TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 25 maggio 2017

Quaranta finestre 8. Voltaggio



Quaranta finestre 8. Voltaggio (AL)

Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Cesare Pavese

Bentornato, Francesco. Itinerari di Letteratura 2017


Venerdì 27 maggio iniziano gli Itinerari di Letteratura 13 edizione 2017, organizzati dall'Associazione Amici di Francesco Biamonti in collaborazione con il Comune di San Biagio della Cima (Im). 7 appuntamenti fra letteratura, paesaggio, itinerari a piedi e fotografia.

Il primo appuntamento, alle 16,30, del 27 maggio, presso il Centro Polivalente "le rose", prevede il "gemellaggio" fra il Parco Francesco Biamonti e Il Parco Beppe Fenoglio, incontro fra due comunità che hanno deciso di valorizzare la figura e i luoghi dei propri scrittori. Interverranno, oltre al sindaco di San Benedetto, anche Enrico Rivella e Veronica Pesce che ci parleranno proprio di Beppe Fenoglio e dell'Alta Langa.

Alle 18,30 verrà inaugurata la mostra fotografica "Sui luoghi di Biamonti" che presenta il lavoro di un gruppo di soci del "Foto Club Riviera dei Fiori" dedicato a Biamonti e al suo territorio.

Il giorno dopo: tradizionale passeggiata-itinerario sui luoghi di Biamonti. Questa volta si percorrerà il crinale fra valle Nervia e val Roja in direzione della cima dell'Abelio. Partenza da San Biagio (davanti al Comune) alle ore 8,30. Munirsi di scarpe da trekking, borraccia d'acqua e qualcosa da sgranocchiare per pranzo.  

Catilina, Cesare e la rivoluzione romana


"Usque tandem, Catilina”. Tutti ricordiamo l'inizio della requisitoria di Cicerone contro Catilina, nemico della Repubblica. Ma chi fu Catilina: uno spregiudicato avventuriero pronto a tutto per il potere o un leader rivoluzionario delle masse popolari romane? Uno storico inglese ricostruisce la crisi della Repubblica e la vita politica romana.

Luciano Canfora

E Catilina puntò sulle masse urbane I segreti di una crisi «rivoluzionaria»


Federico Santangelo, che insegna Storia antica a Newcastle, ha il merito di aver trascelto, curato e dato alle stampe con tutti gli onori un cospicuo manipolo di scritti inediti di Sir Ronald Syme: ventisei pezzi, per complessive 400 pagine, raccolti sotto il felice titolo Approaching the Roman Revolution (Oxford University Press). Quando Syme morì, ottantaseienne, il 4 settembre 1989, era nel pieno dell’attività, e nel Wolfson College di Oxford, dove risiedeva, furono trovati materiali inediti, ma molto avanti nella stesura. Non è dato sapere perché li avesse lasciati inediti, è comunque stato un bene pubblicarli. In gran parte riguardano temi e personaggi correlati con il grande suo libro, grazie al quale Syme è destinato a durare come uno dei vertici della storiografia europea: The Roman Revolution (1939). Libro divenuto accessibile in Italia solo a partire dal 1962 grazie alla magnifica traduzione approntata da Manfredo Manfredi.

Più che mai in questi ventisei saggi, si apprezza la scelta di Syme di mettere a frutto la sua immensa conoscenza delle singole persone, comunque testimoniate, della classe dirigente romana, nonché il dominio ineguagliato che egli ebbe delle fonti latine. Il che fa sì che — come sempre nelle sue opere — le note a pié di pagina rinviano, in stretta simbiosi col testo, alle fonti, non al «mormorio» secondario della bibliografia recente o recentissima. Emblematica, a tal proposito, la battuta di Syme detta ad Arnaldo Momigliano che lo incalzava con domande bibliografiche (se avesse letto, sui più disparati argomenti, tale o tal altra saggistica recentissima): preferisco leggere le fonti.


Il nome di Momigliano ci porta al cuore del problema: alla più celebre recensione che La rivoluzione romana ricevette, quella di Momigliano per il «Journal of Roman Studies» (1940), di impianto quasi marxista. La critica più forte era che Syme aveva raccontato la storia della crisi della Repubblica romana unicamente come storia dei complicati e spesso sconcertanti intrecci nell’ambito dei gruppi dirigenti, dimenticando il peso e il ruolo delle masse, in primis quelle militari.

Syme non cambiò mai posizione su questo punto, nemmeno nei suoi due grandi libri del dopoguerra: il Sallustio e il Tacito . Presentando, vent’anni dopo, La rivoluzione romana al lettore italiano, Momigliano volle suggerire una fonte di un siffatto «sviluppo intellettuale» di Syme e indicò l’opera prosopografica di Sir Lewis Namier Storia del Parlamento inglese : ma Syme fece sapere di non averlo mai letto. C’era dell’ironia in queste repliche del professore-Sir, e agente inglese a Istanbul durante la guerra, indirizzate al professore e rifugiato italiano, di formazione crociana e storicistica.

L’altra critica che Momigliano rivolgeva nel 1940 a La rivoluzione romana era di aver preso le mosse — nella ricostruzione della fine della Repubblica — dall’anno 60, l’anno del cosiddetto «primo Triumvirato» (era, da parte di Syme, un ammiccamento ad uno dei suoi modelli, Asinio Pollione), anziché dal decennio 80-70 a.C.: dittatura di Silla, sua abdicazione e progressiva demolizione della costituzione sillana. Anthony Birley ha osservato, molti anni fa, che probabilmente una risposta (implicita) di Syme fu di mettersi a scrivere — durante il periodo di Istanbul — proprio su quel decennio: gli articoli sull’abdicazione di Silla, sul processo di Roscio Amerino, sul «console sovversivo» (definizione di Gino Labruna) ed ex sillano Emilio Lepido.

È degno di nota il fatto che non pochi degli inediti compresi nel novissimo volume edito da Santangelo riguardino proprio quel periodo. Perciò s’intitola Approaching the Roman Revolution. Prova del fatto che quella critica era calzante. Ma è anche sintomatico che l’indagine si sviluppi, in questi saggi, sempre alla maniera del grande libro del 1939: il senso dell’agire politico dei personaggi grandi e meno grandi che vengono fatti vivere in queste pagine discende sempre dall’intricata ragnatela dei loro rapporti parentali, clientelari e di «clan». Senza mai dimenticare il fermo convincimento di Syme (reso esplicito nel Livy and Augustus del 1959) secondo cui «la storia vera è quella segreta».


Dalla ricchissima materia del volume trascegliamo il saggio sull’«allegra Sempronia», The Gay Sempronia . Prende avvio dal celebre ritratto di questa donna straordinaria, che Sallustio inserisce nel racconto della congiura di Catilina anche se il ruolo di lei nel complotto (63 a.C.) è di fatto inconsistente. «Questa signora di classe prendeva ciò che voleva, incurante della reputazione». Essa era al centro dell’aristocrazia romana, moglie di un Decimo Bruto e forse madre di quel Decimo Bruto che accompagnò Cesare in Senato a farsi ammazzare il 15 marzo del 44. Era forse zia di quella Fulvia, non meno allegra a giudicare dal vivace episodio narrato con toni deprecanti da Valerio Massimo, la quale divenne spia al servizio di Cicerone ed ebbe un ruolo decisivo, secondo Sallustio, nel successo di Cicerone contro la trama ordita dai catilinari per farlo fuori e prendere il potere. Syme ricostruisce — in questo inedito — i rapporti tra le due donne e di Sallustio con la più giovane di esse, Fulvia. Adombra, con mano lieve ma penetrante, la vicinanza di Sallustio stesso con quegli ambienti.

