TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 29 settembre 2019

Sulla Sierra con Fidel. Piccola storia popolare della rivoluzione cubana



Iniziamo oggi la presentazione di un quadernetto uscito nel 1995. In pratica, una piccola storia popolare della rivoluzione cubana. Oggi parliamo di come era Cuba agli inizi degli anni Cinquanta.

Giorgio Amico

Sulla Sierra con Fidel
Piccola storia popolare della rivoluzione cubana


1. CUBA AGLI INIZI DEGLI ANNI CINQUANTA

Considerata un paradiso dai ricchi turisti nordamericani in cerca di avventure, celebrata soprattutto per le sue spiagge meravigliose e per le grandi case da gioco, agli inizi degli anni cinquanta Cuba, la "perla delle Antille" , celava dietro un apparenza di relativa prosperità contraddizioni laceranti. Nel 1950 la World Bank descriveva così la realtà contraddittoria dell'isola caraibica:

"L'economia cubana soffre di un alto grado di instabilità. Ogni anno c'è una lunga stagione morta in cui la maggior parte dei lavoratori dello zucchero sono disoccupati e il più grande equipaggiamento di capitale del paese resta inutilizzato... un'economia stagnante ed instabile con un elevato livello di insicurezza...". (1)

L'anno successivo la missione Truslow, inviata dal Dipartimento di Stato USA per analizzare le ragioni dell'arretratezza dell'isola, denunciò in un lungo rapporto le profonde contraddizioni di un sistema economico che, nonostante l'apparente ricchezza, manteneva ancora tutti gli elementi tipici della dipendenza economica: la mancanza di spirito imprenditoriale di una borghesia quasi interamente dedita ad attività speculative, l'insufficienza degli investimenti, la carenza cronica delle infrastrutture sociali ed amministrative. Anche da questa indagine emergeva soprattutto l'elemento della stagnazione, reso drammaticamente evidente dal fatto che, nonostante l'isola a causa dell'andamento favorevole del prezzo dello zucchero sui mercati internazionali stesse in quel momento attraversando un eccezionale periodo di prosperità e le riserve auree fossero le più elevate dell'America Latina, il reddito pro-capite si manteneva di poco superiore a quello del 1920. Per le statistiche poco più di trecento dollari l'anno, cioè meno di un dollaro il giorno in media a persona; nella realtà, considerato il fortissimo divario esistente fra strati ricchi e poveri della popolazione, la stragrande maggioranza dei cubani disponeva di un reddito assai inferiore. E ciò era particolarmente vero per la popolazione delle campagne, dove si concentrava ancora oltre il settanta per cento degli abitanti dell'isola. I contadini, considerati alla stregua di vere e proprie bestie da soma, erano totalmente abbandonati a se stessi e lasciati privi di ogni assistenza. Nessuno si occupava di loro, essi erano i grandi dimenticati della società cubana. Colpisce il fatto che in un paese che si diceva cattolicissimo, dove restava fortissimo il peso politico ed economico di una gerarchia ecclesiastica che dopo la rivoluzione accuserà il poder popular di voler scristianizzare la società, non esistessero quasi chiese nelle campagne. (2) Le malattie infettive infierivano per la scarsissima igiene e per la malnutrizione, colpendo soprattutto i bambini. Il passo che segue, tratto da un libro inchiesta pubblicato negli Stati Uniti alla fine degli anni Cinquanta, basta a far comprendere quali fossero le reali condizioni di vita per milioni di persone nella Cuba prerivoluzionaria :

"I parassiti crescono e si moltiplicano nel corpo dei bambini. alcuni di questi vermi, delle dimensioni di una matita, si raccolgono in grovigli o gomitoli, ostruiscono il sistema intestinale e bloccano la defecazione provocando morti strazianti. questi parassiti s'introducono nel corpo attraverso la pianta dei piedi dei bambini che camminano scalzi sul terreno infestato. Quando un bambino è morto, i vermi possono uscire strisciando dalla sua bocca o dalle sue narici, in cerca di un altro organismo vivente". (3)

La malnutrizione era generalizzata. Le famiglie contadine vivevano di farinacei e legumi. Nelle città per le classi popolari le cose non erano poi tanto migliori. Il 25 % della popolazione era disoccupata, ma nelle campagne la grande maggioranza dei contadini non lavorava più di tre o quattro mesi all'anno, nel periodo della zafra, il raccolto della canna da zucchero. Di contro un piccolo gruppo di latifondisti dominava incontrastato. Meno dello 0,1% del numero totale delle aziende controllava più del 20% delle terre coltivabili; l'8% del totale ne controllava più del 70%. Quanto alla classe operaia, questa era numericamente debole, impiegata in forme di produzione di scarso livello tecnico, inquadrata da sindacati diretti da leaders spesso corrotti, legati alla dittatura o alle organizzazioni gangsteristiche nordamericane che sull'isola gestivano traffici rilevanti connessi alle case da gioco e alla prostituzione. (4) Agli occhi di un osservatore attento Cuba appariva come un paese neocoloniale, caratterizzato da una struttura economica profondamente distorta, con tassi di sviluppo molto bassi, una totale dipendenza dagli Stati Uniti e un debolissimo livello di industrializzazione. Una società arretrata, segnata da vistose ingiustizie, ancora basata su un'agricoltura connotata dallo strapotere del latifondo e dall'estrema povertà delle grandi masse contadine. Proprio quello che con passione nell'ottobre 1953 un giovane avvocato, Fidel Castro, accusato di insurrezione contro i poteri dello Stato, denunciava nella sua autodifesa davanti al Tribunale straordinario di Santiago:

"..L' 85% dei piccoli agricoltori cubani paga un affitto e vive sotto la minaccia perenne della cacciata dalle sue parcelle di terra. Più della metà delle migliori terre coltivate è in mano straniere. In Oriente, che è la provincia più estesa, le terre della United fruit Company e della West Indian Company vanno dalla costa nord alla costa sud. Ci sono duecentomila famiglie contadine che non hanno neanche un metro di terra su cui seminare ortaggi per i loro figli affamati, mentre restano incolte nelle mani di interessi poderosi, quasi trecentomila caballerías (5) di terre produttive. Se Cuba è un paese prevalentemente agricolo, se la sua popolazione è in gran parte contadina, se è stata la campagna a fare l'indipendenza, se la grandezza e la prosperità della nostra nazione dipendono da una popolazione agricola sana e vigorosa che ami e sappia coltivare la terra, da uno Stato che la protegga e la guidi, come è possibile che continui questo stato di cose...?" . (6)

LA DITTATURA DI FULGENZIO BATISTA

La corruzione diffusa e la concezione della politica come mezzo di arricchimento personale, tristi eredità del dominio spagnolo, restavano le caratteristiche più visibili del sistema politico cubano, al di là del variare dei regimi e dei partiti. Dopo la prima dittatura Batista, dal 1944 era al governo il Partito Rivoluzionario Autentico, caratterizzato da un timido e incoerente liberalismo incapace di affrontare i gravi problemi del paese. Nel 1947 Eduardo Chibás fondò il Partito del Popolo Cubano (o Partito Ortodosso) che si richiamava all'eredità di José Martí e adottava un programma nazionalista e moralizzatore non privo di contraddizioni e di incoerenze sul piano della denuncia dello sfruttamento imperialistico da parte delle grandi multinazionali nordamericane. Tuttavia, secondo la testimonianza di Fidel Castro, in quegli anni dirigente della organizzazione studentesca del Partito:

"Molta gente in gamba militava in quel partito. Si batteva soprattutto contro la corruzione, il furto, gli abusi, l'ingiustizia e denunciava continuamente gli abusi della prima dittatura di Batista. (7) Nell'università il partito si rifaceva a tutta una tradizione di lotta, ai martiri della facoltà di medicina, massacrati nel 1871, (8) e alla lotta contro Machado (9) e Batista." (10)

