TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 30 giugno 2017

I luoghi dell’aldilà. Storia del Limbo

    S. Bernardino (Albenga) Il Limbo e la porta dell'Inferno

Storia di un «settore intermedio» e delle sue implicazioni dogmatiche, teologiche, culturali e sociali. E la sua iconografia.

Salvatore Settis

I luoghi dell’aldilà. Benvenuti nel Limbo


È possibile fare la storia del paradiso o dell’inferno, luoghi che si suppongono ab aeterno e in aeternum immutabili? Per un cristiano almeno, è possibile: perché la Redenzione è un colpo di spada che taglia in due l’intera vicenda del genere umano, e il Dio che s’incarna e s’immola sulla Croce innesca una nuova demografia dell’aldilà. Primo iscritto all’anagrafe del Paradiso cristiano è il Buon Ladrone (Dismas secondo gli Apocrifi), dato che nel Vangelo di Luca Gesù gli dice «In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso».

Ma se fu la morte e la resurrezione del Cristo ad aprire le porte del paradiso, quale era stato il destino dei profeti dell’Antico Testamento? E dove mai saranno andati a finire gli antichi pagani che non poterono esser redenti? Che destino avranno i bambini che muoiono prima di ricevere il battesimo? A dirigere il traffico delle anime nell’oltretomba ci vogliono regole sicure, e dove la Bibbia tace ci pensano i fedeli.

Nasce così un’immaginosa topografia di luoghi intermedi, il Purgatorio e il Limbo, che per essere meno codificati meglio si prestano al racconto storico, all’analisi in termini di storia sociale. A raccontare La nascita del Purgatorio, si sa, ci ha pensato Le Goff in un libro famoso (1981), che però lasciava al margine la questione del Limbo.

Un tema tornato di prepotenza sulla scena della dottrina cattolica con un documento di Benedetto XVI del gennaio 2007, che chiude una volta per tutte «l’ipotesi teologica del Limbo». Il poderoso studio di Chiara Franceschini affronta ora la storia del Limbo, la sua iconografia, le implicazioni dogmatiche e teologiche della discussione sul tema, i suoi molteplici significati religiosi, culturali e sociali.


Maneggiando con sapienza e con grazia una documentazione impressionante per varietà e per mole, Franceschini (ottima studiosa italiana i cui meriti sono stati riconosciuti con una cattedra all’università di Monaco di Baviera) intende la storia del Limbo come un terrain vague che si presta a incrociare con inconsueta intensità tre filoni troppo spesso disgiunti: la storia delle credenze, quella delle rappresentazioni e la codificazione dottrinale. La Chiesa romana fu a lungo «refrattaria a pronunciarsi chiaramente riguardo al destino dell’umanità non battezzata ma innocente, un’umanità il cui statuto divenne così residuale».

Ogni lettore di Dante ricorderà con emozione il IV canto dell’Inferno, dove «gente di molto valore / conobbi che ’n quel limbo eran sospesi», anime che vivendo «sanza speme ... in disio» «sembianza avean né trista né lieta». Senza colpa ma senza battesimo, il Paradiso era loro precluso: ma dove altro avrebbe potuto stare lo stesso Virgilio, i poeti suoi compagni da Omero a Ovidio, gli «spiriti magni» da Cesare ad Aristotele, da Avicenna al Saladino? Il Limbo di Dante è «un nobile castello / sette volte cerchiato d’alte mura», immagine squisitamente cortese col suo debito paesaggio terreno, «un bel fiumicello» e «un prato di fresca verdura»: l’estensione nell’aldilà di una vita spirituale mondana, anche se ferita dalla mancata visione di Dio. Una concezione che offriva una risposta “naturale” alla suprema ingiustizia di una vita immacolata, ma senza retribuzione eterna.

Franceschini insiste giustamente sulla «debolezza sistematica» del discorso dottrinale sul destino dei morti innocenti: e sullo sfondo di questa secolare incertezza si dispiega la sua esplorazione delle credenze e delle rappresentazioni figurate del Limbo, qui indagate come mai prima si era fatto. Perfino Dante esita, menzionando appena gli infanti nella sua lunga descrizione del Limbo in Inferno, IV, e mettendo invece in primo piano nel canto di Sordello (Purgatorio, VII) i «pargoli innocenti / dai denti morsi della morte avante / che fosser da l’umana colpa esenti», cioè prima del battesimo.

A questa divergenza interna si annodano alcune fra le più antiche immagini del Limbo, come la grotta affollata di bambini miniata da Francesco Traini a illustrare il commento di Guido da Pisa alla Commedia in un codice di Chantilly (1335-40) e l’assemblea degli spiriti magni in un manoscritto di Altona un po’ più tardo.

Uno dei capitoli più intensi e convincenti del libro analizza questi ed altri passi di Dante, per esempio quello in cui Traiano e il troiano Rifeo sono collocati senz’altro in Paradiso; o l’ardua collatio, di sapore scolastico, di Paradiso, XIX, dove la voce corale dell’Aquila «che nel dolce frui / liete facevan l’anime conserte» condanna il dubbio radicale di Dante. «Ché tu dicevi: un uom nasce a la riva / de l’Indo, e quivi non è chi ragioni / di Cristo (...). Muore non battezzato e senza fede: / ov’è questa giustizia, che ’l condanna?».

    San Bernardino (Triora) Il Limbo

In questo libro, le voci altissime come quella di Dante s’intrecciano con testi ed episodi “minori” che però le illuminano di luce nuova. Sul versante figurativo spicca Michelangelo, in alcune belle pagine sul Tondo Doni, a cui l’Autrice aveva già dedicato un articolo accolto dal «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes» (2010), e subito premiato da Harvard Center for Renaissance Studies come il miglior articolo di storia dell’arte dell’anno.

Nel famoso dipinto (1506-7), è difficile capire che cosa ci stiano a fare i cinque ignudi sullo sfondo. Furono davvero dipinti solo «per mostrar l’arte sua esser grandissima» (Vasari)? Non saranno invece angeli senza ali, o allusioni all’antichità pagana, o all’umanità ante legem? O ha ragione chi li considera una «biasimevol licenza» dell’artista, che toglie valore alla composizione? Franceschini segue un’altra strada: valorizzando le difficoltà interpretative emerse dalla storia degli studi, propone di leggere il Tondo alla doppia luce della sua commissione e del genere a cui appartiene, il tondo devozionale (illuminante, fra gli altri, il confronto con la Madonna Medici di Luca Signorelli).

Dipinto dopo le nozze tra Agnolo Doni e Maddalena Strozzi (i loro stemmi s’intrecciano negli intagli della cornice), il quadro di Michelangelo allude alla sorte dei loro figli, almeno quattro, «morti subito dopo la nascita, e tutti battezzati Giovanni Battista». Rappresentati in età adulta, perché secondo una diffusa credenza alle anime dei bimbi «morti nel corpo de la madre si accrescerà la statura tanto quanto fussero morti di 33 anni» (Gilio), gli ignudi dello sfondo, scrive Franceschini, possono perciò «rappresentare una consolante e salvifica prefigurazione della terra luminosa “ben purgata” e “glorificata” dove i morti senza battesimo, una volta risorti, potranno comunque godere dei beni naturali in eterno».

Organizzata in sequenza cronologica ma richiamando spesso le grandi e ricorrenti questioni teologiche e sociali di fondo (in particolare la natura della giustizia divina), la Storia del Limbo di Chiara Franceschini è ricca di medaglioni come questo, squarci vivacissimi e ricchi di interesse anche umano in una vicenda millenaria. Essa si aggancia ormai, com’era fatale, alle dispute intorno all’aborto, condannato dalla Chiesa romana.

Forse per questo, come dichiara il documento papale del 2007, nell’aldilà non può più aver posto «un destino intermedio e naturale, guadagnatoci dalla grazia di Cristo» come il Limbo. «Nonostante sia concepibile un ordine puramente naturale, di fatto nessuna esistenza umana viene mai vissuta in un tale ordine. L’ordine attuale è soprannaturale, e dal primissimo momento in cui ha inizio ogni vita umana ci vengono aperti canali di grazia».

Meglio dunque, semmai, garantire anche nei casi più difficili che la gravidanza non venga interrotta: perciò il miracolo che consentì la beatificazione di Paolo VI, il papa della Humanae Vitae, fu la guarigione di un feto in California (2014), ed è in attesa di conferma un suo secondo e simile miracolo, stavolta in Italia, annunciato dal Corriere (31 marzo). «Può accadere che i feti periclitanti vengano salvati per miracolo, ma un destino naturale, intermedio e buono, non ordinato dalla Chiesa, non può esistere» (Franceschini). Chiuse per sempre le porte del Limbo, era davvero tempo di tracciarne la storia.


