TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 28 maggio 2015

Sul Cammino di Santiago di Compostela



Giorgio Amico

Compostela

Siamo stati lontani dal blog per qualche giorno. Per un assaggio del cammino di Santiago. Solo qualche tappa, ma sufficiente per entrare nella magia profonda di un percorso millenario. Una esperienza valida per tutti, credenti e no, perché è sempre dentro di noi che dobbiamo cercare l'eco di Dio (per chi crede) o la nostra interiorità più celata con i suoi limiti e le sue potenzialità.



Il cammino, con i suoi incontri e la fatica, serve a questo. Esiste una meditazione che accompagna il ritmo dei passi sul sentiero. La fatica libera la mente, la ripulisce dai pensieri inutili. Concentrati sul camminare, anche il respiro prende un ritmo diverso. Tutto è mirato al risultato, il superfluo, l'inutile, il nocivo lasciano il posto all'essenziale.



Solo il ritmo dei passi ci accompagna. Gli affanni e le preoccupazione del quotidiano, lasciati alle spalle, non pesano più. Il Puente de la Reina nella sua allusiva perfezione simboleggia questo passaggio.



E' la spiritualità della strada (e dell'ascensione in montagna). 



Poche cose nello zaino, che pure procedendo diventa sempre più pesante, ci ricordano che per vivere basta poco e che è per sopravvivere che occorre avere tutto. Per questo la società consumistica è un mondo artefatto dove il morto afferra il vivo e non lo lascia. 



E poi i segni lasciati da chi ci ha preceduto. Piloni, cappelle, chiese, ospizi, cumuli di pietre, piccoli oggetti (scarponi, bastoni) lasciati da chi è già passato (l'anno scorso o mille anni fa). Senza distinzioni di dimensione o valore. Testimonianze di una fede (in Dio o nell'uomo, poco importa) che il cammino ha reso consapevole.



Perché andare a Compostela è un segno di speranza. E il cammino non delude mai.

























L'arrivo, invece si. Perché, una volta arrivati nella grande città dei pellegrini si ritrova tutto ciò che ci si era lasciati alle spalle: rumore, confusione, la fede diventata occasione di affari e di guadagno.



I grandi santuari sono da sempre luoghi di scandalo dove tutto è in vendita e le cose più sacre si trasformano in paccottiglia da bancarelle. Lo erano ai tempi di Cristo che a Gerusalemme impugnò la frusta e di Lutero che a Roma diventò un rivoluzionario. Lo restano oggi. E Santiago non fa eccezione.



Proprio a questo serve la fatica del cammino. A imparare a distinguere ciò che conta da ciò che non ha valore. E allora occorre un ultimo atto. Riprendere il cammino fino a Finisterre, dove il mondo finisce e il sole ogni sera muore nell'immensità del mare.



Rocce e mare e volo di gabbiani. Solo il rumore del vento e al calare delle ombre la luce rassicurante del vecchio faro. 



Ci viene di pensare che avevano ragione i maestri senza nome, costruttori di quelle cattedrali che come un manto bianco ricoprono il percorso, a disegnare pavimenti come scacchiere e volte come un cielo stellato. Abitavano secoli che qualcuno ancora chiama "bui", ma erano capaci di comprendere che, se la vita è contraddizione, il cosmo è armonia ed è questo a renderlo sacro. E' il linguaggio simbolico delle cattedrali che noi non comprendiamo più, ma di cui ancora portiamo dentro echi che (forse) il cammino ci aiuta a riscoprire.



Un timido uccellino viene a condividere i resti del nostro pasto.


Siamo soli davanti al mare.



Ora davvero siamo arrivati e la conchiglia raccolta sulla riva lo testimonia. segno di vita e di speranza. La porteremo al collo sulla via del ritorno.



In terra d'Oc da una collina tristi cavalieri catari ci guardano passare con gli occhi vuoti di chi ha visto come le religioni possano uccidere la bellezza e la gioia (il cuore di Dio) e diventare ferocia pura, smania di potere e di possesso. Torniamo indietro, verso la normalità. 


mercoledì 13 maggio 2015

Gianni Ferro - Dino Gambetta Un ricordo



Mauro Baracco

...che coppia!


...hai voglia di dire e ripetere al Dino che probabilmente il sottoscritto è la persona meno indicata per gettar giù parole in libertà sul suo grande amico Gianni Ferro: Mauro, nelle vicende albissolesi, si è intrufolato un po' sul tardi, quando molti dei migliori avevano già deciso di lasciarci e quasi alla fine del breve percorso terreno del nostro; appena in tempo in ogni caso (e per fortuna personale) per conoscere una serie di belle persone e giustogiusto agli inizi del tormentone su “i meravigliosi anni '50”...e “i favolosi anni '60”.

Mi sono perso quindi, la conoscenza di personaggi universalmente noti come Lucio Fontana e di uomini che dalle nostre parti fecero la differenza e oggi sonnecchiano ahimè un po' negletti, nel ripostiglio della memoria collettiva: cito per tutti l'altro Fontana, il “Gigi” e per l'appunto il Gianni Ferro.

Tant'è: se che “devo farlo io” lo ha “deciso” Dino Gambetta, una ragione pur ci sarà.

...forse la comune malinconia per una vita tanto potente e spezzata troppo in fretta; la suggestione che sa da me provata nelle rare occasioni in cui ho potuto rubare con gli occhi i pensieri più intimi dell'Artista che oggi narriamo: ammirando una sua grafica beffarda, una veduta del Castellaro, del Paxio, di Bergeggi o della Gallinara; immagini intrise di tristezza e comunque solari; urlanti con unica voce indignazione e amore.

Certo Dino, conoscendomi un po', presume quante volte mi sia riconosciuto, zucca complicata, ai piedi di quel tragico e irriverente albero di Natale; in quegli onirici, malinconici e dignitosissimi omini intabarrati.

Gianni Ferro... avevi la bacchetta magica della grafica e degne di studi, vivessimo un'era un po' meno distratta, dovrebbero essere le tue produzioni etichetta Edizioni del Frantoio: Una Storia di Memoria, Quattro Carte de Tarocchi, Il Becchino Cuorcontento, Il Macellaio Macellato, Il Diario del Nostromo, Un Inverno alla Campagna e via proseguendo per le strade della tua filosofica e sofferta fantasia; disegnini, graffi e sberleffi frutto di un attento e intelligente recupero in ogni dove, in primis nei cassetti della vecchia tipografia di Titti Cori.

Ed altro ed altro ancora, al servizio degli amici più cari: conservo gelosamente una tua logora locandina prodotta per l'indimenticabile Ansgar Elde che egli, in procinto di lasciarci, regalò un giorno a Nadia, la mia metà più gradevole. Da giovane speranzoso ho amato la tua bella anarchia intellettuale, gli anatemi lanciati con dinamitarda dolcezza contro i simboli del consumismo più sfrenato; l'anziano stomacato che avvolge la mia essenza continua a farlo e sempre più condivide nell'oggi questa dimensione di pensiero.

