TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 27 luglio 2012

Sotto controllo. Letture femminili in Italia nella prima età moderna




Per secoli in Italia si è considerato pericoloso che le donne leggessero. Un libro ricostruisce questa vicenda utilizzando i documenti del Santo Uffizio.

Agostino Paravicini Bagliani

Lettura sostantivo femminile

Con la nascita dell'Europa moderna l'accesso delle donne alla lettura si fa più frequente e regolare. Fenomeni del genere hanno sempre una preistoria, talvolta lunga. Negli ultimi secoli del Medioevo, un nuovo modo di raffigurare il libro - non più come nell'Alto Medioevo chiuso o offerto (il che rinvia al libro come oggetto sacro e fonte di dottrina) ma aperto e letto - segnalava già fondamentali modifiche nell¿accesso alla cultura scritta, grazie alla lettura. In molte di queste rappresentazioni, il libro è tenuto aperto e letto da figure femminili, prima fra tutte la Vergine Maria.

Ricostruendo la storia delle scuole a Venezia del Tre e Quattrocento, Gherardo Ortalli aveva già avvertito che, malgrado l'impossibilità di fornire dati precisi, non si può parlare allora di alfabetismo massiccio. Certo è che nel Cinquecento, anche per il progredire delle fonti scritte, come quelle del S. Uffizio, ora accessibili agli storici, il fenomeno appare più ampio e complesso. Lo dimostra il recente e importante libro di Xenia von Tippelskirch,
Sotto controllo. Letture femminili in Italia nella prima età moderna (Viella, euro 28).

Si trattò di un fenomeno che dovette fare i conti con ostacoli di ogni genere, anzitutto di carattere sociale. Si è ad esempio calcolato che a Venezia verso la fine del Cinquecento quasi il 15 per cento dei "putti" andava a scuola da un maestro contro soltanto lo 0,1% delle ragazze peraltro nobili e cittadine. È vero che l'educazione delle ragazze avveniva per lo più in casa, il che rende difficile farsi un'idea più precisa del fenomeno. Ma è anche vero che proprio per questa ragione le ragazze di estrazione popolare rimanevano escluse da potere apprendere a leggere e a scrivere.

La percentuale di ragazze che avevano imparato a leggere in ambito domestico doveva comunque essere alta se, sempre a Venezia, alla fine del Cinquecento, circa il 13% delle donne sapevano leggere (contro però il 33% degli adulti maschi). Preso nel suo insieme, l'alfabetismo in molte regioni dell'Italia nella prima età moderna appare comunque più alto di quanto non si fosse pensato. Stando a Xenia von Tippelskirch è quindi difficile ora sostenere la tesi secondo cui l'alfabetismo nell'Europa cattolica fosse allora meno ampio rispetto all'Europa protestante del nord Europa.

Alle ragazze si insegnava a leggere ma non necessariamente a scrivere. A Venezia, nel 1584, in occasione della visita pastorale si ricorda alle monache del monastero di Santa Marta «che non dobbiate - insegnare alle fie che havete in monasterio a cantar sonar balar né scrivere». Per molto tempo in Europa, saper leggere non significava affatto sapere anche scrivere e questo divario valeva soprattutto per il mondo femminile. Inoltre, l'insegnamento doveva avvenire in ambiti ben definiti. Singolare è la vicenda che interessa un gruppo di «sei zitelle» che a Perugia accoglievano nella loro casa «una quantità di piccole per imparare di leggere e cominciano dall'ABC». Il prete Giovan Stefano Spinola le aiutava, organizzandone il finanziamento e persino il vescovo di Spoleto espresse il suo apprezzamento. Richiesto dall'inquisitore di Perugia come comportarsi, il S. Uffizio ordinò però - siamo nel 1640 - di far sciogliere la comunità.

La società
tout court assiste con sospetto a questo progressivo ampliamento della lettura femminile. Già nella novellistica italiana dal Tre al Seicento, l'alfabetismo era considerato come un pericolo per la moralità della donna. Ludovico Domenici, autore di un diffuso trattato su La nobilità delle donne (1565), riesce però a prendere le distanze parlando con ironia di certi «uomini da poco» che temono che se la moglie «legge i sonetti del Petrarca, le novelle del Boccaccio o i romanzi dell'Ariosto» rischia di perdere «la honestà sua, et subito non si doni in preda a gli amadori suoi».

Talvolta, sono le stesse donne a farsi carico dei limiti imposti dalla società, laica e religiosa. Maria di Portogallo, moglie di Alessandro Farnese, che sapeva leggere in portoghese (la sua madrelingua), italiano, spagnolo e latino, si autodisciplina rifiutando di leggere «libri che trattassero d'amore, e a lei stessa ho sentito dire che mai non havea letto né Petrarca, né Furioso, se non una o due volte venti o trenta versi» (1578). Santa Teresa d'Avila racconta nella sua Vita (1601) che in gioventù «se non havevo qualche libro nuovo, non mi pareva esser contenta». Ma ora le pare «esser mala cosa di consumare molte hore del giorno, e della notte» nella lettura (si trattava dei romanzi cavallereschi, come
Don Chisciotte), che considera «sì vano essercitio».

Non sorprende insomma se nel Cinquecento si impone un duplice ideale di lettrice - colta e devota. L'immagine della lettrice colta traspare, ad esempio, dall'aumento di libri che contengono dediche alle donne. Di 1.400 titoli cinquecenteschi scelti tra i formati piccoli nei fondi di tre biblioteche milanesi (Braidense, Trivulziana, Sormani), 134, ossia circa il 10%, sono dedicati a una o più donne. E' una percentuale molto alta se messa a confronto con l'alfabetismo femminile in Italia.

L'immagine di lettrice colta deve però convivere con quella di lettrice devota. Nel suo
Theatro delle donne letterate (1620), dedicato alla duchessa di Mantova Margherita di Savoia, Francesco Agostino Della Chiesa, cosmografo e storiografo alla corte sabauda, dirà che Lucrezia della Rovere (morta nel 1579), essendo rimasta vedova «si diede alla lettione dele cose scritte in lingua toscana, e in quella si compacque tanto», ma «tutto spendeva nel studio de buoni libri, e massime di quelli che trattano delle cose sacre».

(Da: La Repubblica del 26 luglio 2012)

Xenia von Tippelskirch
Sotto controllo. Letture femminili in Italia nella prima età moderna
Viella, 2012
Euro 28

giovedì 26 luglio 2012

Guido Araldo, Agosto




Nella moderna società industriale il passare dei mesi non riveste particolari significati, ma nel mondo contadino ad ogni mese erano collegate feste e ricorrenze che in forma religiosa segnavano lo svolgersi delle scadenze agricole e il rinnovarsi ciclico della natura.


Guido Araldo

Agosto

Il sesto mese negli antichi almanacchi prese il nome da Ottaviano Augusto, il principe primus inter pares tra i senatori che trasformò definitivamente la repubblica di Roma in un impero personale e regnò sul mondo all’epoca noto per circa mezzo secolo. Agosto è un mese in cui abbondano “santi importanti”…

San Pietro in Vincoli

San Pietro è il santo che costituisce la pietra basilare della Chiesa, ed è commemorato in due momenti dell’anno: abbinato a San Paolo nella festività che conclude il periodo del solstizio d’estate a fine giugno, e al 1° di agosto, che corrisponde alla “festa antichissima di mezza estate”, a “metà strada” tra il solstizio d’estate e l’equinozio di autunno.
Secondo alcuni studiosi “ nell’area celtica” il primo giorno di agosto corrispondeva alla festa del dio Lug: divinità attestata inequivocabilmente dal nome Lugdugonum, la più grande città nelle Gallie in epoca romana, la cui toponomastica rievoca un grande mercato che vi si teneva all’inizio del mese di agosto in onore del dio Lug, preludio delle famose fiere della Champagne (la Campagna francese) mille anni dopo. Si ritiene che quel grande mercato, comune probabilmente a tutte le città e ai maggiori villaggi “celtici”, fosse occasione di gare sportive, grandi banchetti sotto le stelle ai quali si doveva partecipare disarmati e, forse, di gare di eloquenza.
San Pietro, poi, presenta un’anomalia iconografica: secondo le sacre scritture la chiave del paradiso è una e per quale motivo, invece, tiene presso di sé due chiavi?
L’altra è la chiave del Purgatorio?
Domande che rimandano ancora una volta al dio Giano, custode delle porte della vita, dove le due porte maggiori sono la nascita e la morte; ma anche, come già precisato, custode delle porte del cielo: i solstizi. E san Pietro è il custode delle due chiavi del cielo! Inoltre, a riguardo, occorre ricordare che i papi, eredi di san Pietro, non hanno mai rinunciato al titolo pagano di “sommo pontefice”, ovvero i massimi costruttori del ponte che idealmente collega la terra al cielo. In tal senso essi sono davvero i più antichi sacerdoti al mondo, custodi di una tradizione che si perde nei millenni.

