TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 27 luglio 2017

Arturo Martini. La vita in figure




Venerdì 28 luglio 2017 alle ore 18,30 
a vado L. (SV)
nel Giardino di Villa Groppallo 
la Prof.ssa Elena Pontiggia presenterà il suo ultimo libro
"Arturo Martini. La vita in figure".
Seguirà la visita alle opere di Martini in Museo, l'apericena e il Concerto Swing e Blus del gruppo The Doggone Dogs

Sant'Ampelio, cuore di Bordighera


Guy Debord- Asgern Jorn: un incontro all'origine dell'Internazionale situazionista


Terza puntata del nostro mini viaggio alla scoperta dell'Internazionale situazionista. Oggi parliamo dell'incontro fra Asger Jorn e Guy Debord.

Giorgio Amico

Guy Debord- Asgern Jorn: un incontro all'origine dell'Internazionale situazionista

Jorn viene a conoscenza dell'esistenza dell' Internazionale lettrista grazie alla lettura del terzo numero di Potlatch che gli è stato passato dal pittore Enrico Baj che a sua volta lo ha ricevuto direttamente da Debord. Il bollettino gli pare subito interessante, anche se molto confuso, ma ciò che colpisce di più Jorn è l'assonanza fra le sue idee antifunzionaliste e le tesi lettriste:

«Potlatch è interessantissimo, ma assai confuso. Occorre mettersi in contatto con loro... è sorprendente come siamo sulla stessa linea. […] Il lettrismo letterario corrisponde nettamente con la ricerca del segno in pittura, poi una concezione artistica nuova basata sull'incontro immediato tra la soggettività e il mondo obiettivo. Si deve cercare se possibile, di trovare un legame fra questi due movimenti internazionali, il nostro e il loro […] Bisogna assolutamente che noi pubblichiamo i loro testi sull'architettura […] credo che abbiamo trovato qualcosa di importante».


Trattando dell'incontro fra i lettristi e Jorn, Kaufmann, che pur ne rileva l'importanza per la nascita futura dell'Internazionale situazionista, parla di fatto sostanzialmente casuale e aleatorio. In realtà è da quando ha fondato il MIBI e si è collegato ai nucleari che l'artista danese lavora alla costruzione di un più vasto raggruppamento internazionale. Si comprende dunque come la scoperta dell'esistenza a Parigi di un gruppo d'avanguardia su posizioni molto simili alle sue spinga Jorn a cercare immediatamente un contatto. Da Albisola, dove risiede, Jorn scrive a André-Frank Conord esponendo le sue posizioni e richiedendo informazioni sull'attività dell'Internazionale lettrista. Conord gira la lettera a Guy che non perde tempo: già il 16 novembre assieme a Michèle Bernstein scrive a Jorn. La lettera è formale ma anche molto calda:

«Caro Signore, la vostra lettera ci è stata trasmessa ieri da André-Frank Conord, assieme alla copia della risposta che vi ha inviato a titolo personale. Siamo felici di prendere conoscenza della vostra azione in una lotta che è anche la nostra. La necessità di sfruttare a fini passionali gli immensi poteri dell'architettura è una delle affermazioni basilari del nostro movimento. Al di fuori di ogni ambizione artistica, ciò che vogliamo stabilire, è una nuova forma di vita. Per questa impresa l'architettura (Bauhaus) è evidentemente il primo dei mezzi di cui dobbiamo servirci. Noi siamo giustamente uniti dall'idea che l'esistenza sia generalmente insignificante, ma che tocchi a noi costruire dei giochi essenziali. Noi finiremo sicuramente per avere ragione, in architettura come negli altri campi. Ameremmo ricevere i vostri bollettini. Dal canto nostro vi inviamo oggi stesso, con spedizione a parte, dei documenti recenti. Riceverete in futuro le nostre pubblicazioni. Siamo molto favorevoli a ogni forma di collaborazione che potremo mutualmente scambiarci e anche alla ricerca con voi di un programma comune. Crediate alla nosta viva simpatia».

E' l'inizio di una profonda amicizia e di una attiva collaborazione che porterà nello spazio di tre anni alla fondazione dell'Internazionale situazionista. Debord trova in Jorn un artista impegnato, ma soprattutto un marxista. Membro dagli anni Trenta del Partito comunista danese, attivo nella Francia del Fronte Popolare nelle campagne di solidarietà con la Repubblica spagnola, resistente contro l'occupazione nazista, Jorn è un comunista antistalinista, studioso attento dell'opera di Marx. Debord non è particolarmente interessato ad una collaborazione con Baj e i suoi compagni del movimento per un'arte nucleare, impegnati solo in campo artistico. Egli tuttavia ritiene che, nonostante i limiti degli italiani, occorra mantenere i contatti, perchè «il Movimento per un'architettura immaginista, a cui aderiscono, difende in architettura una posizione realmente moderna». Su questo terreno, considerato l'unico realmente rivoluzionario, esistono le condizioni per un accordo e una fattiva collaborazione.


Per rafforzare l'intesa appena raggiunta, Debord traduce in francese Immagine e forma, l'opuscolo che Jorn aveva pubblicato con l'aiuto di Baj nell'ottobre 1954. Qualche estratto esce sul numero 15 di Potlatch sotto il titolo Una architettura della vita. «Jorn ha voluto vederci dopo aver letto Potlatch – racconta Michèle Bernstein – É venuto all'Hotel de la Facultè. É stato subito amore». Il ricordo è sfuocato. Le date non corrispondono. Probabilmente Jorn e Debord si incontrano per la prima volta nel dicembre 1954 in occasione di un soggiorno di Jorn a Parigi. Lo afferma Bourseiller che però non porta alcun argomento a sostegno. La prima data certa è il 23 aprile 1955 quando Debord scrive al danese in merito ad un incontro e poi il mese di settembre, quando Jorn, dopo aver letto l'articolo Perchè il lettrismo?, apparso sul numero 22 di Potlatch, ricontatta Debord per riconfermare il suo appoggio e gli annuncia la sua intenzione di recarsi a Parigi per incontrare di persona i suoi nuovi compagni di lotta. «Arriverò a Parigi – scrive – verso la metà di ottobre e spero che questa volta riusciremo ad incontrarci per iniziare una discussione, che credo sarà fertile».

Come abbiamo visto, Jorn è convinto che il «programma letterario» lettrista corrisponda «esattamente» al programma artistico suo e di Baj. Debord lo è un po' meno, tanto che agli inizi del 1956 scrive a Trocchi che Jorn è «ancora ingombro di formulazione estetiche inutili» Anche la valutazione dell'incontro non è del tutto positiva:

«Asger Jorn è a Parigi. Egli insiste molto per collaborare con noi. È un uomo simpatico e intelligente. Ma ancora ingombro di qualche formulazione estetica inutile. Per cui le conversazioni che ho avuto con lui mi hanno profondamente annoiato; e al presente lascio i nostri amici continuare la discussione. Si vedrà ciò che si può fare».

Tra la fine del 1955 e l'inizio del 1956 il processo di avvicinamento dei due gruppi si accelera. Jorn fonda con Pinot Gallizio e Piero Simondo il Laboratorio sperimentale di Alba, contemporaneamente acquista un piccolo studio a Parigi, convinto che la partita decisiva si giochi soprattutto in Francia. Quanto a Debord, egli inizia a pensare ad iniziative comuni che vadano oltre il semplice scambio di materiali. Egli ha fin da subito ben chiaro che solo un rapporto organico con Jorn può permettere alla minuscola Internazionale lettrista di uscire definitivamente dall'ambito parigino ed assumere finalmente respiro europeo. Esiste, scrive compiaciuto a Wolman, «una marmaglia franco-belga-italiana che inizia ad amarci molto, a trovare che abbiamo dello spirito».


(Da: Giorgio Amico, Guy Debord e la società spettacolare di massa, Massari editore, 2017)

Proust e Cocteau, storia di un'amicizia difficile


In “Proust contro Cocteau” Claude Arnaud racconta il legame forte ma pieno di incomprensioni fra due geni del Novecento

Benedetta Craveri

Marcel versus Jean quanto odio-amore nella strana amicizia tra due geni del ’900


Marcel Proust e Jean Cocteau dovevano avere già sentito molto parlare l’uno dell’altro quando, tra la fine del 1909 e l’inizio del 1910, si conobbero di persona. Il primo stava per compiere quarant’anni, il secondo ne aveva solo ventuno. Ma si trattò dell’incontro di due «spiriti, quasi gemelli», come disse Proust, o l’inizio di un processo di «cannibalizzazione reciproca», come ipotizza Claude Arnaud nel suo splendido Proust contro Cocteau (Archinto, traduzione di Anna Morpurgo)?

