TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 21 gennaio 2018

Bazue: storia e leggenda



Martedì, 23 gennaio 2018, alle 15.15 presso la Sala Polivalente (Biblioteca) di Quiliano nell'ambito dell'anno accademico 2017-2018 dell'UniSabazia
terzo incontro del corso “Donne, maghi, poeti e marinai: aspetti insoliti della Liguria di Ponente”

Bazue: storia e leggenda
Conversazione a cura di Giorgio Amico

Perché i Romani misero la depressione sugli altari


     Edvard Munch, "Melancholie", 1893

Da Ippocrate a Ovidio, dalla melancholia all’atra bilis, il mal di vivere in Grecia e a Roma: tanto sentito che i Romani fecero della depressione una divinità (Murcia) che aveva il potere di indebolire gli animi. Un saggio di Donatella Puliga tra semantica, antropologia e psicologia.

Giuseppe Pucci

Perché i Romani misero la depressione sugli altari


«Non c’è nulla di nuovo sotto il sole», dice il biblico Qohelet. Questo vale anche per quello che nell’epoca moderna – specialmente dopo il fortunato libro di Giuseppe Berto – siamo avvezzi a chiamare ‘il male oscuro’. Lo dimostra, in un intrigante saggio intitolato La depressione è una dea. I Romani e il male oscuro (il Mulino «Antropologia del mondo antico», pp. 248, € 20,00), Donatella Puliga, classicista dell’Università di Siena.

L’indagine si focalizza sulle manifestazioni del mal di vivere nell’antichità greca e, soprattutto, romana, ma la depressione è antica quanto l’uomo. Si sarebbe potuto citare a questo proposito il Papiro di Berlino 3024, in cui già sullo scorcio del terzo millennio prima della nostra èra un anonimo egiziano distillò in 156 impressionanti righe la sua cupa voglia di farla finita con una vita che gli appariva insopportabile.

I greci, sulla scorta della dottrina di Ippocrate, collegarono la depressione a un eccesso di bile nera (melancholé) nell’organismo. Lo stato di avvilimento e scoramento che tale ‘umor nero’ causava era definito col termine melancholia, dal quale deriva la nostra ‘malinconia’, quella ‘ninfa gentile’ – così la chiamava Pindemonte – nelle cui braccia i romantici si gettarono con morbido compiacimento.


Una scelta rilevante

I romani, nel chiamare la bile nera atra bilis, fecero una scelta semantica rilevante: a differenza dell’anodino aggettivo niger, che attiene alla sola sfera cromatica, ater ha una connotazione negativa sul piano assiomatico, indica un’oscurità che è anche interiore. A questa virata lessicale si collega un ampliamento dello spettro sintomatico della depressione, che a Roma include l’ira, e il furor, ovvero tutto ciò che mette l’individuo in uno stato di patologica instabilità, che non lo fa più essere padrone di se stesso. Non sfuggiva peraltro agli antichi che a essere melancolici erano sovente i poeti e gli artisti. Un trattato della scuola aristotelica mette chiaramente in relazione melancolia e creatività, osservando che chi soffre di questo disturbo è soggetto a essere ‘posseduto’ da un agente esterno: la follia, ma anche l’ispirazione artistica, che spesso sono le due facce di una stessa medaglia. Un’idea, questa, che avrà lunga fortuna in età moderna, da Marsilio Ficino a Baudelaire, da Dürer a Van Gogh a Munch e oltre.

