TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 24 maggio 2013

ILVA di Taranto: come guadagnare sui tumori



Per Brunetta (personaggio, si sa, di alta statura politica e morale) è violenza fischiare un comizio e i colpevoli devono andare in galera. Aspettiamo di vedere cosa proporrà per i Riva che portavano all'estero i capitali che sarebbero dovuti andare a evitare le morti per tumore a Taranto. Ma forse l'esimio parlamentare pensa che per gli imprenditori non valgano le stesse leggi dei normali cittadini. D'altronde cosa attendersi da un berlusconiano?


Ilva, sequestrato tesoro dei Riva 8,1 miliardi proprio quello che, in termini di costi, sarebbe servito per apportare le opportune modifiche anti inquinamento al... sito industriale colpevolmente responsabile di mortiferi rilasci. "L'accusa: associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, indagato anche il presidente Ferrante.

Il sequestro record è scaturito proprio dal mancato risanamento dei reparti dell'area a caldo, indicati come la fonte dei veleni industriali ritenuti causa di malattia e morte. In pratica i consulenti dei pubblici ministeri hanno quantificato la somma che Ilva avrebbe dovuto investire negli anni per abbattere l'impatto ambientale della fabbrica. il sequestro non riguarda i fondi per la fabbrica. "Stiamo eseguendo un sequestro solo in merito ai beni della società Riva Fire. Abbiamo tenuto conto della legge 231 (legge salva Ilva, ndr), e dunque il sequestro non colpisce i beni dell'Ilva. E questo provvedimento non intacca la produzione dello stabilimento.


La ratio del sequestro è quella di bloccare le somme sottratte agli investimenti per abbattere l'impatto ambientale della fabbrica". Queste, in sintesi, le precisazioni del capo della Procura di Taranto, Franco Sebastio, a capo del pool di magistrati della procura ionica che indaga sul disastro ambientale e che ha ottenuto dal gip del tribunale Patrizia Todisco l'ok alla richiesta di sequestro per equivalente di beni mobili e immobili, denaro e conti correnti per un totale di 8,1 miliardi di euro, intestati alla holding Riva Fire che fa capo alla famiglia Riva.  





Tutti a Breil per difendere il treno della Val Roja


Il 25 maggio 2013 alle ore 10:00 
presso la stazione di Breil sur Roya
presidio per protestare contro la proposta di chiusura della linea Nizza-Breil-Tenda-Cuneo

La linea ferroviaria Cuneo-Ventimiglia-Nizza, forse con quella del Bernina la più bella d'Europa,  rischia la chiusura.   E' in atto una mobilitazione delle popolazioni (liguri, francesi e piemontesi) della Val Roja per difendere questa importante via di comunicazione che contribuisce a mantenere vivi i paesi della vallata.





Elogio della ghigliottina nel paese di Pinocchio



Una Carta costituzionale ogni giorno stravolta da un presidenzialismo strisciante ed eversivo che vuole ridurre la democrazia a pura forma. Un paese - ostaggio di un pregiudicato (nel senso di persona già passata in giudizio e condannata) che cerca disperatamente di evitare il carcere - dove si propone di mandare in galera chi manifesta pacificamente il proprio dissenso fischiando un comizio e insieme di fare uscire i fiancheggiatori eccellenti della mafia. Davanti a tutto questo non sogniamo il ritorno dei bolscevichi, né torme di cavalli cosacchi abbeverantisi in San Pietro, ci basterebbe un mite giacobino come fu Piero Gobetti.

Piero Gobetti

Elogio della ghigliottina


[...] Il fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l'appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell'anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L'attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l'inguaribile fiducia ottimistica dell'infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure. La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il nostro antifascismo prima che un'ideologia, è un istinto.

 Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antichi, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo letterario dei cristiani [che si potrebbe definire la delusione di un ottimista] delusione di ottimisti. La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C'è un valore incrollabile al mondo: l'intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti. Temiamo che pochi siano così coraggiosamente radicali da sospettare che con queste metafisiche ci si possa incontrare nel problema politico. Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso un insolente realismo obbiettivo.

Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell'imprevisto che seguiteremo ad indicare come provinciale per non ricorrere a più allarmanti definizioni. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo "nipote" di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l'ora dei conti. Il fascismo in Italia è [una catastrofe,] un'indicazione di infanzia [decisiva] perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, [dell'ottimismo,] dell'entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d'ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione.

Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, [è una nazione che vale poco] dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. Confessiamo di avere sperato che la lotta tra fascisti e social-comunisti dovesse continuare senza posa: e pensammo nel settembre del 1920 e pubblicammo nel febbraio del 1922 La Rivoluzione Liberale con fiducia verso la lotta politica che attraverso tante corruzioni, corrotta essa stessa, tuttavia sorgeva. In Italia c'era della gente che si faceva ammazzare per un'idea, per un interesse, per una malattia di retorica!

Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace. E' difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è più una pratica quotidiana che una misura di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell'unanimità, ci si attesta l'inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. [Abbiamo astuzie sufficienti per prevedere che tra sei mesi molti si saranno stancati del duce: ma] Certe ore di ebbrezza valgono per confessioni e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l'impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano. Privi di interessi reali, distinti, necessari gli Italiani chiedono una disciplina e uno Stato forte. Ma è difficile pensare Cesare senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile.

Si può credere all'utilità dei tutori e giustificare Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto per farci ripensare a La Congiura dei Pazzi ossia ci riportano a costumi politici sorpassati. Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi. E' doloroso [per chi lavora da anni] dover pensare con nostalgia all'illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri fino in fondo, [io ho atteso] c'è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C'è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco. Ma ci si sentiva pure una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo.

(Da: "La Rivoluzione Liberale", anno I, n. 34, 23 novembre 1922)

giovedì 23 maggio 2013

La tristezza di Ulisse. Essere raccontato da Eugenio Scalfari



Passare la vita cercando di tornare a Itaca, è la storia di ogni uomo. Non tutti però riescono a trovare la via del ritorno. Eugenio Scalfari non ci riesce. Un esempio triste di accanimento a scrivere anche quando non si ha più nulla da dire e il silenzio sarebbe una prova di saggezza.

Eugenio Scalfari

Il viaggio dell’eroe. Così Odisseo tornato a Itaca scoprì la saggezza e la pietà

Ci sono molti modi di scrivere un romanzo e anche molti modi di scrivere un saggio. Matteo Nucci sta a cavallo tra i due generi letterari, ripassa e reinterpreta la storia della civiltà ellenica scegliendo, prima ancora delle idee dalle quali è intrisa, i personaggi, i luoghi, le strade, gli alberi, gli animali; ma non soltanto quelli che esistevano o si pensa che esistessero tremila anni fa, ma quelli di oggi da lui rivisitati e dai quali il libro comincia.

Infatti è l’autore che, dopo aver visitato l’Acropoli e il Ceramico racconta di Pericle. Il principe degli ateniesi, quello che per trent’anni aveva custodito la democrazia confiscandola nelle proprie mani, quello che aveva creato un impero navale che si estendeva su tutto il Mediterraneo, era alla fine inciampato su Sparta, alleata prima e nemica mortale poi. Il disastro aveva colpito Atene e da ultimo la peste si era abbattuta sulla città seminando ovunque la morte nera.

«Sulla Porta Sacra e sul Dipylon il cielo era terso. Tutti gli occhi della folla assiepata erano puntati sull’uomo che avanzava a piccoli passi portando una corona sulle braccia, il volto scolpito in linee regolari, quasi fosse pronto a servire da modello per le innumerevoli statue che lo avrebbero ritratto in una posa immortale... Lo guardavano quasi senza respirare, in un silenzio assoluto, mentre avanzava verso l’ultimo dei suoi caduti, Paralo, l’ultima manciata di metri con lentezza, poi, arrivato dinanzi al corpo, si fermò. La peste gli aveva portato via la sorella, il primo figlio Santippo, i migliori amici e molti parenti, ma lui non aveva mai ceduto. La famosa fierezza, la forza d’animo che era il suo vanto. Atene aveva sempre ammirato quella specie di eroe... Depose la corona, strinse i pugni sulle tempie, chiusi gli occhi. Fece per rialzarsi ma non ci riuscì. Poi si sentì un sibilo che si trasformò in una specie di muggito mentre il corpo di Pericle cadeva sul corpo di Paralo. Un urlo devastò la quiete del Ceramico e Pericle per la prima volta pianse».

