TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 29 agosto 2016

Spagna 1936



80 anni fa iniziava la guerra civile spagnola. L'ultimo grande tentativo rivoluzionario in Europa. Ne ripercorriamo le tappe riprendendo un quaderno pubblicato nel 1986, ma che riteniamo ancora utile per comprendere ciò che accadde allora.

Giorgio Amico

Spagna '36



All'inizio degli anni '30 si apre in Spagna una crisi rivoluzionaria di ampie proporzioni, destinata a protrarsi per l'intero decennio e a risolversi più per il rifluire del movimento operaio e contadino che per un' effettiva preponderanza delle forze della reazione. Tuttavia, per oltre cinque anni il movimento rivoluzionario continuerà a creare oggettive situazioni di dualismo di potere, ponendo all'ordine del giorno la questione del socialismo.

Nell'aprile 1931 una forte ondata di lotte nelle campagne e nelle città da l'ultimo scrollone ad una monarchia agonizzante, nei fatti abbandonata ormai dalle componenti più dinamiche della borghesia. Il regime repubblicano che segue ai moti del '31 non è tuttavia più stabile del precedente. Premuto dalle masse contadine da una parte e dalle esigenze di sviluppo del capitalismo rappresentato dalle forze del radicalismo piccolo borghese dall'altra, il nuovo regime repubblicano è costretto, anche se con mille cautele, a prendere posizione contro la chiesa cattolica, le sue istituzioni, gli infiniti ordini religiosi, il loro enorme patrimonio finanziario e fondiario e contro il ceto dei grandi latifondisti. Il proletariato urbano e agricolo recepisce la caduta della monarchia e i primi timidi provvedimenti di riforma del nuovo regime come una propria vittoria.

La repubblica solleva enormi attese di riscatto sociale. Il movimento si allarga ovunque e in modo spontaneo: nelle campagne, nelle fabbriche, nei quartieri proletari delle città industriali nascono le prime forme embrionali di consigli operai e contadini, le juntas. Le rivendicazioni operaie e contadine si fanno sempre più pressanti di contro a un governo, composto da socialisti, radicali e repubblicani, che elude i problemi di fondo ed in particolare evita accuratamente di decidere in merito alla tanto attesa riforma agraria.

Nonostante ciò, le forze più conservatrici, agrari e Chiesa cattolica in testa, si sentono minacciate e si adoperano per la restaurazione puntando su gerarchie militari, espressione in prevalenza della borghesia terriera, fanaticamente legate al culto di una presunta "ispanità cattolica" minacciata dall'irrompere della modernità.

Già nel '32 viene scoperto un primo tentativo di colpo di stato militare. Il golpe organizzato da un generale in pensione, Sanjuro, si rivela una messinscena da operetta nella tradizione dei pronunciamenti militari propri dei generali spagnoli. Il generale Sanjuro viene arrestato, processato e condannato all'esilio. Ma gli altri generali implicati rimangono ai loro posti. Il tentativo golpista, accantonato in attesa di tempi migliori, ottiene comunque un immediato risultato, spostando a destra gli equilibri politici e frenando ulteriormente la già evanescente volontà riformistica del governo.

La borghesia repubblicana inasprisce la repressione nei confronti delle lotte operaie e contadine, tornando a utilizzare come ai tempi della monarchia l'esercito contro i lavoratori. Nel gennaio 1933 a Casas Viejas la Guardia Civil massacra spietamente i braccianti in lotta. La situazione peggiora ulteriormente nel '34, quando nuove elezioni vedono la vittoria delle forze di centrodestra. Il nuovo governo apre decisamente ai latifondisti e alla destra cattolica.Vengono inseriti nel governo alcuni ministri della CEDA, il partito cattolico fondato nei primi anni Trenta che non nasconde le sue simpatie per il fascismo. A Madrid e a Barcellona gli operai scendono in piazza per opporsi a quello che recepiscono come un tradimento delle loro conquiste.

Nelle Asturie i minatori insorgono e per alcune settimane controllano la regione. Sarà il generale Francisco Franco, che per questa impresa verrà poi promosso capo di stato maggiore, a reprimere nel sangue la rivolta asturiana. Migliaia di minatori vengono trucidati, decine di migliaia incarcerati, i quartieri operai delle città asturiane messi a ferro e fuoco. E' la prova generale di quanto accadrà su scala nazionale due anni più tardi.



Caratteristiche del movimento operaio spagnolo

In questo contesto il movimento operaio spagnolo presenta caratteristiche particolari, che lo differenziano radicalmente dal resto d'Europa, sia per il netto prevalere della organizzazione sindacale sulla forma partito sia per la larga egemonia esercitata dall'anarchismo. Gli anarchici controllano la potente Confederazione Nazionale del Lavoro (CNT), che raggruppa i sindacati operai più numerosi e combattivi. La CNT è anche largamente presente nelle campagne e ispira l'incessante lotta dei contadini contro il latifondo.

L'altra organizzazione sindacale di rilievo, l'Unione Generale dei Lavoratori (UGT), la cui influenza andrà rapidamente crescendo nel corso dei primi anni Trenta, si colloca nell'area socialista ed è rigidamente controllata da un apparato burocratico di tendenza riformista. Messi a confronto col movimento sindacale i partiti politici operai rappresentano ben poca cosa.

Il partito socialista, senza dubbio il più grosso e il più influente, appare diviso al suo interno in due correnti. La prima , facente capo a Largo Caballero e strettamente legata alla UGT, si caratterizza per un sostanziale riformismo rivestito di un inconcludente massimalismo.La seconda corrente, che fa capo a Prieto, espressione di una piccola borghesia intellettuale, radicale e anticlericale, si dimostra dotata di un maggiore realismo politico che la porterà ad essere la principale alleata del PC e insieme ad esso l'interprete più fedele delle indicazioni di Stalin e del Comintern.

Quanto al Partito comunista, fino al '36 e al fronte popolare rappresenta ben poca cosa, sia per l'esiguità dei suoi ranghi sia perchè i suoi pochi militanti operai risentono ancora dell'isolamento conseguente alla politica settaria seguita fino al VII congresso dell'internazionale comunista. Dopo la costituzione del fronte popolare il suo ruolo continuerà a crescere fino a diventare dominante negli anni della guerra civile.

A sinistra di socialisti e comunisti, opera il Partito Operaio di Unificazione Marxista (POUM), particolarmente radicato nella classe operaia di Madrid e in Catalogna, inizialmente sulle posizioni dell'Opposizione di Sinistra (trotskisti) da cui si era staccato per forti divergenze con Trotskij proprio sulla tattica da seguire nella rivoluzione spagnola.



La politica del Fronte popolare e del PC

All'inizio del '36, a causa di uno scandalo finanziario che coinvolge direttamente il primo ministro Lerroux e buona parte del governo, viene sciolto il parlamento; le nuove elezioni nel febbraio '36 vedono la vittoria del Fronte popolare, costituito dalle sinistre (PSOE e PCE) e dai partiti della democrazia radicale, attorno ad un programma vago e minimalistico, che prevede tuttavia l'amnistia per le decine di migliaia di prigionieri politici. Di fronte alla vittoria elettorale dello schieramento democratico, le forze conservatrici e in primo luogo i militari e la gerarchia cattolica preparano il colpo di stato.

I generali operano alla luce del sole, i nomi dei cospiratori sono noti, il golpe è l'argomento di moda nei caffè di Madrid, ma il governo non adotta alcuna misura precauzionale pago del giuramento di fedeltà dei generali felloni. I cospiratori possono così in assoluta tranquillità tessere la tela della congiura, stabilendo accordi con Mussolini e Hitler che si impegnano a fornire armi e sostegno finanziario, con gli esponenti della CEDA che siedono in parlamento e col vecchio generale Sanjuro in esilio a Lisbona. Di fronte all'aperto disegno reazionario dei generali i sindacati operai, in particolare la CNT, chiedono la formazione di milizie popolari. Il governo respinge decisamente la proposta, riconfermando la propria fiducia nella lealtà delle forze armate.

Il 16 luglio 1936 parte la rivolta dei generali. Anche di fronte all'aperta sollevazione il fronte popolare si rifiuta di armare gli operai, i contadini, i militanti delle stesse organizzazioni che lo compongono. Inutilmente l'UGT, il sindacato vicino al PSOE maggiore forza di governo, reclama con insistenza l'armamento generale delle masse. Ancora il 18 luglio, con la rivolta militare in pieno sviluppo, il partito socialista e il partito comunista dichiarano congiuntamente che la situazione è difficile ma non disperata e che Il governo è in possesso dei mezzi sufficienti per soffocare il pronunciamento sedizioso senza uscire dalla legalità costituzionale.

