TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 30 settembre 2012

Sapevate che esiste un Rossese bianco?



Giorgio Amico

Sapevate che esiste un Rossese bianco?

Sapevate che esiste un Rossese bianco? Per noi è stata una sorpresa. Una felice sorpresa. In una piazzetta assolata della vecchia Bordighera, fra il garrire delle rondini che non sono ancora partite e si godono l'ultimo sole di questa estate pazza e voci di bambini, in un piccolo ristorante dove non si è perso il sapere antico di amalgamare ingredienti semplici (a chilometro zero, si dice oggi) per far risaltare sapori e aromi quasi dimenticati.

Si parlava della Bordighera di Monet e di Seborga, dei sentierini pietrosi che salgono a Sasso, della spiaggetta sotto Capo Sant'Ampelio e di ciò che resta dei grandi giardini impianti da inglesi tristi in cerca di luce e di vita. E come sempre il discorso è finito su Francesco Biamonti, passando dallo splendido Morlotti in mostra a Villa Regina Margherita al coniglio alla ligure vanto di quella piccola trattoria di Soldano dove Francesco portava gli amici. E' stato a questo punto che, scorrendo la carta dei vini, abbiamo scoperto l'esistenza di un Rossese bianco. Scoperta felice di un vino dai sapori intensi di Liguria: il profumo delle erbe e dei fiori dell'entroterra appena mitigato dall'asprezza salinica del mare.

Lo produce una piccola azienda vitivinicola di Soldano, la Tenuta Anfosso, gestita da due giovani, Marisa e Alessandro, nelle vigne d'altura di Poggio Pini e Luvaira, nomi biamontiani per un vino davvero speciale fatto con passione antica (le vigne risalgono al 1888) e professionalità moderna.

Siamo passati a trovarli mentre salivamo a Perinaldo, il paese delle stelle, per poi scendere ad Apricale per una stradina tutta curve fra gli uliveti. Ci hanno accolto con la cortesia tipica della gente del nostro entroterra. Un'ospitalità antica che arriva dritta al cuore e rende indimenticabile un borgo bellissimo, fatto di poche case arroccate alla montagna e popolato da gatti e da rondini.



Terra misteriosa e antica: i Bizantini sulla costa e gli invasori Longobardi a presidiare i monti. Storia che non è passata, che ancora persiste nei nomi e nelle atmosfere dei luoghi. Come la Colla di San Michele, il santo guerriero protettore di quei cavalieri giunti dall'estremo nord, appena sotto Perinaldo, che domina la valletta di Apricale e si apre sulla magia pietrosa del Toraggio. Di lì si scende a Apricale, ma anche a Dolceacqua, altro luogo incantato. Lì il vento soffia sempre portando con sè suoni antichi, echi di un mondo che esiste ormai solo più  nel ricordo come le voci dei pastori di Provenza dalla linea azzurrina e vicina dei monti di Francia.


Il tempo stava cambiando e la colla era battuta dal vento di mare, quel vento largo che porta le nubi. Era il nostro modo di festeggiare il compleanno di Vilma.




giovedì 27 settembre 2012

Francesco Biamonti e il vento largo verso il mare


Domenica 30 settembre al Monastero di San Pietro in Lamosa a Provaglio d'Iseo (BS) si svolgerà una giornata di approfondimento sulla figura di Francesco Biamonti nel contesto di una più complessiva riflessione sulla poesia, musica e cultura ligure del Novecento. Un luogo bellissimo per un'iniziativa di grande spessore. 

