TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 1 settembre 2014

Da leggere. Tutti gli uomini del re. Un mito populista nella Louisiana degli anni ’30



Miti americani. Ristampato “tutti gli uomini del re” di Robert Penn Warren, storia dell'ascesa irresistibile e della caduta di un politico nel Sud profondo di un' America che per molti versi sembra la “Padania” di oggi.

Remo Ceserani

Un mito populista nella Louisiana degli anni ’30

E' stata una buona idea quella delle case edi­trici 66thand2nd e Fel­tri­nelli di pub­bli­care nella nuova tra­du­zione di Michele Mar­tino il clas­sico romanzo di Robert Penn War­ren Tutti gli uomini del re («Indies», pp. 574, euro  23,00) vin­ci­tore nel 1946 del Pul­ti­zer e reso famoso da una tra­spo­si­zione tea­trale curata dall’autore stesso e messa in scena nel 1947 a New York dal grande regi­sta tede­sco Erwin Pisca­tor, e poi da una ridu­zione tele­vi­siva diretta da Sid­ney Lumet (seguita da altre di altri regi­sti) e da due ver­sioni cine­ma­to­gra­fi­che, diverse ma entrambe inte­res­santi: una più libera diretta nel 1949 da Robert Ros­sen con Bro­de­rick Cra­w­ford nei panni del pro­ta­go­ni­sta e l’altra, più fedele al romanzo, diretta da Ste­van Zail­lian, con Sean Penn come attore prin­ci­pale.



Il romanzo era già uscito in tra­du­zione ita­liana nel 1968 da Gar­zanti, ma la nuova edi­zione ha il van­tag­gio di basarsi su una ver­sione ori­gi­nale restau­rata a cura di Noel Polk e pub­bli­cata da Houghton Mif­flin Har­court, che in più punti è diversa da quella che abbiamo letto tutti, i capi­toli sono divisi in altro modo, e il pro­ta­go­ni­sta non si chiama più Wil­lie Stark ma Wil­lie Talos.

Il titolo del romanzo si ispira a una nota fila­strocca popo­lare inglese: «Humpty Dumpty stava su un muretto/ cadde roto­loni a capofitto/ pro­va­rono a rimet­terlo insieme/ tutti i cavalli e gli uomini del reame/ ma i loro ten­ta­tivi non ebbero effetto». Tema prin­ci­pale è l’avventura poli­tica di un ex con­ta­dino dive­nuto avvo­cato, asceso di pre­po­tenza all’ufficio di gover­na­tore in un imma­gi­na­rio stato del sud e pro­iet­tato a dive­nire sena­tore e forse pre­si­dente degli Stati Uniti, assas­si­nato per ragioni del tutto pri­vate, die­tro al quale non si fa fatica a rico­no­scere la figura del gover­na­tore della Loui­siana Huey Long. Siamo quindi nel genere del romanzo poli­tico e del sot­to­ge­nere tipi­ca­mente ame­ri­cano delle sto­rie di gover­na­tori e pre­si­denti del paese, delle trat­ta­tive poli­ti­che, delle cam­pa­gne elet­to­rali. Il tema del popu­li­smo può spie­gare sia la ragione della grande for­tuna anche cine­ma­to­gra­fica del romanzo di War­ren, sia forse la ragione dell’attuale ripe­scag­gio ita­liano, essendo il popu­li­smo grande tema delle nostre cro­na­che poli­ti­che.

In realtà il romanzo (unico scritto da War­ren) rac­conta molto di più di una sen­sa­zio­nale sto­ria di ascesa e cata­strofe poli­tica. Alla sto­ria prin­ci­pale se ne intrec­cia un’altra, più sostan­ziosa e accom­pa­gnata da molte inser­zioni sag­gi­sti­che, che appar­tiene al genere del romanzo di for­ma­zione. Il vero pro­ta­go­ni­sta è Jack Bur­den, stu­dente di sto­ria che non ha con­cluso gli studi, gior­na­li­sta, uomo di fidu­cia e addetto stampa del gover­na­tore: il capo (il boss).

Bur­den è chia­ra­mente pro­ie­zione dell’autore: War­ren era un uomo del sud, cre­sciuto nel Ken­tucky, vicino un tempo al movi­mento poli­tico dei «Sou­thern Agra­rians» (nemici dell’industrializzazione scesa dal nord a stra­vol­gere la società tra­di­zio­nale del sud), con sulle spalle il peso (in inglese il peso è bur­den, come il cognome del per­so­nag­gio) della sto­ria atroce della Guerra civile ame­ri­cana. War­ren è stato più tardi attivo nelle cause sociali e con­tro le discri­mi­na­zioni raz­ziali. Insieme a John Crowe Ran­som, Cleanth Brooks e altri è stato un pro­ta­go­ni­sta del movi­mento let­te­ra­rio del «New Cri­ti­cism». Ammi­rava Faul­k­ner, la cui pre­senza, pur nella diver­sità degli stili, si avverte in Tutti gli uomini del re.



War­ren era autore anche del bel­lis­simo rac­conto The blac­k­berry win­ter e, come poeta raf­fi­nato, di cele­bri liri­che: anche di que­ste capa­cità si avverte la pre­senza nel libro, in par­ti­co­lare in tante belle descri­zioni natu­rali, in tanti momenti di medi­ta­zione inte­riore, nella sovrab­bon­dante pre­senza di meta­fore ispi­rate alla vita della cam­pa­gna, della gente, degli ani­mali nei tor­ridi Stati del Sud.
Come romanzo di for­ma­zione è abba­stanza spe­ciale: la para­bola del pro­ta­go­ni­sta (che rap­pre­senta sim­bo­li­ca­mente quella di tanti gio­vani ame­ri­cani, sia del Sud che del Nord) va dalla fidu­cia inge­nua nelle gioie della vita, dell’amicizia, dell’amore alla lenta (molto lenta, per­ché il ritmo della nar­ra­zione è volu­ta­mente pacato, medi­ta­bondo) presa di coscienza sem­pre più amara della pre­senza insi­diosa del male e della cor­ru­zione in tutta la società e anche den­tro la vita di per­sone ammi­rate, come la madre, la donna amata, il vec­chio giu­dice e il vec­chio gover­na­tore, amici di fami­glia e sem­pre sti­mati.

