TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 29 agosto 2018

Radici liquide. In difesa della montagna e delle sue acque



Sono rari i corsi d’acqua ancora naturali sulle Alpi. Salendo ad alta quota, vicino alle sorgenti, ai nevai, ai ghiacciai superstiti, sotto ai dirupi, si scopre che l’acqua non scorre più libera. Viene portata via, immessa nei tubi e utilizzata per fare energia. Questo libro è un’inchiesta sullo sfruttamento idroelettrico degli ultimi torrenti alpini e, allo stesso tempo, è il racconto di un lungo viaggio tra valli sconosciute e a affascinanti.E' l'autrice a spiegarcene il senso:

“Nelle valli alpine colpite dallo spopolamento, abbandonate, si alzano voci contrarie, gruppi e comitati di cittadini che non ci stanno a farsi portare via l'acqua, anima del paesaggio montano. È stata la loro passione, la caparbietà nel difendere i più piccoli e inaccessibili corsi d'acqua, a trascinarmi in questa lunga avventura sulle Alpi, durata quasi un anno. Ho percorso le rive di più di cinquanta torrenti, dalla Valle d'Aosta al Friuli Venezia Giulia per concludere il viaggio ritornando a Ovest, in Liguria. Ho voluto dare voce a tante piccole grandi battaglie, che quasi mai escono dalla cronaca locale, e raccontare l'affronto a un ambiente aspro e problematico, fragile e meraviglioso allo stesso tempo. Ho cercato nelle moltissime persone che ho incontrato, e in me stessa, la radice di questo folle attaccamento alla montagna e al suo elemento liquido. E ho concluso che, forse, chi è affetto da questa forma di umana "idrofilia" vede, nella semplicità di un torrente, qualcosa che altri non vedono.”


martedì 28 agosto 2018

L'emigrazione a Finale


Non esiste famiglia finalese che non abbia visto almeno uno dei suoi membri emigrare in paesi oltre oceano. Questo libro ricostruisce dalle sue origini e nei suoi sviluppi e il fenomeno migratorio finalese.  

Il coraggio di essere occitano in un mondo senza più identità



A la chauma de mon clonchier”, poesie nell'occitano-alpino di Chaumont.

Giorgio Amico

Il coraggio di essere occitano in un mondo senza più identità

Ci vuole forza d'animo, coraggio e tenacia (e forse anche un poco di salutare follia giovanile) per battersi per cause che i più definirebbero senza neanche pensarci “cause perse”. E l'Occitania è una di queste, come tutti i grandi sogni, come tutte le battaglie contro un mondo monodimensionale e opprimente che da tutti i pulpiti si presenta come l'unico e il migliore possibile.

Ma in un mondo così, dove tutto è già deciso e tutti i posti occupati, per chi ha coraggio e cuore resta solo la parte del torto.

E dalla parte del torto si è seduto Alessandro Strano scrivendo ed editando una rivista di austera eleganza, ma anche risistemando vecchi sentieri e ponti dove per generazioni passarono i padri.

Lo scopriamo oggi poeta. E la cosa non ci stupisce, ché cuore di poeta occorre a chi questo mondo si ostina a volere diverso. E buon poeta, capace di scrivere versi che esprimono amore, rabbia, ma soprattutto una tenerezza musicale e gentile, grazie anche alla padronanza perfetta di quella che è la lingua poetica per eccellenza, un occitano che lui chiama di montagna, ma a noi pare antico e moderno al tempo stesso, capace di suscitare echi millenari ma anche di parlarci dell'oggi, e dunque classico.

Ostinatamente occitano, nei suoi scritti e nelle sue poesie, Alessandro si mostra lucidamente consapevole che le radici linguistiche e culturali (amorosamente coltivate e protette) non sono un muro che separa e isola dall'altro, ma un ponte che unisce, come le sue montagne da sempre luoghi di passaggio e di incontro diventate nel mondo attuale delle merci e del capitale confine, barriera, limite.

Barriere che vanno combattute e abbattute per diventare davvero umani, al di là di ogni separazione, per vincere le paure che ci fanno sentire impotenti, che ci rendono sudditi. Da buon passeur Alessandro conosce i sentieri che portano oltre i crinali, ad un altrove che è il luogo dell'animo, del nostro animo. E' lì che ci riconducono i suoi versi.

