TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 28 marzo 2017

Kevin Flynn. Dalla terra alla luce


La lezione di Francesco Biamonti, controcorrente.


Heidegger. La croce uncinata a difesa dello spirito tedesco



Antisemitismo e adesione al nazismo. Pubblicato parte del carteggio tra Martin Heidegger e il fratello Fritz che dimostra come anche dopo la fine della guerra il filosofo nutrisse un profondo disprezzo per gli ebrei.

Gennaro Imbriano

La croce uncinata a difesa dello spirito tedesco


Alcuni atteggiamenti e lo sguardo che Hitler ha nei ritratti di questi giorni mi ricordano spesso te». Così scriveva Fritz Heidegger il 3 aprile del 1933 in una lettera indirizzata al fratello Martin. Il quale dovette apprezzare questo paragone, dato che era stato proprio lui, nel dicembre del 1931, a fare attento il fratello sull’«insolito e sicuro istinto politico di Hitler» e a consigliargli la lettura del Mein Kampf.

Nel volume Heidegger und der Antisemitismus (Herder 2016, a cura di Arnulf Heidegger e Walter Homolka), viene parzialmente pubblicata la corrispondenza che il filosofo di Meßkirch intrattenne con il fratello Fritz tra il 1930 e il 1946. È un carteggio molto prezioso, perché contribuisce – proprio come gli appunti dei Quaderni Neri scritti in questo periodo – a ricostruire con maggiore precisione gli elementi teorici che sostanziano la «svolta» di Heidegger dopo la stagione di Essere e tempo, e a ricostruire il decisivo quindicennio (poco più) nel quale matura una nuova forma di «pensiero».

Notevole è il fatto che essa sia elaborata in intima connessione con l’evoluzione della crisi weimariana. Heidegger ne segue febbrilmente le vicende. Tutt’altro che disinteressato alla politica, è nelle pieghe del caos repubblicano che riformula in senso völkisch il suo «gergo dell’autenticità». 


Al nazismo compete una missione storica: «non si tratta più di meschina politica di partito — ne va piuttosto della salvezza o del tramonto dell’Europa e della cultura occidentale» (18.12.1931). Heidegger si convince progressivamente del fatto che Hitler sia «l’unica salvezza della patria» e vada sostenuto con forza contro ogni reticenza che qualche «impaurito “colto”» solleva nella speranza di favorire «immobilismo e mancanza di decisione» al fine di preservare la tranquillità della propria «dimensione borghese» (02.03.1932).

Il cancelliere della Repubblica di Weimar Heinrich Bruning gli appare troppo debole. Al fratello Fritz, che ne apprezzava gli sforzi per trascinare la Germania fuori dalla crisi, Heidegger contesta che il cancelliere ha raggiunto «meno di niente»: poco più che un «giocattolo nelle mani dei francesi», «privo di responsabilità dinanzi alle forze e ai compiti dello spirito tedesco», esecutore di «un ammiccare bugiardo verso Roma» (10-12.05.1932). Quanto al suo successore von Papen, Heidegger ne auspica la caduta e già nell’ottobre del 1932 prefigura quel cambio di guardia ai vertici dello Stato che si realizzerà due mesi dopo: «Schleicher sì – ma Papen no» (28.10.1932).

Quest’ultimo, che pure aveva tentato di arginare l’avanzata delle forze democratiche, viene infatti liquidato come amico degli ebrei, i quali grazie a lui «hanno ricevuto impulso e si sono liberati a poco a poco dalla loro sensazione di panico nella quale erano piombati» (28.10.1932).

Nella stessa lettera del 1932 Heidegger scrive che il mondo ebraico è espressione del «grande capitale», avere successo contro il quale «sarà difficile». Pochi mesi prima chiedeva a Fritz di diffidare della coalizione di centro e lasciare pure quel «rifugio tremolante alle donne e agli ebrei» (27.07.1932).


