TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 16 settembre 2019

Beppe Dellepiane, Collages anni '60




Beppe Dellepiane
Collages anni ’60
a cura di Sandro Ricaldone

Entr'acte
via sant'Agnese 19R – Genova
19 settembre – 9 ottobre 2019
orario: mercoledì-venerdì 16-19
inaugurazione:
giovedì 19 settembre, ore 18


Entr’acte apre la nuova stagione espositiva con una nuova mostra di Beppe Dellepiane dedicata a una serie di collages realizzati dall’artista attorno alla metà degli anni ’60.

Si tratta di una serie di lavori composti con frammenti di riproduzioni di disegni dell’autore stesso alternati a succinti brani verbali estratti da riviste e quaderni scolastici impaginati su cartoncino nero formato A4. Ne emergono immagini in cui scrittura e segno di ascendenza vagamente informale, spezzandosi e capovolgendosi, si spingono a negare la propria l’identità originaria, per costruire un’arrischiata sintesi di caos e geometria.

Completa la rassegna Sinthicos un assemblaggio di modelli per ricamo del 1981-82 dove le rappresentazioni convenzionali della scultura e della pittura si fronteggiano, fissate in una sorta di dialogo muto e melanconico.


domenica 15 settembre 2019

“Ligues”: i Liguri tra il mito e la storia




Giorgio Amico

Ligues”: i Liguri tra il mito e la storia

Negli anni scorsi abbiamo tenuto per l'UniSabazia di Vado L. e il MUDA di Albisola corsi sulla storia e la cultura dei Liguri antichi. Proponiamo una sintesi di quei materiali, ricordando che si tratta di appunti per una lezione e non di materiale strutturato.

Le fonti

La storia la scrivono i vincitori. Mai detto fu più appropriato per i Liguri. Non abbiamo alcun testo in cui i Liguri parlino di sé. Di conseguenza le nostri fonte sono greche e romane.

Anche lo stesso nome etnico “Liguri” è dovuto ai Greci. Restano i nomi tribali, numerosissimi. Liguri è il modo in cui li chiamano i greci quando entrano intorno al VII secolo a.C. in contatto con loro. Popolo senza scrittura, i Liguri hanno lasciato molte tracce materiali, ma per sapere qualcosa di più organico su di loro dobbiamo rivolgerci a chi con loro entrò in contatto, come i Greci e i Romani che ne parlarono diffusamente in termini geografici, economici, politici, sociali, ma anche mitici.

In realtà, prima dei Greci e dei Romani Fenici, Cartaginesi, Etruschi e Celti avevano stabilito con i Liguri legami economici e politici intensi e duraturi di cui restano molte tracce materiali, ma nessun testo scritto. Le nostre fonti dunque restano solo quelle greche e romane.

Il nome

Il termine greco con cui i Liguri sono designati è Ligues che diventerà poi Ligures. Terra ligustica il territorio che abitano. In realtà si tratta di una serie di termini: Ligues, ligustiché ghé, ligus, ligur, ligusticus, ligures. Tutti derivano dalla radice lig che indicherebbe un suono stridente, acuto. Insomma coloro che parlano un linguaggio barbarico, non comprensibile. Ma anche sonoro, armonico.

Omero per primo usa l'aggettivo “ligure” per indicare il canto con cui le sirene stregano Ulisse.

Ma le sirene con il canto sonoro [ligure] lo stregano”.

Un'altra ipotesi voleva invece che il nome venisse da "liga" (acquitrino) e indicasse le paludi alle foci del Rodano dove appunto arrivarono i Focei a fondare Massalia, l'attuale Marsiglia. 

Platone nel Fedro fa dire a Socrate “Suvvia, o Muse, dette dalla voce sottile [ligeiai] per il tono del canto o perché prendete questo soprannome dalla stirpe musicale dei Liguri”.

La lingua dei Liguri richiama dunque per gli antichi Greci il canto delle sirene e il fischio del vento, per diventare poi secondo il mito di Fetonte ( di cui tratteremo più oltre) il canto melodioso e straziante del cigno morente.

Oggi gli studiosi concordano sulla prima ipotesi, quella di Omero, che è anche la più poetica e carica di fascino.

Un popolo antichissimo che vive alla fine del mondo

Per i Greci (e poi per i Romani) i Liguri sono un popolo misterioso.

Esiodo (VIII sec. a.C.), citato da Strabone, li colloca tra i popoli che vivono ai confini estremi del mondo. I Liguri vivono all'estremo Nord, come gli Sciti a Est e gli Etiopi a Sud.

Gli Etiopi, i Liguri e gli Sciti allevatori di cavalli”, dice Esiodo.

Un'etnia di cui è difficile cogliere l'identità. Chi li dice autoctoni, chi provenienti da Oriente, chi discesi dall'estremo Nord, dal paese degli Iperborei seguaci di Apollo”. (Dio della musica, da qui la definizione di popolo musicale).

