TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 31 marzo 2012

Enrico Franceschini: Ernest Hemingway, Lettere all'amico italiano


Rese pubbliche negli Stati Uniti le lettere di Hemingway a Gianfranco Ivancich, l'amico italiano. Rendono più comprensibili gli ultimi anni dello scrittore, la sua solitudine e (forse) anche la sua tragica fine.

Enrico Franceschini

Ernest Hemingway. Le lettere all'amico italiano


«Gianfranco, è dura scrivere una lettera sulla tua partenza senza diventare sentimentali ed è molto dura scrivere una lettera a Venezia senza nominare Adriana, ma lo sto facendo lo stesso». Lo stile è inconfondibile. È il maggio 1956: dalla sua fattoria nell´Idaho, Ernest Hemingway così scrive a Gianfranco Ivancich, l´amico italiano di vent´anni più giovane, conosciuto al bar dell´hotel Gritti di Venezia e poi diventato "come un fratello"; mentre la sunnominata Adriana, sorella minore di Gianfranco, fu la sua musa negli anni di Di là dal fiume e tra gli alberi, e forse di lei lo scrittore si innamorò. Questa e altre undici lettere mandate a Ivancich dall´autore di Per chi suona la campana, mai pubblicate prima d´ora, sono state acquistate dalla Kennedy Library, che le presenterà ufficialmente domenica a Washington alla presenza di Patrick Hemingway, figlio del grande romanziere. «Offrono nuovi spunti sugli ultimi anni di vita di Hemingway», dice Tom Putnam, direttore della biblioteca-museo intitolata al presidente americano, che non incontrò mai Hemingway ma ne fu un grande estimatore, «sono un tesoro per gli studiosi».

In realtà sono un tesoro per chiunque abbia letto e amato Hemingway. Sono scritte a mano, con la sua caratteristica calligrafia ondulata, e a macchina, firmate talvolta "Mr. Papa" e anche "da entrambi di noi" in riferimento alla sua quarta moglie, Mary, sono spedite da Cuba e da Ketchum, la sua casa nell´Idaho, dal Kilimangiaro, da Parigi e da Madrid. Risalgono al periodo tra il 1953 e il 1960, fino a un anno prima del suicidio dello scrittore, che aveva incontrato Ivancich a Venezia nel 1949: nonostante la differenza d´età erano accomunati da ferite di guerra alle gambe e da altro, il bere, la pesca, l´avventura. Ivancich seguì Hemingway a Cuba per tentare degli affari nell´isola, fu a lungo ospite a casa sua, acquistò a sua volta una proprietà. I due continuarono a sentirsi sino alla fine: Gianfranco fu una delle poche persone presenti al funerale strettamente privato voluto dalla vedova di Hem nel 1961. È stato lui, ora 92enne, a vendere le lettere alla Kennedy Library, nel novembre scorso. «Per me hanno grande valore affettivo», confessa al telefono a Repubblica con voce rotta dall´emozione, «sono lettere private, frammenti della nostra corrispondenza, ricordi di un´amicizia importante». Nel 2008 raccontò quella amicizia in un libro, Da una felice Cuba a Ketchum. I miei giorni con Hemingway (Edizioni della Laguna). Dice: «Certo che andai al suo funerale, era un segno di rispetto per Ernest, per tutto quello che avevamo condiviso insieme».

Nelle lettere emerge una tenerezza che altrove in Hemingway non sempre traspare. Come questa, datata 1953, da Finca Vigia, la sua fattoria cubana, dove lo scrittore parla del dolore che ha provato nell´uccidere uno dei suoi gatti, "Zio Willie", investito da un´auto: «Ho dovuto sparare a persone ma mai a qualcuno che conoscevo e che ho amato per 11 anni e nemmeno a chi faceva le fusa con due zampe rotte». Un gruppo di turisti vanno a fargli visita quello stesso giorno e lui annota nella missiva: «Avevo ancora il fucile e ho spiegato loro che erano arrivati in un brutto momento e che per favore capissero e se ne andassero. Ma il ricco cretino in Cadillac dice: siamo arrivati in un momento quanto mai interessante, appena in tempo per vedere il grande Hemingway piangere perché ha dovuto uccidere un gatto».

In una lettera Hemingway scrive di pesca: «Abbiamo pescato molto e mi sono allenato per bene e rimesso in ottima forma: niente pancia e un colore da indio tostato». In un´altra ironizza con un gioco di parole sul Nobel da poco vinto: «Il libro (Il vecchio e il mare, ndr.) è tornato nella classifica dei best-seller grazie all´ig-nobile (ig-noble in inglese) Premio». Talvolta accenna a questioni finanziarie: Lascia il resto dei soldi per me nella cassaforte del Gritti, grazie tante», comunica a Gianfranco, e nel 1958, in un altro messaggio, parla dei "pagamenti dell´Einaudi" che un certo "Dr. Camerino" forse doveva avergli recapitato dopo un suo viaggio da Mombasa all´Italia. Qui e là sembra di ritrovare l´Hemingway dei migliori romanzi, con i periodi lunghi e il ritmo cadenzato: «Questo è il primo giorno di sole dopo tanto tempo ed è bello come l´inverno dovrebbe essere e come tu lo ricordi». Lo scrittore viene fuori anche nella corrispondenza privata, ma lui si schernisce: «Vorrei poterti scrivere lettere belle come le tue», confida a Gianfranco, ma non gli pare di riuscirci, «forse perché metto tutto nel mio altro scrivere», cioè nei libri. E pochi mesi più tardi, maggio 1960, un anno prima di uccidersi, gli scrive da Finca Vigia: «Ho lavorato terribilmente sodo, scritto più di 100 mila parole dalla fine di gennaio e ogni giorno quando finisco troppo stanco per scrivere lettere. Terminata la prima bozza di questa storia di tori che viene dopo Morte nel Pomeriggio».

Per Gianfranco si avverte grande affetto: «Adesso non ho più un fratello», gli scrive una volta che l´italiano è partito, «e non ho più il mio compagno di bevute». E sempre, di lettera in lettera, ricorre il suo interesse per Adriana, la sorella di Ivancich. «Adriana non ha dato il suo indirizzo di Capri perciò per favore raccontale tutto tu tralasciando le brutte parole», scrive nel ´53. E nel ´59, dall´Idaho: «Gianfranco, sono preoccupato per Adriana e vorrei che tu mi dessi sue notizie, buone o cattive». Insieme alle lettere, la Kennedy Library ha acquistato mezza dozzina di foto: in una, seduto al bar con Gianfranco, sua moglie Mary e altri, Hemingway è accanto ad Adriana e la fissa rapito.

(Da: La Repubblica del 31 marzo 2012)

venerdì 30 marzo 2012

Adriano Sofri, La Spoon River della crisi


Perdere il lavoro vuol dire perdere la libertà. Condividiamo questa affermazione con cui Sofri apre il suo articolo. Il che ci conferma nella convinzione che la difesa dell'articolo 18 non sia, come spesso si legge, la difesa di un tabù, né il portato di una visione ideologica delle cose. Opporsi alla liberalizzazione dei licenziamenti significa difendere la libertà e dunque la democrazia, affermare il diritto alla vita. Guido Seborga, un autore che amiamo, lo aveva già scritto nel suo romanzo "Gli innocenti" del 1961. "Le proteste alzavano di tono, e tutta la popolazione, tranne qualche privilegiato, cominciava a capire che questa volta non si trattava di demagogia [oggi si direbbe ideologia], parola che ispira poca fiducia, ma della necessità reale di difendere la propria vita in pericolo, qui tutte le polemiche si esauriscono, e resta la nuda e cruda realtà".


Adriano Sofri

La Spoon River della crisi

Il lavoro davvero rende liberi, perdere il lavoro vuol dire perdere la libertà. Vi sarete accorti che il rogo fotografato a Bologna l´altro ieri somigliava a quello del giovane tibetano a Nuova Delhi del giorno prima. E i titoli, a poche pagine di distanza: “Il trentesimo tibetano che si è dato fuoco nell´ultimo anno”, “Nel Veneto, già trenta suicidi di imprenditori”. Ieri un operaio edile di origine marocchina si è dato fuoco davanti al municipio di Verona, è stato soccorso in tempo, era “senza stipendio da quattro mesi”. L´altroieri il piccolo imprenditore edile a Bologna, accanto alla sede delle Commissioni tributarie. Si può andare indietro e trovarne uno al giorno, operai disoccupati, artigiani, imprenditori. Sta diventando l´altra faccia dei bollettini delle morti cosiddette bianche.

