TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 18 ottobre 2019

D'Ottobre Francesco



giovedì 17 ottobre 2019

Il mito dell'ONU




Di fronte all'aggressione turca ai curdi del Rojava, ancora una volta è emersa la sostanziale impotenza dell'ONU a far rispettare la pace e il diritto internazionale. Si tratta di una vecchia storia, come dimostra l'articolo, scritto nell'ormai lontano 2001 in occasione di un'altra guerra purtroppo ancora in corso, che riproponiamo considerandolo quanto mai attuale.

Giorgio Amico

Il mito dell’ONU

La guerra in Afghanistan divide la sinistra. Mentre i DS si schierano apertamente per l'intervento americano, Rifondazione, cossuttiani, Manifesto e parte della CGIL sostengono la necessità di un intervento delle Nazioni Unite, quasi che l'ONU rappresentasse una credibile alternativa all'imperialismo. In realtà, mezzo secolo di guerre con decine di milioni di morti mostrano non solo la totale impotenza delle Nazioni Unite a assicurare una gestione pacifica, diplomatica e non militare dei conflitti, ma la natura di vera e propria agenzia dell'imperialismo svolta dall'ONU in tutto il secondo dopoguerra.

Il nome "Nazioni Unite", coniato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt, appare per la prima volta nella "Dichiarazione" del 1 gennaio 1942, con cui i rappresentanti di 26 nazioni impegnano i loro governi ad una lotta a fondo contro le potenze dell'Asse. Punto di riferimento è l'esperienza da poco conclusa della Lega delle Nazioni, l'organizzazione internazionale nata all'indomani della prima guerra mondiale e definita da Lenin "covo di briganti imperialisti". Nel 1945 i governi di 50 nazioni firmano la Carta costitutiva redatta dalle potenze vincitrici: Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia, Gran Bretagna e Cina. La "Carta" si presenta come un gigantesco monumento fatto di parole, piena di frasi ad effetto sui grandi principi, ma povera di indicazioni concrete e vincolanti sul come mantenere la pace. 

Nei fatti la nuova organizzazione internazionale sancisce la spartizione del mondo fra USA e URSS definita dagli accordi Yalta, relegando in un ruolo secondario le vecchie potenze coloniali GB e Francia, mentre la Cina nazionalista, dal 1949 ridotta all'isola di Taiwan, gode di un riconoscimento meramente formale. Come sempre sono gli accordi non scritti a funzionare meglio. Così nel 1950 Stalin non si avvale del diritto di veto, di cui l'URSS dispone come membro permanente del Consiglio di Sicurezza, per bloccare l'intervento militare americano in Corea. Sei anni più tardi Eisenhower renderà il favore lasciando che i carri armati russi soffochino nel sangue la rivoluzione ungherese. 

Almeno fino alla fine degli anni Ottanta e al crollo dell'Unione Sovietica l'ONU funzionerà principalmente come garante degli equilibri di un mondo bipolare. L'unica politica portata avanti con determinazione sarà quella della decolonizzazione, ma sempre nell'ottica degli interessi dominanti di USA e URSS, tese a sostituirsi alle vecchie potenze europee nel controllo delle materie prime e dei mercati afroasiatici. Quando, come nel 1956 a Suez o nel 1960 in Congo, gli avvenimenti sembreranno sfuggire di mano , minacciando gli equilibri della guerra fredda, allora le Nazioni Unite con il voto determinante di Stati Uniti e Unione Sovietica faranno sentire la loro voce.

Per decenni, nell'epoca della "guerra fredda", le due superpotenze avranno mano libera all'interno ciascuna della propria sfera "imperiale", senza che l'ONU trovi qualcosa da eccepire. Al massimo vaghe proteste e ancora più vaghi pronunciamenti, in un gioco delle parti che lascia le cose come stanno, soprattutto nel cosiddetto "Terzo Mondo", campo di battaglia fra imperialismi vecchi e nuovi. Di fronte a 138 guerre "locali" con decine di milioni di morti fra il 1945 e il 1989, stanno, vero monumento all'ipocrisia del mondo borghese, migliaia di risoluzioni di condanna, tutte assolutamente prive anche del minimo effetto pratico. Tale è la risoluzione 242 del giugno 1967 che intima a Israele il ritiro dai territori occupati di Cisgiorgania e Gaza, così come i numerosi documenti di condanna del blocco americano a Cuba. 

Prodotto negli anni della seconda guerra mondiale della diplomazia americana, l'ONU è stato negli anni del bipolarismo il principale strumento della supremazia delle due grandi potenze, stanza di compensazione fra gli interessi russi e quelli americani. La fine dell'URSS e della divisione del mondo sancita a Yalta segna anche la fine di questi equilibri ed evidenzia il logoramento degli strumenti diplomatici, come l'ONU, pensati per gestirli. Il "grande gioco" in atto in Asia Centrale, come la guerra del Golfo o i conflitti nei Balcani e nel Caucaso, segnano, seguendo scrupolosamente le linee degli oleodotti e dei campi petroliferi, lo scatenarsi di nuove contese per la supremazia. La guerra torna ad essere la continuazione "con altri mezzi" della politica e dell'economia. "Socialismo o barbarie", l'accorato appello di Rosa Luxemburg ai proletari agli inizi del secolo passato, torna ad essere agli inizi di questo nuovo secolo la parola d'ordine degli internazionalisti.

L'Internazionale, n.29 – Novembre 2001

martedì 15 ottobre 2019

Stragi e golpe. Un filo nero lungo quarant'anni




Nel 1990 Giulio Andreotti rivela ufficialmente l'esistenza dell'organizzazione Gladio. Una realtà eversiva di cui comunque già si conosceva l'esistenza, come dimostra questo nostro articolo apparso ben tre anni prima su Bandiera Rossa, organo della sezione italiana della Quarta Internazionale. Come prevedevamo Delle Chiaie, mancato qualche giorno fa, non fece rivelazioni e forse anche per questo trascorse libero e indisturbato il resto dei suoi giorni, come peraltro la quasi totalità dei personaggi (militari e civili) coinvolti in quegli avvenimenti. A distanza di più di trent'anni ci pare che l'impianto dell'articolo, che richiese una lunga e dettagliata ricerca sulla base dei materiali allora conosciuti, ancora regga. Sicuramente regge la denuncia dell'ipocrisia profonda del termine "servizi deviati", coniato allora dal PCI e ancora oggi largamente usato nonostante l'enorme mole di dati anche giudiziari accumulatasi negli anni dimostri che di tutto si trattò meno che di deviazioni di singoli o di gruppi. 

Giorgio Amico

Un filo nero lungo quarant'anni

Si celebra in queste settimane a Bologna il processo per la strage alla stazione di sette anni fa. Nella requisitoria dei giudici si possono leggere i nomi degli esecutori e sono indicati con chiarezza i mandanti e la logica politica della strategia che ha lasciato una scia di sangue e di terrore sugli ultimi vent'anni di vita italiana. Avremo, questa volta, una sentenza in grado di accordare la verità e la giustizia? Non si può dimenticare che chi ha lavorato contro questa possibilità è sempre al suo posto. Il filo nero che, oltre le stragi, lega quarant'anni di minacce autoritarie non è mai stato reciso.

L'arresto di Stefano Delle Chiaie alla fine del mese di marzo e la sua estradizione in Italia hanno contribuito a ridestare l'attenzione dei mass media sulle stragi nere che hanno insanguinato il nostro paese negli ultimi vent'anni. Dalle sue deposizioni al processo per la strage di Bologna, in corso in queste settimane, o in altra sede, qualcuno si attende clamorose rivelazioni che contribuiscano a far luce su questi orrendi crimini, sui loro esecutori e mandanti politici, mentre non si è spento l'eco dell'inquietante balletto di competenze fra i vari uffici giudiziari che, come il processo per la bomba di Piazza Fontana insegna, è la più sicura via all'insabbiamento.
Ma, ammesso che Delle Chiaie collabori con i giudici, è poi lecito aspettarsi rivelazioni clamorose? Da ciò che l'esponente neofascista ha già dichiarato in interviste e, sembra, durante l'audizione disposta dalla commissione parlamentare sulle stragi e sul terrorismo nonché nel corso delle udienze del processo di Bologna, sembrerebbe proprio di no.
Il particolare l'ex capo di Avanguardia Nazionale ha fatto cenno all'esistenza di una struttura di sicurezza, nata dopo la seconda guerra mondiale e utilizzata anche per fini di politica interna. Questa struttura occulta avrebbe materialmente organizzato gli attentati, infiltrando e utilizzando le organizzazioni di destra, per poi depistare le indagini.
Tutto ciò è altamente verisimile e concorda con quanto, ed è molto, già si conosce sulla strategia del terrore. Ma non rappresenta certo una novità. Il fatto è che, già a partire dal libro-inchiesta La strage di Stato nel 1970 il quadro in cui si attua la strategia terroristica neofascista è sostanzialmente delineato, così come i mandanti, i finanziatori, gli esecutori. Non a caso nel libro in questione ricorrono nomi, come quelli di Sindona e Marcinkus, destinati a diventare tristemente noti negli anni successivi. Per cui, come Bandiera Rossa sosteneva all'indomani della strage di Natale del 23 dicembre 1984, “IL problema non è tanto quello di compiere vere e proprie indagini, quanto di mettere i tasselli di un mosaico il cui disegno è ormai chiaro, di unificare fatti e indizi, di leggerli con una logica politica diversa da quella dell'ideologia di regime”1.
Prima di tutto, occorre sgomberare il campo dall'ostacolo rappresentato dalla cosiddetta tesi dei servizi segreti “deviati”. Tesi certamente comoda perché permette di non fare i conti con ciò che realmente rappresenta l'apparato repressivo dello Stato borghese, ma del tutto illusoria. In realtà di tutto si può parlare meno che di deviazionismo dei servizi segreti, il cui compito principale, ed è l'intera storia della Repubblica a confermarlo, è proprio consistito nel porre sotto tutela, prima per conto direttamente degli americani e poi della NATO, l'evoluzione del quadro politico italiano.
È una trama che parte da lontano, prima ancora della nascita dello Stato repubblicano...

Il referendum istituzionale del 1946

Intorno alla questione dell'assetto istituzionale dello Stato si combatte nei primi mesi del 1946 la prima grande battaglia democratica dell'Italia del dopoguerra. Nel timore che la caduta della monarchia agevoli l'andata al potere della sinistra e i particolare del PCI, l'intero schieramento borghese da l'Uomo Qualunque ad ampi settori della gerarchia cattolica e della DC, fa blocco attorno ad Umberto di Savoia.
I fautori della monarchia non si limitano alle manovre elettorali, ma si preparano anche sul piano militare. Si stringono contatti con i movimenti clandestini fascisti sorti già all'indomani della Liberazione con la connivenza delle autorità militari anglo-americane, si apprestano piani operativi che prevedono l'effettuazione di una campagna di provocazione e di attentati da attribuire alle sinistre e poi l'intervento di unità militari fedeli, essenzialmente dell'Arma dei carabinieri.
Grazie all'aperto appoggio di larga parte dell'apparato statale, non epurato e ancora monarchico, nascono così i Reparti antitotalitari antimarxisti monarchici (RAAM), vere e proprie formazioni paramilitari di cui fanno parte nostalgici del ventennio e della monarchia.
Ai RAAM appartengono molti alti ufficiali dei carabinieri e i più elevati dirigenti della polizia, sotto la supervisione di ciò che resta dei servizi segreti (SIM) e con stretti addentellati con organizzazioni criminali come la mafia siciliana (2).
È in questa occasione che per la prima volta si tenta di coalizzare insieme in funzione anticomunista gruppi paramilitari fascisti ed elementi anche di spicco del movimento partigiano. Cardine di questo intreccio è Edgardo Sogno, monarchico e liberale, durante la Resistenza a capo di una formazione - l'organizzazione Franchi - alle dirette dipendenze dell'OSS, il servizio segreto americano. Altro elemento di rilievo è il maggiore Enrico Martini "Mauri", già a capo delle formazioni badogliane in Piemonte e acceso anticomunista.
Sono fascisti, partigiani bianchi, alti gradi delle forze armate e della polizia, servizi segreti e organizzazioni criminali a formare già in questi primi mesi del 1946 un amalgama golpista che riapparirà puntuale ad ogni snodo cruciale della storia della repubblica come strumento di condizionamento occulto dell'evoluzione politica del paese.

