TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 21 ottobre 2021

Danilo Montaldi partigiano

 

Nato nel 1929 Danilo Montaldi iniziò la sua attività partigiana nel 1943 a soli quattordici anni. Fu una esperienza che lo segnò profondamene per tutta la vita.

Giorgio Amico

Danilo Montaldi partigiano

La situazione, già grave, si fa drammatica con la caduta del fascismo e. dopo l'8 settembre, con l'occupazione tedesca e la nascita dell'effimera Repubblica di Salò. Nel 1943 Danilo distribuisce stampati antifascisti, tra cui alcuni volantini del Partito Comunista, provenienti da amici del padre. L'anno dopo entra a far parte dell'organizzazione comunista Fronte della Gioventù. Ma questo non gli basta. Danilo vuole partecipare alla lotta armata. Una sera dell'inverno '44 disarma un milite della Muti, dopo averlo stordito con uno sfollagente. Il 25 aprile prende parte a fianco del padre all'insurrezione contro tedeschi e fascisti. Partecipa ai combattimenti che hanno luogo presso Porta Venezia dove nuclei delle SAP cremonesi cercano di bloccare fascisti e tedeschi in fuga:

« Proprio in questi giorni nel '45, – scrive il 26 aprile 1967 all'amico Guerreschi – ero anch'io fuori armato e la sera del 25 […] c'è stata una bella sparatoria con i tedeschi a Porta Venezia, o sono tue o sono mie, sennò era inutile andare fuori armati». (D.Montaldi-G. Guerreschi, Lettere 1963-1975, Edizioni Linograf, Cremona, 2000, p. 87)

Fu un vero e proprio combattimento, il giovanissimo Danilo rischiò seriamente di essere ucciso. Egli visse quell'episodio drammatico come una prova di iniziazione alla vita adulta, una sorta di seconda nascita:

« Il congedo. Ci siamo tutti in attesa di congedo. - confessa ancora a Guerreschi il 26 febbraio 1968 in una lettera in cui si tratta del tema della morte – Credo di avertene già parlato., qualcosa di simile a me è successo verso la fine dell'aprile '45, quando mi sono trovato direttamente sotto il fuoco dei tedeschi. Ti tirano addosso e non sai ancora se ci sei ancora o set'hanno già fregato. Dev'essere come in un incidente, che ti dici succede, è già successo, ci sono ancora. Non so, ma c'è un momento preciso. Quando smisero di spararci addosso si arresero, non li toccammo nemmeno, loro stessi buttarono le armi. Noi eravamo fuori dal problema. Da quei giorni non sono più tornato a scuola. Ho però cominciato a vivere la mia vita». (Ivi, p. 142)

La partecipazione all'insurrezione armata è per il giovane Montaldi un vero e proprio rito di passaggio all'età matura e al contempo una iniziazione ad una militanza politica intesa come totale tanto da esaurire in sé stessa ogni aspetto della vita anche il più intimo. « Un momento di capovolgimento del mondo, l'esperienza di un pur momentaneo passaggio di potere – ricorda un amico di gioventù – il cui significato credo sia sempre rimasto per lui un riferimento di fondo: gli ultimi sono diventati i primi ». (Renato A. Rozzi, Danilo giovane, in Gianfranco Fiameni (a cura di), Danilo Montaldi (1929-1975) azione politica e ricerca sociale, Biblioteca Statale di Cremona, Cremona, 2006, p. 79)

Per Danilo l'insurrezione del 25 aprile è un grande momento di festa, un breve attimo di gioia armata, carica di speranze che si riveleranno presto infondate, come riconoscerà dieci anni più tardi in un abbozzo di diario:

«Forse ho creduto un po' troppo dieci anni fa alla gioia di quei giorni di festa. Ero preso dall'orrore della guerra, e la sua fine per me fu dovuta a quella insurrezione di uomini in armi che uscivano da finestre e porte rovesciate, calpestando le soglie disegnate dai bambini». (D. Montaldi, Diario, luglio 1955. Ora in G. Fofi e M. Salvati, Lasciare un segno nella vita, Roma, Viella, 2021, p. 23)

E ancora:

«Agli angoli delle strade, si tessevano i fili rossi della rivolta. […] Eravamo arrivati a quei giorni con poche cose dentro, col pensiero rivolto ad alcune altre importanti,che un senso ce l'hanno e si chiamano col nome di alcune città, di pochi uomini. Col pensiero rivolto alla Spagna, sapendo che c'erano stati i consigli in Russia e in Europa, che bisognava farli ancora, e presto, contro i padroni. Queste le cose che sapevamo. È cominciato lì, ma allora non era silenzio.Chi ha vissuto con qualche intensità l'anno millenovecento quarantacinque, sa che per tanti esso fu un “modo” di distruggere anche la solitudine. Allora la conoscenza (degli uomini, del mondo) era così limitata. Tutto soltanto sussurrato, tutto ancora segreto. Solo una cosa era grande: il desiderio di espandere in un gesto solo, con la nostra vita, tutto ciò che rappresentavamo nel mondo». (D. Montaldi, Dieci anni della vita, quaderno autografo, indicativamente del 1954-55, in Archivio privato Montaldi. Ora in G. Fofi e M. Salvati, Lasciare un segno nella vita, cit., p. 24)

(Da: Danilo Montaldi. Storia di un militante politico di base – In preparazione)


Genova. Presentazione di "Azione comunista. Da Seniga a Cervetto 1954-1966"

 


Francesco Biamonti: le carte, le voci, gli incontri


San Biagio della Cima. Convegno di studi nel ventennale della morte di Francesco Biamonti




Per ingrandire cliccare sull'immagine


 

domenica 17 ottobre 2021

Un mondo che non c'è più. La spannocchiatura del granoturco a Piana Crixia

 


Ancora amministrativamente Liguria, ma già Piemonte per territorio e linguaggio, Piana Crixia, già antichissimo insediamento romano, ha mantenuto almeno fino agli anni Cinquanta usi e tradizioni tipiche del mondo contadino langarolo. Gigi Sormano, che allora era bambino, ne ha ricostruito con cura quasi antropologica non scevra di affettuosa nostalgia alcuni aspetti.


