TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 20 giugno 2019

I fuochi di San Giovanni. La notte delle streghe


    J.W. Waterhouse, the Magic Circle (1886)

Ultimo capitolo del libriccino sulla notte di San Giovanni. Questa volta parliamo di streghe, di quelle di Benevento, ma anche di quelle della nostra Liguria.

Giorgio Amico

I fuochi di San Giovanni

La notte delle streghe

Come ogni momento di passaggio, la notte di San Giovanni è densa di pericoli, popolata di forze malefiche. Da mezzanotte all'alba spiriti dei morti, demoni e streghe sono protagonisti di quel tempo sospeso. Nel Medioevo si pensava che in quella notte tutte le streghe d'Europa, guidate da Erodiade, Salomè e Diana, volassero nel buio per radunarsi a Benevento sotto un grande noce. Un albero, il noce, che godeva di una fama sinistra, perché considerato l’ultimo rifugio delle streghe condannate al rogo. Esse potevano salvarsi dal supplizio trasformandosi in spirito ed entrando nel più vicino tronco di noce, per poi riacquistare la libertà al momento dell’abbattimento dell’albero. Una credenza tanto diffusa che in molti luoghi il taglio di un noce doveva essere preceduto da particolari formule propiziatorie.

La leggenda aveva contorni molto sfumati. Ad esempio non era chiaro neppure agli abitanti di Benevento in quale località precisa sorgesse il noce plurisecolare attorno al quale le fattucchiere intrecciavano le loro danze sfrenate durante il solstizio d'estate. Ma tutti erano assolutamente certi che esistesse veramente e che le streghe vi giungessero in volo. Addirittura si conosceva la formula magica che queste usavano per poter volare, dopo essersi cosparso il corpo di un unguento magico:

“Unguento, unguento
mandame a la noce de Beneviento
supra acqua et supra ad vento
et supra ad omne maltempo”.

Questa formula, universalmente conosciuta e che ritroviamo in tutti i racconti sulle streghe di Benevento, ha finito col rappresentare l'immagine di maggior potenza evocativa del rituale preparatorio al volo notturno ed è ritenuta espressione autentica del folklore popolare. (74) In realtà le cose stanno in modo molto diverso e fanno pensare che le origini di questa celebre formula siano da ricercare piuttosto negli ambienti inquisitoriali ed in particolare in un processo per stregoneria svoltosi a Todi nel 1428 nei cui atti si ritrova per la prima volta. Un processo simile a tanti altri, istruito nei confronti di una certa Matteuccia di Francesco, una contadina di circa quarant'anni, herbaria (cioè guaritrice con le erbe), nel corso del quale la poveretta rivelò sotto tortura ai giudici di essersi recata più volte in volo al grande sabba di Benevento e di averlo potuto fare proprio grazie a quella formula. E' nelle carte di Todi che si ritrova per la prima volta la celebre formula e dunque non nei cosiddetti «secoli bui» di un Medioevo barbarico, ma solo pochi decenni prima della scoperta dell'America. Esaminate con attenzione, quelle carte e quelle procedure fanno pensare che le dichiarazioni della disgraziata Matteuccia non fossero poi tanto spontanee. In sostanza la donna si sarebbe limitata, come il più delle volte accadeva in quel tipo di processo, ad ammettere ciò che le veniva richiesto, sottoscrivendo quanto, episodi e formule, gli inquisitori le sottoponevano. (75)

Qualunque sia stata la genesi della formula, essa si rivelò subito popolarissima, anche perché andava a rafforzare la credenza popolare, questa si davvero antichissima, che in certi periodi dell'anno le streghe potessero introdursi nelle case per fare dispetti o portare la malasorte. Proprio a Benevento le streghe erano chiamate Janare a causa della loro propensione a penetrare nelle case attraverso le porte («ianua» in latino) lasciate incustodite. È per questo motivo che durante la notte di San Giovanni si usava mettere sale grosso sui davanzali delle finestre o scope di saggina dietro le porte. La strega, curiosa di conoscere il numero dei chicchi di sale o dei fili di saggina, si sarebbe messa a contarli perdendo così tempo finché la luce dell’alba non l'avesse costretta a fuggire via. Una credenza diffusa anche in Liguria ancora nel Novecento, tanto che il cantautore genovese Fabrizio De Andrè la riprende nella canzone «A Cimma»:

“ti mettiàe ou brùgu rèdennu’nte ‘n cantùn
che se d’à cappa a sgùggia ‘n cuxin-a stria
a xeùa de cuntà ‘e pàgge che ghe sùn
‘a cimma a l’è za pinn-a a l’è za cùxia.”

[Metterai la scopa dritta in un angolo/ che se dalla cappa scivola in cucina la strega/ a forza di contare le paglie che ci sono la cima è già piena e già cucita]

Storie analoghe si trovano un po' in tutta Italia. Lo scrittore ottocentesco Cesare Cantù narra in un suo racconto di ambientazione medievale come nella notte di San Giovanni le campane dei villaggi lombardi non smettessero di suonare affinché le streghe "a cui, se nol sapeste, è spaventosissimo lo scampanio, non potessero cogliere le erbe nocive, nè impedire con loro malizie che fossero colte le profittevoli". (76)

Tanti erano i rimedi per proteggersi dalle streghe in quella notte. A Roma si credeva che fosse sufficiente portare dell'aglio sotto la camicia, insieme ad un mazzetto di iperico, ruta ed artemisia. Un uso che troviamo citato in un sonetto del Belli del 1834:

“Domani è San Giuvanni? Ebbè fio mio,
qua stanotte chi essercita er mestiere
de streghe, de stregoni e fattucchiere
pe la quale er demonio è er loro Dio,
se strasformeno in bestie; e te dich'io
ch'a la fisionomia de quelle fiere,
quantunque tutte-quante nere nere
ce pòi raffugrà più d'un giudio.
E accussì vanno tutti a San Giuvanni,
che lui è er loro santo protettore,
pe lo meno che sia, da un zeimillanni.
Ma a me, co 'no scopijo ar giustacore
e un capo-d'ajo o dua sott'a li panni,
m'hanno da rispettà come un zignore”. (77)

Non legato alle streghe, ma comunque connesso al carattere magico della festa, e ancora oggi diffusissimo un po' in tutta Italia, è l'uso di mangiare nel giorno di San Giovanni un piatto di lumache ritenendo che porti fortuna. Una credenza che si ricollega al simbolismo arcaico delle corna: “ Già si è spiegato – scrive Cattabiani – che il Cancro, all'inizio del quale cade il solstizio estivo, è un segno d'acqua a causa della luna. La lumaca, a sua volta, è un simbolo lunare, che indica la rigenerazione periodica con i suoi cornetti che mostra e ritira alternativamente, così come la luna appare e scompare nel suo ciclo perenne di morte e rinascita. Sicché la lumaca è simbolo di movimento nella permanenza e di fertilità, dunque di animale omologo alla porta solstiziale.” (78)

Un simbolismo che si perde nella notte dei tempi, ancora oggi tanto popolare che portare un corno o fare il gesto delle corna è considerato da molti la più efficace protezione contro la sfortuna.



E per finire... Sibilla Aleramo

Come tutte le cose anche la festa di San Giovanni non è passata indenne al vaglio del tempo. I falò continuano ad illuminare le notti di giugno, ma hanno perso quasi completamente la loro carica magica e sono diventati un semplice spettacolo, vestigia di un passato di cui nessuno comprende più l'autentico significato. E' una gioia malinconica quella dei nostri falò, che ben si adatta ad una umanità che ha perso la capacità di cogliere la magia profonda insita nel cosmo. Non è un caso se nel corso di questo nostro breve viaggio lungo i sentieri del mito abbiamo incontrato tanti poeti. Forse davvero oggi per cogliere a fondo la carica potentemente magica della festa di San Giovanni occorre avere cuore e occhi d'artista, o forse di bambino.