Un po’ alla volta, anche gra­zie al freddo metodo sto­rico impa­rato da stu­dente, Bur­den sco­pre che la madre è per­sona dedita solo a se stessa, al lusso, al pia­cere, colui che egli cre­deva il padre è un povero vec­chio in preda a crisi reli­giose, il vero padre ha un pas­sato da nascon­dere (e per pre­ser­vare la sua inte­grità morale è costretto al sui­ci­dio), la donna amata, com­pa­gna di gio­chi e con­fi­denze, lo ha tra­dito per ambi­zione legan­dosi al gover­na­tore, l’amico più caro diventa un assas­sino, la cor­ru­zione è dovun­que e il suo grande eroe, il boss, ha sì una vita­lità ammi­re­vole, ma anche debo­lezze imper­do­na­bili.

I suoi pen­sieri e le ana­lisi sem­pre più appro­fon­dite della coscienza e dei sen­ti­menti echeg­giano tal­volta le posi­zioni dell’esistenzialismo e di Camus. Via via più amare, sboc­ciano in pen­sieri come: «Gli stu­denti di sto­ria impa­rano che l’essere umano è un mar­chin­ge­gno molto com­pli­cato e che non ci sono buoni e cat­tivi ma solo buoni-e-cattivi e che il bene viene dal male e il male viene dal bene, e gli ultimi se li prende il dia­volo».

La nuova tra­du­zione è scor­re­vole. Ci sono le ine­vi­ta­bili impre­ci­sioni dovute a scarsa fami­lia­rità con la cul­tura biblica (le gerar­chie ange­li­che dei troni, domi­na­zioni e pote­stà diven­tano «mini­stri, regnanti e sovrani») e soprat­tutto con l’enciclopedia cul­tu­rale (flora, fauna, cibi, pro­verbi, fila­stroc­che), e le espres­sioni idio­ma­ti­che e stra­sci­cate degli Stati del Sud (i red-necks per­dono la con­no­ta­zione sociale e raz­ziale dei lavo­ra­tori bian­chi poveri e pren­dono quella reli­giosa dei «bigotti» e i nig­gers per­dono il sapore raz­ziale e pater­na­li­stico diven­tando sem­pli­ce­mente «negri»).

E c’è qual­che libero adat­ta­mento al nostro mondo, che è ormai lon­tano dagli anni trenta, e così il tizio lop-haired (dai capelli a ciuffo) e swivel-hipped (mobile sui fian­chi), che scrive com­me­die in un quar­tiere squal­lido di Mem­phis diventa un «arti­sta capel­lone» degli anni ses­santa. I per­so­naggi così for­te­mente con­no­tati come ame­ri­cani del sud, rustici e vol­gari ma anche timo­rati del dio biblico e con il rispetto tra­di­zio­nale dell’onore, diven­tano un po’ impro­ba­bili quando escla­mano: «Vaf­fan­culo a que­sto posto del cazzo».

Il Manifesto – Alias 10 agosto 2014




Robert Penn War­ren
Tutti gli uomini del re
Feltrinelli, 2014
euro  23,00


Massimo Recalcati, Perché le persone sono diventate solo cose e le cose solo merce



Nel nuovo saggio di Roberto Esposito l’origine della separazione tra corpo, individuo e politica

Massimo Recalcati

Perché le persone sono diventate solo cose e le cose solo merce


Con questo suo ultimo libro titolato Le persone e le cose , Roberto Esposito aggiunge un altro capitolo importante alla sua ricerca filosofica intorno alle origini della nostra civiltà e alle ragioni che rendono possibile (o impossibile) il dono-dovere della comunità, il nostro vivere insieme. La sua chirurgica e meticolosa genealogia si configura come uno dei cammini filosofici più originali e innovativi degli ultimi vent’anni. In queste due parole, “persone” e “cose”, si manifesta secondo Esposito una divisione ontologica che è stata la matrice di processi ben più ampi che hanno pesantemente coinvolto le fondamenta stesse della nostra vita collettiva.

Questo binomio è infatti un “binomio escludente”. È una prima tesi del libro: l’operazione che fonda la persona come soggetto autorale, integralmente “decorporeizzato”, reso titolare di diritti e di patrimoni, è tutt’uno con quello che lo elegge a padrone delle cose. In questa doppia fondazione si produce un’esclusione di tutto ciò che contrasta con questa biforcazione metafisica. In primis l’esclusione del corpo: «Non rientrando compiutamente né nella categoria di persona né in quella di cosa, il corpo è stato cancellato come oggetto di diritto».

Esposito mostra bene come la genealogia del concetto di “persona” sia il risultato di un’astrazione progressiva che finisce per disgiungerla nettamente dal corpo. Già nel diritto romano la persona giuridica appare autonoma dal corpo e come padrona delle cose. Quello che definisce le cose secondo l’ordinamento di quel diritto «è la loro appartenenza a uno o a più proprietari». Allo stesso modo anche le cose sono state private del loro corpo. Accade originariamente con la metafisica greca, ma ancora più chiaramente con l’affermazione della tecnica che da quella tradizione scaturisce già secondo l’insegnamento di Marx, prima ancora di quello di Heidegger: le cose non sono lasciate essere per quello che sono, ma sono ridotte a “risorsa” (Bestand) e sottoposte a uno sfruttamento illimitato. La spinta all’appropriazione appare così come una sorta di nucleo pulsionale originario che regola in Occidente il rapporto tra l’uomo e le cose.



Questo comporta lo schiacciamento di altri esseri umani allo statuto inerte degli oggetti inanimati, delle cose anziché delle persone. Il corpo stesso viene colonizzato: il soggetto si divide in una parte animale e sensibile e in un’altra razionale e spirituale che deve esercitare il suo dominio su di essa.
Questo esito nichilistico troverebbe un suo antagonista irriducibile, anche se minoritario, in una tradizione di pensiero che Esposito fa risalire a Spinoza e che, passando da Vico, giunge sino a Nietzsche e alla fenomenologia francese (Sartre, Meleau-Ponty).

