TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 13 luglio 2020

KRISIS. Corpi, Confino e Conflitto.



KRISIS. Corpi, Confino e Conflitto.

Tutte le fragilità emerse nella primavera del 2020 intorno al Covid-19 necessitano di un'analisi critica.
Il disastroso collasso ecologico, il terrore dettato dal disciplinamento politico e mediatico, il conseguente distanziamento sociale, la dissoluzione del corpo collettivo di cui il lato medico-sociale è solo una delle tante peculiarità, fanno capire che quello che è avvenuto è molto di più di un’epidemia e determinerà irreversibilmente l’intero XXI secolo.
Questo libro, focalizzandosi sui corpi e il loro confino, non racconta solo il presente ma anche il futuro, le sue radici e i conflitti possibili.

«Crisi», dal greco Krísis, riconducibile al verbo kríno (giudicare), non riveste, almeno in origine, un’accezione propriamente negativa.
La sua enfatizzazione in senso catastrofico, ormai usuale, ha avuto inizio in ambito medico per indicare la fase decisiva, appunto la «fase critica», di una malattia.
Crisi ambientale. Crisi economica. Crisi sociale.
Si può parlare, dunque, anche di crisi del capitalismo?


Il volume raccoglie i seguenti contributi:

“A Peste, Fame et Bello” di Afshin Kaveh
“Vita e salute” di Alberto Giovanni Biuso
“Morte trionfata: lutto e metamorfosi al tempo del virus sovrano” di Xenia Chiaramonte
“La rana e lo scorpione” di Cristiano Sabino
“Riflessioni femministe sull’epidemia del nostro tempo: l’assoggettamento volontario” di Nicoletta Poidimani ed Elisabetta Teghil

Parte del ricavato sarà donato in beneficenza a una delle strutture ospedaliere che in Sardegna si sono trovate in prima linea a fronteggiare l’emergenza epidemiologica da covid-19, per tramite dell’Associazione di Oncoematologia “Mariangela Pinna” O.n.l.u.s. di Sassari.


Adieu et merci Fabienne




Non ho avuto il piacere di conoscere Fabienne di persona, ma ho avuto comunque la fortuna di mantenere per anni con lei uno scambio di materiali e di idee via social. Poco probabilmente per poter dire di conoscerla veramente, ma sufficiente per comprendere che il termine "compagno" non era per lei un semplice modo di dire. La ricordo con il saluto dei compagni francesi di La Bataille socialiste.

G.A.

Adieu et merci Fabienne

C’est avec une grande tristesse que nous apprenons que notre camarade Fabienne Melmi, amie, collaboratrice et traductrice français/italien et italien/français pour La Bataille socialiste et ce blog, est décédée hier d’un infarctus.
Condoléances et solidarité avec Alain, son compagnon, sa famille et ses amis.

sabato 11 luglio 2020

Le ceneri di Guy Debord


Franco Astengo, Sinistra comunista



Riceviamo e volentieri riprendiamo un intervento di Franco Astengo su come nel 1991 fu affrontata dalla "sinistra comunista" la liquidazione dell'esperienza politica del PCI.


