TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 24 aprile 2018

Italo Calvino, Quella cosa che gli uomini dicono libertà

    Italo Calvino. Sanremo, comizio dopo la Liberazione

Un gruppo di giovani rastrellati dai repubblichini in attesa di essere mandati al fronte. La fuga e la libertà. Un passo da "Ultimo viene il corvo" di Italo Calvino.

Italo Calvino

Da “Angoscia in caserma”

Il mattino della partenza del primo scaglione, tre o quattro mancavano all’appello, ragazzi quieti, rassegnati, che non ci si sarebbe aspettato scappassero. I rimasti, sorvegliati da qualche anziano armato che li avrebbe accompagnati di scorta, sedevano a capo chino nella camerata aspettando il camion, un velo di pianto in fondo agli occhi e alle voci. Egli girava in mezzo a loro; sguernite dei teli le brande erano presagi ansiosi ed inquieti. Fu allora che entrò il tenente con gli occhiali, grassa faccia camusa, gli faceva cenno di avvicinarsi, certo voleva mandarlo a spazzare le scale. Disse: - Su, presto, prepara la tua roba, parti anche tu, è venuto l’ordine dal comando.

Un velo di sangue agli occhi, poi tutto fu spaventosamente lucido, come in un mondo di specchi: il tenente, le parole che aveva dette, le inutili proteste di lui, i compagni rassegnati, la camera squallida, il suo arraffare la roba con mani tremanti e metterla nello zaino, la sua storia, la sua debolezza, la tristezza del suo destino, ogni cosa era quella che era; solo quella, spietatamente quella. Il male dei simboli lo riprese nel viaggio in camion, ma senza sollievo. Il camion era il mondo e la vita, con uomini diversi, spietati l’uno dell’altro, borghesi che parlavano delle cose che avrebbero fatte finita la guerra, avrebbero comprato la macchina e non più viaggiato in camion, il tenente con gli occhiali che rideva dicendo: - Se adesso scoppiasse la pace! - con un tono di timore nel suo accento ignorante di terrone.

Il grasso ragazzotto di Oneglia che a ogni fermata si guardava intorno fiutando il modo di scappare era una parte di lui, del suo animo ancora cautamente desto, il soldato veneto anziano che 51 gli stava sempre dietro col moschetto imbracciato (Cecchetti si chiamava quella carogna) era pure una parte di lui, la sua viltà dominante. Gli altri compagni di sventura, carichi di rassegnazione desolata, erano il peso della sua impotenza. E in mezzo a tutti, stupido e beato anche nel nome, la bestia umana grassa ed incosciente, l’occhialuto tenente Coronati che scherzava in terrone con gli autisti. Poi il guasto al camion suonò come un avvertimento. L’ultimo simbolo fu l’alberghetto dove si fermarono a far colazione, con linde stampe inglesi alle pareti, una atmosfera cloroformizzata da sala operatoria, un limbo dove le anime attendono il giudizio.

Quando furono condotti a piedi al paese vicino e, poiché il camion tardava a venir riparato, si sparpagliarono un poco a comprar da mangiare nelle botteghe, l’incubo cessò a un tratto: la strada che portava nei campi fu una strada che portava nei campi, il veneto voltato indietro ad aspettare gli altri fu il veneto voltato indietro, il ragazzo grasso di Oneglia cui lui chiese: «Scappiamo»? e che rispose «Alé,» fu il ragazzo grasso di Oneglia, la terra che correva sotto i loro passi fu la terra che correva sotto i loro passi, l’angolo di muro che li separava dalla vista degli altri fu un angolo di muro, la corsa per la collina fu una bella, radiosa, ansiosa corsa per la collina.

La prima frase che disse all’altro, camminando ormai soltanto in fretta per un viottolo che portava a monte, fu: - Adesso posso dirtelo, io sono un partigiano. - Anch’io, - rispose l’altro. - Di che banda sei? Che nome hai? - Si dissero i nomi di battaglia, le bande in cui erano stati, i compagni conosciuti, le azioni cui avevano preso parte.