Questa tradizione contesta radicalmente il taglio che disgiunge irreversibilmente l’anima dal corpo e la persona dalle cose e che ha fondato, a partire dal gesto inaugurale di Cartesio che distingue la res cogitans dalla res extensa, l’attuale primato narcisistico dell’Io come governatore del proprio corpo e del mondo delle cose. Siamo alla pars costruens del libro: il corpo può essere la pietra di scarto destinata a divenire la pietra angolare di un altro modo di pensare la vita. Una constatazione preliminare si impone: sebbene escluso, o proprio perché escluso, il corpo vivente torna incessantemente al centro della scena della politica e dei suoi conflitti.

«La vita umana — scrive Esposito — da cornice dell’agire politico, ne diviene il centro — si fa affare di governo, così come la politica diventa governo della vita». Questo significa che l’esclusione del corpo dal regime della persona genera uno spazio vuoto dove domande sempre più pressanti restano senza risposta: «Da quando e sino a quando il corpo può essere considerato persona anziché cosa? Il trafugamento di un cadavere, oppure di embrioni, va considerato alla stregua di un rapimento o di un furto?».

Ecco apparire la dimensione più chiaramente politica della riflessione di Esposito: come individuare i modi del ritorno di ciò che è stato rimosso, bandito, esiliato? Non si deve dimenticare che questa parte esclusa non s’incarna solo nelle istanze del corpo individuale vivente, ma anche in quelle collettive di un popolo — di una moltitudine — che è stata tenuta fuori dalla rappresentanza e che oggi spinge per denunciare il limite costitutivo di quella stessa idea di rappresentanza (fondata arbitrariamente su di una esclusione).

È l’aut-aut etico che il libro ci consegna: prevarrà la passione immunitaria che esalta il proprio sul comune, l’interesse individuale su quello collettivo, l’Io sull’Altro o la passione per la comunità e l’economia del dono insieme al rischio di smarrimento e di perdita di identità che l’esposizione all’Altro sempre comporta?


La Repubblica – 29 agosto 2014



Roberto Esposito
Le persone e le cose
Einaudi, 2014
euro 10


La paura dell'invasione come forma di governo. Antisemitismo e islamofobia



Negli ultimi anni la paura è tornata a essere strumento privilegiato di governo. Perchè l'ossessione dell'invasione dell'altro non è un retaggio del passato, un segno di arretratezza, ma è attualissima e tradisce l'incertezza di chi è messo ai margini della società ed è senza radici.

Claudio Vercelli

L'angoscia è un capitale

Esi­ste un fan­ta­sma della moder­nità. Non è lo spet­tro di mar­xiana memo­ria, che un tempo si aggi­rava per l’Europa, guar­dando al domani per dare un senso al pre­sente, bensì quel reci­proco inverso dell’identità col­let­tiva che porta il nome di raz­zi­smo. Nel suo riflet­tere, rin­no­van­dole, le imma­gini defor­manti, pau­rose e para­noidi della società, e dei legami sociali, scim­miotta una certa idea del pas­sato per dichia­rare l’impossibilità del futuro.

Par­tendo dalla pre­messa che nes­suna uma­nità sia bio­lo­gi­ca­mente pos­si­bile, il raz­zi­smo costi­tui­sce il grado zero della cono­scenza e del rico­no­sci­mento della comu­nità umana. Poi­ché pre­e­si­ste­rebbe all’organizzazione sociale una dif­fe­renza incon­ci­lia­bile tra chi ha carat­teri morali e chi invece non li ha, per sua stessa gene­tica costi­tu­zione, san­cendo quindi che l’unica società pos­si­bile sia quella fon­data sull’esclusione dei secondi.

Che il raz­zi­smo sia fun­zio­nale all’occultamento dei rap­porti di potere, alle asim­me­trie eco­no­mi­che e sociali e ai vin­coli fon­dati sulla forza, è quasi un’ovvietà che, tut­ta­via, a molti risulta indi­ge­sta. Non di meno, sfugge ai tanti la fun­zione pre­scrit­tiva, e quindi ordi­na­tiva, che esso svolge nel discorso pub­blico: non solo, infatti, dice cosa una mol­ti­tu­dine di indi­vi­dui non può essere, in ragione delle incon­ci­lia­bili dif­for­mità che l’attraverserebbero, ma indica quello che potrebbe dive­nire qua­lora avesse la deter­mi­na­zione di dare corso a poli­ti­che della sepa­ra­zione isti­tu­zio­na­liz­zata. Più pro­pria­mente, il raz­zi­smo va oggi decli­nato al plu­rale, poi­ché sotto la comune matrice, l’ossessione per l’invasione del pro­prio io, tra­di­sce una capa­cità di muta­mento che ne garan­ti­sce la con­ti­nuità e la per­va­si­vità.

I raz­zi­smi non sono lo sgra­dito resi­duo di un pas­sato che fati­chiamo a lasciarci alle spalle bensì un tes­suto con­net­tivo sulla scorta del quale le comu­nità in crisi ricon­trat­tano il legame e la coe­sione sociale al pro­prio interno. Tanto più quando l’emergenza sem­bra dive­nire l’orizzonte di senso comune: emer­genza eco­no­mica, sospen­sione del valore delle norme di diritto, con­tra­zione del tempo sulla dimen­sione dispo­tica di un eterno pre­sente, pre­ca­riz­za­zione dei per­corsi esi­sten­ziali, costi­tu­zione e rei­te­ra­zione di stati di ecce­zione in ragione dei quali l’individuo vive in una sorta di eterno limbo, in attesa di una qual­che deci­sione a suo favore che da lui non dipende e che – in tutta pro­ba­bi­lità – mai nes­suno potrà o vorrà assumere.



