TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 28 agosto 2015

Ma l'arte serve a qualcosa... di fronte all'orrore?



Nell'Estetica Hegel afferma (citiamo a braccio attingendo a vecchi ricordi universitari) che finchè esisterà negli uomini una coscienza della sofferenza, deve allora esistere l'arte come forma oggettiva di questa coscienza. E per questo che si può, anzi si deve, fare ancora arte e poesia nonostante l'orrore in cui siamo immersi.

Giuliano Arnaldi

Ma l'arte serve a qualcosa... Cronaca, storia e mito

Nepal, Ventimiglia. Luoghi che evocano tragedie recenti , che hanno fatto palpitare i cuori di molte anime belle che vivono nella nostra parte del mondo. Fiumi di parole tese, drammatiche, suggestive. Sguardi severi, coscienze in crisi a scadenza temporale, come i surgelati...

Ora altri spettacoli vanno in scena sui nostri teleschermi, Nepal e Ventimiglia escono dalla cronaca, sommessamente ricoperti dalla polverosa indifferenza della storia.

Non vediamo più immagini drammatiche, non sentiamo più l'impulso catartico di cambiare la nostra vita inviando due euro via sms a qualcuna delle tante, efficienti Organizzazioni Umanitarie, e forse è anche fastidioso dover pensare che quei drammi durano più di una diretta televisiva..Resta la possibilità di tirar fuori l'autentica, migliore dimensione umana , quella destinata a durare, quella che nasce e si alimenta nei fatti e lascia traccia nella Storia : la dimensione del Mito.

Un mito (dal greco μύθος, mythos, pronuncia mütsos) è una narrazione investita di sacralità relativa alle origini del mondo o alle modalità con cui il mondo stesso e le creature viventi hanno raggiunto la forma presente in un certo contesto socio culturale o in un popolo specifico". 

Così dice Wikipedia, mentre Mircea Eliade ricorda che " [...] il mito è considerato come una storia sacra e quindi una « storia vera », perché si riferisce sempre a delle realtà."

Pensare a se stessi come nati solo per l'oggi, senza ieri e quindi senza domani ( la presenza di un passato dimostra una sequenza temporale e rende realistica la speranza di un futuro) riduce il bisogno della analisi riflessiva su ciò che accade nell'immediato e nei suoi dintorni ma "l'avvenire non ha alcun senso se è tagliato via dal passato". Il mito serve come il pane, da' una profondità di campo alla ragionevolezza perché colloca l'opportuno dentro la ineluttabile verità del giusto. 



Serve nei momenti bui, quando la ragionevolezza mette ciascuno davanti alla scelta appunto tra l'opportuno e il giusto , tra il sopravvivere a qualunque costo e il vivere. 

Chi ha avuto la sfortuna di dovere scegliere tra vivere e sopravvivere sa di cosa stiamo parlando. Pensate a chi , soggiogato dalle tante dittature che l'uomo ha creato ( o almeno tollerato) ha dovuto scegliere tra la propria vita e il tradimento di amici o parenti...pensate alle tante donne che subiscono violenza fisica e morale semplicemente perché questo è il prezzo richiesto per la loro sopravvivenza, o per quella dei loro cari...pensate ai lavoratori non tutelati che devono chinare la testa per sfamare le loro famiglie...Difficile , inutile e stupido dare giudizi: sono scelte che si discutono dentro la coscienza dei singoli interessati in quel dialogo spietato che ognuno è chiamato a fare con se stesso. Trarre invece una lezione comune, un insegnamento che possa esser utile in modo più collettivo, significa andare oltre. 

Andare oltre obbliga ad un alto pensiero e trascina nella dimensione dell'arte.



L'etimologia della parola arte sembra derivare dalla radice ariana ar- che in sanscrito significa andare verso, ed in senso traslato, adattare, fare, produrre. Questa radice la ritroviamo nel latino ars, artis. Si può sostenere che abbia quindi un'origine concreta, nel senso che individui una azione produttiva, la capacità di fare armonicamente, in maniera adatta: porta quindi in un ambito che noi definiremmo scientifico, e obbliga ad una ricongiunzione dell'esperienza del sapere: la poesia è scienza come la matematica è arte...

L'arte e il mito hanno un'altra cosa in comune: sono netti, semplici, evidenti. Sparisce l'ambiguità del grigio, così utile nella ricerca storica per comprendere e analizzare le sfumature e tutto appare nella sua natura più autentica , bianco o nero: questo non significa perdere la profondità di campo dei particolari, ma esattamente il contrario.

Grazie all'azione maieutica dell'artista ogni frammento si ri/compone nell'insieme archetipico di un messaggio svelato, che arriva diritto al cuore e alla testa: un certo segno, una certa sfumatura di colore, la caratteristica specifica di un certo materiale animano un sentimento dentro chi fruisce dell'opera d'arte e consentono di intuire ciò che siamo: vita, morte, gioia , dolore, speranza...si può dire che l'opera d'arte ci richiami all'obbligo di essere umani.

Ecco perché in tempi così tragici gli artisti devono essere in prima linea , richiamare costantemente all'obbligo dell'umanità: in caso contrario nelle stive dei barconi che attraversano il mare come sotto le macerie dei terremoti dimenticati ci resterà ciascuno di noi.


http://www.tribaleglobale.info/index.php?cID=451

giovedì 27 agosto 2015

Carcare. Antica Fiera del Bestiame



martedì 25 agosto 2015

Sugli antichi tracciati tra langhe e mare



E dopo il concerto di S. Giovanni della Langa, domenica 30 agosto una passeggiata tra i boschi, lungo gli antichi sentieri medievali dei pellegrini, dei pastori e dei contrabbandieri. Partenza dalla piazza di Castelnuovo alle ore 09.45


giovedì 20 agosto 2015

Festa del Nostrale d’Alpe di Canosio

Riceviamo e rilanciamo




Festa del Nostrale d’Alpe di Canosio 2015

Domenica 30 agosto torna la 5° edizione della Festa del Nostrale d’Alpe di Canosio. Appuntamento ormai fisso di fine estate nel Comune dell’alta Valle Maira, l’evento vuole, attraverso la festa e la musica occitana, celebrare il tradizionale formaggio d’alpe, il Nostrale, che storicamente e ancora oggi, viene prodotto sugli alpeggi, tutti oltre i 2000 mt, di Canosio: Alpe Solegliobue, Alpe Valletta, Alpe Margherina e Alpe Gardetta.

In un ideale collegamento con la Festa della Monticazione svolta l’ultima domenica di giugno a cura della Pro Loco del Preit, quella di domenica, organizzata dalla Pro Loco di Canosio in collaborazione col Comune e Espaci Occitan, sarà occasione di dare il giusto ringraziamento per il lavoro svolto durante l’estate dai margari produttori - tutti soci dell’Associazione Nostrale d’Alpe - e nello stesso tempo dare spazio alle produzioni delle valli d’oc nella fiera che dalle ore 9 andrà avanti tutto il giorno.

Non mancherà l’occasione per danzare grazie a Daniela Mandrile e Lou Pitakass prima del pranzo, una grande grigliata per tutti. Nel pomeriggio grande ballo occitano con Lou Dalfin di Sergio Berardo.

La Festa del Nostrale d’Alpe di Canosio è la dimostrazione che su molti alpeggi delle nostre vallate c’è ancora gente che produce e non solo speculazioni e truffe.

Per info e prenotazioni (molto gradite per il pranzo ): Tiziana 3383998663 - Paolo 3429883959


giovedì 13 agosto 2015

La sfera infinita



Da Platone a Borges, il sogno di Dio come armonia cosmica 

Raffaele K. Salinari

La sfera infinita


Qual’è il geo­me­tra che tutto s’affigge, per misu­rar lo cer­chio, e non ritrova, pen­sando, quel prin­ci­pio ond’elli indige. Tal’era io a quella vista nova, veder voleva come si con­venne, l’imago al cer­chio e come vi s’indova. Ma non eran da ciò le pro­prie penne, se non che la mia mente fu per­cossa, da un ful­gor in che sua voglia venne. A l’alta fan­ta­sia qui mancò possa, ma già vol­geva il mio disìo e ‘l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa. L’amor che move il sole e l’altre stelle.