Luigi Sormano

Un mondo che non c’è più

Questo è il racconto di un modo di vivere e di una socialità che è scomparsa da ormai tantissimo tempo, rimane un nostalgico ricordo scolpito nella memoria di quelli che come me quei momenti li vissero e quel mondo conobbero. Si stava meglio? Si stava peggio? Era un mondo più felice? Le persone erano migliori? Sono domande per le quali non esistono risposte, era un mondo diverso e nella diversità c’erano aspetti positivi ed altri negativi e ogniqualvolta chi ha la mia età guarda indietro non sa se rimpiange i tempi o la persa gioventù.

Quello che vi racconterò riguarda un momento particolarissimo della vita contadina, probabilmente uno dei momenti più aggreganti in assoluto dove venivano coinvolti uomini, donne, ragazzi, ragazze e bambini, nessuno era escluso e questo era un elemento quasi unico all’interno di una società in cui c’erano cose da uomini, cose da donne e cose da bambini.

Il momento era quello della spannocchiatura del granoturco; ritengo comunque opportuno prima di cercare di descrivere quei momenti, di fare alcune considerazioni su cosa sull’importanza che rivestiva in allora per i contadini questo cereale e come veniva gestita la sua filiera.

A quei tempi, parlo dei primi anni 50, pur non avendo più, nella catena dell’alimentazione della gente di campagna, la valenza che aveva rivestito negli anni dai primi del novecento sino agli anni 30\40, conservava tuttavia ancora una notevolissima rilevanza. Non si viveva più soltanto di pane, polenta e castagne, il menù delle tavole aveva preso più forza, si mangiava più pasta ed anche la carne, pollame di cortile, faceva più spesso la sua comparsa. Insomma si stava meglio ma comunque la polenta non mancava mai, immancabilmente una o due volte la settimana faceva la sua bella comparsa e quando si cucinava durava almeno un paio di pasti o più.

La semina avveniva normalmente durante il mese di aprile, il terreno in quel periodo era abbastanza umido per favorire la gemmazione dei semi e nello stesso tempo abbastanza compatto da permettere l’aratura ed i solchi. Il mais predilige terreni umidi e sabbiosi dove riesce a svilupparsi velocemente ed a dare una buona resa, tuttavia spesso si doveva fare di necessità virtù in quanto i terreni più pregiati, quelli che erano nella pianura alluvionale della Bormida, non erano vastissimi ed erano divisi tra moltissimi proprietari, in pratica tutti i contadini delle due frazioni vicine, Praie e Pera, avevano appezzamenti in quella zona. Ne conseguiva che spesso, per lasciare spazio in quelle zone al grano che era più importante il mais veniva relegato in altri campi meno fertili dove cresceva con più difficoltà ed aveva meno resa.

La differenza si poteva apprezzare ad occhio nudo, quello coltivato nella pianura del Bormida si presentava con piante verdissime, lussureggianti e con pannocchie rigonfie mentre quello che veniva coltivato più in collina, in terreni più aridi e con poca terra a ricoprire lo strato roccioso, aveva piante più piccole, a volte giallognole che davano l’impressione di essere in stato precario. Poi poiché questi terreni quasi sempre erano in pendenza seguendo il degrado della collina si vedeva nello stesso campo la differenza tra le piante che rimanevano in alto, dove l’acqua si fermava meno, e quelle poste più in basso dove rimanevano più umide per il fatto che godevano del privilegio di godere dell’umidità che portava l’acqua con suo scorrere dall’alto al basso. Era evidente alla vista si passava da belle piante robuste e verdi in basso a quelle piccole e giallognole in alto con tutta una gradazione di qualità che seguiva il fianco della collina.

Contrariamente al grano che si seminava e poi si raccoglieva il mais abbisognava di maggiori cure e lavorazioni, la semina avveniva in dritte file, la quantità di seme era il primo problema, non si poteva essere troppo avari perché in caso di siccità parecchi semi sarebbero morti ma non si doveva neppure esagerare in quanto poi se le piantine fossero nate tutte sarebbero stato necessario diradarle e questo avrebbe significato spreco, parola sacrilega in campagna, e lavoro. La saggezza e la pratica aiutavano e quasi mai i contadini sbagliavano grossolanamente. Tra le fila dei semi seminati veniva tracciato un grosso solco, non profondo ma abbastanza largo, la sua funzione era quella di massimizzare la resa della pioggia conservando l’acqua il maggior tempo possibile in modo da umidificare a lungo le radici delle piante che rimanevano sui suoi fianchi. Al crescere delle piantine, quando raggiungevano l’altezza di una decina di cm, si doveva sarchiare e diradare in modo che le piante rimanessero a distanza di circa una trentina di cm, l’operazione di sarchiatura poteva avvenire anche più volte con lo scopo di smuovere e decompattare il terreno attorno alla pianta in modo che potesse meglio assorbire l’acqua e nel contempo togliere tutte le erbacce che nel frattempo erano nate e sottraevano a loro volta nutrimento ed acqua. Poiché il terreno cosi preparato e curato era ottimale per la crescita di qualsiasi cosa sovente, nei solchi tra le file delle piante, venivano seminate altre cose, per esempio numerose zucche che sarebbero servite come alimentazione per gli animali.

Mi ricordo molto bene di zucche gialle in due forme, oblunghe o sferiche che arrivavano dimensioni veramente importanti. Ma non solo quello a volte fagioli bassi o altri tipi di ortaggi. Dopo le ultime sarchiature le piante crescevano rapidamente, il mais mediamente in sei mesi arriva a maturazione, ed altri lavori erano in arrivo. Nell’ultima fase della crescita le piante diventavano, se in buona salute, alte ben oltre i due metri e crescevano una punta con un bel pennacchio con una infiorescenza molto bella a vedersi ma atta solo a succhiare energia che sarebbe servita con maggior profitto a gonfiare le pannocchie, allora occorreva togliere questa inutile pennacchio e passando nei solchi si provvedeva, pianta per pianta, a troncarne la punta. Con l’occasione se una pianta presentava troppe pannocchie ed era evidente che non le avrebbe maturate si provvedeva al diradamento. Questa era l’ultima operazione prima della raccolta, quando le pannocchie, che nel frattempo si erano gonfiate ed indurite cambiavano colore alle foglie di cui erano rivestiste passando da un verde intenso ad un marroncino pallido era tempo del raccolto, la pianta stessa nel frattempo era ingiallita e le sue lunghe foglie erano imbrunite rapidamente.

