TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 22 giugno 2018

Di giardini, commedie e processi. La Massoneria a Venezia nell'epoca dei lumi



Nata a Londra nel 1717 la Massoneria moderna si diffuse presto anche in Italia portata da viaggiatori e commercianti inglesi. Venezia fu, con Firenze e Livorno, una delle prime città in cui la nuova società si diffuse negli ambienti intellettuali che guardavano alla rivoluzione dei lumi. Come ogni parto, anche la nascita della Massoneria non fu indolore: ben presto fioccarono le accuse di empietà. sovversione, segretezza. Qualcuno, come Giacomo Casanova, finì in carcere, altri, come Carlo Goldoni, ne presero le difese. Nonostante il mito del “segreto” (che dura ancora) la Libera Muratoria divenne argomento di articoli, opere teatrali, dipinti e persino giardini.

Giorgio Amico

Di giardini, commedie e processi. La Libera Muratoria a Venezia nell'epoca dei lumi

Nella seconda metà del Settecento, soprattutto tra il 1770 e il 1780, cominciò a diffondersi nel Veneto il gusto per il giardino all’inglese o pittoresco. "Non più teatro di feste e di spettacoli con gran concorso di pubblico, come in epoca barocca, il giardino divenne luogo preposto alla meditazione dotta, meta di passeggiate solitarie o in compagnia di piccoli e selezionati gruppi di amici. Con l’abile manipolazione dell’elemento naturale, degli alberi che venivano appositamente selezionati, dei corsi d’acqua, delle rocce, e con la creazione di false rovine, di labirinti, di padiglioni architettonici riproducenti diversi stili del passato, dal gotico al cinese, dal rustico al moresco, di sculture e iscrizioni, il visitatore veniva guidato in una passeggiata didattica e si immergeva in una rappresentazione che poteva essere storica, letteraria, filosofica o, con appositi filtri atti a conservare il segreto, di ambito massonico". (B. Mazza Boccazzi, Simbologia massonica nel giardino veneto tra Settecento e Ottocento, Studi Veneziani, 2002)

Ma i giardini non sono l'unico indizio della presenza della istituzione massonica nella Serenissima Repubblica di San Marco. Tracce evidenti di simbologia massonica si riscontrano anche negli affreschi di Giambattista Tiepolo   che adornano le sale del Palazzo Marchesini-Valle a Vicenza. Affreschi realizzati su committenza del massone Giorgio Marchesini tra il 1750 e il 1760.

Le prime notizie sull'esistenza di logge sul territorio della Repubblica di San Marco risalgono intorno al 1730. Per quanto riguarda Venezia il Francovich fa coincidere il sorgere di una prima loggia con la permanenza nella città lagunare di Thomas Howard, duca di Norfolk, Gran Maestro della Gran Loggia di Londra. Una loggia raggruppante soprattutto residenti inglesi. Sempre il Francovich ipotizza che nel 1738, in concomitanza con la bolla "In Eminenti" di Clemente XII, le logge veneziane venissero chiuse d'autorità per riformarsi segretamente immediatamente dopo. E' solo nel 1746 che si inizia ad avere notizie certe sulla presenza in città di una loggia sempre inglese.

Parte importante in questa storia ebbe il veneziano Giacomo Casanova. Ricordato come seduttore e giocatore, casanova fu un autorevole esponente della massoneria europea di cui fu uno dei principali agenti. Racconta Francovich come  "il suo costante viaggiare dalla Spagna alla Russia, dall'Inghilterra all'Olanda e alla Germania fosse giustificato anche dalla funzione di agente segreto della confraternita. Egli stesso allude più volte a questo suo segreto". (C. Francovich, Storia della Massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese, La Nuova Italia, 1975)


Nelle sue Memorie il Casanova racconta di essere stato iniziato alla Libera Muratoria a Lione nel 1751. "Due mesi dopo ricevetti a Parigi il secondo grado e, alcuni mesi dopo ancora il terzo, quello di maestro, che è il massimo. Tutti gli alti titoli che mi fecero prendere in seguito, sono garbate invenzioni, di valore simbolico, che nulla aggiungono alla dignità di maestro".

Rientrato a Venezia nel maggio del 1753, egli entra in stretto contatto con il console inglese John Murray e con Joseph Smith, animatori della loggia massonica operante nella città lagunare, composta in prevalenza da inglesi, ma anche da patrizi e borghesi veneziani. Cosa ben nota in città, tanto da destare curiosità e interesse nei salotti e fra i cittadini. Lo testimonia il fatto che in pochi mesi fra il 1753 e il 1754 ben due commedie trattarono l'argomento, prendendo le difese della società attaccata pesantemente dalla Chiesa e dall'Inquisizione come eretica e sovversiva.


"Le donne curiose" di Carlo Goldoni

A Venezia, il 12 febbraio 1753, a conclusione del carnevale, debutta al Teatro di Sant'Angelo Le donne curiose di Carlo Goldoni. La commedia riportò un buon successo, addirittura superiore, secondo lo stesso autore, alla contemporanea Locandiera, opera di ben altro spessore e complessità. Si, perchè Le donne curiose resta un'opera minore nella produzione del Goldoni, ricordata più per la natura dell'argomento trattato che per le qualità artistiche del testo.

L'azione si svolge a Bologna dove un gruppo di benestanti borghesi sono membri di una “amichevole società”, presieduta dal mercante veneziano Pantalone de' Bisognosi, nella quale trascorrono le serate piacevolmente banchettando e discutendo. Da questa società sono escluse le donne, perchè la loro presenza, secondo Pantalone, potrebbe minacciare con gelosie e discordie la compattezza del gruppo di amici.

Questo divieto suscita la curiosità e il sospetto di mogli e fidanzate. C'è chi sospetta che il marito si giochi i beni di famiglia alle carte, un'altra pensa che il fidanzato incontri altre donne (“Dicono che no ne vogliono, ma noi non vi vediamo”), a un'altra è stato riferito che i loro uomini si dedicano a studi alchimistici alla ricerca della pietra filosofale.

Dopo essersi impossessate con l'inganno delle chiavi della casa dove gli uomini si riuniscono, le donne cercano di introdurvisi per scoprire cosa accada durante quegli incontri, ma senza riuscirvi. Disperate si rivolgono a Brighella, servo di Pantalone, che le fa entrare di nascosto affinchè possano vedere cosa realmente accade in quel luogo. Mogli e fidanzate possono assistere non viste alle cerimonie di quella “amichevole società” e rassicurarsi: in quegli incontri non avviene nulla di male. Quando alla fine vengono scoperte, ogni sospetto è ormai fugato e la concordia ristabilita.

Nelle sue Memorie Goldoni spiega il senso dell'opera: "Era questa Le donne curiose, commedia che, sotto un titolo ben nascosto, ben dissimulato, non altro rappresentava se non una loggia di franchi muratori (...) La commedia fu accolta con grandi applausi. I forestieri ne riconobbero senza indugio il senso nascosto, e i veneziani decisero che se Goldoni aveva veramente indovinato il segreto dei franchi muratori, i convegni della setta non si sarebbero più dovuti proibire in Italia”.