Con que­ste ter­zine ter­mina il Para­diso nella Divina Com­me­dia, para­go­nando la visione di Dio, o meglio la sua inef­fa­bile descri­zione, al pro­blema, allora come ora geo­me­tri­ca­mente inso­luto, della cosid­detta «qua­dra­tura del cer­chio». Nel viag­gio ini­zia­tico verso la visione dell’Invisibile, Dante viene con­dotto da Bea­trice, l’angelicata figura che lo accom­pa­gna sino ai mar­gini della fonte che irrag­gia «l’amor che move il sole e l’altre stelle».

Ma, a que­sto punto, di fronte alla visione suprema, la mente del poeta vacilla, le parole gli man­cano: ecco allora Dante ricor­rere alla costu­manza di affron­tare que­stioni di alto livello teo­lo­gico e filo­so­fico con para­goni tratti dalla geo­me­tria o dalla mate­ma­tica, pra­tica antica quanto la sto­ria del pen­siero stesso. A par­tire da Pita­gora sino ai giorni nostri, infatti, que­sta forma di «imma­gi­na­zione mate­riale» di tipo ana­lo­gico, come direbbe Gaston Bache­lard, ha accom­pa­gnato le menti sulle strade del pen­siero più astratto, cer­cando di ren­derlo visi­bile attra­verso figure solide.

E il solido più allu­sivo e per così dire pro­iet­tivo, è cer­ta­mente la sfera, uti­liz­zata nella sto­ria del pen­siero, tra le altre, come meta­fora della divinità.

«Forse la Sto­ria uni­ver­sale è quella della diversa into­na­zione di alcune meta­fore»; così Bor­ges opina su una delle sug­ge­stioni certo a lui più care: quella della pos­si­bi­lità di trac­ciare un com­pen­dio esau­stivo delle por­tanti imma­gi­nali che hanno deter­mi­nato la vita degli uomini nel loro dive­nire sto­rico. Tra que­ste meta­fore, parola la cui eti­mo­lo­gia dispiega pie­na­mente la sua forza evo­ca­tiva — dal greco meta-foreo, cioè tra­spor­tare oltre – una rien­tra magi­stral­mente tra le costanti che com­pon­gono il cata­sto bor­ghe­siano della Sto­ria uni­ver­sale: Dio come sfera infinita.



L’Aleph e Seno­fane di Colofone

Ma da dove trae lo scrit­tore argen­tino que­sta sug­ge­stione? La sto­ria dell’immagine di Dio come sfera infi­nita la tro­viamo per la prima volta nel cele­bre rac­conto breve l’Aleph. Come nella ter­zina dan­te­sca è ancora una volta l’amore che attira verso que­sta meta­fora uni­ver­sale. È Bea­triz Viterbo, infatti – un’altra Bea­trice! – a spin­gere l’autore, che nel rac­conto parla in prima per­sona — «sono io, Bor­ges» dirà ad un certo punto guar­dando il ritratto dell’amata morta dopo una feroce ago­nia — verso la casa di lei in via Garay, nel cui scan­ti­nato vede l’Aleph, nell’ormai lon­tano aprile del 1941.

La casa ora non esi­ste più; sap­piamo dal rac­conto (auto­bio­gra­fico?) che venne demo­lita pochi mesi dopo, forse per essere poi inglo­bata nel caffè Zimino e Zun­gri, e chiun­que di noi l’abbia cer­cata, riper­cor­rendo la via e cer­can­done le tracce, si è sen­tito rispon­dere con un sor­riso tipi­ca­mente por­te­gño che, come soste­neva lo stesso Bor­ges, esso è dap­per­tutto, e dun­que con­tem­po­ra­nea­mente in ogni luogo ed ogni tempo.

Chi scrive, ad esem­pio, posò l’orecchio sulle mae­stose colonne della Moschera di Amr al Cairo per sen­tirne il favo­loso ron­zio cosmico. Anche nel nostro Paese ci sono alcuni Aleph: nella chiesa raven­nate di S. Apol­li­nare nuovo, ad esem­pio, le colonne che si tro­vano sotto il mosaico della pre­sen­ta­zione dei re magi appa­iono curio­sa­mente con­su­mate ed anne­rite dall’uso circa all’altezza di una testa umana; se qui si pone l’orecchio si sen­tirà il bat­tito del pro­prio cuore echeg­giare attra­verso tutta la basi­lica come in un vuoto cosmico che rimanda il rumore ori­gi­na­rio del non creato ancora, del nostro esserci nel tempo e dello spa­zio prima della nascita del tempo e dello spazio.

Ecco dun­que Bor­ges vedere la Sto­ria Uni­ver­sale attra­verso la pic­cola sfera lumi­nosa (o forse sarebbe meglio dire numi­nosa?) dell’Aleph posta all’altezza del dician­no­ve­simo gra­dino che con­duce verso l’oscurità di quell’antica can­tina. L’Aleph cor­ri­sponde noto­ria­mente alla prima let­tera dell’alfabeto ebraico e, nella Cabala dello Zohar, all’Ein-Sof cioè a Dio prima delle sua manifestazione.

Ed ecco che, come per Dante, al momento della descri­zione, allo scrit­tore ven­gono meno le parole, ed anch’egli si deve abbas­sare all’umiliazione delle meta­fore e delle imma­gini ana­lo­gi­che: «I mistici, in simili cir­co­stanze, son pro­di­ghi di emblemi: per signi­fi­care la divi­nità, un per­siano parla d’un uccello che in qual­che modo è tutti gli uccelli; Ala­nus de Insu­lis, d’una sfera di cui il cen­tro è dap­per­tutto e la cir­con­fe­renza in nes­sun luogo. Eze­chiele di un angelo con quat­tro volti che si dirige con­tem­po­ra­nea­mente a Oriente e a Occi­dente, a Nord e a Sud. (Non invano ricordo code­ste incon­ce­pi­bili ana­lo­gie; esse hanno una qual­che rela­zione con l’Aleph). Forse gli dei non mi neghe­reb­bero la sco­perta d’una imma­gine equi­va­lente, ma que­sta rela­zione reste­rebbe con­ta­mi­nata di let­te­ra­tura, di fal­sità. D’altronde, il pro­blema cen­trale resta inso­lu­bile: l’enumerazione, sia pure par­ziale, d’un insieme infinito».

In que­ste prime righe tro­viamo, in nuce, tutti gli ele­menti che ver­ranno poi svi­lup­pati nel sag­gio con­te­nuto in Altre Inqui­si­zioni, dove egli riprende la cro­no­lo­gia di que­sta Imma­gine Uni­ver­sale. Qui Bor­gesfa ini­ziare la sua sto­ria da Seno­fane di Colo­fone, rap­sodo del VI secolo a.C. che, stanco della ver­sione antro­po­morfa degli dei can­tati da Omero, pro­pose ai Greci di con­si­de­rare un dio unico inteso come sfera infi­nita. Qual­che anno dopo sarà uno dei «filo­sofi sovrau­mani», come li defi­ni­sce Gior­gio Colli nel suo omo­nimo libro sui pre­so­cra­tici, Par­me­nide, ad argo­men­tare che l’Essere Finito, per i Greci infatti finito era sino­nimo di per­fe­zione, è una sfera. Un con­cetto che trova una sua pre­senza cen­trale anche nell’Induismo e soprat­tutto nel Taoi­smo, filo­so­fie non a caso lon­ta­nis­sime nello spa­zio, ma coeve al tempo del pen­sa­tore di Elea.