La prima fase del raccolto si consumava nel campo, uomini e ragazzi entravano nei solchi e staccavano le pannocchie dalla pianta, l’operazione era semplice ma occorreva impiegare una certa forza e normalmente le donne erano escluse da questo tipo di attività. La pannocchia era attaccata alla pianta attraverso un gambo fibroso, duro ma anche flessibile per cui bisognava impugnare bene il gambo al filo della pannocchia con una mano e con l’altra serrarne la punta sulla barba e piegare violentemente da una parte e dall’altra la pannocchia stessa, il gambo si troncava di netto e la pannocchia rimaneva libera nella mano, l’abilità consisteva nell’impugnare bene e con forza il gambo perché se il gambo cominciava a piegarsi senza troncarsi allora tutto diventava più difficile. Si avanzava lavorando su un paio di solchi ed i frutti raccolti venivano gettati tutti assieme in un solo solco creando tutta una serie di accumuli, l’operazione procedeva sino al completamento dello stacco dopodiché si provvedeva a tagliare tutte le piante che costeggiavano la fila dei mucchi di pannocchie in modo da creare lo spazio occorrente al carro che avrebbe raccolto il tutto di transitare in mezzo alle altre piante. Il carro utilizzato era trainato da una coppia di buoi ed era cassonato, era in sostanza chiuso sui quattro lati con tavole sino ad un’altezza di circa un metro ed era il carro che si usava per il trasporto delle rinfuse e del letame, c’era poi un altro carro, quello da legna, senza sponde ed infine ancora un altro per fieno e fogliame (el gagiun).

Di solito il raccolto rimaneva nel campo qualche giorno consentendo così alle pannocchie di continuare ad essiccarsi dopodiché arrivava Il carro che veniva caricato a mano da uomini e questa volta anche dalle donne che prendevano da terra le pannocchie e le depositavano nel cassone. Normalmente la sponda posteriore era rimovibile e veniva tolta per abbassare il piano di carico consentendo di procedere con velocità e ragionevole fatica. Finito il carico si trasportava il tutto in un prato pianeggiante vicino alla casa o nella stessa aia e ne faceva una lunga striscia alta a volte quasi un metro dove ancora per qualche giorno era lasciata al sole. Quando si stabiliva che la giusta essiccazione era stata raggiunta si provvedeva a spannocchiare, la voce veniva passata da una famiglia all’altra e la sera stabilita tutti si presentavano puntuali, in pratica tutta la frazione, nessuno escluso, nessuno voleva perdersi quella che era una specie di festa di comunità che aggregava tutte le famiglie.

L’operazione veniva compiuta dopo cena, in allora si cenava presto ma comunque si cominciava quando le tenebre erano già scese, la temperatura, si era in ottobre, era già pungente e l’abitudine di allora era di coprirsi prudentemente, i ragazzi che normalmente pativano meno la frescura ed avrebbero volentieri fatto a meno di panni aggiuntivi venivano comunque intimati dalle madri a vestirsi ed in allora non c’era spazio di discussione tra genitori e figli. Nella mia frazione i punti dove si “sfogliava” erano sostanzialmente due prati pianeggianti sulla cresta di un terreno che saliva leggermente e che venivano raggiunti a gruppetti, perlopiù famigliari, servendosi di una stradina che costeggiava il fianco del prato o attraverso sentieri tracciati per uso pedonale. Dal momento in cui i gruppetti erano in cammino aveva inizio il bello delle serate. Ragazzotti e bambini durante il giorno preparavano i primi scherzi, si prendevano alcune zucche, di norma quelle che erano nel campo del mais, si svuotavano lasciando solo la dura corteccia esterna e poi si intagliavano due occhi, un naso triangolare, una bocca dentata e voilà una testa mostruosa era pronta. Veniva collocato all’interno un mozzicone di candela e poi si andavano a posizionare queste opere d’arte sulla scarpata seminascoste a fianco della strada, in modo che rimanessero grosso modo all’altezza delle persone. All’arrivo dell’oscurità la candela veniva accesa e la fioca luce del moccolo illuminava una faccia spettrale. Le donne che arrivavano nelle tenebre, portando solitamente con loro un lanternino a petrolio che rischiarava appena appena lo spazio davanti ai loro passi, si trovavano, svoltato l’angolo della strada, faccia a faccia con l’immagine di una specie di teschio illuminato e spaventate cominciavano ad urlare la loro paura. Ovviamente era tutto un gioco, a parte qualche rara volta quando qualcuna soprappensiero magari aveva veramente un sussulto di paura, il gioco era vecchio e conosciuto ma si partecipava volentieri alla burla e poi si rideva tutti assieme con allegria.

Tra urla e queruli gridolini si arrivava comunque sul posto e ci si accomodava seduti dando le spalle alla trincea delle pannocchie appoggiano alla stessa la parte bassa della schiena, alcuni, le donne in particolare, sovente, per evitare il contatto con l’umidità della terra stendevano uno spesso panno e su di esso si accomodavano. Si formavano i gruppi, di norma gli uomini stavano assieme, gli argomenti in discussione tra loro erano quelli “seri”, prima di tutto come si prospettava la resa del mais che si stava spannocchiando, per quanto ottima potesse essere stata la qualità non erano mai del tutto soddisfatti, c’era una specie di pudore e reticenza nel dire che sì, quella volta era veramente andato tutto bene e che la resa sarebbe stata molto alta; era buona sì ma qualcosa avrebbe potuto essere migliore. Poi la valutazione dei campi di semina, se fosse stato seminato in quell’altro campo sarebbe stato meglio, o forse in quell’altro ancora, eeh sì quello sarebbe stato il massimo, però….. Le osservazioni, i paragoni, lo scambio di consigli, poi la qualità delle sementi, meglio le sette file, ma no lì è terreno più arido meglio la quarantina e così via.

Effettivamente venivano usate più qualità di sementi e si sceglieva in funzione al tipo del terreno di semina quella che si riteneva più idonea. Le qualità, sette file, e quarantina sono quelle che ricordo ma ne esistevano anche altre. Quello che ricordo bene è che la quarantina era più adatta a terreni più aridi e produceva pannocchie piccole, giallognole e molto numerose mentre la sette file fruttificava meno pannocchie ma più grandi i cui grani erano appunto ordinati sul tutolo in sette file di colore più aranciato.