L'intento di Goldoni è chiaro: mostrare come il segreto massonico non celasse progetti di sovvertimento sociale o di corruzione dei costumi, come denunciava la Chiesa, ma soltanto i lavori di una pacifica e illuminata società, formata da uomini di buoni costumi e dedita al perfezionamento dei singoli e alla pratica del mutuo soccorso al di là di ogni barriera di ordine sociale. Va inoltre considerato come proprio nel 1751 il nuovo papa, Benedetto XIV, avesse confermato la scomunica dei massoni pronunciata da Clemente XII nel 1738. La polemica con la Chiesa è trasparente. 

La storia è ambientata a Bologna, città natale del papa e importante sede pontificia. Nella scena nona del primo atto, Rosaura (una delle curiose) affronta il fidanzato Florindo e cerca con moine e pressioni di farsi rivelare i segreti della compagnia. Pur sinceramente innamorato, questi rifiuta di violare il segreto scatenando ulteriori sospetti nell'amata. La battuta che questa pronuncia (“se non vogliono che si veda, vi sarà qualche cosa di brutto”) riprende quasi alla lettera la bolla di scomunica dei massoni promulgata da Clemente XII nel 1738 (“ nisi enim male agerent, tanto nequaquam odio lucem haberent”) con la quale si deplorava che nelle logge venissero accolte persone di religioni e idee diverse e che agli affiliati venisse imposto l'obbligo della segretezza.

"Ma quale mistero!" fa dire Goldoni ai suoi personaggi. “Oibò, freddure. Chiaccole della zente, alzadure d'ingegno de quelli che no volemo in te la nostra conversazione, i quali mettendone in vista per qual cossa de grando, i ne vorave precipitar” dice Pantalone nella scena quarta del terzo atto. E continua esponendo i principi della Società:

"Coss'è sto arcano? Qua no se fa scondagne, no se dise mal de nissun, né se offende nissun. Ecco qua i capitoli della nostra conversazion. Sentì se i pol esser più onesti, sentì se ghe xe bisogno de segretezza.
«Che non si riceva in compagnia persona che non sia onesta, civile e di buoni costumi».
«Che ciascheduno possa divertirsi a suo piacere in cose lecite e oneste, virtuose e di buon esempio».
«Che si facciano pranzi e cene in compagnia, però con sobrietà e moderatezza; e quello che eccedesse nel bevere, e si ubbriacasse, per la prima volta sia condannato a pagar il pranzo o la cena che si sarà fatta, e la seconda volta sia scacciato dalla compagnia».
«Che ognuno debba pagare uno scudo per il mantenimento delle cose necessarie, cioè mobili, lumi, servitù, libri e carta ecc.».
«Che sia proibita per sempre la introduzion delle donne, acciò non nascano scandali, dissensioni, gelosie e cose simili».
«Che l'avanzo del denaro che non si spendesse, vada in una cassa in deposito, per soccorrere qualche povero vergognoso».
«Che se qualcheduno della compagnia caderà in qualche disgrazia, senza intacco della sua riputazione, sia assistito dagli altri, e difeso con amore fraterno».
«Chi commetterà qualche delitto o qualche azione indegna, sarà scacciato dalla compagnia».
(E questo el xe el più grazioso, el più comodo de tutti). «Che sieno bandite le cerimonie, i complimenti, le affettazioni: chi vuol andar, vada, chi vuol restar, resti, e non vi sia altro saluto, altro complimento che questo: amicizia, amicizia». Cossa ghe par? Èla una compagnia adorabile?"



Carlo Goldoni e la Massoneria

E' possibile che Goldoni fosse entrato in contatto con ambienti massonici durante il suo soggiorno in Toscana del 1744-48 e che quindi fosse stato spettatore diretto delle polemiche ivi sorte proprio in merito ai fini "occulti" dell'associazione. Infatti, proprio in quegli anni, un ex benedettino ed ex massone senese, Giovanni Gualberto Bottarelli aveva pubblicato anonimamente due libelli che avevano suscitato grande scalpore in tutta Europa: L'Ordre des Francs-Maçons trahi, et le secret des mopses revelé (1745) e Les francs-Maçons écrasés (1746) in cui si rivelavano i rituali della Massoneria e si sosteneva che essa fosse stata fondata dal rivoluzionario inglese Oliver Cromwell con l'intento di sovvertire l'ordine politico esistente, abbattere le monarchie e instaurare il comunismo.

Nel 1746 poi era apparso Relazione della Compagnia de' Liberi Muratori di Valerio Angiolieri Alticozzi, gentiluomo di Cortona, in cui l'autore conferma l'esattezza delle notizie sui rituali pubblicate dal Bottarelli, ma nega che la Massoneria abbia fini eversivi. Quando questo libro uscì Goldoni viveva a Firenze e deve averne avuto conoscenza diretta. Prova ne sia che l'Alticozzi racconta la storia di una giovane ginevrina, mademoiselle Chantillon, che gelosa del suo innamorato massone, vestita da uomo tenta di penetrare nella sua loggia e di farsi addirittura iniziare. La coincidenza dei particolari con quanto rappresentato ne Le donne curiose è tale da escludere ragionevolmente che si tratti di semplice casualità.

Gli indizi di stretti rapporti fra il commediografo veneziano e la Massoneria sono numerosi e paiono confermare l'appartenenza di Goldoni all'istituzione liberomuratoria. Dato non sorretto da prove documentali e di conseguenza rifiutato da una parte degli studiosi, ma, come si diceva, suggerito da numerosissimi indizi. Oltre quanto scritto nelle Memorie, molti suoi amici e conoscenti erano massoni, fra i quali proprio i gentiluomini inglesi amici di Casanova. Scrive a questo proposito Francovich: "Non sappiamo se lo stesso Goldoni facesse parte della loggia veneziana; documenti in merito non esistono. Ma la lunga amicizia con Parmenione Trissino, venerabile della loggia di Vicenza, e con molti altri patrizi veneziani, che figureranno nell'elenco dei massoni del 1785, farebbero propendere per il si. (...) Nella sospettosa Repubblica di San Marco prendere apertamente le difese di una società segreta. Doveva richiedere un certo coraggio, che a nostro avviso, si giustifica meglio come autodifesa". E ancora: "Le prudenti ma chiare affermazioni di democrazia che si possono leggere ne Le donne curiose, sono perfettamente in chiave con i principi della libera muratoria inglese".




"I Liberi Muratori" di Francesco Griselini

L'anno successivo (1754) uscì a Venezia I Liberi Muratori, un'altra commedia il cui carattere muratorio è esplicito già nel titolo. L'opera, che stranamente non fu mai rappresentata in teatro, ebbe però un certo successo nelle librerie tanto da essere dopo pochi mesi ristampata e poi ancora ripubblicata nel 1785.