SCE­NARI DA PANICO

Le società dell’incertezza si nutrono dei raz­zi­smi, che costi­tui­scono un’alternativa valo­riale, ma anche cogni­tiva, al defrau­da­mento di signi­fi­cato al quale gli indi­vi­dui ven­gono quo­ti­dia­na­mente sot­to­po­sti dalla ridu­zione della socia­lità a pro­dotto di flussi ete­ro­re­go­lati. Poi­ché i raz­zi­smi sono la let­te­rale «messa a valore» della diver­sità. Di essa, e della sua stig­ma­tiz­za­zione, infatti, si ali­menta una let­tura del pre­sente al con­tempo ango­sciante, panica se non apo­ca­lit­tica ma anche fal­sa­mente ras­si­cu­rante, che tra­duce la dif­fe­renza in dif­fi­denza dicendo che alla minac­cia del muta­mento si può «dare un volto», quello del nemico che alli­gna nei nostri paraggi.

Da que­sto punto di vista siamo quindi in pre­senza di un feno­meno di asso­luta attua­lità. Che non può essere affron­tato e risolto con il ricorso a peda­go­gie pub­bli­che di taglio volon­ta­ri­stico né, tanto meno, rin­viando alle esor­ta­zioni sul valore in sé della «diver­sità». Le società dello sfrut­ta­mento pro­fit­te­vole della paura sanno peral­tro benis­simo quanto tale valore sus­si­sta, met­ten­dolo all’opera nel momento in cui pro­duce un sur­plus che pre­mia gli impren­di­tori poli­tici, sociali e cul­tu­rali dei raz­zi­smi. Ver­rebbe da dire che l’angoscia è un vero e pro­prio capi­tale, con un suo pecu­liare sag­gio di remu­ne­ra­zione.

Peral­tro, ciò che più e meglio col­pi­sce quanti si tro­vano in una con­di­zione di ten­sione sociale, sot­to­po­sti alla subor­di­na­zione delle cir­co­stanze, ai nodi strut­tu­rali che non pos­sono gover­nare, ma dai quali sono ete­ro­di­retti, non di meno che al rischio del declas­sa­mento sociale, non è l’altrui alte­rità ma il timore che essa sia il vei­colo attra­verso la quale si pro­duce e si rin­nova l’alterazione del pro­prio sta­tus. I raz­zi­smi, da que­sto punto di vista, acco­stano e coniu­gano l’urlo di rab­bia dell’escluso all’apologia di un ordine costi­tuito, le cui fan­ta­siose virtù sareb­bero state messe in discus­sione dall’intrusione dell’estraneo.

Il tratto comune in tali nar­ra­zioni, infatti, è l’ossessione per l’invasione: del pro­prio spa­zio, di un ter­ri­to­rio comune, di un’identità gelo­sa­mente custo­dita, di un’idea di se stessi che se è la pro­ie­zione di costru­zioni men­tali pro­prio per que­sto fatto è intesa come una linea inva­li­ca­bile, pena l’estinzione della pro­pria indi­vi­dua­lità. L’angoscia per l’invasione è tanto più pro­nun­ciata quanto lo sce­na­rio sociale, poli­tico e cul­tu­rale è carat­te­riz­zato dalla volu­bi­lità. Dei corpi, delle merci, delle imma­gini. Da que­sto punto di vista, il tempo che stiamo vivendo è quanto di più pro­pi­zio si dia affin­ché tale con­di­zione si ripeta.

La raz­zia­liz­za­zione delle rela­zioni sociali, la tra­sfor­ma­zione dei legami inter­per­so­nali in vin­coli bio­lo­gici, la mania­ca­lità sull’identitarismo, che si tra­sfor­mano nella cele­bra­zione delle comu­nità come tra­di­zioni ance­strali, pic­cole patrie immo­bili, non sono quindi moventi tra­scorsi bensì con­crete rispo­ste cul­tu­rali e cogni­tive alla crisi euro­pea. Sono la rispo­sta che chi è obbli­ga­to­ria­mente anco­rato ai ter­ri­tori, inca­te­nato agli spazi cir­co­scritti, nel momento in cui le loro mute­voli for­tune ren­dono il suo futuro incerto, cerca di darsi dinanzi ad un sistema di pro­du­zione della ric­chezza che riposa invece sulla trans­na­zio­na­lità e sulla rot­tura di qual­siasi bar­riera. Un para­dosso solo appa­rente riposa in que­sta con­di­zione, la quale indica che a cer­care la solu­zione etnica come alter­na­tiva all’invisibilità e all’impronunciabilità dei con­flitti di posi­zio­na­mento eco­no­mico sia non un capi­tale ora­mai com­piu­ta­mente glo­bale ma ampi seg­menti di popo­la­zione con­se­gnati al mec­ca­ni­smo della pro­pria mar­gi­na­lità.

Il popu­li­smo può facil­mente ibri­darsi ai raz­zi­smi, nel momento in cui dovesse neces­si­tare di nuovi argo­menti da con­trap­porre alla crisi della poli­tica. Di quest’ultima, peral­tro, ne costi­tui­sce la nuova forma, in un’età di con­sun­zione delle demo­cra­zie par­la­men­tari, dei diritti libe­rali tra­sfor­mati in licenze libe­ri­sti­che e di estin­zione del com­pro­messo social­de­mo­cra­tico.

Poi­ché i raz­zi­smi sono anche un costrutto cul­tu­rale che dà nobiltà, nel senso di con­cre­tezza di signi­fi­cato, di vivi­dezza di senso, a quelle dot­trine che pro­prio dall’indistinto del richiamo alla mol­ti­tu­dine, dalla pre­sunta vera­cità di ciò che appel­lano «popolo», dalla voca­zione sal­vi­fica dei pro­cessi di distru­zione della rap­pre­sen­tanza, dalla can­cel­la­zione del con­flitto sociale e alla sua tra­sfor­ma­zione in scon­tro tra civiltà, hanno in que­sti ultimi tre decenni preso un vigore un tempo inspe­rato. Ovvia­mente i raz­zi­smi sono anche altro ma quando ci si inter­roga sulla tra­sla­zione dei pre­giu­dizi, ossia non solo sulla loro per­si­stenza sto­rica ma soprat­tutto sulla capa­cità che rive­lano di ripro­dursi e rin­no­varsi in situa­zioni diverse, adat­tan­dosi a con­te­sti tra di loro anche dif­fe­ren­ziati, il cogliere quali siano i punti di sin­tesi tra pre­sente e pas­sato diventa un obiet­tivo impre­scin­di­bile.

