TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 1 agosto 2015

Omaggio a Rainer Kriester


Dove andare: Carloforte



Nell'antica colonia genovese tra acque cristalline e pini d'Aleppo

Sara Porro

Carloforte. L'isola dei tonni di corsa

La rete della camera della morte viene sollevata lentamente dai tonnarotti, sotto gli occhi attenti del rais della tonnara. I grandi pesci, ormai in trappola, sono in preda al panico e si dibattono furiosamente. Uno a uno sono catturati, uccisi e "subito sventrati sull'inquieto mare", come già raccontava un cinegiornale dell'Istituto Luce nel 1955.

Anche se oggi i tonni non vengono più brutalmente arpionati - una pratica che,a parte le considerazioni sul benessere animale, peggiora la qualità della carne - la mattanza nella tonnara di Carloforte non è cambiata da allora: ogni anno tra maggio e giugno i tonni adulti, chiamati «tonni di corsa», tornano nel Mediterraneo dall'Atlantico per riprodursi negli stessi luoghi dove sono nati, e nel loro tragitto alcuni degli esemplari più grossi e più lenti restano impigliati nelle reti tese dai pescatori.



Quella di Carloforte, unico centro abitato dell'Isola di San Pietro, nel Sulcis,a sud ovest della costa sarda, è una delle ultime tonnare ancora in funzione del Mediterraneo (in Italia altre sono ancora parzialmente attive in Sicilia e in Liguria),e una delle più antiche: fu fondata contemporaneamente alla città nel 1738 da una colonia di pescatori di Pegli, in Liguria, sbarcati qui a cercare fortuna.

A Carloforte si arriva solo con uno dei traghetti che salpano da Calasetta o Portovesme, dopo una traversata di una quarantina di minuti. Dal pontile lentamente si vede comparire il profilo della piccola cittadina. Già questa prima vista basta per notare l'aria ligure degli edifici che si affacciano a ventaglio sul porto e della planimetria del reticolo di strade che si aprono alle spalle dei pontili, ma una volta sbarcati sull'animato corso principale, sarà la cadenza (e molti dei cognomi) degli isolani a togliere ogni dubbio sulle parentele genovesi degli abitanti. E non a caso Carloforte, oltre a far parte del circuito dei "Borghi più belli d'Italia", è anche comune onorario della provincia di Genova.

E il paese rimane, ancora oggi, la destinazione ideale per chi cerca un viaggio che ricordi quasi un naufragio volontario. Sull'isola di San Pietro, infatti, non c'è molto da fare, nel senso stretto del termine: per godersela è necessario adeguarsi al suo ritmo indolente. Per un giro esplorativo, basta imboccare una delle due strade che si dipartono dal centro abitato (semplicemente "la strada vecchia" e "la strada nuova": la minuscola superficie dell'isola non richiede maggior sforzo di nomenclatura).



L'interno dell'isola è ricoperto di macchia mediterranea e nell'aria si distinguono i profumi di pino d'Aleppo, rosmarino e ginepro, mentre si passeggia osservando il lento incedere dei fenicotteri rosa in cerca di molluschi nelle acque basse, e le evoluzioni del gabbiano corso o del falco della regina.

Il mare è limpidissimo: lungo le coste spiagge biancheggianti di sabbia, come La Bobba o Guidi, si alternano a calette rocciose, come Cala Fico, dove immergersi per ammirare i pesci variopinti dei suoi fondali, a muraglie di roccia lambite dalle onde, fino ai faraglioni di origine vulcanica come Le Colonne, simboli dell'isola. A nord, le grotte di Punta delle oche e di Nasca, dove si arriva solo dal mare con piccole imbarcazioni che è possibile noleggiare nel porto, sono i luoghi ideali per le immersioni subacquee. Più avanti verso est, dalla spiaggia de La Punta si gode uno splendido panorama sull'Isola Piana e sull'Isola dei Ratti. Da qui, percorrendo a piedi la lunga spiaggia di Tacca Rossa, tutta ciottoli e scogli, si torna al borgo di Carloforte.



la Repubblica - 19 giugno 2013  


Il giallo dell’oro di Dongo



La Repubblica italiana nasce nel segno dei misteri. Ieri abbiamo trattato del presunto carteggio Churchill-Mussolini, oggi parliamo dell'oro di Dongo. In un libro appena pubblicato Gianni Oliva ricostruisce il mistero del tesoro che Mussolini e i gerarchi portarono con sé nell’ultima fuga.


Domenico Quirico

Il giallo dell’oro di Dongo e le responsabilità del Pci


L’oro di Dongo… Si sono ingrassati i settimanali popolari e i giornali del pomeriggio, fino ai Settanta, con il tesoro scomparso di Mussolini. Son loro forse gli unici ad essere diventati davvero ricchi con quel fantasma. L’Italia stantuffava nel Miracolo e ancora c’erano inviati di buona lena che scovavano, sulle rive del lago e tra i catecumeni del partito comunista, rivelazioni ovviamente ultimative, memoriali rimasti sepolti nella discrezione di cellule e parrocchie o affidati alla sepolcrale confidenza dei notai di provincia.

Gli epuratori, che volevano cancellare ogni traccia di fascismo cominciando con il cancellare in se stessi il più lontano ricordo delle loro corresponsabilità, erano già rientrati nell’ordine. Lo sbrego del ventennio era stato rapidamente rattoppato. Restava l’oro: in sospeso, tra parentesi. Quello non sprofonda nell’oblio come i sogni dissipati dall’alba. Perché argomento in fondo senza rischi e scenografico. I regimi, per tradizione, affondano sempre tra turpitudini priapesche e lucri cessanti…

Vicenda perfetta: miliardi, titoli al portatore, gioielli e morti ammazzati, giunture storiche tumultuose e dense di gente torbida, gerarchi orfani di idee di prepotenza e in cerca di una tana salvifica e partigiani pronti per definitive liquidazioni e remunerativi conti in banca. E soprattutto grande e opaca incertezza. L’Italia, in quei giorni di settanta anni fa, era una spugna di cose vissute e sofferte.