Poi gli animali, tutti avevano nella stalla gli animali seri, quelli da lavoro, i buoi che rappresentavano dopo la terra il bene più prezioso, senza di loro sarebbe stato impossibile arare, coltivare, raccogliere e trasportare, procurarsi la legna per scaldarsi e concimare i campi. L’avere o non avere nella stalla una bella coppia di buoi poteva fare la differenza tra avere la possibilità di vivere decentemente e sfamarsi o patire la miseria e sfamarsi a stento. La perdita per malattia o incidente che poteva capitare, di un paio di buoi era un qualcosa che poteva rappresentare il tracollo economico di una famiglia anche per più di una generazione. Tutti i contadini della frazione avevano dunque nella stalla almeno un paio di buoi, qualcuno anche due paia, poi una o due mucche e ciclicamente qualche vitello. Avere delle belle bestie era quindi motivo di grande orgoglio e segno di solidità economica, e le stesse per le ragioni che abbiamo visto erano oggetto di grandissima cura ed attenzione, di loro si parlava moltissimo, si facevano paragoni sulle capacità di tiro, sulla quantità di latte che davano le mucche, sull’alimentazioni migliore, sulla capacità delle stesse di dare vitelli robusti e di ottima qualità. Ognuno magnificava le sue bestie e ci si scambiavano favori reciprocamente, se uno non aveva bestie adatte gli si veniva in aiuto con le proprie, se un’operazione risultava troppo pesante per un paio di buoi se ne ponevano alla traina altri due in prestito e così via. Le bestie da stalla erano argomento che non poteva mancare e l’occasione di quelle serate era la sede migliore per parlarne a lungo. Delle altre bestie, quelle da cortile, se ne occupavano le donne e quindi quello era argomento “minore” discusso ad altro tavolo quello delle donne appunto che però, come vedremo, avevano anche molti altri argomenti caldi e pronti.

In quella sede era anche possibile che avvenissero piccoli scambi o accordi e che si calendarizzassero lavori da fare tutti assieme per il bene comune, tipo la manutenzione delle strade rurali che costituivano le vene attraverso le quali transitava la flebile linfa dell’economia contadina. Insomma tra gli uomini, pur non mancando momenti d’ilarità o facezie prevalentemente si parlava dunque “d’interesse” (espressione usata nel gergo contadino quando si parlava di cose economiche). Tra il gruppo delle donne si parlava d’altro, a stretto contatto le une con le altre, rivestiste come abbiamo visto di panni ormai pesanti, le più anziane quasi tutte con un foulard in testa costituivano gruppo compatto ai lati del quale stavano le ragazze più giovani e ne vedremo il motivo. Quando oggi parliamo di gossip forse pensiamo di aver inventato qualcosa ma la realtà è ben diversa, era incredibile come tra le donne delle frazioni le notizie, a partire dalle più ingombranti o pruriginose, circolassero con una velocità ed una capillarità che ancora oggi ripensandoci mi sembra impossibile. Non c’erano né social né telefonini e tantomeno mail ma le voci correvano di porta in porta con grande dovizia di particolari. Insomma i pettegolezzi non li hanno certo inventati i moderni media. Le voci si intrecciavano e sovrapponevano, ognuna aveva un particolare che arricchiva il racconto, tutte sapevano, conoscevano, sentenziavano. Erano giudici severissimi, ogni tanto si alzava il tono di voce, poi una risata collettiva, poi un’espressione di incredulità e stupore, commenti scandalizzati.

I bambini attratti da quel parlottio fitto e continuo sovente si avvicinavano furtivamente cercando di carpire qualche particolare che soddisfacesse la loro naturale curiosità ma erano implacabilmente respinti ed allontanati senza tanti complimenti dalle comari con l’ammonimento “queste sono cose da grandi”. Non solo questo, ovvio, parlavano di cucina, del forno che funzionava male e che gli uomini non avevano mai tempo di aggiustare, delle difficoltà che purtroppo alcune incontravano a tirare avanti con la famiglia, di chi poteva aiutare a confezionare una gonna o una giacca o chi era in grado di rivoltare un cappotto. L’economia domestica aveva il suo spazio come i bambini, la scuola e tutti gli altri problemi che tutte si ritrovavano da sole ad affrontare, cosa che facevano con incredibile tenacia, coraggio ed un incredibile spirito d’inventiva che consentiva loro di trovare soluzioni a prima vista impossibili.

Tra il gruppo uomini e quello delle donne non mancavano certo scambi di battute, ironie e battaglie dialettiche e mai che gli uomini ne uscissero “vincitori”, ma il tutto alla fine si risolveva con grandi risate. I ragazzi e le ragazze si sistemavano a seguire dal gruppo delle donne, considerando che in allora le famiglie avevano mediamente tre figli o più nell’ambito della frazione c’erano sempre quattro oi cinque giovani a cavallo dell’età della pubertà o comunque in quell’area d’età, erano ragazzi cresciuti assieme, giocando, litigando, andando alla scuola elementare, accompagnandosi in ogni occasione. Tra loro c’era grandissima amicizia ed affetto, ci si voleva veramente bene senza riserve o secondi fini, si trattava di un rapporto che comunque poi fossero andate le cose nella vita e ovunque ci avesse portato non sarebbe mai più stato dimenticato. Però in quell’età cominciavano anche le curiosità ed i primi pruriti sentimentali e sessuali e poiché la vita di allora si svolgeva quasi esclusivamente nell’ambito della frazione o del paese era naturale che i primi approcci ci fossero con chi si condivideva il maggior tempo e si aveva più confidenza.

Nessuno pensi a chissà quali cose, i tempi erano decisamente diversi come la morale e quello che allora era trasgressivo e peccaminoso (c’era un termine ricorrente per etichettare quello che era giudicato illecito “le porcherie”) oggi farebbe sganasciare dal ridere. Ovviamente le ragazze erano sempre più sveglie e precoci dei maschietti che finivano sempre per fare la figura degli allocchi ma l’oscurità, la sensazione di viaggiare sul confine del proibito, il contatto fisico trasmettevano sensazioni vibranti e piene di emozioni. Tutto questo non sfuggiva ovviamente all’occhiuto controllo delle donne che lasciavano fare sornione salvo richiamare bruscamente e senza tanti complimenti la figlia o comunque la ragazza che a loro giudizio stava uscendo dal perimetro del consentito e riportarla a sedere all’interno del loro gruppo ponendo così fine alla festa. Ovviamente le timide proteste della poverina venivano implacabilmente tacitate nel silenzio diventato generale e per un paio di minuti tutti tacevano, poi tutto ricominciava come nulla fosse accaduto.

