TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 20 gennaio 2017

L’enigma Ulisse eroe narcisista che scelse l’Altro



Il personaggio creato da Omero è, ancora più di Edipo, simbolo eterno dell’oltrepassamento del limite, come racconta Dante nell’Inferno. Ma poi il Novecento (vedi Heidegger e Canetti) ha riletto in tutt’altra chiave le sue avventure. Enfatizzandone i lati decisamente non egoistici: dal pianto per Troia al ritorno in famiglia. Queste nuove interpretazioni non cancellano aspetti come il desiderio infinito o la curiosità insaziabile: piuttosto sottolineano la divisione tragica dell’uomo.

Massimo Recalcati

L’enigma Ulisse eroe narcisista che scelse l’Altro



Ulisse è l’eroe della mitologia che più di tutti ha forse incarnato la tendenza umana all’oltrepassamento di ogni tabù. Al contrario di Edipo, il figlio, che di fronte all’eccesso di verità (non è re ma parricida, non è marito ma figlio della regina, non è padre ma fratello dei suoi figli) sprofonda nella colpa, Ulisse incarna la spinta positiva della conoscenza che sa trasformare ogni ostacolo in uno stimolo a proseguire la sua ricerca. Non ci siamo forse riconosciuti tutti in questa spinta, si chiede Roberto Benigni commentando con il suo solito estro lo straordinario canto XXVI della Commedia di Dante che ha proprio in Ulisse il suo maggiore protagonista? Non siamo noi tutti divisi tra la brama di conoscere l’ignoto e l’attrazione nostalgica verso le nostre radici, il suolo familiare, la nostra identità, Itaca?

L’interpretazione dantesca del desiderio di Ulisse sembra però sbilanciare a senso unico questa divisione: non il padre Laerte, non il figlio Telemaco, non la moglie Penelope e nemmeno la propria terra, sono in grado di quietare l’irrequieta brama di conoscenza di Ulisse. Il suo “folle volo” coincide dunque con la sua massima colpa ( ma non fu la stessa di Edipo?): la conoscenza non rispetta il suo limite umano, non riconosce la sua insufficienza. Secondo Dante è questo il nucleo del dramma di Ulisse: l’hybris del vincitore di Troia è, infatti, per il sommo poeta tragicamente colpevole. «Misi me nell’alto mare aperto », dichiara l’Ulisse dantesco a sottolineare l’indipendenza sovrana della sua volontà.

Il nostalgico ritorno verso Itaca è allora solo un pretesto per soddisfare la sua curiosità irrefrenabile, la sua fame di esperienza? Secondo Dante il suo viaggio è destinato alla morte perché non sa cogliere il senso del limite che è innanzitutto il senso dei propri limiti. Ulisse come Edipo trascura l’indicazione socratica: «Conosci te stesso!». L’uno cerca il colpevole fuori da se stesso, l’altro rincorre la soddisfazione per mari sconosciuti senza alcuna capacità di raccogliersi presso di sé. 


La vera colpa di Ulisse, sempre secondo Dante, non è lo stratagemma fraudolento del cavallo di Troia, ma la superbia di voler accedere all’inaccessibile, di sfidare con la propria intelligenza il mistero della vita e della morte, di non saper mai realizzare il proprio desiderio fatalmente destinato all’insoddisfazione perpetua. Per questa ragione Dante, alla fine del Canto XXVI, immagina che la morte di Ulisse accada proprio nel momento in cui egli oltrepassa il tabù delle colonne d’Ercole inoltrandosi in un viaggio impossibile, destinato al naufragio («infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso »).

Nella raffigurazione dantesca Ulisse è alle prese con un problema narcisistico che non gli consentirebbe di fare mai a meno del proprio Io. In totale contrasto con questo ritratto Elias Canetti in Masse e potere indica il fascino di Ulisse in tutt’altra dimensione. Al centro del suo brevissimo ritratto è l’immagine della diminuzione. Ulisse non è vittima della superbia del proprio Io, non è sedotto dalla potenza del proprio intelletto, ma è colui che sa salvarsi perché rinuncia al proprio prestigio, finanche al proprio nome, alla propria individualità, come accade nell’avventura con il Ciclope. 


È solo facendosi Nessuno che l’eroe riesce a scongiurare la vendetta dei Ciclopi invocata dall’ira di Polifemo accecato. Su questa stessa linea troviamo anche una straordinaria lettura di Heidegger in un breve scritto titolato Aletheia, contenuto in Saggi e discorsi. La scena è quella di Ulisse che assiste al racconto della guerra di Troia del cantore Demodoco nel palazzo dei re dei Feaci. A ogni passo della narrazione che gli rammenta l’atroce risultato della sua astuzia, colpito dall’emozione, egli nasconde il proprio capo per piangere in segreto.

Quanto è diversa questa immagine di Ulisse da quella dantesca del “folle volo”? Ulisse non incarna qui la spinta indomita alla conoscenza del mondo, quanto il valore di ciò che resta nascosto, che non appare. L’esatto contrario dell’orgogliosa affermazione narcisistica di sé che Dante gli imputa. Nel mezzo di una festa, Ulisse, l’esiliato, il senza patria, il naufrago, si ritira in solitudine nel pianto e nella vergogna. Il sapere non è qui potere, ma, se vuole avere un qualche rapporto con la verità, deve saper arretrare. Non è questa un’altra versione di Ulisse che entra in attrito con quella più nota che lo ha consacrato come eroe tragico e superbo della conoscenza? Non è questo gesto di ritegno in contrasto con l’orgoglio di colui che oltrepassa ogni divieto? Ecco tutto il valore del passo indietro, del rinunciare al nome proprio, della diminuzione sulla quale insiste anche Canetti.

