TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 31 agosto 2017

Vijayanagara, il regno di Rama



Città perdute /9. Esplorando uno dei maggiori centri dell’Asia, luogo prediletto da Rama. Il suo nome adesso è Hampi, è un villaggio del Karnataka, nell’India meridionale. Era una metropoli cosmopolita, tollerante, che ospitava anche quartieri musulmani.

Cinzia Pieruccini

Vijayanagara, il regno dello sfarzo

Il luogo è oggi noto come Hampi, ed è un villaggio del Karnataka, nell’India meridionale, che ha meno di tremila abitanti; casette, piccoli alberghi piuttosto recenti, ristoranti semplici e negozi aperti sulla strada si concentrano intorno al grande tempio dedicato a Virupaksha, un aspetto di Shiva, uno degli dèi sommi dell’induismo, e della sua sposa qui chiamata Pampa.

Il principale gopura – torrione d’ingresso – del tempio svetta per più di cinquanta metri di altezza; è stato aggiunto nel XIX secolo, non è ben chiaro grazie a quale patrocinio. Intorno, il paesaggio è straordinario, addirittura surreale. Il fiume Tungabhadra scorre in ampie anse in mezzo a una distesa di colline formate da enormi massi rossi e ocra che sembrano essere stati levigati e ammonticchiati gli uni sugli altri di proposito, come da preistorici giganti, e stare in un equilibrio misterioso e un po’ inquietante.



FRA QUESTA PIETRA dal colore intenso e il verde brillante delle aree di pianura sono sparsi i resti dell’antica Vijayanagara, la «Città della Vittoria», che fra il XIV e il XVI secolo fu la grande capitale dell’India meridionale, e che poi, quasi in un attimo, fu cancellata dalla storia per trasformarsi in una distesa di rovine. Riscoperta, per così dire, nel corso dell’Ottocento, quando dilettanti e poi archeologi cominciano a documentare il luogo, la gloriosa città è oggi tornata in piena luce soprattutto grazie agli studi del Vijayanagara Research Project, inaugurato nel 1980. Ma non solo storia e natura rendono il luogo affascinante, perché si aggiunge anche la leggenda. Una tradizione locale molto viva associa infatti tutta quest’area alle avventure di Rama, narrate dal grande poema sanscrito del Ramayana e, nei secoli, da infinite altre popolarissime versioni. Qui si sarebbe trovata la mitica Kishkindha, il regno delle Scimmie, dove il principe Rama giunge con il fratello Lakshmana mentre è in cerca della sposa Sita, rapita dal demone Ravana, e stringe preziose alleanze. Il fantastico paesaggio di Hampi è sparso di luoghi nei quali Rama, che per l’induismo è un avatara («discesa») sulla terra del grande dio Vishnu, viene evocato e onorato secondo gli episodi della vicenda.

    Rama

Tutto prende l’avvio nella prima metà del Trecento. L’India settentrionale è sotto il dominio di un sovrano islamico, il sultano di Delhi, che ha conquistato anche il Deccan e che sarebbe ben felice di dominare fin sull’estremo sud. Il successo è limitato, ma il tentativo suscita grandi rivolgimenti. A questo punto entrano in scena due fratelli, che portano i nomi simpaticamente simmetrici di Hukka e Bukka. Secondo fonti un po’ pasticciate, questi notevoli avventurieri sarebbero stati al servizio di regnanti hindu vinti dagli eserciti del Sultanato; sono fatti prigionieri e portati a Delhi, dove si convertono all’islam, vengono rispediti nel sud con incarichi ufficiali, e si ribellano tornando alla loro religione e fondando, nel 1336, un proprio regno.

Si stabiliscono dapprima sulla riva nord della Tungabhadra; dopo pochi anni però l’insediamento è spostato sull’altra sponda, ed ecco nascere la «Città della Vittoria», destinata a diventare uno dei maggiori centri dell’Asia. Già nei primi decenni del Quattrocento il suo dominio si estende su tutta la punta meridionale dell’India, da mare a mare.


LA CITTÀ SI ARRICCHISCE di templi e palazzi, nei suoi mercati vivacissimi si vende ogni sorta di cibo e di tessuti, vi si commerciano pietre preziose e perle, e i re si circondano di uno sfarzo immenso; musica, danza, letteratura ricevono sontuoso patrocinio. Dal luogo restano affascinati numerosi viaggiatori, quali gli italiani Niccolò de’ Conti e Ludovico di Varthema, e i portoghesi Domingo Paes e Fernão Nunes. Paes, che ci ha lasciato la descrizione più ampia, visita la città al tempo del suo massimo sovrano, Krishnadevaraya, che regna per vent’anni a partire dal 1509. Ma la fine è già vicina. Il colpo mortale sarà inferto nel 1565 dalla coalizione di un gruppo di stati a guida islamica sorti nel frattempo, i cosiddetti Sultanati del Deccan, con la battaglia di Talikota, un centinaio di chilometri più a nord. Il grande regno va in frantumi; la capitale è meticolosamente saccheggiata e viene abbandonata.

L’area urbana di Vijayanagara si estendeva per circa venticinque chilometri quadrati. I maggiori monumenti conservati comprendono templi, corredati da vasche e portici, disposti grossomodo lungo un’ampia fascia parallela al fiume, mentre a sud-ovest si trovano palazzi e strutture della cittadella reale; poco resta della zona residenziale, per via dei materiali più fragili. Quanto ai templi, ne esistono anche di anteriori alla fondazione della città, piccoli e graziosi; il sito era dunque già abitato, e non solo: quello che oggi è il culto di Shiva Virupaksha era verosimilmente già vivo ai tempi di Hukka e Bukka, ed è uno dei probabili motivi per la scelta del luogo. Aggiungiamo che forse Virupaksha ha sempre continuato ad attrarre pellegrini, come ne attrae oggi, mantenendo così un filo teso con il passato.



LA DEVOZIONE MAGGIORE dei re di Vijayanagara era però rivolta a Vishnu e al suo avatara Krishna, nei loro diversi aspetti e nomi, e questo è l’orientamento religioso degli altri santuari della città. Ora, i templi di Vijayanagara hanno uno stile speciale, «esteso», che si diffonde anche in tutto il regno per diventare, nei suoi sviluppi, una delle meraviglie dell’India del Sud. Copiata, per la verità, dai territori conquistati del Tamil Nadu, questa tipologia vuole grandi complessi con cinte di mura dotate di alti portali, appunto i gopura, al cui interno l’edificio principale è affiancato da padiglioni colonnati (le sale «dalle cento» o «dalle mille colonne»), dal santuario della dea consorte e da altri ancora.

Il tempio più bello di Hampi porta il nome di Vitthalasvami, il «Signore Vitthala», ed è rinomato per le splendide colonne e per una cappella monolitica a forma di carro. Ma forse il più emozionante è quello noto come Achyutaraya, oggi una solenne rovina in un’area selvatica orlata dalle creste dei massi.

Nelle aree della cittadella reale si trova, fra gli altri monumenti, una maestosa piattaforma piramidale istoriata che si suppone fosse usata per i riti di Mahanavami, il «Grande nono giorno», una ricorrenza hindu tuttora viva che prevede il culto di divinità femminili e, al termine, la celebrazione della vittoria di Rama su Ravana. Come sappiamo soprattutto dalla vivace relazione di Paes, ogni giorno della novena erano offerti in sacrificio in grande numero bufali e capre; si tenevano danze, musica, spettacoli, rassegne dell’esercito, e le concubine del re sfilavano tanto ingioiellate, ci viene detto, da faticare a reggersi in piedi. Altri edifici, quali le cosiddette Stalle degli Elefanti e il delizioso Lotus Mahal, con le loro arcate evocano invece l’architettura indo-islamica coeva.


QUESTO È UN INDIZIO importante fra altri dello stesso segno. Difatti, Vijayanagara e il suo regno sono stati spesso visti come un più o meno consapevole baluardo hindu contro il dilagare in terra indiana dell’islam; e certo hanno avuto un ruolo fondamentale nella preservazione della cultura dell’India meridionale. Oggi però gli studi hanno restituito il quadro di una metropoli cosmopolita e tollerante, che ospitava anche quartieri musulmani. La grande Città della Vittoria non è stata cancellata per motivi ideologici o religiosi, quanto piuttosto per la solita, eterna sete di ricchezza e di dominio.


