TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 31 luglio 2011

Da leggere: Erri De Luca, Il peso della farfalla



Volete sapere come si fa ad assaggiare il sale delle stelle? Leggete "Il peso della farfalla" di Erri De Luca.Un libro di grande intensità poetica sulla vita, la morte, la solitudine.Ne pubblichiamo l'incipit e una bella recensione tratta dal sito www.mescalina.it.

Erri De Luca

Il peso della farfalla
Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere da sparo. Orfano insieme alla sorella, senza un branco vicino, imparò da solo. Crebbe di una taglia in più rispetto ai maschi della sua specie. Sua sorella fu presa dall’aquila un giorno d’inverno e di nuvole. Lei si accorse che stava sospesa su di loro, isolati su un pascolo a sud, dove resisteva un po’ di erba ingiallita. La sorella si accorgeva dell’aquila pure senza la sua ombra in terra, a cielo chiuso.
Per uno di loro due non c’era scampo. Sua sorella si lanciò di corsa a favore dell’aquila, e fu presa. Rimasto solo, crebbe senza freno e compagnia. Quando fu pronto andò all’incontro con il primo branco, sfidò il maschio dominante e vinse. Divenne re in un giorno e in duello.
I camosci non vanno a fondo nello scontro, stabiliscono il vincitore ai primi colpi. Non cozzano come gli stambecchi e le capre. Abbassano la testa al suolo e cercano di infilare le corna, appena curve, nel sottopancia dell’altro. Se la resa non è immediata, agganciano il ventre e lo squarciano tirando indietro il collo. Di rado arrivano a questo finale.
Con lui fu diverso, era cresciuto senza regole e le impose. Il giorno del duello c’era sopra di loro il magnifico cielo di novembre e in terra zolle di neve fresca, ancora minoranza. Le femmine vanno in estro prima dell’inverno e mettono al mondo i figli in piena primavera. A novembre si sfidano i camosci.
Entrò nel campo del branco all’improvviso, sbucando dall’alto giù da un salto di roccia. Le femmine fuggirono coi piccoli dell’anno, restò il maschio che scalciò sull’erba con gli zoccoli anteriori.
In alto si ammucchiarono ali nere di cornacchie e gracchi. Sospese sulle correnti ascensionali guardarono il duello aperto a libro sotto di loro. Il giovane maschio solitario avanzò, batté zoccolo a terra e soffiò secco. Lo scontro fu violento e breve. Le corna dello sfidante si aprirono una breccia nella difesa e il corno sinistro agganciò il ventre dell’avversario. Lo squarciò con un chiasso di strappo e in alto strepitò il frastuono di ali. Gli uccelli proclamavano il vinto a loro destinato. Il camoscio sventrato fuggì perdendo viscere, inseguito. Le ali si tolsero dal cielo e scesero in terra a divorarle. La fuga del vinto si spezzò di netto, s’impuntò e cadde sopra il fianco.
Sul corno insanguinato del vincitore si posarono le farfalle bianche. Una di loro ci restò per sempre, per generazioni di farfalle, petalo a sbattere nel vento sopra il re dei camosci nelle stagioni da aprile a novembre.




Roberto Curatolo

Il confronto di due solitudini

Erri De Luca è un maestro della distanza breve. Il suo “Il peso della farfalla” non supera le 60 pagine. Il primo racconto, quello che dà il titolo al libro, è lungo 52 pagine, il secondo, brevissimo, quasi un’appendice al primo, è di sole 8 pagine.
Sembrerebbe, a tutta prima, un libro che puoi leggere in un paio d’ore, forse meno. Caratteri grandi, non più di trenta righe per pagina. E invece è un testo che richiede qualche giorno di lettura; e qualcuno di rilettura. Per la sua densità. Per la sua densità di significato concentrata in poche parole.
Erri De Luca si conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, un maestro della parola. Della ricerca attenta, accurata, della parola. Un maestro del togliere, del levare, dell’asciugare. Del rendere la scrittura essenziale e del restituire ad ogni aggettivo la sua funzione di aggiungere significato.
Siamo obbiettivamente stanchi di quei tomi da settecento pagine, tutte un logorroico sbrodolamento di parole, tutte un noioso affabulare di particolari inutili all’economia della storia. De Luca è asciutto nello scrivere come nel fisico. E’ ascetico nello scrivere come nel suo arrampicare in montagna. E’ essenziale nella sua prosa come lo sono i grandi nella poesia.
Il peso della farfalla narra della vita parallela di due grandi solitari: il re dei camosci e il re dei bracconieri. Entrambi sono raccontati nel tramonto della loro esistenza. I loro muscoli sono ancora vigorosi, la loro conoscenza del territorio strepitosa e intatta, la loro esperienza sconfinata, il loro orgoglio inalterato e incorrotto, ma entrambi hanno il sentore dell’avvicinarsi del traguardo finale, della necessità di cedere dignitosamente il passo.
“Sua madre era stata abbattuta dal cacciatore. Nelle sue narici di cucciolo si conficcò l’odore dell’uomo e della polvere da sparo.” Così inizia Il peso della farfalla e già in quelle prime parole si avverte che la tematica del testo sarà incentrata sullo scontro tra quel cucciolo che diverrà adulto, che vincerà il duello per diventare il maschio dominante del branco, che trasmetterà il suo corredo genetico a diverse generazioni di camosci, e quel cacciatore.
“L’uomo era in là negli anni, gran parte della vita salita a cacciare di frodo le bestie in montagna. Si era ritirato a fare quel mestiere dopo la gioventù passata nella città tra i rivoluzionari, fino allo sbando.” Così viene presentato il bracconiere, di cui si intuisce, per alcuni cenni successivi, un passato cittadino turbolento e un successivo desiderio di pacificante solitudine nei silenzi della montagna.
Difficile, in questo testo, non intravedere spunti autobiografici conoscendo il passato giovanile di De Luca e la sua grande amorosa passione per la montagna. E degli animali abitatori della montagna, De Luca dà segno di preferire di gran lunga i camosci, “le bestie più perfezionate alla corsa sopra i precipizi”. L’autore raggiunge vette di efficacia descrittiva quando definisce il salto dei precipizi da parte dei camosci come “un rammendo tra due bordi, un punto di sutura sopra il vuoto”.
Il re dei camosci vive in solitudine, per scelta e per imprinting dopo la precoce perdita della madre che lo obbligò a crescere solo. Si avvicina al branco solo nella stagione in cui deve trasmettere alle femmine il suo corredo genetico. E’ possente, di taglia superiore a quella di ogni altro camoscio, è la preda più ambita, eppure la più inafferrabile. Spesso una farfalla bianca si posa sul suo corno sinistro e questa presenza risulterà decisiva nell’economia del racconto.
Da circa vent’anni i due “re” si cercano o si evitano. Si confrontano a distanza, consapevoli che sarebbe arrivato il momento dell’incontro ravvicinato. Il duello infinito dei due solitari della montagna.
Al futuro lettore non vogliamo togliere nemmeno un briciolo della suspense finale e non diremo dunque nulla dell’epilogo.
Nel consigliare caldamente la lettura di quest’opera, sottolineiamo ancora una volta l’intensità poetica della scrittura di De Luca, ben esemplificata da questo passaggio: “A occhi larghi e respiro fumante fissava le costellazioni, in cui gli uomini stravedono figure di animali, l’aquila, l’orsa, lo scorpione, il toro. Lui ci vedeva i frantumi staccati dai fulmini e i fiocchi di neve sopra il pelo nero di sua madre, il giorno che era fuggito da lei, lontano dal suo corpo abbattuto. D’estate le stelle cadevano a briciole, ardevano in volo spegnendosi sui prati. Allora andava da quelle cadute vicino, a leccarle. Il re assaggiava il sale delle stelle.”

(Da: www.mescalina.it)



Erri De Luca
Il peso della farfalla
Feltrinelli, 2009
€ 7,50

sabato 30 luglio 2011

Francesco Biamonti, Mentre si scrive



Si scrive per qualcuno o solo per sè? Si scrive pensando a un potenziale ambito di lettori o per tutti? Forse, più semplicemente, si scrive e basta, perchè scrivere è una condanna a cui non si riesce a sottrarsi.



Francesco Biamonti

Penso a chi si regola sul battito del sole

Mentre si scrive non si pensa a nessuno in particolare, si scrive al buio, possibilmente sottovoce, a voce sempre più bassa, per quella che una volta era considerata l'anima degli uomini. Poi ci si accorge che nelle difficoltà delle rese stilistiche, nei dubbi e negli smarrimenti a cui lo stile inevitabilmente approda, si cerca qualcuno, di cui si vorrebbe un assenso, un battito di ciglia, un cenno. Nel mio caso, è Calvino, nella sua limpidezza, nella sua capacità d'essere semplice e cristallino. E' dunque un morto a raccogliere la sparsa attenzione dei vivi.

Ma a volte penso a lettori che conoscano «l'àge du fondamental», che abbiano conosciuto le delusioni e il crollo delle ideologie (la loro età non importa), che si regolino sul battito del sole, del cielo, del mare, sull'amore, sulla morte, su ciò che la vita ha di più primordiale, che abbiano conosciuto quel tanto che il vento porta via con la cenere degli astri.

Si scrive dal fondo di una prigione ideale, a cui s'affacciano rari volti amici. Scrivere non è un colloquio, ma un soliloquio. Le ultime pagine di un testo di fantasia si scrivono quasi in ginocchio.


(Da: Tuttolibri/La Stampa del 17 settembre 1994- Ora in F. Biamonti, Scritti e parlati, Einaudi 2008, p. 30)



venerdì 29 luglio 2011

"Scritture di Ponente" a Bordighera



Nell’ambito degli appuntamenti culturali della Festa democratica di Bordighera (IM), domenica 31 luglio alle ore 18.00 ai Giardini Lowe di via Vittorio Veneto sarà presentato il dossier sulle “Scritture di Ponente” incluso nel nuovo fascicolo di “Atti impuri”, antologia periodica di letteratura italiana.

Il dossier, curato da Marino Magliani,contiene prose inedite di tre autori cresciuti e formatisi nel Ponente ligure: il torinese ma ligure d’adozione Guido Seborga (1909-1990), internazionalmente noto; due racconti fiabeschi del nativo di Dolceacqua ma imperiese per gran parte della vita Elio Lanteri (1929-2010) e un fiammeggiante incipit di romanzo del ventimigliese Lorenzo Muratore (1941-). I testi sono accompagnati dai ritratti dell’artista bordigotto Sergio Biancheri e presentati da un ricordo/racconto appassionato di Marino Magliani, dal titolo “Il mio Far West”.