Caduti sul lavoro, caduti per il lavoro. Una Spoon River della crisi. Giuseppe C., il bolognese di 58 anni di cui hanno raccontato qui asciuttamente Michele Smargiassi e Luigi Spezia, la sua pagina se l´è scritta da solo. “Caro amore, sono qui che piango. Stamattina sono uscito un po´ presto, ho avuto paura di svegliarti… Chiedo a tutti perdono”. Parole pronte per una bella canzone di Lucio Battisti. L´ha scritto anche al fisco: “Chiedo perdono anche a voi”. Una frase terribile, ora che qualche disgraziato ha messo le sue bombe alle porte di Equitalia, e non si può più dire che “bisognerebbe metterci una bomba…”. Imprenditori si impiccano, e curano di farlo nei loro capannoni, nel giorno festivo o fuori dall´orario di lavoro. La classe dirigente, le persone di cui ieri si pubblicano i “maxistipendi” – le maxipersone di cui si pubblicano gli stipendi – saranno magari altrettanto commosse dell´umanità minuta per questo stillicidio di immolazioni disperate. Il fatto è che ai nostri giorni i poveri e gli impoveriti e soli che si danno fuoco hanno fatto tremare i potenti del mondo più di un esercito di forconi.

Questo contagio di suicidi è infatti un segno di resa e di solitudine, ma non solo. È una rivendicazione estrema di dignità. Fa ricordare, dopo una lunghissima parentesi, quella onorabilità borghese per la quale ci si vergognava di una rovina, anche la più onesta, e si scriveva una lettera di amore e di perdono alla famiglia. Affare di gente all´antica: con tangentopoli, i suicidi furono pochi e soprattutto “di rango”, che li dettasse la protesta o la disperazione, mentre un´intera classe dirigente mostrava una pusillanimità incresciosa, ed è stata quella tempra a farla durare, passata la piena, e continuare come e più di prima, salvo non vergognarsene più e non correre più in presidenza a denunciare il cognato. Quella dignità all´antica sembra ritornata negli operai restati senza lavoro, negli imprenditori che si danno del tu coi propri dipendenti e se ne sentono responsabili, negli stranieri che avevano fatto il loro pezzo di salita e si vedono di colpo riprecipitati in fondo.

È questo, la crisi, per tanti: non sapere più come fare, e non rassegnarsi alla destituzione della propria personalità. Perdere il lavoro vuol dire perdere il proprio posto, fisso o no, nel mondo. E non è vero che lo si ceda al prossimo della fila, quel posto sgombrato. Si sono inventati, non so se prima la parola o il fatto, non so se più offensivo il fatto o la parola, gli esodati. Se non ci fossero sindacati e parti politiche e sollecitatori d´opinione a sostenerli, di quale loro gesto si potrebbe stupirsi? È ora, e non durerà a lungo, il tempo di non lasciarli soli: è già un tempo supplementare. Lo sciopero del 13 aprile è un intervento di protezione civile, una scelta fra la dignità solidale e la commiserazione. Le persone che si arrendono, fino al gesto estremo, sentono d´essere abbandonate, “da tutti”. Creditori che la pubblica amministrazione non paga. Imprenditori cui non mancano le commesse ma la fiducia delle banche. Gli uni e gli altri che finiscono in mano agli strozzini. I più grossi se la cavano meglio: hanno i più piccoli cui negare il dovuto. La vicinanza fra morti sul lavoro e morti per il lavoro non è solo simbolica. La crisi spinge a fare in fretta, a risparmiare sulla sicurezza. Costa 100 euro la macchinetta per misurare l´ossigeno nei siti confinati da ripulire, e però gli operai ci si calano lo stesso, i primi a lavorare, gli altri a soccorrerli, e gli uni e gli altri a soffocarci, dipendenti e padroncini. Si muore sotto vecchi trattori rovesciati senza protezione, nonostante leggi e circolari.

Ieri si dava la cifra di un migliaio di suicidi nell´ultimo anno per ragioni economiche legate alla crisi. E in questa situazione volete ancora parlare di articolo 18? Proprio così. Per dire questo, che non è un argomento tecnico, nemmeno di quella tecnica sindacale che ha un importante valore sociale. È un affare di libertà e di dignità delle persone. Delle persone minuscole, della loro libertà con la minuscola. Benvenuti gli appelli a liberarsi dagli ideologismi (una volta o l´altra bisognerà richiedersi che cosa intendiamo per ideologia). Benvenute le cifre che spiegano come siano rari i casi in cui si è applicato il reintegro previsto dall´articolo 18 (e allora perché ci tenete tanto?). Ci saranno pure di qua cuori con un debole per l´ideologia e menti renitenti alle nude cifre, ma le persone che lavorano sentono dire “libertà di licenziare” e pensano che voglia dire libertà di licenziare. Pensano che se i casi sono stati così rari, dev´essere stato anche grazie a quell´articolo 18. E che una volta che lo si sia tolto di mezzo, i casi diventeranno molto meno rari. Che trasferire sulle spalle dell´operaio l´onere di provare che il suo licenziamento “economico” sia pretestuoso, è l´inversione della prova.

E soprattutto sentono che perdere il lavoro è come vedersi crollare il mondo addosso, a sé e alla propria casa. La rovina: e le 15 mensilità al posto del lavoro non ripagano la rovina, ma le aggiungono l´umiliazione. Sbagliano governi e parlamenti a fare come se questi fossero affari di preti, di pompieri e di assistenti sociali. Il movimento operaio è passato attraverso l´ideologia del lavoro e anche l´ideologia del non-lavoro. Non ci si dà fuoco da soli, chiedendo di lasciare in pace la propria donna, per un´ideologia. Lo si fa per una fede offesa, come i giovani tibetani, o per una destituzione di sé, come un padre di famiglia italiano di 58 anni.

(Da: La Repubblica del 30 marzo 2012)

giovedì 29 marzo 2012

Guido Seborga (1909-1990)



Giornalista, scrittore, poeta, drammaturgo, pittore, ma soprattutto uomo libero, schierato dalla parte degli ultimi, degli "innocenti" schiacciati da un sistema che vede nel profitto e nel potere valori assoluti a cui tutto va sacrificato. Un autore attualissimo che aiuta a comprendere il presente.


Guido Seborga (1909-1990)

Non si sceglie dove nascere, ma dove vivere si. Per questo Guido Hess, più noto come Guido Seborga (adottò questo pseudonimo nel dopoguerra), nato a Torino nel 1909, resta la voce più autentica dell'estremo Ponente ligure. Ma la Liguria di Seborga non è un paesaggio disabitato, una cartolina. A Seborga interessavano gli uomini e le donne, soprattutto gli invisibili, quelli di cui nessuno parla, quelli che non interessano a nessuno: Quinto lo scaricatore, Milano l'operaio cacciato dalla fabbrica, Desdemona la bella immigrata calabrese vittima della violenza brutale del potere.

Seborga studiò nella Torino antifascista di Augusto Monti (di cui era stato allievo) e Felice Casorati, di Gobetti e poi di Mila e di Bobbio, ma la sua insofferenza all’ordine lo spinse a nuovi ambienti, conoscenze ed esperienze a Berlino, poco prima dell’avvento del nazismo, poi a Parigi, luogo amatissimo in cui tornò con frequenza lungo tutta la sua vita. L'esperienza parigina, che lo mise in contatto diretto con il movimento surrealista, fu fondamentale nella sua formazione e segnò fra le altre cose l'inizio del suo amore per la pittura. Il biennio 1938-39 rappresenta un periodo centrale nel percorso artistico ed umano di Guido Seborga. Tornato da Parigi, dove ha potuto conoscere e frequentare Tristan Tzara e altri esponenti di punta del movimento surrealista, nel 1938 entra in contatto con Ezra Pound che lo incoraggia a perseguire nella sua ricerca espressiva. Il 1939 è segnato, poi, da tre eventi cardinali della sua vita: il matrimonio con Alba Galleano, l'inizio della stesura del suo primo romanzo, L'uomo di Camporosso, la rottura definitiva con il fascismo e l'inizio dell'attività cospiratoria.