Franco Astengo

Sinistra comunista

Alberto Olivetti riferendo sul Manifesto della pubblicazione avvenuta su Critica Marxista di un carteggio tra Ingrao e Luporini risalente al 1991 reputa ancora aperta quella che definirei “questione della sinistra comunista”.
Mi permetto di riprendere l’argomento proprio perché nell’articolo di Olivetti corre il filo che Ingrao traccia in una sua relazione tenuta il 15 aprile 1991 (all’indomani, quindi, della nascita di PDS e Rifondazione Comunista) tra “motivazione dei processi” e “concreto”.
Nell’occasione Luporini pone l’accento ,sotto questo aspetto, di un dato di critica: “A fronte di un’ampiezza strategica – secondo Luporini che analizza la relazione di Ingrao in quel convegno – non emerge una sufficiente autonoma piattaforma politica, cioè una strategia da affermare subito e che sia subito mobilitante”.
Raccolgo a questo punto l’elaborazione sviluppata a suo tempo da Luporini ed esposta nell’articolo di Olivetti, per compiere un passo indietro (che mi permetto di non ritenere inutile) e riallacciarmi, infine, al tema della “questione ancora aperta”.
Il tema “dell’ampiezza strategica e dell’assenza di una strategia da affermare subito in senso “mobilitante” ha attraversato tutta la storia della sinistra comunista nel PCI, e poi anche fuori dal PCI, almeno a partire dal convegno sulle tendenze del capitalismo italiano organizzato dal “Gramsci” nel 1962, quel convegno che registrò il difficile confronto tra la linea esposta da Amendola (sul “capitalismo straccione”) e quella contenuta negli interventi di Trentin e Magri sulla modernità del capitalismo italiano.
Una storia proseguita con “il non sono persuaso”pronunciato da Ingrao in conclusione dell’intervento all’XI congresso, alla radiazione del Manifesto con il rifiuto del PCI di accettare una contaminazione che rappresentasse un intreccio tra diverse culture anche portatrici della spinta sessantottina ma non solo e poi via via in altre occasioni riguardanti soprattutto la critica al compromesso storico, il tema dell’austerità e/o della società sobria (penso ai giorni dello shock petrolifero) alla visione complessiva dell’alternativa, all’elaborazione riguardante la riforme delle istituzioni portata avanti attraverso il CRS e la stessa Commissione del CC del Partito.
Tutto questo percorso che ho sommariamente ricordato per pochi spunti è stato sempre oscillante, nella sinistra del PCI e in parte di quella che fu definita “nuova sinistra”, tra ricerca strategica e prospettiva politica nella ricerca della chiave di volta adatta per connettere astratto e concreto: con il concreto molto spesso declinato con una venatura spiccatamente politicista.
Al dunque: rispetto al carteggio Luporini/Ingrao oggetto dell’articolo di Critica Marxista e dell’articolo di Olivetti, ci troviamo nella fase dell’opposizione alla svolta occhettiana.
A mio giudizio l’operato della sinistra comunista in quel momento storico rappresentò un vero e proprio punto di sublimazione nella discrasia astratto / concreto ben descritta da Luporini nelle sue lettere.
Il punto centrale di questo discorso ci fa risalire, ancora una volta, al discorso del “gorgo” pronunciato proprio da Ingrao al seminario di Arco (se non ricordo male eravamo nella prima settimana di ottobre del 1990).
In quel seminario si sviluppò infatti il più serio tentativo svolto dalla sinistra comunista di tenere assieme il piano strategico e quello immediatamente mobilitante: un tentativo concretamente sviluppato nella relazione di Lucio Magri, “Il nome delle cose”.
Attorno a quella piattaforma la sinistra comunista (che pure aveva accettato la presenza di influenze diverse, senza riuscire a collegarsi con altri settori che pure si erano schierati con la proposta della “svolta”) non riuscì a trovare la necessaria, indispensabile, tensione unitaria, a riconoscersi nella sforzo che era richiesto nella relazione.
La divisione tra il “gorgo” erroneamente scambiato per il PDS (su questo punto anche Luporini pare interrogarsi dubbioso) e l’idea dell’autonomia intesa in senso esclusivamente organizzativamente identitaria non ci fu spazio per una proposta che, attorno a quella relazione di Magri, ponesse non solo la questione della necessaria unità dell’area di opposizione alla svolta ma quella del tipo di relazione con il resto di quello che era ancora parte del PCI e aveva accettato il principio della liquidazione del partito.
Questo perché di “liquidazione” del partito sarebbe stato necessario parlare e non di semplice trasformazione ponendo in quel modo il problema alle altre componenti: quella incerta verso la “cosa” e quella che la”cosa” l’avrebbe accettata pur pensando alla resa definitiva della specificità comunista in Italia e al conseguente approdo all’area socialista, in quel momento – ricordiamolo – rappresentata da un craxismo già in evidente crisi e non soltanto per l’incombenza di Tangentopoli.
Nella discussione di Arco emersero due limiti: una visione strategicamente debole rispetto ai mutamenti già in atto sul piano internazionale (una certa timidezza ad affrontare la visione, in quel momento dominante della “fine della storia”) e un eccesso di “autonomia del politico” riferita al quadro interno.
Eccesso di “autonomia del politico” che dettò principalmente la scelta di formare Rifondazione Comunista nell’idea di un’autosufficienza progettuale che invece rivelò presto la corda portando il partito della rifondazione a subire una serie di rotture che ne dimostrarono tutta la fragilità dell’impianto complessivo e della non continuità con la storia della sinistra comunista italiana, fino alla segreteria Bertinotti e al “movimentismo dell’apparire”.
Quel che è certo è che ad Arco finì con il consumare la propria storia quella “sinistra comunista” nata già dentro la segreteria togliattiana nella ricerca dell’incontro tra il comunismo italiano ( a partire dall’elaborazione conseguente alla parziale pubblicazione dei Quaderni) e la rapida trasformazione avvenuta in esito dell’irrompere della modernità del consumismo, del modifica dei tempi e dei ritmi di lavoro, con l’emergere del terziario e di ceti medi in cerca di una dimensione della cultura e del costume diversi, a partire dai temi della condizione di genere e della struttura della famiglia, da quelli in uso nell’Italia degli anni’40.
Oggi nel vuoto della politica della “microfisica del potere”, nell’egemonia di un individualismo possessivo (e autoproprietario), di un dominio della tecnica che sconfina nell’affidare all’algoritmo l’insieme delle nostre scelte non solo economiche ma addirittura morali, sentiamo fortemente l’assenza di una riflessione posta al livello dell’individuare la nuova qualità delle contraddizioni in atto definendole dentro un progetto strategico di cambiamento.
Forse è proprio attorno a questo tema che il discorso potrebbe essere “ancora aperto” a patto di non limitarci alla rincorsa tra astratto e concreto.
Proprio Ingrao ricorreva, nell’occasione delle lettere contenute nel carteggio qui ricordato, all’idea del “concetto – processo”: forse questo potrebbe rappresentare un punto sul quale misurarci per tentare collettivamente di capire se sul serio potrebbero aprirsi ancora spazi di cambiamento in questa società e in questo agire politico. Qui e ora, nel possibile del concreto mobilitante.