All’incontro parteciperanno anche Adriana Lanteri e Laura Hess Seborga.

giovedì 28 luglio 2011

Guido Seborga, Non l'economia o la tecnica, ma l'uomo è il cuore del mondo



Nell'estate del '79 si diffuse la notizia della presenza di uranio nelle Alpi Marittime e che i francesi ne avrebbero iniziato lo sfruttamento a partire proprio da quella Valle delle Meraviglie da sempre santuario archetipico dei Liguri. Guido Seborga, nonostante gli anni e la salute malferma, fu tra i primi a mobilitarsi e ad alzare la sua voce in difesa di quel territorio minacciato. Una battaglia di civiltà che il vecchio antifascista e partigiano combattè esclusivamente con le armi, straordinarie e terribili, della poesia e della pittura. Ci è ritornato in mente, leggendo della Val Susa e dei No TAV. Di seguito la lettera a Stampa Sera con cui lo scrittore iniziò la sua campagna.





Ottimi gli interventi {Stampa Sera del 25 giugno) contro estrazione uranio in alta Val del Roya. Da un punto di vista tecnico desidero dire: esperti hanno affermato che ne esisterebbe poco e verrebbe a prezzo alto, così la speculazione sarebbe sovvenzione. Chiaro? E ribadisco in pericolo la salute pubblica, il turismo, e si distruggerebbe la storia della preistoria, 50 mila graffiti meravigliosi in pericolo. Posso testimoniare che tutta la popolazione è contro, E molti anche a Torino e Piemonte, infatti alla biblioteca civica Lelio Basso (Trofarello), autorità e giovani hanno voluto la mia mostra (Valle delle Meraviglie), e assicuro che nei mesi estivi (17 luglio a Montecarlo) e Bordighera insisterò sull'argomento con la mia poesia-arte. Comunque la tecnica deve sempre essere guidata dalle scienze e dalla scienza e arte dell'uomo.

Guido Seborga, Torino

(Da: Stampa Sera del 28 giugno 1979)

martedì 26 luglio 2011

Giovanni Boine: un autore da riscoprire



Un grande dimenticato della letteratura del Novecento, un autore da riscoprire.

Claudio Magris

Perchè dobbiamo riscoprire Boine

«Mi fermò per via chiamandomi a nome, col mio nome di ieri. Ora cos' è questo spettro che torna (l' ieri nell' oggi) e questa immobile tomba del nome?» Questa fulminea epifania è il terzo dei Frantumi di Giovanni Boine, pubblicati nel 1915 sulla rivista La Riviera ligure, e sembra rivelare l' assurdità dell' io e della sua continuità nel tempo, irrigidita e convenzionale come un nome inciso su una lapide.

Ma Boine - genio precoce e precocemente scomparso, nel 1917, a trent' anni - non cede affatto, come tanti suoi contemporanei, all' angosciosa e fascinosa dissoluzione dell' io in frammenti discontinui. Un altro dei Frantumi dice: «Difendo il dovere che l' ieri m' assegna, come l' assalito la casa un fisso dovere nel mareggiar dell' arbitrio! Ragiono ogni mio atto timoniere alla ruota».

La statura di Boine - uno dei veri, pochi grandi del nostro Novecento, oggi poco conosciuto forse perché così poco consumabile - deriva dall' asciutta forza, morale e poetica, con la quale egli ha affrontato la contraddizione fra la Vita - selvaggiamente anarchica e assetata di passione individuale e insieme universale, in entrambi i casi travolgente le piccole frontiere dell' individualità - e la legge (il Codice, come egli dice) il limitato ma protettivo e anch' esso sacro ordine quotidiano, con i valori trasmessi da chi ci ha preceduto e da chi condivide il nostro destino.

Vicino a La Voce e amico di Papini, Prezzolini e Soffici ma non perciò meno duramente critico nei loro confronti e nei confronti della rivista stessa, Boine partecipa al fervore morale di quegli anni di rinnovamento - per parafrasare il titolo di un' altra rivista fondamentale cui collaborò - e di quella generazione e ne condivide alcune tendenze stilistiche al poema in prosa. Ma egli si distingue da quel gruppo per una maturità - forse dovuta al suo cattolicesimo sofferto ma classico - che lo preserva dalle puerili, facili e talora becere intemperanze di Papini o di Soffici e anche dall' acerbo del Mio Carso che Slataper supera soltanto con quel capolavoro postumo che è il saggio su Ibsen.

Boine è morto giovane, di tisi, ma la sua opera ha una saldezza - e una sostanziale compiutezza, nonostante molti testi inconclusi - che ha poco in comune col facile e suggestivo alone di immaturità che spesso avvolge l' artista morto giovane e caro agli dei. Boine è un vero poeta; c' è in lui - direbbe Saba - il bambino che si stupisce delle cose e ne piange, ma c' è anche l' adulto che domina lo smarrimento e il pianto e dà loro dura forma.

La sua creatività pervade pure quegli straordinari, spesso brevissismi studi critici raccolti sotto il titolo Plausi e botte, in cui l' inequivocabile giudizio personale si unisce a una classica, equanime oggettività e ad una potenza espressiva che fa di quel libro anche e soprattutto un libro di letteratura e non solo sulla letteratura. Boine penetra nelle pieghe essenziali e più nascoste dei testi, smascherando la falsità celata negli atteggiamenti anche apparentemente più sinceri e immediati. Quando Soffici pur da lui anche ammirato, si abbandona alle sue sferzate sugli italiani, convinto come i suoi lettori di dar voce a schietti e originali sentimenti morali, Boine ne svela subito il carattere artefatto e programmato: « questi giudizi scommetto che pensava degli italiani così anche prima col che poi non dico che la pensasse male. C' è gente che ha il solo torto d' aver sempre ragione a priori; e c' è gente che nasce per inquisire, prima di saper se da inquisire c' è. Ma c' è da inquisire, c' è ».




Tra le sue varie prose narrative spicca quel vero, piccolo capolavoro che è il romanzo Il peccato, storia di un amore fra il narratore-protagonista (geniale ed ambiguo punto di vista narrativo, messo in evidenza da Davide Puccini in un eccellente studio) e una suora; un breve romanzo che per l' originalità della prospettiva e l' asciutta, ardente delicatezza interiore della vicenda può osare il confronto con i sommi precedenti di Manzoni o di Diderot. L' anarchia e insieme l' ordine del Cattolicesimo - sostanza del pensiero e della visione del mondo di Boine, i cui interessi religiosi vanno dai mistici al rapporto contraddittorio col Modernismo al senso profondo della tradizione - pervadono il romanzo e ne diventano la sostanza poetica, l' acume psicologico e la tensione drammatica. Non a caso il romanzo è più debole - forse per mancanza di rifinitura - nella parte finale, nella rappresentazione dello sbocco felice della vicenda, incerta e poco convincente perché troppo facilmente conciliata.

Il peccato è una grande opera perché cala in una storia concreta di vita e di amore quella contraddizione fra legge del cuore (peccato?) e legge oggettiva che percorre come un filo rosso tutta l' opera di Boine - anche grandi saggi dedicati a questioni filosofiche e a problemi politici - e ne costituisce, oggi più che mai, la sorprendente attualità. La risposta di Boine a questa contraddizione è una risposta dura. Il «peccato» che infrange la continuità della concreta tradizione vissuta - sia esso una trasgressione passionale o una visione universale, entrambe rivoluzionarie e negatrici dell' ordine limitato in cui vivono le società e i loro valori - non viene represso ma tanto meno giustificato in nome delle facili e retoriche ragioni del cuore, passionali o umanitarie esse siano. Il «peccato» si inserisce a sua volta in quel codice che esso viola; è uno dei tanti elementi - ribelli o conservatori - il cui incrociarsi, scontrarsi e fondersi contribuisce a costruire, anche modificandoli, gli argini di quell' ordine e di quel codice. È difficile dire se per Boine - e per noi - ciò sia un conforto o uno sgomento. Certamente è un tema oggi più che mai essenziale, nella vertigine di ordini e disordini in cui viviamo; un tema che un grande frammentario scrittore di cent' anni fa sa far diventare non solo pensiero e idea, ma anche e soprattutto carne e sangue.

(Da: Il Corriere della Sera del 14 luglio 2008)



domenica 24 luglio 2011

Canavesio oltre il dogma. Gli affreschi di Nostra Signora delle Fontane


Quello di “Nostra Signora delle Fontane” a Briga è il ciclo di affreschi più importante della Liguria di Ponente o , se si vuole, visto che dal 1945 si trova in territorio francese, delle Alpi Marittime. Un luogo da visitare. Ce ne parla Nico Orengo, l'indimenticato scrittore ligure-piemontese, a cui recentemente è stata dedicata una piazza a Isolabona.

Nico Orengo

Canavesio oltre il dogma

Durante l'ultima guerra i tedeschi avevano fatto della cappella di Notre Dame des Fontaines, a Briga, una cucina militare. I fumi neri e grassi si erano inerpicati sulle pareti e sul soffitto coprendo, a poco a poco, «Il Giudizio Universale», dipinto da Giovanni Canavesio e terminato il 12 ottobre del 1492, un ciclo d'affreschi sulla Passione e il Giudizio Finale che si sviluppa su 34 metri quadri. Nelle Alpi Marittime Sotto la coltre di sugna spariva quella che i francesi chiamavano la «Cappella Sistina» delle Alpi Marittime. Ma quel grasso, anni dopo, si rivelò provvidenziale. Aveva protetto, contro le intemperie, e salvato, uno dei documenti più emozionanti e preziosi della pittura ligurepiemontese. (...)



Pittore di edicole il Canavesio nasce nei primi trent'anni del Quattrocento, i dati sulla sua vita sono scarni. Non lavora molto in Piemonte, le strade dei Savoia portano al mare e il Canavesio, come molti altri pittori, si spinge verso la costa, tra Albenga e Nizza. I polittici per la cappella Reghezza a Taggia, gli affreschi per il San Bernardo di Pigna e i Dottori della Chiesa e gli Evangelisti e il Polittico di San Michele, sempre a Pigna, testimoniano, con il grande ciclo di Briga, della sua permanenza fra Liguria e Provenza. Con alle spalle la pittura di Beltramino e Jaquerio, le «innovazioni moderne vaneyekiane e pierfrancescane» (...).



Canavesio vive la fine della figurazione tardo-gotica. Le sue figure, le sue Madonne, i Cristi, Giuda, perdono la carica soprannaturale e simbolica per acquisire una dimensione realistica, granguignolesca a volte (è il caso del Giuda impiccato a cui un demone squarcia il costato, che si vede nella Cappella di Briga).



E' una pittura che sente le luci del Mediterraneo, gli azzurri e i grigi della Provenza, ma che continua ad appoggiarsi alla rigorosa ricostruzione geometrica, secondo i canoni di Galeno, Vitruvio, Boezio.