E allora il coraggio di Alessandro è proprio quello di essere, prima che occitano, uomo. Di vivere a pieno la propria umanità, aiutando noi, suoi lettori, a riscoprire la nostra. In questo sta il suo merito di poeta. Perché a questo serve la poesia: a farci sentirci davvero umani, ad aiutarci a divenire davvero umani. E a questo serve anche la lotta.

Resistença encuei (che è anche il titolo di una delle sue poesie).
Resistenza oggi e sempre.


Alessandro Strano
A la chauma de mon clonchier
(All'ombra del mio campanile)
Poesie nell'occitano-alpino di Chaumont
Impremix. Torino, 2018

venerdì 24 agosto 2018

Giornata del Trallallero




Il trallallero è una forma di canto polifonico traqdizionale tipico del Genovesato e della Liguria di Ponente. Eseguito in squadre esprime un linguaggio raffinato ma nello stesso tempo popolare, come popolari appaiono le sue origini lontane nel tempo e vicine al mondo dei marinai.


La manifestazione delle Fornaci non è solo il ricordo di una squadra di canto popolare, ma la ricostruzione di un momento storico e di una Savona che non esiste più ma che scrisse pagine bellissime anche di impegno civile e politico.
Basti ricordare come in era fascista le prove di canto fossero utile escamotage per eludere i controlli polizieschi e potersi riunire al di fuori delle cerimonie del regime.
Con la Liberazione poi la Secondo Grosso poté esprimersi liberamente, diventando una delle squadre di canto più apprezzate nel savonese e nel genovesato.

mercoledì 22 agosto 2018

La metafora del ponte, sinonimo di inferno dalla notte dei secoli


    Particolare del «Ponte del capello». Santa Maria in Piano, Loreto Aprutino


È l’hybris, la sfida arrogante ai limiti imposti dalla natura e l’ottusità che sempre l’accompagna ciò che ha sempre causato i disastri più grandi.

Raffaele K. Salinari

La metafora del ponte, sinonimo di inferno dalla notte dei secoli

Il termine pontos, da cui deriva la parola «ponte», designava, per la Grecia classica, al contrario di thalassa o pélagos, l’alto mare, l’ignoto del largo, lo spazio marino nel quale non si vedono le coste e che sembra confondersi, nelle notti senza luna né stelle, con il cielo scuro; il termine descrive anche il fondo marino, nel senso di un incommensurabile baratro.

Per questo pontos veniva usato come una delle denominazioni del mondo infero, del Tartaro, con il quale confinava attraverso comuni «radici», poiché in entrambi nessuna direzione è stabilita e possibile e un’incudine di bronzo può cadere senza arrivare mai da nessuna parte: «Voragine immensa, né in tutto il corso di un intero anno uno giungerebbe a terra, se prima si trovasse dentro alle porte, ma qua e là lo trascinerebbe tempesta sopra tempesta dolorosa». dice Esiodo nella sua Teogonia.

Nel Mazdeismo il «battesimo nelle piscine di Persepoli» serve per incontrare «qui ed ora» la propria Daena, lo spirito guida di ogni essere umano, sul Ponte Chinvat: «Alla domanda dell’anima stupefatta, che chiede ma chi sei? alla fanciulla che avanza all’ingresso del Ponte Chinvat e la cui bellezza risplende più di ogni altra bellezza mai intravista nel mondo terrestre, essa risponde: sono la tua propria Daena – ciò che vuol dire: io sono in persona la fede che hai professato e quella che te l’ha ispirata, quella per cui hai garantito e quella che ti ha guidato, quella che ti ha riconfortato e quella che ora ti giudica, poiché io sono in persona l’Immagine voluta infine da te stesso. Non è nel potere di un essere umano distruggere la propria idea celeste, ma è in suo potere tradirla, separarsene, non avere di fronte a sé, all’ingresso del Ponte Chinvat, che la caricatura abominevole e demoniaca del suo io abbandonato a se stesso».   

Chinvat, allora, è il nome che porta ogni ponte: ogni passaggio necessario e pericoloso: opus periculosum maxime dicevano i Romani, per i quali alla gestione del sacro Pons Sublicius, il più antico di Roma, era preposto il pontifex maximus, cioè la più alta carica sacerdotale. In queste ascendenze antiche riconosciamo, allora, al tempo stesso, sia la consapevolezza della sua necessità, sia della sua fragilità come ogni opera umana corrosa dal tempo.

