TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 7 settembre 2021

Fabio Damen, Il capitalismo è crisi

 


Il marxismo nasce come tentativo di dare una spiegazione dei meccanismi fondamentali (l'accumulazione, lo viluppo, le crisi) della società capitalistica, alternativa a quella fornita dagli economisti liberali. Per questo nella tradizione politica del movimento operaio, prima socialista e poi comunisti, la costante analisi dell'andamento dell'economia capitalistica era considerato fondamentale. Oggi non è più così. Basta scorrere anche velocemente la stampa o i siti della sinistra che ancora si richiama al marxismo e al comunismo, per accorgersi di come questo aspetto fondamentale dell'agire politico sia largamente se non totalmente trascurato a favore di  una politique politicienne condotta sui media. Insomma, anche in campo rivoluzionario, la politica spettacolo la fa da padrona. Per questo sono da segnalare libri come quello di cui oggi presentiamo un estratto dell'introduzione. Un libro importante per comprendere le dinamiche profonde di ciò che vediamo ogni giorno accadere e che tocca la vita di tutti,ma di cui sfuggono le cause autentiche.


G.A.


Il capitalismo è crisi. Considerazioni e verifiche sulla caduta del saggio medio del profitto


Il libro che pubblichiamo è una raccolta di scritti apparsi nel corso degli anni sulla nostra rivista teorica “Prometeo”. Alcuni di essi sono stati rivisti qui e là, al fine di precisare e meglio definire qualche passo che, nella radazione originaria, poteva dare adito – agli occhi di critici più o meno prevenuti – a interpretazioni non del tutto coerenti con la critica marxiana dell'economia politica. Ma gli interventi in tal senso sono stati davvero minimi, anche per i saggi più in là nel tempo, che hanno conservato il loro interesse e la loro efficacia teorico-politica nel mettere a nudo i meccanismi del modo di produzione capitalistico e lo sbocco inevitabile a cui conducono, ossia la crisi, con gli effetti per niente collaterali che essa produce. Effetti sulla classe proletaria, sui rapporti interimperialistici, sull'ambiente, cioè sull'accelerazione impressa alla rapina delle risorse naturali e alle devastazioni che ne conseguono. Effetti drammatici e che promettono di aggravarsi mano a mano che la crisi, al contrario di quanto affermano economisti “di regime” e governanti di ogni colore, non si risolve e detta l'agenda dei governi, di miliardi di esseri umani e del Pianeta in generale.

Il fatto che la crisi imponga alla borghesia le proprie spietate necessità, non significa scadere in un ottuso determinismo, in cui la dialettica delle altre forze materiali – prodotti e agenti dalla e nella società – sia cancellata da un economicismo di matrice secondinternazionalista: al contrario, e gli scritti qui raccolti lo dimostrano. Significa “solo” guardare la realtà così com'è, individuare, auspicabilmente con meno errori possibile, il terreno che esprime il mondo in cui viviamo, determinato – questo sì – dai suoi rapporti di sfruttamento, di dominio e di oppressione. Si tratta di una determinazione storica, cioè prodotta dagli esseri umani collocati appunto in precisi rapporti di classe, che quindi può essere cambiata, fatta saltare per aria con tanta più efficacia quanto più si hanno chiari gli elementi che costituiscono la base materiale della determinazione stessa ossia le leggi del capitale. Leggi sociali, certo, ma pur sempre leggi, che indicano la direzione, dal punto di vista economico, a cui questo sistema di produzione – e conseguentemente di distribuzione – va incontro. Tra queste leggi, il ruolo di protagonista è interpretato da quella che Marx, oltre un secolo e mezzo fa, aveva già individuato chiaramente, benché allora solo in Gran Bretagna e parzialmente in pochi altri paesi, il capitalismo avesse spiegato le ali: la caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Nel suo “laboratorio” rivoluzionario infatti scriveva:

«Questa è, sotto ogni rispetto, la legge più importante della moderna economia politica e la più essenziale per comprendere i rapporti più difficili. Dal punto di vista storico è la legge più importante. È una legge, che ad onta della sua semplicità, non è stata finora mai compresa e tanto meno espressa consapevolmente».

