TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 18 settembre 2014

Ceva (CN) Teatro Marenco . Thanks for Vasellina



Riceviamo e diffondiamo molto volentieri la locandina dello spettacolo di apertura della stagione del Teatro Marenco di Ceva, un piccolo-grande teatro dalla storia secolare, vero e proprio presidio culturale.




Cari amici a breve ricomincia la stagione del Teatro Marenco di Ceva e speriamo di vedervi numerosi alle attività e agli spettacoli.

Intanto vi segnialiamo un piccolo anticipo della stagione.

VENERDI' 26 SETTEMBRE ORE 21.00 presso Teatro Marenco di Ceva

THANKS FOR VASELLINA

spettacolo grottesco e ironico, irriverente e moderno realizzato da una giovane compagnia italiana "Carrozzeria Orfeo" che ha già ottenuto importanti riconoscimenti a livello nazionale per la nuova drammaturgia e il teatro contemporaneo.


Un gruppo di giovani scalcinati senza prospettive future, un cinico disilluso, un ambientalista convinto, una trentenne obesa che ha fallito il corso di autostima e una mamma frustrata tentano l'avventura della vita: commerciare Marijuana con il Messico. Ma tutto si complica quando entra in casa un nuovo personaggio.


ACCORRETE NUMEROSI!!!


IL MULINO AMLETO
via del carmine 24, 10122 Torino
www.ilmulinodiamleto.com

Ceva. Teatro Marenco



Morte di un partigiano. Matteo Lino Repetto da Boves a Clavesana




27 settembre 2014 dalle ore 16.30 - Clavesana (CN) giornata in ricordo del 70° anniversario della morte in combattimento del partigiano albissolese Matteo Lino Repetto


1939. Soluzione finale per il Sudtirolo



Storia del Novecento. Un film e uno spettacolo teatrale per raccontare ciò che accadde all'Alto Adige negli anni del fascismo. Il territorio fu al centro di una italianizzazione forzata e per i suoi abitanti venne creata un'opzione ad hoc: restare o andarsene, seguendo l'illusione di un futuro migliore in Germania.

Elfi Reiter

Soluzione finale per il Sudtirolo


Option. Spu­ren der Erin­ne­rung era scritto a grandi let­tere gialle sull’immagine di per­sone in mar­cia in un pae­sag­gio alpino per annun­ciare lo spettacolo-documento Opzione. Tracce di ricordi. Nar­rava, a 75 anni di distanza, alcune testi­mo­nianze dirette di per­sone che quel periodo l’avevano vis­suto nel lon­tano 1939. Che cosa signi­fica que­sto ter­mine, opzione? 

Me l’avevano chie­sto in tanti quando avevo col­la­bo­rato in veste di aiuto-produzione e aiuto-regia al film tele­vi­sivo in due parti diretto da Karin Bran­dauer (moglie del più noto Klaus Maria, morta troppo pre­sto all’età di 44 anni) dal titolo più che espli­cito Ver­kaufte Hei­mat ossia «La patria ven­duta» (copro­dotto dalla tede­sca Zdf, l’austriaca Orf e la Rai di Bol­zano fu tra­smesso sol­tanto nella zona dell’Alto Adige, nel 1991, oltre che sulle reti austria­che e tede­sche; il film conta sulla prima appa­ri­zione di Ivan Mare­scotti nei panni di un «pode­stà»).

Di opzione si era ini­ziato a par­lare nell’estate del 1939, dopo l’accordo tra Hitler e Mus­so­lini per porre fine alla patata bol­lente del Sud­ti­rolo: terra di con­fine — con una mag­gio­ranza di abi­tanti di lin­gua tede­sca, che poi a loro volta sono una mino­ranza in Ita­lia, lo stato a cui fu annessa al ter­mine della prima guerra mon­diale, nel 1918, avendo fatto parte fino a quella data — assieme all’adiacente pro­vin­cia Tren­tino — dell’impero austro-ungarico che a seguito del primo grande con­flitto mon­diale, del cui ini­zio, nel 1914, quest’anno si cele­bra un po’ ovun­que nei suoi luo­ghi di ini­zio e di com­bat­ti­mento il cen­te­na­rio, era andato sfal­dan­dosi in mille pezzi.