Morì poco dopo. Era il 429 a.C. e da quel giorno la storia di Atene e della Grecia cambiò, ma la sua cultura, la sua scienza, la sua filosofia, crebbero e diventarono nei secoli che seguirono il lascito di tutta la storia dell’Occidente e del mondo.

Ma perché il libro ha inizio in questo modo, con Pericle colto alla fine dei suoi giorni e Atene prostrata dalla guerra perduta e da una mortale epidemia? Perché Pericle piange sul corpo del figlio e sulle sorti della città e il libro si intitola Le lacrime degli eroi ed è attraverso le lacrime che l’autore racconta la storia dell’Ellade, dei suoi eroi, dei miti, delle filosofie, delle guerre, dei poemi, delle tragedie, degli amori, dei lutti, dei misteri.

Dopo il pianto di Pericle che funge da introduzione, il primo personaggio di questa storiaromanzo è Platone, lo scrittore-filosofo della Repubblica, del Simposio e del Fedro. Nucci se ne serve per parlare dell’amore-odio che lega Platone ad Omero, ma in realtà è il cantore cieco degli eroi che viene messo al centro della narrazione e attraverso i suoi poemi, le figure di Odisseo e di Achille con il loro contorno di compagni di guerra, di ninfe, di dei, di mostri e di destino. E naturalmente con le loro lacrime.

Nella gara del pianto i due rivaleggiano, ma Achille ha largamente la meglio sul figlio di Laerte anche perché è profondamente diversa la struttura dei due poemi epici. L’Iliade racconta pochissimi fatti: il duello tra Patroclo ed Ettore, il duello tra Ettore e Achille, l’assalto dei Teucri al campo degli Achei, la visita di Priamo al Pelide. Tutto il resto dei ventiquattro libri non è un racconto ma l’analisi dei sentimenti che animano i personaggi e soprattutto il protagonista del poema e il suo pianto, suscitato dalla sua ira, dal suo lutto, dai suoi sogni, dai suoi presagi, dalla sua impotenza di fronte alla morte e dal suo amore per il corpo dell’amico che ormai è soltanto una spoglia.

L’Odissea ha tutt’altro andamento, il vero romanzo è quello ed è un tipico romanzo d’avventura, il primo e sicuramente il più bello che sia mai stato scritto.

Anche il montaggio anticipa a tremila anni di distanza il linguaggio cinematografico del “flashback”: dopo l’episodio di Polifemo, Odisseo smarrisce la rotta ed entra in un mare con correnti sconosciute e sotto un cielo dove le stelle sono ignote al navigante. È il dio del mare, Poseidon, ad averlo trascinato fuori dal mondo nel misterioso oceano che circonda le terre emerse ed è popolato da misteriose presenze: Circe la maga, la bocca degli Inferi, Calipso la bella e l’isola di Ogigia, Nausicaa la vergine e l’isola dei Feaci, anch’essa fuori dal tempo e dallo spazio.



Quella sarà l’ultima tappa, prima di tornare finalmente ad Itaca, nel mondo della realtà. Ma è proprio lì, nel palazzo di Alcinoo, che il “flashback” si verifica: uno degli aedi canta ciò che avvenne sotto le mura di Troia e la parte che in quella guerra impietosa vi ebbe Odisseo e che cosa accadde dopo. L’eroe, di cui nessuno alla corte di Alcinoo conosceva ancora l’identità ed è onorato come ospite sacro, ascoltando quel canto si copre il volto col mantello e piange al ricordo, mentre il racconto procede incalzante, le gesta degli eroi e dei numi che combattono tra loro e insieme a loro, il Fato che domina gli eventi mentre le Parche tessono il filo della vita. Ma prima ancora che il viaggio di Odisseo sia narrato dall’aedo, Omero lo fa precedere dal viaggio del figlio Telemaco che per salvare se stesso e la madre Penelope dalla prepotenza dei Proci, attraversa il mare e sbarca nelle terre di Pilo, di Argo e di Micene in cerca dei compagni del padre, affinché gli diano notizie di lui, se sanno dove si trova e perché non ritorna a casa, ultimo errabondo da dieci anni, dopo i dieci della guerra contro Ilio.

Quattro libri dedica Omero al viaggio di Telemaco e il racconto è pieno di personaggi ed avvenimenti. Nestore informa il giovane della drammatica morte di Agamennone per mano di Egisto e della moglie Clitemnestra. Menelao ed Elena lo ospitano come fosse un giovane principe e Menelao gli racconta le sue imprese a Troia e il suo movimentato viaggio di ritorno.