Caro Gianni (permetti?!..sai: gli amici dei miei amici...) avresti ben potuto sfruttare le tue virtuosità: dalla grafica all'antica tecnica dell'affresco; buona dose fosse illustrato con l'immagine del tuo primo, giusto cinquanta anni fa, a-u Castagnin: che tanti lo conoscano...

Uomo saggio, hai rifuggito la bieca commercializzazione delle tue fatiche intellettuali, pagandone quello scotto che quasi sempre accompagna molti dei migliori.


...per anni, ho atteso il felice momento nel quale il nostro Dino, in occasioni veramente “Eccezionali”, ci avrebbe fatto omaggio di una preziosa riedizione di uno dei tuoi raffinati libricini, di una delle tue irriverenti affiches; gesto di affetto per gli amici più cari certo, ma di un amore amicale per te che si perpetua nel tempo. Oggi, trentaquattro anni dopo la tua fuoriuscita dal caos, siamo qui, in quello che fu l'antro delle meraviglie di Guido Giors, il gutenberg della nostra gioventù, ad ammirare tue “Cose” inedite: ceramiche, schizzi, disegni, bozzetti fragili e pieni di forza...grazie ancora una volta a te e al nostro Dino... ...siete proprio una bella coppia di Amici...




martedì 12 maggio 2015

Montagne contese. Le Alpi occidentali nel dopoguerra



Le Alpi occidentali nel dopoguerra fra francesi, partigiani e Alleati.

Giorgio Amico

Montagne contese


Prologo

«Li trovò nel giardino. Erano in tanti. Gli presentarono un uomo dal portamento di un ufficiale inglese, ufficiale a riposo. Era francese e si chiamava Albert, Albert Corbières. Sulla settantina, alto e asciutto, occhi vivi.
- Sono contento di conoscerla. Vorrei notizie del suo paese. Potrei dirle che l'ho amato e che lo ricordo ancora pieno di rose.
- Quando c'è stato?
- Nel '45.
- Nel dopoguerra?
- Possiamo anche dire così. Sono venuto a conquistarlo, o a liberarlo, se preferisce.
- Credo che non sia più come lo ricorda.
- Certamente no. Nulla in Europa è più come allora. Era un'Europa carica di rovine. Ero sottotenente e al suo paese mi sono trovato bene. Argela. Noi l'avevamo già chiamato Argèles-Les-Rosiers.
- Grazie per quel bel nome. Chi l'ha trovato?
- L'ho suggerito io. Dovevamo trovare i nomi per il rattachement.
- Annessione a che?
- Alla Provenza, alla Francia. Lei non era d'accordo?
- Ero ragazzo. Mi ricordo come in un sogno. Un mio zio era francofilo fervente. Quando era caduta Parigi aveva pianto.
- Dunque non eravate contro di noi.
- Jamais de la vie! Ma potevate cambiare tutti i nomi che volevate, sarebbero sempre rimasti paesi della fame: quattro rocce e nulla più. Non dico, qualche piacevole sera poteva anche capitare, col cielo che va di qua e di là. Qualche rosa che il vento sbatte sulle pietre nelle sere perdute». (1)

Così in una pagina del suo romanzo “Le parole e la notte”, Francesco Biamonti, l'ultimo grande scrittore del Novecento ligure, fa riapparire alla fine degli anni '90 il fantasma di un avvenimento ormai largamente rimosso dalla memoria popolare, quel tentativo di annessione alla Francia fortemente voluto dal generale De Gaulle che fra il 1945 e il 1947 coinvolse (e sconvolse) la Valle Roja, parte del Ponente ligure, la Val Chisone, la Valle Susa e la Valle d'Aosta.

Rattachement lo chiamarono i francesi che in questo modo intendevano celebrare il ritorno alla Patria di popolazioni francofone o vissute prima della grande rivoluzione del 1789 nell'ambito del regno di Francia.

Per gli italiani una ferita all'unità e all'identità nazionale. Una ingiustizia subita perché si volle da parte francese far espiare all'intero popolo italiano le colpe del regime fascista. E questo proprio all'indomani di una guerra di Liberazione lunga e sanguinosa che era costata anche in quei luoghi sacrifici e lutti immensi.

   Tenda. Manifestazione filofrancese

Le mire annessionistiche del generale De Gaulle


Nella sua visione di ricostituzione della grandeur francese, filo conduttore della sua intera vita politica, il generale De Gaulle mostrò fin dagli accordi di Algeri del 1943 di avere progetti ben precisi per quanto riguardava i territori italiani di confine. A motivazioni storiche (il Delfinato, la Repubblica degli Escartons, il plebiscito nizzardo del 1860) si univano fattori culturali visto che i territori interessati all'annessione erano abitati da popolazioni di lingua francese. In realtà in molti casi si trattava di occitani, ma per il generale De Gaulle, che di certo non era un appassionato di etnolinguistica, la situazione non cambiava, sempre francesi erano (o erano stati).

Fortissimo (e condiviso da larghi strati della popolazione d'oltralpe) era poi il senso di rivalsa rispetto all'aggressione fascista del giugno 1940, considerata non a torto una “pugnalata alla schiena” di una Francia già duramente provata dall'invasione tedesca. Non a caso, subito dopo gli sbarchi alleati in Normandia e in Provenza e la riconquista del territorio nazionale, il Governo francese aveva dichiarato nullo l’armistizio di Villa Incisa del 24 giugno 1940 e ripristinato lo stato di guerra con l’Italia. Il messaggio era chiaro: l'andamento della guerra era mutato, i francesi (e gli Alleati) erano ormai pronti all'offensiva finale. Era giunto, dopo quattro anni di umiliazioni, il momento della rivincita e non ci sarebbero stati riguardi verso chi nel 1940 aveva voluto dare vigliaccamente il colpo di grazia ad una Francia in ginocchio.

In questa ottica revanscista nessuna distinzione veniva fatta fra Italia, italiani e fascismo cancellando una delle pagine più belle della Resistenza, quegli accordi stretti a Saretto, una borgata dell'alta Valle Maira, dove il 30 maggio 1944 il delegato del CLN per il Piemonte, Dante Livio Bianco, e il capo della Regione 2 del Movimento Unito di Resistenza francese, Max Juvenal, avevano concordato le linee portanti di una comune azione politico-militare finalizzata alla costruzione nel dopoguerra di una Europa unita, democratica e federale.