Nel suo poema in esa­me­tri inti­to­lato Sulla natura, che ne descrive il viag­gio imma­gi­nale verso l’essenza della Verità, essa viene descritta come strut­tu­ral­mente sfe­rica: «cuore incon­cusso della ben rotonda verità» dice Par­me­nide. In un fram­mento ripor­tato dallo scet­tico Sesto Empi­rico, nella sua opera Con­tro i mate­ma­tici, Par­me­nide afferma che: «l’Essere è com­piuto da ogni lato simile alla massa di una sfera rotonda, di uguale forza dal cen­tro in tutte le dire­zioni; che egli infatti non sia né un po’ più grande né un po’ più debole qui o lì è necessario».

Ricorda Bor­ges come auto­re­voli com­men­ta­tori, come Mon­dolfo nel suo La filo­so­fia dei Greci, e Calo­gero nella Sto­ria della logica antica, sosten­gono che così egli non solo intuì una sfera infi­nita nella sua per­fe­zione, ma che a que­sta imma­gine geo­me­trica diede una valenza dina­mica, espan­siva, di un qual­cosa in infi­nito aumento, come rie­cheg­gerà anche nel passo del Timeo platonico.

L’Essere dun­que per Par­me­nide, oltre ad essere — il non essere infatti non è poi­ché non ha ragione di esi­stere — assume que­sta forma di sfera finita ed in se stessa con­chiusa: «l’Essere asso­mi­glia al volume di una sfera per­fet­ta­mente rotonda, la cui forza è costante dal cen­tro in qua­lun­que direzione».

Anche Empe­do­cle di Agri­gento, altro «filo­sofo sovrau­mano», inten­dendo con que­sti coloro che prima di veri e pro­pri filo­sofi erano ancora anno­ve­ra­bili tra i sapienti, parla della sfera (in)finita, secondo lui for­mata dall’essenza dei quat­tro ele­menti, i rizo­mata, che com­pon­gono tutte le cose com­bi­nan­dosi insieme: «Lo Sphai­ros rotondo che esulta nella sua soli­tu­dine cir­co­lare». Empe­do­cle era con­si­de­rato un vero e pro­prio mago. Leg­gen­da­ria la sua fine sui­cida nell’Etna, così da potersi total­mente decom­porre neirizo­mata e rina­scere total­mente in altra forma.



Pla­tone

La figura della sfera come solido per­fetto ed uni­forme la ritro­ve­remo qual­che secolo dopo nel pen­sierodi Pla­tone, in cui l’analogia ori­gi­na­ria si arric­chi­sce delle rifles­sioni del grande filo­sofo. Per Pla­tone la sfera è per­fetta poi­ché tutti i punti distano egual­mente dal suo cen­tro, con­cetto che fa dire a Olof Gigon, nel suo libro sulla filo­so­fia greca, che Seno­fane aveva par­lato meta­fo­ri­ca­mente, para­go­nando Dio a que­sto solido.

Così Pla­tone, nel Timeo (VIII) spiega per­ché la sfera sia la forma per­fetta e divina: «Il Demiurgo formò un corpo levi­gato ed omo­ge­neo in tutti i punti equi­di­stanti dal cen­tro, e intero e per­fetto, risul­tante da corpi per­fetti, e postavi nel mezzo un’anima, non sol­tanto ve la distese inte­ra­mente, ma con essa lo avvi­luppò anche al di fuori, e così formò un cielo cir­co­lare, che si muove cir­co­lar­mente, unico e soli­ta­rio, ma per pro­pria virtù auto­ri­ge­ne­ran­tesi, non biso­gnoso di nes­sun altro, e capace di cono­scere e amare a suf­fi­cienza se stesso. E per tutte que­ste ragioni il Demiurgo lo generò».

Qui vediamo come il pen­siero della sfera, in Pla­tone ma in gene­rale in tutti i suoi con­tem­po­ra­nei, fosse di tipo eucli­deo, legato cioè al con­cetto fon­da­men­tale sul quale si fon­da­vano le defi­ni­zioni e le argo­men­ta­zioni geo­me­tri­che, che era quello di «distanza», per­ché diret­ta­mente spe­ri­men­ta­bile nel mondo fisico.

Ragioni ana­lo­ghe hanno spinto i pen­sa­tori neo­pla­to­nici a rite­nere per­fetto il moto cir­co­lare. Scrive Plo­tino nelle Enneadi (II, 2–1): «Per­ché [il cielo] si muove di moto cir­co­lare? Per­ché imita l’intelligenza. […] In un cer­chio il cen­tro natu­ral­mente è immo­bile, ma se anche la cir­con­fe­renza fosse tale, sarebbe un immenso cen­tro. Essa girerà piut­to­sto intorno al suo centro».

Da que­sti pen­sieri, soprat­tutto quelli pla­to­nici ine­renti l’autosufficienza della Sfera Divina, si capi­sce bene, come vedremo tra poco, come il cri­stia­ne­simo medioe­vale abbia attinto a piene mani dal filo­sofo per cri­stia­niz­zarne il pen­siero attri­buendo le stesse carat­te­ri­sti­che alla sua divinità.



Ermete Tri­sme­gi­sto ed il Cor­pus hermeticum

Sul pavi­mento del Duomo di Siena, la prima scena davanti al por­tale cen­trale, dove si trova anche l’iscrizione «Castis­si­mum vir­gi­nis tem­plus caste memento ingredi», (ricor­dati di entrare casta­mente nel castis­simo tem­pio della Ver­gine), raf­fi­gura Ermete Mer­cu­rio Tri­sme­gi­sto, leg­gen­da­ria figura di ori­gine egi­zia, rite­nuto il depo­si­ta­rio dell’intera sapienza antica. Come spiega il car­ti­glio ai suoi piedi era con­si­de­rato con­tem­po­ra­neo del biblico patriarca Mosè: «Her­mis mer­cu­rius tri­sme­gi­stus con­tem­po­ra­neus Moysi».

Sul mosaico pavi­men­tale viene rap­pre­sen­tato come un sag­gio orien­tale nell’atto di offrire ad altri due uomini con la mano destra un libro, men­tre con la sini­stra si appog­gia ad una cita­zione scritta su una lapide soste­nuta da due sfingi alate, sim­boli della cono­scenza eso­te­rica. I due uomini, in atteg­gia­mento defe­rente, sono vestiti in fog­gia tale da far pen­sare forse alle tipiz­za­zioni dei saggi d’Oriente e d’Occidente. Nella tabella si legge: «Deus amnium crea­tor secum deum fecit visi­bi­lem et hunc fuit pri­mum et solum quo oblec­ta­tus est et valde ama­vit pro­prium filium qui appel­la­tur sanc­tum ver­bum», (Dio crea­tore di tutte le cose, fece un altro Dio visi­bile e que­sto fu il primo e il solo nel quale si dilettò e amò suo figlio, che fu chia­mato Santo Verbo, infinitamente).

È un’allusione alla nascita del Sal­va­tore come «Sanc­tum Ver­bum» e que­sta pro­fe­zia è un brano delPiman­der, uno dei primi testi del Cor­pus Her­me­ti­cum tra­dotti da Mar­si­lio Ficino.

Il Cor­pus è un insieme di fram­menti pro­ba­bil­mente risa­lenti ad epo­che molto diverse tra di loro. Anche Plo­tino ne parla, attri­buendo ad Ermete Tri­sme­gi­sto l’immagine di Dio come una sfera infi­nita, o dina­mi­ca­mente ten­dente all’infinito, come il pen­siero pre­so­cra­tico lascia inten­dere. L’immagine, infatti, riaf­fio­rata più volte negli scritti erme­tici, il cui Cor­pus si è di con­ti­nuo ampliato a par­tire dal III secolo d.C., com­pen­diando la sapienza antica. Secondo i sacer­doti di Thot, che è anche Ermes, il sapiente avrebbe scritto 36.525 libri; Giam­blico, nel suo I misteri dell’Egitto dimi­nuì, nel ten­ta­tivo di ren­dere cre­di­bili que­sti dati, il novero dei volumi a 20.000 e Cle­mente Ales­san­drino, nei suoi Stro­mata, li ridusse ulte­rior­mente a 42.