Mentre i mortali e gli dei che incontrano sulla terra vivono le loro avventure, sulle vette dell’Olimpo gli stessi dei si riuniscono e prendono le loro decisioni in obbedienza ai voleri del Fato, Atena si impone a Poseidon, Zeus comanda ad Ermes di trasmettere i suoi voleri, la favola degli immortali si intreccia con quella dei mortali arricchendo il romanzo; l’epica trascolora in una splendida fiaba nel corso della quale avviene un fatto strano: cambia il carattere del protagonista ed anche quello del figlio Telemaco.

Quest’ultimo da adolescente diventa uomo e il suo mutamento è un fatto di natura, ma diverso è il caso di Odisseo: era maestro di inganni quando combatteva sotto le mura di Troia, furbo quanto nessuno, suadente per ingannare o convincere; è lui che guida le decisioni di Agamennone, è lui che ricostruisce un rapporto tra il re di Argo e Achille ed infine sarà lui a immaginare il cavallo, la trappola mortale per Ilio e la sua gente. Ma l’uomo che torna a Itaca è diverso da quello che vent’anni prima ne era partito. La capacità di ingannare e mentire non l’ha perduta, anzi è ancor più vigile, ma ad essa si è aggiunta un’esperienza e una saggezza che prima non aveva ed è l’incontro con Atena che ne fa il primo eroe della modernità, non a caso cantato da Dante come maestro di anime. Ricordate? «Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza».

Ho la sensazione che il bravissimo Nucci non colga quest’aspetto, il mutamento del personaggio suscitato dalla sua insaziabile curiosità. Del resto è lui stesso ad annunciare a Penelope, quando finalmente si ricongiunge con lei nel letto nuziale che aveva costruito sulla base d’un ulivo secolare, che dovrà ripartire per trovare la gente «che non conosce il sale» e soltanto dopo quell’ultimo viaggio tornerà per sempre ad Itaca.

Credo che Nucci non veda il mutamento perché il ritorno a Itaca è dominato dalle menzogne che Odisseo è costretto a dire per non farsi riconoscere e ci riesce perfettamente con l’aiuto di Atena, salvo che con la vecchia nutrice e il vecchio cane Argo. Menzogne e infine strage, non solo dei Proci ma dei servi e delle ancelle che ad essi si erano venduti. Strage e menzogne: dove è dunque la differenza dal maestro di inganni e di strage quando combatteva a Troia della cui guerra è lui e non Achille il vero vincitore?

Capisco l’obiezione, ma la differenza c’è ed appare chiaramente nel colloquio che ha con Penelope nella lunga notte di racconti e d’amore e poi, nei giorni successivi, quando si rappacifica con i parenti delle vittime della strage, riconquista l’amore di tutto il popolo dell’isola e lascia al figlio il governo della comunità. Odisseo ha scoperto la pietà, un sentimento che prima del viaggio di ritorno gli era del tutto ignoto. La strage dei Proci fa parte della natura umana nella quale la vendetta per un torto subìto è un sentimento ineliminabile. Del resto Odisseo aveva acquisito una quantità di crediti verso gli dei e verso il Fato perché per dieci anni era stato un fuscello e un trastullo nelle mani d’un ignoto destino. L’ultimo sopruso era stato quello dei Proci ai quali aveva offerto di lasciare il suo palazzo ed andarsene. Ciò che accade subito dopo è la natura offesa a reclamarlo e dura fin quando Atena ne impone la fine. Quanto al suo pianto, l’autore del libro lo attribuisce alla nostalgia. Gli altri pianti degli altri eroi sono dovuti all’ira, al dolore, all’amore. La nostalgia è sentimento delicatissimo, viene da Memosine, la dea che governa i ricordi, madre delle nove Muse. Basterebbe questo a rivelarci che la natura di Odisseo non è più e soltanto quella dell’eroe ma quella dell’uomo ed è questa la novità che l’Omero dell’Odissea ci ha consegnato.