E' la regola di Sant'Agostino: «Che cos'è la bellezza del corpo? E' la proporzione delle parti accompagnate da una certa dolcezza di colorito». Una storia terrena Ma nei volti dei personaggi di Canavesio, dai soldati a Gesù, dai contadini ai mercanti, si incomincia a leggere una storia più terrena, di fatiche e dolori, di soprusi e destini, che il dogma non riesce più a nascondere. E' il «teatro» della vita che mescola rappresentazione sacra e profana, una «passione di Cristo» riportata nella strada.

(Da: Tuttolibri/La Stampa del 22.12.1990)



sabato 23 luglio 2011

"E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale", ricordo di Giovanni Boine


Cento anni fa, nel luglio 1911, appariva su La Voce "La crisi degli olivi in Liguria" di Giovanni Boine, il testo più bello mai scritto su questa terra avara e bellissima, celebrazione appassionata della storia millennaria di un popolo intero e della sua fatica quotidiana. Per noi le pagine più significative di uno scrittore che ha aperto la grande stagione della letteratura ligure del Novecento. Ne pubblichiamo un estratto.


Giovanni Boine

E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale



Terreno avaro, terreno insufficente su roccia a strapiombo, terreno che franerebbe a valle e che l'uomo tien su con grand'opera di muraglie e terrazze. Terrazze e muraglie fin su dove non cominci il bosco, milioni di metri quadri di muro a secco che chissà da quando, chissà per quanto i nostri padri, pietra per pietra, hanno con le loro mani costruito. Pietra su pietra, con le loro mani, le mani dei nostri padri per secoli e secoli, fin su alla montagna! Non ci han lasciati palazzi i nostri padri, non han pensato alle chiese, non ci han lasciata la gloria delle architetture composte: hanno tenacemente, hanno faticosamente, hanno religiosamente costruito dei muri, dei muri a secco come templi ciclopici, dei muri ferrigni a migliaia, dal mare fin in su alla montagna! Muri e terrazze e sulle terrazze gli olivi contorti a testimoniar che han vissuto, che hanno voluto, che erano opulenti di volontà e di forza; i muri e le terrazze a testimoniare che hanno vinto contro la natura la loro battaglia ordinata; gli oliveti contorti a mostrarci la generosità e l'opulenza delle anime loro

Anime piene, anime pingui, anime vive nella loro tenace forma conchiusa, vive di tutti noi che non eravamo ancora e di tutti i padri che già eran vissuti. Perchè gli ulivi, lentissimi a crescere, tardissimi a dare, solo i popoli ricchi li han coltivati: solo le generazioni a cui altre generazioni han tramandato una ricchezza sicura; solo le razze sicure della sopravvivenza loro,piene della sopravvivenza loro, piene e sicure della perpetuità della loro vita.

E qui i padri han faticato per i figli e nipoti,qui ogni generazione visse degli sforzi della generazione passata e lavorò per la generazione veniente; qui ogni generazione fece il sacrificio di sé stessa alla generazione veniente. E' ciò che passa fu sdegnato, ciò che godi nell'anno, ciò che ogni anno rimuti, ciò che semini in autunno e raccogli sicuro in estate fu qui alteramente sdegnato ed il figlio volle emulare il padre in opere che restassero. Ulivi, uliveti che pianti e che durano millanni:ulivi, uliveti dappertutto!Il prato diventò uliveto, il campo uliveto,la vigna uliveto, il bosco alto faticosamente,dolorosamente, tenacissimamente uliveto.

E l'opera trionfale della razza, di tutta la razza fu compiuta. Come il popolo di una città medioevale, la cattedrale sua, così noi nei secoli. Secoli di stenti, secoli di fede chiusa. Colpi di bidente, pietra l'una sull'altra a fatica: pareva avidità di possesso ed era nell'oscuro, nelle torbide volontà del volere, la coscienza d'una razza, la forza di una razza, la sicura religione di una razza. La nostra cattedrale! Gli uliveti folti, boscosi, d'argento per tutto! avevamo fatto il nostro destino, il destino nostro era ora conchiuso; i padri finalmente avevano fissato il nostro destino. E noi fummo fra gli ulivi come un popolo antico nella sua cattedrale: ogni nostra speranza era lì, ogni nostra sicurezza era lì, negli ulivi.


(Da: La Voce, Anno III, n.27, 6 luglio 1911)

Il Nord Africa brucia all'ombra dell'Europa

venerdì 22 luglio 2011

Marino Magliani; Il mio Far West


Riprendiamo dal sito http://utilizerapagain.blogspot.com/ un testo molto bello di Marino Magliani. Siamo ponentini, non potevamo lasciarcelo sfuggire.



Marino Magliani

Il mio Far West

Il ricordo più antico che ho dell’estremo ponente ligure appartiene a una specie di far west. Vedo il lungo corridoio della stazione di Ventimiglia, quello al fondo del quale si “passa” in Francia, attraverso una porta custodita dai frontalieri. Sono lì, in braccio a mia madre, sulle panche, in attesa di un treno proveniente dalla Francia, perché mio padre lavora in uno stabilimento balneare di Sainte-Maxim o Saint-Raphaël. Sono gli anni Sessanta. Non ci ho mai pensato, non che non abbia mai pensato a questo ricordo, ma a un’altra cosa, quella per cui ho deciso di scrivere queste pagine.

Dov’erano in quel tempo Guido Seborga, Elio Lanteri e Lorenzo Muratore? Esattamente quel giorno di autunno (immagino fosse autunno quando mio padre terminava la stagione balneare e se non c’erano olive noi lo raggiungevamo a Ventimiglia, perché da lì si andava assieme in un paesino della Provenza dove il suo padrone e lontano parente possedeva una villa circondata da terreni con muretti da rialzare e siepi da curare), dov’erano allora Guido e Elio e Lorenzo? Poco distanti, o forse in viaggio, Elio a Salamanca, Guido a Torino o Parigi, Lorenzo a Roma? Avevano già combattuto, scritto libri, e viaggiato parecchio, amato, quando per me era ancora tutto spavento.

Cerco solo di capire la prima volta in cui le nostre vite, almeno geograficamente, si sono incrociate. Per me è importante. Mi piacerebbe pensare che anche per loro lo sia. È dunque possibile che loro fossero stati in Val Prino in quegli anni, magari tutti assieme, in due o tre macchine, l’intera compagnia che si radunava a Bordighera o Ventimiglia, per una gita sulla spalliera ossuta di Villatalla come fanno ora certi intellettuali della terra di frontiera che si fermano sotto il pino di Villatalla a fare colazione. Chissà, magari ero seduto sui gradoni di San Giacinto, fermo come un ponte, come mi ordinavano di stare i vecchi seduti al mio fianco quando ogni tanto scendeva o saliva una macchina, e loro, Guido, Elio e Lorenzo sono passati in macchina. E i nostri sguardi per un istante, in curva, si sono incrociati. Negli anni passavo spesso da Bordighera, ma distratto, distante, o troppo veloce, sulla moto di qualche amico diretti verso l’altro mio far west, le sabbie della Costa Brava. Ci sfioravamo appena, Bordighera ed io. Fin quando un giorno – mi ero fermato o mi avevano fermato, non saprei dire – non lessi di voli di farfalle dalle ali polverose e di voragini di luci. E presto anche Guido, Elio, e Lorenzo, attraverso le pagine di Biamonti, hanno penetrato quella che è la mia meridiana oscura nella Torre dei Venti. Dopo Biamonti conobbi Seborga: L’uomo di Camporosso (1), e poi Il figlio di Caino (2). Un giorno a una lettura delle mie cose si presentò Elio Lanteri. Mi disse come si diceva Gregorio in dialetto. Una parola che assomigliava al grixùu dei tordi, il verso del chiarore, dopo la notte, quando la bestia, mi insegnavano i vecchi del carruggio, è ancora incantata dalla rugiada. Diventammo subito amici fraterni con Elio.

Un giorno andai a casa sua nel paesino di Costa d’Oneglia, a bordo del mio ronzino azzurro, un Sì del ’92. Adriana, sua moglie, ci aveva preparato dei gamberetti buonissimi e al ritorno a casa mi colse un temporale. Temevo per i libri, Elio mi aveva dato un’edizione molto vecchia di Occhio folle, occhio lucido (3), di Guido, e un suo manoscritto che diventò poi La ballata della piccola piazza (4). Me li portai entrambi in Olanda e li lessi alla spiaggia, in un settembre calmo e mediterraneo. L’anno dopo, grazie al grande lavoro di Laura Hess e Massimo Novelli, riuscii a leggere molte più cose di Guido.


Chi è invece il terzo, un Lorenzo Muratore di cui sentivo parlare quando si toccava la letteratura di quell’ansa di terra e pietre di spiaggia, cactus e rocce porose e chiese? Sapevo che in gioventù era stato amico di Moravia e Seborga e che coi ragazzi della costa, coi Giorgio Loreti, i Matteo Lanteri, Elio Lanteri, Sergio Ciacio Biancheri, aveva sognato e nuotato, viaggiato. Un giorno – le mie cose letterarie spostate dal caso con la lentezza di un orologio solare a ore babilonesi, erano pur giunte intatte a quel far west ligure – uno di quei pomeriggi trascorsi a discutere di narrazioni con Francesco Improta o Paolo Veziano o Corrado Ramella al solito bar del lungomare bordigotto, mi dissero che Lorenzo Muratore voleva conoscermi. Parlammo a lungo, dei miei libri e di quelli di Guido e di Elio, e mi disse che mi avrebbe mandato per posta una sua lettura di Quella notte a Dolcedo (5). La ricevetti e poi tornai in Olanda, tornai o partii, non so mai bene cosa significhi venire quassù, ma durante l’inverno soggiornai nuovamente in Liguria, e una sera tardi, non avevo ancora acceso la stufa e forse neanche ancora raccolto in legnaia la cassetta di canne e pezzi di radice di ulivo, mi telefonò Lorenzo. Si sentiva il vento. Non era distante. Ci trovammo all’ingresso di un paese e bevemmo una tisana in un bar che ora mi dicono chiuso, poi uscimmo nel gelore di un ponte in salita, con l’aria dei colli e del torrente, e tremanti restammo a guardare la notte. A casa lessi le pagine che mi aveva lasciato, poi scesi in legnaia a riempire la cassetta e risalii ad accendere la stufa. Mi rimisi alla lettura. Erano le letture dei miei romanzi e un editore per cui curai un’antologia volle farne un volumetto intitolandolo Pitture nere e altre immagini (6).

Incontrai ancora molte volte Elio (e qualcuna anche Lorenzo), al solito bar sul porto di Oneglia la mattina, a volte arrivava prima lui e lo trovavo seduto con gli amici. Altre ero io a vederlo arrivare da via Belgrano e attraversare la strada nel sole, davanti alla nuova biblioteca, e raggiungermi.