Acuminate pagine Puliga dedica al mal di vivere in alcuni grandi della letteratura latina: Lucrezio, Cicerone, Orazio, Seneca, e specialmente Ovidio, il poeta che più e meglio di ogni altro seppe notomizzare, senza reticenze, anzi quasi con clinica precisione, la depressione in cui piombò negli anni del forzato esilio sulle lontane coste del Mar Nero. Egli si rendeva lucidamente conto del fatto che il suo malessere era psicofisico («la mia mente non sta meglio del mio corpo, l’una e l’altro sono malati e io sopporto una doppia infermità». L’angoscia (anxietas animi) che mai lo abbandonava (quae mihi sempre adest) e la ‘noia’ (taedium), ovvero il disgusto per la vita, lo portavano a coltivare il desiderio di morte (amor mortis), anzi a vedersi già come un morto che cammina. Nondimeno riuscì a dare una veste letteraria sofisticatissima (il capitolo che il saggio gli dedica si intitola, molto appropriatamente, l’arte di essere depresso) a questa sua fondamentalmente sincera autoanalisi, trovando proprio nella scrittura l’unico possibile sostegno terapeutico: «Se vivo, e resisto … devo ringraziare te, o musa. Tu mi dai sollievo … tu vieni a me come una medicina».

Il contributo più originale del libro sta però nell’individuazione di una differenza semantica tra gli antichi e noi, che rivela una interessante differenza antropologica (Puliga è membro attivissimo del Centro Antropologia e Mondo Antico di Siena): noi associamo la depressione all’essere schiacciati verso il basso, come gravati da un peso (è questo il significato del verbo de-primere), mentre i romani la collegavano all’idea del ‘marcire’, dell’andare in putrefazione. Anche l’animus, la sede immateriale delle facoltà psichiche, poteva secondo i romani decomporsi al pari della materia organica. Ma la categoria del marcio era più ampia per loro che per noi: marcidus/murcidus comprendeva tutto ciò che è fiacco, languido, vacillante, torpido, obnubilato. La depressione era perciò vista come uno stato di spossatezza, di abbattimento, di progressivo venir meno delle forze vitali.


Triangolo di Lévi-Strauss

Molto opportunamente Puliga confronta la pregnante metafora del marcio a Roma con il noto ‘triangolo culinario’ di Lévi-Strauss – ai vertici del quale stanno il crudo, il cotto e il putrido –, osservando che se in quello schema il cotto è la trasformazione culturale del crudo e il putrido è la trasformazione naturale tanto del crudo che del cotto, a Roma la condizione di putrescenza non era estranea alla sfera culturale, dal momento che connotava «la deriva delle emozioni e dell’interiorità verso la dimensione della ‘morte nella vita’». La polisemia del marcere latino era ipostatizzata nella figura di Murcia, uno degli innumerevoli ‘piccoli dèi’ che nell’immaginario dei romani presiedevano ai molteplici aspetti dell’esistenza umana e sui quali Sant’Agostino – che ce li elenca – esercitò il suo sarcasmo. Murcia aveva il potere di infiacchire gli animi, rendendo l’individuo non reattivo, privo di iniziativa, di entusiasmo. Possiamo perciò dire – echeggiando il titolo del libro – che i romani misero la depressione sugli altari.

Apparentato alla sfera del marcio era – spiega Puliga – un altro termine che i romani utilizzavano per definire il male oscuro: veternus. Collegato etimologicamente a vetus (vecchio), indica la degenerazione conseguente alla senescenza (il cui esito finale è appunto la putrescenza) e la fenomenologia psichica che l’accompagna (letargia, indolenza, apatia: qualcosa di simile all’akrasía dei greci), rendendo in qualche modo vecchi prima del tempo.

È noto che in inglese e in altre lingue moderne, per alludere alla depressione si usa l’espressione idiomatica ‘cane nero’ (sorprenderà apprendere che l’applicava a se stesso anche Churchill, che conosciamo per uomo tutt’altro che abulico). Non tutti sanno però che l’attribuzione della metafora a Orazio, che si legge anche in autorevoli dizionari, è frutto di un curioso equivoco. Orazio – chiarisce Puliga – parla di una ‘compagna nera’ (comes atra) che perennemente affianca il malinconico, non di una cagna (canis) nera!


Schiavi melanconici

Benché a Roma gli schiavi fossero considerati alla stregua di cose (res), erano pur sempre esseri umani, e dunque accadeva anche a loro di cadere nella depressione (certo la loro condizione gliene dava più di un motivo). Scopriamo però con Puliga che un serio dibattito divise i giuristi romani sulla possibilità di chiedere indietro al venditore il prezzo pagato per un servus melancholicus. Le cose potevano avere un’anima sofferente?