Questo, la sua scarsa o nulla comprensione, era vero non solo ai tempi in cui Marx affilava le armi della critica rivoluzionaria stendendo i suoi appunti, ma lo è per tutta la storia del movimento operaio e comunista, fino ai nostri giorni, come si vede, per esempio, da uno dei saggi qui radunati. Persino una grande rivoluzionaria come Rosa Luxemburg aveva frainteso aspetti fondamentali della critica marxiana, ritenendo erroneamente che “la legge più importante” cominciasse a operare “catastroficamente” solo in presenza della saturazione dei mercati costituiti da “terze persone” (né capitalisti né operai), cioè mercati extracapitalistici. In pratica, contro l'impostazione di Marx aveva spostato l'origine della crisi dalla produzione alla distribuzione, cioè al consumo. Errore non nuovo e destinato, come vedremo, a lunga vita; ma almeno la Luxemburg partiva da un obiettivo corretto, più che mai condivisibile, vale a dire mostrare come il capitale vada verso il crollo non per fattori esterni, ma per le contraddizioni impresse nel suo codice genetico.

Si potrebbe qui aprire una parentesi sulla discussione, un tempo molto accesa, se in Marx sia presente una visione “crollista” del processo di accumulazione capitalistico, discussione che non ha risvolti accademici – anche se molti intellettuali a questo hanno voluto ridurla – ma direttamente politici, rivoluzionari, purché il “crollo” non venga inteso in termini meccanicisti. Ancora una volta, i fattori economici sono uno dei due aspetti della questione: fondamentali, certo, ma senza l'altro elemento non meno importante, la lotta di classe, il crollo del capitalismo, il superamento della società borghese possono essere sempre rimandati a data da destinarsi. Lenin metteva in guarda sul fatto che, in sé, il capitalismo può sempre avere una via d'uscita, sia essa la guerra imperialista, l'aumento dello sfruttamento operaio o tutte e due le cose insieme. In breve, che senza l'intervento cosciente del proletariato rivoluzionario e della sua avanguardia politica (il partito), la società borghese può tirarsi fuori anche dalle crisi economiche più devastanti a spese del proletariato, dei diseredati e, oggi, dell'ambiente, cioè dei prerequisiti biologici della vita.. Nella nostra epoca, si sta concretamente profilando il rischio che l'incapacità finora dimostrata dalla nostra classe di essere all'altezza dello scontro con una borghesia sempre più aggressiva, porti all'ipotesi quanto mai drammatica della “comune rovina delle classi in lotta”, adombrata da Marx e da Engels nel “Manifesto del Partito Comunista”: la guerra generalizzata e la catastrofe ambientale sono possibilità tutt'altro che campate per aria.

Possibilità, non un destino già segnato, ma che non lo sia dipende appunto dallo svolgimento della lotta di classe, fortemente influenzato, per non dire condizionato, dal modo e dall'intensità con cui si esprimono quelle contraddizioni di cui si è parlato più indietro. In quest'ottica si deve dunque collocare la questione del crollo del capitalismo, sulla scorta di Marx stesso:

«Queste contraddizioni conducono, naturalmente, a esplosioni, cataclismi, crisi, in cui una momentanea sospensione di ogni lavoro e la distruzione di una gran parte del capitale, lo riportano violentemente al punto in cui esso può continuare ad andare avanti impiegando pienamente le sue capacità produttive senza suicidarsi. Inoltre, queste catastrofi regolarmente ricorrenti conducono alla loro ripetizione su più larga scala, e infine al crollo violento del capitale».