Nel 1952 dovevano svolgersi le elezioni presidenziali e il partito ortodosso sembrava favorito. Ma, pochi giorni prima delle elezioni, il 10 marzo 1952, quando la vittoria degli ortodossi appariva ormai certa, un colpo di stato militare pilotato da Washington, dove si temeva che il cambiamento di regime potesse in qualche modo danneggiare gli interessi americani, riportò al potere il generale Fulgenzio Batista, che godeva del sostegno incondizionato del governo degli Stati Uniti e del Pentagono e nei fatti era l'uomo dei monopoli americani, dei grandi latifondisti e della Chiesa. Proclamatosi dittatore, Batista appena due anni dopo si fece eleggere presidente con elezioni farsa e subito adottò una politica di stampo autoritario: la Costituzione venne sospesa, le relazioni diplomatiche con l'Unione Sovietica interrotte, il Partito Comunista (11) messo fuorilegge. Verso il movimento operaio e la stessa opposizione borghese del Partito Ortodosso il regime sviluppò una azione violentemente repressiva che andò via via assumendo aspetti sempre più apertamente terroristici. Venendo a interrompere bruscamente una fase di ascesa delle lotte popolari, il golpe di Batista segnò la fine di un'epoca e il crollo definitivo delle speranze in una pacifica evoluzione democratica del quadro politico cubano. La nuova situazione venutasi a creare all'Avana, contribuì a fare emergere nuove figure politiche. Tra queste fin da subito la più significativa apparve essere quella di Fidel Castro, già leader studentesco e ora avvocato radicale.

NOTE:
  1. H. Thomas, Storia di Cuba, Torino 1973, pag. 900
  2. Vedere il bel libro-intervista del domenicano brasiliano Frei Betto, Fidel Castro: la mia fede, Milano 1986, pag. 168.
  3. R. Brennan, Castro, Cuba and Justice, New York 1959, p. 273, cit. in: H.L. Matthews, La verità su Cuba, Milano 1961
  4. Per un quadro complessivo della situazione economico-sociale nella Cuba prerivoluzionaria vedere: Umberto Melotti, La rivoluzione cubana, Milano 1967. Per una ricostruzione storica delle vicende cubane sono disponibili in italiano la monumentale opera dello storico inglese Hugh Thomas (Storia di Cuba, Torino 1973) e il più agile volumetto di Roberto Massari (Storia di Cuba, Roma 1987) che però ha il difetto di fermarsi all'inizio degli anni Quaranta. Per una collocazione delle vicende cubane nel contesto più generale del continente latino-americano si possono vedere gli studi di Tulio Halperin Donghi (Storia dell'America Latina, Torino 1968) e di Hubert Herring (Storia dell'America Latina, Milano 1971). Per una prima informazione possono essere utili i quaderni di Vanna Ianni (L'universo dei Caraibi, Firenze 1991) e di José Luis Luzón Benedicto (Cuba, Milano 1993). Per uno studio complessivo della rivoluzione cubana, l'unica opera apparsa in Italia resta l'ormai pressochè introvabile volume di Saverio Tutino (L'Ottobre cubano, Torino 1968). Per un’ analisi della politica cubana degli ultimi anni sono disponibili lo studio marxista rivoluzionario della francese Janette Habel (Cuba fra continuità e rottura, Roma 1990) e il libro intervista di Gianni Minà (Fidel, Roma 1994).
  5. La caballería è un'unità di misura di superficie di uso comune a Cuba che corrisponde a 13,43 ettari.
  6. F. Castro, La storia mi assolverà, Roma 1995, pag. 42
  7. Fulgenzio Batista, autore d un pronunciamento militare aveva già governato Cuba in modo dittatoriale dal 1933 al 1944.
  8. Il riferimento è a un episodio della lotta di indipendenza contro la Spagna.
  9. Gerardo Machado, presidente nel 1925, alla scadenza del suo mandato, rifiuterà di dimettersi, instaurando una sanguinosa dittatura.
  10. Frei Betto, op.cit., pp.123-124
  11. Fondato nel 1925 da Julio Antonio Mella, il Partito Comunista Cubano nel 1938 si era fuso con altre forze nazionaliste e rivoluzionarie assumendo il nome di Partito Socialista Popolare che mantenne fino alla fusione nel 1961 con il Movimento 26 Luglio.
1. Continua

Fotografie d'epoca di Savona


Il sesso. Questione di cervello


sabato 28 settembre 2019

San Salvatore di Valleggia. Una storia millenaria



Svolti, sguardi, figure: un paradigma indiziario



VOLTI, SGUARDI, FIGURE: UN PARADIGMA INDIZIARIO
a cura di Sandro Ricaldone

Spazio espositivo IMFI – Centro Basaglia
Ex O.P. Quarto – via Giovanni Maggio 4 – Genova
28 settembre – 28 ottobre 2019
Orario: lunedì-venerdì 14.00- 17.30
Inaugurazione: sabato 28 settembre ore 16,30

Attraverso il ritratto e l’autoritratto, nelle immagini di volti e figure, prosegue nella contemporaneità l’indagine sulla dimensione interiore che da sempre costituisce uno dei percorsi fondamentali della pittura. La mostra ricerca, nelle opere di alcuni degli artisti vicini all’Istituto delle Materie e Forme inconsapevoli e dei partecipanti ai suoi laboratori, di maestri dell’arte irregolare italiana e di autori dell’atelier di pittura di San Marcellino, una sorta di paradigma indiziario dell’Io, deprivato o gridato, esibito o nascosto; un’iconografia rappresentativa dell’odierna condizione umana.

Opere di: Roberto ANFOSSI - Giampiero ARATOLI - Nino BERNOCCO - Piero Mauro BISOGNO - Rocco BORELLA - Roberto CAMPOLI – Dario CUGINO - Angelo GAGGERO - Giancarlo GELSOMINO - Pietro GHIZZARDI - Thomas GORI - Stefano GRONDONA - Marina JUNYENT MERCADER - Giuliano MENEGON - Carlo MERELLO - Pietro MILLEFIORE - Rosanna PICARIELLO - Davide Mansueto RAGGIO - Pino RANDO - Beppe ROSSO - Cristiano SENNO.

La mostra si svolge nell’ambito delle iniziative dell’ottava edizione di QUARTO PIANETA che si svolgerà nei mesi di settembre e ottobre 2019 sul tema “Ancora insieme!” negli spazi dell’ex O.P. di Genova-Quarto e in altre sedi decentrate.


venerdì 27 settembre 2019

Stalinismo e nazismo




Giorgio Amico

Stalinismo e nazismo

In questi giorni si è letto di tutto. C'è stato perfino chi sul Manifesto di ieri, con assoluta mancanza del senso del ridicolo, ha ripreso una frase di Alcide De Gasperi del 23 luglio 1944 in cui il politico democristiano affermava che "il comunismo quale si viene attuando in URSS è agli antipodi del nazismo: il comunismo è impregnato di fratellanza cristiana". L'affermazione in sè potrebbe avere anche un senso (a prescindere dal fatto che nel 1947 si sarebbe visto cosa realmente De Gasperi pensava dell'URSS e di Stalin). Per i vecchi socialisti e perfino qualche anarchico Gesù era stato "il primo socialista". Ma la prima parte della frase chiarisce senza ombra di dubbio che non degli ideali comunisti in generale si sta parlando, ma della concreta realtà sovietica degli anni Quaranta. Quelli per intenderci in cui nel Gulag erano rinchiusi come lavoratori schiavi milioni di deportati.
L'articolo si chiudeva con il solito appello a lasciare la storia agli storici e non a politici non degni di trattare una materia così alta.

Peccato che gli storici non abbiano atteso le dichiarazioni del parlamento europeo per farlo. E da tempo. Ci limitiamo qui a ricordare due libri importanti, usciti quasi in contemporanea all'inizio del nostro secolo per due case editrici autorevoli non tacciabili di revisionismo storico o di simpatie per la destra come Bollati Boringhieri e Editori Riuniti.