Nostra Signora delle Nevi (o della Neve)

Il 5 agosto dell’anno 352 nevicò a Roma e i suoi abitanti trovarono imbiancati, all’alba, i sette colli: testimonianza di un’annata sicuramente straordinaria, con gravissime conseguenze in agricoltura. Inevitabilmente a tale anomalia meteorologica furono collegati vari sogni premonitori, miracolosi, a cominciare dal vescovo di Roma. La leggenda vuole che un patrizio romano di nome Johannes, in sintonia con la moglie fervida credente, senza figli, avesse deciso di dedicare una chiesa alla Vergine Maria e che la Madonna in sogno anticipò loro un miracolo: la neve! Anche papa Liberio fece lo stesso sogno e il giorno seguente, recatosi sull'Esquilino coperto di neve, tracciò il perimetro della nuova chiesa che prese nome di Santa Maria "Liberiana" e, più popolarmente, "ad Nives". Ora basilica di Santa Maria Maggiore. Un culto antichissimo, risalente dunque agli albori del cristianesimo.
Presso i Greci, e prima ancora presso i Minoici e i Micenei, la dea delle nevi era Chione, che finì per identificarsi in Diana – Artemide presso i Romani: la divinità della notte e, anche, della stagione invernale, anche delle streghe un tempo benefiche, profondamente radicata nell’archetipo dei popoli sulla sponda settentrionale del Mediterraneo.
Anche in questo caso, per certi versi, il culto di Nostra Signora della Neve, diffusissimo fino a pochi anni fa, fu una necessità: celebrato in piena estate, ma la Nostra Signora nei giorni invernali.
Chione, in greco, significa neve!
Il mito vuole che fosse nipote di Borea: il terribile vento del Nord, la tramontana che porta l’inverno. Sposò dapprima il dio del Sole, poteva essere diversamente? Con il trionfo del sole – Apollo nel cielo il nonno Borea si ritira, lasciando il campo a Zefiro. In seguito Chione andò in sposa ad Hermes, l’araldo degli Dei che, appena la vide, sedotto da tanta bellezza, l’addormentò con la bacchetta magica in grado d’infondere il sonno e con lei si accoppiò. L’unica colpa di Chione, dai candidi capelli, fu proprio quella d’essere bellissima e un giorno, incauta, si vantò d'esser più bella della stessa dea Artemide che, furente, la trafisse con una freccia. Per il dolore suo padre si gettò dalla cima del Parnaso, ma Apollo accorse e lo trasformò in uno sparviero… E in seguito Chione finì per identificarsi con la stessa dea.
In epoca medievale e anche barocca il culto di Nostra Signora delle Nevi o più semplicemente Madonna della Neve era particolarmente diffuso in tutta l’Europa. Per certi versi è straordinario che non esistano, a quanto mi è noto, raffigurazioni della Madonna tra la neve…

A Saliceto la festa della Madonna della Neve ricorreva alla prima domenica di agosto ed era la festa che chiudeva il ciclo del grano, ormai ospitato al sicuro nei granai. L’intero paese si trasferiva sulla collina a meridione, attorno alla bella chiesa barocca della Madonna della Neve, poggiante su fondamenta antichissime. La festa si concentrava su due momenti: la messa solenne mattutina e un grande pasto collettivo nei prati circostanti. Gli osti del borgo vi si trasferivano con padella e marmitte su carri. Ma pare che ci fosse un rito antico che precedeva la santa messa: un rito che si portò via la “grande guerra” del ’15 – ’18; quella che cambiò il mondo, com’era solito dire mio padre classe 1902. Un rito pagano: la pesatura dei bambini nel piccolo coro e la corresponsione, in sacchetti depositati davanti all’altare, del grano corrispondente al peso dei bambini. All’epoca i bambini erano numerosi e il grano, ritirato dal parroco, non doveva essere poco: quasi una mietitura postuma ecclesiastica. Un rito antichissimo di cui si hanno testimonianze in area mesopotamica ai tempi di Babilonia. In me resta soltanto il ricordo di un parente “Pinu Maìen”, che quando scendeva al borgo dal Mu (il quartiere dei Mori) con la gentilissima moglie Neta che mi portava ciambell, veniva sempre a far visita alla mia famiglia, come da antica tradizione. In quell’occasione ebbe a dirmi, prima di avviarci tutti verso la Madonna della Neve: “’na vota e-i’avriu peisäte ‘d cò ti!” “una volta avrebbero pesato anche te!”. Pesarmi? E per quale motivo?
La pesatura dei bambini con le stadere usate per i sacchi di grano era un rito propiziatorio durante il quale sicuramente venivano recitate preghiere: la protezione della Madonna sui pargoli in cambio di un’offerta agricola, il prezioso grano, come avveniva con le divinità pagane.
Interessante il nome Pinu Maìen derivante da Pinu mäch-ìen ovvero Giuseppe soltanto uno, poiché figlio unico: situazione rara a cavallo tra i secoli XIX e XX. E ancora oggi, per gli anziani di Saliceto, i suoi discendenti sono soprannominati ‘d maìen.
Di Pinu Maìen mi è rimasta impressa nell’età infantile un’altra battuta “perché ‘t-lävi nent a süch” “perché non ti lavi senz’acqua?”: non dovevo avere, da bambino, molta familiarità con l’acqua!

San Lorenzo

San Lorenzo si festeggia il 10 agosto e la sua festa coincide con l’evento naturale più straordinario in cielo che da sempre suggestiona l’umanità: le stelle cadenti.
Inoltre a san Lorenzo è collocato al termine del ciclo agricolo più importante: quello della mietitura e trebbiatura del grano. Con i preziosi chicchi del grano al sicuro nei granai grande era la festa!
Ma sono le “stelle cadenti” che rendono famoso nel mondo San Lorenzo. Un fenomeno astronomico che ieri, più di oggi, generava una grande suggestione in tutti i popoli; poiché ieri, più di oggi, si era soliti alzare lo sguardo verso il cielo stellato, non ancora contaminato dall’inquinamento luminoso delle nostre città.
E’ noto, infatti, che l’affascinante fenomeno “stelle cadenti” fu oggetto di culto presso quasi tutte le civiltà antiche. In Grecia e a Roma le “stelle cadenti” venivano associate alle lacrime degli Dei, versate per le sventure che perseguitano il genere umano: un’insolita “pietas” celeste verso le sofferenze dell’umanità.
Quest’interpretazione persistette, ovviamente, anche nella tradizione cristiana e in questo caso “le stelle cadenti” non alludono soltanto ai tizzoni ardenti che resero rovente la graticola del martire, ma sono anche identificate nelle sue lacrime, che ogni anno si trasformano in scintille di fuoco cadenti sulla terra nel giorno del suo martirio: un’edizione aggiornata e adattata dei miti antichi.
La leggenda di una morte tanto desueta, su una graticola rovente, elaborata da sant’Agostino più di cent’anni dopo la persecuzione di Valeriano, è assai improbabile, poiché san Lorenzo è descritto come cives romanus nel sacramentario leoniano. Ma questo tipo di martirio suscitò sempre un grande interesse tra le masse popolari, misto a indubbia morbosità.
Ad ogni modo, val la pena di evidenziare ancora una volta che, più della graticola rovente, ad esaltare la figura quasi mitica di san Lorenzo provvede il fenomeno celeste delle “stelle cadenti”, connesse indissolubilmente al suo martirio per l’impressionante regolarità con cui si manifestano in cielo, per omnia sæcula sæculorum.
A san Lurenz u-i’è anchû temp, a san Roch u-r’è en pò-trop = a san Lorenzo c’è ancora tempo, a san Rocco è troppo tardi: la pioggia nella prima metà di agosto è molto preziosa per la campagna, poi un po’ meno.
Un tempo a Saliceto, durante la festa di san Lorenzo motivo di una grande festa patronale con annessa fiera, si benedicevano i buoi sul piazzale della chiesa parrocchiale, dopo la santa messa solenne; mentre ora si benedicono i trattori rumorosi e fumosi: autentico specchio dei tempi!



mercoledì 25 luglio 2012

Pierre Bourdieu



Scheda: Pierre Bourdieu

Nato nel 1930 nel Sud Ovest della Francia da una famiglia d’origini modeste, Pierre Bourdieu raggiunge Parigi nel 1951 per frequentare l’Ecole normale supérieure dove si confronterà con il mondo borghese e intellettuale della capitale.