Lasciata alle spalle una imponente quanto definitiva biografia di Cocteau (Gallimard, 2003), Arnaud ha infatti voluto ripercorrere l’avventura artistica del suo scrittore d’elezione alla luce del confronto con quella dell’autore della Ricerca del tempo perduto. E la formula critica del doppio ritratto si rivela felice. Non solo in Proust contro Cocteau i due scrittori si rispecchiano l’uno nell’altro per meglio conoscere se stessi, ma tanto le loro sorprendenti analogie quanto la loro irriducibile diversità costituiscono una chiave d’accesso privilegiata per la comprensione di entrambi. Incominciamo dalle somiglianze.

Ad unirli, oltre all’omosessualità, alla relazione edipica con la madre, alla passione mondana, è «una stessa curiosità divorante, un desiderio di piacere oltre che di dominare». Questa gemellarità comporta, tuttavia, non pochi distinguo. Se è Proust a essere un figlio abusivo che facendo ricorso alla pietà, all’ansia, al ricatto, impedisce alla madre di staccarsi da lui, è Mme Cocteau, giovane, elegante vedova di un marito morto suicida, a «plasmare il figlio a sua immagine, a instillargli i suoi gusti, le sue inquietudini, il suo narcisismo ». Se Marcel sente la necessità di nascondere la sua omosessualità e riesce a praticarla solo con dei ragazzi prezzolati, Jean la esibisce spavaldamente e colleziona le avventure. Se il primo mitizza la vita mondana rimanendone ai margini, e finisce per «desiderare solo quello che lo esclude», il secondo miete ovunque successi.


A dividere fin dall’inizio i due amici, nonostante l’ammirazione che professano l’uno per l’altro, è però la loro concezione della letteratura. Fin da adolescente Cocteau si impone per la molteplicità dei suoi talenti: pratica la musica, il disegno, il teatro, i versi, per poi cimentarsi con la narrativa, la saggistica e, col sopraggiungere del cinema, anche con la sceneggiatura e la regia. Ma nel 1910 Il principe frivolo lo ha già lanciato come poeta e, disinibito e prolifico, il giovane prodigio passa baldanzosamente di esperimento in esperimento, nell’attesa fiduciosa della metamorfosi definitiva.

A quarant’anni Marcel ha invece pubblicato pochissimo, è ancora incerto sulla forma da dare all’edificio di cui è andato accumulando i materiali, ma si va persuadendo che per scrivere sia necessario rinunciare a vivere. E nel timore che Cocteau, in cui rivede se stesso giovane, si lasci fuorviare da facili successi, Proust lo incita a diffidare della sua brillante intelligenza e delle «sue doti meravigliose e infeconde», e a cercare la sua ispirazione più autentica immergendosi nel proprio mondo interiore. Ma Cocteau non intende seppellirsi vivo come l’amico, i cui consigli gli appaiono sospetti.

L’ora della verità suona alla fine del 1913, con l’apparizione da Grasset di Dalla parte di Swann. Cocteau è tra i primi a definire «i molteplici specchi di questo labirinto a cielo aperto un capolavoro», patrocinando altresì il passaggio dell’amico da Gaston Gallimard in vista della pubblicazione dell’intera Ricerca, eppure non può non prendere atto che i loro ruoli si sono capovolti. «Il piccolo Marcel», il dilettante snob ossessionato dalle genealogie, è ora acclamato come un genio che ha rivoluzionato l’idea stessa di romanzo, mentre Cocteau, che si vuole moderno, appare come un epigono dei generi letterari del passato.

In questo nuovo scenario, anche i rapporti fra i due scrittori cambiano e nel disincanto reciproco gli ex gemelli rivelano in maniera inequivocabile quanto la loro concezione della vita e dell’arte siano in realtà agli antipodi. Lanciato in un inseguimento impossibile, Cocteau non riuscirà, nonostante un lavoro instancabile e i quarant’anni in cui sopravviverà alla scomparsa dell’amico di un tempo, a colmare la distanza che ormai lo separa da lui. Eppure è allo scrittore perdente che le pagine conclusive di Proust contro Cocteau rendono omaggio. Romanziere oltre che biografo e saggista, Arnaud si inchina religiosamente davanti al capolavoro di Proust ma rivendica la imprudente libertà di Cocteau che si è rifiutato di recidere il nesso tra l’arte e la vita. E l’autobiografismo di tanta letteratura di oggi non sembra forse dargli ragione?

La Repubblica – 26 luglio 2017

Claude Arnaud
Proust contro Cocteau
Archinto
euro 25


Gretel Bergmann, la campionessa ebrea che Hitler cacciò dai Giochi di Berlino


E' morta Gretel Bergmann, atleta ebrea, esclusa dai Giochi olimpici di Berlino 1936. Fuggita negli Stati Uniti, ispirò la letteratura e il cinema.

Riccardo Bruno

Gretel, la campionessa ebrea senza oro: fuori dai Giochi, sostituita da un uomo

C’ erano voluti 73 anni perché la Germania riconoscesse il suo talento negato. Solo nel 2009 era stato riabilitato il salto da un metro e sessanta che Margaret detta Gretel Bergmann aveva stabilito un mese prima dell’Olimpiade di Berlino. Gretel aveva tutto il diritto a partecipare ai Giochi e probabilmente avrebbe vinto l’oro, ma il regime nazista non poteva permettere che a trionfare fosse un’atleta ebrea. «Cara signorina Bergmann — le scrissero — ci dispiace comunicarle la sua esclusione. Lei non è stata abbastanza brava e non può dunque garantire risultati. Heil Hitler».

Gretel Bergmann è morta martedì scorso, a 103 anni, nel Queens, a New York, dove si era trasferita nel 1937. Fuggita dalla Germania, dieci dollari in tasca per iniziare, i primi lavori come cameriera e massaggiatrice, fino a quando non dimostra il suo valore d’atleta vincendo i campionati americani, non soltanto di salto in alto ma anche di lancio del peso.


Gretel è un simbolo. La sua storia è diventata un libro, un documentario della Hbo e un film, Berlin 36 , uscito nel 2009. Dieci anni prima le era stato intitolato lo stadio della città dov’era nata e dove aveva iniziato gareggiare, a Laupheim, nel Sud della Germania, vicino al confine svizzero. Lei accettò di prendere parte all’inaugurazione, rientrando per la prima volta nella sua ex patria, accompagnata da un interprete perché si era ripromessa di non parlare più tedesco. «Penso che sia importante ricordare, così ho deciso di tornare nei posti dove avevo giurato che non sarei più tornata». In un’intervista spiegò di non «odiare i tedeschi, anche se l’ho fatto in passato. Molti di loro stanno cercando di ricompensare gli errori d’un tempo, le nuove generazioni non possono essere ritenute responsabili di ciò che hanno fatto i vecchi».

Gretel non fu solo esclusa per motivi razziali, ma usata e beffata. Un prodigio atletico sin da ragazzina, la famiglia le fa provare corsa, nuoto, tennis e sci. Le prime vittorie a 10 anni, a 17 il record di salto in alto ai campionati della Germania meridionale. Ma a 19 anni l’allenatore le comunica che non potrà più far parte del suo club. È il 1933. «C’erano cartelli con scritto: non è permesso entrare a cani o ebrei», ricordò Gretel. Le viene negato anche l’accesso al collegio per la ginnastica di Berlino. Il padre Edwin decide così di portarla in Inghilterra e iscriverla al Politecnico di Londra. Nel 1935 salta un metro e 55 e vince il campionato nazionale inglese.