Il primo (Bollati Boringhieri 2001), intitolato "Stalinismo e nazismo. Storia e memoria comparate",  a cura di Henry Rousso (allora direttore di ricerca presso il Centre nationale de recherche scientifique e direttore dell'Institut d'histoire du temp présent, entrambi a Parigi) raccoglie contributi di una decina di ricercatori prevalentemente francesi su due temi principali: la comparazione storica dei due regimi totalitari e "la memoria nell'ex-Europa comunista".


Il secondo (Editori Riuniti 2002), intitolato "Stalinismo e nazismo. Dittature a confronto", a cura di Ian Kershaw e Moshe Lewin (forse il più importante sovietologo del secolo scorso), raccoglie gli atti di un convegno tenutosi a Filadelfia nel 1991 al quale hanno preso parte studiosi di cinque paesi: Francia, Germania, Russia, Inghilterra e Stati Uniti.

Noi, allora, li trovammo molto utili a capire differenze e similarità dei due regimi e ci confermammo nell'idea che le seconde fossero di molto maggiori delle prime e che stalinismo e nazismo fossero realtà non assimilabili, frutto di storie e culture diverse, ma con profonde similarità a partire dalle modalità di gestione dell'universo concentrazionario e dunque da accomunare in una identica condanna morale e politica.

Li consigliamo a chi vuole farsi un'idea più precisa in materia, al di là delle enunciazioni di principio e dei luoghi comuni.

Buona lettura per chi avrà voglia e coraggio di farlo.


giovedì 26 settembre 2019

Ligures 3. “Il santuario delle nostre genti” il Monte Bego




Come per i celti d'Inghilterra l'antica Stonehenge, anche noi Liguri abbiamo alle nostre origini un antico santuario, una vasta area sacra: il Monte Bego e le sue valli.

Giorgio Amico

Ligures. “Il santuario delle nostre genti” il Monte Bego


Il Monte Bego (2872m. slm) è con le valli che lo circondano un immenso altare di pietra. La sua vetta è spesso coperta di nubi e sconvolta da tempeste terribili. Alle sue falde il viaggiatore incontra enormi massi erratici segnati dai fulmini, laghi e sorgenti. Un luogo di una bellezza straordinaria che ha qualcosa che immediatamente attrae e affascina. Non c'è da stupirsi che i nostri antichi progenitori avvertissero così forte la presenza del sacro da trasformarlo in un gigantesco tempio a cielo aperto.

La montagna e le valli circostanti (Valle delle Meraviglie, Val Fontanalba, Val Masca e Val d'Inferno) sono luoghi ricchi di incisioni rupestri, (oltre 40 mila) soprattutto sui costoni rocciosi nudi ed esposti, sottoposti ad erosione dalle glaciazioni quaternarie. Un tipo di pietra liscia che si presenta come una perfetta lavagna che anno dopo anno, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio rappresentò l'immaginario profondo di quegli uomini (soprattutto pastori) che di lì passarono o addirittura si radunarono in momenti precisi dell'anno per compiere grandi riti e ottenere la fertilità delle donne, degli animali, dei campi. In una parola, che la vita potesse continuare e garantire a ciascuno un'esistenza serena.



Il luogo è impervio e fa sentire chi lo percorre l'insignificanza della condizione umana di fronte alla grandezza e al mistero della montagna e del cosmo. Niente, come una notte in quelle valli sotto un cielo bianco di stelle e l'ombra gigantesca della montagna, fa sentire piccoli e insignificanti e fa nascere domande sul senso vero e profondo della nostra esistenza.

Una realtà molto varia, con valli verdi, ricche d'acqua e di laghi (Fontanalba) e altre pietrose e quasi impraticabili, come la Val d'Inferno di cui lo storico e geografo Emanuele Celesia (1821-1889) scrive:

« Valle d’Inferno, nome che ben le si addice per la desolazione che regna d’ intorno, pel tetrico color delle rupi che d’ogni banda l’accerchiano, per il difetto di ogni vegetazione da poche erbe infuori nell’estiva stagione e per l’orridezza del luogo. Il pauroso silenzio di quella sconsolata vallea non è rotto che dagli stridi dei falchi e delle aquile che formano tra quei dirupi i lor nidi ».

In realtà le prime descrizioni sono molto più antiche. Possiamo trovare un primo riferimento scritto nel 1460 in un lettera di Pierre de Monfort che scrive. "C'etatit lieu infernal avec que figures de diables et mille démones partout taillez en rochiers" (Era un luogo infernale con figure di diavoli e mille demoni scolpiti nelle rocce). da qui il nome che gli resterà di Val d'Inferno.

In una guida del 1650 il nizzardo Pietro Gioffredo (1629-1692), autore di una monumentale storia delle Alpi Marittime (oggi comodamente leggibile su Internet), descrive i luoghi sulla base della relazione di Onorato Lorenzo, parroco del paese di Belvedere.

"I laghi su menzionati sono detti laghi delle Meraviglie perché nei loro pressi sono state rinvenute, e ciò è motivo di grande meraviglia nei visitatori, rocce di vari colori, quasi levigate, che portano incise un migliaio di figure".

Nel XIX secolo è la volta di numerosi naturalisti, storici, geologi che osservano, rilevano e interpretano quelle sorprendenti incisioni. Per il grande geografo francese Elisée Reclus (1830-1905) le incisioni sono il ricordo del passaggio di Annibale attraverso le Alpi. Una teoria molto immaginifica a cui risponde il genovese Arturo Issel (1842-1922), primo vero grande studioso delle caverne del Finalese:

"L’ipotesi che attribuisce i bizzarri geroglifici ad Annibale, raccolta da Elisée Reclus, come quella che li vuol tracciati per opera dei Cartaginesi guidati dai duci che militavano col celebre condottiere, caldeggiata da Fodérè, son prive di ogni sussidio storico, etnografico ed archeologico. Superfluo il dimostrare, pur ammettendo il transito pel varco di Tenda di un’oste cartaginese, quanto è assurdo supporre che si sia indugiata a scolpir migliaia di figure sulle rupi, in regione lontana da ogni via praticabile e nella quale regna quasi perennemente il rigor dell’ inverno".

Se non erano cartaginesi, le incisioni erano di origine fenicia. Questa la tesi di Emanuele Celesia, secondo cui gli autori delle incisioni di Val d’Inferno e di Val Fontanalba erano Fenici approdati in tempi antichi, per ragioni di commercio, ai lidi della Liguria e saliti poi sulle Alpi alla ricerca di metalli.

Per una soluzione definitiva del mistero delle incisioni occorre attendere il 1897 e l'arrivo di un inglese, un po' stravagante almeno agli occhi degli indigeni, Clarence Bicknell (1842-1918).



Clarence è un pastore anglicano, scienziato naturalista per passione, dotato di buone risorse economiche. Nel 1878 si stabilisce a Bordighera e subito si dedicò allo studio della flora, non solo della riviera, ma anche delle vicine Alpi Marittime. Nel 1881 sale in val Fontanalba, sul Monte Bego, per studiare la flora locale e nota alcune incisioni rupestri. Dal 1897 al 1918 passa le estati a Casterino documentando per la prima volta in modo scientifico le incisioni. Del suo lavoro restano ben 16 mila calchi e migliaia di fotografie.

