TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 28 maggio 2017

Sviluppo e guerra. L'esempio dell'India


Una visione sentimentale della politica internazionale vede nello sviluppo del sud del mondo un antidoto alle guerre e alle migrazioni. In realtà, è proprio il contrario: lo sviluppo, determinando nuovi assetti geopolitici e nuove contraddizioni, è spesso l'anticamera della guerra.Tutta la storia europea degli ultimi tre secoli ne è la dimostrazione. Oggi l'India, dove il rilancio economico del Nord-Est è pensato in funzione anticinese, ne è un buon esempio.

Carlo Pizzati

L’India inaugura il maxi ponte. Prova di forza contro la Cina

Tra le vette più alte del mondo, nell’Himalaya al confine tra Cina e India, sono già arrivate le tempeste dei pre-monsoni. Ma le bufere non sono solo meteorologiche perché stanno addensandosi tensioni tra i due Paesi più popolati al mondo, con più di 1,3 miliardi di abitanti ciascuno.

Così, l’inaugurazione del ponte più lungo dell’India tra l’Assam e lo stato confinante con la Cina, l’Arunachal Pradesh, dovrebbe essere una bella notizia. E difatti il presidente Narendra Modi, nel celebrare tre anni esatti al governo, ha dichiarato ieri che questo ponte è l’inizio di una fase di rilancio economico del Nordest con autostrade, treni, canali, aeroporti e potenziamento dell’Information Technology.

Quel che non ha detto è che si tratta anche di un cambiamento di strategia militare, in un botta e risposta che coinvolge un caccia indiano schiantatosi sui monti dell’Assam, un viaggio del Dalai Lama nel nord dell’India, le offerte misteriose di un «Kissinger cinese» e un flettersi di muscoli in una disputa lunga un secolo, rafforzata dai ritrovati nazionalismi tipici di questa nostra era.



Il ponte Hazarika, lungo 9,15 chilometri attraverserà il fiume sacro Brahmaputra, nell’Assam, consentendo ai carri armati indiani di raggiungere più in fretta le zone di confine, su un’autostrada di duemila chilometri da costruirsi nell’Arunachal Pradesh. Ma provate a pronunciare il nome di questo stato indiano in Cina e vi diranno: «Intendi il Tibet del Sud?». Pechino non riconosce questo stato, e lo reclama come suo. Non solo, si è lamentata pubblicamente con l’India di aver concesso al Dalai Lama di restarci per due settimane ad aprile.

Ponte e autostrada sono un cambiamento di strategia significativo. Dopo la guerra del 1962, in cui per 4 settimane la Cina sconfinò dimostrando il suo potere, l’India ha adottato una strategia difensiva al limite del timoroso: non ha più costruito strade nelle zone di confine perché, in caso d’invasione da nord, per i cinesi sarebbe stato impraticabile conquistare le pianure via terra. Così senza strade e commercio, le regioni si sono impoverite.

Ma Modi ha cambiato gioco, finendo la prima di molte grandi opere rimaste in sospeso, cui seguirà il ponte ferroviario più alto del mondo, 359 metri su un abisso nel Kashmir, e una linea di binari nelle isole Andamane, nel Golfo del Bengala dove transitano navi cargo cinesi.



Non sorprende allora il summit che il ministro degli Interni indiano ha tenuto nel Sikkim, staterello montagnoso con meno di un milione d’abitanti infilato tra Nepal, Bhutan e Cina. A Nathula, posto di frontiera con la Cina, Rajanth Singh ha raccolto i governatori dei sette stati di confine per dire loro, sotto lo sguardo severo dei gurkha: «Alzate il livello di vigilanza. Ci sono state trasgressioni delle forze cinesi in passato. E potrebbero esserci altri faccia a faccia. Dobbiamo sviluppare le zone di confine per arginare l’emigrazione verso sud. Lo faremo finanziando lo sviluppo di villaggi modello, mentre completiamo le reti stradali».

È un cambiamento di rotta totale. Prima la necessità di svuotare le zone cuscinetto con la Cina e renderle impervie a una possibile invasione, ma rendendo anche difficoltoso il pattugliamento. Ora la decisione di popolare il confine di strutture e abitanti, ponti, strade, treni.



L’annuncio arriva proprio quando il cosiddetto «Kissinger cinese», il rispettato diplomatico Dai Bingguo, aveva commentato che se l’India fosse disposta a consegnare territori nel «Tibet del Sud», il governo cinese avrebbe rivisto le sue posizioni in «altre aree», ovvero a nord del Kashmir, in una territorio di 38mila km quadrati che l’India reclama come suo. Scambio improponibile, al momento.

Secondo S.K. Chatterji, analista indiano di sistemi di difesa, la situazione si fa seria: «L’India si deve preparare per una breve, ma intensa guerra nei prossimi anni. Riuscire a spostare le risorse militari da un settore all’altro, a seconda delle minacce, è ora importantissimo per le forze armate indiane. Il ponte sul Brahmaputra aiuterà a muovere rapidamente mezzi e soldati lungo il confine con la Cina».

In quella frontiera, tre giorni fa, è scomparso dai radar un caccia Sukhoi-30 dell’aviazione indiana. Ieri è stato ritrovato proprio sulla linea di confine con la Cina. Nessuna traccia dei due piloti.


La Stampa – 27 maggio 2017

Linea C della metropolitana di Roma: un museo diffuso


Scavare in Italia è sempre fonte di sorprese. La costruzione della metropolitana di Roma restituisce immagini vivissime di tremila anni di storia. Le stazioni diventano sale di un museo diffuso.

Antonello Caporale

Metro C racconta: orti, canali, vigne (e qualche tomba)


I nonni dei nonni dei nonni di Roma si davano da fare con le frecce per cacciare mucche, capre e cervi, amavano l’orto, drenavano l’acqua, costruivano canali, non gli bastava il grano, producevano legumi. 1410 avanti Cristo, insediamento del neolitico poggiato alla base del parcheggio che fa da capolinea alla metro C in località Pantano, 18 chilometri di tratta, l’ultima fermata verso oltre le borgate della cinta metropolitana, alle soglie dei Castelli.

Tra le tante rogne che la nuova linea C ha dato a Roma almeno un tesoro ha restituito. Un enorme, incredibile viaggio nel tempo attraverso i secoli. Giù e ancora giù a seguire le tracce dell’uomo fin dove è stato possibile, fin quando è comparso. Diciotto metri ci separano dal punto G dell’archeologia, 18 è la quota zero, la soglia dove si perdono i segni dell’umanità comparsa, il fondo del fondo in cui le tracce della grandezza e dell’identità di Roma paiono misurabili, intellegibili, processabili in questo monumentale saliscendi dal contemporaneo al primitivo, lungo la scala, non metaforica, del ritrovamento di ciò che siamo stati. Giungere fino al piano terra dell’umanità non è soltanto una corsa all’ingiù, ma è anche l’esibizione di una tecnica sopraffina, di una ricerca no limits, di risorse economiche, finalmente si può dire, spese per illuminare la nostra identità, ritrovare fin nei dettagli la nostra memoria. Ciò che fummo.

Diciotto metri sotto il piano stradale è il punto dove lo scavo scientifico si è fermato (quello tecnico ha raggiunto i meno trenta), dove gli archeologi hanno finito le escursioni, chiuso nelle teche vasi di cocci e noccioli di pesca, ceneri funerarie, recintato e tutelato stanze militari e caserme, cave di tufo e discariche millenarie.

“Un grande, avventuroso e felice viaggio nel tempo” l’ha chiamato Rossella Rea, curatrice scientifica del progetto. Le ruspe della metropolitana hanno seguito gli archeologi e hanno avanzato solo quando la caccia al tesoro era conclusa, i segni dell’uomo scomparsi. E hanno atteso, e l’attesa che pure è costata alla città, alla fine è stata premiata. È stato rovesciato il metodo di indagine, facendo aprire il varco agli archeologi, e sono state evitate le pratiche distruttive con le quali purtroppo avanzò la linea A della metropolitana…


La storia è memoria e bastano pochi scalini, qualche decina di centimetri per giungere, nel piazzale di San Giovanni alla fiaschetteria di sor Agostino che nell’Ottocento preparava la coda alla vaccinara e le frattaglie romane. Menu ricco mi ci ficco e lo traforo. Pigiare il meno cinque dell’ascensore, altri cinque metri ed ecco, siamo nel Seicento, in perfetta traiettoria si ritrova l’osteria madre, il trisavolo di sor Agostino, la taverna originaria.