Dopo la guerra Heidegger, che pure continua a non nascondere al fratello il suo disprezzo per gli ebrei («Qui tutto è poco bello. Dobbiamo prendere in casa la gente dei Lager [KZ-Leute]. Tutto è brutto e peggiore che al tempo dei nazi» ), ridimensiona l’Olocausto chiamando in causa le violenze subite dai tedeschi dell’est: il «terribile destino che si è consumato nell’est della nostra patria», scrive in una lettera del 1946, «supera tutte le atrocità organizzate da delinquenti e accade indipendentemente – e sarebbe accaduto già prima – da ciò che noi “conoscemmo” tra il 1933 e il 1945».

Se verso la fine delle ostilità Heidegger non si dà pace per questo «terribile destino» e si domanda perché «lo spirito del mondo si serva di americani e bolscevichi come suoi sgherri» (18.01.1945), negli anni Trenta sono soprattutto questi ultimi a incutergli terrore. «Esiste oggi solo una chiara linea, che separa profondamente la destra dalla sinistra. Le mezze misure sono un tradimento. Dopo le elezioni gli otto milioni di comunisti daranno da pensare al “borghese”. E al ballottaggio saranno persino qualche milione in più» (02.03.1932).

Bisogna scongiurare il pericolo: malgrado le «goffaggini politiche», le «aberrazioni e le spiacevolezze» dei nazisti, «bisogna restare legati a loro» (28.10.1932). Occorre lasciarsi finalmente alle spalle «Weimar», che «fallì completamente di fronte al pericolo del bolscevismo – pericolo che i filistei di oggi ancora non vedono» (04.02.1933). E, poco dopo l’inizio dell’operazione Barbarossa, scrive: «La guerra comincia solo adesso. La brutalità della battaglia nell’est è certamente di dimensione “cosmico-storica”» (20.07.1941).

Eccolo, il nazismo di Heidegger: la missione storica della filosofia tedesca e della politica del Reich è la salvezza dallo spettro che si aggira per l’Europa. Un fantasma che nella Germania weimariana minaccia di cambiare le sorti della storia del mondo.


Il Manifesto – 11 febbraio 2017

venerdì 24 marzo 2017

Tepepa è morto, Tepepa vive


Giorgio Amico

Tepepa è morto, Tepepa vive

E così se ne andato anche Tomas Milian, compagno di avventure e di sogni negli anni felici in cui siamo stati orgogliosamente seduti dalla parte sbagliata della tavola, quella dei dimenticati e dei cattivi.

Con lui abbiamo combattuto nei villaggi sperduti di un Messico assolato, a fianco dei peones in cerca di tierra y libertad. Era nostro dovere, perchè, lo sanno tutti, il dittatore Carranza era un grande cabron e un hijo de puta.

Tomas Milian, Tepepa, ha rappresentato il sogno dell'avventura che in quegli anni in cui tutto pareva possibile e il mondo a portata di mano, noi chiamammo rivoluzione, parola dolce e terribile che ci scaldava il cuore e ci accendeva un fuoco nella mente.


Tepepa chiamavamo anche il responsabile del servizio d'ordine di quella Casa dello studente , base rossa, da cui partire alla conquista della Genova dei padroni, così come i guerriglieri scalzi di Tepepa erano scesi dalle montagne diretti a Città del Messico.

Ti abbiamo voluto bene, Tepepa. In tuo nome abbiamo portato per anni orribili baschetti e fumato toscanacci puzzolenti. Tutto per l'Idea, perchè  nonostante le aspettative non ci è servito nemmeno a rimorchiare.


Riposa in pace, Tepepa, resterai per sempre nell'angolino nel nostro cuore dove custodiamo gelosamente i ricordi della giovinezza.

Kandinskij. L'iniziazione del pittore nella Russia profonda


Al Mudec di Milano una mostra presenta il primo periodo dell'opera di Kandinskij.Splendido l'uso del colore. "Volevo che gli spettatori entrassero e si muovessero nei miei quadri", così il pittore spiegò il respiro cosmico delle sue tele che la scelta dell'astrattismo trasformerà in un linguaggio magico. 

