TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 13 novembre 2018

Voci femminili: Grace Paley


    Will Barnet, Four Generations (1984)

Voci femminili: Grace Paley. «Far entrare le donne e gli uomini in carne e ossa nella lingua», e intonare l’orecchio agli accenti della strada: questi i propositi della scrittrice americana, di cui Sur ritraduce tutti i racconti.

Elèna Mortara

Grace Paley fa parlare la scrittura, a voce alta

Dominati da voci che la scrittura amplifica come un megafono, mentre riporta conversazioni che, senza introduzioni descrittive e con una capacità innovativa di linguaggio straordinaria, ci immergono in presa diretta nei piccoli drammi delle relazioni quotidiane, i racconti di Grace Paley vengono ora raccolti in un unico volume e ritradotti da Isabella Zani: Tutti i racconti (in uscita giovedì da Big Sur, pp. 518, € 24,00), riportando alla attualità questa scrittrice ebrea americana, nata nel Bronx da genitori socialisti immigrati negli Stati Uniti dalla Russia zarista all’inizio del Novecento, e acclamata dalla critica non solo per le sue strabilianti storie di ambientazione newyorkese, ma anche come poeta e saggista.

Celebri i suoi dialoghi, filtrati dalla coscienza introspettiva di chi racconta, che avvengono intorno al tavolo di cucina, tra amiche su una panchina di un parco di quartiere a Manhattan, all’interno di un condominio, o per le strade del Bronx o del Greenwich Village, con personaggi – soprattutto donne, ma anche le loro controparti – che a volte tornano in più racconti (tra questi, Faith ricorre così spesso da proporsi come alter ego dell’autrice). La loro condizione viene svelata poco a poco, per brandelli di racconto che si susseguono, in una narrazione sempre aperta a nuove possibilità di evoluzione, mentre segue i personaggi che invecchiano nel tempo.


A introdurre è Saunders

La scoperta di Grace Paley nel nostro paese risale al 1982, quando Enormi cambiamenti all’ultimo momento, la sua seconda raccolta del 1974, venne pubblicata da La Tartaruga nella traduzione di Marisa Caramella, con una introduzione di Sara Poli, la principale responsabile della scoperta italiana di questa scrittrice, da allora pubblicata a più riprese. Il volume ora proposto da Sur contiene tutti i quarantacinque racconti di Paley pubblicati in America in tre successive raccolte dal 1959 al 1985, ovvero l’intera opera narrativa di questa maestra della forma breve, che non ha mai prodotto un romanzo.

A un altro, assai più giovane maestro del genere, George Saunders, dobbiamo la commossa introduzione (dove arriva a definire la scrittrice «un genio»), aggiunta a una importante prefazione-racconto, «Due orecchie e tre fortune», della stessa autrice. Già premesso alla raccolta americana di tutti i racconti, nel 1994, questo testo di Grace Paley racconta come intorno alla metà degli anni Cinquanta l’autrice avesse sentito l’irresistibile bisogno di «parlare in maniera originale delle nostre vite di femmine e di maschi in quegli anni» ricorrendo al racconto in prosa, ma trovando una grande difficoltà nel «far entrare le donne e gli uomini in carne ed ossa nella lingua». La sua sensazione – dice – era quella di avere fino ad allora assecondato «il ritmo del mondo con il dono di un orecchio solo, l’orecchio incaricato della letteratura».

Le era poi capitata quella che con humor chiama la prima di due piccole fortune, ovvero di ammalarsi: costretta a lasciare per alcune settimane i suoi bambini al doposcuola fino all’ora di cena, non stava tuttavia così male da non potersi sedere al tavolo da pranzo. Cominciò così a scrivere il suo primo racconto, «Arrivederci e grazie», che inaugura questa raccolta, riuscendo sorprendentemente a portarlo a termine, e poi un secondo, «Il concorso» e, un paio di mesi dopo, «Una donna, giovane e vecchia». Ripensando a quell’esordio anni dopo, si rese conto di ciò che era avvenuto: aveva trovato l’altro suo orecchio, quello capace di ricordare «la lingua della strada e la lingua di casa con i suoi accenti russi e yiddish, una lingua che i miei primi personaggi conoscono bene, l’unica che io parlassi». «Due orecchi – conclude Paley – uno per la letteratura e uno per la casa, a una scrittrice servono».

In quegli anni Cinquanta sopraffatti da «una narrativa mascolina», i primi tre racconti, inviati «nel vasto mondo dei periodici», non avevano trovato accoglienza. Ma le capitò una seconda piccola fortuna: grazie alla rete delle relazioni, femminili e maschili, che si era messa in azione, i suoi dattiloscritti arrivarono a un editor di Doubleday, che li lesse e si dichiarò sorprendentemente interessato a pubblicarli se ne avesse aggiunti altri sette per farne un volume. E così avvenne. Alle sue due piccole, individuali fortune, se ne aggiunse – conclude Paley nel ricostruire il percorso della sua carriera – una terza, questa volta «grande», che «ha a che fare con i movimenti politici, con la Storia che ti capita mentre stai facendo i piatti, con le guerre che gli uomini progettano per i loro figli, i nostri figli».