Neppure la cifra esatta del tesoro che quanto restava del Ventennio aveva condotto con sé per la fuga finale è mai stata ben definita: per gli ottimisti otto miliardi di lire e sessantasei chili di oro, gioielli, fedi improvvidamente donate alla patria; solo duecento milioni e qualche valigia di preziosi per i prudenti. Tutta questa manna è finita nel lago! L’han portata in Germania i meticolosi alemanni! L’ha requisita il partito comunista, anzi no! gli Alleati. L’hanno nascosta i fascisti con l’ideuzza della «revanche»! Ma no! L’hanno razziata avidi testimoni spigolando nella confusione dell’ora nel convoglio fascista bloccato dai partigiani…



Gianni Oliva, inesauribile investigatore della nostre disavventure recenti, prova a fissare il punto a capo: con un libro edito da Mondadori (Il tesoro dei vinti, il mistero dell’oro di Dongo, pp. 240, € 20) che ha l’incalzante ritmo di una inchiesta giudiziaria. Con una differenza, non da poco. La vera Giustizia, quella dell’Italia repubblicana uscita da quel tragico sconquasso, non è riuscita ad arrivare ad una conclusione e a chiudere il caso. Oliva sì. Insomma uno almeno degli innumerevoli misteri d’Italia è catalogabile, si può dire, nell’archivio degli «affaire» risolti.

Già. Il tesoro, piccolo o grande che fosse, è finito nella casse del partito comunista, preda bellica leggiadramente requisita senza rimorsi, per finanziare forse la seconda ondata, quella che avrebbe dovuto ripulire il paese e farlo entrare nelle latitudini dove sventolava la rivoluzione proletaria. All’epoca somatizzata nel sorriso tigresco del Padre dei popoli con pipa e stivaloni.

Fortunatamente la Storia ha liquefatto oro e palanche in epopee economiche più domestiche: probabilmente gli affitti di cellule e sezioni, la propaganda, le spese di cancelleria, gli stipendi agli impiegati della rivoluzione ormai in pantofole e mezze maniche.

La storia del processo ha gli echi permanenti delle nostre vicende nazionali. Quando viene messo a ruolo l’oro di Dongo l’eco delle grida epuratrici dei nuovi giudici che vorrebbero fare dell’Italia una valle di Giosafatte si sono già spente. Dodici anni per arrivare in aula! La solita litania delle competenze: la giustizia militare, poi quella civile, poi la Cassazione, poi il tribunale di Como. Nel 1957 non si può dire che i fatti fossero ancora caldi.

Arrivarono a Como legioni di giornalisti da tutto il mondo, è ancora una Europa evidentemente intontita da quel sanguinoso fracasso. Sfilano testimoni per 43 udienze: garibaldini della 52a diventati onorevoli, testimoni più o meno diretti di quel giorno, partigiani rimasti insabbiati nelle loro epopee, «Bill», «Pedro», tutto nella prosa greve e goffa dei cancellieri di provincia. Anche storie tragiche, e infami, come quella di un partigiano, il capitano Neri, che sapeva tutto e non voleva esser complice della «requisizione», eliminato. Con la fidanzata ingenuamente venuta a cercare la verità. Poi il malore di un giurato e il rinvio in saecula saeculorum a nuovo ruolo, che ci priva, nota Oliva, della solita provvidenziale assoluzione per insufficienza di prove. Abituale happy end della nostrane fisiopatologie giudiziarie.



Questa è in sintesi la storia. Ma affascina nel libro, ancor più, la ricostruzione di quei giorni e di quelle ore. E’ l’Italia di aprile, i giorni della rivoluzione che si apriva come un fiore di ferro, il vento che si leva. Sta per giungere l’ora X. Gli incerti fiutano l’aria, cercano segni, li interrogano. I parassiti, che debbono tutto al despota e tolto lui affonderebbero, sperano ancora ringiovanisca come il re decrepito delle fantasie alchimistiche: vedrete, avrà qualche colpo di genio anche stavolta.

E poi annunci di weltanschauung infuocate, di ultimi «ridotti» alpestri dove cercare la bella morte, la proclamata volontà di cupe disumane coerenze all’altezza di quanto stava accadendo nell’alleata Germania rocciosa gotica catafratta. Il furor teutonicus in versione cisalpina, invece, si scioglie nella resa senza combattere: tutto marcio come si sapeva. Gli irriducibili, i fanatici e qualche avvilito si mettono in marcia. Infagottati in tabarri borghesi incolonnati con tedeschi già usciti dalla guerra, già casalinghi: trapanati dalla sconfitta come un dente guasto non dimenticano nello schiacciasassi della storie le valigie, quelle dei marenghi.


La Stampa – 30 aprile 2015


Tutto scorre sull'olio, elisir di dei, re e profeti



Mangiare i simboli/3. Dall'Olimpo alle diete moderne: il succo mediterraneo dell'immortalità

Marino Niola

Tutto scorre sull'olio, elisir di dei, re e profeti

«A Malaga fui preso da una passione divorante per l’olio d’oliva, lo bevevo come fosse un liquido prezioso, lo mettevo dappertutto. Anche sul petto e sui capelli che tornarono a crescere tanto forti da spezzare i pettini». Traboccante come sempre, Salvador Dalì racconta la sua unzione creativa. E aggiunge un surreale tassello alla mitologia dell’olio. Il succo mediterraneo dell’immortalità, il più incorruttibile dei fluidi. L’extravergine creato da una vergine.

È Atena, infatti, l’intraprendente figlia di Zeus, a donare agli uomini l’olivo e insieme la democrazia. Che per i Greci sono i due emblemi della polis. Il mito racconta che la dea e Poseidone si contendono il possesso dell’Attica. Allora il re dell’Olimpo bandisce quello che oggi si chiama un concorso per start up, e designa il re Cecrope come arbitro della contesa.

Il signore degli abissi tocca la terra con il suo tridente e dal nulla sbuca un cavallo. Una rivoluzione tecnologica che fa schizzare alle stelle il PIL degli antichi. La dea dagli occhi azzurri non fa una piega e rilancia con una contro- Opa amichevole che smalta il concorrente. Percuote il suolo con il suo magico giavellotto e fa spuntare un albero d’olivo, la pianta chiamata “occhicerulei”, con lo stesso appellativo della casta diva.



E Cecrope assegna d’authority la vittoria alla vergine rampante. Ora come allora è vero quel che dice Marissa Mayer, capo di Yahoo, e cioè che una donna per trovare spazi deve essere una leggenda. Nella Silicon Valley come ad Atene. Dove l’olivo sacro è talmente immortale da rifiorire dalle ceneri ancora calde dell’incendio appiccato dai Persiani all’Acropoli nel 480 avanti Cristo. E gli Efebi, i giovani ateniesi che escono dall’infanzia, giurano di difendere la patria chiamando a testimoni le moriai , gli ulivi consacrati.