Il Sole 24Ore – 25 giugno 2017






Se un soldato tedesco passa con l'Armata Rossa. Il disertore di Siegfried Lenz



Il romanzo di un soldato tedesco che diserta per passare con i russi: uscito dopo 65 anni di silenzio diventa un bestseller.

Luigi Forte

All’Est niente di nuovo tranne l’orrore senza fine


Ci sono voluti ben sessantacinque anni perché Il disertore, secondo romanzo di Siegfried Lenz, fosse pubblicato diventando subito un bestseller. Non certo una novità per questo popolarissimo scrittore del dopoguerra che con Günter Grass appoggiò a fondo il partito socialista e la politica di Willy Brandt. Il suo capolavoro, Lezione di tedesco (1968), aveva già venduto a suo tempo oltre un milione di copie. In quel romanzo Lenz rifletteva sul tema dell’autorità e del dovere, su responsabilità e svendita della coscienza individuale alla dittatura nazista, sulle sbornie ideologiche.

I tempi erano maturi per un profondo esame di coscienza collettivo. Ma all’epoca di Adenauer con il peggioramento dei rapporti fra potenze occidentali e blocco dell’Est, tirava un’altra aria. E una storia che aveva come protagonisti soldati tedeschi che nell’ultima estate di guerra passano all’Armata Rossa, era nel 1951 pressoché improponibile. Anche per la casa editrice Hoffmann und Campe, che consigliò invano allo scrittore venticinquenne sostanziali modifiche. Le proposte arrivavano però da un editor che era stato un fervente nazista, così Lenz preferì ritirare il romanzo considerandolo come un «indispensabile esercizio, come un allenamento dovuto».


A leggerlo ora nella bella versione di Riccardo Cravero edita da Neri Pozza, scopriamo un autore maturo e consapevole, con una scrittura plasmata sulla forma del racconto classico e oltre fino a Hemingway, per cui Lenz ebbe una vera infatuazione. Colpisce la forte tensione narrativa che afferra mente e cuore dei personaggi nel ritmo incalzante della lotta per la vita. La storia di Walter Proska, assistente militare finito, sul fronte orientale, in una piccola unità addetta alla sicurezza di una linea ferroviaria e rintanata in un fortino di legno, fra boschi e paludi, dove s’annidano decine di partigiani polacchi, è un lungo, disperato racconto sulla vita e sulla morte.

Un’avventura insensata dove ogni valore è capovolto e ogni speranza risucchiata da una sorta di malattia collettiva: l’anelito verso il nulla. Il caporale Willi, implacabile e cinico, non ha peli sulla lingua: questa terra - dice - ci perseguiterà ovunque. E anche Proska non scorge intorno a sé che un orizzonte d’acciaio e una natura selvaggia dove persino la morte fatica a insinuarsi. E’ il crepitio fulmineo di un mitragliatore che falcia Stanislaw e sconvolge l’amico Zwiczos che, a sua volta, con una raffica stende un partigiano nascosto tra il fogliame. E’ la morte del soldato Zacharias che non sa di essere diventato padre così come quella, sul versante opposto, di un parroco che il caporale colpisce alle spalle dopo averlo liberato.

«Guerra è loteria», dice il soldato Zwiczos di origine polacca nel suo stentato tedesco. Non ci sono più confini né limiti a quel disumano sconvolgimento. Ha ragione Proska a pensare che nulla sia più difficile da sopportare che la vita. Eppure Lenz la rievoca con delicatezza nell’incontro di Walter con la giovane partigiana Wanda. E’ l’illusione di un attimo di felicità, ma quel breve amore e lo stupore dei sensi sono troppo fragili nella follia della guerra che farà del soldato l’inconsapevole assassino del fratello di lei.


Destini assurdi di fronte a cui lo scrittore sembra volersi difendere con surreale ironia. Basti pensare alla figura del cuoco Ton infatuato della sua gallina Alma, o allo spilungone Zwiczos che darebbe la vita per poter pescare un vecchio luccio. Dopo aver fallito ancora una volta entra delirante nella chiesa della cittadina di Tamaschgrod per tenere, di fronte a un pubblico allibito, una solenne concione su Gesù «grande luccio», che ha denti e sa mordere.

Ma Lenz non parla solo di una generazione distrutta dalla guerra, priva di radici e di speranze come fece E. M. Remarque nel suo famoso romanzo All’ovest niente di nuovo del 1929. Dà anche voce a chi come il commilitone Wolfgang detto Pandilatte sogna una fratellanza a venire e un pacifismo attivo estraneo ai pifferai dell’orgoglio nazionale. Con lui anche Proska rifiuta la Germania che li ha cacciati in quell’incubo non senza chiedersi chi sia il vero nemico e che cosa conti di più, se il dovere o la coscienza. Un domanda che forse si pose lo stesso Lenz quando giovanissimo fuggì come disertore in Danimarca.

Anche così i conti non tornano, perché l’orrore è senza fine. Walter uccide per sbaglio il cognato e nel dopoguerra rifiuta l’occulta violenza del sistema sovietico fuggendo in Occidente. Non gli resta che la solitudine: la lettera alla sorella in cui confessava le proprie responsabilità resta senza risposta. Non c’è perdono né speranza per chi ha conosciuto l’inferno in terra.


La Stampa TuttoLibri – 24 giugno 2017

giovedì 29 giugno 2017

Le parole dell’arte. Così, conversando, nacque la critica

    Roma Casina dell'AuroraGuercino, Carro dell'Aurora. 

Nel Seicento si diffonde a Roma l’abitudine di incontrarsi per confrontarsi sul valore dei dipinti Per dar vita a una bellezza condivisa.

Francesca Cappelletti

Le parole dell’arte. Così, conversando conversando, nacque la critica


La parola conversazione ha un significato molto preciso, oggi dimenticato e quasi bizzarro, nelle lettere e nei diari di artisti e di viaggiatori all’epoca del Grand Tour. Sta a indicare una pratica sociale per nulla informale, anzi: è il ricevimento organizzato in un giorno preciso della settimana nei grandi palazzi romani, per consentire la visita ai loro magnifici saloni e alle loro raccolte, che nella ridondanza, nell’eccesso e qualche volta nell’aspetto decadente dichiaravano ai fortunati avventori l’appartenenza ai passati fasti barocchi. Nel corso di queste aperture era possibile incontrare i proprietari e i loro ospiti; Horace Walpole nel 1740, per esempio, apprezzava molto la conversazione di Agnese Colonna Borghese e la riteneva parte delle bellezze di Roma.

A volte, però, il numero eccessivo di ospiti rendeva quasi impraticabile la conversazione stessa; spesso gli ambienti erano male illuminati e per vedere i dipinti, qualcuno, come Charles de Brosses, preferiva ritornare di giorno per discutere le opere d’arte, anche se a Roma la luce impietosa del sole mattutino svelava le cornici rotte e la mescolanza di capolavori e opere di scarsa qualità su pareti completamente ricoperte di quadri. Insomma, «Conversazione is a place where there is not conversation»: se la conversazione, come noteranno alcuni viaggiatori inglesi, è ormai diventato un luogo dove è impossibile conversare, questo uso si era formato nei secoli precedenti con un processo di sperimentazione sull’allestimento delle raccolte, in gran parte derivato dai dialoghi fra il proprietario e gli artisti che gli erano più vicini.

Nei primi decenni del Seicento, quando si formano le grandi raccolte aristocratiche, parlare davanti alle opere d’arte riattualizza il concetto rinascimentale di comparazione fra gli artisti, fra i soggetti e lo stile dei loro quadri e stabilisce criteri espositivi che rilanciano la conversazione sull’arte. Le corti rinascimentali avevano visto emergere un’ideale personaggio capace di conversare anche di arte con profondità e disinvoltura, ma è con il dispiegarsi delle collezioni seicentesche, con la costruzione delle gallerie e con il tempo trascorso sotto volte affrescate e davanti a dipinti o a statue antiche disposte in file di quattro, come nel palazzo di Vincenzo Giustiniani, che si struttura il discorso sull’arte.



Se oggi siamo abituati a musei che raccontano cronologicamente le vicende della pittura, dovremmo ricordare che questo criterio storicistico è recente e realizzato in gran parte con un intento didattico, adatto al museo pubblico, nel corso dell’Ottocento.