Mar­si­lio Ficino, il grande neo­pla­to­nico rina­sci­men­tale, indi­cava Orfeo, Pita­gora e Pla­tone come i più tardi rap­pre­sen­tanti della sapienza antica con­te­nuta nel Cor­pus. Il testo, come lo cono­sciamo oggi, si pensa che risalga al 1050 circa, periodo in cui fu assem­blato e siste­ma­tiz­zato da Michele Psello, stu­dioso bizan­tino che però, pro­ba­bil­mente, rimosse dal testo gli ele­menti stret­ta­mente magici e alche­mici, ren­den­dolo così più accet­ta­bile per la Chiesa orto­dossa. Come molti testi dell’antichità pagana anche ilCor­pus venne uti­liz­zato per dimo­strare una sorta di visione pro­fe­tica dei mag­giori sapienti che avreb­bero, in qual­che modo, rice­vuto una visione divina prima dell’Era cri­stiana pro­pria­mente detta.

L’esistenza del testo venne pro­ba­bil­mente resa nota in Occi­dente, insieme a quella di altri libri anti­chi ancora sco­no­sciuti, in occa­sione del Con­ci­lio che avrebbe dovuto sanare lo sci­sma d’Oriente, tenu­tosi a Firenze ad opera di Cosimo de’ Medici nel 1438. In que­sta occa­sione l’imperatore Gio­vanni VIII Paleo­logo ed il Patriarca di Costan­ti­no­poli Gen­na­dio II, arri­va­rono in Ita­lia con un seguito di 650 fra stu­diosi, eru­diti e eccle­sia­stici. Per diri­mere le que­stioni dot­tri­nali le affer­ma­zioni con­te­nute nel Cor­puserano impor­tanti, pro­prio per­ché risa­li­vano ad un periodo di molto ante­riore allo sci­sma, affer­mando l’unicità di Dio e dun­que l’unità dei cri­stiani in lui. Com’è noto il Con­ci­lio fallì il suo scopo poi­ché sia i cre­denti sia il basso clero non rico­nob­bero l’autorevolezza dei loro rap­pre­sen­tanti, ma il Cor­pus era ora­mai un testo noto ed intri­gante, tanto che nel 1460 Cosimo riu­scì ad avere la copia ori­gi­nale, appar­te­nuta a Michele Psello, attra­verso il monaco ita­liano Leo­nardo da Pistoia che l’aveva sco­perta (tra­fu­gata?) poco tempo prima in Mace­do­nia. Cosimo ordinò dun­que a Mar­si­lio Ficino di tra­durlo. Il lavoro venne com­ple­tato nell’aprile del 1463 e venne com­pen­sato con una villa a Careggi.

A noi dun­que, di que­sta scon­fi­nata opera, non restano che dei fram­menti. In uno di que­sti, l’Ascle­pio, tro­viamo la seguente for­mula, evi­den­ziata per la prima volta dal teo­logo fran­cese Alain de Lille, Ala­nus de Insu­lis, sul finire del XII secolo, citato da Bor­ges nell’Aleph: «Dio è una sfera intel­le­gi­bile, il cui cen­tro è in ogni parte e la cui cir­con­fe­renza è inaccessibile».

Que­sta imma­gine, ela­bo­ra­zione di quelle pre­ce­denti sulla natura di Dio come sfera infi­nita, non verrà dimen­ti­cata nel tempo, e sarà oggetto di lun­ghe dispute. Bor­ges ci ricorda che per Ari­sto­tele una for­mula sif­fatta era deci­sa­mente una con­tra­dic­tio in adjecto, ossi­mo­rica, poi­ché in tale pro­po­si­zione sog­getto e pre­di­cato si annul­lano con­trad­di­cen­dosi. Ciò può anche essere vero, gram­ma­ti­ca­mente par­lando, tut­ta­via la for­mula dei libri erme­tici ci lascia, quasi, intuire l’infinità di quella sfera.
Nel secolo XIII l’immagine ricom­pare nel Romanzo della rosa che la attri­bui­sce a Pla­tone, e nell’enciclopedia Spe­cu­lum Tri­plex sem­pre — e sol­tanto! — citata da Bor­ges. Da parte nostra azzar­diamo che l’autore argen­tino abbia voluto rac­chiu­dere nella dizione di Tri­plice Spec­chio le tre opere di Vin­cent di Beau­vais che, nella seconda metà del XIII secolo, scrisse i tre volumi dei suoi Spe­cu­lum Natu­rale, Spe­cu­lum Doc­tri­nale e Spe­cu­lum Histo­riale. Nel secolo XVI l’ultimo capi­tolo del Pan­ta­gruel, romanzo dalle indub­bie ascen­denze eso­te­ri­che, allude a «quella sfera intel­let­tuale, il cui cen­tro sta dap­per­tutto e la cui cir­con­fe­renza in nes­sun luogo, che chia­miamo Dio».



Il libro dei 24 filosofi

Ma è con il Libro dei ven­ti­quat­tro filo­sofi che l’immagine di Dio come sfera infi­nita il cui cen­tro è in ogni luogo e la cir­con­fe­renza da nes­suna parte, riceve la sua defi­ni­tiva con­sa­cra­zione. Testo enig­ma­tico, che rac­co­glie le opi­nioni di ven­ti­quat­tro filo­sofi riu­niti per espri­mere la pro­pria opi­nione attra­verso afo­ri­smi sulla natura del divino, esso appare per la prima volta in forma com­piuta nel XII secolo pur rifa­cen­dosi, i suoi ignoti autori, ad ascen­denze anti­chis­sime, come quelle che ne attri­bui­scono una parte ad Ermete Tri­sme­gi­sto stesso, a Pla­tone ed ai pre­so­cra­tici. Carat­te­ri­stica del testo è la com­parsa del metodo assio­ma­tico in teo­lo­gia, una moda­lità di pen­siero che tro­viamo dap­prima nel com­mento di Gil­berto Por­re­tano al De heb­do­ma­di­bus di Seve­rino Boe­zio, ripreso tra il 1660 ed il 1190 pro­prio da quell’Alano di Lille nel suo Regu­lae cele­stis iuris già più volte citato da Bor­ges, e nell’Ars fidei catho­li­cae di Nicola di Amiens.

Le ven­ti­quat­tro defi­ni­zioni che com­pon­gono il libro vogliono dun­que illu­strare lo spet­tro pos­si­bile delle con­di­zioni che con­du­cono la mente umana a tra­durre in con­cetti o in imma­gini l’idea noe­tica del divino. Ognuna è poi seguita da un com­mento che la illu­stra e la spe­ci­fica. L’impostazione della nostra affer­ma­zione, la seconda, è deci­sa­mente di stampo neo­pla­to­nico, come si con­viene in que­gli anni ad un testo ispi­rato ad un neo­pla­to­ni­smo cri­stia­niz­zato, cioè a con­cetti che cer­cano nella filo­so­fia di Pla­tone i pre­sup­po­sti della seguente rive­la­zione cri­stiana, quasi che il pen­siero del filo­sofo greco fosse una forma di pro­fe­zia seco­lare. Ecco dun­que i rife­ri­menti, nei com­menti, a teo­logi e filo­sofi come Macro­bio, Ago­stino, Boe­zio e Dio­nigi Aero­pa­gita, non a caso tutti pen­sa­tori più volte citati anche da Bor­ges nei suoi racconti.