Anche per que­sta ragione il volume col­let­ta­neo, a cura di Alfredo Alietti, Dario Pado­van e del sot­to­scritto su Anti­se­mi­ti­smo, isla­mo­fo­bia e raz­zi­smo. Rap­pre­sen­ta­zioni, imma­gini e pra­ti­che nella società ita­liana (Franco Angeli, pp. 196, euro 24), può tor­nare utile. Il lavoro si arti­cola intorno agli spazi lin­gui­stici, rap­pre­sen­ta­tivi e comu­ni­ca­tivi del raz­zi­smo con­tem­po­ra­neo. Ne sot­to­li­nea la natura poli­morfa, la sua mute­vole mor­fo­lo­gia che rimanda alla fan­ta­sia col­let­tiva di una dimen­sione natu­ra­li­stica di quanto qua­li­fica come dif­fe­renza etnico-razziale.



IL NEMICO INTERNO

Ciò facendo, si inter­roga sui nuovi oriz­zonti della raz­ziz­za­zione delle rela­zioni sociali. L’antisemitismo, che costi­tui­sce un modello arche­tipo, una sorta di calco impre­scin­di­bile, si pre­senta quindi non solo come «il raz­zi­smo con­tro gli ebrei», bensì nella sua pecu­liare natura di labo­ra­to­rio e di archi­vio della stig­ma­tiz­za­zione, della sepa­ra­zione e della distru­zione della diver­sità e della varietà umane. La com­pren­sione delle dina­mi­che che lo con­no­tano per­mette di capire quali siano gli ambiti oscuri, ossia meno con­fes­sa­bili, della bio­po­li­tica in età libe­ri­sta. Poi­ché ancora una volta il pre­giu­di­zio, in tutte le sue mani­fe­sta­zioni, si evi­denza non come una forma resi­duale di falsa coscienza bensì come stru­mento per gover­nare la com­ples­sità sociale, attra­verso la rile­git­ti­ma­zione sia di auto­ri­ta­ri­smi così come di forme e pra­ti­che di poli­ti­che dell’esclusione, soprat­tutto lad­dove i para­digmi del mer­cato auto­re­go­lato e della libertà autoim­pren­di­to­riale sono pre­sen­tati come l’orizzonte esclu­sivo di senso delle comu­nità.

Esi­ste una plu­ra­lità di nessi, infatti, tra l’organizzazione e la stra­ti­fi­ca­zione del mer­cato del lavoro, i sistemi e le ideo­lo­gie di orga­niz­za­zione di società in perenne muta­mento e la crisi delle sovra­nità nazio­nali. Se l’eredità dell’esperienza del Nove­cento ci ha indotti a ragione sull’artificiosità dei raz­zi­smi, lad­dove essi hanno spesso rive­lato la loro natura stru­men­tale rispetto alle poli­ti­che di inclu­sione e di esclu­sione pro­dotte dai sin­goli Stati, ora il con­fronto assume una con­fi­gu­ra­zione diversa, rap­por­tan­dosi alla dimen­sione sovra­na­zio­nale dei pro­cessi di glo­ba­liz­za­zione.

In que­sta chiave, per ciò che con­cerne le società occi­den­tali, si deli­nea un pre­giu­di­zio con­tro il mondo isla­mico, volu­ta­mente frain­teso come una sorta di entità uni­ta­ria e, quindi, in sé minac­ciosa. Più che rin­viare alla cono­scenza (o alla non cono­scenza) delle sue mol­te­plici e stra­ti­fi­cate sto­rie tale atteg­gia­mento ricon­duce al biso­gno di tema­tiz­zare, in una sorta di idea­liz­za­zione nega­tiva, la pre­senza di un nemico interno alle società ospiti.

Il nesso tra pro­cessi di mobi­lità e di cir­co­la­zione delle forze eco­no­mi­che, di cui le migra­zioni sono parte inte­grante, con la tra­sfor­ma­zione cogni­tiva che deriva dal muta­mento strut­tu­rale che si riflette, senza fil­tri, sugli indi­vi­dui, non­ché l’imputazione di «colpa», attra­verso la sua antro­po­mor­fiz­za­zione nei panni dell’estraneo, si fa quindi di nuovo denso ed imme­diato. La qual cosa implica il con­si­de­rare la moder­nità dei raz­zi­smi, ovvero la loro asso­luta attua­lità. Poi­ché nell’epoca in cui tutto quel che sem­bra solido eva­pora nell’aria, nulla sem­bra avere mag­giore con­si­stenza, e con­ti­nuità, del pregiudizio.

Il Manifesto – 18 giugno 2014



AA.VV.
Anti­se­mi­ti­smo, isla­mo­fo­bia e raz­zi­smo.
Rap­pre­sen­ta­zioni, imma­gini e pra­ti­che nella società ita­liana 
Franco Angeli, 2014
euro 24


Gli dei in cucina



Miti e ricette dall'antica Grecia alla Roma imperiale.

Licia Granello

Quando si dice mangiare da dio

“La ninfa gli servì ogni sorta di cibi perché mangiasse e bevesse ciò di cui si cibano i mortali; poi si sedette anch’ella di fronte a Odisseo divino; le ancelle ambrosia e nettare le servirono”. Nel quinto libro dell’ “Odissea”, Omero posiziona Calipso a un passo da Ulisse, ma non le permette di condividere lo stesso cibo offerto al naufrago affamato: la cucina degli dei vanta regole auree e rigidissime…

Un attimo prima della definitiva esplosione dell’estate, il Mediterraneo prorompe nei desideri. Terra promessa e sogno di salvezza per i migranti, evasione vacanziera per tutti coloro che rifuggono (o non possono permettersi) le mete esotiche, grazie al suo carico immaginifico di terre fertili e spiagge assolate, cieli nitidi e sapori intatti, ereditati da tempi lontanissimi.