Il Manifesto – 22 agosto 2017

Castellermo sacralità di una vetta


Quando il proletariato giovanile pensò di fuggire dalle riserve: Alce Nero parla



Nel 1977 uscì “Alce Nero parla”, ricostruzione da parte di un nativo americano del processo di distruzione del suo popolo. Il momento non era casuale: l'Italia era scossa da un grande movimento di lotta (meno ampio, ma molto più duro di quello del '68) in cui una parte degli insorti (il termine sembra oggi esagerato, ma è assolutamente corrispondente alla realtà di allora) si riconosceva nell'esperienza dei nativi americani. Erano gli indiani metropolitani che lottavano per uscire dalle riserve consumistiche in cui la società tardocapitalistica li aveva rinchiusi. Il libro ebbe un grande successo e divenne uno dei bestsellers di quell'anno tumultuoso. Un articolo del Manifesto racconta la storia (e le ambiguità) di quel testo.

Emanuele Trevi

Pallidi riflessi di supreme visioni


«Amico, ti racconterò la storia della mia vita, come tu desideri». L’inizio di Alce nero parla è giustamente celebre. Per un’intera civiltà, ha l’importanza di un proemio omerico. Indica perfettamente una dimensione primigenia del racconto, la relazione tra chi parla e chi ascolta, considerati come i due poli indispensabili dell’energia di una storia. Tradisce un presupposto implicito: non si può raccontare la stessa cosa a due persone diverse. E come accade in certi capolavori letterari moderni (uno fra tutti: La sonata a Kreutzer di Tolstoj) a volte bisogna aspettare a lungo prima di imbattersi nella persona giusta per iniziare a raccontare.

     Black Elk negli abiti tradizionali

Due diversi piani di realtà

Già: ma chi è la persona giusta? «Amico, ti racconterò la storia della mia vita, come tu desideri…». Con poche, nobili parole lo sciamano sioux acconsente al desiderio di sapere dell’estraneo, quel bianco curioso, non più giovane, che nell’estate del 1930 si era presentato alla soglia di casa sua, nella riserva indiana di Pine Ridge, South Dakota, per fare domande. Non che Alce Nero amasse particolarmente conversare con i bianchi, i Wasichu, come li chiamava nella sua lingua. Aveva comunque bisogno di un interprete.

Proprio pochi giorni prima di incontrare John G. Neihardt, poeta e romanziere del Nebraska specializzato in storie indiane, aveva respinto l’ennesima scocciatrice che si era sobbarcata il viaggio per avere notizie di suo cugino, Cavallo Pazzo. Anche Neihardt sapeva che quel vecchio pellerossa (nel 1930 toccava i settant’anni, ma sarebbe ancora campato a lungo) era una fonte impareggiabile di storie e di notizie. Non solo per la sua parentela con il grande capo guerriero. Quell’uomo – un Lakota della banda degli Oglala per l’anagrafe dei nativi – aveva visto tutto, alla tragica epica del suo popolo aveva partecipato come sciamano e come guerriero, dalla vittoria su Custer a Little Big Horn, nell’estate del 1876, al massacro di Wounded Knee (dicembre del 1890).

Quello che Neihardt non poteva immaginare, e che solo ascoltando e trascrivendo avrebbe appreso, è il fatto che uomini come Alce Nero e Cavallo Pazzo avevano vissuto la loro vita su due diversi piani di realtà: quello visibile dove si svolgono i fatti, a volte fatti storici, e quello dove le cose dimorano eterne, totalmente comprensibili, fatte di spirito. E dunque, se il bianco voleva ascoltare di cacce al bisonte e battaglie, Alce Nero lo avrebbe accontentato e insieme ingannato, perché ciò che accade agli uomini, in questo mondo, non è che l’ombra del «vero mondo», quel luogo spirituale dove il cosmo si rende percepibile nella sua totalità, in cui Alce Nero venne rapito quando non aveva ancora dieci anni. Tutta la sua esistenza, per quanto ricca di eventi eccezionali, non sarebbe stata che una specie di nota a margine, di pallido riflesso di quella Grande Visione.

Un tempo, queste memorie si perpetuavano all’interno di un popolo, per generazioni e generazioni. Ispiravano canti e preghiere e complesse liturgie. Ma nel 1930, il popolo dei Sioux era distrutto, sconfitto, condannato: di questo Alce Nero doveva ormai essere sicuro. Perché gli uomini potessero avvantaggiarsi dei profondi e salvifici significati della Visione, bisognava adattarsi ai tempi, confidarla a un estraneo. John Neihardt lo convinse al primo sguardo. Alce Nero ebbe l’impressione, quella mattina d’agosto del 1930, di averlo sempre aspettato.

Quel Dante analfabeta aveva un’idea molto vaga di cosa facesse uno «scrittore». Per lui era un vaso, un ricettacolo a cui consegnare una memoria prossima all’estinzione. Elemire Zolla ha paragonato il caso di Alce Nero a quello di Ogotemmeli, il sapiente che raccontò a Marcel Griaule tutti i segreti della metafisica dei dogon. In entrambi i casi, un vecchio, che è l’ultimo depositario di tradizioni millenarie, le confida e affida a uno straniero, un uomo bianco. 


E dunque all’incomprensibile magia della scrittura. Ma tra Griaule e Neihardt ci sono anche differenze interessanti: il primo è uno studioso raffinatissimo, uno dei padri dell’antropologia moderna; del secondo basterà dire che aveva messo in versi epici l’epopea del West, inneggiando al fatale trionfo della razza ariana. Fino ai suoi ultimi giorni (come Alce Nero, fu molto longevo) sostenne l’ineluttabilità del genocidio dei nativi americani. Alle sue ferree convinzioni razziali e filosofiche Neihardt, questo hegeliano del Nebraska, associò dosi variabili di sentimentalismo e paternalismo. Nessuno al mondo si sarebbe ricordato di lui, se Alce Nero non avesse riconosciuto in quell’uomo che non aveva mai visto proprio colui che aspettava.

In questo, si dimostrò forse ancora più geniale e ironico di Ogotemmeli, il suo collega africano. Mi piace pensare che con la sua percezione sottile Alce Nero si accorse subito dei limiti, della fondamentale ottusità di quel viso pallido. Evidentemente non cercava un confronto, un’impossibile fusione di orizzonti, ma qualcuno che sapesse ascoltare.

Con tutte le sue idee assurde e il suo velleitarismo letterario, Neihardt si dimostrò all’altezza del compito. Dopo il primo incontro, nel maggio del 1931 si stabilì vicino alla casetta di tronchi di Alce Nero, «a due miglia circa a ovest», come precisa una nota del libro, «dall’Ufficio Postale di Manderson». Lo accompagnavano le figlie, Enid e Hilda, che stenografarono il racconto di Alce Nero così come Ben, il figlio dello sciamano, lo traduceva in inglese. Gli ospiti alloggiavano in una tenda sacra, sulla quale Alce Nero e i suoi amici avevano dipinto arcani simboli esoterici.

È giusto che sia stato Neihardt a firmare il libro, pubblicato nel 1932? Direi di sì, non fosse altro che per il fatto che è stato lo scrittore americano a creare un equivalente verbale, di straordinaria efficacia e suggestione, della voce di Alce Nero. Sta lì il grande segreto del libro: un segreto artistico, forse artigianale, perfettamente adeguato ai suoi profondi significati spirituali. Ne venne fuori uno di quei testi, si contano sulla punta delle dita, che se nella vita si leggesse solo quello, basterebbe e avanzerebbe. Come l’Odissea, o la Bhagavad Gita.

    Alce Nero e John G. Neihardt 

Il compito degli avi

Ancora oggi, basta aprirlo a caso e la voce di Alce Nero è lì ricordarci che ogni vita umana si svolge simultaneamente nel visibile e nell’invisibile, nel profano dove tutto è imprevedibile e nel mondo degli spiriti dove tutto è già accaduto.