Il rispetto della legalità democratica è il paravento che mal cela la sostanziale paura delle masse armate, tipica di ogni rappresentanza borghese. In questi due giorni il governo si affatica a trovare un compromesso con i generali rivoltosi per arrivare a una mediazione e ad una ricomposizione pacifica della crisi. E' il rifiuto dei franchisti, che approfittano delle esitazioni del governo per conquistare terreno, a rendere inevitabile l'armamento del popolo.

E comunque sono gli operai a bloccare il golpe, attaccando, spesso a mani nude, le caserme, recuperando armi, convincendo i soldati di leva a passare dalla parte del popolo dopo aver fucilato gli ufficiali. Dal 19 gli operai armati cominciano a organizzare colonne di miliziani che passano al contrattacco riconquistando parte del territorio caduto sotto il controllo dei franchisti. Il 20 luglio, allo scadere dei quattro giorni programmati dai generali per la conquista di tutta la Spagna, sono in mano ai rivoltosi le colonie, poche città dell'Andalusia occidentale a Sud e una parte della Vecchia Castiglia e del Léon al nord. Ovunque la reazione dei proletari, dei braccianti, dei contadini è stata immediata anche se lasciata alla spontaneità e disorganizzata.

E' questo l'inizio di un rapido processo rivoluzionario che investe tutta la Spagna. Ovunque si formano comitati rivoluzionari di operai, di braccianti, di contadini che assumono tutto il potere; confiscano terre e le distribuiscono, requisiscono le fabbriche e ne controllano la produzione, formano sotto il loro controllo forze di polizia, aprono e gestiscono nuove scuole. I simboli del vecchio potere, le chiese, le gendarmerie, le sedi dei partiti e dei giornali di destra vengono date alle fiamme, si processano e si giustiziano i fascisti. Un pugno di giorni basta a far esplodere la rabbia immensa del popolo, accumulata in secoli di servaggio.

Ma non è una collera cieca, senza prospettive. Forte è la consapevolezza fra le masse della necessità dell'organizzazione del potere proletario. Il governo centrale, che non riesce a star dietro al ritmo incalzante degli avvenimenti, è come se non ci fosse. Tutto il potere è nelle mani di un proletariato in armi fieramente determinato a combattere fino alla fine. Mentre questa potente ondata rivoluzionaria incendia la Spagna, blocca e fa retrocedere il golpe franchista, i dirigenti del PCE, scavalcati da un movimento che nulla hanno fatto per scatenare e che non controllano, ribadiscono con ostinazione che in Spagna non è all'ordine del giorno la presa del potere da parte del proletariato, ma la difesa delle conquiste democratiche garantite dalla vittoria del fronte popolare nelle elezioni del febbraio. Su l'Humanité del 3 agosto fanno scrivere per rassicurare la borghesia spagnola e internazionale: "Il popolo spagnolo non sta combattendo per stabilire la dittatura del proletariato...esso non conosce che uno scopo: la difesa dell'ordine repubblicano nel rispetto della proprietà".

La tattica, apparentemente miope e suicida del PC, si spiega ampiamente nel quadro più complessivo della strategia staliniana. Per Stalin la questione spagnola si inserisce in un più generale disegno internazionale che tende a privilegiare gli interessi dello Stato russo rispetto a quelli della rivoluzione. L'alleanza con la Francia in funzione antitedesca rappresenta in quegli anni l'asse portante della diplomazia sovietica e a tale obiettivo va sacrificata ogni altra considerazione. Su questo punto Stalin è irremovibile: sia in Francia che in Spagna non si deve in alcun modo uscire dall'ambito di Fronti popolari intesi come ragguppamenti sul piano della democrazia borghese di forze politiche e sociali diverse.

In Spagna, poi, va assolutamente evitata ogni accelerazione rivoluzionaria che possa impensierire la borghesia "democratica" di Francia e Inghilterra. Questo ripete incessantemente la stampa del Comintern, per la quale l'azione diretta delle masse è una forzatura "estremistica" che oggettivamente gioca a favore del fascismo, isolando il campo repubblicano.

Palmiro Togliatti, nella sua qualità di segretario dell'Internazionale, individua la presunta peculiarità della rivoluzione spagnola nel suo carattere "popolare, nazionale e antifascista"."Noi -dichiara il PCE nell'estate del '36 proprio mentre è più forte la spinta rivoluzionarie delle masse operaie e contadine- non possiamo oggi parlare di rivoluzione proletaria in Spagna, poichè le condizioni storiche non lo consentono. Noi desideriamo solo lottare per una repubblica democratica con un contenuto sociale esteso. Non può essere questione oggi, né di dittatura del proletariato né di socialismo, ma soltanto di lotta della democrazia contro il fascismo".

Il governo repubblicano, diretto dal moderato José Giral, evita così accuratamente di prendere tutte quelle decisioni che, come la proclamazione dell'indipendenza del Marocco o una radicale riforma agraria, avrebbero costituito un potente elemento di sfaldamento delle truppe controrivoluzionarie, in gran parte composte di soldati marocchini, oltre che a portare la rivoluzione nelle retrovie franchiste.



La guerra civile

Fin dai primi giorni la rivolta dei generali comincia a ricevere consistenti aiuti materiali da Hitler e da Mussolini, grazie ai quali riesce rapidamente a superare le difficoltà impreviste dovute agli insuccessi militari e al mancato appoggio della marina che è rimasta fedele alla repubblica. Le truppe more e la legione straniera che dovevano essere trasportate via mare in Spagna rimangono bloccate in Marocco; ma già nel mese di luglio un ponte aereo organizzato dai nazi-fascisti garantisce l'afflusso di queste truppe nel territorio spagnolo occupato dai rivoltosi. Rapidamente Franco può riorganizzare il suo schieramento e rilanciare con forze fresche l'offensiva verso Madrid.

Il governo repubblicano è costretto a chiedere aiuto: si rivolge al governo di fronte popolare in Francia, presieduto dal socialista Léon Blum. Ma senza esito. Dopo consultazioni con gli inglesi, il governo francese dichiara di auspicare una politica di non-intervento, limitandosi ad una inconcludente azione di pressione diplomatica su Italia e Germania perchè anche le due potenze fasciste si astengano dall'intervenire apertamente in Spagna.

L'URSS stessa esita. Fornire a luglio-agosto del '36 armi alla Spagna repubblicana significa irrobustire il potere del popolo in armi; il governo ufficiale non ha alcun potere, non dispone di un esercito regolare o di forze di polizia. Stalin non vuole una rivoluzione in Spagna, gli aiuti verranno concessi col contagocce e sempre mirando a irrobustire lo Stato borghese e il governo. Gli aiuti dell'URSS arriveranno e saranno pagati in oro, circa i 2/3 dell'intera riserva aurea dello stato spagnolo, non appena si profilerà una rottura dell'equilibrio fra masse e governo centrale, a favore di quest'ultimo, e quindi un principio di restaurazione.

Gli aiuti sovietici sono preceduti da vari emissari dell'IC e infine da una delegazione ufficiale che stabilirà i termini dell'accordo: oltre a forniture di armi e viveri arriveranno dall'URSS tecnici militari e agenti della Ghepeu col compito, questi, di riorganizzare i servizi di polizia. Il governo Giral non ha alcuna autorità e influenza presso i proletari o i contadini per convincerli a smobilitare le strutture di potere autonome e non ha la forza materiale per farlo.

Ai suoi ripetuti tentativi di sciogliere ora questo ora quel Comitato si erano opposte tutte le organizzazioni operaie, eccetto il PC. Durante i due mesi dell'estate '36 il PC si conquista con l'appoggio dato al governo Giral, la fiducia e la stima di tutte le componenti borghesi del fronte popolare, dai repubblicani ai socialisti di destra. Esso si afferma, malgrado continui ad essere una forza minoritaria all'interno del fronte popolare, come il garante più sicuro della restaurazoine del potere statale, come la forza che più di tutti crede nella continuità del potere borghese.

Questo ruolo di gendarme a baluardo della democrazia borghese verrrà accresciuto dal peso che avranno nella vita politica della repubblica gli aiuti e l'assistenza sovietica. Prima ancora dell'arrivo della delegazione diplomatica russa, è il PCE, ormai controllato e diretto dagli emissari dell'IC, tra cui Togliatti, la chiave di volta della politica governativa: su iniziativa sua si procede all'inizio di settembre del '36 a un rimpasto ministeriale che porta alla formazione del governo Caballero. Esso sarà composto da esponenti di tutte le forze politiche del fronte popolare e dell'UGT e da novembre anche gli anarchici della CNT vi saranno inclusi.



Il governo Caballero

Col governo Caballero si avvia e si porta a compimento la prima tappa della restaurazione: l'eliminazione della situazione di dualismo di potere e l'accentramento del potere nelle mani dell'apparato statale centrale. Quest'opera viene realizzata quasi in maniera indolore; nel governo sono presenti tutte le forze che dirigono i comitati e i poteri locali, e queste presentano l'operazione di smantellamento delle strutture del potere proletario come dovuta alla necessità di centralizzazione delle conquiste e della direzione della rivoluzione.

