TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 25 febbraio 2015

"Sentieri sottili". Viaggio in una vallata dell'entroterra del Ponente ligure



Istituto di Studi Liguri
Libreria AmicoLibro - Bordighera
Philobiblon Edizioni

venerdì 27 febbraio alle ore 16,00
presso il Museo Bicknell di Bordighera

Presentazione di
"Sentieri sottili"
di Julia Blackburn
Philobiblon Edizioni


"Sentieri sottili" descrive il soggiorno in un territorio - una vallata dell'entroterra del Ponente ligure - scosceso e scabro ma misterioso e affascinante agli occhi di una straniera che ne scopre, a poco a poco, percorrendone a piedi con il marito gli impervi sentieri, le ruvide bellezze. 

Ma è anche un viaggio nella storia e dentro il cuore degli uomini e delle donne che abitano questa liguria poco cardelliana. 

Un viaggio a ritroso nel tempo ad incontrare i pochi resti di un  passato eroico per approdare ai più recenti tempi pieni di lutti e di rovine. Il libro, che è al tempo stesso diario personale e collettivo, saggio antropologico, racconto lirico e documento storico è scritto in uno stile  avvolgente e coinvolgente, ricco di umanità e di sottile ironia.  


domenica 15 febbraio 2015

Valados Usitanos



E' disponibile Valados Usitanos n.105

Dal sommario:

Lupi e allocchi
Epidemia di febbre tifoidea (Bardonecchia 1859-60)
La Bialiero é facho, l'aigo couer
Elementi di grammatica del dialetto di Saint- Martin Vesubie
Giors Boneto pitore di Paesana
Boves manere 'd di
Dialettologia occitana 3
Libri


Per informazioni o richieste di copie: valadosousitanos@libero.it

venerdì 13 febbraio 2015

Guido Seborga a venticinque anni dalla morte



13 Febbraio 1990 - 13 Febbraio 2015

Venticinque anni fa moriva Guido Seborga, scrittore, poeta, artista, ma prima di tutto uomo libero, ribelle alle convenzioni e a ogni forma di conformismo. Oggi avremmo molto bisogno della sua coerenza. Lo ricordiamo con una sua poesia.


Liguria



Tu vai più lontano di me
Coi tuoi marittimi dei porti
Coi tuoi braccianti della costa...
Sei disperata e felice
Antica come il maestrale
Liguria hai messo nel mio corpo
L'animo arso e secco del canto
Non avrei mai vissuto senza di te
Nella tempesta mi calmo
L'ansia s'allenta nella burrasca
Nella bonaccia mi scaravento
Salto come delfino che gioca
E in fondo in grazie a te
Sono felice d'essere nato
E so quanto tu sia viva

(da Liguria 1961 In” Se avessi una canzone” Ceschina 1964 )


sabato 7 febbraio 2015

Valdieri (CN), Il Carnevale Alpino dell’Orso di Segale



Festa di fertilità, rinascita della terra dopo la morte invernale, il carnevale è festa (e rito) antichissimo. Iniziamo a parlarne con la festa dell'Orso di Valdieri.

Il Carnevale Alpino dell’Orso di Segale

Ogni anno, durante il periodo di carnevale, l’Orso di Segale torna a correre per le vie di Valdieri. Spaventa i bambini, fugge dai domatori, importuna le donne, evita l’acquasanta dei frati esorcisti: il suo risveglio dal letargo comunica alla gente che la cattiva stagione sta per finire. Poco alla volta il canto degli uccelli romperà il lungo e freddo silenzio invernale, i colori della terra si sostituiranno al bianco della neve, il giorno tornerà a prevalere sulla notte, la ragione a riaffermarsi sull’irrazionalità. La fuga non dura molto: l’Orso rallenta, è debole... non fa più paura. Come l’inverno.

Ormai la bestia è in scacco: viene catturata e il suo corpo dato alle fiamme in un grande rogo purificatore tra le grida festanti di un paese tornato alla vita.

l’orso di ieri Premesso che le origini della maschera dell’orso di segale si confondono anche nella memoria dei più anziani abitanti di Valdieri, l’unica cosa certa è che durante il Ventennio anche l’innocuo plantigrade impagliato era caduto vittima delle persecuzioni fasciste: evidentemente considerato un tipo losco, l’orso, insieme alle altre maschere carnevalesche, era stato messo implacabilmente al bando con un provvedimento della regia questura di Cuneo del 28 gennaio 1931.

Del Carnevale di Valdieri quale doveva essere all’inizio del Novecento, il folclorista Euclide Milano annota sinteticamente: «Il carnevale a Valdieri era un tempo molto complesso e comprendeva: pubblica gnoccolata - elezione degli Abbà - taglio della testa d’un gallo o di un gatto - testamento del Carnevale - arriva la Quaresima». Delle decapitazioni non è rimasta traccia nelle testimonianze orali giunte fino a noi, così come è andata perduta la figura dell’Abbà. Resiste invece la distribuzione tradizionale di gnocchi di patate e rimangono vestigia della fine cruenta del Carnevale, bruciato sotto forma di covone di paglia dopo la fuga dell’orso vero e proprio, e il personaggio della Quaresima, rappresentata dalla giovane donna che balla con l’orso e lo ammansisce, ponendo un freno alle sue mattane.



Di sicuro, dell’ultimo orso postbellico si sa, grazie alla testimonianza del solito Din del Papa (d’altronde chi meglio dell’orso potrebbe parlare dell’orso?), che veniva vestito in un luogo appartato. Da lì partiva per le sue scorribande per le vie del paese, incatenato dai domatori e seguito dai perulìer o magnìn, gli stagnini, bambini vestiti di stracci e fuliggine, che facevano un gran baccano con le scaréle (strumenti di legno che producono un rumore secco e sgradevole).

In breve si formava un corteo composto dagli abitanti del paese, dai suonatori (agghindati in modo scherzoso: i più arditi addirittura vestiti da donna) e dai frà, i frati in costume, che declamavano pomposamente le epistole. Queste erano versi in rima nel patois locale, il cui contenuto verteva in modo ironico su fatti che riguardavano le persone più in vista del paese, ma colpivano anche chi sapeva distinguersi per avarizia, arroganza, furberia… Si iniziava a preparare le epistole subito dopo l’Epifania, durante le lunghe vejà, le veglie invernali nelle stalle: «qualche volta […] andavano giù sul pesante per cui non mancavano i mugugni». Di casa in casa, un’epistola dopo l’altra, l’orso incatenato, i domatori, i frà e il rumoroso corteo di questuanti facevano incetta di uova, dolci e frittelle di mele (al bignéte).



Talvolta il gioco continuava anche oltre il Carnevale vero e proprio, e i frà andavano a leggere le epistole di stalla in stalla, seguiti dalle fantine, ragazze vestite con costumi vari e mascherate in modo da essere irriconoscibili: scoprire la loro identità era un gioco per gli ospiti della veglia.

Gli scherzi dei frà non risparmiavano nessuno: anche gli abitanti dei paesi vicini erano vittime del loro sarcasmo. Ancora Euclide Milano riporta, tradotti in italiano, alcuni epiteti poco lusinghieri solennemente rivolti dai frà agli abitanti dei dintorni:

«Camuffati da frati eremiti, all’epoca del Carnevale, una comitiva s’aggira per le stalle e le osterie, e due della brigata, scimiottando il canto e le cerimonie del diacono e del suddiacono nella messa solenne, cantano e declamano la Lectio libri epistolarum: “Ho visto Borgo e i suoi avvocati - saccenti/I folli di Roccavione - gozzuti/I ladruncoli di Roaschia - pastori ladri/I mangia nodi di Andonno - fabbricanti di tela/I bugiardi di Valdieri - impostori volubili/I litiganti di Entraque - attaccabrighe/I rozzi di Sant’Anna - grussiers”».

L’orso emetteva ringhi minacciosi, faceva i dispetti, insolentiva le donne e ne sceglieva infine una per ballare. Al termine della festa l’orso di segale fuggiva, allontanandosi all’orizzonte nonostante gli sforzi e i richiami del domatore: al suo posto iniziava a bruciare su una catasta di legno un fantoccio (cicho) di paglia di segale.