La mitologia dunque attribuisce all’olivo e al suo succo un valore politico, oltre che dietetico. Emblema del Mediterraneo nell’arte della cucina, ma anche in quella del governo. Simbolo di legami privati e di pubbliche virtù, di lealtà e di fedeltà. Non a caso il letto nuziale di Ulisse è intagliato in un tronco di olivo che conserva le sue radici ben salde nel terreno.

Proprio come l’insolubile matrimonio con Penelope. Emblema di eternità e di tenacia, anche a causa della sua resistenza, l’ulivo insomma è un legante sia in senso reale sia in quello metaforico. Anche Romolo e Remo nascono sotto un albero di ulivo. E forse da questi particolari leggendari deriva la credenza, largamente diffusa nelle culture popolari europee, che l’extravergine protegga l’infanzia dai pericoli che la minacciano.

Tant’è che alla nascita di un bambino si piantava un ulivo. E accanto ai neonati si accendevano lucerne alimentate con olio lampante a scopo propiziatorio. Insomma, se la Grecia sacralizza l’invenzione dell’olivicoltura, le altre civiltà del Mare Nostrum non sono da meno.

Nella tradizione ebraica il primo seme dell’olivo sarebbe addirittura caduto dal paradiso terrestre e atterrato sulla tomba di Adamo. Come dire che la storia di questo albero e quella dell’umanità sono la stessa cosa. E, che il commercio oleario venga da molto lontano, lo prova il codice babilonese di Hammurabi che, ben duemilacinquecento anni prima di Cristo, ne regola la produzione e la vendita costituendo, di fatto, il primo disciplinare in materia.

Nella cultura ebraica l’olio è considerato tanto sacrosanto da essere usato per ungere i re, i sacerdoti, i profeti e tutti coloro che vengono investiti dall’alto, i cosiddetti “unti del Signore”. Come il Messia, che lo è di fatto e di nome, visto che deriva dall’ebraico masiah , cioè unto. Proprio come Cristo, che in greco significa la stessa cosa. E che non a caso viene catturato e condotto al sacrificio mentre sta pregando nell’uliveto dei Getsemani.

Che significa letteralmente frantoio oleario. E dunque non è un orto come un altro, ma il simbolo della consacrazione messianica del dio incarnato. Definito anche come «l’oliva beatissima, dalla quale è stato spremuto l’olio che ha permesso all’umanità`di liberarsi dai suoi peccati».


Del resto anche nell’Islam lo statuto sacrale della pianta dalle foglie d’argento è direttamente proporzionale alla sua importanza alimentare. E il Corano lo dice a chiare lettere nel Versetto della Luce, che paragona il Profeta all’ulivo «albero benedetto il cui olio illumina quasi senza che il fuoco lo tocchi».

In tutti e tre i monoteismi, dunque, questo fluido è considerato santo, incorrotto e splendente, in quanto emanazione dello spirito divino. E la sua straordinaria capacità di fare lume è sempre stata circondata da un’aura soprannaturale. Al punto che nelle tradizioni popolari europee si credeva che per trovare i tesori nascosti nelle profondità della terra bisognasse bagnare d’olio purissimo l’indice di un bambino.

L’oscurità si sarebbe fatta chiara e le montagne trasparenti, grazie a un dito condito. È anche per questo che in francese antico huilé , oltre che unto, vuol dire illuminato. E la parola huile, che significa olio, indica anche una persona in grado di ammorbidire ogni attrito, di far andare tutto liscio. In questo senso ha ragione il padrino, Michael Corleone, a dire che amicizia e denaro sono come acqua e olio.

In realtà a spiegare la fortuna simbolica del succo delle olive in tutte le culture mediterranee sono, oltre alle ragioni legate alla dieta, al gusto, alla salute, le stesse caratteristiche fisiche dell’olio. Che connette e separa, lega e al tempo stesso impedisce agli ingredienti di attaccarsi o al contrario di disperdersi. È dunque la sua stessa natura lubrificante a farlo diventare un emulsionante metaforico.

Ecco perché è presente in molti riti di passaggio e di separazione, come il battesimo, la cresima e l’estrema unzione. Insomma l’olio congiunge e disgiunge proprio perché unge. Sembrano dogmi impervi e vertiginose astrazioni. E invece è il sapore umano della teologia. Che oggi diventa decalogo laico e sacralizza le virtù della dieta mediterranea. Che ha proprio nell’extravergine il nuovo crisma della lunga vita. Non sarà la vita eterna, ma è un buon succedaneo.


La repubblica – 21 luglio 2014


venerdì 31 luglio 2015

Il carteggio Churchill-Mussolini. Storia di un falso



Nasce da un trafiletto pubblicato nel ’45 da Il Tempo uno dei casi più clamorosi di storiografia complottista: l’ipotesi secondo cui Churchill e Mussolini si sarebbero scritti in segreto lettere compromettenti durante la guerra. Ora un saggio di Mimmo Franzinelli ricostruisce la vicenda della contraffazione.

Paolo Mieli

Le lettere tra Mussolini e Churchill? False


La prima insinuazione fu lasciata cadere in un trafiletto pubblicato il 7 ottobre 1945 dal quotidiano romano «Il Tempo»: «Si apprende che durante la sua permanenza a Como, Churchill sarebbe venuto in possesso delle lettere da lui scritte a Mussolini». Nasce di qui uno dei casi più clamorosi di storiografia complottista d’Italia.

Winston Churchill, secondo l’autore di questa insinuazione, in quello e successivi viaggi sarebbe stato intenzionato a recuperare lettere che avrebbero potuto dimostrare una sua complicità con Mussolini mai venuta meno, neanche ai tempi della feroce guerra mondiale che avrebbe visto i capi del governo inglese e italiano battersi su fronti opposti.

Churchill lasciò correre e quella «notizia» divenne nel tempo un clamoroso caso giornalistico e non solo. All’amo dei falsari abboccarono addirittura i due più importanti editori italiani del Novecento: Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli. Mondadori il 19 ottobre del 1953 si precipitò a Milano da Sankt Moritz e versò un milione e mezzo di lire (cifra per l’epoca sbalorditiva) pur di assicurarsi «una parte» della «corrispondenza segreta» tra Winston Churchill e Benito Mussolini. Stessa cosa farà Rizzoli, il quale, a fine aprile 1954, darà alle stampe su «Oggi» una prima serie di lettere (false), facendo impennare le vendite del settimanale. Tutto ciò nonostante fosse evidente che le missive di Churchill erano del tutto poco plausibili, per di più scritte in un inglese maccheronico.