Chiara Gatti

Kandinskij. L'iniziazione del pittore nella Russia profonda

Alla parete del suo studio di Monaco, nel 1911, su una tappezzeria a scacchi, era appesa l’immagine di un uccello del paradiso. Una stampa popolare russa, un “lubok”, che vegliava su di lui. Appoggiato col gomito alla scrivania, Vasilij osservava altre carte dipinte. Una fotografia lo ritrae circondato da una mappa di motivi folclorici: icone e oggetti votivi della Madre Russia. Da queste fonti di ispirazione, succhiava il midollo di un passato che gli apparteneva intimamente. Il padre nobile dell’astrattismo era un nostalgico e insieme un visionario. Un paladino errante sulla linea del tempo, alla ricerca delle sue origini, dei geni tartari, delle tracce dei suoi avi calati dalla Siberia orientale con un carico di fiabe, leggende, riti sciamanici sedimentati nella memoria. Per sempre.

Kandinskij. Il cavaliere errante. In viaggio verso l’astrazione è il titolo della mostra organizzata da 24 Ore Cultura e curata da Silvia Burini e Ada Masoero, che racconta al Mudec di Milano, fino al 9 luglio, vent’anni di riflessione, ragione e sentimento, violento rifiuto del positivismo e risveglio dell’anima alla ricerca di una dimensione spirituale dell’arte. Con un sogno intoccabile: dipingere l’invisibile.


Il percorso, chiaro nella sequenza dei momenti, raccoglie 49 opere del maestro, in arrivo dall’Ermitage di San Pietroburgo, dalla Galleria Tret’jakov e dal Puškin di Mosca, oltre a vari musei esteri, e vanta un taglio antropologico, che affonda nel cuore di un uomo innamorato della sua terra. Un viaggio à rebours accosta ai dipinti, agli oli, agli acquerelli, alle silografie, 85 reperti di un mondo ai confini delle geografie: oggetti quotidiani, elementi decorativi tradizionali, tessuti ricamati e bauli dipinti con simboli arcaici, sopravvissuti nella cultura contadina dell’estremo nord. Questo universo favoloso ed esoterico, lontanissimo dal razionalismo dell’Europa moderna, lo sedusse fin da ragazzo, destinato a depositarsi nel ricordo e a riemergere con energia primordiale nella sua pittura matura.

Durante una spedizione di ricerca nelle campagne ugro-finniche delle Vologda, invitato dalla Società imperiale Amici della scienza a studiare le credenze pagane nella provincia più profonda, Kandinskij, giovane allievo dei corsi di giurisprudenza, entrò nelle izbe dei popoli sirieni. Era il 1889. «Non dimenticherò mai le grandi case di legno dai tetti scolpiti. In quelle case meravigliose provai impressioni rare che mai più si rinnovarono. Mi insegnarono a commuovermi, a vivere in pittura ».


Le slitte di Novgorod, i giocattoli in legno scolpiti nella regione del Vladimic, i battipanni delle donne di Kerchomja, le canocchie per filare la lana di Archangel’sk. Santi e guerrieri, orsi e lupi, eroi e regine illustravano scene fiabesche, tratteggiate su ogni utensile. Mandrie di cavallini dalle criniere spettinate galoppavano nelle rappresentazioni incise sul legno, nei colori alle pareti, nei libri delle canzoni, sulle stufe e le cassapanche. La nonna e la zia avevano intonato per lui, da bambino, nelle notti gelide di Mosca, brani di quelle melodie della steppa. Quando si trovò davanti, nella sua avventura cognitiva, le radici della sua storia, fu un’ipnosi regressiva. Un’epifania. E addio studi di legge, addio alla cattedra che gli fu offerta in Estonia. La prima moglie, la cugina Anja, compagna di università e intellettuale, reagì duramente alla decisione di abbandonare ogni cosa per partire in direzione di Monaco e iscriversi all’Accademia dove insegnava Franz von Stuck.

