TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 4 marzo 2015

Hakan Günday, Per raccontare la Turchia sono partito da Céline



Intervista a Hakan Günday, tra i più interessanti giovani autori turchi

Marco Ansaldo

“Per raccontare la Turchia sono partito da Céline”


Può un libro cambiare una vita? Deve farlo. Altrimenti, a che varrebbe leggere? E questo, per l’appunto, accade a Derda, il protagonista maschile del romanzo A con Zeta ( appena uscito da Marcos y Marcos) dello scrittore turco Hakan Günday. Derda è un ragazzo analfabeta. Un amico lo aiuta a colmare le sue lacune e poi gli regala I reietti dello scrittore Oguz Atay, pioniere del romanzo moderno in Turchia e punto di riferimento del premio Nobel Orhan Pamuk, ma scarsamente considerato in vita. Dalla lettura di quel testo la sua esistenza si trasforma. In una ricerca febbrile si impadronisce delle altre opere dell’autore, morto nel 1977 a soli 43 anni, Diario, Aspettando la paura . Da un negozio ruba anche la sua biografia.

C’è una pagina che restituisce lo stordimento felice del ragazzo. «Derda era steso, immobile, sul pavimento di cemento, con le braccia aperte, come un crocifisso. La copia dei Reietti che aveva sul petto si alzava e si abbassava a ogni respiro. Aveva mandato giù d’un fiato le settecento pagine del romanzo, il primo che avesse mai letto in vita sua. Quello che aveva capito del contenuto del libro equivaleva a un granello di polvere. Nella sua mente c’era solo quel granello di polvere, tutto il resto era nel libro che aveva sul petto. Per questa ragione respirava a fatica. Anche se non era stato in grado di capire alcune frasi, Derda intuiva dove conducessero».

Lui è il ragazzo che pulisce le tombe al cimitero e adesso si presenta ogni giorno ai piedi della lapide dov’è sepolto Oguz Atay a recitargli brani. Ma questa è solo la seconda parte di un lungo, strutturato, appassionante romanzo. La prima è invece incentrata sul personaggio femminile di Derdâ, stesso nome, ma con un accento diverso. Lei è una bambina condannata alla schiavitù, venduta dalla madre e catapultata dalla Turchia all’Inghilterra, che si riscatterà a metà della sua vita conoscendo Derda ( A con Zeta, infatti), dopo anni di segregazione e pornografia.

Hakan Günday ha 39 anni, vive a Istanbul ed è figlio di diplomatici, ma, invece di andare all’università e fermarsi tra i banchi di Scienze politiche, ha preferito sedersi in un caffè di fronte all’entrata dell’accademia e guardare la vita che gli scorreva davanti. «A 23 anni sono entrato in una vita immaginaria – ride – e per certi versi mi ci trovo ancora. Quella è stata la mia vera scuola». Sul suo sito compare ben visibile una frase in latino, come un’iscrizione imperitura: Vulnerant omnes, ultima necat (“Ogni ora che passa ti ferisce, l’ultima ti uccide”).



È al caffè che è nato A con Zeta?
«Io stavo lì a pensare. Infine ho realizzato che un libro era il miglior modo di riflettere e di darmi delle risposte. Ma all’inizio non avevo nessuna idea, solo domande. E attraverso le domande cercavo risposte e storie».

Che cosa cercava in particolare?
«La questione principale era come fosse possibile per alcuni individui sfuggire alla loro condizione difficile. Per riuscire a farlo devi rompere i muri, non quelli di metallo o di vetro, ma muri di persone. Allora, come puoi scappare da questo tunnel, come puoi trovare la libertà? Tutte queste domande mi hanno aiutato a costruire la figura di lei, di Derdâ, costretta a seguire a Londra un marito crudele. Poi, ci sono stati libri fondamentali ».

Ne dica uno.