L’ultimo capitolo del libro (Murcia in convento) indaga quella particolare forma di depressione che rappresentava il lato oscuro della vita monastica: quell’inerzia eccessiva a cui portava la vita contemplativa diventerà il vizio capitale dell’accidia.

Molti sono i fili con cui l’autrice ha tessuto la sua tela: se l’ordito è rappresentato dalla civiltà classica e dall’antropologia, la trama è data dalla psicologia, dalla psichiatria e anche dalla fisiologia. In tutti questi campi Donatella Puliga si muove con sicurezza e scioltezza: la sprezzatura della scrittura lascia comunque trasparire l’ingente lavoro di ricerca multidisciplinare di cui il saggio è apprezzabile frutto.


Il Manifesto/Alias – 21 gennaio 2018

sabato 20 gennaio 2018

Isidore Isou a Genova. Douze hypergraphies. Polylogue


Guy Debord e la società spettacolare di massa

GUY DEBORD E LA SOCIETÀ SPETTACOLARE DI MASSA
26 gennaio 2018 
Dalle ore 17:30 alle ore 19:00

La Biblioteca Universitaria di Genova 
(ex Hotel Colombo, via Balbi 40)

è lieta di invitare alla presentazione del volume di
Giorgio Amico
Guy Debord e la società spettacolare di massa
(Bolsena, Massari Editore, 2017)

alla presenza dell’autore intervengono
Sandro Ricaldone
Giuliano Galletta

Sulla figura di Guy Debord - «‘dottore in niente’, come egli stesso si definisce, ma maestro degli ambiziosi; amico dei ribelli e dei poveri, ma segretamente ammirato dai potenti; suscitatore di grandi emozioni, ma freddo e distaccato da sé stesso e dal mondo” (Perniola) - negli ultimi decenni si sono andati infittendo studi tanto d’impianto biografico quanto di approfondimento politico e filosofico.


Il volume di Giorgio Amico, edito da Roberto Massari nella collana ‘Pensiero forte’, si caratterizza per l’equilibrata e penetrante sintesi che istituisce tra gli svolgimenti della vicenda personale di Debord e l’elaborazione teorica da questi costruita nel tempo, dalla scoperta adolescenziale della poesia di Lautréamont all’iconoclastia lettrista; dalla critica della società dello spettacolo alla partecipazione al movimento delle occupazioni del maggio ’68 e oltre.»

Cadorna, il macellaio


Mio nonno della guerra combattuta sul Pasubio ricordava soprattutto Cadorna. “Era un boia – diceva – faceva fucilare i soldati per un niente”. Una biografia ne ricostruisce la storia, tentando un'improbabile giustificazione.

Raffaele Liucci

Luigi Cadorna. Il «generalissimo» della sconfitta



«Quale disastro più grande del mio? In dieci giorni io, l’idolo dell’Italia e dell’Europa, si può dire, sono giunto al fondo della miseria». La parabola del piemontese Luigi Cadorna (1850-1928), il «generalissimo» travolto da Caporetto, sembra una metafora dell’esistenza umana, spesso soggetta a crolli fulminei. Lui, il capo di Stato maggiore detentore di un potere pressoché assoluto su oltre due milioni di uomini, costretto a subire l’onta d’una Commissione d’inchiesta! Figlio di un generale che nel 1870 aveva liberato Roma, non riuscirà mai a raggiungere Trieste (conquistata invece dal successore, il napoletano Armando Diaz). Nel nuovo clima di concordia nazionale, il regime fascista lo seppellì con tutti gli onori, dedicandogli strade, piazze e un famedio nella natia Pallanza, ma sarà soltanto un modo per rimuoverlo un po’ più in fretta.