La foto che li ritrae assieme, lo stregone e lo scrittore, vestiti all’occidentale, come due musicisti jazz sulle strade della Grande Depressione, è commovente. Alce Nero aveva avuto ragione a fidarsi. Prima che fosse troppo tardi, quell’ometto con gli occhiali non aveva salvato una semplice vita umana, passeggera come l’erba e le nuvole, ma un’intera concezione della realtà, diversa da ogni altra e per questo insostituibile. In fondo era proprio questo il compito che gli Avi, al culmine della grande visione, avevano affidato ad Alce Nero.


Il Manifesto/Alias – 20 agosto 2017

mercoledì 30 agosto 2017

Afghanistan. Il fantasma del Grande Gioco



Il confronto nell’Ottocento fra le due potenze fu chiamato “Great Game” da Kipling La scacchiera era l’Asia. Ma la scena mutò con un incontro lungo i cammini che salivano sull’Himalaya.

Stefano Malatesta

Il fantasma del Grande Gioco. La guerra fredda di spie tra russi e inglesi davanti a una tazza di tè

«The Great Game», il grande gioco, come lo battezzò Rudyard Kipling, è stata una vicenda di paranoia collettiva basata su falsi presupposti e alimentata dalla stampa popolare inglese. Dopo la guerra di Crimea – il primo avvenimento militare coperto da resoconti giornalistici dal vivo – era rimasto famoso il reportage di John Russell, pubblicato dal “Times”, sulla carica di Balaklava.

L’Inghilterra era diventata una potenza imperiale che andava a combattere in latitudini e longitudini remote. In Africa contro gli zulù, in Nuova Zelanda contro i maori, in India contro i sikh. Ma nessuna di queste storie guerresche aveva il fascino ed era seguita come la guerra non dichiarata tra russi e inglesi che aveva come sede le vallate dell’Himalaya, abitate da strane popolazioni con gli occhi azzurri e i capelli biondi, in un paesaggio drammatico.

All’inizio dell’Ottocento i confini dell’impero russo distavano oltre tremila chilometri da quelli dell’India, il pezzo più pregiato di un puzzle chiamato Impero britannico. Ma con il passare del tempo la distanza tra i due confini si era accorciata, calando a poche centinaia di chilometri. Già durante il regno di Pietro il grande la politica russa era diventata espansionistica. Prendendo come pretesto il vuoto di potere dell’Asia centrale, dove non esistevano nazioni ma solo aggregazioni tribali chiamati Khanati, i russi avevano inglobato ogni anno un territorio pari alla superficie del Belgio.



In previsione di ulteriori avanzate lo zar aveva mandato verso est come descubridor uno straordinario personaggio, il grande esploratore Nicolaji Przheval’skij, un russo dal nome impossibile, dalla volontà di ferro e dalle abitudini sessuali anomale. Non permetteva ai suoi soldati di abbandonare la divisa e durante le estenuanti marce attraverso il Tien Chan, le montagne celesti dell’Asia centrale, dove abitano i tirghisi, li faceva marciare come fossero a una parata del reggimento Preobrazenskij.

Come sempre nei paesi coloniali dopo gli esploratori seguivano le truppe. In Africa orientale dopo Livingstone erano arrivate le giubbe rosse. Nell’Asia centrale dopo Przheval’skij arrivarono i cosacchi. Nel 1865 la grande città protetta da un muro imponente, Tashkent, era caduta sotto le cariche dell’esercito russo e tre anni più tardi era stato il turno di Samarcanda e di Bukhara.

Ogni volta che la Russia incorporava nuovi territori, i suoi dirigenti si preoccupavano di far sapere al Foreign Office che l’espansione andava in direzione est verso il Pacifico e non verso sud. E che lo zar non aveva avanzato pretese sull’India non essendoci piani per impadronirsi dell’intera Asia centrale. Ma quando i russi, tre anni più tardi dopo Samarcanda, presero Khiva, a Londra come a Calcutta l’indignazione era alle stelle. Tutti ormai pensavano che fosse solo questione di tempo per l’arrivo dei cosacchi a cavallo che avrebbero fatto risuonare gli zoccoli dei cavalli sulle pianure indiane. Anche il feldmaresciallo Lord Robert di Kandaar, comandante dell’esercito indiano dall’83 al ’93, era antirusso e giurava sull’invasione.


Ha dell’incredibile come un uomo considerato il miglior soldato che abbia mai avuto l’Inghilterra dopo Wellington, non fosse informato che sugli otto passi che conducono dal Turkestan cinese in India sei erano impraticabili e solo due, il Minthaka Pass e il Khunjerab Pass, che si trovavano ad una altitudine di oltre ottomila metri, erano transitabili solo d’estate unicamente da due o tre uomini alla volta. L’unica via aperta per tutte le stagioni passava per l’Afghanistan attraverso il Khyber Pass. Ma gli inglesi dovevano sapere meglio di altri che entrare in Afghanistan in forze era un atto molto pericoloso. A metà dell’Ottocento il residente britannico con la sua guardia personale era stato massacrato da una folla che aveva bruciato anche la sede della residenza e qualche anno più tardi una carovana di afgani amici degli inglesi, scortata da truppe britanniche, era stata sterminata prima che arrivasse ai confini con l’India. In attesa dei cosacchi che non arriveranno mai, il comando britannico in India cominciò ad organizzare un reseau di spie che andassero sulle montagne.

Improvvisamente i cammini che salivano sull’Himalaya e attraversavano un posto drammatico come il Pamir – definito dagli esploratori un «abominio di desolazione» dove le carovane d’inverno rischiavano di essere congelate dal vento gelido che portava la temperatura a meno sessanta gradi – furono percorsi da strani individui che si facevano passare per cacciatori o geografi e che per meglio avvalorare la loro identità si portavano dietro le carabine, tutti gli strumenti dei geografi come il teodolite. Ogni tanto questi geografi inglesi incontravano dei loro sosia russi in cima presso il lago Karakal o sotto le pendici della montagna del Mustagata. L’incontro tra le spie mascherate si svolgeva secondo l’etichetta vittoriana e gli inglesi, travestiti da cacciatori, chiedevano informazioni sull’ovis povis o sul markhor, due bestie dalle corna immense.


Prima di lasciarsi i due gruppi si applicavano alla cerimonia del tè: gli inglesi tiravano fuori il Darjeeling, mentre i russi bevevano secondo la tradizione, un tè molto forte, scuro ed affumicato, chiamato Russian caravan. Il migliore racconto di come si è svolto il «Great game» si trova in Kim di Rudyard Kipling. Il protagonista del libro è nato in India come il suo autore, ma vissuto sempre per la strada sopravvivendo con piccoli furti di frutta e altro al mercato. L’aspetto è quello di un ragazzo di undici, dodici anni, ma la mentalità è quella di un adulto che sa valutare situazioni e persone con grande freddezza. La scuola della strada gli aveva aguzzato l’ingegno e per le sue capacità viene assoldato da un mercante afgano e introdotto nel «Great Game» come spia. Memorabile è la scena in cui Kim è costretto a memorizzare tutte le pietre che stanno su un vassoio, aggiungendo il loro colore e la loro dimensione, dopo averle viste per pochi secondi. Il racconto che fa Kipling delle sue avventure lungo l’asse ferroviario che attraversa l’India e lungo le montagne dell’Himalaya, è una delle migliori descrizioni dell’India fatta da un occidentale.

In Inghilterra ebbe un successo immenso: l’esploratore Wilfred Thesiger, uno dei primi che abbia attraversato il deserto Rub al Khali, il più pericoloso del mondo, portava sempre una copia di Kim nel sacco da montagna. Come Bruce Chatwin si portava sempre dietro The Road of Oxiana di Robert Byron. Il «Great Game» sparì come era spuntato, annullato per le diverse strategie delle grandi potenze. Adesso quello che preoccupava l’Inghilterra non era più la Russia ma la Germania e tra Londra e Pietroburgo ci furono reciproci accordi che definivano i confini in Asia con la creazione che aveva suscitato molta emozione, aveva prodotto molta letteratura e fatto vendere giornali, ma non era finito in nessuna guerra.