Crollo violento, non automatico: da nessuna parte Marx lascia intendere che ci sia un automatismo, anzi, indica con precisione le misure (cioè le controtendenze) messe in atto dalla borghesia per rallentare il più a lungo possibile il cammino obbligato verso l'inceppamento del processo economico-produttivo. Nella sostanza, in più di centocinquant'anni sono le stesse e i saggi di questa raccolta lo documentano, seguendo sistematicamente l'andamento della crisi, apertasi nei primi anni '70 con la fine del più intenso ciclo di “prosperità” economica della storia del capitalismo, incominciato dopo la seconda guerra mondiale. Non una di quelle misure individuate da Marx (3) è stata trascurata dai rappresentanti del capitale e dai loro “commessi”, vale a dire dai governi che, a dispetto del nome impresso alla fase attuale, cioè “neoliberismo”, hanno continuato come prima a “intromettersi” nella gestione dell'economia, seppure con modalità diverse rispetto alla fase “statalista”.


domenica 5 settembre 2021

Pellegrini e pellegrinaggi


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sabato 4 settembre 2021

Diego Gabutti, Bordiga era un ideologo svagato

 



Diego Gabutti

Bordiga era un ideologo svagato


Fondatore e primo segretario del Pc italiano, espulso con ignominia dal partito, qualche anno di confino dietro le spalle, Amadeo Bordiga non fu mai un oppositore del regime. Voleva abbattere il capitalismo, e del fascismo non poteva importargli di meno. Pertanto, una volta scontata la pena, si ritirò a vita privata senza neppure sognarsi di combattere la dittatura del suo ex amico Benito Mussolini.

A differenza degli altri comunisti – che scesero sul sentiero di guerra contro l’ex direttore dell’Avanti autoproclamatosi Duce, un po’ come Stalin s’era autoproclamato Padre dei popoli e Togliatti «il Migliore» – Bordiga era «bordighista» abbastanza da lasciare che il fascismo passasse, come un’emicrania della storia. Aspirina e santa pazienza. Non serviva altro. Con «bordighismo», del resto, s’intendeva proprio questo: se all’ordine del giorno c’era la palingenesi sociale, bene, perché no, ma se c’era soltanto da distribuire volantini e da rendere testimonianza d’antifascismo, allora no, grazie, i bordighisti in generale e Amadeo Bordiga in particolare non erano disponibili. Agli occhi di Bordiga il regime dei salti nel cerchio di fuoco, del manganello e dei pugni sui fianchi non era che un’increspatura sull’onda della storia. Sull’orizzonte, ancora invisibile, si stava già sollevando lo tsunami della rivoluzione socialista, uno sconquasso dell’ordine universale che si sarebbe abbattuto, secondo profezia, sul «bagnasciuga» del vecchio mondo, devastandolo e trasfigurandolo. Era tutto scritto. Inutile scalmanarsi, pensava Bordiga. Tempo al tempo, e il capitalismo avrebbe avuto il fatto suo. Così era scritto nei testi sacri con l’evidenziatore rosso fuoco.

Di questa singolare e bizzarra epopea tra Marx e Balzac rende conto l’ultimo libro di Giorgio Amico: Bordiga, il fascismo e la guerra. Storico delle eresie comuniste, autore di testi importanti sulla storia dell’ascesa e caduta dei movimenti goscisti nel Novecento, Giorgio Amico racconta il «ventennio» di Amadeo Bordiga nel dettaglio e senza condividerne le scelte, a suo giudizio poco coraggiose. Ma qui non è questione di coraggio. Come Marx, che passò la vita a parlare del capitale senza che gli ballasse una sterlina in tasca, Bordiga non fece che disquisire per tutta la vita della Storia maiuscola – dove presto o tardi ma infallibilmente avrebbero finito per scontrarsi gl’immani eserciti di classe chiamati a contendersi il mondo dal Manifesto del partito comunista – mentre a lui personalmente non toccarono che storie minuscole. E dire che nel 1921 aveva fondato la sezione italiana dell’Internazionale comunista e che col suo estremismo e le le sue intemerate antiparlamentari aveva ispirato a Lenin L’estremismo, malattia infantile del comunismo, uno dei suoi pamphlet più chiacchierati. Qualche anno dopo, nel 1926, aveva ridotto Stalin a balbettare: «Non avrei mai creduto che un comunista potesse parlarmi così. Dio vi perdoni, compagno Bordiga». Sempre nel 1926, tornato a Roma da Mosca, venne arrestato e gli fu sequestrata una borsa piena di dollari del Comintern destinati al partito italiano. A Ustica, dove venne confinato, organizzò insieme a Gramsci, suo amico e rivale, una scuola di partito. Ma una volta lasciato il confino, cacciato dal partito, si ritirò nell’ombra. Ingegnere, badò a tenersi lontano dai guai, e dai piani alti della storia, dove per un po’ era stato di casa.