Marco Ciriello
Biamonti e il vento largo verso il mare
La Francia è oltre la valle. A uno sbuffo di vento. Stesso cielo. Mondo diverso. Se sai ascoltare si vede già, come la Shanghai che scorgeva Paolo Conte guardando a orecchio in fondo ai viali di Vienna. È una questione di musica, atmosfere, sensazioni. Passaggi e passaggi di genti. Un solo salto. Per andare a star bene. Salvarsi. Dire addio a errori e malefatte. Vite sbagliate, delitti. Senti la scia della fuga. La libertà nei campi. Scontri, sangue e amicizie che stanno intorno. Respiri trattenuti. Attese di luna. Inganni e amori. Uomini che si sbarbano alle fontane per strada. E gambe di donne da guardare e riguardare. Naviganti in fuga. Stranieri in marcia. Fuggiaschi e turisti. Pescatori e contadini. Malviventi che si giocano l’ultima carta. Passeur e migranti. Belle di giorno che tentato la svolta. Ville, palme e lingue che si mescolano. Prima del passaggio c’è il peccato da commettere, consumare, bruciare. Per ogni notte che cala c’è un copione da rispettare.
E se ti va male puoi sempre scappare a Marsiglia, prigioniera del mare che le sta tra le viscere. Terra di confine e svolte: la Liguria. Terrazza del nord sul mare. Attese ed evasioni. Una cerniera. Pazienza e passione. Lenta costruzione e corse per dimenticare. Una bandiera di terra e colori differenti. Abitudini e costumi. I paesi dell’entroterra sono scale di terrazzi. Quelli sul mare: grovigli d’hotel. Entrambi hanno scavato per sopravvivere. Si sono dovuti conquistare la permanenza. I primi per farci stare gli ulivi, gli altri per creare alloggi. Mettere e levare. Ridisporre, inventarsi, costruire e coltivare. Due modi diversi di allungarsi al domani. Il mare infrange e la montagna assolve. L’interno è protervo, felice della sua incolumità. Case e coltivazioni si contendono lo spazio in bilico sul vuoto. Chi si affaccia sul mare, invece, guarda avanti, sempre alla prossima stagione, al trucco, al nuovo tratto da concedere. Tira su palazzi e ragiona, solo, sul come stiparci la gente per l’estate che verrà.
Gli altri, quelli di terra, stanno lì a curar fiori e difendere alberi. Sono diversi. «Vi sono due Ligurie... una costiera, con traffici di droga, invasa e massacrata dalle costruzioni, e una di montagna, una sorta di Castiglia ancora austera; io sto sul confine». Tutta qui la differenza. Coppia a incastro. Chissà fino a quando funzionerà. San Biagio della Cima (Imperia) è una cascata di case che dal monte scende a gonfiare la valle. E di fianco nastri su nastri di terra, intervallati da muri a secco. In mezzo costruzioni alte, snelle, dai colori pastello. E sotto i carruggi: passaggi fra case. Cunicoli da talpe. Un sali e scendi di valli, imbuti, costruite su un fianco o su entrambi. In testa i paesi e sotto le strade e le serre. O arroccati a picco sulla valle o distribuiti lungo la costa montuosa, c’è poco da scegliere, le linee impervie liguri questo concedono, ai paesi non resta che adeguarsi. Rocce che fanno da pareti ai torrenti. Il paesaggio è arido. Scosceso. O trovi un piano e ti arrocchi come Apricale, oppure scavi, tentenni, terrazzi, ci provi e ti sistemi lungo la linea che da monte scende a valle come San Biagio. Una curva di tetti e finestre che scivola giù in una pozza: cemento, pietre, asfalto, morendo sulla strada: tortuosa, quasi sempre.
A valle di San Biagio sta la casa di Francesco Biamonti. Un vero grande scrittore. Uomo pieno di malinconia e umorismo. Una barca fra questi due mari. Uno di quelli che incontri e ti accende la vita. Svolti, diventi un altro. Silenzioso, riservato, reticente. «Sono asociale ma socievole, mi piace meditare un po’ ecco». La sua scrittura è un esperimento singolare. Leggerezza che sembra disfarsi sotto i colpi della lettura. Né eredi né allievi. Puoi leggerlo, compiacerti, ma se non hai radici, sguardo, e soprattutto se non ti sei perso in queste valli o arrampicato fra gli ulivi, non vedi, né scrivi.
Erminio Ferrari ne ha fatto un personaggio di un bel romanzo, così è diventato Fransè (Casagrande editore), ma le sue notti chiuse in fitte e leggere costruzioni sono inimitabili. Meccanica per parole. Poche invidiabili parole. Nate da una sottrazione paziente. Scarni fogli. Frasi secche, opportune, mai fastose. Una scrittura pulita come ossa. Passata al setaccio. Depurata. Vista e rivista. Un duro esercizio di rinuncia. Sapiente taglio del superficiale. Occhio. Respiro. Ritmo. Pagine precise. Masticate, meditate, a lungo. Dialoghi asciutti. Descrizioni minuziose di un rigo solo. Cielo, mare, luce, natura. Prima di lui il paesaggio ligure era Ossi di seppia di Montale, i versi del Caproni genovese, Biamonti li affianca e non solo, offre anche una lingua nuova. Lirica sì, ma condensata di silenzi, omissioni. Giocata sul non detto. Spazi da guadagnare. Scorgere. Cercare. Il suo mare è contraltare al cielo, da meritare. Ricordo lontano. I suoi personaggi si muovono fra rocce e arbusti da lasciarsi alle spalle, perlopiù. Stanno in equilibrio sul confine. La loro è attesa prima della vita nuova. Occasione, ultima. Pronti anche a cadere. Perdere, scomparire. Corse in salita. Su strade rubate al cielo.
Passi come quello «della morte» da superare. Natura che evolve. Maniacale attenzione al variare di questi segni: alberi, foglie, fiori. Muto stupore da cogliere. Serbare, portarsi dietro. Lo stesso che albeggia negli occhi, velati da una montatura d’osso, di Giancarlo Biamonti, il fratello. Un giardino di viti lo separa dall’abitazione che fu dello scrittore. Una casa regolare, bassa, spartana, in pietra. A sinistra la scuola gialla, intono: un timo, un cedro del libano e un limone. Sopra c’è il paese di San Biagio.
Giancarlo Biamonti somiglia tantissimo a Fransè, anche nella dolcezza dei modi. Pensionato che si è gettato a capo fitto nella cura della campagna, per anni ha viaggiato. Prima facendo la spola dalla Somalia all’Italia, commerciava banane, e la sua nave aveva un nome magnifico, FrigoAfrica, un ossimoro. «Il ricordo più bello? Stare per ore sul fiume Giuba in attesa, per vedere gli animali venire a bere, mentre il giorno si spegneva». Poi in giro per il mondo come delegato di una società di gasdotti. Tutto per tornare qui. Di nuovo. Felice. Il motivo lo andiamo a vedere insieme. «Cian de Cui» il luogo di Biamonti. Un meraviglioso pezzo di terra sotto la roccia di Santa Croce, sì, quella de L’angelo di Avrigue. Dietro ci sono la val Nervia, poi la val Roja e dopo la Francia. È questo lo sfondo dei romanzi. Solo che Biamonti ha accorciato le distanze. Ma lui aveva geografia e nomi immaginifici, sporcati appena dalla realtà.
Qui veniva a vedere, prendere, riflettere. Un piccolo bosco. Dal quale si domina la valle, e non basta la vista a farne un posto da non lasciare più. Intorno ci sono ulivi colossali, biforcati, incantevoli, solenni, ultracentenari. Frondosi, larghi, barocchi vanno in alto, si fanno largo, salgono al cielo, e sotto hanno radici che gradasse imperiose, escono. «Sono piante minerarie» diceva a Giulio Einaudi, mentre l’editore abbracciava gli alberi come un bimbo. «Che ne sarà un giorno dei miei ulivi con la loro purezza francescana? Dei loro licheni, delle loro muffe? Lavorano notte e giorno, sotto il sole e sotto le stelle per aggiogare la terra al cielo». E poi mimose che spuntano da vecchi muri a secco di pietre gialle e marroni e tane di tassi che bucano i ciglioni. E cipressi, pini, sorbi, limoni, fichi, in disordine solo apparente. Qua e là c'è qualche palma - un vezzo - di cui il fratello quasi si scusa. In fondo invece c'è un nespolo, solitario, aguzzo, di una bellezza aristocratica. È lui a congedarci. Torniamo alla casa Biamonti dove c’è l’associazione e il segretario tuttofare: Gian Luca Picconi, giovanissimo insegnante, con lui anche Federica Cappelletti, una persona molto cara a Fransè: occhi azzurri, profondi, languidi, una bellezza che con gli anni ha cambiato forma ma non l’ha lasciata, donna di fascino, insegnante, che ci porta nello studio dello scrittore, ma non riesce a dirci nulla e a noi basta il suo sguardo, la sua commozione.
Il presidente dell’associazione sta a Bordighera, è un libraio: Corrado Ramella. «È un’assenza che pesa, quella di Francesco, che il tempo non attenua ma appesantisce». Giovane, colto, ha una piccola ma fornitissima libreria in una piazzetta del paese. In questo posto Biamonti passeggiava spesso di notte con lui e con altri amici. Fra lo sfarzo delle ville liberty, che hanno giardini invidiabili, ora blindati da grossi muri, da cui emergono solo svolazzanti palme che il vento arruffa. Trent’anni fa dovevano essere meravigliose. Passeggiarci di notte, poi a maggio, era un’esperienza.
Spesso con lui c’era Giorgio Loreti, ferroviere in pensione, fulminato da Fransè quando lavorava alla biblioteca Aprosiana di Ventimiglia. «Correva voce che ci fosse questo bibliotecario coltissimo che aiutava studenti e consigliava libri stupendi». Ha un episodio per domanda. Forbito, acuto, riparte: «Sull’Aurelia, dove adesso ci sono palazzoni, si coltivavano carciofi, andavamo a cercare di notte i canti degli uccelli, pensi un po’». Negli ultimi tempi era lui che portava in giro Biamonti, dall’entroterra al mare, un richiamo: «Sembrava riempirsi gli occhi del paesaggio. Stava ore a guardarselo». Da qui si sente il mare respirare, muoversi lentamente. Delicato entrare fra le nostre parole. Dolore, letizia, delirio. A lui sarebbe piaciuta questa forzata intromissione.
(Da "Il mattino" del 5 giugno 2005)

mercoledì 26 settembre 2012

Di licheni e di mimose: itinerari di Liguria



Approfondimento sulla figura di Francesco Biamonti e sulla poesia, musica e cultura ligure

Con la partecipazione di:

Giorgio Devoto, Matteo Meschiari, Maria Rosa Panté, Libereso Guglielmi, Giuseppe Conte, Caludio Porchia, Marisa Fagnani ed il contributo artistico di illimArt Photography e della Fondazione Mario Novaro Onlus

Monastero di San Pietro in Lamosa

Provaglio di Iseo
30 settembre 2012, dalle ore 9.30

Un momento centrale della manifestazione "Nelle Terre dell'Ovest 2: il viaggio", per conoscere il mondo culturale ligure e percepirne attraverso la letteratura, la musica ed il gusto, i suoni, gli aromi ed i profumi. Un progetto nel quale si intersecano le storie degli autori, la Storia di una terra e le sue ispirazioni, in un contesto di grande fascino, quale San Pietro in Lamosa, il monastero a picco sulle Torbiere del Lago d'Iseo, a Provaglio.

domenica 23 settembre 2012

Dino Erba: Arrigo Cervetto, da Bakunin a Lenin passando per Bordiga


Una lettura marxista del libro di Guido La Barbera che ricostruisce gli esordi del gruppo dirigente di Lotta Comunista

Dino Erba

Arrigo Cervetto: da Bakunin a Lenin passando per Bordiga

Come dice il titolo, il libro descrive la formazione del gruppo che, a metà degli anni Sessanta, avrebbe dato vita a Lotta Comunista. Per essere più precisi, più che del gruppo, si parla dei passaggi teorico-politici percorsi da Arrigo Cervetto, per superare le originarie posizioni anarchiche e approdare al leninismo. Inoltre, con l’eccezione di Pier Carlo Masini, gli altri compagni del «gruppo originario», restano sullo sfondo, compreso Lorenzo Parodi, che in quel milieu anarco-comunista ebbe un ruolo non secondario.