“So di essere nato nel 1939 – scriverà molti anni dopo – quando mi ribellai al fascismo, presi netta posizione, organizzai la lotta clandestina, mi lasciai prendere dalla collera in tutto il mio sangue...”.

La matrice antifascista torinese lo indusse all’azione, alla diserzione dalla guerra fascista e alla partecipazione alla guerra partigiana, prima col Partito d’azione, poi nelle brigate socialiste “Matteotti”. Nel primo dopoguerra di dedicò all’ attività politica nel Partito Socialista. A Roma con Basso diresse la rivista “Socialismo” e collaborò con la direzione del partito occupandosi della politica culturale.

Già presente dagli anni ‘30 sulle principali riviste culturali italiani (Circoli, Campo di Marte, Prospettive, Letteratura, Maestrale), nel dopoguerra contribuì alla riapertura della redazione torinese del ” Sempre Avanti” poi ridiventato “Avanti”, scrivendo su quotidiani e riviste della sinistra italiana e internazionale. Partecipò con Ada Gobetti, Franco Antonicelli, Felice Casorati, Massimo Mila ed altri alla fondazione dell’Unione Culturale di Torino, fu tra gli organizzatori dell’allestimento del Woyzeck di Buchner rappresentato nel ‘ 46 al teatro Gobetti.

A Parigi, dove fu direttore di “Italia Libera” e collaborò a “Europe” e alle ”Editions des Minuit” fu parte dell'ambiente culturale e artistico dei surrealisti, del Cafè Flore, di Sartre, Vercors, Artaud, Eluard, Tzara, di Severini, Franchina e Magnelli, scrivendo di teatro, cinema, musica, letteratura, pittura.

Nel 1948 Mondadori pubblicò nella prestigiosa Medusa degli italiani “L’uomo di Camporosso”, nel 1949 “Il figlio di Caino” accolti con grande interesse dalla critica. Scrittore di forte intonazione realista Seborga racconta di un mondo di diseredati che combattono per la sopravvivenza e per la dignità in una terra ligure aspra e dura. Fu alla sua scuola che si formò il giovane Francesco Biamonti.

Nei primi anni Cinquanta segue come giornalista la grande lotta dell'Ilva di Savona, ne ricaverà materiale per "Gli innocenti" il romanzo della Savona operaia, omaggio grandioso alla città e alla sua gente coraggiosa e fiera. Qualche anno dopo è la volta di "Ergastolo", una storia ambientata nel porto di Genova in cui Seborga descrive la condizione dei lavoratori negli anni del boom economico. Ancora la storia di una lotta, il racconto drammatico di una battaglia per il lavoro e per la difesa della propria dignità di uomini liberi.

Guido Seborga affiancò all’attività di scrittore quella di poeta, presente fin dagli anni giovanili e approdata nel 1965 alla prima di tre raccolte ” Se avessi una canzone” in cui dominano il mare, il sole, il vento, le aspre valli di confine di una terra di ulivi e viti, selvaggia come i suoi abitanti.
Fin da bambino fu affascinato dalle incisioni rupestri della Valle delle Meraviglie, che costituiscono il legame ideale fra poesia e pittura: dagli anni ‘60 riprese a disegnare e dipingere creando nelle “ideografie” una forma di pittura originale che unisce il segno dinamico e le nere silouettes di figure arcaicizzanti alle contrastanti accensioni cromatiche degli sfondi in cui esse si profilano.

Il suo amore per la città di Bordighera si è manifestato negli anni anche con una concreta e attiva partecipazione alla vita culturale del ponente ligure. Seborga partecipò attivamente all’organizzazione negli anni ‘50-’60 del premio di letteratura e pittura “Cinque Bettole” insieme a personaggi di rilievo quali Calvino, Vigorelli, Accrocca,Betocchi, Natta, Balbo; per poi negli anni ‘60 - 70 contribuire alla creazione e allo sviluppo dell’Unione Culturale Democratica di Bordighera nei cui locali con il suo contributo furono organizzate mostre, dibattiti, conferenze, opere teatrali.

Morirà il 13 febbraio 1990, dopo una lunga malattia, all'ospedale Mauriziano di Torino nell'indifferenza quasi generale di stampa e critica.

Un silenzio durato fino al 2003 quando il giornalista torinese Massimo Novelli fa uscire il volume L'uomo di Bordighera, che è al contempo inchiesta giornalistica, tentativo di biografia e appassionato tributo ad uno dei più significativi scrittori del secondo dopoguerra. Da allora l'interesse verso Guido Seborga è andato crescendo: convegni, mostre (Seborga fu anche apprezzato pittore), ricerche, ristampe. Un doveroso risarcimento per un silenzio durato troppo a lungo.





Nel 1961 esce presso l'editore Ceschina di Milano "Gli innocenti" il romanzo in cui Guido Seborga ricostruisce la grande lotta dell'Ilva di Savona del 1950. Il romanzo della Savona operaia, un omaggio sincero e intenso ai suoi lavoratori coraggiosi e tenaci nella difesa dei loro diritti e dell'avvenire economico della loro città.

Lunedì 2 aprile alle ore 17.30 presso il MAP (Museo delle arti Primarie) di Savona, al piano superiore del Mercato Civico in Corso Mazzini, Giorgio Amico, direttore editoriale della Fondazione TribaleGlobale, introdurrà e coordinerà l'incontro:

Identità perduta, la Savona di Guido Seborga

Sarà presente Laura Hess Seborga


"Savona era lucente nella fredda mattina invernale. Pochi giorni prima era caduta la neve sulle colline e montagne intorno. La cittadina si sviluppava stretta alle spalle dalla montagna, di dove scende la ferrovia che viene dal Piemonte, di fronte il mare con le sue insenature, il sacco blu chiuso del porto con la torre di Leon Pancaldo, che fa ricordare in piena vita moderna un mondo antico diventato posticcio in quell’atmosfera di navi di depositi di fabbriche. Le case si allungano sulla costa sino a Spotorno che appare ridente dopo il Capo. Ma dalla parte di Savona la costa è brulla, severa, coi comignoli delle fabbriche; e non c’è demarcazione tra Vado e Savona, ma un susseguirsi ininterrotto di casoni grigi e tristi. Quando verso sera le sirene delle fabbriche lacerano l’aria, le strade e i filobus cominciano a riempirsi di frotte di operai, e anche le biciclette compaiono numerose, e si coglie forse meglio che in ogni altra ora, la qualità della città, durante il giorno le grandi strade sono quasi deserte, solo l’Aurelia mantiene sempre il suo traffico.
Questo è un centro industriale, dove l’organizzazione nazionale e internazionale ha impresso un suo segno, che ha sollevato non pochi drammi umani. Molti uomini anche dai paesi vicini erano venuti qui con la speranza di realizzare degnamente la loro vita nel lavoro. Era una sera fredda e lucente, e gli operai terminato il lavoro uscivano dalla fabbrica...

Da “ Gli innocenti ” 1961

mercoledì 28 marzo 2012

Mario Novaro, Mi cuocio al sole


Bergeggi, una settimana fa.


E' arrivata la primavera e il mare, limpido fra gli scogli, prova a curare le ferite dell'inverno. Noi la festeggiamo con i versi di Mario Novaro.

Mario Novaro

Mi cuocio al sole

Fra un leccio un pino un ulivo
è un tondo d'erba al sole
con rossi cardi timi sfioriti
acerbe spighe d'avena che dondolano sul mare.
Altro non vedo
che questo tondo d'erba alto sul mare.
E mi cuocio al sole
fra voli di farfalle
sparsi canti di uccelli
ansia di mare.

(Da: La Riviera Ligure, n.43, luglio 1915)




martedì 27 marzo 2012

Antonio Tabucchi, Quel vecchio magico atlante dove cercavo l'isola del tesoro


Scrivere è viaggiare alla ricerca di sè e lo scrittore è come un naufrago, aggrappato ad una zattera di parole che cerca la via del ritorno ad un'Itaca perduta. Questo ci piace pensare leggendo queste righe, bellissime ed intense, di Antonio Tabucchi.