L'autore era Francesco Griselini, figura di modeste origini ma di non secondaria importanza nell'ambito dell'illuminismo italiano, intellettuale multiforme (pittore, commediografo, studioso di filosofia e di scienze naturali d economiche, giornalista), sicuramente massone. Il Griselini usa per firmare l'opera l'anagramma Ferling Isaac Crens "fratello operaio della loggia di Danzica" e pone come località di stampa la città di Libertapoli. In apertura pone una dedica a Aldinoro Clog, anagramma questa volta di Carlo Goldoni.

Anche questa commedia, di scarsissimo per non dire inesistente valore artistico, tratta di donne curiose che tentano di penetrare in una loggia per scoprirne i segreti. Ma Griselini non si limita come il più illustre collega a mettere in ridicolo le dicerie anti massoniche, ma descrive con dovizia di particolari gli arredi e gli oggetti della loggia, l'insediamento del nuovo Maestro Venerabile. La precisione con cui egli descrive le varie fasi del cerimoniale mostrano chiaramente la volontà di far conoscere ai profani cosa sia veramente la Massoneria in modo da rendere evidente l'infondatezza delle accuse di segretezza e di comunismo.

Illuminante è il discorso del Segretario nella quarta scena del quinto e ultimo atto in cui questi dichiara:

“Vi sono poi certi maligni che ci giudicano come persone che nodriscono delle massime opposte alla pubblica quiete, contrarie agli interessi de' principi (...) rivolte a studiare il modo di (...) rivolgere il sistema delle presenti dominazioni, riduceno il mondo a un'universale repubblica, ove tutti servano e comandino, che il tutto sia di tutti (...) [Costoro] non s'avvedono che, se la nostra società covasse un pensamento così contrario alle mire politiche del principato (...) non verressimo tolerati in qualche città dove le nostre loggie si possono mostrare a dito? Con queste prevenzioni in vienna ed in Napoli non che a Berna furono sorprese delle loggie con i franchi muratori radunati. Furono carcerati; ma, conosciuta la loro innocenza e ch'essi non nutrano cattive intenzioni, furono riposti incontinente il libertà".

Ma chi sono allora i massoni per Griselini? La risposta va ben oltre a quanto affermato dal Goldoni che aveva in qualche modo ristretto il fine della Massoneria al semplice perfezionamento morale individuale da raggiungersi attraverso l'amicizia e le buone opere, per assumere valenza sociale e dunque, nonostante le stesse affermazioni dell'autore, politica.

I Liberi Muratori sono "un ceto di persone illustri, che altro non annidano nella loro mente che idee magnanime e sublimi. Aspirano a far rinascere nel mondo l'età felice dell'oro, ed a sbandire la miseria e la povertà dal consorzio umano"

Dunque in pochi mesi ben due opere teatrali trattano della Massoneria e questo non passò di certo inosservato agli ambienti conservatori e filo papali, rinfocolando sospetti e paure. Come non passò sotto silenzio che nella polemica allora in corso fra Carlo Goldoni e l'ex gesuita Pietro Chiari sugli ambiti e gli scopi della "Commedia" e in cui il primo sostiene contro la stanza riproposizione della vecchia commedia dell'arte fatta di personaggi stereotipati una nuova commedia capace di rappresentare la società borghese in formazione, il massone dichiarato Giacomo Casanova si schieri apertamente a fianco dell'amico usando toni irridenti nei confronti del teatro dell'abate Chiari considerato semplice riproposizione di temi e situazioni ormai da tempo superate, sterile "copiar carte".


L'arresto di Giacomo Casanova

Paure e sospetti, aizzati dalla corte papale e dalle stesse gerarchie ecclesiastiche venete, che finirono infine per scaricarsi sull'anello più debole e al tempo stesso più noto della catena massonica, quel Giacomo Casanova, libertino e presunto baro, accusato di spingere i giovani all'ateismo con le parole e l'esempio della sua vita dissoluta. 

"... essendomi portato questa mattina alla di lui casa... mi fece vedere una pelle bianca, che aveva in detto baule, in forma di una piccola traversa da potersi cingere alla vita, le ho domandato in che se ne servisse, mi rispose che quella si usa quando si va in un certo luogo, ove si adoperano anche dei ferri, et un abito nero, le ricercai dove fossero i ferri e l'abito, mi disse che si tengono nella loggia, perchè di troppo pericolo sarebbe tenerli in casa".

Sulla base di rapporti come questo di spie e informatori, Giacomo Casanova fu arrestato e interrogato; davanti ai giudici si comportò con coraggio: ammise la sua appartenenza alla Massoneria, ma rifiutò di rivelare agli inquisitori notizie sui riti e i partecipanti. Fu così condannato a cinque anni di carcere da scontare ai Piombi, dai quali riuscì a fuggire forse con l'aiuto dei "fratelli" quindici mesi dopo il suo arresto.

Al di là degli aspetti più legati alla discussa e contraddittoria figura dell'avventuriero veneziano, questo processo riveste grande importanza per gli storici delle origini della Libera Muratoria in Italia confermando la presenza di una loggia a Venezia in quegli anni e come ciò venisse comunque vissuto come una possibile minaccia per l'ordine costituito.Situazione destinata a durare con alti e bassi fino all'arrivo alla fine del secolo delle truppe francesi e al formarsi di quelle logge napoleoniche destinante a diventare poi all'inizio del XIX secolo il primo Grande Oriente d'Italia.

Quando sulle Langhe si incontravano le streghe



Un tempo neppure troppo lontano girando di notte sulle Langhe era ancora possibile incontrare le masche (streghe). E' quello che ci racconta Guido Araldo con questa bella storia di Langa.

Guido Araldo

Le masche di Lip

Lip, ovvero Filippo, era fratello di mio nonno Serafino. Nell’anno della presa di Porta Pia, quando i Piemontesi invasero Roma, o giù di lì, Lip corteggiava un fiore di donna nel paese del Carretto. A suo dire, la più bella tra Montenotte e Cortemilia. All’epoca era un giovanotto alto e aitante; ottimo “mediatore” di bestiame nonostante la giovane età. Sulle fiere e nei mercati di mezza Langa aveva saputo guadagnarsi la fiducia di coloro che avevano avuto la ventura d’incontrarlo.

Ne faceva di passi Lip, per andare a trovare quella donna più vecchia di lui di qualche anno: una vedova corteggia da molti uomini su quelle aspre colline. Dai Cataragni del Mù su, per il Baraccone, e poi lungo l’antica strada dei muli: quella degli sfrosadori di duecento anni prima; il Montecerchio e finalmente il piccolo borgo del Carretto all’ombra della torre sbrecciata che aveva dato il nome alla più antica e importante casata marchionale delle Langhe e della Liguria. Ora angoli dimenticati di Langa sospesa tra Piemonte e Liguria; un tempo, grande crocevia di commerci e pellegrinaggi. Nel Medioevo vi sostavano prelati, crociati, ambasciatori, mercanti, banchieri fiorentini e senesi che lasciavano la Via Francigena ad Asti per andarsi a imbarcare nei porti di Savona, Noli, Varigotti e Albenga, e raggiungere più agevolmente Pisa, Civitavecchia, Napoli… A Saliceto, in prossimità del Castelvecchio, c’è ancora la località Alberghi, dai caseggiati antichissimi. E lassù, al Baraccone, il bizantino kastron Baractelìa, quei viaggiatori intravedevano per la prima volta il mare lontano e gli si apriva il cuore.