Il paesaggio era di alture e colline, con declivi utili ai vitigni e alla coltivazione della frutta. I resti dei raccoglitori sono scomparsi ma un fondo di un cesto di paglia, siamo al Primo secolo dopo Cristo, è incredibilmente rimasto illeso. San Giovanni è la cinta daziaria, lì sorgono aziende agricole che coltivano pesche, l’albero trovato in Persia e che offrirà il frutto destinato alla tavola dei ricchi.


A dieci metri sotto la quota attuale i resti di un vivaio, persino le radici degli alberi. Alcuni noccioli di pesco hanno attraversato i secoli e ora sono disponibili nelle teche allineate lungo i tre piani della metro, lo strabiliante museo che ogni giorno, dal prossimo ottobre, i romani attraverseranno per giungere alle pensiline o tornare a casa dopo il lavoro. Un grande orto, di proprietà delle grandi famiglie (i latifondisti raggiungeranno anche Villa Armerina in Sicilia), resiste nei pressi della pancia della Basilica, e nulla per fortuna ha potuto il cemento contemporaneo.

La storia millenaria si difende come fosse un sottomarino che resiste a ogni incursione nemica. Poche centinaia di metri e la fermata dell’Amba Aradam, ancora in fase di completamento, custodisce sotto i suoi piedi (siamo al II secolo dopo Cristo) intatti gli alloggi militari di una grandissima caserma, stanze larghe 4 metri e altrettanto lunghe dove risiedevano i soldati. Un complesso edificato strabiliante, una città d’armi imponente a completamento dell’area militare che, tra l’età di Traiano e quella di Adriano, ricopriva tutto il quartiere del Celio.


Il viaggio verso il nostro sud misura la quantità enorme di energia che Roma ha dato al mondo. Ed è spettacolare la cava di tufo e pozzolana che tra il Primo e il Terzo secolo dopo Cristo alla stazione del Pigneto fu riempita per la costruzione della grande Roma. Una discarica di 3700 metri quadrati a otto metri di profondità, e appena prima – stazione Lodi – un’altra cava delle stesse dimensioni. Svuotamenti e traghettamenti di materiale di risulta, l’immenso movimento terra che la costruzione delle Mura Aureliane provocherà. Ma è alla stazione di Teano che gli archeologi trovano un campo coltivato. Un ettaro intero, forse grano, e qui siamo al Quarto-Terzo secolo avanti Cristo.

Ma Roma è Roma e il primo giallorosso, una parete dipinta con i colori della città, si scorge a Centocelle. Progenitore del tifoso della curva, i suoi resti sono custoditi in tombe con accluso corredo funerario.



Nel ventre l’acqua di un ruscello che a sette metri e mezzo di profondità attraversava l’area dove adesso sorge la stazione di Giglioli, e una strada tra Ponte Mammolo e Boville, un basalto largo due metri e mezzo corre molto al di sopra dei binari della metro a Giardinetti. Un maschio particolarmente longevo, un cinquantenne, età irraggiungibile per la stragrande maggioranza della popolazione e soprattutto per le donne che perivano in età da parto (la setticemia era la causa scatenante) nato tra il Terzo e il Quinto secolo avanti Cristo, chiuso in una tomba perfettamente tenuta sotto la stazione di Torrenova.

La metro C raggiunge il capolinea (Montecompatri-Pantano), e nel luogo più distante dal centro l’insediamento più antico. A Pantano infatti il villaggio del neolitico, capanne di indigeni autarchici. Gli indiani d’America di Roma.

Così forti e organizzati da stabilizzare l’area, progettare azioni di bonifica della palude, mettere in sicurezza le capanne con canali di irrigazione, far fiorire la terra con grano e legumi. Mangiavano carne, e con le frecce inseguivano capre, cervi o puntavano alle mucche. E forse vivevano felici.

Il Fatto – 27 maggio 2017

Le foto sono della caserma ritrovata sotto la stazione di  Amba Aradam


Dante. Un eretico in Paradiso



Collocò i papi all’inferno Separò teologia e politica. Esaltò il libero arbitrio e la coscienza personale. Non a caso Marx lo considera punto di svolta fra due mondi: ultimo uomo del Medoevo e primo dell'età moderna.


Vito Mancuso

Il Dante laico un eretico in Paradiso


Il centro matematico della “Commedia” è una terzina in cui si celebra la libertà in quanto possibilità di libera decisione: «Se così fosse, in voi fora distrutto / libero arbitrio, e non fora giustizia / per ben letizia, e per male aver lutto» (“Purg.” XVI, 70-72). L’intera opera in realtà ruota attorno al concetto di libero arbitrio, come spiega Dante stesso presentando il suo lavoro: «L’uomo, meritando o demeritando nell’esercizio del suo libero arbitrio, è soggetto al giusto premio o alla giusta pena» (“Epistola a Cangrande”,8). È per questo che si dà commedia, cioè movimento, trama, creatività, mentre in sua assenza si avrebbe tragedia, come Edipo destinato a uccidere il padre e a giacere con la madre, oppure farsa, mero caos, assenza totale di struttura.

Uno dei versi più belli è quello con cui Virgilio, accomiatandosi da Dante, gli conferisce la corona e la mitria attestando che ormai egli è re e papa di se stesso: «Per ch’io te sovra te corono e mitrio» ( Purg. XXVII, 142). Appare qui l’altissimo senso della libertà della coscienza personale coltivato da Dante, confermato da quanto scrive al signore di Verona: «Coloro che hanno vigore d’intelletto e di ragione sono dotati di una sorta di divina libertà e non sono rigidamente legati a nessuna consuetudine; e ciò non fa meraviglia, perché non essi sono diretti dalle leggi, ma piuttosto le leggi da loro» ( Epistola a Cangrande, 2). Tale primato della coscienza ha ben poco a che fare con lo stereotipo del medioevo oscurantista e non a caso si ritroverà nell’umanesimo con la Oratio pro hominis dignitate di Pico della Mirandola del 1486, e nella modernità con lo scritto di Kant del 1784 Risposta alla domanda: Che cos’è l’illuminismo?.


Da tale considerazione della libertà discende il primato della morale sostenuto da Dante: «Cessando la Morale Filosofia, l’altre scienze sarebbero celate alcuno tempo, e non sarebbe generazione né vita di felicitade, e indarno sarebbero scritte e per antico trovate» (Convivio, II, 14). Si tratta di una tesi «veramente straordinaria nel medioevo» (Gilson), secondo cui la filosofia si compie come etica e la conoscenza come giustizia. È per questo che in Dante hanno tanto spazio la denuncia e l’invettiva: sono una logica conseguenza dell’aver assunto l’etica quale punto di vista in base a cui guardare il mondo.

Uno sguardo informato dalla giustizia intende giudicare, sente cioè la necessità di distinguere il bene dal male e gli onesti dai truffatori. Dante quindi è un moralista, non però nel senso decaduto della contemporaneità, ma nel senso classico che fa della giustizia la virtù più grande al cui servizio si devono porre la politica, la filosofia e la teologia, perché a questo servono il potere, la conoscenza e la religione: a essere giusti nel proprio intimo e a incrementare il tasso di giustizia nel mondo.

Esattamente per perseguire la giustizia sopra ogni cosa Dante non esita a collocare all’inferno ben cinque papi: Niccolò III, Bonifacio VIII, Clemente V, Celestino V, Anastasio IV, oltre ad altri non nominati e a moltissimi esponenti del clero, collocati soprattutto nel girone degli avari e dei sodomiti.

Il pensiero di Dante sul rapporto della teologia con le altre scienze, in particolare con la filosofia, emerge con chiarezza dal Convivio dove viene ripreso un passo biblico secondo cui «sessanta sono le regine… una è la colomba mia e la perfetta mia», con il seguente commento: «Tutte scienze come regine» e la teologia «colomba perché è sanza macula di lite» ( Convivio II,14; la citazione biblica è Cantico dei cantici 6,8). Ora Dante sapeva bene che la condizione effettiva della teologia non era certo quella di essere priva di liti, visto che la rabies theologorum alimentava scomuniche e roghi.