Antonio Tabucchi

Quel vecchio magico atlante dove cercavo l’isola del tesoro


La scoperta (e la fascinazione) della letteratura venne con l’adolescenza grazie a un libro “magico”, che per me continua a essere magico, L’isola del tesoro. Quel libro mi trasportò verso oceani favolosi, era un vento che non gonfiava solo le vele del vascello solcato alla ricerca del tesoro, ma muoveva soprattutto le ali dell’immaginazione. Seguendo la fantasia, ma confidando nel principio di realtà, cercavo quell’isola sul mio atlante, che fu l’altro libro “magico”. Era l’atlante De Agostini.

Avevo il mondo davanti a me. Sulla prima tavola dell’atlante, il globo diviso in due come un’arancia, poi le tavole successive dei vari continenti. La cosa che mi affascinava di più era che sulla pagina di destra veniva raffigurato un continente e su quella di sinistra una serie di fotografie “rappresentative” del continente in questione.

Ne ricordo qualcuna per l’Europa: il Colosseo, la Torre Eiffel. Per l’Africa c’erano fra l’altro: le Piramidi, il Kilimangiaro, una moschea del Marocco. Per l’Asia, il porto di Singapore, una pagoda di Tokyo e una veduta di Samarcanda. Era quello, il mondo.

E quella è stata la mia prima idea della Terra. Per me era immutabile e sicura, perché da un lato c’era la rappresentazione astratta della sua forma geografica e dall’altro le immagini fotografiche, il “contenuto”. Ho ancora quell’atlante, ormai inutilizzabile, come un orario scaduto delle ferrovie.

Per me che non ho mai preteso di insegnare niente a nessuno se non gli strumenti di lavoro per ricostruire filologicamente un testo letterario, quell’atlante costituisce un prezioso strumento didattico. Lo tengo da parte per i miei nipoti affinché non pensino, come pensavo io allora, che il mondo sarà sempre quello che conoscono.

(Da: Antonio Tabucchi, Viaggi e altri viaggi, Feltrinelli 2010)

Antonio Tabucchi, L'antifascismo è un valore irrinunciabile


Antonio Tabucchi era un autore che aveva scelto da che parte stare e che a questa scelta ha saputo restare fedele anche nello scrivere. Lo ricordiamo così, con una lettera aperta all'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, scritta nell'aprile del 2001 e pubblicata da MicroMega.


Antonio Tabucchi

L'antifascismo è un valore irrinunciabile

Lettera aperta al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Illustrissimo Signor Presidente,

domani è il 25 aprile, giorno della Liberazione dal fascismo, della vittoria degli alleati sui nazifascisti e dei partigiani sui repubblichini, diventato, proprio per questi motivi, la festa nazionale, cioè di tutti gli italiani. Perché sull’antifascismo è fondata la nostra Repubblica e in esso si riconosce la nostra Patria.

Circa tre anni fa mi è capitato di assistere alla cerimonia dell’ingresso delle spoglie mortali dello scrittore André Malraux nel Panthéon di Francia. La cerimonia era presieduta da Jacques Chirac, presidente della Repubblica, che rappresenta la destra francese, politicamente seguace del partito di quel generale de Gaulle, di cui Malraux era stato ministro, che assieme alle sue truppe, con i partigiani francesi, aveva liberato la Francia dagli invasori nazisti. Ma Chirac non introduceva nel Panthéon un ex ministro di de Gaulle (altrimenti a tutti gli ex ministri spetterebbe un onore simile), bensì un eroe nazionale: il Malraux che da antifascista aveva combattuto nella guerra civile spagnola contro il franchismo e da partigiano nelle formazioni dell’Alsazia contro i nazifascisti. In quella cerimonia l’orchestra, al momento dell’ingresso del feretro nel Panthéon, eseguì l’inno partigiano e la Marsigliese.

L’antifascismo, in Francia come in Italia, non è infatti un «optional»: è un tratto comune delle democrazie europee del dopoguerra.

In Francia, non accettare il principio dell’antifascismo significa essere esclusi dalla vita politica, secondo una rigidissima «conventio ad excludendum» (modellata nel Front Républicain) voluta proprio dalla destra gollista (destra niente affatto morbida); e Jacques Chirac ha preferito perdere le elezioni pur di tener fermo che non si chiedono i voti del partito di Le Pen. E che si possano fare accordi con Le Pen, seppure «tecnici» o sottobanco, è ipotesi che non viene discussa in Francia neppure come tema accademico. De Gaulle ha imposto l’antifascismo come orizzonte comune e invalicabile non solo dell’essere democratici ma addirittura dell’essere francesi: chi flirta con ogni formula di revisionismo fascistizzante o fascistoide, chi giustifica in qualche modo le ragioni di Vichy è considerato un traditore della Patria.

Anche in Germania l’antifascismo è in Costituzione, e reato penale negare o ridimensionare lo sterminio del popolo ebreo (così come degli zingari, degli omosessuali, degli handicappati, degli oppositori politici a Hitler).

In Spagna, anche quei rappresentanti della destra o esponenti che appartennero all’ala morbida del franchismo mai oserebbero oggi rivendicare tale regime. In Portogallo la festa nazionale (25 aprile anche lì) è la Festa della Rivoluzione dei Garofani, cioè della liberazione dal salazarismo, e l’attuale destra portoghese mai si sognerebbe di rifarsi ai principî di quel regime fascistoide. Sarebbe superfluo nominare il Belgio, l’Olanda e la Danimarca, le cui democrazie escludono fermamente ogni rigurgito dei fascismi.

L’antifascismo, dunque non è un «optional» per nessuno, bensì l’irrinunciabile orizzonte comune dell’attuale cittadinanza democratica europea. Ora succede che nel nostro Paese, la cui Costituzione nasce dalla Resistenza e si fonda sull’antifascismo, la destra italiana guardi al nazifascismo con rinnovato affetto, tanto da consentire che i seguaci di quella ideologia che ha portato nella nostra Europa stermini e sciagure vengano legittimati, vezzeggiati, coltivati, permettendo loro una sfacciataggine e un’arroganza che lede la nostra stessa Costituzione. Anche il partito dell’onorevole Berlusconi, come hanno denunciato con allarme Alessandro Galante Garrone e Paolo Sylos Labini, ha compiuto il passo decisivo di un abbraccio funesto che lo qualifica apertamente come destra antidemocratica e parafascista, e proprio per questo si autoesclude dai valori dell’Europa: l’alleanza elettorale con il movimento del nazifascista Pino Rauti, soggetto peraltro ancora indagato per strage dalla magistratura della Repubblica.

L’anno scorso, Signor Presidente, Lei è andato – come avevano fatto i suoi predecessori Sandro Pertini e Oscar Luigi Scalfaro – a rendere omaggio a nome dell’intera Nazione alle 560 vittime trucidate dai nazisti a Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, Comune medaglia d’oro al valor militare. Lei conosce la storia di quell’eccidio, ma mi permetta di ricordarlo ai lettori che ne fossero eventualmente ignari. I nazisti, in assetto di guerra e muniti di lanciafiamme, mossero da tre parti. Una formazione partì da Valdicastello, una seconda da Pietrasanta e una terza, dopo aver assassinato il parroco del paese, mosse da Mulina di Stazzema. Ecco quello che accadde nelle parole dello scrittore viareggino Manlio Cancogni, quando i nazisti arrivarono in paese: «Gli abitanti erano spinti negli anditi, nelle stanze a pianterreno e ivi mitragliati e, prima che tutti fossero spirati, era dato fuoco alla casa; e le mura, i mobili, i cadaveri, i corpi vivi, le bestie nelle stalle, bruciavano in un’unica fiamma. Poi c’erano quelli che cercavano di fuggire correndo tra i campi, e quelli colpivano a volo con le raffiche di mitragliatrice, abbattendoli quando con un grido d’angoscia e di suprema speranza erano già sul limitare del bosco che li avrebbe salvati. Poi c’erano i bambini, i teneri corpi dei bimbi ad eccitare quella libidine pazza di distruzione. Fracassavano loro il capo con il calcio della pistol-machine, e infilato loro nel ventre un bastone, li appiccicavano ai muri delle case. Sette ne presero e li misero nel forno preparato quella mattina per il pane e ivi li lasciarono cuocere a fuoco lento. E non avevano ancora finito. Scesero perciò il sentiero della valle ancora smaniosi di colpire, di distruggere, compiendo nuovi delitti fino a sera».