Avieno, un poeta latino del IV sec. d.C. riprende e approfondisce questa tesi in un poemetto in cui descrive le coste dell'Impero. Dell'opera, probabile rifacimento di un antico testo greco, databile al 6º sec. a. C., integrato sulla base di fonti posteriori, resta una parte del Primo libro in cui si legge:

Se di qui dalle isole Estrimniche qualcuno osa spingersi la prora sulle onde, là dove dal carro di Licaone [l'Orsa] l'aria è fatta ghiaccia, troverà la terra originaria dei Liguri vuota dei suoi abitanti, perché a causa dei Celti e a causa delle frequenti guerre essa è stata spopolata […] I Liguri scacciati giunsero nella terra che ora abitano, quasi ovunque irta di boschi, colma di asperità, dove rupi a picco e monti minacciosi sembrano toccare il cielo.”

Le isole Estrimniche sono state identificate con le Cassiteridi (oggi le Scilly), al largo ella Cornovaglia, dove secondo il greco Pitea i mercanti fenici andavano a acquistare lo stagno.

Personaggio interessante questo Pitea. Navigatore e scrittore greco di Marsiglia, visse nel IV secolo a.C. e fu autore di un viaggio oltre le colonne d'Ercole alla scoperta del Mare del Nord. Le notizie sulla sua opera dateci da Strabone, Diodoro, Plinio e altri autori sono scarse e talvolta contraddittorie. Il viaggio dovette avere scopo commerciale e scientifico: da Marsiglia, costeggiando la Spagna, Pitea passò nell'Atlantico e navigò lungo le coste britanniche; poi, dopo aver raccolto notizie sull'isola chiamata Tule, forse l'Islanda, proseguì lungo le coste del mare del Nord fino a luogo imprecisato, probabilmente la Scandinavia e il Baltico. Considerato per molto tempo un'opera di fantasia, oggi non si ha più dubbio sulla veridicità sostanziale del racconto di Pitea; le sue osservazioni specialmente sulle latitudini, sulle maree, sul Circolo polare artico sono oggi ritenute attendibili perché collimano perfettamente con le nostre attuali conoscenze.

Il Novecento vide gli studiosi confrontarsi in un interminabile dibattito sulle origini dei Liguri, se preindoeuropee (come per i baschi e i berberi) o indoeuropee. Il fascismo prima sposa la prima tesi (già degli storici liguri come il savonese Vittorio Poggi (1833-1914, il finalese Emanuele Celesia (1821-1889) e il genovese Arturo Issel (1842-1822). Per questi studiosi i Liguri erano un antichissimo popolo mediterraneo. La tesi serviva a sostenere contro l'Inghilterra il predominio, considerato naturale proprio perché antichissimo dell'Italia sul Mediterraneo, "Mare nostrum". Più tardi, dopo l'alleanza con la Germania nazista e le leggi razziali, questa tesi fu abbandonata a favore dell'antica teoria delle origini nordiche. In questo modo si garantiva agli Italiani una presunta purezza ariana, superiore persino a quella germanica.

Il dibattito era fondato oltre che sulle fonti antiche sulle tracce rimaste della lingua dei Liguri (toponimi e nomi di persona). Per molto tempo considerata lingua preindoeuropea (come il basco) oggi si ritiene l'antico ligure come una lingua indoeuropea con significativi lasciti anteriori e fortemente influenzata dai Celti.

1. continua

lunedì 9 settembre 2019

Woman as Taboo




JANE MACADAM FREUD
WOMAN AS TABOO
a cura di Viana Conti e Rossella Soro
Spazio 21, ex ospedale psichiatrico di Quarto
Genova, 12 settembre – 10 ottobre 2019
Spazio aperto, Palazzo Ducale
Genova, 13 settembre – 13 ottobre 2019

Il referente tematico dell’evento scaturisce dalla relazione tra antropologia e psicoanalisi, oggetto dello studio di Sigmund Freud, bisnonno dell’artista, “Totem und Tabù” del 1913 e, in parallelo, all’omonimo libro d’artista realizzato da Claudio Costa nel 1988 e improntato ad un work in regress che muove dal presente per risalire alle origini delle società tribali primitive.
La mostra raccoglie le opere elaborate da Jane McAdam Freud nel corso della residenza d’artista effettuata nell’arco del 2018 negli atelier di ArteTerapia dell’IMFI (Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli) nell’ex ospedale psichiatrico di Genova Quarto di cui Claudio Costa è stato, dalla fine degli anni ’80, promotore e animatore coinvolgendo attivamente nella struttura numerosi artisti di generazioni e orientamenti diversi.

Scrive nel testo di presentazione della rassegna Viana Conti:
Quella di Jane McAdam Freud, con la mostra Woman as Taboo, è un'operazione di pensiero, scrittura, e analisi abissale della figura della Donna come Tabù a partire dalla "voce inaudita", dalle associazioni formali, dalle risonanze ancestrali, che reperti extrartistici emettono verso l’osservatore. Si tratta di materiali prelevati da depositi di un quotidiano vissuto e abbandonato, per di più in un ex-ospedale psichiatrico in cui il disagio mentale interagisce con l'arte-terapia e la psicoanalisi. Davanti ad uno scenario di scarti, assunti come espressione di un'intensa Cultura Materiale, affiorano il non-detto, il proibito, il rimosso, l’incestuoso, di un universo come quello femminile, guardato, fin da tempi remoti, come detentore di sacralità e sacrilegio, purezza e contaminazione, libertà e discriminazione, in un tessuto socio-psico-confessionale-antropologico strutturato su logori pregiudizi”.