La malia del simbolismo, i riccioli dello Jugendstil, le ombre del medioevo tedesco, la musica mentale di Schönberg, la teosofia di Madame Blavatsky e l’anima senziente di Steiner si mescolarono alle reminiscenze del suo viaggio iniziatico. E tutto si riversò nella sua pittura illuminata da uno sguardo interiore. Dal dialogo serrato dei motivi che rimbalzano fra dipinti e candelabri, carte, coperte e scatole in corteccia di betulla, emergono segni indelebili di riti e miti ortodossi sublimati nei colori dell’astrazione. I dischi solari dei sirieni ispirarono lo scudo di San Giorgio nel magnifico Cavaliere del 1914. Il serpente infernale delle icone apocalittiche striscia come un’onda del destino nell’Ouverture del 1919. Il carro di fuoco del profeta Elia deflagra nel profondo rosso dell’Improvvisazione del Puškin. Lo stesso uccello del paradiso vola in scene magiche, sopra le cupole d’oro del Cremlino.


Erano ormai già passati gli anni del Blaue Reiter, il cavaliere azzurro, fondato con Franz Marc nel 1911 e si avvicinava il tempo leggendario della docenza al Bauhaus. Ma i tamburi della taiga risuonavano ancora nelle sue vene.

Una tesi di fondo aleggia lungo il percorso: il Kandinskij popolare degli anni Venti è solo un epigono di se stesso. Kandinskij prima di Kandinskij rivela l’origine del genio e il debito verso i moti ancestrali della sua terra. Lo si vede dai toni che accendono i paesaggi di Murnau o le vedute della Piazza Rossa. «Mosca si fonde in questo sole, in una macchia che mette in vibrazione il nostro intimo, l’anima intera come una tuba impazzita. Non è questa uniformità in rosso l’ora più bella! Essa è l’accordo finale della sinfonia che avviva ogni colore, che fa suonare Mosca come il fortissimo di un’orchestra gigantesca».


La Repubblica – 15 marzo 2017

giovedì 23 marzo 2017

L'altra Venezia



Le foto di Giovanni Cocco svelano angoli di una Venezia quasi inimmaginabile dalla gran parte dei turisti: silenziosa, privata, sempre più vuota di abitanti e meravigliosamente autentica.

Caterina Serra
Fotografie di Giovanni Cocco

L'altra Venezia: la città souvenir persa nel vuoto


Guarda, l'aquila di mare è tornata in laguna. Insieme al germano reale, l'alzavola, l'oca lombardella, il piovanello partito dalla Siberia, la garzetta che sembra un airone ma ha il becco nero come le zampe che finiscono gialle. Vengono tutti a svernare a Venezia. Un flusso migratorio gentile, un popolo aereo, che viene e va senza pretese di occupazione né temporanea né permanente. La città alza gli occhi al cielo, con l'aria un po' stanca, stordita dal milione di voci che la assordano, sfinita dal conto dei passi di gente che ogni giorno gira in tondo, si ferma, riparte, si perde. Dove sono? Chiede qualcuno con la cartina della città in mano. Ogni tanto ci gode, a farli perdere, a confonderli, spezzandogli davanti agli occhi la strada, improvvisando un canale che interrompe il cammino. Ogni tanto invece offre ponti all'altro flusso, quello che ha attraversato il mare, e allunga un cappello a ridosso dei muri.


Ogni tanto i due flussi si incrociano ma senza confondersi. Lo sanno tutti, Venezia richiede elasticità, sinuosità di movimenti, e tagli netti improvvisi, come a sparire. È questo a confondere, l'impossibilità di un procedere lineare, omogeneo, l'insostenibilità di un pensiero che non ammette contraddizioni. Sembra ferma, la città più intatta della storia, con le sue gondole che ancora nessuno ha dipinto di rosa, col suo canale di palazzi sospesi come piatti sulle asticelle di un giocoliere, e la stessa aria magica di un castello incantato. Eppure. Come un parco a tema da visita domenicale, Venezia apre ogni giorno come una disneyland da visitare. Qualcuno dice che sta morendo, qualcun altro annuncia a gran voce che la città più bella del mondo è in vendita, che se la godono come un luna park, se la portano via come un bel souvenir, ci passano qualche giorno per foto in pose inchiodate a ponti che servono da belvedere.