Il confine del consentito si restringeva e di molto se entravano nel gruppo anche ragazzi delle frazioni vicine, in questo caso era evidente che c’era qualcuno a cui interessava una ragazza in particolare e con la scusa della spannocchiatura cercava l’occasione di stare assieme a lei di notte, cosa in altri modi impensabile, si faceva accompagnare da almeno un amico perché altrimenti la cosa sarebbe stata troppo scoperta ed assieme si mescolavano ai ragazzi della frazione. Immediatamente si rizzavano le antenne delle donne per individuare chi nutriva l’interesse e verso chi era rivolto, l’attenzione saliva e quando si captava la coppia e al minimo segnale reale o immaginario di qualche azzardo la ragazza veniva prontamente richiamata come abbiamo visto prima.

I bambini erano però coloro che si divertivano di più, non avevano una collocazione fissa predestinata, vagavano incontrollati vociando in mezzo a tutti, si spingevano, rotolavano in mezzo alle foglie, attizzavano gli uni e gli altri salvo poi rifugiarsi prontamente al riparo del materno gruppo delle donne. Ogni tanto trascendevano, capitava che tirassero anche qualche pannocchia ed allora il gioco diventava pericoloso perché una pannocchia lanciata nel buio diventa un rischio, ma più che altro giocavano a nascondino che con il buio diventava particolarmente divertente. Altro divertimento per loro il raccogliere la barba delle pannocchie sparsa tra le foglie ed andarla a gettare in testa alle donne che si lamentavano infastidite. In ogni caso, come per le ragazze, se avessero esagerato partiva prontissima ed inesorabile la reprimenda.

Nel mentre di tutte queste cose ovviamente si lavorava, schiena alla trincea si prendevano le pannocchie e tenendole alla base si tiravano verso il basso le foglie, quando la pannocchia era nuda si serravano con una mano le foglie alla base, sul moccolo del gambo che era stato troncato nella prima fase della raccolta, e con un secco strattone laterale si staccavano le foglie che rimanevano tutte fissate in un unico mazzo tenuto assieme dal moccolo. La pannocchia nuda veniva gettata alle spalle e le foglie davanti, normalmente sulle gambe e piano piano si costituiva una specie di coperta di foglie che difendeva dal freddo. La foglia del granoturco è estremamente robusta, fibrosa e tenace non si strappa, si accartoccia ma tende poi a riprendere la propria forma, ma soprattutto ha una qualità: emette uno strano calore. O meglio è un formidabile isolante e quando sei coperto dalle foglie il calore del corpo non si disperde ma ti rimane attaccato e per questo si ha la sensazione che le foglie scaldino. Infatti uno degli usi più frequenti che ne venivano fatti era quello di utilizzarle per imbottire i materassi dei letti.

Ad un certo punto della serata qualcuno, di solito una donna, cominciava a cantare, le canzoni erano quelle tradizionali contadine, nenie che venivano cantate da decenni, immancabile “quel mazzolin dei fiori” con il quale quasi sempre si dava inizio, ma anche strofe in dialetto ed altre delle quali ho purtroppo perso memoria. Se qualcuno sapeva suonare l’organetto a bocca quello era la sua occasione per dimostrare la sua bravura. Da quel momento ogni altra discussione cadeva, tutti cominciavano a cantare assieme e l’eco del coro che si diffondeva nell’oscurità rompendo il silenzio della notte era veramente suggestivo. Cantavano tutti, chi aveva bella voce e chi e chi invece ragliava stonato, l’importante era partecipare, essere parte di un tutto. Avere bella voce e saper cantare era una qualità molto apprezzata e quelli bravi trovavano in quelle serate il loro palcoscenico e se ne sarebbe parlato ancora nei giorni che sarebbero seguiti, Il canto era uno degli elementi più aggreganti per la comunità, un momento bellissimo per stare assieme, fare assieme una cosa, riconoscersi partecipi di un modo di vita, di una morale, di una storia che accomunava tutti loro.

Questa di norma rappresentava sempre la parte finale della serata, il lavoro che aveva tenuto assieme tutti quanti volgeva al termine, gettatasi alle spalle l’ultima pannocchia tutti si rialzavano scrollandosi dai panni l’umidità della sera e si ricomponevano i gruppi famigliari per il rientro. I saluti e gli arrivederci al giorno dopo, il ringraziamento del padrone del granoturco a tutti e poi si riprendeva la via di casa. Il mozzicone di candela dentro la zucca si era ormai consumato e spento, la sua luce era finita e con essa la magia di quella serata. Magie che oggi non esistono più, non sono più possibili ed il ricordarle fa scendere un velo di triste melanconia in fondo al cuore.

(Da “Passaparola”, giornale della Comunità di Piana Crixia)

venerdì 15 ottobre 2021

Un Risorgimento del popolo

 


ISTITUTO INTERNAZIONALE DI STUDI LIGURI - ONLUS - SEZIONE SABAZIA

Presso Civico Museo Archeologico e della Città
Complesso monumentale del Priamàr (c.so Mazzini, 1) - 17100 Savona tel/fax 019/2211770
e-mail:info@museoarcheosavona.it


SABATO 23 OTTOBRE 2021 ALLE ORE 16.00

PRESSO IL CIVICO MUSEO ARCHEOLOGICO E DELLA CITTA’ DI SAVONA NEL COMPLESSO MONUMENTALE DEL PRIAMAR, DOVE MAZZINI IDEO’ LA GIOVINE ITALIA, VERRA’ PRESENTATO, IN DIALOGO CON FURIO CICILIOT, PRESIDENTE DELLA SOCIETA’ SAVONESE DI STORIA PATRIA, IL VOLUME DI DANILO BRUNO SU UN RISORGIMENTO DEL POPOLO.