All’inizio del Seicento i quadri sembrano invece disposti con criteri di simmetria in base alle dimensioni, ma soprattutto in modo da generare la comparazione delle “maniere”, degli stili dei diversi autori, del loro modo di usare il disegno, il colore o l’iconografia di uno stesso soggetto.
Secondo Giulio Mancini, medico collezionista e scrittore, le varie maniere dovevano essere appunto «inframmezzate fra di loro » e lo spettatore doveva trarre un godimento estetico dalla vista di un simile assetto, che poi gli consentisse di trattenere qualche immagine e qualche nozione nella memoria. È il piacere dello sguardo e della riflessione, della discussione sull’attribuzione delle opere e sul loro stile a determinare anche l’allestimento delle prime gallerie francesi, come quella del Palais de Luxembourg, dove passeggia André Félibien facendone il teatro dei suoi Entretiens, il trattato dedicato alle vite dei pittori.

È attraverso la discussione e la comparazione delle opere che si stabiliscono le qualità di un quadro, le debolezze e i punti di forza del suo autore: questi elementi potevano emergere nel corso di una conversazione, parola che si ritrova nel titolo del trattato di Roger de Piles, influente teorico dell’arte, autore nel 1677 delle Conversations sur la connoissance de la peinture. Solo lo scambio di idee, solo le parole mettono a fuoco i nessi e i rapporti fra le opere e a volte ne provocano gli accostamenti.

È probabile che a Giovan Battista Viola, specialista di paesaggio, guardarobiere di Ludovico Ludovisi, si dovesse nel 1621 l’idea di mettere a confronto, sul tema del dipingere i paesi, i pittori che fornivano, a Roma, il livello più alto e le sfumature diverse di quel genere affermatosi da poco. Nel suo Casino di Porta Pinciana, ora il Casino dell’Aurora Boncompagni Ludovisi, il cardinale Ludovico fece affrescare a Domenichino, al fiammingo Paul Bril, a Guercino e a Giovan Battista Viola la stanza dei paesi, mettendone a confronto l’abilità nel raffigurare gli scenari naturali.

Erano spesso i guardarobieri, oltretutto, a commentare con i visitatori le opere d’arte raccolte nei palazzi e nelle ville e, per quanto l’incontro con il visitatore possa sembrare a volte un colto artificio retorico, questo è indicato come il fattore scatenante delle prime stesure di «guide» al museo. Mattia Rosichino, l’autore della Dichiaratione, il libello che illustra nel 1640 il soggetto dell’affresco di Pietro Cortona nel salone di palazzo Barberini, afferma infatti di aver fatto stampare la spiegazione delle complesse allegorie poiché i visitatori non erano in grado di comprenderle e lo importunavano di continuo con le loro perplessità. Lo stesso riferimento alle domande dei curiosi, soprattutto «oltremontani », affiora nella premessa alla guida che Jacopo Manilli scrive della Villa Borghese nel 1650.


La ricchezza straordinaria delle collezioni della villa di Scipione Borghese, che sopravanza il visitatore ancora oggi, era aumentata dalla presenza di molte sculture antiche, alienate nell’Ottocento, e da un arredo ricco e stravagante, in grado di suscitare una vertiginosa meraviglia.

La conversazione si avvaleva di accostamenti inusuali di oggetti, di confronti fra sculture e quadri, aveva come teatro interi camerini o singole pareti dedicate a uno stesso soggetto e anche Anton van Dyck, di passaggio nel febbraio del 1622, appuntò nel suo taccuino una sorta di paragone fra dipinti profani.

Pur refrattario al fascino di Roma e delle sue collezioni, lo possiamo immaginare immerso nella stanza di quadri dedicati a Venere, in cui la bellezza e il potere della dea erano celebrati dal sontuoso colorismo di molte tele veneziane e dalla singolarità del linguaggio geometrizzante del genovese Luca Cambiaso.

Lo schizzo del giovane Van Dyck mostra tutta la forza del paragone come elemento unificante dell’allestimento: Venere che benda Amore di Tiziano è raffigurato accanto a una Venere e satiro di Padovanino, con le braccia di una delle ninfe che sconfinano nell’altro quadro, come se i dipinti si animassero nella vicinanza e nel confronto, non solo fra gli stili degli artisti, ma fra le attitudini della dea dell’amore.


La Repubblica – 28 giugno 2017

Moro, le Brigate Rosse e i palestinesi


Che il cosiddetto memoriale Moro fosse incompleto è cosa ormai assodata, confermata in questi giorni dalle dichiarazioni del dirigente palestinese Abu Sharif (FPLP) alla commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Moro. Ma cosa può aver detto Moro da interessare tanto i palestinesi? Di certo sappiamo che i brigatisti insistettero molto sul tema della NATO e dei traffici d'armi gestiti dai servizi segreti occidentali e che Moro rispose dettagliatamente. Risposte di cui nella parte pubblicata non resta traccia, da qui il sospetto che i brigatisti abbiano usato le dichiarazioni del leader DC come merce di scambio non solo con i palestinesi (e probabilmente i servizi russi), ma anche con lo Stato. Insomma, una sorta di assicurazione sulla vita in caso di sconfitta, che sembrerebbe aver pagato.

Francesca Paci

Ecco perché le Br diedero i verbali di Moro ai palestinesi

Il giorno dopo l’audizione di Bassam Abu Sharif davanti alla Commissione bicamerale d’inchiesta sulla morte di Aldo Moro, il presidente Giuseppe Fioroni mette in ordine quelle che definisce «importanti novità» per la ricostruzione dell’Italia di quegli anni. Secondo l’ex del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp) che Fioroni ha ascoltato per ore, nel 1978 i palestinesi diffidavano delle Brigate Rosse, riferivano all’intelligence di Roma qualsiasi informazione ricevessero circa potenziali attentati in Italia nel quadro dell’impegno unilaterale firmato da George Habash, accoglievano nei loro campi numerosi nostri giovani connazionali disposti a curare i malati ma anche a combattere per la loro causa.

Abu Sharif cita un accordo scritto in cui Habash s’impegnava a risparmiare l’Italia. È la conferma del cosiddetto Lodo Moro?

«Abu Sharif ha ammesso che dopo l’attentato di Fiumicino del 1973 le intelligence italiana e palestinese avviarono una serie di contatti sfociati in un documento unilaterale firmato da George Habash a nome del Fplp e consegnato al colonnello Giovannone affinché lo portasse a Roma. In quella lettera, che Abu Sharif inquadra nella politica estera di Moro centrata allora sui Paesi arabi e sul Mediterraneo, c’è l’impegno a impedire attentati in Italia e a considerarci solo un Paese di transito. Se Abu Sharif ne troverà copia negli archivi del Fplp lo avremo presto in mano».

A chi rispondeva Giovannone?

«Da un punto di vista tecnico al capo dei servizi italiani, il Sismi. Ma sul piano politico era il referente di Moro per la politica estera in Medioriente».

L’Italia sapeva che nel ’78 il Fplp non si fidava più delle Br?

«È la prima volta che viene fatta questa distinzione. Abu Sharif sostiene che nel 1976 il Fplp, allertato dal capo operativo Wadie Haddad, ritiene già da tempo le Br inaffidabili. Haddad intanto ha rotto con il Fplp perché è in dissenso con l’input di Mosca che chiede la fine dei sequestri aerei, ma i contatti sono stretti. E qui c’è un riscontro importante sul caso Moro, perché già nei primi giorni dopo il rapimento il Sismi cerca tra i fuoriusciti palestinesi. In più, a giugno, Giovannone segnala a Roma rapporti tra ex Fplp e BR aggiungendo che i brigatisti hanno fatto avere ad Habash copia delle dichiarazioni di Moro prigioniero per ripristinare collaborazione e assistenza. Significa che Moretti prova a riallacciare con i palestinesi usando le carte che ha».


Riusciranno le Br nell’impresa?

«Anche qui abbiamo riscontri alle affermazioni di Abu Sharif. A noi risultano transiti di armi tra palestinesi, Br e autonomi nel 1979, ma Abu Sharif sostiene che il Fplp non c’entri (di altre sigle non risponde ndr.) e dice che se avesse ricevuto dai propri 007 informazioni di possibili attacchi in Italia lo avrebbe riferito a Roma. In effetti il 17 febbraio 1978 Giovannone avverte i suoi di un attentato in preparazione e Moro ne parla il 15 marzo, la sera prima del sequestro. Inoltre, il 30 marzo 1978 l’allora uomo dell’Olp in Italia Nemer Hammad assicura a Cossiga che sta facendo il possibile e cita Abu Anzeh Saleh, legato al fronte del rifiuto e in contatto con Wadie Haddad. Un mese dopo, il 24 e 25 aprile, Giovannone annuncia un contatto valido con le Br e dice che verrà a Roma. Sapremo poi che Moro in una lettera del 23 aprile menziona la liberazione di un palestinese a Ostia avvenuta via Giovannone e chiede di averlo a Roma, come se sapesse che si è attivato un canale palestinese».

Come si inquadrano in questo scenario gli italiani addestrati nei campi profughi palestinesi?