Lo rilevò Arrigo Levi in quegli stessi giorni: «Le formule di commiato, “Your sincerely devoted” e “Believe me sincerely yours” sono tipici casi di traduzione letterale di una formula italiana in un pessimo inglese» scrisse sulla «Settimana Incom Illustrata» il 22 maggio 1954. Stessa impressione da parte dell’ambasciata del Regno Unito a Roma: «L’inglese attribuito a Sir Winston Churchill è così scorretto da rivelare come ovvio che i “documenti” sono assolutamente delle grossolane contraffazioni».

Ma, a dispetto di tale evidenza, la leggenda di questo scambio epistolare tra due dei principali antagonisti della Seconda guerra mondiale ha messo radici e ancora oggi viene presa per buona. Come dal libro di Ubaldo Giuliani-Balestrino Il carteggio Churchill-Mussolini alla luce del processo Guareschi (Edizioni Settimo Sigillo), da Uccidete il «Grande Diavolo» di Filippo Giannini (Greco & Greco), da Dear Benito, caro Winston (Mondadori) di Arrigo Petacco.



Perfino il più grande studioso italiano del fascismo, Renzo De Felice, non se l’è sentita di scartare l’ipotesi che quelle lettere siano realmente esistite. E invece si è trattato di un falso, un clamoroso falso che non ha neanche un aggancio con ciò che è realmente avvenuto. Neanche uno. Come dimostra in termini inconfutabili Mimmo Franzinelli in L’arma segreta del Duce. La vera storia del Carteggio Churchill-Mussolini («Carteggio» è scritto con la maiuscola proprio per distinguerlo dal vero, scarno scambio di lettere ufficiali che vi fu tra i due), che la Rizzoli si accinge a mandare in libreria.

Di lettere a Mussolini, Churchill ne scrisse una, il 16 maggio del 1940, sei giorni dopo essere diventato il capo del governo. «È troppo tardi» chiedeva lo statista inglese «per impedire che scorra un fiume di sangue fra i popoli britannico e italiano?». E non era certo la domanda di un uomo sull’orlo della disperazione. «Sono sicuro» proseguiva Churchill « che qualunque cosa possa accadere sul continente (la Francia stava crollando, ndr ), l’Inghilterra proseguirà fino alla fine, anche se completamente sola, come abbiamo già fatto altre volte, e io ritengo con qualche buon motivo che saremo aiutati in maniera crescente dagli Stati Uniti d’America e anzi da tutte le Americhe». Una lettera del tutto in linea con quello che era stato l’atteggiamento di Churchill nei confronti del Duce per tutto il ventennio, in particolare negli anni più recenti, quando aveva provato a dividerlo da Hitler.

Il 21 gennaio del 1927, Churchill aveva dichiarato al «Times», rivolto a Mussolini: «Fossi italiano, mi sarei certamente schierato con tutto il cuore al vostro fianco sin dall’inizio della vostra lotta trionfale contro gli appetiti e le passioni bestiali del leninismo». Poi, il 18 febbraio del 1933, al rientro da una vacanza in Italia, Churchill definiva Mussolini un «genio incarnato». E negli anni che seguirono la presa del potere di Hitler, lo statista inglese tenne sempre a distinguere la sua avversione al dittatore tedesco dall’ammirazione per quello italiano. Come del resto facevano David Lloyd George, Lord Edward Wood, sir Austen Chamberlain e il commediografo George Bernard Shaw.

Almeno fino al 1937, quando — in una conversazione con Frank Owen, politico liberale e direttore dell’«Evening Standard» — definì Hitler e Mussolini «These men of microphone and crime», «uomini della propaganda e dell’assassinio». E la lettera del 16 maggio 1940 conteneva traccia di questi mutamenti d’umore. Risultano così stravaganti le tesi che emergerebbero dalle «lettere segrete», secondo cui «Churchill avrebbe proposto a Mussolini di entrare in guerra con gli angloamericani» o di «combattere a fianco dei tedeschi per poi condizionarli nelle trattative di pace». In ogni caso Mussolini il 18 maggio rispose alla «vera» missiva di Churchill con una lettera altrettanto «autentica» (e pubblica) in cui affermava che per «senso dell’onore» avrebbe schierato l’Italia al fianco della Germania nazista. «In entrambi i messaggi», fa notare Franzinelli, «non un cenno a contatti pregressi né a patti in elaborazione».

    Tommaso David

Bizzarri sono i protagonisti di questa «operazione Carteggio»: il sedicente comandante dei servizi segreti della Rsi Tommaso David («in realtà», puntualizza Franzinelli, «capo di un servizio di spionaggio repubblichino collegato all’Abwehr, lo spionaggio tedesco»), il «custode degli epistolari» Enrico De Toma (colui che riuscì a vendere le «carte» ad Angelo Rizzoli) e l’aristocratico falsario Ubaldo Camnasio de Vargas. Sul fronte dei creduloni moltissime personalità di primo piano dell’Italia repubblicana. Scettici furono invece Alcide De Gasperi, preso di mira (come Giovanbattista Montini e Benedetto Croce) da un’altra opera di falsificazione di lettere, Giulio Andreotti e il repubblichino Giorgio Pisanò, il quale, in contrasto con la sua parte politica, per primo denunciò le contraffazioni.

Tommaso David entrò in azione nell’estate del 1944, al servizio della Repubblica di Salò, fabbricando un biglietto che avrebbe dovuto coinvolgere Pietro Badoglio nell’uccisione, l’estate precedente, dell’ex segretario del Partito nazionale fascista Ettore Muti. Il governo Bonomi inserì il nome di David nel «Bollettino delle ricerche», qualificandolo come «delinquente» e descrivendone minuziosamente i connotati: «Altezza m. 1,83, corporatura grossa, capelli e occhi grigi, denti falsi». Si occupò di lui anche il controspionaggio statunitense, mettendo in evidenza che aveva preteso «prestazioni sessuali dalla ventunenne Marianna Sgabelloni» e aveva «soggiornato» nel settembre 1944 con la diciassettenne Carla Costa in un albergo di Maderno «in gita di piacere».