Giunto al potere Mus­so­lini, nel 1922, il duce fece par­tire l’italianizzazione coatta con la costru­zione di fab­bri­che, cen­trali elet­tri­che, ecce­tera, per farvi lavo­rare i nume­rosi ope­rai «impor­tati» dalle regioni del sud, soprat­tutto da Cala­bria, Puglia e Sici­lia.



Pres­sioni di regime

Con­tem­po­ra­nea­mente fu vie­tato l’uso della lin­gua tede­sca in ogni luogo pub­blico, piazze e strade com­prese. A scuola s’insegnava uni­ca­mente in lin­gua ita­liana e Tolo­mei, difen­sore della lin­gua della (sua) patria sin dalla prima ora — fu lui a dise­gnare le famose car­tine in cui espli­ci­tava la massa di cit­ta­dini ita­liani con­tro la poca massa di cit­ta­dini di madre lin­gua tede­sca in area dell’Alto Adige datata 1922 -, si era impe­gnato a fondo per tra­durre i nomi di paesi, città, mon­ta­gne, fiumi, ecc. (usando non poco la fan­ta­sia per la tra­du­zione let­te­rale, oggetto ancora oggi di feroci discus­sioni).

C’era, a dir poco, alta, anzi altis­sima, ten­sione tra le per­sone ita­liane immi­grate per lo più fasci­ste (e di qui nac­que la con­vin­zione che italiano=fascista, per­du­rata ben oltre la fine della seconda guerra mon­diale, così come l’equazione, dall’altra parte, di tedesco=nazista), motivo per cui, appena fir­mato il patto d’acciaio ai fini della costru­zione dell’asse Roma-Berlino era nata la cosid­detta «solu­zione finale» per il Sud­ti­rolo: chi tra i cit­ta­dini di lin­gua tede­sca voleva recarsi nella grande Ger­ma­nia, poteva (anzi, doveva!) «optare» per il Terzo Reich, chi invece voleva rima­nere nella pro­pria terra, «poteva» optare per l’Italia, fasci­sta, sia ben chiaro.

All’epoca, la noti­zia fu dif­fusa assai poco dai mezzi di comu­ni­ca­zione e pas­sava per lo più di bocca in bocca, creando non poca con­fu­sione. Parec­chie furono le per­sone influen­zate dalla pres­sione subìta dal regime fasci­sta, oppure dalle minacce che le vole­vano spe­dite diret­ta­mente in Sici­lia; in molti, spe­ra­rono di tro­vare una situa­zione migliore oltre il Bren­nero.

Di fatto, quasi l’80% della popo­la­zione di lin­gua tede­sca aveva deciso di farsi tra­sfe­rire nelle zone pro­messe: dap­prima si era par­lato della Bor­go­gna in Fran­cia, della Polo­nia (dal set­tem­bre 1939 in poi, dopo aver invaso il paese) e infine della Mol­da­via. Nell’aprile 1942 si era aggiunta, per un breve periodo, anche la Cri­mea dopo essere stata occu­pata dalle truppe nazi­ste.
I cosid­detti «optanti» dovet­tero ven­dere le loro pro­prietà (masi o fat­to­rie con vigneti e/o pian­ta­gioni di mele) per ricom­prarle allo stesso prezzo nel luogo d’arrivo.

Scelta non facile e molte fami­glie si spac­ca­rono tra «coloro che se ne anda­rono» e «coloro che resta­rono». Sul palco del Tea­tro Sta­bile di Bol­zano erano saliti in dieci per rac­con­tare le pro­prie memo­rie di quei tempi nello spet­ta­colo costruito con musi­che, riprese in video regi­strate e in diretta, inter­val­late da annunci e let­ture di brani dalle linee guida e di tele­grammi inviati dai gerar­chi nazi­sti, reci­tate dai quat­tro attori a mo’ di stril­loni. Le umi­lia­zioni subìte erano forti, se si appar­te­neva a fami­glie che deci­sero di restare per­ché con­si­de­rati tra­di­tori della patria, ma non erano da meno anche oltre con­fine.