Non è forse per questa capacità di sottrarsi alla presenza che Ulisse può respingere l’offerta di Calipso che in cambio del suo amore è disposta a promettergli la vita eterna? Cosa rende possibile a Ulisse, il superbo, scegliere di ritornare da Penelope, da suo figlio Telemaco e alla sua terra? In questa scelta Ulisse — come accadde alla corte dei Feaci — si rivela un soggetto capace di riconoscere il profondo debito che lo lega all’Altro. Non cancella Penelope, non dimentica Telemaco, non scorda Laerte. Non la vita eterna, l’oltrepassamento della morte, ma la vita dell’amore che vuole restare fedele alla sua promessa è ciò che più conta. Questo altro Ulisse non cancella ovviamente l’Ulisse del desiderio infinito e della curiosità insaziabile che Dante ha supremamente scolpito, ma ne esalta piuttosto, con ancora più forza, la divisione tragica che lo attraversa.


La repubblica – 10 settembre 2016

Il potere delle donne nella Chiesa



Con la proposta di papa Francesco di istituire una commissione di studio sul diaconato femminile si intravede per la prima volta una prospettiva nuova. Ma quale è stata fino a oggi la presenza della donna nella Chiesa? Quali il ruolo e la missione attribuiti alle donne all’interno dei testi sacri? Quali gli effettivi spazi di potere e di governo consentiti? 

Alessandro Santagata

L’accesso alle Scritture per l’altra metà del Settimo cielo

La questione del ruolo delle donne nella Chiesa cattolica tocca direttamente il nodo del potere pastorale e delle strutture del cattolicesimo. Lo conferma in maniera convincente Il potere delle donne nella Chiesa. Giuditta, Chiara e le altre (Carocci editore, pp. 248, euro 18), l’ultima pubblicazione di Adriana Valerio, storica del cristianesimo e autrice di importanti contributi sul conflitto di genere nella storia della Chiesa.

La riflessione prende le mosse dal recente intervento di papa Francesco volto a istituire una commissione di studio sul diaconato femminile. Si tratta dell’ultimo di una serie di interventi che «hanno riaperto questioni antiche, suscitando speranze e opposizioni che, ancora una volta, indicano come la posta in gioco sia il potere nella Chiesa». «Se infatti – prosegue Valerio – il ministero fosse realmente inteso e vissuto come servizio non ci sarebbe alcun ostacolo per consentirlo anche alle donne. Ma evidentemente non è così. Le donne rimangono «a servizio», ma non hanno alcun ruolo decisionale».

Il tema del «servizio» nei suoi molteplici significati rappresenta il filo rosso con il quale si può leggere la vasta, per quanto sintetica, analisi proposta dall’autrice. Nelle Scritture, per esempio, da un lato si rimanda a contesti culturali nei quali la donna è sottomessa alle istituzioni di una società patriarcale e gerarchica, dall’altro non mancano episodi che rimandano alla condizione reale della donna dell’Oriente antico e aprono orizzonti di possibile emancipazione. È da leggere in quest’ottica l’ambivalente figura di Ester che attraverso la seduzione piega il dominio maschile ai propri fini. Lo stesso strumento usato da Giuditta che diventa emblema della fragilità del potere.

Si tratta dunque di un potere ambivalente che può risultare decisivo per le sorti di Israele, ma nello stesso tempo che spaventa e necessita di norme di controllo. In questo contesto – spiega Valerio – Gesù e la sua comunità sovvertono le regole di purità e impurità e integrano a pieno titolo le donne nel loro progetto di rifondazione religiosa. Per Paolo di Tarso «non c’è maschio e femmina, perché tutti siete uno in Cristo». Eppure, il cristianesimo presenta tra le sue aporie l’aver messo in discussione i rapporti di potere tra le persone riproponendoli però in maniera palese già a partire dal primo processo di clericalizzazione tra il II e III secolo.


Prende così forma una «teologia del peccato» che si nutre di un’interpretazione forzata delle lettere paoline e «vedrà la donna responsabile in prima persona di un debito infinito davanti a un Dio offeso e punitivo». Arriviamo così al cuore dello studio: l’esclusione dal sacerdozio, motivata da Tommaso sulla base della soggezione naturale del genere femminile, lo stratificarsi di un’antropologia negativa volta stigmatizzare la sessualità della donna («debole nel corpo e imperfetta nella ragione»), e contemporaneamente la presenza di donne in diverse posizione di potere.

L’autrice ci restituisce un panorama popolato da diaconesse e badesse, talvolta dignitarie di poteri feudali e semi-episcopali, e di protagoniste di esperimenti nuovi, come nel caso di Chiara d’Assisi che si presenta come «madre che non domina ma governa». Chiudono la rassegna alcune grandi figure del Novecento come Dorothy Day, fondatrice nel 1933 del movimento Catholic Worker, Eileen Egan, dirigente della sezione americana di Pax Christi, e Barbara Ward, economista di chiara fama e «uditrice» al Concilio Vaticano II.

Parlando dell’attualità della Chiesa di Bergoglio, Valerio auspica un cambiamento profondo che possa conciliare la religione con l’avvenuta trasformazione del paradigma antropologico.

Il cattolicesimo è chiamato a «sperimentare modalità nuove di autorità feconda, creativa e condivisa» rifuggendo l’assimilazione alle categorie politico-androcentrice del passato, riscoprendo il sacerdozio come reale «servizio» e il messaggio originario del Cristo liberatore e sovversivo. Il nodo politico da sciogliere riguarda quindi principalmente la Chiesa, ma le implicazioni tra religioso e secolare analizzate in questo libro lasciano intuire le potenzialità civili di una riforma di questo tipo in una società ancora fortemente androcentrica.


