TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 1 aprile 2015

Piramide di Cheope. Ritrovati i documenti della costruzione



Eccezionale ritrovamento della Missione francese sulla costa di Suez: una caverna restituisce papiri che raccontano il colossale cantiere attraverso date, organizzazione del lavoro e trasporto dei materiali.

Paolo Matthiae

La Piramide di Cheope: ecco le carte



È stato il più gigantesco cantiere architettonico di tutti i tempi per l’intera durata dell’Antichità e del Medioevo, fino agli albori dell’Età moderna. Considerata in età ellenistica una delle sette meraviglie del mondo, la Piramide di Cheope, eretta negli anni attorno al 2600 a.C., impegnò migliaia di operai e artigiani di altissima specializzazione.

È probabile che il suo architetto sia stato il principe Hemiunu, figlio del vizir Nefermaat e della sua sposa Itet e nipote di Snofru, fondatore della IV Dinastia, vizir anch’egli e «sovrintendente dei lavori del re», che fu sepolto in una delle tombe a mastaba localizzata su uno dei lati del gigantesco sepolcro di Cheope. La sua immagine ci è conservata in un’impressionante scultura del Pelizaeus Museum di Hildesheim.

Inattese testimonianze sulla complessa organizzazione dei lavori che permisero la realizzazione della straordinaria ultima dimora del faraone che una tradizione assai antica, ancora viva all’inizio del III secolo a.C (quando il sacerdote Manetone scrisse per i nuovi signori dell’Egitto di stirpe macedone dopo la conquista di Alessandro) dipingeva come un inflessibile tiranno, vengono dalle scoperte recenti di una Missione archeologica francese dell’Università di Paris-Sorbonne e dell’Institut Français d’Archéologie Orientale, guidata da Pierre Tallet, allo Wadi el-Jarf sulla costa occidentale del Golfo di Suez.



In questa località sono venute alla luce installazioni marittime, che sono state definite a ragione le più antiche del mondo, databili tra la fine della III e gli inizi della IV Dinastia del regno faraonico: un molo composto di due segmenti ortogonali lunghi 160 e 120 metri, proteggeva un bacino d’ancoraggio di più di due ettari di superficie dove sono ancora più di una ventina di ancore disperse sul fondo del mare.

A circa 200 metri di distanza sono state identificate cellette disposte a pettine in due campi, dove sono state trovate un centinaio di ancore in calcare, alcune iscritte in caratteri geroglifici corsivi con i nomi di battelli o di equipaggi. A una distanza di circa 6 chilometri sono stati identificati i resti di accampamenti faraonici con serie di gallerie scavate nella roccia che dovevano servire per custodire materiali appartenuti a equipaggi di piccole imbarcazioni dei primi decenni dell’antico Regno.

All’ingresso di una di queste gallerie, bloccate da grossi massi squadrati che dovevano sigillare questi apprestamenti quando furono abbandonati, sono stati trovati un’ampia serie di resti di papiri nei quali compare ripetutamente il nome di Cheope.

   Papiro di Wadi el-Jarf

In una cinquantina di frammenti di papiro, che costituiscono la più antica documentazione papirologica finora scoperta in Egitto, si trovano inattese informazioni sui lavori preparatori della costruzione della Grande Piramide, risultanti da due serie distinte di documenti, che possono essere definiti, da un lato, contabilità e, dall’altro, veri e propri giornali di bordo.

Uno dei documenti contiene una data che corrisponde al 26° o 27° anno di regno di Cheope, mentre i testi fanno riferimento alle equipe impegnate nella costruzione dell’immenso sepolcro, che raccoglievano un migliaio di lavoratori e che erano suddivise in manipoli, detti “tribù”, di 200 operai, di cui sono riportati i nomi: la «Grande», l’«Asiatica», la «Prospera», la «Piccola».

Una perfetta macchina organizzativa era prevista: nei documenti sono registrati, per ciascun manipolo, l’ammontare della dotazione prevista, quello di quanto realmente consegnato e, infine, il residuo presente nell’accampamento, mentre tra le registrazioni appaiono i nomi dei nòmoi, le provincie dell’antico Egitto, con quanto avevano versato in granaglie per il mantenimento dei lavoratori.

    Wadi el-Jarf. Resti del porto

Per quanto concerne, invece, i giornali di bordo, questi, in maniera del tutto inaspettata, fanno riferimento proprio al trasporto per via fluviale verso Giza delle gigantesche lastre della pregiata pietra di Turah che venne utilizzata per il rivestimento della Grande Piramide, il cui nome antico era «Orizzonte di Cheope»: i papiri citano il transito delle pietre verso la «Porta dello Stagno di Cheope», che doveva essere la sede del distretto amministrativo creato per il coordinamento dei lavori di realizzazione del gigantesco progetto.

Erodoto, più di 2000 anni dopo la costruzione, afferma che per la costruzione della Grande Piramide lavorarono 100mila uomini per 20 anni. Nelle ricostruzioni moderne si ritiene verosimile che furono in realtà impiegati tra 20mila e 30mila uomini divisi in gruppi di 2mila lavoratori per l’estrazione, il trasporto e la messa in opera di blocchi di pietra del peso, solo in media, di circa 2 tonnellate e mezza.