    Grace Paley

Voci femminili

Fino ad allora, la sua narrativa, riflettendo interessi e esperienze di se stessa donna e madre, trattava della vita quotidiana di altre giovani adulte solo parzialmente emancipate, una vita spesa in cucina, fatta di relazioni famigliari, di figli, mariti, ex mariti, amanti, ed era popolata di tante voci, soprattutto femminili, che raccontavano i «piccoli» problemi del vivere in un contesto urbano. Ora, incrociandosi con il movimento delle donne che sarebbe poi cresciuto nei decenni a venire, quei suoi racconti avevano acquistato altri significati e una diversa importanza: erano diventati una «gocciolina» nel grande oceano di una seconda ondata femminista.

I primi dieci racconti di quella che fu la raccolta inaugurale della carriera di Grace Paley, Piccoli contrattempi del vivere, uscirono nel 1959, un anno speciale per la narrativa americana, che vide anche l’esordio dell’allora giovanissimo Philip Roth, con Goodbye, Columbus. Il titolo inglese completo, all’epoca della prima pubblicazione, fu The Little Disturbances of Man: Stories of Women and Men at Love, a evidenziare una fase transitoria nella presa di coscienza femminista della scrittrice, che accetta ancora l’estensione universalistica del termine maschile «uomo». Tuttavia, nella definizione di una relazione amorosa tra donna e uomo di tipo dinamico, basata su continue negoziazioni suggerite con un accenno di ironia dall’inconsueto e intraducibile «at love» al posto del tradizionale «in love», il sottotitolo antepone, ciò che all’epoca suonava poco convenzionale, la figura femminile a quella maschile.

Sono, in particolare, le vite oscure di un universo femminile poco raccontato in letteratura dal punto di vista delle donne a venire «illuminate» dai racconti di Paley, segnati da una notevole empatia e da una eccezionale capacità di ascolto. Non a caso, l’ultimo di tutti i suoi racconti – quello che chiude la terza ed ultima raccolta, «Later the Same Day», nel volume della Sur, tradotta semplicemente come «Quello stesso giorno» – ha per titolo «Ascoltare»: vi si leggono alcuni mozziconi di conversazione maschile, colti in luoghi pubblici dal personaggio di Faith, mentre distribuisce materiale di propaganda antimilitarista; c’è poi un vivace confronto tra lei e uno dei suoi uomini, Jack, sul senso della vita, sul raccontare, sui giovani, «che alla fin fine, siamo noi a mettere al mondo»; e per finire un piccolo episodio cruciale di «diversi anni più avanti» (con Jack ormai lontano e i ragazzi che «abitavano in altri quartieri e cercavano di trovate la melodia giusta per la loro vita»), quando un’amica, Cassie, di cui finora i lettori non conoscevano l’esistenza, in macchina si volge verso l’altra protestando: «Senti Faith, perché non racconti la mia storia? Hai racconto le storie di chiunque tranne che la mia».

Com’è tipico della autrice, il dialogo si presenta in un fluire continuo di scambi di parole e di riflessioni, senza alcuna distinzione grafica. È proprio l’oralità delle conversazioni quotidiane – attraverso cui le persone si rivelano e pretendono ascolto – a venire trasferita nello straordinario storytelling di Grace Paley: con lei, la scrittura, tradizionalmente «lingua silenziosa» – ha scritto Loretta Frattale – diviene «parlante».

Il manifesto/Alias – 11 novembre 2018


L’arte del governare una società complessa



Società complesse generano problemi complessi per i quali non esistono soluzioni semplici e immediate. Chi propone soluzioni miracolistiche e istantanee o è un imbecille o è un mascalzone che si fa gioco della credulità della massa. O magari (come ci dimostra l'Italia di oggi) le due cose insieme.



Giuseppe De Rita

L’arte del governare una società complessa

Con l’avvio parlamentare della manovra di bilancio si chiude un periodo delicato della dialettica politica italiana, dove nell’intreccio fra impegni programmatici e faticosa decisionalità si sono rivelate due esplicite fragilità dell’attuale esperienza di governo: una culturale e l’altra sociale.

La prima fragilità è quella rivelata dalla differenza fra il tanto che i contendenti hanno annunciato in campagna elettorale e il poco che essi possono fare una volta giunti al potere; ed è una fragilità profonda che ha le sue radici nell’annuncio di forte decisionalità che c’era sotto le promesse elettorali («quando comanderemo noi, faremo immediatamente quel che vi stiamo promettendo»). Raccogliere il consenso originato sul contenuto delle promesse è stato facile, ma l’errore è stato quello di far credere che tutto sarebbe stato risolto con il cambiamento di chi comanda: errore semplice, ma drammaticamente contrario al fatto che vincere le elezioni non significa «andare a comandare».

L’esperienza di decenni, in tutto il mondo, dimostra che l’automatica corrispondenza fra essere al governo e esercitare il comando vige solo in sistemi feudali, autoritari, semplicistici. Governare, nelle società complesse, è invece gestione di aggiustaggi conti-nuati, per cui se si accetta l’inevitabilità di tale aggiustamenti ci si deve aspettare che la promessa di esercitare semplicemente il comando si rivolga al limite contro chi l’ha fatta («ti abbiamo eletto perché decidessi subito su quel che promettevi, ed ora ci tradisci?»). Il ritorno alle manifestazioni in strada denota questo disagio e rende nuda la insana propensione a far coincidere governare e comandare, propensione peraltro ricorrente nella cultura politica italiana, che è stata sempre affascinata dal decisionismo e non ha mai capito che le società moderne vanno governate «accompagnandole» nella loro dinamica spontanea, senza scorciatoie decisionistiche.