Il Manifesto – 14 gennaio 2017

mercoledì 18 gennaio 2017

I guardiani del potere


Che i cani da guardia a volte mordano anche il padrone è una banalità. Dunque non afferma nulla di nuovo uno studio sulle deviazioni dei corpi “speciali” edito da il Mulino. La cosa non banale è che l'autore non è un anarchico, ma un generale dell'Esercito italiano. Un libro interessante, in particolare il capitolo sulla “fame” di potere dei carabinieri.

Siegmund Ginzberg

Templari e SS Fatti e misfatti dei corpi scelti

Cos'è che accomuna gli eunuchi imperiali dell'antica Cina, i giannizzeri, i gesuiti, le SS, i quant, i maghi matematici del trading quantitativo, i pasdaran e i carabinieri? Che sono corpi a sé, di élite, con fortissimo senso di appartenenza e con regole proprie che li distinguono dagli altri, al servizio e a difesa dei poteri reali: il Figlio del Cielo, il Sultano, il Papa (anzi, Dio), il Führer, la grande finanza, lo Stato. Che quasi sempre a fianco di un prestigio speciale, di doveri speciali, hanno anche privilegi speciali, insomma tendono a farsi "casta".

Che coltivano la propria indipendenza dagli stessi poteri che li hanno creati, interagiscono con e si infiltrano negli altri poteri istituzionali, sviluppano una sorta di hegeliana dialettica servo-padrone nei loro confronti, covano – o vengono sospettati, il che è lo stesso, di covare – ribellioni. E, quando questo accade, spesso vengono brutalmente ridimensionati o eliminati dai poteri di cui sono al servizio, quando non siano prima loro a far cadere i loro protetti.

È il filo conduttore dell'ultimo libro del generale Fabio Mini: I guardiani del potere. Eunuchi, templari, carabinieri e altri corpi scelti ( Il Mulino). La sua è una carrellata che attraversa secoli e continenti, ricca quasi ad ogni pagina di suggestioni, curiosità storiche e spunti che rimandano al presente, fatti e interrogativi che, se non sempre hanno una risposta, hanno il merito di suscitare altri interrogativi. Non manca e non guasta neanche la fantasia.


Il tema di chi può fare la guardia ai guardiani è antico quanto il pensiero occidentale. E Mini sa di cosa parla. Dopo l'Accademia militare di Modena e la laurea in Scienze strategiche si è specializzato in scienze umanistiche. È stato addetto militare a Pechino. Scrive degli eunuchi di corte Ming e Qing che governavano al posto degli imperatori (e finivano ammazzati quando questi decidevano di riprendersi le proprie prerogative), con la stessa competenza con cui tratta della guardia pretoriana dell'antica Roma, dei Templari che si erano distinti nelle Crociate e, per aver acquisito troppo potere, furono tutti giustiziati dal re di Francia, e dei giannizzeri, che dopo essere stati a lungo il pilastro del potere dei sultani ottomani, furono da loro sterminati. È generale di corpo d'armata, è stato capo di Stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa. È insomma uno ben addentro ai segreti e ai meccanismi della professione. Quel che si dice un insider.

Ogni tipo di potere, in ogni epoca, ha bisogno di guardiani di tipo diverso. Ma certe dinamiche appaiono costanti. Secondo Mini «il sistema che crea i guardiani li esalta, li alletta e lentamente li corrompe piegandoli alle logiche curiali, alla forza del denaro, alle attrattive della carriera e alle promesse dei potenti». Ma poi succede che, «quando cominciano ad essere troppo simili a loro, scoprono di poter costituire un proprio potere autonomo, di casta o di banda: perdono dimestichezza con le strategie e diventano esperti di manovre di corridoio, sostituiscono le finalità istituzionali con quelle di corpo». Succede nelle migliori famiglie. Anche ai corpi "molto speciali" che Mini definisce "Guardiani di Dio" o "Guardiani del partito". Capita che estendano il proprio controllo su tutte le altre istituzioni, e poi si dissanguino in conflitti di potere. In periodi di grande crisi vengono accolti come salvatori. Ma poi si concentra su di loro l'odio verso i loro tutelati. Crollano ignominiosamente con loro o vengono da loro eliminati.

C'è un ricco capitolo sulle vicende delle Sa, la milizia che aveva portato Hitler al potere, e sulle Ss che dopo aver sanguinosamente fatto fuori le Sa, si erano affermate come i guardiani di tutti gli altri guardiani del Reich nazista. Stalin aveva espresso ammirazione e ordinato uno studio su quei meccanismi. Mi sarei aspettato un analogo capitolo sulle ricorrenti e altrettanto brutali decapitazioni staliniane nell'Armata rossa e ai vertici dei Servizi, non che del Partito (formalmente il guardiano dei guardiani). Poteva essere un modo per sollevare il problema di quanto la Russia di Putin e la sua nomenklatura di siloviki (uomini provenienti come lui dai servizi e ora al vertice di tutti i gangli dello Stato e dell'economia) abbia nel Dna la possibilità di fungere da pilastro e allo stesso tempo da potenziale minaccia per lo zar di turno.