Fatte queste precisazioni, ritengo che il libro di La Barbera sia sicuramente utile, in quanto offre importanti spunti di riflessione su un’organizzazione come Lotta Comunista che, nel panorama politico italiano, ma anche in quello internazionale, rappresenta un’entità per certi versi anomala.

In linea generale, Lotta Comunista appartiene a quell’area che si richiama alla Sinistra comunista «italiana», di cui condivide alcuni fondamentali capisaldi, come il rigetto del socialismo in un solo Paese e, sostanzialmente, la critica alle tattiche frontiste stabilite al Terzo congresso dell’Internazionale comunista (1921); altre questioni, per esempio l’antiparlamentarismo, risultano più sfumate. Sul piano della prassi politica, invece, Lotta Comunista brilla per posizioni e comportamenti che sarebbe eufemismo definire opportunisti.

Tornando al piano teorico, le differenze con la Sinistra «italiana» si definirono via via che, nel corso degli anni Cinquanta, Cervetto andò elaborando una particolare concezione del «leninismo«, da cui emerse il concetto di «partito scienza». Questi aspetti sono stati trattati da Giorgio Amico e Yurii Colombo nel loro libro[1], cui rimando; d’altro canto esulano dal periodo esaminato da La Barbera – concentrato in particolare sugli anni cruciali 1948-1952 –, anche se ovviamente egli ne accenna. Voglio soffermarmi, invece, su una questione che ritengo di grande importanza, le cui implicazioni sono assolutamente attuali e scottanti. Mi riferisco alla critica dello Stato.

Lo Stato leviatano

Alla fine degli anni Quaranta, Cervetto, con la preziosa collaborazione di Pier Carl Masini iniziava a sottoporre a una critica impietosa l’esperienza anarchica. Ne aveva ben donde. Dopo il ventennio fascista e il tragico epilogo spagnolo, il movimento anarchico italiano annaspava, e non solo sul piano organizzativo, ma anche su quello teorico-politico, manifestando difficoltà ad affrontare la situazione creatasi alla fine della Seconda guerra mondiale.

La Barbera scrive che agli inizi del 1949 Cervetto giunse a Lenin grazie alla critica bordighiana dello Stato, in merito alla quale sostenne che «Bordiga ha ripreso dagli anarchici tesi che questi non hanno sviluppato»[2]. L’affermazione è pesante. A ben vedere, Cervetto non capì mai Bordiga, tanto è vero che lo considerò un teorico del superimperialismo di kautskiana memoria[3]. Ma non è questo il problema. Solo in seguito, alla fine degli anni Settanta, egli avrebbe cercato di approfondire la questione dello Stato nella teoria marxista, alla luce del leniniano Stato e rivoluzione, ma soprattutto delle tesi di Bucharin sullo Stato leviatano[4]. Da cui risultava evidente che il marxismo mai fece concessioni allo Stato.

A questo punto, viene spontaneo domandarsi come mai negli anni Quaranta e Cinquanta – nonostante la diffusione di Stato e rivoluzione di Lenin –, si fosse verificata quella strana dicotomia tra il marxismo e la critica dello Stato, da cui l’obiettivo della sua estinzione/abolizione; dicotomia che aveva indotto Masini e Cervetto a considerarla una tematica squisitamente anarchica[5].

La genesi immediata di questa dicotomia è riconducibile all’indomani della rivoluzione d’Ottobre, quando la struttura economico-sociale russa si rivelò estremamente debole per affrontare le esigenze che il governo sovietico si trovava di fronte; le debolezze furono supplite da un interventismo statale che presto pervase tutta la società con le note conseguenze politiche: burocratizzazione e formazione di un ceto privilegiato, equiparabile alla borghesia classica, anche se non deteneva la proprietà formale dei mezzi di produzione, e comunque incline a venire a patti con il mondo capitalista. Con la crisi del 1929, fascismo e new deal rooseveltiano esaltarono l’intervento dello Stato, traendo ispirazione, obtorto collo, da quanto avveniva in Unione Sovietica; l’interventismo statale divenne quindi la bandiera degli ambienti social-comunisti vicini a Mosca, ma anche di quelli democratico-progressisti. Quando poi lo statalismo occidentale, con il suo welfare, si dimostrò nettamente superiore al modello sovietico, contribuì a dare nuova linfa a una marea di illusioni che sono tutt’ora vive e vegete, di fronte ai selvaggi attacchi neoliberisti. Me lo statalismo non ne può essere l’alternativa.

Feroce critico del modello statalista – comunque inteso – fu Bordiga che, alla fine degli anni Quaranta aveva iniziato a pubblicare una serie articoli in cui toccava l’argomento a partire dai fondamenti teorici (Proprietà e capitale) ed esaminando via via le grandi questioni del momento, come le natura economico-sociale sovietica, new deal, welfare, ecc. ecc[6].

Nello sviluppo delle sue elaborazioni, Bordiga non faceva altro che applicare la marxiana critica dell’economia politica, criterio analitico che suscitò in Cervetto una profonda ammirazione, che lo indusse a esclamare: «Non credevo che il marxismo, e soprattutto il leninismo, potesse essere un’arma così potente»[7].

Entusiasmo perfettamente comprensibile, in confronto all’impasse in cui versava il movimento anarchico, di fronte agli avvenimenti grandiosi e tragici della prima metà del Novecento, la cui comprensione e valutazione non poteva essere affidata a quella pur apprezzabile spinta etica, che ha sempre caratterizzato le iniziative anarchiche, sia l’educazionismo come la «propaganda del fatto».

Il lato cattivo

Una volta scoperto il «grande metodo» marxista, Cervetto si applicò con diligenza, compilando meticolose ricerche su quanto avviene nella vita economica e nelle relazioni internazionali, dimostrandosi tuttavia più fedele alla forma che alla sostanza della marxiana critica dell’economia politica. Egli ha scattato delle belle fotografie che però, per quanto dettagliate, non colgono le dinamiche interne ai processi descritti. Seguendo il suo esempio, è poi sorta una scuola «leninista», in cui l’economia – avulsa dall’antagonismo sociale che la sottende, che Marx chiama «il lato cattivo» – è veramente una «triste scienza».

Il percorso che all’inizio degli anni Cinquanta Cervetto intraprese non fu assolutamente lineare, anzi fu molto contraddittorio; ripercorrendolo oggi, si rivive un profondo travaglio politico e intellettuale, in cui si intrecciano meditati dubbi e ardite illazioni – tra l’altro, egli intendeva «superare Lenin[8]». Di conseguenza, è difficile esprimere un giudizio esaustivo e pacato; tuttavia, i frutti della sua elaborazione – alla luce di quasi mezzo secolo di attività di Lotta Comunista – mi inducono a ritenere che, fin dall’inizio, nel suo approccio al marxismo ci fosse una fondamentale distorsione.

Etica, scienza e lotta di classe

Cervetto abbandonò l’impronta etica dell’anarchismo e la sostituì con una visione scientista dei rapporti sociali, considerati come rapporti tra cose (ovvero rapporti reificati), che invece – secondo Marx – sono rapporti tra uomini, mascherati da rapporti tra cose, appunto. E questi rapporti hanno una storia di conflitti, in cui si definisce l’autonomia politica e teorica dei proletari e, benché essa appaia inscritta nel modo di produzione capitalistico, ne costituisce il lato antagonistico.