A questa fragilità culturale si aggiunge una altrettanto pericolosa fragilità sociopolitica. Chi si trova a governare è sempre destinato alla solitudine, specialmente in questo periodo travagliato e complesso: si ritrova infatti in una realtà fatta di mille e mille variabili, soggetti e comportamenti che sfuggono ad un esercizio sofisticato del comando e chiedono invece una raffinata capacità di prendere atto dei fenomeni in corso; di padroneggiare i processi strutturali in cui i soggetti collettivi si fanno portatori (magari conflittuali) di interessi e obiettivi comuni; di essere pronti a dialogare con le diverse posizioni in campo. In parole più antiche, di saper gestire una continua mediazione, anzi continue e molteplici mediazioni.

Nell’attuale coazione al comando questa banale verità non gode di buona stampa; viene anzi interpretata come inutile e torbida istanza alla mediazione, da rigettare anche negando spazio alle strutture di rappresentanza di interessi e di identità collettive che, lavorando sulla e nella mediazione, rischiano il solipsismo ed ancora più rischiano di dover fronteggiare dinamiche molto emozionali, dove soggetti non chiamati alla mediazione pensano o si illudono di poter avere identità e potere di moltitudine: vanno in piazza, come unico contenitore di emozioni collettive e ci restano anche quando rappresentano solo se stessi.

Coazione al comando e difficile dialogo con il tessuto intermedio della società portano in conclusione ad una sostanziale fragilità dell’azione politica: fragilità non curabile con formule miracolistiche di decisione (l’algoritmo o la tentazione referendaria). Ci vuole pazienza, una virtù non facilmente spendibile nella congiuntura italiana.

Il Corriere della sera – 12 novembre 2018

La luminosa radicalità di Mariasilvia Spolato




Scomparsa all'età di 82 anni, nel 1972 è stata la prima in Italia a dirsi pubblicamente lesbica e questo ha determinato il suo licenziamento dalla scuola statale dove insegnava matematica. Ha partecipato a diversi percorsi per la liberazione omosessuale e ha frequentato il Pompeo Magno di Roma. Dopo aver perso il lavoro ha vissuto per strada e sui treni.

Elena Biagini

La luminosa radicalità di Mariasilvia Spolato


È diffusa la percezione di un ritardo storico dell’Italia nelle tematiche lgbtiq rispetto allo spazio europeo, in realtà la storia dei movimenti di gay, lesbiche e trans del nostro paese è coerente e connessa con quanto accaduto nel resto d’Europa: il movimento di liberazione omosessuale nasce in Italia nei primi anni Settanta nella stessa onda in cui prende forma nella maggior parte dei paesi europei. La percezione del ritardo è da attribuire a una memoria collettiva molto fragile che ha fatto dimenticare gli esordi – e non solo – del movimento e la lotta visionaria e appassionata di chi, spesso pagando prezzi molti alti nella propria vita, ha aperto brecce.

Tra questi, un posto speciale deve essere riservato a Mariasilvia Spolato, padovana, politicamente attiva a Roma, che è morta il 31 ottobre scorso, a ottantadue anni, a Bolzano, nella casa di riposo dove era stata accolta quasi vent’anni fa, dopo un’esistenza vissuta in gran parte per strada e sui treni, tra le tante persone senza fissa dimora che vivono nelle nostre città. Infatti, prima di scivolare in una vita al margine, Spolato è stata la prima in Italia a dare un volto a quella presa di parola che ha dato vita ai movimenti lgbtiq: nel 1972 partecipò al primo 8 marzo italiano in piazza Navona, con un cartello che portava da sola – «dannatamente sola» commenta oggi Edda Billi, una delle colonne del femminismo romano -, quel cartello recava la scritta «Liberazione omosessuale».



È il primo atto di visibilità omosessuale in una piazza italiana. La foto di Spolato, lesbica orgogliosa, finisce su Panorama e determina il suo licenziamento dalla scuola statale dove insegnava matematica. L’aver collaborato con l’università e la pubblicazione di un manuale di insiemistica non sono sufficienti a impedire un licenziamento che alcune ricordano essere stato decretato per «indegnità»: le compagne che la accompagnano a verificarne le cause ricordano la foto che aveva fatto di lei una lesbica visibile nel fascicolo che motivava il provvedimento. Per molte lesbiche di quella generazione, questo licenziamento diviene paradigmatico della discriminazione del lesbismo, questo epilogo assume i caratteri di un destino segnato per chi non si vuole nascondere.

Ma la sua non è un’esperienza tutta in solitaria, è ancora lei infatti che mette in allarme i compagni del neonato Fuori (Fronte Unitario Omosessuale rivoluzionario Italiano), la prima organizzazione omosessuale italiana, riguardo al convegno di sessuologia di Sanremo che ha in programma la «cura» dell’omosessualità: la manifestazione di lesbiche e gay davanti ai locali del congresso il 5 aprile 1972 è la nostra piccola Stonewall. Mariasilvia è là insieme a militanti arrivat* dall’Italia, dall’Inghilterra, dal Belgio, dalla Francia che riescono a far chiudere anticipatamente il congresso.

Ancor prima, nell’estate del 1971, racconta la stessa Spolato, aveva dato vita con alcune amiche provenienti dal femminismo al Fronte di Liberazione Omosessuale (Flo), partendo dall’idea che le lesbiche dovessero liberarsi dalla «doppia oppressione» dovuta all’essere donne e omosessuali al contempo.