Per non parlare della Cina, il gigante che sta dando al mondo un esempio terrificante di come economia, ordine e persino il consenso possano fiorire senza democrazia. La Cina di Mao si era fondata sulla "canna del fucile" e sul mito del grande corpo "diverso da tutti gli altri", l'Esercito popolare di Liberazione. La rivoluzione culturale aveva contrapposto una cordata militare all'altra. L'ultima epurazione ha travolto il potente capo della Sicurezza Zhou Yongkang, che pure aveva al suo comando un bilancio astronomico e un numero di effettivi superiore a quelli delle forze armate.

E le democrazie? La parte più ampia, documentata, e inquietante del libro tratta dei carabinieri e di alcuni episodi misteriosi della nostra storia repubblicana, dal tintinnio della sciabole del generale De Lorenzo, agli intrecci da mezzo secolo ancora inspiegati tra "guardiani", eversione, mafia e politica. Si dirà: sempre le stesse cose che ritornano, come per la Tangentopoli dell'Expo. Ma cose di cui ne va ben più che di croniche ruberie.

Fa impressione leggere che l'intenzione dichiarata dei golpisti e tramatori, degli schedatori a fini di ricatto dei "peccati" dei politici, delle collusioni inconfessabili con terrorismo, eversione e mafia, della P2, era sì tutelare l'ordine, arginare il "pericolo comunista", ma anche "far fuori i politici", mettere freno alla "rissa dei partiti sulle riforme", Be', a scardinare e screditare i partiti, ci sono riusciti anche senza golpe, viene da pensare.

Così come fa impressione leggere, con riferimento esplicito alla Benemerita, che «come se non bastassero i problemi e i traumi connessi ai rischi della professione, i carabinieri cercano di crearsene degli altri con la competizione con le altre forze dell'ordine, con la ricerca di nuovi incarichi e settori in cui esercitare la propria autorità e nella frenetica lotta interna, fratricida, per posti migliori, incarichi di prestigio e per la carriera». Consiglio di Stato, Corte dei conti, Quirinale, Nato e altri organismi internazionali per i più ambiziosi, amministrazioni locali o impieghi e consulenze nel privato per gli altri. La cosa curiosa è che mentre «in ogni Paese del mondo una tale diffusione da parte di una "categoria" qualsiasi, ma soprattutto militare, costituirebbe un rischio per la stabilità e l'equilibrio dei poteri», in Italia sia «considerata una garanzia ». Che, giustamente preoccupati delle molte pagliuzze, si sia persa di vista la trave?

La repubblica – 16 maggio 2014


Fabio Mini
I guardiani del potere. Eunuchi, templari, carabinieri e altri corpi scelti
Il Mulino
euro 16


Sangue, fuoco, potere, morte: storia del rosso



I colori hanno un ruolo fondamentale nell'immaginario collettivo e il loro significato simbolico cambia secondo i tempi e le culture a definire un codice che, come nel caso degli affreschi medievali, aiuta a comprendere il senso più celato della rappresentazione.

Graziella Pulce

Sangue, fuoco, potere, morte: biografia del rosso

Indifferenti alle sorti di stati e imperi, dinastie e potentati, i colori svolgono un loro discorso attraverso i millenni. Le pitture rupestri rappresentano le primissime testimonianze di un’egemonia indiscutibile esercitata sulla mente dei nostri più lontani progenitori. Con Rosso Storia di un colore (traduzione di Guido Calza, Ponte alle Grazie, pp. 261, € 32,00) Michel Pastoureau è giunto alla quarta tappa della storia dei colori nelle società europee, avviata con Bleu (2002) e proseguita con Noir (2008) e Vert (2013), tutti accompagnati dal sottotitolo Histoire d’une couleur e tutti editi dalle Èditions du Seuil, sempre tradotti in italiano da Ponte alle Grazie, qui davvero tempestivamente (Rouge è uscito in Francia in ottobre). Il prossimo sarà l’epopea del Giallo.

La vicenda umana è anche una vicenda di simboli che proprio il colore veicola immediatamente e ad ogni livello, sulla base di un codice rimasto vivo nel tempo. Il codice del quale i colori sono segni tanto profondamente è radicato nella sensibilità e nell’immaginario, da sembrare poco o per nulla ‘visibile’: la simbologia cromatica possiede infatti una potenza comunicativa così forte da rendere secondaria se non superflua l’elaborazione intellettiva. In ogni civiltà la simbologia dei colori è assorbita e condivisa fino a diventare linguaggio ‘naturale’ ancorché squisitamente culturale.

«Lo storico deve costantemente rammentare che non esiste alcuna verità universale del colore, né per quanto riguarda le sue definizioni, le sue pratiche o i suoi significati, né per quanto riguarda la sua percezione. Anche in questo caso, tutto è culturale, strettamente culturale». Così Pastoureau in Medioevo simbolico, vera summa degli interessi e dei saperi dell’autore, direttore dell’École pratique des hautes études, storico esperto – oltre che di colori – di simbologia medievale, di bestiari e di emblemi.

    Poliakov, Composition gris et rouge

Il saggio prende avvio dalle prime espressioni artistico-religiose del Paleolitico e segue le tracce del rosso – il primo a essere utilizzato in pittura e tintura – attraverso l’antichità, lungo il Medioevo fino alla modernità. Ricchissimo di curiosità e di illustrazioni, il volume si apre con Composition gris et rouge di Serge Poliakoff (1964) e il grande bisonte rosso di Altamira (15500-13500 a.C.) e si chiude con No. 16 (Red, White, and Brown), 1957, di Rothko, e una vetrata della scuola del Bauhaus di Weimar (1923).