Trotsky, cacciato anche lui dal partito, gli mandò un messaggio dall’esilio turco, dov’era stato confinato dal Corifeo delle Scienze: «Lascia l’Italia, e raggiungimi qui a Prinkipo. Organizziamo insieme la grande rentreé della rivoluzione proletaria». Bordiga lasciò cadere l’offerta. Grazie, ma grazie no. Lasciò cadere, in effetti, ogni offerta militante, quale ne fosse la provenienza. Non era aria, da come la vedeva lui, per la guerra di classe, né lui si sarebbe impegnato per meno. Napoletano e fatalista, attendeva che passasse «’a nuttata» della «fase controrivoluzionaria». Venne a patti col fascismo? Be’, non lo affrontò a petto nudo, con un coltello tra i denti, invocando la democrazia o il ritorno del parlamento, irriducibilmente antidemocratico e antiparlamentarista com’era (ben più di Mussolini o di qualsiasi altro fascista). Si rivolse ai tribunali borghesi, trattò con la polizia, ebbe parole d’elogio (forse sincere, ma forse no) per le imprese coloniali del DUX, dichiarò di preferire il Führer (e qui fu sincero) alle democrazie occidentali. Detestò la Resistenza, della quale si fece beffe fino all’ultimo, (e qualche ragione, dal suo punto di vista d’«ostinato e immobile marxista», certamente l’aveva, o almeno la fantasticava). Non s’ammorbidì nemmeno nel dopoguerra, quando gli si raccolse intorno una clacque di seguaci: il Partito comunista internazionalista, progenitore d’ogni gruppuscolo goscista a seguire. Ancora non era passata la nottata. Venne a patti con la democrazia come nel Ventennio era venuto a patti col fascismo: ignorandolo, da quello snob che era.

Viveva nell’Italia e nel mondo reale da marziano. Non partecipava, era fuori dal gioco, e comunque non ne conosceva le regole, né intendeva impararle. Più naif che discreto, gli piaceva guidare il suo gruppuscolo d’illuminati senza mostrarsi in pubblico. Ciò «ricorda molto da vicino» – postilla Amico – la storia di Robert Barcia, importante industriale farmaceutico parigino, morto nel 2009, che i suoi colleghi della Confindustria francese conoscevano come uomo di grande simpatia, fin quando in seguito a un’inchiesta giornalistica dei primi anni 2000 si scoprì che, col nome di battaglia di “Hardy», era in realtà il capo incontrastato di Lutte ouvrière, la principale organizzazione trotskista francese». Anche Amadeo Bordiga, come Barcia e i supereroi, che sotto la mascherina nera sono degl'incorreggibili esibizionisti, ebbe dunque un’identità segreta.

Non era perfetto, naturalmente. Tutt’altro. Una volta scrisse che «contenuto originale del programma comunista è l’annullamento della persona singola come soggetto economico, titolare di diritti e attore della storia umana». Sono solo parole, d’accordo, e lui non le mise mai in pratica (lungi da lui mettere qualunque cosa «in pratica»). Ma quest’attenuante, che non fu uomo d’azione ma d’opuscoli e di «riunioni generali», varrebbe anche per Pol Pot, se il macellaio maoista si fosse fermato a Parigi a filosofare davanti a un pernod con i suoi amici esistenzialisti del Café Voltaire, e non fosse tornato in Cambogia a far danni. Bordiga, ideologicamente parlando, fu un cattivo soggetto, un «malamente» della politica.