Ancora oggi è difficile fare i conti con una personalità tanto ingombrante, scrive lo storico Marco Mondini: autore non di una biografia in senso stretto, quanto di un affascinante scavo nell’universo mentale e antropologico del «cadornismo», basato sulla riscoperta del vastissimo archivio della Commissione d’inchiesta su Caporetto, ma anche sullo spoglio di molta inesplorata pubblicistica militare del tempo. Soltanto adagiandolo su un più ampio contesto storico è infatti possibile affrancare Cadorna dagli stereotipi apologetici o denigratori.

Mondini non tace le innegabili pecche di un uomo reputato dai suoi critici un «macellaio», reo di aver costretto centinaia di migliaia di fanti a una morte inutile. Però scansa anche ogni lettura anacronistica, come quella di Emilio Lussu, autore di Un anno sull’altipiano, uscito per la prima volta a Parigi nel 1938. Celebrato in molte antologie scolastiche, questo memoir «a forti tinte ideologiche» ha imposto definitivamente nell’immaginario collettivo la vulgata della Grande Guerra sul fronte italiano «come un sadico gioco al massacro da parte di una banda di generali psicopatici».


È vero, scrive Mondini, Cadorna fu l’uomo dei tribunali speciali, delle decimazioni, delle insensate e sanguinose offensive lungo l’Isonzo. Ma Cadorna non sbucava dal nulla. Era «un generale tra altri generali», figlio di una cultura militare ultraconservatrice nella quale i coscritti non erano titolari di «diritti», l’esercito restava un corpo separato e chi assaltava un avamposto con la baionetta godeva di una superiorità morale e tecnica rispetto a chi lo difendeva («vincere significa avanzare»).

Gli Stati Maggiori europei, figli dell’Ottocento, assimileranno con estrema lentezza le novità introdotte dalla guerra industriale di massa novecentesca: le fortificazioni rese pressoché inespugnabili dalla precisione e rapidità delle nuove armi difensive; la necessità di governare un esercito di cittadini-soldati guadagnandosi la fiducia della truppa; l’inevitabile sinergia fra il ceto militare e quello politico.


Cadorna commise l’errore tipico di tutti i personaggi imperiosi: circondarsi di un cerchio magico di fedelissimi. Il che ne rafforzò l’isolamento fisico e culturale. Il capitolo dedicato alla sua «corte feudale», pullulante di vassalli e scudieri, è uno dei più suggestivi del libro. Dispotico, impulsivo, solipsista, il misantropo che si aggira nervosamente fra i corridoi e i saloni dell’aereo Castello di Udine (sede del Comando Supremo italiano) silurando in modo compulsivo centinaia di alti ufficiali «inetti», sembra uscito dalla penna di un Gadda o un Thomas Bernhard.

Tra i consiglieri di Cadorna ci fu anche un altro monarca assoluto, Luigi Albertini, direttore del «Corriere della Sera», il quale nutrì per il Capo un «feticismo» che imbarazzava persino i fedelissimi. Ma la presenza di Albertini richiama anche il ruolo ricoperto da altri giornalisti e letterati (Barzini sr, d’Annunzio, Ojetti) nella costruzione del mito di Cadorna, accettato supinamente «da una nazione in cronica penuria di eroi», pronta però incolparlo di ogni rovina, una volta caduto in disgrazia.

Esponente emblematico – «per certi versi persino mediocre» – della sua generazione, Cadorna era un cattolico praticante, fatto inconsueto per un generale formatosi in età liberale e proveniente dall’aristocrazia militare sabauda. Riteneva l’irreligiosità diffusa nelle forze armate un ostacolo al mantenimento della disciplina, «fiamma spirituale della vittoria». Giudicherà sempre Caporetto un’autobiografia della nazione. Tracollo dovuto non agli alti comandi militari, bensì al cedimento morale della truppa, complice la «propaganda disfattista» e pacifista nutrita dai «partiti sovversivi che hanno inquinato l’esercito». Una versione autoassolutoria, ormai smentita dalla storiografia.