La memoria, mi ha scritto qualche giorno fa un amico con cui si parlava di voci, si è andata facendo più uditiva che visiva, ricordo meglio una persona che non c’è più se chiudo gli occhi, il suono della sua voce arriva prima all’orecchio, e poi l’immagine arriva dopo, e a volte non arriva, ma la voce sì. Si parlava di un mio libro, Il collezionista di tempo (7), che credo fosse piaciuto anche a Elio, a Lorenzo sicuramente. È la storia di un bambino, Gregorio, che sente le voci di altri suoi io che popolano altri mondi, lontani nel tempo, e anche le voci di un certo Lukas, attraverso una serie di mail dal futuro, che gli chiede di salvarlo. L’amico mi chiedeva se quel carteggio tra Gregorio e Lukas fosse una scrittura minerale o le parole che riceveva scritte avessero anche un suono. Gli ho risposto che non sapevo se la scrittura del futuro possa essere qualcosa di diverso dal filo spinato di parole che si dipana sullo schermo. Mi venne in mente che una volta Biamonti aveva chiesto a Rigoni Stern se sentiva ancora i tordi. Io, dissi all’amico, per qualche anno avevo sofferto di otite e perso del tutto lo zirlo del tordo. Da anziani, o da affetti di otite, si perdono queste cose, sono sibili nell’aria che sembrano arrivare da altre galassie e invece sono solo i voli dei tordi bottacci che passano a mezz’aria. Spiegai questo all’amico. I tordi zirlano di spavento (grixuano all’alba, sapevo) quando ti vedono, ma zirlano anche per chiamarsi. I cacciatori infilano una di quelle viti di metallo lunghe come il pollice in un pezzo di legno stagionato, poi danno uno scatto, brevissimo, con le dita, e lo sfregarsi dei corpi produce il verso del tordo. Forse la voce che sentiva Gregorio, dissi all’amico, o alla quale Gregorio collegava involontariamente il filo spinato della scrittura di Lukas, aveva un timbro del genere, animale o siderale.



Ora che il volto di Elio non lo vedo più, non mi resta che la sua voce, molto più forte, come sosteneva l’amico.E poi quest’anno, di Elio ho ricevuto, attraverso Luigi Berio, le due fiabe della terra e del mare che i valorosi Sparajurij hanno curato per voi. Ne avevamo già parlato sulla collina delle Cascine di Oneglia, con Adriana e Paola. Ma quando Luigi me le ha date eravamo alla Foce di Imperia, un mezzogiorno molto tiepido e azzurro, seduti a un tavolino del bar Sognatori. Luigi attese che leggessi, prima una e poi l’altra fiaba – lessi prima la storia di Licia, e poi, alzato un istante lo sguardo a quel mare che potrebbe essere infinito, ma che secondo Darwin e Borges avrebbe poca importanza perché l’occhio umano inventa comunque un orizzonte a poche miglia, passai ai gemelli che hanno trascorso la vita a potare la vigna. E siamo rimasti a lungo in silenzio, come credo piaccia stare anche a Luigi e piaceva a Elio. Era come se dopo la lettura ci fossimo seduti al fondo dei filari, nella vigna dei gemelli, in silenzio. Elio mi aveva parlato di queste prose un giorno sul treno, dove entrambi diretti a Ventimiglia c’eravamo incontrati per puro caso. Ora erano le voci. Lo sono. Lo saranno. Spero per molti. Cerca una poesia di Kavafis, mi disse l’amico, intitolata Voci (Fonès). Kavafis le chiama in originale “Kerebra”, cioè sentite proprio dal cervello.Non sono ancora riuscito a trovarle, qui dove mi trovo in questa soffitta dell’Europa.

Poi quest’inverno, durante un mio soggiorno a Prelà, il paese umido lungo il Prino, ho rivisto Lorenzo. E in un bar, com’era successo l’anno prima, davanti a una tisana fumante, egli mi consegnò una cartellina di plastica azzurra ondulata. Conteneva 123 fogli battuti a macchina, che lui aveva rocambolescamente salvato da una situazione che, se vorrà, un giorno vi racconterà.
Lessi: Avvenne per una congiuntura un giorno che, ostentatamente coperta di gioielli come un idolo delle Indie, Esterina si avvicinò alla vasca da bagno.

Ben più di un far west, le acque dove nuoto con Seborga, e la passeggiata accanto a Luigi Betocchi, e la conoscenza delle terrazze di Francesco Biamonti, dove mi porta Giancarlo, e la pace della piazza di Isolabona dove mi siedo con Paolo Veziano a raccontargli di come Gregorio Sanderi aveva pescato anguille con lui, e le passeggiate portorine con Giuseppe Conte, se di far west ligure si tratta, sono il mondo che comprende per me ogni luogo della letteratura, quest’estremo ponente ligure sono il mio Bastieto, la mia Sorba, i miei Avrigue e le mie Combray, i miei Macondo, le Langhe di Johnny e le strade e spiagge portoghesi di Pereira, sono anche questo mio Nord che attraverso a piedi o in bicicletta col mio amico Roland Fagel.


Concedetemi, per ultimo, come non si dovrebbe fare mai – ma siamo pur sempre in far west – la citazione da un saggio che Arnaldo Colasanti scrisse per i racconti di Vincenzo Pardini e miei.
Senza un rimpianto, senza piangere, senza voce. Non potevo che confessarvelo.

Note
(1) Guido Seborga, L’uomo di Camporosso, Mondadori, Milano 1948, (2a ed., Spoon River, Torino 2004).
(2) Id., Il figlio di Caino, Mondadori, Milano 1949, (2a ed., Spoon River, Torino 2006).
(3) Id., Occhio folle, occhio lucido, Ceschina, Milano 1968.
(4) Elio Lanteri, La ballata della piccola piazza, Transeuropa, Massa 2009.
(5) Marino Magliani, Quella notte a Dolcedo, Longanesi, Milano 2008.
(6) Lorenzo Muratore, Pitture nere e altre immagini – Studio sui romanzi di Marino Magliani, Eumeswil Arti Grafiche, Broni 2010.
(7) Marino Magliani, Il collezionista di tempo, Sironi, Milano 2007.


http://utilizerapagain.blogspot.com/





Marino Magliani (Dolcedo, Imperia, 1960), scrittore e traduttore, ha soggiornato a lungo in Spagna e in America Latina prima di stabilirsi in Olanda, dove attualmente vive e lavora. Ha pubblicato: L'estate dopo Marengo (Philobiblon 2003), Quattro giorni per non morire (Sironi 2006), Il collezionista di tempo (Sironi 2007), Quella notte a Dolcedo (Longanesi 2008), La tana degli alberibelli (Longanesi 2009) e, con Vincenzo Pardini, Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa 2010). Con La tana degli alberibelli ha vinto la prima edizione del Premio Frontiere-Biamonti "Pagine di Liguria".

lunedì 18 luglio 2011

Balli occitani al Pitosforo Festival



Domenica 24 luglio

al Pitosforo
via Aurelia - Celle ligure (SV)

Un'occasione da non perdere per chi ama la musica occitana

domenica 17 luglio 2011

Misure del timore, poesie di Antonio Spagnuolo


Venticinque anni di versi. Poesie legate indissolubilmente fra loro, tutte giocate su contrasti: il passato e il presente, gli spazi aperti e quelli chiusi, le fantasie e le rinunce. Testimonianza di un percorso lungo,di riflessioni e progetti, ora riletti dal pensiero

Stelvio di Spigo

Misure del timore, poesie di Antonio Spagnuolo



Misure del timore, edito dall’editore Kairós di Napoli, è una raccolta antologica, un percorso agile ma spazioso che riassume un quarto di secolo di produzione poetica di Antonio Spagnuolo, anch’esso meritoriamente napoletano. Significativamente, i brani antologizzati partono da una data precisa, il 1985, anno di pubblicazione di Candida, il libro che fa da spartiacque nella produzione poetica del nostro poeta. Certamente: perché la storia precedente dell’autore portava il marchio compromissorio e conformista della poesia di ricerca della quale Napoli è stata, più che capitale, portabandiera, dagli anni ’70 del Novecento fino all’esplosione del fenomeno del Gruppo ’93: in pratica per circa trent’anni. Spagnuolo non ha potuto sottrarsi a questo scotto territoriale, e lo ha pagato con una serie di libri, di ricerche, di sperimentazioni che nascondevano la sua autentica voce, personale e peculiare. In poesia, come in ogni altra arte, se a trent’anni bisogna essere talentuosi, qualche decennio dopo è vitale sapersi rinnovare, cambiare pelle, diventare autonomi rispetto al contesto culturale. È la grande sfida che viene lanciata a ogni poeta, letterato, artista: rinforzare la propria voce con gli anni o saper cambiare strada, se quella praticata non è più fruttuosa e non corrisponde più alle esigenze spirituali dello scrittore. Ed è proprio questa sfida che Antonio Spagnuolo ha saputo vincere, dimostrando di possedere una vocazione verso la vicenda del poetico molto più forte e viva di molti suoi compagni di strada che hanno continuato stancamente a produrre libri e libri sempre con gli stessi moduli stereotipati da velleità avanguardiste. Misure del timore ci fornisce una mappa di questo cambiamento. In venticinque anni, Spagnuolo ha pubblicato qualcosa di nuovo, meritandosi un consenso critico che non ha mai lesinato lodi e riconoscimenti.

La novità del suo dettato può riassumersi in due punti, o meglio snodi, fondamentali: l’adesione dello stile, ripianato e purificato dai trascorsi cerebralismi, al proprio mondo sentimentale. Affetti, tentazioni, timori, riserve e moti dell’animo hanno preso il posto delle istanze ideologiche dei libri precedenti. La versificazione si è fatta scorrevole eppure ricca di pause e forte di una trama contrappuntistica incalzante e costruttiva. Il piano esistenziale, corporeo e palpabile, ha trovato uno sbocco nell’onirico e nell’erotico, con soluzioni divinanti pregne di simboli e accertamenti veritativi. Il «disastro del senso» ha trovato una redenzione pervicace nella «abituale variazione di ogni testo», come recita il testo 12 di Rapinando alfabeti, senza rinunciare a un lessico specialistico e scientifico, frutto evidente della formazione di Spagnuolo, che di professione ha fatto il medico per quarant’anni. Le urgenze del corpo e delle sue deformazioni diventano così paradigma delle metamorfosi storiche, del fuggire del tempo – tema, questo, di gran momento e molto frequentato dall’autore – della lontananza dell’amore e della solitudine esistenziale che chiede, in ogni poesia, una possibilità di salvezza e una richiesta di aiuto a una figura sempre e solo adombrata, che si identifica con il femminile nella sua accezione più alta e meno corruttibile.