E finisce col mettere in crisi la tesi, classica, di Eduard Schwartz secondo cui Sallustio avrebbe scritto La congiura di Catilina per scagionare l’ormai defunto Cesare dalle accuse di complicità con Catilina diffusesi quando apparve, postumo, lo scritto di Cicerone De consiliis suis che quella complicità denunciava, o anche per colpire Decimo Bruto attraverso il «ritratto» di sua madre. È molto più probabile che le finalità di quello straordinario libro di storia «segreta» che è La congiura di Catilina fossero altre, non ultimo un chiarimento che riguardava Sallustio medesimo. Del quale — io credo — non è escluso che, ventenne, si fosse trovato assai vicino alla jeunesse inquieta, economicamente in difficoltà, e pronta alla «rivoluzione» che Catilina aveva saputo attrarre e organizzare.

Sta di fatto comunque, e questo non andrebbe dimenticato affascinati dalla sapienza di Syme nel raccontare le dinamiche delle classi dirigenti, che più volte, nello splendido e faziosissimo libro di Sallustio, fanno capolino, nella vicenda dell’anno 63 a.C., le masse urbane. E si capisce molto bene dai numerosi cenni sparsi in quelle pagine, che, per un momento non breve, con l’aiuto di quelle masse, Catilina avrebbe potuto vincere.


Il Corriere della sera – 24 maggio 2017

Manchester: l'infanzia perduta del mondo


Come non perdere umanità e mantenere viva la speranza.

Massimo Recalcati

L'infanzia perduta del mondo

L'obiettivo tragicamente chiaro: uccidere nel mucchio le vite dei nostri figli in un luogo di festa. Lo strumento terribilmente noto: una bomba cieca costruita per fare a pezzi i loro giovani corpi offrendoli al Dio pazzo e sanguinario che vuole la morte degli infedeli. E noi? Noi che restiamo attoniti di fronte a questa orrida malvagità? Non siamo solo esposti allo sgomento della nostra vulnerabilità impossibile da proteggere, al fatto semplice e brutale che niente può garantirci una sicurezza adeguata se il “nemico” ci colpisce in questo modo moltiplicando infinitamente i nostri punti sensibili. Siamo anche investiti di una responsabilità enorme.

Cosa fare, cosa dire di fronte all’angoscia dei nostri figli? Quale responsabilità hanno gli adulti che osservano impotenti lo scempio compiuto sulle vite innocenti? Cosa possiamo fare per aiutare quelle vite che non sono state spezzate dalla violenza assurda della morte?

L’obiettivo del narcisismo folle del terrorista islamico è quello di generare angoscia. Colpire l’innocente è colpire tutto il mondo. In gioco non è solo la punizione dell’Occidente corrotto, ma la chiusura, l’annientamento dell’orizzonte stesso del mondo. Dopo ogni attentato dove i nostri figli muoiono, muore con loro anche un pezzo di mondo. Dopo ogni attentato l’orizzonte del mondo si restringe, la libertà si riduce, si contrae, non è più libera. Siamo tutti, a causa della follia terrorista, nella condizione paradossale di vivere in una sorta di libertà prigioniera. È questo il vero messaggio di morte che il terrorismo ogni volta rinnova soprattutto quando stronca la vita nel pieno della sua giovinezza.

La nostra prima responsabilità è fare in modo che questo lutto possa diventare davvero collettivo. Ma cosa significa? Condividere il lutto — renderlo collettivo — significa condividere un dolore sordo che vorrebbe separarsi e allontanarsi da tutto, significa continuare a scegliere l’apertura del mondo alla tentazione della sua chiusura.

È il terrorismo che vuole il muro, la guerra, lo scontro, il conflitto senza tregua. È il terrorismo che vuole che il mondo si chiuda, che perda la sua apertura. Condividere il lutto significa allora preservare il mondo come un luogo aperto del quale non si deve avere paura. Come accade in quel noto esperimento di psicologia evolutiva dove si invita un bambino piccolo a gattonare verso un precipizio illusorio.

Se il volto della madre che lo osserva reagisce con un’espressione di spavento, il bambino si blocca e si mette a piangere disperatamente. Se, invece, la madre risponde con un sorriso il bambino, dopo un attimo di esitazione, riprende a gattonare attraversando felice e sicuro il precipizio. La paura è dissolta. Ecco la responsabilità che ci investe: dare prova di saper resistere, di fronte allo sguardo impaurito dei nostri figli, alla tentazione della chiusura.

Nella vita dei nostri figli — nella vita dell’innocente — è custodito il segreto del mondo. La vita dei nostri figli coincide con l’avvenire, con il dono, con la vita stessa del mondo. Sopprimerla è voler sopprimere la vita del mondo. Tenere aperto il mondo è, dunque, la sola possibilità di continuare a fare vivere i nostri figli. Solo se non tutto è morte, la vita può avere ancora un senso.

Questo non significa sottovalutare il delirio teologico che ispira questi assassini. Il loro mondo vorrebbe sopprimere il mondo in quanto tale. È la manifestazione più odiosa del fondamentalismo. Essi ci dicono: «Il tuo mondo non vale nulla, è fatto di concerti e cose frivole, è fatto solo di polvere; il solo mondo che conta è il mondo al di là del mondo dove i martiri saranno ricompensati illimitatamente del loro sacrificio». Ecco, noi siamo, invece, quelli che abitano il mondo. È questa la prova che dobbiamo sostenere per amore dei nostri figli: mostrare loro che questo mondo fatto di polvere è in realtà anche ricco di luce, che non tutto è morte.

Si tratta di testimoniare più che spiegare. Testimoniare cosa? Testimoniare l’apertura e non la chiusura del mondo. Come? Non avendo paura, rifiutando l’angoscia, respingendo la rassegnazione. Mostrare che la morte non è l’ultima parola sulla vita. Non lasciare che l’illusione teologica dei terroristi trasformi il nostro mondo in un luogo di polvere e di paura.

Di fronte al flagello inesorabile dell’epidemia che trascinava con sé le vite di bambini innocenti, il padre gesuita Paneloux, uno dei protagonisti del romanzo “La Peste” di Camus, distingueva gli uomini in due tipi: quelli che fuggono dal dolore e dalla malattia e quelli che restano. Condividere il lutto — fare del lutto un evento collettivo — significa mettersi, di fronte agli occhi smarriti dei nostri figli, dalla parte di quelli che sanno restare, che sanno, appunto, mantenere sempre aperto l’orizzonte del mondo.


La repubblica – 24 maggio 2017

mercoledì 24 maggio 2017

I miei amici di qui. Giovanni Boine a cento anni dalla morte



Il giorno 29 maggio 2017, alle ore 15,
presso l'Istituto di Istruzione Superiore “G. Ruffini” di Imperia,
avrà luogo la Tavola rotonda
a cura della Fondazione Mario Novaro
sull'opera di Giovanni Boine nel Centenario della morte

“I miei amici di qui”

Il titolo è lo stesso di uno dei Frantumi (editi per la prima volta postumi, a cura degli amici, nel 1918) di Giovanni Boine (morto a Porto Maurizio, oggi Imperia, il 16 maggio del 1917, a nemmeno trent'anni compiuti)

I relatori, tutti esperti dell’Opera boiniana, saranno Fabio Barricalla, poeta e filologo italiano, già autore di edizioni critiche di testi boiniani (Il peccato ed altre cose, Matisklo edizioni; Salmi della vita e della morte, Edizioni San Marco dei Giustiniani); Marino Magliani, scrittore, narratore tra i più quotati dell’estremo Ponente ligure (l’ultimo suo romanzo: L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi, edito da Exòrma); Maria Novaro, architetto, Presidente della “Fondazione Mario Novaro” di Genova, nipote del direttore della rivista “la Riviera ligure” di Oneglia (uno degli ‘amici di qui’) e attivamente impegnata da anni nella conservazione della memoria del nonno e degli autori a lui legati; Ito Ruscini, poeta e studioso di storia delle religioni nonché allievo di Angelo Saglietto detto il “Sofo” (altro ‘amico di qui’), al quale ha dedicato una monografia (Con Sofo, edito da Laterza). Durante il pomeriggio di studio, sarà proiettato un video di Nicola Stefanolo sulla breve vita di Giovanni Boine.  