Terminati gli studi filosofici, nel ’55 parte per l’Algeria dove, oltre ad essere assistente all’università d’Algeri, condurrà le sue prime ricerche sulle trasformazioni sociali nel Paese nordafricano. Nel ’61 rientra in Francia e dopo aver insegnato alla Sorbona e all’Università di Lille, diventa direttore di studi all’Ecole des hautes études sciences sociales. È anche l’anno in cui pubblica insieme a Jean-Claude Passeron il suo primo lavoro importante, Les Héritiers, in cui analizza la scuola e la trasmissione della cultura nella società divisa in classi.

Per Bourdieu, infatti, l’origine sociale degli studenti è il più importante fattore di differenziazione, più per motivi culturali che economici. A casa loro i figli dei quadri superiori apprendono la cultura naturalmente, «come per osmosi», grazie all’ambiente familiare. Per i figli delle classi sfavorite, invece, la scuola rimane l’unica via d’accesso alla cultura. La scuola sarà allora democratica solo se riuscirà a farsi carico di questa ineguaglianza di partenza. Nel ’65 pubblica, insieme a Luc Boltanski, Robert Castel e Jean-Claude Chamboredon, Un art moyen, saggio che mette in luce le norme sociali che regolano la pratica della fotografia nei differenti milieu. E’ anche il periodo in cui Bourdieu è sotto l’ala protettrice di Raymond Aron che gli affida la codirezione del Centro europeo di sociologia.

Nel ’68 i due rompono e Bourdieu fonda il suo Centro di sociologia europea. Gli avvenimenti di quell’anno lo lasceranno scettico e vi dedicherà un’analisi solo nel 1984 (Homo academicus). Nel ’70, sempre insieme a Passeron, pubblica La Reproduction in cui torna sui temi de Les Héritiers e descrive i meccanismi della selezione sociale attraverso la scuola. Se nella società dell’Ancient Régime si trasmetteva un titolo o uno statuto e nella società borghese un’eredità o un capitale, la Repubblica, secondo Bourdieu, ha introdotto, in nome dell’uguaglianza di tutti, un nuova barriera di classe: quella della cultura trasmessa attraverso i diplomi. In questi anni l’obiettivo principale di Bourdieu è fondare una propria scuola sociologica e per questo moltiplica l’attività del suo Centro e nel ’75 fonda la rivista Actes de la recherche en sciences sociales. Il ’79 è l’anno della consacrazione. Dopo Un art moyen, Bourdieu era tornato ad analizzare la dominazione nelle pratiche culturali in L’Amour de l’art, ma è nel suo capolavoro La Distinction. Critique sociale du jugement che la sua analisi è sviluppata completamente.

Il sottotitolo del libro allude alla Critica del giudizio di Kant, secondo il quale il senso del bello si spiegherebbe attraverso un giudizio trascendentale e soggettivo, cioè attraverso un buono o cattivo gusto personale. Per Bourdieu invece il gusto è implicato nella società e con questa ha a che fare. Non si amano gli stessi prodotti artistici in milieu differenti, così come gli stessi prodotti sono socialmente marchiati. Il gusto è inoltre segno di prestigio e piacerà una tale musica o una tal altra a seconda della più o meno accentuata preoccupazione di distinguersi.

Lo stesso anno della Distinction Bourdieu riceve la cattedra di sociologia al Collège de France, ma l’ascesa sarà segnata anche da una serie di rotture con i suoi più stretti collaboratori tra cui gli stessi Passeron e Boltanski. Negli anni Ottanta, mentre il suo successo cresce anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti dove terrà numerose lezioni, Bourdieu applica le sue analisi, tra l’altro, al campo linguistico (Ce que parler veut dire).

L’économie des échanges linguistiques), alla scuola (La Noblesse d’Etat) e alla filosofia (L’ontologie politique de Martin Heidegger). Nell’89 presiede una commissione di riflessione sui contenuti dell’insegnamento per conto di François Mitterrand, mentre nel 1992 pubblica il celebre Les règles de l’art. Genèse et structure du champ littéraire in cui propone una socio-analisi che ricolloca l’opera di Flaubert nel campo letterario francese della fine del XIX secolo, allora in piena costituzione. Il ’93, anno di acuta crisi sociale, è l’anno in cui vede la luce il monumentale La misère du monde.

Sotto la direzione di Bourdieu, ventitre sociologi vi hanno raccolto interviste con i più vari personaggi del panorama sociale: lavoratori immigrati, disoccupati, infermieri, abitanti della banlieue, poliziotti, studenti, etc. L’intento è quello di portare alla luce una miseria che non è solo una «miseria di condizione», ma una miseria più moderna, «di posizione», nella quale l’aspirazione alla felicità si scontra con impedimenti che sfuggono: una violenza nascosta prodotta dai «verdetti scolastici, del mercato del lavoro o immobiliare, dalle aggressioni insidiose della vita professionale».

Portare alla coscienza i meccanismi che rendono la vita dolorosa «non risolve, ma permette a quelli che soffrono di scoprire la possibilità d’imputare la loro sofferenza a cause sociali e sentirsi così discolpati». Inizia qui la stagione più impegnata di Bourdieu. Tra lavoro accademico ed editoriale (pubblica fra gli altri Raisons pratiques, Sur la télévision, Méditations pascaliennes, La Domination masculine, Langage et pouvoir symbolique), partecipa all’appello degli intellettuali in sostegno degli scioperanti in occasioni del movimento sociale del ’95.

Nel ’98 è a fianco dei disoccupati che occupano l’Ecole normale supérieure e lancia sulla stampa una crociata contro gli intellettuali, i giornalisti, i «saggisti di corte» e, attraverso loro, il neoliberalismo. Con José Bové e i responsabili del movimento Attac incoraggia la costituzione di una rete di forze critiche e progressiste per lottare contro la globalizzazione economica. Il 24 gennaio 2002, quello che è stato uno dei più grandi intellettuali dell’epoca contemporanea, si spegne a Parigi.

Lu. Se.

(Da: L'Unità del 24 gennaio 2012)

Pierre Bourdieu, Donna e sguardo maschile




Un testo del grande sociologo francese. Una riflessione sulla percezione femminile del proprio corpo come "corpo per l'altro" in una società totalmente mercificata.

Pierre Bourdieu

Così dall’antichità a oggi la sottomissione della donna sta nello sguardo maschile



Esistono molti lavori di antropologia comparata relativi all’area mediterranea che tendono a mostrare che la Cabilia, per ragioni storiche, ha funzionato come un luogo in cui si è preservato intatto una specie di inconscio mediterraneo, quell’inconscio rintracciabile sia nei
testi della Grecia antica sia della Grecia attuale o dell’Italia del sud, ma anche della Spagna o in genere di tutte le coste del Mediterraneo. La Cabilia ha conservato questo sistema ancora funzionante e di conseguenza ci mette sotto gli occhi il nostro stesso inconscio culturale in materia di mascolinità e di femminilità. Ciò è dovuto alla costanza delle strutture simboliche sulle quali è basata la nostra rappresentazione della divisione del lavoro tra i sessi.

E se questa costanza è attestata, si pone la questione delle condizioni sociali che la rendono possibile. In altre parole, che cosa deve esserci di specifico nella logica del simbolico di cui fa parte la rappresentazione dell’opposizione maschile-femminile affinché, al di là dei cambiamenti economici, al di là delle trasformazioni tecnologiche, si possano cogliere somiglianze così profonde tra stati così differenti della società?

Se il dominio maschile può perpetuarsi, senza dubbio con alterazioni, ma minori di quanto non si creda, nonostante i cambiamenti tecnologici ed economici sopravvenuti, ciò ha forse a che fare con il fatto che l’ordine simbolico, o quello che chiamo il mercato dei beni simbolici, costituisce un ambito relativamente autonomo rispetto all’ordine economico e all’ordine tecnologico.

Esiste una logica specifica dell’economia dei beni simbolici distinta da quella economica, e questa logica può in parte funzionare anche all’interno dell’ordine più strettamente economico (e qui avrei potuto ricordare un bel lavoro sulle hostess a pagamento che in Giappone accompagnano gli uomini a spese delle grandi società, lavoro che mostra come le burocrazie moderne utilizzino le strutture più tradizionali della divisione del lavoro tra i sessi per assolvere funzioni economiche ultra-razionali).