Gran parte dei comitati vengono sciolti o si trasformano in mere rappresentanze locali del potere centrale controllate direttamente da questo. Nelle fabbriche viene posta fine a ogni forma di controllo e di "autogestione" delle officine: gli orari di lavoro aumentano e i salari scendono di un terzo rispetto al '34-35.

Nelle campagne le terre dei latifondisti stranieri o fedeli alla repubblica vengono restituite ai legittimi proprietari; si blocca in ogni regione la spinta alla collettivizzazione; le milizie armate vengono irregimentate sotto il controllo di commissari governativi, sono reintrodotti i gradi militari e le differenze di paga; si da inizio ai primi tentativi di ricostituire un esercito regolare borghese organizzando centralmente il reclutamento di leva; i reparti di polizia sotto il controllo dei comitati vengono sciolti e sostituiti progressivamente da un apparato di polizia sotto il controllo del ministro degli Interni, inquadrato da "esperti" sovietici.



La "rivolta" di Barcellona

A Barcellona nel maggio '37 il governo sferra l'ultimo attacco al potere proletario che da quella città controlla ancora di fatto il sistema di telecomunicazioni dell'intero paese. I proletari di Barcellona scondono spontaneamente in piazza, respingono le forze di polizia e per quattro giorni erigono barricate, in difesa del potere dei consigli operai.E' l'ultimo vero tentativo rivoluzionario, ma questa volta la direzione del movimento è ancora più debole: solo il POUM, estromesso dalla coalizione governativa, approva e appoggia il movimento; CNT e FAI non prendono apertamente posizione. Il governo ha mano libera nella repressione.

Dopo i fatti di Barcellona la repressione colpisce con estrema violenza trotskisti, poumisti, anarchici e più in generale chiunque sia sospettato di simpatizzare per la sinistra rivoluzionaria. Il POUM viene posto fuori legge, i suoi dirigenti arrestati e condannati a pesanti pene per tradimento. Andrés Nin, leader storico del partito e del movimento operaio spagnolo, viene sequestrato e dopo atroci torture assassinato perchè rifiuta di confessare sul modello dei processi di Mosca.

La polizia segreta russa ha in Spagna un'organizzazione efficiente, con proprie prigioni segrete, e gode di assoluta libertà d'azione. I rivoluzionari sono oggetto di una caccia implacabile. Molti spariscono senza lasciare traccia come l'austriaco Kurt Landau o il segretario di Trotskij, Erwinn Wolff. Di altri vengono ritrovati i corpi crivellati di pallottole, come nel caso degli anarchici italiani Berneri e Barbieri.



La sconfitta della rivoluzione

La normalizzazione della spagna repubblicana apre inevitabilmente la strada alla sconfitta anche sul piano militare. Lo svuotamento radicale delle conquiste della rivoluzione ha come immediata conseguenza la smobilitazione generale. Pochi giorni prima di essere assassinato, Camillo Berneri aveva scritto che il "dilemma guerra o rivoluzione" non aveva alcun senso e che il solo vero dilemma era "o la vittoria su Franco grazie alla guerra rivoluzionaria, o la sconfitta". Privato del suo contenuto sociale, il conflitto diventa sempre più un confronto puramente militare fra la repubblica allo stremo e le armate franchiste massicciamente appoggiate da Hitler e Mussolini.

I comunisti sono i più decisi perchè si passi rapidamente dalla guerra di popolo ad una guerra classica condotta secondo le regole dell'arte militare. Forti del controllo sugli aiuti sovietici, ormai unica fonte di sopravvivenza della repubblica, il PCE alleato ai socialisti di destra determina la caduta del governo Caballero, considerato troppo movimentista, e la formazione di una nuova coalizione diretta da Juan Negrín. In pochi mesi Negrin liquida le residue milizie operaie e contadine, scioglie con la forza i comitati di villaggio dell'Aragona.

La repubblica lentamente agonizza, lacerata da lotte intestine, priva del sostegno delle masse popolari, ormai demoralizzate e deluse. A partire dall'estate del '37 la guerra si trasforma in un lento stillicidio di sconfitte. Lentamente, ma inesorabilmente le truppe franchiste assumono il controllo del paese. Nel mese di giugno cade Bilbao, in ottobre tutto il nord, nel febbraio 1938 l'Aragona.Il 26 gennaio 1939 Barcellona cade nelle mani dei franchisti, il 28 marzo i fascisti entrano a Madrid, il 1 aprile tutte le potenze, eccetto l'URSS, riconoscono il governo di Franco.



Bilancio di una sconfitta

Di fronte alla tragedia spagnola molti dei protagonisti e degli storici si sono arrampicati sugli specchi per giustificare la politica del Partito comunista, sostenendo la tesi che non si poteva dividere il fronte repubblicano di fronte all'attacco franchista. I più smaliziati sull'esempio di Togliatti, che come segretario dell'IC porta gravissime responsabilità nel disastro spagnolo e nella repressione dei movimenti rivoluzionari, hanno sostenuto che si trattava di consolidare la prima fase della rivoluzione, quella democratica e che il passaggio alla seconda, quella sociale, sarebbe stato prematuro e distruttivo anche perchè la Spagna repubblicana aveva bisogno dell'appoggio esterno e nessun paese sarebbe stato disposto a fornire aiuti a un governo rivoluzionario.

In realtà, è proprio l'arresto del processo rivoluzionario, la separazione meccanica ed astratta della lotta democratica dalla battaglia per il socialismo, a isolare la Spagna, a impedire il consolidamento delle conquiste democratiche, a dare nuova forza e impulso alla spinta delle masse verso forme sempre più avanzate di gestione consiliare del potere. Sciolto il rapporto che lega le masse alla rivoluzione, restaurato lo stato borghese, trasformata la guerra rivoluzionaria nel conflitto di due eserciti regolari, i lavoratori perdono ogni identificazione con gli obiettivi della lotta.

L'esperienza spagnola dimostra che l'ondata rivoluzionaria ha bisogno di essere di continuo alimentata e spinta in avanti, legando indissolubilmente e sempre più stabilmente gli interessi immediati delle masse proletarie a quelli della rivoluzione. Se questo legame viene reciso l'ondata rivoluzionaria si esaurisce per rifluire nell'apatia e nel disincanto.


E' l'intera esperienza del movimento operaio di questo secolo a confermare questa lezione. In Spagna, ma anche nella Francia del fronte popolare, così come nell'Italia del 1945-48 o nel Cile di Salvador Allende, l'abbandono da parte dei comunisti di una chiara posizione di classe, l'appoggio o addirittura l'entrata nei governi della borghesia in nome di un presunto "realismo" ha sempre determinato conseguenze catastrofiche per il movimento operaio.  

domenica 28 agosto 2016

Alla scoperta del tesoro di Albisola



Il tesoro di Albisola, dove e come scoprirlo” se ne parla Mercoledì 31 Agosto a Pozzo Garitta, ad Albissola Marina.

“Il tesoro di Albisola, dove e come scoprirlo” é il tema d'un incontro che avrà luogo Mercoledì 31 Agosto, alle 21,30, ad Albissola Marina, a Pozzo Garitta, volto a proporre aspetti poco noti delle due Albisole e della loro storia civile e religiosa, da parte degli studiosi della ceramica Davide Bedendo, Federico Marzinot, Paolo Ramagli, nell'ambito  dei “Mercoledì di Pozzo Garitta”, organizzati e promossi dal “Circolo degli Artisti”.

Marzinot inviterà i presenti all'incontro a leggere momenti della storia di Albisola attraverso opere, antiche e contemporanee, visibili nel centro storico di Albissola Marina, nella chiesa parrocchiale di Nostra Signora della Concordia e nel civico Museo della Ceramica “Manlio Trucco”, ad Albisola Capo.

Protagonisti dell'intervento di Paolo Ramagli, archeologo e studioso della ceramica, saranno, in particolare, due opere realizzate nel passato ad Albisola: il pannello di mattonelle smaltate, del 1576, raffigurante la “Adorazione dei pastori”, oggi presente nella chiesa della Concordia, e quello del 1554, con il testo d'una convenzione tra i membri del locale ospedale per i pellegrini, in mostra presso il museo “Manlio Trucco”. Entrambi furono pure, a suo tempo, oggetto di restauro.

Davide Bedendo, restauratore di opere d'arte, facendo riferimento ai soggetti presentati nell'incontro e ad altri, presenti anche nel Museo della Ceramica di Savona, evidenzierà appunto come il restauro e la conservazione delle opere antiche sia strumento della loro valorizzazione e della diffusione della loro conoscenza.