In ordine all’impianto dell’esposizione, Jane McAdam Freud precisa:
La struttura di Woman as Taboo è suddivisa in serie, come è mia consuetudine fare. Ogni serie esamina un aspetto della "donna come tabù" dal punto di vista culturale e psicologico. Le serie variano da DONNA a DIO e includono il PASSATO (come tabù precedenti) e la PAROLA in quanto le parole sono i mezzi attraverso cui i tabù viaggiano continuano a insistere in maniera pervasiva. Sono presenti anche LIBIDO (un tabù in sé) e la relativa categoria CORPO, inteso come corpo separato dalla MENTE. Questo consente ai lavori, che rientrano nella categoria astratta del SENTIMENTO, di veicolare un'idea allusiva e pertinente nella considerazione della Donna come Tabù”.

Catalogo edizioni De Ferrari, con testi di Luigi Carlo Bottaro, Serena Bertolucci, Massimo Casiccia, Luigi Maccioni, Roberto Boccalon, Viana Conti e Jane McAdam Freud.

L’iniziativa è promossa da Iniziativa promossa da:
I.M.F.I. - Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli, Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura, International Association for Art and Psychology in collaborazione con ASL 3 Liguria
e Fondazione Anna Maria Sechi per il cuore.

JANE MCADAM FREUD
nasce a Londra il 24 febbraio1958, prima di quattro figli di Katherine McAdam e Lucian Freud
Ho fatto arte sin da bambina e non ho mai desiderato fare altro!”
Artista multidisciplinare realizza sculture, installazioni e video. La sua ricerca artistica si muove ai margini in cui l'arte e la psicoanalisi si incontrano. Un profondo legame con Sigmund Freud supporta l’interesse verso il rapporto che l'arte dell'inconscio gioca nell'arte. Questo ha guidato la sua ricerca dal 2005, quando ha iniziato una residenza artistica di 20 mesi al Freud Museum di Londra, culminando nella sua mostra, intitolata 'Relative Relations'.
Jane McAdam Freud si è diplomata alla Central School of Art nel 1981 e al Royal College of Art nel 1995, ha ricevuto la borsa di studio British Art Medal a Roma (86-89) e Freedom of the City nel 1995. Le numerose mostre personali realizzate includono Gazelli Art House di Londra che ha rappresentato Jane a Londra, National Arts Club di New York, Pushkin Museum of Fine Art, Moscow, Wooyang Contemporary Art Museum in S. Korea e il Freud Museum di Londra.
Le sue opere sono rappresentate in collezioni pubbliche nazionali e internazionali tra cui il British Museum, la National Gallery Archives, Londra, Victoria and Albert Museum, London, l'Ashmolean Museum, Oxford e Fitzwilliam Museum, a Cambridge. Le collezioni internazionali includono il Brooklyn Museum, il National Arts Club, i Carnegie Museums di Pittsburgh, la Greek National Gallery e il Berlin State Museums

domenica 8 settembre 2019

Menorah e Mezuzah. Ricordo degli ebrei di Fiuggi




Ciociaria: appunti di viaggio

Giorgio Amico

Menorah e Mezuzah. Ricordo degli ebrei di Fiuggi

Girellando per le viuzze dell'antico borgo medievale di Anticoli (che con la nascita delle terme e lo sviluppo della nuova area urbana a valle prese nel 1911 il nome di Fiuggi) ci si imbatte in uno stretto e affascinante vicolo, chiamato via del Macello. Sotto un archivolto si trova murata una antica Menorah, il candeliere sacro a sette braccia, testimonianza dell'esistenza secolare nel borgo ciociaro di una importante comunità ebraica.



I primi documenti relativi alla presenza di ebrei a Fiuggi (Anticoli) risalgono al 1183, ma la comunità diventò numerosa ed importante alla fine del 1200, quando il borgo ospitò un nutrito numero di famiglie ebraiche arrivate dalla Sicilia per sfuggire alle persecuzioni degli spagnoli che avevano appena conquistato l'isola.

Si trattava in gran parte di artigiani che si impiantarono ad Anticoli e svilupparono numerose e fiorenti attività artigiane. La prova della presenza di questa comunità, soprattutto nei secoli XIV e XV, è fornita dal ritrovamento dei locali di una fornace per la lavorazione del vetro e di due vasche rituali che fanno pensare all'esistenza di una sinagoga.

Recentissima la scoperta poco lontano su di una porta murata di una Mezuzah, lo stipite rituale posto sulle case degli ebrei che conteneva al suo interno una pergamena con passi della Torah.

Come si legge in un sito dell'ebraismo italiano: "La Mezuzah va fissata sullo stipite destro della porta di entrata, lievemente in diagonale, la parte superiore rivolta verso l'interno. come simbolo di compromesso e di ricerca di Shalom Bayit (pace della casa).
La Mezuzah non e' un portafortuna. Essa testimonia che Dio e' partner in quella casa: Se l'eterno non costruisce la casa, invano lavorano i suoi costruttori (Salmo 127:1). La funzione della Mezuzah é di rendere ognuno cosciente dei propri doveri verso Dio e verso gli altri, sia che si trovi dentro casa che fuori".

Insomma, la Mezuzah simboleggia la santità della casa e come metter su casa (nel senso di costruire una famiglia) sia partecipare direttamente all'opera divina della creazione.