domenica 5 luglio 2020

Come un contadino. Del simbolo e della sua importanza per la vita dell'uomo



In epoca di Covid-19 non è più possibile tenere corsi o cicli di conferenze. Qualcuno sopperisce con lezioni on line. Noi, che siamo pre-tecnologici, per non dire francamente primitivi in materia, lo facciamo riproponendo qui argomenti esposti nell'ambito dei corsi svolti in particolare presso l'UniSabazia e la Biblioteca Civica di Albisola Mare. Iniziamo trattando di una materia che ci sta particolarmente a cuore: il simbolo, il mito e il rito.

Giorgio Amico

Come un contadino. Del simbolo e della sua importanza per la vita dell'uomo


La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiars.
Comme de long échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent. (1)

Cantava così Baudelaire, cogliendo il senso profondo e autentico di ciò che noi moderni chiamiamo natura e collochiamo al di fuori di noi, ma che per gli antichi era "Kosmos", cioè l'ordine armonico di tutto ciò che esiste a partire dai quattro elementi fondamentali: l'acqua, la terra, il fuoco, l'aria. Un ordine circolare, dove inizio e fine si sovrappongono in un eterno fluire e il tempo storico perde di significato. Un universo in cui innumerevoli fili collegano tutte le manifestazioni dell'esistere in un ordine perfetto e regolare, in cui tutto è emanazione dell'Uno e ogni cosa rimanda ad un'altra, come nella Tavola smeraldina di Ermete Trismegisto:

"È vero senza errore e menzogna, é certo e verissimo.
Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per compiere i miracoli della Cosa-Una. Come tutte le cose sono sempre state e venute dall'Uno, per mediazione dell’Uno, così tutte le cose nacquero da questa Cosa Unica per adattamento. Il Sole ne è il padre, la Luna ne è la madre, il Vento l’ha portata nel suo ventre, la Terra è la sua nutrice. Il padre di tutto, il Telesma di tutto il mondo è qui. La sua potenza è illimitata se viene convertita in terra. Separerai la Terra dal Fuoco, il Sottile dal Denso, delicatamente, con grande cura. Ascende dalla terra al cielo e ridiscende in terra raccogliendo le forze delle cose superiori ed inferiori. Tu avrai così la gloria di tutto il mondo e fuggirà da te ogni oscurità. Qui consiste la Forza forte di ogni Forza, perché vincerà tutto quel che è sottile e penetrerà tutto quello che è solido. Così fu creato il mondo. Da ciò deriveranno innumerevoli adattamenti mirabili il cui segreto sta tutto qui. Pertanto io fui chiamato Ermete Trismegisto, possessore delle tre parti della Filosofia di tutto il mondo. Ciò che dissi sull’opera del Sole è perfetto e completo." (2)

Un mondo di simboli di cui noi, figli di un razionalismo che uccide il sogno, siamo diventati incapaci di comprendere il richiamo, una perdita grave che pesa sul nostro stesso equilibrio psichico, sempre più frammentato e caotico come il mondo che ci circonda e che spesso ci appare incomprensibile nelle sue dinamiche.