L'amatriciana di Dioniso

    Amatrice: affresco di Vergine in trono col Bambino che sorregge una città (1492)

Un bell'intervento sulla tragedia di Amatrice, metafora della morte di una cultura. Perchè - sostiene Salinari - l’abbandono dei territori da parte della politica è solo la conseguenza di un abbandono precedente, l’allontanamento simbolico di ciò che una volta si chiamava tradizione.

Raffaele K. Salinari

L'amatriciana di Dioniso

Leggo di una catena di ristoranti internazionali che propongono un surplus di due euro per la pasta all’Amatriciana da versare ai terremotati. Bene. Ma noi, italiani, penseremo alla distruzione di Amatrice quando cucineremo in futuro, o ordineremo in qualche ristorante magari in giro per il mondo, un piatto di questi spaghetti? Saremo in grado, gustandolo, di fare il collegamento tra il nostro piacere sensoriale e la cultura che originariamente lo ha sviluppato, oramai ridotta in polvere anche, e forse soprattutto, dalla nostra incuria proprio per quei luoghi che l’hanno generato?

In questi giorni terribili si susseguono le notizie dalle zone terremotate e le conseguenti polemiche sulle mancate norme di messa in sicurezza del nostro territorio nazionale che, notoriamente, condivide con altre parti del mondo il triste primato di un rischio sismico elevatissimo. Eppure ogni volta la pellicola della ricostruzione sembra ripetersi, seppur aggiornata nelle date e magari nelle tecniche con le quali viene presentata, nel suo format insomma; ma il contenuto, i suoi protagonisti, e spesso il finale, sembrano non cambiare mai. E allora, al di qua della cronaca e della politica, al di qua dei dibattiti sui fondi e le opere da realizzare, forse sarebbe anche il caso di proporre un altro piano per la ricostruzione, non solo dei livelli materiali, che pure contano e molto, ma di quelli culturali che li sostengono e motivano in profondità.

L’abbandono dei territori da parte della politica, infatti, è solo la conseguenza, comunque colpevole, di un abbandono precedente, quello simbolico, dell’allontanamento della relazione tra un luogo e la produzione del suo senso specifico: ciò che una volta si chiamava tradizione. Ogni territorio, sino a prima che la modernità bioliberista non ne omologasse i contenuti, produceva il suo peculiare e irripetibile aspetto culturale, che si esprimeva in determinanti simboliche forti e riconoscibili, in vere e proprie forme identitarie che lì e solo lì potevano nascere. Ne ha già lucidamente parlato Enzo Scandurra nel suo articolo sui Sassi di Matera, evidenziando i passi da fare a livello locale per valorizzare tutto questo.

Ma non basta, esiste anche un altro aspetto, per così dire “glocale”: le tradizioni a forte radicamento territoriale, nate in biomi, per usare una immagine ambientalista, specifici, avevano anche la capacità di trasferirsi altrove, di metaforizzarsi, di farsi, almeno in parte, egemonia culturale, pur mantenendo intatta la loro essenza. Quanti esempi si potrebbero fare, mediati da ogni aspetto delle nostre multiformi terre. Nessuno può produrre, per restare in campo culinario, tanto caro gli italiani, il Culatello se non nelle terre parmensi, così come le mozzarelle di bufala in Campania o il pecorino sardo, quello vero!, al di fuori della Sardegna. Una volta, quando l’Italia della Rinascenza era il centro culturale del Mondo moderno, era questo che esportavamo: non il prodotto locale in sé, ma la visione che lo produceva, la capacità di legare locale e globale, di uscire dalla provincia restando radicati nelle nostre specificità; si chiamava e si chiama ancora Made in Italy.

Eppure, e qui sta il senso di una tradizione che diviene strumento di lotta politica, assistiamo ad una progressiva distruzione e conseguente scomparsa di queste diversità. Dove sono gli artigiani? Dove il rispetto per il loro lavoro? Dove le scuole in cui la storia dell’Arte del nostro Paese viene insegnata come materia fondamentale? Dove, in sintesi, i luoghi culturali in cui si insegna a vedere con gli occhi ciò che abbiamo sotto gli occhi?

A questi livelli la politica italiana sembra solo adeguarsi al discorso dominate: quello del Mc word a guida Usa. Anche l’Europa liberista, quella del Ttip, lavora contro questa necessità: si vorrebbe addirittura che il vino diventasse una bevanda come la Coca Cola, definito da una semplice etichetta che ne certifica i principali componenti – alcool, aromi naturali, conservanti – aprendo così la strada alla distruzione di una radice fondante, quella dionisiaca, della nostra diversità a livello mondiale, oltre a che a causare un danno irreparabile a questo settore produttivo. Ma non tutto e non tutti si possono comprare con i dollari. E dunque prima ancora delle ricostruzioni, necessarie ed urgenti, o meglio tra una ricostruzione e un’altra, è sul piano culturale e simbolico che va portata l’attenzione se si vuole ottenere lo sguardo perspicuo di cui abbiamo assoluto bisogno per “vedere” il nostro territorio non come un semplice insieme di edifici ma come realmente è: una geografia immaginale complessissima e variegata, fragile ma al tempo stesso potente, che deve farci prima di tutto risuonare e commuovere con le sue suggestioni.


Il Manifesto – 26 agosto 2016

giovedì 25 agosto 2016

Il pianeta azzurro. Viaggio all’interno della natura e dell’uomo



SACS - SPAZIO ARTE CONTEMPORANEA SPERIMENTALE

Il pianeta azzurro
Viaggio all’interno della natura e dell’uomo
PROGETTO INTERNAZIONALE DI ARTE POSTALE E DIGITALE
Segnalibro d’arte

1° settembre - 15 ottobre 2016
VERNISSAGE Giovedì 1° settembre ore 17.30
Presentazione di Giorgio Amico
Progetto a cura di Cristina Sosio e Bruno Cassaglia
Biblioteca Civica A. Aonzo - Piazza Costituzione - Quiliano (Savona)



Ogni mercoledì della mostra viene dedicato alla proiezione di un video.

Dalle ore 16.00 sarà possibile vedere i video di
7 settembre - Omaggio a Christine Tarantino (USA) - 14 settembre - Gruppo Sinestetico (Italia)
21 settembre - Renato Cerisola (Italia) - 28 settembre - Maurizio Follin (Italia)
5 ottobre - Cristina Sosio e Franca Maria Ferraris (Italia) - 12 ottobre - Ioanna Roussou (Grecia)

15 ottobre 2016
apertura straordinaria 9.00-12.00 / 15.00-18.00 e 20.30-23.00
Ore 15.00 - Video installazione di Bruno Cassaglia
Ore 16.00 Proiezione dei video presentati durante la mostra nello Spazio●videoarte
Ore 20.30 - Proiezione film/documentario “Il pianeta azzurro”, regia di Franco Piavoli
A cura del Gruppo Cineforum “Quei bravi ragazzi”

Evento organizzato in occasione della 12a giornata del Contemporaneo
promossa da Amaci - Associazione dei Musei D’arte Contemporanea Italiani
http://www.amaci.org/gdc/dodicesima-edizione/il-pianeta-azzurro

La mostra seguirà il seguente orario di apertura:
martedì, giovedì e sabato dalle ore 9.00 alle 12.00 / martedì, mercoledì e venerdì dalle 15.00 alle 18.00

Chiuso domenica e lunedì

Apertura straordinaria in occasione di Agrigusta: 1-2-3-4 settembre ore 20.30-22.30


mercoledì 24 agosto 2016

Occitania, la sfida del popolo senza Stato né confini



La rinascita della coscienza occitana nelle valli piemontesi. Quanto ha contato la musica? Riproponiamo una vecchia intervista a Sergio Berardo, leader dei Lou Dalfin.


Marcello Parilli

Occitania, la sfida del popolo senza Stato né confini

L’Occitania è la nazione che non c’è, quell’area di pensiero, parola e cultura ben piantata nella Francia meridionale che va dall’Atlantico ai Pirenei fino al Massiccio Centrale, sconfinando a Sud nella catalana Val d’Aran e a Est in quattordici valli alpine tra le provincie di Torino, Cuneo e Imperia, lembo estremo di questa specie di arco latino. Un territorio con 13 milioni di abitanti che sulla carta hanno in comune l’occitano (la mitica lingua d’oc conosciuta da 7 milioni di persone ma parlata solo da due) e un’identità in filigrana difficile da far riemergere, tanto che la parola «Occitania» evoca più un arcipelago di particolarismi e diversità che un’unica nazione, per quanto senza Stato.