Ancora oggi, al mattino dell’ultima domenica di Carnevale, sotto i portici del municipio di Entracque, avviene la “gnoccolata”, tradizionale distribuzione di gnocchi di patate a cura della Pro loco. I valdieresi portano con sé le pentole da riempire e tornano a casa per mangiare; i forestieri, invece, consumano gli gnocchi sul posto. Al ritorno nella piazza del municipio, durante il pomeriggio, ci sono i suonatori di musica occitana con ghironde e organetti (semitoun) ad accompagnare la piccola folla riunita per festeggiare il Carnevale. Proprio a questo punto fa irruzione l’orso di segale, sceso dalla montagna per esibirsi - secondo un copione rimasto invariato - con ruggiti, mattane e dispetti. Da circa cinque anni a questa parte l’orso non viene più rivestito con la lunga treccia di segale che si usava una volta, ma indossa un costume su cui la corda di paglia è stata fissata una volta per tutte. Rispetto a un tempo, molto probabilmente oggi l’orso è meno sguaiato e più “politicamente corretto”: i suoi scherzi sono diretti soprattutto a far divertire grandi e piccini, i valdieresi e i visitatori che ogni anno arrivano sempre più numerosi.



Il Carnevale alpino di Valdieri
22 febbraio 2015

Dopo un lungo periodo d'interruzione durato circa quarant'anni, a partire dal 2007, il Carnevale alpino di Valdieri che ha quale protagonista indiscusso l'Orso di paglia di segale è stato riproposto dall'Ecomuseo della Segale, con il sostegno del Parco naturale Alpi Marittime e del Comune di Valdieri, recuperando la memoria di un anziano del luogo che da giovane aveva interpretato più di una volta la mitica figura carnevalesca.

L'edizione 2015 del Carnevale alpino di Valdieri, domenica 22 febbraio non sarà solamente un momento di festa, bensì un'occasione per restituire alla comunità locale le conoscenze acquisite negli ultimi anni di ricerca e per presentare al pubblico il patrimonio storico e culturale della media Valle Gesso.

La manifestazione è preceduta sabato 21 febbraio, da una conferenza sulle feste d'inverno nelle valli occitane alpine: ritualità e simbologia, costumi e personaggi. La presentazione è alle ore 21, presso la sede del Parco, a cura di Rosella Pellerino dell'associazione Espaci occitan nell’ambito del progetto Sportello linguistico Occitano promosso dalla Comunità Montana Alpi del Mare e finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nell’ambito del programma degli interventi previsti dalla L. 15/12/99 n. 482 (annualità 2012) coordinato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Piemonte.

Le animazioni e gli eventi del carnevale alpino cominciano al mattino con la passeggiata Quattro passi nel paese dell’orso e il laboratorio Costruiamo insieme il ciciu dell’Orso di Segale (sessioni di circa un’ora dalle 10 alle 17), iniziative gratuite a cura delle guide naturalistiche dell’associazione Walden.

Per tutta la giornata si potranno visitare la mostra presso la sede del Parco Il Carnevale alpino di Acceglio e il Museo del Territorio e della Resistenza. A pranzo distribuzione di gnocchi a cura della Proloco sotto i portici del Municipio.



Nel pomeriggio canti popolari a cura della corale Ciantur ‘d Vudier, musica occitana con i Jouvarmoni in attesa dell’irruzione dell'orso di segale in piazza inseguito dal domatore. Questa edizione della manifestazione si arricchirà della presenza di un altro orso mitologico quello di Monpantero in Valle Susa.

Seguirà la sfilata nel centro storico con i due orsi e le altre figure tradizionali del carnevale locale: la Quaresima, i Perulier e i Frà. Per i bambini spettacolare ricerca dell'ago nel pagliaio con la distribuzione di premi. Alle 16.30 gli artisti Piero e Sara Benedetto presentano la mostra Il Carnevale alpino di Acceglio allestita a Valdieri nell'ambito delle iniziative dello sportello linguistico occitano della Comunità montana delle Alpi del Mare. Per tutta la giornata nel centro storico saranno presenti bancarelle di prodotti alimentari e artigianali.


E maschio e femmina dio li creò. Sangue e sperma.



Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.” Genesi 1,26-28. L'incontro generante del seme maschile con il liquido femminile assumerà fin dai primordi dell'umanità valenze mitiche, filosofiche e religiose, fino a divenire il cuore simbolico delle pratiche alchemiche. 


Raffaele K. Salinari

Masculin/Feminin


Il Medi­ter­ra­neo, «intriso di san­gue e di sperma», come lo defi­ni­sce nei suoi Dia­lo­ghi con Leucò Cesare Pavese, rimanda imme­dia­ta­mente all’idea gene­ra­tiva di entrambi que­sti liquidi, uno di ori­gine fem­mi­nile, il san­gue mestruale, l’altro maschile: lo sperma.

Ascen­dente mitico e cosmo­lo­gico di que­sta rela­zione è cer­ta­mente la nascita di Venere, che viene creata dallo sperma di Urano evi­rato da Giove. Il suo stesso nome, Afro­dite, deriva infatti da afros che signi­fica sia spuma del mare che liquido semi­nale; Afro­dite è, per que­sto, ana­dio­me­non, rina­sce cioè con­ti­nua­mente dalle bian­che spume del mare; Esiodo nella sua Teo­go­nia (vv. 188–90) dice: «Attorno alla bianca schiuma dell’immortale mem­bro tra­spor­tato verso il largo, per tanto tempo (pou­lùn chró­non), una fan­ciulla crebbe».



Sperma e anima

E dun­que la rela­zione tra il liquido semi­nale e la sua fun­zione ripro­dut­tiva è eve­nienza arcaica, pre­lo­gica, favo­losa, imma­gine fon­dante di una evi­denza scien­ti­fica che si affer­merà solo dopo due mil­lenni con lo stu­dio dell’embriologia moderna pas­sando attra­verso i pre­giu­dizi reli­giosi del cat­to­li­ce­simo e le sva­riate fun­zioni che a que­sto «san­gue puris­simo», come lo defi­ni­sce Dante, furono attri­buite nel corso dei secoli.

Per ren­dere l’idea della disputa dot­tri­nale attorno alla fun­zione dello sperma nell’atto della ripro­du­zione basti dire che, in pieno XVIII secolo, cento anni dopo Gali­leo, le lenti dei primi micro­scopi che già inda­ga­vano gli sper­ma­to­zoi — erano infatti stati sco­perti nel 1677 dall’olandese Anto­nie Van Leeu­we­n­hoek — si discu­teva ancora se l’anima di ogni nuovo essere umano fosse già stata creata, se esi­stesse cioè dall’inizio dei tempi per poter poi scen­dere all’interno di ogni corpo al momento stesso del con­ce­pi­mento, o fosse di volta in volta ema­nata da Dio e solo dopo infusa in ogni feto: «Prima si costrui­sce la casa, poi ci si abita», dice Sant’Agostino (354–430); in que­sto caso aprendo una ulte­riore que­stione di non poco momento ed ancora attua­lis­sima: a che punto dello svi­luppo embrio­nale que­sto avviene?

Ancor prima, gli scien­ziati del Siglo de Oro, allora stret­ta­mente sot­to­po­sti ai dik­tat dell’Inquisizione, si divi­de­vano tra il Santo di Ippona che pur con­vinto della seconda ipo­tesi ammet­teva can­di­da­mente: «Ignoro quando inci­piat homo in utero vivere», e l’idea crea­zio­ni­sta di Ori­gene di Ales­san­dria (185–254), ama­tis­simo e cita­tis­simo da Bor­ges per il prin­ci­pio della mol­ti­tu­dine dei mondi, che soste­neva invece come Dio avesse creato tutto l’universo e tutti gli uni­versi pos­si­bili dal e per l’eternità e dun­que anche le mol­te­plici anime che poi avreb­bero abbrac­ciato i loro corpi futuri.

L’idea del grande diret­tore del Dida­ska­leion ales­san­drino di una divi­nità che, ora­mai sepa­rata dalla sua Crea­zione, lasciava ai viventi il libero arbi­trio, si scon­trava così con quella ago­sti­niana soste­ni­trice della posi­zione che Dio con­ti­nuasse a creare il mondo ogni momento, inter­ve­nendo in ogni sin­golo istante nelle cose del Creato per insuf­flare una nuova anima nei corpi, ma solo al momento da Lui rite­nuto oppor­tuno: al qua­ran­te­simo giorno per i maschi ed al novan­te­simo per le fem­mine? Si chie­dono i medici dell’epoca. Il mistero della vita doveva comun­que per­ma­nere poi­ché «Ut non inve­niat homo opus quod ope­ra­tus est deus» dice ancora il Dot­tore della Chiesa.