Gretel Bergmann inizia ad essere conosciuta come fuoriclasse di livello internazionale. Alla vigilia dei Giochi di Berlino, il Comitato olimpico preme sulla Germania perché non escluda gli atleti ebrei. Il governo nazista teme il boicottaggio, soprattutto statunitense, e invita Gretel a gareggiare. Lei è titubante, minacciano ritorsioni alla sua famiglia, alla fine si lascia convincere anche se non viene aggregata alla squadra ufficiale. A Stoccarda, un mese prima dell’apertura dell’Olimpiade, eguaglia il record nazionale, volando sopra un metro e sessanta. «C’erano bandiere con la svastica e saluti romani, la rabbia che avevo dentro era enorme. Era proprio in quelle situazioni che riuscivo a dare il meglio di me stessa. Saltai come non avevo mai fatto prima».

I tedeschi aspettano che arrivi la squadra olimpica americana, poi il 16 luglio comunicano a Gretel che resterà a casa. Le offrono solo un paio di biglietti, posti in piedi, per assistere alla finale. Lei non risponde nemmeno. «Fu uno choc terribile. Ero la migliore». Al suo posto viene chiamata Dora Ratjen, ariana di Brema, che però arriva solo quarta. Due anni dopo si scoprirà che in realtà Dora si chiama Heinrich, un maschietto tradito dalla barba dopo l’ultimo primato del mondo e arrestato per frode (anche se sarebbe troppo facile liquidarla come una banale storia di truffa: Heinrich/Dora sin dalla nascita mostra caratteristiche sessuali non definite, probabilmente nemmeno i nazisti ne sono al corrente).

La carriera sportiva di Gretel si interrompe invece allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Si sposa con Bruno Lambert, un ex velocista di non eccelso valore conosciuto da ragazza, anche lui rifugiato negli Stati Uniti. Diviene fisioterapista, madre di due figli, nonna e bisnonna. Quando le chiedevano del suo passato lei amava ripetere: «Ero la più grande speranza ebraica».

Il Corriere della sera – 27 luglio 2017




mercoledì 26 luglio 2017

Le dame, i cavalieri, le armi e le preghiere


Un percorso di libri che indaga la ferocia e la poesia del Medioevo, passando anche per figure eretiche come Giovanna d'Arco.

Marina Montesano

Le dame, i cavalieri, le armi e le preghiere

Giovanna d’Arco è certamente uno dei personaggi più dibattuti della storia europea, e non soltanto dalla storiografia, visto che la politica se n’era impossessata già al tempo del suo processo, e non ha mai smesso di farlo fino ai nostri giorni. Una ragazzina di condizione medio-bassa che si fa cavaliere, cambia la storia della Guerra dei Cent’Anni, dunque la storia d’Europa, muore sul rogo prima di compiere vent’anni.

Difficile non considerarla imprescindibile nella riflessione storiografica, ma al contempo difficile renderla un paradigma, tanto la sua vicenda sembra voler sfuggire a ogni collocazione semplificatrice. A ben guardare, però, questo è vero (magari in misura minore, o con minore evidenza) per tante vicende individuali.

È banale, ma va tenuto presente quando ci si accosta a campi come quello degli studi di genere, o di «storia delle donne», come a lungo si è detto (e talvolta si continua a preferire) in Italia. Per questo è facile imbattersi in studi che presentano piuttosto una galleria di profili di donne: non si tratta di non voler arrivare a una sintesi, ma del rendersi conto che tale sintesi sottrae alla complessità, più che renderla.


Recentemente sono apparsi due bei libri di questo tipo: Maria Teresa Brolis, Storie di donne nel Medioevo (il Mulino, pp.172, euro 18) e il volume di Maria Serena Mazzi, Donne in fuga. Vite ribelli nel Medioevo (il Mulino, pp.182, euro 14).

Giovanna D’Arco si incontra in entrambi i testi. Ma contro il pregiudizio che vorrebbe un medioevo solo o prevalentemente maschile, le donne protagoniste sono numerosissime. Figurano quelle di grado sociale e spessore intellettuale importanti: come Ildegarda di Bingen, Eloisa, Eleonora d’Aquitania e le altre «Donne celebri» (è il titolo della prima sezione del libro) di cui parla Maria Teresa Brolis. Ci sono poi anche le «Donne comuni» (è la seconda sezione) che a ben vedere tanto comuni non sono, ma occupavano nella scala sociale un gradino più basso, e magari finiscono registrate dalle fonti perché invischiate in vicende giudiziarie. Quelle per magia e stregoneria (se ne parla in entrambi i volumi) sono una categoria ben rappresentata.


Nel caso del libro di Maria Serena Mazzi, le «donne contro» diventano protagoniste. Oltre alle presunte streghe, ci sono le recluse, le mistiche, le eretiche. Ognuna di esse con una vicenda peculiare, ma nell’insieme a dimostrare che il desiderio di uscire da una condizione di subalternità, da destini segnati, era forte e diffuso. Un problema che non si poneva, o certo non con la stessa forza, in quei personaggi che come Ildegarda di Bingen o Eleonora d’Aquitania hanno dominato la scena europea del XII secolo; ma che invece si palesa in molte vicende per così dire «minori». Una storia di genere che non si intrecci saldamente con la storia sociale (e dunque dei ceti e delle condizioni) non ha, infatti, alcun senso.

Soprattutto nei secoli centrali dell’età medievale, prima che il rapido cambiamento nel settore economico mischiasse le carte, la società era irreggimentata all’interno di categorie salde, almeno sotto il profilo ideologico. «In questa valle di lacrime, gli uni pregano, altri combattono, altri ancora lavorano; e le tre categorie stanno insieme e non sopportano d’essere disgiunte, di modo che sulla funzione dell’una restano le opere delle altre due, tutte e tre a loro volta assicurando aiuto a ciascuna». È la celebre frase del vescovo Adalberone di Laon, che voleva offrire il ritratto della società europea intorno al Mille.

È il concetto delle tre funzioni, che rappresentano sulla terra l’ordine voluto da Dio e, allo stesso tempo, sono gli elementi che garantiscono l’armonia nelle società. Oratores, bellatores, laboratores: ai primi spettava pregare affinché la stabilità e la sicurezza del mondo cristiano fossero mantenute; ai secondi combattere, perché esso potesse godere della sicurezza; ai terzi mantenere i due precedenti «ordini» con la propria opera. Il termine labor indicava fondamentalmente la fatica dei campi, quindi il lavoro agricolo. Le donne non costituivano né un ordine né un genere a sé, visto che il concetto era sconosciuto, ma si collocavano all’interno di ciascuna delle tre categorie.


Si trattava comunque di un’armonia del tutto immaginaria, o meglio, come detto, ideologica; soprattutto a partire dall’XI secolo, quando i vertici del clero e le aristocrazie cominciarono un conflitto che sarebbe durato a lungo, nel quale la Chiesa cercò di irreggimentare i costumi dell’ordine dei bellatores, ossia di quello che ormai si andava configurando come il ceto cavalleresco. Era un cambiamento radicale rispetto al passato, quando l’alto clero viveva in modo conforme rispetto alle aristocrazie di appartenenza.

Lo spiegava molto bene Georges Duby già agli inizi degli anni Ottanta nel suo Il cavaliere, la donna, il prete, saggio oggi meritoriamente ripubblicato (il Saggiatore, pp. 258, euro 25). Duby parlava del matrimonio, partendo dal caso del re capetingio, dunque francese, Filippo I, scomunicato perché aveva ripudiato la moglie per rapire, e sposare, quella di un altro. Si trattava della prima scomunica comminata a un sovrano da un papa, Urbano II; e rientrava in un progetto culturale e politico di «cristianizzazione» dei costumi cavallereschi.


Non è casuale che lo stesso Urbano II invitasse i cavalieri a partire a combattere contro i musulmani, in Spagna e poi nel Vicino Oriente. Anche quello era il segno della volontà di piegare le aristocrazie della guerra alla riforma ecclesiastica.

Il culmine di questo progetto lo avrebbe raggiunto Bernardo di Chiaravalle con la sua Lode della nuova milizia, ossia dei Templari (alla cui storia è dedicato il bel saggio di Simonetta Cerrini, La passione dei Templari, Mondadori, pp. 503, euro 13), cavalieri inquadrati in un ordine religioso e da lui contrapposti alla cavalleria «profana», ossia laica e mondana. Che tuttavia avrebbe mantenuto a lungo la propria, almeno parziale indipendenza culturale, il proprio gusto per l’arte della guerra elogiata dal poeta occitano Bertran de Born: non perché giusta o al servizio di una qualche causa, come avrebbe voluto la Chiesa, ma perché bella in sé.