La Repubblica – 19 agosto 2017

martedì 29 agosto 2017

Il Segno Femminile in Darsena


L’estasi dionisiaca nei morsi e rimorsi dei tarantolati



Ogni anno a Melpignano nel Salento si rinnova il rito che ha un’eco già nelle Baccanti di Euripide e in Medea E che ha piegato al mito anche San Paolo trasformandolo nel grande taumaturgo immune a ogni veleno. Terza puntata di " Pagani d'Italia" di Marino Niola, racconto dei luoghi, più o meno noti, del nostro Paese dove sopravvive la memoria di leggende e culti ancestrali. 

Marino Niola

L’estasi dionisiaca nei morsi e rimorsi dei tarantolati


Una menade in estasi danza nella notte. Tamburello nella destra e fiaccola nella sinistra. È una scheggia delle Baccanti di Euripide caduta sotto il tacco d’Italia. E incastonata, come una farfalla nell’ambra, sulla superficie di un vaso greco. Si trova in una sala del bellissimo museo Sigismondo Castromediano di Lecce, appartato foyer del politeismo salentino, dove si cammina piano piano per far perdere le proprie tracce alle ombre del passato che, nell’austera costruzione gesuitica, vivono la loro cattività archeologica. In attesa del viaggiatore incantato che le le faccia tornare a ballare. Come Agave e le sue sorelle che, nella tragedia euripidea, vengono pizzicate dal pungolo divino, l’oistros, da cui il nostro estro, che scatena epidemie di danza notturna.

Un po’ come fanno ora le menadi femministe quando ballano la pizzica nella Notte della taranta, che domani, anche in diretta tv, riunirà a Melpignano il popolo del ragno ballerino. Sulle tracce di quel che resta dell’aracne mediterranea e del rito musicale che per secoli ha rappresentato l’antidoto ritmico ai palpiti di una terra in trance. «Deliquii giocolieri, estri smarriti» diceva il poeta barocco Giacomo Lubrano che nel ’600 assistette al ballo terapeutico delle donne in preda alla stravaganza velenosa della tarantola. Una musicoterapia che dal Medioevo costituisce un enigma per medici, letterati e filosofi. Nonché un problema per la Chiesa. Costretta a fare i conti con una storia non sua.


Fatta di dee vendicative e di numi trasgressivi, morsi e rimorsi. Come quelli delle contadine che dopo aver subito il primo morso, pativano il cosiddetto rimorso, la recidiva del male che si manifestava una volta all’anno. Le chiamavano le spose di San Paolo perché andavano a ballare vestite di bianco a Galatina, come menadi pizzicate davanti alla statua dell’apostolo. Santu Paulu meu de le tarante, facitene la grazia a tutte quante. Era il loro stralunato Help!

Nel tarantismo salentino s’intrecciano i fili di una vicenda che viene da lontano. Da Dioniso e Medea. All’origine c’è proprio lei, la madre di tutti gli infanticidi che, dopo aver ucciso i figli, li gettò nelle acque di Punta Ristola, all’estremo del “finimondo” di Leuca. I due innocenti si trasformarono nei cosiddetti scogli dannati. «È stata lei la prima a sentire il rimorso », dicono le donne di Soleto, Calimera e Sternatia. Un vaso pugliese del III secolo a.C., ora a Monaco, la raffigura mentre fugge via su un carro guidato da un auriga che si chiama proprio Oistros. Pura coincidenza? Difficile, visto che il mito non lascia nulla al caso.

Platone, nelle Leggi, parla di malattie provocate dagli dei e che si curano con il movimento. Saltellando come cerbiatti al suono di strumenti dionisiaci. Proprio quel che facevano le tarantolate, che zompettavano come ninfe epilettiche. Obbedendo incantate al suono del tamburello e del violino, maneggiati da musicisti sciamani che conoscevano, per esperienza, la scala dei temperamenti, la gamma dei toni, le dissonanze degli umori e le consonanze degli amori. Era la rivincita degli antichi dei, declassati a demoni dal cristianesimo che li aveva occultati nei simulacri di santi benedicenti e di angeli svolazzanti. Ma, come diceva García Lorca, niente può l’angelo quando sente un ragno, per piccolo che sia, sul suo tenero piede rosato. Niente può e dunque si ritrae, smarrito, esitante.


E proprio in questa esitazione si è prodotto il compromesso storico tra pathos pagano ed ethos cristiano. Che ha avvicendato Aracne e Dioniso, patroni dei sussulti mantici e delle esaltazioni coreutiche, con San Paolo. L’intellettuale della Chiesa, campione del logos e vincitore dell’oistros. Perché a Malta aveva neutralizzato il veleno di un serpente diventandone immune. Così, al termine di un morphing secolare, l’apostolo di Tarso diventa il signore delle tarantole, un Dioniso cristiano. Per effetto di quel dispositivo cumulativo della storia, che non scarta ma ricicla.

Non a caso il Salento è un incrocio di tempi e di culture. Su questo tavolato è passato il mondo: Messapi, Spartani, Romani, Bizantini, Longobardi, Normanni, Svevi, Spagnoli, Turchi, Levantini. Il risultato è il particolare mood salentino. Ragione e arzigogolo, sobrietà e signorilità. Un bizantinismo frugale, che arrotonda gli spigoli del tempo e i caratteri degli uomini. Sovrappone segni, recupera eredità, ricicla identità. Stratifica e giustappone. Al punto da fare di megaliti preistorici come dolmen e menhir, pietrefitte e specchie, matrici di mitologie e leggende. Si dice che ogni menhir custodisca un tesoro.

    Giurdignano

Sotto la Specchia dei mori, a Martano, un paese della Grecia salentina, dove si parla ancora il griko, un dialetto greco giunto nel Medioevo da Bisanzio, sia nascosta una chioccia con dodici pulcini d’oro. E a Giurdignano, la Stonehenge italiana, con le sue lastre allineate in asse solstiziale, si trova il menhir di San Paolo. Una bocca da forno ciclopica al cui interno è dipinta un’immagine del santo. Sullo sfondo rosso, una ragnatela con tarantola. Sopra si innalza un dito preistorico che punta l’assoluto. Pare sia l’ultimo rifugio degli adepti del ragno che fa ballare. C’è chi assicura che vi si svolgano sabba della possessione mediterranea.

È la fotografia di un sincretismo vivente che fa del Salento un pandemonio mitologico. Un’officina di simboli. Aveva ragione Aldous Huxley, quando diceva che il cristianesimo ha commesso l’errore di desacralizzare la danza, emarginandola dal suo rituale. Come un residuo pagano da obliterare. Ma quella pizzica che Paracelso ribattezzò Lasciva Chorea, frenesia sfrenata, oggi torna. E diventa il motore culturale di un revival pagano. Feste, sagre, libri, siti che rimettono insieme frammenti di storie per costruire una nuova mitologia del ragno. Upgradando la rete di Aracne con quella del Web. Per costruire il neotarantismo 2.0.



La Repubblica – 26 agosto 2017

La Città dei Cesari perduta in Patagonia



Città perdute /8. Le numerose esplorazioni, tra storia e mito, dedicate alla mitica Ciudad de los Césares, in Patagonia. La leggenda provocò naufragi, inghiottì soldati e fece scorrere fiumi di inchiostro. Fra i primi viaggi ci fu nel 1526 quello di Sebastiano Caboto, navigatore. forse di lontane origini savonesi.

Francesca Lazzarato

Quella solitudine piena d’oro

Una fortezza di montagna, situata ai piedi di un vulcano e sovrastante un bellissimo lago. C’era un fiume, il Río Diamante, ricco di oro e pietre preziose. Ci volevano due giorni per attraversare la città, che aveva un’unica entrata difesa da un ponte levatoio. Gli edifici erano di pietra scolpita, le porte tempestate di gioielli, i vomeri erano d’argento e il mobilio della più umile dimora d’argento e d’oro. Non esistevano malattie; i vecchi morivano serenamente, come colti dal sonno. Gli uomini portavano cappelli a tricorno, giacche blu e mantelli gialli (colori dell’Essere Supremo nella mitologia india). Coltivavano pepe, e le foglie dei loro ravanelli erano così grandi che ci si poteva legare un cavallo».

Così, nel suo In Patagonia Bruce Chatwin parla della Ciudad de los Césares, la Città dei Cesari, che gli viene in mente una volta arrivato a Paso Roballos («Sembrava proprio il luogo della Città d’Oro, e forse lo era»), l’estrema frontiera meridionale tra Cile e Argentina, tra montagne dai colori inverosimili, un lago dalle sponde di un bianco accecante, lagune blu zaffiro, migliaia di cigni dal collo nero e fenicotteri rosa.