La presenza di una comunità ebraica organizzata a Fiuggi termina dopo il 1555, quando il papa Paolo IV, ferocemente antisemita, obbliga gli ebrei residenti nello Stato pontificio ad abbandonare le loro case per concentrarsi (e dunque poter essere meglio controllati) nel Ghetto di Roma a loro riservato.


Oggi di quella presenza restano solo ricordi, ma che affascinano profondamente il visitatore, come il gatto che un po' sospettoso ci guarda passare per il vicolo di cui è ormai il solerte custode.






sabato 7 settembre 2019

Il Cristo nel labirinto: un'opera templare?




Riflessioni da un viaggio in Ciociaria. Dedicato a Sergio e Marcella.

Giorgio Amico

Il Cristo nel labirinto: un'opera templare?

Ad Alatri in ciò che resta del medievale convento di San Francesco, del 1359, ma dal 1873 al 1968 utilizzato per uffici pubblici, si trova su un'intera parete l'immagine di un grande labirinto che all'interno contiene la figura di Cristo.
L'affresco è un unicum, perché non ne esistono altri di questo tipo in alcuna parte d'Europa ed è stato scoperto per caso nel 1996, quando a causa di una infiltrazione d'acqua venne ritrovato un corridoio che lo conteneva assieme ad altre decorazione dal profondo valore simbolico.



La parete, rivolta ad oriente, delimitava una grande sala, ma, non sappiamo quando e perché, fu chiusa da una controparete, lasciando un piccolo corridoio senza accessi esterni e dunque invisibile, tanto che col passare del tempo se ne perse memoria.

Il labirinto a una sola entrata e una sola uscita contiene dodici cerchi neri che delimitano i corridoi bianchi e porta con un percorso obbligato al centro in cui troneggia Cristo benedicente che con la destra indica il percorso. Un arco divide in due il corridoio. Sulla parete del locale attiguo sono presenti decorazioni rappresentanti sfere, girali e fiori della vita che rafforzano il simbolismo cosmico e solare dei dodici cerchi dell'affresco principale.



Il simbolismo è evidente: nella sala si entra da Occidente, dove tramonta il sole, e ci si dirige ad Oriente da dove sorge la luce, proprio come nelle chiese precedenti l'anno Mille e oggi ancora nei templi massonici. Un viaggio verso la Luce, che per il cristiano è rappresentata dal Cristo. Il labirinto ci dice che si tratta di un viaggio interiore, come nel motto degli antichi alchimisti V.I.T.R.I.O.L. (Visita interiora terrae rectificandoque invenies occultum lapidem) che troneggia nel Gabinetto di riflessione ed indica al futuro iniziando lo scopo e il senso dell'appartenenza alla Massoneria.

    Chartres

L'affresco, sicuramente realizzato in un arco temporale che va dall'XI secolo agli inizi del XIV secolo, richiama immediatamente il labirinto di Chartres, che al centro ha il fiore di vita a sei petali, e quelli più vicini di Pontremoli e Lucca.

      Pontremoli

Non si sa chi sia stato il committente dell'opera, ma immediatamente si è parlato di un Cristo "templare" , eretico e dunque cancellato dopo la soppressione dell'ordine. Si sa, i Templari oggi vanno molto di moda e basta evocarli per creare un clima di mistero e dunque curiosità in un pubblico in cerca di sensazioni forti.

    Lucca

In realtà, come per quasi tutti i luoghi presunti templari, che negli ultimi anni si sono moltiplicati in modo esponenziale, quasi sicuramente i templari non c'entrano nulla. Non esiste infatti la minima indicazione che nei due secoli di esistenza dell'Ordine, essi abbiano mai realizzato labirinti o utilizzato questo simbolo.

L’affresco poi non ha nulla di eretico, ammesso e non concesso che i Templari fossero depositari di un sapere segreto contrario alla dottrina della Chiesa, ma è assolutamente canonico, tipico della simbologia medievale usata dai costruttori delle cattedrali, quei "liberi muratori" da cui deriva la moderna Massoneria che ancora oggi, lo abbiamo visto, ne utilizza i simboli.



In conclusione resta il mistero di un affresco affascinante di cui non sappiamo quasi nulla. Chi lo dipinse? Perché fu nascosto? Non lo sappiamo e probabilmente non lo scopriremo mai.

Assolutamente chiaro invece il suo messaggio simbolico, universale ed eterno. E' all'interno di sé che l'uomo deve cercare il senso profondo della vita. Il vero viaggio è quello interiore. E questo vale per ogni uomo, credente o laico che sia.

giovedì 5 settembre 2019

La ripresa del trotskismo in Italia dal Partito Operaio Comunista alla nascita dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari (1944- 1950)




Solitamente si ritiene che l'esistenza di una sinistra extraparlamentare e rivoluzionaria in Italia sia il frutto del '68, in realtà un dissenso comunista organizzato esiste già dalla stalinizzazione del PCI negli anni Venti dopo il Congresso di Lione. Riprendiamo oggi due brevi articoli (poco più che appunti) del 2002 sulla rinascita di una opposizione trotskista in italia nel secondo dopoguerra.