Le elezioni politiche del 1948

La vittoria della repubblica il 2 giugno 1946 non segna di certo la fine delle trame golpiste. avviene tuttavia un cambiamento non di scarso rilievo: alla destra monarchica si sostituisce nel ruolo di sfruttamento e protezione politica dell'eversione la Democrazia cristiana ormai a tutti gli effetti espressione delle più importanti frazioni della borghesia italiana.
Queste manovre si intensificano con l'estromissione dal governo dei ministri comunisti e socialisti nella primavera del 1947. Come testimonia un'anonima informativa da Torino all'ufficio "I" dell'Arma dei carabinieri, nel mese di novembre l'apparato clandestino costituitosi alla vigilia del referendum istituzionale rimane in piena attività in vista di un possibile confronto armato con il movimento operaio e le sue organizzazioni. dopo aver evocato lo spettro d un'imminente insurrezione comunista nel triangolo industriale, il documento passa in rassegna lo stato delle forze filogovernative e conclude:
" ... a capo di queste forze dell'ordine [sono] noti e stimati comandanti di formazioni partigiane democristiane e monarchiche come il maggiore effettivo dell'esercito Martini 'Mauri'... Ogni giovedì questi capi si incontrano, si scambiano informazioni, per tenersi pronti a predisporre dei piani di controinsurrezione. 'Ci stiamo ritrovando e riorganizzando, essi dicono, quindi per i comunisti le cose non saranno troppo lisce' " (3).
I servizi speciali americani non sono di certo estranei a queste iniziative. È un momento di forti cambiamenti a Washington causati dalla guerra fredda e dal ruolo di potenza globale ormai giocato dagli USA e anche i servizi segreti assumono dimensioni nuove. nel settembre del 1947 la CIA sostituisce il vecchio e ormai inadeguato Office Strategic Service (OSS) da cui durante la guerra dipendevano in Italia uomini come Sogno, Martini "Mauri" e un certo Fumagalli che negli anni della strategia della tensione troveremo a capo di un fantomatico Movimento di azione rivoluzionaria (MAR).
Il 10 ottobre 1947 l'ambasciatore americano a Roma, James Dunn, in un telegramma al segretario di Stato Marshall, auspica la necessità di "formulare piani, compresi quelli per un'assistenza militare attiva, per il caso che se ne manifesti la necessità nel prossimo inverno o nella prossima primavera". Va comunque evitato un coinvolgimento diretto di truppe americane; per questo, in vista di uno scontro con le sinistre ormai improcrastinabile, vengono approntate - in accordo con le autorità italiane - strutture "parallele" in grado di affrontare ogni tipo di emergenza al di là di ogni possibile controllo parlamentare.
"Già nei primi mesi del 1948 - dichiarerà trent'anni più tardi l'ex ministro dell'Interno Mario Scelba - era stata messa a punto un'infrastruttura capace di far fronte a un tentativo insurrezionale comunista. L'intero paese era stato diviso in una serie di grosse circoscrizioni e alla loro testa era stato designato in maniera riservata, per un eventuale momento di emergenza, una specie di prefetto regionale... un uomo di sicura energia e di assoluta fiducia. L'entrata in vigore di queste prefetture sarebbe stata automatica nel momento in cui le comunicazioni con Roma fossero state, a causa di una sollevazione, interrotte: allora i superprefetti da me designati avrebbero assunto gli interi poteri dello Stato sapendo esattamente, in base a un piano preordinato, che cosa fare" (4).
L'8 marzo del 1948, alla vigilia delle elezioni, il National Security Council americano discute della situazione esistente in Italia. dato per scontato che "una maggioranza per il Blocco del popolo non è improbabile" e che ciò minaccerebbe seriamente "gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti nel Mediterraneo", il NSC sostiene tra l'altro la necessità di "fornire ai gruppi clandestini anticomunisti [cioè ai neofascisti] assistenza finanziaria e militare". La proposta è personalmente approvata dal presidente Truman e diventa immediatamente operativa (5).

L'adesione dell'Italia alla NATO

Come sappiamo, nonostante i timori dell'amministrazione Truman, il Fronte popolare non vinse le elezioni; ciò non valse tuttavia a modificare in nulla la politica americana di appoggio ai gruppi armati neofascisti.
All'inizio del 1950 giungono in Italia Carmel Offie, supervisore dei servizi segreti italiani per conto della CIA, e James Angleton, ex dirigente dell'OSS. I due contattano ex ufficiali repubblichini ed ex dirigenti fascisti in vista della costituzione di un "fronte nazionale" anticomunista sotto la guida dell'ex capo della X MAS, Valerio Borghese. Il progetto viene poi provvisoriamente accantonato per essere ripreso con la stessa sigla e con gli stessi uomini vent'anni più tardi, alla vigilia della strategia della tensione (6).
Il 23 settembre 1950 il Consiglio dei ministri approva la legge per la difesa civile proposta dal ministro dell'Interno Scelba. Formalmente il costituendo servizio di difesa civile dovrebbe farsi fiancheggiare carabinieri e polizia in caso di gravi calamità naturali. In realtà sotto la supervisione del generale dei carabinieri Pieche, ex ufficiale del SIM prima al servizio di Franco e poi del sanguinario capo degli ustascia Ante Pavelic, viene costituito un vero e proprio corpo separato composto da "volontari" reclutati tra gli avanzi delle Brigate nere.
Sono anni di repressione sistematica contro i lavoratori e le forze di sinistra. In tre anni, a partire dal 1948, 62 sono gli assassinati, 3.126 i feriti, 92.162 gli arrestati di cui 19.306 condannati a ben 8.441 anni di carcere complessivo. Nemmeno il tribunale speciale del fascismo aveva saputo fare di meglio (7).
Anche in questo frangente i partigiani bianchi sono tra i più accesi sostenitori della caccia ai comunisti. Il presidente dell' ENI, Enrico Mattei, vicepresidente dell'Associazione dei partigiani democristiani, fissa i compiti degli associati nel sorvegliare nelle fabbriche i sovversivi, opporsi all'azione dei comunisti che, anche mascherata da fini sindacali, mira a sabotare l'efficienza dell'apparato produttivo, scoprire e segnalare fonti di finanziamento delle organizzazioni operaie, ostacolare con ogni mezzo l'accesso dei comunisti a posti di responsabilità.
Intanto nell'agosto del 1949 l'Italia è entrata a far parte della NATO. Tra i vari obblighi che tale adesione comporta, alcuni riguardano direttamente i servizi segreti, che vengono completamente riorganizzati sotto la supervisione della CIA e utilizzati, secondo appositi protocolli ancora segreti, in funzione "antisovversiva", cioè antioperaia e antidemocratica.
L'appoggio ai neofascisti diventa aperto. Nell'agosto 1952 si svolge il primo campo paramilitare neofascista pubblico, organizzato dall'associazione giovanile missina a Lavazé in Trentino. Vi si tengono lezioni teoriche e addestramento allo scontro fisico e al sabotaggio. Il campo scuola viene significativamente denominato "Ordine Nuovo", un nome questo che ritroverà frequentemente nella storia dell'eversione nera.
Qualche nese prima il comando dello Stato Maggiore delle forze armate americane aveva indirizzato al servizio segreto italiano un memorandum al fine di impegnarlo ad attuare gli obiettivi di un piano permanente di offensiva anticomunista chiamato in codice "Demagnetize".
Nel documento si legge tra l'altro:
"L'obiettivo ultimo del piano è quello di ridurre le forze dei partiti comunisti, le loro risorse materiali, la loro influenza nei governi italiano e francese e in particolare nei sindacati, in modo da ridurre al massimo il pericolo che il comunismo possa trapiantarsi in Italia e in francia, danneggiando gli interessi degli Stati Uniti nei due paesi... La limitazione del potere dei comunisti in Italia e in Francia è un obiettivo prioritario: esso deve essere raggiunto con qualunque mezzo" (8).

Il centrosinistra e il piano "Solo"

Nel 1962 nasce sotto la guida di Amintore Fanfani il primo governo di centrosinistra, un tripartito DC-PSDI-PRI con l'appoggio esterno dei socialisti. Pochi mesi prima, il 22 novembre 1961, il segretario democristiano Aldo Moro aveva dichiarato in televisione ormai inevitabile e necessaria l'apertura al PSI. Tanto era bastato a gettare nel panico l'apparato spionistico americano in Italia. Nei giorni immediatamente successivi a questo storico annuncio all'ambasciata USA di roma si tiene una riunione segreta dei massimi dirigenti militari e della CIA in Europa. Si parla di impedire con ogni mezzo l'andata al governo dei socialisti, si discute di un intervento aperto di unità militari NATO. Il capo della CIA a Roma, Thomas Karamessines, più realisticamente sostiene che invece di opporsi apertamente sia meglio svuotare dall'interno la svolta democristiana da ogni significato innovatore (9).
Gli uomini della CIA concertano insieme ai responsabili dei servizi italiani (SIFAR), De Lorenzo e Rocca, un'azione di disturbo al tentativo di Moro. Vengono costituite "squadre d'azione" per compiere attentati da attribuirsi alle sinistre in modo da esigere poi in nome delle "forze sane" della nazione severe misure di emergenza da parte del capo dello Stato e del governo.
A tal fine vengono utilizzati gli archivi della stazione CIA di Roma, contenenti oltre duemila nominativi di uomini "capaci di uccidere, piazzare bombe e ordigni incendiari, fare propaganda", membri di formazioni di estrema destra che da tempo hanno offerto agli americani i loro servizi in funzione anticomunista (10).
Gruppi di "volontari" si formano in molte città italiane tra cui Milano, Torino, Genova. "Sono gruppi - dichiarerà il senatore Ferruccio Parri alla commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti dell'estate '64 - di civili, di ex militari, di ex carabinieri... Questi gruppi avrebbero dovuto assecondare il colpo che il generale De Lorenzo aveva preparato, anche con funzione di agenti provocatori, con funzione di squadre di appoggio dei reparti dei carabinieri".
È il famoso piano "Solo" che prevede l'intervento dei reparti corazzati dell'Arma dei carabinieri, l'arresto e la deportazione in appositi campi già predisposti in Sardegna di migliaia di militanti di sinistra, secondo liste scrupolosamente aggiornate che risalgono almeno ai primi anni cinquanta. Il piano del tutto simile, data la comune matrice NATO, al golpe dei colonnelli greci dell'aprile '67, non verrà mai attuato, ma otterrà comunque lo scopo di condizionare pesantemente in senso moderato l'andamento della vita politica italiana.