Tralascio di raccontare il resto del libro che raccomando ai lettori di seguire fino in fondo anche se – a mio avviso – il vero nucleo di questo viaggio si conclude a pagina 174. Ciò che viene dopo è un saggio acuto e sapiente, ma non più il romanzo che fin lì si è svolto. Voglio qui trascrivere le parole con cui Nucci si accomiata dai suoi lettori e che rappresentano in poche righe il compendio dell’opera: «Nell’Ade non c’è ombra. Nessuno può tornare tra i vivi. E il mondo è invece quello dei vivi perché soltanto lì c’è la vita: sofferenze, patimenti, piccole gioie, felicità, lacrime di nostalgia e di rabbia. E la morte. Altre prospettive per Omero non esistono. C’è soltanto Niobe e il suo melograno, un melograno che non cresce all’ombra ma sotto il sole». Grazie, caro Nucci, per questa appassionante lettura.

(Da: La Repubblica del 23 maggio 2013)



Don Gallo. Un prete giusto



Un uomo giusto, fedele al messaggio evangelico più che alla Chiesa come istituzione. Anni fa lavorammo con lui ad un progetto per dar voce ai detenuti del carcere di Savona. Il risultato fu un piccolo giornale di cui uscì qualche numero. Una avventura che ci permise di conoscerlo da vicino e stimarlo. Lo ricordiamo con questo articolo di Famiglia cristiana e con l'editoriale che scrivemmo allora per il primo numero del giornale.

Don Gallo. Un prete giusto

Quando andavi a trovarlo uscivi dal suo piccolo studiolo carico di idee e odore di pipa. Non smetteva quasi mai di fumarla e di tenerla in mano. E intanto parlava del passato e dell’oggi. Dei progetti in cantiere per il futuro. Don Andrea Gallo, morto oggi all’età di 84 anni, era un fiume in piena. Nella comunità di San Benedetto, da lui stesso fondata a Genova, per essere vicino ai più deboli, erano passati tutti: ex brigatisti ed emarginati, intellettuali e poveri, atei e credenti. Il prete dalle mille battaglie, spesso critico nei confronti della stessa Chiesa, ma con quella fede dura che spostava le montagne riusciva a dialogare con tutti. 

Nonostante la malattia che lo consumava, scavandolo sempre più platealmente, era riuscito quasi fino all’ultimo a stare al passo con i tempi e con i “suoi ragazzi” giovani e adulti. Tentava tutte le strade per farsi compagno di viaggio. Nel suo ultimo twitter, il 20 maggio, aveva scritto “Sogno una Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna”. Ed è proprio da lì che è arrivata anche la notizia della sua morte: “Ore 17.45 il cuore di Don Andrea Gallo ha cessato di battere, la comunità S.Benedetto e idealmente voi tutti siamo stretti intorno a lui”.

Don Andrea Gallo era entrato nel seminario dei salesiani nel 1948. Nel 1953 era partito per le missioni in Brasile, ma era tornato in Italia durante il periodo della dittatura. Ordinato presbitero il primo luglio 1959 era stato inviato, un anno dopo, come cappellano nella nave scuola della Garaventa, riformatorio per minori. Da quel momento in poi la passione per l’educazione dei ragazzi non lo avrebbe più abbandonato, così come l’attenzione per il carcere e per i detenuti. Nel 1964 lascia i salesiani e si incardina come sacerdote diocesano. Il cardinale Siri, che allora guidava Genova, gli affida l’incarico di cappellano del carcere. Fra i due c’è sempre stata una vivace polemica cui spesso hanno fatto seguito trasferimenti di incarichi e parrocchie. Fino alla rinuncia di don Gallo al trasferimento richiesto dal cardinale Siri nell’isola di Capraia. Don Gallo viene quindi accolto dal parroco di San Benedetto al Porto, don Federico Rebora, e insieme a un piccolo gruppo dà vita alla Comunità di San Benedetto al Porto. 

Impegnato per la pace e nel movimento No Dal Molin, contro la costruzione di una nuova base militare a Vicenza, don Gallo non ha mai smesso di battersi contro l'emarginazione dei gay e contro l'omofobia, a favore della cittadinanza agli immigrati, per costruire una società più solidale, giusta e accogliente.


Savona. Carcere di S. Agostino















Giorgio Amico

Non luoghi

Carcere, manicomio, ospizio: luoghi scomodi, non-luoghi, luoghi invisibili. Sant’Agostino è uno di quei luoghi di cui preferiamo ignorare l’esistenza. Eppure è nel cuore della città, accanto a noi, parte della nostra vita quotidiana. Anche se preferiamo ignorarlo e continuare a far finta di niente.