In quei vasti boschi, dove un cristiano poteva urlare per giorni prima d’essere udito, Lip incontrò le masche simili a fantasmi bianchi, vacui, come usciti da tombe. Emettevano terrificanti lamenti da far raggelare il sangue e rendere canuti i capelli. Apparivano all’improvviso nottetempo, sotto la luna, e poi sparivano altrettanto rapidamente.

La prima volta che incontrò le masche a Lip non restò un centimetro di pelle che non si fosse accapponato. Corse a perdifiato per l’antichissima Magistra Langarum, a tratti ancora lastricata. Scappò come un fulmine: se avesse incrociato un futuro fondista, l’avrebbe superato con tempi da record mondiale.

Il giorno dopo andò in cerca di mio nonno Serafen: sapeva che teneva nascosto uno schioppo, un fucile napoleonico ad avancarica, con il quale andava a caccia. Lo usava anche per difendersi dalle masche che, a quei tempi, erano dappertutto. Quante storie, durante le veglie serali attorno al lumino! Era convinzione che s’appostassero nei boschi tra alberi rinsecchiti o in casolari abbandonati per tormentare i cristiani: anime dannate, serve del diavolo, con un rapporto insondabile con la luna e le sue fasi.

Mio nonno Serafen non osò negare lo schioppo al fratello e fu così che Lip si mise a tracolla il fucile e se ne andò deciso, rassicurato, in direzione del borgo del Carretto, borbottando:

  • Ch’es fazu avanti, scte picye. (Che si facciano avanti, queste puttane!) – riferendosi alle masche.
Era deciso a sparare, se necessario e, infatti, sparò. Ci fu battaglia, sulla Langa più alta, nei boschi tra il Brich di Sieizi, il Brich di Erzi e il Brich di Preizi. Per san Bernardino, acerrimo nemico di tutte le streghe: anche le masche avevano gli schioppi!



Quando Lip vide un pallettone da cinghiale conficcarsi nella corteccia di un cerro a poco più d’un palmo dal suo naso, tornò a correre calciandosi il fondoschiena per come scappava indecorosamente. Questa volta non seguì la strada e si fiondò nei folti castagneti del Parasacco (un antico ricetto medievale, da “para saccum”: protezione dei saccheggi). Allo stesso modo si comportavano i contrabbandieri secoli prima, quando venivano intercettati dai Corridori (gli antesignani dei Finanzieri) lungo la strada dei muli. Ah, se avesse trovato l’imboccatura del mitico sotterraneo che collegava il Parasacco all’antichissima pieve di Gudega, al Castellungo, sull’opposto versante di due colline.

Dal vallone del Parasacco Lip riemerse malconcio l’alba del giorno dopo, con i capelli dritti, e balbettava:

  • Oh belin, ed-cò ‘r mäsche e-i‘han i sc-ciòp! (Accidenti, anche le masche hanno i fucili!) Anzi, non usavano i pallini da fagiano come lui, ma da cinghiale.

Mio padre abbozzava un sorriso ogni volta rievocava quella storia. Macché le masche! I giovani del Carretto non gradivano che un salicetese, cera-faza (faccia falsa) e mäza-previ (ammazza preti), corteggiasse la più bella su quelle colline: la miss di quelle terre. Con lenzuola agitate nei boschi avevano cercato d’intimorirlo e lo scherzo era infine degenerato in una scaramuccia simile a piccola battaglia. Per davvero, a Lip, “e-i’ävu fäye vughi ‘r mäsche! (Gli avevano fatto vedere le masche!)

(Da Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)

Antonio Gramsci e Piero Sraffa nella bufera del Novecento




Un libro ricostruisce la storia della lunga amicizia che legò Antonio Gramsci e Piero Sraffa.

Maria Luisa Righi

L’intenso lessico familiare di un saldo sodalizio intellettule

Anziché subire la sorte del comunismo, la fortuna di Gramsci non conosce eclissi, anzi sono molti a contendersene le spoglie. Le dispute non riguardano solo l’interpretazione dei suoi scritti, ma coinvolgono anche la sua biografia, i cui contorni sono ben lontani dall’essere pienamente definiti. Anche per replicare a quella che chiama la «“filologia” avventuristica» – che ha dipinto Sraffa come spia dei sovietici, manovrato dal diabolico Togliatti, e, in ogni caso, fedele al partito, tradendo la fiducia di Gramsci – Giancarlo De Vivo (Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffa tra lotta politica e teoria critica, Castelvecchi, 2017, pp. 190, € 22.00) ci offre una lettura dell’amicizia che legò i due grandi intellettuali del novecento.

Sino alla pubblicazione delle Lettere dal carcere nel 1965 era pressoché ignoto il ruolo che Sraffa aveva avuto nel sostenere economicamente gli studi dell’amico in carcere, nonché quello di tramite col partito al quale faceva pervenire le lettere di Gramsci che la cognata Tatiana Schucht trascriveva per lui. Anche in seguito Sraffa non si lasciò tentare dalla memorialistica e solo nel 1967 accolse l’invito di Paolo Spriano a concedere una testimonianza per il settimanale del Pci Rinascita.

Da allora diversi studi sono stati dedicati alla loro amicizia: sono state pubblicate le lettere che Sraffa scriveva a Tania per Gramsci (e si attende a breve la pubblicazione dell’intero carteggio a cura di Nerio Naldi ed Eleonora Lattanzi per l’Edizione nazionale degli scritti di Gramsci), sono state esaminate le reciproche influenze intellettuali, ma scarso rilievo è stato dato al contesto storico e alla tensione politica che animava i due giovani.

Vuole colmare la lacuna questo volume, che da un lato cerca di ricostruire l’attività di Sraffa come custode delle volontà di Gramsci, dall’altra il loro dialogo politico-intellettuale, dedicando ai due aspetti altrettanti capitoli. Nel primo l’autore propone una lettura basata sulla stratificazione delle carte “gramsciane” conservate nell’archivio Sraffa al Trinity College, e ai carteggi successivi da cui emergono le difficoltà a cedere gli originali all’allora Istituto Gramsci, dove andavano confluendo tutti gli autografi di Gramsci. La direzione dell’Istituto si rivolse più volte a Sraffa per sapere se avesse lettere di Gramsci.

A parte qualche missiva inviatagli da Ustica, l’economista conservava solo trascrizioni di lettere della fine del 1932 e del 1933. De Vivo si pone una domanda che nessuno si era ancora posto: perché quelle lettere si trovavano ancora tra le sue carte e non le precedenti? Perché, è la risposta dell’autore, Sraffa fu fedele alla volontà di Gramsci di non comunicare al partito quanto veniva scrivendo a Tania e all’amico.