Proclamò la nobiltà dell’«anonimato»: la funzione della personalità nella storia era meno di zero. Ma il suo fan club ne fece un’icona, e lui non fece niente, salvo schernirsi un po', come le primedonne nelle conferenze stampa, contro questa deriva da rock star (altro che «anonimato»). Fu anche profeta, come i Padrini di Scientology o dei Testimoni di Geova. Scrisse che nel 1975, cinquant’anni dopo l’età del Comintern e dell’Armata rossa, sarebbe immancabilmente tornata la «fase rivoluzionaria, anonima e tremenda. Ne sono passati altri cinquanta, e niente.


Giorgio Amico
Bordiga, il fascismo e la guerra (1926-1944)
Massari Editore 2021
pp. 240
15,00 euro

Italia Oggi, 4 settembre 2021

martedì 31 agosto 2021

Se Platone cavalca con Billy the Kid

 


Giorgio Amico

Se Platone cavalca con Billy the Kid

È da poco in libreria l'ultimo lavoro di Diego Gabutti. Un'opera fantasmagorica che attraversa come una sorta di sfrenato Helzapoppin l'immaginario collettivo dell'Occidente da Platone ai Supereroi del fumetto contemporaneo.

Come si legge nella quarta di copertina: «Una lunga cavalcata, magari con cappa e spada, tra pellicole d’antan, romanzi d’appendice, fumetti, pettegolezzi e retroscena della storia dello spettacolo, della letteratura, del giornalismo: ecco quali sono le maschere e i pugnali che gli uomini e le donne di Diego Gabutti indossano e impugnano con leggerezza e maestria, per lasciare, non si sa quanto consapevolmente, un segno indelebile nell’immaginario collettivo. Mata Hari, Billy the Kid, Nero Wolfe e Platone, proprio come nel titolo, si alternano tra le pagine veloci e sornione, in un caleidoscopio che strizza mille occhi a chi, smaliziato ma ancora sognatore, si lascerà incantare dalle malìe di una scrittura af fascinante tanto quanto le storie e i personaggi che racconta».

Ma chi è Diego Gabutti? Già collaboratore del Giornale, del Giorno, del Tempo e dell’Indipendente, di Sette-Corriere della Sera, corsivista e recensore d’Italia Oggi, è l’autore di Un’avventura di Amadeo Bordiga (Longanesi 1982 e Milieu 2019); di C’era una volta in America sul cinema di Sergio Leone (Rizzoli 1984 e Milieu 2015); di Pandemonium (Longanesi 2005); di Cospiratori e poeti (Neri Pozza 2018); di Cavalieri pallidi cavalieri neri sul cinema di Clint Eastwood (Milieu 2018); di Il grande Sly sul cinema di Sylvester Stallone (Milieu 2021). Con Rubbettino, nel 2003, ha pubblicato Millennium. Da Erik il Rosso al cyberspazio, e nel 2020 Superuomo, ammosciati. Da Nietzsche a Tarzan, da Napoleone agli Avengers: la fabbrica dell’Übermensch. Ma soprattutto, mi si permetta una notazione personale, un amico carissimo.

Gli spunti interessanti sarebbero moltissimi in un libro così ricco di stimoli. Tanto per permetterne un assaggino ho scelto il capitolo dedicato all'intrepido sceriffo Wyatt Earp perché tratta di un tema caro alla mia infanzia trascorsa tra la scoperta della Coca Cola, grande oggetto del desiderio in quei primi anni '50 in cui ancora si andava a gazosa,  fumetti (Tex Willer era appena nato) e film visti, non senza qualche taglio, perché la storia dei “baci rubati” non è un'invenzione di Giuseppe Tornatore, in sale parrocchiali tristissime ma che avevano per noi bambini il fascino impalpabile dei sogni.