Cervetto, volendo superare il presunto astrattismo di Bordiga (e della Sinistra comunista), adottò criteri scientisti anche per gli aspetti organizzativi, proponendo il «partito scienza». Detto in altri termini, egli riteneva di risolvere i problemi politici del movimento operaio e della rivoluzione proletaria con mezzi organizzativi, recuperando inconsapevolmente la ricetta di Stalin che, scacciato dalla porta, rientrava dalla finestra. Chi mastica un po’ di teorica marxista è costretto ad ammettere, per non cadere nell’idealismo, che la teoria del proletariato è un prodotto dei conflitti di questo mondo. E tanto più il conflitto di classe è alto, tanto più la teoria proletaria è alta. Negli anni Cinquanta, l’elaborazione di Bordiga e della Sinistra comunista «italiana» (nonché di comunisti di sinistra, da Pannekoek e Mattick) era frutto dell’onda lunga della mareggiata rivoluzionaria dei primi decenni del Novecento; una volta esauritasi, si disperse in mille flutti, e non ci furono espedienti organizzativi che la potessero sostituire.

A mio avviso, nel marxismo lo scientismo rappresenta una degenerazione, o meglio un’aporia (prima con il positivismo/Histomat della Seconda internazionale poi con il Diamat della Terza), mentre mi risulta che esso abbia allignato organicamente nelle file anarchiche, almeno in passato. Per cui si potrebbe arguire che la parabola «leninista» di Cervetto non sia estranea all’originaria Weltanschauung anarchica; argomento che varrebbe la pena di approfondire, dal momento che tocca un insieme di esperienze che vanno ben oltre al caso specifico. Ciò non di meno, penso che lo scientismo non rappresenti un’alternativa alla dimensione etica, anzi: per quanto «incontrollata», la dimensione etica favorisce sempre una spinta verso lo scontro di classe[9]. E forse fu proprio grazie a quella spinta etica che il giovane Cervetto, operaio tra gli operai, partecipò alle lotte dell’Ilva di Savona. Ed è questo ciò che conta.



[1] Giorgio Amico - Yurii Colombo, Un comunista senza rivoluzione. Arrigo Cervetto: dall'anarchismo a Lotta Comunista. Appunti per una biografia politica, In appendice: Franco Astengo: Gli ultimi decenni della Savona operaia. Massari Editore, Bolsena, 2005.
[2] Guido La Barbera, Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952, Lotta Comunista, Milano, 2012, p. 54.
[3] Ibidem, p122-123.
[4] Gli articoli di Cervetto sullo Stato furono scritti tra il 1977 e il 1989; vennero poi raccolti e pubblicati con il titolo L'involucro politico, Edizioni Lotta Comunista, Milano 1994. Su Stato e rivoluzione, cfr. Vladimir Ili’c Lenin, Stato e rivoluzione e lo studio preparatorio Il marxismo sullo Stato, a cura di Pio Marconi, La Nuova Sinistra – Samonà e Savelli, Roma, 1972. Sullo Stato leviatano, cfr. Nikolaj Ivanovic Bucharin, Lo Stato leviatano. Scritti sullo Stato e la guerra 1915-1917, A cura di Alberto Giasanti, Edizioni UNICOPLI, Milano, 1984. Nikolaj Ivanovic, Bucharin L’imperialismo e l’accumulazione del capitale, Laterza, Bari, 1973.
[5] Ricordo che in Stato e anarchia Bakunin giudicò Marx «uno statalista accanito». Sulla questione dello Stato tra anarchici e marxisti si è sedimentata una certa confusione, in cui spesso le rispettive posizioni sembrano invertirsi, come si può vedere in Nicolaj Bucharin - Luigi Fabbri, Anarchia e comunismo scientifico. Un teorico marxista ed un anarchico a confronto, Zero in Condotta, Milano, 2009, nonché il «clasico» Arthur Lehning, Marxismo e anarchismo nella rivoluzione russa, Samizdat, Pescara, 1999. Per un opposto – e ben più fondato – giudizio vedi Maximilien Rubel, Marx teorico dell’anarchismo, in Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, Introduzione all’edizione italiana di Bruno Bongiovanni, Cappelli, Bologna, 1974.
[6] Cfr. in particolare A. Orso [Amadeo Bordiga], Proprietà e capitale, apparso in sette puntate su «Prometeo»: dal n. 10, giugno 1948 al n. 3-4, aprile 1952, ora in: Amadeo Bordiga, Proprietà e capitale, Iskra, Milano, 1980.
[7] Lettera di A. Cervetto a P. C. Masini, 29 luglio 1949, ora in Guido La Barbera, Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952, op. cit., p. 57.
[8] Lettera di A. Cervetto a P. C. Masini, 1° marzo 1950, ora in Guido La Barbera, Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952, op. cit., p. 65.
[9] Volendo buttare benzina sul fuoco, cito – condividendola – l’opinione di Rubel: «Marx è uno dei primi ad aver formulato un’etica proletaria, e ad essersi sforzato di fondarla su una sociologia “materialista”; […] L’adesione di Marx alla causa proletaria è anteriore alla giustificazione scientifica di tale adesione: è il frutto di una decisione etica e non della “critica dell’economia politica”». Maximilien Rubel, Scienza, etica e ideologia, in Maximilien Rubel, Marx critico del marxismo, op. cit., p. 291. 


Guido La Barbera
Lotta Comunista. Il gruppo originario 1943-1952
Lotta Comunista, Milano, 2012
€ 10,00

venerdì 21 settembre 2012

Er vomito de li gnocchi: ovvero della politica in Italia




Riprendiamo due dei tanti articoli apparsi sulla stampa di oggi relativi alle spese folli di una casta di parassiti e profittatori. Ripensiamo alle recenti parole di Napolitano invitanti gli italiani (quelli a mille euro al mese o senza lavoro) all'austerità e ai sacrifici. Perchè si sa, in questo paese la gente comune vive al di sopra dei propri mezzi, pretende persino che non si chiudano ospedali e scuole. E ci viene spontaneo pensare a Gadda che a proposito dell'uso abnorme del potere politico parlava di  "er vomito de li gnocchi".