La cucina dell’Olimpo si spande dall’Acropoli di Atene e raggiunge le sue propaggini italiane, in un mix arcaico e goloso, che attraversa prima la civiltà greca e poi quella romana, senza soluzione di continuità, mandando in passerella i prodromi della dieta che non a caso verrà battezzata mediterranea. Duemila anni prima dell’avventura italiana del professor Ancel Keys, infatti, legumi e farine macinate e pietra, olio (extra) vergine e vini speziati, erbe di campo e formaggelle di capra già abitano le tavole tra Micene e Roma.

In principio fu l’ambrosia. E nettare, miele, fumo. A leggere gli scritti del tempo, viene da pensare che oggi gli dei dell’Olimpo sarebbero magrissimi, tanto aerei e impalpabili risultavano i loro menù, tra bocconi misteriosi (non c’è ricetta per l’ambrosia), profumi inebrianti e meravigliose bevande.

Ma gli eroi, quelli che più di qualsiasi comune mortale possono avvicinarsi alle divinità, si nutrono in modo sostanzioso e gagliardo. Così, al di là della sequenza delle carni arrostite, che domina l’alimentazione soprattutto maschile dall’alba dell’Umanità, la contaminazione tra sacro e profano passa attraverso l’olio e il vino.



Nulla sembra cambiato da quando Atena vinse la sfida di nume dell’Attica, regalando ai suoi abitanti l’ulivo, mentre il rivale Poseidone aveva fatto sgorgare l’acqua dalle rocce dell’Acropoli. Un campione della cultura alimentare capace di nutrire il corpo dentro e fuori, se è vero che gli eroi si cospargono d’olio prima e dopo le fatiche fisiche, mentre con impacchi d’olio e foglie si curano ulcere, dolori muscolari, mali di testa.

Ben cinque tipologie a differenziare la qualità, dal men che mediocre cibarium, fatto con gli scarti del frantoio, al caducum (da olive cadute), al maturum, su su fin al viride (il nostro “verdone”) e al setoso oleum ex albis ulivis, ottenuto da olive verde chiaro e denocciolate, riservato alla famiglia imperiale.

In quanto al vino, è fortemente alcolico – Ulisse fa ubriacare Polifemo offrendoglielo puro, invece che allungato con venti parti d’acqua, come d’uso – speziato con timo e finocchio, dolcificato con il miele (caratteristica che piace agli dei perchè lo rende simile al nettare).

Se la cucina divina vi attira, sperimentate le ricette de “La cucina degli dei”, appena pubblicato dalla studiosa di mitologia Anna Ferrari per Blu Edizioni. Poi organizzate una gita in Georgia, terra madre del vino, dove i contadini ancora interrano sotto il letto le anfore per la vinificazione. Bevete con moderazione per evitare di fare la fine del Ciclope

La Repubblica – 15 giugno 2014



Anna Ferrari
La cucina degli dei. Miti e ricette dall'antica Grecia alla Roma imperiale
Blu Edizioni, 2014
14 euro





domenica 31 agosto 2014

Perché nella scuola il privato non è pubblico



Da Mussolini in poi chi ha voluto governare in Italia ha dovuto scendere a patti con la Chiesa e il PD non fa eccezione. La scuola ne è l'esempio più chiaro.


Chiara Saraceno

Perché nella scuola il privato non è pubblico


SEMBRA che Renzi abbia frenato lo slancio con cui la ministra Giannini, sbilanciandosi molto nel parlare alla non disinteressata platea di Cl, aveva promesso più soldi alle scuole paritarie come parte importante della riforma della scuola in cantiere (ormai non c’è governo che non ne faccia una, con risultati non sempre apprezzabili).

Ma la Giannini ha fatto di più che promettere maggiori fondi. Ha infatti affermato che occorre superare «le posizioni ideologiche» per quanto riguarda la distinzione scuola pubblica/scuola paritaria, e di conseguenza i relativi finanziamenti, per «guardare solo alla qualità». Le ha dato successivamente manforte il sottosegretario Toccafondi, che ha spiegato: «Per troppo tempo in questo Paese si è detto che la scuola era pubblica o privata. La scuola è tutta pubblica e si divide in statale e non statale».

Non ci si può neppure stupire. È un processo iniziato con il maquillage linguistico, operato dal governo Prodi e dal ministro Berlinguer, che ha trasformato le scuole private, appunto, in pubbliche, per aggirare il dettato costituzionale, che ammette, e ci mancherebbe, la piena libertà di istituire scuole a organismi diversi, ma “senza oneri per lo stato”. Definita la scuola paritaria parte del sistema pubblico, il gioco sembra fatto. La scuola paritaria non solo è legittimata ad accedere ai fondi pubblici, ma a competere per essi con quella pubblica/statale.

Finora ciò era avvenuto con fondi “a parte” – ancorché sempre sottratti al sistema autenticamente pubblico, anche in questi ultimi anni di tagli dolorosi. Sembra di capire che Giannini auspichi un finanziamento sistematico, regolare che non distingua più tra i due sistemi, salvo che sulla base della “qualità”. Sembra così ignorare che il dettato costituzionale non è solo una norma di tipo finanziario, ma una precisa regola di attribuzione di responsabilità.

Lo Stato ha la responsabilità prioritaria di garantire un’istruzione di qualità a tutti, senza privilegiare né il ceto sociale, né particolari opzioni di valore o visioni del mondo (salvo quelle della libertà, della democrazia, della uguale dignità di ciascuno), ma se mai metterle in comunicazione tra loro. Tutte le risorse disponibili vanno investite in questa direzione.

Dio sa quanto ce ne sia bisogno in Italia, dove le disuguaglianze nello sviluppo delle competenze cognitive tra classi sociali e ambiti territoriali costituiscono una denuncia drammatica del fallimento dello Stato nel far fronte a quella responsabilità proprio nei confronti dei suoi cittadini più svantaggiati. Si può, si deve, anche ampliare la sfera del “pubblico”, non già, tuttavia, a scuole private con le loro legittime visioni del mondo (e regole di reclutamento degli insegnanti), ma alle comunità locali, agli individui e associazioni che possono integrare e arricchire le offerte educative della e nella scuola pubblica, alla costruzione di spazi, metodi e competenze perché la pluralità delle visioni del mondo possano confrontarsi criticamente e dove i bambini e i ragazzi non siano costretti a muoversi in una sola, per quanto ricca, pregevole, carica di storia.