L'autunno caldo e la strategia della tensione

Svuotata, anche grazie alle manovre occulte dei servizi, di ogni reale contenuto innovatore, l'apertura ai socialisti si rivela ben presto per quello che è: un'abile operazione trasformistica gestita dalla DC che tenta di inserire una parte della sinistra nel proprio sistema di potere allo scopo di dividere e penalizzare il movimento operaio.
Ma le profonde contraddizioni sociali, conseguenza diretta del selvaggio boom economico prima e della recessione poi, spingono alla lotta la classe operaia, mentre una nuova generazione di studenti si radicalizza in risposta all'esaltante esempio che viene da Cuba e dal Vietnam.
Le lotte si allargano, si generalizzano, tendono in alcuni casi a sfuggire al controllo sindacale. Per la prima volta si manifesta il fenomeno degli scioperi selvaggi. L'ondata della contestazione investe l'università, mentre cresce la mobilitazione antimperialista. Crollano i vecchi steccati risalenti agli anni della guerra fredda e si fa sempre più forte l'esigenza dell'unità sindacale.
Democrazia cristiana, americani, Confindustria, vaticano ritengono che occorra riportare all'ordine l'Italia. Nasce la strategia della tensione. Vengono recuperati Sogno, i partigiani bianchi e il Fronte nazionale di Valerio Borghese "in sonno" dagli anni cinquanta. I burattinai sono sempre gli stessi: la CIA e i vari "uffici speciali" targati NATO.
Dal 3 al 5 maggio 1965 si svolge, con il patrocinio neppure troppo occulto dei vertici militari, all'Hotel Parco dei Principi di Roma il famoso convegno sulla "guerra rivoluzionaria" in cui relazionano personaggi come Guido Giannettini e Pino Rauti. È l'atto di nascita ideologico, e forse anche organizzativo, della strategia del terrore.
Sul piano operativo vengono discusse diverse linee strategiche; al centro di tutte si collocano le forze armate, considerate l'unico baluardo nei confronti del comunismo. esse tuttavia non debbono agire da sole ma operare con l'appoggio di gruppi irregolari di civili (11).
È la tesi esposta fra gli altri dal giornalista fascista Beltrametti, imperniata sull'esistenza di uno "stato maggiore parallelo, composto di militari e civili, il quale... agendo nella clandestinità, provveda a mobilitare l'apparato predisposto, formato di cittadini sicuri, tra i quali alcuni addestrati alla guerra di guerriglia". Beltrametti sostiene questa tesi in un volume, Guerra e megatoni, la cui prefazione è firmata dal generale Liuzzi, già capo di stato maggiore dell'esercito, il quale, tra l'altro, sostiene la necessità di costituire già in tempo di pace "forze per la difesa territoriale... composte di militari e civili prenotati (convenientemente e clandestinamente addestrati), con stati maggiori misti (militari e civili)".
Come scrive il De Lutiis nella sua illuminante Storia dei servizi segreti, "i servizi paralleli, che fino ad allora avevano addestrato civili da utilizzare in appoggio a eventuali colpi di stato militari, ora cominciavano a esercitarli alla tecnica dell'attentato" (12).
Nel 1968 viene ricostituito il Fronte nazionale di Valerio Borghese, nello stesso anno la "scuola guastatori" del SID di Capo Marrargiu in sardegna viene riorganizzata sotto la guida di "tecnici" americani. nella base vengono addestrati alla controguerriglia e al sabotaggio migliaia di giovani neofascisti che, una volta tornati alle loro zone di origine, restano a disposizione dei servizi segreti, collegati in gruppi ristretti e forniti di armi ed esplosivi, diretti da ufficiali della struttura "I" dell'esercito (13).
Sempre nel 1968 avvengono i primi attentati ai treni e alla Fiera di Milano, attribuiti dalla polizia e dalla stampa agli anarchici. Il 12 dicembre 1969 è la volta della strage di Piazza Fontana a Milano. Nasce il Movimento politico Ordine nuovo di Clemente Graziani, mentre Stefano Delle Chiaie ricostituisce Avanguardia Nazionale, ritenuto anche a destra il braccio operativo dell'Ufficio affari riservati del ministero dell'Interno.
Il 1970 è l'anno del golpe Borghese e dell'occupazione fantasma del Viminale. Ricompaiono i partigiani bianchi; mentre il MAR di Carlo Fumagalli sigla una serie di attentati, secondo Valerio Borghese i militari distribuiscono armi "in parte a pochi fascisti e in maggior parte ad ex partigiani bianchi".

La Rosa dei Venti e i protocolli segreti della NATO

Non rientra negli scopi di questo breve lavoro una trattazione sistematica delle trame nere che hanno insanguinato l'Italia a partire dal 1969. Ciò che ci interessa è dipanare un filo che, come si è visto, ha origini lontane e lega indissolubilmente servizi segreti e apparati militari italiani e stranieri sotto la costante supervisione della NATO.
Nel 1973 scoppia il caso dell'organizzazione eversiva denominata "Rosa dei Venti" che vede implicati una serie di alti ufficiali, tutti in stretti rapporti con l'Ufficio guerra psicologica del comando NATO di Verona, responsabile di servizi segreti, neofascisti e partigiani bianchi.
Si scopre così che l'Ufficio di guerra psicologica è una struttura di rilevante importanza strategica, legata strettamente alla CIA, incaricata tra l'altro di studiare le varie strategie psicologiche da usare in caso di colpi di Stato, guerre civili, sommosse, controguerriglie. In quel periodo l'Ufficio avrebbe dedicato particolare attenzione allo studio "scientifico" degli effetti destabilizzanti della strategia della tensione (14).
Uno dei principali imputati, il colonnello Amos Spiazzi, riconosce durante gli interrogatori cui viene sottoposto dai magistrati l'esistenza di una "organizzazione di sicurezza delle forze armate, che non ha finalità eversive ma si propone di proteggere le istituzioni contro il marxismo". Di questa organizzazione clandestina non fanno parte solo militari ma anche "civili, industriali, politici" a ulteriore conferma dell'esistenza di quegli "stati maggiori misti" di cui si è visto discutere fascisti e generali al convegno dell'Hotel Parco dei Principi.
Il colonnello Spiazzi, quindi, ammette le accuse ma rivela che l'organizzazione eversiva di cui è accusato di far parte è una struttura ufficiale anche se segretissima della NATO, con carattere sovranazionale e allo scopo di impedire la conquista delle leve dello Stato da parte dei comunisti e più in generale delle sinistre (15).
Come non pensare immediatamente al piano "Demagnetize" e ai piani operativi del National Security Council americano della fine degli anni quaranta? A conferma di quanto ammesso dallo Spiazzi, il capo del SID, generale Vito Miceli, riconosce nel corso della stessa inchiesta l'esistenza da sempre all'interno dei servizi segreti di "una particolare organizzazione segretissima, che è a conoscenza delle massime autorità dello Stato... Un organismo che assolve compiti pienamente istituzionali, anche se si tratta di attività ben lontane dalla ricerca informativa..." (16).
l'esistenza di un'organizzazione di questo tipo, operante in totale segretezza al di fuori di ogni controllo, troverebbe la sua ragione d'essere in protocolli aggiuntivi segreti, stipulati nel 1949 contestualmente alla firma del Patto atlantico.
Questi accordi, cui ha fatto diretto riferimento l'esponente socialista Rino Formica all'indomani della strage del 23 dicembre 1984, "prevedono l'istituzione di un organismo non ufficiale, anzi giuridicamente inesistente, preposto a garantire con ogni mezzo la collocazione dell'Italia all'interno dello schieramento atlantico, anche nel caso che l'elettorato si mostri orientato in maniera difforme" (17).
Chi scrive è sempre il De Lutiis, il cui libro è stato dal senatore Gualtieri, presidente del comitato parlamentare per i servizi di sicurezza, consigliato ai membri della commissione perché "opera seria e documentata"!
Che senso ha, allora, insistere come fa il PCI sulle "deviazioni" dei servizi segreti e sui generali "felloni"? Tesi insostenibile alla luce di quanto già si conosce ma che certo ha il pregio di essere compatibile con le professioni di fedeltà all'alleanza atlantica.
Che senso ha denunciare, come fa l'Unità, che "non è in Italia il punto finale" della politica occulta (18), se poi ci si arrampica sugli specchi per non tirare in ballo gli Stati Uniti e gli accordi che ci legano ad essi?
Ma allora, come in altra occasione affermava il nostro giornale, "se così stanno le cose, se la NATO è lo strumento che lega al personale politico americano l'Europa privandola della sua sovranità nazionale su questioni di vita o di morte, che cos'altro si può auspicare e chiedere per l'Italia se non l'uscita dalla NATO?" (19).
"Fuori l'Italia dalla NATO, fuori la NATO dall'Italia!", gridavamo nei cortei del '68. Continuare in questa lotta è un impegno che, come marxisti rivoluzionari, abbiamo assunto anche verso le vittime innocenti di vent'anni di stragi impunite.

Note

1. Cfr. "Una proposta al movimento operaio per non arrendersi al terrore", in Bandiera Rossa del 20 gennaio 1985.
2. Cfr. P.G. Murgia, Il vento del Nord. storia e cronaca del fascismo dopo la Resistenza, Milano 1975,pp. 210-11.
3. Cfr. G. Boatti, Le spie imperfette, Milano 1987, pp. 309-10.
4. Cfr. A.Gambino, Storia del dopoguerra dalla liberazione al potere DC, Bari 1975, pp. 473-74.
5. Ampi stralci del documento in: A. Gambino, "Se il 18 aprile il Fronte avesse vinto", in L'Espresso del 23 aprile 1978.
6. Cfr. P.G. Murgia, Ritorneremo, Milano 1976, p. 213 e sgg.
7. Cfr. G. Scarpari, La Democrazia cristiana e le leggi eccezionali 1950-1953, Milano 1977, p.9.
8. Cfr. R. Faenza, Il malaffare, Milano 1978, pp. 313-14.
9. L'episodio è ricostruito con abbondanza di particolari in E. Catania, La lunga mano della CIA, Milano 1974, pp. 74-5 e G. de Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Roma 1984, pp. 69-70.
10. R. Faenza, op. cit., p. 369.
11. Vedere la ricostruzione dei lavori del convegno in La destra radicale, a cura di F. Ferraresi, Milano 1984, pp 58-9.
12. G. De Lutiis, op. cit., p. 131.
13. Ivi, p. 13 sgg.
14. L'Espresso del 27 gennaio 1974.
15. G. De Lutiis, op. cit., p. 107 e sgg.
16. Ivi, p. 129.
17. Ivi, p. 126.
18. Vedere l'intervista del giudice Giovanni Tamburino su l'Unità dell'11 gennaio 1987.
19. Cfr. "Né chiara denuncia né mobilitazione", in Bandiera Rossa del 30 settembre 1984.

Bandiera Rossa, Agosto-settembre 1987


Cuneo ricorda il Che.


sabato 12 ottobre 2019

Altare ricorda il massacro xenofobo di Aigues-Mortes (1893)




Comune di Altare
ANPI Sezione di Altare

Cerimonia di commemorazione e posa targa in memoria dell’emigrante operaio Lorenzo Rolando ucciso all’età di 31 anni, il 17 agosto 1893 a Aigues Mortes Vttima innocente della violenza xenofoba.

ALTARE
Venerdì 18 ottobre 2019

ORE 9.45: INCONTRO DAVANTI AL PALAZZO COMUNALE

ORE 10: INIZIO CERIMONIA
- Saluto del Sindaco e delle Autorità
- Intervento Parenti della Vittima
- Benedizione targa
Orazione ufficiale del prof. Enzo Barnabà

Parteciperà una rappresentanza delle ragazze e dei ragazzi delle scuole di Altare

ORE 17 SALA CONVEGNI DI VILLA ROSA

Presentazione del libro ed incontro con l’autore, prof.Enzo Barnabà
“AIGUES MORTES, IL MASSACRO DEGLI ITALIANI


Le eredità del ’68 e i movimenti delle donne degli anni Settanta




Le eredità del ’68 e i movimenti delle donne degli anni Settanta

Giornate di formazione rivolte ai docenti agli studenti interessati e alla cittadinanza
Venerdì 25 e Sabato 26 ottobre 2019
Savona Palazzo della Provincia e Sede ISREC

Il percorso storico-didattico, rivolto ai docenti di ogni ordine e grado, alla cittadinanza e a singoli studenti interessati, comprende 3 unità formative così articolate:

I – Venerdì 25 ottobre (10.00-13.00), Sala Consiliare del Palazzo della Provincia (Savona, via Sormano 12, primo piano).

L’incontro verte sul Sessantotto, anno spartiacque che accelera i processi di globalizzazione e avvia irreversibili cambiamenti sociali, culturali e di mentalità. Marcello FLORES (Università di Siena) inquadra storicamente il fenomeno nella sua dimensione mondiale. La presentazione di una app sui protagonisti, i testi e la colonna sonora del ’68, a cura del dott. Filippo FERRARA (Istituto Parri di Bologna), approfondisce aspetti di costume tramite opportunità offerte dalla didattica digitale.

II – Venerdì 25 ottobre (14.30-17.30), sede ISREC (Savona, via Maciocio 21-R).
Si svolgono laboratori di didattica controversiale condotti da formatori qualificati sulle interpretazioni del Sessantotto  e sull’aborto e l’intolleranza di genere. I corsisti possono consultare i materiali dei lavori di gruppo all’url della rivista on line novecento.org dell’Istituto nazionale Parri: 

– E’ successo un ’68…di Paolo BATTIFORA (Coordinatore scientifico ILSREC) (debate rivolto agli studenti)
– “Stati interessanti”. Aborto e intolleranza di genere di Giosiana CARRARA e Agnese PORTINCASA (Direzione didattica Istituto Parri di Bologna e Direzione novecento.org)
(debate per i docenti)

III – Sabato 26 ottobre (9.30-12.30), Sala Mostre del Palazzo della Provincia  (Savona, via Sormano 12, primo terra).