Vittorio Emiliani

La caduta di un sistema feudale

CENTOQUARANTADUE ANNI FA I BERSAGLIERI ITALIANI ENTRAVANO IL 20 SETTEMBRE in Roma dalla breccia di Porta Pia, con non pochi morti e feriti, mettendo fine al potere temporale dei papi e il severo Quintino Sella diventava il regista della Terza Roma. Centoquarantadue anni dopo alla Pisana si apre pure una breccia, ma in uno scandalo che ferisce lo Stato regionale, l’idea stessa di democrazia. Uno scandalo fra i più gravi e grotteschi che si ricordino, anche in una città come Roma che di corruzione ne ha vista passare parecchia assieme all’acqua del Tevere. Del resto le carte dei giudici milanesi non parlano linguaggi molto diversi per i vertici della Regione Lombardia.
Che è lontanissima dall’austera, morale efficienza e lungimiranza del riformismo lombardo.
Lo scandalo scoppiato alla Regione Lazio è di tale natura e dimensione da non poter essere ridotto o medicato con misure parziali.
Esso esige l’azzeramento e nuove elezioni.
Perché parliamo di uno scandalo «diverso» rispetto ai molti scoperchiati in giro per l’Italia? Perché qui i nostri denari, destinati ai gruppi consiliari regionali, sono stati usati come se si trattasse di una torta da spartire fra un certo numero di privilegiati del centrodestra, un bel pacco di euro per ciascuno.
Da spendere a piacere: cene, festini, viaggi, convivi di massa e via brindando. Senza controlli di sorta. Come se ormai la politica fosse e in molti casi lo è una impresa individuale o di clan. Mentre i contribuenti (i redditi fissi per lo più) pagavano e pagano una crisi senza fine.
Si è sparato a zero, per anni, sui partiti. Salvo scoprire che, liquefatti, o autoaffondatisi, i tanto detestati (dalla destra) partiti, al loro posto, con l’irrompere del partito-azienda e degli interessi del «salvatore», si è creato un vuoto agghiacciante di idee-guida, di programmi, di moralità, di controlli.
In Tangentopoli si è detto in sede di bilancio si prendevano i soldi per il partito, ora li prendono ognuno per sé. E la marea della corruzione sale, togliendo ossigeno all’economia oltre che alla moralità.
«Ognuno è padrone a casa sua», è stato uno degli slogan più fortunati di Silvio Berlusconi. Alla Regione Lazio gestione-Polverini è diventato un motto feudale: al vertice c’era una governatrice che, forse troppo inesperta e occupata, poco o nulla vedeva (colpa non lieve), mentre ai suoi piedi i neo-notabili si sentivano autorizzati a quella «dolce vita» di massa da decine di migliaia di preferenze incettate come sappiamo. Alla maniera di questo Fiorito, detto, chissà perché Batman: quello dei fumetti è un superatleta che vola a stornare soprusi e ingiustizie; questo è un tipo grasso e imbarazzante che ammette di aver distribuito i soldi del suo gruppo (soldi di tutti) «a otto ladri» (dice lui), sapendo che ne avrebbero fatto un uso solo personale.
Un tempo si protestava fieramente contro le correnti dei partiti che si finanziavano per organizzare convegni, studi, riunioni in provincia, o, annualmente, a livello nazionale (a Montecatini, a Saint Vincent, a San Pellegrino, ecc.) e anche, specie nel Sud, per le campagne elettorali.
Cose che comunque avevano a che fare, in modo diretto sovente, col dibattito politico. Qui siamo alla «società dei magnaccioni» allo stato puro, ai banchi della porchetta, al «ma che ce frega, ma che ce importa», senza alcuna ricaduta di tipo sociale (se non per il fatturato di ristoratori e affini). Gli spavaldi «magnaccioni» della canzone popolare almeno protestano «contro ‘sta zozza società». Quindi un fine politico se lo danno. Per poi confessare candidamente: «A noi ce piace de magnà e beve, e nun ce piace de lavorà». Come questi qua, che in più però se la spassano a spese nostre, gettando fango a raffica sulla politica, sulla Regione, sullo Stato regionale. Per questo la cura non può che essere radicale. Essa deve tuttavia contenere il recupero di strumenti di controllo che sono stati divelti o gettati chissà in quale scantinato della Pisana (e di altre Regioni). La soluzione presidenziale è stata piegata in Italia a caricatura grottesca (costosa e corrotta), togliendo voce agli oppositori e senza nulla guadagnare in efficienza e governabilità. Anzi.

(Da: l’Unità del 21 settembre 2012)


Davide Vecchi

Quando non rottamava. Renzi, 600 mila euro per aragoste e viaggi all’estero


La Corte dei conti setaccia i bilanci della Provincia di Firenze dell’era renziana. Alla voce “rappresentanza istituzionale” in 5 anni è stato inserito di tutto. A partire da cene da 2.000 euro 

Aragoste, vini pregiati, soggiorni negli Stati Uniti, biglietti aerei, cene, pasticcini e fiori: il giovanissimo Matteo Renzi, quando era presidente della Provincia di Firenze, si è adeguato con estrema disinvoltura al modus operandi dei politici di professione. E così, tra gli spaghetti al caviale di Luigi Lusi e gli sprechi della giunta regionale di Renata Polverini per la comunicazione, l’attuale sindaco di Firenze e possibile candidato premier per il centrosinistra si insinua tra i due esponenti simbolo dello sperpero del denaro pubblico. Anche la Corte dei Conti vuole vederci chiaro sui conti della Provincia dell’era renziana: ci sono troppi rimborsi senza giustificativi adeguati e un uso allegro delle carte di credito da parte del rottamatore. Dal 2005 al 2009, nel periodo in cui Renzi è stato presidente, la Provincia ha speso 20 milioni di euro. Il capo di Gabinetto Giovanni Palumbo, nominato da Renzi, ha firmato decine e decine di delibere per rimborsi di spese di rappresentanza per il presidente che aveva a disposizione una carta di credito con limite mensile di 10mila euro di spesa. Nell’ottobre 2007 però, durante un viaggio (ovviamente di rappresentanza) negli Stati Uniti, la carta viene bloccata “a garanzia di un pagamento da parte di un hotel a Boston”, si legge nella delibera del 12 novembre 2007. Renzi, trovandosi senza carta di credito della Provincia è costretto a usare la sua per pagare 4 mila dollari (pari a 2.823 euro) all’hotel Fairmont di San Josè, in California. Come torna in Italia si fa restituire la cifra con una delibera, ma senza fornire giustificativi. Tolta la dicitura “spese regolarmente eseguite in base alle disposizioni contenute nel disciplinare delle attività di rappresentanza istituzionale”. Nei soli Stati Uniti la Provincia, con Renzi, ha speso tra biglietti aerei, alberghi, ristoranti 70mila euro. Spese di rappresentanza. Ovviamente. In tutto arriva a sfiorare i 600 mila euro.
TRA I 20 milioni di euro al vaglio della Corte dei Conti ci sono anche centinaia di migliaia di euro ricostruiti con numerosi scontrini e ricevute. Non molti. In tutto 250 circa. In prevalenza di ristoranti. Gli elenchi depositati agli atti mostrano una intensa attività di rappresentanza da parte di Renzi. Per lo più svolta alla trattoria Garibaldi, al Nannini bar, alla taverna Bronzino e al ristorante da Lino. Locali prediletti dal candidato alle primarie del Pd che, in particolare nel 2007 e nel 2008, riesce a spendere qualcosa come 50mila euro per il cibo. Con conti singoli che spesso superano i mille euro. Il 31 ottobre 2007 la provincia paga 1300 euro alla pasticceria Ciapetti di Firenze. Il 5 luglio alla Taverna Bronzino viene saldato un conto di 1.855 euro. ll ristorante non è tra i più economici di Firenze, del resto. Ma a Renzi piace. Per tutto il suo mandato alla guida della Provincia frequenta assiduamente i tavoli della taverna. Con conti che oscillano tra i 200 ai 1.800 euro. Renzi ogni tanto cambia ristorante. Alla trattoria I due G in via Cennini il 29 aprile 2008 ordina una bottiglia di Brunello di Montalcino da 50 euro per annaffiare una fiorentina da un chilo e otto etti. Alla Buca dell’Orafo in via dei Girolami il 13 giugno 2008 si attovaglia con due commensali e opta per un vino da 60 euro a bottiglia. E ancora: al ristorante Lino, dove è di casa (anche qui), riesce a spendere per un pranzo 1.050 euro. 1.213 li lascia al ristorante Cibreo.
NEI SOLI mesi compresi da maggio a luglio 2007 spende in ristoranti circa 17mila euro. Nel lungo elenco di ricevute e spese che gli inquirenti stanno verificando ci sono anche le fatture di fioristi, servizi catering, biglietti aerei e società vicine all’attuale sindaco. A cominciare dalla Florence Multimedia che riceve complessivamente 4,5 milioni di euro dall’ente. La Florence Multimedia srl è la Società in house della Provincia che svolge attività di comunicazione e informazione per la provincia. Nel 2009 Renzi è diventato sindaco. In bici. Ora sta girando l’Italia in camper, con lo sguardo rivolto a Roma. Ieri, Renzi era alla sfilata milanese di Armani. A Firenze, intanto, l’aspetta Alessandro Maiorano, ex dipendente del Comune che ha denunciato la gestione del sindaco e promette di dar battaglia alla “sprecopoli renziana”. Anche rottamare costa.