Matrimonio del Sole e della Luna, del Fuoco e dell'Acqua, fusione degli elementi primordiali, la notte di San Giovanni custodisce gelosamente il segreto stesso della vita e per questo non smette di affascinare anche noi, abitanti disincantati di un mondo senza più misteri. E' il fascino dolcemente malinconico delle cose di un tempo che si conservano con cura anche se non servono più. Ce lo ricorda Sibilla Aleramo in suo appunto del 1938:

"Legna che arde. Crepitio nel silenzio. Alari. Bastan due tizzi, spirito reduce, e un palpitar di fiamma azzurra. Riassunta tutta la miracolosa vivacità degli elementi. Più fresca d'un acqua corrente, più vicina del vento alla segreta gioia della terra, cuore del tempo, rosso ganglio eterno. Due tizzi fra alari anche di camino straniero, in una sosta anche di un'ora sola. O un falò sotto fredde stelle, un rombo, una scossa han destato minacciosi le case, s'esce al freddo aperto, i campi s'accendono come in una notte di San Giovanni." (79)


74. Paolo Aldo Rossi, L'unguento per volare al sabba, in: http://www.airesis.net/
75. Domenico Mammoli, Processo alla strega Matteuccia di Francesco (Todi, 20 marzo 1428), CISAM (Centro Italiano studi sul Basso Medioevo) 2013.
76. Cesare Cantù, Margherita Pusterla, Torino, Stabilimento tipografico Fontana, 1843, p. 177.
77. Giuseppe Gioachino Belli, San Giuvan-de-giugno, in I sonetti, Milano, Feltrinelli, 1976, Vol. II, p. 1159.
78. Cattabiani, Calendario, cit. p. 240.
79. Sibilla Aleramo, Orsa Minore. Note di taccuino e altre ancora, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 98.

10. Fine

mercoledì 19 giugno 2019

Surrealisti nella rivoluzione e nella guerra di Spagna


Un po' distantuccio, ma di grande interesse.

I fuochi di San Giovanni. Le erbe di San Giovanni




Secondo la tradizione il solstizio d'estate è il periodo in cui le energie della terra sono al culmine, quindi la notte che lo precede è il momento migliore per raccogliere erbe e fiori che, grazie alla potenza magica assorbita, rappresentano un sicuro antidoto contro le malattie, i sortilegi di diavoli e streghe e in genere ogni tipo di sventura. Le piante, come i fuochi di mezza estate, erano ritenute in grado di trasferire agli uomini parte dei misteriosi poteri generativi della natura.

Giorgio Amico

I fuochi di San Giovanni


Le erbe di San Giovanni

Secondo la tradizione il solstizio d'estate è il periodo in cui le energie della terra sono al culmine, quindi la notte che lo precede è il momento migliore per raccogliere erbe e fiori che, grazie alla potenza magica assorbita, rappresentano un sicuro antidoto contro le malattie, i sortilegi di diavoli e streghe e in genere ogni tipo di sventura. Le piante, come i fuochi di mezza estate, erano ritenute in grado di trasferire agli uomini parte dei misteriosi poteri generativi della natura. (69)

Le erbe raccolte la notte di San Giovanni, prima del sorgere del sole quando le loro proprietà curative o magiche sono più forti, erano considerate erbe benefiche, in grado di scacciare ogni malattia, evitare il malocchio, proteggere la casa e gli animali. Le più ricercate erano però le piante cosiddette della buona salute, quelle che possedevano particolari poteri curativi: l'artemisia, l'iperico, la verbena, la ruta.



L'artemisia

Secondo la tradizione è la pianta di Artemide (l'equivalente della Diana romana), la dea protettrice della caccia e delle piante medicinali che curano i disturbi tipici delle donne. Già il nome porterebbe lontano, se solo pensiamo che dagli inquisitori Diana era considerata la Signora delle streghe, maestra delle guaritrici e delle levatrici. Ricordo di quando nell'antichità la dea proteggeva le donne dai dolori del parto e dalla febbre puerperale. E in effetti l'artemisia ha proprietà emmenagogiche, contiene cioè sostanze che regolano il flusso mestruale e ne riducono i disturbi avendo anche effetti rilassanti del sistema nervoso e degli spasmi muscolari.

Nel mondo greco-romano Diana, oltre a proteggere le partorienti, si curava anche della salute dei neonati e dei bimbi piccoli. La pianta possiede infatti proprietà antisettiche e depurative ben conosciute e dunque veniva usata come vermifugo e nelle convulsioni dei bambini.

Moltissimi erano gli utilizzi dell'artemisia. Era tradizione appenderla nelle stalle per tenere mosche e tafani lontani dagli animali. Dipinta sulle fiancate dei carri e delle carrozze proteggeva dagli incidenti stradali e garantiva ai trasportati un viaggio senza pericoli. Le sue radici, se raccolte nella notte di San Giovanni proteggevano dai fulmini e dalle tempeste se cucita sugli abiti.

Pianta diffusissima, ne esistono circa 400 specie, è conosciuta soprattutto come Artemisia absinthium, fin dai tempi più antichi apprezzata per le sue proprietà terapeutiche: è infatti antisettica,digestiva, stimolante, tonica e vermifuga. Dalle foglie e dai fiori gialli della pianta si ottiene un olio che con l’aggiunta di acqua diventa lattiginoso. Alla fine del Settecento un medico francese, Pierre Ordinaire, riprendendo vecchie ricette dell'erboristeria tradizionale, ne ricavò, mescolandolo a anice, issopo, dittamo, acoro e melissa, una bevanda dalla fortissima gradazione alcolica: l'Assenzio o Fée Verte (la Fata Verde), la droga degli artisti bohèmiens cantata da Baudelaire e Verlaine.

“Tout cela ne vaut pas le poison qui découle
De tes yeux, de tes yeux verts,
Lacs où mon âme tremble et se voit à l'envers...
Mes songes viennent en foule
Pour se désaltérer à ces gouffres amers.”

[Ma più veleno stillano i tuoi occhi, i tuoi verdi occhi, laghi dove si specchia e capovolto trema il mio cuore, amari abissi dove a frotte si dissetano i miei sogni] (70)

Così Baudelaire, rivolto alla sua amante, Marie Daubrun, attrice nota per la bellezza dei suoi occhi verdi, ma anche esplicito riferimento al potere inebriante della Fée Verte.


L'Iperico

L'iperico, detto anche erba di San Giovanni o scacciadiavoli, è una pianta officinale con proprietà antidepressive e antivirali. Cresce in grandi macchie e la sua densità di fioritura è tale da risaltare come macchia di colore giallo oro misto con rossiccio; infatti i fiori durano poco, dopo un giorno sono già appassiti, si infeltriscono e assumono un colore rosso ruggine.È ben riconoscibile anche quando non è in fioritura perché ha le foglioline che in controluce appaiono bucherellate. Da qui il nome di Hypericum perforatum.

Nel medioevo si diffuse la leggenda che l’iperico fosse nato dal sangue di san Giovanni e che il diavolo volesse distruggerla trafiggendola, ma l’unico risultato ottenuto era stato quello di perforarle le foglie. Schiacciando le foglie se ne ricava un pigmento rosso-bluastro che è il principio attivo dell’iperico e ha un odore pungente. Detta, per il suo colore «Sangue di San Giovanni», questa sostanza dona salute, protezione, forza. Si dice anche che il nome di erba di San Giovanni risalisse al fatto che all'epoca delle crociate l’ordine dei cavalieri di San Giovanni utilizzasse questa pianta per produrre un balsamo utilizzato per cicatrizzare le ferite ricevute in battaglia dai suoi membri. (71)

Per le sue proprietà lenitive veniva usato per curare bruciature, scottature, eritemi solari, ulcere, piaghe, contusioni, slogature. Raccolto alla vigilia della festa di san Giovanni e poi macerato nell'olio d'oliva veniva usato come rimedio contro tutti i problemi dovuti al sole e al caldo, ma anche per la cura dei reumatismi, sciatica ed in cosmesi per dare tono alla pelle avvizzita. Si riteneva che avesse il potere di mettere in fuga i diavoli, da qui il suo antico nome «Fugademonum». Per questo veniva spesso posto sopra la porta di casa, mentre sparso sul tetto proteggeva dai fulmini. Chi si trovava per la strada nella notte della vigilia di San Giovanni, si proteggeva dalle streghe infilandoselo sotto la camicia. Bruciato produceva un fumo odoroso simile all'incenso che proteggeva da spiriti e demoni. Era poi convinzione comune che le foglie d'iperico messe sotto il cuscino di un donna nubile le facessero apparire in sogno il futuro marito.

Sembrano sciocche superstizioni, ma oggi sappiamo che l’ipericina (il principio attivo dell’iperico) è un forte antidepressivo e un efficace regolatore del tono dell’umore e del ciclo sonno-veglia, tanto da essere ancora oggi largamente usato nella produzione di farmaci. Non avevano poi torto allora gli abitanti delle campagne nei secoli scorsi a considerarlo un efficace antidoto contro i cattivi pensieri e i disturbi del sonno.