Il Sole 24Ore -22 ottobre 2017

Marco Mondini
Il Capo. La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna
il Mulino
€ 26  

giovedì 18 gennaio 2018

Cina, la Rivoluzione culturale di Mao è scomparsa dai libri di scuola


In Cina censurato il periodo della Rivoluzione culturale. Parlarne bene non si può (costò due milioni di morti e la rovina economica del paese), ma neanche male (metterebbe in crisi l'immagine del PCC di Mao “partito-guida” della nazione).

Francesco Radicioni

Cina, la Rivoluzione culturale di Mao è scomparsa dai libri di scuola


Che si tratti della carestia provocata dal Grande Balzo in Avanti, della guerra sino-giapponese o della tragedia della Tiananmen, la storia rimane uno dei temi politicamente più delicati per la leadership di Pechino. L’ultimo esempio è arrivato nei giorni scorsi, quando la Cina è stata accusata di aver rimaneggiato gli eventi della Rivoluzione Culturale in un libro di testo per le scuole medie.

Stando alle immagini comparse sui social, un intero capitolo della prima versione del manuale era dedicato al movimento che sconvolse la Repubblica Popolare tra gli anni ’60 e ’70. Nella nuova edizione lo spazio era stato ridotto a pochi paragrafi. Per introdurre la Rivoluzione Culturale, la prima versione del libro recitava «Mao Zedong credeva erroneamente che la leadership centrale del Partito avesse un problema di revisionismo e che il paese si trovasse di fronte al rischio della restaurazione del capitalismo».

Nella nuova edizione, la scelta del Grande Timoniere non era più accompagnata dall’avverbio «erroneamente» ed era sparito il riferimento al Partito Comunista. «Un paese che non riesce a fare i conti con il passato, non può avere un futuro luminoso», si notava su Weibo. Dopo giorni di dibattito, l’editore - la People’s Education Press del Ministero dell’Istruzione - chiariva che nel libro di testo che entrerà nelle aule a primavera, sarà spiegato «background, storia e traumi» degli anni tumultuosi della Rivoluzione Culturale.



Un periodo di caos politico in cui Mao Zedong sfruttò l’entusiasmo e l’ingenuità delle Guardie Rosse - giovanissimi studenti del liceo e delle università - per riaffermare il proprio controllo sul Partito Comunista. «Ribellarsi è giusto» diceva il Grande Timoniere. Uno slogan che ebbe molta eco nelle università europee. Dal maggio 1966, in milioni furono messi alla gogna e patirono torture perché considerati «elementi di destra». Nella furia iconoclasta furono abbattuti i simboli della «decadenza borghese», rasi al suolo edifici storici, chiuse le università.

Quando Mao capì che la situazione era andata fuori controllo e che le Guardie Rosse minacciavano anche il suo potere, mandò i giovani nelle campagne per «essere rieducati». L’economia uscì in ginocchio dalla Rivoluzione Culturale e si stima che i morti furono quasi due milioni. Anche figure di spicco della Cina caddero vittima di quegli eccessi. Tra loro, Deng Xiaoping e Xi Zhongxun, padre dell’attuale presidente cinese.

La leadership di Pechino è consapevole che oltre ai successi economici, la legittimità del Partito Comunista poggia ancora sulla retorica romantico-rivoluzionaria della fondazione della Repubblica Popolare e della sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale.


Appena assunta la leadership del Partito Comunista, Xi Jinping ha così messo in guardia dal «nichilismo storico». «Perché l’Unione Sovietica è collassata?», si chiedeva il leader cinese. «Perché ha rigettato il ruolo del Partito Comunista Sovietico, così come le figure di Lenin e Stalin», rispondeva Xi. La Cina ha così recentemente approvato una legge che punisce la diffamazione degli eroi e dei martiri comunisti. Una linea che punta anche a mantenere l’unità del Partito. Nel maggio 2016 – 50esimo anniversario della Rivoluzione Culturale – l’unico commento ufficiale è stato affidato a un editoriale del Quotidiano del Popolo.