Egli si riferiva però alla teologia quale avrebbe dovuto essere idealmente: una scienza non a servizio del potere, e perciò ricolma di invidia e di litigiosità, ma a servizio della vita spirituale, e perciò ricolma di pace e di mitezza. La teologia amata da Dante ha il vertice non nella dogmatica, ma nella spiritualità e nella mistica: non a caso Beatrice al culmine del Paradiso lo affida non a un teologo dogmatico come Tommaso d’Aquino, ma a san Bernardo, il teologo della mistica unitiva.

A questo proposito un grande esperto quale Gilson ha scritto che la prospettiva dantesca «non solo non contiene la dottrina tomista della subordinazione delle scienze alla teologia, ma manifesta piuttosto l’intenzione di evitarla », e qui occorre ricordare che fu a causa di tale teoria tomista della subordinazione delle scienze alla teologia che in Italia si ebbero eventi come il rogo di Giordano Bruno e l’abiura di Galileo, che tanto hanno contribuito al declino culturale, civile e morale del nostro paese.

Tutto ciò trova conferma nella clamorosa presenza in Paradiso di ben due eretici, già condannati come tali all’epoca in cui Dante scriveva: Gioacchino da Fiore, condannato dal Lateranense IV nel 1215, e Sigieri di Brabante, condannato dall’arcivescovo di Parigi nel 1270 e nel 1277. Dante fa sì che essi vengano presentati da chi in terra era stato loro particolarmente ostile, così fa dire a Bonaventura che Gioacchino da Fiore è «di spirito profetico dotato », un’affermazione che il Bonaventura storico non avrebbe mai potuto compiere perché considerava Gioacchino «come un ignorante condannato a buon diritto ».


Quanto a Sigieri, ancora gli esperti non hanno trovato un accordo sul motivo che portò Dante a porre in Paradiso un pensatore tanto scomodo, esponente di quell’aristotelismo radicale, o averroismo, guardato con palese ostilità dal potere ecclesiastico per la piena autonomia della ragione che professava. Ma proprio un personaggio così scomodo viene posto da Dante in Paradiso accanto ai teologi più illustri e fatto presentare dal più illustre di tutti, san Tommaso d’Aquino, con le celebri parole: «Essa è la luce etterna di Sigieri, / che, leggendo nel vico degli strami, / sillogizzò invidiosi veri» ( Par. X, 136-138). Sigieri era un filosofo che professava la più rigorosa distinzione tra teologia e filosofia: collocandolo in Paradiso Dante approva questa impostazione, persino dopo la pubblica condanna ecclesiastica (cui peraltro seguì la morte sospetta di Sigieri nella curia papale per mano del segretario, si disse preso da un raptus di follia).

Perché Dante esalta Sigieri? Perché il suo pensiero si traduceva in politica nella rigorosa distinzione tra papato e impero, e nella conseguente esclusione del papato da ogni gestione del potere politico. È la prospettiva che noi oggi denominiamo laicità. Si spiega così anche l’ostilità di cui fu oggetto il pensiero politico di Dante da parte del potere ecclesiastico, con l’ordine di papa Giovanni XXII nel 1329 di dare alle fiamme il De Monarchia e l’inserimento della stessa opera nel 1559 nella prima edizione del famigerato Index librorum prohibitorum.


La repubblica – 27 maggio 2017

sabato 27 maggio 2017

Dronero, Fiera degli Acciugai






Caravaggio e l'Inquisitore


Caravaggio, Giordano Bruno e l'Inquisizione in un romanzo inedito di Ermanno Rea.

Giuseppe Lupo

Caravaggio ellittico e silente

Sullo sfondo di una Roma ancora intossicata dal fuoco che ha bruciato vivo Giordano Bruno sulla piazza di Campo dei Fiori, Ermanno Rea immagina Caravaggio costretto ad ascoltare, suo malgrado, le parole di un Inquisitore ormai vecchio e malato, che gli parla di ordine, di sottomissione, di organizzazione verticale del sapere, di visione unilaterale del mondo. In dubbio non ci sono soltanto le sorti della pittura o la fortuna dei suoi dipinti, ma il rischio della libertà, che poi è una maniera assai sottile per alludere alla propria incolumità.

Caravaggio - a parere di questo Inquisitore - ascolta troppo convintamente le voci sinistre del monaco di Nola, ha una maniera tutta sua di rappresentare Dio e il suo mistero, diverge dalla norma in nome di una modernità che nel suo caso si manifesta nei criteri di una religione inquieta e irriverente, fatta di poche verità e soprattutto percorsa da uno spirito di ribellione a qualsiasi concetto di autorità. Di questi ingredienti forti si compone il breve monologo che Rea aveva inizialmente pensato come spettacolo teatrale, poi come video, salvo più tardi abbandonare entrambi i progetti e destinare tutto alla forma di pagine stampate per essere lette. 



La parola del padre non è soltanto un’opera inedita, dunque, ma l’ultimo lascito di un autore che ha cercato nelle storie da narrare le ragioni per cui credere nell’umano, credere nella sua vocazione originaria, che è quella del combattere contro i demoni della propria epoca e contro il buco nero del tempo. Testamento morale? Può darsi. Di sicuro è un testo dalla natura enigmatica, ricco di silenzi e di ellissi (addirittura il personaggio di Caravaggio non interviene mai, se non con gesti e atteggiamenti), che poi il lettore, ragionando per paradossi, scopre essere la parte dotata di maggior fascino evocativo, perché sono quei silenzi appunto i luoghi di più pronunciata suggestione, i momenti in cui il non-dire diventa più eloquente del dire.

Se ci fermassimo ai preliminari, il pensiero correrebbe subito a un romanzo quasi omonimo di Raffaele Crovi, il cui titolo - Le parole del padre (1991) - ricalca perfettamente questo di Rea. Nel caso di Crovi, però, a manovrare il discorso non era il cardine di obbedienza/disobbedienza, ma il dialogo tra un genitore di sangue (Virginio Crovi) e un genitore letterario (Elio Vittorini). È chiaro che Crovi e Rea indagano in direzione diversa, soprattutto destinano alla dimensione autoriale un ruolo che attiene alla sfera formativa o alla funzione di controllo del sapere.


Nell’arringa che l’inquisitore pronuncia dinanzi a uno spaesato Caravaggio, infatti, i padri sono addirittura tre: il Dio supremo, il Papa, Cesare, un pantheon di auctoritates, a cui inchinarsi sempre. Più che essere una tormentata mistificazione dei doveri di una generazione verso l’altra, Rea trasforma le angosce di un’epoca in risorse di civiltà. Non è tanto importante ciò che avrebbe risposto Caravaggio (a cui peraltro, per esprimersi, basta la voce dei suoi dipinti), quanto il presagio di una condizione umana che continua a sfuggire ai richiami dell’obbedienza, continua a nascondersi in quella zona franca che è il tacere prima di assumere le vesti del dubbio.

In quel territorio di verità frammiste, in quell’area di confine dove rifugiarsi quando il rifiuto di obbedire diventa necessità di conservazione, sta il segreto di Caravaggio e Rea ne approfitta per compiere un discorso sull’artificio del dissenso, sul segreto del non allinearsi che risuona un po’ come una sorta di sfida lanciata ai paradigmi del potere nelle sue forme più ottuse e sterili. Rea parla di ieri ma con un occhio sull’oggi ed è così che la sua scrittura si fa recitativo morale, forse presagio di tempi tristi, i nostri, dove altre, più subdole funzioni di controllo esercitano il proprio potere lasciando aperta e indisturbata la porta di una finta libertà.


il sole 24 ore – 21 maggio 2017

Populismo, un virus contagioso



Dall'Europa agli Stati Uniti Marco Revelli analizza il fenomeno in crescita del populismo. Il libro è interessante, la recensione un po' meno, soprattutto per la fastidiosissima abitudine di certi nostri intellettuali di usare il latinorum (mood, stimmung, ecc.) per stupire i semplici con lo sfoggio della propria cultura. Insomma, cialtronate da Dottor Balanzone che un giornale, attento alla comunicazione, come il Manifesto, dovrebbe il più possibile evitare.