L’illusione del futuro

Non di rado era acca­duto che le fat­to­rie pro­messe erano state seque­strate a con­ta­dini o cac­ciati a loro volta oppure costretti a far da servi ai nuovi padroni, i quali si sen­ti­rono non poco a disa­gio sco­prendo la verità. C’era anche, sul palco, chi ebbe il corag­gio di dire pub­bli­ca­mente che il pro­prio padre, nazi­sta con­vinto, si era spo­stato a Monaco alla prim’ora e che poi, a guerra finita, rico­nobbe il pro­prio abba­glio. Per farla finita con le men­zo­gne sto­ri­che che troppo a lungo ave­vano sep­pel­lito que­ste sto­rie nell’oblìo.

Il grande inter­ro­ga­tivo fu — e rimane ancor oggi, almeno per me: chi aveva optato per il Grande Reich lo fece per scap­pare dal regime fasci­sta o per­ché seguace della poli­tica hitle­riana? Chi aveva deciso di non optare, fu dav­vero per rima­nere nella pro­pria terra e com­bat­tere per la libertà o piut­to­sto per ade­rire al regime mus­so­li­niano?

Fu lo sto­rico Leo­pold Steu­rer a ini­ziare le ricer­che negli anni set­tanta per por­tare alla luce sto­rie di opzioni e sto­rie di resi­stenza (anche) in Alto Adige.

Nello spet­ta­colo andato in scena a Bol­zano (a fine feb­braio) ci si era limi­tati a indi­care che coloro che erano rima­sti, ave­vano accolto coloro che nel 1945 erano ritor­nati (i cosid­detti Rüc­kop­tan­ten, optanti di ritorno) per aiu­tarli nel rico­struirsi una vita essendo rima­sti per la mag­gior parte senza averi, né casa, né terra, né mobili, né denaro: ave­vano perso tutto cre­dendo in quelle pro­messe vane.


Il Manifesto Alias – 9 agosto 2014


Charles Wright Mills, un classico per trovare il regno della libertà



Scritta alla fine negli anni Cinquanta, "L'immaginazione sociologica" è un’opera che mantiene intatta la forza analitica nella denuncia della sottomissione dello «scienziato sociale» alle élite dominanti.

Riccardo Mazzeo

Charles Wright Mills, un classico per trovare il regno della libertà

È piut­to­sto raro che libri fon­da­men­tali ma esor­bi­tanti dalle mode o da filoni recu­pe­rati e rilan­ciati da par­ti­co­lari edi­tori (come nume­rosi testi antro­po­lo­gici citati da Edgar Morin ne L’uomo e la morte nel 1951 e ripub­bli­cati, in que­sti anni, da Adel­phi) giun­gano a una nuova edi­zione dopo più di mezzo secolo, ed è quindi con grande ammi­ra­zione che ho salu­tato la ripub­bli­ca­zione da parte de Il Sag­gia­tore di un testo car­di­nale del pen­siero del Nove­cento come L’immaginazione socio­lo­gica di Char­les Wright Mills, che era uscito nel 1959 e che viene ora ripo­po­sto da il Saggiatore.

È degno di nota anche che l’evento non sia dipeso né da un anni­ver­sa­rio né da qual­che con­giun­tura favo­re­vole al rilan­cio del libro. Vero è che Zyg­munt Bau­man ne ha sot­to­li­neato il valore e la forza dirom­pente nel suo ultimo libro La scienza della libertà, ma le due opere sono uscite di recente in Ita­lia quasi in con­tem­po­ra­nea e quindi si può esclu­dere qua­lun­que influenza che non fosse la pre­gnanza del testo di Wright Mills in sé e per sé.

Cer­cherò quindi di spie­gare per­ché la rie­di­zione sia pre­ziosa e utile per i let­tori di oggi e quali ne siano le motivazioni.