Giorgio Amico

La ripresa del trotskismo in Italia dal Partito Operaio Comunista alla nascita dei Gruppi Comunisti Rivoluzionari (1944- 1950)

La ripresa del trotskismo in Italia. Il Partito Operaio Comunista

Parallelamente alla Frazione di Sinistra dei Comunisti e Socialisti Italiani nel 1943 si organizza a Napoli un piccolo gruppo di militanti intorno a Nicola Di Bartolomeo (Fosco) appena liberato dal carcere fascista. Il gruppo, che si autodefinisce “Centro Provvisorio Nazionale per la costruzione del Partito Comunista Internazionalista (IV Internazionale), raccoglie vecchi quadri trotskisti, comunisti dissidenti, socialisti di sinistra e perfino qualche bordighista.

All’inizio del 1944 il gruppo entra in contatto tramite militari alleati sia con il Workers Party di Shachtman che con il Socialist Workers Party di Cannon e poi, grazie soprattutto all’azione di Charles Van Gelderen, con il Revolutionary Communist Party, la sezione inglese della IV Internazionale. Proprio grazie a Van Gelderen, che procura falsi lasciapassare alleati, Di Bartolomeo può recarsi a Foggia dove la Federazione di Puglia del PCI, attestata su posizioni bordighiste, aveva diffuso un appello per la costituzione di una Quarta Internazionale comunista e rivoluzionaria. Nel luglio, dopo una breve trattativa, i due gruppi si fondono nel Partito Operaio Comunista (bolscevico-leninista).

L’operazione si rivela ben presto affrettata e di corto respiro. I comunisti pugliesi non sanno nulla dell’esistenza di una vera Quarta Internazionale, tanto meno sono a conoscenza delle divergenze che dalla fine degli anni Venti hanno diviso trotskisti e bordighisti; dal canto loro i dirigenti della quarta Internazionale puntano solo a costruire in fretta una sezione italiana non curandosi minimamente delle differenze politiche e programmatiche esistenti. Già nel 1948 il Segretariato Internazionale trotskista deve riconoscere che “tale fusione ebbe per conseguenza di introdurre nell’Internazionale un gruppo compatto di militanti in disaccordo fondamentale con tutto il programma”. Il risultato sarà un partito spaccato in due, con un vertice controllato dai trotskisti che tenta di radicarsi al nord in diretta concorrenza con il PC internazionalista ed una base quasi totalmente concentrata in Puglia che continua a mantenere le proprie posizioni bordighiste caratterizzandosi sempre di più come un vero corpo estraneo all’interno della Quarta Internazionale di cui pure formalmente rappresenta la sezione italiana.

Questa situazione, insostenibile, trova un suo naturale sbocco alla fine del 1946 al momento della morte di Di Bartolomeo che fino ad allora era riuscita a mantenere un certo equilibrio fra le due componenti spingendo il partito a pronunciarsi al momento delle elezioni per la Costituente per un governo PCI-PSI-CGIL e per l’adozione di un programma transitorio calibrato sulle particolarità italiane. In una Conferenza nazionale tenuta a Napoli all’inizio dell’anno successivo vengono eletti un nuovo Ufficio Politico ed un nuovo Comitato Centrale: i vecchi dirigenti trotskisti napoletani vengono esclusi mentre Romeo Mangano, leader della vecchia Federazione di Puglia, che si scoprirà poi essere stato un confidente dell'OVRA, assume il pieno controllo dell’organizzazione. Il primo congresso del POC che si tiene in dicembre conferma questa svolta così come le divergenze e i contrasti con la Quarta Internazionale che dal canto suo procede nel corso del suo secondo congresso mondiale del giugno 1948 a espellere dai suoi ranghi il partito italiano. Privo ormai di ogni aggancio internazionale, ridotto all’organizzazione pugliese per l’abbandono dei rimanenti militanti trotskisti, il POC, ormai in polemica piena anche con l’area bordighista rappresentata dal PC Internazionalista, si scioglie nel 1956.

L'Internazionale. Aprile 2002

    Da: D. Giachetti, Alle origini dei GCR, Centro Studi P. Tresso

La ripresa del trotskismo in Italia. La nascita dei Gruppi comunisti Rivoluzionari

Negli stessi mesi in cui si consumava la crisi fra Partito Operaio Comunista e Quarta Internazionale nuovi fermenti agitavano la scena italiana, questa volta sul versante del partito socialista. Agli inizi del 1947 un gruppo di giovani dirigenti del neonato Partito Socialista dei Lavoratori inizia a contestare le tante ambiguità del partito di Saragat che, partito da un antistalinismo non privo di confusi accenti libertari, sta rapidamente spostandosi a destra. Nel mese di marzo la Quarta Internazionale invia in Italia un suo rappresentante, il belga Germain (Ernest Mandel), allo scopo di stringere rapporti con il gruppo già contattato nell'ambito dell'organizzazione giovanile dell'Internazionale Socialista. Germain resta in Italia quattordici giorni nel corso dei quali incontra numerosi esponenti dell'organizzazione giovanile socialista fra cui il ventiquatrenne Livio Maitan con cui immediatamente nasce una profonda amicizia.