La logica specifica dell’economia simbolica si perpetua infatti perfino negli ambiti più strettamente economici come quello delle imprese e viene osservata soprattutto in determinati universi, per esempio quello della produzione culturale (non è un caso se si tratta di uno dei campi più femminilizzati), della letteratura, dell’arte, della televisione, della radio, o quello religioso (dove si incontrano, e ancora una volta non è un caso, molte forme di volontariato femminile), e infine nell’ordine domestico.

Andrebbe anche mostrata, ma anche questo richiede troppo tempo e spazio, la logica specifica di questa economia e ciò che fa sì che essa si perpetui anche a dispetto di tutte le necessità economiche nelle società più pervase dalla logica capitalistica.

Ma soprattutto è necessario mostrare che alla base della situazione dominata della donna, e del suo perpetuarsi al di là delle differenze temporali e spaziali, c’è il fatto che in questa economia la donna è più oggetto che soggetto. Vanno ricordate a questo punto le famose analisi di Lévi-Strauss sullo scambio delle donne reinterpretandole in maniera tale da introdurvi la dimensione politica (penso al dominio che presuppone lo scambio e che si compie e si riproduce attraverso di esso). Mi soffermerò un attimo solo sul ruolo passivo attribuito alla donna e che mi sembra trovarsi, ancora oggi, a fondamento del rapporto che le donne hanno con il proprio corpo, un rapporto che ha a che fare con il fatto che il loro essere sociale è un essere-percepito, un percipi, un essere per lo sguardo e, se si può dire così, un essere tramite lo sguardo, suscettibile di venire utilizzato, a questo titolo, come un capitale simbolico.

L’alienazione simbolica alla quale sono condannate, visto che sono destinate a essere percepite e a percepirsi attraverso le categorie dominanti cioè maschili, si ritraduce nell’esperienza stessa che le donne fanno del proprio corpo e dello sguardo degli altri che è stato messo molto ben in luce e analizzato da una fenomenologa americana di cui non avrò purtroppo il tempo di riassumere l’analisi. Poiché temo molto di essere frainteso, cercherò di spiegarmi con un esempio, rifacendomi a un bell’articolo sulle donne e lo sport. L’articolo mostra che la pratica intensiva di una certa disciplina sportiva determina nelle donne una trasformazione del rapporto con il proprio corpo e permette loro di accedere a una visione di esso che si potrebbe definire maschile; consente loro insomma di avere un corpo per sé invece di essere un corpo per gli altri, dà loro un corpo che è in sé il proprio scopo. Cosa che lascia peraltro chiaramente emergere il fatto che il corpo imposto in tempi normali è dunque un corpo-per-l’altro, un corpo abitato dallo sguardo degli altri, un essere percepito.

L’alienazione legata al fatto di avere un corpo visibile, e di trovarsi quindi sempre sotto lo sguardo degli altri, presenta gradi diversi: è tanto più potente quanto più si scende nella gerarchia sociale perché si hanno più opportunità di avere un corpo poco conforme ai canoni dominanti. E trova il proprio limite proprio nelle donne alle quali l’esperienza del corpo come corpo per l’altro si impone con forza particolare per via del ruolo che è loro prescritto nel mercato dei beni simbolici, dove sono oggetto, essere percepito, capitale simbolico, che devono gestire – e di cui sono in qualche maniera le contabili – davanti agli uomini. La trasformazione del rapporto con il corpo attraverso lo sport si accompagna a una trasformazione profonda dei rapporti con gli uomini. Le donne smettono in questo caso di apparire femminili, cioè disponibili, almeno simbolicamente. Il loro rapporto con il proprio corpo è cambiato al punto che non rispondono più alle attese socialmente costituite su che cos’è una donna. Si potrebbero senza dubbio fare considerazioni simili per quanto riguarda il cambiamento del rapporto con il corpo legato alle professioni intellettuali.

Un’ultima parola per esprimere un rimpianto: ho ricordato l’esistenza di un’economia dei beni simbolici relativamente autonoma rispetto alle basi economiche della società – un’autonomia relativa, evidentemente –, ma non ho analizzato su che cosa si fonda tale autonomia e il modo in cui si radica nella logica della riproduzione biologica e soprattutto sociale. Non ho mostrato come le nuove tecnologie della riproduzione biologica, per esempio, possono contribuire a trasformare la dicotomia produzione/riproduzione che è il fondamento dell’economia dei beni simbolici. Lungo questa strada, avrei potuto affrontare il problema del nesso tra rapporti sociali tra i sessi e rapporti sociali tra le classi. Ma non posso fare altro che enunciare i titoli dei temi che avrei voluto trattare e fermarmi.

Questo testo è apparso sulla rivista Cahiers du Genre, 2002/2, n. 33 e pubblicato sul n. 112 di Lettera Internazionale.

(Da: La Repubblica del 24 luglio 2012)



martedì 24 luglio 2012

Toni Negri, Qualche questione sullo stato dei movimenti




Anche quando le sue teorizzazioni non ci convincevano, abbiamo comunque sempre riconosciuto a Toni Negri coerenza teorica e capacità di analisi rare nel quadro di quella che fu la Nuova Sinistra. Anche questa sua riflessione su crisi e passività sociale ci pare di grande interesse nonostante il soggettivismo accentuato tipico dell'autore.

Toni Negri

Qualche questione sullo stato dei movimenti: apriamo la discussione

Alcuni compagni americani ed europei mi chiedono: ma perché in Italia non c’è stata Occupy? Perché l’unica espressione della moltitudine in lotta rimane attualmente il movimento della Val di Susa? Con un paradosso evidente: i no TAV, se hanno certamente radicamento forte, se esprimono una tonalità originale di lotta di classe nella post-modernità, non possiedono le caratteristiche dei movimenti Occupy – un’espansività generale della proposta sociale, una potenza destituente delle vecchie gerarchie della rappresentanza – e soprattutto non possiedono ancora realmente una dinamica allargata di costituzione politica “comune” che apra a radicali rivolgimenti politici…

Ora il paradosso è anche un altro. Perché porsi questa domanda proprio quando la dinamica di Occupy sembra già esaurita? Più generalmente: quando le primavere arabe sono in buona parte terminate sotto il tallone dei militari, nella tragedia della guerra civile o, dulcis in fundo, hanno prodotto regimi islamici che sembrano annunciare restringimenti di libertà e di pratiche politiche appena riscoperte, restaurazioni del vecchio sotto gli orpelli, semmai più tremendi di quelli delle vecchie dittature, del teologico-politico? Quando i movimenti europei sono stati soffocati dalla mefitica atmosfera della crisi economica, e quelli americani sono lì lì dall’essere assorbiti dalle macchine politiche che dominano ormai interamente le scadenze elettorali?

Ma forse la realtà può essere letta altrimenti. Il movimento Occupy, laddove è insorto, quand’anche fosse stato sconfitto, ha rinnovato l’orizzonte dell’azione politica, sconvolgendo il fondamento dei programmi costituzionali e imponendo una nuova immagine della democrazia, affermando il “comune” al centro – nel cuore, e all’orizzonte – di ogni progetto sociale. Occupy è il movimento che più sembra aver approssimato l’esperienza della Comune di Parigi: ha segnato un passaggio senza reversibilità alcuna; ha, fin dentro la sua sconfitta, spalancato un insieme di possibili che ridefinisce d’ora in poi il mondo che verrà. In questo senso, ha vinto: ha costituito nuova grammatica politica del comune. Da Occupy non si torna in dietro.

Torniamo allora al punto. Perché dunque in Italia non c’è stata Occupy? La questione è irrilevante dal punto di vista della tendenza; è invece importante se vogliamo capire localmente l’agenda politica che avremo da gestire nei prossimi mesi – un’agenda i cui effetti immediati, concreti, biopolitici, riscontrabili nella materialità delle esistenze, dei modi di vita, dei sogni e delle disperazioni, non possono – non debbono – essere ignorati.
In Italia, probabilmente, non c’è stata Occupy perché, in buona parte, i movimenti italiani non hanno ancora superato l’orizzonte socialista novecentesco: questa loro continuità, ed il peso della loro tradizione, soffoca il nuovo regime dei desideri, delle aspirazioni, delle sperimentazioni – insomma di quello che abbiamo chiamato le nuove potenze costituenti del comune – che pure le nuove generazioni portano con sé quando si aprono al politico. Quella continuità ha fatto dell’Italia un paese in cui la politica dei movimenti, nonostante le repressioni feroci, è sopravvissuta a se stessa e ha permesso la trasmissione di esperienze e saperi delle lotte essenziali; ma allo stesso tempo, ha paradossalmente impedito che nuove sperimentazioni si facessero strada. Il patrimonio delle lotte, cosi prezioso, non può diventare patrimoniale: se cede alla tentazione, diventa a sua volta ciò di cui tanto aveva sofferto in altri tempi: istanza di occultamento, obbligo di silenzio, volontà di cecità.