L’incontro ha per oggetto la cosiddetta “protesta fertile”, una delle eredità più significative del ’68, avviata dalle donne in lotta per la conquista di nuovi diritti e libertà. Giorgio AMICO (Comitato scientifico Isrec) pone l’accento sui legami, sovente contraddittori e conflittuali, tra le proteste del ’68 e il movimento femminile del decennio successivo. Le testimonianze di Betti BRIANO (Eredibibliotecadonne) e Rosaria GUACCI (Libreria delle donne di Milano) rievocano le modalità dell’azione politica femminista e diffuse pratiche di autocoscienza e di scrittura femminili.



Ad integrazione del percorso formativo, nella Sala Mostra del Palazzo della Provincia è visitabile l’allestimento Il ’68 e i movimenti delle donne degli anni Settanta (25-26-27 ottobre: ore 10-13 e 15.30-17.30) realizzato da Betti Briano, Giosiana Carrara e Vilma Filisetti con materiali illustrativi e documenti originali provenienti dagli archivi del prof. Luigi Lirosi e delle Eredibibliotecadonne.

L’iscrizione è gratuita: va effettuata entro Giovedì 24 ottobre  sulla piattaforma SOFIA del Miur (Cod. Id. 36420) unitamente all’invio della e-mail di conferma all’ISREC (isrec@isrecsavona.it) con all’oggetto Iscrizione Giornate su Eredità del ’68. Nella e-mail occorre specificare:
– Nome, Cognome, E-mail, Telefono, Scuola di appartenenza e Materia insegnata.
Per motivi tecnici, si richiede cortesemente agli iscritti di precisare se – nel pomeriggio di Venerdì 25 ottobre – intendono partecipare al debate rivolto ai docenti.
La partecipazione degli studenti agli incontri, per ragioni logistiche, è limitata a singole rappresentanze.

Le firme dei partecipanti saranno raccolte all’inizio di ciascuna unità formativa. L’attestato di frequenza alle due Giornate (totale 12 ore) verrà rilasciato con la presenza ad almeno 2 delle 3 unità formative previste.

Per informazioni rivolgersi al Direttore del corso,  prof.ssa Giosiana Carrara, inviando una e-mail all’indirizzo isrec@isrecsavona.it o telefonando ai numeri  019.813553 e 340 6113128  nei seguenti orari:
Lunedì, Martedì, Mercoledì e Giovedì (h. 9-12) e pomeriggio di Giovedì (15-17).


giovedì 10 ottobre 2019

Ligures 5. Genova città etrusca


    Immagina tratta da P. Melli, Genova preromana, Fr. frilli editori

Continuiamo la pubblicazione dei materiali preparatori di un ciclo di lezioni tenute negli anni scorsi al MUDA di Albisola e all'UniSabazia. Oggi trattiamo delle origini della Genova preromana, grande centro commerciale e multietnico, ma dalle forti caratteristiche etrusche.

Giorgio Amico

Genova città etrusca


Da cosa derivi il nome di Genova è ancora una questione controversa. Gli scrittori di lingua greca la citano come Genua. Gli studi moderni di glottologia fanno derivare l’appellativo dall’indoeuropeo g(h)enu “bocca”, acquisito nella lingua celto-ligure parlata nella Liguria dell’età del ferro, con riferimento alla posizione geografica. Il nome fu in seguito probabilmente fatto proprio dagli Etruschi insediati sulla collina di Castello e reso in etrusco con il vocabolo "kainua" “città nuova”, che rientra in un gruppo di nomi etruschi di città come Mantua-Mantova.

Genova, già piccolo insediamento tribale ligure, nasce dunque come città etrusca : un grande centro commerciale (emporium) attorno ad un tempio dedicato ad una divinità protettrice. L’esistenza sulla collina di Castello di uno o più luoghi di culto è suggerita da alcuni graffiti, con iscrizioni, come le parole "ais" (dio) e "al" (dono), dunque un luogo dove si facevano offerte alla divinità, e da un’iscrizione incisa su un ciottolone in serpentino lavorato per essere infisso verticalmente in un supporto, che riporta il nome dell’autore della dedica, un certo Nemetie di origine celto-ligure. La divinità venerata sarebbe Sur(i)/Soranus, oggetto di culto in Etruria e nel Lazio, con un importante santuario nell’emporio di Pyrgi da dove provengono molti reperti ritrovati in loco.



Oltre alle merci, gli etruschi portano anche la scrittura, come dimostrano le iscrizioni rinvenute negli scavi, redatte infatti in lingua e caratteri etruschi. L’ortografia segue le norme dell’Etruria settentrionale.  

Fin dalle sue origini Genova appare legata alle vicende del porto, creato in uno degli approdi più favorevoli e protetti dell’arco costiero ligure, lungo le rotte battute dalle navi mercantili, etrusche e greche. Le rotte sottocosta, già utilizzate fin dal Neolitico, come dimostrano i rinvenimenti di ossidiana da Lipari nelle grotte del Finalese e, con maggiore frequenza a partire dal VII secolo a.C., come documentano i materiali di importazione marittima rinvenuti negli scavi dei centri della Liguria orientale, offrivano protezione dai violenti venti di scirocco e libeccio che tuttora, in alcuni periodi dell’anno, rendono pericolosa la navigazione.

Le alture dell’entroterra di Genova risultano già frequentate nella Preistoria. Tali presenze dimostrano la vitalità di percorsi di crinale intensamente frequentati, sia per la caccia, sia, più tardi, per lo sfruttamento delle risorse dei boschi, la pastorizia e l’agricoltura. In occasione dei lavori per la realizzazione di un parcheggio sotterraneo in piazza della Vittoria è stato individuato a circa 12,5 metri sotto il piano stradale, un livello di frequentazione che conteneva un frammento di legno lavorato, datato, con analisi radiocarboniche, al Neolitico. La scoperta ha suggerito l’ipotesi dell’esistenza di una palafitta presso la foce del torrente Bisagno, zona allora paludosa ed anche oggi segnata da frequenti allagamenti.

Maggiori informazioni restituisce un insediamento individuato nel cantiere della metropolitana in piazza Brignole, rimasta fuori del centro abitato fino alla costruzione della settima cinta muraria del 1626 e rimasta campagna fino ai grandi interventi urbanistici ottocenteschi. Durante i lavori di costruzione sono stati raccolti alla profondità di circa 5 m dal piano di calpestio materiali che risalgono ad un periodo tra il 3000 e il 2000 a.C.o (età del Rame/Bronzo Antico) e alla prima età del Ferro. Una grande struttura muraria in pietre a secco, della lunghezza di circa 12 metri che delimita un ampio spazio con tracce di focolari.

Dunque alla fine dell’età del Bronzo e nella prima età del Ferro lungo l’arco costiero fra il capo del Promontorio e la penisola del Molo sorgevano piccoli nuclei abitati, di cui restano solo pochi frammenti di ceramica e di intonaco cotto, raccolti nel cantiere della metropolitana di Principe e nell’area del Portofranco. Ma le prime consistenti tracce archeologiche di frequentazione dei luoghi ( frammenti di anfore vinarie etrusche) sono state identificate nella zona del porto antico, materiali databili tra la fine del VII e la fine del VI secolo a.C., che costituiscono la prova dell’utilizzo come approdo, da parte di mercanti stranieri, del tratto di costa che divenne più tardi il porto medievale.

Situato al centro dell’arco ligure, all’inizio l’approdo svolgeva probabilmente funzioni di scalo tecnico, per l’abbondanza di acqua potabile e combustibile, la presenza di una spiaggia riparata su cui tirare in secca le imbarcazioni (che a quel tempo navigavano solo di giorno) e la protezione della penisoletta del Molo in caso di burrasca.

Il complesso dei materiali dei livelli della fine del VII e VI secolo di Portofranco mostra una notevole varietà di provenienze e costituisce una sorta di repertorio delle merci commerciate lungo le coste tirreniche, con una netta maggioranza di oggetti provenienti dall’Etruria costiera (vasellame in bucchero, recipienti da cucina e da dispensa e anfore vinarie. Un numero consistente di materiali proveniva da Caere (Cerveteri), importante città etrusca, vicina al Tevere e al territorio dei Latini, che dalla fine del VII secolo esportava a Nord (attraverso il porto di Genova) i prodotti della sua ricca agricoltura.



Genova dunque nasce già come è oggi, il porto della pianura padana e oltre questa, attraverso i passi alpini, la via principale per il nord Europa per le merci provenienti dal Mediterraneo. Già da allora venivano utilizzati percorsi lungo la Val Polcevera in seguito ricalcati dal tracciato romano della via Postumia e oggi dalle moderne autostrade. Grande importanza aveva il commercio di ambra e di schiavi che arrivavano da nord tramite i Celti. In cambio gli Etruschi fornivano soprattutto il vino  accompagnato dagli oggetti necessari per il suo consumo: vasi in bucchero, ceramiche dipinte e recipienti in metallo.

Tra la fine del VII e i primi decenni del VI secolo a.C. ebbe inizio anche un commercio con la Gallia, dove nel 600 a.C. era stata fondata in territorio ligure la colonia greca di Marsiglia.

Ma Genova riserva altre sorprese. Nel corso dei lavori di scavo per la realizzazione di un pozzo per la metropolitana nella Spianata dell’Acquasola è stata messa in luce, a 14 metri di profondità dal piano di calpestio, parte della base di un grande tumulo sepolcrale che si ritiene simile a quelli di Cerveteri, che misurava in origine circa 15 metri di diametro ed era circondato da un muro di sostegno. All’interno del tumulo sono stati rinvenuti i resti di alcune tombe a incinerazione, costituite da quattro lastrine di pietra infisse verticalmente per delimitare uno spazio quadrangolare entro cui doveva essere deposto il corredo. 

La struttura monumentale della tomba e le sue dimensioni suggeriscono che fosse de­stinata ad un personaggio importante, la cui sepoltura doveva trovarsi in posizione centrale, attorniata da altre, forse di parenti stretti. I corredi ritrovati conservano frammenti di bucchero di produzione etrusco meridionale, di alcune coppette, due piccoli perni in bronzo attribuibili ad un gancio di cinturone e due fibule in bronzo, oggetti provenienti da siti tra Lazio e Campania frequentati da mercanti etruschi. Il ritrovamento nella tomba dei resti di una donna di circa trent'anni che dagli oggetti di ornamento dovrebbe aver indossato un costume tipico dell'area campano laziale hanno fatto pensare che allora fosse già in atto a Genova una politica di scambi e alleanze suggellate da matrimoni. Dunque una nobildonna etrusca del sud andata in sposa a un ricco genovese forse di etnia ligure a stringere un patto di alleanza finalizzato al commercio.

Alla fine del VI secolo a.C. risalgono le prime tracce di frequentazione del colle di Castello, uno sperone roccioso sul crinale che si prolunga fino alla penisola del Molo (vicino agli attuali Magazzini del sale e a Porta Siberia), che offriva una buona visibilità sull’intero arco costiero, da Portofino fino a Capo Mele. Le buche per palo e per i focolari ritrovati nell’area del convento di San Silvestro, fanno pensare a capanne in legno, probabilmente con copertura di paglia o stoppie. Anche due edifici in pietra sono attribuibili a questa prima fase di vita dell’oppidum, come il sito fu più tardi definito dagli storici di età romana: il primo era un recinto monumentale, con un’apertura delimitata da pilastri, costruito accuratamente in blocchetti di pietra disposti in filari regolari.

Il vasellame ritrovato era in netta maggioranza importato. Si tratta prevalentemente di recipienti da cucina proveniente da vari centri dell’Etruria, mentre fra le ceramiche fini da mensa sono attestati vasi di fabbricazione attica a figure nere e figure rosse. Essendo un grande emporio, Genova etrusca commerciava, come si è visto, anche con i Greci della attuale Francia meridionale e in particolare di Massilia (Marsiglia).

La realizzazione di un centro stabile a Genova sembra rispondere, ad un’esigenza di mercato. La convergenza sul porto di una rete di percorsi di crinale e di fondovalle in corrispondenza di valichi, che collegavano la città ai territori padani, e la posizione costiera in un punto centrale del golfo ligure facevano della città una cerniera tra Etruschi, Greci di Marsiglia, Celti e Liguri dell’interno. Nel V secolo Genova era già un importante centro portuale che riceveva derrate alimentari e prodotti artigianali da tutto il Mediterraneo, in parte utilizzandoli direttamente, in parte smistandoli verso il Piemonte meridionale e i siti costieri della Liguria centrale. Insomma "l'emporio dei Liguri" di cui parla Strabone.