(Da: il Fatto del  21 settembre 2012)

sabato 15 settembre 2012

Sguardi sul Novecento, collezionismo privato fra gusto e tendenza



Una grande mostra a Bordighera propone un viaggio nella pittura del Novecento da Balla a Asger Jorn

Sguardi sul Novecento, collezionismo privato fra gusto e tendenza

Potrebbe sembrare una missiva di questi giorni, invece è quanto Filippo de Pisis scriveva nel 1944 da Parigi a Carlo Cardazzo, figlio di un costruttore edile con la passione per l’arte, collezionista, gallerista e mercante, fondatore della galleria del Cavallino – una delle prime attive a Venezia, fin dal 1942 – e quindi della galleria del Naviglio di Milano e di Selecta a Roma.

Soprattutto è la testimonianza di un clima culturale, di un intreccio tra artisti, nuovi collezionisti e mercato che ha percorso tutto il Novecento a partire dal terzo decennio, consentendo il diffondersi dell’arte contemporanea, motivando il supporto a maestri spesso squattrinati, coltivando passioni, sostenendo genialità ancora in ombra, dando vita a raccolte che, oggi, ci permettono di avere riscontro dell’opera dei maggiori protagonisti del Novecento.

Ed è appunto all’arte italiana del secolo scorso attraverso gli occhi e i gusti del collezionismo privato, risorsa culturale che è rimasta viva e vitale per tutto il Novecento, che la Fondazione Famiglia Terruzzi–Villa Regina Margherita (costituita da Famiglia Terruzzi, Comune di Bordighera, Provincia di Imperia e Regione Liguria) dedica un’importante esposizione dal 27 giugno al 30 settembre, nel borgo ligure di Bordighera a pochi passi dalla Francia, in quel nuovo e straordinario polo museale sorto dal connubio pubblico-privato, che è Villa Regina Margherita.


L’ultima, amata residenza della Regina madre dallo scorso anno ha infatti aperto al pubblico – dopo un integrale restauro finanziato dalla Fondazione Anna Fiamma Terruzzi – esponendo oltre 1200 pezzi di grande pregio della collezione del noto mecenate: più di 170 dipinti dal Tre al Settecento, superbi arredi d’alto antiquariato, arazzi, tappeti, argenti, ceramiche, porcellane. Opere appositamente selezionate e allestite in via permanente nel fascinoso edificio, circondato da un parco secolare e dotato dei servizi di un grande museo: biblioteca specialistica, gabinetto di restauro, caffetteria con terrazza panoramica e vista fino a Monaco e alla costa Azzurra da un lato, e ai promontori della Corsica dall’altro (come l’architetto Broggi, progettista della villa, scriveva cent’anni fa alla sua committente), bookshop Skira allestito tra gli arredi originari della biblioteca della Regina Margherita, sale per esposizioni temporanee, ecc.


Da fine giugno dunque, a questo già entusiasmante percorso museale, si affiancherà la mostra “Sguardi sul Novecento”: un’intensa carrellata di grandi autori che hanno segnato l’arte del XX secolo – De Pisis, Severini, De Chirico, Casorati, Morandi, Fontana, Martini, Rosai, Schifano, Manzù e molti altri – con 55 opere tra gli anni Venti e Sessanta prestate, per l’occasione, non solo dalla collezione Terruzzi ma anche da altre, importanti raccolte private italiane.



“Il collezionismo italiano del secolo scorso – scrive Annalisa Scarpa pur non fatto di nomi roboanti e mediatici, come Saatchi negli Stati Uniti o Pinault in Francia, è stato molto più capillare che in altri Paesi e, pur vedendo maggior concentrazione in città egemoni come Milano, Torino, Venezia, Bologna e Roma, si è diffuso, soprattutto dagli anni ’60, anche in quella provincia che è stata motore dell’economia del paese. Grandi industriali prima, negli anni tra le due guerre, piccoli e fieri imprenditori poi, ma anche professionisti di prestigio, alta borghesia ricca di passione e curiosità, hanno costruito nel nostro Paese collezioni che hanno gallerie pubbliche d’arte moderna”. Ora “al museo di Villa Margherita”, nato da un collezionismo appassionato e poliedrico talmente eclettico, nelle sue impetuose predilezioni, da lasciare stupiti e affascinati, si affianca un omaggio affettuoso a quello di tanti, altrettanto appassionati qualitativamente se non quantitativamente, che hanno saputo credere nell’estro e nella genialità del proprio tempo”.



Ecco dunque che la mostra, grazie anche a una ricca selezione di foto e documenti storici prestati dall’Archivio Il Cavallino, ci conduce a riassaporare il clima e il fervore di quegli anni in cui non era ancora il mondo delle aste a polarizzare le scelte dei collezionisti ma le gallerie sorte soprattutto a Milano, Venezia e Roma a suggerire nomi e correnti artistiche, oppure le grandi manifestazioni: la Quadriennale di Roma nata nel 1927, la Triennale di Milano, fondata a Monza nel ’23 e quindi trasferita nel capoluogo lombardo nel 1933, e soprattutto la Biennale d’Arte di Venezia che dal 1895, con la sua proclamata indipendenza da condizionamenti, fu tra i garanti del successo di molti artisti del nostro Paese.




“Sguardi sul Novecento” ci riporta a quel tempo, attraverso le opere di 33 autori che in modo diverso hanno dato voce alle tante anime del secolo, focalizzando tuttavia l’attenzione su alcune figure chiave di questa epopea come Felice Casorati – il cui “Ritratto di Riccardo Gualino”, elegantissimo e profondo, assurge quasi a simbolo di questa mostra con tutta la nobiltà della passione per l’arte che l’opera racchiude – Giacomo Balla, Giorgio De Chirico, Gino Severini, Antonio Ligabue, Renato Guttuso e Arturo Martini, di cui vengono presentati gruppi di lavori davvero notevoli.



Così se di Balla la mostra a Villa Regina Margherita propone due importanti dipinti che riconducono ad altrettante fasi dell’excursus artistico del pittore – “Villa Borghese dalla finestra” del 1908 circa, con la sua sperimentazione su effetti di luce e scomposizione di colore che rivela l’adesione “parigina” al divisionismo puntinista e “Quando?” del 1929 circa, in cui è ampiamente matura la svolta futurista elaborata nel ‘18 con il “Manifesto del Colore”- di De Chirico l’esposizione propone cinque autentici capolavori, che attraversano quasi un trentennio della sua rutilante attività artistica.



É soprattutto tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, che De Chirico è concentrato nel recupero del mondo classico che sarà cardine di gran parte della sua poetica. “Les Constructeurs de Trophées” (in mostra una bellissima versione del ‘28) ne è il simbolo pregnante, insieme ai “Gladiatori”: opere che nascono accanto a quel volume – “l’Hebdomeros” – uscito nel 1929 con il sottotitolo “le peintre et son génie chez l’écrivain”, considerato da Maurizio Fagiolo dell’Arco “tra i capolavori della letteratura d’invenzione” e dove si ritrovano “molti dei motivi plastici che l’artista, in quagli stessi anni, stava svolgendo in pittura”. “Piazza d’Italia”, così come “Andromaca” o “Il Trovatore”, sono viceversa temi che accompagneranno l’artista per una più dilatata fase del suo cammino.