Da quel momento Sraffa decise che sui passi da compiere per ottenere la libertà del prigioniero non avrebbe più coinvolto il Pcd’I, essendo cresciuta in lui «una vera e propria sfiducia (se non sospetto)» negli “amici di Parigi”. Secondo De Vivo tale sfiducia emerge anche da quella sorta di “gioco al gatto e al topo” per non consegnare, sino al 1974, le lettere di quel periodo.

La ricostruzione è suggestiva, ma non dà ragione di passaggi importanti: Sraffa non interruppe, né nel 1932-33 né in seguito, i rapporti col partito, a cui anzi diede la relazione medica del prof. Arcangeli (che, per un “grossolano errore” – come ebbe ad ammettere Togliatti – fu pubblicata sull’Humanité), né sembrò dare credito alle possibilità di uno “scambio” di prigionieri di cui, al contrario, fu sempre convinto Gramsci, e diede una lettura minimizzante della “famigerata” lettera di Grieco del 1928, a cui Gramsci attribuiva il fallimento del primo tentativo di liberazione.

Nella seconda parte del libro si ricostruisce il rapporto intellettuale tra i due protagonisti, Sraffa non era «conosciuto per le sue opinioni comuniste che da un piccolo cerchio di conoscenti», ma aveva fornito «all’“Ordine Nuovo” molto materiale su quistioni riservate». Recatosi in Inghilterra, Sraffa continuò a collaborare con l’Ordine nuovo inviando tre articoli (riprodotti in appendice). La ricostruzione si sofferma su questi e altri momenti di frequentazione, nonché sui temi di comune interesse: il materialismo storico, le questioni di economia politica, il diverso rapporto con il pensiero di Benedetto Croce, le questioni della transizione e dell’assemblea costituente.

La riservatezza di Sraffa, il linguaggio “esopico” delle lettere dal carcere, quello allusivo della corrispondenza degli altri personaggi del dramma, la lacunosità della documentazione giunta sino a noi, rendono difficile collocare i pezzi del puzzle in un quadro completamente coerente. Il libro di De Vivo contribuisce certamente a definire una parte del puzzle e ci spinge a interrogarci se altre parti non vadano invece ripensate.

Il manifesto – 6 giugno 2018

giovedì 21 giugno 2018

Diavoli, santi e streghe nelle Alpi Marittime. San Bernardino di Triora



Noi Liguri siamo gente di montagna e il nostro immaginario più che di mare è fatto di pietra.

Giorgio Amico

Diavoli, santi e streghe nelle Alpi Marittime. San Bernardino di Triora

Ci sono porti dove è impossibile prima o poi non approdare. Almeno per noi liguri, marinai di montagna, navigatori di valli e crinali. Proprio noi che sempre abbiamo guardato al Mediterraneo come ad una grande pianura racchiusa fra monti. E che per questo non smettiamo mai (come fa Angelo Nicolini nella sua splendida ricerca su Savona alla fine del Medioevo) di ringraziare Fernand Braudel per aver dedicato tutta la sua opera (e la sua vita) a chiarirci questo concetto, che comunque ci portavamo già dentro, lascito delle generazioni che ci hanno preceduto.


San Bernardino di Triora e il suo ciclo di affreschi è uno di questi porti dell'animo. Non dimenticando Taggia, antica e nobile città, ricca di palazzi e di chiese che testimoniano di un passato glorioso.


Fontane dove si abbeveravano carovane di muli prima di partire per le vie del sale, portici ombrosi dove un tempo si accatastavano mercanzie arrivate da lontano, dal mare o dalla linea grigia dei monti che tiene la valle come in un abbraccio.


Montagne mai viste come separazione o frontiera, ma come ponte fra terre e genti. Luogo di passaggio per pastori transumanti, mercanti e pellegrini e anche qualche volta soldati. Terre alte, popolate da uomini rudi e silenziosi, che sentivano tuttavia il dovere dell'accoglienza e dell'ospitalità, come testimonia ancora oggi l'antico Ospedale di Taggia .

    

Salendo da Molini, San Bernardino ci appare all'improvviso, appena sotto il borgo. Chiesa anomala e misteriosa a partire da quell'ingresso laterale porticato, forse testimonianza sopravvissuta di una più antica cappella di epoca carolingia di cui si è persa memoria.


Costruita all'inizio del XV secolo, affrescata a più riprese (e forse da mani diverse) fra il 1466 e i primi anni del Cinquecento, già in precarie condizioni nel 1701 quando la Curia lamentò che l'edificio fosse diventato un deposito per i covoni di grano. Un dato riscontrabile anche in altre realtà delle Alpi Occidentali e che forse andrebbe letto a partire da una diversa angolazione, quella antropologico-culturale utilizzata da Nicolas Carrier et Fabrice Mouthon nel loro studio sulle Alpi nel Medioevo.


E misteriosa San Bernardino lo è soprattutto per il grande ciclo di affreschi che, davanti allo sguardo stupito degli abitanti di Triora, iniziarono a riapparire nel 1895 da sotto lo spesso strato di calce che nel 1586 Monsignor Mascardi, visitatore apostolico proveniente dalla Curia di Albenga, aveva fatto stendere a coprire quelle rappresentazioni per lui al limite del blasfemo. Corpi nudi di dannati, uomini e soprattutto donne, attorniati da diavoli, raffigurati in posizioni talmente allusive da essere per il colto monsignore la dimostrazione insopportabile della rozzezza barbarica di quelle popolazioni. E dunque meglio cancellare tutto e che non ne restasse neppure il ricordo.



Scene terribili di sofferenza e di disperazione, raccontate con un realismo potente, disegnano un mondo infero, regno di un Satana insaziabile, dove il posto d'onore spetta a “fattucchiere e gazari”: luogo comune della narrazione pittorica di allora e al tempo stesso inquietante premonizione di ciò che proprio a Triora sarebbe realmente accaduto quasi un secolo più tardi.



Dolore e disperazione che preludono alla rappresentazione del Purgatorio, recente acquisizione (come ci ricorda Jacques Le Goff) dell'immaginario collettivo cristiano, e poi del Paradiso, Gerusalemme celeste, luogo di armonia e di pace.



Sulla controfacciata una bellissima crocifissione evidenzia la bravura dei pittori: Giovanni Canavesio probabilmente, forse anche i fratelli Biazaci.


E poi, cammeo isolato, una straordinaria scena di mare, quasi di sicuro un ex voto, ci ricorda che siamo nelle Alpi del mare e che i liguri sono marinai di montagna.











Robespierre. La costruzione di un mostro




Ma davvero Robespierre fu quell'ideologo sanguinario che ci è stato raccontato da chi nel Novecento attaccando i giacobini voleva in realtà colpire il sogno rivoluzionario dell'Ottobre sovietico? Una recentissima biografia smonta questa rappresentazione. Peccato che nella copertina dell'edizione italiana si sia perso (per un eccesso di prudenza?) quel sottotitolo "La fabbricazione di un mostro" che nell'originale francese dava immediatamente il senso dell'opera.