Può sorgere il dubbio che dietro la sigla Flo in realtà ci sia solo lei, che la usi per firmare volantini distribuiti nell’attesa di aggregare altre, come quello con cui partecipa a Roma nel gennaio 1972 alla manifestazione antifascista durante la crisi di governo in seguito a cui si insedia l’esecutivo monocolore democristiano guidato da Andreotti. Nel testo si denuncia la violenza dei ruoli maschile e femminile, intesi come «dipendenza e sfruttamento», che fa delle persone omosessuali «i più diretti alleati del femminismo». In quello stesso 1971, Spolato prende contatti con il francese Fhar (Front Homosexuel d’Action Révolutionnaire) e viene a sapere che altri in Italia si sono mossi e stanno costituendo il Fuori: la firma di Spolato è così presente fin dal primo numero della rivista Fuori! con l’articolo Lesbiche uniamoci! che è un manifesto politico.

Nell’estate del 1971 Spolato aveva anche visitato in Olanda Massimo Consoli, militante omosessuale della prima ora deceduto nel 2007, e raccolto documenti su omosessualità e lesbismo che pubblica nel suo libro I movimenti omosessuali di liberazione (Samonà e Savelli, 1972). Ritroviamo Spolato poi alla prima uscita di piazza del movimento omosessuale romano, il 1 maggio 1972 «contro il lavoro», a Campo dei Fiori. Lei stessa racconta: «Ho addobbato una pattumiera a pedale in modo da esprimere l’uscita delle lesbiche dal mondo capitalistico borghese, aprendola, col premere il pedale, si dice FUORI!».


Pur essendo a livello nazionale uno dei nomi di spicco del Fuori, Spolato a Roma frequenta parimenti il collettivo femminista di via Pompeo Magno, partecipa così sia al movimento omosessuale che a quello femminista e si preoccupa di far transitare le giovani lesbiche che arrivano nella sede del Fuori romano al Pompeo Magno, dove le lesbiche sono molte e quindi vi è possibile una socialità, difficile invece in uno spazio a maggioranza maschile.

Le compagne del Pompeo Magno continuano a essere per lei un riferimento anche quando comincia a vivere per strada, ancora Edda Billi la ricorda «con due borsone come tutte le donne che stanno per strada e hanno sempre delle borse dove tengono di tutto». Lei portava con sé scritti, fogli, libri.

Poi le tracce si perdono ma tutte quelle che l’hanno conosciuta ricordano la sua sferzante intelligenza e soprattutto la sua urgenza e la sua determinazione di uscir fuori come lesbica. In questi giorni che seguono la sua morte, l’oblio che ha cancellato Spolato per lunghi anni sembra almeno parzialmente infrangersi e ci rinfranca sapere che fortunatamente non è stato totale: alcune, da quando aveva trovato rifugio a Bolzano, hanno voluto esprimerle la gratitudine delle lesbiche italiane recapitandole di tanto in tanto pacchi di doni e dolciumi.

Nonostante ciò, la consapevolezza di averla collettivamente dimenticata potrebbe aiutarci a rimettere al centro da una parte la memoria, dall’altra la relazione e la cura e solidarietà reciproche necessarie alle politiche di movimento: andare e tornare tutt* insieme. Ma ricordare Mariasilvia oggi, nell’epoca della consacrazione della normalizzazione, è anche una spinta a rimettere in discussione la marginalizzazione e la cancellazione di tutte le espressioni di radicalità dei nostri movimenti senza le quali, come la storia di Mariasilvia Spolato dimostra, il cambiamento non avrebbe avuto luogo e probabilmente non avrà luogo in futuro.

Il Manifesto – 11 novembre 2018

lunedì 12 novembre 2018

L'operaismo degli anni Sessanta




Nella ricostruzione dei percorsi sociali, culturali e politici che sfociarono poi nel “biennio rosso” 1968-1969 ha un posto centrale la storia della corrente operaista da «Quaderni rossi» a «Classe operaia». Fondamentale è la ricerca di Fabio Milana e Giuseppe Trotta che per DeriveApprodi hanno raccolto centinaia di documenti, per lo più inediti, distribuiti tra la primavera del 1959 e quella del 1968, oltre alle testimonianze dei principali protagonisti di quell'esperienza. Completano l'opera un CD con la collezione completa della rivista «classe operaia» e un saggio introduttivo di Mario Tronti di cui riprendiamo la prima parte.

Mario Tronti

Lo «stile» operaista

L’operaismo italiano degli anni Sessanta comincia con la nascita di «Quaderni rossi» e finisce con la morte di «classe operaia». Punto. Questa è la tesi. Poi – si le grain ne meurt – si riproduce in altri modi, si reincarna, si trasforma, si corrompe e… si perde.

Distinguere tra operaismo e post-operaismo è l’operazione di distinzione intellettuale che si propone qui. Questo libro prende motivata origine da questa esigenza. Poi, la cara dolce umana dolcezza del ricordare, ha fatto il resto. Che questo resto sia ben riuscito, sia di buon gusto, sia opportuno adesso, sia utile oggi, sia produttivo di qualcos’altro, a chi legge spetta la risposta. La raccomandazione è quella, trasfigurata, di Brecht: voi, amabili pluralisti, innamorati dell’«altro», pensate con indulgenza agli odiosi tempi dicotomici a cui siete scampati.