Il cen­tro teo­lo­gico dell’affermazione in oggetto è quello che viene chia­mato «ema­na­ti­smo» cioè l’idea che il mondo sia una ema­na­zione divina. Per que­sto l’ascendenza pla­to­nica del testo può dirsi a ben vedere rac­chiusa pro­prio nella sen­tenza di cui stiamo par­lando. Qui, infatti, non tro­viamo nes­suna idea stret­ta­mente reli­giosa, ma solo una con­si­de­ra­zione onto­lo­gica sulla natura stessa di Dio.

A que­sto punto è inte­res­sante svi­lup­pare alcuni temi ine­renti al com­mento dell’affermazione che «Dio è una sfera in cui cen­tro è in ogni luogo e la cir­con­fe­renza in nes­suno». La defi­ni­zione, ci viene spie­gato, rap­pre­senta con una imma­gine geo­me­trica, meta­fo­rica dun­que, (per modum ima­gi­nandi) l’essenza della Prima Causa.

E dun­que la Sphera è infi­nita: il com­mento ci dice che la Prima Causa è ovun­que (ubi­que) e che essa al tempo stesso tra­scende ogni deter­mi­na­zione spa­ziale (supra, ubi et extra). Il cen­tro è ovun­que e il pen­siero non può com­pren­derlo (nulla habens in anima dimen­sio­nem) per­ché illi­mi­tata è l’estensione della sua dimen­sione (sine dimen­sione). Qui ritor­nano le parole di Dante nella chiu­sura della Com­me­dia, l’impossibilità logica di espri­mere l’inesprimibile, di rac­chiu­dere l’infinito senza dimen­sione (totus sine dimen­sione, et etiam dimen­sio­nis infinitae).

Anche Gior­dano Bruno, l’eretico visio­na­rio man­dato al rogo a Campo dei fiori dalla Chiesa, nel De l’infinito uni­verso et mondi ripro­pose i due tipi di infi­nito: l’universo e Dio. Il primo sarebbe «tutto infi­nito» per­ché si com­pone di parti limi­tate, il secondo sarebbe invece «total­mente infi­nito» per­ché ogni sua parte è infi­nita quanto il tutto.

Come dice giu­sta­mente René Gué­non nel suo Sim­boli della scienza sacra, biso­gna dun­que distin­guere tra infi­nito, il «total­mente infi­nito» di Bruno, ed inde­fi­nito, il «tutto infi­nito»: il primo con­cetto nella Tra­di­zione si applica solo ed esclu­si­va­mente alla divi­nità, poi­ché solo essa lo è, men­tre quello che noi chia­miamo nor­mal­mente infi­nito, cioè qual­cosa che pos­siamo con­ce­pire in qual­che modo al nostro livello di esi­stenza, è invece sem­pli­ce­mente inde­fi­nito, cioè parte comun­que da un punto anche se per esten­dersi illimitatamente.

Per que­sta meta­fora, dun­que, l’essenza di Dio sta nell’infinito in atto; men­tre le sue crea­ture sono rac­chiuse nei con­fini del limi­tato, al mas­simo dell’indefinito, in Dio i con­fini dell’Essere si esten­dono all’infinito, sono essi stessi l’infinito (sua clau­sio infi­nita est).

Da qui l’idea ema­na­ti­sta di un Dio che è al tempo stesso gene­rante e gene­rato e dal cui cen­tro tutte le cose gene­rate prima pro­ma­nano e poi ine­vi­ta­bil­mente tor­nano (ab esse in uni­tate cen­tri). A que­sto pro­po­sito, in un com­mento del Genesi scritto dal grande mistico Eckhart, tro­viamo l’affermazione che «nel set­timo giorno Dio si è ripo­sato in ognuna delle sue crea­ture». Dio, infatti, com­pie ogni opera con tutto se stesso: in Eckhart, dun­que, mistico a mala pena sop­por­tato, come tutti i mistici, dall’istituzione reli­giosa, avver­tiamo una com­po­nente Orien­tale del pen­siero, come vedremo più avanti, e cioè che oltre l’unità e l’infinità di Dio, l’indiviso splen­dore della sue pre­senza per­mane in ognuna delle sue creature.

Nel com­mento del Libro dei ven­ti­quat­tro filo­sofi tro­viamo anche una accenno al tempo della crea­zione, cioè al fatto che la Sfera sia eterna oltre che infi­nita, cioè che sia infi­nita anche nella sua extra tem­po­ra­lità (sicut crea­tio­nis fuit ini­tium). E dun­que l’inesausta dimen­sione crea­trice si attua, trova la sua con­junc­tio tra potenza infi­nita ed atto infi­nito, sia nello spa­zio che nel tempo, anti­ci­pando teo­lo­gi­ca­mente l’affermazione ein­stei­niana della crea­zione simul­ta­nea del tempo e dello spazio.



Oriente ed Occidente

Inte­res­sante, infine, citare una delle con­ce­zioni caba­li­sti­che della crea­zione, quella esat­ta­mente con­tra­ria all’emanatismo, cioè lo Tzim-Tzum, let­te­ral­mente nascon­di­mento, secondo cui Dio avrebbe creato l’universo ed il suo tempo riti­ran­dosi pro­gres­si­va­mente all’interno di se stesso. L’universo sarebbe così ciò che resta del nascon­di­mento di Dio dal tempo e dalla spa­zio, il che fa sup­porre che, da qual­che parte, ci sia ancora tempo e spa­zio restante per incre­men­tare la crea­zione. Ma que­sta è un’altra sto­ria. Ovvia­mente, bor­ghe­sia­na­mente, le due visioni pos­sono com­bi­narsi in una sorta di solve et coa­gula teo­lo­gico com­ple­men­tan­dosi a vicenda.

È evi­dente, tra l’altro, come que­sta meta­fora sia quin­tes­sen­ziale della visione Occi­den­tale della rela­zione tra Dio e l’umanità: nel nostro emi­sfero cul­tu­rale Dio è comun­que lon­tano, quale che sia la moda­lità con cui ha creato l’universo. Egli è ora­mai incon­ce­pi­bile, irrag­giun­gi­bile, inef­fa­bile, lo si può solo pen­sare per meta­fore o secondo una teo­lo­gia nega­tiva, cioè per ciò che egli non è. All’opposto, in Oriente, la divi­nità è al tempo stesso tra­scen­dente ed imma­nente al Mondo, è in ogni cosa, è ogni cosa. Dun­que è pos­si­bile, anzi dove­roso, poterla pen­sare nella sua essenza e que­sto rap­pre­senta l’obiettivo yogico e di tutte le scuole Indui­ste o Buddiste.

Forse per que­sta lon­ta­nanza spa­ven­te­vole, Pascal chiosa a suo modo l’immagine di Dio come sfera infi­nita, defi­nen­dola, in una ver­sione mano­scritta pub­bli­cata da Tour­ner a Parigi nel 1941, espunta dalle edi­zioni a stampa, effroya­ble, spa­ven­tosa appunto. Si non è per l’Occidente ora­mai seco­la­riz­zato dalla nascita con­ce­pire l’inconcepibile.


Il Manifesto – 8 agosto 2015


mercoledì 12 agosto 2015

Lou Dalfin a San Manh



Lou Dalfin a San Manh

Sabato 15 agosto, h 16.00: Castelmagno (Cn)

Come da tradizione, ritorna il 15 Agosto, e raggiunge il ragguardevole traguardo dei quindici anni di svolgimento, il Concerto Occitano di Ferragosto con Lou Dalfin. La manifestazione, organizzata dal Comune di Castelmagno, dall'Associazione Culturale Lou Dalfin e dal Centro Occitano di Cultura Detto Dalmastro, come sempre, avrà luogo presso il prestigioso sagrato del Santuario di S. Magno di Castelmagno (Cn).