Egli andava adesso assieme all’altro per la collina, col cappotto militare sbottonato; contento, contento anche se potevano riprenderlo e fucilarlo da un momento all’altro: e la caserma grigia non esisteva più per lui, sommersa nel fondo della coscienza. Le erbe e il sole e loro che camminavano coi cappotti sbottonati in mezzo alle erbe e al sole, erano un simbolo nuovo, arioso ed enorme, erano quello che spesso, senza capire, gli uomini dicono libertà.

(Italo Calvino, Ultimo viene il corvo, Einaudi)

Picasso. Uno sguardo differente




Il MASI di Lugano dedica un omaggio speciale al maestro spagnolo ripercorrendone l’evoluzione artistica attraverso 120 opere, alcune mai esposte La costante è il rapporto con la matita, lo strumento che dà corpo alle sue idee.

Cesare De Seta

Pablo Picasso: disegnare è già scolpire



Nessun artista del Novecento può reggere il confronto con Pablo Ruiz y Picasso, nato a Malaga nel 1881 e morto a Mougin nel 1973 nel Midi della Francia che dall’età di 19 anni, quando giunse a Parigi, divenne la sua patria elettiva. Ma rimase sempre un artista andaluso quantunque seppe attingere, come una piovra dai mille tentacoli, tutto quanto accadeva intorno a lui e quanto vedeva nei musei: da El Greco a Velázques a Goya, dai grandi veneti a Delacroix e Manet. Le pagine dedicate alla sua opera e alla biografia non si contano, così le mostre ed è persino un azzardo farne una che non ripeta il già detto e il già visto. Eppure ci è riuscita Carmen Giménez, malagueña come lui, con la mostra Picasso. Uno sguardo differente che si tiene al Masi di Lugano, in stretta sintonia con Coline Zella del Musée national Picasso di Parigi che possiede la più ricca collezione di opere al mondo donate dal maestro e dagli eredi. Frugando negli archivi le curatrici hanno messo in mostra un centinaio di disegni più acquerelli, olii, pastelli e soprattutto molte sculture spesso disattese e trascurate.

La mostra si snoda nelle sale che danno sullo scintillante lago e ha un saggio andamento cronologico. Con “uno sguardo differente” la mostra dipana la matassa dell’evoluzione stilistica del maestro soprattutto attraverso disegni e sculture e lo stretto legame che c’è tra gli uni e le altre. Si parte da uno studio per i Saltimbanchi (1905) e si passa a tre fogli per le Demoiselles d’Avignon (1907) ragazze di un bordello di Barcellona, città con la quale ebbe un intenso rapporto fin dalla gioventù.

    La capra

Gli studi per La moglie del fattore (1908) sono già sculture e nelle Bagnanti nella foresta esplode il colore. Un sintagma stilistico che ne segna tutta l’opera fino alla morte sopraggiunta mentre faceva colazione. Poi la serie sfaccettata di nudi femminili che preludono alla magnifica testa in bronzo di Fernande Olivier (1909), la ragazza che aveva scoperto al Bateau Lavoir, con cui condivise anni difficili e un’intensa passione. Tra il 1909 e il 1911 disegni cubisti, ma anche ritratti femminili e maschili di fattura ingresiana. Ma l’opera di Picasso è un pendolo che non lascia mai una strada intrapresa. A Mandolino e clarinetto (1912), una splendida scultura in legno dipinto di fattura cubista, fanno pendant una serie di fogli che sono nature morte con gli usuali oggetti della vita corrente.

Bottiglie, giornali, bicchieri, pacchetti di sigarette monocromi o a colori fino alla scultura Violino (1915) che abbaglia per l’intensità cromatica dei pezzi che lo compongono. Gli strumenti musicali, come chitarre e mandolini, sono una sua passione e almeno fino al ’20 tornano con continuità nelle composizioni dalle tonalità mai uguali. Il buffet è l’arredo su cui dispone questi strumenti che sono anche in mano agli Arlecchini.