Un documento la cui “Dichiarazione politica”, posta in premessa degli accordi militari, rappresentava un vero e proprio atto di riconciliazione italo-francese, nato dal sangue versato dai partigiani dei due paesi nella lotta per la libertà. Una dichiarazione d'intenti di altissimo valore civile, interamente incentrata su uno spirito di riconciliazione e di collaborazione fra i popoli dopo i disastri della guerra, che nelle sue linee portanti richiama l'altro grande manifesto della Resistenza nelle Alpi Occidentali, quella Carta di Chivasso siglata dai rappresentanti partigiani della Valle d'Aosta, delle vallate occitane e delle comunità valdesi che auspicava la costruzione dopo la fine delle ostilità di un'Italia democratica e federale che riconoscesse pieni diritti e forme di autonomia alle minoranze linguistiche e religiose delle Alpi.


In uno spirito di rivincita impastato di sogni di grandeur nazionale i progetti gollisti prevedevano invece l'annessione al territorio francese dell'intera Valle Roja, Ventimiglia compresa, di parte della Liguria Occidentale (si parlò perfino di arrivare fino ad Albenga), della Valle d'Aosta, della Val Chisone, della Valle Susa e delle valli occitane cuneesi. Il generale Doyen, comandante delle truppe della Francia Libera sul fronte italiano, ricevuto l'ordine di occupare l'intero arco delle Alpi Occidentali, Valle d'Aosta compresa, per spingersi poi fino a Torino e Cuneo, lo eseguì, come vedremo, con estrema determinazione.

Una politica nazionalista e vendicativa che intendeva far pagare all'intero popolo italiano, antifascisti e resistenti compresi, le colpe del fascismo e che, se realizzata, avrebbe contributo ad aggiungere rancore a rancore e a scavare un solco d'odio fra i due popoli. Come poi avvenne sulla frontiera orientale con l'annessione jugoslava di Istria, Dalmazia e gran parte della Venezia Giulia e la questione a lungo irrisolta di Trieste, creando divisioni e odi, che, ingigantiti poi dalla Guerra fredda, sarebbero durati per decenni alimentando sentimenti nazionalisti e anti-slavi e suggestioni neofasciste che sfoceranno poi (si veda l'esperienza di gruppi come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale) nella strategia stragista e golpista degli anni Settanta.

    Soldati francesi a Borgo San Dalmazzo

L'occupazione della Valle d'Aosta

In questo contesto con l'avvicinarsi del termine delle ostilità la situazione politica valdostana diventa il vero banco di prova delle relazioni italo-francesi e nello stesso tempo un tentativo di riequilibrare in senso filo-gollista i rapporti di forza tra la Francia e gli Alleati in Italia settentrionale. Forti timori esistevano già da parte italiana. Il 28 marzo 1945 il ministro degli esteri Alcide De Gasperi non nasconde all'ambasciatore francese a Roma la contrarietà del suo governo ad una occupazione militare della Valle da parte di truppe francesi. Pochi giorni dopo il comando angloamericano, che non vuole urtare la sensibilità dell'alleato, autorizza unità francesi ad entrare in territorio italiano, ma con l'obbligo di non spingersi oltre 20 chilometri dal limite delle montagne.

Agli inizi di aprile 1945 missioni golliste, dirette dalla DGER (Direction Générale d'Etudes et Recherches, sigla di copertura dei servizi segreti), entrano in Valle per costituire un po' dappertutto comitati favorevoli all'annessione.

L'aggressività francese produce il risultato paradossale di un accordo fra autorità partigiane e comandi militari repubblichini. In un incontro in curia tra esponenti del comando di zona, il capo della provincia, il commissario del Partito Fascista Repubblicano di Aosta e il comandante della GNR viene discussa la possibilità di costituire un blocco di forze “italiane” da contrapporre militarmente ai francesi.

L'accordo non viene raggiunto, ma dopo il ritiro dei tedeschi e la resa fascista al CLN, i reparti alpini della RSI, che avrebbero dovuto consegnare le armi e ripiegare su Aosta, vengono lasciati nelle loro posizioni e affiancati da unità partigiane.

Allarmato dalla piega presa dagli avvenimenti il generale Alexander, comandante in capo delle truppe alleate in Italia, ordina ai francesi di fermarsi. L'ordine viene respinto. I francesi non fanno mistero delle loro intenzioni: al seguito delle loro truppe entreranno in Valle gli esponenti di Comitato pro-annessione di recente costituzione, sarà imposta la moneta francese e verrà organizzato un plebiscito a cui potranno partecipare solo gli uomini nati in Valle prima del 1914 e da genitori valdostani.
Di fronte a queste minacciose dichiarazioni d'intenti il comitato militare di zona del CLN comunica agli Alleati di essere disposto ad impedire, nel caso anche con l'uso delle armi, l'occupazione francese della Valle. La I divisione partigiana con un gruppo di artiglieria repubblichino sbarra la Val di Rhemes dove sono già scesi i primi reparti francesi, la Valgrisenche e la zona di Pré-Saint-Didier. Il 30 aprile i due schieramenti si fronteggiano, qua e là si spara, fortunatamente senza fare vittime.

A questo punto gli Alleati intervengono sul CLN aostano perché i reparti partigiani siano ritirati. Il 1° maggio con la mediazione di un ufficiale inglese un accordo viene siglato ad Aosta fra francesi e resistenti. Le truppe francesi potranno entrare in Valle ma non oltrepassare il limite dei trenta chilometri dalla frontiera alpina. L'accordo è immediatamente violato. Il 2 maggio unità francesi disarmano i partigiani e occupano la Valle giungendo fino a Pont-Saint-Martin. Unità esploranti proseguono l'avanzata in Piemonte in direzione di Chivasso e di Ivrea. Intanto, come preannunciato, agenti della DGER iniziano a svolgere un'intensa attività di propaganda a favore dell'annessione.

La ferma protesta del governo italiano e la pressione sul governo americano dell'ambasciatore a Washington Tarchiani, costringono gli Alleati a prendere posizione. Il 4 maggio, per “mantenere l'ordine” e prevenire possibili scontri fra italiani e francesi, una colonna americana del XV gruppo di armate risale la valle fino ad Aosta e Courmayeur. Ora sono americani e francesi a fronteggiarsi. La situazione è tanto tesa che ai primi di giugno il presidente americano Truman, riferendosi alla situazione valdostana, minaccia la sospensione di ogni rifornimento di armi e munizioni alle forze francesi “perché queste avevano minacciato di usare le armi contro i soldati americani”. (2)

    Manifestazione filofrancese

L'occupazione della Val Chisone e della Valle Susa

Fatti analoghi avvengono anche nelle alte valli piemontesi. Già l'11 aprile il comando militare del Piemonte invia una nota alle formazioni partigiane nelle valli Chisone e Susa invitandole alla massima collaborazione con i reparti francesi. Il testo chiarisce bene la gravità della situazione che si era venuta creando:

«Circolano voci di scontri avvenuti tra partigiani italiani e truppe francesi penetrate in val d'Aosta. Pur ritenendo tali voci infondate, vi comunichiamo non essere escluso che le truppe francesi debbano collaborare con gli Anglo Americani in quest'ultima fase della lotta per la liberazione del nostro paese. Le truppe francesi debbono essere considerate nostre alleate, come di fatto lo sono, e di conseguenza accolte ovunque con la massima cordialità e con manifestazioni amichevoli».(3)

Timori destinati a concretizzarsi pochi giorni più tardi, quando verso la fine del mese i francesi procedettero all'occupazione del territorio. Le truppe, composte anche da reparti coloniali, si comportarono come un esercito occupante un territorio ostile: in varie località si verificarono atti di violenza contro le donne e saccheggi di abitazioni.