On the road/En la ruta. In viaggio con il Che



Pubblichiamo in versione «ampliata» lo scritto di Massari che fa da prefazione al libro fotografico - curato da Sandro Lusini e Cesare Moroni - Ernesto Che Guevara: la Ruta del Che - Argentina e Bolivia.

Roberto Massari

On the road/En la ruta


En la ruta… On the road… En route… Auf den Weg… Sulla strada… L’espressione è antica, è comune a molte lingue e continua ad evocare sensazioni che nell’epoca di Facebook in Rete o di Fast and Furious (8!) al cinema riescono a sopravvivere solo come creazioni mentali (perifrasi storico-concettuali), desideri immaginifici, impulsi emotivi alla rottura della routine quotidiana. Immortalata da libri come il classico di Kerouac (1957), assunta come motto dallo scoutismo degli adulti in auge nell’Italia degli anni ‘60, sussurrata dagli impavidi autostoppisti che affollavano gli Auberges de la jeunesse di mezza Europa, quell’espressione ha nondimeno caratterizzato un’epoca, che si può identificare con discreta approssimazione negli anni ‘50 e ‘60, fino all’esplosione semiplanetaria del Sessantotto.

Nel ‘68 Guevara era già morto, da pochi mesi: lui che di quel grande moto giovanile aveva anticipato quasi ogni ambizione utopica, ogni movente iperattivistico, ogni urlo di sfida perentoria e radicale contro il sistema. E aveva anticipato tutto ciò… mettendosi in cammino: in cammino lungo i sentieri tortuosi, selvatici o falsamente civilizzati della sua Grande America, la Pacha Mama violentata degli antichi popoli nativi, meticcia nella sofferenza di nuove immigrazioni e tradizioni imbastardite.

Ma non si pensi che per il giovane Ernesto la formula del viaggio vada intesa in senso allegorico. No: prima imbarcato su navi di lungo corso come apprendista infermiere; poi i quasi 5.000 km andini in bicicletta; a seguire, il periplo con Granado compiuto in moto, camion, zattera, a piedi e in un aereo per il trasporto cavalli; infine il terzo viaggio cominciato in treno alla stazione di Belgrano (1953) e terminato nel groviglio di mangrovie de Las Coloradas (1956), in mezzo alla prima di una lunga serie di stragi dei compagni di lotta.

La trasformazione rivoluzionaria di Ernesto nel Che era stata preparata dall’epopea giovanile del viaggio. Ora questa è storia arcinota, grazie ai libri e al cinema. Quando, però, queste informazioni me le dava Hilda Gadea (la peruviana sua prima moglie e madre di Hildita), nei mesi in cui visse con me a Roma (1969 e 1970), nessun altro al mondo ancora le aveva scritte, teorizzate e forse neanche pensate (con l’esclusione della madre Celia, il fratello Roberto che me ne parlò quando fui suo ospite a Buenos Aires, l’amica Tita Infante e pochi altri suoi intimi). Ma Hilda era la testimone più attendibile, perché da lei Ernesto aveva ricevuto la prima formazione politica (sartriana e marxista) che doveva spingerlo a diventare un autentico ribelle nella mente oltre che nel cuore.


Se i viaggi che ho citato possono considerarsi l’anabasi di Ernesto dall’Argentina a Cuba (attraverso Bolivia, Perù, Guatemala e Messico), i luoghi della guerriglia boliviana costituiscono certamente la catabasi (da Cuba a La Higuera, passando per Congo, Tanzania, Praga). È tantissimo da raffigurare per immagini fisse e quindi ben venga questa sintesi editoriale che ci offre anabasi e catabasi guevariane con l’immediatezza del mezzo fotografico: un bel mezzo… vista la qualità cromatica di preziose inquadrature.

Vorrei aggiungere molto, ma lo spazio è poco. Sarebbe giusto però, per informazione del lettore, che mi dilungassi a descrivere i progetti di viaggi «Sulle orme del Che» dei quali sono stato il primo ideatore in assoluto. Non che mancassero fin dai primi anni ‘70 «pellegrini» del guevarismo che andavano a ripercorrere le varie rutas del Che (io fui tra questi già a Cuba nei sei mesi che vi trascorsi nel 1968). Ma non erano viaggi organizzati, di gruppo e dotati di una specifica meta ideale.

Il primo l’organizzai io a Cuba, e fu certo il primo, visto che nemmeno l’autista, cubano e membro della Seguridad, riusciva a trovare la strada per Alegría de Pío dove invece mi ero recato in precedenza. E uno abbastanza avventuroso l’organizzai in Perù/Bolivia (passando per Machu Picchu e lago Titicaca). Ma poi dovetti desistere di fronte all’esplosione turistica e allo sfruttamento commerciale di quelle idee. Sicché i miei personali viaggi «sulle orme del Che» ho ripreso a farli con la mente e col cuore, ma seguendo ben altri itinerari. Si provi per es. a riflettere sul fatto che anche Caravaggio e Chopin (mese più mese meno) sono morti a 39 anni come Guevara…

Roberto Massari è fondatore e presidente (dal 1998) della Fondazione Ernesto Che Guevara internazionale, principale editore e traduttore delle Opere del Che in Italia, direttore dei Quaderni della Fondazione Ernesto Che Guevara.





Gli Illuminati tra Germania e Italia nel tardo Settecento


Basta una minima navigazione in rete per imbattersi in centinaia di siti sugli illuminati presentati come i registi occulti della storia dell'Occidente dal Settecento ad oggi. Un convegno a Roma presenta i risultati della ricerca scientifica degli ultimi anni, ovviamente del tutto ignorata da complottisti e cercatori di misteri.

Istituto Italiano di Studi Germanici
CONVEGNO INTERNAZIONALE
Gli Illuminati tra Germania e Italia nel tardo Settecento

Una giornata di studio sabato 10 giugno 2017 dalle ore 10.00 alle ore 17.00 presso Villa Sciarra (Via Calandrelli, 25) a Roma

Ore 10:00
Introduce Vincenzo Ferrone

INTERVENTI DI: Gianluca Paolucci, Introduzione: gli Illuminati tra la Germania e l’Italia; Massimo Lardi, Il podestà svizzero Tommaso de Bassus, “l’uomo di riguardo per dar peso alla cosa da lontano”; Nico Perrone, Friedrich Münter: un illuminato danese nel Regno di Napoli a organizzare le logge. Dalle carte segrete dell'archivio massonico di Copenaghen; Reinhard Markner, Costanzo marchese di Costanzo: frammenti della biografia di un Illuminato italiano

 Ore 13 pranzo-buffet

Ore 14:30
Introduce Roberta Ascarelli

INTERVENTI DI: Furio Bacchini, Alessandro Savioli: dalla Baviera alle Romagne; Gian Mario Cazzaniga, Illuminati italiani e origini del Risorgimento nella storiografia italiana del Novecento; Elisa D’Annibale, Memorie di un gesuita: Barruel e la teoria del complotto in Italia


Venire in Liguria per scoprire se stesse. "Un incantevole aprile", romanzo protofemminista del 1923


Definito "romanzo protofemminista", “Un incantevole aprile” del 1923, ora riproposto in una nuova traduzione da Fazi, racconta un viaggio in Liguria che diventa per tre giovani donne inglesi iniziazione ad una vita autonoma. 