Dopo la morte del Grande Timoniere, la Rivoluzione Culturale è stata definita «una catastrofe», anche se Deng Xiaoping non ha voluto annerire troppo la sua eredità. Mao è stato accusato di essersi «gradualmente distaccato dalla realtà e dal popolo», ma le principali responsabilità per gli eccessi di quel decennio furono addossate alla Banda dei Quattro, una «piccola cricca controrivoluzionaria» guidata dalla moglie di Mao, Jiang Qing.

All’inizio degli anni ’80, il giudizio storico su Mao Zedong è stato cristallizzato nella formula «70% giusto, 30% sbagliato». Una sottigliezza che ha consentito alla leadership cinese di preservare intatta la storia rivoluzionaria del Partito Comunista e l’eredità del fondatore della Repubblica Popolare. Anche per questo il ritratto del Grande Timoniere continua a incombere sull’ingresso della Città Proibita, nel cuore di Pechino.


La Stampa – 18 gennaio 2018

Chi ha paura della nuova fantascienza?


L’ultima ondata di libri che immaginano mondi alternativi ci racconta emergenze ambientali, tecno-incubi, colonie spaziali senza legge. Esasperando il catastrofismo tipico dei “classici” nati in piena Guerra fredda.


Paolo Di Paolo

Chi ha paura della nuova fantascienza?

Esiste un futuro che non sia stato già immaginato? Scegliendo per un’antologia le migliori storie di fantascienza pubblicate nel 1959 — Le grandi storie della fantascienza/ 21, appena ristampato da Bompiani — Isaac Asimov pesca autori che tirano in ballo tirannie politiche, olocausto nucleare, eccessi inquietanti di corporativismo aziendale. Una freschissima serie tv, Electric Dreams, recupera i racconti scritti da Philip K. Dick negli anni Cinquanta: viaggi spaziali, creature sintetiche, videogame, menti sotto controllo. I classici del genere non perdono smalto nei cataloghi editoriali: continue ristampe per Wells, per Clarke; troneggia Margaret Atwood, rispolverata su carta e su piccolo schermo ( Il racconto dell’ancella). Un inclassificabile come Antoine Volodine — partito come autore di fantascienza puro — prosegue su strade a metà fra fantastoria radioattiva ed esotismo.

L’immaginario fantascientifico cambia davvero, riesce a evolvere? O gira all’infinito su sé stesso? Alieni, uomini macchina, avanzamenti tecnologici votati all’apocalisse c’erano nelle storie d’inizio Ventesimo secolo e ci sono ancora. Se il grande Bradbury rivendicava il tentativo costante di «scartare tutti i futuri negativi», mostrando una certa antipatia per i catastrofisti, la gran parte dei suoi nipoti non pare troppo disposta all’ottimismo. Per spiegare la «felice casualità» della sua scelta di campo letteraria, l’autore di Fahrenheit 451 tendeva un filo lunghissimo da Platone a Rabelais, da Tommaso Moro a Swift. «I romanzi di fantascienza sono i romanzi delle idee» chiariva in una delle interviste raccolte in Siamo noi i marziani (Bietti).

Sociologia, psicologia e storia, «messe insieme e inquadrate nel tempo». «Sempre e solo per presagire l’autodistruzione umana?», domanda opportunamente l’intervistatore. L’interrogativo resta valido. E uno sguardo sulla produzione più recente, che è tornata a occupare grandi spazi sui banconi delle librerie, fa pensare di dover temere il (solito) peggio. Ecco i filoni principali.

Metropoli sommerse dall’acqua per gli effetti del disastro climatico: Kim Stanley Robinson, New York 2140 (Fanucci). Robinson, laureato su Dick, si mostra più che consapevole di come in ogni racconto fantascientifico sia in gioco una visione contemporanea: «New York non è tanto un posto, quanto un’idea o una nevrosi». Umana, naturalmente: scrivendo delle intenzioni poco benevole degli alieni verso la nostra specie, il cinese Cixin Liu ( Il problema dei tre corpi, Mondadori) mette in scena una guerra esterna che si risolve in devastante guerra interna. Più che la guerra dei mondi, utilizzata all’epoca come metafora della Guerra fredda, qui c’è l’eterna guerra nel (nostro) mondo.