Nel corso della prima metà del V secolo l’abitato sulla collina di Castello si ingrandisce. Nell’oppidum trovavano posto anche officine per la lavorazione dei metalli, principalmente del ferro, come dimostrano le abbondanti scorie di lavorazione e un resto di forno fusorio, Tracce che testimoniano della presenza di artigiani provenienti dall’Etruria, all’epoca all'avanguardia nella siderurgia. Qualcuno ha ipotizzato la presenza di esperti etruschi che esploravano l'entroterra alla ricerca di giacimenti da sfruttare. Sono stati rinvenuti anche ovili, pollai e recinti per animali. Lo studio delle ossa documenta la presenza oltre che di animali allevati per l’alimentazione, anche di cani e cavalli.

Circa alla metà del V secolo l'oppidum fu circondato da una poderosa cinta muraria di circa due metri di spessore. Nel tratto occupato nel medioevo dal palazzo del Vescovo sono stati ritrovati i resti di una torre quadrangolare che permetteva il controllo dell’intero arco portuale e di un vasto braccio di mare che a Ponente arrivava fino a Capo Noli. All’estremità nord, nell’area ora occupata dalla chiesa di Santa Maria delle Grazie la nuova, si apriva una porta che costituiva l’accesso all’oppidum per chi proveniva dal porto. Lo spazio interno era pavimentato in ciottoli, mentre all’esterno del muro una rampa gradinata di pietre sovrapposte, in discesa è stata interpretata come ciò che resta della antica via che dai moli saliva alla città posta sulla cima del colle.

Come tutti i centri etruschi la città dei vivi era circondata da quella dei defunti. La necropoli preromana si estendeva sulle colline di Santo Stefano e Sant’Andrea, separate dal corso del torrente Rivotorbido. Gli oggetti di corredo più antichi risalgono al primo quarto del V secolo a.C., cioè a circa due generazioni dopo la fondazione dell’oppidum, ma nel corso dei lavori in piazza Dante, nel 1910, furono raccolti anche alcuni frammenti di vasi etruschi a figure nere del VI secolo a.C. che fanno supporre che le tombe più antiche siano andate distrutte nel corso dei secoli.

La forma delle sepolture, radicalmente differente da quella a cassa in lastre di pietra, adottata invariabilmente presso le popolazioni Liguri dall’VIII secolo a.C., è tipica dell’Etruria settentrionale interna e padana, e dimostra come questo tipo di sepolcro sia stato introdotto a Genova dagli immigrati Etruschi. Ciascuna tomba ospitava uno o più defunti, legati da rapporti famigliari. La composizione dei corredi rispecchia un benessere diffuso. Dunque, fin dai suoi primi secoli Genova fu una città ricca, ma anche un centro multietnico proprio per la frequentazione di mercanti provenienti da ogni zona del Mediterraneo e dell'Europa.

La città non aveva una composizione etnica omogenea, ma formata di genti provenienti da aree diverse, portatrici quindi di differenti culture, tuttavia proprio da ciò che è stato ritrovato appare chiaro che sono gli Etruschi l'etnia dominante. Essi introducono la metallurgia, controllano l’emporio, introducono la scrittura, influenzano fortemente culti e rituali funerari, la cerimonialità collettiva (corredi da vino), le tecniche artigianali ed edilizie. I nomi di persona documentati a Genova, talvolta abbreviati o suggeriti dalle sole iniziali, graffiti con uno strumento appuntito sulle pareti o sul fondo di vasi di uso quotidiano per segnalarne il possessore, sono in maggioranza etruschi.


Gli etruschi soprattutto controllavano il commercio. Dall’area di Golasecca proveniva la donna di alto rango sepolta in una delle tombe della necropoli insieme a un ricco apparato di gioielli fra cui spiccano una elaborata collana di ambra con pendenti intagliati a forma di stivaletto o vaso. La presenza di una ricca e probabilmente donna straniera sepolta a Genova rappresenta un'ulteriore conferma dell'uso di cementare alleanze commerciali medianti matrimoni. I gioielli della tomba, indicano anche strette connessioni con i centri dell’Etruria padana dove operavano botteghe orafe che producevano fibule in metalli preziosi e raffinate collane e pendagli intagliati nell’ambra importata dal Mar Baltico attraverso i Celti.

Molti altri elementi di collana in ambra sono stati rinvenuti nella necropoli e nell’abitato, insieme ad altri oggetti di importazione come alcune raffinate fusaiole in pasta di vetro prodotte principalmente fra Veneto e Slovenia e diffuse specialmente in sepolture nel Veneto, in Etruria padana e nel Piceno.

Ma Genova era anche un importante luogo di reclutamento e imbarco di soldati mercenari. Lo testimonia l'elevato ritrovamento di armi e complementi di abbigliamento militare prodotti in tutto il Mediterraneo, un elemento
in contrasto con l’immagine di una società dedita prevalentemente al commercio e all’artigianato e dunque sostanzialmente pacifica. Questo ha fatto pensare non alla presenza di una forte guarnigione a protezione della città e del porto, ma al possibile ruolo di Genova come porto di imbarco e reclutamento di truppe mercenarie. Le fonti storiche sono infatti ricche di testimonianze sull’impiego di mercenari liguri e celti, specialmente da parte dei Cartaginesi e dei Greci.

mercoledì 9 ottobre 2019

Picasso e la sua eredità nell'arte italiana




A Cherasco una grande mostra celebra i rapporti di Picasso con l'Italia e come la sua opera abbia influenzato l'avanguardia italiana. Riprendiamo il comunicato illustrativo del Comune di Cherasco.

Picasso e la sua eredità nell'arte italiana

a cura di Cinzia Tesio e Rino Tacchella
Cherasco – Palazzo Salmatoris
12 ottobre 2019 – 12 gennaio 2020

L’evento espositivo dell’autunno cheraschese a Palazzo Salmatoris è un omaggio a un artista di fama mondiale: Pablo Picasso.
Picasso e la sua eredità nell’arte italiana” è il titolo della mostra che propone un intrigante percorso dedicato all’arte di Pablo Picasso (Malaga 1881 – Mougins 1973) e tutti quegli autori che con le loro pitture e sculture, a partire dalla fine degli Anni Dieci del Novecento, periodo in cui per la prima volta Picasso ha soggiornato in Italia, hanno declinato un linguaggio in qualche modo riconducibile all’opera picassiana.
«Cherasco conferma la sua vocazione per le mostre di altissimo livello - commentano il sindaco Carlo Davico e il vice Claudio Bogetti. - Palazzo Salmatoris già in passato ha accolto grandi artisti, le cui opere ben si inseriscono nel contesto suggestivo delle sue antiche e preziose sale storiche. Ospitare i capolavori come quelli di Picasso è per Cherasco un orgoglio ma anche una responsabilità, quella di dare al Maestro la meritata collocazione. È un impegno importante per l'Amministrazione e per tutta la città che si appresta ad accogliere questa straordinaria mostra con il rispetto che si deve ai grandi Maestri. Offrire eventi di questa portata comporta un onere per l'Amministrazione che da sola non riuscirebbe a sostenere: ringraziamo i vari sponsor, istituzionali e privati, che ci permettono di proporre rassegne di questo livello, dimostrando di credere nella nostra città e nella sua vocazione artistica e turistica».
Di Picasso sono proposti circa una sessantina di lavori, dipinti, sculture in ceramica, disegni e opere grafiche prodotti in diversi momenti espressivi: «Ogni composizione – dicono i curatori Cinzia Tesio e Rino Tacchella - contiene idee, pensieri e, soprattutto, innovazioni linguistiche ottenute utilizzando mezzi e materiali inediti, spregiudicati, a volte sconvolgenti considerato il periodo. È nel gesto che Picasso imprime i suoi reconditi pensieri, le sue invenzioni, le sue passioni per chi si sofferma a guardare attentamente le sue opere».
Segue un percorso dedicato al viaggio del Maestro in Italia del 1917 motivato, non dal Gran Tour, fuori tempo ormai per il creatore del Cubismo, ma dall’incontro con Diaghilev, Massine e Cocteau, al fine di chiarirsi le idee sul balletto Parade.
La danza e il teatro, tanto cari a Picasso, saranno presenti in mostra con una serie di disegni realizzati poco dopo il tour romano. È proprio nella capitale, infatti, che il Maestro, oltre ad apprezzare la vista delle pitture antiche, delle sculture classiche e le opere dei geni passati, incontra Balla, Boccioni, Soffici, Carrà, Depero e da cui inizia rapporti epistolari con Carrà e De Chirico. Il luogo prescelto è il Caffè Greco: nascono confronti, insegnamenti e paragoni. Gli artisti italiani provano, dinanzi ai capolavori cubisti, una forte esaltazione data dal nuovo linguaggio, moderno e affine al futurismo italiano.
La parola “insegnamento” introduce il visitatore nella seconda parte della rassegna caratterizzata da oltre 50 opere suddivisa in due settori: la scomposizione della forma e l’utilizzo di nuovi materiali.
Con la sezione dedicata alla “scomposizione della forma” la mostra analizza autori come Sironi, Campigli, Tozzi, Guttuso, Morando, Giulio D’Anna, Birolli, Soffici ecc.

Volendo verificare l'ampliarsi delle possibilità linguistiche nate dall’utilizzo dei materiali e all’applicazione del collage troviamo: gli strappi di Rotella, Soldati, le ricerche materiche di Burri e informali di Enrico Baj, sino alle prove sperimentali e di grande impatto visivo delle superfici di molti maestri dell’arte moderna e contemporanea.
Chiude la rassegna una sezione dedicata alla ceramica, all’esperienza picassiana di Vallauris (ivi nel 1947 il Maestro produce, in pochi anni, centinaia di opere in ceramica) e alla sua conseguente influenza sui maestri che hanno lavorato e prodotto ad Albissola.
La mostra si compone di un centinaio di opere provenienti da collezioni pubbliche e collezioni private italiane ed è corredata da un catalogo che contiene i testi dei curatori e la riproduzione a colori di tutte le opere esposte.

ORARI:
da mercoledì a sabato
dalle ore 9,30 alle 12,30 e dalle 14,30 alle 18,30
festivi
dalle ore 9,30 alle 13,00 e dalle 14,30 alle 19

BIGLIETTERIA:
Interi € 8,00
Ridotti € 5,00 (da 12 a 18 anni, over 65, studenti universitari, gruppi min.15 persone (prenotazione obbligatoria)
Entrata gratuita per i cheraschesi
Scuole gratuito (costo guida € 50,00 fino a 25 alunni)
SEGRETERIA E PRENOTAZIONI GRUPPI:
Tel 0172427050 – ufficio.stampa©comune.cherasco.cn


Storia popolare della rivoluzione cubana 5. Verso la vittoria




Ultima parte della nostra breve storia popolare della rivoluzione cubana che tratta della lotta degli studenti e degli operai, della fallita offensiva di Batista e della conquista da parte dell'esercito guerrigliero dell'Avana e delle altre principali città.

Giorgio Amico

Storia popolare della rivoluzione cubana 5. Verso la vittoria

All'inizio del 1958 la guerriglia aveva ormai assunto il pieno controllo della Sierra, un territorio di quasi tremila chilometri quadrati all'interno del quale si era di fatto costituito un vero e proprio apparato logistico molto sofisticato. Nascoste alla ricognizione aerea dalla rigogliosa vegetazione tropicale funzionavano a pieno ritmo una officina per la riparazione delle armi, una calzoleria, una fabbrica di bombe e munizioni, una macelleria e perfino una piccola manifattura di sigari ! I feriti e gli ammalati venivano curati in una serie di piccoli ospedali da campo che fungevano anche da ambulatori per la popolazione civile. Dovunque si aprivano scuole. Per Fidel e il Che l'analfabetismo e la miseria erano nemici che andavano combattuti fin da subito con lo stesso accanimento con cui si lottava contro le truppe di Batista. Il 10 ottobre, intanto, Fidel aveva promulgato sulla Sierra la legge di riforma agraria. Nel territorio liberato i guerriglieri procedevano ad assegnare la terra ai contadini. Il sogno di José Martí si stava avverando. Sotto gli occhi impotenti dell'imperialismo yanqui nasceva una nuova Cuba. Come riconobbe il giornalista americano Matthews, che ne fu conquistato :

"Ciò che io vidi per primo... era che i migliori elementi della società cubana e tutti i giovani si stavano finalmente unendo insieme per creare una nuova, onesta e democratica Cuba". (1)

La guerriglia disponeva inoltre di un suo giornale "El Cubano Libre", stampato con un vecchio ciclostile datato 1903 e di una stazione radio che il 24 febbraio iniziò le sue trasmissioni dalla Sierra con lo storico annuncio:

"Aquí Radio Rebelde ! Aquí Radio Rebelde que transmite desde la Sierra Maestra en el Territorio Libre de Cuba !".