Naturalmente parlare di un colore è possibile solo se lo si affianca, paragona o contrappone a un altro. I colori dialogano tra di loro, talvolta si fanno anche la guerra (come quella tra il rosso e il blu tra il XII e il XIII secolo) e conoscono fasi aurorali, ascese e declini tutti propri. La predilezione nei confronti di un colore può rappresentare la fortuna di un produttore o di un mercante come pure scatenare invidie e tracolli.

Anche senza arrivare ai fenici e alla loro porpora, ad esempio il segretissimo rosso turco o rosso di Adrianopoli, in auge dal XV secolo, domina fino alla fine del Settecento, quando Francia e Germania strappano il primato e mettono a punto dei rossi ‘alla maniera di Adrianopoli’. Emblematico anche il caso del colorante estratto da un albero proveniente dall’America del sud, capace di fornire proprietà tintorie ben superiori a quelle del Brasileum, il ‘legno rosso’ importato dall’Asia. Tanto imponente si fa lo sfruttamento di quell’albero che a quel territorio sudamericano viene dato appunto il nome di Brasile.

Ovviamente anche la storia dei colori va a inscriversi nella storia della schiavitù: ad esempio, negli anni Venti del Cinquecento l’acido carminico ricavato dalle cocciniglie disseccate dell’America tropicale (dove gli spagnoli proseguono il commercio delle cocciniglie che era stato degli Aztechi) mantiene un prezzo accessibile solo perché la raccolta viene effettuata dagli schiavi.

Per millenni il rosso è il colore per eccellenza. Con il bianco e il nero costituisce la triade fondamentale dalla quale vanno a generarsi tutte le scale cromatiche, attestate sui sei colori base di aristotelica definizione, all’interno della quale il rosso occupa una posizione centrale, privilegio mantenuto fino alla scoperta newtoniana dello spettro (1666), in cui il rosso occupa in realtà una posizione assai più ‘bassa’ nella scala rivelando di essere il colore più scuro.

    Altamira. Bisonte rosso

La sua egemonia dura fino al XVI secolo, quando si fa progressivamente più raro nella vita quotidiana per acquisire via via connotati che lo conducono ad associazioni simboliche sempre più strette con i tratti della deviazione, assumendo il carattere di un segnale o un accento, e dunque si fa notare sempre più. Più marcata risulta allora la contiguità con la duplice simbologia della seduzione e del peccato, ma anche della sanzione e della punizione. Tra i passaggi fondamentali c’è da registrare il ripudio dei colori da parte del mondo protestante (cromofobo per eccellenza), che ne cancellerà diligentemente le tracce, nella negazione di ogni forma di frivolezza e di esibizione.

La storia dei colori è scritta ovunque, nel lessico, nelle stoffe, negli oggetti quotidiani. Tintori, pittori, artisti, chimici e fisici ne sono i cantori, insieme a poeti, politici, religiosi, antropologi. Innumerevoli i nomi che distinguono le sfumature del re dei colori (scarlatto, vermiglio, cremisi, vinaccia, granata, ciliegia, papavero) e l’origine (garanza, chermes, cocciniglia, oricello, verzino, sandracca, realgar, minio).

Se tutti i colori hanno una straordinaria profondità di semantica, il rosso da sempre risulta connesso con le maggiori potenze della vita stessa. Sangue, fuoco, morte, potere. E dunque seguirne il percorso significa inoltrarsi all’interno delle pulsioni più remote: il desiderio nella sua natura selvaggia. Si pensi alla caccia: ogni persona di rango doveva andare a caccia, indossare il rosso e dimostrare sul campo di essere il più forte.

D’altra parte una capigliatura fulva è quella che per tradizione marchia la figura del traditore e dell’omicida, da Caino e Giuda, fino a Gano e Mordred. Dalle bandiere alla segnaletica stradale, dal teatro (il sipario) alla metafisica (l’inferno è rosso e nero), alla medicina (la croce rossa e la mezzaluna rossa). Per il rosso si può combattere, patire e anche morire. Per difendere una bandiera, per sostenere un emblema o più semplicemente per obbedire a una moda, come accadeva con i belletti a base di ossido di piombo, la biacca, per il bianco, e di solfuro di mercurio, il cinabro, per il rosso.

    Rothko, N.16

Portare alla luce e alla consapevolezza il ruolo simbolico, sociale e culturale dei colori indirizza a distinguere livelli di realtà che dopo il Medioevo non siamo più addestrati a cogliere. Si tratta appunto di quei «grands réprouvés», declassati e detronizzati, verso i quali l’autore si è sempre sentito attratto. E non diversamente rispetto a quelli sui colori vanno letti i saggi sugli animali (l’orso, il maiale e quello imminente sul corvo) e sugli emblemi.

Seguendo una linea interpretativa che fa capo a Lévi-Strauss (ma che, si potrebbe aggiungere, arriva fino alla polarità logica/analogia del nostro Enzo Melandri), bisogna distinguere il piano della ‘verità’ da quello della ‘realtà’. In svariate occasioni l’autore ha ribadito che nel Medioevo il vero e il reale appartengono a due sfere distinte. I suoi studi infatti mirano a mettere in risalto quello che la coscienza simbolica percepisce come vero, e cioè vivo, pieno di significato, capace di operare nell’ambito dell’immaginazione, ben più profondo e ricco di ciò che è semplicemente realistico.

Dunque questa di Pastoureau è una battaglia a salvaguardia della facoltà immaginativa e creatrice nata con l’uomo stesso, l’unica che metta in grado di comprendere le infinite sfumature e l’innegabile potere che oggi come ieri sono propri del linguaggio simbolico, grazie al quale si rendono di nuovo leggibili strati di significato caduti nell’ombra.