    Paso Roballos

La pagina che il viaggiatore inglese dedica alla leggenda è sbrigativa, e dà ovviamente conto solo di una delle sue tante versioni, che dalla metà del XVI secolo fino alle soglie del XIX collocano la città sempre più a sud, in luoghi sempre diversi, quali una valle fertile e dal clima mite, nascosta tra le montagne dell’inospitale Patagonia, oppure un’isola al centro di un lago. E diversi sono, a seconda del racconto, gli abitanti e le loro caratteristiche: uomini bianchi, alti e biondi, che parlano una lingua misteriosa; mitimaes (coloni inca) in fuga dagli invasori; spagnoli perduti; e nelle versioni più esoteriche compaiono addirittura dei templari europei che, all’arrivo dei conquistatori, svaniscono insieme al sacro calice del Graal.

Alcuni elementi, però, sono comuni a ogni narrazione: in primo luogo l’immensa quantità di oro, argento e gemme di cui dispongono los Césares, e poi la separatezza, l’isolamento. La paradisiaca Città dei Cesari, timorosa del mondo esterno e gelosa dei suoi tesori, era segreta e inafferrabile quanto altri luoghi mitici del Nuovo Mondo, che nel 1929 lo storico argentino Enrique de Gandía elenca nella sua Historia Crítica de los Mitos de la Conquista Americana: la Fonte dell’eterna giovinezza, le Sette Città di Cibola, la Sierra de la Plata con il suo Re Bianco, il Gran Paitití, Eldorado…


Il Sud del continente americano si presentava a occhi europei come una mappa vuota da riempire con luoghi e presenze per nulla comprovabili, ma presentati e accettati come veri, accostando mostri, giganti e pericoli mai visti al miraggio di strabilianti ricchezze e, forse, anche all’idea di un’Età dell’Oro ricavata da favolose narrazioni su Paesi di Cuccagna e Isole Felici, con il loro carico di visioni, simboli e miraggi. E, nonostante il successo scarso o nullo delle innumerevoli cacce al tesoro condotte attraverso il continente, il potere delle leggende non diminuiva, nutrendosi della meraviglia che una cultura «caratterizzata da un’immensa fiducia nella propria centralità» (come ci ricorda Stephen Greenblatt nel suo magnifico Meraviglia e possesso. Lo stupore di fronte al Nuovo Mondo, Il Mulino 1994) ricavava dall’incontro con un’alterità considerata assoluta e impenetrabile.

Il viaggio di Colombo «inaugurò un secolo di intenso stupore» (è sempre Greenblatt a sottolinearlo) e diede inizio a una sanguinaria e proditoria conquista che includeva la pretesa dell’abbandono immediato di credenze e costumi autoctoni, per adottare quelli di una superiore civiltà e della sua religione, l’unica vera; ma fu anche il punto di partenza di un’autentica invenzione dell’America, a partire da una «riserva di rappresentazioni» generate dall’immaginario, ancor più che dall’esperienza. Rappresentazioni difficili da demolire perché necessarie, scrive alla fine degli anni ’30 l’argentino Ezequiel Martínez Estrada in Radiografía de la Pampa, per non cedere alla delusione provocata dal contrasto fra la realtà (ricchezze introvabili, un futuro che non arrivava mai a compiersi) e le aspettative che l’ansia di avventura, il desiderio di arricchirsi e la forza del mito erano riuscite a creare .

  
Per più di tre secoli, la leggenda della Città dei Cesari fu al centro di esplorazioni, ricerche e spedizioni armate, provocò naufragi, inghiottì drappelli di soldati e fece scorrere fiumi di inchiostro. Non c’è dubbio, però, che alla sua nascita abbiano contribuito anche elementi storici: il primo è il viaggio di Sebastiano Caboto, che nel 1526 era partito dalla Spagna per cercare una rotta verso le Molucche attraverso lo stretto di Magellano, ma che rimase colpito dal racconto dei reduci di un’altra spedizione (quella del 1516 in cui Juan Diz de Solìs aveva risalito il Rio de la Plata) su luoghi traboccanti d’oro e d’argento. Caboto cambiò rotta, e con poca fortuna, ma uno dei suoi uomini più fidati, il capitano Francisco César, gli chiese il permesso di condurre pochi uomini in una esplorazione verso ovest.

Da lui e dalla sua pattuglia prende nome la Città dei Cesari, incontrata, si dice, nel corso di un cammino che nel corso di due mesi e mezzo li aveva portati non certo in Patagonia, ma fino alle sierras di Cordoba, dove avrebbero visto una città piena di tesori e abitata da indios accoglienti: una storia che, passando bocca in bocca e di cronaca in cronaca, assunse connotati sempre più fiabeschi, incrociandosi più tardi con la notizia (successiva alla conquista del Perù da parte di Pizarro) su una schiera di inca carichi di ricchezze e in fuga verso sud, dove avrebbero fondato una città.

Altre spedizioni (numerose e puntualmente fallite), molte fughe e svariati naufragi, come quello della spedizione del Vescovo di Plasencia nello stretto di Magellano, nel 1540, popolarono la Patagonia di «spagnoli perduti» – naufraghi, disertori o profughi – che la voce corrente mise in relazione con il ricco e misterioso insediamento inca, e l’incrociarsi di versioni sempre più complesse e fantasiose aggiunse alla storia connotazioni apertamente magiche: la Città poteva prodigiosamente cambiare posto, i suoi abitanti non nascevano né morivano, a proteggerla degli estranei era una barriera di nebbia che si sarebbe dissipata solo alla fine dei tempi… E se nella seconda metà del XVIII secolo l’amministrazione del Regno del Cile decise di indagare su quella che veniva ormai considerata solo una leggenda, fu perché le giunsero informazioni sull’esistenza di una città di uomini bianchi «che non parlavano spagnolo» e facevano sorgere il sospetto di una presenza inglese o olandese, ma anche per il dubbio che nella presunta Città dei Cesari risiedessero i discendenti degli abitanti di Osorno, distrutta dai mapuche durante la rivolta del 1598. Venne dunque intrapresa una nuova spedizione, l’ennesima, ma i riscontri erano deboli, i testimoni poco attendibili, e nel 1782 l’indagine fu definitivamente chiusa.



I viaggi scientifici del XIX secolo, intenzionati a separare il loglio delle «favole» dal grano dei riscontri oggettivi, parevano destinati a seppellire per sempre una storia dura a morire, e invece no: la Città dei Cesari sarebbe sopravvissuta attraverso una letteratura popolare abbondante e fortunata, ma anche nelle pagine di autori di buon mestiere come i cileni Hugo Silva con il suo Pacha Pulai (1935), o Luis Enrique Délano con En la Ciudad de los Césares (1939), e soprattutto Manuel Rojas, uno dei più importanti scrittori del Cile moderno, che Ricardo Piglia non esita a paragonare a Roberto Arlt. La sua opera giovanile La Ciudad de los Césares (1936), uscita a puntate su El Mercurio e poi ripubblicata come romanzo per adolescenti, è certo molto diversa dal resto della produzione di un autore ormai classico, ma non ne tradisce il forte impegno sociale e l’etica rigorosa: nelle pieghe dell’avventura, la città abitata da Césares Bianchi (discendenti dei naufraghi) e Neri (gli indios) si trasforma in una polis utopica e meticcia in cui si confrontano e convivono due visioni del mondo, quella del conquistatore e quella del conquistato


il Manifesto – 22 agosto 2017

lunedì 28 agosto 2017

Ghost Riders in the Sky. Bodie, la città fantasma.


Città perdute /7. In macchina sulla US 395 tra montagne, laghi salati e ghost towns.  

Luca Celada

Una valle in bilico tra oblio e ricordo


Il deserto del Great Basin è un quadrante arido di terra messa a nudo nel suo stato primordiale.  Dal grande lago salato dello Utah alle distese aride di Nevada California e Arizona, una sorta di topografia della memoria geologica del pianeta. Sovrimpressa, c’è la geografia della mitologia americana, della frontiera e della conquista territoriale.