Le recenti straordinarie scoperte della Missione francese permettono oggi di controllare queste teorie, per verificare le quali nella stessa Giza negli anni passati fu costruita una piccola piramide moderna chiamata la piramide «Nova» secondo le tipiche e suggestive procedure dell’archeologia sperimentale.

Ma nessuno poteva immaginare che stupefacenti documentazioni epigrafiche contemporanee del grande faraone potessero confermare gli audaci calcoli degli egittologi di oggi.


Il Sole 24 ore - 29 marzo 2015


Thomas Piketty, Perché il popolo tradisce la sinistra (e vota a destra)



Dopo le elezioni francesi una riflessione dell'autore de “Il Capitale nel XXI secolo”.

Thomas Piketty

Perché il popolo tradisce la sinistra




Perché le classi popolari voltano sempre più le spalle ai partiti di Governo? E perché voltano le spalle in particolare ai partiti di centrosinistra che sostengono di difenderle? Molto semplicemente perché i partiti di centrosinistra non le difendono più ormai da tempo.

Negli ultimi decenni le classi popolari hanno subito l’equivalente di una doppia condanna, prima economica e poi politica. Le trasformazioni dell’economia non sono andate a vantaggio dei gruppi sociali più sfavoriti dei Paesi sviluppati: la fine dei trent’anni di crescita eccezionale seguita alla seconda guerra mondiale, la deindustrializzazione, l’ascesa dei Paesi emergenti, la distruzione di posti di lavoro poco o mediamente qualificati nel Nord del pianeta. I gruppi meglio provvisti di capitale finanziario e culturale, al contrario, hanno beneficiato appieno della globalizzazione.

Il secondo problema è che le trasformazioni politiche non hanno fatto che accentuare ancora di più queste tendenze. Ci si sarebbe potuti immaginare che le istituzioni pubbliche, i sistemi di protezione sociale, in generale le politiche seguite dai Governi si sarebbero adattati alla nuova realtà, pretendendo di più dai principali beneficiari delle trasformazioni in corso per concentrarsi maggiormente sui gruppi più penalizzati. Invece è successo il contrario.

Anche a causa dell’intensificarsi della concorrenza fra Paesi, i Governi nazionali si sono concentrati sempre di più sui contribuenti più mobili (lavoratori dipendenti altamente qualificati e globalizzati, detentori di capitali) a scapito dei gruppi percepiti come “imprigionati” (le classi popolari e i ceti medi).

Tutto questo riguarda un insieme di politiche sociali e servizi pubblici: investimenti nei treni ad alta velocità contro pauperizzazione delle ferrovie regionali, filiere dell’istruzione per le élite contro abbandono di scuole e università, e via discorrendo. E riguarda naturalmente anche il finanziamento di tutto quanto: dagli anni 80 in poi, la progressività dei sistemi fiscali si è drasticamente ridotta, con una riduzione su vasta scala delle imposte applicabili ai redditi più elevati e un graduale aumento delle tasse indirette, che colpiscono i più poveri.

La deregolamentazione finanziaria e la liberalizzazione dei flussi di capitali, senza la minima contropartita, hanno accentuato queste evoluzioni.

Anche le istituzioni europee, consacrate interamente al principio di una concorrenza sempre più pura e sempre più perfetta fra territori e fra Paesi, senza una base fiscale e sociale comune, hanno rafforzato queste tendenze. Lo si vede con estrema chiarezza nel caso dell’imposta sugli utili delle società, che in Europa si è dimezzata rispetto agli anni 80.

Inoltre, bisogna sottolineare che le società più grandi spesso riescono a eludere il tasso di imposizione ufficiale, com’è stato rivelato dal recente scandalo LuxLeaks. In pratica, le piccole e medie imprese si ritrovano a pagare imposte sugli utili nettamente superiori a quelle che pagano i grandi gruppi con sede nelle capitali. Più tasse e meno servizi pubblici: non c’è da stupirsi che le popolazioni colpite si sentano abbandonate. Questo sentimento di abbandono alimenta il consenso per l’estrema destra e l’ascesa del tripartitismo, sia all’interno che all’esterno dell’Eurozona (per esempio in Svezia). Che fare, allora?



Innanzitutto bisogna riconoscere che senza una rifondazione sociale e democratica radicale, la costruzione europea diventerà sempre più indifendibile agli occhi delle classi popolari. La lettura del rapporto che i «quattro presidenti» (della Commissione, della Bce, del Consiglio e dell’Eurogruppo) hanno recentemente dedicato all’avvenire della zona euro è particolarmente deprimente in quest’ottica.

L’idea generale è che si sa già quali sono le «riforme strutturali» (meno rigidità sul mercato del lavoro e dei beni) che permetteranno di risolvere tutto, bisogna solo trovare gli strumenti per imporle. La diagnosi è assurda: se la disoccupazione è schizzata alle stelle negli ultimi anni, mentre negli Stati Uniti diminuiva, è innanzitutto perché gli Stati Uniti hanno dato prova di una maggiore flessibilità di bilancio per rilanciare la macchina economica.