Il manifesto – 8 gennaio 2017

martedì 17 gennaio 2017

Risorgimento sconosciuto: la torta di Mazzini



Nell'ambito di una ricerca sul giovane Mazzini ci siamo imbattuti nella ricetta di una torta. Eccola.

Giorgio Amico

La torta di Mazzini

Di Giuseppe Mazzini la retorica patria ci ha tramandato un'immagine funerea che lo rende antipatico ai più. In realtà Pippo, come lo chiamavano gli intimi, fu personaggio affascinante: amante della musica (suonava benissimo la chitarra), del canto e del cibo. Lo dimostra questo brano di una lettera che dall'esilio svizzero egli inviò alla madre. Una ricetta che, riscoperta negli anni Trenta, ha dato vita a un dolce ancora oggi molto ricercato a Genova.


Prima di dimenticarmi, voglio mantenere la mia promessa. Eccovi la ricetta che vorrei faceste e provaste, perché a me piace assai, traduco alla meglio, perché di cose di cucina non m’intendo, ciò che mi dice una delle ragazze in cattivo francese:

Pelate e pestate fine fine tre once di mandorle, tre once di zucchero fregato prima ad un limone, pestato finissimo.

Prendete il succo di un limone, poi due gialli d’uovo, mescolate tutto questo e muovete, sbattete il tutto per alcuni minuti, poi sbattete i due bianchi di uovo quanto potete: “en neige”, dice essa, come la neve, cacciate anche questi nel gran miscuglio, tornate a muovere.

Ungete una “tourtiere”, cioè un testo da torte, con butirro fresco, coprite il fondo della tourtiere con pasta sfogliata, ponete il miscuglio nel testo, su questo strato di pasta sfogliata, spargete sopra dello zucchero fino e fate cuocere il tutto al forno” 

Medioevo tra realtà e mistificazione



Persiste ancora, nonostante la grande mole di studi degli ultimi decenni, una visione ottocentesca del medioevo come mondo immobile. Un libro di Giuseppe Sergi, già docente all'Università di Torino, cerca di ricostruire la vera immagine di un periodo storico da riscoprire.

Alessandro Barile

Tra realtà e mistificazione

Da decenni quasi tutte le opere di divulgazione sulla storia del medioevo hanno come primario obiettivo quello di demistificare una serie di credenze, leggende e miti impressi nella memoria collettiva. Come afferma Giuseppe Sergi nel suo ultimo libro (Soglie del Medioevo, Donzelli 2016), “il medioevo è il periodo forse più frainteso della storia e più di altri argomenti ha bisogno di procedure di spiegazione”. Questo fraintendimento non si è generato per caso.

Da una parte, la definizione stessa di medioevo rimanda a un periodo di mezzo tra l’età classica e l’età moderna, rafforzando il preconcetto negativo su di un’indistinta età di passaggio tra l’antichità e il mondo di oggi. Dall’altra, racchiudere in un’unica definizione forzata mille anni di storia ha consentito di inserire in questa abnorme periodizzazione tutto e il contrario di tutto, trattando in blocco eventi e processi storici affatto diversi, come se l’VIII secolo fosse equiparabile all’XI e questo al XIV. Il tutto, poi, letto attraverso una progressività della storia vittima dell’impostazione positivista ottocentesca, che ha contribuito a deformare la percezione che abbiamo del periodo.



Infine, l’uso politico della storia medievale, anch’esso promosso da certo nazionalismo ottocentesco, ha definitivamente fatto del medioevo il luogo mitico dove recuperare origini e tradizioni in chiave legittimante. Tutto questo ha prodotto non una “memoria collettiva”, quanto quella che Sergi chiama “cultura diffusa”: “un impasto di ricordi scolastici, di permanente successo di miti del passato, di usi simbolici della storia da parte della grande informazione”. E’ un vero e proprio medioevo immaginario quello a cui rimandano i nostri ricordi, fatto di fantasie tramandate artificialmente che però non corrispondono agli eventi e ai processi storici effettivamente avvenuti.

Per cogliere bene il senso di questa prospettiva falsificata della storia è imprescindibile la lettura dell’opera ormai classica di Hobsbawm e Ranger, L’invenzione della tradizione, laddove afferma con chiarezza, nell’introduzione, che le “tradizioni che ci appaiono, o si pretendono, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta”. Un testo che infatti ricorre spesso nel libro di Giuseppe Sergi.

I luoghi comuni medievali sono tali e tanti che risulta impossibile farne una panoramica esauriente. Il professore torinese svela però il marcio dietro ad una serie di mitologie imperiture. L’alimentazione, ad esempio. Vulgata vuole che l’alimentazione medievale sia costituita da una dieta largamente insufficiente, tra le principali cause dell’elevata mortalità. Eppure, almeno fino al secolo XI, è proprio la carne la principale portata della tavola medievale, vista la predominanza silvo-pastorale della produzione alimentare. Una gestione che consentiva una relativa abbondanza dei prodotti del bosco, successivamente divenuti pregiati a causa delle recinzioni degli incolti boschivi e fluviali ai margini delle città.


Un’altra mitologia persistente è la ricerca delle origini alto-medievali delle identità nazionali moderne, un tentativo a dire il vero oggi meno evidente ma che ha inciso fortemente nel dibattito nazionalista tra Ottocento e Novecento. Eppure, seguendo Patrick Geary nel suo Il mito delle nazioni. Le origini medievali dell’Europa, scopriamo il peso (nullo) dei legami di sangue all’interno delle popolazioni medievali “barbariche” (termine da preferire a “germaniche” proprio per evitare infondati legami etnici tra le diverse popolazioni migranti dei territori mitteleuropei).