Leggo sui giornali l’annuncio inaudito di un fatto, che promette di realizzarsi senza che le nostre Istituzioni facciano qualcosa per impedirlo: il 25 aprile a Lucca, a pochi chilometri dal luogo di quell’eccidio, i neofascisti di Forza Nuova, con la complicità del Sindaco di Forza Italia (Alleanza di Forze, a quanto pare), signor Pietro Fazzi, celebreranno il gerarca fascista Pavolini in una palazzina comunale. Analogamente la stessa forza neofascista, sempre il 25 aprile, intende omaggiare Mussolini a Piazzale Loreto. Si tratta di manifestazioni di spregio alla Costituzione e alle leggi della Repubblica da parte di un neofascismo che nel nostro Paese ormai avanza a volto scoperto usufruendo di un’incolumità sorprendente. È un momento molto grave, e i cittadini non possono essere indifferenti alla scelta tra fascismo e antifascismo, né tantomeno equidistanti o neutrali. La nostra democrazia è giovane e fragile, è necessario dedicarle la massima vigilanza.

Illustrissimo Signor Presidente, uno dei motivi della fiducia che ho in Lei e nella sua imparzialità, e che mi spingono perciò a scriverLe, è proprio il suo passato antifascista. Lei, che ha contribuito a portare economicamente l’Italia nell’Europa, sa anche che tale Europa è una realtà politica concreta e operante. L’Europa non accetterà che vengano irrise le conquiste della democrazia in un Paese come l’Italia, così come non lo vogliono tutti i cittadini che sono fedeli alla Costituzione della Repubblica.

Con rispetto

Antonio Tabucchi


(Da: MicroMega, aprile 2001)

lunedì 26 marzo 2012

Ho pena delle stelle. Ricordo di Antonio Tabucchi


Abbiamo amato i libri di Antonio Tabucchi, in particolare "Sostiene Pereira" che ci ha spinto a leggere Pessoa e i racconti di "Il tempo invecchia in fretta". E proprio con Pessoa vogliamo ricordarlo. Con una poesia di una tristezza dolcissima che ben accompagna il ricordo del poeta Giuseppe Conte.

Fernando Pessoa

Ho pena delle stelle

Ho pena delle stelle
che brillano da tanto tempo,
da tanto tempo...
Ho pena delle stelle.

Non ci sarà una stanchezza
delle cose,
di tutte le cose,
come delle gambe o di un braccio?

Una stanchezza di esistere,
di essere,
solo di essere,
l'essere triste lume o un sorriso...

Non ci sarà dunque,
per le cose che sono,
non la morte, bensì
un'altra specie di fine,
o una grande ragione:
qualcosa così, come un perdono?



Lisbona. Monumento a Pessoa fra i tavolini del Caffè Brasileira


Giuseppe Conte

Un narratore di talento ma con un solo capolavoro


Si spegne in autoesilio a Lisbona l'autore di Sostiene Pereira. Nato a Pisa il 24 settembre del 1943, era malato di cancro. Scrittore di successo, dalla critica ebbe più di quanto diede ai lettori. Aveva 68 anni. Il suo ultimo libro è Racconti con figure

Antonio Tabucchi è stato uno dei protagonisti della letteratura italiana di questi ultimi decenni. Dopo un esordio in sordina, con Piazza d’Italia del 1975, e con Il piccolo naviglio, del 1978, libri ancora in qualche modo manieristici, dove il Tabucchi maggiore era solo in incubazione, il successo di pubblico arriverà con Notturno indiano, del 1984, e soprattutto con Sostiene Pereira, del 1994.

Sono due libri che accreditano le immagini che Tabucchi volle dare di sé: il viaggiatore e il difensore della causa della democrazia contro le involuzioni autoritarie. Il primo dei due romanzi è ambientato in India. Il protagonista, in cerca di un amico, compie di fatto un pellegrinaggio esemplare nella realtà indiana, da Bombay (oggi Mumbai), nel cui clima magmatico avviene l’incontro con una prostituta, a Madras (oggi Chennai), dove compare quella segreta e inquietante Società Teosofica fondata da Madame Blavatsky, per approdare a Goa, paradiso degli hippy la cui storia è legata intimamente alla colonizzazione portoghese. Si tratta di un libro di viaggi, in un certo senso pionieristico nell’orizzonte piuttosto ristretto della letteratura italiana, dove il romanzesco è una cornice che racchiude impressioni e sensazioni di chi, viaggiando, va alla ricerca di se stesso e del senso del mondo. Probabilmente, questo libro esile e raffinato, molto apprezzato in Francia, è l’opera migliore di Tabucchi.

Sostiene Pereira, ambientato in Portogallo nel 1943, con i suoi personaggi anch’essi emblematici, il giornalista Pereira e la sua lenta, progressiva presa di coscienza, il giovane Monteiro Rossi, con la sua passione politica, il dottor Cardoso, con le sue bizzarre teorizzazioni, è una riflessione sul rapporto tra libertà di stampa e potere autoritario che trovò subito consensi anche per ragioni extraletterarie. Ebbe un grande successo di pubblico e di critica, vinse il premio Campiello, ne fu tratto un film da Roberto Faenza con Marcello Mastroianni nel ruolo del protagonista. Nonostante questo, non si può dire che Tabucchi abbia espresso il meglio di sé nel romanzo. Il genere romanzo richiede una visione delle cose meno orientata ideologicamente e con maggiore apertura sull’aspetto multiforme, imprendibile della realtà. Tabucchi aveva la misura del prosatore e dell’autore di racconti.

Quando lessi Il filo dell’orizzonte, ambientato a Genova, confesso che feci fatica a trovarvi i colori, i sapori, gli odori della grande città portuale. Ed è difficile leggere come thriller un libro come La testa perduta di Damasceno Monteiro, che è una generosa denuncia del potere quando mostra una faccia violenta con cui copre se stesso e i propri delitti. Scritto direttamente in portoghese, Requiem è invece una cavalcata onirica tra personaggi veri e immaginari che finisce con l’incontro con Pessoa, lo scrittore che ha segnato non soltanto l’opera letteraria, ma anche la vita e il destino di Antonio Tabucchi.

Parlando di lui, si parla di un autore italiano il quale, per amore di un poeta portoghese che ha studiato, tradotto, divulgato secondo un’ottica personale, si è scelto una seconda patria: il Portogallo. In Portogallo sono ambientati i suoi romanzi maggiori, portoghese sembra quella vena di malinconia musicale che percorre la sua prosa.

Dopo anni di lontananza e di qualche sottintesa polemica, incontrai Tabucchi una sera a Parigi, a casa di amici. Inaspettatamente, quando uscimmo, mi propose di fare un tratto di strada insieme. Ricordo un dialogo aperto, franco, e un abbraccio finale, come se tante nostre divergenze valessero meno lì, nel quartiere di Saint-Germain-des-Prés, dove contava il nostro comune amore per la letteratura, per i suoi luoghi, per la sua ambiguità e per la sua verità, connesse inscindibilmente.

L’ultimo libro che ho letto di lui è Racconti con figure, uscito da Sellerio l’anno scorso. Sono brevi prose che hanno a che fare con la pittura e diversi pittori, e hanno una ripartizione squisitamente musicale, divisi tra «adagi», «andanti con brio» e «ariette». Il testamento, mi appare oggi, di un autore che ha dato il meglio di sé nella fedeltà alla scrittura, al sogno, al viaggio, dentro di sé e dentro la conoscenza.

(Da: Il Giornale del 26 marzo 2011)

sabato 24 marzo 2012

Da vedere: "Cosa piove dal cielo?" di Sebastián Borensztein


Quando l'incontro con l'altro diventa riscoperta di se e riconcilia con la vita. Questo il senso di un film tenerissimo e commovente. Da vedere.

Fabio Ferzetti

Solitudine e assurdo dall'Argentina: ecco "Cosa piove dal cielo?"

Che cosa unisce una mucca che piove dal cielo in Cina, un ferramenta che colleziona notizie strambe a Buenos Aires e una vecchia copia de L’Unità, sissignori, l’organo del Partito Comunista Italiano? Per scoprirlo bisogna vedere questa indovinatissima commedia argentina (Un cuento chino, cioè Cosa piove dal cielo?) che dopo aver stravinto al Festival di Roma (Marc’Aurelio d’oro e Premio del pubblico) esce una volta tanto in tempi non biblici. Forse anche perché dominata dal magnetico Ricardo Darín, il grande attore bonaerense di Il segreto dei suoi occhi.