Lo mostra molto bene bene uno splendido libro uscito da poco: Alvaro Barbieri,Angeli sterminatori, Esedra editrice, pp. 212, euro 20), che analizza il tema della violenza nei romanzi di Chrétien de Troyes con un metodo che si muove tra filologia, storia e antropologia. Il romanzo e la poesia restano, infatti, a lungo lo specchio, magari a volte deformante, dell’ideologia cavalleresca, con la sua primordiale ferocia, le cui radici vanno cercate lontano nel tempo, come dice Barbieri sulla scorta di una ricca tradizione storiografica.

E se il «meglio morto che vivo e sconfitto» di Bertran de Born può suonare lugubre a noi contemporanei, non bisogna dimenticare che una delle ragioni del fascino che questi cavalieri hanno esercitato, rispetto agli eserciti moderni, risiede nel fatto che all’epoca erano le élites, non i poveri laboratores, a combattere. E ad autorappresentarsi nella poesia e nella letteratura, della quale i romanzi di Chrétien de Troyes letti da Barbieri costituiscono un apice assoluto.


Il Manifesto – 26 luglio 2017

Guy Debord nel caffè della gioventù perduta



Seconda tappa di avvicinamento alla giornata situazionista di Cosio d'Arroscia del 29 luglio. Oggi raccontiamo una pagina della vita del giovane Debord nella Parigi del 1951.

Giorgio Amico

Guy Debord nel caffè della gioventù perduta

Appena arrivato a parigi, il 16 ottobre Debord affitta una camera all'Hotel de la Facultè, in rue Racine, proprio nel cuore del Quartiere latino. Una sistemazione non proprio economica, la camera costa 14.000 franchi al mese, un prezzo proibitivo per uno studente, ma nel caso di Debord è la madre a coprire le spese. Da Cannes Paulette invia ogni mese al figlio 30.000 franchi, oltre a farsi carico delle sue necessità più minute. Per molto tempo dopo il suo arrivo a Parigi Guy invierà periodicamente per corriere la sua biancheria sporca alla nonna che gliela ritornerà per la stessa via lavata e stirata. Una bohème abbastanza confortevole, almeno per questo primo periodo , se paragonata alla condizione della maggioranza dei lettristi, veri marginali, costretti a vivere di espedienti e di piccoli furti.

Coerente con le tesi di Isou sul «sollevamento della gioventù» il movimento lettrista recluta dalla fine degli anni '40 dei giovani ribelli che rifiutano le convenzioni della vita borghese. Una gioventù marginale composta da artisti e intellettuali, ma anche da sottoproletari, immigrati nordafricani, minorenni scappate di casa, piccoli delinquenti e tossici. É questo l'ambiente in cui Debord si inserisce a Parigi e che, quasi alla fine della sua vita, rievocherà con nostalgia:

«Nel quartiere di perdizione dove giunse la mia giovinezza, come per completare la sua istruzione, si sarebbe detto che si erano dati convegno i segni precursori di un prossimo crollo dell'intero edificio della civiltà. Vi si incontravano in permanenza della gente che non poteva essere definita se non negativamente, per la buona ragione che non aveva alcun mestiere, non attendeva ad alcuno studio, e non esercitava alcuna arte. […] Questo ambiente di imprenditori di demolizioni, più nettamente di quanto avessero fatto i loro predecessori delle ultime due o tre generazioni, si era allora mischiato assai strettamente alle classi pericolose. Vivendo con loro, si fa in larga misura la loro vita. Ne restano evidentemente delle tracce durevoli. Più di metà di coloro che, nel corso degli anni ho conosciuto aveva soggiornato, una o varie volte, nelle prigioni di diversi Paesi; molti, certo, per ragioni politiche, la maggior parte tuttavia per reati o crimini di diritto comune. Ho quindi conosciuto soprattutto i ribelli e i poveri. Ho visto attorno a me, in gran quantità, gente che moriva giovane, e non sempre di suicidio, comunque frequente».



Questa identificazione con la piccola criminalità permette a Debord di demarcarsi ulteriormente dal suo passato di borghese agiato. Tutto ciò che è illegale l'attira: la droga, l'abuso di alcol, le ragazze minorenni, i piccoli delinquenti, le case di correzione, la prigione. Il tutto presentato come una reazione al processo irreversibile di decadenza della società, declamato come il manifesto programmatico di una generazione: «L'universo sta esplodendo. Andiamo da un bar all'altro offrendo a ragazzine fragili la mano come gli stupefacenti di cui naturalmente abusiamo».

Installatosi a Parigi Debord scopre Saint-Germain-des-Prés, il luogo di ritrovo dei giovani lettristi che si riuniscono in alcuni piccoli locali equivoci del quartiere, evitando con cura le zone alla moda, come i famosi caffè Flore e Deux Magots, frequentate dagli esistenzialisti:

« Per noi il quartiere finiva grosso modo davanti alla statua di Diderot. Lì davanti c'era un bistrot che si chiamava il Saint-Claude... Un poco avanti la rue de Rennes. Si imboccava la rue des Ciseaux, all'angolo fra la rue des Ciseaux e la rue du Four c'era un bistrot chiamato le Bouquet, un poco più lontano, rue du Four, c'era Moineau. Sul marciapiede in faccia, all'angolo della rue Bonaparte se non mi sbaglio, c'era un bistrot che vendeva patatine fritte e salsicce, la Chope gauloise; rue des Canettes, non la si frequentava allora ancora molto, ospitava già Chez Georges, un bistrot molto conosciuto. Dopo si ritornava per la rue du Four, c'era la Pergola, giusto in faccia, e l'Old Navy, un poco più lontano sul marciapiede, a centocinquanta metri dal Mabillon».

«Il mio quartiere è un'isola che nuota sulla Senna» aveva scritto Gabriel Pomerand, niente potrebbe rendere meglio di questo verso l'orgoglioso isolamento dei giovani lettristi e il loro totale rifiuto di un mondo che andava abbandonato:

«Parigi allora, entro i limiti dei suoi venti arrondissement non dormiva mai tutta, e consentiva alla dissolutezza di cambiare tre volte quartiere ogni notte. Non se ne erano ancora scacciati e dispersi gli abitanti. Vi restava un popolo che aveva fatto le barricate dieci volte e messo in fuga dei re. […] Era il labirinto migliore per trattenere i viaggiatori. Coloro che vi si fermarono due giorni non ne ripartirono più, o per lo meno finchè esistette; ma i più vi sono morti giovani prima di andarsene. Nessuno lasciava le poche strade e i pochi tavoli in cui era stato scoperto il punto culminante del tempo».

    Chez Moineau

Il quartier generale dei giovani lettristi è un piccolo bistrot, Chez Moineau, situato al numero 22 di rue du Four, che può contenere al massimo una cinquantina di persone. É un locale dimesso, frequentato da nordafricani e da piccoli malavitosi, dove si può sostare per giornate intere senza obbligo di consumazione, con pochi franchi consumare dei cibi mediocri e del pessimo vino e soprattutto restare al caldo nelle fredde giornate invernali:

«Moineau, era una specie di isola deserta […] là avveniva la scrematura più dura, la gente aveva paura d'andarci. Là, effettivamente, c'era il delirio. C'era l'alcol, c'era l'hascish...».

Moineau era un locale frequentato da magrebini, erano loro che nella Francia dei primi anni Cinquanta avevano importato l'uso di fumare l'hascish. Una frequentazione che non era solo mera trasgressione, ma anche precisa scelta politica, come sottolinea Mension: «Partecipare alla vita dei magrebini era un modo chiarissimo di prendere posizione contro la borghesia, contro i coglioni, contro i francesi». Luogo di incontri, di discussioni e di amori, dove l'ebbrezza alcolica equivale a una rivoluzione permanente, per Debord Chez Moineau diventerà negli anni del ricordo il «caffè della gioventù perduta».


(Da: Giorgio Amico, Guy Debord e la società spettacolare di massa, Massari editore, 2017)

martedì 25 luglio 2017

Guy Debord, un liceale surrealista



A 60 anni dalla fondazione dell'Internazionale situazionista, il 29 luglio Cosio  d'Arroscia dedicherà una intera giornata a quell'evento e ai suoi protagonisti. Da qui al 29 ogni giorno racconteremo un pezzettino di quella storia. Iniziamo oggi con una pagina quasi sconosciuta della vita di Guy Debord.