Marco Bascetta

Il contagioso virus della società sfarinata

A cosa può servire una categoria, o una definizione, che comprenda una molteplicità talmente vasta ed eterogenea di fenomeni ed esperienze che si accavallano e si contraddicono, si assomigliano e si distinguono attraversando realtà geografiche e tempi storici diversi e difficilmente paragonabili? È la domanda che siamo costretti a porci non appena capiti di mettere le mani sul termine forse più infestante del dibattito pubblico contemporaneo: populismo. Se lo si maneggia da un punto di vista denigratorio o apologetico i contorni si fanno certo più precisi.

Per l’establishment, ossia le élites dominanti e i molti che ne dipendono, si tratta di una demagogia distruttiva delle regole e delle forme della «civile convivenza» in regime di libero mercato. Per quanti si proclamano orgogliosamente populisti si tratta invece di un ritorno alla fonte prima e legittima della sovranità, il popolo appunto, usurpata da caste, oligarchie e poteri opachi e imperscrutabili. Sono però enunciati, questi, che permangono in pieno regime di falsa coscienza. La convivenza difesa dai primi è infatti tanto poco «civile» quanto il popolo dei secondi è ben lontano dalla pratica di una democrazia che possa dirsi diretta.

Che fare dunque? Si può tentare di passare dal singolare al plurale, ma comunque l’album di famiglia dei populismi resta alquanto confuso. Non si capisce bene chi debba esservi incluso né a quali condizioni. Si può ricorrere allo schema che più di ogni altro i populisti respingono: la partizione tra destra e sinistra, distinguendo tra populismi di stampo egualitario e populismi di ispirazione organicistica, ma anche qui le linee finiscono col confondersi o col perdere ogni senso comparativo.

Si può, infine, tracciare confini temporali. Tanto per chiarire che se Masaniello e Donald Trump ce l’hanno entrambi con le tasse, per il resto hanno poco a che spartire tra loro. Distinguere tra un populismo classico otto e primo novecentesco e un neopopulismo contemporaneo è, del resto, assolutamente sensato.



Marco Revelli nel suo ultimo lavoro (Populismo 2.0, Einaudi, pp.155, euro 12) si affaccia brevemente su tutte queste possibilità senza, peraltro, affidarsi interamente a nessuna. Ma ha poi davvero senso cercare un minimo denominatore comune o un insieme di caratteristiche tali da conferire alla nozione di populismo sufficiente rigore? O non è forse un tempo, una fase, un passaggio storico (la crisi permanente in cui viviamo nel nostro caso) piuttosto che una forma politica, una ideologia, una dottrina o una precisa costellazione di soggetti a sviluppare un certo senso comune, determinati umori e comportamenti?

Revelli coglie, a questo proposito, un punto importante: il populismo – scrive – non è un «ismo» come gli altri ma qualcosa di molto più impalpabile e indefinito: «È uno stato d’animo. Un mood. La forma informe che assumono il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale».

Ed è precisamente questo mood che Revelli insegue e cartografa attraverso le mappe elettorali dei successi di Donald Trump negli Usa e di Marine Le Pen in Francia, attraverso le affermazioni del Leave in Gran Bretagna e gli exploit della destra xenofoba di Afd in Germania. Mappe che indicano la «cattura» da parte di questi personaggi e schieramenti politici, degli esclusi e dei «fregati», dei perdenti e dei passeggeri di un ascensore sociale in continua e precipitosa discesa. In realtà l’identikit sociologico di questo popolo del populismo è alquanto incerto e precario. Vi si possono rintracciare tratti della classica contrapposizione tra città e campagna, centro e periferia, ma questo genere di polarità sembrano tutt’altro che esaurienti. I soggetti che le popolano sono sottoposti a evidente instabilità e coltivano labili convinzioni.

Ora, se assumiamo effettivamente il termine populismo come la diffusione di una Stimmung, una «tonalità emotiva», alimentata dagli effetti della crisi e dalla prepotente arroganza del suo governo oligarchico ne dobbiamo altresì registrare l’ambivalenza. Convivono in questo stato d’animo nostalgie e volontà di cambiamento, desiderio di autodeterminazione e bisogni di affidamento, disincanto e credulità. Questo significa che «il disagio e i conati di protesta» possono prendere strade diverse e antitetiche. In altre parole, se il populismo non è un «ismo» come gli altri lo si può considerare come uno stadio preliminare che tende però rapidamente a diventarlo, traducendosi in nomi che corrispondono a tradizioni e politiche tristemente identificate: nazionalismo, razzismo, autoritarismo.

O, al contrario, in esperimenti di democrazia partecipata che si sporgono oltre la crisi della rappresentanza. Che la Francia incantata da Le Pen, l’America di Trump, l’Ungheria di Orban, la Polonia, l’Inghilterra del Brexit abbiano sciolto gran parte delle ambiguità sotto il segno del nazionalismo (con tassi variabili di xenofobia) è fuori di dubbio. Che vi prevalgano contenuti sociali o subalternità alle leggi del neoliberismo non cambia molto quanto alla minaccia che rappresentano per le libertà individuali e collettive.

Revelli prende in esame i tre fattori che nell’analisi di Christa Deiwks costituirebbero l’elemento comune a tutti i populismi. In primo luogo il popolo, considerato come unità inscindibile e naturale, si contrappone, da un lato, alla élite privilegiata che lo sovrasta e lo espropria, dall’altro al corpo estraneo dei migranti che ne minerebbe abitudini, sicurezze identità.


Il secondo fattore è la convinzione di avere subito un torto, di essere caduti vittime di un complotto di corrotti e lestofanti. Il che spiega anche il ruolo salvifico attribuito al potere giudiziario. Il terzo momento chiama in causa un potere «buono», vicino al sentire della «gente», cui si affida il compito di cacciare gli usurpatori e ristabilire l’etica popolare. Non è difficile riconoscere in questi tre fattori le caratteristiche proprie del risentimento: l’assunzione del punto di vista della vittima come criterio di verità e l’invocazione di un redentore chiamato a ristabilire la giustizia «in nome del popolo».

Possiamo ora considerare questi tratti comuni, non a una ideologia, a una proposta politica o a un soggetto sociale, bensì a un’epoca, quella che ha visto la controrivoluzione neoliberale affermarsi come governo della crisi. L’unitarietà organica del popolo non è forse figlia di quella messa al bando del conflitto dalla vita sociale e di quell’idea di competitività che è la versione economicista del nazionalismo? E l’idea di un salvatore che faccia «il bene del popolo» non è, per caso, imparentata con la concezione postdemocratica delle élites che «fanno il bene dell’economia»?

Il populismo contemporaneo, allora, può considerarsi la forma, prescelta perché ritenuta più manipolabile, verso la quale il paradigma dominante ha cercato di sospingere le contraddizioni che andava generando (Berlusconi e Trump ne sono gli esempi più illuminanti). Il che non vuol dire che non possa sfuggire di mano, come accadde negli anni Trenta.

La Stimmung di cui parlavamo, tuttavia, non è affatto campata in aria o frutto di un puro e semplice accecamento ideologico. La percezione dell’espropriazione subita, il carattere parassitario del comando capitalistico, le mostruose diseguaglianze, lo sfruttamento sempre più intenso di una vita impoverita sono ben reali e radicate nelle condizioni del presente. Miscelarle in un popolo cui far dire quel che si vuole e cui sacrificare le nostre molteplici ragioni è la premessa sicura di una qualche forma postmoderna di fascismo. Ma a partire da queste contraddizioni si può prendere tutt’altra strada quella lungo la quale le intelligenze produttive dei molti costruiscano autonomia, autorganizzazione, potere.


Il manifesto – 3 maggio 2017

giovedì 25 maggio 2017

Quaranta finestre 8. Voltaggio



8. Voltaggio (AL)

Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Cesare Pavese

Bentornato, Francesco. Itinerari di Letteratura 2017


Venerdì 27 maggio iniziano gli Itinerari di Letteratura 13 edizione 2017, organizzati dall'Associazione Amici di Francesco Biamonti in collaborazione con il Comune di San Biagio della Cima (Im). 7 appuntamenti fra letteratura, paesaggio, itinerari a piedi e fotografia.