Quest’ultima ipo­tesi aveva delle con­se­guenze capi­tali, ad esem­pio, sul trat­ta­mento oste­trico, dato che solo nel momento in cui l’anima entrava nel corpo esso veniva con­si­de­rato com­pleto e dun­que degno di pro­te­zione e di cura. La disputa inve­stiva così il ruolo del liquido semi­nale per un suo sup­po­sto ruolo di «potenza in atto» poi­ché poteva forse rac­chiu­dere in sé tutto l’insieme della nuova crea­tura, sia il suo corpo che la sua anima. Iro­nia del destino, Ori­gene, si dice per poter inse­gnare anche ad allieve donne senza destare dice­rie, o per altri motivi a noi sco­no­sciuti, pare si evi­rasse, esclu­den­dosi in que­sto modo da quella crea­zione di cui tanto aveva discet­tato nel suo De Prin­ci­piis.



Le ori­gini: Ari­sto­tele e Galeno

Noi risa­li­remo allora il filo del tempo sino all’antichità pre e pro­to­cri­stiana, per con­fron­tarci in pri­mis con colui il quale ha trat­tato com­piu­ta­mente dello sperma sia dal punto di vista filo­so­fico che empi­rico: l’immancabile Ari­sto­tele. A que­sto spe­cia­lis­simo «distil­lato del san­gue» lo Sta­gi­rita rivolse il suo acuto spi­rito di osser­va­zione. Oltre ad indi­vi­duare la lun­ghezza otti­male del pene in ere­zione, dai dieci ai venti cen­ti­me­tri durante l’eiaculazione per non raf­fred­dare troppo lo sperma o, al con­tra­rio, sur­ri­scal­darlo, ren­den­dolo così in entrambi i casi inef­fi­ciente, e a decre­tare il numero mas­simo delle sue emis­sioni, sette, per le sette cavità ute­rine atte a rice­vere il feto, Ari­sto­tele aveva anche ela­bo­rato una serie di osser­va­zioni sulla sua fun­zione riproduttiva.

L’evidenza empi­rica che un nuovo essere traesse ori­gine da un altro della stessa spe­cie rispon­deva ad un prin­ci­pio gene­rale della sua Meta­fi­sica per cui, nel suo De gene­ra­tione et cor­rup­tione, sostiene che tutte le cose ten­dono alla loro con­ser­va­zione: «Poi­ché in tutte le cose la natura desi­dera sem­pre il meglio, e l’essere è meglio del non essere… e poi­ché è impos­si­bile che que­sto possa veri­fi­carsi in ogni cosa, per il fatto di tro­varsi troppo lon­tano dal suo prin­ci­pio, in altro modo Dio ha recato a com­pi­mento que­sto desi­de­rio, dispo­nendo che la gene­ra­zione sia continua».

A par­tire da que­sto postu­lato Ari­sto­tele arriva nel De anima a soste­nere: «La cosa più natu­rale, negli essere per­fetti e non muti­lati… è di fare un’altra cosa simile a se stessi… per poter par­te­ci­pare quanto pos­sono di ciò che è immor­tale e divino». L’affermazione ari­sto­te­lica che un prin­ci­pio divino è rac­chiuso nello sperma come «seme umano» è alla base di quella con­ce­zione fina­li­stica del mondo, assunta anche dagli Stoici, che domina la fisica e la medi­cina anti­che in con­trap­po­si­zione al mec­ca­ni­ci­smo democriteo.

A que­sto punto dob­biamo dare un occhio all’anatomia antica degli appa­rati ripro­dut­tivi per dire che, secondo Ari­sto­tele, i testi­coli non erano il luogo depu­tato alla pro­du­zione dello sperma essedo, secondo lui, solo dei pesi che ser­vi­vano a man­te­nere in ten­sione i con­dotti semi­nali, «come quelli dei telai fanno con la tela».

Chec­ché ne pen­sasse lo Sta­gi­rita, Galeno (129–199) era invece con­vinto che i testi­coli fos­sero gli organi di pro­du­zione del liquido semi­nale. Il medico di Per­gamo, nelle sue osser­va­zioni, aggiunge nel De semine il par­ti­co­lare di un liquido «inter­me­dio tra lo sperma e l’acqua del sudore, che il maschio avverte talora distil­lare al con­tatto della fem­mina, e la fem­mina al con­tatto del maschio». Il per­ga­mese, ripreso quasi un mil­len­nio dopo da Avi­cenna, si rife­ri­sce al liquido pro­sta­tico nell’uomo ed a quello pro­dotto dalle ghian­dole del Bar­to­lino nella donna.

Egli ci informa che que­sto liquido maschile è pro­dotto da un organo che, essedo posto più innanzi degli altri venne chia­mata da Ero­filo, pro­state. Per Galeno la fun­zione del liquido pro­sta­tico è tri­plice: oltre che ad ecci­tare il coito, suscita il pia­cere e lubri­fica il canale uri­na­rio, attra­verso il quale avviene così una eia­cu­la­zione più efficiente.

Que­sta neces­sità di un fiotto ben diretto e sotto giu­sta pres­sione, dice Galeno, era dovuta all’idea che la matrice durante il coito si aprisse per rice­vere lo sperma e poi si chiu­desse per non lasciarlo uscire: «Al momento del coito la matrice si spinge verso l’orifizio della vulva, quasi si fac­cia innanzi mossa dal desi­de­rio di attrarre a sé lo sperma… il collo della matrice, infatti, è di carne musco­losa, quasi fosse car­ti­la­gi­neo, e vi sono rughe l’una sopra l’altra… in esso vi è un con­dotto oppo­sto all’orifizio esterno della vulva: per mezzo di quello deglu­ti­sce lo sperma».

Da parte di ricer­ca­tori che, sprov­vi­sti di ogni mezzo stru­men­tale, scor­ge­vano solo ciò che la dis­se­zione met­teva loro sotto gli occhi, non si pos­sono pre­ten­dere ipo­tesi fisio­lo­gi­che più defi­nite; se poi le para­go­niamo a quelle di deri­va­zione stret­ta­mente ari­sto­te­lica, la scuola di Galeno segna un indub­bio passo avanti. Vedremo in seguito come, per que­sto medico dell’antichità, esi­stesse anche uno «sperma mulie­bre», con fun­zioni impor­tanti nella riproduzione.

Per Galeno infine, come per Abu Bakr Moham­mad Ibn Zaka­riya al-Razi (865–930), il liquido semi­nale aveva anche un ruolo nell’erezione, sti­mo­lata, oltre che dalle «ven­to­sità forti, recate nei corpi caver­nosi dallo spi­rito desi­de­ra­tivo gros­so­lano», dalla «mor­da­cità» dello sperma sui canali seminali.



Seme virile, seme muliebre

Ora­mai radi­cata la teo­ria di Galeno che i testi­coli aves­sero una fun­zione fon­da­men­tale nella pre­pa­ra­zione del seme virile, dob­biamo ora cer­care di capire di cosa fosse com­po­sto per gli anti­chi que­sto liquido, non avendo essi nes­suna idea né dello sper­ma­to­zoo, né della cito­lo­gia degli orga­ni­smi viventi. Tor­niamo per un momento ad Ari­sto­tele per il quale lo sperma è «un escre­mento utile dell’ultimo ali­mento». In que­sto modo lo Sta­gi­rita ricon­du­ceva il ruolo del liquido semi­nale a quello della nutri­zione poi­ché, ancor prima di chie­dersi in che modo un essere vivente si forma, si era con­cen­trato sul suo accrescimento.

E allora, per quale pro­cesso avviene la nutri­zione e l’accrescimento della nuova crea­tura umana? I fisio­logi anti­chi, pro­ce­dendo anche su que­sto argo­mento dalle sue idee, distin­gue­vano tre o quat­tro «dige­stioni» attra­verso le quali il cibo inge­rito deve pas­sare, prima per essere assi­mi­lato, poi per tra­sfor­marsi in sperma.