La «divisione» di David, peraltro, era piena di «personale femminile». Il suo vice, Renato Pericone, lasciò scritto che Tommaso David reclutava «le donne unicamente per motivi sessuali». L’Office of Strategic Services lo definì «un vecchio mandrillo». Nessuno, insomma, fino a quando tirò fuori il Carteggio, lo aveva preso sul serio. Un personaggio di secondo piano, David, dedito alla disinformazione, fino a un giorno di inizio aprile 1945, quando il Duce lo ricevette nel suo ufficio a Gargnano, sulla sponda bresciana del lago di Garda, e gli affidò due borse in pelle, una gialla e l’altra bruna, salvo poi richiamarlo a farsi restituire la valigia scura.



Di qui inizia la storia che verrà alla luce il 13 maggio 1951, allorché un giornale, «Asso di Bastoni», pubblicherà con grande evidenza in prima pagina la notizia dell’esistenza del Carteggio in mano a David. Piovono interrogazioni parlamentari da parte dei socialdemocratici Bruno Castellarin e Luigi Preti, si entusiasma l’ispettore generale degli Archivi di Stato, Emilio Re.

Re affida il caso a un suo emissario di Bolzano, il quale fa appena in tempo a conoscere l’uomo e già esprime i primi dubbi: «Il David, già agente segreto della polizia dell’ex Repubblica di Salò, è un esaltato e uno squilibrato e la sua affermazione di possedere le lettere predette può essere del tutto falsa, pur non escludendo che egli ne possa essere veramente in possesso», afferma in un rapporto del 16 giugno 1951.

Chi invece prende la cosa molto sul serio è il ministro delle Finanze Ezio Vanoni, sensibilizzato da un amico di Merano, Pietro Richard. Più che scettico, come si è detto, è invece Andreotti, il quale sostiene trattarsi di «una pura e semplice falsificazione». Ma è isolato e la credibilità del falsario non è scalfita, tant’è che David può diventare un «eroe» della guerra fredda e il 29 marzo del 1957 (due anni prima di morire) sarà addirittura decorato con una medaglia d’oro quale «comandante del Corpo volontario anticomunista della Dalmazia».

Nel Carteggio, Dino Grandi sarebbe il mediatore tra Mussolini e Churchill, «intermediario infido», rileva Franzinelli, «poiché tradirebbe la patria ancora prima dell’entrata in guerra». In realtà Churchill scrisse a Grandi una sola lettera, peraltro assai cordiale, in risposta al messaggio dell’11 ottobre 1939 con il quale il conte gli comunicava la conclusione della propria missione londinese. Il resto delle lettere di Grandi e Churchill, che coinvolgerebbero Vittorio Emanuele III, sono ad ogni evidenza false. Churchill avrebbe scritto a Grandi nei panni di primo ministro un mese prima di essere nominato alla guida del governo inglese per proporre uno strano patto tra Italia e Gran Bretagna.

Se davvero «esistesse un Patto italo-britannico e Grandi e Vittorio Emanuele ne fossero a conoscenza», si domanda Franzinelli, «perché non ricorrervi mentre l’Italia va in rovina» nel 1943? Nella Rsi, inoltre, Mussolini fa di tutto per screditare Grandi: «Se disponesse del Carteggio, non esiterebbe a servirsene, invece di chiuderlo in una borsa ad ammaestramento dei posteri».

Quando nel 1953 vedrà questi documenti, Grandi li definirà «assolutamente falsi e per giunta grottescamente inverosimili, il che si rileva immediatamente da chi abbia conoscenza della lingua inglese, degli usi diplomatici, dei rapporti protocollari». Ma i falsari reagiranno sostenendo che Grandi parlava in difesa di se stesso.

    Giuseppe Bastianini

E a questo punto Franzinelli solleva la «questione Bastianini». Giuseppe Bastianini, sottosegretario agli Esteri nel 1936-39 e poi successore di Grandi all’ambasciata di Londra sino all’entrata in guerra dell’Italia (giugno 1940), è uno dei pochissimi «cui non sfugge l’inadeguatezza bellica nazionale» e infatti «cerca invano di convincere il Duce a protrarre la neutralità». «L’incarico londinese e l’orientamento antigermanico», fa notare Franzinelli, farebbero di Bastianini «il personaggio chiave per trattative segrete con Churchill, di cui però non vi è cenno nelle sue memorie». E, se si ritiene che questo mancato cenno possa essere motivato dall’imbarazzo, stupisce che mai il nome di Bastianini sia fatto nel Carteggio.

Secondo Franzinelli, Bastianini «è assolutamente ignorato dal Carteggio, onde evitare che smentisca eventuali apocrifi a lui attribuiti, guastando l’opera dei falsari». «Il blackout su Bastianini (come su Ciano) è eloquente, specie se raffrontato all’ipertrofica produzione sull’ex ambasciatore Grandi (preso di mira con evidente intento polemico)». Tanto più che dal 5 febbraio 1943, dopo che Mussolini ha liquidato Ciano e ha assunto personalmente la guida del ministero, Bastianini ridiventa sottosegretario agli Esteri.

Quando, nella prima metà di luglio del 1943, «in preda alla disperazione Mussolini accondiscende al desiderio di Bastianini di allacciare trattative segrete, è troppo tardi». Se «Mussolini disponesse di carte segrete, saprebbe di doverle giocare mentre è ancora in tempo». Bastianini, che da tempo avrebbe voluto riaprire quel canale con gli inglesi, sarebbe stato l’uomo giusto per questa iniziativa, se solo Mussolini lo avesse messo al corrente dell’esistenza di quelle carte. Ma così non fu.

Eppure ancora oggi, «qualsiasi panzana viene presentata come possibile dai sacerdoti del Carteggio». Tra «i creativi inventori di astrusi teoremi vi sono pure ex partigiani ultraottuagenari quali Luigi Carissimi Priori di Gonzaga (nome di battaglia «Cappuccetto rosso») che in tarda età ha divulgato storie assurde sul Carteggio, passato naturalmente anche dalle sue mani». La «logica del complotto creata ad arte sui fatidici documenti rovescia ogni evidenza d’inesistenza in prove di autenticità».

I mitici carteggi, scrive Franzinelli, sono «bugie con la velleità di diventare storia». Coloro che hanno partecipato all’impresa di inventarli erano «quasi tutte persone prive di scrupoli, imbroglioni matricolati premiati da distrazioni e lentezze della magistratura». Fossero ancora vivi «constaterebbero sbalorditi come quelle loro lontane falsificazioni si siano radicate nonostante le evidenti falle… Una costruzione dalle facciate vivaci, dietro le quali c’è il vuoto». Miracoli della storiografia complottista.