«È una conferma. A parlarne la prima volta fu l’ex responsabile esteri del Fplp Taysir Qubaa che in un’intervista del 1980 spiegò come non volesse esportare la rivoluzione in Italia ma potesse contare su “compagni” italiani addestrati nei campi per combattere contro i nemici dei palestinesi. Sapevamo di campi in Yemen, Iraq, Siria, Libano ma ora Abu Sharif torna su questi italiani pronti ad aiutare la resistenza palestinese».

Vede un collegamento con i due giornalisti di Paese Sera De Palo e Toni, spariti a Beirut nel 1980?

«La loro storia ruota intorno al traffico di armi che tra il ’78 e il ’79 esisteva intorno ai campi palestinesi. Abu Sharif smentisce che fosse gestito dal Fplp ma a noi risulta che c’era. E sapevamo da alcuni pentiti che i palestinesi affidavano armi alle Br. Ora sappiamo che degli italiani si addestravano lì».


La Stampa – 28 giugno 2017

Eliseo racconta Salino




Sabato 1 luglio 2017, presso Circolo Culturale Eleutheros di Albissola Marina in Via Colombo 23 alle ore 18:00 inaugurazione, nell’ambito della rassegna “Eliseo racconta Salino”, della mostra Acquerelli e disegni.  


mercoledì 28 giugno 2017

Il Segno femminile in Darsena. Dolores De Giorgi


Luigi Pirandello: grandezza e limiti



Nel 2000 Time ha scelto i Sei personaggi come migliore pièce del ’900. Oggi è con Shakespeare il più rappresentato in Italia. Un personaggio non privo di ambiguità, come testimonia la sua molto opportunistica adesione al fascismo.

Masolino D’Amico

Dalle contestazioni violente alla celebrazione mondiale

Per salutare l’anno 2000 la rivista americana Time tracciò alcuni bilanci del secolo precedente, e come miglior pièce teatrale del ’900 scelse I sei personaggi in cerca d’autore. Con questa motivazione: «Realizza le principali preoccupazioni del secolo circa la vita e l’arte: la condizione esistenziale dell’uomo, la linea tra illusione e realtà». Ottant’anni prima, al debutto romano il capolavoro di Luigi Pirandello aveva provocato contrasti violenti, addirittura scazzottate in strada tra ammiratori e avversari, e aveva avuto tre sole repliche.

Le cose andarono meglio con la ripresa di Milano; in ogni caso, la risonanza oltralpe fu quasi subito impressionante. A Londra, è vero, il Lord Censore lo vietò e lo si dovette allestire in un club privato. Ma l’edizione parigina di Georges Pitoeff fu osannata dalla critica e batté il record di incassi; quella di New York ebbe 134 repliche consecutive, e fu seguita da una versione in yiddish. Da allora in poi Pirandello incontrò all’estero più attenzione che nel suo Paese, al punto che si trasferì per un lungo periodo in Germania e poi a Parigi. Alcuni suoi lavori debuttarono in terra straniera, e il cinema inglese e americano lo corteggiarono spesso, specie dopo l’avvento del sonoro, anche se con pochi risultati davvero soddisfacenti (se vi par poco un Come tu mi vuoi con Greta Garbo e Erich Von Stroheim). Nel 1934 il premio Nobel sancì una reputazione mondiale indiscussa.



Audacia innovativa

A parte l’audacia innovativa del suo teatro, audacia che non si compendia certo nella rottura della barriera tra spettatori e pubblico nei Sei personaggi, è probabile anche che Pirandello rendesse di più in traduzione, almeno agli orecchi del pubblico di allora. Che da noi era sintonizzato sulla magniloquenza dannunziana, ovvero sulla prosa d’arte, e non trovava ammirevole la secchezza di un autore così concreto nell’espressione come sfuggente nei concetti.

Oggi è il contrario, dagli anni 1960 in poi Pirandello è, con Shakespeare, il drammaturgo più eseguito in Italia. Prima di dedicarsi al teatro, dove giunse in età relativamente avanzata, aveva scritto parecchio, anche un bestseller, il romanzo Il fu Mattia Pascal, ristampato ininterrottamente da allora (1904): libro che la critica ufficiale prese sottogamba. Inoltre l’uomo di Girgenti aveva prodotto, sempre senza ostentazioni di eleganza formale, decine e decine di racconti nella tradizione del suo predecessore Giovanni Verga (che fu tra i suoi primi estimatori), impressionanti per varietà di temi e personaggi di tutte le età e condizioni sociali, vivacissima commedia umana dalla quale avrebbe poi tratto spunti per il suo teatro. Al quale arrivò quando negli anni 1910 l’amico Nino Martoglio gli chiese qualcosa per una sala che dirigeva, e per il quale si scoprì subito un talento anche di attore - famose le sue letture alle compagnie - e di manager.

    Accademico d'Italia (1929)

Mal sopportato dal Duce

Gli oltre quaranta testi che firmò spaziano in più generi, tra cui la farsa, anche gustosissima (L’uomo, la bestia e la virtù) e l’idillio paesano in dialetto (Liolà). Ma quelli che meglio lo caratterizzano trattano casi umani fondati sull’impossibilità di raggiungere una verità soddisfacente per tutti. Per Pirandello le persone non «sono», ma «recitano» una parte, e la società non consente loro di uscirne. Quando una comunità si coalizza per costringere una sconosciuta a rivelare chi sia - Così è (se vi pare) -, ella risponde: «Io sono colei che mi si crede».

Audace nella costruzione, con primi atti in cui spesso, diversamente dalla consuetudine, non solo non si chiarisce la situazione ma si confondono le acque, Pirandello si fece una fama di causidico, di cavillatore. Benedetto Croce non lo prese sul serio come pensatore, dal che secondo alcuni il suo clamoroso voltafaccia al Manifesto degli intellettuali e l’adesione al Fascio subito dopo il delitto Matteotti. Da quel gesto Pirandello si aspettava che il regime aiutasse finanziariamente le compagnie teatrali che fondò, ma non ottenne mai altro che promesse. Del resto la sua sconsolata visione di un mondo in cui non possono esservi certezze, dell’uomo come creatura in grado di vedere solo entro il raggio del «lanternino» che si porta appresso, non poteva piacere alla fiera e progressista propaganda del regime.


La Stampa – 25 giugno 2017

Agnes Heller, Teoria dei sentimenti



Torna in libreria la (aggiornata) “Teoria dei sentimenti” che esplora aspettative, timori, sofferenze in chiave razionale.

Ágnes Heller

“Anche la paura può essere sana se il populismo non se ne appropria”

Intervista di Francesca Sforza


Scrive di filosofia ma non ama parlare come una filosofa: «Per quello ci sono i libri, io voglio essere capita da tutti». Ágnes Heller, 88 anni, filosofa ungherese, ha attraversato a passo fiero tutto il Novecento: prima sfuggendo ai nazisti, poi agli stalinisti, infine alle etichette. Oggi l’editore Castelvecchi ripubblica, con una nuova introduzione, la sua Teoria dei sentimenti, uscito per la prima volta nel 1978, quando Heller tentò di decostruire l’impostazione della metafisica tradizionale introducendo elementi nuovi: parole come emozione, espressione, relazione, sofferenza e responsabilità entravano a pieno titolo nel dibattito filosofico, non come termini minori, ma di confronto.

Ancora oggi, a rileggere quelle pagine, si resta sorpresi dalla naturalezza e dalla modernità delle sue argomentazioni, che evitano le trappole aporetiche per dedicarsi piuttosto alla complessa alchimia umana: «Anche per noi è fondamentale l’analisi del rapporto tra sentimento e pensiero – scrive a un certo punto a siglare il suo grande debito con la filosofia classica –. La preferenza dell’ultima unità di sentimento, pensiero e morale è al contempo il nostro valore ordinatore e organizzatore».

Ágnes Heller, viviamo in un’epoca in cui il sentimento si mostra prevalente sulla ragione?

«Non condivido la tradizionale separazione tra ragione e sentimento. Con la sola eccezione dell’unità, la cognizione è integrata in qualsiasi sentimento. Non c’è la paura in quanto tale, il dolore in quanto tale, la felicità in quanto tale. Si è sempre tristi per qualcosa o qualcuno, felici per qualcosa o qualcuno. Si possono avere buone ragioni per essere disperati, ad esempio se si sta per essere uccisi durante una guerra, e anche buone ragioni per essere raggianti, ad esempio alla nascita di un figlio molto desiderato».

Non vede il pericolo di una caduta nell’irrazionalismo?