Innan­zi­tutto si tratta di un libro intenso e appas­sio­nato di uno «scien­ziato sociale» che già allora coglieva per un verso la mis­sione fon­da­men­tale della socio­lo­gia, poi­ché «non si può com­pren­dere la vita dei sin­goli se non si com­prende quella della società, e vice­versa», l’allargamento di pro­spet­tiva che sarebbe stato reso espli­cito dalla glo­ba­liz­za­zione allora solo in nuce («la sto­ria che incide oggi su ogni uomo è sto­ria mon­diale»), e i rischi di tra­di­mento della mis­sione dei socio­logi che sono oggi sem­pre più inclini a barat­tare la nobiltà del com­pito di allar­gare la con­sa­pe­vo­lezza della verità e della ragione al più vasto numero pos­si­bile di per­sone con i trenta denari di un avan­za­mento di car­riera, dell’immissione nei cir­cuiti finan­zia­ria­mente pro­fi­cui delle fon­da­zioni o delle con­su­lenze pagate dai potenti, o sem­pli­ce­mente con la ras­si­cu­ra­zione di uno sta­tus tanto più solido quanto più ste­rile offerto dall’autoreferenzialità, dal dia­logo tra «pari» in un gergo per ini­ziati, nella dimen­sione ari­da­mente «scien­ti­fica» dei teo­rici che discu­tono fra di loro della gente comune dimen­ti­cando che sarebbe loro dovere par­lare pro­prio alla gente comune per miglio­rare la loro condizione.

Wright Mills



















Wright Mills, morto a soli 46 anni, è stato una delle voci più cri­ti­che delle com­po­nenti arte­fatte e illu­so­rie della demo­cra­zia del suo Paese: «Gli Stati Uniti di oggi sono demo­cra­tici essen­zial­mente nella forma e nella reto­rica dell’aspettativa. Nella sostanza e nella pra­tica sono molto spesso non demo­cra­tici, e ciò appare in modo chia­ris­simo in deter­mi­nati campi. L’economia delle grandi società non è gestita né sotto forma di assem­blee di cit­ta­dini né mediante un com­plesso di poteri respon­sa­bili verso coloro che subi­scono diret­ta­mente le con­se­guenze della loro atti­vità. Lo stesso può dirsi sem­pre più per la mac­china mili­tare e per lo stato poli­tico». Non era otti­mi­sta riguardo alle pro­ba­bi­lità che i socio­logi potes­sero «sal­vare il mondo» ma rite­neva che, dato che comun­que potrebbe essere pos­si­bile riu­scirvi, essi aves­sero in ogni caso il dovere di ten­tare l’impresa di «risi­ste­mare gli affari umani secondo gli ideali di libertà e di ragione».

Ma soprat­tutto era capace di «anti­ve­dere» alcune pro­ble­ma­ti­che allora inim­ma­gi­na­bili, in un tempo che ripo­neva una fidu­cia senza riserve nella tec­nica di cui si coglie­vano uni­ca­mente le valenze sal­vi­fi­che: «Non dob­biamo forse, nella nostra epoca, pre­pa­rarci alla pos­si­bi­lità che la mente umana, come fatto sociale, si dete­riori qua­li­ta­ti­va­mente e si abbassi ad un livello cul­tu­rale infe­riore, senza che molti se ne accor­gano, sopraf­fatti come siamo dalla massa delle pic­cole inven­zioni tec­no­lo­gi­che? Non è forse que­sto uno dei signi­fi­cati della frase “razio­na­lità senza ragione”? Del ter­mine “alie­na­zione umana”? (…)L’accumularsi degli espe­dienti tec­no­lo­gici nasconde que­sto signi­fi­cato: coloro che se ne ser­vono, non li capi­scono; coloro che li inven­tano, non com­pren­dono molto di più. Ecco per­ché non pos­siamo, se non con molti dubbi e riserve, pren­dere l’abbondanza tec­no­lo­gica come indice di qua­lità umana e di pro­gresso culturale».