« Viaggio al termine della notte, di Louis-Ferdinand Céline. Lo avevo letto a 14 anni e confesso di non avere capito niente, allora, ma ho sentito qualcosa. E quella percezione, anni dopo, mi ha spinto a scrivere. Volevo dare l’idea di questo passaggio, e da lì è venuta fuori la figura del ragazzo».

Dietro di loro, ma presentissimo, c’è poi lo scrittore Oguz Atay, morto giovane per un tumore al cervello. Che cosa l’ha colpita di lui?
«Sono contento che oggi la gente in Turchia lo stia riscoprendo. Vedo molto interesse attorno alla sua figura. Purtroppo, non è stato così in vita».

Perché?
«Dopo il colpo di Stato degli anni Settanta, Atay era considerato un grande autore di romanzi psicologici. E così a quel tempo era percepito come un traditore, proprio per la sua attenzione alla psicologia dei personaggi, invece che alla politica. Ma i suoi lavori, oggi, dimostrano di essere molti più vicini alla politica di altri che sono stati dimenticati».

E nel suo nome, Derda e Derdâ si incontrano. Però sono due figure molto diverse, A con Zeta. Perché?
«Perché il loro è uno scontro fra pianeti diversi. Questo è un romanzo pieno di coincidenze. Volevo mostrare che il loro incontro è una questione quasi fisica, una cosa che chiamiamo destino, ed è però la vita. Volevo disegnare un cerchio, e l’incontro fra il ragazzo e Oguz Atay, e poi con la donna, avviene perché sono tutte persone che vivono una grande solitudine ».

Nel suo libro c’è anche molta Turchia di ieri e di oggi. Quale è l’immagine che viene fuori del suo Paese?

«Il Paese di cui parlo non è composto qui da un grande panorama, ma si focalizza piuttosto sulla violenza, sul fuoco, sull’oscurità. I due personaggi di questo romanzo esprimono un ambiente che è, certamente, la loro vita. Ed è una vita dura».

E la Turchia è un Paese pieno di contraddizioni…
«Oh, certo, è proprio così…».

…meraviglioso da un lato, ma dove dall’altro per esempio la libertà di espressione appare limitata. Tutti i grandi scrittori turchi, da Orhan Pamuk a Elif Shafak a Yashar Kemal, morto proprio pochi giorni fa, hanno avuto problemi. E lei?
«Tanti autori qui hanno avuto problemi, è vero, da Nazim Hikmet in giù. Io, per ora, non ne ho mai avuti. Però oggi è diverso, e ad avere problemi non sono gli scrittori, ma i giornalisti».

E in questa resistenza turca un ruolo forte l’ha avuto nel 2013 la protesta di Gezi Park. Una rivolta repressa però nel sangue. Un moto che lei pensa destinato prima o poi a tornare?
«Le manifestazioni affinché gli alberi del parco non venissero tagliati, con tutto quello che hanno significato nei confronti delle autorità, sono state un muscolo che ha lavorato nel nostro cuore. È qualcosa che è successo ed è entrato nelle nostre anime, nei libri, nelle opere d’arte. E che è destinato a tornare nei prossimi vent’anni. Perché molti di quegli studenti un giorno diventeranno avvocati, politici, artisti. E non dimenticheranno mai quell’esperienza ».

La Repubblica – 3 marzo 2015

Hakan Günday
A con Zeta
Marcos y Marcos, 2015
euro 18


martedì 3 marzo 2015

Montale a carte scoperte



Le poesie che Montale non voleva pubblicate. Come gli editori (e i curatori) spesso stravolgono la volontà degli autori.

Lorenzo Tomasin

Montale a carte scoperte



Montale non amava che si rovistasse tra le sue carte. Non lo amava, ma insieme – in un certo senso – lo desiderava, se è vero che da un lato le sue pubbliche dichiarazioni, in prosa e in verso, esorcizzano la curiosità di critici e lettori in genere verso i retroscena materiali della sua poesia (emblematica la scrupolosa distruzione delle lettere ricevute da Clizia-Irma Brandeis), ma da un altro egli stesso autorizza di fatto un’edizione critica in vita (e che edizione: Contini-Bettarini!) in cui le redazioni preparatorie delle poesie sono scrupolosamente censite, e si fa promotore – per tramite della fedele governante Gina Tiossi, di varie (e a modo loro solenni) donazioni di quaderni, fogli, appunti e carte d’archivio al Fondo manoscritti di autori contemporanei di Pavia, fondato da Maria Corti.