La prima di que­ste avviene nella bocca, prima dige­stio fit in ore, con l’aiuto della sali­va­zione, e ter­mina nell’intestino con la for­ma­zione della «massa tisa­na­ria» o chilo. A que­sta segue la seconda, che avviene nel fegato, in cui il chilo si tra­muta in san­gue. Que­sto non è ancora un liquido per­fetto, ma «pieno di impu­rità»: esso ha dun­que biso­gno di una terza dige­stione. Que­sta avviene attra­verso il potere fil­trante dei reni che assor­bono l’«acquosità» super­flua facendo sì che esso final­mente si rac­colga nel «talamo del cuore» come dice Ari­sto­tele. Da qui, o dal fegato secondo Galeno, par­tono le «arte­rie quiete» che hanno il com­pito di vei­co­lare il nutri­mento, dive­nuto nel frat­tempo «san­gue grosso», per tutto il corpo.

Ma, per essere assi­mi­lato, que­sto «san­gue grosso» ha biso­gno di una ulte­riore dige­stione che per Galeno ed Avi­cenna si com­pie nelle vene, dove esso depone le ultime impu­rità. Puri­fi­cato così di tutte le «super­fluità» e fat­tosi «sot­tile», que­sto san­gue comin­cia a «distil­lare dalle vene nelle mem­bra» sin­ché si coa­gula e si «fissa» in ognuna di esse dando nutri­mento al corpo.

Ma non tutto il «san­gue sot­tile» si fissa negli organi; quello che rimane viene sot­to­po­sto ad una quinta dige­stione, quinta come la quint’essenza, dive­nendo pro­prio nei testi­coli e nei vasi sper­ma­tici il seme atto ad ali­men­tare la gene­ra­zione; «quasi ali­mento che di mensa lieve», dice Dante che, nel canto XXV del Pur­ga­to­rio (vv. 37–39), lo defi­ni­sce ancora «san­gue per­fetto», ora­mai tra­sfor­man­dosi da rosso a bianco ad opera dello spi­rito (pneuma).

Qui la sim­bo­lica erme­tica è evi­dente, e rien­tra in quel com­plesso sistema di ana­lo­gie e rimandi che il mondo medioe­vale ha svi­lup­pato al mas­simo grado par­tendo dal neo­pla­to­ni­smo e dall’idea dello spi­rito ari­sto­te­lico come ele­mento di unione tra forma e mate­ria. La Grande Opera parte dal Nero (Nigredo), colore della Prima Mate­ria in putre­fa­zione e dun­que dal «san­gue grosso», per poi arri­vare alla fase Rossa (Rubedo), quella del «san­gue sot­tile» ed infine all’Opera al Bianco (Albedo) che cor­ri­sponde alla tra­smu­ta­zione del san­gue in sperma.

Anche lo «sperma mulie­bre» verrà sot­to­po­sto alle stesse dige­stioni prima di poter eser­ci­tare il suo ruolo ripro­dut­tivo. Il corpo umano è così una for­nace alche­mica, un ata­nor, e lo sperma, sia virile che mulie­bre, la sua Pie­tra Filosofale.

E dun­que, per com­pren­dere appieno que­sta fase fon­da­men­tale della tra­smu­ta­zione del san­gue in sperma ad opera dello spi­rito, dob­biamo accen­nare alle con­ce­zioni filo­so­fi­che dei pre­so­cra­tici come Empe­do­cle, Leu­cippo e Demo­crito che, con impo­sta­zioni diverse, ave­vano una visione mec­ca­ni­ci­sta dell’accrescimento cor­po­reo.

Empe­do­cle, in par­ti­co­lare, soste­neva che gli ele­menti con­trari si attrag­gono e da que­sto sca­tu­ri­sce l’accrescimento. Egli era con­vinto che nulla nascesse o morisse ma che gli ele­menti prin­ci­pali, i quat­tro rizo­mata o radici, si ricom­bi­nas­sero peren­ne­mente; non nati (ἀγένητα) ed eter­na­mente uguali (ἠνεκὲς αἰὲν ὁμοῖα), essi diven­gono (γίγνεται) ogni cosa: fuoco (πῦρ), aria (αἰθήρ), terra (γαῖα), acqua (ὕδωρ). Da ciò nasce­vano e mori­vano i corpi.

Pur avendo una visione mistica molto spic­cata, il filo­sofo di Agri­gento mostrava così un certa con­ce­zione fisica della gene­ra­zione, che non chia­mava in causa prin­cipi supe­riori ma solo il gioco tra i quat­tro ele­menti e le due forze che li ani­ma­vano: l’Odio e l’Amore: «Ma un’altra cosa ti dirò: non vi è nascita di nes­suna delle cose mor­tali, né fine alcuna di morte fune­sta, ma solo c’è mesco­lanza e sepa­ra­zione di cose mesco­late, ma il nome di nascita, per que­ste cose, è usato dagli uomini».



Con­tro que­sta con­ce­zione Ari­sto­tele sostiene invece che gli ele­menti con­trari non si uni­scono ma si divi­dono e che, dun­que, affin­ché un corpo possa nascere e cre­scere, debba agire lo «spi­rito» (pneuma) come ponte tra mate­ria e forma. Qui entra in gioco la con­ce­zione fina­li­stica del mondo, cioè ordi­nato da un Prin­ci­pio tra­scen­dente o imma­nente alla natura, a seconda delle con­ce­zioni filo­so­fi­che, ma pur sem­pre supe­riore.

Per gli Stoici, ad esem­pio, que­sto Prin­ci­pio è nel mondo, è l’anima mundi stessa, per Pla­tone ed Ari­sto­tele è il Motore Immo­bile che pre­siede alla rego­la­zione del tutto. Ma è pro­prio a que­sto punto che le con­ce­zioni tra i due grandi filo­sofi diver­gono: per lo Sta­gi­rita il Prin­ci­pio agi­sce sulla mate­ria infor­man­dola di sé attra­verso la fun­zione dello spi­rito, men­tre per Pla­tone esso rimane sepa­rato ed agi­sce attra­verso un Demiurgo «senza il quale è impos­si­bile che ogni cosa abbia nasci­mento» (Timeo 28,c), che attua così la media­zione tra l’iperuranio immu­ta­bile ed incor­rut­ti­bile delle idee e la materia.

E dun­que, con la teo­ria della forma e della mate­ria unite dallo spi­rito, Ari­sto­tele si oppo­neva egual­mente al mec­ca­ni­ci­smo di Empe­do­cle ed al fina­li­smo tra­scen­den­tale di Pla­tone, soste­nendo invece che il prin­ci­pio del dive­nire va ricer­cato nel seno stesso della realtà che diviene, e non pen­sato come estra­neo ad essa. La mate­ria è un prin­ci­pio poten­ziale ed inde­ter­mi­nato che ha biso­gno di essere deter­mi­nato ed attuato dalla forma (l’idea). Per que­sto lo sperma, prin­ci­pio di nutri­zione del nuovo essere, deve distil­larsi attra­verso l’infusione dello spi­rito che, tra le sue attri­bu­zioni, ha anche quella dell’accrescimento degli esseri.

Dopo la quinta dige­stione, dun­que, lo sperma è infine maturo gra­zie alla «virtù accre­sci­tiva dello spi­rito» che gli deriva, in que­sto spe­ci­fico caso, dice ancora un Dante molto coe­rente con la sua appar­te­nenza ai Seguaci d’Amore, «dal cuor del gene­rante», e non attende altro che essere eia­cu­lato in vagina.
A que­sto punto però, dob­biamo accen­nare ad una que­stione che, par­tendo dai pre­so­cra­tici, venne dibat­tuta sino al Rina­sci­mento ed oltre, come si evince anche dalle testi­mo­nianze con­te­nute nel testo Embrio­lo­gia sacra, del pre­lato Ema­nuele Can­gia­mila, paler­mi­tano, pub­bli­cato a Milano nel 1751: cosa vei­cola il seme?

Anche qui la con­tro­ver­sia trae ori­gine dalla discus­sione che Ari­sto­tele intra­prese con­tro Empe­do­cle ed Anas­sa­gora, se cioè esso sia for­mato di par­ti­celle invi­si­bili stac­ca­tesi sol­tanto dalle mem­bra simili ed omo­ge­nee, come i muscoli, le ossa o i nervi, o anche da quelle dis­si­mili e com­plesse come la mano o il volto. Il Can­gia­mila, nel suo testo (Libro I capi­tolo 4), riporta la testi­mo­nianza di un certo Delem­pa­zio che, sotto le lenti del suo micro­sco­pio, avrebbe visto «coi pro­pri occhi svi­lup­pato da ver­metto nel seme maschile un uomo».