Soprattutto le “Piazze d’Italia” sono elemento fondante della Metafisica dechirichiana di cui possiamo vedere gli albori già nel 1912: un soggetto che ritorna in numerose varianti sia cromatiche che scenografiche anche nei decenni della Neometafisica e reca in se uno spasmodico amore per la luce nella sua valenza atmosferica, con ombre lunghe e nette che tutto abbracciano e sublimano.



Ne emerge – come nelle versioni proposte in questa occasione – l’idea stessa che De Chirico aveva della bellezza, più visionaria che onirica, carica di un’atmosfera che allude a una sottile realtà interiore. “Ho lavorato molto e fatto grandi progressi – scriveva De Chirico a Cardazzo nel febbraio del 1946 – sono sicuro che le mie nuove cose piaceranno molto a quelli che capiscono ed amano sinceramente le vere pitture”. Sfilano davanti agli occhi altri protagonisti del gruppo degli artisti italiani residenti a Parigi: Campigli con “Giocatori di Scacchi” del 1921 e una versione di “Bagnanti” risalente ai felici anni Quaranta (1942) e soprattutto Severini, con un pastello su carta raffigurante uno degli affascinanti paesaggi notturni del periodo parigino, “Rue des Arts à Civrai” (1909), che precede il periodo futurista e con una “Danseuse” del 1957, ripresa più tarda ma non meno efficace di quei motivi cubo-futuristi che avevano reso famose le sue composizioni dei secondi anni Dieci.



L’altra anima dell’arte italiana del Ventennio e in particolare degli anni Trenta, quella legata al programma “Novecento”, è rievocata con nomi di primo livello come Mario Sironi, Arturo Tosi, Ottone Rosai, Adolf Wildt – bella e intellettualistica la sua “Concezione” del ‘21 – e Arturo Martini, di cui vengono presentati tre bozzetti: “I Dioscuri” del ’34, “Giustizia Corporativa” del ’37, preparatorio del celebre bronzo realizzato per il Palazzo di Giustizia di Milano, e il bozzetto del monumento a Tito Livio per l’Università di Padova del ’42, anno in cui Martini viene nominato membro onorario dell’Accademia di Venezia.


Anche ad Antonio Ligabue e a Renato Guttuso, tra le personalità più “intriganti” del panorama artistico del Novecento, la mostra riserva particolare rilievo. Di Ligabue affascina la vita geniale e disperata, ma soprattutto la carica vitale della sua pittura e il mondo naif dei suoi quadri in cui rivivono tutte le paure e le ossessioni di un’anima inquieta e tormentata. Nel percorso espositivo si contano ben sette opere dell’artista nato a Zurigo: con i suoi soggetti tipici desunti dalla natura – cani da caccia, fagiani, gatti, leoni, volpi, cavalli – e con uno dei suoi molteplici, inquietanti autoritratti. Di Guttuso colpisce invece la potenza del colore e la grande forza espressiva della sua pittura che diventa resistenza, passione etica e denuncia civile.



“L’uccisione del capolega” del 1947 nasce in quell’ambiente culturale fatto di artisti e amici come Birolli, Vedova e il gallerista Cairola, che si esprime nel “Fronte Nuovo per le Arti”: manifesto artistico ma anche movimento politicamente molto impegnato. I temi sociali diventano proprio in questi anni predominanti per Guttuso, che porta sulle proprie tele le lotte dei contadini, la vita dura di zolfatara e cucitrici e, soprattutto, il proprio rancore per la violenza e l’arroganza della “forma mentis” che si arrocca attorno a tutto quello che è violenza e mafia. Accanto a questo capolavoro, in mostra si possono però ammirare anche tre tele eseguite dall’artista tra il 1965 e il ‘66: un periodo che vede il pittore, al culmine del successo, impegnato non solo sulle tele, ma anche nella realizzazione di scenografie teatrali e nell’elaborazione di testi, nel fervore ideologico e sociale. Eppure l’ebbrezza del successo non affievolisce la sua vena creativa, che si alimenta sempre di una vigile etica politica.


In quest’ottica va letto anche il dipinto “Asse Roma-Berlino” del 1966, subliminale omaggio all’amico di sempre, Pablo Picasso, al quale Guttuso era legato da grande affetto fin dal primo incontro a Parigi nel 1945. Siamo dunque arrivati ai mitici anni Sessanta: abbiamo lasciato alle spalle i lavori di Crippa – “Composizione Spaziale” (1952 -54) – e i “décollages” di Mimmo Rotella con le loro stravaganti lacerazioni e abrasioni su carte colorate di manifesti incollati a strati, talvolta strappati direttamente dai muri della città, e siamo giunti alla celeberrima serie dei “Tagli” (Attese) di Lucio Fontana (1968), alle “Composizioni” di uno Schifano affascinato dalla vitalità diurna e notturna di Milano produttiva e prosperosa, pur vivendo tra Roma e New York, o alla rivisitazione in chiave pop di artisti del passato proposta da Tano Festa, come in “Studio n°1 per la solitudine nel museo”, con i coniugi Arnolfini, nel quale l’artista ridipinge immagini icona proiettate sulle tele.
Il percorso sta per concludersi, ma un’ultima sezione riserva ancora sorprese ed emozioni con alcuni grandi maestri stranieri che furono particolarmente vicini all’esperienza e all’ambiente artistico italiano e fortemente legati in particolare alla Liguria e alla Costa Azzurra: artisti che Annalisa Scarpa ha sentito la necessità di ricordare in una mostra così intimamente legata, nella sua costruzione, al luogo che la ospita. Asger Jorn per esempio giunse ad Albisola, in Liguria, dalla Danimarca nel 1954. Era malato e il movimento artistico di cui era stato uno dei fondatori, in un caffè di Parigi, qualche anno prima, era ormai sciolto, il gruppo dei “militanti” di un’arte libera da formalismi, disperso in mille rivoli per l’Europa. Dalle miti coste liguri, Jorn continuerà però a lavorare e a tessere una rete di fertili relazioni. É la breve fiammata del gruppo “CoBra”, che raccolse per un fertile, anche se transitorio periodo, artisti, poeti e letterati provenienti da tre città, Copenhagen, Bruxelles e Amsterdam (da cui l’acronimo del più aggressivo dei rettili), e che fu propugnatore di una totale libertà d’espressione all’insegna della creatività collettiva.


Sulla Riviera di Ponente, dove già trascorreva l’estate Lucio Fontana, approdò anche un altro esponente del gruppo “CoBra”, Karel Appel, e vi giunse anche il cubano Wifredo Lam (ricordato in mostra con un dipinto del ’45, “Nascono i mostri o maternità”), grande amico di Picasso, frequentatore di molti artisti surrealisti che si raccoglievano attorno ad André Breton, come Max Ernst e Victor Brauner, entrambi presenti in questa sezione dell’esposizione.


Era del resto lo stesso gallerista Carlo Cardazzo ad incoraggiare Jorn e i suoi amici a trasformare questo estremo territorio ligure in un grande centro di sperimentazione artistica, sottolineando ancora una volta il ruolo fecondo svolto da tanti collezionisti e mercanti nello sviluppo dell’arte del Novecento.