La Verbena

E’ una pianta molto comune, infestante con, fiori piccoli, molto profumati. Cresce spontanea nei prati, nei boschi e lungo le strade di campagna. I Romani la consideravano una pianta sacra. Negli altari dedicati a Giove, veniva bruciata della Verbena per purificarli e venivano preparate delle fascine di questa erba per spazzarli. Una leggenda medievale narrava che la verbena era stata utilizzata sul Monte del Calvario per cicatrizzare le ferite di Gesù crocifisso. Per questo mentre la si coglieva si doveva recitare questa formula propiziatoria:

“Tu sei santa, Verbena,
come cresci sulla terra,
perché in principio sul Calvario fosti trovata,
tu hai guarito il Redentore
e hai chiuso le sue piaghe sanguinanti,
in nome del Padre, del Figlio
e dello Spirito Santo ti colgo.” (72)

Ancora fino a non molti anni fa il giorno della festa dell'Assunta in molte località rametti di verbena venivano benedetti durante la messa per essere poi appesi nelle case e nelle stalle. Per queste sue caratteristiche purificatrici in caso di epidemie la verbena veniva bruciata per strada e nelle case per disinfettarle.

La pianta era anche nota per le sue presunte proprietà afrodisiache. Si credeva che profumarsi di verbena suscitasse l'amore. Infusi di verbena venivano usati per risvegliare la passione amorosa. In questo caso petali di verbena erano messi a macerare con del miele in un recipiente contenente del vino, dopo sette giorni si filtrava ed ecco pronto l'elisir d'amore da offrire alla persona amata. Le giovani spose il giorno delle nozze portavano con sé un mazzetto fiorito di Verbena, che le avrebbe aiutate a superare felicemente la prima notte. Echi di queste credenze sono sopravvissuti a lungo. Ancora agli inizi del secolo scorso era uso recarsi agli incontri con la persona amata muniti di confetti di verbena con cui profumarsi l'alito.



La Ruta

Era una pianta molto usata per le sue caratteristiche, ma necessitava di molta cautela per i suoi effetti irritanti e velenosi. Per questo ne veniva sconsigliata la raccolta e l'uso a chi non fosse particolarmente esperto. Possedeva proprietà digestive e antispasmodiche. Come l'artemisia favoriva le mestruazioni poiché aumentava la circolazione sanguigna nell’utero, ma poteva anche avere effetti abortivi e anche a questo scopo veniva utilizzata dalle guaritrici. Aveva poteri sedanti, calmava il dolore, riduceva i sintomi dell’ansia e del nervosismo. Per questo si usava come cura contro l'insonnia. Per gli stessi motivi era ritenuta un rimedio efficace contro la paura. Portata addosso o tenuta in tasca aiutava a superare situazioni difficili o di pericolo.

Era convinzione diffusa che, ridotta in polvere, evitasse il contagio della peste e curasse gli effetti dei veleni e dei morsi di serpenti. Emana un odore sgradito agli insetti e ai roditori, per questo veniva sparsa sui pavimenti come insetticida e per tenere lontani i topi. Si credeva anche che la ruta fosse un potente rimedio contro il malocchio. Una credenza non solo europea. Nella Santeria cubana, frutto dell'incontro del cristianesimo con i culti yoruba degli schiavi, la ruta è usata per particolari cerimonie, veri e propri bagni di purificazione, in cui si recita questa preghiera:

“Ruta benedetta, potente e miracolosa che sul Monte Calvario alle lacrime della Maddalena unisti le tue lacrime, ottienimi ciò che chiedo.
Per questo bagno dammi fortuna, e che l’uomo che desidero possa sentire per me amore e tenerezza, e che il suo sguardo e il suo pensiero siano solo per me.

Per le gocce di sangue che versò il Re dei Re, ti chiedo di avere fortuna e l’ attenzione dei miei amici.
Per questo io chiedo, Ruta benedetta, di ottenermi tutto il bene e che entri felicità, fortuna e amore nel mio corpo, nella mia anima e nella mia casa”. (73)

La notte di san Giovanni è anche collegata al noce e ai suoi frutti che in molte zone d’Italia si usa tuttora raccogliere ancora acerbi in questa notte per preparare il nocino, liquore ritenuto possedere particolari virtù benefiche.



69. Un'esaustiva trattazione del tema in Le erbe e le piante di San Giovanni in: Cattabiani, Florario, cit., pp.205-257.
70. Charles Baudelaire, Opere, Milano, Mondadori, 1996, p.105.
71. Cattabiani, Florario, cit., p. 212.
72. Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino, Boringhieri, 1976, p. 307.
73. Per un utile approccio alla santeria si rimanda a Giuliana Muci, La santeria cubana. Aspetti teorici, mitologici e rituali, Nardò, BESA, s.d..

9.Continua

martedì 18 giugno 2019

Per Nanni Balestrini poeta contromano


Le vie storiche tra il Finalese, la Val Bormida e Savona


I fuochi di San Giovanni. L'acqua simbolo di purificazione

    J-W. Waterhouse, Gather ye rosebuds-1909

Le feste solstiziali rivestono anche carattere lunare, e dunque assumono anche l'aspetto di feste legate all'acqua. Un aspetto esclusivamente femminile, come si racconta in questo capitolo.

Giorgio Amico

I fuochi di San Giovanni

L'acqua simbolo di fertilità

Abbiamo visto come le feste solstiziali abbiano anche carattere lunare, e dunque debbano considerarsi anche feste acquatiche. Cerchiamo di approfondire la questione:

“Le acque di San Giovanni – afferma Cattabiani – sono omologhe al segno del Cancro., domicilio della luna, al cui inizio cade il solstizio. La relazione dell'astro con le acque è nota e rappresenta il mondo della formazione o l'ambito di elaborazione delle forme nello stato sottile, punto di partenza dell'esistenza nel mondo individuale, ovvero nella caverna cosmica. D'altronde tutto ciò che è connesso alla generazione e alla fruttificazione subisce in quella notte un influsso positivo: «La notte di San Giovanni entra il mosto nel chicco» dice un proverbio diffuso in vari dialetti.” (60)

Che il solstizio d'estate sia anche una festa acquatica ce lo conferma il calendario romano. Il 24 giugno il popolo gremiva i due templi della dea Fors Fortuna posti sulle due rive del Tevere. Il fiume veniva attraversato su barche inghirlandate di fiori e illuminate da fiaccole. Ovidio ci ricorda come festosi banchetti e grandi libagioni fossero associati a quel rito di purificazione:

“Andate e celebrate lieti, o Quiriti la dea felice!
Accorrete a piedi o su celeri barche
e non vi vergognate di tornare poi ebbri a casa.” (61)

Una festa cara ai romani, soprattutto ai plebei e agli schiavi, perché – è sempre Ovidio a ricordarcelo – istituita da Servio Tullio che, secondo la leggenda, pur essendo figlio di un'umile ancella, era riuscito a diventare re di Roma. E' probabilmente da questa antichissima tradizione che deriva l'usanza, ancora oggi vivissima a Roma, di festeggiare San Giovanni con grandi mangiate fuori porta a base di lumache e vino bianco dei castelli. Ma sulle credenze legate al consumo delle lumache avremo modo di soffermarci più avanti, ora ci interessa invece sottolineare l'importanza dei riti acquatici nelle tradizioni religiose.

Da sempre l'attraversamento rituale delle acque o, cosa sostanzialmente simile, l'immersione cela profondi significati simbolici di purificazione o rinascita. Valga per tutti la navigazione sulle acque di Noè o l'attraversamento del Mar Rosso da parte degli ebrei in fuga dalla schiavitù egiziana sotto la guida di Mosè. Per non parlare del bagno purificatore nelle sacre acque del Gange per gli induisti o la simbologia battesimale dei cristiani. E' proprio per questa forte valenza simbolica dell'attraversamento rituale delle acque che la Chiesa continuerà poi, nel momento in cui si accinge a sostituire il paganesimo morente, questa festa romana, dedicandola al Battista, il fondatore del rito battesimale cristiano, connotato dagli stessi simboli dell'acqua e del fuoco.