Secondo la teo­ria accen­nata alla fine del Timeo pla­to­nico (91 D), «il seme inse­mi­ne­rebbe la matrice pronta ad acco­gliere ani­mali invi­si­bili per la loro pic­co­lezza e non ancora for­mati». Que­sto fa dire a Win­centy Luto­sla­w­ski nel suo The ori­gin and growt of Plato’s logic (Lon­dra 1905, pag. 484) che il filo­sofo aveva intuito la pre­senza degli sper­ma­to­zoi molti secoli pima della loro effet­tiva sco­perta: «There are amid all the mythi­cal fic­tion of the Timaeus some won­der­ful glimp­ses of deep insight which betray Plato’s genius».

Anche ad Ippo­crate è attri­buita l’ipotesi che la mate­ria dello sperma venga da tutte le parti del corpo; nel suo De geni­tura sostiene che il seme deriva da tutta l’«umidità che è con­te­nuta nel corpo»; però aggiunge che da tutta que­sta umi­dità si separa la parte migliore e che da essa si stacca ancora un «sem­plice» che lui clas­si­fica come «spu­moso»: la mate­ria essen­ziale dello sperma richiama così il mito della nascita di Afrodite.

Dun­que la solu­zione data da Ari­sto­tele si inspira alla sua filo­so­fia: tutto ciò che nasce comin­cia ad essere per l’impulso di un agente che lo trae dalla potenza all’atto. Quindi lo sperma maschile è dotato di «virtù for­ma­tiva», men­tre il mestruo di «virtù infor­ma­tiva», cioè capace di restare impresso. Un rove­scia­mento com­pleto dell’idea stessa di matrice.

Per altri, invece, lo sperma con­ter­rebbe una dis­so­lu­zione, o meglio una solu­zione, in cui sono pre­senti minu­tis­sime par­ti­celle che ripro­du­cono in pic­colo ogni parte del corpo. Dun­que per lo Sta­gi­rita lo sperma maschile non è mate­ria crea­zio­nale ma solo causa agente, men­tre per Galeno, Ippo­crate ed altri medici sino al Rina­sci­mento, esso è il vero prin­ci­pio gene­ra­tore, con­te­nendo in sé tutte le parti del corpo da svi­lup­pare nella matrice col con­corso dello «sperma muliebre».

Da qui il ruolo della donna nella ripro­du­zione, essendo le ovaie, a quel tempo, rite­nute solo testi­coli fem­mi­nili atte a pro­durre il mestruo, che ser­viva solo a «cuo­cere» la mate­ria vivente. Que­sta tesi fu soste­nuta da Galeno che infatti distin­gue tra san­gue mestruale e «sperma mulie­bre», inten­dendo con que­sto il secreto dei testi­coli mulie­bri, cioè delle ovaie che scen­de­rebbe lungo i canali semi­nali fem­mi­nili, cioè le tube, per mesco­larsi con lo sperma virile e dare così ini­zio al pro­cesso di for­ma­zione del nuovo essere.

È dun­que merito del medico di Per­gamo aver intuito il ruolo attivo della donna nella ripro­du­zione, sep­pure con una visione ana­to­mica che descri­veva l’apparato geni­tale fem­mi­nile come spe­cu­lare a quello maschile. La vagina, infatti, è solo un pene intro­verso, le ovaie sono i testi­coli interni e le tube l’equivalente dei dotti sper­ma­tici. Ovvia­mente, in tutto que­sto, il seme maschile è più «forte», e quello fem­mi­nile ha biso­gno del suo «con­forto» per atti­varsi.

Con Avi­cenna anche i medici del primo Medioevo con­ti­nuano a par­lare di «sperma mulie­bre» distinto dal mestruo, del quale peral­tro era un deri­vato, in quanto quest’ultimo è anch’esso una «super­flui­dità» del san­gue non ancora dige­rito e puri­fi­cato; lo «sperma mulie­bre», allora, è for­mato dallo stesso san­gue che ha com­piuto tutte le fasi dige­stive. Per effetto dell’ultima il mestruo perde il colore san­gui­gno e ne assume uno bian­ca­stro (humor deal­ba­tus), e diventa mate­ria atta e dispo­sta a rice­vere l’azione dello sperma virile.

Sara con gli studi di Gaspare Bar­tho­lin, medico danese, di Mal­pi­ghi e Gabriele Fal­lop­pio ita­liani, che que­ste con­ce­zioni ver­ranno final­mente sra­di­cate per dare vita ad una netta inte­ra­zione dei ruoli tra lo sper­ma­to­zoo e l’ovulo.



Il naso maschile ed il piede femminile

Le pole­mi­che con­ti­nue­ranno dun­que sino al XVIII secolo quando, con la sco­perta e l’utilizzo del micro­sco­pio ed una visione Illu­mi­ni­sta dell’embriologia, ai pen­sieri dei filo­sofi clas­sici si sosti­tui­ranno i mezzi dell’osservazione scien­ti­fica anche se, come abbiamo visto in ape­rura, la Chiesa cer­cherà di man­te­nere sul mistero della vita e dell’anima inef­fa­bile l’ultima parola, men­tre il mito della nascita di Afro­dite intorno allo sperma fuo­riu­scito dai geni­tali di Urano governa ancora il nostro imma­gi­na­rio erotico.

Con­clu­diamo que­sta digres­sione con un poe­metto della scuola medica saler­ni­tana che riprende il sistema di ana­lo­gie tra mate­ria e forma, con par­ti­co­lare riguardo alle cor­ri­spon­denze tra il naso virile ed il mem­bro, e tra il piede mulie­bre e l’organo fem­mi­nile: «Ad for­mam nasi digno­sci­tur hasta Priapi; Ad for­mam pedis cogno­sces vas mulie­ris. Nosci­tur ex pede quan­tum sit vir­gi­nis antrum; Nosci­tur ex naso quanta sit hasta viri». Ognuno si diver­tirà a tra­durre dal latino i ter­mini di que­sto noto detto popo­lare che parla della rela­zione tra il naso virile, la dimen­sione e la forma del mem­bro, e tra il piede fem­mi­nile, la forma e la pro­fon­dità della vagina… così è se vi pare.


Il Manifesto – 24 gennaio 2015


martedì 3 febbraio 2015

Amadeo Bordiga politico



Un libro di quasi 800 pagine, fatto per l'80 per cento di citazioni, che tace sul silenzio di Bordiga negli anni del fascismo e tratta superficialmente l'attività del dopoguerra.

Dino Erba

Le perversioni degli apprendisti politologi
Bordiga, la politica, i bordighisti (per non parlar di Lenin)


Ardua impresa mettere a fuoco l’argomento che dà il titolo al libro! Sommerso com’è dalla marea delle citazioni. Una scelta metodologica tipica delle dissertazioni accademiche, in cui il candidato deve dimostrare ai relatori di conoscere la materia. In questo caso, a mio avviso, è stato un eccesso di zelo che rende farraginosa la lettura e, soprattutto, annebbia una questione assai scottante: l’intervento politico.

Intervento politico o propaganda?

Gli autori sostengono la tesi che il pensiero politico di Bordiga si inscriva in una corrente che definiscono «radicalismo passivo» [p. 33] o «intransigentismo» socialista, ecc. Sono espressioni ricorrenti nel libro, con le quali si indica una tendenza del movimento operaio che, in Italia, fu definita «massimalismo». Terminologia che, politicamente, designa «estremismo a parole impotenza nei fatti». Giudizio per me sbrigativo e che ho avuto occasione di criticare a proposito del massimalismo[1].

Ciò non toglie che la questione sollevata sia scottante e che, a mio avviso, non riguarda solo il milieu «bordighista» (cui è appartenuto uno degli autori) ma potrebbe riproporsi, in nuova veste e in un ambito ben più ampio, via via che l’inasprimento dell’attuale crisi porrà all’ordine del giorno un orientamento politico rivoluzionario. Il libro presenta quindi lo spunto per definire alcuni criteri preliminari per poter affrontare la questione dell’intervento politico.



Una notte i cui tutte le vacche sono nere

Basile-Leni affrontano il pensiero politico di Bordiga secondo criteri squisitamente politologici. Poco o nulla dicono sui profondi mutamenti avvenuti nella compagine economica e sociale, in Italia e nel mondo, nel corso del Novecento. Sono mutamenti che hanno profondamente influito sul pensiero politico e da cui non si può prescindere, senza incorrere in distorsioni interpretative. Come infatti è avvenuto. In una notte buia in cui tutte le vacche sono nere … è facile prendere cantonate.