La socio­lo­gia, per seguire la pro­pria voca­zione, deve alzare lo sguardo oltre la «riserva» del pro­prio ter­ri­to­rio e inte­res­sarsi alle altre scienze umane: la sto­ria («per molti pro­blemi (…) pos­siamo otte­nere informazioni ade­guate sol­tanto nel pas­sato»), la psi­ca­na­lisi («Il pros­simo passo degli studi psi­ca­na­li­tici sarà di fare lar­ga­mente e pie­na­mente per le altre zone isti­tu­zio­nali ciò che Freud ha comin­ciato a fare così splen­di­da­mente per le isti­tu­zioni di paren­tado di un tipo scelto») e natu­ral­mente il cinema, l’arte, la let­te­ra­tura ecce­tera. Basti pen­sare che fra il 1940 e il 1950 aveva letto l’opera omnia di Bal­zac («ed ero stato pro­fon­da­mente col­pito dal fatto che si fosse assunto volon­ta­ria­mente il com­pito di “coprire” tutte le prin­ci­pali classi e tutti i prin­ci­pali tipi della società dell’epoca che voleva far propria».

Forse l’epitome più fedele e acuta di Wright Mills è stata data pro­prio da Bau­man ne La scienza della libertà: «distinse auto­re­vol­mente l’immaginazione socio­lo­gica dalla socio­lo­gia e mostrò come la pra­tica di quest’ultima non abbia alcuna neces­sa­ria con­nes­sione con la prima. Wright Mills fornì argo­menti irre­fu­ta­bili a soste­gno del per­se­gui­mento di un’immaginazione socio­lo­gica che cer­casse di imba­stire una con­ver­sa­zione con le donne e gli uomini (per) mostrare come i “guai per­so­nali” siano ine­stri­ca­bil­mente legati a “que­stioni pub­bli­che”.

L’immaginazione socio­lo­gica rende ciò che è per­so­nale poli­tico [(E), al pari della nar­ra­tiva e del gior­na­li­smo, rende pos­si­bile lo svi­luppo di una “qua­lità della mente” che per­mette alle donne e agli uomini di capire e rac­con­tare ciò che accade loro, ciò che sen­tono e ciò a cui aspirano».


Il Manifesto – 4 settembre 2014  

mercoledì 17 settembre 2014

Libri per Vado - Vado per libri



In occasione delle

GIORNATE EUROPEE DEL PATRIMONIO

Venerdì 19 settembre

Libri per Vado - Vado per libri

dalle ore 10,00 alle 18,00

Postazioni di Cambiolibro per le strade della città:  via XXV aprile, via Cadorna, piazza Cavour, via Gramsci, piazza San Giovanni Battista, Porto Vado, Molo 844, Valle di Vado, Segno, Sant’Ermete

Dei gazebo segnaleranno la presenza di libri messi gratuitamente in circolazione dalla biblioteca.


Sarà possibile tenerli per il tempo che si desidera e riportarli in biblioteca o presso i cambiolibro presenti sul territorio, passarli ad un amico...

La società dello spettacolo, i Situazionisti tornano a casa



Sabato 19 settembre a Sesta Godano (SP) un non-convegno in omaggio a Guy Debord e all'Internazionale Situazionista (che nel 1957 nacque proprio in Liguria)

Donatella Alfonso

La società dello spettacolo, i Situazionisti tornano a casa



Un po’ per gioco e un po’ per non morire, come si soleva dire, si può ricreare quasi cinquant’anni dopo, e dall’altro lato dell’arco ligure, quella situazione che diede vita al Situazionismo. In breve, quel movimento estetico, culturale e politico con intenzioni rivoluzionarie  tra anarchia e marxismo, declinato in tutte le varianti  nato da un convegno a Cosio d’Arroscia (ultimi propaggini del Savonese sconfinanti nel Cuneese, su per l’Appennino) nel 1957, capace di percorrere l’Italia e la Francia per tutti gli anni Sessanta con apici nel Sessantotto e dintorni.

E che oggi, benché ufficialmente non se ne parli che quando si cita il suo fondatore e icona, Guy Debord, geniale precursore dell’oggi con il suo “La società dello spettacolo”, ricorda  per carità, in maniera situazionista, quindi con un nonconvegno  proprio Debord, scomparso vent’anni fa,  venerdì 19 a Sesta Godano, nello spezzino.

Per chiarire, avanti tutto, che in maniera carsica i Situazionisti continuano a vivere, ad esistere. A Debord fanno riferimento in molti, se si occupano di comunicazione e soprattutto televisione (Carlo Freccero e Antonio Ricci, tra i primi). E in Liguria quel movimento così caleidoscopico e puntuto è ancora qualcosa di reale: come dimostra la grande mostra dedicata al ceramista danese Asger Jorn, uno dei ragazzi terribili del raduno di Cosio dì Arroscia,  che ha animato l’estate di Albissola Marina.