Quello che blocca l’Europa sono soprattutto le pastoie antidemocratiche: la rigidità dei criteri di bilancio, la regola dell’unanimità sulle questioni fiscali. E sopra ogni altra cosa l’assenza di investimenti nel futuro. Esempio emblematico: il programma Erasmus ha il merito di esistere, ma è ridicolmente sottofinanziato (2 miliardi di euro l’anno contro 200 miliardi dedicati al pagamento degli interessi sul debito), mentre l’Europa dovrebbe investire massicciamente nell’innovazione, nei giovani e nelle università.

Se non si troverà nessun compromesso per rifondare l’Europa, i rischi di esplosione sono reali. Riguardo alla Grecia, è evidente che alcuni dirigenti cercano di spingere il Paese ellenico fuori dall’euro: tutti sanno benissimo che gli accordi del 2012 sono inapplicabili (passeranno decenni prima che la Grecia possa avere un avanzo primario del 4 per cento del Pil da destinare al rimborso del debito), eppure si rifiutano di rinegoziarli. Su tutte queste questioni, la totale assenza di proposte da parte del Governo francese sta diventando assordante. Non si può stare ad aspettare a braccia conserte le elezioni regionali di dicembre e l’arrivo al potere dell’estrema destra nelle regioni francesi.

Traduzione di Fabio Galimberti


La Repubblica – 30 marzo 2015


martedì 31 marzo 2015

Africa. La terra degli Spiriti



Una grande esposizione dedicata ai riti dei popoli subsahariani inaugura il Mudec, il Museo delle Culture di Milano.


Marino Niola

Alle origini dell’arte nera che incantò l’Occidente


Senza l’Africa, l’arte moderna non sarebbe stata la stessa. E con ogni probabilità non avremmo capolavori come le “Demoiselles d’Avignon” di Pablo Picasso, la “Testa d’uccello” di Max Ernst. E nemmeno “L’uomo che cammina di Giacometti”.

In realtà il Continente Nero, dalla seconda metà dell’Ottocento è il grande serbatoio dell’immaginario europeo in cerca di nuove chiavi per decifrare il mistero dell’uomo. Quelle chiavi che la cultura occidentali sente di aver smarrito. Ed è allora che l’arte africana diventa un anticorpo creativo, il potente vaccino esotico da iniettare nelle vene esauste del vecchio mondo.
All’influenza africana nell’estetica della modernità il Mudec di Milano dedica la bellissima mostra “Africa. La terra degli spiriti”, curata da Ezio Bassani, Lorenz Homberger, Gigi Pezzoli e Claudia Zevi, aperta da oggi al 30 agosto.

Artefici di questa storica trasfusione artistica sono, non per nulla, gli esponenti delle avanguardie. Cubisti, dadaisti e, soprattutto, surrealisti. La cui missione è smontare l’uomo in mille pezzi per capire com’è fatto veramente, quali sono gli spiriti e le potenze sconosciute che si agitano sotto la superficie rassicurante della ragione e dell’apparenza. Facendo affiorare un’estraneità spaesante dietro la familiarità del sembiante.

Così il volto stesso diventa un inganno, una maschera illusoria. Proprio come l’idea di persona. Che la psicanalisi mette a nudo calandosi nelle profondità del sé. Mentre l’antropologia va a cercare fuori di sé, in mondi lontani. Come scriveva André Breton, nel suo Manifesto del surrealismo , il nuovo compito dell’artista è quello di discernere sempre più chiaramente ciò che si trama all’insaputa dell’uomo nel profondo del suo spirito.



Insomma le avanguardie rimettono in questione i fondamenti eurocentrici della società e dell’umanità stessa. E scelgono l’Africa come paradigma. Non a caso lo studio di Breton, ora ricostruito al Centre Pompidou di Parigi, è un’autentica wunderkammer esotica in cui i pezzi africani fanno la parte del leone.

Maschere, copricapi, feticci, scudi, pali totemici, teste di antenati. La presenza dominante di opere primitive materializza letteralmente l’immaginario dell’artista, rende esplicite le fonti della sua ispirazione. E al tempo stesso mostra il suo rifiuto della cultura e dell’estetica tradizionali.

Anche perché per queste avanguardie, le opere dell’art nègre non sono mere cose, materiali a disposizione di una contemplazione inerte e compiaciuta. Ma repertori di forme e di strumenti vivi, dialoganti con l’osservatore.

E indispensabili per costruire un nuovo profilo dell’uomo, anche attraverso lo studio delle funzioni e del significato che quei manufatti hanno nelle culture d’origine. Istanza ben presente ai curatori della mostra milanese che hanno avuto la sensibilità di ricondurre ogni oggetto entro il suo contesto sociale, culturale, spirituale.



Ogni opera diventa così la traccia significante di una storia e di una civiltà. Ma anche un modo per specchiarci in quella umanità, nella speranza di cogliere una diversa immagine di noi stessi. Di scorgere nel mistero degli altri qualcosa del nostro mistero che ci sfugge.