Il Corriere della sera – 30 marzo 2015


I messaggeri bollenti di Sirio



Tra luglio e agosto irrompe nel Nord del pianeta la canicola. Un periodo dell'anno che nell’iconografia del passato ha avuto il muso ringhiante di un piccolo cane. E che per l’immaginario collettivo è da sempre il tempo sospeso tra vita e morte.

Claudio Corvino

I messaggeri bollenti di Sirio

Priamo, dalle altis­sime mura della città di Troia, vede soprag­giun­gere il temi­bile Achille, rab­bioso come un cane nella sua splen­dente arma­tura: «rag­giante come una stella cor­reva per la pianura;/ come si leva l’astro autun­nale, chiari i suoi raggi/ appa­iono fra innu­me­re­voli stelle nel cuor della notte:/ esso è chia­mato il Cane d’Orione,/ ed è il più lucente, ma dà pre­sa­gio sinistro/ e molta feb­bre porta ai mor­tali infe­lici».

Nell’Iliade ogni imma­gine, ogni meta­fora è stu­diata e con­di­visa da chi l’ascolterà. Qui Achille è preso da lyssa, la rab­bia dei guer­rieri, e tra poco, furente, «come il fuoco», farà a pezzi il suo rivale Ettore, mas­sa­cran­done il cada­vere come un cane idro­fobo. Quando, molti secoli dopo, si sco­prì il virus che tra­smette la rab­bia, non fu un caso se lo si chiamò Lyssavirus.

Achille per Omero è la stella Sirio, della costel­la­zione del Cane d’Orione (Cane Mag­giore), il mitico cac­cia­tore ucciso dalla dea Diana e da Giove tra­sfor­mato in costellazione.

La stella Sirio segnava l’inizio del caldo sof­fo­cante, della cani­cola (da cani­cula, «pic­colo cane»), quando sor­geva e tra­mon­tava con il Sole, secondo una tra­di­zione medie­vale da san Cri­sto­foro a san Bar­to­lo­meo, cioè dal 24 luglio al 26 ago­sto. Forse la sua «forma» canina risale agli Egizi, quando la sua «bril­lante» (Sei­rios) pre­senza nei cieli not­turni avver­tiva, come un vigile cane fedele, l’arrivo delle inon­da­zioni del Nilo; oppure gli anti­chi abi­tanti del Medi­ter­ra­neo cono­sce­vano gli effetti che il periodo aveva sui cani: certo più agili e sve­gli durante la cac­cia, ma il loro affan­noso ansi­mare poteva con­durli ad un’eccessiva disi­dra­ta­zione e quindi alla malat­tia e alla rab­bia. Pli­nio con solita pre­ci­sione scrive: «la rab­bia dei cani è dan­no­sis­sima per l’uomo quando insorge durante il periodo (…) in cui brilla la stella Sirio: nelle per­sone che sono state così morse si svi­luppa una letale idro­fo­bia». In una men­ta­lità intrisa di magi­che con­nes­sioni il rime­dio sarà la radice di una rosa, cono­sciuta oggi come rosa canina.



Quando il sole è a picco

In que­sto tote­mi­smo cele­ste gli esseri umani attri­bui­rono agli astri, lon­tani anni luce, le pro­ie­zioni del loro mondo cono­sciuto: orse, uccelli, cac­cia­tori con i loro cani. Se il tote­mi­smo fu un modo per ordi­nare la realtà di por­tata uni­ver­sale, non mera­vi­gli che anche in Cina Sirio sia un canide, il «lupo cele­ste», men­tre tra i Nativi ame­ri­cani può essere un cane da pastore, una stella con la «faccia-di-cane», un lupo o un «Cane di Luna», come per gli Inuit dello Stretto di Bering. Ma tor­nando a que­sta asfis­siante cani­cola, il calore, non più cana­liz­zato come in Achille in una furia mitico-rituale, anzi­ché ren­derci capaci di cor­rere die­tro a vigo­rosi nemici ci lascia spos­sati e inermi.

Per gli Occi­den­tali la colpa è sem­pre di Sirio: «Già l’astro che segna l’estate dal giro cele­ste ritorna, tutto è arso di sete, e l’aria fumica per la calura. Acuta tra le foglie degli alberi la dolce cicala di sotto le ali fitto vibra il suo canto, quando il sole a picco sgre­tola la terra. Solo il cardo è in fiore: le fem­mine hanno avido il sesso, i maschi poco vigore, ora che Sirio il capo dis­secca e le ginoc­chia». Così scri­veva Alceo, poeta greco (VII-VI s.).

Se il trian­golo tra ecces­siva calura estiva, ses­sua­lità fem­mi­nile e raf­for­za­mento di alcune spe­cie ani­mali potrebbe inte­res­sare gli studi sul taran­ti­smo salen­tino e sull’argia sarda, qui vogliamo solo porre fine ad un uso impro­prio di un modo di dire, molto in voga sotto gli ombrel­loni: «d’agosto, moglie mia non ti cono­sco», che non è un pro­ver­bio nato dal film «Quando la moglie è in vacanza», con Mary­lin Mon­roe e Tom Ewell (Billy Wil­der, 1955).



Le stre­ghe della grandine

Infatti il modo di dire non allude al fatto che durante le vacanze della moglie (il marito, come nel film, è al lavoro in città) il coniuge possa tra­dire la moglie, bensì alla più vetu­sta cre­denza che con la cani­cola il vigore maschile dimi­nui­sce, come descrive il pro­ver­bio mac­che­ro­nico «quando sol est in Leone, pone mulier in can­tone, bibe vinum cum sifone». Il vino, è Esiodo a pun­tua­liz­zare, deve essere quello di Biblo, in Libano.

Ma come abbiamo visto durante i primi giorni di luglio, il peri­colo non è solo il caldo, ma anche un tem­po­rale improv­viso o, peg­gio, la gran­dine. La tra­di­zione con­ta­dina ita­liana cono­sce bene que­sti feno­meni e sa che ci sono pochi mezzi per risol­verlo, tutti di carat­tere magico-religioso: affi­darsi a santi come Amal­berga (10 luglio), Anna (26) o Abdon e Sen­nen (30), mar­tiri per­siani, o ai riti. Un metodo certo, secondo la tra­di­zione del nord Ita­lia, sarebbe stato quello di tro­vare nei chic­chi di gran­dine un capello che si cre­deva appar­te­nuto a una strega: una volta tro­vato, la tem­pe­sta ces­sava. Per­ché le stre­ghe pote­vano viag­giare su di una nave aerea da dove riu­sci­vano a pro­durre e spo­stare tem­pe­ste a loro pia­ci­mento, inviando gran­dine sui campi dei loro nemici. Era il «téemp de li strìi», come di dice in pro­vin­cia di Sondrio.