E se è rimasta l’arte più che la rivoluzione, il mondo in cui viiviamo è quello dell’apparire più che dell’essere, e allora dagli torto, ai Sitauzionisti.   "Perché lo spettacolo è la merce che condiziona tutte le altre merci" chiarisce Roberto Massari, che al Situazionismo, dopo una lunga attività politica e culturale, ha dedicato libri e un movimentismo incessante, e che ha promosso il convegno. Cioè, il nonconvegno, dove non ci sarà ordine negli interventi, ci potranno essere esposizioni di teorie come la presentazione di un libro sul lettrismo, altra corrente confluita nel Situazionismo e da lì uscita.

Ma perché a Sesta Godano, Massari? "Perché lì ho trovato un luogo fertile e interessato, e sono in contatto con il movimento guevarista che vi opera" risponde lui, che abita a Bolsena, nel Lazio e si definisce “presidente della Fondazione Guevara”. Anche qui: la posizione castrista o l’anarchia a cui si sente più vicino il fotografo e artista Pino Bertelli, altro protagonista dell’incontro di venerdì? Nel Situazionismo, di fatto, ci può essere molto.

Utile anche oggi o solo rievocatorio? "E’ sicuramente un movimento che appartiene al ‘900, ma il suo atteggiamento dissacratorio può significare un tentativo di non farsi assorbire" chiarisce Massari. Già. Proveranno a non discuterne , oltre a Massari e Bertelli, Giorgio Amico, Roberta Biasotti, Sandro Ricaldone, Alessandro Scuro, Alessandro Saccoccio, Michele Nobile. farà tappa a Sesta Godano (appuntamento nella sala del Comune dalle 15 alle 20) il tour ciclosituazionistico di Antonio Marchi, che pedala tra i luoghi storici del movimento. Il Comune di Sesta Godano ci ha creduto e ha dato una mano a organizzare.  


La Repubblica – 16 settembre 2014


«Riformisti» con il culto di Lenin: ascesa e crollo del vecchio PCI



Che in Italia da tempo non ci sia più una sinistra è un dato di fatto. Un libro cerca di capirne le ragioni. Una lettura consigliata ai nostalgici del vecchio PCI e di quella stagione politica.

Ernesto Galli Della Loggia 

«Riformisti» con il culto di Lenin 


L’ala riformista del Partito comunista, i cosiddetti «miglioristi», ha rappresentato con il Psi di Craxi la grande occasione mancata della sinistra italiana. E al tempo stesso gli uni e l’altro insieme hanno probabilmente rappresentato la grande occasione mancata che ebbe l’intero sistema politico della Prima Repubblica di rinascere dalle ceneri a cui lo stavano avviando quegli anni Ottanta che furono la sua ultima stagione. Un invito a riflettere su questa pagina importante della nostra storia politica è il libro di Umberto Ranieri giunto da pochissimi giorni in libreria (Napolitano, Berlinguer e la luna. La sinistra riformista tra il comunismo e Renzi , Marsilio): una pagina che l’autore, come si sa, ha vissuto per così dire dal di dentro, sia come dirigente del Pci a Napoli e nel Mezzogiorno sia come esponente nazionale di rilievo del partito.

Il libro di Ranieri contribuisce a dare risposta a una domanda cruciale: e cioè perché mai l’Italia sia stato l’unico Paese dell’Europa occidentale nel quale per tutto il Novecento il massimalismo si è dimostrato sempre più forte del riformismo. E per quale motivo, quindi, essa non ha mai avuto un governo realmente di sinistra, cioè un governo socialdemocratico. Le sue pagine ce lo fanno capire ripercorrendo, in particolare, le tappe di quello che fu il vano tentativo dei «miglioristi», guidati a partire dagli anni Settanta da Giorgio Napolitano, di convincere il Partito comunista della necessità di adottare una linea che andasse per l’appunto verso l’affermazione nella sinistra di una prospettiva riformista.