Il primo appuntamento, alle 16,30, del 27 maggio, presso il Centro Polivalente "le rose", prevede il "gemellaggio" fra il Parco Francesco Biamonti e Il Parco Beppe Fenoglio, incontro fra due comunità che hanno deciso di valorizzare la figura e i luoghi dei propri scrittori. Interverranno, oltre al sindaco di San Benedetto, anche Enrico Rivella e Veronica Pesce che ci parleranno proprio di Beppe Fenoglio e dell'Alta Langa.

Alle 18,30 verrà inaugurata la mostra fotografica "Sui luoghi di Biamonti" che presenta il lavoro di un gruppo di soci del "Foto Club Riviera dei Fiori" dedicato a Biamonti e al suo territorio.

Il giorno dopo: tradizionale passeggiata-itinerario sui luoghi di Biamonti. Questa volta si percorrerà il crinale fra valle Nervia e val Roja in direzione della cima dell'Abelio. Partenza da San Biagio (davanti al Comune) alle ore 8,30. Munirsi di scarpe da trekking, borraccia d'acqua e qualcosa da sgranocchiare per pranzo.  

Catilina, Cesare e la rivoluzione romana


"Usque tandem, Catilina”. Tutti ricordiamo l'inizio della requisitoria di Cicerone contro Catilina, nemico della Repubblica. Ma chi fu Catilina: uno spregiudicato avventuriero pronto a tutto per il potere o un leader rivoluzionario delle masse popolari romane? Uno storico inglese ricostruisce la crisi della Repubblica e la vita politica romana.

Luciano Canfora

E Catilina puntò sulle masse urbane I segreti di una crisi «rivoluzionaria»


Federico Santangelo, che insegna Storia antica a Newcastle, ha il merito di aver trascelto, curato e dato alle stampe con tutti gli onori un cospicuo manipolo di scritti inediti di Sir Ronald Syme: ventisei pezzi, per complessive 400 pagine, raccolti sotto il felice titolo Approaching the Roman Revolution (Oxford University Press). Quando Syme morì, ottantaseienne, il 4 settembre 1989, era nel pieno dell’attività, e nel Wolfson College di Oxford, dove risiedeva, furono trovati materiali inediti, ma molto avanti nella stesura. Non è dato sapere perché li avesse lasciati inediti, è comunque stato un bene pubblicarli. In gran parte riguardano temi e personaggi correlati con il grande suo libro, grazie al quale Syme è destinato a durare come uno dei vertici della storiografia europea: The Roman Revolution (1939). Libro divenuto accessibile in Italia solo a partire dal 1962 grazie alla magnifica traduzione approntata da Manfredo Manfredi.

Più che mai in questi ventisei saggi, si apprezza la scelta di Syme di mettere a frutto la sua immensa conoscenza delle singole persone, comunque testimoniate, della classe dirigente romana, nonché il dominio ineguagliato che egli ebbe delle fonti latine. Il che fa sì che — come sempre nelle sue opere — le note a pié di pagina rinviano, in stretta simbiosi col testo, alle fonti, non al «mormorio» secondario della bibliografia recente o recentissima. Emblematica, a tal proposito, la battuta di Syme detta ad Arnaldo Momigliano che lo incalzava con domande bibliografiche (se avesse letto, sui più disparati argomenti, tale o tal altra saggistica recentissima): preferisco leggere le fonti.


Il nome di Momigliano ci porta al cuore del problema: alla più celebre recensione che La rivoluzione romana ricevette, quella di Momigliano per il «Journal of Roman Studies» (1940), di impianto quasi marxista. La critica più forte era che Syme aveva raccontato la storia della crisi della Repubblica romana unicamente come storia dei complicati e spesso sconcertanti intrecci nell’ambito dei gruppi dirigenti, dimenticando il peso e il ruolo delle masse, in primis quelle militari.

Syme non cambiò mai posizione su questo punto, nemmeno nei suoi due grandi libri del dopoguerra: il Sallustio e il Tacito . Presentando, vent’anni dopo, La rivoluzione romana al lettore italiano, Momigliano volle suggerire una fonte di un siffatto «sviluppo intellettuale» di Syme e indicò l’opera prosopografica di Sir Lewis Namier Storia del Parlamento inglese : ma Syme fece sapere di non averlo mai letto. C’era dell’ironia in queste repliche del professore-Sir, e agente inglese a Istanbul durante la guerra, indirizzate al professore e rifugiato italiano, di formazione crociana e storicistica.

L’altra critica che Momigliano rivolgeva nel 1940 a La rivoluzione romana era di aver preso le mosse — nella ricostruzione della fine della Repubblica — dall’anno 60, l’anno del cosiddetto «primo Triumvirato» (era, da parte di Syme, un ammiccamento ad uno dei suoi modelli, Asinio Pollione), anziché dal decennio 80-70 a.C.: dittatura di Silla, sua abdicazione e progressiva demolizione della costituzione sillana. Anthony Birley ha osservato, molti anni fa, che probabilmente una risposta (implicita) di Syme fu di mettersi a scrivere — durante il periodo di Istanbul — proprio su quel decennio: gli articoli sull’abdicazione di Silla, sul processo di Roscio Amerino, sul «console sovversivo» (definizione di Gino Labruna) ed ex sillano Emilio Lepido.

È degno di nota il fatto che non pochi degli inediti compresi nel novissimo volume edito da Santangelo riguardino proprio quel periodo. Perciò s’intitola Approaching the Roman Revolution. Prova del fatto che quella critica era calzante. Ma è anche sintomatico che l’indagine si sviluppi, in questi saggi, sempre alla maniera del grande libro del 1939: il senso dell’agire politico dei personaggi grandi e meno grandi che vengono fatti vivere in queste pagine discende sempre dall’intricata ragnatela dei loro rapporti parentali, clientelari e di «clan». Senza mai dimenticare il fermo convincimento di Syme (reso esplicito nel Livy and Augustus del 1959) secondo cui «la storia vera è quella segreta».


Dalla ricchissima materia del volume trascegliamo il saggio sull’«allegra Sempronia», The Gay Sempronia . Prende avvio dal celebre ritratto di questa donna straordinaria, che Sallustio inserisce nel racconto della congiura di Catilina anche se il ruolo di lei nel complotto (63 a.C.) è di fatto inconsistente. «Questa signora di classe prendeva ciò che voleva, incurante della reputazione». Essa era al centro dell’aristocrazia romana, moglie di un Decimo Bruto e forse madre di quel Decimo Bruto che accompagnò Cesare in Senato a farsi ammazzare il 15 marzo del 44. Era forse zia di quella Fulvia, non meno allegra a giudicare dal vivace episodio narrato con toni deprecanti da Valerio Massimo, la quale divenne spia al servizio di Cicerone ed ebbe un ruolo decisivo, secondo Sallustio, nel successo di Cicerone contro la trama ordita dai catilinari per farlo fuori e prendere il potere. Syme ricostruisce — in questo inedito — i rapporti tra le due donne e di Sallustio con la più giovane di esse, Fulvia. Adombra, con mano lieve ma penetrante, la vicinanza di Sallustio stesso con quegli ambienti.

E finisce col mettere in crisi la tesi, classica, di Eduard Schwartz secondo cui Sallustio avrebbe scritto La congiura di Catilina per scagionare l’ormai defunto Cesare dalle accuse di complicità con Catilina diffusesi quando apparve, postumo, lo scritto di Cicerone De consiliis suis che quella complicità denunciava, o anche per colpire Decimo Bruto attraverso il «ritratto» di sua madre. È molto più probabile che le finalità di quello straordinario libro di storia «segreta» che è La congiura di Catilina fossero altre, non ultimo un chiarimento che riguardava Sallustio medesimo. Del quale — io credo — non è escluso che, ventenne, si fosse trovato assai vicino alla jeunesse inquieta, economicamente in difficoltà, e pronta alla «rivoluzione» che Catilina aveva saputo attrarre e organizzare.

Sta di fatto comunque, e questo non andrebbe dimenticato affascinati dalla sapienza di Syme nel raccontare le dinamiche delle classi dirigenti, che più volte, nello splendido e faziosissimo libro di Sallustio, fanno capolino, nella vicenda dell’anno 63 a.C., le masse urbane. E si capisce molto bene dai numerosi cenni sparsi in quelle pagine, che, per un momento non breve, con l’aiuto di quelle masse, Catilina avrebbe potuto vincere.