L’esordio politico di Bordiga in seno alla Sinistra socialista italiana avvenne con l’aggressione alla Libia e soprattutto durante la guerra quando, alla riunione segreta di Firenze (18 novembre 1917)[2], egli assunse una posizione che lo distingueva nettamente dal generico orientamento riassunto nell’indicazione «Né aderire. Né sabotare». Distinzione che gli autori svalutano, facendo un confronto arbitrario con il «disfattismo rivoluzionario» di Lenin, nonché con la parola d’ordine «trasformare la guerra imperialista in guerra civile»[3]. La questione è grossa, non si tratta solo di compulsare testi, bensì di vedere in quali precise circostanze il disfattismo si manifestò nei fatti e con quali conseguenze. In sintesi.

1. La Grande Guerra segnò un salto di qualità nella «millenaria» storia delle guerre. Un salto che è potuto avvenire solo in seguito allo sviluppo del modo di produzione capitalistico. In precedenza, le guerre MAI avevano assunto una simile estensione nel tempo, nello spazio e nella compagine sociale. E quindi nella psicologia e nel pensiero politico degli umani.

2. Il disfattismo si manifestò soprattutto in Paesi con una forte presenza di contadini in divisa, estranei a ogni sentimento patriottico, come l’Italia, la Russia e l’Impero Austro Ungarico, in queste due aree la situazione fu aggravata anche da tensioni etniche e politiche (lotta contro l’autocrazia). Ammutinamenti si ebbero comunque anche in Francia, in Germania e, meno, in Inghilterra. In Italia ci fu Caporetto; in Russia la Rivoluzione, con la pace di Brest-Litovsk, favorì la fine del conflitto. In realtà fu una parentesi in quella che ormai si suole chiamare «Guerra dei Trent’anni».

3. Nel corso di questa partentesi ventennale, furono ristabilite le condizioni per riprendere il conflitto «interrotto». La condizione primaria fu l’affasciamento-integrazione del proletariato che, durante la Grande Guerra, aveva dato pericolosi segni di insubordinazione. Affasciamento significa unità delle classi non tanto in nome della Patria quanto dell’economia nazionale. L’affasciamento delle classi e quindi l’integrazione del proletariato avvennero col fascismo in Italia e in Germania, col New Deal negli Usa, con lo stalinismo in Unione Sovietica. Ovviamente, con modalità differenti in relazione alla struttura produttiva dei singoli Paesi, ma con un esito convergente, il Welfare State, i cui frutti coltivati da Mussolini-Roosevelt sarebbero pienamente sbocciati in Occidente (in forma miserabile anche in Urss) dopo la Seconda guerra mondiale. E dopo immani distruzioni e più di 50 milioni di morti.

Dei mutamenti avvenuti nella struttura economico-sociale dei Paesi capitalisti[4], nelle 780 pagine di Basile-Leni non v’è traccia. Né tanto meno c’è una riflessione in merito che echeggi la marxiana critica dell’economia politica.



Paragoni impossibili

Senza spiegare le cause intime della catastrofe bellica, Basile-Leni hanno facile gioco a definire «radicalismo passivo» il bordighismo che, in quei frangenti, non seppe costruire un’alternativa politica allo stalinismo e alla guerra mondiale. Loro riferimento è il Lenin delle Tesi di aprile che, nel 1917, si confrontava con una situazione simile a quella italiana ma con alcune significative differenze e che, nei decenni successivi, sarebbero cresciute a tal punto da non consentire più paragoni. Né con l’Italia né con altri Paesi, «sviluppati o sottosviluppati».

Da parte mia, ritengo che se i bordighisti fecero errori, la causa furono i legami con un passato che seppur criticato ha pesato a lungo nell’immaginario collettivo dei rivoluzionari. Ancor oggi sono ricorrenti estemporanei richiami all’Ottobre Rosso. Figuriamoci quando il ricordo della Rivoluzione era ancora caldo! Sola eccezione fu la Sinistra comunista tedesco-olandese, cui Basile-Leni significativamente non fanno cenno[5].

Seppur con quel vincolo «nostalgico», i bordighisti affrontarono e svilupparono studi che hanno aperto sprazzi di luce sul presente ma in particolare sul futuro «prossimo venturo», quello in cui stiamo vivendo e in cui ritengo sia possibile, anzi doveroso, spezzare ogni vincolo nostalgico con il passato. Un vincolo che quando si nuotava controcorrente costringeva a trascinare un macigno. Non c’è da stupirsi se qualcuno sia annegato. C’è da stupirsi, invece, che in quelle condizioni «impossibili» siano state messe a punto elaborazioni che toccano alla radice i lati più oscuri della recente evoluzione del modo di produzione capitalistico: dalla «costruzione del socialismo» alla devastazione ambientale.

A queste elaborazioni, Basile-Leni dedicano un distratto accenno[6]. Ancora più sbrigativi sono i loro riferimenti ai bordighisti di varia osservanza e spesso assai critici col «maestro», da Pappalardi a Perrone, da Damen a Camatte. Alcuni sono del tutto ignorati. Figuriamoci i «compagni di strada» … Metodo che consente di sterilizzare l’argomento affrontato, evitando imbarazzanti contaminazioni che potrebbero pregiudicare gli assetti logici della tesi proposta.



Il tempo si è fermato a Lenin

Nella visione politica di Basile-Leni è costante il richiamo a Lenin. Come se il tempo si fosse fermato. Una simile visione metafisica del leninismo è ricorrente da parte dei politologi, tra cui Toni Negri e Slavoj Žižek[7].

Ma costoro quale Lenin ci spacciano? Il pensiero politico e teorico di Lenin fu assai duttile. Di fronte all’evolversi delle situazioni Lenin elaborò scelte tattiche ad hoc, ma sempre coerenti con la strategia bolscevica per la rivoluzione in Russia. Strategia che egli avrebbe poi inculcata indirettamente (ma non tanto) all’Inter-nazionale comunista sia nella concezione del partito sia nella tattica quando, nell’estate 1921 al Terzo congresso, propose il fronte unico politico. Tattica che aprì la porta all’involuzione politica dell’Internazionale; sul carattere deleterio degli esiti che ne derivarono, Basile-Leni sollevano obiezioni, facendone sostanzialmente un problema di errori di applicazione.

Basile-Leni, privilegiando d’emblée le virtù tattiche di Lenin, operano poi la loro scelta «leninista», in rapporto a quanto sotto traccia (ma non tanto) ci vogliono proporre. E qui casca l’asino.

Se il tatticismo leninista dovrebbe servire per inserirsi nelle contraddizioni borghesi, la via da seguire è poi indicata dal ricorrente e prepotente richiamo alle questioni nazionali. Richiamo al quale Bordiga sarebbe stato sempre sordo[8]. Giustamente, dico io! Riesumare estemporanei nazionalismi europei ha solo conseguenze reazionare, come si vide nel 1923 con la mano tesa di Karl Radek ai nazionalisti tedeschi, contro il trattato di Versailles; iniziativa che, sintomaticamente, Basile apprezza[9].

Azione politica o politologia d’accatto?

Comunque sia, l’intervento politico proposto da Basile-Leni priva il proletariato di autonomia, riducendolo a massa di manovra. Per chi? Domanda retorica e accademica al tempo stesso. La risposta è evidente: per un ceto politico che, leninianamente, dovrebbe gestire la cosa pubblica in nome del proletariato.

Le possibilità di tale gestione  maturarono nel corso del Novecento, quando sorsero i partiti di massa nazional-comunisti e fascisti che ebbero il ruolo di contribuire all’affasciamento-integrazione del proletariato nella vita economica nazionale. Oggi, questa  possibilità è assolutamente fantasiosa, poiché la crisi economica ha avviato il processo contrario, la disgregazione sociale, in cui il proletariato si trova nelle condizioni di dover maturare una propria autonomia politica, al di fuori e contro ogni possibile compatibilità con il modo di produzione capitalistico, che non ha più nulla da offrire, se non piombo.

Le premesse teoriche per l’autonomia politica del proletariato sono state poste dal bordighismo nel corso del Novecento, grazie a una critica impietosa di ogni manifestazione politico-ideologica della società borghese. Mentre, con tutte le loro pretese di intervento politico, Basile-Leni non vedono ciò che avviene sotto i loro occhi e vanno a riesumare un passato remoto di «piccole patrie»[10]. Miseria della politologia.