Giusto alla Corti – racconta Niccolò Scaffai in uno dei saggi di un elegante volume da lui curato assieme a Simone Albonico, L’autore e il suo archivio – Montale raccomandava nel 1972 di non fargli fare la fine del Leopardi monumentato da una ponderosa raccolta da lei appena pubblicata («Entro dipinta gabbia») e dedicata appunto agli scritti inediti, rari e editi del bienno 1809-1810: sono i famosi versi « Raccomando ai miei posteri / (se ne saranno) in sede letteraria, / il che resta improbabile, di fare un bel falò di tutto che riguardi / la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti…». Un falò : quasi un topos letterario, da Virgilio in giù.

Tutto sommato, però, è un bene che i desideri – intermittenti e contraddittori, si è detto – del saturnino Montale non si siano realizzati. Ed è un bene per lui, visto che proprio l’attenta rivisitazione delle carte d’archivio da parte di Scaffai (il volume, frutto d’un convegno svoltosi a Losanna, è tutto dedicato a simili istruttorie documentarie, che riguardano anche altri novecenteschi, tra cui Gadda, Sereni, Manganelli e Meneghello) consente di salvare Montale… dai suoi critici.

Una rivisitazione di più d’uno dei superstiti del lacunoso archivio Montale, porta Scaffai a correggere vari errori ed equivoci dei suoi postumi lettori. Cose da poco, si dirà. Ma c’è di più: in un caso è possibile addirittura recuperare la sua volontà escludendo dalle poesie legittimamente pubblicate quella che si rivela essere una piccola, ma lampante impostura editoriale. Si tratta della poesia Ritmo, pubblicata tra le Disperse non nell’edizione critica diretta di Contini, ma in quella ben più diffusa realizzata nel 1984 per i Meridiani Mondadori (poi anche negli Oscar).


Già si sapeva che Montale l’aveva esclusa dall’Opera in versi, definendola, in una lettera alla Bettarini (che rispettò il suo volere), «orrenda poesia» che «non è *quasi* [il quasi è cassato] mia», e protestando vivamente: «Spero non ne esistano copie». Ma che non si tratti di semplice depistaggio o negazione Scaffai può ora dimostrare ricostruendo la vicenda di quei versi, provenienti in realtà da una lettera della sorella di Montale, Marianna, all’amica Ida Zambaldi, e citati a memoria con un’esplicita indicazione di parzialità o approssimazione («Ma non li ricordo»).

Il dattiloscritto che ancora tramanda quella presunta quartina giovanile, conservato nell’Archivio Bonsanti a Firenze, è dunque un probabile estratto dalla lettera di Marianna realizzato dalla stessa Ida Zambaldi, eppure così insidiosamente fortunato da finire riprodotto una prima volta nel 1983 in appendice al Quaderno genovese, e infine nelle Poesie pubblicate, dopo la morte dell’autore, da Mondadori: «Non chieggo si ponga su questa / mia tomba epitaffio gentile ; / a dirvi soltanto mi resta : / “Fui uomo, fui vile”». Versi che risalirebbero al 1917, e che certo riecheggiano, più o meno fedelmente, una qualche aurorale “prova di penna”, non ancora molto felice, del giovane Eugenio: ma allora perché lo stesso trattamento – comunque discutibile – non è stato riservato nelle Poesie a tanti altri versi sparsi degli stessi anni documentati per altra via, «versi sicuramente autentici e non inferiori – anzi, forse già più montaliani»? Se lo chiede Scaffai, interrogandosi saggiamente su «dove finisce il lavoro del poeta e dove comincia la mediazione (e perfino l’arbitrio) dell’editore, del curatore, del critico».