Graziella Pulce

Impertinenze e frivolezze di una londinese, sbarcata con le amiche in Liguria

E’ difficile resistere alla scrittura di Elizabeth von Arnim, britannica nata in Australia, grande viaggiatrice, che collezionò mariti, amanti e amicizie importanti nell’Europa che contava e seppe dare un quadro vivace dei suoi tempi con leggerezza di tratto e acuto spirito di osservazione, doti esercitate tanto in ambito psicologico-sociale quanto politico. Dopo Il giardino di Elizabeth, opera d’esordio, uno tra i suoi titoli più noti è Un incantevole aprile, la cui prima traduzione uscì da Le Monnier nel ’28, e ora viene ripreso da Fazi, nell’elegante versione di Sabina Terziani (introduzione di Cathleen Shine, pp. 287, € 15,00).

Il romanzo è tutto un tessuto di arguzie, impertinenze e sottigliezze. Il primo personaggio ad affacciarsi è Mrs Wilkins, una giovane che legge sul Times l’annuncio di un castello medievale da affittare per un mese in Italia. Decide ipso facto di rispondere senza consultare il marito e fa in modo di coinvolgere altre tre donne. Con queste nuove amiche fa l’esperienza del soggiorno in un piccolo centro ligure baciato dalla luce, inondato di fiori, giardino di delizie, anzi vero e proprio locus amoenus, definito come autentico paradiso da chi si è lasciato alle spalle il grigiore di Londra, le sue asfissianti regole sociali, mariti e genitori compresi. Lo spazio del giardino, del luogo naturale circoscritto, va a rappresentare una negazione recisa e coerente della city, luogo nel quale al massimo la bellezza trasforma un uomo intelligente in un idiota.

Le piccole difficoltà di adattamento in un ambiente tanto diverso dal loro e le piccole scaramucce che intervengono tra le ospiti sono il preludio di una profonda trasformazione che muta radicalmente l’animo di tutti coloro che cadono nell’incantesimo del castello: sole, glicini, lillà e acacie con i loro profumi e i loro colori soavi introducono come per magia ad uno stato di armonia e di serenità. Ma von Arnim non è E. F. Benson e queste signore non sono Mapp e Lucia, le cui avventure peraltro sono pubblicate in quello stesso periodo. Siamo del tutto lontani anche dal Forster di Camera con vista. Il ritmo è quello della commedia brillante, in cui l’umorismo deriva da un’intelligenza appena destata a nuova vita che coglie la stupidità dei conformismi.


Dunque una storia non convenzionale basata sulla singolare circostanza per cui una giovane donna, non particolarmente intelligente e del tutto priva di ambizioni, si lascia sedurre dalla possibilità di concedersi un mese di solitudine, bellezza e libertà in compagnia di sconosciute, anche bizzarre o altezzose, ma con le quali riesce a liberare energie restate del tutto silenti fino a quel momento. È proprio Mrs Wilkins a mettere in moto un meccanismo che trasforma gli egoismi in lealtà generose.

Spietata nel rappresentare gli stereotipi della società britannica, l’autrice è abilissima nel ritrarre condizioni sociali, culturali e psicologiche di creature che, appena si allontanano dai luoghi nei quali i loro ruoli sono predeterminati, si ritrovano per incanto capaci di risolvere problemi, di articolare pensieri intelligenti e pieni di buon senso e di dirigere a modo loro e con esiti pienamente positivi questioni che nel loro ambiente di origine non avrebbero osato affrontare senza il soccorso di un maschio condiscendente.

Elizabeth von Arnim illumina magistralmente lo spazio che si estende tra un’apparenza di disadorna banalità e la disarmante perspicacia di una femminilità risoluta, equilibrata e incurante dei pregiudizi, tale da indurre anche gli uomini più fatui ad essere migliori. Una condizione che l’autrice conosceva bene e che aveva vissuto in prima persona. Tutti gli elementi che entrano nella composizione di questo romanzo ostentano una perfetta frivolezza, eppure generano un’eco persistente, il cui suono annuncia l’avvento di un modo nuovo di essere donna e un nuovo possibile rapporto tra i generi.


Il Manifesto/Alias – 7 maggio 2017

martedì 23 maggio 2017

150 anni d’avventura. Quando i nostri esploratori sfidavano le vette e gli abissi


Fondata un secolo e mezzo fa, la Società Geografica è stata all'inizio del secolo scorso uno degli strumenti utilizzati dal nascente imperialismo italiano nella sua competizione con le grandi potenze del tempo, Francia ed Inghilterra. Il declino del peso internazionale dell'Italia, dopo la seconda guerra mondiale, ne ha fortemente ridimensionato il ruolo e oggi rischia di essere dimenticata.

Stefano Malatesta

150 anni d’avventura. Quando i nostri esploratori sfidavano le vette e gli abissi

Domani [16 maggio], nella splendida Villa Celimontana a Roma, si celebrerà alla presenza del capo dello Stato e di altre autorità il 150esimo anniversario della Società Geografica Italiana. La Società è stata uno dei pochi organismi pubblici – così come l’Accademia dei Lincei o la Normale di Pisa – a non finire nel ritmo blando della burocrazia. Sempre con mezzi ridotti, nel passato è riuscita a organizzare spedizioni memorabili, come quella guidata da Filippo De Filippi e da Giotto Dainelli, il più grande geografo italiano, sull’Himalaya nel 1913, quella del Duca degli Abruzzi al Polo Nord, con il capitano di vascello Umberto Cagni che aveva attraversato il grande “pack” del Mar Glaciale Artico durante l’inverno con una sola slitta, dodici cani e le provviste al di sotto della necessità.

Il Palazzetto Mattei che ospita la Società è addobbato con le mappe geografiche di Vittorio Bottego, di Romolo Gessi e di molti altri esploratori. In genere queste commemorazioni sono esercizi di retorica. Ma stavolta la celebrazione si presenta come un paradosso: l’assenza della Società Geografica stessa, vista la mancanza da ormai troppo tempo di molte delle sue attività. Quello che è rimasto è solo un involucro bellissimo svuotato della sua essenza, l’entrata spettacolare in via della Navicella, una pineta attraversata da viali ombrosi e la vista superba sulla passeggiata archeologica. È un posto unico, in altri paesi non avrebbero mancato di valorizzarlo al massimo perché non esiste un sito uguale tra manufatti archeologici e memorie storiche. Adesso studiosi e viaggiatori non frequentano più il Palazzetto Mattei.


La Società Geografica Italiana nacque a imitazione della gloriosa Royal Geographical Society, quella leggendaria fondata da Sir Joseph Banks, che era stato con James Cook nei Mari del Sud, alla ricerca dell’albero del pane che poteva sostituire la farina nell’alimentazione degli schiavi africani nelle piantagioni di zucchero nell’America degli inglesi. L’impresa più gloriosa è stata compiuta negli anni della Prima guerra mondiale da Ernest Shackleton, che nella sua missione in Antartide aveva attraversato lo Stretto di Drake, il tratto di mare più tempestoso del mondo, con onde di venti metri su un canotto di cinque metri senza mai dormire per diciassette giorni, insieme ai suoi quattro compagni.

Quanto a David Livingstone (1813-1873), aveva lo spirito del missionario e come tale si comportava, però faceva finta di non sapere che sulle sue tracce dopo qualche tempo sarebbero avanzati i reggimenti delle giubbe rosse dai bottoni d’oro e avrebbero piantato la Union Jack sulle terre conquistate. L’Inghilterra stava attraversando il periodo più imperialista della sua storia: un sentimento che provocava delle curiose sindromi. Per cinquant’anni gli inglesi coloniali dell’India hanno creduto alla possibilità che squadroni di cosacchi potessero scendere nelle pianure indiane attraverso i passi himalayani.

Era l’epoca in cui i due imperi si guardavano in cagnesco e giocavano a nascondino in altitudine tra il Pamir e l’Hindukush. Le spie travestite da geografi, sempre con il compasso nelle tasche, fingevano di essere lì per misurare l’altezza degli ottomila metri e giocavano a nascondino con gli agenti russi, travestiti da esploratori. Poteva succedere che a una altitudine di seimila metri, vicino al lago Karakul che ha il colore del topazio, i geografi della Royal Geographical Society offrissero un tè che veniva dalle colline dell’Assam.