Luigi Mascilli Migliorini

Il vero Robespierre


«Se soltanto aveste visto quei suoi occhi verdi…». Non sembra saper trovare altri argomenti Merlin de Thionville, uno dei protagonisti di Termidoro, quando prova a raccontare quella terribile giornata. Nel colore morbido e freddo allo stesso tempo degli occhi di Robespierre egli ritrova il sogno di assoluto che aveva ad un tratto preso quella che era stata anche la propria Rivoluzione e la vertigine nella quale essa era, inseguendo quel sogno, precipitata.

L’immagine, che piacque molto anche a un grande storico come Johann Huizinga, riusciva a esprimere quello che era accaduto (compresa l’inattesa caduta dell’idolo, al vertice del suo potere) assai più di un minuzioso resoconto dei giorni che erano trascorsi fino alla fine. Quel verde, che si dice essere il colore della speranza, era diventato quello che pure esso può essere, il colore della paura, una paura che aveva reso vili uomini prima coraggiosi, feroci uomini prima miti.

Non era stato sempre così, non era, soprattutto, cominciato così. Lo scrive molto bene Jean-Clement Martin, uno tra i più originali e sensibili storici della Rivoluzione francese, in questa sua biografia di Robespierre, così attenta, così paziente nel voler restituire alla autenticità della vicenda storica, e dunque anche della vicenda biografica, una figura che il mito ha impietosamente sovrapposto alla idea stessa della Rivoluzione.

Per Robespierre, scrive Martin, la Rivoluzione non è ancora, non è mai terminata, perché ogni volta che su di essa si torna a discutere (e questo accade praticamente ogni giorno, persino in tempi così poco “rivoluzionari” come i nostri) è sempre a lui che ci si rivolge. È lui che si processa quando si sostiene che la Rivoluzione è solo un inutile spargimento di sangue, l’avventura solitaria di pochi allucinati. A lui si chiede, al contrario, di rivivere sotto le bandiere di chi è pronto, in un mondo che non ha mai smesso di conoscere ingiustizie e sopraffazione, a tornare a combattere, ma questa volta fino alla fine, fino a che l’ultima ingiustizia e l’ultima sopraffazione non siano state definitivamente sradicate alla storia.

Peso affaticante, deformante, per un uomo che, come e più della Rivoluzione nella quale si incarna, cominciò a muoversi nel mondo in maniera assai discreta, praticamente invisibile. Avvocato di una melanconica provincia nel nord della Francia, Arras, egli conquista un brandello di periferica celebrità vincendo una causa a proposito dell’uso del parafulmine nella quale trova il modo di valorizzare la recente scoperta dello scienziato e filosofo americano Benjamin Franklin.

Indizio sicuro di un destino nel segno delle novità più eclatanti del suo tempo, racconta qualche biografo troppo zelante. Normale routine di un uomo di legge di tardo Settecento che, come tanti altri, allora cercava di rovesciare nelle sue arringhe quotidiane qualche frammento delle idee o degli avvenimenti che si producevano intorno, replica Martin. Che insiste, poi, a spiegare come tante altre “premonizioni” del destino dell’Incorruttibile, come la durezza della sua vita infantile, in un Collegio al quale lo aveva costretto la perdita precoce della morte della madre, altro non fossero che le diffuse condizioni nelle quali poteva capitare di trovarsi in un’epoca nella quale perdere un genitore, o altre disavventure del genere, erano piuttosto la norma che l’eccezione.

Anche i primi passi della sua vita politica, l’elezione agli Stati generali, la partecipazione alle battaglie parlamentari nell’Assemblea Costituente, la tribuna del circolo giacobino, non hanno niente di particolarmente diverso da quello che si può dire e scrivere di tanti uomini della Rivoluzione, la maggior parte dei quali, anzi, da Mirabeau a Danton, da Roland a Pétion raggiungono e mantengono assai prima di lui la notorietà. Non è violento (come si vede bene nei giorni della Bastiglia e poi della marcia delle donne di Parigi su Versailles) quando molti cominciano già ad esserlo, non è repubblicano quando molti hanno già perso ogni fiducia nella lealtà di Luigi XVI. Eppure arriva un momento nel quale, se ci si guarda intorno, Robespierre è l’uomo che racchiude in sé la forza politica del processo rivoluzionario.



Sul filo delle pagine del libro si potrebbero anche indicare le date in cui questo accade: già nel maggio del 1791, forse, o più probabilmente nel 1792, tra l’agosto e il settembre, ma questo non è molto importante. Martin ci spiega, in maniera splendida, che Robespierre diventa Robespierre perché poco alla volta, ma con puntualità egli appare l’uomo che sa meglio comprendere quali siano le attese del popolo, quello di Parigi certo, ma poi anche di Francia. Robespierre diventa colui che rappresenta meglio i principi democratici della Rivoluzione nel momento in cui la Rivoluzione, nata essenzialmente su un principio di libertà, scopre la democrazia.

La democrazia, si badi bene, non il socialismo, perché – a dispetto di qualche forzatura novecentesca di storici pronti ad assimilarlo a un precursore di Lenin - Robespierre non ha come orizzonte il superamento della proprietà privata, della cui fondatezza egli rimane sempre convinto. Capisce, però, prima di ogni altro, che quel gran movimento che si chiama Rivoluzione ha oltrepassato i limiti ideali e le aspettative concrete dalle quali e per le quali era nato. Se il popolo è sceso in piazza combattendo per la libertà, vi rimane, in piazza, per continuare a contare, a decidere, a governare, per non ritornare negli armadi della storia, come si farebbe con qualche buon fucile usato al momento giusto e poi riposto perché non serve più. Come governa un popolo, con quali regole, limiti, forme che non siano una mascheratura di élites politiche, ma non siano nemmeno l’ubriacatura della folla in strada? La domanda – così attuale - non era all’origine della Rivoluzione francese, ma lo diventa nel suo farsi. Robespierre lo comprende, ha il coraggio di non arretrare di fronte ad essa, ne viene alla fine travolto.

«Volevate una Rivoluzione senza rivoluzione?» lancia ai suoi avversari in una Convenzione ruggente, quando è in gioco la sorte di Luigi XVI. Come non vedere che le incisive, educate rimostranze che uomini vestiti in neri abiti di buoni borghesi rivolgevano al loro sovrano nei giorni degli Stati generali erano diventate, in meno di tre anni, pagine ingiallite? Occorreva ascoltare le parole d’ordine che nascevano da un mondo nuovo, come avrebbe detto Majakovskij nei giorni della sua Rivoluzione. Robespierre lo sapeva e provava a forgiarle, ma non era un poeta, non aveva neppure l’audacia di Danton o l’intelligenza di Condorcet. La paura, il Terrore, di cui diventa arbitro è, forse, la paura che si portava dentro via via che capiva la verità di quello che lui per primo, lui probabilmente solo, aveva intuito. Per una parola assoluta come democrazia, non c’era una risposta assoluta. Le risposte parziali erano, ai suoi verdi occhi di Incorruttibile, falsificazioni che la storia sbriciolava una dopo l’altra.