    Ponte Chinvat

Ce lo ricorda anche Ernst Jünger quando, nelle Scogliere di marmo dice: «Non una casa vien costruita, non un’architettura progettata, ove la ruina non sia implicita, posta quale pietra di fondamento».

Anche Kipling, che pure era un Libero Muratore, anzi proprio per questo, nel suo racconto The Bridge-Builders mette in contrapposizione lo spirito della tradizione Indù, ancora legata al rispetto dei limiti imposti all’uomo dalla natura, alla presunzione tecnicista dell’ingegnere britannico che, nel caso, darà la colpa del crollo ad un problema legato ai materiali, non alla insipienza umana.

Sempre Kipling, Nell’Uomo che volle farsi Re, fa emblematicamente condannare a morte il supponente protagonista facendolo precipitare in un baratro dopo che gli indigeni hanno tagliato le corde del ponte sospeso. Il ponte è allora una metafora, non solo un’opera dell’ingegno umano; esso è sì sospeso tra ciò che ci trasporta al di là della nostra individualità, ma la sua caducità è anche la nostra; è questo il binomio imprescindibile e necessario del quale dobbiamo essere consapevoli per non incorrere nel peccato massimo che i Greci attribuiscono all’umanità: l’hybris, la sfida arrogante ai limiti imposti dalla natura e l’ottusità che la accompagna, ciò che ha sempre causato i disastri più grandi.

Ecco che il crollo del Ponte Morandi dovrebbe insegnarci molte cose, non solo sulla eventuale carenza di manutenzione, sull’aumento esponenziale del traffico o altre cause «tecniche» che verranno evidenziata dall’inchiesta, ma una riflessione ben più profonda sul modello di sviluppo che vogliamo perseguire, sul ritorno necessario ed impellente al dialogo con le forze di un pianeta per il quale siamo evidentemente un ospite sgradito, un hostis più che un hospis.

Forse, per concludere, bastano a questo punto le parole che Leopardi scrive nell’ottobre del 1821 nel suo Zibaldone: «L’uomo che a tutto si abitua, non si abitua mai alla inazione. Il tempo che tutto alleggerisce, indebolisce, distrugge, non distrugge mai né indebolisce il disgusto e la fatica che l’uomo prova nel non far nulla».

E allora su questo tratto dell’antropologia umana che bisogna riflettere prima di continuare ad aggredire il Mondo: l’opera che stiamo per realizzare, il ponte, la strada, l’ennesimo stadio o centro commerciale, è sostenibile non solo dall’ambiente ma dalla nostra stessa coscienza? Possiamo rispondere a questo interrogativo non più da soli, come già ci dicevano gli antichi, ma tornando all’ascolto di quelle forze naturali che oggi, drammaticamente, come il Grande dio Pan, si svelano tremende quando, pur avendoci avvertito per anni, sono rimante inascoltate.

Il Manifesto – 22 agosto 2018

martedì 21 agosto 2018

Misteri di Langa. La testa murata di Paroldo



A poca distanza dal traffico e dai rumori invadenti della modernità la Langa nasconde misteri senza tempo.


Giorgio Amico

Misteri di Langa. La testa murata di Paroldo

L'Alta Langa nasconde misteri senza tempo. E' il caso di Paroldo, il “paese delle masche” come si legge sui cartelli stradali.

E qualcosa di stregonesco in effetti c'è, basta guardarsi attorno e vedere l'orribile pista da motocross, uno scempio davvero “diabolico” del territorio che ha pochi eguali. Un grande fracasso, tante macchine, gente che guarda le moto andare su e giù su una collina ridotta a pista di terra battuta.


Poco sotto ritroviamo la Langa che amiamo, mucche pazienti ci guardano passare.


Poco prima di arrivare al paese su una collina, dove un tempo si ergeva il possente castello dei Del Carretto si intravvede la chiesa di San Sebastiano. Qui, naturalmente non c'è nessuno e il silenzio è totale.


Il luogo è magico e nasconde non pochi misteri. A partire dalla testa murata nella parete che vigila minacciosamente digrignando i denti con espressione davvero poco accogliente.