    La rugiada che scende dalla mano di Dio. Dettaglio da "Mons Magiae Cabalae et Philosophiae" 

Il potere della rugiada

Il solstizio d'estate rappresenta dunque anche la glorificazione dell'acqua, elemento femminile per eccellenza, simbolo di fecondità e di purificazione, strumento di rigenerazione. Da queste caratteristiche trae origine la credenza nei poteri della rugiada della notte di San Giovanni che consacra le erbe e le rende idonee ad un impiego terapeutico o magico. Si credeva infatti (e in molti luoghi ancora oggi si crede) che le erbe e i fiori raccolti all'alba della notte di San Giovanni o lasciati durante la notte in una bacinella all'esterno della casa, acquisissero poteri benefici e protettivi. Rotolarsi nella rugiada guariva dalla rogna, dalle emorroidi, dai calli, dalle malattie degli occhi. Ma soprattutto dalla infertilità "perché di essa si bagnavano il sesso le ragazze in cerca di marito". (62)

Largamente predominante in questi riti acquatici è l'aspetto femminile. Sono sempre giovani donne ad esserne le protagoniste. E' il caso della Sardegna: “In varie altre località (Orune, Orriferi, Orrotelli, ecc.) le ragazze vanno durante la notte a raccogliere in tutta solennità e in silenzio assoluto dell'acqua dai pozzi e sempre in silenzio tornano, spruzzandone tutte le acque del villaggio: l'acqua «muta», così chiamata per il silenzio rituale che caratterizza tutta la cerimonia, ha il potere di fugare animali nocivi e di purificare le case da ogni spirito malefico. Con l'acqua raccolta nella notte si lava anche il viso e la persona, fugando in tal modo malanni e spiriti ossessivi. Accanto ai malanni di casa, , e più di essi, interessa infatti liberare le persone da morbi e impurità.” (63)

La credenza nei poteri taumaturgici della rugiada giovannea è ancora viva in molte parti d'Italia. “La guazza di Santo Gioanno fa guarì da ogni malanno”, si dice ancora oggi in Umbria. Ne troviamo tracce anche in rete, prova evidente di come la cosiddetta «post-modernità» possa inglobare anche elementi mitici, propri di una tradizione plurimillenaria.

“Per festeggiare San Giovanni Battista non scordate di preparare l’acqua di San Giovanni. A casa dei miei, fin da bambina, il giorno della vigilia della festa, con la mamma, ci recavamo in campagna a raccogliere fiori ed erbe di campo poi, al tramonto, immergevamo i fiori in un bacile ricolmo d’acqua che si lasciava fuori della finestra al magico effetto della notte. Mi ricordo con grande emozione la gioia che provavo al risveglio al pensiero di lavarmi con l’acqua profumata. Questa tradizione, che da alcuni anni avevo abbandonato, mi ha sempre profondamente affascinato. Così, sia per il piacere di trasmetterla a mio marito e a mia figlia, sia perché si dice che l’acqua speciale preservi dalle malattie e porti fortuna, amore e felicità, ho pensato di riprenderla.” (64)

Chi parla è una giovane donna che su di un sito web racconta di come abbia appreso dalla madre questa antica usanza e l'intenzione di trasmetterla a sua volta alla figlia bambina. Una testimonianza della forza con cui il mito irrompe ancora nel quotidiano dell'uomo, anche di quello moderno e ultra tecnologico. Una ulteriore conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della validità delle tesi di Eliade sulla sopravvivenza del pensiero mitico anche nel nostro mondo.



Francesco Petrarca e le fanciulle di Colonia

Testimone d'eccezione di questi riti acquatici fu Francesco Petrarca che racconta anni dopo, ancora meravigliato e stupito, di aver assistito nel 1334 a Colonia ad una folla di ragazze ornate di erbe odorose e di fiori immergersi al tramonto della vigilia di San Giovanni nelle acque del Reno. Il poeta ricorda anche come gli fosse stato spiegato che si trattava di un antichissimo rito popolare, specificatamente femminile, per allontanare le calamità dell'anno e garantirsi un'annata felice.

“Era la vigilia di San Giovanni, e il sole volgeva ormai al tramonto. Su consiglio di amici mi sono recato al fiume [Reno] per vedere uno spettacolo straordinario. Le rive del fiume erano occupate da una folla di donne... Era uno spettacolo incredibile, coronate di erbe profumate, con le maniche rialzate fin sopra il gomito, lavavano le candide mani e le braccia nella corrente del fiume. Stupito, poiché non capivo il senso della cosa, chiesi agli amici che mi accompagnavano. Mi risposero che si trattava di un rito femminile antichissimo, fondato sulla convinzione che quelle abluzioni fluviali in quel giorno purgassero le impurità, proteggessero dalle calamità del fiume e garantissero un'annata felice.” (65)

Nei confronti di questi riti, caratterizzati da una forte promiscuità sessuale e spesso dalla esibizione senza pudori del corpo, la Chiesa ebbe fin dai primi secoli un atteggiamento di estrema diffidenza. Già Sant'Agostino interviene contro l'uso il giorno di San Giovanni di bagnarsi in mare per purificarsi, definendola una superstizione pagana che toglieva valore al battesimo cristiano.

Nel decimo secolo Cesario di Arles denuncia la pratica del «lavacro sacrilego» nelle fonti e nei fiumi in occasione della notte di San Giovanni. Nello stesso periodo Attone di Vercelli condanna in quanto «cose da meretrici» pernottare presso fonti e fiumi, cantare e danzare tutta la notte, predire la sorte, raccogliere erbe e foglie che «battezzate» nelle acque, sono poi religiosamente conservate in casa, appese alle pareti, per tutto l'anno. (66)

E' evidente anche da queste prese di posizione che la dimensione ludico-erotica doveva essere una delle componenti essenziali della festa, festa della fecondità dei campi e della natura, ma anche degli uomini. La carica liberatoria e di conseguenza radicalmente sovversiva di quella magica notte, in cui tutto poteva accadere e dunque tutto era lecito, non poteva che essere avvertita come trasgressiva e pericolosa dal potere ecclesiastico e civile. Una condanna destinata a durare a lungo e a seguire il ripetersi della festa e dei suoi riti nel corso dei secoli fino quasi alle soglie della mostra epoca. Così in un bando del governo pontificio del 19 giugno 1753 riferendosi alla credenza che la rugiada e per estensione l'acqua potesse assicurare la fecondità, si decretava che:

"Con l'autorità del nostro ufficio, a qualsiasi persona dell'uno o dell'altro sesso, proibiamo che in detta notte veruno ardisca accostarsi alle vasche, ai rigagnoli, alle fontane, togliendosi le brache e accucciandosi sull'erba, pena gli uomini tre tratti di corda da darsi in pubblico e scudi 50 di multa, e per le donne tre colpi di frusta a posteriori in pubblico, e sì per gli uni, come per gli altri, senza alcuna remissione."

Pratiche che dovevano essere ben radicate e dunque difficili da estirpare se, solo due anni dopo, il 18 giugno 1755, proprio alla vigilia della festa, il cardinale Marco Antonio Colonna ribadiva il divieto scrivendo: “La Santità di Nostro Signore per impedire gl'inconvenienti, che sotto vano pretesto di prendere la guazza. Sogliono commettersi nella notte precedente alla Festa della Natività del glorioso precursore S. Gio. Battista, ci ha comandato coll'Oracolo della sua viva voce di rinnovare il presente Editto altre volte pubblicato, in cui coll'autorità del Nostro Uffizio non solo in questo, ma in ogni altro Anno avvenire espressamente proibiamo a qualsivoglia persona dell'uno e l'altro sesso di portarsi in detta notte fuori delle porte della Città, o in luoghi disabitati, come a monte Testaccio, alle vigne, e giardini sotto qualsivoglia pretesto che possa recar scandalo (…) E comanda a tutti gli osti e bettolieri, che nella Vigilia di detto santo debbano tenere serrate le loro osterie e bettole.” (67)

Seguiva poi l'elenco delle sanzioni pecuniarie e fisiche per chi avesse ancora trasgredito alla norma. Sulla scarsa efficacia di questi divieti bene testimonia un'opera coeva dedicata al culto di San Giovanni di padre Paolo Maria Paciaudi, primo conservatore della Biblioteca Palatina, che riconosce il fallimento di ogni tentativo ecclesiastico di estirpare queste usanze: “Se si proibiva di andare a bagnarsi al fiume, la gente andava di notte sui prati e si rotolava sull'erba rugiadosa, bagnandosi con l'umore della rugiada.” (68)



60. Alfredo Cattabiani, Calendario, Milano, Mondadori, 2008, p. 235.
61. Ovidio, I Fasti, VI, 771-84.
62. Annamaria Rivera, Il mago, il santo, la morte, la festa: forme religiose nella cultura popolare, Bari, Dedalo, 1988, p. 139.
63. Lanternari, cit., p. 345.
64. http://www.umbriatakeaway.com/la-guazza-di-santo-gioanno-fa-guari-da-ogni-malanno/
65. Francesco Petrarca, Rerum familiarum, I, 5:2-8. Traduzione nostra dell'originale latino.
66. Rivera, cit., p.133.
67. Cattabiani, cit., p. 238.
68. P.M. Paciaudi, De cultu S. Joannis Baptistae antiquitates Christianae, Roma 1755, p. 34, In: Rivera, cit., pp. 132-133.