«Nessun sentimento in quanto tale è “irrazionale”, solo l’occasione che si innesca su di esso può renderlo tale. Ogni volta che facciamo esperienza di un sentimento, sia esso felicità o tristezza, e non riusciamo a comprenderlo interamente, cerchiamo di scoprire le ragioni per cui lo proviamo. La comparazione tra ragione (nel senso di occasione che si innesta su un sentire) e sentimento decide, di fatto, se il sentimento sia razionale o irrazionale. E la ragione è anche storica. Aver paura del demonio, oggigiorno, è un sentimento irrazionale, ma non era così due secoli fa».

Qual è il compito della filosofia in una fase storica in cui psicologia e antropologia filosofica sembrano offrire categorie più funzionali per l’interpretazione della realtà?

«La filosofia si interroga sin dall’inizio su questioni inerenti l’anima umana (psyché) e la natura umana. Solo le risposte sono state, nel tempo, differenti. La tendenza moderna a distinguere tra specializzazioni non ha modificato queste connessioni essenziali. La psicologia teorica, l’antropologia o la sociologia sono, di fatto, filosofia».

Lei separa gli affetti naturali dai sentimenti appresi nel tempo. Quale dei due è più importante nella strutturazione della personalità?

«La trasformazione di affetti innati in emozioni e disposizioni affettive è il tratto più essenziale nello sviluppo di una personalità».

Che ne è stato del suo progetto originario di fondare un’antropologia che includesse bisogni, sentimenti e Storia?

«Con la Teoria dei bisogni di Marx prima (1974,ndr) e la Teoria della Storia poi (1982), non ho sentito l’esigenza di ulteriori sistematizzazioni. Diciamo che col tempo ho deciso di non rispondere alla domanda “Che cos’è l’uomo?”. Forse perché una risposta non è possibile, o forse perché l’intera filosofia è già una risposta».

La paura è un sentimento diffuso. Abbiamo paura dell’Isis, dei musulmani, degli stranieri, dei migranti. Come si vince la paura?

«Di nuovo, il problema non è la paura, ma “di che cosa noi abbiamo paura”? E chi è questo “noi”?
Lei intende probabilmente “noi europei”. E gli europei, oggi, hanno paura degli stranieri, del terrorismo, delle migrazioni, dell’islamismo, così come ieri avevano paura della Guerra nucleare, del comunismo, del contagio da Hiv. Alcune di queste paure erano e sono irrazionali, nella misura in cui non rispondono a un reale incastro con il fattore razionale e sono piuttosto uno strumento di ideologia politica».

Temere di rimanere uccisi in un attacco Isis non è del tutto irrazionale, non trova?

«È vero, non tutte queste paure sono irrazionali. La domanda è sempre se ci sono reali ragioni per questa o quella paura. In caso di ragioni reali, la causa della paura ha bisogno di essere rimossa o neutralizzata. Come oggi, nel caso del terrorismo, che va contrastato con i mezzi della politica e della difesa».



Il populismo ha una grossa presa sulle società di massa. Qual è l’antidoto a una narrazione politica troppo emotiva?

«Nella misura in cui i politici vogliono persuadere, la politica ha sempre fatto largo uso di retorica. La domanda è: quali sentimenti/emozioni vanno mobilitati, per quale fine e contro chi? Quei partiti e movimenti che oggi sono definiti populisti utilizzano, in Europa, soprattutto “identità politiche” come il nazionalismo, il razzismo, l’omogeneità etnica come ideologia, innescando non solo la paura, ma anche l’odio contro “gli altri”».

L’Unione Europea è un tipico caso di istituzione che non scatena grandi sentimenti nei confronti dei propri cittadini. È uno svantaggio?

«L’Unione Europea fino ad oggi ha fatto riferimento a un’identità razionale, l’interesse comune delle nazioni europee, provocando uno scarso entusiasmo. Certamente l’interesse è una sorta di sentimento, combinato però con emozioni come la fiducia, la confidenza, la certezza. Eppure anche l’interesse, in caso di conflitto con passioni che avessero un forte supporto ideologico, potrebbe essere sconfitto. Forse i rischi di una decomposizione dell’Ue, potrebbero innescare la paura tra i cittadini europei, quanto meno nella forma di un presentimento. Una paura del genere, ecco, sarebbe sana, e direi la benvenuta».

È un po’ anche colpa degli intellettuali se l’Europa piace così poco?

«I responsabili del futuro europeo sono i governi e i politici, non i filosofi. Oggi vedo solo due persone in grado di sostenere un compito del genere: Angela Merkel e Papa Francesco. Ma ne servirebbero molti di più. Anche i buoni burocrati possono cambiarsi in uomini di Stato».
Si parla tanto di preoccupazione, terrore, panico. Quanto è importante comunicarli?
«La comunicazione è sempre importante, il problema è che la nuova abitudine di usare un linguaggio da bar nello spazio pubblico finisce per allargare la partecipazione, non sempre la qualità del dibattito».

False notizie e discorsi di odio sono i tratti più problematici della comunicazione attraverso i social network. È un fenomeno nuovo secondo lei?

«È sempre la vecchia propaganda, usata dai cosiddetti populisti per allargare il consenso e incrementare il potere, proprio attraverso la creazione di un clima di odio e sospetto, avvelenando mente e anima dei loro elettori».


Ágnes Heller, nata a Budapest nel 1929, è stata assistente di Lukács. Espulsa dall’Università nel 1959 fu riammessa nel 1963, e divenne il massimo esponente della «Scuola di Budapest». Licenziata dall’Accademia nel 1973, nel 1978 è espatriata per insegnare prima in Australia e poi a New York, nella cattedra di Hannah Arendt. Nota per la sua «teoria dei bisogni» ha pubblicato decine di saggi. Tra i suoi ultimi libri usciti in italiano,«Solo se sono libera», «La memoria autobiografica», «Breve storia della mia filosofia»


La Stampa/TuttoLibri – 24 giugno 2017

martedì 27 giugno 2017

Renzi, Dio e la politica


Quando Renzi apparve sulla scena politica i giornali andarono a caccia di notizie sull'uomo, allora sconosciuto ai più. Il coro delle testimonianze fu unanime (scout e parroci compresi): il personaggio fin da ragazzo era totalmente posseduto da una considerazione smisurata di sé ai limiti del maniacale. Cosa di cui peraltro si compiaceva: «Il mio confessore mi diceva: Matteo, Dio esiste, ma non sei tu, rilassati», ricordò in un'intervista. Non stupisce dunque oggi, di fronte alla crisi evidente della sua politica, il totale rifiuto di Renzi di mettersi in discussione e l'incapacità di imparare dai propri passi falsi. Un limite gravissimo che prepara nuove sconfitte per quello che resta della sinistra.

Stefano Folli

Pd, Renzi è sotto attacco. E ora dimenticare Palazzo Chigi


Come in un infinito psicodramma, nel Pd si cercano risposte senza avere il coraggio di porre le domande. È stata o no una grave sconfitta, quella di domenica? A sentire Renzi le cose non sono andate poi così male. Il segretario lascia intendere che si è trattato quasi di un pareggio, peraltro condizionato dalle astensioni. E in ogni caso le elezioni politiche saranno un’altra storia.

La tesi è consolatoria, fondata sullo schema dell’”incidente di percorso” presto rimediabile. Argomento che regge solo se il vertice del partito non obietta e non batte i pugni sul tavolo, almeno in pubblico. E infatti la maggioranza tace e acconsente. Per ora. O per convenienza o per mancanza di coraggio e di idee, nessuno ha voglia di aprire un confronto interno lacerante. Per molto meno uno dei personaggi che piacciono a Renzi, Amintore Fanfani, fu estromesso dalla segreteria della Dc dopo aver perso il referendum sul divorzio nel ‘74. Ma erano altri tempi. L’unico che prova a reagire è Orlando, ma viene zittito: anche lui è stato sconfitto, anzi il progetto del centrosinistra allargato non ha funzionato a Genova e altrove. Quindi, cosa vuole Orlando? E cosa vogliono Pisapia, i bersaniani scissionisti, tutti coloro che amerebbero sedersi intorno a un tavolo per una seduta di psicanalisi collettiva?

Non c’è da perdere tempo, sottintende il segretario. Non c’è nulla da concedere alla sinistra interna ed esterna al Pd. Anzi, loro sono i responsabili dell’infortunio. Loro sono i sabotatori. Come si capisce, se questa è l’analisi, non c’è da attendersi una risposta convincente, in grado di cogliere la drammaticità del momento. Renzi segue il suo temperamento e mai concepisce di mettersi in discussione. Vede trappole e complotti dietro ogni angolo e la sua unica strategia è la marcia avanti. Se le comunali sono andate come si è visto, Renzi punta più di prima su se stesso, l’unico di cui si fida. E infatti la frase «le politiche sono un’altra storia» vuol dire, né più né meno, che in quella circostanza si alzerà il livello della contesa e in campo ci sarà lui, il segretario-ex premier. Da solo cancellerà le contraddizioni e i punti deboli del messaggio politico e il Pd rifiorirà.