Giorgio Amico

Guy Debord, un liceale surrealista

Nei suoi ricordi Debord fa spesso riferimento al ruolo privilegiato che il surrealismo ha avuto nella sua formazione. Non sappiamo bene come avvenga questa scoperta, molto probabilmente tramite le poesie e le sceneggiature cinematografiche di Prevert, e forse anche attraverso Cocteau, autori allora molto di moda. Una scoperta che non avviene per caso, ma grazie soprattutto all'incontro nella primavera del 1949 con Hervé Falcou, un compagno di scuola di qualche anno più giovane. Quando incontra Debord [che ha 18 anni], Hervé non ha ancora compiuto 15 anni, ma manifesta già precocissimi interessi letterari e artistici. Sarà proprio questa precocità a colpire Guy che non tiene in grande considerazione i suoi coetanei e lo scrive all'amico:

«In ogni modo si deve spaccare tutto. Non è credibile (…) che io continui ad uscire con tipi privi di interesse e ragazze che non amo – che non sono neppure belle. D'altronde nessuno lo potrebbe più essere».

I due adolescenti hanno davvero molto in comune: sono entrambi orfani di padre e di salute cagionevole, tutti e due sono stati allevati dalla nonna materna e disprezzano il nuovo marito della madre, ma soprattutto hanno un comune ardente amore per la poesia e l'arte. Pur essendo il più giovane, è Hervé il più preparato, quello dei due che ha letto di più e soprattutto le cose più interessanti. Per sua stessa ammissione Guy legge romanzi popolari, da poco è passato dai libri d'avventura dell'infanzia ai romanzi gialli di cui resterà comunque per tutta la vita un appassionato lettore. Hervé gli apre all'improvviso le porte del mondo, fino a quel momento per lui sconosciuto, delle avanguardie artistiche del Novecento. Questo incontro segna una svolta fondamentale nella sua vita, documentata dalla copiosa massa di lettere che i due si scambiano per quattro anni dal 1949 al 1953 e che permette una conoscenza più precisa di come Debord viva quella delicata fase di tranzione tra l'adolescenza e l'età adulta, passaggio che si conclude con la sua adesione al movimento lettrista e l'inizio di una vita pienamente indipendente. Già nelle prime lettere di questa corrispondenza appaiono frequentemente i nomi di Paul Éluard, Louis Aragon, Pablo Picasso, André Breton, Jacques Prevert.


Hervé Falcou, venuto a soggiornare al sud per ragioni di salute, proviene dall'ambiente della grande borghesia intellettuale parigina. Sua madre, pittrice di una certa fama, frequenta artisti e intellettuali importanti. Il quattordicenne conosce bene per pratica famigliare l'ambiente delle avanguardie parigine e in particolare dei surrealisti. Per non sfigurare con l'amico Debord si accinge ad uno studio sistematico del movimento surrealista a partire dalla fondamentale Storia del Surrealismo di Maurice Nadeau, uscita con grande successo nel 1945 e completata tre anni dopo da una ricca antologia di testi.

Nel tempo libero dalla scuola Hervé e Guy si dedicano con passione ad attività tipicamente surrealiste come la scrittura automatica e a formulare fantasiosi progetti di abbellimento architettonico di Parigi che rappresentano forse i primi germi di quella che qualche anno più tardi diventerà, arricchita da nuovi incontri e da nuove stimolanti esperienze, la pratica situazionista dell'urbanismo unitario. Guy è consapevole del suo ritardo culturale nei confronti dell'amico e un po' ne soffre. Le lettere che invia nel 1950 a Hervé testimoniano della frenesia con cui cerca di colmare le sue lacune. Uno dopo l'altro legge tutti i classici del surrealismo, le opere di Breton, le poesie di Char e di Éluard. Poi passa ai precursori ideali del movimento, Rimbaud e Apollinaire. L'influsso di queste letture sarà profondo e duraturo e darà al giovane Debord la convinzione di appartenere ad una élite libera dalle «meschinità che imprigionano le persone». Un sentimento forte che si traduce nelle lettere all'amico in una scrittura tinta di lirismo che rivela un senzo tragico dell'avvenire e un disagio esistenziale a cui non è estranea la lettura di Sartre. Sulle soglie dell'età adulta Guy non ha dubbi sulle scelte da fare sia sul piano dell'arte che della vita e lo comunica a Falcou: «Il movimento Dada è da rifare... se la questione si ponesse, io mi affiancherei facilmente a André Breton». Quanto al futuro egli più di ogni altra cosa desidera «condurre la vita più libera possibile».


Il periodo fra la fine del 1949 e l'inizio del 1950 è fondamentale per la sua evoluzione e non solo sul piano culturale. Il giovane, che vuole scrollarsi di dosso il peso sempre più soffocante della sua famiglia e della sua classe sociale, è in cerca un'uscita di sicurezza e la trova nelle potenzialità libertarie che la vita di strada offre a chi abbia il coraggio di rifiutare le regole stabilite dalla società. Il suo atteggiamento verso la vita e il mondo che lo circonda cambia radicalmente. Non gli interessa più, se mai gli è davvero importato, di farsi una posizione una volta terminati gli studi. Vive la scuola come una costrizione che gli ruba il tempo che egli vorrebbe interamente dedicare alle sue ricerche e ai suoi nuovi «giochi». Il suo linguaggio utilizza sempre più una fraseologia rivoluzionaria. Nelle lettere a Falcou, che testimoniano di questa rapidissima evoluzione, i termini «terrorismo» e «terrore» iniziano ad apparire con una certa frequenza. Guy inizia ad assumere atteggiamenti da teppista e a comportarsi di conseguenza. Compiaciuto, confida all'amico le sue imprese: piccoli atti di vandalismo, scritte provocatorie sui muri di Cannes, disturbo delle funzioni religiose nelle chiese. Più di tutto, inizia a bere. Suoi maestri di scrittura e di mala/vita diventano Villon, Sade, Lautréamont, Cravan. É alla loro approvazione ideale che egli tiene più di ogni altra cosa. Ce lo dice in Panegirico senza alcun giro di parole, con poche chiarissime frasi:

«Non potevo nemmeno pensare di studiare una sola delle dotte discipline che portano ad avere questo o quell'impiego, perchè mi apparivano tutte estranee ai miei gusti o contrarie alle mie opinioni. Coloro che stimavo più di chiunque altro al mondo erano Arthur Cravan e Lautréamont, e sapevo perfettamente che tutti i loro amici, se avessi accettato di fare studi universitari, mi avrebbero disprezzato non meno che se mi fossi rassegnato a svolgere un'attività artistica».

Nella figura mitica del poeta «maledetto», così importante nella letteratura occidentale dal romanticismo in avanti, il giovane liceale trova il modello a cui riferirsi per dare sostanza culturale al suo sempre più aperto rifiuto delle convenzioni. Debord considererà sempre Lautréamont come l'ispiratore principale de la sua scrittura:

«Niente mi pare aver dato nell'arte questa impressione della luce definitiva, tranne la prosa usata da Lautréamont nell'enunciazione programmatica che ha chiamato Poesie».



Ciò che attira Debord è il plagio, il gioco consapevole di riappropriazione a fini sovversivi delle opere della tradizione letteraria: « Il plagio è necessario. il progresso lo implica. Stringe da presso la frase di un autore, si serve delle sue espressioni, cancella un'idea falsa, la sostituisce con l'idea giusta», afferma Lautréamont. Una frase che affascina Debord, che su questo ardito concetto baserà interamente la sua pratica del détournement. Pur dichiarandosi «anarco-lettrista», si impegna per qualche tempo nelle attività dei «partigiani della pace», raccogliendo firme sul cosiddetto appello di Stoccolma per l'interdizione assoluta delle armi nucleari. Debord non avrà mai ripensamenti. Da vero enfant perdu il giovane Guy è ormai partito per un'avventura da cui sa non esserci ritorno possibile:

Vidi finire, prima di avere vent'anni, questa parte tranquilla della mia giovinezza. E non ebbi più altro obbligo che quello di seguire senza freni tutti i miei gusti, ma in condizioni difficili. Andai anzitutto verso l'ambiente, molto attraente, dove un estremo nichilismo non voleva più saperne, né sopprattutto continuare ciò che era stato fino ad allora ammesso come uso della vita o delle arti. Questo ambiente mi riconobbe senza sforzo come uno dei suoi. Là svanirono le mie ultime possibilità di tornare un giorno al corso normale dell'esistenza. Lo pensai allora, e il seguito l'ha dimostrato».