Come diceva Picasso, quando raccontava ad André Malraux di aver visitato il Musée de l’Homme, allora al Palais du Trocadéro, e di essere stato letteralmente catturato dalle maschere africane, come immobilizzato da una forza ignota. «Le maschere non erano come le altre sculture: erano qualcosa di magico, si ergevano contro tutto, contro gli spiriti ignoti e minacciosi. E io continuavo ad ammirare quei feticci... E capii. Anch’io mi ergo contro tutto. Anch’io credo che tutto è sconosciuto, tutto è nemico».

Forse è per questo che due delle sue demoiselles hanno come volto delle maschere africane. Che negli anni in cui il pittore malagueño concepisce l’opera stanno per diventare un caso artistico. Grazie anche alla spedizione di ricerca Dakar-Gibuti, cui partecipano personaggi come lo scrittore e antropologo Michel Leiris, l’etnologo africanista Marcel Griaule, il musicologo André Schäffner — che regala a Georges Braque una splendida arpa antropomorfa dei Mangbetu del Congo — Georges Henry Rivière, il museologo che ha il coraggio di mettere in vetrina al Musée de l’Homme un’opera d’arte in carne ed ossa, come la Venere nera Josephine Baker. Non perché la ritenga una donna-oggetto, ma perché considera la sua danza un autentico capolavoro.



La memoria di quella missione gloriosa è consegnata ad un celebre numero di Minotaure, rivista simbolo del surrealismo, in cui i due editori, Albert Skira e Tériade, al secolo Stratis Eleftheriadis, originario di un luogo ultrapoetico come Lesbo, scrivono che l’etnografia è indispensabile al rinnovamento dell’arte occidentale, proprio in quanto svela altri mondi sociali ed estetici.

E così fa riaffiorare anche il fondo dimenticato dei nostri. È quel che fa Pablo Picasso nelle sue teste di toro, mescolando il selvaggio con l’antico, perché il primo serva da filo d’Arianna per ritrovare il senso del secondo. Ed è quel che fa Pasolini, in “Edipo Re” e nella “Orestiade africana”, dove la Madre Nera diventa la grande matrice visiva del nostro immaginario sommerso.

Un continente perduto dei nostri sensi. Riaffiorante all’improvviso in certe statue di ebano Dogon, che ci fissano nella penombra, con i loro occhi esorbitati come quelli dei bronzi ellenistici. Così l’Africa presta i suoi feticci ad un Occidente in cerca dei suoi spiriti.



La Repubblica – 27 marzo 2015

Dove andare. Inaugurato a Milano il modernissimo Museo delle Culture



Settemila opere tra monili, armi maschere: è il “deposito” a cielo aperto dell’ex acciaieria Ansaldo che ospita il Museo delle Culture.


Chiara Gatti

Nell’hangar universale dell’etnologia



Sono settemila opere e potreste (volendo) vederle anche tutte. Allineate in vetrine, teche e cassettiere stipate di oggetti tribali, monili, armi, tessuti, maschere e reliquiari. Sembra un archivio della cultura universale, un fondaco delle arti primigenie.

È così che si presentano i depositi a cuore aperto del neonato Mudec, acronimo di Museo delle Culture, che inaugura oggi la sua vita, dopo quindici anni dal concorso che, nel 2000, affidò alle mani dell’architetto inglese David Chipperfield il cantiere dell’ex acciaieria Ansaldo, da trasformare in un hangar dell’etnologia.

Nei suoi 17mila metri quadrati di spazio, il Comune di Milano decise, allora, di riversare un patrimonio vasto e prezioso: le raccolte delle civiltà extraeuropee, sparse nei sotterranei del Castello Sforzesco, per le quali si sognava una collocazione definitiva.



Che arriva ora, giusto in tempo con la svolta antropologica imboccata dal sistema delle visual arts, complici i saggi del critico americano Hal Foster sulle connessioni fra arte e storia dell’uomo, il taglio (non a caso, antropologico) dell’ultima Biennale di Venezia e di quella che verrà, segnata già nel titolo — Tutti i futuri del mondo — da un approccio globale.

Guardando a Parigi e alla riorganizzazione del Musée du quai Branly, nel nuovo spazio di Jean Nouvel sul lungosenna, modello straordinario di un viaggio nel ventre caldo della terra, il Mudec segue la scia e rilancia con un format affascinante, scelto della direttrice Marina Pugliese, decisa a mixare etnografia e contemporaneità. «Le affinità fra arte contemporanea e arte primitiva sono moltissime.

L’idea è quella di metterle in contatto». L’uso dei materiale organici, le tracce sonore, i riti e i miti sono elementi che ritornano come un mantra dal primitivismo degli anni Sessanta alle performance più recenti. Il culto per i filati, l’artigianalità, i motivi tessili hanno ispirato il design d’ultima generazione.



Lo spirito del magico, i temi eterni dell’identità, del cammino, della morte, sono condivisi da artisti di ogni epoca e latitudine. «Un laboratorio di restauro per specialisti ospiterà workshop con ospiti internazionali e avremo corsi di etnologia e approfondimenti sulle tecniche, dalle lacche orientali con esperti giapponesi alle conservazioni delle piume con una studiosa in arrivo dal Getty di Los Angeles. Sarà come avere il mondo dentro al museo».