Poveri, carcerati, disabili: persone scomode, non-persone, persone invisibili. Vivono accanto a noi, ma è come se non ci fossero. Cancellati dal mondo, estromessi dalla vita dei “normali”, riemergono alla nostra consapevolezza solo in occasione di fatti di cronaca, per essere poi subito rimossi e dimenticati.

Persone senza nome e senza volto, protagonisti di piccole storie squallide. Storie di ordinaria miseria, di follia, di emarginazione. Sant’Agostino ne raccoglie tante e gelosamente le conserva, celandole alla nostra vista di benpensanti. Impedendo che diventino visibili, che turbino il nostro piccolo, ordinato tran-tran quotidiano.

Cosa c’entra la scuola con tutto questo ? C’entra perché Sant’Agostino è anche in piccolissima parte scuola, luogo dove si svolgono attività di studio e di animazione culturale. “Scuola in carcere”, questa è la definizione ufficiale, fredda, asettica e un po’ retorica che le racchiude.

Ma si può fare scuola e cultura dietro le sbarre, senza cadere in un paternalismo tanto più orribile, quanto in buona fede ? Si può. Alla sola condizione di intendere queste attività come un percorso di liberazione.

Sappiamo bene che la cultura in se non rende liberi, come il lavoro non rendeva liberi i prigionieri di Auschwitz. Sappiamo però altrettanto bene che la cultura come valorizzazione della propria umanità, come urlo di chi rivendica il proprio diritto ad esistere è, forse, motivo di scandalo, ma, sicuramente, strumento di liberazione, percorso di libertà.

Questo, e non altro, il senso delle attività di animazione che insieme scuola e Circolo “Il Brandale” abbiamo svolto a Sant’Agostino nello scorso anno scolastico, iniziando un percorso che speriamo contribuisca a demolire l’idea del carcere come un non-luogo abitato da non-persone.  




mercoledì 22 maggio 2013

I sogni non si sgomberano. Noi stiamo con Zam




Non abbiamo dubbi: c'è più poesia sulle barricate in fiamme di Zam che in tutte le biblioteche di Milano.

2 palestre, 3 palcoscenici, 2 sale concerto, 2 bar, 2 uffici, 1 redazione, decine di attività sportive per centinaia di persone, 160 m2 di pareti da arrampicata, oltre 200 concerti, oltre 100 appuntamenti culturali, 1 festival di cinema e documentari, 1 laboratorio teatrale, 1 laboratorio hip hop, migliaia di persone dentro e attraverso, oltre 2 anni di occupazione e autogestione.

Questo è stato dal 29 Gennaio 2011 Zam, il Centro sociale di Milano situato in una fabbrica dismessa che oggi viene sgomberato con la forza per permettere l'ennesima speculazione edilizia.

Ma come scrivono i ragazzi di Zam “Nessuno sgombero ci fa paura, Zam è un sogno tatuato sulla pelle viva della città: potete provare a nasconderlo sotto il maquillage della città vetrina della mafia e dello scempio dell’Expo, ma la traccia è indelebile e non si cancella: qui siamo e qui restiamo!”

Vento largo è con loro, sulla loro splendida/povera barricata fatta di libri.



Papa Francesco. Se anche il Diavolo si trasforma in uno show



Un fatto e un articolo divertenti. Lo riportiamo con una precisazione, piccola ma necessaria: vista la storia personale del “Santo Padre”, più che di arguzia francescana si dovrebbe forse parlare di astuzia gesuitica.

Francesco Merlo

Se anche il Diavolo si trasforma in uno show



Adesso sì che ci vorrebbe un superesorcista, ma di quelli sobri e dunque rari, per liberare la Santa Romana Chiesa dal peccato preferito dal demonio: la vanità. E non solo quella di padre Amorth, famoso scacciadiavoli, che è andato a farsi prendere in giro da quei folletti radiofonici di “Un giorno da pecora”.

Questo pittoresco pretone, che sembrava più un’esca che uno spauracchio per diavoli, ha raccontato l’indicibile rito dell’esorcismo papale spiegando pure che quel povero assatanato, a cui i giornali complici oscurano il viso forse per cautela o forse per paura del contagio, di maligni in corpo ne aveva almeno quattro. «Ma per cacciarli davvero via ci vuole bene altro», ha aggiunto padre Amorth: da professionista si è offerto alla clientela.