(Da: Giorgio Amico, Guy Debord e la società spettacolare di massa, Massari editore, 2017)


Atene, Aristofane e i guasti del governo del "popolo"



In «Cleofonte deve morire», edito da Laterza, Luciano Canfora ci parla con un occhio rivolto al presente di Aristofane, di Atene, delle sue guerre civili, e di coloro che di quelle lotte furono protagonisti palesi o occulti.

Federico Condello

Cose terribili su Aristofane

Dividere il popolo: è la mossa preliminare. È la mossa controrivoluzionaria che tanti rivoluzionari, dal Robespierre del maggio ’93 al Mao del ‘libretto rosso’, hanno paventato e tentato di sventare. Ma è anche la mossa preliminare di chi, a cose avvenute e a sangue versato, le rivoluzioni e le controrivoluzioni vuole capirle al di là delle retoriche contrapposte che sono parte integrante della battaglia. Ed è infatti la mossa preliminare di Luciano Canfora nel suo Cleofonte deve morire Teatro e politica in Aristofane (Laterza «Cultura storica», pp. 518, € 24,00), che è un’appassionante indagine su Aristofane, su Atene, sulle sue guerre civili, e su coloro che di quelle lotte furono protagonisti palesi o pupari occulti.


Certo, in omaggio ai sofismi di cui Aristofane si fa beffe negli Acarnesi («Euripide c’è e non c’è, se hai comprendonio»), potremmo dire che questo è e non è un libro su Aristofane e su Atene. Ma non per sobillare o avallare letture allusive (qualcuno ha già colto in questo libro inesistenti moniti contro gli odierni abusi del dileggio ad personam, e attendiamo con ansia chi evocherà attualissimi «comici al potere»); il libro è e non è su Aristofane e su Atene perché esso coniuga l’analisi dei singoli eventi o «atomi di storia» – così Canfora ha parafrasato altrove gli erga di Tucidide – con un’attenzione spietata alla regolarità, pur mai stereotipata, dei fenomeni politici. Perciò questo è un libro che espone «cose terribili ma doverose», come si vanta, per stare ancora agli Acarnesi, il perfido Diceopoli.

Dividere il popolo, si diceva: punto di partenza e insieme fondamento della ricerca. Dividere il popolo, e cioè dissolverne l’unità apparente, per riconoscere dietro la maschera del «demo» una specialissima élite: l’élite urbana che si autoproclama «popolo» e dà così il proprio nome al regime che essa sostiene e innerva; questo «demo» è minoranza, come già sapeva un lucidissimo Nietzsche poco più che trentenne, e non è il «popolo», concetto in sé vacuo e volatile. «Dove comincia, dove finisce il popolo?», si chiedeva il Pasquali di Congresso e crisi del folklore (1929), in pagine da raccomandarsi a quegli antichisti-antropologi che oggi resuscitano addirittura «i Greci», maiuscolizzati e indifferenziati. Dove comincia e dove finisce il popolo di una precisa città (Atene) in un preciso momento storico (la fine del V secolo)?


È lo stesso popolo quello che in assemblea dibatte e decide, e quello – tanto più vasto – che si raduna a teatro per ascoltare Aristofane? È lo stesso popolo quello che «fa andare le navi» (come si esprime l’autore della Costituzione degli Ateniesi, con ogni probabilità Crizia) e quello che, legato alla piccola e media proprietà terriera, più rovinosamente subisce i danni della guerra contro Sparta? Decisamente no, risponde Canfora: «il ‘giacobinismo’ della ‘democrazia’ di tipo ateniese», che di una minoranza militante fa la totalità, non deve fuorviarci; esso deve illuminarci, semmai, su tanti altri «concetti ‘neo-giacobini’» via via tornanti nelle esperienze rivoluzionarie successive, con le loro minoranze promotrici dichiarate «d’avanguardia».

Il «demo», dunque, non è il «popolo»; e il popolo non è uno: come non è uno il fronte dei signori che al «demo» si oppongono, quando non possono o non vogliono guidarlo; e vi si oppongono, magari, in nome del popolo altrimenti inteso (‘voi siete migliori dei vostri capi!’: efficacissimo trucco, dal vecchio Teognide ad Aristofane e oltre); o in nome di ideali egualitari più avanzati e radicali – e talvolta più radicati, perché in principio l’uguaglianza fu aristocratica – rispetto a quelli del «demo» razzista e bigotto: sarà questo il caso di tanti intellettuali antidemocratici che la guerra civile l’hanno ispirata o combattuta, pagata con la vita a pace fatta (Socrate) o sul campo (Crizia), o per tutta la vita rimeditata (Platone). Qui non c’è un equivoco solo da dissipare: c’è un nodo di equivoci, che rende così insidiosa, e insieme così fortunata, la nozione di democrazia. Lo notava lo Straniero del Politico platonico: la «democrazia» è quel regime di cui «nessuno usa mai cambiare il nome», quale che sia la sua mutevole sostanza istituzionale e sociale.

Dissipato questo equivoco, o nodo di equivoci, tutto si intende meglio: anche Aristofane, il suo pubblico e la sua committenza. Della commedia cosiddetta antica, quella famosa per l’onomastì komodein, cioè per gli sfottò nominali, Canfora offre un quadro spietatamente realistico, a partire da una definizione dei commediografi quali poeti salariati, spesso e volentieri al servizio delle consorterie ostili al demo.


Ne emerge un quadro compattamente antidemocratico dei popolareschi beniamini del pubblico, Cratino o Ermippo, Eupoli o Aristofane. Di Aristofane, in particolare, seguiamo la carriera fra la Lisistrata (inizio del 411), le Tesmoforianti (un anno dopo, nella stesura rivista a noi giunta, calcola Canfora) e le immortali Rane (inizio del 405, in prima stesura e messinscena). Datazioni, contestualizzazioni storiche e conseguenti ipotesi di riscrittura sono oggetto di pagine che non conquisteranno solo i filologi, perché portano nel vivo della lotta politica ateniese; lotta che non fu sempre nobile né ebbe sempre fronti granitici, per come ci si rivela via Aristofane.

Ecco dunque il commediografo sposare, con Lisistrata, la causa dei golpisti antidemocratici del 411: Canfora ridicolizza a ragione l’idea che il putsch fantapolitico della commedia presenti un programma solo per caso coincidente con quello del putsch reale in corso. Ecco poi Aristofane mutare linea al mutare del regime: ciò che avviene con le Tesmoforianti. Eccolo infine tornare sulla linea antidemocratica più oltranzista, mentre Atene si avvia alla sconfitta e il suo «popolo» dispera: ed è la volta delle Rane, che da sempre piacciono ai professori perché, in apparenza, parlano di letteratura.


Ma le Rane piacquero al «popolo» (ben disposto o ben pilotato) per la loro faziosa parabasi, cioè per il comizio a visiera alzata che è il cuore della commedia: e l’autore, complice la svolta politica in corso, incassò un eccezionale diritto alla replica. In quella parabasi si colgono allusioni storiche stratificate, a partire dal processo all’ultimo «demagogo», Cleofonte, di cui Aristofane antivede e sfacciatamente annuncia la morte certa: e i dati inducono a ipotizzare una parabasi aggiornata almeno fino al tardo 405, diversi mesi dopo la première, sulla soglia ormai della catastrofe che portò Atene a perdere la guerra e insieme la democrazia.

Chi si avventura in queste pagine deve lasciare l’Aristofane simpatica canaglia di tanti ricordi scolastici, o l’Aristofane trickster dei grecisti aggiornati, che è un Aristofane fuori dal tempo e dalla storia, nutrito solo di ‘carnevalesco’ bachtiniano; un Aristofane che non è poi troppo diverso, nella sua genericità, dal moralista eterno che al principio del Novecento piaceva a Ettore Romagnoli: «attuale parrà la sua opera sempre finché vi saranno demagoghi impudenti, stolti guerrafondai, filosofi acchiappanuvole, poeti asini». «Aristofane era un grande idealista», gli faceva eco Giuseppe Fraccaroli dalle pagine del Corriere(ora possiamo rileggerle, con tante altre, grazie allo splendido L’antichità classica e il “Corriere della Sera”. 1876-1945, a cura di Margherita Marvulli). Anche oggi, quando non si sa che dire dell’Aristofane politico, si dice che fu «moderato»: concetto duttile perché vuoto.