E' il guardiano della soglia, il genius loci di un edificio sacro quasi sicuramente risalente all'XI secolo, volto a Oriente secondo un'antichissima tradizione e poi girato, quando la Chiesa ha deciso di puntare solo sulla grandiosità e la magnificenza “profana” e abbandonare il simbolismo dei primi costruttori medievali. Ed è stato il trionfo del barocco. Sul fianco della facciata segni di un'antica arcata e pietre di recupero probabilmente dell'antico castello di cui in paese si dice restasse un mozzicone di torre ancora all'inizio del secolo scorso.


Nella parte posteriore troviamo le tracce dell'antica facciata. I resti di un grande rosone e di epoca più recente (quando i Del Carretto rendono esplicito il loro dominio) lo stemma dei feudatari.


Ma la cosa che ci colpisce di più è il grande pozzo circolare davanti all'ingresso originario. Qualcuno lo lega alle pestilenze del Seicento e lo interpreta come sede di sepolture collettive. Nulla impedisce di pensare che sia stato utilizzato anche così, ma a noi piace pensare ad una storia più antica e più affascinante.



Un originario pozzo sacro? Magari poi ingrandito e diventato pozzo del castello. E la contiguità alla chiesa che ci colpisce. E allora si dovrebbe pensare ad una sacralità del luogo ben anteriore alla cristianizzazione delle Langhe e a un rapporto con la testa murata che inevitabilmente rimanderebbe alle tradizioni dei celto-liguri antichi abitanti di questi luoghi.



lunedì 20 agosto 2018

Genova. Trasformazioni sociali e conflitti, tra levante e ponente




Si parla tanto di Genova in questi giorni, spesso anche a sproposito. Un bel libro, appena pubblicato, di Donatella Alfonso e Luca Borzani aiuta a capire come (in bene e in male) la città sta cambiando.


Guido Festinese

Genova. Trasformazioni sociali e conflitti, tra levante e ponente

ova è una città complessa, investita in pieno dal processo di de-industrializzazione, e al contempo, almeno a far data da un quarto di secolo fa, il 1992 delle discusse celebrazioni colombiane, tornata quasi a pieno titolo nel processo di valorizzazione turistico- culturale, con scelte azzeccate, e molti processi avviati di risanamento e riutilizzazione di aree in abbandono. Troppo spesso persi per strada.

Genova è la ferita aperta del G8 2001 che, ogni luglio, torna a bruciare, e quella improvvisa e atroce del crollo del Ponte Morandi. Genova è una città laboratorio perché quello che succede lì è un sostanzioso indizio di quanto potrebbe accadere anche altrove, in Italia. Nel bene e nel male. Per esempio è una delle città più vecchie d’Europa, è un luogo dove la dispersione scolastica è del 30 per cento, e dove ogni anno diverse migliaia di giovani se ne vanno in cerca di fortuna altrove.

Degli altri giovani, quelli che arrivano ed hanno perlopiù la pelle più scura e voglia di vivere con dignità una parte apparentemente maggioritaria di Genova non sa (quasi) che fare, e riduce il tutto a un problema di ordine pubblico. Li vorrebbe solo veder andar via, perché assorbire nel proprio tessuto sociale metastatico e ottuso qualcuno che viene da fuori è complicato e richiede fatica, mentre una risposta securitaria è un’apparente panacea che permette di dormire beoti sogni di tranquillità. Genova era una roccaforte della sinistra, e non lo è più. Pochissimi sono andati a votare.

E chi lo ha fatto, nei quartieri dipanati come una striscia di perplessità e rancori nei venti chilometri che corrono faticosamente tra il levante e il ponente, schiacciati tra monti urbanizzati selvaggiamente e mare, ha votato Cinque Stelle o Lega. Da un anno è al governo una maggioranza di destra guidata dal sindaco Bucci, presentatosi come uomo pratico del fare che ha avuto come priorità il tasto ossessivo della sicurezza e l’apparenza delle dichiarazioni roboanti, e che ha praticamente costretto alle dimissioni Elisa Serafini, un assessore alla cultura troppo «liberal» per i furori clericali e leghisti. Per esempio d’accordo con il patrocinio (negato) al Gay Pride. Colpa della sinistra? Anche. Anzi, sicuramente. Non si vive di rendita di posizione a sinistra su un passato anche glorioso, ma inchiavardato nel cemento della retorica.