Parallelamente missioni semi-clandestine iniziavano a svolgere una intensa attività di propaganda per conquistare le popolazioni all'idea dell'adesione alla Francia. Ai montanari vennero distribuite schede da compilare con i propri dati anagrafici in cui si dichiarava enfaticamente: «Je declare opter pour la France ma Patrie d'origine et en accepter les lois. Vive la France».

Alla fine di maggio la situazione degenerò ulteriormente. Dopo una serie di violenze e atti intimidatori compiuti da soldati francesi nei confronti di partigiani italiani, il 23 maggio a Exilles una mina esplose al passaggio di una vettura francese. Un ufficiale restò gravemente ferito e due soldati persero la vita.

Ma il peggio doveva ancora accadere. Esattamente un mese più tardi, il 23 giugno, una bomba veniva fatta esplodere all'interno di un albergo di Susa, trasformato in caserma. Nell'attentato morirono due militari francesi e una cameriera italiana. Altri sei soldati restarono gravemente feriti.

La reazione francese fu violenta. Alcuni cittadini furono presi in ostaggio e minacciati di fucilazione per rappresaglia, mentre in città si verificarono sparatorie tra carabinieri e truppe francesi. Dovette intervenire il vescovo, Carlo Marra, per impedire che la situazione diventasse ancora più tragica, ottenendo, non senza sforzo, il rilascio dei prigionieri.

Era ormai chiaro a tutti che la situazione in Valle d'Aosta e nelle valli Susa e Chisone stava sfuggendo di mano ai comandi francesi. Colloqui fra il Governo italiano e il Comando Supremo Alleato di Caserta portarono gli Angloamericani a imporre ai francesi il ritiro dai territori occupati. L'11 giugno 1945 fu trovato un accordo in base al quale i reparti gollisti avrebbero abbandonato fra il 20 giugno e il 1° luglio la Valle Stura di Demonte, la Valle d'Aosta e le valli Susa e Chisone per essere sostituiti da reparti americani.

    Tenda nel 1945

L'occupazione della Valle Roja e il Mouvement pour le Rattachement de Tende et de La Brigue à la France

Anche nelle Alpi Marittime in vista del crollo del fronte tedesco le autorità francesi, civili e militari, iniziarono già a partire dall'estate del 1944 a predisporre piani per dare concreta attuazione ai progetti di annessione di territori italiani nell'area di Ventimiglia e nella Val Roja.

Il 15 agosto gli americani sbarcano in Provenza, il 28 le truppe della Francia libera entrano a Nizza. Appena insediati in città, i servizi segreti gollisti lanciano una massiccia campagna in favore del passaggio dell’alta Valle Roia alla Francia.

Il 10 settembre 1944 il quotidiano gollista di Nizza «Combat» pubblica un articolo-manifesto dal titolo: «Tenda e Briga devono ritornare francesi». Cinque giorni dopo, su iniziativa del presidente del Club alpino delle Alpi Marittime, Vincent Paschetta, i rappresentanti dei Sei Comuni delle valli Vésubie e Tinée costituiscono un Comitato di studio per la rettifica della frontiera. Alla riunione partecipano, notabili locali con forti agganci nella valle, quali Joseph Giordana presidente dell'Accademia Nizzarda e il Conservatore delle acque e delle foreste Dugeley, e delegati di un neo-costituito Comité d’action en vue du retour à la France des territoires de la Haute-Roya, presieduto dall’oriundo brigasco Charles Fenoglio.

Dotati di ingentissimi fondi messi loro a disposizione dalle autorità golliste e forti dell'appoggio dichiarato del comando delle forze francesi, del vescovo di Nizza e del sindaco della città, questi comitati si misero immediatamente al lavoro per creare un movimento popolare di sostegno al progetto annessionistico. Il 18 settembre una assemblea di circa duecento cittadini di origini tendasche e brigasche fondò il Mouvement pour le Rattachement de Tende et de La Brigue à la France, a cui. il 4 ottobre, si associò anche il Comité départemental de Liberation des Alpes-Maritimes. Si costituì un gruppo di lavoro, il Comité d’Études des Frontières, per provvedere alla stesura di un documento da trasmettere al governo parigino per ribadire “scientificamente” la necessità di una rettifica dei confini nelle Alpi Marittime.

Intanto la guerra proseguiva, sostenuta soprattutto da unità partigiane. Tra il settembre 1944 e l'aprile 1945 vi furono aspri combattimenti tra partigiani italiani e francesi e reparti tedeschi e della Repubblica Sociale allo scopo di impedire che i nazisti in ritirata distruggessero i grandi impianti idroelettrici della valle.

Scontri che durarono fino al 24 aprile 1945 quando le truppe tedesche si ritirarono verso Limone e Cuneo. Il giorno successivo gli abitati di Briga e Tenda venivano liberate dai partigiani italiani del 10° distaccamento della V Brigata Garibaldi «Nuvoloni», che la mattina del 26 occuparono anche San Dalmazzo.

Solo nel pomeriggio del 26 aprile giunsero a Tenda un centinaio di soldati del 29° Régiment Tirailleurs Algériens, che si installarono nel paese. Nel pomeriggio dello stesso giorno il comando francese ordinò il disarmo dei partigiani del 10° distaccamento (ai quali erano concesse sei ore di tempo per lasciare la zona) e il ritiro della bandiera italiana da tutti gli edifici pubblici.

Il 28 aprile arrivarono in zona provenienti da Nizza circa duecento persone appartenenti a famiglie originarie dell'alta valle. Trasportati da camion militari, i nuovi arrivati procedettero ad una sistematica distribuzione alla popolazione di viveri, bandiere francesi e fotografie del generale De Gaulle.