Nelle valli occitane del Piemonte, per esempio, c’è sempre stato un forte legame di sangue, di lingua e di lavoro con la Provenza francese che le Alpi non hanno mai impedito, perché i montanari di queste parti non sono mai stati attaccati alle loro rocce come i licheni. Erano commercianti di stoffe, di capelli o di acciughe (ancora oggi base della bagna cauda, regina delle tavole piemontesi), venditori ambulanti di bibbie o suonatori di ghironda (veri e propri professionisti) che attraversavano continuamente il confine lungo sentieri oggi ripercorsi dagli appassionati, e tatuati nell’anima avevano il nomadismo, il rischio del sogno, l’avventura almeno quanto i contadini di pianura erano tutt’uno con i campi, i cicli stagionali e la stanzialità. Due filosofie di vita agli antipodi.



«Qualcuno dice che la montagna divide le acque ma unisce gli uomini, e personalmente io mi sento più a casa a Marsiglia che a Milano — dice Sergio Berardo, leader della band Lou Dalfin, che da 27 anni si è messa al servizio della rinascita dell’orgoglio e della consapevolezza occitana in territorio italiano —. Solo che fino a trent’anni fa qui, dell’Occitania, non fregava niente a nessuno. I primi attivisti che si ispiravano agli occitanisti francesi del movimento Félibrige erano considerati personaggi eccentrici e innocui, erano "lhi ucitàn", come fossero qualcosa di altro da sé. Intellettuali, specialisti, volontari e idealisti che hanno fallito perché distanti dalla realtà del territorio. Non hanno saputo sintonizzarsi con un sentimento popolare che pure era presente. Davano l’impressione che l’Occitania fosse un’idea bizzarra che stava solo nella loro testa».

Poi, appunto, è accaduto un piccolo miracolo: è arrivata la musica (e, a ruota, la riscoperta delle danze tradizionali) che è riuscita là dove la politica aveva fallito. A ogni concerto dei Lou Dalfin (cioè «il delfino», simbolo presente ovunque, su fontane, archivolti, pietre scolpite, decorazioni di mobili), il pubblico aumentava e, al suono di ghironda, organetto e cornamusa (il solo Berardo suona 24 strumenti diversi), ha cominciato a prendere coscienza di essere un popolo con una storia alle spalle, una lingua da parlare e tradizioni proprie.

E tutto senza barriere culturali o generazionali: «Ai nostri concerti ci sono anziani che ballano in maniera ortodossa , alpini, famiglie che fanno immensi girotondi, ma anche ragazzini che fanno la break dance o pogano sotto il palco (il ballo punk a base di spintoni e spallate, ndr). E convivono tutti nello stesso spazio — dice Berardo —: la musica e il ballo hanno scardinato come un grimaldello l’indifferenza per la propria identità e il proprio territorio. Noi non abbiamo diamanti né petrolio, ma note e passi di danza che creano scambio e comunicazione. Queste sono le ricchezze della nostra terra. E la musica popolare deve divertire la gente, non chiudersi in circoli per pochi appassionati col mito del "buon selvaggio". Deve aprirsi al mondo, anche contaminarsi con basso, batteria e chitarra elettrica, se è il caso, altrimenti la uccidiamo».



Molto hanno fatto anche organizzazioni e gruppi innamorati, ognuno a suo modo (perché la piccola «guerra di religione » è sempre dietro l’angolo), dell’idea di Occitania, dalla Chambra d’oc a Espaci Ocitan, dal Félibrige al giornale Ousitanio Vivo, dall’Istituto di Studi Occitani all’associazione culturale La Valaddo fino al Centre Prouvençal Coumboscuro, che non chiedono l’indipendenza, ma il rispetto, sancito dalla Costituzione, delle norme per la tutela delle minoranze linguistiche. Ma per una vera «reconquista» di radici e identità servirebbe anche una classe politica più coraggiosa e lucida nel comprendere le vere caratteristiche del proprio territorio. Sono state finanziate locande occitane che proponevano serate a base di pizza, organizzati raduni di Ferrari su strade dove si mette a stento la terza, intitolate strade a illustri occitani d’oltralpe come la poetessa Marcela Delpastre o l’autore della grammatica occitana Louis Alibert, ma ignoti ai locali, ipotizzati impianti di risalita in valli adatte soprattutto al trekking e allo sci di fondo, col solo risultato di arricchire qualche speculatore immobiliare.

«La montagna è stata abbandonata dalla politica — conclude Sergio Berardo —. Ci stanno togliendo i pochi soldi che ci davano e qui non vengono neanche più a fare i comizi. Siamo considerati solo aree di passaggio per strade e ferrovie, o al massimo un parco- giochi della pianura. Mentre per vivere meglio dovremmo smettere di essere provincia e capire che siamo da sempre una frontiera. E che se perdiamo il rapporto con la nostra terra e con le nostre tradizioni, non siamo più niente».


il Corriere della sera - 10 novembre 2009

martedì 23 agosto 2016

Il Quadrifoglio. Strumento indispensabile per conoscere il Finalese


Esistono piccole, grandi riviste. Una di queste è "Il Quadrifoglio" di Finale che si affianca da anni alla preziosa serie di quaderni che la Biblioteca Civica dedica alla storia e alla cultura del Finalese.

Una piccola rivista, dicevamo, ma importante perché capace di raccogliere, vivificare e trasmettere ad un pubblico largo una visione del territorio, del suo presente e della sua storia, che non è difesa angusta e provinciale di un'identità locale, ma studio attento dei percorsi di una comunità che è anche preziosa riflessione sull'oggi.

Nell'ultimo numero in distribuzione, che verrà presentato il 23 agosto, troviamo tra i numerosi e interessanti saggi, un articolo su Fellini a Finale, una rassegna dei nuovi dati sulle pratiche agricole e il paesaggio finalese del neolitico, un antico documento (1621) sul divieto fatto dal bargello ai chierici di portare armi e una storia della guerra corsa finalina  nel XVII secolo.

Insomma, un numero tutto da leggere.

(g.a.)

lunedì 22 agosto 2016

Giuseppe Conte. Mare di Liguria, il mio mare




Nel settembre 2013 lo scrittore Marino Magliani ha intervistato Giuseppe Conte a proposito del suo ultimo romanzo “Il male veniva dal mare”. Ne è uscita una bella intervista di cui riprendiamo la prima parte.


MM Il mare. Dalla Liguria dei costoni rivolti all’opaco, è lì ma è più dei turisti che tuo. Troppo facile. Il mare non si risolve mica così, con una battuta. Alla fine quelli come me non ci si mettono neanche, manca il coraggio. Provo a dirmi: sei stato mozzo sul Corsica Ferry, qualche mese… Ma il mare? Non è andarci noi, esplorarlo, è farlo emergere. Era questa la sfida, Giuseppe Conte, dopo aver scritto Il terzo ufficiale con i vascelli carichi di schiavi e dolore, e La Casa delle onde, l’aria inzuppata che hanno respirato Shelley e Byron? Era Il male veniva dal mare (NdR: Longanesi, 2013), il romanzo al quale lavoravi da anni per chiudere la  grande trilogia del mare?

GC La Liguria ha due mari. Uno è quello dei turisti o peggio ancora dei bagnanti. Un mare qualunque, scialbo come la sagoma di un ombrellone, addomesticato, sempre un po’ freddo, totalmente insignificante. Poi ha un altro mare. È quello delle navi, della Repubblica di Genova, dei capitani di Porto Maurizio che partivano da qui per varcare Capo Horn, il mare grandioso e solitario che sta dirimpetto alle scogliere dei Balzi Rossi, che fronteggia le Alpi sino a Savona e poi il verde degli Appennini, che rende tutto verticale e fa di tutto una visione e un miraggio, un mare d’avventura e di metafisica, un mare interiore e terribile, che a noi non resta che guardare, contemplare, seguire nel suo movimento incessante. Io ho cominciato a capire il mare quando sono tornato in Liguria dagli anni passati nelle metropoli del Nord, a Milano soprattutto, e poi anche a Torino.



Quando ero un adolescente, non me ne fregava niente del mare, come della campagna. I miei orizzonti erano esclusivamente urbani. Via Cascione a Porto Maurizio (allora era davvero una via viva) era la mia Oxford Street, il mio Boulevard Saint-Germain. Mi vedevo e sognavo in città. I miei parenti materni sono forse gli unici liguri che risiedendo in Liguria da più di quattro secoli non abbiano conservato un pezzo di terra. Poi, i terreni comperati da mio padre a Diano Arentino e a Baiardo e che ho ereditato li ho tutti venduti: ho commesso il sacrilegio di vendere gli alberi. Ma era fatale che prevalesse lo sradicamento. Io amo vincere la forza di gravità, avere radici verso l’alto.