La Società Geografica Italiana non aveva simili ambizioni. All’inizio si era accontentata di appoggiare lo sbarco nella baia di Assab, il primo passo italiano su quelle che saranno le colonie dell’Africa orientale. Tutto quello che si faceva in Africa era all’insegna del risparmio perché gli italiani non si potevano permettere le costose spedizioni lungo il Nilo con centinaia di portatori e non avevano esperienza delle colonie. La sconfitta di Adua (1896), la prima e l’unica che gli europei ricevettero in terra d’Africa, fu un duro colpo per la Società Geografica. La sua attività fece un salto in avanti solo con l’arrivo del fascismo e con la conquista dell’Etiopia. Quello che era stato creato era l’ultimo e il più traballante degli imperi coloniali. Ma per singolare contrasto in queste colonie si sviluppò una straordinaria architettura costituita dall’innesto dell’arte del Novecento con le antiche forme dell’arte del Mediterraneo del cubo e della sfera: una architettura di gran lunga superiore a quella moresque francese del Libano, o ai ponti in ferro del Raj britannico.

I finanziamenti alla Società Geografica sono stati sempre esigui. Forse perché i dirigenti politici hanno una immagine sbagliata della materia. La geografia non consiste nel sapere se la Dora Baltea sia un affluente di destra o di sinistra del Po, o nel conoscere a memoria tutte le capitali europee. Ci sono fenomeni di enorme importanza che si stanno addensando minacciosamente sulle nostre teste e che rientrano perfettamente nella geografia: la desertificazione delle savane, l’aumento della temperatura dell’orbe terracqueo, lo scioglimento dei ghiacci e il conseguente innalzamento delle acque e gli tsunami, sconosciuti nel passato con l’eccezione dell’esplosione del Krakatoa che a fine Ottocento provocò un’onda alta venti metri. Presso le società di altri paesi questi temi sono pane quotidiano.

Invece la Società Geografica Italiana avrebbe bisogno di maggiori finanziamenti. Al ministro dei Beni culturali vorrei chiedere se ha intenzione di intervenire a sostegno di questa istituzione.


La repubblica – 15 maggio 2017

Hannah Arendt. La materia pulsante della teoria politica


Il libro «Per un’etica della responsabilità» di Hannah Arendt, edito da Mimesis, raccoglie le lezioni della filosofa tedesca a Berkeley, California, nel 1955.

Francesca Romana Recchia Luciani

La materia pulsante della teoria politica

Le lezioni che Hannah Arendt è chiamata a svolgere come visiting professor presso il Berkeley College dell’Università della California nel semestre primaverile del 1955, sono una miniera preziosa per chiunque voglia approfondire quel nesso tra esercizio del pensiero e filosofia politica che rende l’analisi arendtiana un prezioso scandaglio dello spazio politico contemporaneo e delle forme che in esso assumono le teorie dell’azione sociale e politica. Ora pubblicate con il titolo Per un’etica della responsabilità. Lezioni di teoria politica (Mimesis, pp. 150, euro 14), come giustamente rileva la curatrice del volume, Maria Teresa Pansera, parte rilevante del significato e del loro valore è connesso specificatamente alla loro collocazione temporale, poiché esse si situano esattamente a metà strada tra Le origini del totalitarismo (1951) e Vita activa (1958), gettando un fascio di luce sia sulla fase di riflessione seguita al primo volume che su quella di gestazione del secondo. Alla teorica della politica interessa, attraverso queste lezioni, non soltanto dare conto del ruolo che la riflessione filosofica e concettuale riveste nell’elaborazione e nello sviluppo del pensiero politico moderno, ma soprattutto evidenziarne gli elementi ancora decisivi per comprenderne il ruolo nel contesto contemporaneo e dunque per pensare una fenomenologia politologica e critica dell’attualità.

Arendt è animata da un interesse storico-ermeneutico potentissimo riguardo ai fenomeni politici e alle loro degenerazioni e già nella sua meticolosa disamina del totalitarismo il suo approccio «sagittale» al recente passato(la «freccia scagliata al cuore del presente» di Foucault), all’evento totalitario e alle forme del suo accadere, rivela quanto poco l’appassioni l’intento fenomenologico-descrittivo rispetto all’urgenza ermeneutico-critica che la induce a intraprendere una riflessione filosofica intorno ai regimi che hanno condotto ad Auschwitz e a Kolyma. La diagnosi del tempo storico appena trascorso va delineandosi in queste lezioni come un’«ontologia del totalitarismo» nel senso in cui Foucault contrappone le due grandi tradizioni critiche fondate da Kant, quella epistemologicadell’«analitica della verità» a quella ermeneutica di «un’ontologia del presente», poiché il totalitarismo viene qui assunto come evento storico e filosofico che evidenzia la disintegrazione dei rapporti tradizionali tra vita e potere, tra esistenza e politica, nonché come potenzialità attualizzata di modificazione irreversibile e distruzione del mondo reale.


In questi appunti per le sue lezioni di teoria politica Arendt ingaggia un corpo a corpo con la tradizione del pensiero politico classico che la porta a confrontarsi con quelli che chiama «gli autori» per distinguerli dai «commentatori», poiché l’autorialità di Machiavelli, Hobbes, Spinoza, Locke, Montesquieu, Rousseau, Kant, Tocqueville, Marx consiste nell’aver «contribuito alla definizione del mondo in cui viviamo», avendolo arricchito attraverso le proprie parole, rispondendo «puntualmente alle nuove e decisive esperienze» del tempo in cui hanno vissuto, poiché «gli autori sono auctores, che aggiungono qualcosa al mondo».  Così più che alle relazioni e alle influenze reciproche tra autori, ingredienti di una storia delle idee o «dello spirito», le interessa come ognuno di essi ha interpretato e cosa ha pensato della Storia, qui intesa come «conditio sine qua non per la scienza politica», nell’atto stesso di confrontarsi con il mondo reale nel quale si è trovato a vivere e a partire dal quale ha elaborato la propria visione. Arendt stessa, in tal senso, si situa a pieno titolo all’interno della schiera degli autori e dei creatori di teoria politica perché tanta parte della sua vita è stata dedicata alla comprensione del più imponente e distruttivo fenomeno del proprio tempo storico, il totalitarismo come humus del male estremo che ha indelebilmente segnato il Novecento.

Ecco allora che se la Storia viene intesa come materia viva e cuore pulsante dell’elaborazione teorica di ogni concezione politica («lo scrittore politico ama il mondo per il mondo, il mondo umano»), è pur vero che per Arendt la teoria politica si posiziona proprio al crocevia «tra la storia e la filosofia», poiché «le sue esperienze sono tutte storiche, ma la sua terminologia è quella che a suo tempo fu coniata dalla filosofia». Pertanto è possibile ricostruire il vocabolario (e di conseguenza la grammatica) delle dottrine politiche che hanno fornito gli strumenti interpretativi della storia e del suo farsi associando autori a concetti. 

Ciascuno di essi ha introdotto almeno una parola chiave che corrisponde alla categoria usata in prevalenza per comprendere il proprio tempo, contribuendo così attivamente alla costruzione del mondo che descrive («il vero autore [accresce] il vero mondo … egli è parte integrante della storia»). Machiavelli, per esempio, colui che fonda l’autonomia della sfera politica, osservando Firenze, prima città-stato dell’età moderna, introduce il concetto di Stato e il tema della «fondazione del corpo politico» poiché estende la categoria sino all’Italia come Stato-nazione; Hobbes ha invece a cuore «non il potere ma i processi di potere, il ‘potere dopo il potere’»; Spinoza, poi, difende la libertà filosofica e, come Locke, concepisce la proprietà come «l’incontro tra il lavoro umano e le cose» istituendo un legame tra produzione e proprietà.