Laddove fosse trapiantato — sulla Luna, per esempio — non andrebbe meglio. Andy Weir — autore del bestseller The Martian, diventato film per la regia di Ridley Scott — in Artemis (Newton Compton) racconta la prima colonia umana sul nostro satellite. Case-capsule, corridoi, ascensori e scale «esattamente identiche a quelle sulla Terra».

Negozi che non espongono i prezzi: «Se ti serve saperli, non ti puoi permettere la merce». I borghesi terrestri che si regalano una vacanza — una volta sola nella vita — «di solito soggiornano negli alberghi peggiori». Tutto (o quasi) come sul nostro pianeta: soldi su soldi, contrabbando, criminalità. La protagonista del romanzo è una truffatrice.

Niente di nuovo nell’universo — almeno dove gli umani mettono piede. L’unica cosa che, dalla colonia lunare, si può invidiare ai terrestri è la velocità di Internet: c’è un network locale su Artemis, «ma quando si tratta di ricerche, il tutto viene rimbalzato sui server della Terra». Incontentabili Sapiens!

In uno dei saggi più illuminanti usciti in italiano nell’anno appena concluso — Alieni. C’è qualcuno là fuori? (Bollati Boringhieri) — il cosmologo Martin Rees garantisce che nei prossimi decenni di questo secolo «esploratori robotici dotati di un’intelligenza di livello umano» ci precederanno sulle strade dell’universo.

L’immaginazione degli scrittori è già stata lì. Poi magari è tornata indietro, spazientita dalla lentezza della realtà. Uno come William Gibson, per esempio — che ha già festeggiato da un po’ i trent’anni del suo Johnny Mnemonic mezzo umano mezzo cyborg e del cupissimo Neuromante, ristampato da Mondadori nei mesi scorsi — nel 2014 aveva deciso di ambientare un nuovo romanzo fra due futuri. Quello più prossimo, nel frattempo, è già passato. Anno 2017: Hillary Clinton è presidente degli Stati Uniti. Dite che non è andata così? Lo stesso Gibson è stato spiazzato dagli eventi, ma non ha voluto modificare quanto scritto. Agency — questo il titolo — uscirà così: con dentro un futuro superato — molto in peggio — dal presente.


Due sostantivi — “paranoia” e “mistero” — saltano all’occhio in una rassegna annuale di titoli fantascientifici curata dalla rivista specializzata If. Le distopie non si contano: le più intelligenti lavorano, più che su un futuro “ripetitivo”, su una realtà angosciosamente aumentata. Senza confini di genere: è il caso di Exit West di Mohsin Hamid, che provoca radicalmente il nostro presente, evitando sotterranee nostalgie e scommettendo sul politico (lo fa pure un romanzo italiano recente, Un attimo prima di Fabio Deotto, Einaudi).

Non si adagia sul post-apocalittico Jeff VanderMeer, lo scrittore americano del “bizzarro”, il filone new weird, curatore con sua moglie di un’antologia di scrittrici visionarie, tra fantasy, fantascienza e femminismo ( Le visionarie, in uscita a febbraio per Nero Editions). Con il romanzo Borne, in arrivo per Einaudi, «non sviluppa la distopia, ma la dà per scontata», spiega il traduttore, Vincenzo Latronico. La creaturina aliena che una “cacciarifiuti” trova in una discarica cresce come una pianta, e inizia a parlare. La cacciarifiuti se ne prende cura come di un figlio adottivo. Il romanzo sposta l’asse sull’amore materno, sulla riluttanza della natura umana — come ha scritto il New Yorker — «ad arrendersi al lato peggiore di sé».


La Repubblica – 17 gennaio 2018