[1] Vedi Dino Erba: Milano tra riformismo e massimalismo, Introduzione a Mirella Mingardo, 1919 – 1923 Comunisti a Milano. La Sinistra comunista milanese di Bruno Fortichiari e Luigi Repossi dalla formazione del PCd’I all’ascesa del fascismo, Appendice: Profili biografici a cura di Dino Erba, Quaderni di pagine marxiste, Milano, 2011. Nel mio saggio, applico al massimalismo italiano il concetto di «ceti emergenti» che Renzo De Felice elaborò per spiegare la genesi del fascismo.
[2] Vedi le indicazioni bibliografiche nel recente: Marco Rossi, Gli ammutinati delle trincee. Dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918, Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2014, pp. 26 e n, 66n, 68n, 69.
[3] Vedi cap. 5, «Zimmerwald» e il silenzio di Bordiga. Analisi dell’imperialismo e «disfattismo rivoluzionario».
[4] I mutamenti economico-sociali si ripercossero nelle tattiche belliche, determinando il passaggio dalla guerra di posizione (trincea) alla guerra di movimento (blitzkrieg), mutando anche le condizioni per il  disfattismo rivoluzionario.
[5] C’è un capzioso riferimento a Karl Korsch [cap. 31, La lettera a Korsch] che, tuttavia, rappresentò l’ultima apprezzabile ma parziale voce della Sinistra comunista tedesco-olandese.
[6] Vedi, cap. 36: Il lavoro di Bordiga fino al 1970 e il suo «testamento politico».
[7] Vedi: Toni Negri, La fabbrica della strategia: 33 lezioni su Lenin, Collettivo editoriale Librirossi, Padova, 1977 [nuova edizione: Manifestolibri, Roma, 2003]. Slavoj Žižek, Tredici volte Lenin. Per sovvertire il fallimento del presente, Feltrinelli, Milano, 2003.
[8] I riferimenti polemici all’atteggiamento di Bordiga sulla questione nazionale sono ricorrenti, segnalo emblematicamente quelli relativi alla Grande Guerra [p. 93 e ss.] e alla pace di Versailles [cap. 18, La lotta contro il trattato di Versailles e l’impresa fiumana di D’Annunzio].
[9] Ho già avuto modo di replicare alla tesi pro Radek di Basile, vedi: Dino Erba, Ottobre 1917 – Wall Street 1929. La Sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010 (2a ed.), p. 7 e ss.
[10] Novello de Gaulle, alcuni anni orsono Basile aveva proposto la creazione di «un movimento popolare contro la politica atlantica», affermando: «Agire contro i legami della grande borghesia europea con gli Stati Uniti e con lo Stato di Israele  […] è un obiettivo alto». Corrado Basile, Appunti sulla sinistra comunista italiana, sull’«economicismo imperialistico» e sulla questione dell’Europa, Graphos, Genova, 2005, p. 11.




Corrado Basile–Alessandro Leni
Amadeo Bordiga politico
Edizioni Colibrì, 2014
euro 32


Ritornano i giacobini neri



Ristampato “I giacobini neri”, il magnifico libro in cui "Siellar" James, marxista nero di Trinidad, ricostruisce la storia della rivoluzione haitiana del 1791 e del suo capo Toussaint Louverture. Il libro, uscito nel 1938 (e tradotto in italiano nel 1968) è una riflessione lucidissima su potenzialità e limiti delle rivoluzioni anticoloniali.

Andrea Colombo

Schiavi senza colore

A ricor­darlo oggi, quando il solo nome di Haiti è sino­nimo di mise­ria e arre­tra­tezza, pare incre­di­bile, ma alla vigi­lia della Rivo­lu­zione fran­cese quella che allora si chia­mava Sainte-Domingue era la colo­nia più ricca del mondo: tanto da far dire ai gover­nanti inglesi che strap­parla alla Fran­cia avrebbe com­pen­sato con gli inte­ressi la recente per­dita del Nord Ame­rica. Ci cre­sceva di tutto ma soprat­tutto caffè e zuc­chero, merci pre­ziose. A col­ti­varle erano gli schiavi che arri­va­vano in catene dall’Africa sulle navi negriere, a botte di decine di migliaia l’anno.

Lo schia­vi­smo dal volto umano è esi­stito solo nelle bugie dei pian­ta­tori e nelle fan­ta­sie nostal­gi­che di Mar­ga­ret Mit­chell, ma in alcuni Paesi era più atroce che in altri e in nes­suno come a Sainte-Domingue. Riem­pire il culo dei neri con pol­vere da sparo e poi farli esplo­dere era un gio­condo e abi­tuale pas­sa­tempo, sep­pel­lirli fino al collo con ferite aperte per attrarre insetti fame­lici una puni­zione con­sueta per sgarri anche minimi.

Pro­prio l’altissimo tasso di mor­ta­lità tra gli schiavi ren­deva l’importazione fio­rente: 40mila ogni anno nella fase imme­dia­ta­mente pre­ce­dente il 1789, quando Sainte-Domingue, in piena espan­sione, era quasi la sola voce posi­tiva dell’economia fran­cese.

La popo­la­zione era divisa in tre colori e quat­tro classi sociali. I bian­chi, 40mila o poco meno, si divi­de­vano in una mino­ranza di Grands Blancs, i pro­prie­tari delle pian­ta­gioni, e Petits Blancs, in parte arti­giani ma soprat­tutto sot­to­pro­le­ta­riato urbano, poveri ma supe­riori ai neri e alla gens de cou­leur, i meticci, per il colore della pelle. I 27mila mulatti, gerar­chi­ca­mente seg­men­tati in 64 gra­da­zioni di colore a seconda della per­cen­tuale di san­gue nero nelle vene, erano spesso molto più ric­chi dei Petits Blancs ma del tutto privi di diritti civili e poli­tici.

In fondo alla pira­mide c’erano quasi 500mila schiavi neri per i quali la parola «diritti» non aveva senso alcuno. I pic­coli bian­chi erano in con­flitto con i mulatti: ne invi­dia­vano la ric­chezza. I pro­prie­tari ave­vano ingag­giato un brac­cio di ferro con la madre patria: l’imposizione di com­mer­ciare in esclu­siva con la Fran­cia gli andava stretta. L’Inghilterra aspet­tava l’occasione per impa­dro­nirsi dell’isola del tesoro. La Spa­gna, padrona dell’altra metà dell’isola chia­mata da Colombo Hispa­niola, covava la stessa bramosia.



Il nome indio

La Rivo­lu­zione in Fran­cia fece esplo­dere tutte le ten­sioni insieme. Nella notte del 22 ago­sto 1791 gli schiavi insor­sero met­tendo a ferro e fuoco l’isola. Non era la prima sol­le­va­zione di schiavi nella sto­ria: sarebbe stata l’unica a vin­cere. Dopo quat­tor­dici anni di guerra prima civile, poi con la Spa­gna, l’Inghilterra e infine con la stessa Fran­cia, Sainte-Domingue, tor­nata al nome indio di Haiti, sarebbe diven­tata la prima colo­nia del Terzo Mondo a con­qui­stare l’indipendenza.

La sto­ria della rivo­lu­zione degli schiavi e del suo coman­dante, Tous­saint Lou­ver­ture, è stata scritta molte volte, a par­tire da metà del XIX secolo. Lo scrit­tore ame­ri­cano Madi­son Smartt Bell la ha rac­con­tata in una magni­fica tri­lo­gia, edita in Ita­lia da Alet, forse il prin­ci­pale romanzo sto­rico moderno. Due anni fa per­sino la tele­vi­sione fran­cese ha dedi­cato a Tous­saint una mini serie e nel 2009 Wyclef Jean, ex Fugees, nato ad Haiti, ha rein­ven­tato il con­dot­tiero nero, chia­man­dolo Tous­saint St. Jean, in uno dei suoi cd migliori: From the Hut, To the Pro­jects, To the Man­sion.