Fondamentale è inoltre il confronto tra Hobbes e Rousseau intorno al tema cruciale del contratto sociale; mentre a Montesquieu preme comprendere «i principi e le condizioni su cui si fonda» l’azione umana che «muove il corpo politico» modellando le diverse forme di governo; per Rousseau invece conta soprattutto la dimensione sociale della natura umana al punto che se la principale facoltà dei viventi è la volontà, la loro costituzione antropologica è politica. Kant poi pone con forza la tematica dell’agire come il nesso «tra legge e libertà»; chi agisce è un legislatore che appartiene ad un «corpo politico»; Tocqueville, invece, insisterà sull’uguaglianza, ma bisognerà attendere Marx perché essa venga concepita come «una nuova gerarchia delle attività umane». Se con Hegel poi la teoria politica si tradurrà in «nuova filosofia della storia», sarà proprio Marx invece a concepire la centralità del concetto di «lavoro» e a elaborare la categoria antropologica di animal laborans.


Il confronto teorico ed epistemologico con ciascun autore rilevante della tradizione della scienza politica occidentale è in queste lezioni approfondito, preciso e puntuale, e infatti troviamo qui in nuce molte delle questioni (spazio pubblico e sfera privata, il lavoro, l’opera, l’azione, la disfatta dell’homo faber e la vittoria dell’animal laborans) che impegneranno Arendt in Vita activa, il testo in cui l’interrogazione sulla condizione umana nell’età presente si fa più radicale. In questi appunti cerca appigli e punti di sostegno concettuali che sorreggano il suo sforzo di sintetizzare svolte, rotture ed evoluzioni della storia del pensiero filosofico-politico affinché quel passato restituisca senso al mondo contemporaneo, al suo presente storico, orizzonte di processi politici traumatici e senza precedenti.

È il «filo spezzato della tradizione» il sottotesto che Arendt legge in filigrana a questa rassegna di temi e figure delle teorie politico-filosofiche della modernità, giacché se ogni visione teoretico-politica implica de facto un cambiamento di paradigma, una modificazione profonda della prospettiva da cui la storia viene osservata, e conseguentemente delle categorie che occorrono per leggerla, la rottura definitiva con la tradizione avviene quando la tanatopolitica del totalitarismo sterminazionista, ribaltando la massima della «sacralità della vita» sintetizzata nel principio religioso, legale e morale «non uccidere», consente e ordina l’esatto contrario: «uccidi».

Non per caso è dedicata a Kant, alla sua visione della dignità umana come nucleo propulsore della ragion pratica, l’ultima lezione di questa preziosa raccolta, poiché sappiamo che Arendt tornerà, dopo il processo Eichmann, proprio alla Terza critica kantiana per reperire nella sua teoria del giudizio, nella sua concezione del senso comune come luogo della socievolezza e della comunicazione tra umani, le risposte al dilemma morale circa la «responsabilità personale sotto la dittatura». E sino alla fine della sua ricerca saranno proprio Kant e Socrate (a testimonianza che spesso l’ontologia del presente cammina sulle stampelle del passato) ad accompagnarla nella messa a punto di uno dei concetti-chiave della sua teoria politica, quello che individua nell’attività del pensiero (la «dualità del due-in-uno», «il dialogo di sé con se stesso») l’unico antidoto alla cieca violenza del potere assoluto che Hannah Arendt aveva visto dispiegarsi nei totalitarismi novecenteschi sino alla sua massima capacità di annientamento. Cosa che fa di lei non solo una filosofa o una teorica della politica, ma un’autrice che, proprio come quelli da lei elencati, ha arricchito il mondo con i propri concetti e le proprie parole.


Il manifesto – 13 maggio 2017

Hippy Revolution



Nella confusione psichedelica della nostra giovinezza c'è stato spazio anche per la beat generation, i romanzi di Kerouac, le poesie di Ginsberg, le camicie a fiori e il sogno di una San Francisco assolata e libera. Un libro ricostruisce quella storia.

Massimo De Feo

Hippy sapiens sapiens

Con Hippy Revolution (Edizioni 24 Ore Cultura, 154 p.) Matteo Guarnaccia torna all’estate del 1967 per raccontare, a chi non l’ha vissuta in prima persona e a chi ha bisogno di una ripassata, fatti, personaggi e storie della reale Summer of Love. É un libro-oggetto molto illustrato dalla psichedelica mano del suo autore, dagli anni 70 tra i pionieri della nuova arte visionaria, grafico, pittore, scrittore, psiconauta, grande viaggiatore e parecchie altre cose ancora.

La Beat Generation, gli hippies, il jazz, il rock, gli happenings, le droghe, la rivoluzione sessuale, le comuni, la California, l’Oriente, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam… ad ogni pagina un disegno in bianco e nero da colorare e/o ritagliare, in cima a ogni capitolo una canzone da indovinare, a chiusura del manuale un Gioco dell’Oca per hippies doc.

Nel 1967 all’Human Be-In erano in 30 mila nel Golden Gate Park a San Francisco quando Timothy Leary pronunciò la famosa frase «Turn on, tune in, drop out» (più o meno: accenditi, sintonizzati, lasciati andare).


Come si è «acceso» Matteo Guarnaccia?

È stata fondamentale l’epifania cromatica delle copertine dei dischi, che mi hanno messo in contatto con mondi alieni eppure così vicini al mio sentire. Ascoltando le copertine di artisti come Rick Griffin (Aoxomoxoa), Martin Sharp (Disraeli Gears) o Peter Blake (Sgt. Pepper) e guardando la musica dei Dead, dei Cream e dei Beatles, ho iniziato a tendere le antenne, anzi devo dire che è stata una bella sorpresa scoprire di essere provvisto di organi sensoriali del genere. Un corto circuito psichico che ha ristabilito il contatto – forte e chiaro – con il prezioso mondo interiore, o con lo sguardo infantile se si preferisce; un contatto che la società conformata – scuola, famiglia, chiesa, tv – stava facendo svanire. Avevo 14 anni, un bel prurito esistenziale e un desiderio di percorrere il lato soleggiato della vita, che di lì a breve mi avrebbe trascinato, in autostop come si usava allora, ad Amsterdam. Un luogo a cui sarò sempre grato per avermi offerto lo spazio «protetto» per ascoltare il colore dei miei pensieri. Lo zeitgeist (spirito del tempo, ndr.) sgambettava felice tra i suoi canali, e avere a che fare con arcobaleni e unicorni era una faccenda quotidiana. Migliaia di pischelli come me sognavano lo stesso sogno, materializzandolo sul posto. Avete in mente la scena del film Woodstock quando inizia a piovere e la gente si mette a cantare insieme «no rain», ecco la situazione era esattamente quella: per qualche anno non ha piovuto – in senso metaforico ovviamente visto che eravamo in Nord Europa.

Invece che perder tempo a seguire il classico copione distruttivo, la gente si impegnava, un po’ stonata, a far funzionare meglio le relazioni tornando a un medioevo idealizzato, formando allegre bande di fuorilegge psichici contro lo sceriffo di turno. Ad Amsterdam ho iniziato la mia rivista psichedelica Insekten Sekte, due parole lette su un muro del Paradiso, un locale multimediale gentilmente concesso dal Comune per attività creative, dai light show ai corsi di cucito ed esoterismo, dai concerti dei Pink Floyd alla pasticceria, che si adattava perfettamente alle dolci tribù mutanti che stavano trasformando la città in disarmo in un centro magico, uscendo come farfalle variopinte dai loro impolverati sacchi a pelo/bozzoli militari. Una lunga estate dell’amore, vissuta in una comune internazionalista su un barcone colorato ancorato in un canale, con tanto di orto rigoglioso e capre stranite sul ponte, senza dormire e perduti in interminabili jam di musica, disegno, meditazione, cucina e carezze. Senza corazze, senza aggressività, bastava uno sguardo per intendersi con gli altri. È stata la prova, al di là del cinismo odierno e della cancellazione della memoria, che gli esseri umani possono trovare un modo di interagire gradevole non dettato dal modello «difesa territoriale, avidità, controllo». Si può realmente fluttuare rilassati e farsi trascinare dalla corrente.