Il fatto è, a me pare, che i «miglioristi» non seppero o non vollero rendersi conto (e si direbbe che lo stesso Ranieri oggi stenti a vedere la questione con la necessaria chiarezza) di un punto che viceversa era il punto: vale a dire che, lungi dal poter essere la soluzione del riformismo in Italia, proprio il Pci ne rappresentava viceversa il massimo ostacolo. Per l’ovvia ragione che la nascita e poi tutta la storia di quel partito — all’ombra della rivoluzione bolscevica e dell’esperienza sovietica — non solo non avevano nulla a che fare con il riformismo medesimo, ma ne avevano sempre costituito una coerente antitesi. Come del resto i «miglioristi» per primi avrebbero dovuto ben sapere: non erano infatti stati per l’appunto quell’origine e quella storia, con tutte le loro relative mitologie, ad avere spinto ognuno di loro, in tempi diversi, ad entrare nelle file del Pci? Sicuramente sì, non certo la prospettiva di qualche placida evoluzione socialdemocratica della società italiana!



Il Partito comunista, insomma, non poteva diventare in alcun modo qualcosa in contraddizione con il proprio Dna. E quando dico Dna, non intendo solo la sua radice storica e la sua natura profonda, ma soprattutto lo sfondo mitico-ideale, le aspettative in parte escatologiche, la cultura politica di base dei suoi militanti (vorrà pur dire qualcosa, ad esempio, che ancora nel 1970, per il centenario della nascita di Lenin, il Pci lanciasse una massiccia e capillare campagna per la pubblicazione, la diffusione e la lettura dei suoi scritti). Intendo cioè tutto il deposito di effettiva predisposizione al massimalismo che era propriamente il suo e che esso si trovava oggettivamente e continuamente ad alimentare.

Ciò che, a dispetto di quanto ora ho detto, spinse i «miglioristi» a coltivare il loro sogno fu probabilmente il fatto che tuttavia tale massimalismo — a differenza di quello sgangheratissimo dei socialisti del «biennio rosso» — non giunse mai a concepire o predicare apertamente alcuna rottura istituzionale. Si fece anzi scrupolo costante di porsi a difesa delle istituzioni, sebbene lo facesse però in nome di una versione sommamente ambigua della categoria di antifascismo: che il Pci concepì sempre per un verso come legittimazione dell’ordinamento repubblicano, ma per l’altro anche come promessa di una futura, anche se mai meglio precisata, «rivoluzione democratica» . 

Riuscire a combinare una prassi quotidiana democratica con il costante richiamo al mito massimalista-rivoluzionario dell’Ottobre e dell’Urss fu per l’appunto, come si sa, il capolavoro politico del togliattismo. E al togliattismo la destra comunista rimase subalterna fino all’ultimo.

Come il libro di Ranieri testimonia puntualmente — e direi quasi dolorosamente — fino all’ultimo essa, per esempio, non ebbe il coraggio di dire con la chiarezza necessaria che cosa era in realtà il regime sovietico; fino all’ultimo s’inchinò reverente al mito dell’«unità del partito» (la prima volta che osò votare contro fu quando in undici si dissociarono dalla designazione di Occhetto a vice del segretario Natta: nel 1987, allorché in pratica stava venendo giù tutto); e pure all’ultimo, come scrive Ranieri, i miglioristi «lasciarono che ancora una volta i conti con la durezza della storia fossero rinviati», avallando il ridicolo tentativo della strategia del «nuovo Pci», mentre quello vecchio stava ormai per essere travolto dal crollo del Muro di Berlino. Desiderosi di stare comunque nella maggioranza insieme a coloro che fino al giorno prima avevano avversato.

Il maggior pregio del libro di cui si sta dicendo alla fine sta proprio qui. Nell’essere una ricostruzione attenta e personalmente partecipe (non scevra di una cosa in Italia rarissima, di cui va dato il giusto merito al suo autore: l’autocritica ) del tortuoso itinerario, dei contraddittori passaggi, di una posizione politica che, nata per essere alternativa ai suoi avversari, non ebbe però mai né la lucidità né il coraggio per esserlo davvero.

Il Corriere della sera – 17 settembre 2014