Per fare questo, accanto alle esposizioni temporanee, come Africa e Mondi a Milano — affidate alla produzione del gruppo 24ore Cultura, partner privato vincitore del bando per la gestione degli eventi — il Mudec adotterà un principio autarchico: quello che c’è in collezione basta e avanza per fare ricerca, inventare percorsi, costruire dialoghi. E il bacino a cui attingere sono proprio i depositi, corridoi algidi di scaffali rigorosi, fin da adesso visitabili (su prenotazione) come un museo dentro il museo.



Le opere d’art nègre, precolombiana, orientale, le insegne indigene, i tessuti andini, i reperti della Nuova Guinea lanciano messaggi su sentimenti assoluti, comuni ai popoli di tutte le geografie, confermando il motto che tutta l’arte è contemporanea.

Perciò, chiusi i due big show in corso e terminata la maratona di Expo, molti pezzi usciti dai caveau nutriranno, in autunno, un percorso dedicato alla nascita del collezionismo esotico con la ricostruzione della celebre wunderkammer, la camera delle meraviglie di Manfredo Settala, canonico del Seicento, globetrotter dagli interessi scientifici, creatore di un museo personale specchio dell’ansia dell’uomo moderno di esplorare il mondo (s) conosciuto e portarsene a casa un pezzetto. Tutto questo sotto un logo (grafico) studiato dello studio FM: una M con le corna cambia i connotati evocando maschere misteriose, artefatti dal fascino potente, tribale e mistico.


La Repubblica - 27 marzo 2015

Sunniti e sciiti tra Maometto e gli imam



Le origini della grande scissione del mondo islamico risalgono alla morte del Profeta.

Roberto Tottoli

Sunniti e sciiti tra Maometto e gli imam



La divisione tra sunniti e sciiti ha segnato la storia dell’Islam fin dalle origini. La frattura risale alla morte del profeta Maometto nel 632 d.C. Per i sunniti il legittimo successore fu Abu Bakr, scelto dai compagni di Maometto e che divenne il primo Califfo, senza alcun ruolo religioso ma solo il dovere di garantire l’ideale unità della comunità. Per i sunniti, infatti, bastano Corano ed esempio del profeta Maometto per guidare i credenti.

Gli sciiti sostenevano invece che il legittimo successore di Maometto fosse ‘Ali, suo genero. Il loro nome viene da Shi‘at ‘Ali, che vuol dire «Partito di ‘Ali». Politica e religione si saldano in tale rivendicazione. Secondo gli sciiti, infatti, Dio non poteva lasciare la comunità musulmana senza una guida religiosa. Per questo affermavano che eredi di Maometto dovessero essere gli imam, guide spirituali e allo stesso tempo discendenti e successori di ‘Ali.

Sull’identificazione di questi imam, gli stessi sciiti si divisero ben presto in sette diverse. Lo sciismo oggi più diffuso nel mondo islamico è quello cosiddetto imamita, o duodecimano, perché identifica una successione di dodici imam. Gli imamiti accusano i sunniti di aver alterato il Corano e si differenziano solo in alcuni aspetti del rituale e del credo.

Altre sette sciite sono in numeri spesso ridotti e a volte hanno concezioni più estreme, esoteriche o iniziatiche. Basti pensare ai drusi, agli alauiti in Siria, al potere con la famiglia Assad, oppure agli ismailiti noti in Occidente soprattutto per il loro capo spirituale, l’Agha Khan. Oppure ai zayditi dello Yemen, sciiti moderati assai vicini ai sunniti. Le differenze tra loro derivano da contrasti storici nell’identificazione dei legittimi imam, ma soprattutto nel ruolo religioso, più o meno accentuato, che viene loro attribuito.



I sunniti hanno sempre guardato con sospetto ai sostenitori di concezioni sciite. Li accusavano di attribuire troppa importanza agli imam e a volte persino di divinizzarli, e quindi di allontanarsi dalla direzione tradizionale che poi si affermò nel sunnismo, fondata su Corano e Sunna di Maometto.

Gli sciiti furono di conseguenza quasi sempre oppositori o pericolosi antagonisti nelle lotte politiche che attraversarono il mondo islamico, anche se conobbero alcuni brevi successi, con dinastie che ne sposarono le tesi e che quindi si fecero promotori di diffondere il loro credo. L’esempio più fortunato è quello della dinastia safavide che si affermò nel 1500 in Iran. Grazie alla loro azione politica e il loro sostegno allo sciismo imamita, l’Iran divenne un Paese a maggioranza sciita.

Nel resto del mondo islamico, tuttavia, e nel corso dei secoli, gli sciiti sono stati una minoranza perseguitata, quando non confinata in aree impervie. La loro storia di sofferenze è ben rappresentata dall’imam Hussein, il figlio di ‘Ali, fatto trucidare dal califfo omayyade sunnita nel 680 d.C. a Kerbela, nell’odierno Iraq.