Cosa c’è dietro la formula «sex drug & rock’n’roll»?

Tolta l’ironia dell’omonimo brano di Ian Dury, scritto in pieno periodo punk, rimane una stupida semplificazione giornalistica, che continua a fare danni perché riduce le coordinate di una rivoluzione a un clichè mercantile. Le parole dei Jefferson Airplane, grandi protagonisti della Summer of Love di San Francisco, suonano meglio: «Free love, Free Dope, Free Music». Comunque per correttezza bisognerebbe sostituire il termine «sex» con «intima comunicazione sensoriale e spirituale fra individui». Come si diceva ad Amsterdam: l’amore è stereo il sesso è mono. «Drugs» con «esperienze di stati allargati di coscienza», «rock’n’roll» con «liberazione delle energie creative presenti in ogni essere».


Che rapporti tra il 1967 Usa e il 1968 europeo?

La Summer of Love, nei suoi aspetti più radicali, ha elaborato segnali provenienti dalla scena provo olandese e dal surrealismo, godendo di un margine di manovra sconosciuto in Europa. Da parte sua l’America poteva contare su grandi spazi, un atteggiamento di grande disponibilità verso le novità, la presenza stregata della tradizione nativa americana, uniti alla forza propulsiva e comunicativa del rock’n’roll. La particolarità più evidente, e la differenza con quanto accadrà in Europa l’anno successivo, è una totale refrattarietà alle ideologie politiche (escluso un certo anarchismo alla Thoreau) e la capacità di mettere immediatamente in atto forme di aggregazione spontanea, famiglie allargate su basi solidaristiche e progettuali, figlie dello spirito di frontiera rilanciato dal famoso discorso di John Kennedy. La Nuova Frontiera, recepita dagli spiriti ribelli non come metafora ma come realtà crepitante nel sistema nervoso. Il 1967 californiano è stato uno dei tanti focolai di una rivolta giovanile che si andava diffondendo a macchia d’olio in tutto il mondo.


Gli hippies hanno resuscitato  Dioniso….

Quello che i grandi saggi degli albori della psichedelia avevano intuito, da Hoffman a Huxley, il legame tra l’esperienza con l’LSd e i culti eleusini, veniva messo in pratica nella Summer of Love. I party esperienziali, gli acid test, i be-in, gli happening riproponevano in maniera chiara e inequivocabile il ritorno di Dioniso, un tuffo nello sciamanesimo. «Uno strano lungo viaggio» come cantavano i Grateful Dead. Scosse, Scatenamenti («Shake, Rattle and Roll») perdita dell’ego, fusione nel Tutto, ritorno, consapevolezza… avvenivano non più con la colonna sonora dei cimbali e dei flauti ma con le chitarre elettriche distorte. «Non è morire, non è morire» salmodiavano i Beatles. Erano pittoreschi e pasticciati tentativi di riportare i Misteri nella modernità. Le giovani hippies erano la versioni moderne delle menadi del mondo classico, senza truculenza annessa. Se guardiamo le loro rappresentazioni nelle pitture greco-romane e le foto delle figlie dei fiori nei festival pop, c’è una somiglianza incredibile.


Cosa è rimasto della Summer of Love?

Molto più di quanto comunemente si creda. L’atteggiamento responsabile verso le tematiche ambientali, i diritti delle donne – più dee che suffragette – dei bambini, la tribù più maltrattata del pianeta, e delle minoranze in genere. La percezione di interdipendenza tra tutte le forme di vita, considerare la tenerezza come un valore e non come una debolezza. L’arte intesa come collante sociale, celebrazione e liberazione, non solo decorazione o mercato. La fine della demonizzazione dell’uso di certe sostanze sacre, nella terapia medica e nella ricerca scientifica. Piccoli passi: la scienza abbandona la geometria euclidea e si apre a quella frattale, allo studio dei delfini con John Lilly; la nascita del personal computer con Steve Wozniak, l’inventore della Apple; il Tao della fisica di Fritjof Capra; le terapie psicoanalitiche unite al lavoro sulle energie sottili del corpo dell’Esalen Institute; gli studi sugli stati pre-morte di Stanislas Grof, e la Politica dell’esperienza di Ronald Laing. La rivoluzione hippy continua…


Sei mai stato  a San Francisco?

Certo parecchie volte, avevo dei cari amici che stavano in città. Haight Ashbury in via di gentrificazione ma con ancora nell’aria qualcosa di particolare, deliziose bottegucce, librerie con i pavimenti imbarcati dal peso dei volumi e gattoni pigri che proteggevano i pezzi più desiderati, poeti che vivevano come indiani tra le piante di Golden Gate Park, i disegni di Rick Griffin contemplati con reverenza, il piacere degli incontri pieni di salsedine e buddhismo nelle house boat di Sausalito. Andare a un concerto di gamelan usando un carrello del supermercato come mezzo di trasporto, scivolando giù dalle colline con la mia dolce compagna. Una gelateria con i gusti dedicati agli eroi della Summer of Love: Cherry Garcia, Wavy Gravy.

Ma la magia vera si era conservata più a nord a Bolinas, una meraviglia persa dietro una muraglia di nebbia, protetta dal mantra incessante dell’oceano e abitata da arditi carpentieri, artisti e poeti – tra cui Joanne Kyger (già compagna di Gary Snyder) – che avevano tolto i cartelli stradali che portavano al paese per evitarsi turisti e scocciatori.


Una tua storia hippy?

In Sardegna vago con un paio di amiche alla ricerca di una comune (Madria) dove siamo stati invitati, ma di cui ignoriamo l’indirizzo. Ci siamo persi e ci ripariamo dal sole nell’antro dove una vecchina faceva lo yogurth come ai tempi di Ulisse. Dal nulla sbucano una banda di freak colorati come una scatola di cioccolatini, gente del Living Theatre. Fratellanza istantanea. Sollevandoci letteralmente da terra ci caricano sul loro furgone dipinto, dove un mangianastri quasi scarico suona All Right Now dei Free. Arriviamo in mezzo al nulla, in una fantastica villa costruita su una spiaggia e circondata da un tappeto di ginestre. Passiamo una nottata funambolica, poi al pomeriggio ci svegliamo, abbiamo delle penne tra i capelli, gli occhi truccati, c’è un mio disegno sul muro, siamo soli in questa casa enorme che profuma di primavera, con accanto una borsa di paglia piena di cibo, un libro sui preraffaelliti e un foglio con scritto «love». Dopo un bel bagno salutiamo le sagge capre che fanno colazione sulla strada e ci rimettiamo fischiettando a cercare Madria. Naturalmente non abbiamo più incontrato i nostri ospiti.


Il manifesto – 13 maggio 2017

lunedì 22 maggio 2017

Il cuore antico della Valle Maira


Giorgio Amico

Il cuore antico della Valle Maira

La Valle Maira da secoli custodisce gelosamente un tesoro. Chiese, cappelle e piloni a punteggiare antiche vie del sale. San Salvatore si affaccia sul Maira, carica di storia. Luogo di ristoro dei pellegrini, segnato da una antichissima devozione.


Intorno al 1460 un ignoto maestro ne affrescò le pareti. Apostoli, martiri, santi dallo sguardo indecifrabile.


Ma più in alto spiccano gli ancora più antichi affreschi romanici del XII secolo. Tracce di un passato di cui si è persa quasi completamente la memoria.