Nella loro lunga storia, i movimenti italiani si sono essenzialmente espressi (successivamente o simultaneamente) in tre “luoghi” della pratica politica: nelle fabbriche, nelle università e nei centri sociali.

Ora, però, nelle fabbriche sono spesso schiacciati da una improvvida alleanza che essi stessi hanno tentato con l’organizzazione socialista del mondo del lavoro. Solo raramente l’ideologia della produttività è stata assunta nelle fabbriche come il nemico da combattere; quando lo è stata, ce ne siamo scordati. La trasformazione del lavoro a cavallo fra XX e XXI secolo non è stata riflettuta per quello che effettivamente è (e che i movimenti, precisamente, trent’anni fa, hanno contribuito a rendere evidente): una trasformazione radicale – dall’operaio massa all’operaio sociale; dal lavoro materiale al lavoro “immateriale”, linguistico, cooperativo, affettivo; fino all’egemonia del lavoratore cognitivo. Sindacati socialisti e sindacatini fabbrichisti hanno troppo spesso continuato a considerare il lavoro “bene comune”, cioè niente di più – e niente di meno – che la “giusta misura” dello sfruttamento capitalista.

Nelle scuole e nelle università, poi, l’autonomia dei movimenti, anche quando ha contestato il “merito” – e troppo poche volte lo ha fatto in maniera realmente efficace e schietta – non è quasi mai riuscita a incarnare, materializzare e organizzare una vera domanda di libertà dei saperi. Raramente ha provato a costruire lotte attorno allo studio, alla formazione, alla qualificazione in quanto programmi di costruzione politica del comune. E spesso si è arenata nella strenua difesa di un “pubblico” ormai incapace di proteggere le scuole e l’università contro il loro smantellamento, e diventato strumento principe della messa al lavoro della produzione sociale. Il riformismo non è mai cosa bella – in alcuni casi, facendosi coraggio, lo si capisce quando, disperatamente, cerca di salvare il salvabile; ma lo si odia quando si fa complice delle politiche del peggio: assoggettamento, declassamento, disciplinarizzazione, sfruttamento, disprezzo – il tutto per salvare uno Stato che sembra poco preoccupato di salvare i suoi “cittadini”.

Quanto al modello dei centri sociali, che è stato fondamentale – in particolare nella fase post-repressione che ha caratterizzato il difficile guado dalla fine degli anni ’70 ai primi anni dei ’90, ha troppo spesso perso ogni prospettiva politica che non fosse subordinata all’interesse della propria riproduzione, della propria sopravvivenza. I centri sociali sono stati, per la maggiore, luoghi, strumenti, prodotti di una stagione di lotte continuata con altri mezzi nonostante la sconfitta degli anni ’70; ma sono diventati, in tanti casi, il fine di se stessi – l’unico orizzonte di una realtà ormai ridotta al proprio desiderio di permanere in qualsiasi modo. Molti si sono dunque piegati alla dura legge dell’imprenditorialità, perdendo man mano ogni prospettiva politica. Hanno smarrito ogni capacità di azione e non a caso stanno spesso, negli ultimi anni, ripiegando su linee istituzionali a livello locale e/o nazionale. Certo, localmente, l’analisi può sembrare ingiusta. In molti casi, lo è. Ma la domanda va posta lo stesso: siamo sicuri che il modello “slow food” sia davvero adeguato alle scommesse e alle sfide davanti alle quali la crisi ci mette? O che l’imprenditorialità “buona” basti a dimenticare il gioco al massacro che si sta svolgendo subito fuori dalle mura, nelle nostre vite?

Insomma: tre luoghi “storici” dell’autonomia sociale, che hanno reso possibile la resistenza e l’organizzazione, la sperimentazione di pratiche, l’invenzione di altri modi d’azione; ma tre luoghi che, proprio perché “storici”, sembrano oggi sempre più inadeguati. Tre luoghi che troppo frequentemente sembrano pezzi di modernariato della nostra memoria, ricchezze patrimoniali un po’ imbalsamate: foglie di fico ben leggere davanti all’incedere della realtà. Tre luoghi che sono diventati tre “beni comuni” come sempre lo sono stati nelle parrocchie, il lavoro, lo studio e il patronato – laddove bene comune significa solo bene vicino, locale, bene di condivisione, bene da condividere in famiglia. Il comune, se non è il prodotto di una dinamica costituente, si riduce a ciò: una serie di commons sicuri di suscitare consenso popolare – come non essere d’accordo con la difesa della natura, il buon vivere, la genuinità, il buon gusto –, e spesso immediatamente travisati da discorsi di elogio dell’Ancien Régime: quanto si stava bene prima – prima dell’Europa, prima delle macchine, prima della tecnica, prima della modernità, prima della globalizzazione, prima dell’operaio sociale, prima del consumo di massa. Evviva: torniamo a Peppone e don Camillo, alla dignità del lavoro operaio, all’Italia che vive di poco e lavora tanto, alle balere. Per carità, lasciamo alla Chiesa e alla Lega, o a quel che rimane del vecchio PCI che non finisce di sopravvivere alla propria morte, quella assurda e mortifera nostalgia.

Non contenti di questo, molti movimenti sociali si sono infilati in una strada contorta e buia, accettando i ricatti loro posti sulla questione della “violenza”, sulla valutazione della democrazia rappresentativa e delle sue istituzioni, sono stati colpiti di accecamento davanti alla corruzione che le infestava. Che ci volesse l’ultima sentenza su Genova per capire da quale parte stava la violenza? E quale giochetto infame avevano fatto e continuavano a fare tutti coloro che, di fronte ad un movimento in crescita (che andava di pari passo con crescita del disagio, della disperazione e della rabbia di tutti quelli che oggi, letteralmente, non ce la fanno più) ricattavano ad ogni motto “riottoso” – “violenza si, violenza no”?

Molti, nei centri sociali, hanno cercato alleanze politiche dentro un quadro parlamentare che andava disfacendosi ed hanno stretto alleanze sindacali che hanno avuto l’effetto opposto a quello che era realmente desiderato: hanno spinto i sindacati ancor più verso posizioni corporative, negando ogni tematica di reddito sociale o di alleanza con altri strati precari. In certi casi, hanno perfino considerato le rivolte arabe, i riots inglesi, e alcune forme di auto-organizzazione come passaggi negativi, come regressioni politiche, come pure “spontaneità” infra- o impolitiche. Siamo sicuri che provare a capire prima di giudicare non ne valeva la pena? O si era talmente ossessionati dalla propria sopravvivenza che tutto il resto diventava secondario?

Fino agli ultimi capovolgimenti in data: sentiamo tanti, oggi, piagnucolare sul fatto di non aver ragionato abbastanza sul ricatto “a proposito di violenza” che hanno subito; si lamentano del fatto che la loro presunta internità alle dinamiche sociali non è riuscita a trasformarsi in una estraneità attenta e critica agli sgambetti ed alle inerzie continuamente subite – sicché ora si chiedono se doversi richiamare niente di meno che all’“illegalità di massa”…. Ci sembra solo un lamento, come l’altro che abbiamo inteso in questi mesi, e che ci lascia – anche questo – a non dir poco esterrefatti: Dio è violento!



Per chi ha vissuto tutto questo dall’interno dei movimenti, questa fase assomiglia molto a quella che seguì il disfacimento dei gruppi sessantotteschi nei primi anni ’70. Come per i centri sociali provenienti dal movimento no global, anche allora, nel 1973-74, i partitini sopravvivevano a se stessi. Alcuni, presentatisi alle elezioni, erano stati spazzati via, altri si erano barricati attorno a giornali ed iniziative sparse. Il mondo, quello delle lotte operaie e delle lotte sociali, andava ormai avanti senza di loro. Fu così che, a partire dal ‘73-‘74 l’autonomia emerse e mostrò improvvisamente la sua enorme forza di resistenza e di proposta (di resistenza: vale a dire di proposta) – almeno fino al ’77. Poi, ancora, sopravvisse come etica e come modello organizzativo alla sconfitta dei movimenti, e torniamo all’inizio della nostra analisi.