Dicono che stia cambiando, che si stia svuotando di chi c'era nato e vissuto, che si stia facendo incatenare di negozi tutti uguali, a omologarla di copie di se stessa, sotto l'estetica un po' fetish di maschere di un brutto carnevale, dentro stanze di ori e stucchi come dark-room, un buio della storia in cui infilarsi eccitati dall'idea stessa di non sapere più dove si è. Dove siamo finiti? Se la comprano i più ricchi della terra e se la affittano, non è che ci vengono a stare, le case costano sempre di più e allora si lascia l'acqua incerta per la terraferma. Ogni tanto qualcuno sibila che sono anche i veneziani che se la vendono la loro amatissima città, affittacamere e venditori di case come si vendessero l'anima, ché agli schei sono attaccati tutti.


Ma dove sono?, nel senso di dove mi trovo, se lo chiede il turista spaesato, e il veneziano spaesato anche lui. Il turista che non solo si perde tra calli che gli sembrano uguali, ma che si ritrova in una città che non sa neanche se è quella vera, per dire storica, quell'unica al mondo fatta così, o non sia invece una delle sue tante riproduzioni. A fine giornata nella città-souvenir, c'è sempre qualcuno che si domanda: a che ora chiude Venezia?, con la paura di restare dentro mentre si spengono le luci, la giostra si ferma, il divertimento è finito.



Cosa accade a una città svuotata dei suoi abitanti e popolata di turisti? Cosa ne è dello spazio pubblico? E cosa succede a quello privato se l'uso di una casa non è più abitativo? Come se lo spazio pubblico potesse essere rinchiuso dietro i cancelli di una biglietteria, come se vivere non fosse abitare, aver cura di ogni bene comune, alimentare lo spirito della città con ciò che fa parte della sua storia, della sua identità. O come se lo spazio privato fosse lì pronto ad aprirsi al miglior offerente, e le cose non facessero parte di noi, non ricordassero niente a nessuno.

Anche le case ogni tanto si chiedono, dove siamo? Se la città diventa un pittoresco spassoso paese dei balocchi, quel pieno di voci e piedi che la affatica tanto è un vuoto di senso, di cittadinanza, di vita reale, di vita vera, verrebbe da dire, in cui la domanda, più storica che geografica, di chi ci passa o ci vive, e vuole viverci ancora con amore per la città, sarà la stessa: dove sono?


La Repubblica – 15 marzo 2017

La morte di Alfredo Reichlin. Ragazzi, partigiani, compagni felici in mezzo al popolo



Un bel ricordo di Alfredo Reichlin che è anche ricostruzione fedele di un'epoca e di una comunità umana, perché anche questo è stato con tutte le sue contraddizioni il PCI.

Valentino Parlato

La morte di Alfredo Reichlin. Ragazzi, partigiani, compagni felici in mezzo al popolo

Il compagno Alfredo Reichlin ci ha lasciato: è una seria perdita. E quando scrivo “compagno” ricordo l’epoca del protagonismo politico e culturale del Pci. Alfredo ne è stato uno dei migliori interpreti: uno straordinario compagno.

La sua vita è stata molto intrecciata a quella dei compagni che hanno fatto questo giornale. Innanzitutto a quella di Luigi Pintor. Erano compagni di banco, al liceo Tasso, ed è proprio grazie a Giaime che ambedue hanno preso la strada che poi li ha portati al Pci. Finirono la scuola nel ’43 ma nel grande edificio di via Sicilia tornarono assieme, armati di pistola, già universitari, per la loro prima azione temeraria: entrarono nella stanza del preside fascista, Amante, minacciandolo di rappresaglia se non avesse consentito lo sciopero degli studenti convocato per protestare per l’uccisione di Massimo Gizzio, studente antifascista in un altro liceo della capitale. Poi riuscirono a prendere contatto col Pci e furono arruolati, diciannovenni, nei Gap romani.