Non si vive di rimpianti, specie se si abbandonano a se stessi quei formidabili presidi di democrazia del territorio (e questo è un territorio difficile, policentrico, instabile, sfaldato) che sono oggi le associazioni dei cittadini. Cattoliche e laiche. Volontaristiche, nate sull’onda di un problema da risolvere o radicate con alterne fortune dai tempi del «mutuo soccorso», ed era un secolo e mezzo fa. Sono i dati che emergono da un libro coraggioso, Genova, appunti sulla città, pubblicato da Il Canneto editore, e nato in modo particolare: da un lato gli spazi di «carta bianca» che lo storico sociale Luca Borzani cura sull’edizione ligure di Repubblica, da quando non è più a presiedere la cultura della Fondazione del Palazzo Ducale, ora in mano al comico Luca Bizzarri.

Dall’altro la tempra di cronista e storica di Donatella Alfonso, che ogni numero monografico di Borzani è andata ad approfondire passando a tappeto ogni via dei quartieri di Genova, da Occidente a Levante, lungo le assi delle due valli cittadine, nel cuore di quel centro storico «patrimonio dell’umanità» che sempre più invece è patrimonio delle passerelle politiche, o di un degrado affrontato con meschina muscolarità. A commento del tutto, le crude foto di Genova di Fabio Bussalino e Andrea Leoni: in bianco e nero, come la città oggi.

Il Manifesto – 18 agosto 2018

domenica 19 agosto 2018

Confessione di un nemico del popolo



Lo ammetto, sono un nemico del popolo.


Giorgio Amico

Confessione di un nemico del popolo


«I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità».

Lo affermava prima di morire Umberto Eco. Le reazioni che si sono scatenate sui social dopo la tragedia di Genova ne sono la triste conferma. Ma mostrano anche qualcosa di più profondo, radicato nella storia e nel carattere di un popolo che è al tempo stesso anarcoide nei fatti e forcaiolo nelle parole.

In nome del “popolo sovrano” oggi si grida sui social contro lo Stato e i “politici” che non applicano le normative o non fanno con rigore i controlli previsti dalle leggi. Ma sono gli stessi che inveiscono contro Equitalia quando mette in riscossione le multe a chi non ha applicato le norme sulla sicurezza sul lavoro , che invitano a “farsi furbi” ed autocertificare il falso nel caso dei vaccini o dell'esenzione dai ticket, che attaccano la burocrazia perchè, applicando le norme e operando i controlli previsti dalle leggi, intralcia il lavoro di padroni, padroncini, intrallazzatori, faccendieri e via discorrendo. 

Sono il popolo dei furbi, degli evasori e degli abusivi di ogni genere, di quelli che sanno sempre come fare. Sono quelli che ai funerali si fanno i selfie con i potenti di turno.

Un popolo che nella vita quotidiana ritiene suo sacrosanto diritto infischiarsene di leggi e regolamenti, salvo poi esigere le forche in piazza “senza attendere i tempi della giustizia” (come è stato autorevolmente detto da un illustre cultore del diritto) quando poi si contano i morti. Sono stati fascisti , democristiani, berlusconiani. Andavano tutti bene basta che gli facessero fare i comodi loro e soprattutto li facessero sentire con la coscienza in pace e orgogliosi della loro assoluta mancanza di cultura. Oggi sono cinque stelle e leghisti. Non ci stupisce. 





lunedì 13 agosto 2018

E' morto Ugo Tombesi



E' morto Ugo Tombesi


E così in silenzio, se ne è andato anche Ugo. Con grande discrezione, come aveva vissuto la sua vita. Una vita impegnata, schierata, ma senza declamazioni o gesti sopra le righe. Ugo era così. Anche negli anni caldi, negli anni giovani che ci hanno visto infischiarcene delle regole e dei limiti, non abbiamo sentito mai Ugo alzare la voce. La sua era una forza tranquilla. Proprio per questo sentivi di poterti fidare. Ugo non gridava slogan, ma c'era sempre. Era uno serio, in un mare di chiacchieroni. E seri erano stati i suoi studi, mai interrotti, serie le letture, calvinista il suo impegno politico e sindacale, profondamente cattolica nel senso autentico del Concilio la sua visione della vita.
Con Ugo abbiamo condiviso gli anni della speranza. E poi, un po' più distaccati (eravamo diventati grandi nel frattempo, c'erano le famiglie e il lavoro) anche gli anni del disincanto e della sconfitta. Anni pesanti, che ancora non sono finiti. Tempi difficili, duri da vivere, ma non abbastanza da fargli perdere la convinzione profonda che l'uomo può essere migliore e la speranza che un giorno lo diventerà davvero.
Ugo non ha visto quel giorno. E forse nessuno della nostra generazione lo vedrà. Ma ci abbiamo provato e questo è gia tanto.
Ciao, Ugo, riposa tranquillo. Hai fatto quello che dovevi, ti sei mantenuto umano in un mondo feroce. Non ti dimenticheremo.