 Il tradizionale appuntamento in alta montagna fin dalle prime edizioni ha saputo convogliare in Valle Grana un numero impressionante di partecipanti, fino a raggiungere le 3000 presenze; ospite della manifestazione sarà come sempre il capofila dei gruppi di musica occitana: Lou Dalfin. Il concerto di Ferragosto prenderà il via alle ore 16.00. Anche quest'anno, per ingannare il tempo in attesa dell'esibizione di Sergio Berardo & C. dalle ore 14 nelle adiacenze del Santuario è prevista l'esibizione di gruppi spontanei di suonatori provenienti dalle più svariate valli occitane italiane e d'oltralpe.

La partecipazione alla manifestazione è completamente gratuita, questo per consentire ad un vasto pubblico di conoscere lo stupendo paesaggio dell’Alta Valle Grana, il suo principale monumento di arte Sacra, e di prendere parte ad un evento culturale che coinvolge e trascina nel sano divertimento i giovani e meno giovani attraverso la musica e i balli tradizionali, tutto questo a contatto con la splendida natura della Valle.

La mattinata del 15 agosto incomincerà presto grazie all'Ecomuseo Terra del Castelmagno che curerà una suggestiva escursione con gli accompagnatori naturalistici sull'antica via verso il Santuario di San Magno, con tappe presso i produttori di Castelmagno stanziali in alta valle. Ritrovo ore 9.30 in Piazza dei Caduti a Campomolino. Prezzo: 9.00 € adulti e gratuito per i bambini under 14. Prenotazione obbligatoria entro giovedì 13 agosto al numero 334/1316196 o all'indirizzo ecomuseo@terradelcastelmagno.it. La camminata porterà gli escursionisti al concerto dei Lou Dalfin.

Inoltre durante tutta la giornata del 15 agosto a Campomolino sarà aperto e visitabile il museo Una Casa per Narbona.

La manifestazione è inserita nel cartellone del Festival Occit'amo.


lunedì 10 agosto 2015

Alberto Cavanna, Il dolore del mare



martedì 11 agosto
secondo appuntamento degli "Itinerari di Letteratura... d'estate"
San Biagio della Cima (IM)
Centro Polivalente "Le Rose"
ore 21.15

Presentazione di Alberto Cavanna, Il dolore del mare, Roma, Nutrimenti 2015.

Introduce Simona Morando, sarà presente l'autore.



Il libro

Nella piccola isola Palmaria, che sonnecchia sulle acque di fronte a Portovenere, gli echi del mondo arrivano attutiti ma non meno feroci. Lo sa bene Elvira, sposa giovanissima a cui la guerra ha sottratto il suo Radamés, caduto nelle trincee del Piave. Di lui le restano i pochi giorni passati insieme prima della partenza per il fronte e l'eredità nei tratti di suo figlio Ermes. Elvira lo cresce con premura, trasmettendogli i valori di un regolato universo familiare nel quale le donne sono da secoli il fulcro di una vita dura strappata agli scogli e al mare.

Ma i tempi che si annunciano sono infausti. L'Italia, uscita ferita dalla Grande Guerra, è avviata a un futuro di adunate e retorica, di vanità e saluti romani, ancora una volta un futuro di guerra. Anche sull'isola, mentre le campane della chiesa e le diane militari delle fortezze scandiscono le ore trascorse a lavorare le acciughe al saladero o a lavare i panni al treggio, si consuma lentamente il dramma di gente semplice e indifesa, ignara del flagello che sta per esplodere.

Il dolore del mare racconta gli anni difficili fra i due conflitti mondiali visti dalla prospettiva di un'appartata comunità isolana: un piccolo mondo antico, forgiato dal lavoro e dalla quotidiana lotta con la natura, destinato a essere risucchiato nell'abisso della storia.


Ferragosto nel bosco. L'acqua non si vende, si difende


Riceviamo e rilanciamo il comunicato del Comitato Savonese Acqua Bene Comune

Di seguito e in allegato trovate l'invito per l'iniziativa che si terrà SABATO 15 AGOSTO a partire dalle ore 18.00 presso "IL BOSCO" della Casa dei Circoli, Culture e Popoli di Ceriale.
Come vedete ci sarà una prima parte dalle 18.00 alle 20.00 nella quale discuteremo e decideremo insieme cosa fare per impedire la privatizzazione dell'acqua e dei servizi idrici nella nostra provincia.
Anni di iniziative, delibere di modifica degli statuti, referendum, presentazione del progetto per la ripubblicizzazione del S.I., Legge Regionale di Iniziativa Popolare pare non siano serviti ai nostri amministratori (Sindaci, assessori ecc.) che, per ignavia, ignoranza o connivenza sono arrivati a decisioni che contrastano e tradiscono il referendum e la volontà popolare per una gestione pubblica e partecipata dell'acqua e dei servizi ad essa connessi.

E allora ....... ADELANTE!

Lotte e mobilitazioni hanno sempre pagato, solo quando ci siamo ritirati, quando abbiamo dato per scontato un certo esito "LORO" hanno avuto il sopravvento.

VEDIAMOCI SABATO 15 ALLE 18.00 PER DECIDERE TUTTE E TUTTI INSIEME!!!!!!

Comitato Savonese Acqua Bene Comune

giovedì 6 agosto 2015

Musica irlandese a Noli


Mio nonno soldato


martedì 4 agosto 2015

Omaggio a Rainer Kriester



OMAGGIO A RAINER KRIESTER

Onzo, 9 agosto/ settembre 2015
Sala Polivalente : 15 gouaches inedite e un grande Bronzo
Sabato ore 18/20 , domenica ore 10/12.30, su appuntamento chiamando +39 334 8559850
Ingresso gratuito
Nelle vie del paese quattro grandi Bronzi.

Organizzazione: Fondazione Kriester e Centro Studi Museum RAINER KRIESTER
Patrocinio : comune di Onzo
Curatori Jean Marc Beyer e Giuliano Arnaldi


Nell'ambito del Progetto Valle Arroscia Parco della Memoria Christiane Dass, vedova del Maestro, ha voluto ricordare l'ottantesimo anniversario della nascita di Rainer esponendo una serie di gouaches inedite estremamente significative per comprendere la profondità lungimirante del lavoro del grande Artista tedesco che fece della Valle Arroscia la sua seconda casa. È così possibile constatare come pittura  e disegno fossero espressioni ben conosciute da Kriester - che nella scultura trovo la sua dimensione ideale-  e la sua capacità di usare indifferentemente  forma, colore, segno e materia come elementi alfabetici di un linguaggio metaforico misterioso ma sorprendentemente evocativo nella sua vita evidenza archetipica.

Inaugurazione domenica 9 agosto ore 11, Comune di Onzo- Sala Polivalente.




Giuliano Arnaldi

Buon compleanno , Rainer


"Onorare  la memoria di un grande Artista non è solo doveroso, ma utile. Si onora la memoria di qualcuno che ha lasciato  una traccia,  a disposizione di chi resta nel faticoso cammino della vita: una lezione che insegna a meglio vedere un percorso.

Nel caso di un Artista questa verità è ancora più tangibile perché  l'arte parla un linguaggio universalmente semplice , chiaro in ogni tempo e in ogni luogo, il linguaggio della bellezza.
È un linguaggio che si comprende nella dimensione delle emozioni più che in quella delle parole, un linguaggio che non descrive ma evoca.

Capita talvolta che accada anche qualcosa di più , che il passare del tempo sveli una profondità ancora maggiore nella traccia rimasta e questo è certamente il caso di Rainer Kriester.
A ottanta anni dalla nascita , e a tredici dalla morte comprendiamo sempre più e sempre meglio il valore archetipico del suo linguaggio, quel mescolare segni, numeri, forme, materia in modo insieme così misterioso e così familiare , come a ricordarci che siamo fatti per comprendere la bellezza dei numeri e il rigore scientifico delle forme , dei segni e della materia, come a ricordarci che ciò accade perché non c'è frattura tra cervello e cuore.