È sempre con Luigi che alla Liberazione decidono di fare il passo dell’iscrizione al Pci. «Eravamo comunisti?» – si è chiesto Alfredo nel bel libro scritto qualche anno fa (Il midollo del Leone, Laterza 2010).Lo siamo diventati dopo. E tuttavia se si vuole capire qualcosa della storia d’Italia e del perché il ruolo del Pci è stato così grande, tanti discorsi sul mito sovietico e sullo stalinismo servono ma fino a un certo punto.


Non spiegano perchè una generazione che dell’Urss non sapeva nulla (noi compresi) si gettava nella lotta. Non era Stalin ma la patria che ci chiamava. Può sembrare retorico, ma è la pura verità. «Io non so se questo sentimento nazionale sarebbe scattato senza l’appello all’unità nazionale che ci arrivò da Napoli, dal capo dei comunisti, un certo Ercoli. Dario Puccini, fratello del futuro regista Gianni, ci riunì a casa sua per spiegarci che l’obiettivo di questo Ercoli era la ’democrazia progressiva’.’Progressista’, cercai di correggerlo. No, ’progressiva’, mi rispose irritato, e mi spiegò il significato fondamentale di questa parola che alludeva a un processo in atto: a come, in certe condizioni, la democrazia poteva trasformarsi in socialismo.(Non ci sono barriere cinesi tra la democrazia portata fino in fondo e il socialismo). Lo aveva detto nientemeno che Lenin».

Fu di nuovo assioene a Luigi che Alfredo approdò, già nel 1945, alla redazione dell’Unità. Togliatti, con grande coraggio, aveva capito che se voleva costruire un grande partito popolare doveva rendere protagonisti i giovani cresciuti nel paese durante il fascismo, non gli anziani, pur gloriosi compagni, tornati dall’esilio o usciti dalle carceri.

Di quel giornale – in cui io, più giovane di sei anni, entrai come correttore di bozze appena sbarcato dalla Libia – Alfredo divenne direttore, poco più che trentenne, succedendo a Pietro Ingrao. Ed è per “ingraismo” che ne fu allontanato nel ‘ 62 e spedito in Puglia dove era nato, ma non aveva mai vissuto (mentre Luigi per le stesse ragioni veniva spedito in Sardegna).

Segretario del partito in quella regione allora tutta bracciantile lo seguii poco dopo, perché anche io fui mandato «a conoscere l’Italia», e fui per alcuni anni il suo vice. Fu una straordinaria esperienza. Reichlin, sempre in quel libro in cui dà conto della sua vita, racconta il primo impatto con la Puglia, quando parla della felicità: l’immensa felicità della politica che si fa popolo, che riscrive la storia.


«In Puglia incontrai una umanità: i compagni. Mi trovai immerso nella vita di un partito che era anche una straordinaria comunità umana»

«La profonda emozione di riscoprire gli italiani, il paese vero:le borgate, le fabbriche, i braccianti. Ricordo quando arrivai a Bari da Roma una sera tanto tempo fa (erano i primi anni ’60) per assumere la direzione dei comunisti pugliesi. Non conoscevo nessuno. Cenai in una squallida trattoria con Tommaso Sicolo, il mio vice, un operaio di Giovinazzo di straordinaria intelligenza. Stazza 110 chili. Non avevo mai visto mangiare un piatto così grande di pastasciutta. Mi comunicò che il giorno dopo dovevo fare un comizio a Corato. Era la prima volta che parlavo in piazza. Non so quello che dissi. Ricordo solo una piazza immensa e un mare di coppole. Gli zappatori. In Puglia incontrai una umanità: i compagni. Mi trovai immerso nella vita di un partito che era anche una straordinaria comunità umana».

Quando io arrivai in Puglia Alfredo era riuscito ad aprire l’organizzazione anche a qualche giovane che bracciante non era. Stava crescendo un gruppo di intellettuali – Franco De Felice, Mario Santostasi, Giancarlo Aresta, Beppe Vacca, Felice Laudadio – formatisi fra l’università e la casa Editrice Laterza.