venerdì 10 agosto 2018

Marx e il '68



Rifondafesta 2018
Savona
Lungomare di Zinola

sabato 11 agosto
ore 20.30

Ma che colpa hanno Marx e il 68?

Intervengono:

Giorgio Amico, curatore del blog “Vento largo”
Paolo Ferrero, vicepresidente del Partito della Sinistra Europea

Coordina:

Fabrizio Ferraro, Segretario provinciale Rifondazione Comunista



giovedì 9 agosto 2018

Alla scoperta di Bergeggi


domenica 5 agosto 2018

Dall’assalto al cielo alla discesa agli inferi. Jakov Blumkin e il terrore rosso



Un čekista e un poeta, un mistico e un assassino, amico dei più grandi poeti e dei boia della Lubjanka. La vita di un uomo che incarnò le speranze e gli orrori di un'epoca. Nel centenario della rivoluzione russa Laterza pubblica la biografia di Jakov Blumkin, esponente di primo piano del “terrore rosso”, fatto fucilare da Stalin nel 1929.

Dino Erba

La mitologia bolscevica. Dall’assalto al cielo alla discesa agli inferi


Nel centenario della rivoluzione russa, o meglio della sua versione bolscevizzata, si è detto e scritto di tutto e di più. Come ho avuto occasione di osservare. (Dino erba, La rivoluzione russa. Cent’anni di equivoci. Marx, i marxisti e i costruttori del socialismo, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017). In un panorama letterario spesso banalotto, il libro di Christian Salmon offre spunti di riflessione inediti, e spesso anomali, sulle suggestioni, e mitologie, che suscitarono la rivoluzione e che essa, poi, suscitò, pervadendo tutto il Novecento, ai quattro angoli della Terra. Un aspetto certamente indagato ma che lascia molti lati in ombra. Mi riferisco a quelle pulsioni ideologiche (o psichiche) che «pesano come un incubo sul cervello dei viventi», per dirla con Marx e che, all’improvviso, come un fiume carsico, emergono alla superficie. Si scatenano allora forze e passioni imprevedibili, in cui politica e religione si confondono, generando comportamenti apparentemente inconsulti, irrazionali, fanatici ... l’«eclissi della ragione», secondo Max Horkheimer.



Guerra, fame, stragi ... eclissi della ragione

A mio parere, l’eclissi della ragione ebbe il suo esordio negli orrori della guerra mondiale, orrori senza fine, mai conosciuti prima dall’umanità e che, in Russia, in quegli anni, toccarono il culmine, preparando il terreno a successivi orrori. Anche se i bolscevichi furono responsabili di grandi orrori, essi vi furono trascinati per i capelli. Il colpo di Stato bolscevico del 25 ottobre (7 novembre) 1917 provocò uno spargimento di sangue a ben vedere limitato, considerando il clima infuocato di tensioni e di scontri. La svolta cruenta avvenne con l’occupazione di Ucraina, Bielorussia e di vaste aree della Russia occidentale da parte della Germania, nonché di zone più limitate da parte di Austria-Ungheria e Impero e Ottomano, durante e in seguito le trattative di pace di Brest-Litovsk (inizio 1918).

Con il crollo degli Imperi centrali e la conseguente evacuazione dei loro eserciti, dilagarono le armate bianche zariste, sostenute dall’Intesa che, già prima, si era preparata all’intervento. In quelle circostanze caotiche, crebbe il marasma sociale, accompagnato da guerre, stragi, carestie, malattie – i quattro cavalieri dell’Apo-calisse –, esacerbate dalla sfacciata opulenza di pochi che strideva con la miseria di molti. I bolscevichi, per farvi fronte, dovettero opporre violenza a violenza. Non c’erano alternative, caso mai si potrebbe ragionare come sarebbe stato meglio gestire la violenza. Senza fare chiacchiere accademiche.