    Mandolino e clarinetto

Il ritratto di André Derain (1919) è un filo sottile di matita che rimanda a quelli celebri di Strawinskj, Jacob, Apollinaire e Djagilev: si è già in piena temperie neoclassica. Ma con Bicchiere e pacchetto di tabacco (1921) Picasso ritorna alla scansione cubista con una scultura in lamiera tagliata e dipinta con una squillante policromia. Con esili tratti di matita o di penna impagina in un foglio quattro sagome di donna, in un altro è seduta in poltrona: nello stesso anno il ’29 la figuratività è del tutto scomparsa come testimonia la Donna con il pallone a inchiostro su carta.

Una serie di studi di mani a penna, acquerello o pastello preludono alla scultura della sua magica Mano (1937) in gesso la cui ruvida forza è memoria della grande tradizione del romanico e del gotico catalano così come si vedono nelle cattedrali della terra d’origine.

Con la serie di Cerchi e segni, datate con acribia 29 ottobre 1930, Picasso vuole dirci qualcosa d’importante: sono solo tre cerchi due dei quali attraversati da linee verticali e tratti più spessi in orizzontale.

Una serie di fogli a china sono numerati sullo stesso tema grafico. Quasi un omaggio al surrealismo del più giovane Joan Miró che l’aveva conosciuto quando era tornato a Barcelona per seguire i belletti di Djagilev. Nel ’31 con le Bagnanti torna a una figurazione stralunata ma non astratta, preludio alla scultura della Bagnante con le braccia levate o a quel magnifico totem in bronzo che è la Donna con mele (1934).

La figuratività ritorna con gli studi per il ritratto di Marie-Thérèse (1936), nella veduta di Juan-le-Pins, nel bellissimo guazzo, china e matita del Minotauro ferito da un cavaliere con cavallo. Nei primi anni quaranta tornano i nudi delle Bagnanti con continuità ma trattati a matita di tre colori. Del ’43 in piena guerra la Testa di morto in ferro e rame, agghiacciante “memento mori”.

    Coppia e uomo con pipa

A guerra finita i disegni tornano al colore e alla gioia di vivere: la bellissima Capra ( 1950) incinta in bronzo sta a dire che la vita ha ripreso il suo corso e così Picasso torna a disegnare donne nude che molto amò e molto fece soffrire. La serie dei teatrini sono un interludio giocoso, i Ritratti di famiglia dei primi anni ’60 sono disegnati a matite e pastelli coloratissimi e preludono alla Coppia e uomo con pipa datata 6 luglio 1966.

Il mago Picasso ha sciolto fino all’ultimo la sua matassa con una mirabile coerenza e i testi di Carmen Giménez e Francisco Calvo Serraller in catalogo sono una guida sapiente che svelano tratti inediti di una prodigiosa creatività.

La Repubblica – 17 marzo 2018

Gli ultimi anni di Victor Serge



Disponibile la nuova edizione riveduta e ampliata di note del testo scritto nel 2006 da Sandro Saggioro.

Dopo più di un quarto di secolo di militanza rivoluzionaria in Belgio, Francia, Catalogna, Russia, Germania, Austria, caratterizzata da carcere, esilio, deportazione, Victor Serge si imbarca sul Cargo Capitaine Paul-Lemerle per raggiungere il Messico, paese che gli ha concesso il visto d’ingresso, ed entra nell’ultima fase della sua travagliata esistenza.

In questa terra messicana, che osserverà affascinato studiandola a fondo, è l’ultimo sopravvissuto, con Nataljia Sedova, la vedova di Trotsky, alla strage delle vecchia guardia bolscevica; Serge, scampato al GULag, è uno scomodo testimone degli orrori staliniani e, assieme ad un pugno di altri esuli del POUM e libertari, conduce una strenua battaglia in nome del “Socialismo” e della “Libertà”, braccato dalla NKVD che ne segue le mosse, pronta ad eliminarlo. In questa terra messicana terminerà i suoi scritti migliori.