«Il vettovagliamento francese – si legge in un rapporto della Sezione di Tenda del Comitato per il Rattachement – ha immediatamente messo a nostra disposizione una quantità di viveri a Breil, ma le comunicazioni erano difficili a causa delle distruzioni operate dai tedeschi prima della loro partenza. L'amministrazione francese ci ha inviato gratuitamente una quantità di viveri e di latte condensato per i bambini. Noi abbiamo distribuito sussidi in denaro alle mogli e alle famiglie dei prigionieri di guerra, così come a qualche sinistrato e noi abbiamo distribuito viveri gratuitamente all'ospedale e all'asilo». (4)

Il giorno successivo gli abitanti di Tenda e Briga trovarono i muri dei due paesi tappezzati di manifesti in francese intitolati «République Française. Ville de La Briga de Nice», in cui si annunciava trionfalmente che dopo 85 anni di umiliazioni finalmente quelle popolazioni si erano ricongiunte alla madrepatria.

Con l'appoggio delle truppe francesi i rappresentanti del Comité de Rattachement procedettero a dichiarare decadute le amministrazioni dei due centri dell'alta valle sostenendo che in virtù di una deliberazione del Consiglio dei ministri francese, nonché di accordi con il governo italiano, Briga e Tenda erano state cedute alla Francia. Un falso che doveva legittimare il fatto compiuto manu militari dell'annessione.



In quello stesso giorno fu tenuto un plebiscito farsa per formalizzare l’annessione come previsto dalla legge francese. Al voto avevano diritto anche i militanti filo-francesi provenienti da Nizza. Le schede di voto non prevedevano la possibilità di un voto contrario, ma soltanto una dichiarazione di assenso al passaggio dei territori alla Francia. Ai votanti venne infatti consegnata una scheda bilingue da riempire con i propri dati anagrafici in cui si chiedeva "in conformità con i diritti acquisiti dai nostri antenati con il plebiscito del 15 aprile 1860 (…) il grande onore di diventare francesi". Nessun altra opzione era prevista. Il solo modo di opporsi era non andare a votare. La popolazione fu informata che chi non si fosse presentato al voto (e dunque non avesse votato a favore dell'annessione) avrebbe visto annullata la propria tessera annonaria, il documento che permetteva di ricevere le poche razioni alimentari allora disponibili.

Analoghi referendum vennero tenuti a Mollières, a Ventimiglia e in diversi comuni della Val Nervia e nella zona di Bordighera. Come prevedibile, la popolazione andò massicciamente a votare con percentuali che si avvicinarono anche in Riviera a quasi il 100%. Fece eccezione Ventimiglia, dove nonostante le pressioni delle autorità francesi la partecipazione al voto superò di poco il 50%.

Tab. 1 Plebiscito del 29 aprile 1945 (5)

Comune
Si
Astenuti
Tenda
893
37
Briga
976
49

Nei giorni successivi i dirigenti del Comité, forti dei risultati del plebiscito, vararono una serie di provvedimenti anti-italiani quali la proibizione dell’uso della lingua italiana in pubblico, la chiusura definitiva delle scuole e la riduzione degli approvvigionamenti alimentari a coloro che non si erano recati alle urne. Il parroco di Tenda, Don Ginata, essendosi rifiutato di celebrare la messa in francese, fu costretto a lasciare il paese.

Il 6 maggio il prefetto delle Alpi Marittime installò ufficialmente una amministrazione francese a Tenda e a Briga. Parallelamente furono occupate le centrali idroelettriche, l'unica grande risorsa economica di una vallata altrimenti poverissima, vero obiettivo delle mire espansionistiche francesi. Il direttore degli impianti di San Dalmazzo, ingegnere Bosis, già collaboratore della Resistenza, fu arrestato per aver tentato di opporsi alla confisca della centrale da parte dei militari.

Alla fine di maggio, su richiesta del governo italiano, un contingente militare americano tentò di entrare nella valle per affiancare le truppe francesi e dare applicazione in attesa della stipula del trattato di pace alle clausole armistiziali con l’Italia che non prevedevano annessioni di nessun tipo. Gli alti comandi gollisti si opposero fermamente a quella che ritenevano un'intromissione negli affari interni francesi, in quanto dopo il plebiscito ritenevano Briga e Tenda ormai parte integrante del territorio metropolitano. Le autorità transalpine consentirono tuttavia al Governo Militare Alleato di installarsi simbolicamente nei due paesi, senza però poter esercitare alcun potere.

    L'ingresso dei partigiani in Ventimiglia

L'occupazione di Ventimiglia

Il 25 aprile reparti partigiani della II Divisione d'assalto Felice Cascione occupano Ventimiglia seguiti poco dopo da truppe francesi provenienti da Mentone. I partigiani trovano una città ridotta ad un cumulo di macerie: “Devastati i Balzi Rossi, cannoneggiato il Laboratorio di Voronoff, ridotta a «terra di nessuno» villa Hanbury, bombardata la Cattedrale, gli oratori, Sant'Agostino, deportati a Mauthausen molti ferrovieri, Ventimiglia sembrava tornata ai momenti più cupi dell'alto Medio Evo”. (6)

Nei giorni successivi i francesi occuparono tutto l'entroterra. Il 29 aprile un reparto del Régiment Tirailleurs Sénégalais si spinse fino a Imperia, dove sostò per alcuni giorni per poi ritirarsi all'arrivo di reparti americani provenienti da Savona.

Di fronte all'atteggiamento dei militari francesi che si comportavano come truppe occupanti, il 4 maggio il CLN di Ventimiglia interpellò il comando gollista per sapere quali
funzioni avrebbe potuto ancora svolgere sotto il nuovo regime di occupazione. Il 12 maggio ufficiali francesi comunicarono ai responsabili del CLN che l’autorità militare non reputava ulteriormente necessaria l’esistenza in città di un CLN italiano, in quanto tutte le funzioni di governo e di amministrazione erano ormai regolarmente espletate dall’autorità militare stessa.

Come in Valle Roja, fin dai primi giorni l'occupazione prese l'aspetto di una tacita annessione. Venne spostata la linea di confine con la creazione di un nuovo posto di frontiera all’altezza del ponte dei Piani Borghetto tra Bordighera e Vallecrosia, che collocava Ventimiglia e il suo entroterra in territorio francese. Venne inoltre interdetto l'accesso alla zona a chiunque non fosse residente. La popolazione venne censita e dotata di un lasciapassare provvisorio in francese per "espatriare" in Italia; venne sostituita la lira con il franco francese. Si arrivò al punto di cambiare i cartelli stradali. Ventimiglia divenne così a tutti gli effetti Vintimille. Il tentativo di francesizzazione forzata giunse fino alla proibizione della circolazione dei giornali italiani accusati di instillare nella popolazione sentimenti antifrancesi .

Nel frattempo proseguiva da parte di un sedicente Comité d’action pour le rattachement un’intensa attività propagandistica con la diffusione di un giornale, le «Trait d’Union», stampato a Nizza. Attività che si intensificò ulteriormente nel corso del mese di giugno, mentre l’autorità di occupazione francese procedeva all’arresto di numerosi cittadini appartenenti a comitati nel frattempo costituitisi spontaneamente per rivendicare l'italianità della città e del suo entroterra.