A questo proposito, ritengo assai peregrina la tesi avanzata da Francesco Dei, nel suo recente e poderoso studio (La rivoluzione sotto assedio. vol. I, Storia militare della guerra civile russa 1917-1918, Vol. II, Storia militare della guerra civile russa 1919-1922, Mimeis, Milano, 2018). Dei sostiene che la propaganda bolscevica ingigantì, pro domo sua, l’entità dell’intervento estero a favore delle armate bianche, che giustificherebbe l’estrema violenza repressiva dell’Armata Rossa. Non per nulla, Dei parla di guerra civile, mentre in realtà ci fu una vera e propria aggressione contro la Russia sovietica, soprattutto da parte di Inghilterra e Francia, nonché Polonia, con sullo sfondo, Giappone e Stati Uniti. Oltre a queste evidenti circostanze eccezionali, l’orrore bolscevico fu attizzato anche dalla presunzione, conscia o inconscia, di redimere il mondo. Anche col sangue.



Assalto al cielo e discesa agli inferi

L’orrore bolscevico (il terrore rosso) è noto fin dalle origini, e non per merito di studiosi amanti dello status quo (per non dire reazionari), di ieri e di oggi. Anzi, l’orrore è noto perché fu esaltato, fin dall’inizio, dallo stesso regime bolscevico. Al Terzo congresso panrusso dei soviet (10 gennaio 1918), il marinaio Anatolij Zeleznjakov dichiarò: «Siamo pronti a fucilare non pochi, ma centinaia e migliaia, se sarà necessario un milione: sì, un milione».

La riflessione dovrebbe volgersi all’atmosfera carica di esaltazione palingenetica, in cui apparvero scritti come La scheggia. di Vladimir Zazubrin. Un «libro terribile», secondo Lenin. Per tentare di capire l’origine di questa caduta agli inferi, mi sembra utile porre attenzione a un’affermazione di Salmon:

« [...] la gloriosa rivoluzione d’Ottobre, fu oggetto di tre narrazioni successive: all’inizio fu l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini, poi l’opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi, infine la prova del genio di uno solo. Epopea, romanzo, agiografia, sono i tre generi letterari ai quali la storiografia sovietica si rifà in successione. Ma la transizione dall’uno all’altro non è così immediata» (p. 64).

È proprio la transizione, da un genere letterario all’altro, l’argomento implicitamente affrontato da Salmon. Il filo conduttore della sua ricerca sono le vicende di Jakov Blumkin che, pur abbracciando solo un quindicennio, o poco più, (1914-1929), offrono una sintesi quanto mai emblematica sulla nascente, e futura, civiltà bolscevica. Laddove mi è possibile, evito fermamente di dire sovietica. Così come evito di dire stalinista. Attributi entrambi fonte di equivoci.


Angeli e demoni di una tragica mitologia

Jakov Blumkin nacque a Odessa alle soglie del Novecento, in una famiglia ebrea di bassa condizione sociale. Come lo era la maggior parte di loro. Una situazione che contribuì a fargli abbracciare scelte politiche radicali, eredi della tradizione populista e anarchica, con corollario di espropri e attentati. La guerra esacerbò i suoi orientamenti eversivi. Nel 1917, l’emergenza rivoluzionaria lo vide aderire al Partito socialista rivoluzionario, schierandosi subito con la tendenza di sinistra (Esse-Erre di sinistra). Nell’ottobre, i socialisti rivoluzionari di sinistra sostennero i bolscevichi e fecero parte della coalizione governativa sovietica, contribuendo in primis alla legge agraria (la terra ai contadini).

I socialisti rivoluzionari di sinistra condivisero cruciali responsabilità governative, come l’adesione di molti di loro – tra cui Blumkin – alla nascente Čeka (il servizio di sicurezza sorto il 20 dicembre 1917). Ciò nonostante, permanevano molte divergenze che esplosero riguardo alla pace di Brest-Litovsk. Mal digerita anche da molti esponenti bolscevichi. In quel clima di tensioni, maturò l’attentato all’ambasciatore tedesco Wilhelm Mirbach (6 luglio 1918), di cui Blumkin fu l’esecutore, favorito dal suo ruolo di cekista.