Wyatt Earp

Tra gli eroi intramontabili della cultura pop americana (insieme all’ultimo dei mohicani, a Huck Finn, al giovane Holden e agli Xmen) c’è anche questo sceriffo vestito di nero che cammina a passo

lento lungo i portici di legno di Dodge City e Tombstone con i pollici infilati nel cinturone che regge la pistola (un’enorme Colt a canna lunga, roba da far arrossire un freudiano ortodosso).

Wyatt Earp è l’icona della legge e dell’ordine nel selvaggio west, che proprio per la sua natura di mondo senza stato, di società anarchica, violenta e romantica, è insieme un mondo immaginario, come i borghi medievali delle fiabe, e una potente raffigurazione dell’utopia. In una parola: Hollywood. È stata Hollywood a trasformare, attraverso il cinema e la televisione, Wyatt Earp e gli altri eroi del west in archetipi. Come le locandine magniloquenti del Buffalo Bill’s Wild West Show, come il gazzettiere che intervista il vecchio senatore nell’Uomo che uccise Liberty Valance e rinuncia a pubblicare i suoi appunti, Hollywood non filma la verità ma la leggenda. Cioè una verità extrasize, su scala kolossal, in cinerama.

John Ford raccontava che Earp, ai tempi del cinema muto, bazzicava gli studios cercando di vendere la storia della propria vita a qualche produttore, come si può leggere nella prefazione di Tullio Kezich a una classica biografia di Wyatt Earp, Lo sceriffo di ferro, del giornalista Stuart N. Lake, al quale l'ex sceriffo concesse una fantasiosa intervista nel 1928, un anno prima di morire.

Earp, all’epoca, aveva ottantunanni. Dallo scontro all'OK Corral di Tombstone, Arizona, quando insieme a due suoi fratelli e all’ex dentista e giocatore d’azzardo Doc Holliday, aveva sbaragliato la gang dei Clanton, erano passati quasi cinquant'anni. Ford avrebbe poi davvero girato un film sulla sua vita: Sfida infernale, del 1946, tratto da un grande romanzo di W.R. Burnett, «Saint» Johnson, ispirato a sua volta alla biografia di Lake.

Wyatt Earp, nel canone western, è l'eroe silenzioso, da cui in futuro sarebbero discese le maschere pietrificate degli eroi di Sergio Leone: Clint Eastwood, James Coburn, Charles Bronson. Se proprio deve, Wyatt Earp parla per aforismi, che poi riecheggeranno nella letteratura alta, per esempio nelle storie di W.S. Burroughs (dove le sue battute più celebri, da «combatti o fila» a parli troppo per essere un buon pistolero», sono attribuite all'Ispettore J. Lee, l'asso della Polizia Nova). È l’idea platonica del giustiziere piuttosto che il giustiziere in persona. Non lui, ma la sua riscrittura mitologica si proietta sul grande schermo della cultura pop: la sfida all'OK Corral, poi biografie e autobiografie scarsamente attendibili, quindi un numero incalcolabile di fumetti, film e telefilm.

In un film di Blake Edwards, Intrigo a Hollywood, del 1988, Earp aveva incontrato il suo doppio fiabesco: Tom Mix, l'eroe del film western. In Black Hats, un romanzo di Max Allan collins, lo sceriffo, ormai quasi settantenne, lascia l'Arizona per Manhattan. Nella New York delle Zigfield Follies, di Damon Runyon e del proibizionismo, il vecchio giustiziere si scontra con un'altra icona dell'America senza legge: Alfonso Capone, in arte Al Capone, o Scarface, lo sfregiato. Le licenze storiche stanno alla narrativa postmoderna d'evasione come le licenze poetiche ai rimatori. Wyatt Earp contro la Mano Nera: se già è sempre stato difficile, dall'Anabasi in poi, distinguere tra storia e fiction, presto sarà impossibile.


