ascoltare, suo malgrado, le parole di un Inquisitore ormai vecchio e malato, che gli parla di ordine, di sottomissione, di organizzazione verticale del sapere, di visione unilaterale del mondo. In dubbio non ci sono soltanto le sorti della pittura o la fortuna dei suoi dipinti, ma il rischio della libertà, che poi è una maniera assai sottile per alludere alla propria incolumità.

Caravaggio - a parere di questo Inquisitore - ascolta troppo convintamente le voci sinistre del monaco di Nola, ha una maniera tutta sua di rappresentare Dio e il suo mistero, diverge dalla norma in nome di una modernità che nel suo caso si manifesta nei criteri di una religione inquieta e irriverente, fatta di poche verità e soprattutto percorsa da uno spirito di ribellione a qualsiasi concetto di autorità. Di questi ingredienti forti si compone il breve monologo che Rea aveva inizialmente pensato come spettacolo teatrale, poi come video, salvo più tardi abbandonare entrambi i progetti e destinare tutto alla forma di pagine stampate per essere lette. 



La parola del padre non è soltanto un’opera inedita, dunque, ma l’ultimo lascito di un autore che ha cercato nelle storie da narrare le ragioni per cui credere nell’umano, credere nella sua vocazione originaria, che è quella del combattere contro i demoni della propria epoca e contro il buco nero del tempo. Testamento morale? Può darsi. Di sicuro è un testo dalla natura enigmatica, ricco di silenzi e di ellissi (addirittura il personaggio di Caravaggio non interviene mai, se non con gesti e atteggiamenti), che poi il lettore, ragionando per paradossi, scopre essere la parte dotata di maggior fascino evocativo, perché sono quei silenzi appunto i luoghi di più pronunciata suggestione, i momenti in cui il non-dire diventa più eloquente del dire.

Se ci fermassimo ai preliminari, il pensiero correrebbe subito a un romanzo quasi omonimo di Raffaele Crovi, il cui titolo - Le parole del padre (1991) - ricalca perfettamente questo di Rea. Nel caso di Crovi, però, a manovrare il discorso non era il cardine di obbedienza/disobbedienza, ma il dialogo tra un genitore di sangue (Virginio Crovi) e un genitore letterario (Elio Vittorini). È chiaro che Crovi e Rea indagano in direzione diversa, soprattutto destinano alla dimensione autoriale un ruolo che attiene alla sfera formativa o alla funzione di controllo del sapere.


Nell’arringa che l’inquisitore pronuncia dinanzi a uno spaesato Caravaggio, infatti, i padri sono addirittura tre: il Dio supremo, il Papa, Cesare, un pantheon di auctoritates, a cui inchinarsi sempre. Più che essere una tormentata mistificazione dei doveri di una generazione verso l’altra, Rea trasforma le angosce di un’epoca in risorse di civiltà. Non è tanto importante ciò che avrebbe risposto Caravaggio (a cui peraltro, per esprimersi, basta la voce dei suoi dipinti), quanto il presagio di una condizione umana che continua a sfuggire ai richiami dell’obbedienza, continua a nascondersi in quella zona franca che è il tacere prima di assumere le vesti del dubbio.

In quel territorio di verità frammiste, in quell’area di confine dove rifugiarsi quando il rifiuto di obbedire diventa necessità di conservazione, sta il segreto di Caravaggio e Rea ne approfitta per compiere un discorso sull’artificio del dissenso, sul segreto del non allinearsi che risuona un po’ come una sorta di sfida lanciata ai paradigmi del potere nelle sue forme più ottuse e sterili. Rea parla di ieri ma con un occhio sull’oggi ed è così che la sua scrittura si fa recitativo morale, forse presagio di tempi tristi, i nostri, dove altre, più subdole funzioni di controllo esercitano il proprio potere lasciando aperta e indisturbata la porta di una finta libertà.


il sole 24 ore – 21 maggio 2017

Populismo, un virus contagioso



Dall'Europa agli Stati Uniti Marco Revelli analizza il fenomeno in crescita del populismo. Il libro è interessante, la recensione un po' meno, soprattutto per la fastidiosissima abitudine di certi nostri intellettuali di usare il latinorum (mood, stimmung, ecc.) per stupire i semplici con lo sfoggio della propria cultura. Insomma, cialtronate da Dottor Balanzone che un giornale, attento alla comunicazione, come il Manifesto, dovrebbe il più possibile evitare.