Altro punto fondamentale è il rafforzamento, avvenuto nelle raccolte più recenti (per intenderci, da Fugacità del tempo, del 2007, alla omonima Misure del timore, parzialmente inedita), del dato negativo, che registra una visione ancestrale del mondo e del vissuto sotto forma di frattura, o meglio, di fratture progressive, che scandiscono ossessivamente il progredire del testo. Il terrore, in queste ultime pagine, sconvolge l’abbandono amoroso e le possibilità di rinascita che formavano la cifra essenziale delle precedenti raccolte scritte dopo la suddetta “svolta del creaturale”. In questi ultimi lavori, Spagnuolo sembra dirci che arrivati a un certo punto della vita, non si può più rimandare l’appuntamento con la verità delle cose, non si può (e non si deve, se si vuole essere, più che onesti, veri) fingere che il senso del tutto sia un lieto fine, per quanto amaro e disarmante. Ecco: il percorso che si attua in Misure del timore (inteso, qui, come titolo dell’antologia) va dalla iniziazione del poeta a una fitta e responsabile educazione sentimentale al perturbamento finale, alla sconfitta del singolo nei confronti della realtà, delle leggi naturali, delle dissonanze dell’Essere. Questo è il punto, e qui bisogna stare.

Spagnuolo non ha mai smesso di maturare, ovvero di ascoltare il richiamo doloroso di ciò che vive accanto a ognuno, fino a farlo proprio, diventandone l’interprete sommesso e saggio che, a dispetto della saggezza conseguita, non fornisce scappatoie consolatorie, ma registra tutto lo scardinamento che sussiste in questo forsennato nastro di Krapp che è il mondo. Nessuno può scappare, ed è meglio allearsi, leopardianamente, a resistere sotto i colpi del tempo, della morte, della solitudine e della fine dei sogni, e in sostanza, della vita. Il grido di dolore che chiama alla condivisione e al soccorso, bilanciano, in questo percorso selettivo (come selettiva deve essere, per forza, ogni antologia), la persistenza di un mondo affettivo che, seppure carico di dubbi, nelle prime raccolte (Candida, del 1985; Dietro il restauro, del 1993; Attese, del 1994, per citare solo i titoli più significativi), sostenevano la mano dell’uomo nella sua età di passaggio, quello che dalla giovinezza porta all’età adulta. I sogni, che si trasfondono nei ricordi, quelli di un’età nella quale era ancora possibile sognare, non vengono rinnegati col passare degli anni e delle pubblicazioni, né posti su un piano di “minorità”. Quando era il loro tempo, era il tempo di scriverne. L’ultimo Spagnuolo, invece, sa che oggi è il tempo dell’allarme totale, del pericolo che grava sull’uomo, di Krónos che rema contro.

Questo percorso è la totale misura di questa antologia, che gli amici e gli estimatori di questo poeta prolifico ma concentrato aspettavano da anni. Il singolo, i suoi errori, la sua umanità, nella quale siamo chiamati a riconoscerci, sono la strada percorsa da un poeta rinnovato, mai consenziente perché lucidissimo, ma umano e nella sua parabola cosciente e perturbante, come lo sono le poesie che da sempre scavano nella terra e nell’animo un solco deciso a lasciare traccia di sé nelle più abissali profondità di quell’enorme dramma che è l’esistenza umana. Per questo si può attribuire a Misure del timore – Antologia poetica dei volumi 1985-2010 il valore di un lungo scandaglio conoscitivo, un’avventura nel sapere che si svela sempre di più, incitando il lettore a emularne il tracciato, a diventare sempre più se stessi, accettando la propria identità, contro ogni ipotesi di dispersione che fomenta i nostri tempi tanto tormentati quanto gravati dal «feticcio dell’inutilità», per dirla con Montale.

Questo libro intende orientarci, darci il conforto, l’unico possibile, che una direzione, nell’esistenza, sia ancora rintracciabile, seppure attraverso cadute e mancanze che non possono essere aggirate. Eppure, la voce che parla, non è quella di un poeta che, per età ed esperienza, potrebbe facilmente ergersi a maestro e costruire un monumento a se stesso. È la voce religiosa e rigogliosa di un uomo vigile, che sottomette la sua presenza alla sua arte, incontrando l’altro e sussurrandogli che vale pena provare tutto il dolore e tutto il benessere della poesia, perché, proprio grazie alla sua voce, siamo tutti un po’ meno soli.

Da: http://perbeno.myblog.it)

Antonio Spagnuolo
Misure del timore
Editore Kairos, 2011
euro 14,00

venerdì 15 luglio 2011

Occitania: la cultura a cinque sensi




LE IDENTITÀ VISIBILI - LA CULTURA A CINQUE SENSI



Prosegue il programma “La Cultura a cinque sensi” promosso dalla Comunità Montana Valli Grana e Maira nell’ambito del progetto “Le identità visibili”.


Per la CULTURA DA ASCOLTARE sabato 23 luglio: “Mascarias- stregoneria di una masca” spettacolo musico-teatrale a cura del gruppo Ramà; il racconto si ispira ad una leggenda occitana della Valle Grana raccolta da Renato Lombardo che narra le vicende di una masca e di un sarvanot. Lo spettacolo si svolgerà nella splendida cornice di Montemale di Cuneo, in Piazza Cavalier Ferrero, alle ore 21. L’ingresso è libero.

Per la CULTURA DA VEDERE, domenica 24 luglio è l’ultima giornata di Mistà e musei delle valli Grana e Maira: occorre quindi approfittare di questo ultimo appuntamento per la visita all’arte dipinta nei ventuno beni romanico-gotici del circuito Mistà delle valli Grana e Maira, aperti gratuitamente dalle 14.30 alle 18.30 e alle collezioni di tredici tra musei ed esposizioni permanenti delle due valli i cui orari e prezzi sono reperibili presso l’ufficio IAT Valli Grana e Maira o consultabili sull’opuscolo pubblicato sul sito internet http://www.vallemaira.cn.it/.

Gli appuntamenti del programma “La cultura a cinque sensi” continuano fino al mese di settembre: i dettagli sono reperibili sul sito www.vallemaira.cn.it, presso l’ufficio Iat Valli Grana e Maira a Dronero tel 0171 917080, iatvallemaira@virgilio.it, presso l’ufficio turistico Beico nel Filatoio di Caraglio associazione@lacevitou.it e presso la sede di Espaci Occitan a Dronero tel 0171 904075, segreteria@espaci-occitan.org

giovedì 14 luglio 2011

Omaggio a Piero Simondo





Nell’ambito della mostra antologica di Piero Simondo in corso presso l’Oratorio de’ Disciplinanti di Finalborgo, sabato 16 luglio, alle ore 18, la Compagnia DAS (DanzAtelierStudios) presenta in omaggio all’artista il site specific “L’immagine imprevista”, con coreografia di Elena Rolla. La performance avrà luogo negli stessi spazi della mostra, in rapporto con le opere esposte.

Il site specific è composto da materiale coreografico creato dallo studio dalle teorie del movimento di Rudolf Laban, anche conosciute con il nome “coreologia”; dove grazie all’analisi si ottengono i risultati di composizione tramite la rivisitazione dei ritmi della gestualità del quotidiano, da un lato, e dall’altro la danza ed il movimento nel loro valore intrinseco, come per l’arte astratta il segno, il colore ed il materiale.

I danzatori: Elisa Bertoli, Alberto Cissello, Vincenzo Criniti, Vincenzo Galano, Francesca Ossola, Elena Rolla, Sayouba Sigué sono i protagonisti di questa performance studiata appositamente per la mostra e per gli spazi in cui è inserita. Il pubblico, mentre si sposta contemplando le opere, vede danzare intorno a sé, in simultanea, senza musica, i duo, i trio e gli assolo, per una durata complessiva di 40 minuti circa (ripetuti 2 volte).

La danza, nel site specific, conduce il pubblico ad osservare le opere, senza offuscarle e senza contrapporsi ad esse. E’ come un accompagnamento di sottofondo, fatto di danza e non di musica, suggerita quest’ultima attraverso i movimenti dei danzatori in relazione alle opere e al contesto.
Il site specific ha come obiettivo la creazione di una vera e propria interazione tra pubblico ed arte contemporanea nelle sue forme animate e non.


mercoledì 13 luglio 2011

Da leggere: Militanti di professione di Antonio Martino



Giorgio Amico

Al servizio della classe operaia. Vite di militanti comunisti


Da anni Antonio Martino conduce una preziosa opera di ricerca archivistica che, libro dopo libro, metodicamente, pazientemente sta colmando lacune storiografiche, recuperando episodi e personaggi, delineando ambienti e situazioni. Un lavoro prezioso, e a nostra conoscenza unico, di ricerca e studio che finora purtroppo non ha ricevuto l'attenzione che meriterebbe.

Eppure il quadro che ne emerge di una Savona operaia e militante è di estremo interesse. Forse Antonio Martino paga il non essere uno storico di professione, un "accademico", forse ancora più prosaicamente sconta l'essere un uomo libero, non legato ad alcuna cordata.

I suoi sono libri di grande interesse, in cui l'estrema precisione dei dati riportati si unisce ad una scrittura accativante ed efficace. Libri rivolti a tutti e non a un pubblico di eruditi o specialisti. E forse per qualcuno anche questo è un limite.

"Militanti di professione", da poco uscito per il Gruppo Editoriale l'Espresso, è il frutto di una lunga e attenta ricerca archivistica nelle carte di polizia sulle figure di Giovanni Michelangeli e di Leonida Roncagli e sull'organizzazione clandestina del PCI savonese degli anni '30. Michelangeli e Roncagli erano due quadri intermedi, dirigenti del Partito comunista d'Italia (sezione dell'Internazionale Comunista), non erano savonesi ma a Savona vissero e operarono. Rivoluzionari di professione, come si diceva allora, attivi nel Biennio rosso e poi nell'emigrazione e nella clandestinità. Attraverso la ricostruzione delle loro vite, così diverse, ma per tanti versi così simili, Martino ricostruisce nei particolari una Savona, quella degli anni Venti e Trenta, finora colpevolmente trascurata da ricercatori e storici "di professione".

Un libro da leggere.




Antonio Martino (Savona, 1957) lavora da più di trent’anni a Genova presso un’azienda sistemistica per la Difesa. Si occupa di storia locale per il periodo storico che va dalla seconda metà del '700 al secondo dopoguerra, sviluppando la ricerca presso gli archivi statali, comunali ed ecclesiastici e le biblioteche.

lunedì 11 luglio 2011

Indignazione e alternativa




Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento di Franco Astengo che pensiamo fotografi con grande acutezza l'attuale momento politico e delinei alcuni elementi centrali del "che fare".