Qui è la vera discriminante. Renzi ignora o finge di ignorare che molti ormai lo considerano il problema e non la soluzione alla crisi del Pd. Il giovane estroverso e dinamico che sedusse gli italiani nella primavera del 2014 si è appannato fino a svanire nel cortocircuito dei suoi errori. Ha dovuto confrontarsi con ostacoli giganteschi e con possenti spinte conservatrici, senza dubbio. Ma è altrettanto vero che nessuno come lui, negli ultimi trenta-quarant’anni, ha avuto tante opportunità e non ha saputo sfruttarle. Oggi cosa resta? L’ex premier sembra dominato dalla volontà di tornare a tutti i costi a Palazzo Chigi, così come prima del 4 dicembre era ossessionato dal desiderio di ottenere un plebiscito personale.

Ecco allora lo scollamento rispetto alla realtà. Dal leader di un partito di centrosinistra ci si attende una visione in grado di abbracciare le ansie e le inquietudini di una vasta area di popolazione disorientata, forse anche una particolare empatia umana. Non l’implacabile e solitario perseguimento di un disegno di potere in stile House of cards. Tutto questo ha contribuito a creare una frattura fra Renzi e il suo elettorato. Il grande comunicatore, l’uomo capace di accendere la speranza, oggi ha deluso parte del suo mondo. E quindi, certo, le elezioni generali sono un’altra storia, ma forse non nel senso che Renzi immagina.

C’è chi gli chiede di ricostruire il centrosinistra federando la sinistra più radicale di Pisapia e un pezzo del centro modernizzante (Calenda, ad esempio). Ma occorre fantasia e tenacia per operare una sintesi che non significa incollare insieme i tasselli del vecchio ceto politico. Invece il Renzi di oggi è più che mai sospettoso, in particolare verso le iniziative di Romano Prodi. Quanto a Gentiloni, è sempre a un passo dal diventare un nemico. Quando invece l’ipotesi che resti a Palazzo Chigi anche dopo il voto, con il suo profilo rassicurante, dovrebbe essere colta da Renzi come l’occasione per lavorare con le mani libere e senza secondi fini al vero progetto: riconquistare il cuore degli elettori.

La Repubblica – 27 giugno 2017



Il corpo e le sue ombre



Da sempre c’è chi crede (anche in medicina, purtroppo) alla divisione tra il corpo e la mente. Operazione rischiosa come dimostrano i fenomeni di rifiuto del corpo: misticismo ieri, anoressia e chirurgia plastica oggi.

Francesco Monticini

Quant’è sottile la linea rossa che separa corpo e mente


Nel celebre dramma “Riccardo III” di Shakespeare, il malvagio e deforme duca di Gloucester, futuro re d’Inghilterra, è descritto “spiare” la sagoma del proprio corpo al primo sole di primavera. Un’immagine che viene alla mente scorrendo il titolo dell’ultimo saggio di Massimo Cuzzolaro, “Il corpo e le sue ombre”, edito da Il Mulino: un viaggio nell’incerto e sfuggente confine fra il corpo e la sua immagine, tra l’intellettualità e la materia. Con un approccio che alla psichiatria unisce suggestioni tratte dalla filosofia, dalla letteratura, dal cinema.

Il punto di partenza è etimologico e muove dalla riflessione che Husserl dedicò alla tripartizione lessicale offerta dalla lingua tedesca. Si può infatti parlare di “Körper”, vale a dire di corpo-che-ho, di corpo-macchina, presupponendo l’io come entità distinta; oppure di “Leib”, ovvero di corpo-che-sono, dove l’io coincide pienamente con il dato fisico; infine, di “Leiche”, cioè di cadavere, di corpo-morto.

La questione si fa complessa, e interessante, quando si tratta di capire di quale corpo stiamo parlando. Se infatti l’autoconsapevolezza (so che sono) è proprietà di ogni essere umano e anche di alcuni animali, si crea una moltiplicazione al livello dell’autocoscienza (so chi sono), che presuppone un possesso d’identità. Io sono il mio corpo o sono cosa altra rispetto a lui? Se si propende per la seconda soluzione, si deve necessariamente ricorrere a un concetto astratto che assomigli all’anima. Come ricordato da Cuzzolaro, non è mancato chi, agli inizi del Novecento, ha tentato di annotarne l’entità calcolando la differenza di peso di una persona al momento del trapasso (i famosi ventuno grammi).



Se non c’è coincidenza tra res cogitans e res extensa, benché collegate in una qualche ghiandola pineale di cartesiana memoria, si apre la via alla dualità. E a fenomeni di sdoppiamento. Nei primi anni del Quinto secolo della nostra era, il filosofo neoplatonico Sinesio descriveva un’esperienza di dissociazione. Intento a redarre un trattato dedicato ai sogni, l’autore racconta di essersi sentito come estraneo ed esterno a se stesso e di essersi osservato scrivere. Il suo corpo dunque, ma non il suo io, metteva in ordine quelle parole. L’individualità era nel Sinesio che stava a guardare, non in quello fisico che stava scrivendo.

Un processo psicologico simile si riscontra nella patologia dell’anoressia nervosa. Cuzzolaro cita il caso esemplare di Nadia, ragazza affidata alle cure di Pierre Janet agli inizi del secolo scorso. «Si nutriva pochissimo perché aveva una terribile paura d’ingrassare. [...] Non le dispiacevano le persone molto grasse, ma lei voleva essere sottile e pallida perché solo questo sembiante era in armonia con il suo carattere. [...] Aveva preso l’abitudine di dissimulare il suo sesso e di cercare di sembrare un giovane studente. Ma quando Janet le chiese se aveva mai desiderato di essere un uomo, rispose che avrebbe voluto essere “senza alcun sesso”, anzi, “senza alcun corpo”».

È evidente lo sdoppiamento: il corpo cui alludeva Nadia era il Körperding, il corpo-oggetto. Casi di anoressia e mortificazione fisica ricorrono a ben vedere anche nelle biografie di molte sante occidentali del basso medioevo, basti pensare a Chiara da Montefalco, Caterina da Siena, poco più tardi Teresa d’Avila. Quest’ultima è ricordata per aver fatto uso di un ramoscello di ulivo per espellere tutto quello che aveva ingerito ed essere così pronta ad accogliere la comunione. D’altronde, molto spesso all’epoca l’unica via di affermazione sociale per una donna passava dalla rinuncia al proprio corpo, quello stesso corpo che, per una sorta di ironico contrappasso, sarebbe stato nei secoli idolatrato sotto forma di reliquia.


Eppure, nella Costantinopoli del XIV secolo Gregorio Palamas, strenuo difensore della preghiera mistica praticata dai monaci del monte Athos, passata alla storia con il nome di esicasmo, scriveva che «mettere l’intelletto fuori non dal pensiero del corpo, ma dal corpo stesso, [...] è il più forte degli errori greci e la radice e la fonte d’ogni opinione erronea ». Con queste parole egli intendeva recuperare la visione più propriamente cristiana del corpo, quella neotestamentaria della divinità incarnata, a discapito della speculazione neoplatonica che lo riduceva a mera tomba dell’anima.

La concezione di Körperding trova oggi una sua rinnovata applicazione nella società dei consumi. Si tende a parlare addirittura di corps-brouillon, di “corpo-bozza”, da ritoccare per mezzo di molteplici interventi di chirurgia estetica, anche in condizioni di perfetta salute. Altrettanto, negli studi neurologici si continua a cercare il “sostrato” del pensiero, delle emozioni, delle percezioni, delle patologie mentali, con il forte rischio, però, di scivolare di nuovo in una qualche forma di dualismo.

Il sospetto è che il corpo-oggetto sia figlio concettuale del corpo- morto. In altri termini, che la separazione di intelletto e materia sia stata operazione di chi desiderava ridonare la vita al cadavere. I tempi della decomposizione, in effetti, danno l’illusione che il nostro corpo sia solo un involucro e che l’io risieda altrove. Ma se è così, non possiamo forse spiegare ogni dualità, ogni forma di sdoppiamento, come una sorta di antidoto allo spavento supremo, quello della morte – definitiva e irrimediabile – dell’individuo? Un antidoto che può avere il prezzo della patologia.

Se infatti riuscissimo a cogliere che è il nostro stesso corpo a perdersi nel Bello e nel Sublime, secondo la celebre Critica di Kant, non diverremmo finalmente in grado di passare dall’“afferrar-lo” all’“afferrar-ci”? Tanto più che non dovrebbe ormai turbare la concezione della nostra identità profonda come res extensa, dopo che da oltre un secolo si parla di inconscio.