E la Francia è lì a due passi, la Francia della Costa Azzurra e della Provenza, rifugio di un nugolo di artisti giovani e meno giovani che alimentano con le loro creazioni il mercato, le gallerie e il fertile collezionismo italiano: da Hartung, che nel 1976 venne nominato cittadino onorario di Antibes, la prediletta da Picasso, ad Arman, che a Nizza ebbe la propria formazione artistica e dove ebbe modo di frequentare Yves Klein, pochi sfuggiranno al fascino sottile di questi luoghi, la cui vicinanza con Bordighera ha per villa Margherita un valore che non è solo simbolico, ma anche di forte scambio interculturale

(Da: http://www.universy.it/)

venerdì 14 settembre 2012

Corso di danze occitane


Uc de Saint Circ e i trovatori piemontesi




UC DE SAINT CIRC E I TROVATORI PIEMONTESI A ESPACI OCCITAN

Sarà inaugurata domenica 23 settembre 2012 a partire dalle ore 15.30 la mostra Uc de Saint Circ e i trovatori piemontesi, allestita presso il Museo Sòn de Lenga di Espaci Occitan a Dronero. 

Trovatore del Quercy, attivo dal 1217 al 1253, Uc fu uno dei più importanti poeti di lingua d’òc presenti in Italia nella prima metà del XIII secolo. Dopo aver viaggiato in diverse corti d’Europa, si stabilì a Treviso alla corte di Alberico da Romano, dove divenne uno dei più importanti artefici della sistematizzazione e divulgazione della poesia cortese in lingua d’òc, scrivendo molte vidas, biografie di trovatori, e stendendo con ogni probabilità il primo libro di grammatica di una lingua volgare: il donat proensal. Uc ebbe contatti anche con il Piemonte, tenzonando con Peire Guilhem de Luserna e Nicolet de Turin. 

La sezione su Uc de Saint Circ, curata dai medievalisti Amedeo Gheller, Moira Pegoraro e Matteo Scolaro dell’Università di Padova, è stata già esposta a Noale nel giugno 2011; la parte dedicata alle corti del Piemonte e ai trovatori che vi soggiornarono nel XIII secolo è invece inedita, ed è stata curata da Rosella Pellerino. La visita ai documenti e alle installazioni sarà preceduta da un’introduzione – conferenza tenuta dai curatori sulla poesia in Veneto e in Piemonte nel XIII secolo, che si terrà nei nuovi locali dell’Istituto di Studi di Espaci Occitan, sorti a piano terra, accanto al museo.

A conclusione della visita, alle ore 17, nell’ambito del Piano di Valorizzazione “Le vie del Monviso” della Comunità Montana Valli del Monviso, si terrà il concerto dei Lilium Lyra Chansonete et Joglars, Musiche dai margini della società medievale, canzoni e poesie di giullari occitani e non del XIII secolo. 

Lilium Lyra, trio vocale e strumentale, è un progetto artistico nato a Caraglio e volto alla ricerca ed interpretazione della musica medievale sacra e profana, eseguita con riproduzioni di strumenti d’epoca.

Per la giornata del 23 tutti gli ingressi saranno gratuiti. La mostra, promossa da Espaci Occitan, Università di Padova e Pro Loco di Noale, sarà visitabile fino al 4 novembre, dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 14.30 alle 17, e la domenica dalle 14.30 alle 18, al costo di 2 euro. Per informazioni Espaci Occitan, Via Val Maira 19, 12025 Dronero; Tel. e fax 0171.904075, segreteria@espacioccitan.org, www.espaci-occitan.org.

mercoledì 12 settembre 2012

Corsi di Cultura e Lingua Occitana on line 2012

















Corsi di Cultura e Lingua Occitana on line 2012

Ripartono ad ottobre 2012 i corsi di lingua e cultura occitana alpina on line realizzati da Espaci Occitan con il contributo della Fondazione CRC, giunti ormai alla nona edizione. Sono previsti quattro livelli, che verranno erogati a partire dal 1° ottobre con termine il 22 dicembre. 

Il primo livello prevede un corso di alfabetizzazione di base con elementi di letto-scrittura, grammatica, ortografia svolto in modalità on line. Aperto ad operatori di uffici turistici, insegnanti, dipendenti di pubbliche amministrazioni e semplici appassionati, anche se non occitanofoni o residenti in località occitano alpine, prevede l’erogazione di 6 lezioni on line dotate di schede grammaticali, file audio, dizionario di base, esercizi e test di valutazione. 

Il secondo livello, finalizzato al conseguimento di una maggior capacità espressiva in forma scritta e orale, attraverso il perfezionamento delle regole grammaticali e lo studio di terminologie specialistiche, è aperto a coloro che hanno completato il piano di studi del Corso di I livello e prevede 6 lezioni on line. 

Il terzo livello è finalizzato al perfezionamento delle regole grammaticali e allo studio di terminologie specialistiche; aperto a coloro che hanno completato il piano di studi del Corso di II livello, prevede 4 lezioni on line. 

Per i ragazzi sotto i 14 anni (fino alla terza media) è previsto un corso junior articolato in 4 lezioni più semplici ed empatiche, in cui l’apprendimento è agevolato da immagini, sonori e situazioni quotidiane.

L’occitano alpino impiegato dai materiali dei corsi sarà quello meridionale (valli del cuneese) ma ciascuno potrà partecipare con la propria varietà, apportando utili integrazioni ed approfondimenti.

Le iscrizioni devono essere effettuate entro il 28 settembre 2012 inviando a segreteria@espaci-occitan.org. una mail contenente i seguenti dati: Nome e Cognome, Luogo e data di nascita, Residenza (Via e Comune), Numero di telefono, E mail, Professione (indicare nel dettaglio se dipendenti di Enti pubblici, Insegnanti di quale materia e grado, ecc.), livello cui ci si iscrive.

Entro la data sovracitata ogni iscritto dovrà procedere al pagamento di € 25,00 all’Associazione Espaci Occitan mediante versamento presso Banca Regionale Europea Agenzia di Dronero, Conto Corrente N. 9534/8 Intestato a “Associazione Espaci Occitan” IBAN IT 80U0 6906 46280 00000000 9534 CIN U ABI 6906 CAB 46280. Nella causale indicare: “Iscrizione al corso di lingua occitana online / livello….” (indicare il livello scelto). E’ possibile effettuare il versamento anche direttamente presso gli uffici di Espaci Occitan. Il mancato versamento precluderà la possibilità di accesso alla piattaforma. E’ possibile partecipare ad un solo livello per annualità ed iscriversi ai livelli superiori solo se si sono già frequentati i livelli precedenti. Informazioni sul sito internet www.espacioccitan.org alla sezione Corsi di lingua, via mail a segreteria@espaci-occitan.org o presso la segreteria di Espaci Occitan, tel. 0171 904075 dal martedì al venerdì in orario 9-12 e 14.30-17.

giovedì 6 settembre 2012

La regola e il caso. Bruno Munari a Noli


Ultimi giorni per visitare la bella mostra dedicata a Bruno Munari dalla Fondazione Sant'Antonio di Noli


La regola e il caso

Noli (Savona)
Fondazione Sant'Antonio
Bruno Munari
La regola e il caso
Profilo di una collezione


14 luglio - 20 settembre 2012
Catalogo bilingue
a cura di R. Zelatore


La Fondazione Sant’Antonio, nella storica sede di Noli, apre le porte a un maestro indiscusso dell’astrazione italiana, Bruno Munari. La mostra personale dedicata al poliedrico artista milanese, attivo sulla scena nazionale e internazionale per settant’anni, si inaugurerà sabato 14 luglio alle ore 18:30. 

La mostra, curata da Riccardo Zelatore con contributo critico di Alberto Rigoni è visitabile fino al 29 settembre, offrirà al pubblico una campionatura dei principali periodi dell’attività di Munari. La mostra nasce da un approfondito lavoro di ricerca e da un progetto affinato nel corso degli anni realizzato da Paolo Minoli (1942-2004), artista e amico di Munari, divenuto oggi parte significativa del patrimonio di Casaperlarte Fondazione Paolo Minoli fondata dall’artista a Cantù nel 2004.