Ma chi è il Victor Serge degli ultimi anni, che combatte senza sosta il totalitarismo? Un socialdemocratico sulla strada dell’anticomunismo, come alcuni dei suoi compagni di viaggio? Oppure un antitotalitario che rimane, pur tra molti limiti e contraddizioni, nel solco di un “marxismo libertario”?

Di qui l’importanza di questo lavoro di Sandro Saggioro, che esplora e analizza gli ultimi anni di  Victor Serge.

Il libro può essere richiesto a:  http://www.paginemarxiste.it/ 



Chi era Sandro Saggioro

Sandro Saggioro (Padova 1949-2015), medico chirurgo, militante di area bordighista, collaboratore de «il programma comunista » e di Rivoluzione internazionale, rivista della sezione italiana della Corrente Comunista Internazionale. Dagli anni '90 si dedica con Arturo Peregalli a un importante lavoro di ricerca sulla figura di Amadeo Bordiga e sulla storia della Sinistra comunista italiana.
Dal 2007 cura sul sito web Avanti Barbari ! (ancora consultabile) la pubblicazione di un'immensa mole di documenti e articoli su Amadeo Bordiga.

68 e dintorni


lunedì 23 aprile 2018

Raimondo Sirotti


Ora è sempre Resistenza


San Giorgio e il drago


    Paolo Uccello, San Giorgio e il drago (1460)

Di draghi e cavalieri. La festa di San Giorgio


Guido Araldo

San Giorgio e il drago

La festa di San Giorgio ricorre il 23 aprile. È, inequivocabilmente, un “santo della vecchia guardia”, tra i più antichi dalla cristianità, venerato da tutte le chiese cristiane e persino dal mondo islamico. Malgrado tanta fama, non ci sono notizie certe sulla sua vita ed è dubbio che sia esistito veramente. Le più antiche citazioni provengono da un’opera apocrifa nota come Passio Georgii: la passione di Giorgio, palesemente fantasiosa e di molto posteriore all’epoca in cui si suppone sia vissuto il santo.
San Giorgio, secondo la sua Passio, era originario della Cappadocia, come san Sebastiano, e la tradizione vuole che fosse seguace di Cristo fin dalla nascita. Reclutato come cavaliere nell’esercito di Diocleziano, raggiunse il grado importante di guardia pretoriana; in seguito, identificato come cristiano, subì il martirio.

A questo punto la storia si complica: la leggenda vuole che san Giorgio abbia patito sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre resurrezioni. Fu lacerato per due volte con la ruota chiodata, morì e risorse, per convertire addirittura il comandante dei suoi aguzzini: il magister militum Anatolio. Tra una morte e l’altra, san Giorgio riuscì a entrare in un tempio pagano per abbattere gli idoli di pietra, gli antichi Dei, con un semplice soffio. La leggenda della Passio Georgii riferisce che il santo riuscì nell’impresa di convertire la misteriosa imperatrice Alessandra, inducendola a subire il martirio: un’autentica progressione di effetti speciali dell’epoca. La morte, come da consolidata tradizione, avvenne per decapitazione: lo staccamento della testa dal corpo, poiché altrimenti sembrava non poter morire.

Ma la leggenda imperitura di san Giorgio è la sua lotta con il drago. “Nella città libica di Salem c’era un grande stagno, dove viveva un ferocissimo drago che inceneriva con l’alito gli infelici che lo incrociavano. Tale era il terrore degli abitanti di quella città, che ogni giorno gli offrivano in pasto due pecore. Ma, a forza di sacrificarle, le pecore cominciarono a scarseggiare e, un giorno, gli fu offerta una giovane, ovviamente vergine che, guarda caso, era una principessa, figlia del re di Silene. Il re, per salvarla, offrì metà del suo regno a chiunque fosse riuscito a difenderla dal drago: ed ecco arrivare il cavaliere san Giorgio che affrontò coraggiosamente il drago mentre emergeva dalle acque, sprizzando fuoco e fumo dalle narici. Dopo un furioso combattimento riuscì a ferirlo e lo rese prigioniero della principessa con un collare, trasformandolo in una specie di cagnolino scodinzolante. In tal modo il drago ammansito fu condotto in città, mentre Giorgio urlava: «Dio mi ha mandato presso di voi per liberarvi dal drago e, se abbraccerete la fede in Cristo, io ucciderò il mostro». E così accadde: non contento di aver ammansito il drago, lo uccise e, in tal modo, non soltanto la città ma tutta la regione si convertì alla nuova fede”.