Vito Laterza, che ne era il direttore, divenne nostro amico e ci offrì la vecchia villa dove d’estate alloggiava Benedetto Croce, autore fondamentale della casa editrice. Lì andammo a vivere con Alfredo, l’abitazione era bellissima ma ormai a pezzi, in attesa di essere demolita, gelida d’inverno. Lì si svolsero discussioni infinite sulla questione meridionale, di cosa voleva dire – non in astratto, ma a partire da quel contesto concreto – una rivoluzione in occidente che non fosse una semplice variante del riformismo socialdemocratico né del marxismo-leninismo di tipo sovietico. Fu una bellissima stagione.

Anche dopo –per tutti gli anni ’60 – continuammo a incontrarci molto: a Roma, a dirigere la commissione culturale, era venuta Rossana, molto amica di Alfredo, e sebbene non sia mai diventata una corrente, visse in quegli anni pre-’68 un’area ingraiana che la pensava in modo analogo. Così come Ingrao anche Alfredo non ci seguì nell’avventura de Il Manifesto.

Le nostre strade politiche si separarono, non i rapporti umani, sebbene per un po’ di anni, i primi, le relazioni fra chi come Alfredo e Ingrao faceva parte del vertice del partito e chi come noi ne era stato radiato, furono anche tesi. Alfredo accettò la scelta della maggioranza del Pci anche quando si arrivò allo scioglimento del partito nel gennaio ’91 e poi le successive trasformazioni in Pds, Ds, Pd.

Una rottura gli è sempre sembrata un arbitrio, quasi un atto di superbia. Fino all’ultimo ha continuato a riferirsi a quel che era restato come “il Partito”. Non riusciva nemmeno a immaginarsene un altro. Ma alla fine non ha più retto e ha scelto anche lui la strada del dissenso aperto: votando No al referendum e scrivendo, solo pochi giorni prima di morire, a commento del Lingotto,un feroce articolo contro il renzismo.


Le ultime pagine de Il Midollo del Leone sono dedicate ai fratelli Pintor. Si parte dalla foto della loro classe di liceo e Alfredo torna a guardare quei volti di loro ragazzi. «Sopratutto – scrive- il volto di Luigi, il mio compagno di banco e fratello di Giaime, insieme al quale scoprivo i libri, facevo i grandi pensieri, e poi combattei fianco a fianco tra i partigiani, e poi ancora ci ritrovammo nella redazione dell’Unità. Era un ragazzo davvero straordinario e ne parlo perché vorrei che lo avessero conosciuto i tanti simili a lui, che certamente esistono e che ormai devono decidersi a prendere la parola. Luigi era il nostro capo…..Passò solo un anno ed egli venne a casa da me in quella sera tristissima del dicembre 1943 per dirmi che Giaime era morto, dilaniato da una mina mentre attraversava la linea sui monti dell’Alto Volturno. Noi avevamo 18 anni, Giaime 4 o 5 di più. E Giaime resta per me il simbolo di una generazione».

Rispetto agli intellettuali antifascisti delle generazioni precedenti, questa non si è fatta affascinare dall’intimismo, ha «lasciato ai vecchi intellettuali delusi la confusione dei loro propositi. L’ultima generazione non ha avuto tempo di costruirsi il dramma interiore: ha trovato un dramma esteriore perfettamente costruito».

E poi ricorda le parole di Calvino su Giaime: «L’esempio di Pintor, una delle tempre umane più estranee al decadentismo che pure veniva da un’educazione letteraria che era quella del decadentismo europeo, ci testimonia come in ogni poesia vera esiste un midollo di leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia».

Il suo libro, Alfredo lo conclude con queste parole: «Di questo ’midollo del leone’ c’è un gran bisogno. Se Vittorio Foa fosse ancora vivo e mi rivolgesse di nuovo quella domanda – credevate nella rivoluzione? – io risponderei con questi pensieri».


Il manifesto – 23 marzo 2017