Camice grigio, come usava una volta, a coprire una personalità che grigia certo non è; attenzione maniacale agli articoli in vendita nella sua ordinatissima bottega; odio velato dalle buone maniere per il made in England (anche qui c’è una ragione) e per tutto ciò che è inesatto, approssimativo se non truffaldino (esilarante la scena in cui conta tutti i chiodi di una scatola), l’italo-argentino Roberto De Cesare è un perfetto misantropo dei nostri tempi. Un quieto ma irritabile concentrato di insofferenza, asocialità, blanda paranoia, che vive barricato dietro i suoi riti, i suoi orari, i suoi giornali di ogni parte del mondo che compulsa con diletto cercando notizie strambe e crudeli (ce n’è anche una che viene da Catanzaro). Tenendo a distanza perfino la candida Mari, sorriso ampio come la scollatura e sentimenti altrettanto accoglienti, ma non abbastanza per il corazzato Roberto.

Si può immaginare cosa succede quando in questa esistenza votata all’ordine - un ordine che implica la contemplazione del caos, attraverso i giornali - irrompe un giovane cinese smarrito. Che non parla spagnolo ma è in cerca di un fantomatico zio dopo essere stato al centro della tragicomica e irresistibile scena d’apertura, ambientata appunto al capo opposto del pianeta.

Avrete già capito che queste due solitudini, così distanti in tutti i sensi (geografico, anagrafico, gastronomico...) finiranno per integrarsi e illuminarsi a vicenda. In un susseguirsi di episodi più o meno comici che non escludono note sinistre. Dall’indirizzo tatuato su un braccio del povero Jun come se uscisse da un lager, al poliziotto cui Darin dà una meritata lezione (polizia rima ancora con dittatura, a Buenos Aires), ai mille ricordi che invadono la casa del ferramenta, tutto parla di una vita, forse di un paese bloccato in un passato opprimente. Che finisce per informare anche il gusto abilmente démodé di questo film attentissimo ai dettagli (non una faccia, una luce, un arredo stonato). Rodato in pubblicità e in tv, autore anche dello script, Borensztein ha il gusto, la misura e lo spessore necessari per costruire commedie internazionali ma non banali. Ne abbiamo bisogno.

(Da: Il Messaggero del 23 marzo 2012)

Guido Araldo, La ruota della vita



Come c'è finito un serpente corallo nella bicicletta di un ingegnere di Cuneo? E a chi era diretto un simile regalo: a lui o alla sua amante? Un'indagine del "Commissario" (il protagonista dei noir di Guido Araldo) incalzante e strana da scoprire puntata dopo puntata ogni domenica su Vento largo.



Guido Araldo

La ruota della vita

Il commissario deve fare qualcosa, altrimenti il caso è chiuso, con l’arresto dell’immobiliarista che continua a sospettare innocente. Non smetti di echeggiargli nella mente il suo grido disperato: “Sarò un truffatore, ma non un assassino”. Certo, è un mezzo diavolo, ma non è uno stupido e conosce perfettamente la differenza tra una truffa come quella escogitata alla vecchia segheria, e un omicidio intenzionale, come nel caso dell’ingegnere.

“No! Non è stato lui!” borbotta tra sé il commissario al bar Edelweiss, avanti ad una birra, con lo spettacolo della proprietaria “Tettegrosse” seduta alla cassa. Quelle tette lo ispirano sempre! E accede ancora una volta che tanta abbondanza lo stimoli. Infatti s’interroga: “Perché non andare a porre due domande al vecchio capo cantiere della segheria? Che cosa si sono veramente detti quel vecchietto, che gli è stato descritto arzillo e loquace, e l’ingegnere?
Deve vederci chiaro in questa storia dell’avvelenamento con arsenico!

Il villaggio è il più in quota nella valle alle spalle della città: lunga e tortuosa la strada.
A destinazione, quando il commissario abbassa il finestrino per chiedere informazioni, la vecchia signora chiusa in un ampio scialle non a dubbi:
Ma u-l’è Gespinu.
E gli indica la strada per l’osteria: l’unica in paese.
Gespinu è un vecchietto arzillo, arbiciulù, come dicono da queste parti. Dritto come un fuso, magro come un’acciuga, non un centimetro di pelle senza rughe, totalmente sdentato con la füma (la pipa) eternamente in bocca, sempre spenta.
Gradisce moltissimo il bianchetto che il commissario gli ha offerto e confessa contento:
Mia moglie, quella strega, m’impedisce di bere vino a tavola, a ottantaquattro anni! Ma che vuole, che viva in eterno? E poi, l’acqua fa venire la ruggine allo stomaco!
E giù il bianchetto, tutto di un sorso, avidamente.
Il commissario vorrebbe offrirgliene un secondo, ma viene colto da fantasia improvvisa e vede la moglie arrivare armata di mattarello.
Quando il commissario gli svela il motivo della sua visita, Gespinu si stupisce:
E’ già venuto un altro signore a pormi la stessa domanda dell’arsenico in segheria. Ma che faccenda è mai questa? Chi l’ha messa in giro? Noi non abbiamo mai usato l’arsenico in segheria! Cribbio, lavoravamo legno locale: averna (ontano), castagno, noce, prüz (pero), anche l’arbra (il pioppo). Mettevano l’averna nell’acqua e diventava dura come pietra. Anche il castagno lo mettevamo nell’acqua del fiume vicino, per fargli spurgare il tannino; ma per pochi giorni, altrimenti sarebbe marcito! Lo sa che il castagno “u camura pä” (non teme le tarme)? E’ il legno migliore! Ne segavamo di tavole! Di una qualità che oggi non si trova più in commercio!
Gespinu fissa intensamente il commissario, che capisce e ordina un altro bianchetto.

Adesso le svelo un segreto! Il legname va tagliato secondo la luna! Il pino e tutte le conifere dev’essere tagliato alla luna nuova, mentre tutti gli altri alberi vanno tagliati alla luna piena, altrimenti “e-camuru” (subiscono l’aggressione delle tarme)!
Al commissario interessano relativamente questi antichi consigli e insiste a domandare:
E’ dunque sicuro che nella vecchia segheria non venisse usato l’arsenico?
Ma certo! Crispa! Per chi mi ha preso? Per ‘n badägu? Glielo giuro su cosa ho di più caro: mio nipotino!
Un giuramento che non lascia adito a dubbi.
Gespinu è un gran simpaticone e sorprende il commissario con una domanda:
Sa che cos’è la ruota della vita?
La ruota della vita?
Sì, la ruota della vita! Il Tarocco numero 10!
Si spieghi meglio!
Il commissario ha intuito che sarà una spiegazione interessante.
Gespinu desidererebbe un terzo bianchetto, ma sa che sarebbe eccessivo.
Tutto si basa sul desiderio di successo!
S’interrompe e precisa:
Badi bene, commissario: il desiderio di successo, non il successo di per se stesso!
Continui!
Il desiderio di successo è l’energia: il motore che fa girare la ruta della vita. E’ un successo se il leone, nella savana, raggiunge la gazzella, ed è un successo se la gazzella riesce a sfuggirgli!
Il commissario annuisce non senza convinzione e Gespinu prosegue:
Ma con gli uomini è più semplice! A tre anni il successo è non pisciarsi nella braye (nelle braghe).
Altro cenno di assenso del commissario, che comincia a sogghignare.
A dodici anni il successo è avere molti amici.
Un terzo bianchetto ci starebbe proprio bene!
A diciott’anni il successo u-l’è pijè ra patent (è prendere la patente)!
Come dargli torto?
A vent’anni il successo è una bella morosa (fidanzata).
Gespinu sembra masticare: ha davvero la bocca asciutta, secca.
Io, a vent’anni ne avevo tre di morose!
E le elenca:
Pinota del Vallone, Sciandrina d’ra Scküpà e Marieta del bric du Sû (del bricco del Sole).
Poi esclama:
Allora e-tirävu pu dui pej ‘d brigna che ‘na cubia ‘d bö!
Quindi ritorna alla ruota della vita:
A trent’anni il successo sono due cose: le amanti e i soldi.