Oggi si tratta di rinnovare quel modello. I suo limiti di allora – troppa spontaneità dei singoli, troppa violenza di massa – sembrano già superati dalle attuali caratteristiche della composizione dei nuovi movimenti – spazialmente diffusi, culturalmente convergenti (non a caso è sul terreno dei lavoratori della cultura che in Italia c’è stato, da ultimo, qualche positivo fracasso), politicamente rivolti alla costituzione del “comune”. Questo è quello che vogliamo chiamare Occupy.

C’è bisogno di un nuovo protagonismo. Proponendo l’autonomia diffusa dei movimenti, sappiamo che la ricerca di nuovi obiettivi e la sperimentazione unitaria di nuove lotte sono il primo passaggio da realizzare. Lo “sciopero dei precari”, il “reddito di cittadinanza”, la riapertura urgente di forti lotte operaie sul salario, la pratica di risposte efficaci all’offensiva del capitalismo finanziario sul debito, la difesa sociale del Welfare ecc.: questi i passaggi principali sui quali la conricerca e la proposta di lotte unitarie debbono provarsi.

Organizzare i poveri e gli operai insieme, non semplicemente per il salario ma per il Welfare; organizzare gli studenti e gli indebitati di tutte le categorie, non semplicemente per misure di sostegno ma per il reddito universale di cittadinanza; organizzare i migranti insieme ai pensionati perché non è solo la cittadinanza che interessa i primi e la garanzia di diritti ormai maturati i secondi, ma l’organizzazione biopolitica dell’esistenza tutt’intera.

L’autonomia dei movimenti deve riportare le sue lotte verso un obiettivo politico di composizione. Ed esso non può consistere se non nell’espressione di un potere costituente che rinnovi radicalmente l’organizzazione della vita nel lavoro e nella società.



(Da: http://ciaomondoyeswecan.myblog.it/)


lunedì 23 luglio 2012

Giacometti, l'homme qui marche (Bard 7 luglio-18 novembre)




E’ dalla collaborazione tra il Forte di Bard e la Fondazione Aimé et Marguerite Maeght di Saint-Paul-de-Vence ed in particolare dalla vicinanza a Adrien Maeght e a sua figlia Isabelle Maeght che, dopo il successo della mostra dedicata a Joan Miró, Poème, nasce il prestigioso progetto espositivo dedicato a Alberto Giacometti.

L'artista, tra i maggiori del Novecento, ha saputo interpretare più di ogni altro i dubbi, le incertezze, le angosce del secolo appena trascorso. La mostra Giacometti L’Homme qui marche, dal nome del capolavoro attorno a cui ruota l’intero percorso espositivo, presenta dal 7 luglio al 18 novembre 2012, oltre 120 opere tra sculture, oli, disegni, litografie originali, acqueforti oltre che alcuni delicatissimi modellini in gesso, in un percorso che privilegia la produzione ‘matura’ dell’artista, totalmente centrata sull’uomo e sulla sua vita interiore.

La mostra, curata da Isabelle Maeght e Gabriele Accornero, ripercorre la ricca produzione dell’artista nelle opere provenienti dalla Fondazione Maeght e dalle collezioni private della famiglia Maeght. Scultore, pittore e disegnatore abilissimo, vicino ai movimenti d’avanguardia artistica - in particolare al surrealismo - Giacometti matura un percorso del tutto personale di riflessione esistenziale. I soggetti delle sue sculture - ritratti a mezzo busto e a busto intero, figure sole, composizioni con più figure, immobili o in movimento - sono figure immobili, rigidamente frontali, dai contorni continuamente frantumati, che ne suggeriscono ma al tempo stesso vanificano la presenza.



giovedì 19 luglio 2012

Da leggere: John Fante, Aspetta primavera, Bandini





L'America degli emigranti italiani e un adolescente che vuole crescere: un libro grandissimo di uno scrittore straordinario

Da leggere: John Fante, Aspetta primavera Bandini

Arturo Bandini ha 14 anni, abita in America, in uno sperduto paesino sulle montagne e possiede una slitta. Per il resto avrebbe preferito chiamarsi John, e di cognome, al posto di Bandini, Jones. Sua madre e suo padre sono italiani immigrati, ma lui avrebbe preferito essere americano. Poi c'è nonna Toscana che considera il genero Svevo, padre di Arturo, un mezzo fallito e la figlia Maria una povera pazza perché lo ha sposato. I Bandini non se la passano bene, anzi: non c'è proprio nulla di quel che accade sotto gli occhi sognanti del piccolo Arturo che non porti il segno di un'atavica, metafisica, inguaribile fame italiana. Tanto che nel mazzetto di parole americane che circolano in famiglia, l'espressione «chiedi se ti fa credito» è di gran lunga la piú usata. 

Tragedia, o ancor meglio, commedia dell'immigrazione e dello spaesamento, delle radici e della smania di libertà, Aspetta primavera è il romanzo della riconciliazione col mondo delle proprie tradizioni e, al tempo stesso, l'eroico tentativo di congedarsene.


La prima pagina

Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustato. Si chiamava Svevo Bandini e abitava in quella strada, tre isolati più avanti. Aveva freddo, e le scarpe sfondate. Quella mattina le aveva rattoppate con dei pezzi di cartone di una scatola di pasta. Pasta che non era stata pagata. Ci aveva pensato proprio mentre infilava il cartone nelle scarpe.
Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava. Era diretto a casa, ma che senso aveva tornare a casa? Anche da ragazzo in Italia, in Abruzzo detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado. Era appena uscito dall' Imperial Poolhall, la bisca locale. Le montagne c'erano anche in Italia, simili ai bianchi monti a pochi chilometri di distanza verso occidente. Le montagne erano un gigantesco abito bianco caduto come piombo sulla terra. Vent'anni prima, quand'era ventenne, aveva fatto la fame per un intera settimana fra le pieghe di quel selvaggio abito bianco. Doveva costruire un camino in una baita. Era pericoloso lassù, d'inverno. Eppure aveva mandato al diavolo il pericolo, perché allora aveva vent'anni, una ragazza a Rocklin, e bisogno di soldi. Ma il tetto della baita era crollato sotto il peso della neve soffocante.
L'aveva sempre tormentato, quella bella neve. Non capiva per quale ragione non se ne andava in California. Rimaneva in Colorado invece, nella neve alta, perché ormai era troppo tardi. La neve bianca e bella era uguale alla moglie bianca e bella di Svevo Bandini, così bianca, così fertile, adagiata su un letto bianco nella casa in fondo alla strada. Al numero 456 di Walnut Street, Rocklin, Colorado.
Prefazione di John Fante
Ora che sono vecchio non posso ripensare ad Aspetta primavera , Bandini senza smarrirne le tracce nel passato. Certe notti, a letto, una frase, un paragrafo o un personaggio di questa prima opera m'ipnotizza e nel dormiveglia mi ritrovo a ricucirne le frasi ricavando il ricordo melodioso di una vecchia camera da letto nel Colorado, o di mia madre e mio padre oppure dei miei fratelli e di mia sorella. Non riesco a convincermi che una cosa scritta tanto tempo fa mi risulti così dolce nel dormiveglia e tuttavia non riesco a guardarmi indietro, riaprendo e rileggendo il mio primo romanzo. Ho paura, non sopporto l'idea di vedermi sotto la luce della mia prima opera. Sono certo che non la rileggerò più. Di una cosa però sono sicuro : tutta la gente della mia vita di scrittore, tutti i miei personaggi si ritrovano in questa mia prima opera. Di me non c'è più niente, solo il ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina.


John Fante
Aspetta primavera Bandini
Einaudi, 2005
12 euro







mercoledì 18 luglio 2012

Chiara Saraceno, Sono gli operai i nuovi poveri


Chiara Saraceno

Sono gli operai i nuovi poveri

Non è solo la "solita" fotografia della povertà quella che emerge dagli ultimi dati. C`è un allarme ulteriore accanto al dato noto, e sconfortante, della persistenza, ed accentuazione, del divario tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Oltre alla maggiore vulnerabilità delle famiglie numerose, e di quelle in cui tutte le persone in età da lavoro sono inoccupate, vi sono segnali di preoccupazione ulteriore come conseguenza del modo selettivo con cui sta colpendo la crisi occupazionale.