A novembre il congresso della Federazione Giovanile Socialista, a cui lo stesso Mandel partecipa come invitato, compie una radicale svolta a sinistra ed elegge un nuovo gruppo dirigente e nomina Livio Maitan segretario nazionale. Del gruppo, molto vicino al Segretariato della Quarta Internazionale, fanno parte alcune future promesse della politica italiana come il barese Rino Formica, il romano Giorgio Ruffolo e il napoletano Gaetano Arfè, tutti destinati a un grande avvenire nel campo della politica e del giornalismo. Siamo negli anni iniziali della guerra fredda con il Dipartimento di Stato americano sempre più direttamente impegnato in un'opera di condizionamento e tutela della politica italiana che non disdegna l'utilizzo di spezzoni della sinistra, come il partito di Saragat o i repubblicani di Pacciardi, disposti in nome di un virulento anticomunismo a sostenere la politica moderata di De Gasperi.

Una situazione ambigua che determina il rapido precipitare delle contraddizioni del PSLI, che a parole si definisce un partito operaio riformista nella tradizione delle grandi socialdemocrazie europee, ma nei fatti non perde occasione per attaccare le lotte dei lavoratori come egemonizzate e strumentalizzate dal PCI. Nel giro di pochi mesi la situazione all'interno del PSLI si fa insostenibile per la componente di sinistra che si organizza in modo autonomo attorno a due giornali: Unità socialista a Milano e Riscossa proletaria a Roma.

“Per noi – dichiarano gli esponenti della sinistra – il vero senso della scissione non fu la contrapposizione (…) di un socialismo democratico contro un socialismo autoritario, o di un socialismo occidentale contro uno orientale, fu l'affermazione di un socialismo rivoluzionario internazionalista. Soprattutto la nostra scissione non fu intesa come lo spostamento a sinistra di un gruppo di socialisti, ma come l'intendimento di questi di dare finalmente alla classe lavoratrice italiana uno strumento rivoluzionario che il partito comunista in Italia e in Europa non può più rappresentare per la sua politica legata agli interessi espansionistici di una potenza straniera”.

Una posizione politica che non aveva avvenire né senso all'interno del partito di Saragat che si andava sempre più collocando alla destra della stessa DC nazionale del PSLI, oltre a riconfermare la scelta della collaborazione con la DC, scioglie d'autorità il Comitato Centrale e l'Ufficio Politico dell'organizzazione giovanile entrambi controllati dalla sinistra. Di fatto agli oppositori di Saragat non resta che sottomettersi o uscire la partito. La scelta di gran parte dei giovani sarà la scissione. Il 15 febbraio 1948 nasce il Movimento Socialista di Unità Proletaria (MSUP) che riprende come organo di stampa Unità socialista.

Alla luce di questi sviluppi imprevisti il Segretariato della Quarta Internazionale, ormai in aperta rottura con il Partito Operaio Comunista di Mangano, decide di riorientare radicalmente il proprio intervento in Italia in direzione del nuovo partito. Dal luglio 1948 inizia ad opera del gruppo riunito attorno a Maitan, Formica, Ruffolo un assiduo e capillare lavoro di radicamento all'interno del MSUP finalizzato al reclutamento a livello nazionale di una leva di quadri. Parallelamente inizia la pubblicazione della rivista Quarta Internazionale come supporto teorico-organizzativo al progetto di una sezione italiana dell'internazionale trotskista. E' un momento di grandi entusiasmi e di speranze che si rivelano presto illusorie. Le elezioni politiche del 1948 e la cocente sconfitta del Fronte Popolare segnano la fine del MSUP. Il partito, che non è riuscito a svolgere alcun ruolo significativo nella campagna elettorale, si scioglie. Un piccolo gruppo di militanti attorno a Livio Maitan decide di mantenersi fedele al progetto di costruire un'organizzazione marxista rivoluzionaria indipendente, gli altri, pur definendosi ancora trotskisti, decidono di entrare nel PSI per svolgervi un'azione organizzata finalizzata al reclutamento di militanti. Fra questi il futuro ministro craxiano Rino Formica, secondo la testimonianza un po' maliziosa di Arfè, “deciso come pochi a 'ribaltare' in tempi brevi lo stato borghese”.

Agli inizi del gennaio 1949 si riunisce a Roma la Prima Conferenza Nazionale dei quadri trotskisti per discutere della situazione politica italiana e darsi una più solida struttura organizzativa. Viene eletto un Comitato Centrale ed un Comitato Esecutivo che grazie all'aiuto finanziario della Quarta Internazionale inizia un'opera capillare di riorganizzazione del gruppo sull'intero territorio nazionale. Il movimento è di natura assai eterogenea assemblando militanti provenienti dalle più diverse esperienze quali il Partito Operaio Comunista, il Movimento Socialista di Unità Proletaria, il Movimento Comunista d'Italia (Bandiera Rossa), lo stesso Partito Comunista Italiano e persino il Partito d'Azione. Un piccolo gruppo, del tutto privo di esperienze comuni, unito solo dal richiamo molto astratto alla figura e all'opera di Trosky, a cui ora si deve dare basi solide a livello teorico e politico. Primo passo in questa direzione sarà una scuola quadri centrale, gestita direttamente dall'Internazionale, a cui partecipano come relatori i massimi esponenti trotskisti, dal greco Pablo (Michel Raptis) al francese Pierre Frank, al belga Germain (Ernest Mandel) di fatto coordinatore per conto del S.I. dell'intervento in Italia.