“Quanto più si è sviluppata la coscienza scientifica – annota Carl Gustav Jung in uno dei suoi ultimi scritti – tanto più il mondo si è disumanizzato. L'uomo si sente isolato nel cosmo, perché non è più inserito nella natura e ha perduto la sua «identità inconscia» emotiva con i fenomeni naturali (…) Nessuna voce giunge più all'uomo da pietre, piante o animali, né l'uomo si rivolge ad essi sicuro di venire ascoltato. Il suo contatto con la natura è perduto, e con esso è venuta meno quella profonda energia emotiva che questo contatto simbolico sprigionava. Questa perdita enorme è compensata solo dai simboli dei sogni. Essi ci ripropongono la nostra natura originaria, con i suoi istinti e il suo particolare pensiero.” (3)

Ma non è sempre stato così. Se volgiamo lo sguardo al passato vediamo che gran parte della storia dell'umanità è stato vissuta in chiave simbolica. Il simbolo, con il mito e il rito, permetteva di scoprire il senso «esoterico», cioè nascosto, delle cose e dunque permetteva di attribuire a queste senso e significato.

Oggi ciò non accade più, conduciamo le nostre vite nel segno di una scienza, che ci fa sentire onnipotenti , salvo poi scoprire come oggi con il Covid-19 che non lo siamo, ma sarebbe un errore, oltre che un peccato di presunzione intellettuale, considerare il modo simbolico di vedere il Cosmo come un ammasso di superstizioni e un segno di arretratezza.

"Quando rivolgiamo - annota Mircea Eliade, il massimo storico delle religioni del Novecento - la nostra attenzione alle «scienze della natura» quali furono elaborate dalle altiche culture mesopotamiche, rischieremmo di non comprenderne nulla, se non avessimo sempre presente la loro concezione del Mondo, la loro cosmologia.
È superfluo aggiungere che questa cosmologia, sebbene estremamente precisa e coerente, non trova espressione soltanto nei testi o nei numeri. È solo un caso se i documenti delle culture mesopotamiche, come quelli di altre culture arcaiche, sono scritti. la maggior parte e i più significativi sono espressi per mezzo di simboli (...) Ma sarebbe un errore non accordare loro la stessa importanza attribuita ai documenti che utilizzano un alfabeto, in quanto esprimono con altrettanta chiarezza - e talvolta con maggior concretezza - la visione che una determinata cultura ha del mondo e delle sue leggi.
(...)
Cosicché, qualunque sia il nostro modo di affrontare il mondo dei «primitivi» o delle culture arcaiche, vi scopriamo la stessa Weltanschauung [Visione del mondo, nota nostra] e la stessa coscienza della partecipazione alla grande Vita cosmica, tramite qualunque esperienza, fosse pure insignificante. In ogni istante l'uomo è in contatto con i grandi ritmi e i livelli cosmici. Lungi dall'isterilire la sua anima, questa partecipazione gli offre una visione totale del Cosmo permettendogli al tempo stesso di compiere superbi tentativi di «unificazione» di quel Cosmo che la Creazione ha diviso." (4)

Una concezione, quella del vivere secondo ritmi cosmici che ancora oggi ogni contadino, anche il più tecnologico, mette in pratica al momento di compiere operazioni fondamentali come la semina, la potatura e l'innesto delle piante, la lavorazione del vino. Tanto che anche nell'epoca dei computer i lunari restano ancora fondamentali per conoscere e sfruttare i tempi delle piante.