Il mare, come gli alberi e i fiori, li ho scoperti tornando. Allora mi aggiravo tra le ville di Sanremo a cogliere gli estremi sussulti di una vegetazione in splendore. Gli agapanti, gli acanti. Solo dei corrotti possono pensare che sono fiori e nomi preziosi, da bandire. Sono fiori comuni, democratici, selvatici alle volte, basta avere occhi selvatici per vederli. E poi pian piano la mia attenzione si è rivolta al mare. Mare padre, per il Montale di “Mediterraneo”. Mare madre, per chi pensa in francese. Mare delle origini, mare della vita.

    Marino Magliani

Nei miei romanzi , il mare c’è subito, penso al diario della mareggiata che corre lungo tutta la vicenda raccontata in Equinozio d’autunno ambientata a Baiardo. Una Baiardo che poteva anche essere in Irlanda, per me andava bene lo stesso. Ma certo nei miei ultimi romanzi il mare diventa davvero protagonista, non so se si tratta di una trilogia, caro Marino, ma tu hai colto bene il filo che passa dal Terzo ufficiale a La casa delle onde a questo Il male veniva dal mare. Un mare di libertà e di schiavitù (l’edizione greca del Terzo ufficiale ha intitolato: Schiavi della libertà), un mare scuola di vita, un mare rigurgitante di visioni e di miti, diventa il mare amato da Shelley e Byron, il mare dell’utopia e della bellezza. E infine questo mare, in Il male veniva dal mare, quello di oggi e di un futuro vicino, sempre più avvelenato, infestato da isole di plastica, teatro di morte e di distruzione.

Il mare è il filo conduttore. Quello reale e quello fantastico, delle mitologie e delle visioni , che non può essere ucciso dalla avidità e dalla violenza dell’uomo. Il mio è un libro riparatorio. Un libro di resistenza. Senza moralismi e senza soluzioni pronte. Il mare è simbolo della stessa profondità, complessità, tempestosità dell’anima umana. Per chi crede che esista una corrente di energia spirituale che chiamiamo anima, e che esiste un fruitore di questa energia che chiamiamo essere umano.


https://www.nazioneindiana.com/2013/09/05/magliani-intervista-conte/

domenica 21 agosto 2016

Biamonti. Fantasmi oltre frontiera


Un vecchio articolo di Citati su Francesco Biamonti e la frontiera.

Pietro Citati

Biamonti fantasmi oltre frontiera


Settant' anni fa, le coste della Liguria orientale, ricordate in Ossi di seppia, erano il più famoso paesaggio metafisico della lirica italiana: i frangenti sulle rocce, le agavi, qualche pino distorto, la casa del doganiere, la voce del Mediterraneo. Negli ultimi libri di Caproni, un altro paesaggio ligure porta un segno metafisico ancora più acuto. Il viandante lascia la costa: dimentica il mare, come se non fosse mai esistito quel vasto specchio di barbagli e di illusioni; e si inoltra nella misteriosa e desolata regione delle colline, tra i radi torrenti. C' è un balzo improvviso: una scossa; e più avanza, più il viandante ha l' impressione che il suo viaggio lo conduca nelle ultime terre di confine, "nei luoghi non giurisdizionali", dopo il quale si estende l' Erebo - il regno al quale egli e noi tutti apparteniamo senza saperlo.

Nei libri di Francesco Biamonti, come nell' ultimo appena pubblicato (Le parole la notte, Einaudi), incontriamo l' altra, estrema Liguria: le colline che da Bordighera a Ventimiglia conducono verso la Francia e il Piemonte. Non c' è paesaggio più arido: rocce, argille, rovi, ulivi, mimose, un sorbo, un nespolo, un mandorlo, poche rose - muri a secco, case abbandonate. Tutto è spoglio: la frutta più vivace è "l' uva d' inverno, ancora attaccata alla vite, becchettata dalle passere". Strade non asfaltate, sentieri di polvere conducono chissà dove.



Ma presto volgiamo le spalle alla terra: perché la forza e la vita si sono concentrate sul mare, che è diventato il centro dell' universo. Non facciamo che osservarlo: la luce che si sposta sulle acque e le infiamma, le nuvole che le adombrano, i venti dolci o furiosi che risalgono verso terra. Ci sembra che, ormai, ogni filosofia e ogni conoscenza umana siano impossibili. All' uomo che abita qui, tra i pini e i sorbi, come a tutti gli altri che credono di vivere altrove e abitano qui, non resta che cercare di conoscere il mare, la luce, le trasformazioni della natura.

Non c' è più altro da conoscere e da sapere. Tutto sembra andato in frantumi: eppure la natura resta misteriosamente stabile, fedele a sé stessa, forse eterna. Molto tempo fa, qui è accaduto qualcosa di gioioso: un suono di campane ha illuminato le colline. Ora tutto sta per spegnersi: tutto è spossato ed esausto; queste colline vuote, queste strade che non conducono da nessuna parte, questi pochi viandanti, questi alberi storti sono il segno che il mondo è abbandonato da qualsiasi vita.

Gli dèi sono morti. Le idee non esistono più. Le passioni sono spente. I libri illeggibili. Gli uomini muoiono, o si uccidono - e forse non c' è nemmeno più la morte, perché quando si giunge di là si trova un Niente incredibilmente delicato e leggero, abitato da spettri che non osano aprire la bocca. Quante volte gli uomini hanno annunciato invano la fine dei tempi: ora essa è finalmente arrivata; e nessuna apocalisse la annuncia.


La notte, qualcuno passa ancora in questi luoghi. Emigranti clandestini arabi, o turchi, o curdi varcano la frontiera. Il mondo è divenuto una sola zona di frontiera; e non ci resta che varcare il confine, andare altrove e ancora altrove, in un perenne esilio da una patria e da un passato scomparsi, e da noi stessi che stiamo per scomparire. Ma sono davvero uomini quelli che passano la frontiera? O invece gli emigranti clandestini sono spettri, e qualche traghettatore d' anime li conduce in un Erebo ancora più irrevocabile di quello di Caproni? In ogni caso, di là non c' è nulla: nessuna casa, nessuna realtà, nessun conforto; forse nemmeno il regno dei morti.

Come gli altri libri di Biamonti, Le parole la notte è scritto sotto il segno della dea Omissione. Ogni pagina affonda nell' inespresso. Gli eventi sono cancellati - e sostituiti da quei minimi eventi che sono i cambiamenti di colore nelle foglie degli ulivi, o una rondine che raccoglie con le piume la rugiada, o la malattia delle rose.

I personaggi non dicono mai, o quasi mai, ciò che hanno in mente: ogni parola nasconde un silenzio profondissimo. I sentimenti e le sensazioni sono cancellati: oppure nessuna spiegazione li motiva. Solo qualche slancio lirico rivela i segreti dell' anima. Una mano spietata ed ascetica annulla ogni parola che non sia assolutamente necessaria; e a volte Biamonti pare sul punto di rinunciare ad esprimersi. Ma dietro questa superficie spoglia, quale straziante desolazione amorosa attende una risposta che non verrà mai. Il vuoto è animato da questo muto battere d' ali.


La Repubblica - 22 gennaio 1998  

sabato 20 agosto 2016

Il culto di San Giovanni e l'Islam



Oggi si parla molto di Islam, spesso anche a sproposito. In realtà un approccio più meditato (e rispettoso) al Corano e alla tradizione islamica riserva non poche sorprese. E' il caso di San Giovanni Battista, figura venerata anche dai musulmani. Se ne parla nel libro I fuochi di San Giovanni, edito a cura dell'Amministrazione Comunale di Carcare che verrà presentato il giorno 26 agosto 2016, alle ore 18.00, a Carcare in via Naronti. Agli intervenuti verrà fatto omaggio del volume.


Giorgio Amico

Il culto di San Giovanni e l'Islam

Il Battista non è figura di rilievo solo per la tradizione cristiana, lo è anche per i musulmani. L'Islam venera Yaḥyā ibn Zakarīyā (Giovanni figlio di Zaccaria) come uno dei profeti precedenti a Maometto: un uomo di grande levatura morale e spirituale, fedele ad Allah, al pari di Gesù e degli altri profeti biblici. Tanto da essere citato ben cinque volte nel Corano nelle Sure 3, 6, 19 e 20.

In particolare la Sura 3, quella de “La gente di 'Imran”, nel versetto 39 lo definisce: “capo, casto, nabi [profeta], apparterrà alla schiera dei pii", mentre la Sura 19 o di Maryam riprende quasi letteralmente il racconto di Luca sul concepimento miracoloso del Battista da parte della moglie di Zaccaria.

Il Corano tace invece sull'assassinio di Giovanni da parte di Erode Antipa, ma fra gli studiosi c'è chi ritiene che un'allusione alla fine del Battista e alle nefaste conseguenze che questa avrebbe avuto sul popolo ebraico sia contenuta nei primi versetti della Sura 17 in cui si annuncia agli ebrei che avendo per due volte «seminato lo scandalo sulla terra», essi saranno per due volte puniti da Dio e che la seconda punizione comporterà la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Dove doppia colpa è relativa alle morti del Battista e di Cristo. Forte è ancora oggi in parte del mondo islamico la devozione nei confronti del Santo, considerato uno dei precursori del Profeta Maometto. 