Papa Francesco – bisogna riconoscerlo – aveva sbrigato la pratica con la sua solita affabilità e la sua proverbiale arguzia francescane. Aveva infatti imposto le mani taumaturgiche sul posseduto (“presunto” si scriverebbe in cronaca giudiziaria) e senza neppure pensarci su, in mezzo alla folla. E noi non ci saremmo accorti di nulla se la notizia non avesse avuto l’imprimatur della televisione dei vescovi diretta, nientemeno, da Dino Boffo. Il Papa infatti era riuscito ad essere spontaneo e semplice anche quando qualcuno gli mormorava all’orecchio che il malato era un indemoniato. Il solito Francesco insomma: si era comportato con quel malato un po’ come quando telefona alla libraia o porta la sedia alla guardia svizzera che instancabilmente vigila dietro la sua porta.

D’altra parte l’esorcismo a cui siamo abituati (si fa per dire) è una cerimonia esoterica, con lo zolfo, la schiuma e gli improperi, mentre quella di Papa Francesco sembrava quasi una pranoterapia, all’improvviso e in pubblico, senza neppure la necessaria acqua benedetta e senza quei paramenti d’ordinanza che servono a proteggere il sacerdote come il grembiule di piombo protegge il medico dagli effetti nocivi dei raggi X.



Dunque è stata la tv dei vescovi che ha visto il diavolo nella consueta sceneggiatura del Papa che fa tutto su due piedi per essere alla mano. Dino Boffo non ha resistito alla diabolica suggestione dimenticando forse che news e devil fanno lo show. E lo show è appunto il trionfo di quella vanità che ha come unico regista il diavolo. Ingenuamente infatti padre Lombardi, che è la voce istituzionale della Chiesa, ha smentito, senza dunque accorgersi che si stava già leccando la coda quel diavolo dell’informazione che meglio di tutti sa quanto la smentita sia una notizia data due volte. Tanto più che è arrivata un’altra diabolica “smentita-conferma” e cioè la rettifica del direttore Dino Boffo. Se è vero che la regola numero uno del demonio è quella di lasciare credere che non esista, Dino Boffo certamente lo ha aiutato. Ha infatti chiesto scusa, ha detto che si è sbagliato, che lui e solo lui ha visto il demonio dove c’era solo una malattia e l’esorcismo dove c’era solo un conforto.

E intanto il diavolo, che aveva scatenato la vanità, l’ha resa inarrestabile e l’ha lasciata dilagare come le fiamme che gli sono familiari. Ha dunque svegliato padre Gabriele Amorth che, incontrato per strada effettivamente potrebbe spaventarci ma in radio risulta grottesco, non il frate Cipolla di Boccaccio, che del diavolo era davvero più furbo, ma il pretacchione tontolone di Dario Fo. E però un povero diavolo di esorcista senza capo né coda non rende povero anche il vero diavolone, e infatti tutta la sua bislacca esibizione radiofonica ha avvalorato la fiammeggiante presenza. Così il demonio ha fatto pure una grande audience, che è la traduzione moderna del famoso “baccano”, vale a dire il “sabba”, vera ragione sociale dell’“Inferno spa”.

E tutti, guardando e ascoltando padre Amorth, abbiamo dimenticato che questo Papa non ha neppure il fisico allucinato dell’esorcista che è per eccellenza l’ossuto e spettrale Max von Sydow nel celebre film che ci spaventò da ragazzi, ancora oggi ricordato come il più terrificante della storia del cinema e felicemente parodiato in “Esorciccio” da quel Ciccio Ingrassia che il fisico spettrale comunque ce l’aveva.

Teologicamente il demonio è, come si sa, l’elemento fondante della presenza della Chiesa. Ed è controversa nella cristianità la sua natura di essenza o di persona. Infatti il “liberaci dal male” del Padre Nostro dei cattolici diventa il “liberaci dal Maligno” degli ortodossi che lo scrivono pure maiuscolo. Di sicuro, il demonio non era mai stato così astuto da far credere di potere essere cacciato con un semplice mormorio della labbra, come fa il professor Raptor per far cadere Harry Potter che si esibisce in audacie aeree e acrobazie mozzafiato sulla scopa Nimbus 2000, che manco la Ferrari di quel diavolo rosso di Montezemolo.

(Da: La Repubblica del 22 maggio 2013)