Franco Astengo

Indignazione e alternativa


Indignazione ed alternativa appaiono come due termini difficili da tenere assieme: l’indignazione è un sentimento, un “moto dell’animo” (se n’è discusso proprio in questi mesi, a partire dal libretto di Stephane Hessel “Indignatevi !” cui ha risposto il libro – intervista di Pietro Ingrao “Indignarsi non basta") mentre l’alternativa è vista come un processo politico da costruire razionalmente, attraverso l’elaborazione di un progetto, la costruzione di alleanze, la raccolta di consenso, la capacità di governo (ricordate il presidente Napolitano, qualche mese fa ? l’alternativa deve essere possibile, credibile, praticabile).
Ebbene, in questo momento, in Italia mancano sia l’indignazione, sia l’alternativa e, soprattutto appare lontana la possibilità di collegare il “moto dell’animo profondo” di un popolo capace di dire “basta” con una realtà di soggetti politici capaci – appunto – di fare sintesi, proposta, programmazione.
Il grado di corruzione ormai intrinseco a determinati settori del sistema politico e del mondo economico appare, ormai, del tutto insopportabile: basta leggere, quando si riesce ad andare fino in fondo le cronache dei giornali. Una corruzione “strutturale”, composta tra l’altro sempre dagli stessi comportamenti ripetitivi, ossessivi, ormai noiosi al riguardo del grande pubblico; una ricerca ed un’ostentazione di lusso, di prezzi fuori mercato che, davvero, dovrebbero lasciar sgomenti quanti ne apprendono i particolari. Una corruzione originata anche, ed è necessario ricordarlo sempre, dagli errori della sinistra come nel caso del “conflitto d’interessi” (lo citiamo così, il “conflitto d’interessi” senza tante spiegazioni, perché riteniamo che tutti avranno già capito al volo di cosa si tratta).
Eppure lo sgomento e l’indignazione non appaiono davvero sufficienti: sembrano prevalere la rassegnazione, l’assuefazione, la voglia di oblio.
Formuliamo questo giudizio pur avendo davanti i tanti punti d’insorgenza che ancora contrassegnano la realtà sociale del Paese (pensiamo all’assemblea delle donne svoltasi ieri a Siena), i recenti risultati elettorali e referendari, la capacità di resistenza di settori importanti dell’intellettualità al riguardo dei tentativi di aggressione alla Costituzione Repubblicana, al lavoro tenace di tanti dentro e fuori le istituzioni.




Purtuttavia l’impressione complessiva è quella di un deficit d’indignazione e, di conseguenza, di un ritardo nella capacità di comprendere i fenomeni in atto , di insorgervi “contro” formulando proposte alternative al drammatico stato delle cose correnti.
Egualmente manca l’alternativa: questo è punto sul quale aprire una discussione di fondo, che manca ormai da troppo tempo.
Una discussione che dovrebbe partire da un elemento, a nostro giudizio, assolutamente decisivo: a fronte dello spettacolo (sì un vero e proprio spettacolo) di una corruzione dilagante che si esprime con cifre assolutamente “lunari” per il comune cittadino, dentro ad una crisi economica di portata internazionale che minaccia seriamente l’esistenza al minimo della condizione vitale per milioni di cittadini, con gli organismi intergovernativi e sovranazionali preoccupati soltanto dei mercati e della conservazione di quel processo di finanziarizzazione dell’economia che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni: ebbene, davanti a tutto ciò (sommariamente riassunto) non si riesce a delineare un’alternativa che parta da un primo elemento di principio.
Nel nostro paese la maggioranza assoluta della ricchezza è appannaggio del 10% della popolazione, mentre il 90% ne detiene la minoranza.
Se pensiamo ad un’alternativa, non possiamo far altro che pensare ad un riequilibrio (graduale, di stampo socialdemocratico, almeno) in questa direzione: un riequilibrio, attraverso un intervento pubblico capace di far recuperare un minimo di credibilità alle istituzioni e allo Stato, che appare prioritario sul piano sociale e indispensabile su quello del reperimento delle risorse (non apriamo qui il capitolo dell’evasione fiscale, sarebbe troppo lungo). Basterà ricordare che al centro di quella ragnatela di corruzione cui si accennava poc’anzi, ci sono proprio i vertici dell’istituzione dello Stato chiamata a combattere questo terribile fenomeno.
Un discorso semplicistico e populistico? Forse, ma l’urgenza del momento impone scelte difficili ed immediate: naturalmente per costruire un’alternativa servono tante altre cose e ne stiamo discutendo, dal ruolo dello Stato alla struttura del sistema politico, dalla capacità di sviluppare una seria politica estera alle funzioni degli Enti Locali al rilancio industriale, fino all’idea di sviluppo e alla crescita dell’occupazione.
In questo momento però vale la pena di lanciare un allarme e fornire un’indicazione di fondo: si possono tenere assieme indignazione ed alternativa.
Si possono e si debbono tenere assieme questi due fattori indispensabili, l’indignazione e l’alternativa quali componenti di un bagaglio morale e politico da utilizzare per ciascheduno di noi e per tutti i soggetti collettivi che non intendono abdicare all’idea del cambiamento.




Franco Astengo, politogo e storico della sinistra, collabora con la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Genova. E' autore di numerosissimi saggi apparsi su giornali e riviste.




Savona: presentazione di "Un rivoluzionario di ponente"



domenica 10 luglio 2011

Wifredo Lam, il grande surrealista cubano

Il comunismo eretico e il '68


Pubblichiamo la “Premessa” di Pier Paolo Poggio al secondo volume di “L’altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico”, da poco disponibile in libreria.



Pier Paolo Poggio
Il comunismo eretico e il '68

Nel Novecento l’Europa è stata il teatro principale e l’epicentro della guerra mondiale che, scoppiata come conflitto militare per decidere a quale potenza statale spettasse il dominio sul mondo, per effetto della rivoluzione russo-bolscevica si è trasformata in guerra civile mondiale tra capitalismo e comunismo, tra due sistemi opposti, sul piano politico, economico, ideologico.
Questa rappresentazione lineare dicotomica stringe in una morsa tutti gli eventi del secolo, ne abbrevia la corsa catastrofica e liberatoria, sfociando nel crollo del 1989, con contraccolpi in grado di minare anche le conquiste dell’89 francese, come dimostrerebbe il diffondersi in ogni dove di derive neoassolutiste, fondamentaliste, tribali, tanto repressive quanto supportate tecnologicamente.
La lotta mortale tra i due contendenti sfocia così in una sconfitta certa e apparentemente definitiva, quella del comunismo, a cui fa da contraltare la vittoria indiscutibile ma insostenibile del capitalismo. Insostenibile perché secondo i suoi attuali avversari il capitalismo ancor meno del comunismo o di qualsiasi forma di socialismo è in grado di affrontare e risolvere l’inedita crisi ecologica globale, frutto avvelenato e eredità ingestibile del “secolo breve”.
Ma tutto ciò è oggetto di controversia, mancano prove definitive e irrefutabili, allo stato attuale si può considerare ancora prevalente la tesi secondo cui il mercato e la scienza riusciranno a superare i lati più spiacevoli della questione ambientale.
Per altro i critici, talvolta eredi dei comunisti eretici, non demordono e sostengono che le attese miracolistiche nel mercato autoregolantesi e nell’innovazione tecnologica non fanno che riprodurre e alimentare le cause della crisi, consegnando inerme l’umanità futura alle sue conseguenze.
A ciò aggiungono che il responso in merito deve necessariamente affidarsi ad un futuro che ritengono ipotecato, è il presente post-89 ad inficiare pesantemente la vittoria del capitalismo divenuto, grazie ad essa, globale. La storia non è finita: la democrazia lungi dal generalizzarsi si svuota di contenuto anche nei paesi che l’hanno tenuta a battesimo, le enormi disuguaglianze economiche cambiano forma ma non diminuiscono, l’esibizione della ricchezza e le tragedie della fame convivono nello spettacolo quotidiano inscenato dai media, la criminalità e l’illegalità avanzano di slancio in un paesaggio sociale desolato, le giovani generazioni sono private della speranza, ecc.
In definitiva la vittoria senza argini del capitalismo sembra riprodurre e rinnovare le motivazioni pratiche e ideali che hanno alimentato il comunismo novecentesco, e al di là di esso molti altri movimenti e posizioni politiche e ideologiche, manifestatesi prima, durante e dopo la parabola comunista russo-sovietica, che ora ci appare lontana, marginale e quasi ininfluente, e che però è stata egemone e determinante, anche se la reductio ad unum, ad un tempo leniniana e schmittiana, da cui siamo partiti, oscura e cancella tutto ciò che non può essere irreggimentato nei due campi contrapposti, operando una semplificazione inaccettabile sul piano storico, oltre che discutibile e contendibile su quello politico-ideologico. Lo schema bellico amico-nemico, la guerra come motore ultimo della storia, rappresentano precisamente il lascito culturale della modernità, sia statuale che rivoluzionaria, da contrastare e superare, facendo valere gli esiti universalistici ideali e pratici del bistrattato Novecento o, se si vuole, dell’Altronovecento che ci prefiggiamo di far riemergere.
Riprendendo le fila di un discorso sviluppato nel 1° volume di quest’opera sino al 1945, vale a dire alla Seconda guerra mondiale, per affrontare il tempo e lo spazio europeo dei suoi esiti, è giocoforza considerare gli effetti della scomposizione dello schema bipolare dovuto alla presenza della terza forza fascista nel cuore dell’Europa e alla paradossale, risolutiva, alleanza dei due nemici epocali contro tale terzo incomodo.
Di fronte alla dura realtà dei fatti a poco valgono gli sforzi degli ideologi dell’una e dell’altra parte volti a ricondurre fascismo e nazismo al capitalismo, come sua manifestazione ultima, caduti gli orpelli liberal-democratici nel fuoco della guerra di classe. Ovvero, più massicciamente, a farne un’articolazione del totalitarismo, espressosi prima e più compiutamente in forma comunista cosiddetta sovietica.