Il commissario vorrebbe battergli la mano sulla spalla per congratularsi e, anche, per scusarsi della rinuncia a ordinare un terzo bianchetto.
A quarant’anni c’entra anche la promozione sociale: brüta besctia! Non a caso, i più ambiziosi si buttano in politica sperando di sfondare, e la politica significa tutto: promozione sociale, soldi, tanti soldi, e belle donne, tutte puttane!
E poi? - Domanda il commissario con l’intenzione di spronarlo, mentre il sogghigno di assenso sulle sue labbra si è accentuato.
A cinquant’anni si torna concretamente alle donne e ai soldi. E’ a questa età che capitano, tra capo e collo, gli innamoramenti peggiori, con ventenni e trentenni, quasi sempre delle gran bagasce.
Gespinu alza la mano come per scacciare un’invisibile mosca.
Uh, ne avrei di esempio da portarle! Soprattutto oggi, con tutte queste forestiere in giro!
Poi continua:
E allora sì che di palanche (soldi) bisogna averne!
Il commissario è tentato di ordinare un terzo bianchetto.
A sessant’anni il discorso si fa già complicato. Ormai i soldi o si sono fatti, o si sono soltanto sognati. A sessant’anni il successo è tutta una questione di piciu dü, tutto qui! Se s’ingrossa ancora “munsù trinchetu” tra le gambe, allora c’è la salute e tutto va bene!
Il commissario si lascia andare e gli batte la mano sulla spalla: questa è filosofia!
A settant’anni il successo è di nuovo una faccenda di patente: ora bisogna cercare di mantenerla questa benedetta patente e di non farcela fregare dalla commissione medica, quando viene l’ora del rinnovo!
E poi? – domanda il commissario curioso, con un filo di voce.
A settantacinque il successo è di nuovo una faccenda di amici: per giocare a bocce, per parlare delle amanti fantasticate e anche per pisciare in compagnia sotto la luna, una volta tanto!
E bravo munsù Gespinu! – esclama il commissario congratulandosi.
Ma l’arzillo vecchietto non ha finito:
A ottant’anni si è tornati all’inizio della ruota della vita e il successo, come accade a me, è non pisciarsi nelle braye!
Il commissario non si trattiene e ordina:
Ancora un bianchetto!
E Gespinu sorseggia con gioia il vino frizzantino paglierino, delizia del palato, autentico nettare divino, che probabilmente lo aiuta a urinare, possibilmente fuori dai pantaloni.
All’improvviso sorprende il commissario.
Ho saputo che il galantuomo, che l’ha preceduto a farmi domande sulla storia dell’arsenico nella segheria, è stato ammazzato.
Si, è proprio così!
Lo hanno ammazzato per la faccenda della segheria? Ma è una fesseria!
Un favore lo deve al signor commissario, dopo tre bianchetti che lo rendono allegramente ciarliero, e prosegue:
Quel signore mi raccontò tutta la storia, inclusa quella dell’amico che aveva sparso l’arsenico per acquistate la proprietà a prezzi scontati, anzi scontatissimi.
Il volto asciutto, dalle centinaia rughe dove occhi azzurri sembrano dei naufraghi, si apre in un sorriso sdentato.
Che stupidi gli eredi di padron Ernestu: il vecchio proprietario della segheria! Se fossero venuti da me, gli avrei spiegato ogni cosa e avrebbero realizzo il doppio, se non il triplo nella vendita della segheria. Invece si sono spaventati e hanno svenduto la proprietà! Con padron Ernestu non sarebbe successo!
Il commissario intuisce che il vecchietto sta per svelargli qualcosa e lo sprona:
Mi dica!
Non osa ordinare un quarto bianchetto: potrebbe essere accusato di tentato omicidio!
Sa perché definisco un galantuomo chi l’ha preceduto qui, a farmi le stesse domande?
Il dito indice di Gespinu sale in alto con un incerto moto ascendente.
Quel brav’uomo non voleva tradire il suo amico: lo spargitore d’arsenico! Era tormentato, perché onesto fino al midollo. Lui stesso mi disse che, in fin dei conti, quell’arsenico sparso qua e là attorno alla segheria era un peccato veniale, e non aveva fatto male a nessuno, se non al portafoglio degli eredi di Padron Ernestu. Mi spiegò anche che quel furbastro lo aveva ammassato sul greto del fiume, dopo una frettolosa bonifica, e il veleno era stato lavato da un’alluvione dopo l’altra, e non ha arrecato danno neppure ai pesci!
Grazie! Grazie infinite signor Gespinu!
Il commissario sta per andarsene quando il vecchietto commenta:
A mio parere soltanto una donna, una mezza masca, ha avuto la “marizia” di mettere un serpente velenoso come “u scpessù” (la vipera spessone) nel cestino di una bicicletta!
Il commissario si sente generosa e gli ordina un gelato: la “coppa del nonno”.
Il sorriso sdentato torna sulle labbra di Gespinu che lo ricorre con la sua voce roca e asprigna, allo stesso tempo:
Sciur cumisarj, chu s’ariorda d’ra roua d’ra vita!

continua

Guido Araldo è nato a Saliceto, vive a Cuneo. Autore di numerosissime opere fra cui 22 romanzi storici, alcuni dei quali apparsi in Francia a cura delle edizioni Harmattan di Parigi, 18 gialli noti come "gli enigmi del commissario" e 3 saggi sulla storia dei templari e l'esoterismo occidentale. Nel 2000 ha vinto il primo premio del concorso letterario “Galeotto del Carretto” con il libro Prèscricia, la Pietra Scritta. I suoi libri sono presenti nel catalogo online Feltrinelli. Per informazioni più dettagliate si invita a consultare il sito Editoriale l'Espresso "ilmiolibro.it".

Artisti italiani a Helsinki



Dal 16 febbraio il Museo di Saarijärvi, in Finlandia, ospita con grande successo di pubblico e di critica la mostra “Saluti dall’Italia”; una collettiva di artisti italiani, scelti da Alberto Ferretti - curatore della mostra - per rappresentare uno spaccato dell'arte contemporanea italiana nel cuore della Finlandia centrale. Le opere, di stili e poetiche diversificate, coprono un'ampia gamma delle correnti artistiche contemporanee.

Fra gli espositori anche il nostro amico Bruno Cassaglia delle cui performance più volte ci siamo occupati su Vento largo.

La mostra,in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Helsinki, sarà visitabile fino al 9 aprile prossimo.

Gli artisti invitati: Tiziana Baracchi, Fiorenzo Barindelli, Patrizia Biaghetti, Manuela Biagini, Gabriele Buratti, Annalisa Campailla, Luisella Carretta, Gianni Caruso, Olga Casa, Bruno Cassaglia, Pierluigi Catteneo, Carmela Corsitto, Marisa Cortese, Michele De Luca, Alberto Ferretti, Raffaella Formenta, Giorgio Gatto, Stefania Gesmundo, Margherita Levo-Rosenberg, Ruggero Maggi, Grazia Mazzarello, Emanuela Mezzadri, Dorina Monaco, Virginia Monteverde, Maurizio Morandi, Riri Negri, Gianni Noli, Giuseppe Pellegrino, Fulvio Pereda, Marco Ponte, Franco Repetto, Roberto Sanchez, Chiara Scarfo, Daniela Zampini, Guido Ziveri, Roberto Zizzo.

venerdì 23 marzo 2012

Identità perduta. La Savona di Guido Seborga




Lunedì 2 aprile 2012
Ore 17.30
nei locali del MAP (Museo Arti Primarie)
c/o Mercato civico
Corso Mazzini, Savona

Giorgio Amico
parlerà su
Identità perduta. La Savona di Guido Seborga

La rivoluzione del '900 e quella del social network

giovedì 22 marzo 2012

Barbara Spinelli, Il male oscuro dell'Europa


Concordiamo con quanto scrive Barbara Spinelli sullo Stato-nazione. Pensiamo che il sistema sociale capitalistico sia entrato in una crisi profonda che, prima che economica, è di civiltà; e che la mancanza di sbocchi visibili stia generando mostri. "Socialismo o barbarie" aveva scritto Rosa Luxemburg all'inizio del secolo scorso e la guerra mondiale venne presto a darle ragione. Oggi si pone lo stesso dilemma, ma su scala immensamente più vasta e distruttiva.