Questa è la «mia» verità. Non pretendo che sia la verità della «cosa stessa». Altri ne avranno, riferita a sé, un’altra, diversa. Questo testo va letto contestualmente alle «Testimonianze» dei protagonisti, che integrano, correggono, criticano pezzi non secondari della mia lettura. L’operaismo, come esperienza collettiva di uomini e donne in carne e ossa, risulterà alla fine, esistenzialmente, più complicata di quanto appaia nel racconto concettuale che qui segue. Vorrei avvertire che questa lettura non avviene col senno di poi. È quello che io pensavo allora, e che oggi vedo solo più chiaro. Le testimonianze, e i ricordi, danno l’idea poi di come ognuno metteva se stesso dentro un’esperienza comune e di come ognuno rivede ora se stesso e gli altri nel giudizio e nella memoria, anzi potremmo dire, in una memoria giudiziosa. Siamo andati tutti molto lontano da lì, ma in tutti è rimasto un segno intellettuale, un tratto umano, la parola giusta è, «uno stile», consegnatici da una scuola di eccellenza, la fabbrica moderna, con in cattedra la figura operaia.

Perché riparlarne oggi? A che serve? A chi interessa? La passione cinica, o il cinismo appassionato, del nostro modo di pensare, ci dice che non serve a niente e non interessa a nessuno: tranne forse a qualche non rassegnato reduce, ferito, della guerra di classe e a qualche giovane mente che eroicamente sopravvive, senza quasi più acqua da bere, nel deserto della pace sociale. E tuttavia: le cose che sono state dette, e che si dicono, sul tema, non sono sufficienti, a volte sono indisponenti, a capire. E capire qui, permette di sapere molte cose, su quel passaggio di storia e sul suo seguito. Anni Sessanta. Il limite Italia per guardare il mondo. Ma anche la sua opportunità. E dunque: il Novecento, nostro «pensiero vissuto». Un nodo di problemi, non sciolto e da sciogliere.

Ripeto: non si vuol dare un’interpretazione canonica della vicenda. Questa è solo una delle letture possibili. Parziale quanto basta per tenere fede a quella buona vecchia idea di partigianeria della ricerca, a quella indigesta e produttiva pratica teorica del «punto di vista» – ci vuole parzialità per cogliere la totalità – che ci ha formato, e poi ci ha accompagnato, e ancora adesso ci conforta a pensare nell’orizzonte di quel weberiano «malgrado tutto, continuiamo!». E dico noi, perché credo di potere parlare in nome di un’esperienza di pensiero – è la definizione corretta, esperienza di pensiero – di un cenacolo di persone, alcune almeno qui raccolte, cementate tra loro indissolubilmente da un vincolo peculiare di amicizia politica.

Sul mistero di fedeltà implicato dall’esercizio pratico-teorico dell’amicizia politica bisognerebbe tornare con un discorso a parte. Qui i vari classici De amicitia non aiutano. Riguardano il solo foro interno. E invece qui l’interesse della cosa sta nel rapporto, stretto, tra vita interiore e agire pubblico. Potremmo ancor oggi tranquillamente ripeterci l’un l’altro le parole che Tocqueville scriveva all’amico Louis de Kergorlay, in una lettera del 9 settembre 1853, dopo trent’anni di scambi epistolari: «Sei sempre stato e rimani l’uomo che più ha avuto l’arte di comprendere il mio pensiero allo stato nascente. […] Il contatto del tuo spirito feconda il mio. Le nostre intelligenze si intrecciano, non so come; e quando perseguiamo un’idea comune arrivano a marciare meravigliosamente con lo stesso passo» (vedi, non a caso, in U. Coldagelli, Vita di Tocqueville (1805-1859), La democrazia tra storia e politica, Donzelli, Roma 2005, p. 11).

Non è tutto. Nel nostro caso, la religione antica dell’amicizia lascia il posto alla politica moderna dell’amicizia/inimicizia. L’amico/nemico non è, come banalmente si pensa, una teoria del nemico. È, appunto, una teoria, e una pratica, dell’amico e del nemico. Siamo diventati, e siamo rimasti, anche sentimentalmente, amici per il fatto che abbiamo trovato e ritrovato, politicamente, di fronte a noi un comune nemico.

Questa idea è da specificare. Perché proprio su quell’originario approccio operaista si è fondata, e poi costruita, e quindi conservata e arricchita, un’amicizia di questo tipo? Per la forza di riferimento del concetto politico di classe operaia? Per il rigore etico dell’impegno che quel riferimento produceva? Per la totalità di ben distribuite esperienze di lavoro culturale, che miracolosamente si trovarono lì raccolte? Probabilmente per ognuna di queste cose. Ma la mia risposta complessiva è un’altra: tanto difficile da far capire, quanto facile è stato, tutto sommato, viverla. Il cemento di quell’amicizia politica è una ben specifica e determinata e consaputa inimicizia sociale. L’aver individuato, subito, più che un riferimento, un contrasto. Non uno «stare con», ma un «essere contro». Non una «scelta per», ma una «lotta a». Questo ha avuto delle conseguenze spontaneamente obbliganti, per «noi», sulle decisioni intellettuali di quel periodo e sugli orizzonti che ne sono seguiti. Di ciò bisogna forse soprattutto parlare. E questo forse serve, forse questo interessa.

Cercherò, ma non so se mi riesce, facendo forza di contrasto su me stesso, di dirlo in forma piana, diretta, senza la mediazione della parola letteraria, resistendo alla tentazione della metafora lancinante, senza quel gusto dell’accenno, che chiede, non di essere compreso, ma di essere intuito. Eppure, c’è da dire una cosa. È sul terreno della scoperta intellettuale della classe operaia che è nata una forma di scrittura. Anche qui, c’è da chiedersi il perché. Resta, è vero, l’evento misterioso di un modo di dire, e di dirsi, che a un certo punto c’è, e non sai da dove viene, come è nato, quando e, di nuovo, perché così invece che altrimenti.