"El Cubano libre" riprendeva la testata dell'organo della lotta di liberazione contro la Spagna. Il Che nell'editoriale del primo numero spiegava le ragioni della continuità della guerriglia sulla Sierra con la lotta di liberazione nazionale: la lotta per l'indipendenza nazionale non era terminata, al dominio spagnolo si era sostituito l'imperialismo yanqui. Lotta per la democrazia e impegno antimperialista non potevano essere disgiunte nella difficile battaglia per l'affermazione di una società più giusta e libera.

I GIOVANI CONTRO LA DITTATURA

Trascinata dall'esempio della Sierra, anche nelle città si intensificava la lotta contro la dittatura. Agli inizi dell'anno i presidenti delle tre grandi federazioni studentesche dell'Avana, di Santiago e di Las Villas dichiararono uno sciopero generale a tempo indeterminato dell'università. Nessun studente avrebbe più seguito le lezioni finché non fossero state ristabilite le garanzie democratiche previste dalla costituzione del 1940. Il sabotaggio delle vie di comunicazione raggiunse livelli tali da costringere le autorità a mantenere segreto l'orario ferroviario nella provincia d'Oriente e a far scortare i convogli da reparti dell'esercito. Il 23 febbraio il campione del mondo di automobilismo Manuel Fangio venne rapito all'Avana mentre si accingeva a disputare il Gran Premio e rilasciato dopo che la notizia ebbe fatto il giro del mondo. Messa in allarme dal rapido radicalizzarsi della situazione anche la Chiesa cattolica decise alla fine di febbraio di intervenire nella situazione politica cubana. Rompendo con l' atteggiamento di grande prudenza tenuto fino ad allora, il 10 marzo i vescovi cubani invitarono le parti alla formazione di un governo di unità nazionale e ad una politica di riconciliazione. Ma la base era andata già oltre. Molti giovani cattolici fra cui numerosi sacerdoti militavano nel Movimento 26 Luglio. Dello Stato Maggiore guerrigliero della Sierra Maestra faceva parte con il grado di comandante un giovane sacerdote, padre Sardiñas, di cui ha scritto Castro:

" Il lavoro che svolgeva tra i contadini non era di tipo politico ma religioso. Poichè da quelle parti non veniva mai un prete, la sua presenza e il fatto che svolgesse la sua attività sacerdotale, battezzando molti bambini, era un modo per legare ancor più quelle famiglie alla Rivoluzione, alla guerriglia, rafforzando i vincoli tra la popolazione e il comando guerrigliero. Direi che egli svolgeva la sua predicazione e il suo lavoro politico in modo indiretto... Da noi non esisteva la figura vera e propria del cappellano, ma gli fu riconosciuto il titolo di comandante, in riconoscimento del suo grado e dei suoi meriti". (2)

Nuovi focolai guerriglieri si andavano intanto accendendo sulle montagne, soprattutto nella selvaggia regione dell'Escambray.(3) Alcuni facevano riferimento all'opposizione borghese che tentava in questo modo di inserirsi nella guerriglia e di contrastare la leadership castrista del movimento di liberazione nazionale.Altri dipendevano dal Partito comunista che, dopo lunghi tentennamenti, nel febbraio del 1958 era giunto infine alla decisione di appoggiare apertamente la lotta armata, invitando i membri del partito ad unirsi a Castro o, come nel caso della colonna Máximo Gómez, a costruire proprie unità guerrigliere. Altri infine non rappresentavano nulla di più di bande di avventurieri e sbandati, dediti più al brigantaggio che alla lotta rivoluzionaria. I contadini li chiamavano "comevacas" (mangiavacche), perchè l'unica loro attività era la requisizione del bestiame e il taglieggiamento sistematico della popolazione civile. La banda più nota di comevacas era comandata da un americano, William A. Morgan, ex ufficiale dei paracadutisti, fucilato dopo la vittoria della rivoluzione in quanto riconosciuto colpevole di aver operato come agente provocatore al soldo della CIA per allontanare i contadini dal movimento guerrigliero. La situazione si caratterizzava sempre più come prerivoluzionaria con un governo incapace di riprendere il controllo del paese ed un movimento rivoluzionario non ancora in grado di lanciare la spallata finale. Di conseguenza Fidel Castro decise che era giunto il momento di allargare il raggio d'azione della lotta armata. Il 10 marzo 1958 Raúl Castro alla testa di sessantacinque uomini lasciò la Sierra Maestra per andare ad aprire un nuovo fronte guerrigliero sulla Sierra Cristal, lungo la costa settentrionale della provincia di Oriente. Denominata "Frank Pais" la nuova colonna n.6 a bordo di jeeps e camion con un'audace spedizione durata venti ore raggiunse la zona di operazioni prescelta nonostante gli incessanti attacchi del nemico. Contemporaneamente Juan Almeida (4) venne inviato con un'altra colonna ad aprire un "Terzo Fronte" nella parte più orientale della Sierra Maestra, immediatamente a ridosso della città di Santiago. Il mese successivo Camilo Cienfuegos si spostò a nord, nella zona di Bayamo, mentre il Che con la colonna n.4 continuava ad operare sulla Sierra Maestra centrale.

IL FALLIMENTO DELLO SCIOPERO GENERALE

Nonostante i successi della guerriglia, i dirigenti del fronte cittadino manifestavano una crescente insofferenza nei confronti di una tattica che secondo loro sottovalutava il ruolo delle città per puntare tutto sulla guerra rivoluzionaria sulle montagne. Alcuni addirittura tacciavano di "militarismo" i capi dei fronti guerriglieri e non risparmiavano neppure lo stesso Fidel, accusato a mezza bocca di "caudillismo". A febbraio la tendenza del "Llano" ritornò prepotentemente alla carica, tentando di imporre la propria direzione strategica al Movimento. Esponenti del Direttorato nazionale de l'Avana, attaccarono Fidel, accusandolo di non conoscere la reale situazione dei rapporti di forza nelle città e proponendo con estrema determinazione l'organizzazione in tempi brevi di un grande sciopero generale insurrezionale destinato ad assestare la spallata decisiva al regime, considerato ormai agonizzante. Nonostante non concordasse con tali analisi e ritenesse il momento ancora prematuro per l'insurrezione, Castro si ritrovò in minoranza, costretto a cedere al fine di evitare una pericolosa frattura fra il Comando generale della Sierra e il Direttorio nazionale del movimento. Nella veste di delegato del Direttorio Faustino Perez si recò ai primi di marzo sulla Sierra e, dopo varie discussioni con Castro e gli altri comandanti militari, firmò assieme a Fidel un nuovo manifesto intitolato "Guerra totale contro la tirannia". Il manifesto, articolato su ventidue punti, asseriva trionfalmente che "la lotta contro Batista è entrata nella sua fase finale" e che "per sferrare il colpo finale è basilare uno sciopero generale, appoggiato da azioni militari". Secondo le direttive impartite alle organizzazioni rivoluzionarie nel corso del mese di marzo i comitati d'azione che operavano clandestinamente nelle città dovevano scatenare una vera e propria guerra totale. In ogni luogo di lavoro di una qualche dimensione andava costituito un "fronte unito dei lavoratori" che riunisse gli operai indipendentemente dall'appartenenza politica intorno alla parole d'ordine dello sciopero insurrezionale. Se la parte militare dell'azione fu svolta con indubbia perizia, nella sola capitale nel mese di marzo si verificarono centinaia di atti di sabotaggio e di attentati contro le installazioni nemiche, l'azione politica, segnò il passo. Nonostante le indicazioni di Fidel di aprirsi a tutti i gruppi di opposizione presenti nelle fabbriche con particolare attenzione ai comunisti, emersero nei dirigenti del fronte sindacale atteggiamenti di grande settarismo. Così, nonostante l'apparato clandestino del Partito Socialista Popolare avesse espresso l'intenzione di aderire allo sciopero, i comitati d'azione rifiutarono di aprirsi ai comunisti. L'organizzazione dello sciopero fu assunta in pieno dal Movimento 26 Luglio, privo di reale radicamento nelle organizzazioni dei lavoratori. Emblematico il caso de l'Avana dove il comitato d'azione era diretto da un gruppo di intellettuali, in gran parte espressione della borghesia radicale, del tutto sconosciuti ai lavoratori. (5) A complicare ulteriormente le cose giunsero le dichiarazioni di Faustino Pérez, improntate ad un moderatismo che non poteva di certo riscuotere grandi consensi nella classe operaia:

"L'attuale movimento rivoluzionario è ben lontano dall'essere comunista...il nostro leader Castro non farà parte del governo provvisorio... creeremo un clima di fiducia e di sicurezza per l'investimento del capitale nazionale e straniero necessario per il nostro sviluppo industriale". (6)

Anche il Frente Obrero Nacional, l'organizzazione sindacale del Movimento 26 Luglio, (7) diretto da David Salvador (8) prese un atteggiamento di estrema chiusura nei confronti dei lavoratori comunisti, sottovalutando del tutto il problema della costruzione delle alleanze nel movimento di classe. Male organizzato e diretto in modo settario, lo sciopero generale si risolse in un fallimento. Le masse operaie risposero in modo limitato al proclama del Movimento 26 Luglio e l'esercito e la polizia di Batista non ebbero difficoltà a reprimere i pochi focolai di lotta. Il 9 aprile, giorno dello sciopero, in tutta l'isola oltre cento militanti operai furono assassinati e diverse altre centinaia arrestati. Il prestigio del movimento rivoluzionario ne uscì a pezzi. Batista trasse la conclusione che la situazione stesse cambiando a favore del regime e che, dopo il clamoroso fallimento dello sciopero, fosse possibile porre all'ordine del giorno la liquidazione dello stesso movimento guerrigliero, organizzando una massiccia operazione militare contro la Sierra Maestra. Opinione condivisa dall'intera stampa internazionale che dava ormai per finita la guerriglia castrista. Significativamente il New York Times, il giornale che fino ad allora più si era espresso a favore di Castro, titolava un articolo del 16 aprile dedicato alla situazione di Cuba: "Fidel Castro ha ormai i giorni contati". Come annotò il Che nei suoi ricordi:

"A partire da febbraio l'insurrezione aveva continuato a gonfiarsi, fino a minacciare di trasformarsi in una valanga incontenibile. Il popolo si levava contro la dittatura in tutto il paese, soprattutto nell'Oriente. Dopo il fallimento dello sciopero generale decretato dal Movimento, l'ondata decrebbe fino a raggiungere il suo minimo in giugno...". (9)

Il morale fra i rivoluzionari era talmente basso che l'esercito lanciò una massiccia campagna propagandistica, invitando gli insorti alla resa. A migliaia di copie un volantino dello Stato Maggiore fu distribuito nelle zone di guerra. Nel testo si prometteva l'incolumità e l'amnistia per chi avesse abbandonato la guerriglia e consegnato le armi.