Marco Bascetta

Il contagioso virus della società sfarinata

A cosa può servire una categoria, o una definizione, che comprenda una molteplicità talmente vasta ed eterogenea di fenomeni ed esperienze che si accavallano e si contraddicono, si assomigliano e si distinguono attraversando realtà geografiche e tempi storici diversi e difficilmente paragonabili? È la domanda che siamo costretti a porci non appena capiti di mettere le mani sul termine forse più infestante del dibattito pubblico contemporaneo: populismo. Se lo si maneggia da un punto di vista denigratorio o apologetico i contorni si fanno certo più precisi.

Per l’establishment, ossia le élites dominanti e i molti che ne dipendono, si tratta di una demagogia distruttiva delle regole e delle forme della «civile convivenza» in regime di libero mercato. Per quanti si proclamano orgogliosamente populisti si tratta invece di un ritorno alla fonte prima e legittima della sovranità, il popolo appunto, usurpata da caste, oligarchie e poteri opachi e imperscrutabili. Sono però enunciati, questi, che permangono in pieno regime di falsa coscienza. La convivenza difesa dai primi è infatti tanto poco «civile» quanto il popolo dei secondi è ben lontano dalla pratica di una democrazia che possa dirsi diretta.

Che fare dunque? Si può tentare di passare dal singolare al plurale, ma comunque l’album di famiglia dei populismi resta alquanto confuso. Non si capisce bene chi debba esservi incluso né a quali condizioni. Si può ricorrere allo schema che più di ogni altro i populisti respingono: la partizione tra destra e sinistra, distinguendo tra populismi di stampo egualitario e populismi di ispirazione organicistica, ma anche qui le linee finiscono col confondersi o col perdere ogni senso comparativo.

Si può, infine, tracciare confini temporali. Tanto per chiarire che se Masaniello e Donald Trump ce l’hanno entrambi con le tasse, per il resto hanno poco a che spartire tra loro. Distinguere tra un populismo classico otto e primo novecentesco e un neopopulismo contemporaneo è, del resto, assolutamente sensato.



Marco Revelli nel suo ultimo lavoro (Populismo 2.0, Einaudi, pp.155, euro 12) si affaccia brevemente su tutte queste possibilità senza, peraltro, affidarsi interamente a nessuna. Ma ha poi davvero senso cercare un minimo denominatore comune o un insieme di caratteristiche tali da conferire alla nozione di populismo sufficiente rigore? O non è forse un tempo, una fase, un passaggio storico (la crisi permanente in cui viviamo nel nostro caso) piuttosto che una forma politica, una ideologia, una dottrina o una precisa costellazione di soggetti a sviluppare un certo senso comune, determinati umori e comportamenti?

Revelli coglie, a questo proposito, un punto importante: il populismo – scrive – non è un «ismo» come gli altri ma qualcosa di molto più impalpabile e indefinito: «È uno stato d’animo. Un mood. La forma informe che assumono il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale».

Ed è precisamente questo mood che Revelli insegue e cartografa attraverso le mappe elettorali dei successi di Donald Trump negli Usa e di Marine Le Pen in Francia, attraverso le affermazioni del Leave in Gran Bretagna e gli exploit della destra xenofoba di Afd in Germania. Mappe che indicano la «cattura» da parte di questi personaggi e schieramenti politici, degli esclusi e dei «fregati», dei perdenti e dei passeggeri di un ascensore sociale in continua e precipitosa discesa. In realtà l’identikit sociologico di questo popolo del populismo è alquanto incerto e precario. Vi si possono rintracciare tratti della classica contrapposizione tra città e campagna, centro e periferia, ma questo genere di polarità sembrano tutt’altro che esaurienti. I soggetti che le popolano sono sottoposti a evidente instabilità e coltivano labili convinzioni.