Il Sole 24 ore -1 marzo 2015

L’autore e il suo archivio
a cura di Simone Albonico e Niccolò Scaffai
Officina libraria
25,00. 

Il Re dei Gatti




Martedì 10 marzo  ore 18:

“Il Re dei Gatti”

incontro con la scrittrice

BARBARA FLORINDA BARBANTINI
e l’illustratore ALEX RASO

e presentazione del libro

(Editore Artebambini).

Per bambini dai 5 ai 99 anni!

Introduce GIORGIO AMICO con cui parleremo di arte e del pittore Balthus…


Un pomeriggio d’autunno Anna incontra un grosso gatto grigio con scintillanti occhi gialli. Comincia così un viaggio che narra di un’amicizia speciale e della magia della creazione artistica…

Un omaggio al pittore Balthus, il Re dei Gatti, ed al suo misterioso mondo popolato di specchi, gatti e bambine che si mescola con la genesi del quadro “Il gatto allo specchio” presente nel libro.


Nell’appendice oltre al quadro già citato è presente anche l’autoritratto di Balthus che da il titolo al libro “il Re dei gatti” e un simpatico “Balthusiario” con nomi e curiosità utilissimo per chi vuole immergersi nel mondo dell’artista.


lunedì 2 marzo 2015

Quando i piemontesi preferivano le bionde





    L’11 Marzo alle ore 20 presso l’Aula Magna del Liceo S.G. Calasanzio, su iniziativa del Comune di Carcare verrà presentato il libro “Quando i piemontesi preferivano le bionde”. Il testo, scritto da Attilio Ianniello e promosso dall’Associazione Piccoli Allevatori Razza Piemontese “La Piccola”, svela poco per volta una ricerca fatta intorno ad un ceppo di razza bovina Piemontese caratterizzata dal mantello color “fromentino”, color del grano maturo; “la bionda”, come la chiamavano gli allevatori delle Langhe e dell’Entroterra ligure.

Espressionismo tedesco 1905-1913


Stalin nell’identità del Pci



Franco Andreucci ripercorre i 70 anni di vita del partito, soffermandosi su un aspetto spesso dimenticato a favore della «via italiana al socialismo»: lo stalinismo di dirigenti e militanti. Forse sarebbe stato meglio ricordare che fondatore e primo dirigente del PCD'I è Amadeo Bordiga e che a causa dei suoi cedimenti interventisti Gramsci solo due anni più darsi inizierà a contare qualcosa nel partito. Speriamo che il libro sia meno approssimativo del titolo.

Sergio Luzzatto


Stalin nell’identità del Pci



«La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori nelle alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, [...] fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano».

A fronte delle cronache odierne – da Mafia Capitale in giù – è fin troppo facile considerare profetiche le parole affidate da Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari in una celebre intervista del 28 luglio 1981: profetiche non solo rispetto alla Tangentopoli del 1992 ma anche, per l’appunto, rispetto all’attualità giudiziaria d’oggidì. Frettolosamente cacciata dalla finestra della storia italiana, la questione morale è rientrata dalla porta. In generale è rientrata dalla porta la figura storica di Berlinguer, in particolare dell’ultimo Berlinguer. L’alfiere di una politica dell’austerità che si declina oggi come inaggirabile sostenibilità dello sviluppo. L’interprete di una contestazione del capitalismo che appare oggi critica ragionevole del consumismo.

Aveva sessant’anni di vita il Partito comunista italiano, al momento dell’intervista di Berlinguer sulla questione morale. E nessuno immaginava che gliene restassero da vivere soltanto dieci. Nessuno prevedeva allora la formidabile e catastrofica accelerazione di quel decennio, l’Urss di Gorba?ëv, il crollo del Muro, la fine del comunismo. Adesso – un terzo di secolo dopo – la distanza incomincia a essere quella giusta per guardare con profondità di campo ai settant’anni di storia del Pci. Come nel libro, insieme appassionato e pacato, di Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del Pci, 1921-1991. Cercando risposte a un paio di domande fondamentali. Perché il Pci è stato, per diversi decenni dopo il 1945, il partito comunista più forte d’Occidente? E perché, alla fine, non soltanto non ha vinto, ma si è estinto?