In concreto la guerra vide schierarsi sullo stesso fronte la democrazia capitalistica occidentale e l’URSS di Stalin contro gli Stati fascisti a guida nazista. Rompendo gli schemi il treno della storia compie uno scarto, ovvero secondo altri, all’epoca maggioritari, rientra nei giusti binari e consente la ricomposizione di una alleanza in cui sono presenti tutte le forze del progresso in lotta contro quelle della reazione. In ogni caso questo fu il leit-motiv della propaganda stalinista e delle forze intellettuali che si schierano a fianco nell’URSS, superato lo choc del patto Molotov-Ribbentrop.
Ma le peripezie dialettiche non sono finite dato che, appena terminata la guerra Churchill proclama ciò che Stalin pensava da sempre, vale a dire che l’alleanza era transitoria e contronatura, rispetto ad un’ostilità fondamentale che alimenterà la Guerra fredda – e molteplici sanguinosi conflitti locali – . In tal modo lo schema bipolare torna a governare le sorti del mondo, o almeno dell’Europa, togliendo spazio e ossigeno a coloro che, senza alcuna nostalgia per una qualche terza via fascista, sono critici dello stalinismo non meno che del capitalismo.
Si tratta di posizioni che nello spazio europeo presentano qualche interesse sul piano intellettuale ma non hanno agibilità sociale. Prima, la guerra mondiale in atto impone di schierarsi o di rinunciare completamente all’azione politica, dato che le posizioni neutraliste e pacifiste sono ancor più screditate che nel corso della Prima guerra mondiale. Dopo, la Guerra fredda e l’equilibrio del Terrore hanno come effetto se non come obiettivo di congelare all’interno dei rispettivi campi i singoli e gli attori collettivi, in un contesto che vede l’Europa spaccata a metà, senza alcuna autonomia e forza politica, ostaggio delle due superpotenze atomiche.
La situazione pare essere completamente bloccata, senza spazi di libertà d’azione e di pensiero. In questo quadro è ancor più difficile, di quanto lo fosse negli anni Trenta, costruire un’alternativa ideale e pratica all’esistente, alla presa che è in grado di esercitare attraverso la semplificazione dicotomica della realtà che imprigiona le menti e riduce brillanti intellettuali al rango di propagandisti.
In questa situazione è tanto più interessante far emergere e dare voce alle forze intellettuali e sociali ch hanno saputo riaprire i giochi, sviluppare una critica efficace e libera sia del capitalismo a netta egemonia americana che del comunismo staliniano e poststaliniano.
Come già nel 1° volume, l’accento viene posto sull’apporto di singoli e di correnti politico-ideologiche, ma sullo sfondo sono da tenere presenti, e direttamente o indirettamente ne diamo conto, i movimenti sociali e le lotte che nelle due metà dell’Europa, soprattutto dagli anni Cinquanta in poi, hanno riaperto una dinamica conflittuale all’interno dei blocchi dominanti, riuscendo a minarne l’egemonia, senza per questo dimenticare che le novità e rotture decisive stavano maturando sulla scena extraeuropea, dove dopo secoli si sviluppa una grande ondata di contestazione al dominio dell’Occidente.
Il marxismo ossificato in versione sovietica non dà segni di vita, anche se bisogna distinguere tra l’URSS dove per comprensibili motivi il rinnovamento avviene fuori e contro il “diamat” e i paesi europei entrati nell’orbita sovietica. Qui, partendo dal marxismo, si sviluppano traiettorie diverse ma di indubbio interesse, bastino due nomi, tra quelli che per varie ragioni abbiamo dovuto sacrificare: Karel Kosík e Leszek Kolakowski, ma fermenti interessati, poi del tutto oscurati, sono riscontrabili un po’ in tutti i paesi del centro ed est Europa, talvolta in connessione con ribellioni e rivolte sociali che denotano un evidente deficit di legittimità del “socialismo reale”.
Una rivitalizzazione del marxismo si sviluppa con più forza nei principali paesi dell’Occidente, con posizioni diversificate per quanto riguarda l’analisi e il giudizio sull’Unione sovietica, nel difficile esercizio di applicare il marxismo a se stesso.
Il caso italiano è particolarmente interessante perché, nel dopoguerra, siamo in presenza del più grande partito comunista dell’Occidente, con oltre 2,5 milioni di iscritti. Sotto l’abile regia di Togliatti si dispiega l’operazione di utilizzo e di nazionalizzazione del pensiero di Gramsci, riuscendo a costruire un’egemonia culturale di corto respiro, già in difficoltà di fronte ai processi di modernizzazione intrecciati al “miracolo economico” nonché sostanzialmente acritica rispetto all’URSS, anche dopo la crisi del ’56. Le potenzialità del pensiero di Gramsci, in una dimensione decisamente post-nazionale, saranno riscoperte in un contesto totalmente mutato, quando non esistono più i referenti politici della sua elaborazione.
Ma in contrasto e polemica con il gramscismo, specie negli anni Cinquanta e Sessanta, emergono pensatori politici o vere e proprie correnti di pensiero in grado di elaborare versioni creative e originali del marxismo, accentuandone i tratti rivoluzionari sia in chiave leninista e operaista sia riproponendo il tema della democrazia diretta, ovvero scavando nella profondità storico-antropologica di un mondo popolare e proletario, colto nel pieno di una mutazione culturale carica di contraddizioni e conflitti, intravedendo la possibilità di spezzare un destino di subalternità mascherato dall’emancipazione dei costumi e dei consumi.
Anche in altri paesi gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta si rivelano un potente laboratorio di idee, spesso lontano dalla scena politico-culturale ufficiale. Un caso rilevante e singolare è stato quello inglese, dove il Partito comunista era poca cosa (come anche le varianti critiche) ma dove studiosi di orientamento marxista, specie tra gli economisti e gli storici, raggiunsero posizioni di grande prestigio, si pensi a Maurice Dobb e Eric J. Hobsbawm: intellettuali brillanti ma alquanto ortodossi sul piano politico quindi tenaci difensori dell’URSS. Però anche in Gran Bretagna, sia attraverso il recupero di tradizioni socialiste ottocentesche sia per l’affermarsi di esperienze di base (rank and file) sia per l’influsso del radicalismo pacifista di Bertrand Russel prese forma una nuova sinistra originale e in anticipo sui tempi, contestatrice dell’ordine borghese e fieramente antistalinista.
Tra guerra e dopoguerra la “teoria critica” di matrice tedesca, identificata con la Scuola di Francoforte, dà il meglio di sé, contribuendo in modo decisivo alla ripresa dell’analisi diagnostica del capitalismo, fuoriuscendo dalle secche dell’economicismo marxista e concentrando l’attenzione sugli esiti ultimi della modernità, rintracciando legami e complicità tra apocalisse nazista, consumismo, civiltà della tecnica. Non si può dire che il pensiero critico, negli anni della Guerra fredda, si sia concentrato sul comunismo sovietico e abbia fornito contributi memorabili in tal senso (Soviet marxism non è certo l’opera più significativa di Marcuse). Il distacco, che talora sfiora l’indifferenza, non sembra avere motivazioni politiche ma teoriche nel senso che i paesi della rivoluzione d’Ottobre, perduta da tempo la spinta espansiva, appaiono delle varianti inferiori di uno stesso sistema di dimensioni planetarie – diversa è la posizione e la sensibilità politica della Arendt -.
Si può dire che solo in Francia, sia presso figure e correnti (anche volutamente) minoritarie e appartate, ovvero da parte di personaggi celebri, come nel caso di Sartre, ma lo stesso vale per Merleau-Ponty, la riflessione teorico-filosofica abbia assunto il comunismo come tema di importanza fondamentale. I contributi presenti nel volume danno conto di questa centralità e delle molte e irrisolte aporie, ereditate e solo apparentemente scavalcate dal movimento del Sessantotto.
In ogni caso nessun’altra elaborazione teorica e prassi politica, soprattutto nel contesto europeo, ha anticipato la contestazione giovanile, studentesco-operaia, quanto “Socialisme ou Barbarie” o l’“Internazionale situazionista”. Un’identificazione così forte da bruciare e consumare queste esperienze nel giro di quei mesi e anni, o in anticipo su di essi, come nel caso di “Socialisme ou Barbarie”, con il rischio di entrare in una dimensione mitica e memoriale improduttiva, oltre che in balìa delle oscillanti e antitetiche rappresentazioni del Sessantotto.




Negli ultimi anni gli attacchi a quest’ultimo largamente inteso, del tutto indifferenti ed estranei alla storiografia sull’argomento, si sono fatti più insistenti e quasi generalizzati. La realtà attuale appare ad un numero crescente di persone insoddisfacente se non intollerabile, bisogna allora cercare la causa se non il capro espiatorio responsabile di questa sorta di quieto disastro insediatosi nelle pieghe della società e poi man mano in ambiti più vasti, sino a coinvolgere le élites, che non solo si ribellano ma additano un nemico da colpire: lo spirito del Sessantotto.
Le accuse eccessive nei confronti di un evento a cui, per altri versi, non si attribuisce alcuna consistenza e profondità sono la spia di un’evidente difficoltà nel prendere le misure al nemico che si vorrebbe sconfiggere e distruggere. Per alcuni il Sessantotto non è altro che una metamorfosi del comunismo, presentatosi in vesti carnevalesche per nascondere la sua natura intimamente nichilistica, manichea e regressiva, poi venuta alla luce con il terrorismo. Agli antipodi abbiamo coloro che imputano al Sessantotto di aver svolto un’azione dissolutrice nei confronti della tradizione comunista, esaltando la spontaneità e l’immediatismo, spingendo le masse a cercare soddisfazione e ad investire energie nei consumi, inaugurando una nuova stagione del capitalismo, all’insegna dell’individualismo e narcisismo.
Senza avventurarsi in complesse tipologie, si può dire che, come per il comunismo novecentesco, le interpretazioni del Sessantotto, al di là dei giudizi di valore, si possono raggruppare in due vasti schieramenti. Ci sono coloro che scorgono una piena continuità tra le premesse ideali, gli eventi e le conseguenze storiche. Tali letture lineari, anche di segno opposto, si mantengono alla superficie e hanno come effetto o scopo la banalizzazione del Sessantotto. Più stimolanti sono le interpretazioni che introducono variamente il tema della eterogenesi dei fini, per cui gli effetti sono stati in tutto o in parte diversi e opposti rispetto alle intenzioni.
Senza entrare in questa sede in tale tipo di dibattiti e rimandando alla ricchezza dei materiali presenti nella prima sezione della presente opera, oltre che in numerosi contributi che affrontano il tema attraverso singole esperienze e orientamenti ideali, segnaliamo un paio di questioni che hanno diretta attinenza con l’argomento generale del volume.
Innanzitutto il Sessantotto, e forse proprio l’anno 1968, segna l’ultimo passaggio del processo di dissoluzione del comunismo sovietico, anche se occorreranno altri venti anni prima della sua fine. Di contro il comunismo eretico sembra poter rinascere a contatto del movimento di contestazione antisistemica generale. In ogni dove si moltiplicano gruppi politici che si rifanno ad una qualche eresia del comunismo novecentesco ma anche alla più stretta e surreale ortodossia. In realtà sono fuochi di paglia destinati a consumarsi rapidamente. Il comunismo eretico può vivere solo in lotta e polemica con quello ufficiale e statale. In caso contrario viene riassorbito e sopravvive come setta religiosa astorica.