Nella Grande Moschea degli Homayyadi a Damasco, costruita sui resti di una antichissima chiesa bizantina dedicata a San Giovanni Battista, si venera il reliquario del Profeta Yahya che si dice contenga la testa del profeta ritrovata durante gli scavi per la costruzione dell'edificio.

    Ta'zieh a Teheran alla fine dell'Ottocento

Il Battista è poi particolarmente caro all'Islam sciita che lo collega alla figura di Huseyn, figlio del Califfo Alì, morto nella battaglia di Kerbala combattendo in difesa della fede sciita il giorno dell'Ashura nell'anno 61 dell'Egira, corrispondente al 10 ottobre 680. Il martirio di Giovanni assume in questa visione il ruolo di profetica prefigurazione della morte di Huseyn la cui testa mozza era stata esposta nella piazza di Damasco, proprio nel luogo dove oggi sorge la Grande Moschea Homayyade.


Ancora al giorno d'oggi i riti che si svolgono annualmente durante la commemorazione dell'Ashura in segno di lutto collettivo prevedono i Ta' zieh, manifestazione di cordoglio rituale, vere e proprie sacre rappresentazioni, in cui uomini vestiti a lutto si battono il petto al suono dei tamburi e si flagellano. In questo contesto particolarmente interessanti sono i Rouzekhani, recite di versetti coranici e poemi che trattano delle vicende degli Imam sciiti. In alcuni di questi si racconta la storia della decapitazione del Battista, testimone della vera fede, proprio come Huseyn, il nipote del Profeta.  

(Dal libro di Giorgio Amico, I fuochi di San Giovanni)


venerdì 19 agosto 2016

Carcare. I fuochi di San Giovanni


Savona. Laura Peluffo espone in Darsena


giovedì 18 agosto 2016

Pivas, cornamuse e strumenti a ancia delle terre occitane


Venerdì 19 agosto 2016
Stroppo (CN)
Cappella di Santa Maria di Morinesio
ore 18
Pivas, cornamuse e strumenti a ancia delle terre occitane.

Il concerto avrà luogo nella cappella di Santa Maria di Marinesio, a Stroppo, a poca distanza dalla Chiesa di San Peyre, dove in un affresco è rappresentata una cornamusa, verosimilmente in uso nelle valli. La Chiesa di San Peyre sarà aperta alle visite guidate dalle ore 16 del 19 agosto

Da questa raffigurazione è stato ricostruito uno strumento che risuonerà nella cappella, insieme ad altri strumenti delle tradizioni occitane nel concerto presso la cappella di Santa Maria di Morinesio.



Una delle peculiarità dell'edizione 2016 di Occit'Amo è quella di dare voce agli strumenti tipici delle tradizioni, imbracciati di volta in volta da gruppi e soggetti differenti, non per forza strettamente legati alla musica occitana, quanto a un sentire legato a radici popolari che recupera e valorizza suoni e atmosfere.

Piccola Orchestra Invisibile live at the Overpass



Piccola Orchestra Invisibile live at the Overpass

venerdì 19 agosto
dalle ore 21.15 alle 23.00
presso la Galleria d'arte
The OVERPASS
Via Richeri 33, 17025 Loano

La rassegna the OVERPASS Live Sessions compie un anno e festeggia alla grande con il concerto della Piccola Orchestra Invisibile in un allestimento ideato da Officina 82 di Garessio.

Concerto e rinfresco a ingresso libero fino a esaurimento posti a sedere.

La Piccola Orchestra Invisibile è un cantautore savonese che si chiama Luca Amico. E’ un fragile viaggio umano – letterario – musicale, alla ricerca di sé, ma possibilmente insieme agli altri. E’ una chitarra nuda, una voce cruda ed emozioni senza filtro che mette in scena un teatro canzone tra monologhi e musica, un equilibrio fragile tra minimalismo ed emozione.

"Storie che non sono la mia" è uno spettacolo che si muove in punta di piedi tra letteratura e canzone, che danza come i pesci rossi di Matisse, che guarda a Gaber e che legge Celine. Un’ora alla ricerca di nuove domande, con accompagnamento musicale.

Luca Amico è nato e cresciuto a Savona, ha circa 36 anni e tormenta chitarra e corde vocali da quando ne aveva 14. 

Dice di sé: "sono stato molte cose e molte cose ancora sono e sarò.

Ho suonato e cantato negli anni generi diversi, come abiti con cui vestire i sentimenti. Poi un po’ per scelta e un po’ per caso, come sempre accade, ho deciso che avevo voglia di spogliarmi: della complessità degli arrangiamenti, degli altri strumenti, degli altri musicisti, delle tecniche di registrazione, della raffinatezza, di tutto ciò che trasformava una piccola melodia in una vera canzone; era invece il momento di cercare una canzone vera. Ciò che volevo era togliere ogni cosa per lasciare solo l’emozione.

La Piccola Orchestra Invisibile sono io. Però è un gruppo. Una band, insomma. Anche se di una persona sola. Ecco, è come dire che sono io, ma non solo, è qualcosa di più di me, ed allo stesso tempo meno, di me.

E' piccola. Non c'è altro che chitarra e voce. Una chitarra. E una voce. Entrambe fragili e delicate come il viaggio umano che indossano.

E' una orchestra. Lo spazio della musica, se vogliamo una spericolata interpretazione dell'etimologia della parola greca. E' lo spazio, della musica. Senza i fuochi di artificio della tecnica, senza l’arte e l’artigianato che rendono una tavola di legno, adibita ad altare, una cattedrale.

Ed è invisibile. Come lo sono i sentimenti. Che bruciano e straziano eppure non si vedono, e non si toccano. L'essenziale è invisibile agli occhi, diceva un aviatore che tanto ha volato nei sogni di generazioni di bambini di ogni età. Anche la mia piccola orchestra lo è, invisibile. Ed essenziale nella sua riduzione al minimo possibile."  

venerdì 12 agosto 2016

PCI milanese. Indagine su un partito al di sopra di ogni sospetto



Un romanzo giallo, scritto da un ex dirigente del PCI poi giornalista de il Foglio, ricostruisce dall'interno la mutazione genetica del PCI milanese da partito operaio puro e duro a disinvolta forza di governo ( e di sottopotere) locale. Un regolamento di conti, soprattutto con la propria storia personale, che tuttavia offre gustosi ritratti dei personaggi di punta (da Cossutta a Occhetto) appena velati da pseudonimi trasparenti. Insomma, un libro da leggere tutto di un fiato sotto l'ombrellone da chi andando in vacanza non ha lasciato il cervello a casa..

Dino Erba

Indagine su un partito al di sopra di ogni sospetto: il fu Partito comunista italiano

Prossimo ai settant’anni, Lodovico Festa ha deciso di fare i conti con il fu Partito comunista italiano, al quale dedicò i migliori anni della sua vita, facendo comunque una bella carriera. Ci aveva già tentato, girandoci intorno, ma con approcci un po’ troppo seriosi (politologici & politically correct), per suscitare un’apprezzabile eco. Motivo per cui, ci tenta ora con la formula letteraria del giallo che, titillando morbose curiosità, è diventata sciaguratamente alla moda.

Anche un’inchiesta sul fu Partito comunista italiano titilla morbose curiosità, se il filo conduttore risponde ai più classici canoni del poliziesco e soprattutto del noir, considerando l’intreccio di sesso-affari-politica, in cui si districa l’apparatčik-detective, protagonista della vicenda. E alter ego dell’autore.

L’inchiesta è un viaggio nel Pci nel periodo in cui giungeva all’apogeo della sua parabola politica, con le affermazioni elettorali del 1975-1976 e il quasi approdo al governo centrale, grazie al compromesso storico e alla Solidarietà Nazionale, dopo trent’anni di quarantena relativa. Lo scenario è una Milano alle soglie di grandi trasformazioni, di cui già si avvertono le prime manifestazioni che sfuggono però al ceto politico e, in particolare al Pci, finalmente a capo della «capitale morale d’Italia».

Ma anche il Pci stava mutando. Nella sua composizione sociale occupavano sempre più spazio i ceti medi «emergenti» delle professioni, della cultura, delle arti, tra i quali brillano gli architetti-sociologi che sognano di riplasmare il volto urbano e sociale della città. Finiranno al servizio dei vari Li Calzi (Epifanio), Berlusconi, Ligresti (Salvatore) & Co. Questo, Festa non lo dice, lo lascia solo intuire, come molte altre deleterie conseguenze delle scelte politiche di quegli anni.