Il Sole 24ore – 10 giugno 2018

George Orwell profeta del nostro presente



Un’antologia di testi di George Orwell racconta un mondo totalitario, paurosamente simile al nostro presente, in cui il potere manipola le masse (“il popolo”) con una propaganda pervasiva che rende del tutto secondario l'uso della repressione aperta.


Giulio Giorello

Disprezzare l’autorità senza credere alla libertà


«Le bombe atomiche si ammassano nelle fabbriche, le polizie si aggirano minacciose nelle città, le menzogne piovono dagli altoparlanti, ma la Terra continua a girare intorno al Sole, e né i dittatori né i burocrati, per quanto profondamente ostili alla cosa, sono in grado di impedirglielo». Così scriveva nel 1946 Eric Arthur Blair (1903-1950), noto al pubblico come George Orwell. Eppure, ci sono voluti secoli per capire e far accettare il moto del piccolo globo che noi abitiamo. Ciò significava, per Orwell, che è necessaria «una vigilanza costante» per vedere «ciò che abbiamo sotto il naso».

Ma non è solo passione per la verità; è amore per la libertà. Perché l’assenza di tale incessante attenzione consegna la vittoria a vecchi e nuovi despoti. Costoro incarnano quella che si potrebbe chiamare la perversione della politica, la quale, da invenzione per favorire la sopravvivenza degli esseri umani in un ambiente ostile, si è tramutata in rischio subdolo, che ci minaccia di estinzione più di quanto facciano catastrofi o disastri naturali.

Orwell avrebbe voluto tenersene lontano per dedicarsi alla letteratura; ma, forse fin dai banchi di scuola, si era reso conto che la fuga dagli onnipresenti rapporti di potere era impossibile. Si era sentito come «un pesciolino rosso in una vasca di lucci»; e ora Vittorio Giacopini intitola così una bella antologia di scritti orwelliani per la casa editrice Elèuthera (Milano). Nato nell’India britannica ma formatosi in Inghilterra, Orwell, non ancora ventenne, si era trasferito in Birmania e si era arruolato nell’Indian Imperial Police. Ma non doveva trattarsi di un incarico troppo congeniale, visto che gli insegnò «a odiare l’imperialismo».

Dimessosi nel 1927, cominciò a scrivere «racconti e romanzi che nessuno voleva pubblicare», e gli ci vollero quasi dieci anni per riuscire a campare dei suoi libri. L’orrore per lo sfruttamento coloniale e per le discriminazioni sociali nella «progredita» Inghilterra lo portarono tra le file del socialismo.

Con lo scoppio della guerra civile in Spagna, Orwell si recò in Catalogna con la moglie a difendere la Repubblica. Ma l’entusiasmo iniziale era destinato a spegnersi man mano che emergevano i contrasti interni alle forze che avrebbero dovuto battersi contro il fascismo di Franco. Quelle vicende sono state poi raccontate in Omaggio alla Catalogna (1938). I comunisti staliniani si misero a braccare sia anarchici sia seguaci di Trotzky: «Questa caccia all’uomo in Spagna avveniva in simultanea con le Grandi Purghe in Urss e ne costituiva il complemento». E ciò, commenta Orwell, «mi insegnò con quanta facilità la propaganda totalitaria può influenzare l’opinione pubblica nei Paesi democratici», ove le accuse staliniane erano accettate persino negli ambienti «progressisti».

Orwell avrebbe poi dedicato parecchi sforzi a mostrare come Stalin avesse finito per capovolgere il sogno di Lenin nel suo opposto: una società gerarchica, autoritaria e repressiva, non molto diversa dai regimi di Hitler e di Mussolini.

Contro i totalitarismi di ogni sorta, che mirano a cancellare le differenze individuali, Orwell si guardava bene dall’abbandonare la difesa delle leggi. C’è infatti anche una «tendenza totalitaria inerente alla visione anarchica o pacifista della società», ove «l’unico possibile arbitro del comportamento» resta l’opinione pubblica. Solo che «quando si presume che gli individui siano governati dall’Amore (...) il singolo è sottoposto a una pressione costante per comportarsi e pensare in modo esattamente identico a tutti gli altri».

Oggi, nell’epoca nella rete che Orwell non fece in tempo a conoscere, chi «disprezza l’autorità senza credere alla libertà» ha i mezzi per imporre un conformismo così generalizzato da rendere superflua ogni forza di polizia. D’altra parte, chi ancora crede alla propria libertà dev’essere disposto a resistere e contrattaccare anche in difesa di quella altrui.

Il Corriere della sera/La Lettura – 10 giugno 2018

domenica 17 giugno 2018

Sesso, sesso e ancora sesso. La triste Parigi di Henry Milller



Ripubblicato «Giorni tranquilli a Clichy» di Henry Miller. Composto a New York dopo il soggiorno parigino, uscì nel ’56 per Olympia Press, presentato come un romanzo pornografico. E in effetti lo era, come “a luci rosse” era la casa editrice. Un lavoro a cottimo (Miller fu pagato un dollaro a pagina), destinato a suscitare tristi fantasie in vecchi sporcaccioni. Ne uscì invece un grande libro, scritto alla maniera dei surrealisti e capace di esprimere come poche altre opere dell'epoca la disperazione abissale di un mondo che nella trasgressione (come nell'alcol e nelle droghe) cercava una impossibile via di fuga da una condizione esistenziale priva di significato. Sesso, sesso e ancora sesso che, come in Sade, assume forme sempre più ripetitive e allucinate. Forse davvero, come pensava nella Polonia del Settecento il rabbino eretico Jakob Frank, la via per la santità passa per i luoghi oscuri del peccato.

Pasquale Di Palmo

Henry Miller, carosello infoiato a Parigi


«Il suo mondo di felicità erotica si muove nella suburbia in una società di falliti e disperati, di paranoici e impossibilitati come quella cara agli impressionisti tedeschi ma cantata con un ritmo e una figurazione cari ai surrealisti francesi; una società che Miller guardava con occhio realista tipicamente americano». Questa osservazione di Fernanda Pivano, nonostante il lapsus riguardante gli «impressionisti» anziché gli espressionisti tedeschi, può idealmente introdurre l’opera trasgressiva di Henry Miller (1891-1980) di cui Adelphi propone, nell’accurata traduzione di Katia Bagnoli, Giorni tranquilli a Clichy («Piccola Biblioteca», pp. 188, € 18,00).

Il racconto fu composto nel 1940 a New York, subito dopo il soggiorno parigino dello scrittore, e rivisto nel ’56, anno in cui uscì in Francia, per i tipi dell’Olympia Press, in inglese (il progetto di copertina Adelphi riprende quello dell’edizione originale). Per vedere la luce negli Stati Uniti bisognerà attendere il 1965, quando terminò il travagliato processo per oscenità intentato a Tropico del Cancro che costituì un vero e proprio caso editoriale, diventando un best-seller internazionale, salutato enfaticamente da Orwell come il prodotto «dell’unico romanziere di valore che sia apparso in lingua inglese da parecchi anni a questa parte».