La forza del Pci ha storicamente riposato sopra una molteplicità di fattori. La solidità dell’organizzazione, e tanto più dopo la nascita del «partito nuovo», non più di quadri ma di massa. La capacità di gestione politica dei conflitti sociali, negli anni della grande modernizzazione italiana. La presa culturale sugli intellettuali, e l’esercizio di una gramsciana «egemonia». Ancora: il prestigio derivato al Pci dalle lotte dell’antifascismo e della Resistenza; il radicamento identitario nelle regioni «rosse»; la mancanza in Italia di un partito socialdemocratico forte e moderno. Altrettante dimensioni – non necessariamente originali – della ricostruzione di Andreucci. Là dove la sua ricostruzione riesce illuminante, è nell’analisi di una componente di lungo periodo che più di altre vale a spiegare il fallimento storico del Pci: l’ipoteca sul Partito del leninismo prima, dello stalinismo poi.

Scoperta dell’acqua calda, questa di Andreucci? Meno di quanto possa sembrare, se è vero che la storiografia italiana risulta dominata a tutt’oggi da una favola buonista secondo cui il Pci sarebbe stato, fin dalla formazione del suo gruppo dirigente nel 1923-24, un partito non settario né dogmatico, un’isola felice nel panorama del comunismo internazionale. Certo, giocoforza, un partito del Comintern: il partito di Togliatti, stretto collaboratore di Stalin. Ma sottotraccia, già nei terribili anni Trenta, anche il partito della «via italiana al socialismo»: il partito di Gramsci, così aperto e libero seppure in catene. Favola buonista abilmente forgiata da Togliatti in persona tra anni Quaranta e anni Cinquanta, e ripresa più o meno pedissequamente da svariate generazioni di storici del Pci. Dapprima storici ufficiali, da Comitato centrale; successivamente storici ufficiosi, “di area”.



Lui stesso ex storico ufficiale o quasi, Franco Andreucci ha adesso un’altra storia da raccontare. È la storia di un comunismo italiano concepito nella febbre postbellica del «biennio rosso», e indelebilmente marcato dalle lezioni di Lenin sulla necessità della guerra civile e della dittatura del proletariato: per cui anche le strade e le piazze d’Italia, come in Russia, andavano liberate «col ferro e col fuoco» da un’«invasione di locuste putride e voraci», le locuste della borghesia (scripsit Antonio Gramsci, dicembre 1919). È la storia di un partito nato a Livorno, nel 1921, in opposizione e quasi in odio all’ala riformista del socialismo italiano, nel «sibilo delle vipere» denunciato allora da Giacinto Menotti Serrati: un velenoso sibilo antisocialista destinato a prolungarsi negli anni, o piuttosto nei decenni.

Senza entrare nel merito dell’affaire di Gramsci in carcere e di Togliatti a Mosca, Andreucci sottolinea come la continuità sovietica del rapporto tra leninismo e stalinismo sia stata tale anche nella sua ricaduta sulla storia del Pci. Quanto Stalin durò ai vertici del Pcus, altrettanto durò lo stalinismo dei comunisti italiani, dirigenti o militanti che fossero. E anzitutto lo stalinismo indefettibile e interessato del «Migliore». Quello che, negli anni Trenta, spinse Togliatti a non aprire bocca davanti alle purghe di Stalin. A imitare tali e quali gli altri capi del comunismo internazionale, che vivevano a Mosca – lo testimonierà per esperienza diretta una bella figura di comunista piemontese, Felicita Ferrero – «rannicchiati come lumache nel proprio guscio, in attesa che la bufera finisse».