8. Continua

lunedì 17 giugno 2019

Marino Magliani, Prima che te lo dicano gli altri


Umberto Scardaoni e la sua città


Torre Pellice. Città europea della Riforma


I fuochi di San Giovanni. L'accensione dei falò



Festa solstiziale del sole e della luna, San Giovanni è anche la la festa del fuoco e dell'acqua. In questo capitolo tratteremo dell'accensione e del significato dei falò. Antichissimi riti agrari, ancora oggi praticati in molte parti d'Europa e nelle nostre valli alpine collegati ai tempi della transumanza.

Giorgio Amico

I fuochi di San Giovanni

II. Il Fuoco e l'Acqua

L'accensione dei falò


“Li hanno fatti quest'anno i falò? - chiesi a Cinto.
Noi li facevamo sempre. La notte di S. Giovanni tutta la collina era accesa.
Poca roba, - disse lui. - Lo fanno grosso alla Stazione, ma di qui non si vede. Il Piola dice che una volta ci bruciavano delle fascine. (...)
Chissà perché mai, - dissi, - si fanno questi fuochi.
Cinto stava a sentire.
Ai miei tempi – dissi – i vecchi dicevano che fa piovere... Tuo padre l'ha fatto il falò? Ci sarebbe bisogno di pioggia quest'anno... Dappertutto accendono i falò.
Si vede che fa bene alle campagne, - disse Cinto, - le ingrassa.” (53)

Non lasciamoci trarre in inganno dalla semplicità delle parole di Cinto. Pavese conosce molto bene il significato dei fuochi nella notte di San Giovanni (54) e la sintetica spiegazione che il contadino langarolo dà dei falò va diritto alle radici di quel rito antichissimo. Rito di fertilità, l'accensione dei fuochi nella notte del solstizio d'estate ha un'origine che si perde nella notte dei tempi. Riti della stessa natura si ritrovano in tutta Europa dalla Scandinavia al Mediterraneo, sempre con le stesse caratteristiche e lo stesso corredo di credenze mitiche. Quello dell'accensione dei falò al solstizio d'estate è un rito magico legato alla fertilità della terra, degli animali, degli uomini, ma anche un rito di purificazione e di protezione. Un uso così radicato nella cultura dell'Europa occidentale che lo vediamo rispuntare ovunque, anche dove meno ce lo aspetteremmo come nel caso di un romanzo poliziesco di grande successo uscito in Francia qualche anno fa. Il protagonista, un poliziotto non più giovane, porta la famiglia in gita sul monte Canigou sui Pirenei alle spalle di Perpignano:

“Di lassù la vista era splendida. Sullo stretto picco roccioso erano almeno una ventina a fare un picnic intorno alle ceneri di un gigantesco braciere. Da qualche anno la tradizione del falò di San Giovanni era tornata in auge. Alcuni giorni prima della cerimonia i più coraggiosi portavano fino in cima ceppi, tronchi di vite e fascine di sarmenti. Li ammassavano a piramide, quasi a voler ulteriormente innalzare la montagna. La notte del 23 giugno la cima prendeva fuoco, e se le condizioni atmosferiche lo permettevano la flama del Canigò poteva essere vista in tutto il Roussillon”. (55)

Siamo in presenza di riti antichissimi, risalenti almeno al Neolitico e alla grandiosa rivoluzione agraria che permise agli uomini, fino ad allora cacciatori e raccoglitori, di superare la fase del nomadismo e di costruire i primi insediamenti stabili. Riti che non escludevano sacrifici anche umani e che sono sopravvissuti per millenni nonostante le trasformazioni della società. Riti contadini secondo Frazer che per primo li studiò in modo sistematico:

“Da tempo immemorabile i contadini d'ogni parte d'Europa hanno usato accendere dei falò, i cosiddetti fuochi di gioia, in certi giorni dell'anno, ballarvi intorno e saltarvi sopra. Vi sono testimonianze storiche del Medioevo sull'esistenza di questi usi e forti prove intrinseche dimostrano che la loro origine si deve cercare in un periodo molto anteriore alla diffusione del Cristianesimo. Anzi le prime tracce o prove della loro esistenza nell'Europa settentrionale ci vengon date dai tentativi dei sinodi cristiani del secolo VIII di abolirli in quanto riti pagani. Non è raro che in questi fuochi si ardano dei fantocci o che si finga di ardervi una persona viva; e c'è ragione di credere che anticamente vi fossero davvero bruciati degli esseri umani.” (56)

Con il passare del tempo il rito divenne meno cruento e al posto degli uomini vennero sacrificati animali. Secondo Frazer un uso ancora vivo nella Francia del XVII secolo tanto che “era l'uso nel passato, per i fuochi di S. Giovanni che si accendevano nella Place de Grève a Parigi, di bruciare un cesto, un barile, o un sacco pieno di gatti vivi sospeso da un'antenna in mezzo al falò: qualche volta si bruciava una volpe. Il popolo raccoglieva la cenere e la bragia del fuoco credendo che portassero fortuna e le conservava in casa. I re di Francia spesso assistevano allo spettacolo e talvolta accendevano il fuoco con le loro mani. Nel 1648 Luigi XIV, incoronato di rose e recandone in mano un mazzo, accese il falò, gli ballò intorno e prese parte al banchetto nel palazzo del Comune,” (57)

Un atto per noi orribile, ma che si spiega con il carattere della festa. Abbiamo già visto come il solstizio rappresenti un punto di svolta dell'anno, segnato dal progressivo declino del sole sulla linea dell'orizzonte. L'astro sembra perdere forza e deperire. Un fenomeno percepito come potenzialmente pericoloso che deve essere contrastato con riti adeguati. I falò devono servire a sostenere l'astro, ad aiutarlo a mantenere la sua forza generativa, allontanando le forze avverse che ne minano la potenza. Un rito protettivo che tramite la magica forza del fuoco permette di espellere o tenere lontano tutto ciò che può essere dannoso a uomini, luoghi, piante, animali. Un rito di purificazione e di rigenerazione, di morte e rinascita e dunque di fertilità.

    Matisse, La danza

Festa contadina dell'amore e della gioventù

Ancora una volta constatiamo come la festa di San Giovanni abbia un carattere misterico e ambivalente. Si tratta della principale festa della luce, ma ha il suo epicentro nella notte; è una festa del fuoco (simbolo del principio maschile), ma anche dell'acqua (simbolo del principio femminile). Nei riti i due elementi, il maschile e il femminile, sono strettamente congiunti. Durante la festa il sole (fuoco) si sposa con la luna (acqua); da questa unione sacra derivano tutte le credenze relative al potere vivificante dei falò e della rugiada tramandate dalla tradizione contadina e popolare.