Tale divisione segna la realtà del mondo islamico anche oggi e determina gli schieramenti delle grandi potenze sunnite come Arabia Saudita e Turchia da un lato, e di quelle sciite dall’altro, come Iran e forse, in un prossimo futuro, l’Iraq. Pallidi tentativi ecumenici hanno cercato di riavvicinare nel XX secolo sunnismo e sciismo imamita, ma sempre con scarso successo.

Il crollo degli Stati nel mondo arabo iniziato nel 2011 e la conflittualità che ne è seguita ha invece ravvivato la divisone confessionale e riaperto ferite sopite da regimi autoritari. E dopo Iraq e Siria, anche lo Yemen rischia di esserne travolto. 

Il Corriere della sera – 29 marzo 2015


lunedì 30 marzo 2015

La bussola del pettirosso



Come si orientano i pettirossi nel loro migrare dal Nordeuropa all'africa? La biologia molecolare cerca di darne una spiegazione.

Riccardo De Sanctis

La bussola del pettirosso



La fisica quantistica dell’infinitamente piccolo, lo strano comportamento di particelle che possono influenzarsi a vicenda anche distanti l’una dall’altra, per tentare di spiegare cos’è la vita? Sembra un’impresa un po’ folle ma è quello che fanno da circa vent’anni due scienziati inglesi dell’Università del Surrey.

Jim Al-Khalili è un fisico teorico e un divulgatore, Johnjoe MacFadden un biologo molecolare. I due ci hanno messo tre anni per scrivere il primo libro sulla biologia quantistica dedicato a un pubblico non di soli addetti ai lavori. Un’impresa e un volume affascinanti (Life on the edge. The coming of age of quantum biology).

La biologia molecolare, si basa sulla chimica e sulla fisica convenzionale. È difficile immaginare che le piccolissime particelle quantistiche (parliamo di scale nanoscopiche ), che posseggono strane proprietà come quella di essere contemporaneamente in più posti, la capacità d’attraversare barriere d’energia, o di interagire anche a grandi distanze, possano avere un ruolo decisivo nel macro mondo della biologia. Che la fisica quantistica in altre parole possa addirittura aiutare a comprendere il mistero dei misteri: cos’è la vita, come funziona, cos’è la coscienza.

La tesi di fondo del libro è che svariati processi del vivente, dai metodi degli uccelli per orientarsi alla fotosintesi o alle reazioni provocate dagli enzimi, si basano su effetti quantistici.
Molte specie di animali, come le balene, le aragoste, le rane, gli uccelli e perfino le api, sono in grado di compiere viaggi che metterebbero a dura prova anche esperti esploratori umani. Come fanno a orientarsi è stato un mistero per secoli.

Oggi si è scoperto che adoperano diversi metodi: seguendo il corso del sole o delle stelle, o facendosi guidare dagli odori... Ma il senso di navigazione più misterioso di tutti è quello di cui è dotato un uccellino: il pettirosso europeo (Erithacus rubecula). Questo uccello, due volte l’anno, vola dalla Svezia all’Africa e viceversa per migliaia di miglia. Il meccanismo che gli permette di sapere per quanto tempo volare e in che direzione è nel suo Dna. È una specie di sesto senso per orientarsi con il campo magnetico terrestre.



Il problema è che questo per essere individuato deve poter provocare una reazione chimica da qualche parte nel corpo dell’animale (è il modo con cui tutte le creature viventi, noi inclusi, abbiamo percezione di un segnale esterno), ma la quantità di energia fornita dall’interazione del campo magnetico terrestre con le molecole dentro le cellule viventi è di un miliardesimo inferiore all’energia necessaria per creare o infrangere un legame chimico. Come fa allora il pettirosso – si chiedono i nostri scienziati – a percepire il campo magnetico ?

La spiegazione è quantistica. Quando un fotone (una particella luminosa) viene percepito da un certo fotorecettore nell’occhio del pettirosso, crea due elettroni “intrecciati” (i fisici lo chiamano entaglement). Cioè, semplificando, e di molto, lo stato di uno dipende da quello dell’altro anche se sono separati e distanti l’uno dall’altro. Una delle proprietà più misteriose della fisica quantistica... E i due elettroni “intrecciati” che ruotano nell’occhio sono estremamente sensibili alle variazioni del campo magnetico e funzionano per il pettirosso come una bussola quantistica. Questa ovviamente è una sintesi semplificata di molte pagine del libro, dove tutto è spiegato anche con ragionamenti non sempre facili da seguire.

Capitolo dopo capitolo i nostri autori affrontano tanti altri “misteri”. Come – ad esempio – percepiamo il profumo di una rosa, o come i nostri geni riescono a replicarsi con estrema precisione. E tanti di questi fenomeni sono spiegabili ipotizzando un ruolo importante della fisica quantistica. La fotosintesi, ad esempio, si basa su particelle subatomiche che hanno la capacità di essere in diversi posti allo stesso tempo.