Ora, se assumiamo effettivamente il termine populismo come la diffusione di una Stimmung, una «tonalità emotiva», alimentata dagli effetti della crisi e dalla prepotente arroganza del suo governo oligarchico ne dobbiamo altresì registrare l’ambivalenza. Convivono in questo stato d’animo nostalgie e volontà di cambiamento, desiderio di autodeterminazione e bisogni di affidamento, disincanto e credulità. Questo significa che «il disagio e i conati di protesta» possono prendere strade diverse e antitetiche. In altre parole, se il populismo non è un «ismo» come gli altri lo si può considerare come uno stadio preliminare che tende però rapidamente a diventarlo, traducendosi in nomi che corrispondono a tradizioni e politiche tristemente identificate: nazionalismo, razzismo, autoritarismo.

O, al contrario, in esperimenti di democrazia partecipata che si sporgono oltre la crisi della rappresentanza. Che la Francia incantata da Le Pen, l’America di Trump, l’Ungheria di Orban, la Polonia, l’Inghilterra del Brexit abbiano sciolto gran parte delle ambiguità sotto il segno del nazionalismo (con tassi variabili di xenofobia) è fuori di dubbio. Che vi prevalgano contenuti sociali o subalternità alle leggi del neoliberismo non cambia molto quanto alla minaccia che rappresentano per le libertà individuali e collettive.

Revelli prende in esame i tre fattori che nell’analisi di Christa Deiwks costituirebbero l’elemento comune a tutti i populismi. In primo luogo il popolo, considerato come unità inscindibile e naturale, si contrappone, da un lato, alla élite privilegiata che lo sovrasta e lo espropria, dall’altro al corpo estraneo dei migranti che ne minerebbe abitudini, sicurezze identità.


Il secondo fattore è la convinzione di avere subito un torto, di essere caduti vittime di un complotto di corrotti e lestofanti. Il che spiega anche il ruolo salvifico attribuito al potere giudiziario. Il terzo momento chiama in causa un potere «buono», vicino al sentire della «gente», cui si affida il compito di cacciare gli usurpatori e ristabilire l’etica popolare. Non è difficile riconoscere in questi tre fattori le caratteristiche proprie del risentimento: l’assunzione del punto di vista della vittima come criterio di verità e l’invocazione di un redentore chiamato a ristabilire la giustizia «in nome del popolo».

Possiamo ora considerare questi tratti comuni, non a una ideologia, a una proposta politica o a un soggetto sociale, bensì a un’epoca, quella che ha visto la controrivoluzione neoliberale affermarsi come governo della crisi. L’unitarietà organica del popolo non è forse figlia di quella messa al bando del conflitto dalla vita sociale e di quell’idea di competitività che è la versione economicista del nazionalismo? E l’idea di un salvatore che faccia «il bene del popolo» non è, per caso, imparentata con la concezione postdemocratica delle élites che «fanno il bene dell’economia»?

Il populismo contemporaneo, allora, può considerarsi la forma, prescelta perché ritenuta più manipolabile, verso la quale il paradigma dominante ha cercato di sospingere le contraddizioni che andava generando (Berlusconi e Trump ne sono gli esempi più illuminanti). Il che non vuol dire che non possa sfuggire di mano, come accadde negli anni Trenta.

La Stimmung di cui parlavamo, tuttavia, non è affatto campata in aria o frutto di un puro e semplice accecamento ideologico. La percezione dell’espropriazione subita, il carattere parassitario del comando capitalistico, le mostruose diseguaglianze, lo sfruttamento sempre più intenso di una vita impoverita sono ben reali e radicate nelle condizioni del presente. Miscelarle in un popolo cui far dire quel che si vuole e cui sacrificare le nostre molteplici ragioni è la premessa sicura di una qualche forma postmoderna di fascismo. Ma a partire da queste contraddizioni si può prendere tutt’altra strada quella lungo la quale le intelligenze produttive dei molti costruiscano autonomia, autorganizzazione, potere.


Il manifesto – 3 maggio 2017

giovedì 25 maggio 2017

Quaranta finestre 8. Voltaggio



Quaranta finestre 8. Voltaggio (AL)

Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Cesare Pavese