ll volume affronta il valore della cultura nell’elaborazione del pensiero mazziniano e soprattutto mostra come essa, secondo Mazzini, potesse divenire l’elemento decisivo per la formazione di una coscienza civile aperta all’Europa. Mazzini si occupò per tutta la vita di cultura, ma ne propose una visione che richiedeva — a tutte e a tutti — approfondimento, studio e partecipazione, al fine di contribuire, tramite un continuo processo educativo, alla nascita di un’Italia forte delle proprie tradizioni ma aperta al confronto con il continente. Da qui derivava anche la volontà di avviare un processo che portasse le persone a divenire coscienti della propria storia e della propria cultura.

martedì 12 ottobre 2021

Quando gli immigrati clandestini erano i “terroni”: la Milano,Corea di Danilo Montaldi


 Alla fine degli anni Cinquanta un forte flusso migratorio investì le grandi città industriali del Nord. Era un fenomeno tutto italiano, ma questo non evitò che si manifestassero fenomeni di rifiuto, supersfruttamento e marginalizzazione del tutto simili a quelli di oggi verso l'emigrazione proveniente dall'estero. Presentiamo in anteprima qualche pagina di un lavoro di prossima pubblicazione sulla figura e l'opera di Danilo Montaldi.

Giorgio Amico

Milano, Corea (1)

All'inizio del 1959 Danilo Dolci (2) propone all'editore Feltrinelli una serie di interviste, raccolte nell'anno precedente da un suo collaboratore, Franco Alasia (3), già operaio della Breda e alunno nel 1948 dello stesso Dolci allora di insegnante presso le suole serali di Sesto S. Giovanni. Sono storie di lavoratori precari, in gran parte immigrati a Milano negli anni precedenti». In una sua lettera-prefazione alla prima edizione del 1960 del libro Dolci, dopo aver raccontato della sua ormai più che decennale amicizia con Alasia, ricostruisce la genesi della ricerca come un prolungamento a Milano della sua inchiesta Banditi a Partinico, pubblicata nel 1955 da Laterza:

«Ci era venuto il desiderio di guardare, più da vicino, sotto il concitato fervore di Milano, sotto la lucida solidità dei suoi cementi armati. Franco ha cominciato a girare guardando attentamente; un incontro, un altro incontro, un ambiente, un altro ambiente, a catena: man mano la gente del “basso” parlava e tutto veniva appuntato con scrupolo, parola per parola. Egli seguiva le strade battute dalla povera gente che lavora-non lavora e da quella che svolge le mansioni più umili, più dure e peggio pagate. Raccoglieva le loro parole conoscendoli sul luogo del loro lavoro, della loro miseria, per la strada, nelle baracche dove abitano e nelle casette che si sono costruiti. E intanto una prima constatazione si imponeva: uomini e donne che a Milano esercitano i mestieri più bassi sono per la gran parte di origine non milanese. Ciò significa che essi hanno in comune aspirazioni ed esigenze, questioni da risolvere e decisioni da prendere. Il loro insediamento, ad esempio, aveva determinato la nascita di nuovi quartieri nei paesi vicini alla città. Il problema quindi non era soltanto quello delle condizioni immediate di una massa della popolazione a Milano, ma anche quello più vasto della relazione tra la metropoli e ampi settori della popolazione delle zone sottosviluppate, che ad esse tendono. […] Individuato il problema nei suoi caratteri fisici attraverso la documentazione raccolta da Franco, si trattava di conoscere la qualità del fenomeno, di darne le misure complesse, di approfondire».(4)  

Fu solo attorno alla metà di marzo del 1959 che Gian Piero Brega all'epoca redattore alla Feltrinelli prese contatto con Montaldi a cui, come si legge nella nota dell'editore «venne affidato il reperimento e l'elaborazione dei dati, e l'interpretazione del fenomeno». (5)

Alla Feltrinelli si guardò a Montaldi come il «più "attrezzato" tra i giovani sociologi per ordinare e portare a termine la ricerca intrapresa da Alasia». (6) Come si può leggere nella Nota dell'editore premessa alla seconda edizione dell'opera, Feltrinelli aveva voluto che centrale diventasse la questione dell'emigrazione, imponendo praticamente che fra il vasto materiale raccolto da Alasia venissero selezionate «esclusivamente le storie di immigrati». E questo per evitare di «tramutare un lavoro di denuncia in un libro letterario» o in una ricerca meramente antropologica.(7) Occorreva dunque un supervisore che fosse il meno accademico possibile e Danilo Montaldi, che si era fatto conoscere con la sua Inchiesta nel Cremonese del 1956, era senza dubbio il più adatto a corrispondere alle indicazioni dell'editore.

Montaldi accettò l'incarico con entusiasmo, anche se il metodo usato da Alasia, l'intervista, differiva dal suo totalmente incentrato su materiali autobiografici elaborati dagli stessi interlocutori. In realtà , proprio confrontandosi  con Alasia sulle modalità impiegate nella ricerca gli fu chiaro che le differenze non erano poi così forti. «Il materiale gli era piaciuto; in particolare lo aveva conquistato il modo in cui Alasia aveva raccolto le interviste, straordinariamente affine al suo. Niente magnetofono, ma la trascrizione minuziosa delle parole dell'intervistato, comprese inflessioni, anacoluti e incertezze. Niente questionari rigidi e vincolanti ma incontri ripetuti con lo stesso interlocutore per approfondire, sciogliere, integrare [...]. Dell'approccio di Alasia Montaldi condivideva tutto: la qualità letteraria, la finezza delle osservazioni, il gusto dei particolari, l'empatia. Gli unici problemi erano da un lato l'abbondanza di materiali, tant'è che proponeva di ridurre e usare solo in parte le biografie di marginali, e dall'altro la necessità di completare il disegno aprendo i confini geografici delle provenienze». (8)

«Da questo materiale – scrive nella lettera a Gian Piero Brega del 9 aprile 1959 - viene straordinariamente in avanti una serie di questioni: le conseguenze della guerra, la trasformazione sociale, la crisi agraria, la struttura economica, la città». Una ricchezza di materiali che andava articolata attorno ad alcuni punti fondamentali: «le condizioni economiche e culturali d'origine [...] le risorse e i limiti che queste ponevano alle strategie messe in campo dall'immigrato per fronteggiare il mercato del lavoro nella grande città, così come le questioni relative all'abitare [...], la stratificazione urbana e la sopravvivenza di atteggiamenti e costumi del mondo contadino, le relazioni con gli autoctoni («rapporto città/campagna-comportamento a Milano fedeltà alle tradizioni». (9).