Quell’Aristofane fuori dalla storia, in chiave moralistica o carnevalesca, finisce qui. Restituito al suo tempo, che fu un tempo duro, perderà forse l’aureola, ma certo non lo smalto, come prova il fatto che con questo restaurato profilo di Aristofane Canfora ha introdotto a Siracusa, poche settimane fa, le apprezzatissime Rane tradotte da Olimpia Imperio e dirette da Giorgio Barberio Corsetti. Una robusta, salutare iniezione di concretezza storica e politica; e, congiuntamente, il recupero di una linea critica ottocentesca che Canfora ricostruisce sul finire del libro, fra Heyne e Droysen, fra Nietzsche e Wilamowitz, quando rivoluzioni e controrivoluzioni attuali meglio aiutavano a intendere rivoluzioni e controrivoluzioni antiche. C’è voluto un po’ di tempo per recuperarla, quella cruda ma tersa visione delle cose: forse perché – diceva Max Weber – il diavolo è vecchio, e occorre invecchiare per capirlo.

Il manifesto/Alias – 16 luglio 2017

lunedì 24 luglio 2017

Guy Debord a Cosio d'Arroscia 1957-2017



A sessant'anni dalla fondazione dell'Internazionale Situazionista.

Cosio d'Arroscia 1957-2017


L'Internazionale Situazionista ha 60 anni e si li porta bene, se consideriamo l'interesse che l'anniversario sta suscitando su giornali e riviste. Il 29 luglio a Cosio d'Arroscia, luogo di inizio dell'avventura situazionista, per l'intera giornata si svolgeranno eventi dedicati a Piero Simondo, a Guy Debord e agli altri coraggiosi naviganti che 60 anni fa intrapresero un viaggio destinato a condizionare fortemente la società della seconda metà del XX secolo. La giornata si aprirà con un omaggio in mattinata alla figura e all'opera di Guy Debord. Nella sala consiliare del Comune di Cosio (g.c.), studiosi e ricercatori dibatteranno sulla figura dell'artista e pensatore francese a partire dal libro di Giorgio Amico “Guy Debord e la società spettacolare di massa”, appena uscito a cura dell'editore romano Roberto Massari che da sempre ospita nel suo catalogo una intera sezione di opere dedicate all'Internazionale Situazionista.

L'incontro rappresenta il quarto di una serie di seminari annuali iniziata nel 2014 a La Spezia, proseguita nel 2015 a Livorno (presso la prestigiosa galleria d'arte Peccolo) e nel 2016 alla Sorbona di Parigi. Di ogni convegno sono disponibili gli atti (sempre editi da Massari)  che rappresentano il più aggiornato punto della situazione degli studi in materia. Coerentemente con questa tradizione nel corso dell'incontro di Cosio verranno anche presentati gli atti relativi al seminario parigino dell'anno scorso



Guy Debord e la società spettacolare di massa rappresenta una novità assoluta per il mercato editoriale italiano. Si tratta infatti della prima biografia complessiva di Guy Debord, su cui finora nel nostro paese erano usciti studi (anche molto importanti, ma parziali) soprattutto sul cinema. Il libro, di 320 pagine corredate da una ricca rassegna di immagini, ricostruisce dettagliatamente la vita dell'intellettuale francese, evidenziandone le origini italiane (da parte della madre), l'infanzia difficile, gli studi liceali a Cannes nel primo dopoguerra, fino all'incontro nel 1950 con le avanguardie artistiche parigine ed in particolare con i lettristi di Isidore Isou.

La ricerca, fondata sullo spoglio minuzioso degli 8 volumi della Corrispondenza, ricostruisce la fitta rete di relazioni che il giovane Debord costruisce a partire dal suo arrivo a Parigi nel 1951. In modo dettagliato si racconta dell'adesione convinta al movimento lettrista, dei primi esperimenti cinematografici (il famoso film senza immagini che tanto scandalizzò i critici, suscitando polemiche e risse, tanto che ne vennero immediatamente vietate le proiezioni), fino allo scandaloso attacco a Charlie Chaplin e alla nascita di un nuovo movimento politico/artistico: l'Internazionale lettrista.

E' a partire da questo momento che l'interesse di Debord si fissa sull'Italia dove ad Alba opera il Laboratorio sperimentale di Pinot Gallizio e Piero Simondo e ad Albisola il MIBI di Asger Jorn, già surrealista dissindente animatore nel dopoguerra del gruppo CoBrA. Proprio dall'incontro fortuito nel 1954 fra Debord e Jorn ha inizio il percorso che conduce in tre anni alla Conferenza di Cosio, alla fusione fra l'Internazionale lettrista e il MIBI (con l'aggiunta dell'effimero Comitato psicogeografico di Londra dell'inglese Ralph Rumney) e alla nascita dell'Internazionale situazionista.



Obiettivo di Debord non è rivoluzionare l'arte, ma la vita. Fin da subito l'IS si divide fra artisti e politici, fautori di una rapida trasformazione del movimento in una organizzazione esclusivamente politica. Decisivi saranno gli anni fra il 1957 e il 1962 contrassegnati interamente dal contrasto fra Debord e gli artisti che ad uno ad uno vengono espulsi (come Simondo e Gallizio) o costretti ad allontanarsi (come Jorn). Non estranea a questa progressiva radicalizzazione dei situazionisti è la militanza di Debord nel gruppo operaista francese Pouvoir Ouvrier emanazione della rivista Socialisme ou barbarie. Uno dei meriti del libro è proprio di aver ricostruito con estrema ricchezza di dettagli questo aspetto militante dell'impegno di Debord dagli scontri di piazza per l'Algeria indipendente alla partecipazione in Belgio ai picchetti del grande sciopero dei metallurgici del 1961. Una pagina mai trattata in Italia, dove è prevalsa una narrazione solo intellettuale dei percorsi di Debord. 

Dal 1962 un'Internazionale situazionista sempre più impegnata sul tema del potere dei consigli operai (centrale il mito della grande rivolta antiburocratica ungherese del 1956) lancia campagne in tutta Europa contro i piani di guerra della NATO e subisce per questo attentati da parte dell'estrema destra, mentre entra nel mirino dei servizi di sicurezza francesi e non solo. E poi lo scandalo di Strasburgo che di fatto apre la stagione del '68, la notte delle barricate nel quartiere Latino che vedono i situazionisti protagonisti assoluti degli scontri e delle assemblee. E' il momento del trionfo, ma anche l'inizio del declino dell'IS che nel 1972 si scioglie tristemente dopo tre anni di polemiche, soprattutto per il rifiuto di Debord di un “situazionismo” di maniera diventato moda giovanile diffusa. Nel libro si ricordano le feroci invettive debordiane contro i “Pro-situs”, i seguaci di un situazionismo di massa diventato moda salottiera.

L'ultima parte del volume ricostruisce (prezioso davvero l'ausilio della Corrispondenza) il progressivo distacco di Debord dalla politica, il lento ripiegarsi su se stesso (conseguenza anche di una saluta compromessa da decenni di eccessi alcolici), la fuga da Parigi, il rifugiarsi nell'eremo di Champot in un antico casolare in pietra che (sono parole di Debord) «sembrava aprirsi direttamente sulla Via Lattea». Sono gli anni del silenzio, della riflessione, ma non del pentimento. “Il leopardo muore con le sue macchie” risponde sarcastico Debord al medico che lo invita a smettere di bere. Fino a quel colpo di fucile al cuore, proprio come tanti anni prima Hemingway, che la notte del 30 novembre 1994 chiude a 63 anni la vita di Guy Louis Marie Vincent Ernest Debord nato alle cinque del pomeriggio del 28 dicembre 1931 da Paulette Rossi in una casa del 19° arrondissement a Parigi.

Giorgio Amico
Guy Debord e la società spettacolare di massa
Massari Editore, 2017
pagine 320

Cosio d'Arroscia 1957-2017. Che la festa incominci!