Anche le trombe d’aria che si vedono in que­sti giorni sareb­bero in realtà ani­mali tra­ve­stiti che disten­dono la loro coda tra nuvole e terra. Per eli­mi­narle, in Abruzzo e in Cala­bria resi­dua la cre­denza che con un appo­sito col­tello o con un cro­ce­fisso di ferro si pos­sano tagliare in due, ucci­den­dole.

Le con­nes­sioni tra Sirio e calore un tempo toc­ca­vano anche la cul­tura mate­riale, se gli alari dei camini ripor­ta­vano spesso teste di cane, ma resta il fatto che si chia­mino tut­tora che­net, in fran­cese e fire­dog in inglese.

Durante gli Hund­stage («giorni del cane») que­sti qua­dru­pedi sem­brano onni­pre­senti. Il cri­stia­ne­simo li ha assor­biti nella pro­pria cul­tura addo­me­sti­can­doli, depo­ten­zian­doli, facen­done docili com­pa­gni di viag­gio o essi stessi dei santi: il primo, in ordine cro­no­lo­gico, è san Cristoforo.



Tra­ghet­ta­tore di umani

Ricor­dato il 25 luglio, la sua sto­ria viene nar­rata da Jacopo da Vara­gine in modo molto roman­zato: era un gigante di altis­sima sta­tura che, desi­de­roso di ser­vire il re più potente della terra, si mise al seguito di vari per­so­naggi, com­preso il dia­volo. Ma un giorno, vedendo costui tre­mare davanti a una croce, comin­ciò a cer­care Cri­sto, con­ver­ten­dosi al cri­stia­ne­simo. Divenne un tra­ghet­ta­tore di per­sone lungo un fiume piut­to­sto peri­co­loso ma, visto che era un gigante, gli veniva abba­stanza facile. Un bel giorno, gli chiese di essere tra­ghet­tato un bam­bino, che però durante il per­corso divenne sem­pre più pesante, come un piombo, tanto che lo stesso Cri­sto­foro cre­dette di anne­gare. Giunti final­mente a riva, Cri­sto­foro spiegò la sua paura e disse che gli sem­brava di aver tra­spor­tato tutto il peso del mondo. A que­sto, il «bam­bino» spiegò: «Non stu­pirti, Cri­sto­foro, per­ché sulle tue spalle non sol­tanto hai por­tato tutto il mondo, ma colui che ha creato il mondo».

Nella tra­di­zione orien­tale Cri­sto­foro è un gigante con la testa di cane, pro­ve­niente dalla terra cana­nea o da Cino­poli, la «città dei cani». Il suo mar­ti­rio fu all’insegna del calore, essen­do­gli stato, tra l’altro, calato sul capo un casco arro­ven­tato men­tre sedeva su di una sedia, anch’essa rovente.
Un altro cane, con una tor­cia accesa in bocca, ritorna nell’iconografia di san Dome­nico di Guz­man, festeg­giato il 6 ago­sto. Fon­da­tore dell’ordine dei pre­di­ca­tori, in un gioco di parole detti «Domini canes», i «cani del Signore», ovvero i Dome­ni­cani. La sua legenda rac­conta che la madre, ancora incinta di lui, avesse sognato di por­tare in grembo un pic­colo cane con in bocca una tor­cia con la quale infiam­mava l’universo.

Cer­ta­mente però il santo più famoso è Rocco (16 ago­sto), quello che nelle imma­gini è accom­pa­gnato da un sim­pa­tico cagno­lino con in bocca un pezzo di pane, una rosetta o con la lin­gua di fuori: sarebbe stato il qua­dru­pede a sal­var­gli la vita por­tan­do­gli quo­ti­dia­na­mente da man­giare quando era ancora debole e solo, appena scam­pato da un’epidemia.



L’ombra del male

Dalla furia di Achille al cagno­lino sco­din­zo­lante di san Rocco, vin­ci­tore su di un altro sim­bo­lico fuoco, quello della Peste Nera, la cani­cola nei mil­lenni è stata oggetto di una rein­ter­pre­ta­zione in chiave mitico-rituale che ha per­messo agli uomini di gestirla, di sop­por­tarla, di non averne paura. Per­ché a volte può essere dav­vero peri­co­losa, soprat­tutto quando il sole è allo zenith, a mez­zo­giorno, tempo in cui la natura sem­bra fer­marsi e gli effetti fecon­danti dell’astro solare cedono il passo a sen­sa­zioni oppri­menti, al tae­dium vitae e ai demoni più ter­ri­bili: dalle empuse al dio Pan e alle ninfe, che in agguato presso le sor­genti d’acqua acce­cano chiun­que osi guar­darli; dalle sirene, già nell’antichità messe in rela­zione con la stella Sirio, alle arpie o ai vam­piri, sem­pre pronti a dis­sec­care gli incauti che sfi­dano gli dei e i tabù dei demoni meri­diani. Ma anche ai pic­coli insetti che mor­dono e rimor­dono sotto i lividi cieli asso­lati del Medi­ter­ra­neo: chi ha detto che il male debba neces­sa­ria­mente appo­starsi nell’ombra? Il caldo abba­gliante del mez­zo­giorno può essere ben più mali­gno, acce­cante e allucinatorio.

Come scri­veva Leo­pardi, «chi cre­de­rebbe che quello del mez­zo­giorno fosse stato per gli anti­chi un tempo di ter­rore, se essi stessi non aves­sero avuto cura d’informarcene con precisione?»


il manifesto – 11 luglio 2015


giovedì 30 luglio 2015

Gli ultimi libertini. L'illusione giacobina del duca di Lauzun

   

Aristocratiche, prostitute e persino Maria Antonietta: le passioni amorose del duca di Lauzun, che guidò le truppe rivoluzionarie ma finì i suoi giorni sulla ghigliottina.

Benedetta Craveri

L'illusione giacobina di un irresistibile amante

Il 13 aprile del 1747 tutte le fate sembrarono essersi date appuntamento intorno alla culla di Louis-Armand de Gontaut de Biron, per colmarlo di doni. Oltre a un nome illustre e a un grande patrimonio, il futuro duca di Lauzun era «bello, ardito, generoso e intelligente». Ma gli era anche capitato in sorte di nascere in una famiglia a dir poco singolare.