La situazione non è delle più rosee. Il movimento operaio è sulla difensiva, socialisti e comunisti dopo la debacle elettorale messi all'angolo. I trotskisti restano un piccolissimo gruppo di quadri a sinistra della sinistra, lontanissimi da un rapporto anche minimo con le masse.

“La nostra azione e la nostra terminologia – ricorderà anni dopo uno dei protagonisti di quella stagione politica – erano note solo a pochissimi e da pochissimi erano comprese. La nostra analisi dell'URSS (…), la nostra concezione dello stalinismo, le nostre critiche alla burocratizzazione, ecc., quando non venivano accolte come contrabbando dell'avversario, erano considerate come stravaganze intellettuali”.

In particolare, oltre al peso debordante dello stalinismo, i trotskisti italiano dovevano confrontarsi anche con una presenza libertaria, ancora molto radicata in alcune aree del paese e con un'incidenza non piccola fra i giovani lavoratori, e soprattutto fare i conti con la tradizione tutta italiana della sinistra comunista di matrice bordighiana che nel 1949 raccoglie ancora migliaia di sostenitori. Non stupisce dunque che le adesioni all'appello trotskista siano minime, ma nonostante ciò, grazie soprattutto all'aiuto internazionale e all'impegno personale di Livio Maitan, che instancabile gira l'Italia intera in cerca di contatti, il lavoro di riorganizzazione dell'area procede alacremente. Il primo febbraio 1950 nascono così i Gruppi Comunisti Rivoluzionari, Quarta Internazionale, presenti in una decina di città (Roma, Milano, Napoli, Venezia, Palermo, Genova, Trieste, Sassari, Torino, Perugia). Due mesi più tardi, iniziano le pubblicazioni del mensile Bandiera Rossa. Sempre ad aprile il Comitato Esecutivo della Quarta Internazionale riconosce i GCR come Sezione italiana del movimento.

L'Internazionale. Luglio/agosto 2002

sabato 24 agosto 2019

Il marxismo libertario di Rosa Luxemburg




Il 12 agosto nell'ambito della festa provinciale di Rifondazione comunista si è tenuto un dibattito sul pensiero di Rosa Luxemburg, a cui abbiamo partecipato assieme a Sergio Dalmasso, Giovanni Zanelli e Marco Sferini. Di seguito il testo del nostro intervento.

Giorgio Amico

Il marxismo libertario di Rosa Luxemburg

Ho sempre pensato a Rosa Luxemburg come a una figura tragica, e non solo per il destino terribile che la colse all'inizio del 1919, primo anno di "pace" dopo una guerra interminabile e distruttiva come mai se ne erano viste prima, ma perché nei suoi scritti seppe prefigurare lucidamente il carattere tragico del secolo nuovo che si apriva con le immagini accattivanti della Belle èpoque e del Ballo Excelsior.

Già dai primi anni del secolo che tutti, socialdemocratici tedeschi compresi, vedevano destinato a svolgersi sotto il segno del progresso e della civiltà, fino a diventare pacificamente, quasi naturalmente, socialismo, cioè una forma superiore, pacifica ed evoluta, di vita sociale, Rosa seppe, in assoluta controtendenza e in compagnia di pochi (Lenin, Trotsky) intravvedere ciò che sarebbe poi accaduto: il trionfo delle barbarie, l'orrore della guerra totale, la disumanizzazione come segno della modernità e della tecnica trionfanti.

"Il capitale non conosce altra soluzione che la violenza, metodo costante dell'accumulazione del capitale, come processo storico, non solo al suo primo nascere, ma anche oggi", scriveva nel suo saggio sull'accumulazione del capitale, contrastando la tesi che la violenza, la brutalità e la guerra fossero fenomeni del passato, che lo sviluppo della moderna società industriale avrebbe, proprio per il suo carattere civilizzatore, bandito dalla storia futura.

La violenza è intrinseca al capitale e al suo sviluppo, basato sullo sfruttamento intensivo degli uomini e delle risorse naturali, fondato sulla concorrenza e dunque sulla contesa costante per il predominio sui mercati, interni ed internazionali. E questo non solo a livello degli Stati. La violenza, come guerra di tutti contro tutti, diventa il carattere principale della vita quotidiana, in un mondo in cui centrale è il profitto, cioè l'avere e non l'essere. Socialismo o barbarie, questo il dilemma che attendeva l'umanità e che il Novecento ha poi tragicamente confermato oltre ogni possibile aspettativa.

E' sulla base di questa visione che Rosa si batte per una forma diversa e superiore di società, dove lo sviluppo armonioso e libero di ciascuno sia la condizione dello sviluppo di tutti.

Da qui nel suo pensiero l'importanza della democrazia, non nel senso meramente formale dei diritti giuridici, ma come condizione essenziale per la libera organizzazione delle masse proletarie, per il pieno dispiegarsi delle loro potenzialità creative che solo una visione critica e razionale della realtà poteva garantire. Un modo di vedere che ci ha sempre ricordato le tesi gramsciane sulla necessità nell'Occidente avanzato di una battaglia continua per l'egemonia culturale.