Che la festa di San Giovanni sia festa della luce lo scriveva già, poggiandosi sull'autorità di Agostino, Jacopo da Varagine nella sua Leggenda aurea, testo cardine della letteratura religiosa medievale, che non parla di falò, ma di fiaccole accese e portate in giro ricordo della consuetudine romana di portare fiaccole accese nei campi e per le strade il Dies Lamparum, cioè il 24 giugno:

“Portavasi anche le faccelline accese, perchè San Giovanni fue lucerna ardente e rilucente; e la ruota del sole si volge però che 'l sole scende allora nel cerchio a significare la nominanza di san Giovanni, il quale era creduto che fosse Cristo, secondo che elli medesimo ne diede testimonianza, quando dice: “Me conviene menomare e lui crescere” Questo fue significato, secondo che dice santo Agostino, ne li loro nascimenti e ne le loro morti. Ne li loro nascimenti, però che intorno a la natividade di santo Joanni cominciano i di a minimare; intorno alla natividade di Cristo cominciano a crescere, secondo che dice uno verso: “Solstitium decimo Christum praecit atque Johannem”. Anche ne la loro morte, però che il corpo di Cristo fu levato in alto e l'corpo di Giovanni fu menomato il capo.” (58)

La funzione protettiva dei falò riguardava tutti gli aspetti della vita di quelle comunità contadine. I fuochi di San Giovanni servivano infatti a proteggere i raccolti, aumentare la fertilità delle donne e agevolare la formazione delle coppie, proteggere gli animali domestici, la salute dei contadini e le case. Tante erano le credenze in merito al carattere benefico dei falò: saltare tre volte le fiamme o correre in mezzo a due falò assicurava un raccolto abbondante. Spargere le ceneri nei campi preservava il raccolto dai parassiti. Far correre una ruota in fiamme attraverso i campi o i vigneti li fertilizzava. Passare attraverso il fuoco rendeva fertile una coppia senza figli, così come agevolava il parto alle donne gravide. Quella notte giovani dei due sessi ballavano attorno al fuoco portando corone di artemisia e di verbena. Le ragazze lanciavano corone di fiori attraverso il falò, gli innamorati dovevano prenderle. Poi ogni coppia si prendeva per mano e saltava per tre volte attraverso le braci. Da come saltavano si prediceva se si sarebbero sposati presto o no. Il bestiame veniva fatto passare attraverso il fumo o le ceneri per immunizzarlo dalle malattie e dai malefici. Le ceneri poste nei nidi garantivano che le galline avrebbero fatto molte uova. Saltare il falò preservava il contadino dal mal di reni. Gettando erbe particolari come la verbena nel fuoco si allontana la malasorte. In casa veniva spento il fuoco e poi riacceso con le braci del falò. Un tizzone spento veniva messo sul tetto della casa per proteggerla dal fulmine e dagli incendi.



Feste del fuoco e transumanza

Senza andare molto lontano in Europa, basta recarsi in Piemonte, in alta Valle Susa, per trovare ancora riuniti insieme tutti gli elementi magico-religiosi della festa. Come leggiamo in una recente ricerca relativa alla zona di Bardonecchia :

“Come per i riti di propiziazione e di ringraziamento, anche per le celebrazioni legate ai trapassi stagionali, quali possono essere le feste di inizio Estate, si assiste ad una sovrapposizione dei rituali cristiani su antichi culti pagani modificati. I passaggi di stagione rivestivano ovunque una grandissima importanza poiché scandivano i ritmi della vita dell’uomo nel corso dell’anno, ma erano ancor più importanti soprattutto in una regione ad economia essenzialmente agricola e pastorale come quella alpina, dove la sopravvivenza stessa dipendeva dall’abbondanza e dalla buona conservazione dei raccolti. Il passaggio dalla stagione fredda alla breve stagione calda, coincidente con il solstizio d’Estate e, a livello religioso, con la festa di San Giovanni Battista, segnava in particolare uno dei momenti di maggiore attività per la famiglia contadina: si procedeva infatti in quei giorni all’avvio del bestiame verso gli alpeggi più elevati, dove sarebbe rimasto sino alle soglie dell’autunno.

L’usanza più tipica legata alla pratica della monticazione e all’inizio del periodo di permanenza in alpeggio, ancora oggi in vigore, era quella dell’accensione dei fuochi sulle montagne nella notte tra il 23 e il 24 giugno, vigilia della festa di San Giovanni Battista, allo scopo di allontanare le forze del male. Come per gli altri paesi, poi, la mattina della festa del santo la cenere era fatta attraversare dagli animali diretti a monte. Come affermato in precedenza, a rendere taumaturgica la cenere prodotta dai falò era la sua commistione con la rugiada del mattino: l’insieme di fuoco e acqua, di cui la cenere e la rugiada erano considerati derivati, poteva infatti simboleggiare una sorta di unione del Sole con la Luna.

A queste credenze si collegava una serie di tradizioni molto radicate in tutta la conca di Bardonecchia: per esempio, era usanza della mattina di San Giovanni quella di bagnarsi gli occhi con l’acqua delle fontane, ritenuta benedetta, o con la rugiada, per preservare la vista. Allo stesso modo, vi era la convinzione che le piante e le erbe irrorate dalla rugiada del mattino di festa incrementassero il proprio potere curativo: per questo motivo molte persone comuni, ma anche gli erboristi, si dedicavano alla raccolta delle erbe all’alba di questo giorno.” (59)

Non è un caso, dunque, che in molte realtà la festa di San Giovanni Battista e poi quella di San Giovanni Decollato il 29 agosto siano collegate alla transumanza delle mandrie o delle greggi, all'andata o al ritorno dagli alpeggi estivi. In questi casi la festa era celebrata con la benedizione degli animali e lo svolgimento di fiere, momento importantissimo di incontro fra gli abitanti delle valli soprattutto nei periodi in cui più accentuato è stato l'isolamento delle comunità alpine.


53. Cesare Pavese, La luna e i falò, in Tutti i romanzi, II, Torino, La Stampa, 2008, pp. 235-236.
54. Proprio mentre scriveva La luna e i falò, Cesare Pavese curava per Einaudi l'edizione italiana de Il ramo d'oro a dimostrazione di un interesse per i temi antropologici e il mito che troverà sbocco maturo negli scritti di Dialoghi con Leucò. L'opera prediletta che Pavese portava sempre con sé, rileggendola e annotandola, tanto che una copia del libro fu trovato accanto al corpo dello scrittore nella stanza d'albergo dove si era ucciso.
55. Philippe Georget, D'estate i gatti si annoiano, Roma, Edizioni e/o, 2012, pag. 70.
56. James G. Frazer, Il ramo d'oro, Torino, Einaudi, 1950, vol. II, pag. 325.
57. Ivi, p. 393
58. Jacopo da Varagine, Leggenda Aurea, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1925, pag. 706.
59. V. Bonaiti - D. Ferrero - L. Gatto Monticone - A. Zonato, Tempi del sacro tempi dell'uomo. Il calendario tradizionale contadino nella conca di Bardonecchia, Susa, Jonas, 2007, pp 71-75.

7. continua

domenica 16 giugno 2019

I fuochi di San Giovanni. San Giovanni e la Massoneria



Custode di misteri e portatore di luce, San Giovanni è anche il santo della Libera Muratoria che accomuna in un'unica simbologia l'Evangelista e il Battista. Una storia che inizia nel Medioevo con i costruttori di cattedrali.

Giorgio Amico

I fuochi di San Giovanni

San Giovanni e la Massoneria

Abbiamo già avuto modo di notare come il carattere misterico della figura di San Giovanni abbia da sempre attirato l'interesse degli esoteristi. In particolare si è accennato al fatto che, allo stesso tempo custode di misteri e portatore di luce, San Giovanni è anche il santo della Libera Muratoria che accomuna in un'unica simbologia l'Evangelista e il Battista e ciò da ben prima della nascita nell'Inghilterra del Settecento della Massoneria moderna. La cosa può stupire: abituati come siamo a pensare alla Massoneria come a qualcosa di lontano, se non addirittura di avverso alla religione, viene immediatamente da domandarsi cosa ci faccia un santo cristiano in una loggia massonica.

La domanda è legittima, ma solo se ci si limita alla posizione di condanna della Chiesa cattolica che nel 1738 con la bolla papale detta In Eminenti Apostolatus Specula proibì ai fedeli l'adesione senza peraltro spiegarne i motivi. (46) Ben diversa la situazione del mondo protestante, tanto che uno dei padri della Massoneria moderna, quel James Anderson autore nel 1723 delle Costituzioni massoniche ancora oggi in vigore, risulta essere stato un importante esponente della chiesa presbiteriana. E forse, come qualcuno ha ipotizzato, la proibizione papale derivò proprio dal sospetto che la rapida diffusione delle logge anche nel mondo cattolico fosse il frutto di oscure manovre da parte della corte protestante d'Inghilterra. Ma se si approfondisce la conoscenza dei principi massonici svanisce ogni motivo di stupore. E' sufficiente la lettura del primo articolo delle Costituzioni, quello «Concernente Dio e la religione». Il testo è chiarissimo:

“Un muratore è tenuto per la sua condizione a obbedire alla legge morale; e se intende rettamente l’Arte non sarà mai un ateo stupido né un libertino irreligioso. Ma sebbene nei tempi antichi i Muratori fossero obbligati in ogni Paese ad essere della religione di tale Paese o Nazione, quale essa fosse, oggi peraltro si reputa più conveniente obbligarli soltanto a quella Religione nella quale tutti gli uomini convengono, lasciando loro le loro particolari opinioni; ossia essere uomini buoni e sinceri o uomini di onore ed onestà, quali che siano le denominazioni o le persuasioni che li possono distinguere; per cui la Muratoria diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste ad una perpetua distanza.” (47)