Nonostante in qualche località della Val Nervia si manifestassero simpatie filofrancesi, la popolazione di Ventimiglia e delle vallate dell'entroterra dimostrò di non gradire la situazione che si era venuta creando. Decisiva in questo senso fu l'azione del movimento partigiano imperiese in cui si stava mettendo in luce un giovane intellettuale sanremese, già combattente della V Brigata Garibaldi “Nuvoloni”, destinato ad una brillante carriera di scrittore.

Ritornato dopo la Liberazione nella sua San Remo, il ventiduenne Italo Calvino aveva infatti iniziato a collaborare ad alcuni fogli locali, La Voce della Democrazia, organo del CLN, La nostra lotta, organo della sezione del PCI e il foglio della Divisione Felice Cascione Il Garibaldino. Proprio su quest'ultimo giornale Calvino pubblica un articolo per contestare le pretese francesi su Ventimiglia, la Val Roja e la Val Nervia:

«Noi gridiamo “Viva la Francia libera” che ha salito il calvario della resurrezione, ma nessuno deve impedirci di gridare “Viva l'Italia libera” perché è il grido del nostro martirio e della nostra purificazione. Noi chiediamo che gli italiani, di Ventimiglia e dell'entroterra, godano con noi dei benefici della libertà, lo chiedono i fratelli di tutta Italia inquadrati nell'ardua opera di ricostruzione […] perché sulle rovine di Ventimiglia non c'è posto che per il tricolore. Un'altra bandiera sarebbe il segno del tradimento alla libertà dei popoli». (7)

Siamo nel 1945 e lo stile è quello enfatico del giornalismo di allora che ancora fortemente risentiva dei toni della pubblicistica fascista, ma l'articolo costituisce un documento fedele del clima di quei giorni e di come anche a sinistra (Calvino allora militava nel PCI da cui poi uscirà nel 1956 all'indomani della tragedia ungherese) si considerassero nel Ponente ligure le pretese francesi un atto di ingiusta prepotenza e una violazione aperta di quei valori di libertà per i quali si era combattuto.

Gli accordi di Caserta, a cui abbiamo già accennato per la Valle d'Aosta e le Valli Chisone e Susa, portarono al ritiro da Ventimiglia delle truppe francesi, sostituite da reparti angloamericani. Il 18 luglio 1945 si tenne in piazza del Comune la cerimonia ufficiale di passaggio dei poteri dalle autorità di occupazione a quelle del Governo Militare Alleato, che assunse direttamente il controllo amministrativo del territorio.

Dopo tre mesi di occupazione francese Ventimiglia tornava italiana, ma la situazione restava difficile, come si legge in una cronaca de il Secolo XIX :

Troppi lutti recenti, troppe case devastate, troppo impoverite le risorse. I ventimigliesi si sfogano a leggere i giornali italiani, sino all'altro giorno vietati (…). Prima di lasciare la città alcune reclute francesi hanno messo in subbuglio il mercato devastando le poche merci”. (8)

    Tesserino partigiano di Italo Calvino

Il trattato di pace e l'annessione di Tenda e Briga alla Francia

Con gli accordi di Caserta gli Alleati impongono a De Gaulle il ritiro dalle aree occupate del Piemonte, della Valle d'Aosta e della Liguria. Le autorità francesi dovettero così rinunciare all'annessione conseguente alla farsa del voto del 29 aprile e a evacuare i due comuni di Briga e Tenda. I militari del 29° Régiment Tiralleurs Algériens furono rimpiazzati da reparti americani e inglesi. I francesi lasciarono a Tenda solo una missione di collegamento composta da un ufficiale e da tredici soldati.

Nel pomeriggio dello stesso giorno giungevano nei due paesi reparti di carabinieri italiani. Alcuni giorni dopo si recarono in zona anche il viceprefetto di Cuneo Montemurri e il suo segretario per coordinare l’attività di formazione delle nuove amministrazioni municipali, alle quali vennero ammessi, nel rispetto degli accordi presi con i francesi, anche rappresentanti del Comité pour le Rattachement. Iniziava così per la valle un periodo di incertezza destinato a durare fino agli accordi di pace del febbraio 1947.

Nonostante il ritiro delle truppe, non cessa l'azione del DGER tra la popolazione locale per convincerla a optare per la Francia, presentando l'immagine di un paese ricco e ordinato che avrebbe potuto garantire livelli di vita e di benessere ben più alti di un'Italia in rovina e destinata ad un incerto futuro. Decisiva si rivelò l'opera, soprattutto fra i montanari dei borghi più isolati, di sacerdoti della diocesi di Nizza inviati a fare propaganda nelle parrocchie dell'alta valle e coordinati da Don De Caroli, ex parroco di Breuil. Cappellano della Gendarmerie e, come pare ormai certo, agente dei servizi segreti francesi, Don De Caroli agisce anche per conto del vescovo di Nizza, monsignor Remond, da cui avrebbe ricevuti ingenti finanziamenti (secondo alcuni pari a oltre trentamila franchi) da distribuire ai parroci della valle per convincere gli abitanti, soprattutto i più poveri, a sposare la causa del rattachement. (9)

Una propaganda tanto martellante da costringere il CLN di Imperia a trasmettere il 13 novembre un ordine del giorno al governo Parri per sollecitare l’adozione di provvedimenti severi nei confronti di tutti quelli che continuavano a svolgere una propaganda antinazionale tale da creare divisioni e odi in una popolazione fino a quel momento unita e pacifica.

Il 1° gennaio 1946 con l'eccezione della Venezia Giulia l'amministrazione del Nord passa dalle autorità militari alleate al governo italiano. L'Italia è di nuovo unita e pienamente sovrana. E questo vale anche per i territori contesi della Val Roja. Immediata è la risposta francese. Il 17 gennaio 1946 il deputato nizzardo Jean Médecin ribadisce all’Assemblea Nazionale di Parigi l’urgenza di una rettifica del confine nel comprensorio delle Alpi Marittime. Una ventina di giorni più tardi la della delegazione francese presso il Consiglio delle potenze vincitrici, presenta una richiesta di rettifica del confine italo-francese interessante le zone di Briga e Tenda, di Mollieres (allora frazione del comune di Entracque) e del Moncenisio.

Contemporaneamente i CLN e i rappresentanti di tutti gli organi politici e amministrativi delle province di Imperia e Savona, convenuti in assemblea ad Albenga, redassero una mozione comune nella quale chiedevano l’istituzione di un unico collegio elettorale comprendente le due province per contribuire a contrastare in modo più netto ed efficace le tendenze separatiste affiorate nei mesi precedenti nella zona di frontiera. (10)

Il 27 aprile venne costituita una commissione interalleata composta da due rappresentanti per ognuna delle potenze vincitrici, incaricata di svolgere un’accurata inchiesta nella zona di Briga e Tenda in merito allo stato delle centrali idroelettriche e all’atteggiamento degli abitanti della vallata nei confronti del problema dell’annessione alla Francia.