Il manifest destiny elevato a religione di una nazione sempre tesa fra contemplazione della natura maestosa e la compulsione a  sottometterla (con tutti i suoi originari abitanti umani e animali) per la maggior gloria nazionale.

Oltre che crogiolo dell’esperienza nazionale – l’ovest è ed è stato vasta riserva di risorse. È l’allevamento del bestiame l’industria celebrata dai western, ma le vere fortune del west sono state costruite con l’estrazione di metalli, minerali e idrocarburi. Ragione per cui questo paesaggio sedimentato nell’inconscio collettivo è stato trivellato, perforato e scavato senza tregua.

    Bodie

I  brulli deserti sono punteggiati da ghost town, le città nate come company towns, per fornire alloggi ai minatori e abbandonate da un giorno all’altro al cessare delle attività o l’esaurimento della vena di rame o di argento che le sosteneva. Ovunque vi sono le tracce di un capitalismo originario, selvaggio e fondativo e, a cercarle bene, le occasionali targhe che ne commemorano gli episodi salienti: il Ludlow massacre del 1914 quando le milizie al soldo di John D Rockfeller  attaccarono un accampamento di scioperanti in Colorado uccidendo venticinque uomini donne e bambini. O la deportazione di Bisbee in Arizona, dove gli operai della gigantesca cava di rame della Phelps Dodge avevano aderito agli Industrial Workers of the World e furono caricati in mille e trecento da milizie armate su carri bestiame, trasportati per sedici ore nel New Mexico e abbandonati nel deserto.

È la storia segreta di questo paesaggio mozzafiato. Una delle storie segrete dato che, come testimoniano le città rupestri anche queste abbandonate, prima, molto prima c’erano state le civiltà scomparse degli antichi indiani pueblo, gli Zuni e gli Anasazi. D’altronde  l’azzeramento, la cancellazione e il letterale ritorno alla polvere è la cifra del deserto, come testimoniano i fantasmi di antichi laghi oggi secche distese di candido sale.

    Owens Lake

In questo paesaggio la US 395 percorre l’angusta vallata stretta fra le vette della Sierra Nevada e la Valle della Morte, tagliando di netto in due Inyo Country, la provincia californiana che contiene sia il picco più alto dell’America continentale (Mount Whitey 4421 m.) e la depressione più profonda del paese (Badwater, Death Valley – 85 metri sotto il livello del mare).

Un viaggio su questa striscia di asfalto equivale a un on the road nella memoria stratificata, come i depositi di soda e boro nel letto asciutto del Owens Lake, il lago fantasma prosciugato dalla grande sete di Los Angeles che, nel 1908, ne requisì le acque incanalate nell’acquedotto progettato da William Mulholland (era il mefitico John Huston nel film Chinatown di Roman Polanski che ne narrava i retroscena).


    Bodie

In questa valle dimenticata si sedimentano ricordi traumatici. Saliamo verso nord, oltre all’Owens, si susseguono simulacri conservati dall’aria secca del deserto: Trona, una company town mezza fantasma, abbarbicata attorno alla vecchia miniera, che prende il nome dal carbonato di sodio che veniva estratto dal deserto circostante.  Poi Manzanar, il vecchio campo di prigionia dove durante la guerra furono rinchiusi migliaia di cittadini di origine giapponese. I resti delle baracche e delle cucine sferzate da vento che scende dalla Sierra testimoniano uno dei grandi soprusi del ventesimo secolo americano. Reperti di una storia aspra, intrisa della  implicita violenza del destino manifesto.

La memoria sbiadita di questo hinterland spettrale è sopraffatta invece dalle immagini più nitide contenute nei fotogrammi dei film che in questa valle solitaria sono stati girati. Nel 1920, quando Hollywood era ancora lontana quindici ore di guida su strade sterrate, arrivò da queste parti la carovana di automezzi di una troupe della Paramount. Sulle alture nei pressi di Lone Pine il regista, George Melford trovò, la location ideale per ambientare il suo western comico interpretato da Fatty Arbuckle.

Sarebbe stato il primo di oltre quattrocento pellicole, quasi tutte a tema western, filmate da allora sulle Alabama Hills, location privilegiata per la grande opera di riformulazione storica di Hollywood.  I panorami della Owens nell’inquadratura rappresentavano perfettamente i paesaggi topici della scoperta «eroica» del West, fino a vivere di «vita propria» come paesaggi epici nelle cineprese di generazioni di registi, da Raoul Walsh a Quentin Tarantino.

    Lone Pine

Lone Pine, il piccolo paese all’ombra del tridente di Mount Whitney, diventò una specie di sede distaccata di Hollywood e oggi mantiene il Museum of western film history, che organizza tour di vecchi set nell’high desert circostante. Usava infatti allora, alla fine delle riprese, semplicemente abbandonare le scenografie agli elementi e il territorio è disseminato di reperti cine-archeologici.

Questa archeologia dell’immaginario viene promossa soprattutto durante il Lone Pine Film Festival, dedicato unicamente a pellicole girate in zona, dai serial dei singing cowboys come Tom Mix, Roy Rogers e Gene Autrey negli anni ‘30, ai film di un autore come Budd Boetticher che ambientò qui quasi tutta la sua considerevole  produzione di B western.

    Bodie

Ogni ottobre, appassionati di vecchi film vengono trasportati nel deserto a bordo di fuoristrada alla ricerca di frammenti di falegnameria, cartongesso e altri attrezzi scenici, serviti da sfondo alle gesta di John Wayne, Tyrone Power o Kirk Douglas.  Ci sono le flebili testimonianze dell’ultima disperata fuga di Humphrey Bogart, gangster braccato dai poliziotti  in High Sierra di Raoul Walsh (sceneggiatura di John Huston) sulla serpentina che si arrampica sulle pendici del Whitney.

A fondovalle invece c’è ancora qualche detrito del paese fittizio di Black Rock  nel quale, in Giorno Maledetto di John Sturges, giunge Spencer Tracy, prima di scovare il terribile segreto del paese che dietro la minacciosa omertà nasconde il linciaggio di un contadino giapponese. Non lontano verso nord, sulle sponde di Mono Lake c’è chi ha trovato i resti incrostati di vernice rossa della città costruita per Lo Straniero Senza Nome – il taciturno pistolero interpretato a Clint Eastwood nel suo secondo film da regista.

    Bodie

Un tour della memoria posticcia, che sovrappone la propria forza evocativa al più prosaico passato di questo West aspro e bellissimo. Lo Schliemann di questa Troia di cartapesta è stato Dave Holland, scrittore cinefilo e fondatore del festival che dal 1990 ha ricevuto ospiti illustri del calibro di Gregory Peck e Douglas Fairbanks, venuti a rievocare per un fedele pubblico di fan, le loro riprese e tante altre. Quelle  di Brigham Young (La Grande Conquista) ad esempio con Tyrone Power nei panni del leader mormone che nel 1847 condusse 20000 adepti della setta nell’epica marcia dall’Ohio fino a Salt Lake City.

Agli avventori del museo non interessa la storia «vera» di quell’esodo o della tensione all’epoca fra governo federale e chiesa mormone che rischiò di sfociare allora in una guerra civile di religione. Qui viene rievocata la rappresentazione romantica di quegli eventi.


I miseri resti dei set esercitano su queste persone un fascino più irresistibile della cittadina fantasma di Bodie, una specie di Pompei western qualche chilometro di 395 più a nord. È ancora spettralmente conservata come la abbandonarono i minatori d’argento all’esaurirsi del vicino filone nel 1890. Convivono in questa valle la storia e il suo doppio epico. In questo, il piccolo museo di Lone Pine è ontologicamente all’avanguardia, col suo catalogo tassonomico della memoria virtuale collettiva rappresentata dai vecchi film, il cui evanescente bagliore si riflette tuttavia in un luogo sperduto dove si mescolano memoria e oblio.


Il manifesto – 20 agosto 2017

Praga: se il partito uccide la speranza.