Barbara Spinelli

Il male oscuro dell’Europa



Tutti ci stiamo trasformando, senza quasi accorgercene, in tecnici della crisi che traversiamo: strani bipedi in mutazione, sensibili a ogni curva economica tranne che alle curve dell´animo e del crimine.

L´occhio è fisso sullo spread, scruta maniacalmente titoli di Stato e Bund, guata parametri trasgrediti e discipline finanziarie da restaurare al più presto. Fino a quando, un nefasto mattino, qualcosa di enorme ci fa sobbalzare sotto le coperte del letto e ci apre gli occhi: un male oscuro, che è secrezione della crisi non meno delle cifre di bilancio ma che incide sulla carne viva, spargendo sangue umano. La carneficina alla scuola ebraica di Tolosa è questo sparo nel deserto, che ci sveglia d´un colpo e ci immette in una nuova realtà, più vasta e più notturna. Come in una gigantesca metamorfosi, siamo tramutati in animali umani costretti a vedere quello che da mesi, da anni, coltiviamo nel nostro seno senza curarcene. Il naufragio del sogno europeo, emblema di riconciliazione dopo secoli di guerre, e di vittoria sulle violenze di cui Europa è stata capace, partorisce mostri. Non stupisce che il mostro colpisca ancora una volta l´ebreo, capro espiatorio per eccellenza, modello di tutti i capri e di tutti i diversi che assillano le menti quando son catturate da allucinazioni di terrene apocalissi.

In tedesco usano la parola Amok (in indonesiano significa «uccisione-linciaggio in un impulso d´ira incontrollata»), e tale è stato l´attacco di lunedì alla scuola di Tolosa. Uno squilibrato, ma abbastanza freddo da uccidere serialmente, ammazza in 15 minuti il maestro Jonathan Sandler, due suoi figli di 4 e 5 anni (Gabriel e Arieh), una bambina di 7, Myriam. Chi cade preda dell´amok è imprevedibile e socialmente reietto, ma se ha potuto concepire il crimine (e spesso parlarne sul web) vuol dire che per lungo tempo non si è badato al pericolo, che l´ambiente da cui viene era privo di difese immunitarie. I massacri nelle scuole sono considerati episodi tipici del comportamento amok. Nella cultura malese l´assalto amok evoca lo stato di guerra, ma l´omicida seriale interiorizza la guerra. La spedizione militare è condotta da individui che vivono nel nascosto, ed escono allo scoperto in una sorta di raptus. Non dimentichiamo che il nazismo quando prese il sopravvento aveva caratteristiche affini, e assecondava la furia amok: «Marcia senza approdo, barcollamento senza ebbrezza, fede senza Dio», così lo scrittore socialdemocratico Konrad Heiden descriveva, nel 1936, la caduta di milioni di tedeschi nel nazismo e nell´«era dell´irresponsabilità». È nelle furie di quei tempi che hanno radice i contemporanei massacri palingenetici, e anche lo spavento stupefatto che scatenano. Non era stato detto, a proposito delle fobie annientatrici: «Mai più?». Invece tornano, perché un tabù infranto lo è per secoli ancora. Il piccolo racconto di Zweig (Amok è il titolo) racconta proprio questo: l´esplosione in mezzo a bonacce apparenti di una "follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun´altra intossicazione alcolica". Un torbido passato ha fatto del medico protagonista un mutante: nella solitudine si sente «come un ragno nella sua tela, immobile da mesi». Amok è scritto nei primi anni Venti: un´epoca non meno vacillante della nostra. Già prima del ´14-18, Thomas Mann vedeva l´Europa sommersa da «nervosità estrema».

«L´amok è così – spiega Zweig nel racconto– all´improvviso balza in piedi, afferra il pugnale e corre in strada… Chi gli si para davanti, essere umano o animale, viene trafitto dal suo kris (pugnale, in malese, ndr), e l´orgia di sangue non fa che eccitarlo maggiormente… Mentre corre, ha la schiuma alle labbra e urla come un forsennato… ma continua a correre e correre, senza guardare né a destra né a sinistra, corre e basta. L´ossesso corre senza sentire… finché non lo ammazzano a fucilate come un cane rabbioso, oppure crolla da solo, sbavando». Ci furono opere profetiche, negli anni ´20-´30: i film Metropolis e Dottor Mabuse di Fritz Lang, o il racconto di Zweig. Dove sono oggi opere che abbiano quell´orrida e precisa visione del presente?

Se fosse un caso isolato non ne parleremmo come di un fatto di cultura, colmo di presagi. Ma non è un evento isolato, solo criminale. Quest´odio del diverso (dell´ebreo o del musulmano o del Rom: tre figure di capro espiatorio) pervade da tempo l´Europa, mescolando storia criminale e storia politica. E ogni volta è una fucilata subitanea, che interrompe finte normalità. Fu così anche quando nella composta Norvegia scoppiò la demenza assassina del trentaduenne Behring Breivik, il 22 luglio 2011. L´attentato che compì a Oslo fece 8 morti. Il secondo, nell´isola Utoya, uccise 69 ragazzi.

Fenomeni simili, non immediatamente mortiferi, esistono anche in politica e mimeticamente vengono imitati. Nell´America degli odii razziali, in prima linea: l´odio suscitato da Obama meteco tendiamo a sottovalutarlo, a scordarcene. Ma l´Europa è terreno non meno fertile per queste idrofobie umane, peggiori d´ogni intossicazione alcolica. Colpisce la loro banalizzazione, più ancora del delitto quando erompe. In Italia abbiamo la Lega, e banalizzati sono i suoi mai sconfessati incitamenti ai linciaggi. Nel dicembre 2007, il consigliere leghista Giorgio Bettio invita a «usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Lo anticipa nel novembre 2003 il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni, che menzionando un gruppo di clandestini sfrattati prorompe: «Peccato. Il forno crematorio di Santa Bona è chiuso». Il gioco di Renzo Bossi (vince chi spara su più barche d´immigrati) è stato tolto dal web ma senza autocritiche.

Com´è potuto succedere che gli italiani divenissero indifferenti a esternazioni di questa natura? Com´è possibile che l´Europa stessa guardi a quel che accade in Ungheria alzando appena le sopracciglia? Eppure il premier Viktor Orbán, trionfalmente eletto nell´aprile 2010, non potrebbe esser più chiaro di così. Il suo sogno è di creare un´isola prospera separata dal turbinio del mondo: una specie di autarchia nordcoreana. A questo scopo ha pervertito la costituzione, le leggi elettorali, l´alternanza democratica, scagliandosi al contempo contro l´etnicamente diverso. A questo scopo persegue una politica irredentista verso la diaspora ungherese in Europa. Il sacrificio di due terzi del territorio nazionale, imposto al Paese vinto dal trattato di Trianon del 1920, è definito «la più grande tragedia dell´Ungheria moderna». Ben più tragica dello sterminio di 400.000 ebrei e zigani nel 1944. Il vero scandalo dei tempi presenti è la punizione inflitta alla democrazia greca, e la non-punizione dell´Ungheria di Orbán. I parametri economici violati e gli spread troppo alti pesano infinitamente più dell´odio razzista, della banalizzazione del male che s´estende in Europa, della democrazia distrutta.

In due articoli sul Corriere della Sera, il 7 e 12 marzo, lo storico Ernesto Galli della Loggia ha difeso lo Stato-nazione oggi derubato di sovranità: lo descrive come «unico contenitore della democrazia», poiché senza di lui non c´è autogoverno dei popoli. È una verità molto discutibile, quantomeno. Lo Stato nazione è contenitore di ben altro, nella storia. Ha prodotto le moderne democrazie ma anche mali indicibili: nazionalismi, fobie verso le impurità etnico-religiose, guerre. Ha sprigionato odi razziali, che negli imperi europei (l´austro-ungarico, l´ottomano) non avevano spazio essendo questi ultimi fondati sulla mescolanza di etnie e lingue. La Shoah è figlia del trionfo dello Stato-nazione sugli imperi. Vale la pena ricordarlo, nell´ora in cui un fatto criminoso isolato, ma emblematico, forse ci risveglia un po´.

(Da: La Repubblica del 21 marzo 2012)