Banchieri, faccendieri e lenoni (rossi)

L’anomalo omicidio di una militante del Partito è il pretesto per l’indagine che coinvolge le svariate facce del Pci milanese di quegli anni, portandone allo scoperto i vizietti. E non solo sessuali.

Nel tentativo di essere veramente il Partito nazional-popolare proposto da Palmiro Togliatti, il Pci milanese si stava estendendo in un coacervo di ambienti dediti a piccoli e grandi intrallazzi, inoltrandosi in un variopinto sottobosco sociale in cui, tra banchieri «rossi» e entraîneuse (altrettanto «rosse»), si miscelavano tradizionalismo operaio e pragmatico affarismo borghese, appena mascherato da una residuale «etica comunista» che non è altro che la morale bacchettona piccolo borghese, prossima a mostrar la corda.

Festa dipinge un affresco sociale ricco di dettagli, in cui ritrae figure politiche, intellettuali e affaristiche di quegli anni. A parte quelle già consacrate dalla Grande Storia, le altre figure sono presentate con nomi di fantasia, spesso assai trasparenti: Marco Bagnoli è ovviamente Carlo Tognoli (p. 252), Fernando Borutta/Armando Cossutta (p. 290) Roberto Seco/Umberto Eco (p. 338 ), Gigino Ramò/Antonio Tatò (p. 506) ... Con un’eccezione: Achille Occhetto, curiosamente definito «fantasioso». Forse, per tracciare una linea di continuità con l’innominato Segretario Nazionale.

La trama è intrigante e rende scorrevole la lettura delle 527 pagine del libro. Contribuiscono poi sprazzi di iperbolica comicità che, privilegiando il lato gastronomico, evocano situazioni fantozziane. Infine, chi ha vissuto, direttamente o indirettamente, quelle esperienze, le rivive con gli occhi di una satira impietosa, a partire dal linguaggio burocratico («la langue de bois», la lingua di legno, p. 35) che contraddistingueva il lessico dei militanti e della stampa del Partitone. Rivede atteggiamenti e persone che, allora, apparivano del tutto «normali». Ma apparivano «normali», perché simulavano, ci dice Festa:

«Solo i dirigenti del partito più intelligenti sapevano da avere molto da imparare dalle persone normali. Ma erano i più intelligenti, e secondo qualcuno si stavano rarefacendo» [p. 411]».
Coglioni & furbastri …
Dice che vuol pensare con la sua testa.
Che di solito l’è il modo per dii stupidad [p. 51].



Finita l’allegra lettura, si può avere l’impressione che il Pci fosse composto da una massa di coglioni («anime candide», p. 489) diretta da un pugno di furbastri … Misero epitaffio, per un partito che, in quasi mezzo secolo di vita, abbracciò almeno metà degli italiani, direttamente e indirettamente. Mi sembra doveroso fare qualche riflessione supplementare.

Ci sono aspetti che il libro non tocca o lascia sullo sfondo, sfiorandoli appena. Festa fa essenzialmente riferimento alla sua esperienza che, sottolineo, avvenne in un momento cruciale e che coinvolse una parte significativa di una generazione, allora sui trent’anni, appartenente a un ambiente sociale analogo al suo, ovvero il ceto medio milanese. E doveroso allora chiedersi per quali motivi costoro aderirono al Pci?

«Nel Pci si entrava o per grande coraggio, la volontà di sfidare il mondo, di aprire nuove vie all’umanità, o per grande paura, cercando la protezione di una imponente struttura assai organizzata e combattiva nei confronti di una società minacciosa. In ognuno dei militanti quasi sempre i due sentimenti s’intrecciavano con diverse gradazioni» [p. 324].

Nelle specifiche circostanze di quegli anni, Festa privilegia implicitamente la seconda opzione: la paura. Egli mostra disinteresse se non fastidio e avversione per i movimenti di contestazione che, in parte, investirono anche il Pci, col gruppo del Manifesto. Facendo di ogni erba un fascio, non ne coglie i presupposti sociali del Sessantotto che risiedevano nelle trasformazioni avvenute in Italia sulla scia del boom economico. Ne consegue una percezione politica per lo meno distorta.

Rievocando quel periodo (la vicenda si svolge nel fatidico 77), Festa non solo apprezza il ruolo («il senso dello Stato», p. 486) che il Pci ebbe nella lotta contro l’eversione (il «terrorismo»!), ma ne apprezza anche la capacità di controllare la classe operaia.

«Tamburi e fischietti erano un’invenzione propria dei comunisti milanesi. Quando nel ’61 i movimenti di lotta erano ripartiti con particolare vigore, in una direttiva della Federazione milanese del Pci in cui discuteva la situazione del movimento di lotta e i sindacalisti si preoccupavano degli estremisti verbali che durante i cortei avrebbero potuto eccitare troppo gli animi, il supercinico Renaioli [nome di fantasia, ndr] aveva suggerito di usare i fischietti: fanno chiasso, danno il senso della mobilitazione e impediscono di urlare scemenze. L’idea dei tamburi, sempre a Renaioli, era venuta riflettendo sulle manifestazioni naziste degli anni Trenta e la loro perfetta tambureggiante coreografia» [p. 272].

Chi a Milano ha partecipato e partecipa a cortei sindacali sa bene come questo espediente abbia avuto una deleteria pratica… tutt’ora applicata.

Questa digressione apre un sintomatico spiraglio che consente di dare significato a quel desiderio di una trasformazione del Partitone che, nel libro, emerge tra le righe e che, altrimenti, aleggerebbe nel vuoto.

Prima, ho accennato ai ceti medi «emergenti». Devo ora precisare che, nella loro adesione al Pci, diventava sempre più problematico il rapporto con una classe operaia che, nel libro, appare quasi come un «convitato di pietra». Di lì a poco, le ristrutturazioni industriali avrebbero notevolmente ridimensionato il ruolo politico degli operai. Dopo di che, qualche maître à penser avrebbe impunemente parlato di «scomparsa della classe operaia». E ilPci non avrebbe più avuto ragione di esistere. Ma ci voleva un colpetto.



Dalla rete di interessi al comitato d’affari

Col «crollo del muro» (e dell’Urss), il Pci si sarebbe avviato verso una serie di prevedibili (e timide) mutazioni genetiche. Festa avrebbe partecipato alla pattuglia di piccisti delusi (Meluzzi, Bondi …) che, al seguito di Giuliano Ferrara, avrebbe aderito al progetto berlusconiano di Forza Italia. Nonostante questa precisa scelta, il suo libro resta in mezzo al guado: non ci dice che cos’era il Pci. E che cosa non era. Avanzo qualche sintetica ipotesi.

Alla fine degli anni Settanta, il Pci si era ramificato in una rete di interessi (e affari) assai vasta e articolata, in cui si dovevano incontrare e  conciliare operai e ceti medi emergenti. Questa rete era gestita e controllata da un efficiente apparato politico che, tendenzialmente, avrebbe potuto rendersi autonomo[3]. L’ostacolo alla sua autonomizzazione era costituito dalla prospettiva politica-utopica del Partito che, nobilitando la natura prosaica della sua funzione, la giustificava, impedendo che essa prendesse il sopravvento. L’una era legata all’altra.

La prospettiva politico-utopica era originariamente il paradiso sovietico, incensato per anni da carismatici esponenti politici e da illustri intellettuali, non esclusivamente del Pci. Poi, via via che le magagne e i crimini di quel paradiso venivano allo scoperto, l’utopia cercò nuovi orizzonti. Ma divenne più effimera, fatua (e reazionaria), offrendo solo gli occasionali spunti che davano dignità politica e culturale alla vita politica del Partito che, altrimenti, si sarebbe ridotta al livello di un puro apparato manageriale. Spassosissima è la campagna di tesseramento che fa da sfondo a tutta la narrazione! Dopo di che … fu il nulla.

La «fine delle ideologie» ha ridotto l’attività dei partiti politici alla pura gestione dell’esistente. In Italia, la linea l’aveva indicata negli anni Ottanta il Psi di Bettino Craxi. Negli anni Novanta, Berlusconi le diede slancio e successo con Forza Italia. Il partito politico non aveva più il compito di gestire e conciliare una rete di interessi, a volte divergenti: assumeva direttamente
 il ruolo di  una lobby di affaristi & faccendieri.

I cascami del Pci (e della Dc) avrebbero avuto una gestazione molto più lenta. Su loro gravava la pesante ipoteca nazional-popolare e catto-comunista che doveva essere consumata e superata, senza troppi traumi. Il parto lobbistico è avvenuto con il governo Renzi-(Napolitano). Il prezzo (e il rischio) di questa evoluzione è il calo della «partecipazione» elettorale (astensione) e dei consensi, come già sta avvenendo. E questa segna la fine della loro democrazia. Anzi, della democrazia, sans phrase.

Lodovico Festa
La provvidenza rossa
Sellerio
15 euro