Ci è capitato recentemente di soggiornare brevemente a Budapest e Praga, città vivacissime ormai pienamente inserite nei ritmi di vita frenetici dell'Occidente, ma osservando meglio e soprattutto parlando con persone non più giovani ci è parso di notare una tristezza di fondo diffusa, una mancanza di aspettative, un grigiore dell'animo. La cosa ci ha colpito, poi, leggendo il bel libro di Heda Margolius, moglie di un esponente comunista impiccato negli anni '50 per tradimento, abbiamo incominciato a capire come il crimine peggiore dello stalinismo sia stato privare un popolo della speranza. Perchè senza speranza non c'è vita, ma solo sopravvivenza.

Pietro Citati

Praga, anni ’50 le vite spezzate di Heda e Rudolf


Nel 1945 in Cecoslovacchia molti diventarono comunisti, come racconta Heda Margolius Kovály in un bellissimo libro ( Sotto una stella crudele, Adelphi, pagg. 216, euro 20), per una profonda disperazione nella natura umana. Il Partito comunista divenne l’ideale assoluto. Non era, in nessun modo, l’ideale. Nel partito erano entrati collaborazionisti, truffatori, burocrati. Le onnipotenti portinaie diventarono la spina dorsale del Partito: spiavano, ricattavano, come segretarie delle cellule. I comunisti sostenevano che gli ideali della Repubblica cecoslovacca prima della guerra, gli ideali democratici e umanistici, erano un’illusione senza fondamento.

Nel febbraio 1948, avvenne il colpo di stato comunista. Heda Kovály ebbe la sensazione di brancolare nel buio: un buio doppiamente angoscioso, perché abitava fuori di lei e dentro di lei. I confini vennero chiusi. Cominciò uno spietato processo di collettivizzazione, che provocò danni gravissimi all’agricoltura. La voce di Klement Gottwald tuonava dagli altoparlanti. La polizia politica irrompeva nelle case, arrestando bottegai e droghieri, i quali venivano rinchiusi in carcere, senza sapere di cosa venissero accusati. Calò la cortina di ferro. Il modello di stato era l’Unione sovietica.

I giornali dichiararono che la lotta di classe si era intensificata: ma non c’era nulla da temere, perché il Partito vegliava. Come in Unione sovietica, gli arrestati dalla polizia confessavano quasi sempre, sebbene innocenti. Il sospetto si diffuse; nessuno si fidava più di nessuno, perché il nemico — si diceva — era anche dentro il Partito. Circa cinquantamila cecoslovacchi finirono in carcere. Un mese dopo il colpo di stato, il cadavere del ministro degli Esteri, Jan Masaryk, venne trovato sul selciato sotto le finestre del ministero. Il governo annunciò che si era suicidato per un attacco di depressione. Era falso.

    Heda e Rudolf Kovaly

Heda Kovály non si iscrisse al Partito. Non le era mai piaciuto marciare a ranghi serrati: non amava gli appelli e le folle, gli slogan urlati, la parola “massa”. Trovò lavoro, come grafica, in una piccola casa editrice. Il marito, Rudolf Margolius, lavorava all’Istituto per lo Sviluppo industriale: era così preso dal suo lavoro che tornava a casa la sera tardi, rimanendo a leggere fino a notte inoltrata. Studiava economia. Seguiva un programma a favore di Israele, che si interruppe presto. Tutto, attorno a lui, era Segreto e Segretissimo. Diventò vice-ministro responsabile del Commercio con l’occidente. Era comunista, ma senza fanatismi: convinto che presto gli arrestati dalla polizia sarebbero tornati a casa. Ciò non avvenne. Diede le dimissioni, che non furono accettate. La notte camminava su e giù per la casa, mentre la moglie stava a letto, senza riuscire a dormire, con gli occhi spalancati nel buio.

L’anniversario del colpo di stato, il Febbraio Vittorioso, veniva festeggiato ogni anno. Nel 1950 anche Heda Kovály fu invitata, insieme al marito, nel Castello di Praga. La moglie del presidente, Marta Gottwaldová, vestita di uno splendido abito verde con strascico, avanzava tra due file ossequiose. Klement Gottwald entrò barcollando, sostenuto dal presidente dell’Assemblea nazionale: si avvicinò alla Kovály e farfugliò: «Cos’ha? Non sta bevendo. Perché non beve?». Quel viso paonazzo, quegli occhi spenti affogati nel grasso, quel balbettio roco le ricordarono le acclamazioni della gioventù comunista: «Noi siamo il futuro della nostra nazione: di Gottwald noi siamo la generazione». Ora quest’uomo, la speranza del 1945, uccideva la disperazione e la paura nell’alcol.

Nel novembre 1951, Rudolf Slánsky, il segretario del Partito, venne arrestato. La polizia segreta, ora chiamata Sicurezza di Stato, si scatenò. Ma Rudolf Margolius, il quale non conosceva Slánsky, era sempre convinto che si trattasse di una crisi passeggera. «Se tutto è una truffa — disse con innocenza alla moglie —, allora sono stato complice di un crimine orribile. E se dovessi convincermi di questo, non potrei più vivere, e nemmeno lo vorrei».

Una sera, all’inizio del 1952, alla porta dei Margolius bussarono cinque uomini, uno dei quali aveva in mano la valigetta di Rudolf. Il capo dei cinque salutò la Kovály con esagerata gentilezza, annunciando che il marito era stato arrestato. Perquisirono a fondo la casa: aprirono cassetti e armadi, esaminarono uno per uno centinaia di libri, guardarono le scarpe e gli oggetti da toeletta: lessero le lettere private e ne confiscarono un paio; consultarono il diario dove la Kovály aveva annotato l’altezza e il peso del figlio, scambiando questi numeri innocenti per le cifre di un codice segreto.

La mattina dopo, la Kovály telefonò ai ministri e ai funzionari suoi amici. Nessuno dei colleghi del marito volle parlare con lei. Ormai era una lebbrosa, evitata da tutti: l’incontro più casuale poteva suscitare sospetti. La Sicurezza di Stato controllò tutti quelli che conosceva: alcuni furono interrogati brutalmente. Nella casa editrice nessuno le diceva una parola: ogni volta che entrava in una stanza, le conversazioni si interrompevano, le facce impietrivano. Infine si licenziò. Di notte continuava a scrivere ostinatamente ai ministri, al comitato centrale, al presidente della Repubblica, al primo ministro, a tutte le persone influenti che conosceva. Non ricevette risposta. Seppe soltanto che il dossier del marito era contrassegnato con la lettera S. La S. stava per “caso Slánsky”.

Quando presero suo marito tutti smisero di parlare con lei di Rudolf Slánsky. Gli imputati erano quattordici, tra cui Rudolf Margolius, accusato di “sabotaggio”, “spionaggio”, “tradimento”, e di essere ebreo. Gli imputati si accusarono di tutti i crimini, inventando colpe immaginarie. Venne pubblicata la lettera del figlio di un accusato, Ludvík Frejka. Diceva: «Esigo che a mio padre venga inflitta la pena più severa, la condanna a morte. Voglio che questa lettera gli sia recapitata».



Dopo quasi un anno, la Kovály sentì la voce di Rudolf alla radio. Come un robot, stava recitando un discorso a memoria. Confessava una menzogna dopo l’altra: si era iscritto al Partito per tradirlo: aveva dedicato tutte le proprie energie allo spionaggio e al sabotaggio: era al servizio degli imperialisti: aveva organizzato un complotto contro la Repubblica Ceca; durante la guerra, a Londra, era stato addestrato come spia.

Il processo durò appena una settimana. La notte del 27 novembre, dall’apparecchio radio, una voce inondò la stanza della Kovály dal pavimento al soffitto: «Nel processo per il complotto antistatale, Rudolf Slánsky pena di morte: Rudolf Margolius pena di morte». La sera del 2 dicembre la Kovály vide il marito, che le disse: «Avevo paura che tu non venissi». Tornò a casa: prima dell’alba si addormentò per qualche minuto, proprio nel momento — seppe più tardi — in cui Rudolf morì senza dire una parola.

Dopo la morte del marito, la Kovály passò settimane distesa sul letto. Quando usciva di casa, vestita a lutto, era seguita lungo i marciapiedi da sguardi di disprezzo. Due anni dopo ricevette il certificato di morte: «Occupazione del defunto: viceministro; causa della morte; asfissia per impiccagione». Nell’aprile 1963, sette anni dopo il discorso di Nikita Chruscëv, avvenne il grottesco capovolgimento. Il comitato centrale del Partito comunista cecoslovacco decretò che «l’innocenza di Rudolf Margolius è stata stabilita senza ombra di dubbio».