Non è detto che tutti gli insegnanti della scuola pubblica siano attrezzati per farlo. Ma ciò vuol dire che nel formarli e aggiornarli occorrerà tener presente anche questa dimensione, non che se ne può fare a meno.

Il riconoscimento di statuto pubblico alle scuole paritarie ha già fatto danni nelle scuole dell’infanzia, nella misura in cui un comune non si sente più in obbligo di fornire il servizio se in un determinato quartiere c’è già una scuola paritaria; anche se questa, come capita per lo più, è di tipo confessionale e non risponde agli orientamenti culturali dei genitori. Era questo il motivo del referendum bolognese, fallito per scarsa affluenza e per il timore, alimentato dall’amministrazione, che senza le scuole paritarie molti bambini non avrebbero avuto posto – appunto perché i finanziamenti erano stati dirottati lì.

Ancora più grave è quanto è successo in Piemonte con l’amministrazione di centrodestra. Una legge regionale ha stabilito non solo l’equiparazione tra scuole per l’infanzia pubbliche e paritarie, ma ha dato alle seconde diritto di veto all’istituzione di una scuola pubblica sul “proprio” territorio, nel caso questa rischi di ridurne il bacino di utenza. Il modello Giannini realizzato? Ora la nuova amministrazione regionale ci metterà una pezza, se non altro eliminando il diritto di veto.

Ma rimane il fatto che, una volta riconosciuto il diritto al finanziamento pubblico delle scuole paritarie la competizione sulle risorse continuerà. Con il modello Giannini, rischia di estendersi dalla scuola per l’infanzia a quella dell’obbligo e oltre, con buona pace del diritto di scelta delle famiglie e soprattutto delle opportunità dei bambini e ragazzi di essere educati in un contesto culturalmente pluralistico. Su questi punti, e non solo sull’entità dei finanziamenti, è opportuno che Renzi e il governo facciano chiarezza, approfittando della pausa di riflessioni che si sono presi sull’argomento.


La repubblica – 28 agosto 2014


Modello Marchionne in cucina: Eataly licenzia



Eataly piace al PD di Renzi e a CL, agli intellettuali salottieri e a una sinistra che considera (in mancanza di bandiere migliori) mangiare “italiano” come l'unica forma di nazionalismo politicamente corretta, ma i metodi sono gli stessi di McDonald: sfruttamento intensivo di lavoratori precari e sottopagati.


Davide Vecchi

Così Eataly taglia e affetta i lavoratori. Firenze, a casa 60 dipendenti negli ultimi sei mesi


Da 120 dipendenti a meno della metà in appena otto mesi. No, non è un piano messo in atto da Sergio Marchionne per rilanciare la Fca che inchioderà al tavolo per mesi i sindacati a discutere. No. È quanto già accaduto a Eataly Firenze, senza neanche disturbare Cgil, Cisl e Uil perché i contratti in questione erano di quelli atipici, senza garanzie, e la rappresentanza sindacale lì dentro non c'è. Solo nell'ultimo mese, 13 lavoratori del supermercato di lusso sono stati lasciati a casa. E così gli “schiavi”, come si definiscono, hanno deciso di rispolverare i vecchi metodi di lotta: sciopero e picchetti. Per 48 ore. Da questa mattina e per tutta la domenica.

Certo a incrociare le braccia saranno in pochi, per timore delle possibili ritorsioni, ma quelli che sono stati già lasciati a casa (e sono ormai quasi la maggioranza) si presenteranno fuori dal negozio a protestare e illustrare a chi si avvicina quali sono le condizioni di lavoro nel meraviglioso mondo Eataly.
Il negozio ha aperto nel dicembre 2013. Dei 120 dipendenti iniziali, una dozzina avevano contratti a tempo indeterminato, gli altri sono stati reclutati attraverso due società interinali, Openjob e Adecco.

AL RINNOVO dopo il primo mese ai “dipendenti” viene proposto un part time da 20, 24 o 30 ore, che però in realtà è un full time: la fascia oraria prevista è dalle ore zero alle 24, da lunedì alla domenica. Le paghe? Dai 6 agli 8 euro lordi orari. Gli stipendi variano in media tra 600 e i 1.000 euro. Dopo quattro o sei mesi il contratto scade di nuovo. E a giugno iniziano i problemi. Molti non vengono rinnovati. L'azienda inizia a tagliare.

Sulla bacheca appare un avviso con cui Eataly riduce l'acqua ai dipendenti e comunica loro che hanno a disposizione una bottiglietta da mezzo litro al giorno. Sull'avviso qualcuno scrive: “Siete degli schiavisti”. Quel ‘siete’ è Eataly ed Eataly è Natale Farinetti detto Oscar, grande sostenitore e amico del premier Matteo Renzi, che aveva intenzione di nominarlo ministro del suo esecutivo. Farinetti è “uno di quelli che ci indica la strada”, per usare le parole precise pronunciate da Renzi per presentare Farinetti alla Leopolda 2013.



Ma aveva già partecipato a quella del 2012. E distribuito ricette. Non di cibo ma di riforma del lavoro. “Governo e parti sociali devono trovare un accordo più profondo per il futuro del Paese: mettere in condizione chi fa impresa di poter arricchire l’azienda e i collaboratori e di potersi liberare di chi non ha voglia di lavorare”, dice al Corriere della Sera nell'ottobre 2012. Al Fatto Quotidiano che aveva sollevato il problema delle forme contrattuali adottate nei suoi supermercati, garantì: “Entro due anni assumiamo tutti, abbiamo dato lavoro a tremila persone”. Era il dicembre 2013. A Firenze ne sono rimaste una sessantina. All'ingresso, però, come in tutti i santuari del buon cibo sparsi in Italia, è appeso il “Manifesto dell'armonia di Eataly”, redatto di suo pugno da Farinetti. Una sorta di decalogo motivazionale.