Risalendo il ripido cammino che porta ad Elva, appare la chiesa di San Peyre circondata dalla silenziosa bellezza delle montagne.


All'interno, un pastore da secoli suona il suo strumento


cullando il sonno del Bambino.



E poi Elva, perla delle Alpi



tetti di pietra sullo sfondo del Pelvo


Qui, fra diavoli che non riescono a spaventarci


e muti custodi della soglia


Hans Clemer ha mostrato quale forza visionaria potesse esprimere un fiammingo, cresciuto al sole della Provenza,  venuto a vivere e a dipingere fra le montagne.



La sua crocefissione travolge per l'intensità degli sguardi


Le sue donne piangenti hanno la bellezza un po' triste delle donne della montagna


di chi conosce la fatica quotidiana del vivere.


Una fatica che solo la bellezza dei luoghi rende sopportabile.




Quaranta finestre 7. Elva



7. Elva (CN)

Sono arrivati che faceva giorno uomini e donne all'altipiano 
Col passo lento, silenzioso, accorto
Dei seminatori di grano 

Gianmaria Testa

Storia e mito della Menorà, il più antico simbolo ebraico


I Musei Vaticani e il Museo Ebraico dedicano una mostra al più importante tra i segni dell'ebraismo: dal testo biblico al candelabro del Tempio di Gerusalemme.


Anna Foa

A Roma storia e mito della Menorà, il più antico simbolo ebraico

La mostra che si apre in Vaticano lunedì 15 maggio, organizzata in collaborazione tra i Musei Vaticani e il Museo Ebraico di Roma, è intitolata "Menorà: culto, storia e mito". La Menorà, il candelabro a sette braccia il cui nome ha la stessa radice di or, luce, è il maggiore e il più antico dei simboli ebraici. La sua storia va dal testo biblico al candelabro del Tempio portato a Roma nel trofeo di Tito alle raffigurazioni nelle catacombe ebraiche al moderno stemma dello Stato di Israele, dove è affiancata da due rametti d'olivo.

Il logo della mostra raffigura appunto un particolare segmento dai bassorilievi dell'arco di Tito, che rappresentano il trofeo romano sulla Giudea sconfitta: prigionieri ebrei portano sulle spalle la grande e pesante Menorà in oro. È, di tutte le immagini che abbiamo della Menorà, quella che più si avvicina alla realtà, dal momento che pochi anni soltanto erano passati dal corteo vittorioso di Tito e la Menorà del Tempio era ancora presente agli occhi degli artisti che la scolpirono.

Ma una raffigurazione della Menorà in una pietra di una sinagoga di Magdala, scoperta nel 2009 e datata intorno alla distruzione del Tempio, mostra un'immagine differente da quella di Roma, sia nei bracci, non arcuati ma ottagonali, sia nella base. La Menorà era simbolo di saggezza e di illuminazione. Essa ricordava anche, come ricordano i testi, il roveto ardente, e con i suoi sette bracci è stata ancora interpretata come il simbolo della creazione che appunto richiese sette giorni per realizzarsi.


La lucerna centrale simboleggerebbe il Sabato. Essa è stata interpretata anche alla luce delle dottrine cabalistiche. La Menorà fu per secoli il simbolo stesso dell'ebraismo. Solo a partire dal XVII secolo essa cominciò ad essere affiancata dal magen David, la stella di David, che ritroviamo ora sulla bandiera di Israele.Nella storia della Menorà, realtà, culto e valore simbolico sono strettamente intrecciati. La sua costruzione è disposta e minuziosamente descritta nella rivelazione fatta da Dio a Mosè, come si legge in Esodo 25, 31-40.

La sua base era adorna di immagini di fiori e frutti. Inizialmente era collocata nel Tabernacolo, il santuario trasportabile che accompagnava gli ebrei nel deserto, poi nell'anticamera del Tempio. Scomparve nell'esilio babilonese e fu ricostruita e collocata nel secondo Tempio. Ce la descrive Giuseppe Flavio, che fu testimone della sua traslazione a Roma. La Menorà doveva restare accesa dal tramonto all'alba, ma una o più delle sue lampade restavano accese anche durante il giorno. Nella riconsacrazione del Tempio ad opera dei Maccabei, nonostante fosse sufficiente per un sol giorno, l'olio delle lampade rimase miracolosamente acceso per otto giorni. Da lì la festa di Hannukka, caratterizzata dall'accensione del candelabro a nove braccia, la hannukia.


Come il rilievo datole nei bassorilievi dell'Arco di Tito dimostrano, la Menorà ebbe un ruolo speciale nel trionfo di Tito. Era al tempo stesso un oggetto di gran pregio, costruita com'era in oro puro, e il simbolo della Giudea sconfitta.

Inizialmente, fu custodita nel Tempio della Pace, il nome attribuito al Foro di Vespasiano, tra i Fori e la Suburra. Durante il sacco di Roma del 455 ad opera dei Vandali di Genserico, fu trasportata a Cartagine con il resto del bottino. Di là fu portata a Bisanzio da Belisario, il generale di Giustiniano, quando questi conquistò Cartagine nel 533, per essere portata in un ulteriore trionfo descrittoci da Procopio. Ed infine sembra essere approdata a Gerusalemme, non sappiamo dove né come. Da allora se ne sono perse le tracce, forse è stata fusa nel sacco di Gerusalemme ad opera dei Persiani nel 614. Si tratta però di notizie prive di fonti certe. Infatti, ben presto, di fronte ad un candelabro errante, e sostanzialmente, dopo Tito, volto a far ritorno nel luogo delle sue origini, la sua localizzazione cominciò ad essere avvolta nelle nebbie del mito.


La questione si complicava per il fatto che già nei primi secoli si parlò di una duplicazione del candelabro. Quale era quello originario, strappato al Tempio nel 70 e divenuto il simbolo dell'identità di un popolo in diaspora?A Roma, dove l'esistenza della Menorà era quotidianamente testimoniata dai bassorilievi dell'arco di Tito, l'idea che essa non avesse mai lasciato la Città era diffusa.

Ne ritroviamo traccia, sia pur vaga, in alcuni testi talmudici e perfino nel viaggio di Beniamino da Tudela, un viaggiatore ebreo del XII secolo. Una delle leggende fiorite intorno al candelabro lo diceva affondato nel Tevere. Era una diceria che risaliva ai secoli del sacco dei Vandali, e che ha forse come punto reale di riferimento il fatto che il bottino fu trasportato fino al mare sul Tevere. 

Un'altra leggenda lo diceva invece nascosto sotto il Laterano. Priva di basi documentarie, la leggenda sulla presenza a Roma della Menorà è tuttavia sopravvissuta nei secoli, fino ad arrivare agli scavi tentati nel Tevere alla fine del XIX secolo e alla richiesta che sarebbe stata fatta in anni recenti al Vaticano di cercarla nei suoi sotterranei e di restituirla allo Stato di Israele. L'altra ipotesi, che ha una maggiore corrispondenza nelle fonti, è quella che essa sia a Gerusalemme, nascosta o perduta.


È questa, ad esempio, la tesi su cui si basa un romanzo di Stefan Zweig, Il candelabro sepolto, scritto nel 1937 e pubblicato in italiano da Skira, per la prima volta autonomamente dagli altri scritti di Zweig, nel 2013 con una bella postfazione di Fabio Isman. In anni molto recenti, nel 2002, aveva per un momento rinforzato la tesi del Tevere la scoperta di una lapide nei giardini del Tempio secondo cui il candelabro sarebbe stato visto, all'inizio del V secolo, in fondo al Tevere a sud dell'Isola Tiberina. Un falso del XIX secolo, ha scoperto l'allora direttrice del Museo Ebraico, la scomparsa Daniela di Castro, creato forse per dar lustro alla già illustre storia degli ebrei a Roma. Il candelabro del Tempio continua ad restare inafferrabile.


Avvenire – 13 maggio 2017