Grazie alla sensibilità di Christiane e Jean abbiamo la possibilità di vedere in questo insieme di eventi organizzati a Onzo dalla Fondazione  Kriester in occasione dell' ottantesimo anniversario della nascita del Maestro,  due aspetti  del suo lavoro apparentemente distanti tra loro: disegni e grandi sculture in bronzo.  Appare immediatamente un apparente paradosso: la solidità "pesante" dei disegni - articolati e profondi nel continuo rimando ad un antico alfabeto metaforico che sembra poter svelare i segreti più arcani dell'universo- e la leggerezza delle sculture in bronzo, presenze quasi intangibili per l'armonia tra forme, materia e segno.

Non c'è da stupirsi : lo splendore del Vero rompe gli schemi di una osservazione superficiale e obbliga ad un altro sguardo , ad un'altra profondità di campo dove il metro di misura si cerca dentro di se e non fuori. Non parla a tutti, ma a ciascuno e come accade nelle feste di anniversario  più sentite  il vero regalo lo fa il festeggiato , che quest'anno compirebbe ottant'anni. A noi non resta che dire : Buon compleanno Rainer, grazie. "


domenica 2 agosto 2015

Piero Manzoni artista


Mercatino delle Merviglie di Molini di Prelà


Oggi al Mercatino delle Meraviglie di Molini di Prelà (IM)
 Marino Magliani presenta
Oscuri percorsi
l'ultimo romanzo
di Bruno Vallepiano


Magliani, Fanciulli di sabbia di Lorenzo Muratore



Fanciulli di sabbia è il romanzo d'esordio di Lorenzo Muratore, composto nell’arco di alcuni decenni da questo scrittore particolarissimo, amico di Guido Seborga, Francesco Biamonti, Elio Lanteri . Vi si raccontano l’adolescenza e la vita interiore del personaggio di Gabriele negli anni centrali del secolo scorso. Le pagine di Muratore, oltre che per il contenuto, contano però soprattutto per la preziosità di una lingua i cui arcaismi si rivelano fiammanti neologismi, com’è stato osservato da uno dei pochi, autorevoli, lettori delle sue pagine finora inedite. Il libro verrà presentato il 7 agosto a San Biagio della Cima. Pubblichiamo la bella recensione di Marino Magliani.

Marino Magliani

La lingua nei Fanciulli di sabbia

Un romanzo che nell’estremo ponente girava tra i pochi da parecchio, pare, l’ha scritto Lorenzo Muratore, ed è uscito per l’editore piemontese Nerosubianco. I luoghi non si menzionano, sono cittadine sul mare, ed è ambientato nel dopoguerra. Romanzo di tormenti, di vite scomparse nelle acque, ma fatto di una lingua che si inarca e implode, si estende, si spezza quando gli archi non reggono, una lingua, insomma, ed è la cosa che più conta.

Per il resto, personaggi letterari che escono dalle pagine e vi fanno ritorno, con caratteri ricercati eppure appartenenti a quel filone abbondante di invenzioni tentate da certi narratori talentuosi, e tra questi, intendo tra i personaggi, persino uno scrittore, chiamato Francesco, e poi gioventù e intellettuali. Su tutti il protagonista, e l’io narrante, esterno, che distribuisce il tempo e racconta di giochi estremi lasciando che i personaggi appaiano come per scoprire un eccesso del mondo, un disordine, e bruciare un’epoca, e qua e là persino un ambiente religioso. Questo è ciò che trovai quando mi apparve la fragilità sognante di Gabriele, il protagonista. «… e Gabriele scopriva nel breve silenzio tra una parola e l’altra uno spazio smisuratamente ingrandito dagli abissi interiori o piuttosto vi rimaneva intrappolato».

L’incipit, un brano dalla lingua che mostra tendine rigonfie d’arie dissolute, imbarazzi e scivolosi pericoli, abissi, e di nuovo archi e porpore e barocchi, era uscito sulla gloriosa rivista degli Atti Impuri, a cura di Claudio Panella e dei ragazzi di Sparajurij.

In un mio dossier sulla letteratura del Far West ligure avevo parlato, per quel che posso dire, delle mie Macondo e delle mie Combray, e di quella scheggia di terra, e delle pagine che a volte altri scrittori mi danno in lettura, e tra queste l’opera letteraria di Muratore. L’editore di Fanciulli di sabbia mi ha chiesto di poter utilizzare un piccolo brano di quel dossier che è ormai archeologia, per raccontare il mio rapporto di affetto con quel mondo a ridosso di montagne, frontiere, la Val Nervia, o appena lontano, Sanremo, fin su a Corte e Realdo, e poi di nuovo giù alle spiagge di scogli, come a chiudere un cerchio di luoghi e romanzi.



Qui ho l’occasione per aggiungere, e credo sia stato anche per Claudio (come per chi ha letto), che è stata la lingua, anche se talvolta nella sua forzatura, a catturare. Il resto, s’è detto: c’è un io narrante esterno che sa tutto, e ci parla di un Gabriele ragazzino che vaga, smarrito, alla scoperta o al rifiuto dei sensi, anzi neanche alla scoperta, ma è come se fosse il mondo intero che lo circonda ad attirare Gabriele nei suoi meandri più oscuri, e in tutto questo tempo che passa, qua e là, in alcune occasioni, egli se ne va un po’ ammirato e a tratti anche irritato da questo scrittore che appare, spiega le cose vissute, e viene definito Grande, ma grande in proiezione, perché non ha ancora scritto nulla, e al quale futuro scrittore, un giorno (come se l’io narrante esterno provasse a forzare le catene della narrazione e a balzare nel futuro per farci sapere che più che una fauna c’è un mondo in luogo nascosto non si sa dove, in un altro secolo), cinquant’anni dopo circa, verrà dedicata una via della città.

Romanzo di rotoli, di anse rocciose e spiagge e orizzonti languidi (ma senza dipingerceli perché la lingua franerebbe nella realtà), di estati sonnolente e pomeriggi e brusii come per Il Peccato di Boine, quando al cadere dal muretto di cinta del convento, le mani del personaggio si aggrappano ai filari, si feriscono, lordandosi di sangue e di grappoli d’uva rotti. Credo che a Muratore premesse molto inventare un linguaggio e accendere il fuoco accanto a quell’archeologico post-bellico (è bello: post-bellico dell’estremo ponente, così, come l’ha chiamato poco fa Claudio Panella mentre se ne parlava) e farlo brillare un’ultima volta, semmai un’epoca possa brillare di luce propria.



Perché, dunque, leggere Fanciulli di sabbia quando la sabbia è già tanta, e anche di questo genere, e di dissolutezze più o meno gravi; quando ci troviamo in studi di dottori che diventano comitati di Liberazione, e poi appaiono le parole di un Paul che è Paul Valery e poi anche un «certo Paul» che fa sport; quando un personaggio che compare cinque o sei volte può venir chiamato Francesco e aver parlato di poesia e rivoluzione e corso tra le pagine le pericolose spiagge e le pinete di un tempo che non si può calcolare come composto da cinquanta o sessanta o settanta anni fa, ma come se nella sua rottura lo fosse da secoli, e assomigliare a uno scrittore o essere chiamato Giorgio o Guido, Elio, o che ne so, il vescovo diventare un Cardinale e il dottore che ha ancora il fucile della Resistenza sparire; o i personaggi venire chiamati, come talvolta capita in qualche invenzione della narrativa italiana, Palmiro o Italo e aver fatto i partigiani e da ragazzi essere scappati dalla quota del costone alla ridacciana riviera; perché farci raccontare da Muratore di corridoi all’ombra del Vaticano e preti e perpetue, e ci mancava poco che non si arrivasse al papa, sempre con quell’occhio alla malinconia di un Gabriele che « … imparò a farsi dottore ne la nuova grammatica delle potentissime parole…»?