Ho sempre pensato, un po’ fatalisticamente, che un passaggio di storia si sceglie la sua propria rappresentazione simbolica. Il partigiano semianalfabeta, davanti al plotone di esecuzione nazista, scriveva nelle Lettere dei condannati a morte della Resistenza, un’opera di alta letteratura. E i ragazzi che al mattino presto andavano davanti ai cancelli di Mirafiori, la sera a casa leggevano L’anima e le forme del giovane Lukàcs.

La grande storia parla una lingua, la piccola cronaca un’altra. Nel nostro tempo stupido, quest’ultima dimensione, quella cronachistica, celebra i suoi fasti solenni, nella universale sciatteria volgare del linguaggio politico. Allora, anni Sessanta, i suoi inizi con il suo lascito, ci parve di scorgere un ritorno di eventi e di soggetti di alto livello. Probabilmente ci sbagliavamo. Ho parlato altrove di «illusione ottica». Ma quella sensazione di altezza del conflitto fu quanto bastò per innescare in noi quella passione per il nietzscheano «grande stile», che ci ha accompagnato poi, nel bene e nel male, in un lavoro di ricerca, tanto aperto quanto inquieto. La scelta è stata da allora quella di parlare in modo alto a nome di quelli che stanno in basso. Perché questi, e solo questi, meritano il «grande stile».

Non è vero, non si dava al conflitto operaio un valore salvifico, come qualcuno, sbagliando, ha voluto vedere: per cui la forma ispirata sembrava la più adatta. Si vedeva nell’iniziativa di «lotta + organizzazione» degli operai il modo, il percorso, lo strumento più efficaci per battere l’avversario capitalistico, per costringerlo a uno sviluppo oltre se stesso. Il pensiero forte domanda una scrittura forte. Di qui traeva origine quello stile di espressione conflittuale: scandito, scolpito, battente, incessante, aggressivo e lucido. Così ci sembrava di cogliere il ritmo di battaglia degli «operai in lotta», in fabbrica, contro il padrone diretto. Non abbiamo più saputo scrivere altrimenti.

C’è di più. C’è una cosa più importante. L’esperienza operaista ha segnato un modo di pensare politico. Solo chi l’ha attraversata ha potuto poi assumere questa forma politica del pensare. Racconterò tra poco il travaglio intellettuale e i Lehrjahre, gli anni di formazione, e di apprendistato, di un pezzo, limitato ma significativo, di generazione. Qui voglio dire come imparammo, una volta per tutte, a quella scuola, la scuola della classe operaia, a essere, fuori della norma, uomini di cultura di tipo nuovo. Il perenne stato d’eccezione intellettuale, in cui poi, per scelta, ci è piaciuto vivere, parte di lì.

Voglio fare l’elogio di quella figura, oggi maledetta, dell’intellettuale organico, di partito. Solo chi non è stato capace di esserlo, o chi lo ha vissuto in modo subalterno, per animo opportunista, o per povertà mentale, può adesso mostrare un pentito disprezzo. Una figura nobile, a suo modo tragica, nell’esercizio di una libertà dentro una comunità, tra pesanti vincoli autoimposti e riconosciuti bisogni portati dall’esterno. Sapere che il tuo lavoro intellettuale, lo specialismo della tua ricerca, la verità che cerchi nell’analisi e nella riflessione, non serve a te, ma deve servire a quello strumento collettivo che rappresenta una parte della società: è disprezzabile questo? È più nobile scrivere un libro pensando alla probabile composizione di una prossima commissione di concorso? Eppure fummo noi, da tutt’altro punto di vista, i primi critici innovativi di quella organicità dell’intellettuale al partito. Perché il vero tipo nuovo, per noi – scoperta lancinante del periodo – era in realtà l’intellettuale organico di classe, in rapporto critico, quando necessario, con il partito.


domenica 11 novembre 2018

Donne nella Grande Guerra tra sofferenza, assistenza e propaganda



Weimar 1918-2108


    Grosz, Germania

Una riflessione sul passato e il presente a cento anni dalla proclamazione della prima repubblica tedesca destinata a sfociare poi nel nazismo.


Gian Enrico Rusconi

Weimar 1918-2018


Anche la Germania festeggia il novembre 1918 - a suo modo. Ricorda la sua «rivoluzione democratica» del 9 novembre da cui è nata la prima repubblica tedesca. Questa passerà alla storia come la Germania di Weimar, dal nome della città dove viene elaborata la nuova Costituzione. Ma Weimar rimane nella memoria collettiva e nella storiografia come esperienza politica fallita: come il «fantasma di Weimar».

Nessuno poteva immaginare che anche oggi le difficoltà della situazione politica tedesca potessero rievocare quel fantasma. Dieci anni fa, in occasione del novantesimo anniversario della rivoluzione, era stato molto apprezzato un saggio intitolato Dalla democrazia improvvisata alla democrazia riuscita. «Improvvisata» era considerata la democrazia di Weimar, «riuscita» invece era quella della Bundesrepublik. Questa aveva accolto molti aspetti positivi (soprattutto di ordine sociale) della Costituzione weimariana, ma ne aveva corretti altri. Aveva ridotto drasticamente le competenze del presidente della Repubblica che a Weimar aveva di fatto portato a un regime presidenziale diventato poi (preterintenzionalmente) un regime totalitario; aveva introdotto la «sfiducia costruttiva» per evitare i pericoli della ingovernabilità; aveva imposto ai partiti la soglia di sbarramento del 5% per evitare la frammentazione partitica.