Il Corriere della sera – 24 maggio 2017

Manchester: l'infanzia perduta del mondo


Come non perdere umanità e mantenere viva la speranza.

Massimo Recalcati

L'infanzia perduta del mondo

L'obiettivo tragicamente chiaro: uccidere nel mucchio le vite dei nostri figli in un luogo di festa. Lo strumento terribilmente noto: una bomba cieca costruita per fare a pezzi i loro giovani corpi offrendoli al Dio pazzo e sanguinario che vuole la morte degli infedeli. E noi? Noi che restiamo attoniti di fronte a questa orrida malvagità? Non siamo solo esposti allo sgomento della nostra vulnerabilità impossibile da proteggere, al fatto semplice e brutale che niente può garantirci una sicurezza adeguata se il “nemico” ci colpisce in questo modo moltiplicando infinitamente i nostri punti sensibili. Siamo anche investiti di una responsabilità enorme.

Cosa fare, cosa dire di fronte all’angoscia dei nostri figli? Quale responsabilità hanno gli adulti che osservano impotenti lo scempio compiuto sulle vite innocenti? Cosa possiamo fare per aiutare quelle vite che non sono state spezzate dalla violenza assurda della morte?

L’obiettivo del narcisismo folle del terrorista islamico è quello di generare angoscia. Colpire l’innocente è colpire tutto il mondo. In gioco non è solo la punizione dell’Occidente corrotto, ma la chiusura, l’annientamento dell’orizzonte stesso del mondo. Dopo ogni attentato dove i nostri figli muoiono, muore con loro anche un pezzo di mondo. Dopo ogni attentato l’orizzonte del mondo si restringe, la libertà si riduce, si contrae, non è più libera. Siamo tutti, a causa della follia terrorista, nella condizione paradossale di vivere in una sorta di libertà prigioniera. È questo il vero messaggio di morte che il terrorismo ogni volta rinnova soprattutto quando stronca la vita nel pieno della sua giovinezza.

La nostra prima responsabilità è fare in modo che questo lutto possa diventare davvero collettivo. Ma cosa significa? Condividere il lutto — renderlo collettivo — significa condividere un dolore sordo che vorrebbe separarsi e allontanarsi da tutto, significa continuare a scegliere l’apertura del mondo alla tentazione della sua chiusura.

È il terrorismo che vuole il muro, la guerra, lo scontro, il conflitto senza tregua. È il terrorismo che vuole che il mondo si chiuda, che perda la sua apertura. Condividere il lutto significa allora preservare il mondo come un luogo aperto del quale non si deve avere paura. Come accade in quel noto esperimento di psicologia evolutiva dove si invita un bambino piccolo a gattonare verso un precipizio illusorio.

Se il volto della madre che lo osserva reagisce con un’espressione di spavento, il bambino si blocca e si mette a piangere disperatamente. Se, invece, la madre risponde con un sorriso il bambino, dopo un attimo di esitazione, riprende a gattonare attraversando felice e sicuro il precipizio. La paura è dissolta. Ecco la responsabilità che ci investe: dare prova di saper resistere, di fronte allo sguardo impaurito dei nostri figli, alla tentazione della chiusura.

Nella vita dei nostri figli — nella vita dell’innocente — è custodito il segreto del mondo. La vita dei nostri figli coincide con l’avvenire, con il dono, con la vita stessa del mondo. Sopprimerla è voler sopprimere la vita del mondo. Tenere aperto il mondo è, dunque, la sola possibilità di continuare a fare vivere i nostri figli. Solo se non tutto è morte, la vita può avere ancora un senso.

Questo non significa sottovalutare il delirio teologico che ispira questi assassini. Il loro mondo vorrebbe sopprimere il mondo in quanto tale. È la manifestazione più odiosa del fondamentalismo. Essi ci dicono: «Il tuo mondo non vale nulla, è fatto di concerti e cose frivole, è fatto solo di polvere; il solo mondo che conta è il mondo al di là del mondo dove i martiri saranno ricompensati illimitatamente del loro sacrificio». Ecco, noi siamo, invece, quelli che abitano il mondo. È questa la prova che dobbiamo sostenere per amore dei nostri figli: mostrare loro che questo mondo fatto di polvere è in realtà anche ricco di luce, che non tutto è morte.

Si tratta di testimoniare più che spiegare. Testimoniare cosa? Testimoniare l’apertura e non la chiusura del mondo. Come? Non avendo paura, rifiutando l’angoscia, respingendo la rassegnazione. Mostrare che la morte non è l’ultima parola sulla vita. Non lasciare che l’illusione teologica dei terroristi trasformi il nostro mondo in un luogo di polvere e di paura.

Di fronte al flagello inesorabile dell’epidemia che trascinava con sé le vite di bambini innocenti, il padre gesuita Paneloux, uno dei protagonisti del romanzo “La Peste” di Camus, distingueva gli uomini in due tipi: quelli che fuggono dal dolore e dalla malattia e quelli che restano. Condividere il lutto — fare del lutto un evento collettivo — significa mettersi, di fronte agli occhi smarriti dei nostri figli, dalla parte di quelli che sanno restare, che sanno, appunto, mantenere sempre aperto l’orizzonte del mondo.


La repubblica – 24 maggio 2017

mercoledì 24 maggio 2017

I miei amici di qui. Giovanni Boine a cento anni dalla morte



Il giorno 29 maggio 2017, alle ore 15,
presso l'Istituto di Istruzione Superiore “G. Ruffini” di Imperia,
avrà luogo la Tavola rotonda
a cura della Fondazione Mario Novaro
sull'opera di Giovanni Boine nel Centenario della morte

“I miei amici di qui”

Il titolo è lo stesso di uno dei Frantumi (editi per la prima volta postumi, a cura degli amici, nel 1918) di Giovanni Boine (morto a Porto Maurizio, oggi Imperia, il 16 maggio del 1917, a nemmeno trent'anni compiuti)

I relatori, tutti esperti dell’Opera boiniana, saranno Fabio Barricalla, poeta e filologo italiano, già autore di edizioni critiche di testi boiniani (Il peccato ed altre cose, Matisklo edizioni; Salmi della vita e della morte, Edizioni San Marco dei Giustiniani); Marino Magliani, scrittore, narratore tra i più quotati dell’estremo Ponente ligure (l’ultimo suo romanzo: L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi, edito da Exòrma); Maria Novaro, architetto, Presidente della “Fondazione Mario Novaro” di Genova, nipote del direttore della rivista “la Riviera ligure” di Oneglia (uno degli ‘amici di qui’) e attivamente impegnata da anni nella conservazione della memoria del nonno e degli autori a lui legati; Ito Ruscini, poeta e studioso di storia delle religioni nonché allievo di Angelo Saglietto detto il “Sofo” (altro ‘amico di qui’), al quale ha dedicato una monografia (Con Sofo, edito da Laterza). Durante il pomeriggio di studio, sarà proiettato un video di Nicola Stefanolo sulla breve vita di Giovanni Boine.  

On the road/En la ruta. In viaggio con il Che



Pubblichiamo in versione «ampliata» lo scritto di Massari che fa da prefazione al libro fotografico - curato da Sandro Lusini e Cesare Moroni - Ernesto Che Guevara: la Ruta del Che - Argentina e Bolivia.

Roberto Massari

On the road/En la ruta


En la ruta… On the road… En route… Auf den Weg… Sulla strada… L’espressione è antica, è comune a molte lingue e continua ad evocare sensazioni che nell’epoca di Facebook in Rete o di Fast and Furious (8!) al cinema riescono a sopravvivere solo come creazioni mentali (perifrasi storico-concettuali), desideri immaginifici, impulsi emotivi alla rottura della routine quotidiana. Immortalata da libri come il classico di Kerouac (1957), assunta come motto dallo scoutismo degli adulti in auge nell’Italia degli anni ‘60, sussurrata dagli impavidi autostoppisti che affollavano gli Auberges de la jeunesse di mezza Europa, quell’espressione ha nondimeno caratterizzato un’epoca, che si può identificare con discreta approssimazione negli anni ‘50 e ‘60, fino all’esplosione semiplanetaria del Sessantotto.