La commissione, visitati i due comuni fra il 1° e il 3 maggio, redasse poi una relazione. Secondo i dati raccolti la popolazione di Briga risultava in maggioranza a favore dell'annessione alla Francia, mentre a Tenda vi sarebbe stata una maggioranza tendenzialmente filo-italiana. Una difformità dovuta soprattutto alla forte presenza a San Dalmazzo di lavoratori non valligiani impegnati nelle ferrovie e negli impianti idroelettrici.

Nel frattempo, anche se con molto ritardo rispetto alle iniziative francesi, si era costituito a Torino un «Comitato per la tutela degli interessi dell’Alta Valle Roja», che con l'appoggio nemmeno troppo segreto delle autorità italiane cerca di ribaltare una situazione che appariva ormai molto compromessa. Non mancarono anche in questo campo gli eccessi e i fatti oscuri, come l'uccisione in pieno centro di Tenda da parte dei carabinieri di un giovane attivista filofrancese. Un fatto grave, la cui dinamica ancora oggi resta poco chiara e che contribuì non poco a radicalizzare la situazione e a portare ulteriori consensi al movimento per il rattachement.

Azioni tardive, se non controproducenti, ché i giochi erano ormai fatti. Nell'estate all'apertura dei lavori della conferenza di pace si capì che le decisioni che riguardavano la Val Roja erano state prese e che non sarebbero state cambiate. Gli Alleati avevano accettato le richieste francesi in cambio dell'impegno, poi nei fatti largamente disatteso, del governo di Parigi di fornire garanzie certe all'Italia in merito alla fornitura di energia elettrica, considerato che dalle centrali della Val Roja dipendeva pressoché interamente una buona parte dell'Italia nordoccidentale.

Considerata nazione sconfitta e non cobelligerante (come si erano illusi i governi Parri e De Gasperi), l'Italia fu ammessa alla Conferenza, ma non poté trattare con gli Alleati le condizioni della pace. Le fu concesso solo di esporre a voce e per iscritto le sue ragioni.

Nulla fu lasciato intentato, ma senza esito. Il 28 luglio il ministro degli esteri Pietro Nenni si recò a Parigi dove per tre giorni ebbe colloqui con il leader socialista Leon Blum, il segretario del PCF Maurice Thorez e il presidente del Consiglio Georges Bidault. L'esito degli incontri fu non solo infruttuoso, ma addirittura umiliante. Dal diario del vecchio esponente socialista emerge chiara l'insofferenza e il fastidio con cui, anche da sinistra, in Francia si guardava alle richieste italiane, considerate pretese prive di realismo:

Ho trovato il presidente del Consiglio Bidault su una posizione di diffidenza. All'inizio non mi ha quasi lasciato parlare ed è partito all'attacco su quello che ha chiamato «nos difficultés». Ha cominciato col dire che per Briga e Tenda non può fare più nulla. Ci fa carico di avere dimenticato che è arrivato al governo dopo De Gaulle e che ha impedito che ci si chiedesse la Valle d'Aosta. «Blum vi avrà detto», soggiunge, « che per Briga e Tenda si tratta di una idiozia, ma è cosa fatta e non posso tornare indietro ». (11)

Il 31 agosto la Conferenza approvò la cessione dei territori rivendicati dalla Francia. In attesa della stipula del trattato di pace, che richiese altri cinque mesi di trattative diplomatiche, centinaia di abitanti abbandonarono la valle. In gran parte di trattava di lavoratori delle grandi centrali idroelettriche, di ferrovieri e di dipendenti pubblici (poste, dogane, ecc) che con il passaggio del territorio alla Francia non avrebbero più potuto mantenere l'impiego.

Ci fu dunque anche qui un problema di profughi, anche se non con le dimensioni e la drammaticità di quanto accaduto al confine yugoslavo. Complessivamente lasciarono Briga e Tenda dalle 800 alle 1000 persone che trovarono sistemazione in gran parte nel cuneese e nell'imperiese. Una piccola parte di questi profughi, quella più ideologizzata che aveva abbandonato la Valle Roja per “patriottismo”, costituì a Torino un Comitato Esuli Alta Val Roja che per una decina d'anni vivacchiò cercando di mantenere desta l'attenzione sulla questione confidando in una impossibile revisione del trattato. Non mancarono anche tentativi da parte della destra e del MSI, o di giornali come Candido, di cavalcare la situazione con proclami irredentistici di cui qualche traccia si può ancora ritrovare oggi in rete in siti di estrema destra.

Il 10 febbraio 1947 veniva firmato il Trattato di pace in virtù del quale il 16 settembre sarebbero passate alla Francia - nel settore delle Alpi Marittime - le ex «terre di caccia», costituite dai valloni della Guercia, Chastillon, Mollières e Millefonts nell’alta valle Tinée e dai valloni di Salse, del Boréon, della Madonna delle Finestre e della Gordolasca nell’alta Valle Vésubie, con il piccolo paese di Mollières staccato dal comune italiano di Valdieri e aggregato a quello francese di Valdeblore; il comune di Tenda compresa la frazione di San Dalmazzo; la parte del territorio comunale di Briga Marittima comprendente il capoluogo e Morignolo in valle Levenza, che formarono il nuovo comune francese di La Brigue ; le ex frazioni del comune italiano di Olivetta San Michele Piena Alta e Libri.

Per quanto concerneva invece la questione dello sfruttamento delle centrali idroelettriche cedute alla Francia, l’articolo 9 della Sezione seconda del Trattato stabilì una serie di speciali garanzie, che imponevano al governo di Parigi di far funzionare le centrali della vallata in modo tale da produrre i quantitativi di energia elettrica di cui l’Italia potesse aver bisogno per un periodo di tempo che venne allora indicativamente fissato con scadenza al 31 dicembre 1961, mentre altre clausole prevedevano una serie di ulteriori garanzie relative all’equa utilizzazione delle risorse idriche del fiume Roja. (12)

Il 15 settembre 1947 Tenda e Briga vengono ufficialmente consegnate alla Francia. In osservanza del dettato costituzionale francese le nuove autorità di governo indissero un nuovo plebiscito da svolgersi il 12 ottobre. Secondo le modalità stabilite dalla Prefettura di Nizza potevano votare oltre ai residenti anche i nati nell'area ma residenti in Francia.



L'esito del voto fu, come scontato, plebiscitario, esprimendo una larghissima maggioranza a favore dell’annessione con punte del 94% a Tenda, 96% a Briga e quasi del 100% a Mollières.