Ma l’iniziativa più importante è stata l’enunciazione di una serie di diritti fondamentali inalienabili che garantiscono l’intangibilità stessa della sostanza democratica della Costituzione. Detto in termini più espliciti: nessuna maggioranza parlamentare può modificare i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. A questo scopo è stato istituito un organo di controllo effettivo della costituzionalità delle iniziative politiche partitiche: la Difesa della Costituzione (Verfassungsschutz). Tutto ciò mancava a Weimar. I suoi nemici godevano della libertà democratica di distruggerla - in nome del «popolo» quale era interpretato dalla destra estrema e poi dal nazionalsocialismo.

Dobbiamo preoccuparci anche oggi? Perché gli organi per la Difesa della Costituzione hanno aumentato la loro attenzione verso i comportamenti di alcuni gruppi e movimenti di estrema destra, comprese alcune sezioni regionali della Alternative für Deutschland, il partito «populista di destra» che siede in Parlamento con il 12,6% ed è presente ormai in tutti i Parlamenti dei Länder? Mette in pericolo la democrazia? Si sta creando una sindrome Weimar?

    Grosz, Pilastri della società

È sbagliato equiparare senz’altro il «populismo di destra» di oggi con la destra razzista e antidemocratica degli anni Trenta, con il nazionalsocialismo. Anche se non mancano frange neonaziste, saluti hitleriani nelle manifestazioni pubbliche e soprattutto atteggiamenti e linguaggi völkisch, che sono il modo tipico tedesco di essere populisti radicali. L’ Alternative für Deutschland (AfD) non è la Nsdap (il partito nazista); tra i suoi leader non ci sono Führer carismatici o aspiranti tali. I vertici politici dell’AfD non sono «negazionisti». Eppure lamentano il «culto della colpa», che sarebbe stato imposto ai tedeschi dalla sinistra e dal liberalismo di sinistra per quanto è accaduto con il nazismo. A detta del leader della AfD, invece, il nazismo è stata semplicemente una «stronzata» (sic) rispetto alla lunga gloriosa storia tedesca.

Queste parole sono soltanto espressione dell’involgarimento del linguaggio pubblico o segnalano qualcosa di più insidioso? Nelle manifestazioni pubbliche dei movimenti affini alla AfD vengono urlate espressioni che risentono del vecchio linguaggio völkisch, diventato poi nazista, con particolare insistente denuncia della «stampa bugiarda» (Lügenpresse). Il rifiuto dei migranti assume toni ossessivi. Ogni migrante è visto virtualmente come un criminale e soprattutto non integrabile. La presenza di massa di migranti (soprattutto di fede islamica) mette a repentaglio la cultura e l’integrità della popolo tedesco.

L’assoluta centralità del concetto di popolo-Volk, miticamente elevato a criterio di omogeneità etno-culturale, pretende unanimità dei consensi. Chi non è d’accordo in nome di quello che è diffamato come «astratto universalismo» o «impossibile multiculturalismo», è nemico del popolo.

«Noi siamo il popolo» è lo slogan che ha caratterizzato la «rivoluzione pacifica» del 1989 nella ex Ddr comunista. Ora viene usato contro il governo democratico e in generale contro il sistema dei partiti esistenti. Ci sono tutti i motivi perché gli organi della Difesa della Costituzione siano in allerta. Ma probabilmente all’orizzonte non c’è una fine della democrazia in stile Weimar, ma una variante non meno insidiosa per la quale è già pronto il nome, sulla base di alcune esperienze che abbiamo sotto i nostri occhi: una democrazia illiberale.

La Stampa – 8 novembre 2018

Eia eia Mompracem! Il fascismo e Salgari




Come in epoca fascista si cercò di recuperare politicamente Emilio Salgari (morto nel 1911),allora scrittore ancora popolarissimo anche fra gli adulti.

Mario Baudino

Eia eia Mompracem!


Nel 1928, non del tutto all’improvviso, Emilio Salgari divenne fascista: anzi, il precursore del fascismo, lo scrittore che aveva destato un nuovo spirito guerriero nella gioventù italiana - quella della Grande guerra, scesa in trincea con i suoi romanzi, si volle credere, nello zaino. Un classico della letteratura moderna da anteporre, poniamo, a Leopardi. E una vittima, anzi un martire, degli editori «vampiri», che lo avevano sfruttato fino all’osso, come uno schiavo, spingendolo infine al tragico suicidio. Fu un «assassinio», proclamarono gli intellettuali fascisti più esagitati, sulle pagine di un settimanale di non immensa fortuna ma in grado di lanciare una campagna efficacissima. Si chiamava Il Raduno ed era l’emanazione del sindacato autori, scrittori, musicisti, pittori, scultori. Va da sé che il povero Salgari era totalmente incolpevole ed estraneo alla gazzarra.