O gli enzimi che costruiscono le molecole all’interno delle n ostre cellule: una delle loro funzioni principali è quella di spostare gli elettroni nelle molecole o trasferirli da una molecola all’altra (l’ossidazione). Nel farlo producono un’accelerazione che la chimica e la biologia tradizionale non riescono a spiegare fino in fondo. Se però applichiamo la fisica quantistica, si potrebbe trattare di “quantum tunneling”. Cioè le particelle subatomiche (elettroni e protoni) usano le strane proprietà della quantistica che le immagina anche come “onde” e quindi in grado di superare una barriera energetica.

Negli ultimi capitoli del libro ci si occupa anche della mente e del problema dei problemi, che cos’è la coscienza e se anche questa possa essere attribuita alla quantistica. Gli autori sono cauti, coscienti di essere su un campo minato, ben consapevoli della tesi del matematico Roger Penrose che la ipotizzava già alla fine degli anni Ottanta. Preferiscono lasciare al lettore la decisione.

Più di una volta si ritorna alla domanda su cosa sia la vita. Nonostante gli straordinari successi della scienza – basti pensare alla biologia sintetica e alle tecniche di clonazione – sino ad ora nessuno ancora è riuscito a creare la vita se non dalla vita. Oggi Al-Khalili e MacFadden si domandano: che l’ingrediente essenziale mancante sia nella fisica quantistica?

Il Sole 24 ore – 29 marzo 2015

I 100 anni di Ingrao



Raggiungere i cento anni è già di per se una notizia. A maggior ragione se il festeggiato è un personaggio della caratura di Pietro Ingrao. la sua è stata una vita straordinaria, ma le beatificazioni ci hanno sempre infastiditi. Intellettuale lucido, Ingrao è stato tutto meno che un comunista eretico. Nei momenti decisivi (dall'XI Congresso al seminario di Arco) si è sempre tirato indietro, incapace di andare da sinistra oltre il “togliattismo. Limiti teorici e politici che hanno sostanziato anche l'attività del gruppo del Manifesto di cui Ingrao avvallò la radiazione. Con l'Ungheria e l'XI Congresso del PCI, una delle tante occasioni perse.

Fabrizio d’Esposito

Eterno comunista



Una delle cose che mi è sempre piaciuta nella vita - e che avrei fatto senza annoiarmi - è sedermi in un caffè e guardare il fiume di persone che scorre nella strada, chiedendomi chi sono, cercando di immaginare ciò che loro capita o che hanno in animo.

“Volevo la luna”, Pietro Ingrao

Pietro Ingrao è nato cent’anni fa, il 30 marzo 1915. A Lenola, paesino sulla cima di un colle in bassa Ciociaria, oggi provincia di Latina. Suo nonno Francesco Ingrao, mazziniano e massone, si rifugiò lì da Grotte, in Sicilia. Nel 1866, durante la terza guerra di Indipendenza, Lenola era sul confine appenninico tra il regno borbonico e lo Stato pontificio, l’ideale per i fuggiaschi. Pietro però prese il nome del nonno materno, segretario comunale.

Il papà del piccolo Pietro, Renato, una sera impiegò più del solito a convincere il figlio a fare la pipì nel vasetto. Pur di risolvere la questione, gli promise qualsiasi regalo avesse chiesto. Pietro riempì il vasetto e il padre gli chiese cosa volesse. Il balcone era aperto e c’era la luna. Il bimbo disse: “Voglio la luna”. Il papà rispose che era impossibile e il figlioletto iniziò a strillare.



Poesia, la prima passione

Dopo i novant’anni, nel 2006, Pietro Ingrao ha scritto la sua autobiografia, bellissima anche per stile letterario, intitolata proprio Volevo la luna, ricordando quella richiesta impossibile di decenni e decenni prima. Un titolo che è anche la metafora della sua parabola di comunista strano e sconfitto, incline più al dubbio e al dissenso che al leninismo.

L’ingraismo è stato sinonimo della sinistra critica del Pci, anticentralista, e la sua sconfitta più grave cadde nel 1969, quando gli ingraiani del manifesto furono radiati dal Pci. Lo stesso Ingrao votò a favore dell’espulsione. In seguito ritenne assurdo, vile e traditore quel voto. Lunedì l’eretico Pietro Ingrao compie un secolo e negli ultimi trent’anni ha pubblicato alcuni libri di poesie, la sua prima passione giovanile.

L’antifascismo dei Littoriali

Da Lenola, la famiglia di Renato Ingrao si trasferì dapprima a Santa Maria Capua Vetere, nel Casertano, poi risalì a Formia. Pietro scoprì Roma con l’università e lì arrivarono i Littoriali fascisti, gare di cultura tra studenti volute da Giuseppe Bottai. Il giovane Ingrao, avido lettore di Pascoli, Ungaretti e Montale nonché di Kafka e Joyce, spedì una poesia su Littoria, fondata sulle paludi pontine bonificate, e vinse i Prelittoriali di Roma. Vennero altri successi e lui assaporò “il piacere dell’applauso”, che tanto ha segnato il suo cammino politico nel secolo scorso.

Quando il fascismo finì e Ingrao era all’Unità, un giornale di destra gli rinfacciò i Littoriali ma Palmiro Togliatti rincuorò il giovane cronista, consigliandogli di non dare retta agli “scocciatori reazionari”.