Nel ‘68 Guevara era già morto, da pochi mesi: lui che di quel grande moto giovanile aveva anticipato quasi ogni ambizione utopica, ogni movente iperattivistico, ogni urlo di sfida perentoria e radicale contro il sistema. E aveva anticipato tutto ciò… mettendosi in cammino: in cammino lungo i sentieri tortuosi, selvatici o falsamente civilizzati della sua Grande America, la Pacha Mama violentata degli antichi popoli nativi, meticcia nella sofferenza di nuove immigrazioni e tradizioni imbastardite.

Ma non si pensi che per il giovane Ernesto la formula del viaggio vada intesa in senso allegorico. No: prima imbarcato su navi di lungo corso come apprendista infermiere; poi i quasi 5.000 km andini in bicicletta; a seguire, il periplo con Granado compiuto in moto, camion, zattera, a piedi e in un aereo per il trasporto cavalli; infine il terzo viaggio cominciato in treno alla stazione di Belgrano (1953) e terminato nel groviglio di mangrovie de Las Coloradas (1956), in mezzo alla prima di una lunga serie di stragi dei compagni di lotta.

La trasformazione rivoluzionaria di Ernesto nel Che era stata preparata dall’epopea giovanile del viaggio. Ora questa è storia arcinota, grazie ai libri e al cinema. Quando, però, queste informazioni me le dava Hilda Gadea (la peruviana sua prima moglie e madre di Hildita), nei mesi in cui visse con me a Roma (1969 e 1970), nessun altro al mondo ancora le aveva scritte, teorizzate e forse neanche pensate (con l’esclusione della madre Celia, il fratello Roberto che me ne parlò quando fui suo ospite a Buenos Aires, l’amica Tita Infante e pochi altri suoi intimi). Ma Hilda era la testimone più attendibile, perché da lei Ernesto aveva ricevuto la prima formazione politica (sartriana e marxista) che doveva spingerlo a diventare un autentico ribelle nella mente oltre che nel cuore.


Se i viaggi che ho citato possono considerarsi l’anabasi di Ernesto dall’Argentina a Cuba (attraverso Bolivia, Perù, Guatemala e Messico), i luoghi della guerriglia boliviana costituiscono certamente la catabasi (da Cuba a La Higuera, passando per Congo, Tanzania, Praga). È tantissimo da raffigurare per immagini fisse e quindi ben venga questa sintesi editoriale che ci offre anabasi e catabasi guevariane con l’immediatezza del mezzo fotografico: un bel mezzo… vista la qualità cromatica di preziose inquadrature.

Vorrei aggiungere molto, ma lo spazio è poco. Sarebbe giusto però, per informazione del lettore, che mi dilungassi a descrivere i progetti di viaggi «Sulle orme del Che» dei quali sono stato il primo ideatore in assoluto. Non che mancassero fin dai primi anni ‘70 «pellegrini» del guevarismo che andavano a ripercorrere le varie rutas del Che (io fui tra questi già a Cuba nei sei mesi che vi trascorsi nel 1968). Ma non erano viaggi organizzati, di gruppo e dotati di una specifica meta ideale.

Il primo l’organizzai io a Cuba, e fu certo il primo, visto che nemmeno l’autista, cubano e membro della Seguridad, riusciva a trovare la strada per Alegría de Pío dove invece mi ero recato in precedenza. E uno abbastanza avventuroso l’organizzai in Perù/Bolivia (passando per Machu Picchu e lago Titicaca). Ma poi dovetti desistere di fronte all’esplosione turistica e allo sfruttamento commerciale di quelle idee. Sicché i miei personali viaggi «sulle orme del Che» ho ripreso a farli con la mente e col cuore, ma seguendo ben altri itinerari. Si provi per es. a riflettere sul fatto che anche Caravaggio e Chopin (mese più mese meno) sono morti a 39 anni come Guevara…

Roberto Massari è fondatore e presidente (dal 1998) della Fondazione Ernesto Che Guevara internazionale, principale editore e traduttore delle Opere del Che in Italia, direttore dei Quaderni della Fondazione Ernesto Che Guevara.





Gli Illuminati tra Germania e Italia nel tardo Settecento


Basta una minima navigazione in rete per imbattersi in centinaia di siti sugli illuminati presentati come i registi occulti della storia dell'Occidente dal Settecento ad oggi. Un convegno a Roma presenta i risultati della ricerca scientifica degli ultimi anni, ovviamente del tutto ignorata da complottisti e cercatori di misteri.

Istituto Italiano di Studi Germanici
CONVEGNO INTERNAZIONALE
Gli Illuminati tra Germania e Italia nel tardo Settecento

Una giornata di studio sabato 10 giugno 2017 dalle ore 10.00 alle ore 17.00 presso Villa Sciarra (Via Calandrelli, 25) a Roma

Ore 10:00
Introduce Vincenzo Ferrone

INTERVENTI DI: Gianluca Paolucci, Introduzione: gli Illuminati tra la Germania e l’Italia; Massimo Lardi, Il podestà svizzero Tommaso de Bassus, “l’uomo di riguardo per dar peso alla cosa da lontano”; Nico Perrone, Friedrich Münter: un illuminato danese nel Regno di Napoli a organizzare le logge. Dalle carte segrete dell'archivio massonico di Copenaghen; Reinhard Markner, Costanzo marchese di Costanzo: frammenti della biografia di un Illuminato italiano

 Ore 13 pranzo-buffet

Ore 14:30
Introduce Roberta Ascarelli

INTERVENTI DI: Furio Bacchini, Alessandro Savioli: dalla Baviera alle Romagne; Gian Mario Cazzaniga, Illuminati italiani e origini del Risorgimento nella storiografia italiana del Novecento; Elisa D’Annibale, Memorie di un gesuita: Barruel e la teoria del complotto in Italia


Venire in Liguria per scoprire se stesse. "Un incantevole aprile", romanzo protofemminista del 1923


Definito "romanzo protofemminista", “Un incantevole aprile” del 1923, ora riproposto in una nuova traduzione da Fazi, racconta un viaggio in Liguria che diventa per tre giovani donne inglesi iniziazione ad una vita autonoma. 

Graziella Pulce

Impertinenze e frivolezze di una londinese, sbarcata con le amiche in Liguria

E’ difficile resistere alla scrittura di Elizabeth von Arnim, britannica nata in Australia, grande viaggiatrice, che collezionò mariti, amanti e amicizie importanti nell’Europa che contava e seppe dare un quadro vivace dei suoi tempi con leggerezza di tratto e acuto spirito di osservazione, doti esercitate tanto in ambito psicologico-sociale quanto politico. Dopo Il giardino di Elizabeth, opera d’esordio, uno tra i suoi titoli più noti è Un incantevole aprile, la cui prima traduzione uscì da Le Monnier nel ’28, e ora viene ripreso da Fazi, nell’elegante versione di Sabina Terziani (introduzione di Cathleen Shine, pp. 287, € 15,00).

Il romanzo è tutto un tessuto di arguzie, impertinenze e sottigliezze. Il primo personaggio ad affacciarsi è Mrs Wilkins, una giovane che legge sul Times l’annuncio di un castello medievale da affittare per un mese in Italia. Decide ipso facto di rispondere senza consultare il marito e fa in modo di coinvolgere altre tre donne. Con queste nuove amiche fa l’esperienza del soggiorno in un piccolo centro ligure baciato dalla luce, inondato di fiori, giardino di delizie, anzi vero e proprio locus amoenus, definito come autentico paradiso da chi si è lasciato alle spalle il grigiore di Londra, le sue asfissianti regole sociali, mariti e genitori compresi. Lo spazio del giardino, del luogo naturale circoscritto, va a rappresentare una negazione recisa e coerente della city, luogo nel quale al massimo la bellezza trasforma un uomo intelligente in un idiota.

Le piccole difficoltà di adattamento in un ambiente tanto diverso dal loro e le piccole scaramucce che intervengono tra le ospiti sono il preludio di una profonda trasformazione che muta radicalmente l’animo di tutti coloro che cadono nell’incantesimo del castello: sole, glicini, lillà e acacie con i loro profumi e i loro colori soavi introducono come per magia ad uno stato di armonia e di serenità. Ma von Arnim non è E. F. Benson e queste signore non sono Mapp e Lucia, le cui avventure peraltro sono pubblicate in quello stesso periodo. Siamo del tutto lontani anche dal Forster di Camera con vista. Il ritmo è quello della commedia brillante, in cui l’umorismo deriva da un’intelligenza appena destata a nuova vita che coglie la stupidità dei conformismi.