In questo il lavoro del contadino rappresenta l'esempio più chiaro di come il simbolico sia una via privilegiata per attribuire senso e significato alla vita.Coltivare significa partecipare del potere vivificante della natura, se non addirittura perfezionarlo mediante tecniche e «riti» che permettano alle piante di crescere, germogliare, fruttificare. In questo modo, l'uomo «coltivatore» partecipa dell'eterno ciclo cosmico, scoprendone le leggi di funzionamento e addirittura cercando di migliorarle. Sarebbe banale ridurre questo a una pura tecnica di sopravvivenza della specie. Stiamo invece entrando nel campo del Sacro, del religioso, dei legami profondi e misteriosi che legano il tutto in una unità inscindibile, a partire dal mistero della vita e della morte. Riflettendoci meglio, potremmo dire che in realtà, fin dagli albori del neolitico perfezionando la natura l'uomo mirava a perfezionare se stesso, servendosi delle «forze» magiche del cosmo assunte a modello.

Una visione che dall'agricoltura si trasferisce poi all'architettura, dalle piramidi ai grandi templi classici, e che troviamo ancora nelle grandi cattedrali del Medioevo, costruite come modelli in scala del Cosmo e luogo di concentrazione e irradiazione di energie, e oggi nei templi della Massoneria, l'unica istituzione che ancora tramanda nei suo simboli e nei suoi riti questa visione della vita come cammino di perfezionamento in sintonia con una visione cosmica.

Ma di questo parleremo in un'altra occasione.





1) La Natura è un tempio dove incerte parole/mormorano pilastri che sono vivi,/una foresta di simboli che l’uomo/attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari./Come echi che a lungo e da lontano/tendono a un’unità profonda e buia/grande come le tenebre o la luce/i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.
Charles Baudelaire, Corrispondenze (Da "I fiori del male")

2)Verum sine mendacio, certum et verissimum.
Quod est inferius est sicut quod est superius, et quod est superius est sicut quod est inferius ad perpetranda miracola Rei Unius. Et sicut omnes res fuerunt Uno, meditatione Unius: sic omnes res natae fuerunt ab hac Una re adaptatione. Pater eius est Sol, mater eius Luna. Portavit illud ventus in ventre suo. Nutrix eius terra est. Pater omnis telesmi totius mundi est hic. Vis eius integra est, si versa fuerit in terram. Separabis terram ab igne, subtile a spisso, suaviter cum magno ingenio. Ascendit a terra in coelum, iterumque descendit in terram, et recipit vim superiorum et inferiorum. Sic habes gloriam totius mundi. Ideo fugiet a te omnis obscuritas. Hic est totius fortitudinis fortitudo fortis, quia vincet omnem rem subtilem; omnemque solidam penetrabit: SIC MUNDUS CREATUS EST. Hinc erunt adaptationes mirabiles, quarum modus hic est. Itaque vocatus sum Hermes Trismegistus, habens tres partes philosophiae totius mundi. Completum est quod dixi de operatione solis.

3) Carl Gustav Jung, L'uomo e i suoi simboli, Milano, Longanesi, 1980, p.77.

4) Mircea Eliade, Cosmologia e alchimia babilonesi, Firenze, Sansoni editore, 1992, p. 12 e 39.




Un massone racconta la Shoah. La testimonianza di Nedo Fiano




Un massone racconta la Shoah. La testimonianza di Nedo Fiano

“Bisogna parlare per ricordare quello che è accaduto e per evitare che riaccada. Chi dimentica, diventa complice degli assassini. E una società come la nostra non può permettersi di far finta di niente”. Nedo Fiano, scrittore italiano, sopravvissuto alla deportazione nazista nel campo di concentramento di Auschwitz – il suo numero di matricola era A5405 – Gran Maestro Onorario del Grande Oriente e tra i più attivi testimoni contemporanei dell’Olocausto, spiega con queste parole che arrivano al cuore perché celebrare il 27 gennaio la Giornata delle Memoria dedicata alle vittime dello sterminio degli ebrei (Shoah) è un dovere.

Nei campi di concentramento e di sterminio nazisti trovarono la morte 3 milioni di ebrei – tra i fucilati e quanti furono uccisi nei ghetti questa cifra sale a 6 milioni – 3 milioni e 300 mila prigionieri di guerra, un milione di oppositori politici, 500 mila Rom, 9 mila omosessuali, 2250 testimoni di Geova, 270 mila tra disabili e malati di mente. Numerose le vittime anche tra i massoni: la stima, approssimativa perché non completamente esaminata a livello internazionale, si aggira tra gli 80 mila e i 200 mila.