"Compatriota: Se per il fatto di esserti trovato coinvolto in complotti insurrezionali ti trovi ancora in campagna o in montagna, hai ora l'occasione di rimediare e di tornare in seno alla tua famiglia. il Governo ha ordinato che si rispetti la tua vita e che tu sia inviato al tuo focolare se deporrai le armi e tornerai al rispetto della Legge... presentati al posto militare, di Marina o di Polizia più vicino... Se ti trovi in una zona disabitata, porta con te la tua arma appesa a una spalla e presentati con le mani in alto. Se ti presenti in zona urbana, lascia il tuo armamento nascosto in luogo sicuro, per comunicarne poi l'ubicazione in modo che sia recuperato immediatamente. Non perdere tempo, perchè le operazioni per la pacificazione totale continueranno con maggiore intensità nella zona dove tu ti trovi". (10)

LA RETTIFICA DELLA LINEA

Il 3 maggio 1958 si tenne sulla Sierra , in un luogo chiamato Los Altos de Monpié, una riunione straordinaria della Direzione nazionale del Movimento 26 Luglio, per analizzare il perché del fallimento dello sciopero e definire una volta per tutte i rapporti tra montagna e pianura. Alla riunione, che si rivelò di "un'importanza eccezionale" (11) per la prosecuzione della strategia rivoluzionaria, fu invitato anche il Che, il quale, pur non facendo parte della direzione politica del Movimento, era ormai unanimemente considerato il capo militare più rappresentativo dopo Castro. (12) La discussione fu aspra a causa dell'atteggiamento rigidamente settario di David Salvador e dei rappresentanti del FON che difendevano a spada tratta il loro netto rifiuto di qualunque collaborazione con le organizzazioni del partito comunista. Alla fine si impose l'autorità morale di Fidel, il suo indiscutibile prestigio e la consapevolezza nella maggioranza dei presenti che si erano compiuti gravi errori di valutazione nell'analisi della situazione da parte dei dirigenti della pianura.
Lo sciopero era servito a mostrare nei fatti l'inaffidabilità dell'ala liberale e moderata del Movimento. Dopo un giorno e una notte di acceso dibattito, la Direzione deliberò un documento in cui si definivano le posizioni di Salvador "impregnate di soggettivismo e di putschismo", si criticava severamente l'avventurismo e il settarismo dei dirigenti della pianura e si riorganizzava radicalmente lo Stato Maggiore del Movimento. Fidel Castro fu nominato segretario generale del movimento e comandante in capo di tutte le forze, comprese le unità della milizia urbana che fino a quel momento erano state sotto il comando dei dirigenti delle città. Faustino Pérez e David Salvador vennero rimossi dai loro incarichi. Come ha scritto il Che nei suoi ricordi:

" Ci dividevano differenze di visione strategica. La Sierra era ormai sicura di poter portare avanti la lotta di guerriglia: e cioè di estenderla ad altre zone e accerchiare così dalle campagne le città della tirannia, per arrivare poi a far esplodere tutto l'apparato del regime mediante una tattica di strangolamento e di logoramento. Il Llano aveva una posizione apparentemente più rivoluzionaria, e cioè quella della lotta armata in tutte le città che avrebbe dovuto convergere in uno sciopero generale che avrebbe fatto cadere Batista e avrebbe reso possibile la presa del potere in un tempo abbastanza ravvicinato. Questa posizione era solo apparentemente più rivoluzionaria perchè a quell'epoca l'evoluzione politica dei compagni della pianura era molto incompleta... la loro origine politica, che non era stata gran che influenzata dal processo di maturazione rivoluzionaria, li faceva inclinare piuttosto a una azione "civile" e a una certa opposizione contro il caudillo che si temeva in Fidel e alla frazione "militarista" che rappresentavamo noi della Sierra". (13)

Per ovviare ai metodi settari seguiti dai dirigenti del FON e ricucire lo strappo con il Partito Socialista Popolare, la Direzione nazionale del 26 Luglio redasse anche una circolare sul lavoro nelle fabbriche:

"Continuiamo a considerare - si legge nel documento - lo sciopero generale come strategia finale corretta, ma intendiamo incrementare l'azione armata che ci consentirà di innalzare il morale rivoluzionario. Già la provincia di Oriente è in nostro potere. Il FON è stato creato come un organismo che unificasse tutti i settori. In realtà siamo stati troppo rigidi quando si è trattato di farvi entrare altri gruppi, il che ha creato certe riserve in altre forze sindacali. Ribadiamo quanto ha detto Fidel il 26 marzo: tutti gli operai hanno diritto di far parte dei comitati di sciopero. La direzione nazionale è disposta a parlare a Cuba con qualsiasi organizzazione dell'opposizione per coordinare piani specifici e compiere azioni concrete che tendano ad abbattere la tirannia". (14)

Un segnale chiaro di disgelo tra il Movimento guerrigliero e i comunisti del Partito Socialista Popolare venne dall'incontro l'11 aprile tra il dirigente contadino Pepe Ramirez e Raúl Castro. Raúl era stato inviato ad aprire un secondo fronte di lotta in una regione dove tradizionalmente il partito comunista godeva di forte influenza tra i contadini. In un primo momento il fratello di Fidel si dedicò a riportare ordine nella regione, dove bande armate operavano al di fuori di ogni controllo politico. In poche settimane, usando se necessario metodi durissimi, Raúl sradicò il fenomeno dello spontaneismo armato, unificando sotto il suo comando le bande attive sulla Sierra Cristal e liquidando senza pietà ogni forma di banditismo. Ristabilito un minimo di ordine rivoluzionario nella zona, Raúl affrontò con decisione il problema dei rapporti con il PSP. Dall'incontro con Ramirez la guerriglia ottenne l'assicurazione che i quadri del PC si sarebbero messi a disposizione della lotta armata e questo senza porre particolari condizioni politiche. Immediatamente Ramirez e i suoi compagni iniziarono un'intensa attività di chiarificazione politica, radunando i contadini e spiegando loro la necessità di fornire un concreto aiuto alla guerriglia. Sempre più i guerriglieri avvicinavano il loro raggio d'azione alla base aeronavale degli Stati uniti sulla baia di Guantánamo, da dove, nonostante le dichiarazioni formali del governo americano, continuavano a giungere rifornimenti militari per Batista. In particolare a Guantánamo si rifornivano gli aerei che andavano poi a bombardare la popolazione civile della zona del secondo fronte nella Sierra Cristal, dove Raúl Castro aveva creato un vero e proprio territorio liberato. Per far cessare i bombardamenti alla fine di giugno Raúl ordinò un'audace colpo di mano nell'area di Guantánamo, sequestrando una cinquantina di militari e tecnici statunitensi. In cambio della liberazione degli ostaggi il console americano a Santiago fu costretto a negoziare la cessazione effettiva degli aiuti militari all'aviazione cubana.

L'OFFENSIVA DI BATISTA

Il 24 maggio l'esercito di Batista sferrò una massiccia offensiva contro la Sierra Maestra allo scopo di accerchiare e distruggere il movimento guerrigliero. Nella zona vennero concentrate le unità d'elite dell'esercito, diciassette battaglioni, ciascuno appoggiato da una compagnia corazzata, con una massiccia copertura aerea. L'offensiva, denominata "Operacíon Verano" puntava a tagliare le linee di rifornimento di Castro, rioccupare gran parte della Sierra e chiudere i guerriglieri in una sacca da ripulire, poi, sistematicamente con l'ausilio della Guardia Rurale. Dodicimila uomini, un terzo dell'intero esercito cubano, accerchiarono la Sierra, poi lentamente, partendo dalla pianura, iniziarono le operazioni di rastrellamento. Ai primi di giugno, di fronte ad un'offensiva che per le sue dimensioni appariva decisiva, Fidel impartì a tutti i comandi partigiani l'ordine di resistere in modo elastico, senza incaponirsi a difendere a tutti i costi le posizioni. Occorreva soprattutto rallentare l'avanzata del nemico, riducendo al minimo le perdite in uomini e materiali e poi ripiegare verso punti strategici di più agevole difesa.

"Dopo il fallimento di questa offensiva - diceva l'ordine di Castro - Batista sarà irrimediabilmente perduto ed egli lo sa e per questo compirà il suo massimo sforzo. Questa è la battaglia decisiva... Stiamo dirigendo le cose in modo da trasformare questa offensiva in un disastro per la dittatura". (15)

Per alcune settimane l'esercito avanzò nella Sierra senza incontrare grande resistenza. I ribelli sembravano svaniti nel nulla. Due battaglioni al comando del colonnello Sánchez Mosquera, uno dei più feroci ufficiali batistiani, raggiunsero il 19 giugno la zona di Santo Domingo nel cuore delle montagne. E proprio lì, in una delle più aspre e impervie regioni della Sierra Maestra scattò la controffensiva dei guerriglieri. Un diluvio di fuoco si scatenò su truppe esauste, non abituate al clima umido della foresta, annichilite dalla fatica e dal caldo. In tre giorni di feroce combattimento le truppe di Mosquera furono annientate, molti furono presi prigionieri, pochissimi riuscirono a fare ritorno alle basi di partenza. Lo stesso Mosquera, fu ferito e a stento riuscì a mettersi in salvo. Nelle mani dei partigiani caddero ingenti quantitativi di armi e munizioni, oltre ad un'intera stazione radio con tanto di codici cifrati. La vittoria di Santo Domingo si rivelò subito decisiva. l'esercito ribelle passò alla controffensiva ovunque, mentre migliaia di contadini insorti attaccavano pattuglie isolate, facevano saltare ponti, minavano strade e sentieri alle spalle delle truppe. Accerchiati, isolati in una regione sconosciuta e ostile, senza più rifornimenti, i battaglioni batistiani iniziarono a sbandarsi. Le diserzioni si contarono a centinaia, reparti interi passarono, dopo aver fucilato i comandanti, dalla parte dei ribelli. Alla fine di luglio non si contava più un solo soldato regolare sulla Sierra. L'esercito aveva perso tra morti e feriti oltre mille uomini, 443 erano i prigionieri. In mano ai ribelli erano caduti due carri armati, 2 mortai da 81 mm., 2 bazooka, 12 mitragliatrici pesanti, centinaia di armi leggere, 100 mila pallottole e
tonnellate di munizioni e di rifornimenti. Dal canto loro i partigiani avevano avuto ventisette morti e una cinquantina di feriti. Le dimensioni della vittoria erano veramente straordinarie. Poco meno di trecento uomini male armati avevano fermato e messo in fuga oltre dodicimila soldati, il fior fiore dell'esercito di Batista. Dalla Sierra Maestra Fidel lanciò la parola d'ordine dell'insurrezione generale. Occorreva dare il colpo decisivo alla dittatura, prima che con l'aiuto nordamericano potesse riorganizzare le sue forze. Tutta Cuba diventava terreno di battaglia, tutto il popolo doveva insorgere. Nessuna tregua, nessuna pietà per il nemico. Ai soldati della dittatura veniva lasciata una sola possibilità: o arrendersi o morire.

"Le colonne ribelli - annunciava Fidel da Radio Rebelde - avanzeranno in tutte le direzioni verso il resto del territorio nazionale senza che nulla e nessuno possa fermarle. Se un comandante cade, un altro occuperà il suo posto. Il popolo di Cuba deve prepararsi ad aiutare i nostri combattenti. Ogni villaggio... può diventare campo di battaglia. La popolazione civile deve essere avvertita perchè possa sopportare valorosamente le privazioni della guerra... ". (16)

LA BATTAGLIA FINALE

Alla fine dell'estate, rafforzato dalla straordinaria vittoria ottenuta contro le truppe batistiane mandate all'attacco della Sierra Maestra, Fidel Castro poteva contare su circa ottocento combattenti, per la prima volta ben forniti di armi e munizioni. Tre colonne, al comando di Almeida, dovevano completare l'accerchiamento della capitale della provincia di Oriente, Santiago. Un'altra, agli ordini di Camilo Cienfuegos doveva portarsi all'altro capo dell'isola, nell'estrema provincia occidentale di Pinar del Río, mentre il Che, alla testa della colonna n. 8, doveva impadronirsi della provincia di Las Villas, secondo un foglio d'ordini che riportiamo integralmente:

"Si affida al comandante Ernesto Guevara la missione di condurre dalla Sierra Maestra fino alla provincia di Las Villas una colonna ribelle e di operare in detto territorio d'accordo con il piano strategico dell'Esercito Ribelle. La colonna 8 destinata a tale obiettivo, porterà il nome di Ciro Redondo (17) e partirà da Las Mercedes tra il 24 e il 30 agosto. Si nomina il comandante Ernesto Guevara capo di tutte le unità ribelli del Movimento 26 Luglio che operino nella provincia di Las Villas, tanto nelle zone rurali come nelle zone urbane e gli si concede facoltà di raccogliere e di disporre per le spese di guerra i contributi fissati dai nostri provvedimenti militari, di applicare il codice penale e le leggi agrarie dell'Esercito Ribelle nel territorio in cui opereranno le sue forze, di coordinare operazioni, piani, provvedimenti di carattere amministrativo e organizzativo militare con altre forze armate che operino nella provincia e che dovrebbero essere invitate a integrarsi in un solo esercito per strutturare e unificare lo sforzo militare della rivoluzione; inoltre di organizzare unità locali di combattimento e di nominare ufficiali dell'Esercito Ribelle fino al grado di comandante di colonna. La colonna 8 avrà come obiettivo strategico quello di battere incessantemente il nemico nel territorio centrale di Cuba e di intercettare, fino a paralizzarli totalmente, i movimenti di truppe nemiche via terra da occidente a oriente, più altri che gli verranno opportunamente ordinati.