Per la lingua, mi ripeto, che è il motivo per cui lessi una pagina dell’opera letteraria e andai avanti, a volte tornando per capire, per poi scrivere, e prima pensare, che là dentro, in quella lingua che poteva parlare di estremità carnali inaccettabili, dette o compiute o solo immaginate, o di cavoli in Estremadura o pontili fradici lungo un canale del Nord, e persino di una scheggia ligure e remota nel tempo di una soffitta dell’impero, secondo me c’era semplicemente quella curva imperfetta delle parole, che non di rado, che è cosa rara, scintillava come un cielo di settembre.

Certo, purtroppo, non troverò mai – nel senso che finora non l’ho trovata mai nelle due tre lingue in cui leggo – la prosa dell’opera letteraria di Francesco Biamonti, quello vero, intendo, non «il Grande scrittore» inventato, quello vissuto e che ci ha regalato capolavori. Però a volte, come nel caso di Lorenzo Muratore ed Elio Lanteri, ci sono riverberi che non si possono perdere, «luminoso spettacolo lungo lo stradone…» i cui «arcaismi si rivelano fiammanti neologismi, com’è stato osservato da uno dei pochi, autorevoli, lettori», ci dice il curatore. Insomma, forse, per farla dire a Gabriele: «Quelle cose per me sono un mondo d’echi lontani, la baldoria che resta d’una notte».

Il libro di Muratore è ordinabile qui: http://www.nerosubianco-cn.com/





Lorenzo Muratore è nato a Ventimiglia nel 1941, scrive da tutta la vita, ma come i suoi conterranei Francesco Biamonti ed Elio Lanteri ha iniziato a pubblicare qualche pagina solo negli anni della maturità: nell’antologia La mela di Newton (Gallino, 1998), in Over-Age. Apocalittici e Disappropriati (Transeuropa, 2009), dove è uscito il racconto Madagascar, con la plaquette Pitture nere e altre immagini. Studio sui romanzi di Marino Magliani (Eumeswil Arti Grafiche, 2010), illustrata da Rita Elvira Muratore.


L'antispettacolo nella società dello spettacolo



Dopo il “non convegno” situazionista di Sesta Godano, un nuovo incontro a Livorno, fra teoria e situazioni urbane.



Antonio Saccoccio

L'antispettacolo nella società dello spettacolo





Il 13 giugno la galleria Peccolo e la centralissima piazza della Repubblica di Livorno hanno ospitato il "Punto della Situazione n. 2". Al centro dell'incontro, intitolato significativamente "L'antispettacolo nella società dello spettacolo", sono state le differenti strategie per contrastare la pervasività dello spettacolare nel mondo contemporaneo.

In apertura, spazio alla presentazione del libro Debord e il Situazionismo revisited (a cura di A. Saccoccio, Massari editore) con gli interventi di studiosi e attivisti nel campo delle avanguardie: i critici Sandro Ricaldone e Luca M. Venturi; il fotografo Pino Bertelli; l'editore Roberto Massari; il gallerista Roberto Peccolo; Pasquale Stanziale, già autore di diversi saggi sull'Internazionale Situazionista; Stefano Taccone, curatore del recente Contro l'infelicità. L'Internazionale Situazionista e la sua attualità (ed. Ombre Corte). A questi si sono aggiunte le riflessioni/azioni di Helena Velena, guerrigliera punk-anarco-situazionista; Benedetto Fanna, Giuseppe Savino e Marco Olivieri, musicisti estemporanei dell'Orchestra Noè; Stefano Balice e Joshua Pettinicchio, oltre-artisti rumoristi del MAV; Antonio Marchi, ciclosituazionista.

Su un piano strettamente teorico, Stanziale ha centrato il suo intervento sulla "realizzazione della filosofia", e cioè l'idea situazionista per cui la filosofia dovrebbe giungere al suo compimento e alla sua fine trasformandosi in azione rivoluzionaria. Un'idea a cui si affianca quella del "superamento dell'arte", ripresa più volte nel libro sopracitato. A questo proposito Fanna e Balice hanno illustrato sinteticamente la natura e gli obiettivi delle pratiche performative portate avanti dai gruppi Noè (Nostra Orchestra Estemporanea) e MAV (Movimento Arte Vaporizzata). È stata proprio l'idea dell'estemporaneità al centro della riflessione/azione del pomeriggio. L'estemporaneità come momento intensamente vissuto e donato che rifiuta i meccanismi della contemplazione, della merce/spettacolo, perché si offre senza calcoli e mediazioni. E così la discussione teorica è stata ripetutamente interrotta da "perturbazioni acustiche" create dai numerosi musicisti e rumoristi presenti in sala.

Dopo un'ora di libero e interrotto dialogo, l'allegra compagnia di musicisti/rumoristi in baldoria è letteralmente fuoriuscita dalla galleria per invadere l'antistante piazza della Repubblica e le vie circostanti, coinvolgendo i cittadini in ritmi e melodie di festa. E dopo la piazza c'è stato il liberatorio attraversamento di una strada, e poi l'assalto e la sonorizzazione di una vecchia cabina telefonica (per qualche attimo tornata strumento di comunicazione), e poi il comodo ingresso nel bar dell'angolo (con il regalo meno atteso: un beffardo assolo di sax e flauto che quasi risveglia un affranto utilizzatore di Slot Machines).



La continuità con il "situazionismo" è più agita che proclamata. I gruppi Noè e MAV con le loro pratiche estemporanee detournano ogni condotta mercantile, utilitaristica e narcisistica, rivalutando la vita e rifiutando la pura sopravvivenza. Tornano in mente le parole di Vaneigem: «L'uomo della sopravvivenza è l'uomo sbriciolato nei meccanismi del potere gerarchizzato, in una combinazione di interferenze, in un caos di tecniche oppressive che, per darsi un ordine, attende solo la paziente programmazione dei pensatori programmati». La musica e il rumorismo estemporaneo colpiscono al cuore il tecnicismo oppressivo, la vuota specializzazione, l'asettica programmazione della musica colta contemporanea, rinchiusa nelle rassegne per pochi eletti e snobisticamente citata nei salottini radical-chic.

Sono stati letti i contributi degli assenti "giustificati". Di Enzo Valls dall'Argentina si è cominciato a leggere "34 / modelo para desarmar", consistente in una celebre frase di Debord variata 120 volte usando più o meno le stesse parole. Ovviamente la lettura è stata interrotta dai rumoristi a quota 12 o 13. E di Alessandro Scuro (residente in Francia) è stata letta una parte del suo intervento "Pour en finir avec le travail. Le ragioni (fondate) dell'utopia situazionista".

Roberto Massari aveva preparato un testo scritto su "Vaneigem: premesse di una teoria politica del situazionismo", del quale non si è letto nulla, avendo preferito Roberto usare il suo tempo di parola per tirare un rapido bilancio di questo secondo non-convegno e dare appuntamento ai prossimi, dei quali auspichiamo tutti che possano essere ogni volta diversi, imprevedibili e soprattutto eversivi.

Una cena creativa (tipo "panzanella ai frutti di mare", tanto per dare un'idea…) allestita dai coniugi Peccolo ha concluso degnamente la serata. A notte inoltrata c'era comunque ancora chi si aggirava rumoreggiando in piazza della Repubblica.

Una nuova pubblicazione raccoglierà in volume gli interventi emersi durante l'incontro livornese e verrà curata da Stanziale. Mentre è già in cantiere il "Punto della Situazione n. 3", probabilmente al di fuori dei confini nazionali. Vorremmo tanto che fosse in Francia…

[Le foto sono di Pino Bertelli]

* Pubblicato su Sicilia Libertaria, anno XXXIX, n. 352, luglio-agosto 2015



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sabato 1 agosto 2015