Arturo Issel, di cui abbiamo già parlato, studia i materiali di Bicknell e nel 1907 trae le sue conclusioni:

I. Le figure incise risalgono a tempi remotissimi. Alcuni dei manufatti rappresentati si riferiscono a tipi propri alla così detta prima età del bronzo.
II. Esse furono eseguite da gente dedita all’agricoltura e alla pastorizia, ben più che alla caccia e alla guerra. Le immagini di aratri e di erpici escludono che gli artefici fossero esclusivamente pastori. Tali immagini, associate ad altre assai più numerose di teste e corpi cornuti, le prime provviste di orecchie o senza, i secondi muniti o no di gambe e di coda, dimostrano che queste figure cornute non sono il noto emblema fenicio, ma rappresentano bovi liberi od aggiogati per servire a lavori campestri.
III. Mentre molte figure rappresentano manufatti, animali od uomini, altre sono indubbiamente ridotti a schemi ed avevano, secondo ogni verosimiglianza, significato simbolico.
IV. Gli artefici delle incisioni non vivevano abitualmente nelle alte valli in cui tracciarono quelle misteriose figure, ma in ragioni coltivabili, più ospitali dal punto di vista del clima e delle produzioni; non provenivano però dalla Liguria Marittima. I territori più vicini in cui si danno le condizioni opportune per la prosperità di tribù dedite all’agricoltura sono le valli della Vesubia e della Roia a sud, quelle del Vermenagna e d’altri affluenti del Po a nord.
V. Non v’ha una sola figura che rappresenti con sicurezza un animale esotico.
VI. Il numero delle figure, il lungo e malagevole lavoro a prezzo del quale furono ottenute, le condizioni climatologiche, l’asprezza e la sterilità dei luoghi, disadatti alla dimora dell’uomo, porgono chiara prova che si annetteva loro grande importanza e furono eseguite a gran distanza dalle abitazioni in territori remoti, difficilmente accessibili, inospitali, per preservarle dal pericolo di andar distrutti e forse anche per sottrarle alla vana curiosità degli estranei. Un tal sentimento si concilia agevolmente co’ supposto che i geroglifici avessero un significato religioso o politico.
VII. Lo stile dei disegni si accosta principalmente a quello delle figure che si vedono scolpite o graffite in buon numero di monumenti megalitici (dolmen e menhir), sui quali bene spesso sono rappresentati l’accetta di bronzo inmanicata, rozzi stemmi (cartouches), ornamenti svariati, come circoletti, spirali ecc. ed anche immagini d’uomini e d’animali.
VIII. La mancanza di avanzi umani sepolti o combusti presso le rupi scolpite, ed altri caratteri, escludono assolutamente il sospetto che si tratti di iscrizioni funerarie.
Le ipotesi da tenersi in maggior conto, circa il significato delle nostre scolture, sarebbero a parer mio le seguenti : а) Che fossero destinate a perpetuare la memoria di un culto misterioso o di sacrifizi offerti alla divinità.
b) Che fossero in certo modo un archivio destinato a conservare il ricordo di eventi memorabili, come vittorie conseguite, paci o tregue concluse, controversie composte, nuovi ordinamenti amministrativi o politici, alleanze, matrimoni.
c) Che avessero per oggetto di determinare i confini di territori soggetti a singole tribù o nazioni, o di definire titoli di proprietà o diritti di pascolo, che fossero in certo modo lodi, giudizi arbitrali, trattati, intesi a risolvere contestazioni tra popoli o tribù.

Grazie al lavoro di Bicknell e poi di Issell subito dopo la prima guerra mondiale finalmente lo Stato italiano (allora la zona del Bego era ancora italiana, diventerà francese dopo la seconda guerra mondiale nel 1947 con il Trattato di pace) inizia a farsi carico del problema della catalogazione e dello studio sistematico delle incisioni.



Il primo lavoro archeologico sistematico è avviato nel 1920 da Piero Barocelli (1887-1981). Animato da una visione lungimirante, l'archeologo costruisce un rifugio a 2000 metri di altitudine nei pressi del Lago Lungo Superiore per ospitare le spedizioni di studio che, negli anni successivi, saranno necessarie per interpretare l'immensa quantità di incisioni. Nel 1930 conferisce l‘incarico di iniziare i lavori a Carlo Conti, scultore di Borgosesia che ispeziona le valli intorno al Monte Bego e scopre migliaia di rocce incise, ne fa l’inventario, le riproduce,  ne realizza dei calchi in gesso. È il primo a creare un sistema di riferimento per situarle nello spazio: divide la regione in settori, i settori in zone, le zone in gruppi e attribuisce un numero a ogni roccia incisa secondo un preciso percorso geografico. Il suo “Corpus della zona I” è stato pubblicato nel 1972.

La guerra interrompe queste ricerche. Le valli e gli stessi crinali del Bego sono devastati dalla costruzione di strade militari, fortini, casermette ancora oggi visibili. Molte delle incisioni vengono distrutte o fortemente danneggiate.

Nel 1967, il francese (come si è visto, si tratta ormai di territorio francese) Henry de Lumley riprende lo studio delle incisioni della regione del Monte Bego con l’obiettivo di realizzarne un corpus completo e dettagliato. Il ricercatore, basandosi sulla cartografia di Carlo Conti, riprende la sua spartizione in zone e gruppi. Nel 2003 vengono pubblicati i primi due tomi, dei ventiquattro complessivi, della monografia del Monte Bego,  Ogni volume presenta una zona sotto tutti gli aspetti: geologia, geomorfologia, vegetazione, rilevazione di tutte le rocce incise, protostoriche e storiche, lo studio delle incisioni, le mappe dei diversi ricoveri sotto massi e delle costruzioni militari, come pure un tentativo di interpretazione del sito.

Secondo questa metodologia le incisioni possono essere suddivise in tre grandi categorie: corniformi (80%, bovidi), armi (7.5%, pugnali e alabarde), reticolati (12.5%, reticoli ortogonali e incisioni topografiche).



Le incisioni più antiche sono quelle geometriche, interpretabili come composizioni topografiche così come quelle simili della Val Camonica; risalgono al Neolitico (V-IV millennio a.C.). Ad esse seguono numerose figure di armi, in particolare pugnali e alabarde le quali, grazie ai confronti archeologici, possono essere attribuite all'età del Rame (III millennio a.C.), e in misura minore all'antica età del Bronzo (2200-1800 a.C.).
Le rappresentazioni di armi indicano tuttavia che è durante l’Età del Rame, verso il 3300 a.C., che vengono realizzate la maggior parte delle incisioni rupestri della zona del Monte Bego. Gli uomini della prima Età del Bronzo continuano l’opera scolpita dai loro antenati mantenendo e attualizzandoli, i simboli.

Questo millenario lavoro di incisione si interrompe in epoca storica, tra la fine della prima Età del Bronzo e il periodo dell’impero romano: un’incisione del II secolo d.C. attesta, infatti, il passaggio di un uomo, che incide una frase scurrile “Hoc qui scripsit patri mei filium pedicavit“, un po' come un tempo si faceva nei gabinetti pubblici e oggi, purtroppo, su.... Facebook. Poi, fino al Medioevo più nulla. In questa epoca e nei secoli seguenti, sono incise sulle rocce iscrizioni e figure schematiche, a volte, appena visibili, rappresentanti pastori, militari, viandanti, forse anche pellegrini sul cammino di san Giacomo, e perfino immagini di barche. Le incisioni sono spesso accompagnate da date che ne determinano con precisione il periodo. di nuovo il Bego diventa un grande santuario all'aperto, questa volta cristiano. Marinai scampati a naufragi e tempeste salgono fin lassù per incidere sulle pietre rozzi ex-voto. Una dimostrazione della sacralità intrinseca dei luoghi, al di là dell'avvicendarsi delle religioni.

Perchè il Bego è una montagna sacra. Il luogo dove si manifesta in tutta la sua potenza (il fulmine) il numinoso, il luogo dell'incontro con Dio. proprio come il Monte Sinai dove Mosè ricevette le tavole della Legge o il tibetano Monte Meru centro dell'universo dove si trova il Paradiso, o il monte Olimpo degli antichi greci. Per millenni luogo di raduno di pastori transumanti provenienti dall'attuale Provenza, Liguria di Ponente e Piemonte Occidentale, ossia dalle terre dei Liguri. In quelle occasioni le tribù sparse ritrovavano la loro antica origine comune, rinsaldavano legami di alleanza, regolavano l'so dei pascoli, delle fonti e delle vie di passaggio.

Per questo Nino Lamboglia ha definito il Bego “il santuario delle nostre genti”, una definizione che coglie perfettamente la natura di quei luoghi e lo spirito di coloro che si spingono fin lassù. Perchè salire sul Bego o attraversare le valli che lo serrano in un abbraccio, non è una escursione in montagna come le altre. Quei luoghi, quelle incisioni, così cariche di mistero producono sensazioni che è difficile far comprendere a chi non c'è stato.