Il primo è l`aumento della povertà tra le famiglie con persona di riferimento operaia o comunque a bassa qualifica. Anche quando il lavoro non è stato perso, la riduzione della possibilità di aumentare il reddito facendo straordinari, o la cassa integrazione più o meno temporanea, hanno colpito duramente il reddito degli operai, già dall`inflazione, riducendone la capacità di far fronte ai bisogni di tutta la famiglia. Allo stesso tempo, come segnalano anche i dati sul mercato del lavoro, è diminuito, perso più in queste stesse famiglie, il numero di percettori di reddito. Molte mogli-madri hanno perso il lavoro o sono costrette involontariamente al lavoro a tempo parziale. E i giovani figli e figlie spesso non riescono neppure ad avere una occupazione. Non ci si può sorprendere che una quota di queste famiglie non ce la faccia più a galleggiare al di sopra della linea di povertà relativa e che qualcuna precipiti anche nella povertà assoluta. La percentuale di famiglie in cui un solo reddito da lavoro deve sostenere (anche) il peso di almeno una persona in cerca di lavoro è infatti raddoppiata dal 2007 al 2011, passando dal 5,5% all` 11,5%.

La diminuzione del numero di percettori di reddito in famiglia, in particolare delle mogli madri occupate, spiega anche il secondo fenomeno allarmante: l`aumento delle famiglie in cui la presenza di anche un solo figlio minore fa cadere in povertà. Questo aumento è stato particolarmente vistoso - quasi tre punti percentuali in unsolo anno, trail 2010 ei12011 - nelle regioni del Centro, anche se in queste stesse regioni rimane ancora al di sotto della media nazionale. La disoccupazione, o inattività più o meno forzata, delle madri causata dalla crisi occupazionale, unita alle crescenti difficoltà che le madri lavoratrici incontrano nel conciliare famiglia e lavoro a causa della riduzione e aumento dei costi di servizi già insufficienti, sta minando alle basi la principale protezione dalla povertà dei bambini, specie nelle famiglie a reddito modesto: appunto, l`occupazione e il reddito da lavoro delle madri.

Di conseguenza, terzo fenomeno allarmante, la povertà minorile, che da anni aveva raggiunto percentuali problematiche, anche se non sufficientemente messe a fuoco nell` agenda politica, è destinata ad aumentare ancora, con conseguenze negative di lungo periodo innanzitutto per i minori coinvolti, ma anche per la società nel suo complesso. Il rischio è infatti di disperdere il capitale umano di una grossa fetta, circa un quarto, delle nuove generazioni, già molto ridotte demograficamente. È tra questi minori poveri, specie trale ragazze, che si concentrano o si concentreranno in futuro i Neet, i giovani che non sono né a scuola né al lavoro.

(Da: La Repubblica del 18 luglio 2012)



martedì 17 luglio 2012

Il mito degli "italiani buoni": le stragi italiane in Jugoslavia



Anni fa in Corsica ci colpirono le lapidi che ricordavano i partigiani fucilati dagli occupanti italiani. Ora un libro ricostruisce le stragi italiane in Jugoslavia.

Corrado Stajano

Vendetta fascista: testa per dente
Le rappresaglie degli italiani in Jugoslavia ricordano le Fosse Ardeatine


Alla Seconda guerra mondiale nei Balcani sono dedicati molti libri. Tra di essi: Frederick W. Deakin, La montagna più alta. L'epopea dell'esercito partigiano jugoslavo (Einaudi); Giorgio Rochat, Le guerre italiane (Einaudi); Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? (Neri Pozza); Guido Crainz, Il dolore e l'esilio (Donzelli); Marisa Madieri, Verde Acqua (Einaudi); Franco Vegliani, La frontiera (Ceschina); Fulvio Tomizza, La miglior vita (Rizzoli); Enzo Bettiza, Esilio; (Mondadori) Claudio Magris, Alla cieca (Garzanti); Giacomo Scotti, Goli Otok (Lint).

Come doveva essere l'italiano fascista? Un vero maschio, d'acciaio. Mussolini, a Gorizia, il 31 luglio 1942, detta la linea: «Non temo le parole, sono convinto che al "terrore" dei partigiani si deve rispondere con il ferro e con il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta (...) è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto».

I suoi generali sono concordi. Mario Roatta, comandante della II armata in Jugoslavia, futuro criminale di guerra sfuggito a ogni sanzione, è il modello dell'italiano nuovo. Nella sua circolare 3C ordina ai suoi sottoposti di uccidere gli ostaggi, di incendiare i villaggi, di deportare gli abitanti infedeli: «Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, bensì in quella testa per dente». Il generale di corpo d'armata Mario Robotti fa parte di quel cerchio magico di guerrieri dal volto umano: «Si ammazza troppo poco!», scrive in un documento. Il generale d'armata Alessandro Pirzio Biroli, governatore del Montenegro, è anche lui di quella feroce partita: lamenta l'eccessiva mitezza verso i rivoltosi «selvaggi» e conclude così un suo proclama: «La favola del "bono italiano" deve cessare!»

Si intitola proprio Bono Taliano la tragica cronaca di Giacomo Scotti (Odradek editore, pagine 253, 20), giornalista per decenni del quotidiano «La voce del popolo» di Fiume, autore conosciuto di un altro libro importante per la storia delle vicende successive alla Seconda guerra mondiale, Goli Otok, l'atroce Isola Calva, nel Quarnero, dove Tito confinava i dissidenti rimasti fedeli all'Unione Sovietica dopo la rottura con Mosca. (Claudio Magris ne ha narrato l'orrore di sangue e di violenza nel suo memorabile Alla cieca).

Il libro di Scotti, pubblicato nel 1977, rivede la luce oggi con una corposa appendice dell'autore, che completa l'opera con la ricca documentazione trovata negli archivi, soprattutto dell'ex Jugoslavia. Bono Taliano racconta le vicende del nostro regio esercito, da quando nell'aprile 1941 invase la Jugoslavia all'armistizio del settembre 1943, ma racconta anche la guerra partigiana fino al 1945 e spiega le ambizioni di Tito sulla Venezia Giulia.

Quel che accadde nell'ex Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale può fare da spaventevole simbolo della violenza e della degenerazione di un conflitto che viola anche le norme più elementari del diritto internazionale.

Le guerre nei Balcani sono sempre un inferno, ma la barbarie, in quegli anni, fece in assoluto da padrona. La violenza fu alimentata da etnie diverse e da nazionalismi esasperati. Gli italiani e i tedeschi contro i partigiani di Tito che, operaio metallurgico, seppe diventare un grande stratega e un sottile politico. E poi: gli ustascia, il partito croato di estrema destra fondato da Ante Pavelic nel 1929, e i cetnici contro i titini; i serbi monarchici contro i bosniaci musulmani; gli albanesi del Kosovo contro serbi e montenegrini. La guerra nei Balcani fu insieme guerra d'aggressione, guerra di liberazione nazionale, guerra civile, guerra ideologica, guerra di religione.

Nell'esercito italiano le inquietudini e i contrasti cominciarono presto. Le camicie nere seguirono i precetti di Mussolini e degli alti gradi, i soldati dell'esercito e gli ufficiali inferiori non nascosero invece il loro disaccordo sulle fucilazioni, le stragi, gli incendi dei villaggi, le deportazioni di massa. Le diserzioni furono sempre più numerose anche prima dell'armistizio: gli italiani che passarono dalla parte dei partigiani divennero la costante preoccupazione dei comandi.

Giacomo Scotti è un po' troppo benevolo nei confronti delle brigate titine, che non furono angeli di umanità. Ma colpiscono certi minuti documenti come le lettere dei soldati italiani bloccate dall'occhiuta censura e finite negli archivi. Il fascismo non è la patria, i giovani mandati alla ventura cominciano a capirlo e rifiutano la guerra. Scrive un capitano a una signora di Genova il 14 luglio 1942: «Mi sento un boia. A furia di vedere barbarie incattivisco, non ho pietà nemmeno io stesso, comincio a restare impassibile dinanzi alla rovina».

Ci sono quelli che non posseggono neppure un barlume di umanità. Nel giugno 1943, il generale Pirzio Biroli fa fucilare 180 ostaggi per vendicare la morte in combattimento di 9 ufficiali del 383° reggimento fanteria: 20 a 1, una rappresaglia assai più feroce di quella nazista alle Fosse Ardeatine.

L'autore racconta con minuzia di fonti. Documenta le operazioni militari nazifasciste fallite, la Weiss, la Schwarz, descrive le innumerevoli stragi, le deportazioni, le fucilazioni: basta un sospetto. Il suo libro può essere molto utile per il lavoro degli storici.