La Repubblica – 24 agosto 2017

domenica 27 agosto 2017

L’esperienza dei misteri nel mondo antico

    Pompei, Villa dei Misteri. Scena di iniziazione?

La pervasività dei riti di iniziazione nel mondo antico mostra che è forse l’unica forma religiosa vissuta con reale convinzione.D'altronde, come ricorda Eliade, è il rito a dare significato al vivere quotidiano, sacralizzandolo e dunque rendendolo reale.


Maria Bettetini

L’esperienza dei misteri


Ulisse dorme, i Feaci lo riportano a Itaca ricco di doni. Sbarcano, lo lasciano vicino a un porto sacro a Forco e all’antro delle ninfe Naiadi. Una breve notazione di paesaggio, potrebbe sembrare questo riferimento a una sorta di caverna «oscura e amabile». Ma come sappiamo da Porfirio, come la tradizione ha tramandato, questi pochi versi del XIII libro dell’Odissea, separano il viaggio dal ritorno in patria e ne sottolineano il valore simbolico.

L’antro delle ninfe Naiadi ha infatti due porte, una, verso Borea, adatta agli uomini, l’altra, verso Noto, riservata agli esseri divini, «la via degli dèi» (XIII, 137). La prima è voltata a nord, da dove le anime possono solo scendere per finire prigioniere dei corpi. La seconda, verso sud, apre all’ascesa che trasforma le anime degli iniziati in esseri divini.

Con La via degli dèi Davide Susanetti intende mostrare la pervasività, nel mondo greco, ma anche egizio e latino, dell’idea di iniziazione ai Misteri, forse l’unica forma religiosa vissuta con convinzione e per scelta dagli antichi. Esiste uno schema di base che Susanetti ritrova nei miti primigeni come nelle opere letterarie e filosofiche: lo racconta come si raccontano «le storie», le favole, senza note o digressioni specialistiche, chiedendo al lettore solo una discreta conoscenza di queste opere e di questi miti.


I racconti dell’inizio, dunque. Si parli di Iside e Osiride, o di Dioniso e Persefone, l’inizio è sempre un’unità che ricompone una dispersione. Il corpo di Osiride, o quello di Dioniso ucciso dai gelosi Titani, o neikos, l’odio che secondo Empedocle di Agrigento allontana tra loro i quattro elementi primordiali, finché philìa, l’amore di amicizia, non riesce a riportarli insieme. Nel variare dei racconti, Dioniso è figlio di Persefone e di suo padre Zeus, che l’aveva generata unendosi a Demetra. Un parto incestuoso, accompagnato alla tragica vicenda del rapimento di Demetra da parte di Ade, il dio degli inferi.

Ma Dioniso è anche figlio di Semele e Apollo, che hanno ricevuto da Atena il suo cuore, strappato al corpo dai Titani che lo hanno ucciso e lo hanno fatto a pezzi, per poi mangiarlo. Dai sette Titani inceneriti per punizione, nascerà l’uomo, un po’ bestia, come i giganti senza controllo, un po’ dio, come Dioniso di cui i giganti si sono cibati. Questo morire e tornare a vivere è il percorso dell’iniziato, lo stesso di Ulisse che dorme e riprende coscienza ormai a casa.

Dappertutto si legge che ai misteri orfici (da Orfeo, che nell’Ade discese) si giunge non grazie allo studio e allo sforzo individuale, ma grazie alla sottomissione volontaria, però passiva, a una forma di morte. Chi non cerca e non accetta l’iniziazione potrà essere punito in questa vita, come il re Penteo delle Baccanti, dilaniato dalle donne della città, tra le quali sua madre, possedute da Dioniso e da lui accecate: Penteo aveva rifiutato il culto di Dioniso, ritenendolo un’inutile superstizione, un culto nuovo quindi insulso o sospetto.

    Misteri orfici

Certo saranno puniti nella prossima vita, quando lasciato questo mondo non avranno alcuna consapevolezza di ciò che è davvero, non sapranno quindi scegliere altro che la dimenticanza del passato per ritornare a imprigionarsi in un corpo, nella migliore delle ipotesi, oppure a patire in eterno l’oscurità di Ade, a ripetere quindi il tremendo pensiero di Achille, che avrebbe preferito mille volte essere uno schiavo (una cosa, quindi) nella luce, piuttosto che essere, com’era, un principe con inutile principato negli inferi.

L’iniziato, invece, sa. Sa perché ha subito l’iniziazione, vi si è sottoposto. In qualche maniera è morto ed è rinato, come l’intero mondo è stato mangiato dal primo fra gli dèi, Zeus, nel divorare i genitali di Urano, e da lì è rinato come cosmo, realtà ordinata. Sappiamo poco però dei riti di Eleusi. Non sappiamo in che cosa consistesse questa “morte”, perché tutto ciò che conosciamo è frammentario, tratto da canti per loro natura oscuri e simbolici, o da riferimenti contenuti in testi filosofici o letterari, che dovevano essere colti dagli iniziati, quindi che davano per scontato ciò che vi era di sottinteso e che nascosto doveva rimanere alle orecchie degli estranei.

Nella scuola pitagorica, per esempio, sappiamo che i nuovi arrivati erano sottoposti a un esame, se ammessi trascorrevano i primi tre anni in mezzo a «fratelli» impegnati a farli sentire delle nullità.
Raggiunto un buon grado di distacco da sé, i successivi cinque anni dovevano essere cinque anni di silenzio assoluto. Colui che subiva l’iniziazione doveva quindi arrivare a disprezzare se stesso e la propria volontà, ritenere ovvio che non gli si chiedesse un’opinione. Solo così, secondo Pitagora - se mai è davvero esistito - la parte migliore dell’uomo, quell’anima superiore alla mente e al corpo, poteva aspirare a divinizzarsi conoscendo ciò che sanno gli dèi. Nel caso dei Pitagorici, quella philìa che tiene armonicamente legate tra loro tutte le cose e che si esprime attraverso la legge del numero.

È appassionante ritrovare questo stesso movimento di morte e resurrezione, o abbassamento ed elevazione, in Parmenide, Eraclito, Platone: la caverna buia da dove si può uscire alla luce, la palinodia d’amore del Fedro, la condizione dell’anima del Fedone, in generale la figura di Socrate, brutto fuori e attraente dentro, come le Sirene, come l’oro nascosto, secondo la struggente descrizione di Alcibiade nel Simposio. Ma anche nelle Metamorfosi o L’asino d’oro dell’africano latino Apuleio, dove Lucio passa attraverso la trasformazione in asino per diventare poi sacerdote di Iside. Nella favola di Amore e Psiche, con l’amore al buio, l’errore, la fatica delle prove, la divinizzazione di Psiche, dell’anima, appunto.

    Misteri eleusini

Il neoplatonismo, se possibile, estremizza la condizione umana: per Plotino siamo pietra grezza da cui togliere per ottenere un agalma, un’immagine divina. Tutto deve essere lasciato per raggiungere l’Uno, ciò che non è nemmeno un’ipostasi, perché è al di là dell’essere e dello stare. Giamblico e Proclo sottolineeranno ancora di più la necessità di non dedicarsi alla sapienza umana, ma di praticare quella divina.

Il teurgo sarà l’uomo dedito a compiere riti e gesti sacri, che sacro lo rendono. Da qui, si potrebbe pensare, da un lato la mistica in tutte le forme di platonismo, da Agostino di Ippona a Meister Eckhart.

D’altro lato, l’alchimia, che si basa proprio sull’idea di universo come vivente con una sola anima, con la quale si può imparare a interagire, e infine a identificarsi. Si tratti di raggiungere l’estasi o la pietra filosofale, con gli opportuni distinguo, una simile storia del permanere di un’idea ha solo il rischio di far dimenticare quanto di grande, e anche terribile, ha compiuto l’uomo fin dalla preistoria con l’uso della ragione, di quel mathein, studiare, tanto aborrito dagli iniziati ai misteri eleusini.


Il Sole 24Ore – 27 agosto 2017