Una magia profonda, già dal nome, che viene dall'indoeuropeo Beg. La stessa radice è alla base del nome del monte Beigua, dove non a caso si trovano incisioni dello stesso tipo. Un luogo sacro al signore delle tempeste, fecondatore della terra che fa scendere la pioggia a fecondare la terra, far crescere l'erba e gli armenti. Da qui le corna, simbolo universale del potere fecondante, simboleggiato poi dal pugnale, dalla lama che trafigge come un raggio solare, segno della potenza celeste fonte di vita e di luce.

In due figure, quella del mago e quella dell'orante, ritroviamo questa simbologia ed una traccia di quegli antichi riti. L'orante diventa l'axis mundi, il mediatore tra cielo e terra, come l'albero cosmico o appunto la montagna sacra. La vetta, avvolta da nubi e sconvolta dal rombo di tuoni e dal bagliore accecante dei fulmini, è il luogo della ierofania, dello sposalizio rituale del cielo con la terra, il punto di congiunzione dell'elemento maschile e di quello femminile, l'origine della vita.

Visto così, davvero, anche per noi moderni, disincantati e laici, il monte Beigua rappresenta ancora "il santuario delle nostre genti".

Avvertenza:
Per un corretto approccio al materiale ricordiamo ancora che si tratta solo di appunti per un ciclo di lezioni svolte negli anni scorsi e non di materiali strutturati.

3. Continua

mercoledì 25 settembre 2019

Stalinismo: il potere del mito



Il mio post sulla risoluzione del Consiglio d'Europa ha scatenato reazioni e critiche molto forti. Credevo alla mia età di non stupirmi più di niente e invece, devo ammetterlo, queste reazioni mi hanno profondamente stupito. Ancora una volta ho dovuto verificare come avesse ragione Marx a sostenere che nella storia  «il morto afferra il vivo e lo fa prigioniero» , o grandi studiosi come Jung ed Eliade sul potere del mito.
Contro la forza del mito è inutile combattere o appellarsi alla ragione, sopratutto se questo mito fa parte dell'immaginario profondo di persone che su di esso hanno costruito la loro vita. Contro un "vero credente" un laico non ha argomenti. E questo vale per la religione, come per la politica.
La lettera, che segue, indirizzata ad un amico e compagno carissimo che con molto garbo criticava il mio intervento, riepiloga il mio punto di vista. Altro non mi sentirei di aggiungere.


Caro ..... , le cose che scrivo oggi sullo stalinismo le scrivevo trent'anni fa su Bandiera Rossa, il giornale della Quarta Internazionale. Proprio per aver militato fin da ragazzo nell'area del comunismo antistalinista , prendendomi insulti e anche botte dai militanti del PCI che ci accusavano di essere fascisti o prezzolati dagli americani, resto a 70 anni fermamente convinto che il comunismo sia un grande ideale di libertà e fraternità umana e che, compito dei comunisti, sia riportarlo alla sua autentica natura libertaria.

Per questo nel 1991 aderii con entusiasmo al progetto di Rifondazione comunista, pensando che finalmente si sarebbe fatta chiarezza sull'enorme opera di mistificazione che lo stalinismo (anche nella sua versione italiana: il togliattismo) aveva portato avanti per decenni, spacciando per comunismo una dittatura che per ferocia e inumanità poteva essere paragonata solo al nazismo. Inutile , li conosci, citarti le migliaia di testimonianze (fra cui quelle dei comunisti italiani fuggiti in URSS durante il fascismo e finiti nel Gulag) e di studi. Inutile ricordare l'assassinio di Trotsky in Messico, di Nin in Spagna, di Tresso e di migliaia di comunisti veri, compresa la quasi totalità della vecchia guardia bolscevica in URSS.

I prodigiosi sviluppi dell'economia, di cui tanti parlano ancora per giustificare il regime, si fondavano sull'assoluta mancanza di diritti dei lavoratori (si finiva nel Gulag anche per minime mancanze sul lavoro o perchè la fabbrica non aveva raggiunto gli obiettivi dl piano) e su milioni di lavoratori schiavi nell'Arcipelago Gulag.

La prima vittima del regime staliniano fu il popolo sovietico. Il libro della Applebaum appena uscito ne è una testimonianza eloquente. Lo stesso si può dire dei popoli dei paesi dell'Est che subirono entrambi i totalitarismi, quello nazista e quello staliniano. I lavoratori di quei paesi,gli operai delle fabbriche, insorsero in Ungheria nel 1956, a Praga nel 1968, in Polonia nel 1970. Le uniche vere grandi rivolte operaie del dopoguerra avvennero in paesi che avevano la sfrontatezza di definirsi comunisti.

Sono fermamente convinto che quei milioni di uomini e donne morti, imprigionati, privati della loro dignità di essere umani e dunque liberi, vadano ricordati, come le vittime della Shoah, con la speranza, forse utopica, che il ricordo, la Memoria, impedisca il ripetersi di simili tragedie. Per questo, al di là di singole affermazioni e semplificazioni (è un documento politico frutto di mediazioni e compromessi, non un trattato di storia), condivido la risoluzione.

Chi dice che la storia va lasciata agli storici dimentica che gli storici hanno (e non da oggi) già dato un giudizio definitivo sull'orrore immenso che fu lo stalinismo. 

Un abbraccio fraterno.

Giorgio

sabato 21 settembre 2019

Stalinismo: un passato che non passa



Ai compagni dalla memoria corta e agli orfani di Stalin

Riprendiamo la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre sull'importanza della memoria, che condividiamo largamente. Aggiungiamo due considerazioni:
La memoria è indivisibile. Non si può occultarne una parte. I crimini dello stalinismo non sono una invenzione della propaganda. Fino almeno dal 1956 (ma per chi ha memoria anche dai grandi processi moscoviti degli anni Trenta) è chiaro che ridurre gli orrori dello stalinismo a presunti errori di Stalin significa mistificare la realtà. Lo stalinismo non fu una deviazione, ma la politica ufficiale dell'Unione Sovietica dal 1924 fino agli anni '80 del secolo scorso e comportò veri e propri crimini contro l'umanità, a partire dalle vittime (cinque milioni) della grande carestia nell'Ucraina del 1931-33.
Negare che la seconda guerra mondiale sia stata preparata dal patto Ribentrop-Molotov e scatenata materialmente dall'aggressione nazi-staliniana alla Polonia e che questo costò milioni di morti, a partire dai trentamila ufficiali polacchi fucilati dai russi a Katyn,  è puro revisionismo storico. Esattamente come negare la Shoah. 
Detto questo, prima di tranciare sbrigativi giudizi e gridare allo scandalo, invitiamo a leggere il testo della risoluzione (che alleghiamo integralmente).
E' comunque deprimente verificare come lo stalinismo e le sue menzogne resti ancora oggi così profondamente parte del modo di pensare di una certa sinistra che pure si vuole moderna e rifondata.

Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa
Il Parlamento europeo,

–  visti i principi universali dei diritti umani e i principi fondamentali dell'Unione europea in quanto comunità basata su valori comuni,
–  vista la dichiarazione rilasciata dal primo Vicepresidente Timmermans e dalla Commissaria Jourová il 22 agosto 2019, alla vigilia della Giornata europea di commemorazione delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari,
–  vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite adottata il 10 dicembre 1948,
–  vista la sua risoluzione del 12 maggio 2005 sul sessantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa, l'8 maggio 1945,
–  vista la risoluzione 1481 dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, del 26 gennaio 2006, relativa alla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi totalitari comunisti,
–  vista la decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio, del 28 novembre 2008, sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale,
–  vista la Dichiarazione di Praga sulla coscienza europea e il comunismo, adottata il 3 giugno 2008,
–  vista la sua dichiarazione sulla proclamazione del 23 agosto come Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo, approvata il 23 settembre 2008,
–  vista la sua risoluzione del 2 aprile 2009 su coscienza europea e totalitarismo,
–  vista la relazione della Commissione del 22 dicembre 2010 sulla memoria dei crimini commessi dai regimi totalitari in Europa (COM(2010)0783),
–  viste le conclusioni del Consiglio del 9-10 giugno 2011 sulla memoria dei crimini commessi dai regimi totalitari in Europa,
–  vista la Dichiarazione di Varsavia del 23 agosto 2011 sulla Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari,
–  vista la dichiarazione congiunta del 23 agosto 2018 dei rappresentanti dei governi degli Stati membri dell'Unione europea per commemorare le vittime del comunismo,
–  vista la sua storica risoluzione sulla situazione in Estonia, Lettonia e Lituania, approvata il 13 gennaio 1983 in risposta al cosiddetto "appello baltico", presentato da 45 cittadini di detti paesi,
–  viste le risoluzioni e le dichiarazioni sui crimini dei regimi totalitari comunisti, adottate da vari parlamenti nazionali,
–  visto l'articolo 132, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,
A.  considerando che quest'anno si celebra l'ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che ha causato sofferenze umane fino ad allora inaudite e ha portato all'occupazione di taluni paesi europei per molti decenni a venire;
B.  considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l'Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale;
C.  considerando che, come diretta conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop, seguito dal "trattato di amicizia e di frontiera" nazi-sovietico del 28 settembre 1939, la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l'Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia;
D.  considerando che, dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall'Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico;
E.  considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature;
F.  considerando che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste;
G.  considerando che, fin dall'inizio, l'integrazione europea è stata una risposta alle sofferenze inflitte da due guerre mondiali e dalla tirannia nazista, che ha portato all'Olocausto, e all'espansione dei regimi comunisti totalitari e antidemocratici nell'Europa centrale e orientale, nonché un mezzo per superare profonde divisioni e ostilità in Europa attraverso la cooperazione e l'integrazione, ponendo fine alle guerre e garantendo la democrazia sul continente; che per i paesi europei che hanno sofferto a causa dell'occupazione sovietica e delle dittature comuniste l'allargamento dell'UE, iniziato nel 2004, rappresenta un ritorno alla famiglia europea alla quale appartengono;
H.  considerando che occorre mantenere vivo il ricordo del tragico passato dell'Europa, onde onorare le vittime, condannare i colpevoli e gettare le basi per una riconciliazione fondata sulla verità e la memoria;
I.  considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;
J.  considerando che trent'anni fa, il 23 agosto 1989, ricorreva il cinquantesimo anniversario del patto Molotov-Ribbentrop e le vittime dei regimi totalitari sono state commemorate nella Via Baltica, una manifestazione senza precedenti cui hanno partecipato due milioni di lituani, lettoni ed estoni, che si sono presi per mano per formare una catena umana da Vilnius a Tallinn, passando attraverso Riga;
K.  considerando che, nonostante il 24 dicembre 1989 il Congresso dei deputati del popolo dell'URSS abbia condannato la firma del patto Molotov-Ribbentrop, oltre ad altri accordi conclusi con la Germania nazista, nell'agosto 2019 le autorità russe hanno negato la responsabilità di tale accordo e delle sue conseguenze e promuovono attualmente l'interpretazione secondo cui la Polonia, gli Stati baltici e l'Occidente sarebbero i veri istigatori della Seconda guerra mondiale;
L.  considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;
M.  considerando che gruppi e partiti politici apertamente radicali, razzisti e xenofobi fomentano l'odio e la violenza all'interno della società, per esempio attraverso la diffusione dell'incitamento all'odio online, che spesso porta a un aumento della violenza, della xenofobia e dell'intolleranza;
1.  ricorda che, come sancito dall'articolo 2 TUE, l'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze; rammenta che questi valori sono comuni a tutti gli Stati membri;
2.  sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l'obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l'Europa in due zone d'influenza;
3.  ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell'umanità, e rammenta l'orrendo crimine dell'Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l'umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari;
4.  esprime il suo profondo rispetto per ciascuna delle vittime di questi regimi totalitari e invita tutte le istituzioni e gli attori dell'UE a fare tutto il possibile per garantire che gli orribili crimini totalitari contro l'umanità e le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani siano ricordati e portati dinanzi ai tribunali, nonché per assicurare che tali crimini non si ripetano mai più; sottolinea l'importanza di mantenere vivo il ricordo del passato, in quanto non può esserci riconciliazione senza memoria, e ribadisce la sua posizione unanime contro ogni potere totalitario, a prescindere da qualunque ideologia;
5.  invita tutti gli Stati membri dell'UE a formulare una valutazione chiara e fondata su principi riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista;
6.  condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo, all'interno dell'Unione;
7.  condanna il revisionismo storico e la glorificazione dei collaboratori nazisti in alcuni Stati membri dell'UE; è profondamente preoccupato per la crescente accettazione di ideologie radicali e per il ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza nell'Unione europea ed è turbato dalle notizie di collusione di leader politici, partiti politici e forze dell'ordine con movimenti radicali, razzisti e xenofobi di varia denominazione politica in alcuni Stati membri; invita gli Stati membri a condannare con la massima fermezza tali accadimenti, in quanto compromettono i valori di pace, libertà e democrazia dell'UE;
8.  invita tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell'UE e a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi inserendo la storia e l'analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell'Unione; invita gli Stati membri a promuovere la documentazione del tragico passato europeo, ad esempio attraverso la traduzione dei lavori dei processi di Norimberga in tutte le lingue dell'UE;
9.  invita gli Stati membri a condannare e contrastare ogni forma di negazione dell'Olocausto, compresa la banalizzazione e la minimizzazione dei crimini commessi dai nazisti e dai loro collaboratori, e a prevenire la banalizzazione nei discorsi politici e mediatici;
10.  chiede l'affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani; incoraggia gli Stati membri a promuovere l'istruzione attraverso la cultura tradizionale sulla diversità della nostra società e sulla nostra storia comune, compresa l'istruzione in merito alle atrocità della Seconda guerra mondiale, come l'Olocausto, e alla sistematica disumanizzazione delle sue vittime nell'arco di alcuni anni;
11.  chiede inoltre che il 25 maggio (anniversario dell'esecuzione del comandante Witold Pilecki, eroe di Auschwitz) sia proclamato "Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo", in segno di rispetto e quale tributo a tutti coloro che, combattendo la tirannia, hanno reso testimonianza del loro eroismo e di vero amore nei confronti dell'umanità, dando così alle future generazioni una chiara indicazione dell'atteggiamento giusto da assumere di fronte alla minaccia dell'asservimento totalitario;
12.  invita la Commissione a fornire un sostegno effettivo ai progetti di memoria e commemorazione storica negli Stati membri e alle attività della Piattaforma della memoria e della coscienza europee, nonché a stanziare risorse finanziarie adeguate nel quadro del programma "Europa per i cittadini" per sostenere la commemorazione e il ricordo delle vittime del totalitarismo, come indicato nella posizione del Parlamento sul programma "Diritti e valori" 2021-2027;
13.  dichiara che l'integrazione europea, in quanto modello di pace e di riconciliazione, è il frutto di una libera scelta dei popoli europei, che hanno deciso di impegnarsi per un futuro comune, e che l'Unione europea ha una responsabilità particolare nel promuovere e salvaguardare la democrazia e il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto, sia all'interno che all'esterno del suo territorio;
14.  sottolinea che, alla luce della loro adesione all'UE e alla NATO, i paesi dell'Europa centrale e orientale non solo sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi, ma hanno anche dato prova di successo, con l'assistenza dell'UE, nelle riforme e nello sviluppo socioeconomico; sottolinea, tuttavia, che questa opzione dovrebbe rimanere aperta ad altri paesi europei, come previsto dall'articolo 49 TUE;
15.  sostiene che la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l'élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e ad esaltare il regime totalitario sovietico; invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato;
16.  è profondamente preoccupato per gli sforzi dell'attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l'Europa democratica allo scopo di dividere l'Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi;
17.  esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti;
18.  osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari;
19.  condanna il fatto che forze politiche estremiste e xenofobe in Europa ricorrano con sempre maggior frequenza alla distorsione dei fatti storici e utilizzino simbologie e retoriche che richiamano aspetti della propaganda totalitaria, tra cui il razzismo, l'antisemitismo e l'odio nei confronti delle minoranze sessuali e di altro tipo;
20.  esorta gli Stati membri ad assicurare la loro conformità alle disposizioni della decisione quadro del Consiglio, in modo da contrastare le organizzazioni che incitano all'odio e alla violenza negli spazi pubblici e online, nonché a vietare di fatto i gruppi neofascisti e neonazisti e qualsiasi altra fondazione o associazione che esalti e glorifichi il nazismo e il fascismo o qualsiasi altra forma di totalitarismo, rispettando nel contempo l'ordinamento giuridico e le giurisdizioni nazionali;
21.  sottolinea che il tragico passato dell'Europa dovrebbe continuare a fungere da ispirazione morale e politica per far fronte alle sfide del mondo odierno, come la lotta per un mondo più equo e la creazione di società aperte e tolleranti e di comunità che accolgano le minoranze etniche, religiose e sessuali, facendo in modo che tutti possano riconoscersi nei valori europei;
22.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, alla Duma russa e ai parlamenti dei paesi del partenariato orientale.