La complicità dei figli

Morto a Torino nel 1911 (scegliendo la crudele modalità giapponese di tagliarsi il ventre), aveva sì accusato gli editori di essersi «arricchiti sulla mia pelle», ma in realtà era stato stroncato da un lungo percorso di depressione, alcolismo, guai economici e tragedie famigliari. Quanto al fascismo, poi, nessuno più di lui ne sembrava lontano: i suoi eroi erano pirati coraggiosi e romantici ma in lotta semmai contro i «bianchi» (si pensi a Sandokan e ai tigrotti di Mompracem), dediti ad amori «interrazziali», estranei a ogni forma di nazionalismo. E gli editori, considerati i tempi, lo pagavano bene.

Lo dimostra l’italianista inglese Ann Lawson Lucas, nel secondo volume di un’opera che ne prevede quattro, uscito per Olskchi col titolo Emilio Salgari. Una mitologia moderna tra letteratura, politica e società – Fascismo. Lo sfruttamento personale e politico. Copre gli anni dal 1916 al 1943, quando non solo l’autore venne ascritto - non senza qualche isolata perplessità - al pantheon mussoliniano, ma si scatenò anche, in una sorta di complicità forzata tra gli editori e i figli Omar e Nadir, l’enorme produzione di falsi, che ancora oggi sembra complicata da disboscare.

Nacque così, ad esempio, la leggenda del «capitano di lungo corso» - diciottenne nei mari del Sud, dove avrebbe conosciuto di persona Sandokan o Tremal Naik e preso a odiare gli inglesi anche per via di qualche amore sfortunato - dovuta a un testo del tutto apocrifo, Le mie memorie (pubblicato nel ’28 da Mondadori). Faceva parte della «fabbrica» salgariana messa in piedi dai figli, con uno stuolo di ghost writer cui venivano commissionati sempre nuovi libri, in un gioco a rimpiattino con i molti editori, da Bemporad a Vallardi a Sonzogno ad altri minori. La Lawson sdipana una matassa intricata, ma l’aspetto più interessante dello studio è quello politico.

I «fascistizzatori» spuntarono subito, all’indomani della marcia su Roma. Tra loro per esempio tal Luigi Motta, che lo aveva frequentato negli ultimi anni di vita e avrebbe prodotto falsi fino agli Anni Sessanta. In una prefazione del ’22 già parlava dei marinai e soldati «vanto e gloria d’Italia» divenuti tali «per opera di quelle letture che non insegnano il vizio e la corruzione, ma le gesta generose che nobilitano veramente l’uomo».



«Il nostro contravveleno»

L’aspetto curioso della vicenda è che la fascistizzazione dello scrittore non risulta essere opera diretta del regime, attraverso i suoi strumenti istituzionali, per esempio i ministeri, ma di una comunità intellettuale fanatica e spregiudicata. Ebbe qualcosa di spontaneo, e in fin dei conti anche di casuale.

La campagna che lanciò Il Raduno puntava infatti un non troppo celato obiettivo polemico: l’editore Bemporad di Firenze, inviso per ragioni personali ad Antonio Beltramelli, poligrafo fascistissimo, futuro accademico d’Italia e segretario generale del sindacato scrittori; ma in generale attaccava anche l’intera categoria di chi stampava e vendeva libri, accusata di essere una sorta di casta affamatrice. Bemporad, nella fattinspecie, era l’affamatore di Salgari, di cui era stato l’ultimo editore in vita. Si cominciò col primo numero, uscito nel dicembre del ’27, additando nello scrittore «il nostro precettore, il nostro salvatore, il contravveleno» a un’educazione ricevuta da ragazzi con genitori «allucinati dalle idee socialiste-umanitarie», «quando ogni sogno romantico era automaticamente represso».

Gli articoli si susseguono, di numero in numero, facendone «il primo, il tacito e sicuro alleato di Benito Mussolini», l’«umile forgiatore di coscienze, precursore sepolto», ed esecrando gli «strozzini» a causa dei quali era morto in miseria. Bemporad, ebreo (e già si comincia a farlo notare, benché le leggi razziali siano ancora lontane), si difende anche se con poco successo, sopraffatto dalla canea. Verrà chiesto a gran voce l’esproprio dei diritti salgariani, per una «edizione nazionale» che avrebbe distribuito i proventi tra gli eredi e l’Opera Balilla, esproprio tecnicamente impossibile, ma non importa. È persino istituita una commissione d’inchiesta, che però «assolve» l’editore fiorentino dal delitto di strozzinaggio.

Nonostante le ironie di Arnaldo Mussolini e Margherita Sarfatti, amante e consigliera del Duce - che proprio non trova tracce di fascismo in Salgari -, i giochi sono fatti. Ormai è un dogma, destinato a culminare nel ’38 quando, morto Nadir, il fratello minore Omar prende le redini dell’«azienda», commissiona nuovi falsi, e pubblica nel ’40 a propria firma un’altra fantasiosa biografia del padre, scritta in realtà da uno dei più prolifici autori fantasma, il torinese Giovanni Bertinetti. Intanto lo scrittore era stato trasposto a fumetti, e poi sarebbero arrivati i film «bellici» di grande successo.

C’era ormai una consolidata verità di regime, di cui peraltro la fama postuma non ebbe a patire: basti pensare al Sandokan-Kabir Bedi dello sceneggiato tv, nel 1976. Ma tutto ciò non si poteva prevedere mentre l’Italia si avviava alla guerra e alla vergogna. Proprio nel ’38, l’anno delle leggi razziali, Il Popolo d’Italia pubblica un ennesimo articolo sulle vicissitudini editoriali con Bemporad. Titolo: «Salgari e l’ebreo».

La Stampa – 10 novembre 2018