Solo la democrazia, può permettere il libero confronto delle idee, il dibattito continuo e questo non solo nella società, ma anche e anzi soprattutto nelle organizzazioni operaie, partito e sindacato. Da qui la lotta costante contro la burocrazia del movimento operaio tedesco, il più sviluppato e avanzato dell'epoca, ma anche la polemica già dal 1904 con Lenin sui pericoli di un eccessivo centralismo. Tanto da scrivere in occasione del dibattito in corso nel partito socialdemocratico russo fra bolscevichi e menscevichi che "gli errori commessi da un movimento operaio rivoluzionario sono storicamente infinitamente più fecondi e più preziosi dell'infallibilità del miglior Comitato Centrale".

Rosa si faceva così interprete fedele della visone marxiana per cui l'emancipazione del proletariato non può che essere opera diretta dei proletari stessi, non negando la necessità del partito, ma rifiutando recisamente l'idea di un partito, detentore della giusta linea, che si sostituisce alla classe che quella linea deve solo applicare disciplinatamente come un esercito ben addestrato ed inquadrato.

Anche Trotsky, allora giovanissimo, aveva intravvisto il pericolo di una deriva autoritaria nella visione eccessivamente centralizzata del partito avanzata da Lenin in polemica con Martov e i menscevichi, tanto da scrivere nel 1903, e guadagnarsi così la fama di profeta, "i metodi di Lenin conducono a questo: prima l'organizzazione del partito si sostituisce al partito nel suo complesso, poi il comitato centrale si sostituisce all'organizzazione, e infine un unico dittatore si sostituisce al comitato centrale".



Temi che riemergono nell'opuscolo, incompleto e pubblicato solo postumo nel 1920, sulla rivoluzione russa che Rosa stende in carcere nel 1918 e in cui critica duramente, pur sostenendo a fondo il potere bolscevico, l'eccessiva stretta autoritaria a cui Lenin e il partito comunista hanno dopo l'Ottobre sottoposto il popolo russo, compresi gli operai. Una disciplina spietata che rende impossibile una vera democrazia proletaria e dunque mina alle radici le possibilità stesse dello sviluppo di una società nuova di liberi e uguali.

"Senza illimitata libertà di stampa - scrive Rosa - senza libera vita di associazione e di riunione è proprio il dominio di larghe masse popolari a presentarsi assolutamente impossibile".

La dittatura del proletariato non può essere intesa come dittatura del partito sul proletariato. Dall'angusta cella in cui è imprigionata per la sua coerente e appassionata opposizione alla guerra, Rosa vede con lucidità i pericoli che minacciano la rivoluzione e il nascente potere dei soviet:

"Con il soffocamento della vita politica in tutto il paese anche la vita dei soviet non potrà sfuggire a una paralisi sempre più estesa. Senza elezioni generali, libertà di stampa e di riunione illimitata, libera lotta illimitata libera lotta d'opinione in ogni pubblica istituzione, la vita si spegne, diventa apparente e in essa l'unico elemento attivo rimane la burocrazia. La vita pubblica si addormenta poco per volta, la guida effettiva è in mano a una dozzina di teste superiori e una élite di operai viene di tempo in tempo convocata per battere le mani ai discorsi dei capi e votare unanimemente risoluzioni prefabbricate. (...) Dittatura, certo, non la dittatura del proletariato, ma la dittatura di un pugno di politici".

Meglio non si sarebbe potuto descrivere la futura macchina del consenso staliniano. Lucidissima Rosa, ma comunque incapace di contemplare, anche solo in via ipotetica, quello che questo avrebbe comportato sul piano pratico: la mostruosità dei processi farsa, della liquidazione sistematica di ogni forma di dissenso, della costruzione di un paese moderno grazie al lavoro di milioni di schiavi rinchiusi nei campi di "rieducazione". Un orrore troppo grande anche per una donna che era stata capace, unica fra i grandi teorici della socialdemocrazia tedesca, già all'inizio del secolo di vedere la barbarie inedita di una guerra mondiale che si avvicinava a grandi passi.

La voce libera di Rosa si spegne nel gennaio 1919, la sua visione democratica della rivoluzione e del potere proletario verranno messe da parte, considerate una deviazione del marxismo, una sorta di eresia. Ma quando, dopo la morte di Stalin e il XX Congresso, quel modello di socialismo "realizzato" mostra i primi segni di un declino, che si rivelerà poi irreversibile, il messaggio libertario di Rosa riappare immediatamente come un punto di riferimento fondamentale da cui ripartire.

Lo dimostra, e la cosa stupirà molti che conoscono le posizioni attuali di Lotta comunista, un passo di una lettera di Arrigo Cervetto a Danilo Montaldi dell'ottobre 1956:

"Ho letto la prefazione di Damen alla Luxemburg e la ritengo un buon contributo alla chiarificazione ideologica sulla controversa questione della dittatura del proletariato. Credo che se dalle formule aprioristiche si scendesse, come in questo caso, all'elaborazione teorica molti e molti problemi verrebbero risolti e l'unità rivoluzionaria sarebbe una realtà. Sostanzialmente mi trovo d'accordo con la formulazione di Damen e ciò mi ha spinto a rileggere le opere della Luxemburg. Un ritorno alla Luxemburg, alla sua grande profondità di analisi e di previsione, alla problematica che solo la sua sensibilità aveva posto e che oggi è quanto mai attuale: questo potrebbe essere il punto d'incontro teorico dell'unità rivoluzionaria".

Dopo tanti anni, crediamo che ancora oggi non si possa dire di meglio.