Nonostante il soprannome impietoso di «Eunuco Bianco», suo padre, il duca di Gontaut, aveva condotto all'altare Mlle de Crozat du Châtel, delegando all'amico Choiseul il compito di assicurare la continuazione del casato. La nascita di Louis-Armand era però costata la vita alla giovane donna che in punto di morte, aveva strappato alla sorella appena dodicenne la promessa di sposare l'amante per assicurargli il denaro necessario per fare carriera. Il duca di Choiseul divenne ministro, Gontout godette del favore di Luigi XV, e i due cognati continuarono ad essere solidali in tutto e a trattare con uguale durezza Louis-Armand.

Il primo focolare domestico di Lauzun fu Versailles dove, come ricorderà nelle sue Memorie, passò l'infanzia «per così dire, sulle ginocchia dell'amante del re», la marchesa di Pompadour. Già a dodici anni, entrato nel reggimento delle Gardes françaises, il Re gli promise che un giorno, come era già avvenuto per suo nonno e suo zio, ne sarebbe diventato colonnello. Eppure, con lo scorrere del tempo, le sue certezze sarebbero venute meno, ed egli sarebbe stato costretto a rimettersi in gioco.

Figlio della sua epoca, egli intendeva essere felicemente se stesso, senza tenere conto che l'appartenenza all'ordine dei privilegiati imponeva delle regole. A quindici anni, si illuse di poter chiedere in moglie la fanciulla di cui si era invaghito. Ma il duca di Gontaut aveva scelto per lui Amélie de Boufflers, che portava una dote ingente, e non tenne in conto le suppliche del figlio. Sicché, quando il 4 febbraio 1764, Louis-Armand condusse all'altare la sposa non ancora quindicennne, si era fatto un punto d'onore di non nutrire aspettative sentimentali nei suoi riguardi. L'incantevole Mme de Lauzun fu dunque la sola donna destinata a non esercitare su di lui la minima attrazione.

All'epoca del matrimonio, Lauzun aveva diciassette anni e la sua educazione sentimentale si era già compiuta grazie a una esperta professionista che per quindici giorni gli aveva dato delle «lezioni deliziose». Una volta acquisita la certezza del comportamento da tenere nell'intimità dell'alcova, Louis-Armand ne verificò l'efficacia con le dame della buona società. Ma, nonostante il susseguirsi di esperienze sempre diverse con donne sposate e fanciulle da marito, aristocratiche e borghesi, ugualmente pronte a rischiare per lui la propria reputazione, egli non dimenticò mai la sua prima educazione erotica e continuò per tutta la vita a praticare le filles nelle bische e nei bordelli. Sarà una di loro ad assisterlo malato, povero, nei mesi tragici che preluderanno alla sua morte, restando al suo fianco fin quasi ai piedi della ghigliottina.

   Izabela Czaroryska

Ad assicurargli una reputazione di irresistibile Don Giovanni furono innanzitutto una bellissima lady inglese e una grande principessa polacca. Entrambe dimostrarono più carattere di lui. Dopo avergli aperto le braccia, Sarah Bunbury Lennox, gli propose di fuggire insieme in Giamaica, ma davanti all'esitazione dell'amante lo mise alla porta. Nel caso di Izabela Czaroryska — l'amore più romanzesco della sua vita — Lauzun si lasciò invece coinvolgere in un gioco intricato in cui la posta era il destino della Polonia e Izabella finì per sacrificarlo sull'altare della patria in pericolo. Ma a consacrare la sua fama di seduttore fu la predilezione testimoniatagli da Maria Antonietta. Si trattò solo di cavalcate, di conversazioni a quattr'occhi, di gelosie, di lacrime e di sospiri o, come il duca lascia intendere nelle sue Memorie , la giovane regina gli concesse di più e finì poi per portargli rancore?

La vocazione di Lauzun non era, comunque, quella del cortigiano. Egli era irrequieto, versatile, ardimentoso e sentiva il bisogno di "fare", di dare prova delle sue capacità: nell'amministrazione, come nella politica, nella diplomazia come nell'esercito. In piena coerenza con la tradizione nobiliare, Lauzun aveva l'ambizione di "servire" il suo re e il suo paese, ma il merito aveva smesso di essere un criterio di scelta e lui era diventato persona non grata a Versailles.

Come egli scriveva a un amico, nella monarchia di Luigi XVI, «un reggimento, un'ambasciata, un incarico militare, tutto era diventato un fatto di favore e di intrigo». E l'avere sperperato la propria fortuna con le donne, il gioco, le corse di cavalli, i viaggi attraverso l'Europa, non migliorava la situazione. Il duca riuscì, tuttavia, a dare buona prova di sé al comando di una brillante spedizione di riconquista del Senegal e a coprirsi di gloria nella guerra d'indipendenza degli Stati Uniti.

Profondamente segnato dall'esperienza americana, Lauzun accolse con entusiasmo la convocazione degli Stati Generali ed eletto deputato all'Assemblea Costituente, si schierò con i riformisti, votò l'abolizione dei privilegi della nobiltà, si batté per la creazione di una monarchia costituzionale sul modello inglese.

Il 10 agosto 1792, ormai diventato il generale Biron, il duca, che pure aveva finito per detestare la violenza giacobina, giurò fedeltà alla repubblica. Era un soldato di un paese in guerra e il suo dovere era di difenderlo dall'invasione nemica. A differenza di La Fayette e di Dumouriez, egli rimase al suo posto, e comandò successivamente l'Esercito del Reno, l'Esercito d'Italia, l'Esercito destinato a reprimere la rivolta della Vandea. In quest'ultimo caso, però, si trattava di una guerra civile, francesi contro francesi, e Lauzun non vi era preparato.

Tentò di evitare gli scontri frontali e cercare delle soluzioni di compromesso e, diventato sospetto al Comitato di Salute pubblica, diede le dimissioni, firmando così la sua condanna alla ghigliottina. Chiamato a comparire davanti al Tribunale rivoluzionario, egli accolse con un sorriso la sua sentenza di morte e all'arrivo del boia gli offrì un bicchiere di vino, dicendogli che doveva averne bisogno visto il suo mestiere. Poi, calmo e sdegnoso, come il Don Giovanni di Baudelaire, salì sulla carretta per compiere il suo ultimo viaggio.


La repubblica – 14 luglio 2015