Di conseguenza Montaldi non si limitò ad una semplice supervisione del materiale già raccolto, ma con lo scrupolosità che gli era propria, decise di ripercorrere passo per passo l'indagine di Alasia per osservare con i suoi occhi quanto descritto nelle interviste. È quanto mette in luce Quiligotti nella sua Postfazione alla riedizione del libro del 2010:

«Inchiesta sul campo e studio delle biografie appaiono strettamente intrecciati. Sono le storie degli immigrati - i luoghi e le abitazioni in cui si ritrovano, mangiano, dormono, i mezzi con cui si spostano, le realtà istituzionali in cui si imbattono o a cui ricorrono, le fonti da cui traggono le informazioni necessarie per orientarsi - che guidano l'inchiesta di Montaldi; gli suggeriscono ulteriori domande, a volte le parole. così come intrecciati appaiono lo studio delle rappresentazioni e i punti di vista istituzionali con l'osservazione partecipante delle realtà di base. Non è un caso che, durante i primi tre mesi di lavoro, Montaldi torni sui luoghi già battuti da Alasia, incontri i suoi stessi personaggi e altri sottoccupati e immigrati; s'immerga negli spazi da loro quotidianamente frequentati, abitati o anche solo sfiorati: coree, mense, dormitori» (...)«nel frattempo continuava a lavorare al blocco delle biografie raccolte da Alasia. Leggeva, rileggeva, ordinava e riordinava la sequenza, ipotizzando qua e là tagli e integrazioni con altre interviste che andava conducendo». (10)

In base a quanto fin qui affermato si comprende la differenza fra Milano,Corea e le due opere successive di Montaldi, Autobiografie della leggera e Militanti politici di base. Milano,Corea è un libro scritto a quattro mani, composto di due sezioni: la prima, curata da Montaldi, consistente in una estesa analisi e commento dei dati relativi all'immigrazione nell'Italia degli anni Cinquanta e di quanto messo in luce dalle biografie; la seconda composta dalle 32 biografie raccolte originariamente da Alasia integrate da altre tre raccolte da Montaldi. Come espressamente richiesto da Feltrinelli, gli immigrati non diventano un soggetto letterario, né sono mitizzati per rimpiangere una cultura e un mondo contadino ormai in via di sparizione. Alla base della ricerca c'è il riconoscimento pieno « della marginalità sociale come figura interna e non residuale dello stesso processo capitalistico di valorizzazione». (11)  

    Copertina della seconda edizione (1975)

In polemica con le tesi sottosviluppiste del Pci, gli immigrati non sono il frutto né di una politica sbagliata della DC e dei governi centristi, né dell'arretratezza dell'economia italiana, ma un segno dello sviluppo economico, un frutto della modernità, un sottoprodotto di quel “neocapitalismo” sulle cui caratteristiche si inizia a dibattere. Montaldi dimostra di aver assimilato a fondo la lezione di metodo marxista offerta da Lenin in Lo sviluppo del capitalismo in Russia, opera giovanile ma fondamentale perché proprio su questa analisi della ormai raggiunta maturità capitalistica del paese il rivoluzionario russo fonderà per intero la sua strategia futura a partire dal Che fare del 1903 per arrivare alle Lettere da lontano del 1917. Una visione dialettica, quella di Montaldi, capace di cogliere la vera natura delle contraddizioni sociali dell'Italia del miracolo economico. Nelle storie di vita di Milano, Corea, avverte Montaldi, «sono riassunte tutte le situazioni diverse che abbiamo finora avvicinato, dove esse si fanno carne e sangue e acquistano volti d'uomo e donna […] Perché queste situazioni determinano dei comportamenti, delle condotte individuali, dei modi di essere. […] L'iniziativa di "toccare terra" attraverso la ricerca per storie di vita offre, infine, il vantaggio di riscattare dal particolare, di mettere in relazione con il resto sociale, tutto un campo di rapporti interumani sul quale batte il pregiudizio e l'organizzata chiusura delle maggioranze». (12)

È questa ostinata volontà di combattere il pregiudizio e il rifiuto ad integrare gli immigrati, visti come una massa indifferenziata aliena e pericolosa, a dare al libro il suo carattere politico, ad evitare, proprio come voleva Feltrinelli, che diventasse mera letteratura o folklore. Montaldi non si limita a una analisi sociologica di tipo accademico, né a una denuncia di tipo giornalistico di una Italia del Nord in pieno boom economico dove “non si affittano case ai meridionali”. L'obiettivo di Montaldi e di Alasia è di valorizzare le esperienze di vita, le aspettative e le concezioni proprie dei soggetti intervistati. Insomma, dare voce a chi voce non ha: «immigrati, sottoccupati, “randa”, “barba”, prostitute e assistiti» (13) che per i milanesi sono solo “terroni” anche se poi, come la ricerca dimostra, molti di essi arrivano dalle campagne ormai in crisi della pianura padana. Dare visibilità agli invisibili, a un proletariato che lavora e produce, ma che formalmente non esiste, perché lavora spesso in nero e dunque non può richiedere la residenza che viene concessa, in base a una normativa risalente all'epoca fascista, solo a chi risulta occupato. Ma senza certificato di residenza non ci si può iscrivere alle liste degli uffici di collocamento. Da qui la precarietà dell'esistenza e la condanna a non poter uscire dal lavoro nero e da una condizione di supersfruttamento. "Clandestini del mercato del lavoro nella loro stessa patria", li definisce Montaldi. Una condizione molto simile a quella degli attuali migranti extracomunitari, condannati alla clandestinità e a una vita perennemente in bilico tra supersfruttamento, marginalità sociale e piccola criminalità.

Il libro fece scandalo, ma ebbe anche un notevole successo di critica e di pubblico. Montaldi, come sempre disinteressato al denaro, chiese un compenso molto modesto, 300.000 lire, per un lavoro durato più di sei mesi - da maggio, mese in cui comincia a recarsi quasi quotidianamente a Milano, sino a novembre – e continuato fino alla fine di gennaio 1960 con la correzione delle bozze del libro che uscirà poi nelle librerie a marzo. Una paga operaia, considerato che proprio dalla ricerca emerge come il salario di un manovale comune nell'edilizia non superasse allora a Milano le 50.000 lire al mese.