A riaprire questo capitolo della storia della Libera Muratoria è stata due anni fa la rivista “The Square – The Independent Magazine of Freemasons”, testata ufficiale della Gran Loggia Unita d’Inghilterra, tra i periodici più letti insieme a “Freemasonry Today” del mondo massone anglosassone, che ha dedicato un intero numero, quello del mese di giugno, ai fratelli che furono vittime del Nazismo. Il dossier, a cura di David Lewis, ha raccontato gli orrori e le persecuzioni perpetrate nei confronti dei massoni in Germania durante il regime totalitario di Hitler e svelato l’esistenza di documenti, che confermano l’adozione da parte del Terzo Reich di protocolli ad hoc per la sistematica cattura ed eliminazione di tutti i massoni dei paesi conquistati dai tedeschi. Il fuhrer considerava la Massoneria un nemico giurato. Un triangolo rosso rovesciato: era questo il simbolo che distingueva i massoni, al pari dei detenuti politici, internati nei lager nazisti, così come la stella gialla di David distingueva gli ebrei, il triangolo rosa distingueva gli omosessuali, quello marrone gli zingari, il viola i testimoni di Geova e così via.

Fonte: Erasmo, Notiziario del Goi, gennaio 2017



Chi è Nedo Fiano

Nato a Firenze nel 1925, dopo la promulgazione delle leggi razziali fasciste nel 1938, dovette abbandonare la scuola a 13 anni perché di religione ebraica.
Il 6 febbraio 1944 fu arrestato e successivamente trasferito al campo di transito di Fossoli, insieme con altri undici membri della sua famiglia.
Il 16 maggio 1944 fu deportato, insieme con tutti i suoi familiari presso il campo di concentramento di Auschwitz. Un'esperienza che lo segnò per sempre, tanto da dichiarare:

«Ciò che ha connotato tutta la mia vita è stata la mia deportazione nei campi di sterminio nazisti. Con me ad Auschwitz finì tutta la mia famiglia, vennero sterminati tutti. A diciotto anni sono rimasto orfano e quest’esperienza così devastante ha fatto di me un uomo diverso, un testimone per tutta la vita»L'11 aprile 1945 fu liberato dalle forze alleate nel campo di concentramento di Buchenwald, dove era stato trasferito dai nazisti in fuga, unico superstite della sua famiglia.

Dagli anni '60 porta la sua testimonianza in giro per l'Italia e per le scuole. Nel 1997 è fra i testimoni del film-documentario Memoria presentato al Festival di Berlino. Nel 2003 ha pubblicato il libro A 5405. Il coraggio di vivere, nel quale ha raccontato la sua esperienza di deportato.
È stato uno dei consulenti di Roberto Benigni nel film La vita è bella; è apparso in numerosi programmi televisivi di divulgazione e ha preso parte a molti documentari, tra i quali Volevo solo vivere di Mimmo Calopresti, Un treno per Auschwitz di Bruno Capuana, Un giorno qualunque di Hendrick Wijmans.
Massone, il 2 aprile 2011 è stato nominato Gran Maestro Onorario del Grande Oriente d'Italia.

Fonte: Wikipedia

sabato 4 luglio 2020

Giuseppe Cesare Abba poeta. Canzone in morte di Byron

    J.D. Odevaere, Lord Byron on his Death bed (1826). Groeningenmuseum


Giuseppe Cesare Abba poeta. Canzone in morte di Byron

Di Abba conosciamo l'attività di scrittore. Famosi i suoi ricordi della spedizione dei Mille a cui partecipò come semplice volontario, meno noti i suoi racconti alcuni dei quali offrono un quadro vivissimo della Val Bormida contadina di metà Ottocento. Pochissimo conosciuto è invece l'Abba poeta, autore di "cantiche" giovanili, fortemente intrise dello spirito romantico del tempo, ma in cui già emerge quella aspirazione ad una società più giusta e libera che avrebbe connotato l'intero suo percorso culturale e politico. Di questa produzione poetica, peraltro rimasta limitata agli anni giovanili e dunque con non poche ingenuità anche stilistiche, riprendiamo la cantica dedicata alla morte del poeta inglese Byron, caduto combattendo per la libertà della Grecia dal dominio turco.
La poesia venne pubblicata, colla firma G. C. A. nel periodico Diario Savonese del 24 dicembre 1859, preceduta da questa premessa:
«Pubblichiamo assai di buon grado la seguente poesia d'un giovane, ingegnosamente studioso, del circondario, essendoci parsa e per nobiltà di concetto e splendida eleganza di forma degna di essere offerta ai cultori della civile letteratura, » 
G.A.