Giorni tranquilli a Clichy è ambientato a Parigi, la città della lost generation americana in cui Miller per quasi un decennio, quello degli anni trenta, visse come un clochard e che divenne lo scenario di molti suoi testi, dal succitato Tropico del Cancro al controverso Opus pistorum, redatto su commissione nel 1941, dove vengono descritti, con dovizia di particolari, tutti i gradi più rivoltanti dell’abiezione: dall’incesto allo stupro, dalla pedofilia ai rapporti contro natura, finanche con gli animali.

Anche Giorni tranquilli a Clichy fu un lavoro nato su commissione: doveva trattarsi di un libro pornografico, pagato un dollaro a pagina, affidatogli da un miliardario dell’Oklahoma che non rimase soddisfatto del risultato e virò sugli scritti di Anaïs Nin, celebre amante di Miller. In questo racconto vengono narrate le vicissitudini di Joey, chiaro alter ego dello scrittore, scandite dagli incontri con varie prostitute, e la relazione che Carl intrattiene con Colette, adolescente che con i due amici condivide l’appartamento.

La sessualità, com’è tipico in Miller, ha un posto preponderante nell’economia del racconto, anche se qui risulta modulata, più che in altri topoi della sua sovrabbondante produzione, da un’attonita sorpresa per gli incontri prospettati e da una maggior distensione, anche se permangono le tipiche riflessioni esistenziali di indubbio taglio cinico. Lo stesso autore asserisce, a proposito di Carl, personaggio presente anche in altri libri di Miller: «La sua audacia (…) era generata dalla disperazione».

Ed è proprio la disperazione a caratterizzare questo carosello di uomini e donne perennemente infoiati, in preda a un delirio alcolico che non conosce requie, trascinantisi alla stregua di automi, come osserva ancora la Pivano, in «camere squallide da pochi soldi o minuscoli appartamenti di periferia (…) nei quali il sesso sembra l’unica speranza, l’unica via di uscita dei diseredati». La stessa ville lumière che, come scrisse nel suo romanzo più famoso, «ti cresce dentro come un cancro, e cresce e cresce finché non ti ha divorato», vista attraverso alcuni splendidi scorci fotografici di Brassaï, definito dallo stesso Miller «l’occhio di Parigi», nel testo risulta riconoscibile solo a tratti.

È il paese di Bengodi dei bohémiens e dei depravati, in cui si passa da un bistrot malfamato a un appartamento anodino, relegando la sua magnificenza solo a qualche rapido, sbrigativo tratteggio: «Salimmo a zigzag su per la collina in direzione del Sacré Cœur. Ai piedi della cattedrale ci riposammo contemplando il mare di luci scintillanti. La notte esalta Parigi. L’illuminazione, più soffusa se la si vede dall’alto, attenua la crudeltà e lo squallore delle strade. Di notte, vista da Montmartre, Parigi è davvero magica; giace in una conca come un’enorme gemma scheggiata».


Nel libro figura un altro racconto scritto e riveduto da Miller nello stesso periodo, Mara-Marignan, di cui esiste anche una versione ridotta intitolata Berthe. La trama, dominata dall’incontro con una quasi irreale prostituta, sembra presentare più di un’analogia con la Nadja bretoniana, non a caso uno dei titoli elencati nei Libri della mia vita considerati fondamentali dallo scrittore (ma, rimanendo in ambito francese, non si può passare sotto silenzio il magistero di Cendrars, Céline e Rimbaud, sul quale egli scrisse Il tempo degli assassini, uno dei suoi saggi più avvincenti, scevro com’è di qualsiasi edulcorazione di carattere agiografico). E, ça va sans dire, quella linea «erotica» che da Sade e il suo acerrimo nemico Rétif de la Bretonne approda alle aporie di Bataille.

Guido Almansi, uno dei più convinti ammiratori di Miller, rilevava come «anche nelle sue opere migliori, la mistura di passi di alta letteratura e di zavorra è imbarazzante». Ma «l’unicità di ogni accoppiamento sessuale» che Almansi riscontra nell’opera del romanziere americano in realtà si riduce a una serie ininterrotta di coiti che, nonostante le infinite variazioni sul tema e le innumerevoli combinazioni descritte, appiattisce l’atto carnale all’espressione martoriata di «un mondo senza speranza», come osserva il protagonista di Tropico del Cancro.

Il plot narrativo si dilata in meccanismi angusti e ripetitivi, il sesso è vissuto alla stregua di un’ossessione che abbisogna di una sequenza infinita di varianti mimeticamente descritte per poter assolvere al suo compito di programmatico scarto dalla norma. I rapporti tracciati da Miller hanno la stessa «bestialità» di quelli esibiti da Bacon nei suoi dipinti, con effetti allucinatòri che deformano le parti anatomiche rappresentate.


La prosa di Miller è contrassegnata da una carnalità endemica, vissuta «di pancia», che alterna momenti felici a frequenti cadute di gusto e stile. Fu molto ammirata da Lawrence Durrell e Norman Mailer e, stranamente, anche da un critico algido come Mario Praz, che osservò al riguardo: «Il mondo descritto dal Miller è davvero la carcassa, la carogna della civiltà in sfacelo, rappresentata dall’orrore delle sue città squallide e tentacolari, e dalla vuotaggine della vita meccanizzata».

Nell’umorismo triviale di Miller, nei suoi inarrestabili flussi di coscienza, nella sua prosa brutale che si aggrappa al linguaggio parlato arrivando a influenzare in maniera decisiva Kerouac e la beat generation, spesso si nasconde una serie di criptocitazioni. Si pensi ad esempio, nel racconto che dà il titolo a questo libro, all’episodio dell’incontro tra la poetessa surrealista e i due protagonisti. Oltre alla tecnica dell’écriture automatique, richiamata sarcasticamente dal fatto di scrivere versi con il rossetto sulle pareti del bagno, non si può non attribuire alla rivoltella che la poetessa nasconde nella borsetta un preciso riferimento a quanto teorizzato da Breton, a sua volta memore di Jarry e Vaché, nel Secondo manifesto del surrealismo: «L’azione surrealista più semplice consiste, rivoltella in pugno, nell’uscire in strada e sparare a caso, finché si può, tra la folla».

Tuttavia il medesimo Almansi osserverà come quella di Miller sia «una scrittura realistica che arriva alla surrealtà della visione». Ma il movente è sempre quello della vita vissuta, polemicamente contrapposta alle derive della società consumistica americana, perbenista e intransigente. Scrisse Miller: «Se qualcosa merita il nome di “osceno” è proprio questo confronto obliquo e furtivo con i misteri, questo camminare sull’orlo dell’abisso godendo l’estasi della vertigine senza però cedere al fascino dell’ignoto».


il manifesto – 17 giugno 2018