Angelo Ruga. Paesaggi esistenziali


Memoria ed identità del Partito Comunista Italiano




sabato 28 settembre
ore16.00
alla SMS Serenella
Savona
INCONTRO a tema:

"Memoria ed identità del Partito Comunista Italiano"

• presiede Dilvo Vannoni
• Franco Astengo : memoria ed identità del PCI
• Bruno Marengo : l'organizzazione del PCI partito di massa
• Sergio Tortarolo: la cultura politica del PCI da Togliatti a Berlinguer
•Giuseppe Milazzo : le origini del PCI a Savona
•Donatella Ramello: il PCI e le lotte delle donne
•Franca Ferrando: la funzione pedagogica del PCI

INTERVENTI E DIBATTITO

dopo l'incontro APERICENA GRAN BUFFET € 10


giovedì 19 settembre 2019

Ligures 2: il "popolo del cigno", nemico di Ercole




Oggi trattiamo di miti. Gli antichi chiamavano i Liguri il "popolo del cigno" e li ricordavano come fieri avversari di Ercole.

Giorgio Amico

Il "popolo del cigno", nemico di Ercole

Eschilo, nel suo “Prometeo Liberato” (circa 460 a.C.), andato purtroppo in larga parte perduto, racconta come il protagonista, per ricompensare Ercole, il quale ha ucciso l'aquila che lo tormentava, gli preannuncia il cammino che dovrà percorrere e le insidie che incontrerà nel sostenere le sue ultime fatiche. E' solo un frammento citato da Strabone che lo usa per parlare dei Liguri:

"Giungerai  poi all’impavido popolo dei Liguri. Lì, io lo so bene, non avrai nostalgia di battaglie, benché tu sia impetuoso: è destino infatti che in quel paese ti vengano a mancare anche le armi: e non potrai avere neppure una pietra dalla terra, perché in tutto il luogo è molle: e Zeus, vedendoti privo di mezzi, avrà compassione di te e mandando una nube con una pioggia di rotonde pietre darà ombra alla terra: tu poi scagliandole facilmente disperderai il popolo dei Liguri".

Lo abbiamo già visto, il luogo è stato individuato nella Piana della Crau, alle spalle di Marsiglia per le particolari caratteristiche presentate: una larga piana cosparsa di grosse pietre rotonde. Potrebbe però essere - è la tesi della professoressa Giannattasio- la piana di Vada Sabazia dove esisteva un santuario dedicato a Ercole. Il termine Vada indica infatti un luogo paludoso. Lo scontro sarebbe dunque avvenuto nell'attuale zona del Lussu, appena dopo il ponte sul torrente Quiliano.

In un'altra versione (Pseudo Apollodoro II sec. a.C.) si racconta dei due figli di Poseidone, due giganti chiamati Alebion e Derkynos che attaccarono Ercole durante il viaggio di ritorno dell'eroe a Creta per derubarlo delle mandrie rubate a Gerione. Secondo una tesi moderna i due fratelli in realtà rappresenterebbero le due grandi città liguri di Album Intemelium e Album Ingaunum che per secoli sbarrarono la strada all'espansione lungo la costa ligure dei greci di Massalia.

In un'altra versione ancora si parla di un attacco avvenuto sulla via erculea che attraversava le Alpi nella zona, già allora trafficata, dell'attuale Tenda.

Concludendo, nelle sue varie versioni il mito ci parla dell'espansionismo greco e del suo scontro con i Liguri, ma anche del brigantaggio/pirateria che questo popolo esercitava sulle vie alpine e sulle rotte marittime. Dionigi Alicarnasso (60 a.C.-7 d.C.) ci parla di un popolo numeroso e bellicoso che abita presso i passi alpini e rende difficile e pericolo il passaggio ai viaggiatori e ai mercanti.

Il popolo del Cigno

Ma il più poetico mito riguardante i Liguri è quello di Cycnus. Secondo il mito, Fetonte, per far vedere ad un amico di essere veramente figlio di Elios, pregò il padre di lasciargli guidare il carro del Sole; ma, a causa della sua inesperienza, ne perse il controllo, i cavalli si imbizzarrirono. Prima salirono troppo in alto, bruciando un tratto del cielo che divenne la Via Lattea, quindi scesero troppo vicino alla terra, devastando la Libia che divenne un deserto. Gli abitanti della terra chiesero aiuto a Zeus che intervenne per salvare la terra e, adirato, scagliò un fulmine contro Fetonte, che cadde alle foci del fiume Eridano, il fiume che divideva il mondo conosciuto dall'estremo Nord abitato dagli Iperborei. Per alcuni autori antichi da identificarsi con il Rodano, secondo altri con il Po.

Il mito racconta anche del dolore delle tre sorelle di Fetonte che impietosì a tal punto Zeus che questi prima mutò le loro lacrime in ambra e poi trasformo le fanciulle in pioppi.

Cycnus, secondo Esiodo re della Liguria, giovane in possesso di una voce melodiosa che amava cantare e comporre musica, era intimo amico di Fetonte. Vedendolo precipitare e morire, piangeva sconsolato con le tre fanciulle. E così Zeus lo trasformò in un cigno, animale che, secondo la leggenda, canta soavemente quando sta per morire.

Il mito ebbe grande fortuna nell'antichità, ma non convinse tutti. Pausania , uno scrittore del II sec. d.C., riprese la leggenda ma con un ironico scetticismo:

«Il cigno è un uccello dalla fama di musico; si dice infatti che un musico di nome Cicno sia stato re dei Liguri abitanti al di là del Po oltre il territorio dei Celti e che, dopo la sua morte, sia stato trasformato in quell'uccello per volontà di Apollo. Io però posso credere che un musico sia stato re dei Liguri, ma non mi sembra credibile che egli da uomo che era sia diventato uccello».

Il mito riprende il tema del legame dei Liguri con la musica, già visto in Omero, e introduce un nuovo elemento: quello dell'ambra. Questo prezioso materiale, proveniente dal Baltico, aveva uno dei suoi più importanti centri di lavorazione e vendita a Genova, antichissimo emporio commerciale, per cui (ce lo racconta il mito di Fetonte) per gli antichi la Liguria è la terra dell'ambra che addirittura si pensava venisse estratta dal sottosuolo come il carbone.

Della leggenda di Cycnus si riparlò negli anni '70 dello scorso secolo, quando si doveva decidere lo stemma della neocostituita Regione Liguria. Qualcuno propone il cigno, a ricordo degli antichi Liguri "popolo del cigno". Si scelse poi una banalissima caravella. Continuiamo a pensare che sia stata una scelta sbagliata.