Crediamo che il ripiegamento del movimento di contestazione nell’alveo delle varie correnti del comunismo novecentesco costituisca un preciso segnale dei limiti e della inadeguatezza del Sessantotto rispetto al compimento dei suoi obiettivi. E proprio la scarsa comprensione e conoscenza del socialismo realmente esistente sono la spia di una debolezza strutturale del movimento, dimostratosi incapace di affrontare la micidiale dissimmetria tra le due contestazioni.
Nei paesi comunisti le lotte, in condizioni difficilissime, avevano come obiettivo la democrazia e la libertà. In Occidente la riautentificazione del comunismo, spesso del tutto acritica nei confronti del comunismo sovietico o di sue varianti, attivando processi di identificazione con realtà, come la Cina maoista, di cui non si sapeva nulla. Su un punto cruciale l’universalismo militante del movimento del Sessantotto non regge alla prova della storia. Tra i comportamenti e la cultura politica, la vita e l’ideologia si apre uno iato che non trova ricomposizione in una sintesi superiore, senza appartarsi dal mondo e abbandonare la lotta politica.
È sicuramente possibile e legittimo cercare nel Sessantotto le origini più prossime di movimenti come il femminismo e l’ecologismo o le premesse dei movimenti anti o alter-mondialisti di fine-inizio secolo. Bisogna però anche restituire il Sessantotto alla sua epoca, senza apologia e demonizzazione; da questo punto di vista si può dire che non riuscì ad andare oltre, a superare i suoi limiti perché esso non fu solo un nuovo inizio, sia pure incerto e carico di contraddizioni, ma soprattutto la fine di una storia, portata a esaurimento nei fatti più che nella coscienza, nei comportamenti e nei sentimenti più che nella riflessione.
Nel momento decisivo la saldatura tra movimento e pensiero critico lasciò il posto al ritorno dell’ideologia vissuta in termini totalizzanti. Ma questa politicizzazione estrema del movimento ne mina la forza e la credibilità, la capacità di diffondersi nella società. Nella divaricazione tra azione controculturale e uso delle armi si consuma l’autoannullamento del movimento, lasciando libero corso alle spinte restauratrici in chiave liberista e neoetnica.
Il comunismo eretico trova nel Sessantotto il palcoscenico su cui inscenare un’ultima rappresentazione, emergendo per un breve momento alla luce del sole, ma ferreamente legato alla sua matrice primonovecentesca non fornisce apporti significativi all’elaborazione di una teoria che sia di supporto nel passaggio dallo stato nascente alla maturità e al radicamento delle trasformazioni indotte dal movimento. Lo stesso si può dire, sia pure sommariamente, per le altre correnti storiche del movimento operaio, da quelle socialiste a quelle anarchiche.



Il pensiero critico aveva alimentato e per certi versi anticipato il Sessantotto, da intendersi qui in una accezione ampia che va al di là dell’evento e copre un breve ciclo storico. Eppure anche in questo caso il movimento, nonostante la sua sorprendente ampiezza, non si può dire che abbia alimentato un rinnovamento radicale della teoria politica. Quel che avviene è una sorta di neutralizzazione accademica del pensiero critico, di cui beneficia in primo luogo il marxismo, specie nel caso italiano, con esiti modesti non destinati a passare alla storia. Emergono piuttosto figure dotate di grande energia che attraversano ambiti ed istituzioni diverse, in una dimensione pienamente internazionale, saldano l’audacia teorica all’impegno militante, come nel caso di Michael Foucault e di Ivan Illich.
Si può ipotizzare che l’impasse in cui è finito il Sessantotto, e che ancora grava sui movimenti antisistemici che di lì derivano, anche quando hanno più lontane origini, dipenda dall’enorme dilatazione dello spazio della politica, rispetto alle società tradizionali, che ha reso manifesta una sproporzione prometeica e il rifugio nella privatizzazione se non nella servitù volontaria. La democrazia o diventa ostaggio di forze che governano la paura e l’impotenza o si riduce a vuoti rituali, che non modificano la riproduzione dell’esistente. Al contrario il movimento di contestazione e quelli che ne sono seguiti, minoritari ma non privi di seguito e di influenza, miravano ad una sorta di democrazia assoluta.
Le difficoltà di tale meta, utopistica ma tutt’altro che priva di motivazioni e forza, appaiono evidenti se si prendono in considerazione i due movimenti che dopo il Sessantotto si sono diffusi nei più diversi contesti, senza più avere come avveniva in passato un centro principale di irradiamento, superando per la loro stessa natura i confini nazionali e statali, al cui interno ha finito per ridursi il movimento dei lavoratori nonostante le sue origini programmaticamente internazionaliste.
Il movimento femminista, centrando l’attenzione sulla dimensione antropologica, di genere, sulla differenza sessuale, la singolarità, i sentimenti, le passioni, il corpo, ha radicalizzato il discorso critico ed analitico, rompendo con le tradizioni emancipazionistiche ed egualitaristiche, ma tutto ciò sembra produrre una neutralizzazione della sua forza politica, se non la scelta esplicita di abbandonare la politica, irrimediabilmente perduta.
L’ecologismo, per parte sua, è attraversato da contraddizioni irrisolte che derivano dalla sua collocazione al di là della destra e della sinistra, quindi al di fuori delle coordinate di fondo della politica otto-novecentesca. Ma la sua maggiore difficoltà discende dal rapporto con la modernità e la tecnica. Se da un lato non può aderire alle posizioni tecnofile e scientiste, tuttora egemoni nelle culture politiche di sinistra, dall’altro è lacerato tra opzioni incomponibili. Da un lato, pur in una gamma differenziata, dalla deep ecology al neo-primitivismo a posizioni molto più moderate, ci sono coloro che propugnano un freno immediato e un’inversione di marcia allo sviluppo palesemente insostenibile. Dall’altro, in nome dello sviluppo sostenibile, preso sul serio e reso possibile da un diverso uso della scienza e della tecnica, si schierano coloro che scommettono sulla capacità degli uomini di riportare sotto il loro controllo la tecnica e il capitalismo, facendo leva sulla presa di coscienza indotta dal manifestarsi della crisi ecologica. Un dibattito interessante ma che rischia di arrivare in ritardo rispetto a diverse e più impellenti scadenze sociali e politiche.
Con il che abbiamo superato i limiti cronologici e tematici di questo volume, che ci auguriamo possa fornire materiali utili per approfondire le questioni qui appena evocate, riannodando le fila di percorsi che forse più di altri hanno qualcosa da dire al tempo presente e al futuro imprevedibile che ci attende.





Pier Paolo Poggio
L'altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico (Vol. 2) - Il sistema e i movimenti (Europa 1945-1989)
Jaca Book, 2011
48 euro

sabato 9 luglio 2011

Crash Toys



Isabella Del Guerra

Crash Toys

Alla fine di ogni giorno, l’umanità tutta ha contribuito a creare montagne artificiali di spazzatura, le ritroviamo sotto immensi teli, sotto terra, lungo le strade che percorriamo solitamente , lungo le rive dei fiumi e nei mari, le incontriamo là dove vorremmo godere solo di una natura incontaminata. E’ la nostra realtà!; il nostro quotidiano che abitualmente ci creiamo comprando, consumando, buttando. Una corsa all’acquisto di cose, spesso inutili, create con l’inganno di migliorare la nostra vita; oggetti che continuamente vengono modificati per migliorarne le funzioni e che pone il grave problema dello smaltimento di un volume enorme di scorie. Un’immondizia che l’Uomo vuole lontano da sè, nascosta alla vista e all’olfatto; egli desidera vivere in ambienti puliti e profumati, egli stesso deve essere odoroso e allora ecco quantità di shampoo, deodoranti, detergenti per la casa, sgrassatori e saponi per lavatrici che lavano più bianco del bianco che più bianco non si può. E dunque ancora scatole e contenitori vuoti che vanno ad ingrossare la montagna di rifiuti.

Bruno Munari cristallizzò nella resina scarti di apparecchiature, di meccanismi , di materiali magnetici: “Archeologia del Futuro” Caccia grossa per l’archeologo del 6000. Vere Gordon Childe, famoso archeologo, scriveva alla fine degli anni ‘50: “Il bullone allentato che è caduto dalla mia auto questa mattina, la scatola di sardine, che ho accuratamente sotterrato dopo pranzo a Esher Common, e il cratere lasciato da una bomba tedesca, sono dati archeologici proprio come la lama a foglia d’alloro, rotta e gettata via da un cacciatore di renne solutreano … L’archeologo del 6000 potrebbe interpretare bulloni, scatole di sardine e crateri di bombe come documenti indicativi del tipo di veicolo usato sulle strade attorno a una grande città, delle abitudini di alcuni suoi cittadini e da azioni di alcuni sconosciuti nemici … Queste sono le cose a cui si interessano gli archeologi … le azioni e i pensieri umani”. I rifiuti raccontano e racconteranno la nostra vita, le nostre abitudini.

Dario Tironi e Koji Yoshida di tutti questi abbandoni ne fanno sculture. Un lavoro certosino di recupero, di catalogazione per oggetti, funzioni, forma, colori, materiali per poi farli rivivere, riciclati, in opere d’arte. Così nascono le sculture di questi due giovani Artisti che, ad un primo sguardo, possono sembrare geniali e fantasiose sculture dai colori accesi, ingegnosi e gioiosi giocattoli per adulti, singolari opere realizzate come in una composizione del famoso gioco del LEGO. Realizzate con i codici della nostra epoca, sono esse stesse testimonianza e denuncia, rimandandoci l’immagine della nostra civiltà: siamo ciò che consumiamo, da mattina a sera ogni nostro bisogno è accompagnato da un involucro, una confezione, cibi e oggetti che, una volta che ci hanno soddisfatti, vogliamo buttare e negare. Sculture composte da cose: osservandole, ognuno di noi, può riconoscere un oggetto o parte di esso che nella sua vita ha posseduto o usato. Tironi e Yoshida ci inducono inoltre ad un’altra considerazione, spingendoci a pensare a quanto l’ umanità sia comunque contaminata dalla tecnologia e di quanto non ne possa più farne a meno. I video giochi, i computer, i telefonini ci appartengo e già fin da ora il progresso della bio-ingegneria ha prodotto scoperte che correggono il funzionamento di organi o sostituiscono parti del corpo umano con trapianti ed innesti di chip, pace-maker, valvole e arti artificiali.

L’essere umano si appropria degli oggetti che esso stesso crea, se ne autoalimenta e si autosostituisce, l’uomo bionico non è fantascienza, fa già parte del nostro futuro molto prossimo e, tutto questo sicuramente modificherà la percezione dell’uomo, come anche la sua natura ed i suoi sentimenti. Le opere di Dario Tironi e Koji Yoshida sono sculture ma anche entità che, immobili, con la loro realtà oggettiva, vogliono indurci alla riflessione.