Locuste, vipere, lumache... la storia del comunismo è anche un bestiario, bestiario dell’anatema, della delazione, della scomunica. Così, all’immaginosa metafora da letterato di Osip Mandel’stam, secondo cui i baffi di Stalin erano «insolenti come scarafaggi» (e Mandel’stam muore in un gulag nel 1938), può corrispondere la formula maramalda del segretario Togliatti contro alcuni dissidenti interni del 1951, «pidocchi nella criniera di un nobile cavallo da corsa». Dopodiché, alla fine del 1956, è proprio il segretario del Pci che sollecita il Pcus – a babbo morto: mesi dopo il XX Congresso e la denuncia di Chruš?ëv dei crimini di Stalin – affinché l’Urss intervenga militarmente in Ungheria, perché si proceda senza pietà contro il traditore Nagy.





Lo stalinismo postumo di Togliatti nel 1956 ha contribuito non poco alla maledizione del «fattore K», cioè alla pluridecennale emarginazione del Pci dallo spazio politico dell’Italia democratica. L’autentica via italiana al socialismo – nota persuasivamente Andreucci – sarebbe stata quella dei suoi avversari del ’56: sarebbe stata la via di Antonio Giolitti, cui Togliatti pensò bene di riservare la qualifica sempreverde di «rinnegato». E anche per questo (forse, soprattutto per questo) il comunismo italiano era votato, a lungo andare, alla sconfitta e all’estinzione: per non avere saputo né voluto impostare il rapporto con il socialismo riformista in termini nuovi rispetto a quelli ossessivamente antagonistici della Terza Internazionale.

Berlinguer stesso, in tutta la sua «diversità», si sarebbe rivelato eccezionalmente lento nel ripensare il rapporto storico fra un comunismo di matrice leninista e un socialismo di ispirazione democratica. Anche se – bisogna pur ricordarlo – il maggiore interprete anni Settanta-Ottanta di quel socialismo si chiamava, in Italia, Bettino Craxi. Non esattamente una garanzia, almeno dal punto di vista della «questione morale».

Il Sole 24 ore - 22 febbraio2015



Franco Andreucci
Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del Pci, 1921-1991
Della Porta editori, Pisa 2015
20,00


domenica 1 marzo 2015

Per un 8 marzo di sostanza: “Le donne nella Resistenza”



Comitato provinciale ANPI - Savona - Comitato territoriale ARCI

In occasione dell’8 marzo - giornata internazionale della donna

“Le donne nella Resistenza”

SABATO 7 MARZO 
S.M.S. “F.Leginese” (Milleluci) Savona

Programma:

Ore 17,15 presentazione del libro:

Ci chiamavano libertà. Partigiane e resistenti in Liguria 1943-1945”

Autrice, la giornalista di “Repubblica” Donatella Alfonso, che sarà presente all’evento

La Resistenza attraversa le vite di migliaia e migliaia di donne, ragazze e bambine, nell’Italia occupata, tra l’8 settembre del ’43 e la Liberazione. La attraversa, la segna e la trasforma, anche più di quanto loro stesse non abbiano voluto ammettere e ricordare, sul filo dei decenni. La storia si è facilmente dimenticata di loro e loro stesse, in gran parte, hanno scelto il silenzio; magari cominciando a raccontarsi solo 50 anni dopo. In Liguria, dove peraltro il ruolo delle donne nella lotta partigiana è stato fondamentale, è accaduto forse più che altrove. Ed è tempo di ridare loro voce, tra memoria e futuro. in questo libro, fra le altre, sono raccontate le storie delle partigiane: Mariuccia FAVA “Asta” e Rosalda PANIGO “Pina”

Ore 18,30 spettacolo teatrale

Diario di una donna

dal diario di Nonna Giuseppina e tratto dal monologo teatrale “Calafrica”
di e con Manuela Valenti

Diario di una donna è la narrazione di una donna realmente vissuta negli anni dell’occupazione fascista in Italia. Nonna Peppina lascia traccia di sé e della sua numerosa famiglia in un diario che ne racconta le gesta e le avversità in tutta la semplicità di una donna del Sud migrata a Genova.


Ore 20,00 Cena su prenotazione