La Massoneria e i Collegia Fabrorum

Dunque la Massoneria moderna, risposta all'intolleranza e al fanatismo che avevano a lungo insanguinato l'Europa, non nasce né antireligiosa né anticristiana. Essa si colloca in diretta continuità con la Massoneria operativa medievale dei Maestri costruttori delle grandi cattedrali gotiche, fiore e vanto dell'Europa cristiana, devotissimi a San Giovanni come già i loro predecessori romani lo erano stati nei confronti del dio Giano. E' ancora una volta René Guénon a chiarire in uno studio, apparso nel 1938 sulla rivista Études Traditionnelles, questa continuità millenaria :

“Giano presiedeva i Collegia Fabrorum, depositari delle iniziazioni che, come in tutte le civiltà tradizionali, erano legate alla pratica dei mestieri; ed è molto notevole che si tratti di qualcosa che, lungi dall'essere scomparso con l'antica civiltà romana, si è prolungato senza soluzione di continuità nel cristianesimo stesso (…). La successione degli antichi Collegia Fabrorum è stata del resto singolarmente trasmessa alle corporazioni le quali attraverso l'intero Medioevo, hanno conservato lo stesso carattere iniziatico, e in particolare a quella dei costruttori; essa ebbe dunque naturalmente per patroni i due san Giovanni, e di qui viene la ben nota espressione di 'Loggia di San Giovanni', conservata dalla massoneria, che è anch'essa precisamente la continuazione, per filiazione diretta, delle organizzazioni di cui abbiamo parlato. Anche nella sua forma 'speculativa' moderna, la massoneria ha comunque sempre conservato, come una delle testimonianze più esplicite della sua origine, le feste solstiziali, dedicate ai due San Giovanni dopo esserlo state alle due facce di Giano; ed è così che il dato tradizionale delle due porte solstiziali, con le sue connessioni iniziatiche, si è mantenuto ancora vivo (…) fin nel mondo occidentale moderno.” (48)

Questa filiazione diretta dalle corporazioni muratorie medievali spiega perché tradizionalmente le logge massoniche si chiamino “Logge di San Giovanni” e anche il motivo per cui proprio sulla prima pagina del Vangelo di Giovanni si aprano i lavori in grado di Apprendista con la lettura del versetto che recita: “In principio era il Verbo. E il Verbo era Dio. E il verbo era presso di Dio”. Coerentemente con questa tradizione per secoli gli antichi Liberi muratori tennero le loro più solenni riunioni nella giornata del 24 giugno, festa di San Giovanni, come attestato da documenti inglesi del 1427, 1501 e 1561. E' dunque in assoluta fedeltà alla tradizione dell'Arte che proprio il giorno 24 giugno fu prescelto nel 1717 per la costituzione della nuova Gran Loggia d'Inghilterra, “Loggia Madre” di tutte le associazioni massoniche moderne.


San Giovanni e il percorso iniziatico massonico

In un lavoro dedicato proprio ai rapporti fra Massoneria e mito giovanneo, Louis Trebuchet, alto esponente della Massoneria francese e autore di importanti ricerche sulle origini dei miti e dei riti massonici, mette l'accento più che sulle motivazioni storiche su quelle iniziatiche. Secondo questa interpretazione la figura di San Giovanni simboleggia il cammino verso la Luce, obiettivo fondamentale di ogni massone:

“Dai tempi più antichi, e ben prima del celebre San Giovanni Battista del 1717, la vita dei Liberi Muratori è ritmata dalle feste di San Giovanni: San Giovanni Battista , il San Giovanni d'estate, il 24 giugno, e San Giovanni Evangelista, il San Giovanni d'inverno, il 27 dicembre, solstizio d'inverno e solstizio d'estate. Ancora oggi, oltre agli aspetti storici, il nostro banchetto annuale e la nostra festa solstiziale, ritmi e riti fondamentali del nostro anno massonico, sembrano significare simbolicamente un ritmo fondamentale del nostro lavoro massonico che giustifica pienamente il fatto che noi ci ricolleghiamo alla Loggia di San Giovanni. I nostri due San Giovanni, eredi del mito, antico come l'agricoltura, del Dio che muore col grano al Solstizio d'inverno per rinascere con le messi al Solstizio d'estate, ci indicano le due modalità del nostro cammino verso la Luce, semenza e messi, morte e vita, pensiero e azione. L'una, festa del Solstizio d'inverno, ci apre la via del Gabinetto di Riflessione, dell'approfondimento interiore, dello spogliarsi dei metalli, il lavoro silenzioso su se stessi; l'altra, festa del Solstizio d'estate, ci porta a testimoniare, a agire, a costruire la nostra opera. Ma come a San Giovanni d'inverno i giorni cominciano a crescere annunciando il San Giovanni d'estate che condurrà poi di nuovo al San Giovanni d'inverno, la vita del Massone non è probabilmente che una interazione perpetua dell'approfondimento e dell'apertura, come una respirazione fatta d'inspirazione e di espirazione quando si apre davanti a lui il vasto ambito del pensiero e dell'azione.” (49)

La Massoneria, nelle forme in cui è oggi conosciuta e praticata dai Corpi regolari, nasce dunque nel segno di San Giovanni, riprendendo miti, simboli e riti delle antiche corporazioni muratorie medievali. Esistono addirittura riti, come lo Svedese (codificato fra il 1775 e il 1811 su basi neotemplari), che prevedono un grado esplicitamente gioannita, quello di Illuminato confidente di San Giovanni. Il 27 dicembre e il 24 giugno, feste solstiziali dei due San Giovanni, rappresentano le principali ricorrenze massoniche, celebrate con riti suggestivi riguardanti i temi archetipali del fuoco e della luce. (50) Particolarmente significativo il rituale utilizzato nella ricorrenza del solstizio d'estate che si conclude con il dono ai convenuti di una rosa, immagine della manifestazione dell'Uno che si dispiega nel molteplice, simbolo del tempo che scorre, dell'eterno fluire della vita. (51) Perché, come ha ben intuito il poeta Thomas Stearns Eliot, il fuoco e la rosa sono manifestazioni dello stesso Principio:

“E tutto sarà bene, e
ogni sorta di cose sarà bene
quando le lingue di fuoco s'incurvino
nel nodo di fuoco in corona
e il fuoco e la rosa sian uno.” (52)


46. “Per giusti e razionali motivi a Noi noti” è l'espressione utilizzata da Benedetto XIV per motivare la promulgazione della Bolla.
47. Le Costituzioni del 1723: http://lamelagrana.net
48. Guénon, Simboli della Scienza sacra, cit., pp. 213-215.
49. Louis Trebuchet, Les deux Saint Jean, un mythe pluri-millenaire, in: “Les Mistères de Saint-Jean”, Points de Vue Iniziatiques, n.134, Hiver 2004.
50. Per un approfondimento della materia: Paul Naudon,Le Logge di San Giovanni e la filosofia esoterica della conoscenza, Roma, Atanor, 1997.
51. Al simbolismo della rosa, fiore mistico per eccellenza, Alfredo Cattabiani dedica l'apertura del suo libro sul simbolismo dei fiori e delle piante. A. Cattabiani, Florario, Milano,Oscar Mondadori, 998, pp. 15-42.
52. Thomas Stearns Eliot, Quattro quartetti, Milano, Garzanti, 1994, p. 81.

6. Continua

sabato 15 giugno 2019

Vivere un mondo e sognarne un altro. Tre vite controcorrente nella Savona del dopoguerra




Si è tenuto ieri alla Ubik, con gran successo di pubblico, la presentazione del libro , voluto e curato da Giovanni Burzio, 1944. L'anno della storia. Il libro, una graphic novel curata dagli studenti del Liceo Artistico Martini di Savona, contiene anche una serie di contributi sulla Savona della guerra e del dopoguerra. Proponiamo il nostro, dedicato a tre figure importanti della Savona del dopoguerra, e ne approfittiamo per fare a Giovanni i più fraterni auguri per i suoi prossimi 90 anni.

Giorgio Amico

Vivere un mondo e sognarne un altro. Tre vite controcorrente nella Savona del dopoguerra

«Come è la stirpe delle foglie, così quella degli uomini. Le foglie il vento le riversa per terra, e altre la selva fiorendo ne genera, quando torna la primavera; così le stirpi degli uomini, l’una cresce e l’altra declina».