2. Continua


lunedì 16 settembre 2019

Beppe Dellepiane, Collages anni '60




Beppe Dellepiane
Collages anni ’60
a cura di Sandro Ricaldone

Entr'acte
via sant'Agnese 19R – Genova
19 settembre – 9 ottobre 2019
orario: mercoledì-venerdì 16-19
inaugurazione:
giovedì 19 settembre, ore 18


Entr’acte apre la nuova stagione espositiva con una nuova mostra di Beppe Dellepiane dedicata a una serie di collages realizzati dall’artista attorno alla metà degli anni ’60.

Si tratta di una serie di lavori composti con frammenti di riproduzioni di disegni dell’autore stesso alternati a succinti brani verbali estratti da riviste e quaderni scolastici impaginati su cartoncino nero formato A4. Ne emergono immagini in cui scrittura e segno di ascendenza vagamente informale, spezzandosi e capovolgendosi, si spingono a negare la propria l’identità originaria, per costruire un’arrischiata sintesi di caos e geometria.

Completa la rassegna Sinthicos un assemblaggio di modelli per ricamo del 1981-82 dove le rappresentazioni convenzionali della scultura e della pittura si fronteggiano, fissate in una sorta di dialogo muto e melanconico.


domenica 15 settembre 2019

Ligures 1. “Ligues”: i Liguri tra il mito e la storia




Giorgio Amico

Ligues”: i Liguri tra il mito e la storia

Negli anni scorsi abbiamo tenuto per l'UniSabazia di Vado L. e il MUDA di Albisola corsi sulla storia e la cultura dei Liguri antichi. Proponiamo una sintesi di quei materiali, ricordando che si tratta di appunti per una lezione e non di materiale strutturato.

Le fonti

La storia la scrivono i vincitori. Mai detto fu più appropriato per i Liguri. Non abbiamo alcun testo in cui i Liguri parlino di sé. Di conseguenza le nostri fonte sono greche e romane.

Anche lo stesso nome etnico “Liguri” è dovuto ai Greci. Restano i nomi tribali, numerosissimi. Liguri è il modo in cui li chiamano i greci quando entrano intorno al VII secolo a.C. in contatto con loro. Popolo senza scrittura, i Liguri hanno lasciato molte tracce materiali, ma per sapere qualcosa di più organico su di loro dobbiamo rivolgerci a chi con loro entrò in contatto, come i Greci e i Romani che ne parlarono diffusamente in termini geografici, economici, politici, sociali, ma anche mitici.

In realtà, prima dei Greci e dei Romani Fenici, Cartaginesi, Etruschi e Celti avevano stabilito con i Liguri legami economici e politici intensi e duraturi di cui restano molte tracce materiali, ma nessun testo scritto. Le nostre fonti dunque restano solo quelle greche e romane.

Il nome

Il termine greco con cui i Liguri sono designati è Ligues che diventerà poi Ligures. Terra ligustica il territorio che abitano. In realtà si tratta di una serie di termini: Ligues, ligustiché ghé, ligus, ligur, ligusticus, ligures. Tutti derivano dalla radice lig che indicherebbe un suono stridente, acuto. Insomma coloro che parlano un linguaggio barbarico, non comprensibile. Ma anche sonoro, armonico.

Omero per primo usa l'aggettivo “ligure” per indicare il canto con cui le sirene stregano Ulisse.

Ma le sirene con il canto sonoro [ligure] lo stregano”.

Un'altra ipotesi voleva invece che il nome venisse da "liga" (acquitrino) e indicasse le paludi alle foci del Rodano dove appunto arrivarono i Focei a fondare Massalia, l'attuale Marsiglia. 

Platone nel Fedro fa dire a Socrate “Suvvia, o Muse, dette dalla voce sottile [ligeiai] per il tono del canto o perché prendete questo soprannome dalla stirpe musicale dei Liguri”.

La lingua dei Liguri richiama dunque per gli antichi Greci il canto delle sirene e il fischio del vento, per diventare poi secondo il mito di Fetonte ( di cui tratteremo più oltre) il canto melodioso e straziante del cigno morente.

Oggi gli studiosi concordano sulla prima ipotesi, quella di Omero, che è anche la più poetica e carica di fascino.

Un popolo antichissimo che vive alla fine del mondo

Per i Greci (e poi per i Romani) i Liguri sono un popolo misterioso.

Esiodo (VIII sec. a.C.), citato da Strabone, li colloca tra i popoli che vivono ai confini estremi del mondo. I Liguri vivono all'estremo Nord, come gli Sciti a Est e gli Etiopi a Sud.

Gli Etiopi, i Liguri e gli Sciti allevatori di cavalli”, dice Esiodo.

Un'etnia di cui è difficile cogliere l'identità. Chi li dice autoctoni, chi provenienti da Oriente, chi discesi dall'estremo Nord, dal paese degli Iperborei seguaci di Apollo”. (Dio della musica, da qui la definizione di popolo musicale).

Avieno, un poeta latino del IV sec. d.C. riprende e approfondisce questa tesi in un poemetto in cui descrive le coste dell'Impero. Dell'opera, probabile rifacimento di un antico testo greco, databile al 6º sec. a. C., integrato sulla base di fonti posteriori, resta una parte del Primo libro in cui si legge:

Se di qui dalle isole Estrimniche qualcuno osa spingersi la prora sulle onde, là dove dal carro di Licaone [l'Orsa] l'aria è fatta ghiaccia, troverà la terra originaria dei Liguri vuota dei suoi abitanti, perché a causa dei Celti e a causa delle frequenti guerre essa è stata spopolata […] I Liguri scacciati giunsero nella terra che ora abitano, quasi ovunque irta di boschi, colma di asperità, dove rupi a picco e monti minacciosi sembrano toccare il cielo.”

Le isole Estrimniche sono state identificate con le Cassiteridi (oggi le Scilly), al largo ella Cornovaglia, dove secondo il greco Pitea i mercanti fenici andavano a acquistare lo stagno.

Personaggio interessante questo Pitea. Navigatore e scrittore greco di Marsiglia, visse nel IV secolo a.C. e fu autore di un viaggio oltre le colonne d'Ercole alla scoperta del Mare del Nord. Le notizie sulla sua opera dateci da Strabone, Diodoro, Plinio e altri autori sono scarse e talvolta contraddittorie. Il viaggio dovette avere scopo commerciale e scientifico: da Marsiglia, costeggiando la Spagna, Pitea passò nell'Atlantico e navigò lungo le coste britanniche; poi, dopo aver raccolto notizie sull'isola chiamata Tule, forse l'Islanda, proseguì lungo le coste del mare del Nord fino a luogo imprecisato, probabilmente la Scandinavia e il Baltico. Considerato per molto tempo un'opera di fantasia, oggi non si ha più dubbio sulla veridicità sostanziale del racconto di Pitea; le sue osservazioni specialmente sulle latitudini, sulle maree, sul Circolo polare artico sono oggi ritenute attendibili perché collimano perfettamente con le nostre attuali conoscenze.

Il Novecento vide gli studiosi confrontarsi in un interminabile dibattito sulle origini dei Liguri, se preindoeuropee (come per i baschi e i berberi) o indoeuropee. Il fascismo prima sposa la prima tesi (già degli storici liguri come il savonese Vittorio Poggi (1833-1914, il finalese Emanuele Celesia (1821-1889) e il genovese Arturo Issel (1842-1822). Per questi studiosi i Liguri erano un antichissimo popolo mediterraneo. La tesi serviva a sostenere contro l'Inghilterra il predominio, considerato naturale proprio perché antichissimo dell'Italia sul Mediterraneo, "Mare nostrum". Più tardi, dopo l'alleanza con la Germania nazista e le leggi razziali, questa tesi fu abbandonata a favore dell'antica teoria delle origini nordiche. In questo modo si garantiva agli Italiani una presunta purezza ariana, superiore persino a quella germanica.

Il dibattito era fondato oltre che sulle fonti antiche sulle tracce rimaste della lingua dei Liguri (toponimi e nomi di persona). Per molto tempo considerata lingua preindoeuropea (come il basco) oggi si ritiene l'antico ligure come una lingua indoeuropea con significativi lasciti anteriori e fortemente influenzata dai Celti.

1. continua