In realtà, come ormai accertato dalla storiografia degli ultimi decenni, non esisteva contrapposizione tra “romani” e “germani”, quanto una compenetrazione basata su incontri tribali, accostamenti culturali, simbiosi sociali, dialettiche tra integrazione-separazione e progetti d’egemonia di circoscritti gruppi dominanti. Anche il termine “romani” è d’altronde equivoco secondo Walter Pohl, data la natura multiforme ed eterogenea delle popolazioni risiedenti sotto l’Impero, impossibile da ridursi attorno a devianti “caratteri comuni” inesistenti persino nella stessa penisola italica. Nessun legame o scontro etnico dunque è alla base della “nascita dell’Europa” dopo la dissoluzione dell’Impero romano, e soprattutto, secondo Sergi, “la corrispondenza tra i “popoli” altomedievali e i popoli contemporanei è un mito”.

Altra reductio deformante è quella del medioevo come “società feudale”, laddove al contrario il feudalesimo è un sistema di rapporti interno all’aristocrazia, e non il modello socialmente prevalente tra la popolazione. Semmai, è solo dopo il XII secolo che lo sviluppo signorile apportò profondi mutamenti nelle campagne, sfruttando il rapporto feudo-vassallatico come strumento di controllo e organizzazione del territorio. La “rifeudalizzazione”, o “seconda età feudale” secondo Marc Bloch, ha finito col descrivere tutti i rapporti sociali medievali, avallata in questo senso dalla storiografia ottocentesca.

La natura “piramidale” della società medievale, incancrenita nella nostra percezione anche da certe reminiscenze scolastiche, non corrisponde alla reale stratificazione sociale presente negli anni attorno al Mille, quanto semmai intervenuta successivamente in epoca già tardo-medievale.  Anche in questo caso, ad essere smentita è una certa visione necessariamente progressiva del corso della storia, che dispone gli eventi storici in una catena inequivocabilmente crescente di civilizzazione. Ne esce frantumata anche l’idea di poter trattare il medioevo in senso univoco e omogeneo: “gli anni cosiddetti medievali, una volta defeudalizzati, risultano troppi perché l’insieme del medioevo (un millennio) possa essere giudicato una categoria storica”.



Altro mito destinato a perdurare in quella che Sergi ha definito “cultura diffusa” è la presunta immobilità delle società medievali. Al contrario, il medioevo è periodo di forte mobilità – intesa sia in termini di spostamenti della popolazione – che di forte sperimentazione istituzionale: “i secoli centrali del medioevo, intorno al Mille, sono definibili come periodo di sperimentalità politica e sociale, in questo senso il più caratteristico che la storia europea abbia mai vissuto”.

L’incontro “latino-barbarico”, guidato dai Franchi in epoca merovingia, integra efficacemente il modello aristocratico-militare delle popolazioni nomadi con quello delle famiglie gallo-romane normalmente più impegnato nella gestione dei grandi latifondi e delle carriere ecclesiastiche. L’arrivo dei Franchi in Italia alla fine del VIII secolo rafforzerà in questo senso un modello di governo che fonde alcuni elementi tipici delle due civiltà entrate in contatto reciprocamente, creando ex-novo una forma del potere da cui prenderanno origine le embrionali organizzazioni statuali dell’Europa tardo medievale.

Giuseppe Sergi, in questo tentativo di introduzione colta e professionale al medioevo, non si limita a decostruire un certo “abuso della storia” medievale. Interviene anche sul metodo, prendendo le distanze tanto da un certo “ritorno all’ordine” evenemenziale, tipico di certa pseudo-storia molto in voga in questi anni, quanto da certe fascinazioni culturali derivate da una scarsa comprensione del modello delle Annales, che hanno prodotto, per contrasto, un’idea di medioevo affascinante ma forse altrettanto irrealistica. Uno strumento utile per tornare ad interpretare seriamente un periodo tanto importante quanto poco conosciuto. Soprattutto in tempi come questi in cui, come direbbe il grande medievista Vito Fumagalli, la natura torna a fare paura, portandosi con sé pezzi di Italia medievale che costituiscono parte del nostro passato più prestigioso.


Il manifesto -7 gennaio 2017

sabato 14 gennaio 2017

Russia fine anni Venti. L’immensa pazienza di un popolo



A un secolo dall'Ottobre sono già iniziate le rievocazioni nostalgiche o demolitorie. Quanto a noi, le vicende russe da Lenin a Putin sono la dimostrazione della validità della tesi dei tempi lunghi del mutamento storico. Il testo che presentiamo, tratto dall’inedito di Stefan Zweig Viaggio in Russia, cronaca di un viaggio che lo scrittore fece nel 1928, lo dimostra chiaramente. E' nell'atteggiamento disincantato, ma tenace della Russia profonda e non nell'ideologia che si colloca la capacità del Paese di resistere a guerre e calamità (stalinismo incluso).

Stefan Zweig

Russia fine anni Venti. L’immensa pazienza di un popolo



Negoreloe, prima terra russa. Sera tardi. Già così buio che la celebre stazione rossa con la scritta “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” non si riesce più a scorgere. Ma pur con tutta la migliore volontà non riesco nemmeno a vedere le Guardie Rosse armate ferocemente fino ai denti rappresentate in maniera tanto pittoresca e demoniaca dai viaggiatori affabulatori che ci hanno preceduto: soltanto un paio in uniforme dall’aria ragionevole e molto affabile, senza fucile né armi luccicanti. La sala di legno della frontiera è come tutte le altre, ma dalle pareti, invece dei sovrani, ti guardano i ritratti di Lenin, Engels, Marx e di qualche altro leader. Il controllo è preciso, accurato, rapido e molto cordiale; già dai primi passi in terra russa si percepisce quante menzogne ed esagerazioni ci siano ancora da abbattere. Non accade niente in maniera rigida, severa e militaresca più che in altre frontiere; senza altri passaggi, ci si trova all’improvviso in un nuovo mondo.