Formalmente, il governo sovietico condannò l’omicidio, costringendo l’autore a darsi alla macchia. L’imminente sconfitta degli Imperi Centrali contribuì tuttavia a smorzarne le implicazioni politiche Tanto è vero che, nella primavera del 1919, egli fu reintegrato, «con tutti gli onori», nella Čeka, anche grazie alla sua dichiarazione di fede bolscevica. Nel frattempo, dilagava la guerra civile. Blumkin vi partecipò, svolgendo rischiose missioni. Fu inoltre a diretto contato con Trotsky, col quale strinse un solido rapporto. Che, nel 1929, gli costò la fucilazione.

In quegli anni, la sua vita si fuse con lo spirito dell’epoca. Sotto tutti gli aspetti. Uno spirito pervaso da un’estrema presunzione di onnipotenza (ὕβϱις, dicevano i greci), in tutto, nelle arti (il Proletkúl’t ispirato da Aleksandr Bogdanov in primis) come nelle scienze (la disastrosa agrobiologia di Trofim Lysenko). Passando attraverso i chiari di luna di una politica sempre più succuba della ragion di Stato, furono tentate sperimentazioni apparentemente ardite, ma il più delle volte demenziali, culminate in quella disastrosa ingegneria sociale che, per settant’anni, segnò l’esistenza dei «sovietici».

Ho osservato che Lenin e il bolscevismo rappresentano la sintesi teorica (alla «russa») tra il volontarismo eversivo di Bakunin e l’oggettivismo evoluzionista di Kautsky, apparentemente divergenti, ma entrambi fondati sulla medesima fede nelle sorti progressive dell’umanità, protese verso uno sviluppo senza limiti.

Per inciso, il progressismo è una concezione insita nella civiltà occidentale, madre del modo di produzione capitalistico, di cui i bolscevichi mai si affrancarono. Anzi. Essi pretesero di innestare il capitalismo – con la pretesa di controllarlo politicamente –, in un ambiente assolutamente refrattario, col risultato di riprodurne una copia mostruosa.

Dalle premesse di questo nefasto esito, si dovrebbe iniziare, quando si parla della rivoluzione russa. Altrimenti si cade nelle spire di una moralistica politologia, più o meno reazionaria.


Il pathos del rivoluzionario di professione

Seguendo l’accurata ricostruzione di Salomon, vediamo Blumkin vivere il pathos di un eroe romantico: egli fu «esportatore» della rivoluzione e visionario «poeta», come molti «rivoluzionari di professione» del Novecento. Quasi tutti fans di Josif Stalin e con una forte propensione al martirio.

Esportando la rivoluzione nell’Oriente, «rivoluzionari di professione» come Blumkin ne rigenerarono il già dilagante fascino, ora non più in chiave colonialista (alla Kipling), bensì in chiave eversiva, catartica, con afflati mistici, sulla scia del colonnello Lawrence e del professor Guénon. In quelle circostanze, ci furono ambigue concessioni alla parapsicologia, sempre sulla spinta di un incontrollabile delirio di onnipotenza.

Sono questi i risvolti di un bolscevismo poco o per nulla conosciuto, ancor meno di quello scientismo mistico che ebbe il suo antesignano nel medico bolscevico Aleksandr Bogdanov (lo stesso del Proletkul’t). Un tema che Salmon sfiora, parlando del Pantheon dei Cervelli di Mosca, con una grottesca ironia, degna di Michail Bulgakov.

In luce gli intellettuali, in ombra i proletari

Seppur a volo d’uccello, ho ripercorso i molteplici aspetti che Salmon illumina. Devo però concludere che egli si sofferma essenzialmente sull’«opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi». Per quanto ben sviluppato, il libro lascia quindi in ombra «l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini». Coloro che la rivoluzione la fecero. E la difesero, tentando di portarla alle sue conseguenze estreme. E auspicabili. Costoro, la makhnovcina, Kronštadt ... nonché molti altri fatti e molte altre voci, fuori dai convenzionali percorsi politici, restano avvolti nelle nebbie di una storiografia conformista che sarebbe ora di spazzare via. Dopo cent’anni.

Christian Salmon
Il progetto Blumkin,
Laterza,
18.

mercoledì 1 agosto 2018

Omaggio a Lucio Fontana