Diego Gabutti
Maschere e pugnali
Utopisti e avventurieri da Platone a Nero Wolf
Writeup, 2021
Euro 28

Carrara. Mostra del Manifesto Antimilitarista


 

domenica 29 agosto 2021

Savona. A proposito di elezioni comunali e massoneria

 



L'angolo di Bastian Contrario

Quando c'era Lui, caro lei...

A proposito di elezioni comunali e massoneria.

Non sono ancora uscite tutte le liste per le prossime elezioni comunali a Savona e già qualcuno su FB grida allo scandalo per l'eccessivo numero dei massoni che sarebbero candidati. Naturalmente ci si guarda bene dal farne i nomi anche per evitare possibili spiacevoli conseguenze legali. Ma soprattutto impedendo così a chi legge di verificare se di affermazioni veritiere si tratta o di semplici sparate da imbecilli.

Ma il problema vero è un altro: la singolare concezione della democrazia che costoro dimostrano di avere. Ovviamente ciascuno può avere della massoneria l'opinione che vuole, ma questo non tocca minimamente il diritto di ciascun cittadino (massoni compresi) di esercitare pienamente i propri diritti politici fra cui quello di potersi candidare.

A questi giganti del pensiero non farebbe male rileggersi, ammesso che l'abbiano già letta cosa di cui dubitiamo, l'articolo 3 della nostra Costituzione (redatta tra l'altro da una Assemblea Costituente in cui i massoni non erano pochi):

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".

Non sarebbe poi male ricordare che la normativa sulla privacy ha rafforzato questo concetto considerando, proprio per evitare possibili discriminazioni, dati sensibili quelli relativi a:

l’origine razziale ed etnica;

l’orientamento religioso;
le opinioni filosofiche;
le opinioni politiche;
l’adesione a partiti, sindacati o associazioni religiose, filosofiche, politiche o sindacali;
i dati che rivelano lo stato di salute e la vita sessuale.

Ricordiamo anche che il fascismo in Italia non c'è più dal 1943 e con lui sono sparite anche le leggi che vietavano in quanto antinazionale la massoneria. I nostri massonofobi se ne facciano una ragione. Potranno sempre consolarsi pensando che “quando c'era Lui...”.





venerdì 27 agosto 2021

«Un paesaggio del sentimento». Nico Orengo, narratore e poeta di Liguria

 


Per avere chissà
un'altra vita,
ancora un paesaggio
del sentimento,
per lottare contro
la fine, per brillare
sul confine continuo
di due esistenze
sulle differenze.

Nico Orengo, Narcisi d'amore


Il paesaggio del sentimento di Nico Orengo (1944-2009) è quello dell’estremo Ponente ligure, un territorio circoscritto, al confine con la Francia, dove lo scrittore torinese ha trascorso la sua infanzia e dove ambienta le sue storie. È un paesaggio rappresentato con precisione e allo stesso tempo carico di forza simbolica e fiabesca, che diventa, nell’opera dell’autore, orizzonte geografico di una soggettività, di un’idea di mondo e di letteratura.

Attraverso il filo conduttore del paesaggio, il testo, richiamandosi all’approccio di Michel Collot e con un taglio critico insieme tematico, linguistico e fenomenologico, analizza l’intera produzione letteraria di Nico Orengo ponendosi come primo studio sistematico e completo a lui dedicato. 

(Presentazione editoriale)

L'autrice

Federica Lorenzi è dottoressa di ricerca dell’Université Côte d’Azur e dell’Università degli Studi di Genova, qualifiée aux fonctions de maître de conférences e membro del Centro di ricerca Laboratoire Interdisciplinaire Récits Cultures et Sociétés (LIRCES). Si occupa di letteratura italiana contemporanea, con particolare riferimento alla rappresentazione del paesaggio. È docente di lettere nella scuola secondaria di secondo grado. 


Federica Lorenzi
«Un paesaggio del sentimento».
Nico Orengo, narratore e poeta di Liguria
Minesis, 2020
28 euro