   Copertina della nuova edizione Donzelli (2010)


(1) Il termine "Corea", indica i quartieri di baracche e case abusive costruite dagli immigrati nelle periferie dei grandi centri industriali del Nord. L'espressione nasce negli anni (1950-53) della guerra di Corea che fece conoscere all'Occidente le miserevoli condizioni di vita del proletariato coreano.
(2) Danilo Dolci (1924-1997) sociologo, poeta, educatore e attivista della nonviolenza.
(3) Giovanni (Gianni) Alasia (1927–2015), operaio, partigiano. Poi esponente di punta della CGIL torinese. Militanti del Psi, poi del Psiup e infine del Pci. Deputato dal 1983 al 1987, fu dopo lo scioglimento del Pci tra i fondatori di Rifondazione Comunista.
(4) Danilo Dolci, Prefazione a: Franco Alasia-Danilo Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Milano, Feltrinelli 1960, pp. 8-9.
(5) G. G. Feltrinelli, Nota dell'editore, in F. Alasia - D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, cit., p. 5.
(6) J. Quiligotti, Postfazione, in F. Alasia - D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, (nuova edizione) Donzelli, Roma 2010, p. 318.
(7) G. P. Brega, Nota dell'editore, a F. Alasia-D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, 2ª ed., Feltrinelli, Milano, 1975, p. 9.
(8) J. Quiligotti, cit., p. 318.
(9) Ivi, p. 319.
(10) Ivi, p. 321.
(11) Attilio Mangano, L'altra Linea. Fortini, Bosio, Montaldi, Panzieri e la nuova sinistra, Pullano Editori, Catanzaro, 1992, p. 62.
(12) D. Montaldi, Inchiesta sugli immigrati, in F. Alasia, D. Montaldi, Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Feltrinelli, Milano 1960, p. 135.
(13) Ibidem.

Quando Forza Nuova piaceva a Berlusconi e al Vaticano


Oggi nessuno a destra conosce Forza Nuova, ma c'è stato un tempo in cui Roberto Fiore era un personaggio influente a destra, apprezzato dal Polo delle Libertà di Berlusconi e persino da Comunione e Liberazione. Riprendiamo un nostro articolo del 2000, vecchio di 21 anni ma purtroppo ancora attuale.


Una Forza Nuova, ma fatta di vecchi fascisti


Forza Nuova nasce dalle ceneri di Terza Posizione e dei NAR, cioè dei gruppi più radicali dell’estrema destra italiana della fine degli anni Settanta. Illuminante il curriculo dei leader dell’organizzazione, Roberto Fiore e Massimo Morsello. Condannati entrambi nel 1985 per associazione sovversiva nell’ambito dell’inchiesta sulla strage alla stazione di Bologna i due, grazie a notevoli protezioni, riescono a fuggire in Inghilterra dove in pochi anni costruiscono un vero e proprio impero finanziario. Misteriose le fonti di questo improvviso arricchimento: i giornali inglesi hanno parlato di coperture e protezioni dei servizi segreti, mentre nell’ambito dell’estrema destra italiana da sempre si vocifera che i due sarebbero espatriati con la cassa di Terza Posizione.

Nel 1999 i due rientrano in Italia, Morsello per motivi di salute, Fiore perché il reato è andato in prescrizione. Ad accogliere Morsello al suo rientro a Fiumicino i vertici romani di AN, Teodoro Bontempo e Francesco Storace, a dimostrazione di una contiguità politica fra estremisti in camicia nera e fascisti in doppiopetto mai venuta meno dai tempi di Almirante e del MSI.

Come organizzazione Forza Nuova esiste già dal 1997, ma già da tempo nelle sezioni del Movimento Sociale-Fiamma Tricolore, il partito di Pino Rauti e dei nostalgici del vecchio MSI, circola la rivista Foglio di lotta che propaganda le idee di Morsello e Fiore, un misto di integralismo cattolico, di xenofobia esasperata e di acceso nazionalismo. La nuova organizzazione, grazie anche ai notevoli finanziamenti di cui dispone (il giro d’affari dei due leader è valutato attorno a svariate decine di miliardi all’anno), riesce a far breccia nelle fila rautiane, ma anche all’interno della Lega Nord di cui Forza Nuova estremizza le posizioni sull’immigrazione presentandosi come “l’unica opposizione”. Nel giro di un paio d’anni l’organizzazione si costruisce nazionalmente, aprendo sedi in tutta Italia e recuperando forze dal movimento skinheads (a Roma, Milano, Padova) e dalle frange più violente delle tifoserie calcistiche. “Lo stadio, le discoteche, le birrerie e anche i centri sociali sono un bacino da sfruttare per la ricerca di voti e consensi… Se si fa propaganda con i volantini, mille distribuiti tra gli spalti hanno più valore che davanti a un supermercato con pochi soldi, uno striscione allo stadio ha una visibilità nazionale” dichiara a La Repubblica (24 settembre 1999) un dirigente del ramo studentesco di FN.

Forti di questi successi, Fiore e Morsello puntano in alto e programmano un salto di qualità per FN dalle curve degli stadi alla politica vera. In occasione delle ultime tornate elettorali Forza Nuova tenta di accreditarsi come partito politico, mettendo la sordina alle proprie caratteristiche più movimentistiche e ottenendo significativi risultati. Nelle realtà dove maggiore è il proprio radicamento organizzativo FN offre appoggio elettorale ai candidati del Polo. Nel giugno del 1999 a Padova, dove l’organizzazione è particolarmente forte, i 1500 voti raccolti autonomamente al primo turno e poi offerti al candidato sindaco del Polo ne determinano l’elezione.

Lo stesso salto di qualità si nota sull’altro terreno di radicamento, quello della destra cattolica. Dopo aver per anni collaborato con i groppuscoli più estremisti dell’integralismo cattolico, Forza Nuova tenta ora di costruire rapporti diretti con gli ambienti che contano veramente a partire dalle più alte gerarchie vaticane. Anche qui i primi risultati appaiono significativi. Nonostante il suo passato, Roberto Fiore viene ufficialmente invitato, insieme ad Andreotti e Berlusconi, al Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione della scorsa estate. E’ un chiaro segnale di apprezzamento da parte del Vaticano per la violenta campagna contro il Gay pride e per la difesa della cattolicità del popolo italiano minacciata dall’immigrazione islamica che ha visto FN massicciamente impegnata a Roma e in tutt’Italia nell’anno del giubileo.

(2000)