Dunque una storia non convenzionale basata sulla singolare circostanza per cui una giovane donna, non particolarmente intelligente e del tutto priva di ambizioni, si lascia sedurre dalla possibilità di concedersi un mese di solitudine, bellezza e libertà in compagnia di sconosciute, anche bizzarre o altezzose, ma con le quali riesce a liberare energie restate del tutto silenti fino a quel momento. È proprio Mrs Wilkins a mettere in moto un meccanismo che trasforma gli egoismi in lealtà generose.

Spietata nel rappresentare gli stereotipi della società britannica, l’autrice è abilissima nel ritrarre condizioni sociali, culturali e psicologiche di creature che, appena si allontanano dai luoghi nei quali i loro ruoli sono predeterminati, si ritrovano per incanto capaci di risolvere problemi, di articolare pensieri intelligenti e pieni di buon senso e di dirigere a modo loro e con esiti pienamente positivi questioni che nel loro ambiente di origine non avrebbero osato affrontare senza il soccorso di un maschio condiscendente.

Elizabeth von Arnim illumina magistralmente lo spazio che si estende tra un’apparenza di disadorna banalità e la disarmante perspicacia di una femminilità risoluta, equilibrata e incurante dei pregiudizi, tale da indurre anche gli uomini più fatui ad essere migliori. Una condizione che l’autrice conosceva bene e che aveva vissuto in prima persona. Tutti gli elementi che entrano nella composizione di questo romanzo ostentano una perfetta frivolezza, eppure generano un’eco persistente, il cui suono annuncia l’avvento di un modo nuovo di essere donna e un nuovo possibile rapporto tra i generi.


Il Manifesto/Alias – 7 maggio 2017

martedì 23 maggio 2017

150 anni d’avventura. Quando i nostri esploratori sfidavano le vette e gli abissi


Fondata un secolo e mezzo fa, la Società Geografica è stata all'inizio del secolo scorso uno degli strumenti utilizzati dal nascente imperialismo italiano nella sua competizione con le grandi potenze del tempo, Francia ed Inghilterra. Il declino del peso internazionale dell'Italia, dopo la seconda guerra mondiale, ne ha fortemente ridimensionato il ruolo e oggi rischia di essere dimenticata.

Stefano Malatesta

150 anni d’avventura. Quando i nostri esploratori sfidavano le vette e gli abissi

Domani [16 maggio], nella splendida Villa Celimontana a Roma, si celebrerà alla presenza del capo dello Stato e di altre autorità il 150esimo anniversario della Società Geografica Italiana. La Società è stata uno dei pochi organismi pubblici – così come l’Accademia dei Lincei o la Normale di Pisa – a non finire nel ritmo blando della burocrazia. Sempre con mezzi ridotti, nel passato è riuscita a organizzare spedizioni memorabili, come quella guidata da Filippo De Filippi e da Giotto Dainelli, il più grande geografo italiano, sull’Himalaya nel 1913, quella del Duca degli Abruzzi al Polo Nord, con il capitano di vascello Umberto Cagni che aveva attraversato il grande “pack” del Mar Glaciale Artico durante l’inverno con una sola slitta, dodici cani e le provviste al di sotto della necessità.

Il Palazzetto Mattei che ospita la Società è addobbato con le mappe geografiche di Vittorio Bottego, di Romolo Gessi e di molti altri esploratori. In genere queste commemorazioni sono esercizi di retorica. Ma stavolta la celebrazione si presenta come un paradosso: l’assenza della Società Geografica stessa, vista la mancanza da ormai troppo tempo di molte delle sue attività. Quello che è rimasto è solo un involucro bellissimo svuotato della sua essenza, l’entrata spettacolare in via della Navicella, una pineta attraversata da viali ombrosi e la vista superba sulla passeggiata archeologica. È un posto unico, in altri paesi non avrebbero mancato di valorizzarlo al massimo perché non esiste un sito uguale tra manufatti archeologici e memorie storiche. Adesso studiosi e viaggiatori non frequentano più il Palazzetto Mattei.


La Società Geografica Italiana nacque a imitazione della gloriosa Royal Geographical Society, quella leggendaria fondata da Sir Joseph Banks, che era stato con James Cook nei Mari del Sud, alla ricerca dell’albero del pane che poteva sostituire la farina nell’alimentazione degli schiavi africani nelle piantagioni di zucchero nell’America degli inglesi. L’impresa più gloriosa è stata compiuta negli anni della Prima guerra mondiale da Ernest Shackleton, che nella sua missione in Antartide aveva attraversato lo Stretto di Drake, il tratto di mare più tempestoso del mondo, con onde di venti metri su un canotto di cinque metri senza mai dormire per diciassette giorni, insieme ai suoi quattro compagni.

Quanto a David Livingstone (1813-1873), aveva lo spirito del missionario e come tale si comportava, però faceva finta di non sapere che sulle sue tracce dopo qualche tempo sarebbero avanzati i reggimenti delle giubbe rosse dai bottoni d’oro e avrebbero piantato la Union Jack sulle terre conquistate. L’Inghilterra stava attraversando il periodo più imperialista della sua storia: un sentimento che provocava delle curiose sindromi. Per cinquant’anni gli inglesi coloniali dell’India hanno creduto alla possibilità che squadroni di cosacchi potessero scendere nelle pianure indiane attraverso i passi himalayani.

Era l’epoca in cui i due imperi si guardavano in cagnesco e giocavano a nascondino in altitudine tra il Pamir e l’Hindukush. Le spie travestite da geografi, sempre con il compasso nelle tasche, fingevano di essere lì per misurare l’altezza degli ottomila metri e giocavano a nascondino con gli agenti russi, travestiti da esploratori. Poteva succedere che a una altitudine di seimila metri, vicino al lago Karakul che ha il colore del topazio, i geografi della Royal Geographical Society offrissero un tè che veniva dalle colline dell’Assam.


La Società Geografica Italiana non aveva simili ambizioni. All’inizio si era accontentata di appoggiare lo sbarco nella baia di Assab, il primo passo italiano su quelle che saranno le colonie dell’Africa orientale. Tutto quello che si faceva in Africa era all’insegna del risparmio perché gli italiani non si potevano permettere le costose spedizioni lungo il Nilo con centinaia di portatori e non avevano esperienza delle colonie. La sconfitta di Adua (1896), la prima e l’unica che gli europei ricevettero in terra d’Africa, fu un duro colpo per la Società Geografica. La sua attività fece un salto in avanti solo con l’arrivo del fascismo e con la conquista dell’Etiopia. Quello che era stato creato era l’ultimo e il più traballante degli imperi coloniali. Ma per singolare contrasto in queste colonie si sviluppò una straordinaria architettura costituita dall’innesto dell’arte del Novecento con le antiche forme dell’arte del Mediterraneo del cubo e della sfera: una architettura di gran lunga superiore a quella moresque francese del Libano, o ai ponti in ferro del Raj britannico.

I finanziamenti alla Società Geografica sono stati sempre esigui. Forse perché i dirigenti politici hanno una immagine sbagliata della materia. La geografia non consiste nel sapere se la Dora Baltea sia un affluente di destra o di sinistra del Po, o nel conoscere a memoria tutte le capitali europee. Ci sono fenomeni di enorme importanza che si stanno addensando minacciosamente sulle nostre teste e che rientrano perfettamente nella geografia: la desertificazione delle savane, l’aumento della temperatura dell’orbe terracqueo, lo scioglimento dei ghiacci e il conseguente innalzamento delle acque e gli tsunami, sconosciuti nel passato con l’eccezione dell’esplosione del Krakatoa che a fine Ottocento provocò un’onda alta venti metri. Presso le società di altri paesi questi temi sono pane quotidiano.

Invece la Società Geografica Italiana avrebbe bisogno di maggiori finanziamenti. Al ministro dei Beni culturali vorrei chiedere se ha intenzione di intervenire a sostegno di questa istituzione.


La repubblica – 15 maggio 2017