F.to Il comandante in capo, Fidel Castro Ruz, Sierra Maestra, 21 agosto 1958, ore 9 p.m.". (18)

La guerriglia, rotto l'accerchiamento della Sierra Maestra, si trasforma da questo momento in vera e propria guerra di movimento. Il rapporto di forze volge ormai decisamente a favore della rivoluzione. Le colonne di Camilo e del Che, forti di appena ottanta e centoquaranta combattenti, in un mese e mezzo di marce forzate attraversano la provincia centrale di Camagüey e, nonostante la pressione di migliaia di soldati nemici, iniziano a realizzare l'obiettivo di tagliare in due l'isola per impedire ogni collegamento fra l'Avana e la provincia di Oriente, ormai quasi totalmente in mano all'Esercito Ribelle. A posteriori sembra incredibile che due colonne così piccole, senza comunicazioni con il grosso delle forze ribelli, abbiano potuto impiantarsi in un territorio controllato dal nemico e in pochi mesi ribaltare il rapporto di forze e vincere. La risposta ancora una volta si trova negli scritti del Che:

"Il soldato nemico... è il socio minore del dittatore, l'uomo che riceve l'ultima delle briciole lasciategli dal penultimo dei profittatori, di una lunga catena che ha inizio in Wall Street e finisce con lui. E' disposto a difendere i suoi privilegi, ma nella misura in cui sono importanti. Il suo stipendio e le sue prebende valgono qualche sofferenza e qualche pericolo, ma non valgono mai la sua vita: se è al prezzo di essa che può conservarli, preferisce lasciar perdere, cioè ritirarsi di fronte al pericolo guerrigliero...(I guerriglieri, invece) ... sotto la bandiera della riforma agraria, la cui realizzazione incomincia nella Sierra Maestra... arrivano a scontrarsi con l'imperialismo; sanno che la riforma agraria è la base sulla quale edificare la nuova Cuba; sanno anche che la riforma agraria darà la terra a tutti gli espropriati, ma esproprierà coloro che la possiedono ingiustamente...; hanno imparato a superare le difficoltà con coraggio, con audacia e, soprattutto, con l'appoggio del popolo e hanno ormai visto il futuro di liberazione che li aspetta oltre le sofferenze". (19)

Il 7 novembre Fidel lasciò il suo quartier generale sulle montagne e alla testa di trecento uomini iniziò la marcia verso la capitale della provincia d'Oriente, Santiago di Cuba. Dalla Sierra Cristal anche Raúl Castro iniziò l'avvicinamento a Santiago. Uno dopo l'altro i centri abitati della pianura cadevano nelle mani dei ribelli. Impotente ad arrestare l'avanzata dei partigiani, Batista scatenò le sue ultime forze contro la popolazione civile. L'aviazione prese a bombardare selvaggiamente le zone liberate, causando migliaia di vittime innocenti fra la popolazione civile. Erano bombe americane quelle che seminavano la morte fra i cubani. Era il segnale chiaro per tutti che dopo la vittoria la rivoluzione non sarebbe stata indolore, che una guerra ben più aspra sarebbe iniziata contro l'imperialismo. In un biglietto a Celia Sánchez, Fidel confessava con rabbia:

"Celia, vedendo le bombe-razzo che hanno lanciato contro la casa di Mario ho giurato a me stesso che gli americani pagheranno ben caro quello che stanno facendo. Quando questa guerra finirà, ne comincerà un'altra, per me, molto più lunga e grande: sarà la guerra che farò contro di loro. Mi rendo conto che questo sarà il mio vero destino". (20)

LO SCIOPERO GENERALE INSURREZIONALE

A dicembre le principali basi dell'esercito erano ormai circondate, mentre Santiago era sul punto di cadere nelle mani dei ribelli. La demoralizzazione regnava ormai fra i generali. Lo stesso generale Tabernilla dovette comunicare a Batista che fantasticava di nuove offensive che " I soldati sono stanchi e gli ufficiali non vogliono combattere. Non c'è più nulla da fare". (21) Le sorti della guerra si decisero fra Natale e Capodanno. Il 31 dicembre, dopo un lungo assedio, Camilo Cienfuegos occupò l'importante piazzaforte di Yagujay. Il 29 dicembre la colonna del Che attaccò la città di Santa Clara, capitale della provincia di Las Villas e punto nodale per l'avanzata verso l'Avana. Dopo quattro giorni di intensi combattimenti, il pomeriggio del 1° gennaio Santa Clara cadeva nelle mani del Che. Intanto il 28 dicembre il comandante della guarnigione di Santiago, generale Eulogio Cantillo, aveva incontrato segretamente Castro per negoziare il cessate il fuoco. Cantillo ottenne di poter lasciare in aereo Santiago per raggiungere l'Avana e convincere gli altri generali a deporre Batista e a cedere le armi ai ribelli. In realtà il generale si mise a disposizione degli americani che sul punto di scaricare l'ormai bruciato Batista intendevano impedire ad ogni costo la vittoria della guerriglia. In una concitata riunione con l'ambasciatore americano Smith, i generali decisero la formazione di una giunta militare che sarebbe stata immediatamente riconosciuta da Washington e dall'opposizione cubana di Miami come governo di transizione verso la democrazia. Alle due e dieci del mattino del 1° gennaio, mentre all'Avana, la gente festeggiava il Capodanno, Fulgenzio Batista abbandonava precipitosamente Cuba con destinazione Santo Domingo. Informato dell'accaduto, Fidel Castro dai microfoni di Radio Rebelde lanciava un appello al popolo cubano perchè insorgesse in armi contro i generali:

" Una Giunta Militare in complicità col tiranno ha assunto il potere per garantire la sua fuga e quella dei principali assassini e per cercare di frenare la spinta rivoluzionaria, privandoci della vittoria. L'Esercito Ribelle continuerà la sua irrefrenabile campagna e accetterà solo la resa incondizionata delle guarnigioni militari. Il popolo di Cuba e i lavoratori devono immediatamente prepararsi per iniziare il 2 gennaio in tutto il paese uno sciopero generale che appoggi le armi rivoluzionarie, garantendo in tal modo la vittoria totale della rivoluzione. Sette anni di eroica lotta, migliaia di martiri che hanno versato il loro sangue in ogni luogo di Cuba, non verranno messi al servizio di coloro che fino a ieri furono complici e responsabili della tirannia e dei suoi crimini, perchè continuino a comandare a Cuba. I lavoratori, seguendo le direttive del FON del Movimento 26 Luglio, devono, oggi stesso, occupare tutti i sindacati mujalisti e organizzarsi nelle fabbriche e nei centri di lavoro per iniziare all'alba di domani la paralizzazione completa del paese. Batista e Mujal (22) sono fuggiti, ma i loro complici sono rimasti al comando dell'esercito e dei sindacati. Colpo di stato per tradire il popolo: NO ! Equivarrebbe a prolungare la guerra. Fin quando Columbia (23) non si sarà arresa, la guerra non potrà terminare. Questa volta niente e nessuno potrà impedire il trionfo della rivoluzione. Lavoratori, questo è il momento in cui tocca a voi assicurare il trionfo della rivoluzione. Sciopero generale rivoluzionario in tutti i territori liberati!". (24)

Il 2 gennaio l'intera isola era paralizzata dallo sciopero, mentre nelle principali città squadre di operai armati, organizzate dal PSP e dal FON, prendevano il controllo degli edifici pubblici. Di fronte al precipitare della situazione, una parte dell'esercito si schierò con Fidel. I prigionieri politici vennero liberati, mentre i soldati distribuivano le armi agli insorti. Da Santiago Fidel ordinò a Camilo Cienfuegos e al Che di raggiungere alla testa delle loro truppe l'Avana, che fu occupata senza colpo ferire. L'8 gennaio, mentre lo sciopero generale durava ancora, Fidel raggiunse la capitale accolto da una popolazione festante. La guerra di liberazione era terminata. Dopo quasi un secolo di lotte, Cuba era finalmente libera. Iniziava ora la parte più difficile della rivoluzione, la costruzione di una nuova Cuba, democratica e socialista. Una lotta che si sarebbe rivelata ben più dura e ingrata della guerra sulle montagne.

NOTE:

  1. H.L. Matthews, op. cit., pag. 53
  2. Frei Betto, op. cit., pag. 153
  3. Massiccio montuoso con cime alte fino a 1200 metri, situato nella regione meridionale della provincia di Las Villas.
  4. Operaio edile, partecipò all'assalto al Moncada. Condannato a dieci anni di carcere, dopo l'amnistia seguì Fidel in Messico. Uno dei principali capi militari della guerriglia. Dopo la rivoluzione comandante delle Forze Aeree cubane e viceministro della Difesa. Membro dell'Ufficio politico del Comitato Centrale del Partito Comunista di Cuba. Poeta e autore di canzoni di successo.
  5. Faustino Perez, Manuel Ray (un ingegnere), David Salvador (responsabile del lavoro sindacale del Movimento 26 Luglio), Fernández Ceballos ( esponente della chiesa evangelica), Carlos Lechuga (giornalista vicino al partito "ortodosso") e Eladio Blanco (un medico molto noto nei quartieri "alti" della capitale).
  6. H.Thomas, op. cit., pag 756
  7. Il Fronte Operaio nazionale (FON) era stato costituito all'indomani dell'assassinio di Frank País allo scopo di operare nei luoghi di lavoro per portare la classe operaia cubana sulle posizioni del Movimento 26 Luglio. Diretto con metodi settari, non riuscì a radicarsi se non superficialmente fra i lavoratori.
  8. Operaio zuccheriero, ex dirigente della gioventù comunista. Animato da forti risentimenti verso il PSP entrò nel Movimento 26 luglio nel 1956, dal 1957 creatore e responsabile del Frente Obrero Nacional (FON) a cui impresse un marcato carattere settario ed anticomunista. Principale responsabile del fallimento dello sciopero del 9 aprile. Dopo la rivoluzione membro dell'esecutivo della Central trabajadores de Cuba revolucionaria. Esponente della corrente del Movimento 26 Luglio contraria alla fusione con i comunisti, costituì un'organizzazione clandestina controrivoluzionaria. Scoperto e arrestato, fu condannato per tradimento.
  9. E. Guevara, op. cit., pag. 161
  10. E. Guevara, op. cit., pp. 161-162
  11. E. Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia, Torino 1969, pag. 211
  12. Alla riunione, oltre al Che e a Fidel Castro, presero parte Faustino Pérez, René Ramos Latour, Vilma Espín, Nico Torres, Luis Busch, Celia Sánchez, Marcelo Fernández, Haydée Santamaría, David Salvador, Enso Infante.
  13. E. Guevara, op. cit., pp. 236-238
  14. E. Guevara, op. cit., pag. 215
  15. S. Tutino, op. cit., pag. 276
  16. S. Tutino, op. cit., pag.279
  17. Ciro Redondo, membro della spedizione del Granma. Caduto eroicamente in combattimento nel novembre 1957. Promosso "Comandante alla memoria".
  18. E. Guevara, op. cit., pag. 239
  19. E. Guevara, op. cit., pp. 485-486
  20. S. Tutino, op. cit., pag. 285
  21. H. Thomas, op. cit., pag. 779
  22. Eugenio Mujal, ex comunista, capo dei sindacati cubani, legato alla CIA e alle organizzazioni gangsteristiche nordamericane. Fuggì da Cuba assieme a Batista.
  23. Principale base militare della capitale. Sede del comando delle Forze armate.
  24. E. Guevara, op. cit., p. 259