In occasione del 60° anniversario della fondazione dell'Internazionale Situazionista a Cosio d'Arroscia (IM) si terrà un'intera giornata di dibattiti, inaugurazioni, incontri,musica ed arte.

Sarà una grande festa

Partecipate!!!
Noi ci saremo


Spazio Piero Simondo, Cosio d'Arroscia


In occasione del 60° Anniversario della costituzione dell'Internazionale Situazionista
a Cosio d'Arroscia
inaugurazione dello
Spazio Piero Simondo

il giorno 29 luglio 2017
alle ore 17.00

Dal neolitico a «Easy Rider» la lunga marcia della canapa



L'uso dei derivati della pianta, soprattutto hashish e marijuana, inizia migliaia di anni fa Sun campo alimentare, medico e tessile. Ma è da Baudelaire in poi che diventa fonte di piacere.

Marco Belpoliti

Dal neolitico a «Easy Rider» la lunga marcia della canapa

«Caro Théophile, si prende dell’hashish da me lunedì prossimo 3 novembre sotto gli auspici di Moreau e di Albert Roche. Vuoi esserci? In questo caso vieni fra le 5 e le 6 al più tardi. Avrai la tua parte di un modesto pranzo e aspetterai le allucinazioni». Così scrive il pittore Boissard de Boisdenier allo scrittore Théophile Gauthier nel 1845. All’epoca a Parigi ci sono due circoli dediti all’hashish. Uno fa capo al medico Moreau de Tours, autore di vari scritti sugli effetti della droga; l’altro è il “Club des Hashischins”, che si ritrova all’Hotel Lauzun nell’Île Saint-Louis, al centro della capitale. Vi partecipano scrittori, pittori, illustratori, musicisti; i nomi più noti sono quelli di Nerval, Baudelaire, Balzac, Daumier, Barbereau. Siamo nel momento, come scrive Alberto Castoldi ( Il testo drogato, Einaudi) del passaggio dalla droga come medicamento – la cannabis è usata quale antidolorifico, calmante, anticonvulsivante – alla droga come fonte di piacere.

Gli artisti romantici sono tra i primi promotori di questo nuovo utilizzo in cui l’hashish svolge un ruolo fondamentale. Non a caso in un passo folgorante della Gaia scienza Nietzsche ha fissato l’idea moderna delle droghe all’interno di una «storia del sentire», scrive Elémire Zolla L’hashish proviene dalla pianta della cannabis, risultato della secrezione resinosa delle sommità fiorite, ed è uno dei tre prodotti a uso psicoattivo che ne derivano; ganja, usata per lo più in India, è invece costituita dalle sommità fiorite delle piante femmina; la marijuana – questo il suo nome in Europa e in America – comprende i prodotti dell’intera pianta. Queste sostanze sono in genere fumate, ma possono essere anche usate per produrre bevande, ad esempio il “bhang” tipico dell’India.

   Club des Hashischins

Tutto proviene da un vegetale della famiglia delle urticacee, la canapa; originaria forse dell’Himalaya settentrionale, è stata poi coltivata in Cina, in Persia, sulle rive del Mar Caspio, nel Congo, quindi in America meridionale e in Europa. Un tempo si credeva che esistesse la cannabis indica e la cannabis sativa, una canapa indiana e una europea. Nel 1753 Linneo l’aveva classificata come cannabis indica. Oggi i botanici hanno chiarito che esiste solo una specie di canapa. Pianta dioica, per produrre semenza ha bisogno di due piante, una maschile e una femminile, che devono crescere vicine per via dell’impollinazione; ci pensa il vento, dato che nessun insetto sembra attratto da entrambe. Quella maschile può raggiungere i due metri e viene usata per realizzare fibre tessili e olio di semi; quella femminile, più bassa, secerne dalle sommità fiorite una resina ricca di principi fisiologicamente attivi.

Se l’uso della pianta per la fabbricazione di tessuti è attestato dall’epoca neolitica in Cina (6.200-5.200 anni fa), quello medicinale risalirebbe al 2.700 avanti Cristo, sempre in Cina.

La parola hashish in arabo significa “erba”. Possiede vari nomignoli nella versione marijuana, così come l’hashish è chiamato confidenzialmente anche marocco, libanese, nero, cioccolato, merda.


Si trova menzione del suo utilizzo antichissimo persino in un trattato cinese di botanica del XV secolo avanti Cristo, sebbene come medicinale fu poi sostituita in Cina dall’oppio. In India era usata dai sacerdoti e si pensava che derivasse dai peli della schiena di Visnù. Erodoto ne parla riferendo di cerimonie rituali presso gli il popolo orientale degli sciti.

Nonostante l’uso secolare, i principi attivi della cannabis sono stati identificati solo nel 1964 da un chimico israeliano, Raphael Mechoulam. Sono detti “cannabinoidi”; il più importante è il delta-9-tetraidrocannabinolo (delta- 9-THC). La differenza farmacologica tra hashish e marijuana consiste nella presenza del 14,3% del principio attivo nel primo e solo del 3,45% nella seconda.

Nelle Americhe la cannabis sarebbe stata portata dai colonizzatori inglesi, spagnoli e portoghesi, così come l’uso psicotropo in Brasile è il risultato della tratta degli schiavi africani. Negli Stati Uniti sono stati invece i lavoranti messicani a diffonderla: varcavano il confine con il loro sacchetto di mota.


Nell’antichità neolitica era sicuramente utilizzata nei riti sciamanici allo scopo di sperimentare una forma d’ascensione spirituale: volare, superare le distanze, scomparire; e anche guarire: nel volo magico provocato dalla pozione di cannabis, lo sciamano ritrovava l’anima del malato che si era allontanata dal corpo e gliela restituiva. Molte delle religioni estatiche si fondano sulla cannabis, oltre che sui funghi allucinogeni. A partire dal V secolo la canapa entra nell’uso dei medici arabi. Sembra che in Europa sia arrivata attraverso i crociati di ritorno dalla Terrasanta. Ne parla persino Rabelais nel terzo libro del Pantagruel. Durante tutto il Medioevo è uno strumento per i riti magici e stregoneschi.

L’uso farmacologico in Europa è quindi molto tardo, solo dopo il 1798, a seguito della spedizione di Napoleone in Egitto. Nel corso di quella campagna Napoleone ordinò con un proclama che nessuno fumasse più i fiori della canapa e mise l’interdetto anche sulle bevande consumate dai musulmani a causa del delirio violento che colpiva chi ne faceva uso. Era troppo tardi, l’hashish era già dilagato in tutta l’Africa e ben presto anche in Europa, non più come farmaco, bensì per scopi voluttuari, nonostante i divieti e la messa fuorilegge; il “Marijuana Tax Act” americano è del 1937, modello dei successivi proibizionismi.


Come ha scritto Giancarlo Arnao ( Erba proibita, Feltrinelli), due sono le tendenze culturali dell’uso della cannabis: un filone da lui definito «popolare-tradizionale», in cui la sostanza è «multidimensionale e multifunzionale», usata come tessuto, medicinale e nei rituali, e anche negli alimenti in quanto ingrediente; questo nei paesi orientali e asiatici, dove sarebbe propria delle classi sociali popolari. E un filone contemporaneo, con separazione netta tra l’uso industriale e quello per il consumo personale allo scopo di ottenere effetti sulla psiche con motivazioni sostanzialmente edonistiche o alla ricerca di esperienze intellettuali come l’allargamento della coscienza; questo filone è proprio dei paesi occidentali e dei giovani.

Questo specifico uso è stato aperto dalle opere dei romantici. Nel maggio del 1843 Baudelaire s’installa nell’Hotel Lauzun, e anni dopo, nel 1858, pubblica un ampio studio sull’hashish, De l’idéal artificiel, incluso poi in Les paradis artificiels. Da Baudelaire a Walter Benjamin, attraverso innumerevoli artisti, compresi i jazzisti di New Orleans, prima città Usa ad apprezzare la cannabis, si arriva ai giovani di San Francisco, Londra, New York, che ascoltano la musica dei Pink Floyd, dei Grateful Dead, dei Jefferson Airplane, e guardano Easy Rider ( 1969) con George-Jack Nicholson che prova per la prima volta l’erba. Arrivano gli hippy. L’erba proibita è ora fenomeno di massa.


La Repubblica – 24 luglio 2017