I nuovi e nume­rosi studi hanno messo in evi­denza aspetti in pre­ce­denza poco con­si­de­rati: l’importanza della rivolta spon­ta­nea nel Sud del Paese, il ruolo del culto voo­doo (che Tous­saint, cat­to­lico, aveva proi­bito). Però, a 77 anni dalla sua pub­bli­ca­zione, resta insu­pe­rato, per la pro­fon­dità dell’analisi, l’acume delle intui­zioni e la capa­cità di affron­tare nodi moder­nis­simi, I gia­co­bini neri, il sag­gio sto­rico dedi­cato a Tous­saint e alla rivo­lu­zione hai­tiana da C.L.R. James, ripub­bli­cato ora da Deri­veAp­prodi.

James, nero di Tri­ni­dad, gior­na­li­sta, sto­rico mar­xi­sta, comu­ni­sta anti sta­li­ni­sta, parla di Haiti ma guarda a tutte le rivolte anti­co­lo­niali che anda­vano allora matu­rando. Sco­pre e anti­cipa i nodi, le con­trad­di­zioni e i rischi delle rivo­lu­zioni in un Terzo Mondo visto dall’interno e con appas­sio­nata par­te­ci­pa­zione, senza cedere al ter­zo­mon­di­smo che avrebbe affa­sci­nato e con­fuso la mente di tanti epi­goni nei decenni successivi.

James guarda alle lotte di libe­ra­zione nazio­nale pros­sime ven­ture senza mai met­tere la linea del colore o del riscatto nazio­nale (figu­rarsi poi quella dell’identità reli­giosa) in rilievo rispetto alla con­no­ta­zione di classe. Il rischio che le due linee di forza rivo­lu­zio­na­ria, invece che in siner­gia, entrino in ten­sione e con­trad­di­zione non gli sfugge. Fa parte della gran­dezza di Tous­saint l’averle sapute, sino a un certo punto, coniu­gare. Per James quel che conta non è il colore, ma la col­lo­ca­zione sociale.

I pochi neri liberi (com’era peral­tro lo stesso Tous­saint) fecero pun­tual­mente fronte comune con i mulatti e non con la massa degli schiavi, che nella geo­gra­fia sociale di Sainte-Domingue erano la vera forza lavoro. Le stesse con­ti­nue alleanze tra­sver­sali furono det­tate sem­pre e solo dall’interesse eco­no­mico delle diverse fasce sociali, che s’identificavano essen­zial­mente, ma non sem­pre, con il colore.



Che tut­ta­via, in una società raz­zi­sta, restava deter­mi­nante, pro­prio come, più tardi, la com­po­nente di indi­pen­den­ti­smo nazio­nale nelle colo­nie. Il prin­ci­pale errore di Tous­saint fu, secondo James, pro­prio l’aver perso di vista, nell’ultima fase della sua dit­ta­tura, l’importanza di que­sto ele­mento, sacri­fi­cato alla neces­sità di coniu­gare la libe­ra­zione degli schiavi con la rico­stru­zione eco­no­mica del Paese, affi­data in parte ai bianchi.

Il cen­tro della nar­ra­zione è gio­co­forza Tous­saint Lou­ver­ture, il genio poli­tico e mili­tare che scon­fisse i mulatti, gli spa­gnoli e gli inglesi, con­qui­stò tutta l’isola, diede forma rivo­lu­zio­na­ria a quella che pro­ba­bil­mente sarebbe stata senza di lui solo una rivolta di schiavi, costruì la base per un Paese libero che, se il gene­rale nero non fosse stato scon­fitto, sarebbe stato molto diverso da quel che è poi diven­tata Haiti.

L’ammirazione di James per «lo Spar­taco nero» è incon­di­zio­nata, ma le cri­ti­che restano pun­tuali e acu­mi­nate. Tous­saint era con­sa­pe­vole di aver biso­gno dei bian­chi. Non li amava, né li odiava. Li temeva e non se ne fidava, ma sapeva che senza il loro baga­glio cul­tu­rale e senza la loro espe­rienza Sainte-Domingue sarebbe stata per­duta. Cre­deva nella Fran­cia rivo­lu­zio­na­ria, e non si accorse per tempo che la breve paren­tesi gia­co­bina e più ancora san­cu­lotta si era chiusa.

Quando, ormai padrone incon­tra­stato di tutta Sainte-Domingue, per difen­dere i bian­chi tor­nati a gestire le pian­ta­gioni, senza più schia­vi­smo ma con una disci­plina rigida, con­dannò a morte il più bril­lante e popo­lare dei suoi gene­rali, il nipote Moise, Tous­saint decretò la pro­pria rovina.

Quando poco dopo, a fronte dell’invasione fran­cese, non ebbe la pron­tezza di rico­no­scere nella Fran­cia il nemico, e dun­que esitò, evitò di schie­rarsi per l’indipendenza e cercò fino all’ultimo di man­te­nere aperto un dia­logo, si con­dannò alla depor­ta­zione in Europa e alla pri­gio­nia nella tetra e gelida pri­gione di Fort-de-Joux, dove morì dopo pochi mesi nel 1803.



Errori fatali

Tous­saint sba­gliò, ma per lun­gi­mi­ranza non per mio­pia. Des­sa­li­nes, il gene­rale feroce col corpo coperto dai segni delle fru­state rice­vute da schiavo, era l’uomo adatto per por­tare a com­pi­mento la rivo­lu­zione. Sba­ra­gliò i fran­cesi, pro­clamò l’indipendenza del Paese a cui resti­tuì il suo antico nome, si pro­clamò impe­ra­tore, ordinò (su spinta della civile Gran Bre­ta­gna) lo ster­mi­nio di tutti i bian­chi.

Ma Des­sa­li­nes non poteva rico­struire Haiti, né ripor­tarla all’antica ric­chezza. Tous­saint avrebbe potuto, ma per pro­varci aveva dovuto lasciare spa­zio, pur senza fidar­sene, a quelli che mira­vano solo a ripri­sti­nare lo schia­vi­smo e aveva perso così la con­nes­sione con il suo popolo in armi. Il suo dilemma, rico­no­sce James, era tra­gico e non dis­si­mile da quelli con cui si trovò alle prese Lenin dopo la presa del potere e nei giorni di Kronstadt.

Con tutte le loro astu­zie e i fre­quenti cambi di campo, né Tous­saint, né Des­sa­li­nes, né Moise avreb­bero mai accet­tato il ritorno dello schia­vi­smo a cui mirava Bona­parte. Ma per Des­sa­li­nes l’obiettivo non andava oltre, men­tre Tous­saint era dav­vero un uomo della Rivo­lu­zione fran­cese, intesa nella sua acce­zione più gia­co­bina, e Moise sarebbe forse stato l’unico capace di andare oltre e inten­dere la Rivo­lu­zione degli schiavi come sociale e con­sa­pe­vol­mente di classe. Anche per que­sto sacri­fi­carlo fu, secondo James, lo sba­glio più imper­do­na­bile e dalle con­se­guenze disa­strose di Toussaint.

I gia­co­bini neri è un magni­fico libro di sto­ria e, insieme, un attua­lis­simo sag­gio di teo­ria poli­tica rivo­lu­zio­na­ria. Oggi, e pro­ba­bil­mente per molto tempo ancora, è impos­si­bile leg­gerlo senza ritro­varsi negli occhi l’immagine di quella «sto­rica» mani­fe­sta­zione pari­gina seguita alla stragi jiha­di­ste nella reda­zione e nel super­mer­cato. Alla testa c’era un mani­polo di uomini di potere non meno cinici e rapaci di quelli con cui dovette veder­sela Tous­saint, pronti a esal­tare i valori della Rivo­lu­zione fran­cese con­trab­ban­dan­doli come «uni­ver­sali», ma solo dopo averli depu­rati dall’ombra sgra­ziata e sco­moda dei san­cu­lotti e per­sino dello stesso Robespierre.

Dall’altra parte, un Terzo Mondo, ormai spesso interno al Primo, sban­dato e smar­rito, infiam­mato da un’oscura iden­tità reli­giosa, inca­pace di rico­no­scere le radici sociali della pro­pria dispe­ra­zione. E intorno il coro una­nime e bugiardo dei pen­sa­tori di corte, indi­gnato e furi­bondo (giu­sta­mente) con gli jiha­di­sti, ma al fondo con­ten­tis­simo di doversi misu­rare con i taglia­gole della Shari’ah invece che con una rivolta di classe come, con tutti i suoi errori, fu quella di Tous­saint e del suo eser­cito rivo­lu­zio­na­rio di schiavi ribelli.


Il manifesto – 20 gennaio 2015



CLR James
I giacobini neri
DeriveApprodi, 2015
25 euro