Così Omero nell'Iliade, e nulla di più bello è stato poi scritto sul succedersi delle generazioni che una dopo l'altra passano, spesso ignare del mondo in cui è toccato loro in sorte di vivere. In questo fluire di vite, esperienze, sentimenti, sempre uguali eppure ogni volta nuovi e diversi, ci sono uomini che hanno saputo convivere a pieno con il loro tempo, tanto da diventarne testimoni e interpreti. Uomini consapevoli del fatto che, come ebbe a scrivere Francesco Biamonti, è destino di un uomo è di vivere un mondo, ma di sognarne un altro. Uomini capaci di sognarlo a tal punto da vivere ogni giorno come se quel mondo davvero ci fosse, secondo i valori (la solidarietà, la giustizia, il rispetto della dignità altrui) che quel mondo diverso sostanziano. E questo in un mondo come è invece il nostro, retto dalla competizione, dall'apparenza, dal denaro.

Portatori di un sogno che, grazie alle loro fatiche, ha saputo diventare azione politica, movimento sociale, farsi storia. E dunque, come dicevamo, testimoni e interpreti di un'epoca.

Non parliamo di grandi personaggi, spesso miti senza sostanza, ma di uomini semplici, persone che abbiamo conosciuto, con cui abbiamo lavorato, condiviso esperienze, insomma che sono stati una parte della nostra vita.



Come Giuseppe Vallerino, nato e cresciuto a Savona negli anni difficili e bui del fascismo. Figlio di una città, la Savona operaia che da tempo non esiste più e di un quartiere, Villapiana, che comunque, nonostante tutto conserva ancora qualcosa di quel mondo, come dimostra la recente spontanea mobilitazione popolare contro l'arrivo dei fascisti di Casa Pound.

Crescere negli anni Venti a Villapiana in una famiglia operaia voleva dire miseria, qualche volta addirittura fame, soprattutto se non ci si piegava alle direttive del regime, se non si accettava il mito di una Italia “proletaria e fascista”, fatta di sfilate e di uniformi, avviata a un futuro di gloria e benessere come mai si era visto prima. Il risultato fu la guerra, i bombardamenti, la fame, i giovani partiti per il fronte e mai tornati, l'occupazione tedesca, le deportazioni, le fucilazioni, la paura.

Questo il mondo in cui Giuseppe Vallerino, nato nel 1928, fu destinato a vivere, ma un altro il mondo che sognava. Un mondo di pace, di giustizia e di libertà, dove gli uomini fossero davvero fratelli. Quel mondo per Giuseppe aveva un nome, Unione Sovietica e una bandiera, rossa come il sangue dei partigiani trucidati, che era anche la bandiera di tutti i lavoratori, qualunque fosse il loro paese o la loro razza.
Giuseppe amò tanto quel sogno da passare clandestinamente le Alpi a piedi e da affrontare giovanissimo pericoli e disagi di ogni tipo pur di poter andare in Russia a studiare, a appropriarsi di quel sapere che il fascismo in Italia gli aveva negato. Una cultura che fosse strumento non di privilegio sociale e di carriera economica, ma di emancipazione personale e di dignità. Una cultura, mai ostentata, ma profonda che ne fece un uomo politico e un amministratore locale attento alle esigenze del momento, ma capace di ragionare in prospettiva.

Il suo fu un sogno tanto forte da reggere alla prova del disincanto, agli anni della denuncia dei crimini di Stalin, degli errori e degli orrori di quel regime. Certo, il socialismo vero era una altra cosa, Giuseppe lo sapeva bene, lo aveva visto con i suoi stessi occhi, ma sapeva altrettanto bene che quell'esperienza aveva rappresentato l'unica speranza per milioni di uomini al momento del dilagare in tutta Europa delle armate hitleriane e poi ai tempi della guerra fredda e della minaccia dello sterminio nucleare, della guerra di Corea e poi della rivoluzione cubana e infine della guerra di liberazione nel Vietnam.

E per questo, nonostante dubbi e forse delusioni, al suo sogno restò fedele e cercò di vivere come pensava che un comunista dovesse fare, affrontando sempre ogni problema a partire dal “noi”, dall'interesse collettivo, e non dall' “io”, dal tornaconto personale. E di questo anche gli avversari politici dovettero sempre dargli atto.



Come Silvio Ricci, nato nel 1940 e dunque della generazione del luglio '60 e dell'autunno caldo. Cresciuto in una Italia diversa, libera dal fascismo, ma dove le contraddizioni restavano profonde e i diritti democratici e civili sanciti dalla Costituzione ancora in larga parte da conquistare. Il suo fu il destino di vivere in un mondo dove, se si era comunisti, si rischiava di perdere il posto di lavoro, dove, come nel luglio '60 a Genova, la polizia interveniva a difendere i fascisti, dove le lotte operaie e contadine finivano spesso con l'uccisione di lavoratori colpevoli solo di voler conquistare un avvenire migliore per sé e per i propri figli. Il suo sogno fu invece , quello di un paese moderno e civile, rispettoso delle differenze e dei diritti, a partire da quelli delle donne, dove la classe operaia non lottasse solo per condizioni salariali più dignitose, ma anche per riforme che trasformassero alle radice la società e la politica, che assicurassero davvero una eguaglianza sostanziale e non solo formale fra i cittadini.

Un sogno nato in fabbrica, dove era entrato giovanissimo e dove aveva fatto un apprendistato che ricordava duro, ma formativo. E la fabbrica, l'Italsider, era stata, lo ripeteva spesso, la sua università, una scuola di solidarietà e di vita i cui insegnamenti non aveva mai dimenticati, soprattutto nella stagione delle bombe e della vigilanza antifascista, quando i lavoratori si erano fatti carico in prima persona di assicurare in città una sicurezza democratica che le autorità non parevano in grado di garantire.

Di nuovo troviamo il sogno di rapporti diversi fra gli uomini, non fondati sull'utile individuale, ma sull'interesse collettivo. Una società che non sia un semplice insieme di persone, un mero dato statistico, ma la prefigurazione di una comunità autentica dove la libertà e dignità di ciascuno è la premessa della dignità e della libertà di tutti. Una società inclusiva, diremmo oggi, capace di riscoprire la gratuità dei gesti. E così Silvio, già Segretario generale della FIOM e poi Confederale, una volta andato in pensione continuò fino alla sua improvvisa scomparsa a impegnarsi come semplice volontario nelle strutture di base dello SPI, il Sindacato pensionati della CGIL, di cui era stato per anni Segretario.



Come Ugo Tombesi, nato nei primi anni del dopoguerra e dunque testimone della transizione dell'Italia da paese agricolo arretrato a paese industriale pienamente conquistato all'ideologia del consumo. Il suo fu il destino di vivere in un mondo “all'americana”, dove il successo individuale era l'obiettivo da raggiungere e la competitività il motore di tutto, già a partire dagli anni della scuola, che era scuola rigidamente classista, pensata per escludere i figli degli operai da studi che non fossero propedeutici all'andare a propria volta a lavorare in fabbrica. Ma non per tutti era così, qualcuno, anche nel mondo cattolico da cui Ugo proveniva, ebbe il coraggio di alzarsi in piedi e denunciare l'ingiustizia profonda di questo mondo che garantiva ormai quasi a tutti la 500 e il frigorifero, ma continuava a negare dignità al lavoro. 

Il sogno di Ugo fu quello di Don Milani e della Scuola di Barbiana: impegnarsi dalla parte degli ultimi, dei senza voce, dei senza volto e senza potere. Da qui la scelta di laurearsi in Sociologia e di lavorare non nelle strutture, remunerative e prestigiose della fabbrica del consenso (giornali, centri studi padronali, università), dove pure avrebbe potuto, ma nelle strutture del movimento operaio. Non senza contraddizioni, ché in nome di una coerenza, che noi amici un po' scherzosamente chiamavano “calvinista”, perse nel 1972 un incarico a tempo determinato per l'Inas-CISL, a cui teneva particolarmente e non solo perché era la sua fonte di sostentamento, per una ricerca sulla salute nelle fabbriche della Val Bormida tanto coraggiosa da disturbare molti anche in ambito sindacale.

Una vita impegnata, schierata, senza tentennamenti e rimpianti, con la convinzione profonda che l'uomo, ogni uomo, può essere migliore e la certezza che un giorno lo diventerà davvero. Un sogno che non lo ha mai abbandonato.