È auspicabile allora che il concorso di tante discipline diverse, dalla filosofia alla psichiatria, dalla letteratura alla neurologia, sulla scia di Cuzzolaro, ci aiuti a descrivere nella maniera più convincente quella labile linea di demarcazione posta fra mente e cellule, tra sinapsi e riflessione, fino al punto di dimostrare, forse, la sua inesistenza.


La Repubblica – 27 giugno 2017

domenica 25 giugno 2017

I Templari a Saliceto

C:\Users\Guido\Desktop\Guido\Pictures\sant'anguscten4.jpg

A Saliceto scoperti antichissimi affreschi. Forse tracce di una presenza templare.

Guido Araldo

I Templari a Saliceto

Utilizzando tecnologie sviluppate dell’agenzia spaziale americana NASA, in grado di penetrare sotto l’intonaco superficiale, i ricercatori Luchina Branciani, Maurizio Grandi e Mauro Radicchi hanno rinvenuto nelle chiese di Sant’Agostino e di san Martino, a Saliceto, immagini molto più antiche, sottostanti importanti affreschi quattrocenteschi. In seguito a questa interessante e suggestiva scoperta è stato pubblicato a Roma il libro “I Templari a Saliceto alla luce di nuove indagini archeologiche – prime analisi multidimensionali” cui hanno partecipato Maurizio Benfatto, primo ricercatore presso il gruppo teorico dei Laboratori Nazionali di Frascati dell’Istituto di Fisica Nucleare, Gian Marco Bragadin. scrittore e conferenziere discendete da una famosa casata veneziana, Beatrice Gargano paleografa musicale e lo scrivente, in qualità di storico locale.

Nella sacrestia antica della chiesa di Sant’Agostino (dal tetto traballante e bisognoso di urgente ristrutturazione) totalmente affrescata con dipinti del 1400, nella parete Nord danneggiata dall’implacabile fluire delle stagioni e dall’incuria umana, è emersa l’immagine possente di un cavaliere appoggiato a un grande spadone, probabilmente un Templare. L’immagine riportata sulla copertina del libro. Sulla stessa parete, all’estremità inferiore destra, è emerso un calice nascosto…

C:\Users\Guido\Desktop\Guido\Pictures\sant'aguscten5.jpg

Nella lunetta della parete Sud è stata rinvenuta una sagoma umana con calice: un Templare con il santo Graal in mano? Questa immagine è affiorata sotto l’affresco quattrocentesco raffigurante l’arrivo a Saliceto di San Francesco da Paola, nella parte destra più compromessa. Estremamente intrigante in questo dipinto il traghettatore che, in mancanza dell’obolo, rifiuta a san Francesco da Paola l’accesso a Saliceto. Un traghettatore simile a Caronte sul fiume Bormida senza le braghe, privo di calza alla gamba sinistra, con traccia di un cappio al collo e un demone rosso sul petto simile a fantasma. Precedenti attribuzioni avevano ravvisato nel santo di passaggio a Saliceto ora san Francesco, ma è privo di stimmate, ora san Bernardino da Siena. La mia attribuzione a san Francesco da Paola deriva dal suo miracolo più famoso: l’attraversamento dello Stretto di Messina utilizzando il suo mantello a mo’ di barca. Esattamente come accade a Saliceto per attraversare il fiume Bormida, di fronte al diniego del traghettatore. Ancora oggi a Saliceto si è soliti dire a riguardo di un poveretto: “u-i’ha nent in sòd da pasè Burgna!” (Non ha un soldo per passare bormida!).

C:\Users\Guido\Desktop\Guido\Pictures\sant'aguscten9.jpg

Altrettanto interessante un analogo rinvenimento in San Martino di Lignera, sempre a Saliceto, dal campanile romanico tra i più antichi in Piemonte per le bifore “a stampella” e dai notevoli affreschi quattrocenteschi nel presbiterio: il secondo più importante ciclo pittorico gotico provenzale in provincia di Cuneo, dopo Bastia Mondovì. Nella piccola adiacente sacrestia, sotto il raffinato affresco di un’annunciazione datato 3 luglio 1400, è emerso nella parte superiore sinistra, grazie all’analisi multidimensionale, un enigmatico guerriero saraceno, e all’estremità opposta una bambina rannicchiata, forse impaurita. Trattasi di affreschi antichissimi, di difficile datazione. Anche nella chiesa di Saint Pierre di Moirans sono stati rinvenuti analoghi affreschi di Arabi, antichissimi, in seguito ad analisi multispettrali del dottor Radicchi.

Saliceto, dai quattro monumenti nazionali di grande interesse storico e artistico, non smette di stupire e chissà quante altre cose ancora cela! Le 13 preziosissime reliquie certificate dai papi e non più rinvenute, tra le quali un pezzo della vera croce come nella Sainte Chapelle di Parigi e il sangue in polvere di San Giovanni Battista. In nessuna parte della Provenza, del Piemonte, della Liguria, della Lombardia risulta una tale concentrazione di reliquie, documentate nell’archivio parrocchiale, meta d’antichi pellegrinaggi.

C:\Users\Guido\Desktop\Guido\Documents\Documents\Saliceto_186.JPG


La grande cripta misteriosa sotto l’altare dove riposa una donna dai lunghi capelli rossi che, al contatto dell’aria esterna durante i lavori di rifacimento del pavimento nel luglio 1957, si sono dissolti. Riposa attorniata da tre guardiani: scheletri disposti su pancali di pietra a formare una U rovesciata, con una grande croce di pietra incisa nell’abside. Recenti lavori di risanamento perimetrale hanno evidenziato la presenza di due chiese sottostanti: una romanica, più grande dell’attuale consacrata a Santa Maria, e un’altra più antica, probabilmente paleocristiana. La presenza di cocci romani lascerebbe intendere che queste chiese furono edificate su un preesistente tempio pagano. A quale delle tre chiese risale la cripta? Altrettanto misteriosa la donna bionda sepolta nella navata destra, con sul petto la stessa croce raffigurata nella volta della nicchia in castello: affreschi attribuiti a maestranze di Federico II di Svevia, prima metà del XIII secolo. La figlia dell’imperatore Catterina da Marano che nel giorno del calendimaggio del 1247 andò in sposa al marchese Giacomo Del Carretto?

L’irrisolto recente furto della Via Crucis definita blasfema, non più ritrovata, con una tela, la IX stazione, lasciata sul posto gravemente danneggiata e la distruzione del grande quadro ottocentesco raffigurante san Michele in soccorso alle anime del Purgatorio.

I misteriosi omicidi di preti, mai sufficientemente indagati, che valsero il soprannome ai Salicetesi di “mazaprevi”: l’ultimo nella notte del 28 luglio del 1875 durante una furiosa grandinata, nulla fu apparentemente asportato. A un altro sacerdote, secoli prima, fu amputata la mano destra dopo l’uccisione. I lunghi sotterranei che percorrono il centro storico…   



Il libro è reperibile in Internet, nel sito di Amazon e in ebook.





Tra Ponente ligure e Olanda. Marino Magliani, L'esilio dei moscerini danzanti giapponesi.



Nel suo ultimo libro Marino Magliani raccoglie i fili sparsi del suo percorso esistenziale e artistico. Attraverso il Ponente ligure, la Spagna, l'Olanda si dipanano le tappe di un viaggio quasi iniziatico alla ricerca di un tempo forse perduto o forse ancora da vivere. Un libro intenso e poetico, senza nostalgie consolatorie, scritto con la rude tenerezza di chi, proprio come i nostri vecchi in eterna lotta con una terra povera ed aspra, vive senza illusioni, consapevole della durezza della condizione umana.


Guido Festinese

Nugoli vorticosi di insetti, ovvero moscerini assai danzanti


In Liguria, su certe mulattiere rose dagli anni e da milioni di zoccoli a volte può ancora capitare di vedere la protezione «a coltello». Sono certe lamine affilate e lisce di pietra che stanno le une accanto alle altre, come menhir in miniatura, in punti ventosi, dove la furia dell’aria porterebbe detriti e foglie ad occupare il sentiero. Così è la lingua accorta che usa nei suoi romanzi e racconti Marino Magliani: affilata, precisa, liscia. A protezione. Per salvare il salvabile di quanto può ancora essere detto in modo asciutto e sgombro di qualsiasi cascame retorico, sentimentale o ideologico che possa essere.

La memoria si, l’autobiografia composta e ricomposta da mille prospettive e stimoli indotti da un paesaggio – specchio sì. Il compatimento mai. Sono queste le impressioni che rimangono, forti, appena chiuse le pagine del suo ultimo romanzo – memoir, titolo al solito incantante e foriero di curiosità: L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exòrma).