    Vittore Carpaccio, San Giorgio e il drago

Perché tanta inutile crudeltà, se il drago era stato sconfitto e addirittura addomesticato? Il drago, ovvero il paganesimo, doveva morire. Ma il paganesimo, per quanto sconfitto, non morì; non fu debellato alla radice. Per la verità, pare che la leggenda di san Giorgio e il drago sia alquanto tarda, risalente al tempo delle Crociate, quando il drago malefico era identificato nell’Islam. Più esattamente, sembra che traesse origine da una statua di Costantino, nella grande città di Bisanzio, dove l’imperatore era raffigurato nell’atto di schiacciare con il piede il drago, simbolo della sua potenza militare e politica, soprattutto nei confronti di barbarici invasori. Una simbologia che in Occidente sarà poi tipica di san Michele.

A quei tempi san Giorgio era abbinato a san Demetrio, presente soprattutto in icone bizantine: san Giorgio su un cavallo bianco e san Demetrio su un destriero nero; l’uno intento a trafiggere il drago, l’altro un saraceno. Il matamoros identificato a Occidente in san Giacomo.

Fu al tempo delle crociate che importanti paesi europei iniziarono a identificare san Giorgio come loro patrono, a cominciare dall’Inghilterra e dalla repubblica di Genova; nel contempo, molti ordini cavallereschi lo elessero a loro tutore come l’Ordine Teutonico, il prestigioso ordine della Giarrettiera e l’ordine di Calatrava che in Castiglia aggregò i Templari, dopo la persecuzione che li annientò.

Nel 1969 il Concilio Vaticano giudicò san Giorgio troppo fantasioso, per figurare tra i martiri cristiani e fu semplicemente accantonato; ma come poteva, un simile campione della cristianità, essere messo in disparte? E così, nel 1996, papa Giovanni Paolo II lo reintegrò a pieno titolo tra i santi da venerare, elevandolo a “protettore delle guardie giurate”.


La sua croce rossa in campo bianco, identica a quella dell’Agnus Dei, sventola da secoli sulle città di Genova, Bologna, Milano, Ivrea, Alba, Alessandria, Lecco, Padova, Mantova, Coblenza, Friburgo… persino a Mosca e, soprattutto, nell’Inghilterra, nel Portogallo e sotto i cieli della Lituania, terra erede dei Teutonici.

Nella Valle Padana Inferiore da almeno un millennio la gente identifica le devastanti alluvioni del Po nel drago, che soltanto san Giorgio può debellare. A Siena, che da sempre ravvisa la città di Firenze in un drago malefico, dopo la battaglia di Montaperti si celebrarono per generazioni i Giochi di san Giorgio, finché l’odioso tallone mediceo non soffocò le libertà urbane dell’ultima paladina tra le gloriose città toscane.

Se da un lato san Giorgio trionfante sul drago allude al cristianesimo vincente sul paganesimo, dall’altro il cavaliere in arme e vittorioso è sintesi di eroi indimenticabili come Teseo e Perseo, profondamente radicati nell’archetipo collettivo. San Giorgio è semplicemente la riedizione cristiana di Perseo che uccise la terribile Gorgone Medusa e salvò da un mostruoso drago marino la principessa Andromeda. Un eroe emblematico e centrale nei miti micenei, veri forgiatori dell’antichità classica (…).

(Da. Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)