Pranzo nuziale, in due

Paradossalmente, i Littoriali erano l’unica occasione di incontro per quegli studenti di tutta Italia che volevano conoscersi e in molti casi parlare sottovoce di antifascismo e lotta al regime. Negli anni della Seconda guerra mondiale, Ingrao divenne un comunista del suo gruppo romano, che comprendeva Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli, Antonio Amendola (fratello di Giorgio), Giaime Pintor, Mario Alicata, Paolo Bufalini, Antonello Trobadori, Bruno Zevi. C’era anche Laura Lombardo Radice, sorella di Lucio, di cui Ingrao s’innamorò. Si sposarono in Campidoglio nel 1944, dopo la liberazione di Roma. Festeggiarono da soli in un ristorante romano.



In soffitta, Lenin e Gramsci

Ingrao fu un comunista clandestino tra Milano e la Sila. Visse lunghi mesi di solitudine con l’ansia dell’“agire collettivo”. Si nascose anche in una casa di Spezzano Grande, in Calabria, e in soffitta trovò libri e giornali. Fu così che scoprì Gramsci e Lenin. Il 25 luglio del ‘43 era di nuovo a Milano. L’annuncio della caduta di Benito Mussolini lo colse di notte, in un appartamento di corso di Porta Nuova, che divideva con altre quattro persone. Il pomeriggio successivo, al termine di una manifestazione, salì anche lui su un camioncino preso da Elio Vittorini, lo scrittore. Fu il suo primo comizio comunista. “Qui mi aiutò la calma che mi prendeva dinanzi alla prova e ritrovavo quella freddezza che scavalcava ogni ansia”.

Il primo comizio

A casa di Vittorini, Gino alias Celeste Negarville, della nuova direzione del Pci, gli fece i complimenti: “So che hai fatto un grande comizio a Porta Nuova”. Ci fu un’irruzione dei carabinieri, che portarono via Vittorini e Giansiro Ferrata, per la storia del camioncino. Negarville e Ingrao rimasero a preparare il primo numero dell’Unità ritornata alla luce del sole. Dopo l’8 settembre, con la Resistenza, Ingrao, che ebbe il nome di battaglia di “Guido”, manifestò la voglia di salire in montagna a combattere, ma gli fu risposto che lui e Gillo Pontecorvo erano necessari all’Unità.

A piedi dal Migliore

Nel 1956, Ingrao aveva 41 anni ed era direttore dell’Unità dal 1947. Il 4 novembre l’invasione sovietica di Budapest stroncò il nuovo corso socialista di Imre Nagy. “Mentre si dispiegava quell’urto sanguinoso, io vissi l’errore più grave della mia vita politica. Scrissi un editoriale per l’Unità che condannava la rivolta ungherese e aveva un titolo roboante: Da una parte della barricata a difesa del socialismo”.

Quella mattina, Ingrao disse alla moglie Laura che non sarebbe tornato a casa per pranzare e iniziò a girovagare a piedi per Roma. Era domenica e il giornale non usciva il lunedì. Verso sera, arrivò a Montesacro, dove abitava Palmiro Togliatti. Ingrao gli confidò l’angoscia. Il Migliore gli rispose: “Oggi io invece ho bevuto un bicchiere di vino in più”. Il suo distacco dalle liturgie ancora staliniste cominciò quella sera, nonostante tutto.

“Non sono rimasto convinto”

L’ingraismo che s’interrogava criticamente sull’unanimismo e sul soggetto rivoluzionario come “costruzione del molteplice” divenne frazione nello storico XI congresso del Pci all’Eur di Roma. Il centro togliattiano aveva alla sua destra Giorgio Amendola (padre politico di Giorgio Napolitano) e a sinistra Pietro Ingrao. Togliatti era morto due anni prima e Luigi Longo era segretario. Ingrao preparò il suo discorso del diritto al dissenso a casa sua, insieme con Lucio Magri. Il successo di un intervento si misura sempre dal silenzio della platea (o della folla) durante le pause. Ingrao era uno specialista di questi vuoti, per toccare quasi fisicamente l’attenzione degli ascoltatori.

All’Eur parlò alla fine di una lunga mattinata. Una sua frase diventò più famosa di tutte: “Non sarei sincero se dicessi a voi che sono rimasto convinto”. Terminò e alla presidenza tutti rimasero immobili, mettendo bene in mostra le mani ferme sulle ginocchia. Al contrario, in platea, l’applauso fu fragoroso. “Non mi turbai: vivevo l’emozione di quel consenso del popolo comunista. Furono per me minuti indimenticabili”.

Nel decennio successivo, nel 1976, i destini di Amendola e Ingrao si risolsero su un altro piano. All’inizio di luglio, Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972, chiese a Ingrao per telefono di fare il presidente della Camera: “Avevamo pensato ad Amendola, ma lui ha rifiutato: non gli va”. Ingrao rispose di sì. Quarant’anni dopo è ancora lì a casa, ad aspettare la luna, quando cala la sera.


il Fatto – 28 marzo 2015