Nel penultimo Carlos Paz e altre mitologie private lo scrittore ligure da molto tempo con base olandese, in un luogo che è una sfida all’anima, aveva mostrato di padroneggiare registri stilistico – linguistici disparati, come una sorta di supercoordinamento di arti diversificarti in un unico grande corpo narrativo.

Qui la riflessione torna invece a concentrarsi, a trovare un centro ossessivo di riflessione che allarga cerchi concentrici: è l’ «esilio del titolo». La condizione di chi, come Magliani, fa parte di quella generazione di persone che hanno fatto in tempo a vivere scampoli significativi di anni Sessanta e Settanta, e da allora vivono la lacerazione non pacificata del proprio paesaggio interiore affettivo con una continua dromomania, l’ossessione dell’essere continuamente in movimento, di spostarsi per esorcismo personale.

Per Magliani, dopo le esperienze di vita e mestieri duri in mezzo mondo un pendolo continuo tra il paesino della sua Liguria di Ponente e Zeewijk, Olanda, dove il paesaggio è fatto di dune sabbiose, di silenzi spettrali, di freddo e di case ricostruite ogni vent’anni.

I Moscerini danzanti giapponesi ci sono davvero, lì: sono le nuvole di insetti che, migrati dall’Oriente, da mezzo secolo hanno colonizzato le coste sabbiose del Nord. Si muovono assieme in aria disegnando segni, facili prede degli uccelli, in una sorta di balletto sacrificale. L’esilio non perdona, ma lascia posto per un’ultima danza elegante


il Manifesto – 23 giugno 2017

sabato 24 giugno 2017

Shiva sul lettino di Freud. La nostra psiche vista da Oriente


L’Occidente considera universali i suoi concetti della mente, del sé, della sessualità. Ma lo psicoanalista indiano Sudhir Kakar in un suo libro appena pubblicato spiega come questi elementi variano in base alle diverse culture. Ne riproduciamo una pagina in cui si trovano echi continui di quello che René Guénon chiamava pensiero tradizionale. E' la posizione dell'uomo nel cosmo (e non il clima) a fare la differenza fra il pensiero occidentale moderno e quello orientale tradizionale (o almeno ciò che ne resta nel profondo).E sottolineiamo “moderno”, perché un uomo occidentale fino al Cinquecento non avrebbe ragionato molto diversamente dall'autore.

Sudhir Kakar

Shiva sul lettino di Freud. La nostra psiche vista da Oriente


La cultura non è un sistema astratto di idee ma qualcosa che informa le nostre attività quotidiane mentre allo stesso tempo ci guida lungo il percorso della vita. Come comportarsi verso i superiori e i sottoposti nelle organizzazioni, i tipi di cibo più adatti per una vita sana, la rete di doveri e obblighi verso la famiglia - tutte queste cose sono influenzate dalla nostra cultura tanto quanto lo sono le idee che riguardano una vita realizzata, rapporti adeguati tra i sessi o la nostra relazione con la divinità.

Per oltre un secolo il “terroir” della psicoanalisi, per usare il termine del mio collega Anurag Mishra, è stato e continua ad essere occidentale. Contiene numerose idee e ideali culturali dell’Occidente che permeano le teorie e la pratica psicoterapeutica. Condivise da analisti e pazienti e presenti nello spazio analitico in cui i due si muovono, le idee fondamentali sui rapporti umani, la famiglia, il matrimonio, il maschile e il femminile e così via, che sono essenzialmente di origine culturale, spesso non vengono analizzate e vengono considerate universalmente valide. Ora, noi sappiamo che ogni forma di terapia è anche una inculturazione.

In psicoanalisi un paziente alle prese con l’amore di transfert diventa particolarmente sensibile ai suggerimenti del suo analista sui valori. L’analizzando fa presto a cogliere i suggerimenti che inconsciamente modellano le sue reazioni perché è spinto dall’obiettivo primario di far piacere e di essere gradito agli occhi dell’amato analista. Il suo bisogno chi essere “capito” dall’analista dà origine a una forza inconscia che lo spinge a tenere sottotono le parti culturali del suo sé che pensa siano troppo lontane dall’esperienza dell’analista.

    Oriente

Permettetemi a questo punto di fare un solo esempio sul ruolo fondamentale della cultura nel modellare la psiche e sui problemi che ciò pone per la teoria e la pratica psicoanalitica: l’importanza nella cultura indù-indiana della connessione. Che si riflette sull’immagine del corpo, un elemento fondamentale nello sviluppo della mente. Secondo Ayurveda il corpo è intimamente connesso alla natura e al cosmo e non c’è nulla nella natura che non sia rilevante per la medicina. L’immagine del corpo degli indiani quindi sottolinea un incessante interscambio con l’ambiente.

Inoltre, secondo gli indiani, non c’è una sostanziale differenza tra il corpo e la mente. Il corpo è semplicemente una forma grezza di materia ( sthulasharira), così come la mente è una forma più tenue della stessa materia ( sukshmasharira); entrambi sono forme diverse della stessa materia corpo-mente, sharira.

Invece l’immagine occidentale è quella di un corpo chiaramente conchiuso, nettamente differenziato dal resto degli oggetti dell’universo. Questa idea del corpo come una roccaforte sicura dotata di numero limitato di ponti levatoi che mantengono un tenue contatto con il mondo esterno ha notevoli conseguenze. Sembra che il discorso occidentale, sia scientifico che artistico, si occupi principalmente di ciò che avviene dentro la fortezza del corpo dell’individuo. Gli aspetti naturali dell’ambiente - la qualità dell’aria, la quantità di luce solare, la presenza di uccelli e animali, di piante e alberi - se mai vengono presi in considerazione, sono considerati a priori come irrilevanti per lo sviluppo intellettuale ed emotivo. 

     Occidente (tradizionale)

A volte mi chiedo se l’assenza dell’ambiente nei casi clinici o nelle teorie degli occidentali sia anche connessa all’ubicazione della psicoanalisi, alle sue origini in un paese freddo in cui terapista e paziente hanno bisogno di stare chiusi in una stanza al caldo e in cui anche il modello più antico, quello del confessionale, prevedeva uno spazio chiuso. Se la psicoanalisi fosse nata in India, mi domando se non avrebbe seguito il modello tradizionale del guru e del discepolo le cui interazioni avvengono all’aperto, all’ombra di un albero.

Per tornare al corpo, vorrei anche dire che la cultura organizza la differenziazione tra i sessi e la profonda convinzione che gli esseri umani sono maschi o femmine. Ciò appare evidente se pensiamo alle sculture greche e romane che hanno tanto influenzato la rappresentazione dei generi in Occidente. In essa gli dei maschi sono rappresentati con corpi duri e muscolosi sul cui petto non c’è traccia di grasso.

Confrontiamoli con le rappresentazioni scolpite delle divinità indù o del Budda che hanno corpi più morbidi e flessuosi con un accenno di seno, più vicini alle forme femminili. Questa minimizzazione della differenza tra la rappresentazione dei maschi e delle femmine culmina nella forma del grande dio Shiva, mezzo maschio e mezzo femmina, che viene rappresentato con le caratteristiche sessuali secondarie di entrambi i sessi.


La connessione indica anche un’altra direzione per spiegare il mistero della coscienza, il sacro Graal sia della biologia che della psicologia. Nella attuale posizione elevata goduta dalle neuroscienze si ritiene che la coscienza sia un epifenomeno del cervello che deriva dai processi che avvengono in un cervello incapsulato. Secondo gli indiani il cervello non può essere visto come l’origine della coscienza ma come un filtro attraverso il quale una coscienza che tutto pervade passa per diventare la coscienza personale.

A differenza di quella dell’Occidente contemporaneo, l’idea indiana del sé non è quella di un’individualità unica auto-conchiusa. La persona indiana non è un centro di consapevolezza auto- contenuto che interagisce con altri individui simili. Invece nell’immagine dominante della cultura il sé è costituito da rapporti. Tutti gli affetti, i bisogni e le motivazioni sono relazionali. E le sofferenze sono disturbi delle relazioni – non solo con l’ordine umano ma anche con quello naturale e cosmico.

Il mio progetto personale di “traduzione” negli ultimi quarant’anni di lavoro con pazienti indiani e occidentali è stato guidato da un’immagine della psiche in cui l’inconscio individuale dinamico e l’inconscio culturale sono strettamente collegati e l’uno arricchisce, vincola e modella l’altro mentre evolvono contemporaneamente insieme nella vita.


L’autore, classe 1938, è uno psicoanalista, studioso e scrittore indiano. In Italia è appena uscito il suo libro Cultura e Psiche ( Alpes, prefazione di Alfredo Lombardozzi, pagg. 142, euro 15) da cui questo testo è tratto


La Repubblica – 23 giugno 2017