“IL PRIMO modo per stare in armonia con le persone è saper ascoltare cercando spunti per cambiare o migliorare le proprie idee”, recita il punto due. “Il denaro può allontanare dall'armonia. Bisogna avere sempre ben presente che il denaro è un mezzo e non un fine. Deve essere meritato”, si legge al punto tre. Ma allora, si chiedono i lavoratori di Eataly, perché l'azienda non ha mai accettato di incontrare i dipendenti? E perché se il denaro non è così importante le paghe sono minime?

Risposte che cercano di avere con lo sciopero di oggi e domani. Intanto hanno ricevuto il sostegno dei Cobas e la solidarietà dell’unica opposizione presente a Palazzo Vecchio: i consiglieri Tommaso Grassi, Giacomo Trombi e Donella Verdi. “È il nuovo modello renziano di azienda: costruire un impero, aprire negozi a ripetizione, tutto a spese della collettività e dei dipendenti che hanno contratti da fame”, ha detto Grassi ieri annunciando che sarà presente al presidio davanti Eataly. Infine è arrivata la Cgil cittadina che ha bollato come “inaccettabile che si viva solo di interinale” e ha proposto a Farinetti di avviare un tavolo. Ma intanto i contratti scadono. Non è mica Marchionne.

Il fatto – 30 agosto 2014


venerdì 29 agosto 2014

«The Look of Silence» tra passato e presente



Un film in mostra a Venezia racconta con forza straordinario il massacro dei comunisti nell'Indonesia del 1965 che costò oltre un milione di morti.

Paolo Mereghetti

«The Look of Silence» tra passato e presente


Si esce ammutoliti dal film The Look of Silence di Joshua Oppenheimer, così come resta a lungo in silenzio il protagonista, l’indonesiano Adi Rukun, di fronte alla protervia e all’ignavia delle persone cui ha rivolto la medesima domanda: perché? Perché nel 1965, alla presa del potere di Suharto, parteciparono quasi con gioia, certamente senza farsi alcun problema, al massacro di un milione di oppositori? E perché da allora nessuno ha mai pensato non si dice di pentirsi ma almeno di riflettere su quello che era avvenuto? Di chiedere scusa?Sul massacro e su alcuni dei suoi autori, Oppenheimer aveva già girato un film, The Act of Killing , che l’anno scorso era stato anche nominato agli Oscar: un documento agghiacciante dove gli assassini non esitavano a ricostruire di fronte alla macchina da presa le tecniche con cui uccidevano e torturavano le persone. 

Proprio durante quelle riprese, intorno al 2005, il regista incontra Adi, il fratello di una delle persone uccise e fatte sparire nello Snake River, Ramli Rukun. Adi era nato nel 1968, due anni dopo i massacri, e per vivere vendeva occhiali: non aveva mai saputo molto sulla sua fine, anche perché nessuno voleva parlarne, nemmeno la madre. Le interviste di Oppenheimer riaprirono quelle ferite, visto che alcuni dei massacratori facevano anche il nome di Ramli, e così Adi convinse il regista a scavare ancora di più intorno a quella morte, filmandolo mentre chiedeva ai vecchi della comunità cosa ricordavano di quegli anni.

«Volevo che chi aveva ucciso ammettesse di averlo fatto, ammettesse di aver sbagliato», dice oggi Adi, venuto a Venezia con il regista a presentare il film. «Per essere davvero una comunità non basta vivere fianco a fianco, bisogna anche farsi carico delle responsabilità delle proprie azioni passate. Altrimenti avrebbero continuato a vincere la paura e il risentimento». Paura e risentimento che ognuno cerca di nascondere dentro di sé e che invece le semplici e dirette domande di Adi costringono a venire allo scoperto.

La forza straordinaria del film è tutta qui, nei primi piani che Oppenheimer riprende e che sono più eloquenti di mille discorsi. Perché nel film non ci sono colpi di scena o rivelazioni sconvolgenti. Se qualcuno non conoscesse la storia di quegli anni, un servizio coevo della tv americana spiega quello che non era un segreto: l’appoggio americano per difendere gli insediamenti industriali Usa (a cominciare dalle piantagioni di caucciù della GoodYear), l’eliminazione o la detenzione degli oppositori, etichettati tutti come «comunisti». Adi cerca invece qualcos’altro: l’ammissione di responsabilità, la presa di coscienza. Chiede alle persone di comportarsi da esseri umani.

Per questo i silenzi sono più lancinanti di un grido, perché straziano dieci volte di più delle «ammissioni» o delle «confessioni» che non arrivano mai. Mentre restituiscono al cinema la forza dirompente del suo linguaggio: quei primi piani silenziosi parlano più di mille battute; i mezzi sorrisi, gli occhi sfuggenti, le mani che si tengono e si nascondono, ridanno alle immagini la coscienza e la certezza della propria forza. È cinema allo stato puro, deflagrante e sconvolgente.

Nel primo film, The Act of Killing , restava il dubbio che qualche volta la macchina da presa avesse come «eccitato» i massacratori, innescando in loro la voglia di «recitare» di «mettersi in scena» in maniere ancor più spettacolari e crudeli. In questo The Look of Silence quel dubbio si dissolve e sparisce: proprio l’essenzialità dei dialoghi cancella ogni dubbio sulla messa in scena e restituisce al cinema il suo ruolo di testimone. È così quando Adi cerca di scavare nella memoria delle persone reticenti o bugiarde, ma è così anche quando registra con tenerezza l’operazione di lavaggio che la vecchia madre fa al marito ancora più vecchio, che sembra portare nella carne le prove del dolore che non ha più la forza di dire.

Alla fine Adi resta con molte domande inevase, mentre il lungo elenco di «anonymous» che nei titoli di coda coprono le persone indonesiane che hanno collaborato al film riporta lo spettatore alla concreta drammaticità di un Paese che non vuole fare i conti col proprio passato e preferisce ancora una volta chiudersi nel silenzio e nascondere la testa sotto la sabbia .


Il Corriere della sera – 29 agosto 2014