La morte di Giorgio Byron
Cantica

Fervean le greche pugne, e il generoso
Popolo Elleno i dì tristi fra l'armi
E le notti volgea sangue anelando,
Sacrosanto lavacro, onde la terra
Dove l'uomo ebbe vita al più sublime,
Al più sacro diritto, a libertate
Si vendica.—E d'armati ingagliarditi,
Che ostia fean giubilando della vita
Per la patria e per l'are, era un immenso
Campo, Grecia in que' dì.— Le donne anch'esse,
Gli ornamenti deposti e i nivei pepli.
Gareggiavano all'armi, e avventurosa
Sé gridava colei, che un pargoletto
Serrando al seno, al balenìo dei brandi
Educarlo potesse e sacramento
Far per l'infante che sarìa cresciuto
A libertade, e, per la patria, a morte.

Era l'alba; e la notte i peregrini
Angioli che su in ciel regnan beati
Ad ogni astro le faci allegratrici
Accese non avean.— Immensamente
Strano in Grecia capriccio di natura.
Su per l'alto premeansi roteando
Negre nubi, che nordica bufera
Malignando e ruggendo flagellava
Per la plaga d'Oriente anche scoverta.
Che, dispersa la porpora e l'azzurro.
D'argento si pingea, quasi novella
sposa, che cinge ancor per una volta
Le immacolate bende, ed, infiorando
Il labbro ancro di verginal sorriso.
Lo sposo aspetta.

E già pien di sublime
Maestade sorgea sull'orizzonte
Lampeggiando dell'alma onda sul crine
Il sol, gloria di Dio.—Ma non appena
Con raggio amico salutò le torri
Di Missolungi, nelle negre nubi,
Che cozzando irrompean per improvviso
Urto di vento, s'avvolse increscioso
Di rischiarare una luttuosa scena.

E triste scena io narro.— Entro fastoso
Padiglion, dove tutta si raccoglie
La pompa oriental, conta gli estremi
Aneliti di vita, e nella lotta
Angosciosa di morte s'affatica
Il cantore di Lara.— I generosi
Che gli fan cerchio, piamente accolti,
Stancano la pupilla in lui spiando
L'affannoso respiro ; e qual con dolce
Modo il guancial solleva e qual la mano
Gli bacia e qual profumato lino
La fronte pallidissima gli terge.
Ma la quete è profonda.

Ai limitari
Muti e nei volti di dolor dipinti
S'accalcano accorrendo i desolati
Mìssolungiti e, con sommesso accento
Quella calma rompendo, a gara a gara
Si fan dimanda— «Egli sen muore, in Dio
Del sommo Filleleno inebbriata
La grande alma si affissa !—Oh sventurati
Noi, esclama un guerrier, se ne abbandona
Il Brittan generoso !...— E forte ancora
Di sì fiorita gagliardia !Lo vidi
Son pochi di, che sul corsier fumante
Balenando nel volto, irosamente
L'erta vinceva ad inselvarsi; forse
Triste pensier lo contristava e smania
Avea di quete : ed or giace al guanciale
Della morte : Sorelle, oh doloroso !,
Le nostre man la funeral ghirlanda
Deggion tesser pel grande !»

Eran di mesta
Giovinetta gli accenti ; una di quelle
Greche, cui quel morente in più bei giorni,
Quando spirava dal divin sembiante
Tutta la vampa del suo cor, destato
Forse un palpito avea.— Spirto gentile.
Se il tuo cor sofferì, se mosso il petto
Da soave sentisti aura d'amore,
Ti sovvenga di Lui, che tempestosi
Volge i suoi giorni e non trovò cotanto
Raggio di gioia, a compensar gli affanni
Che l'esistenza infunestarglì ; tutti
Tutti i mattin che si destò, gli aperse
Gli occhi alla luce il genio del dolore !

Riacceso intanto di vital scintilla
Nel già pallido volto, alzò la fronte
E pien del fuoco che i supremi annunzia
Conati della vita, a quella parte
Di ciel li volse, ove il desir pingeva
Alla mente vulcanica la terra
Dei suoi padri.—E gli amici frettolosi
Gli si accolgono in giro e, gli alleggiando
Il peso che le membra gli opprimea,
Desiosi pendean dal tremulante
Labbro, che a calde si schiudea parole.