Tab. 2 Plebiscito del 12 ottobre 1947 (13)

Iscritti
Votanti
Astensioni
Si
No
Nulli
% di Si
Tende 1616
1538
78
1445
76
17
93.95
La Brigue 831
790
41
759
26
5
96.07
Libre 218
209
9
142
67

67.94
Piène 148
140
8
91
48
1
65.00
Molliéres 169
168
1
166
1
1
99.99
Tot. 2982
2845
137
2603
218
24
91.49

Un giovane Giorgio Bocca, allora agli inizi di una lunga e fortuna carriera giornalistica, fu inviato a seguire le votazioni. Dopo aver spiegato come il voto fosse avvenuto in una situazione di forte condizionamento della volontà degli elettori da parte delle autorità francesi, Bocca concludeva così il suo articolo spiegando perché, nonostante l'esodo verso l'Italia di molti abitanti, il numero dei votanti non fosse significativamente cambiato:

«Vi è piuttosto un altro fatto singolare da notare: chi ha dunque provveduto a sostituire i 700 profughi? La risposta è semplice: gli autopullman della Costa Azzurra. Dalle prime ore del mattino essi hanno cominciato ad arrivare dal Nizzardo carichi di vecchi e vecchissimi tendaschi. Gente magari che da 30 anni non abita più in questi paesi e neppure vi ha mai abitato».(14)

Si chiudeva così nel modo peggiore una brutta pagina di storia iniziata nel giugno 1940. L'Italia democratica pagava le colpe del regime fascista e di chi (monarchia, grande industria, alta finanza, chiesa cattolica) nulla aveva fatto per impedire l'avventura bellica e che solo nel luglio 1943, a guerra persa, si era riscoperto antifascista.

Col tempo quelle ferite si sono rimarginate e quegli avvenimenti sono stati quasi dimenticati. Anche quelle frontiere, allora tanto aspramente contese, oggi non esistono più, cancellate da un Trattato, quello di Schengen, che qualcuno vorrebbe rivedere. E' stato compiuto un grande passo avanti sulla via di quell'Europa unita e democratica sognata dagli uomini della Resistenza e auspicata nelle Carte di Saretto e Chivasso. Nonostante ciò più che mai necessario resta il dovere della memoria come antidoto al riapparire in una Europa unita e pacificata di pulsioni nazionaliste e xenofobe. A settant'anni di distanza è giusto ricordare ciò che accadde allora e le tragedie vissute, non per riaprire vecchie contese o rivendicare assurdi diritti, né per fare mera opera storiografica, ma perchè soprattutto fra i giovani la memoria sia argine ai venti di guerra che tornano di nuovo a spirare nell'Est del continente e nel Mediterraneo.

Note

1) Francesco Biamonti, Le parole e la notte, Einaudi, Torino, 1998, p. 85
2) Roberto Nicco, La Resistenza in Valle d'Aosta, Musumeci Editore, Aosta 1995, pp. 356-60
3) Gian Vittorio Avondo-Marco Comello, Frontiere contese tra Italia e Francia, Edizioni del Capricorno, Torino 2012, p. 107
4) Ibidem, p. 42
5) Ibidem, p. 70
6) Bruno Ciliento-Nadia Pazzini Paglieri, Ventimiglia, SAGEP, Genova, 1991, p. 100
7) Elisabetta Mondello, Italo Calvino, Edizioni Studio Tesi, Pordenone, 1990, p. 154
8) Bruno Ciliento-Nadia Pazzini Paglieri, op.cit., p. 101
9) Mario Giovana, Frontiere, nazionalismi e realtà locali: Briga e Tenda, 1945-1947, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996, pp. 104-105.
10) Andrea Gandolfo, La 'dolorosa' cessione di Briga e Tenda alla Francia, www.sanremonews.it
11) Pietro Nenni, Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956, SugarCo, Milano 1981, p. 252
12) Andrea Gandolfo, op. cit.
13) Gian Vittorio Avondo-Marco Comello, op. cit., p. 76

14) Ibidem, p. 74

(Da: ISREC, Quaderni savonesi, n.40, maggio 2015)


sabato 9 maggio 2015

Lou Dalfin - Vita e miracoli dei contrabbandieri di musica occitana



Il 14 maggio uscirà nelle librerie “Lou Dalfin - Vita e miracoli dei contrabbandieri di musica occitana”, la biografia romanzata del più famoso (e simpatico) gruppo musicale occitano, scritta da Paolo Ferrari edita da Fusta Editore.

Il libro conterrà “Dalfipedia” un disco antologico di 15 pezzi che raccoglie i pezzi più significativi composti dal 1982 a oggi.



La storia de Lou Dalfin inizia in un pomeriggio del 1976, quando nel cortile di una casa della valle Varaita l’anima rock di Sergio Berardo posa lo sguardo su alcuni strumenti musicali tradizionali. Lì il diciassettenne tifoso del Torino residente a Caraglio intraprende un percorso di iniziazione che quattro anni dopo vedrà nascere Lou Dalfin, un gruppo inizialmente folk ma destinato a diventare ben altro: una band di primo piano della scena  indipendente internazionale, destinata a vincere la Targa Tenco, a conquistare grandi festival e centri sociali di sentimento metropolitano; e al tempo la formazione di maggior fama della musica e della cultura occitane in Europa.

È la magia della musica ribelle, dei suoni che non si arrendono alla logica di genere, alla dicotomia tra tradizione e innovazione. È il segreto del ballo / canzone, un genere nuovo, in cui chiunque può scegliere se seguire semplicemente il ritmo della giga, del rigodon, della farandola, della scottish e delle altre danze tradizionali, da ballare in modo liturgico o alla meglio, oppure farsi sedurre dalle storie scure e di festa, dalla poetica ormai universalmente riconosciuta di Berardo. Tutto al suono di chitarre elettriche e cornamuse, ghironda, flauti, violino e batteria. Con due capitani di lungo corso, Dino Tron e Riccardo Serra, alla guida di formazioni di volta in volta adatte al sound del gruppo.

Con oltre 1.300 concerti e 11 album, Lou Dalfin hanno conquistato i festival e le piazze rock e folk di tutta Europa e i principali club italiani. Sulle rotte del contrabbando di musica occitana si respira l’atmosfera degli spartani studi di registrazione, delle risse epiche ai concerti, della gioventù delle valli che balla la giga e si rotola in terra ascoltando i Ramones.

La prefazione del celebre scrittore, giornalista e ricercatore Alessandro Perissinotto introduce una biografia romanzata, in cui la musica diventa il veicolo di un messaggio di resistenza. Tra messaggi di pace e risse sanguigne, polemiche e approfondimenti culturali. Una storia che appassionerà non solo la galassia occitana, una nazione di 13 milioni di persone che non si è mai fatta Stato e ha per inno una canzone d’amore, ma tutti coloro che seguono con interesse il circuito alternativo.