È proprio vero, la prima impressione s’imprime immediatamente, una di quelle prime impressioni che così spesso avvolgono una situazione nota ma che solo più tardi riconosci come premonitrice. In tutto siamo in trenta o quaranta che oggi valicano la frontiera russa; la metà di questi sono passeggeri in transito, giapponesi, cinesi, americani corrono a casa con la ferrovia della Manciuria senza fare soste; quindi restano matematicamente tra le quindici e le venti persone che con questo treno hanno come meta la Russia. È l’unico treno al giorno che da Londra, Parigi, Berlino, Vienna, la Svizzera e il resto dell’Europa ha come destinazione il cuore del Paese, la capitale Mosca.


Non si può fare a meno di pensare alle ultime frontiere attraversate, ci si ricorda di quante migliaia e decine di migliaia di individui ogni giorno entrano nei nostri microscopici staterelli, mentre qui, venti persone in tutto stanno per accedere a questo vastissimo impero, un continente. Due o tre arterie della ferrovia che corrono diritte uniscono tutta la Russia con il nostro mondo europeo, e ognuna di queste viaggia a un ritmo lento ed esitante.

Ci si ricorda allora dei valichi di frontiera ai tempi della guerra, dove solo una manciata di persone che passava un minuzioso controllo riusciva a varcare la linea invisibile da Stato a Stato, e si comprende istintivamente qualcosa della situazione attuale: la Russia è una fortezza assediata, una zona di guerra economica separata dal nostro mondo, diversamente regolato, da una sorta di barriera continentale simile a quella che Napoleone inflisse all’Inghilterra. Nel momento in cui abbiamo fatto cento passi tra l’entrata e l’uscita di queste due porte, abbiamo valicato un muro invisibile.

Prima ancora che il treno si metta in movimento in direzione di Mosca, un cordiale compagno di viaggio mi ricorda che bisogna spostare l’orologio di un’ora, dal tempo occidentale a quello dell’Europa orientale. Ma quel rapido gesto, quella minuscola rotazione, ce ne accorgeremo presto, è di gran lunga insufficiente. Non appena si giunge in Russia, non si deve soltanto adattare l’ora sul quadrante, bensì tutta la propria percezione di tempo e spazio. All’interno di questa dimensione, infatti, tutto avviene con altri pesi e altre misure.

Il tempo, dal confine in poi, subisce un rapido tracollo di valore, così come anche la percezione della distanza. Qui i chilometri si contano in migliaia invece che in centinaia, una gita di dodici ore vale un’escursione, un viaggio di tre giorni e tre notti è relativamente breve.

Il tempo qui è una moneta di rame che nessuno risparmia e accumula. Il ritardo di un’ora a un appuntamento è considerato ancora cortese, una conversazione di quattro ore vale una chiacchierata, un discorso pubblico di un’ora e mezzo è una breve dissertazione. Ma già solo dopo ventiquattro ore in Russia, la capacità di adattamento interiore ci ha fatto l’abitudine. Non ci sorprenderà più il fatto che un conoscente di Tbilisi viaggi fino a qui per tre giorni e tre notti per stringere la mano a qualcuno; otto giorni dopo si affronterà con la stessa tranquillità e naturalezza un’inezia di quattordici ore di viaggio in treno solo per fare una certa “visita” e per meditare in tutta serietà se non sia il caso di fare un viaggio nel Caucaso – solamente sei giorni e sei notti.

    Stefan Zweig

Il tempo qui ha altri parametri, lo spazio altre proporzioni. Come con i rubli e i copechi, si impara velocemente a fare i conti con questi nuovi valori, si impara ad aspettare e a essere noi stessi in ritardo, a perdere tempo senza lagnarsi, e in questo modo ci si avvicina inconsapevolmente al mistero della storia russa e della sua essenza.

Giacché il genio e il pericolo di questo popolo sta prima di tutto nella sua immensa capacità di attesa, nella sua per noi incomprensibile pazienza, che è tanto vasta quanto la terra russa. Questa pazienza è sopravvissuta a ogni epoca, ha sconfitto Napoleone e l’autorità zarista, e anche adesso agisce come il più potente e robusto pilastro nella nuova architettura sociale di questo mondo.

Infatti, nessun altro popolo europeo sarebbe stato in grado di sopportare ciò che questo si è abituato da mille anni a subire, e subendo quasi con gioia la propria sorte; cinque anni di guerra, poi due, tre rivoluzioni, sanguinose guerre civili da Nord, da Sud, da Est, da Ovest che si sono abbattute contemporaneamente su ogni città e villaggio; infine, pure la terribile carestia, la carenza di alloggi, il blocco economico, l’espropriazione dei beni – una summa di sofferenza e martirio, di fronte alla quale la nostra sensibilità non può che inchinarsi con deferenza.

Tutto ciò la Russia ha potuto tollerarlo soltanto grazie a questa sua eccezionale resistenza nella passività, attraverso il mistero di una capacità di sopportazione illimitata, attraverso un Nitschewo («non fa niente») ironico ed eroico al tempo stesso, e una tenace, muta e profondamente devota pazienza, la sua vera e incomparabile forza.

Il Sole 24 Ore – 4 settembre 2016


Stefan Zweig
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