Gli italiani non hanno ubbidito certo tutti alla volontà di Mussolini e dei generali. Il 12 marzo 1943 — un esempio — il vescovo di Trieste Antonio Santin scrive al sottosegretario agli Interni di Mussolini, Buffarini Guidi, una lettera accorata e indignata: «Uomini e donne vengono seviziati nel modo più bestiale (...). Per l'onore dell'umanità e per il buon nome dell'Italia, per il rispetto della legge e dell'autorità questi fatti devono cessare».

(Da: Il Corriere della sera del 17 luglio 2012)

lunedì 16 luglio 2012

Ken Loach: Che fatica fare cinema



Incontro con uno dei pochi registi capaci di raccontare con realismo e ironia il declino della classe operaia nell'Occidente in crisi. Un autore poco ideologico e molto "british" che ci ricorda l'Orwell dei primi romanzi e il socialismo utopico e umanista dell'Indipendent Labour Party. 


Maria Pia Fusco

Ken Loach:  Che fatica fare cinema



I genitori operai, l’infanzia in fuga dalle bombe, la laurea in legge a Oxford “per capire i meccanismi dell’ingiustizia”. Premiato a Cannes, il regista della working class festeggia i suoi primi 50 anni dietro una cinepresa E si confessa.

Ha compiuto 76 anni giusto un mese fa. Ma soprattutto ha festeggiato cinquant’anni di lavoro in cui ha reso protagonista la classe operaia e i diseredati, «gente che per i media in genere sono solo numeri, statistiche». Ken Loach si fa pensoso, poi subito aggiunge: «Proprio come il numero dei giovani senza lavoro: in Inghilterra alla fine dell’anno scorso per la prima volta ha superato il milione». Li racconta nel suo ultimo film, The Angel’s Share, Gran Premio della giuria a Cannes, attraverso la storia di quattro piccoli delinquenti della periferia di Glasgow che, passati dal carcere ai lavori sociali, riescono, con metodi non troppo ortodossi, ad infiltrarsi nel business del whisky e si inventano un futuro. 

«Nel film si ride insieme ai protagonisti, per il loro linguaggio e le loro battute, e per il contrasto tra la loro rozza semplicità e il sofisticato ambiente dei fanatici appassionati di whisky. Ma con loro si piange anche: sono ragazzi cresciuti nella desolazione di una delle tante periferie urbane del mondo, deserti senza punti di aggregazione in cui è scomparso il senso della comunità, spesso figli di genitori disoccupati, talvolta alcolizzati per disperazione. Ho scelto i toni della leggerezza solo per spirito di contraddizione, ci sono già troppi finali drammatici, sullo schermo e nella vita». 

Genitori operai nel Warwickshire, a Nuneaton, dove è nato. Poi un’infanzia vissuta nella precarietà dei continui spostamenti tra famiglie di sfollati in fuga dalle bombe. «Non so se allora avvertivo la violenza e l’ingiustizia della guerra, non capivo perché gli adulti fossero sempre così seri e arrabbiati, speravo solo che non fosse colpa mia. Ma non ho memorie tristi, il mio ricordo più lontano è il dolore che provai a tre anni quando mi chiusi la mano in una sedia pieghevole», scherza. Ricorda invece la scelta, più tardi, di studiare legge a Oxford: «Volevo capire i meccanismi della giustizia per comprendere l’ingiustizia della disparità tra ricchi e poveri. Fu lì che, entrando a far parte della compagnia teatrale, scoprii anche quante cose si possano comunicare attraverso uno spettacolo». 

Quando, giovane adulto, arrivarono gli anni Sessanta, lui cominciò a comunicare attraverso la tv. «In quegli anni il cinema in Gran Bretagna era quasi scomparso, soffocato dalle produzioni di Hollywood più che in altri paesi europei. Il nostro cinema era la fiction televisiva. Andava in onda dopo il telegiornale e quello che si cercava di fare era un tipo di prodotto che potesse richiamare, per stile, la realtà delle news. Portavamo la 16mm per la strada, volevamo raccontare storie di finzione che fossero il più autentiche possibile. In una delle serie più popolari che ho fatto, Wednesday Plays, i protagonisti erano gente comune alle prese con i problemi grandi e piccoli del quotidiano. Sicuramente quel tipo di tv, e poi le teorie del Free Cinema, hanno influenzato il mio modo di lavorare. Allora come oggi, per esempio, mi piace la ricerca di verità anche nella scelta degli attori: che siano professionisti oppure no, non hanno mai una sceneggiatura definita, consegno le battute uno-due giorni prima delle riprese perché non perdano la spontaneità. Se non le sentono proprie le cambiamo in corsa». 

Ken Loach è uomo dai modi gentili, capelli argentati, scomposti, il sorriso segnato dall’ironia e da un’antica timidezza, un aspetto mite in netto contrasto con la durezza del suo cinema. Eppure non sono poche le prove che ha dovuto affrontare. La più dura è stata la morte di Nicholas, vittima di un incidente stradale a sei anni, era uno dei cinque figli avuti dalla moglie Lesley. «È l’amore della mia vita, ci siamo conosciuti all’università, siamo sposati da cinquant’anni e ancora ridiamo insieme. Tra le sue qualità più belle c’è la pazienza e la forza di non crollare nei momenti più difficili». Come gli anni Settanta. «Erano usciti i miei primi film, Poor Cow, Kes, Family Life, storie di disagi famigliari, storie scomode, disastri al botteghino, tanto che per quasi dieci anni non sono riuscito a fare un film. 

Le cose cominciarono a cambiare un minimo con l’arrivo di Channel Four, che destinò fondi a piccoli film da trasmettere in tv». Ma ad arrivare fu anche la Thatcher. «E con lei la sua politica a favore delle aziende, il suo liberismo senza regole, le privatizzazioni selvagge, la distruzione dei sindacati. L’immagine che ho di me stesso in quegli anni Ottanta è di un pover’uomo che si aggira in giacca e cravatta nei dintorni di Soho Square con una borsa in mano piena di soggetti alla disperata ricerca di finanziamenti. Nelle sale inglesi il mio cinema era tabù: Wich Side Are You On? e Fatherlandsono usciti soltanto all’estero». Poi, finalmente, negli anni Novanta, la rinascita, i successi internazionali di film come Riff-Raff, Ladybird Ladybird, My Name Is Joe, Terra e libertà. Ormai per tutti è “Ken il Rosso”, “il più anti- British degli autori inglesi”. «Un’accusa, quest’ultima, che mi viene mossa da chi confonde il governo con il popolo. Io sono critico nei confronti del governo britannico, non ho nulla contro i miei concittadini. Sono uno di loro. Ho anche servito la patria, due anni nella Royal Navy», scherza, ma poi si indigna se ripensa «all’assurdità del paragone con Leni Riefenstahl a proposito di Il vento che accarezza l’erba. 

Secondo la stampa conservatrice era un film di contro gli inglesi, proprio come li faceva lei. Ma che c’entro io con una nazista? ». Il film ha vinto la Palma d’oro a Cannes nel 2006. «Hanno scritto persino che sono uno che si diverte a fare su e giù sul tappeto rosso a Cannes. Non è vero, detesto vestirmi in smoking e cravattino, però quella sera ero felice, molto felice, e quel premio è stato di grande aiuto per il film». Altro capitolo, quello con Hollywood. «Sono andato a Los Angeles a girare Bread and Roses, un film senza glamour, senza inseguimenti né sparatorie. È la storia della vita parallela delle donne e degli uomini che puliscono i palazzi e fanno i lavori più umili, immigrati, un mondo a parte. È stato il mio primo film americano, ma anche l’ultimo: nessuno mi vuole più da quelle parti». Bread and Roses è anche il terzo dei film scritti da Paul Laverty, amico di Loach e suo collaboratore fin dal 1996, anno di uscita de La canzone di Carla. «Ci unisce l’amore per il calcio, e poi siamo entrambi avvocati. Abbiamo le stesse idee politiche — anche se forse lui forse è più barricadiero di me — e la stessa voglia di prendere sul serio la realtà ma non noi stessi». 

C’è un luogo però in cui Ken Loach pare si prenda maledettamente sul serio. La cucina. A detta della moglie quando prepara i suoi piatti preferiti non vuole interferenze. Inoltre pretenderebbe applausi incondizionati, e guai alle critiche. Lui ammette: «È una mia debolezza. Ma ne ho anche altre. Divento nervosissimo se non posso vedere una partita che mi interessa e se va male il Bath City, la mia piccola squadra del cuore. Ogni pomeriggio, poi, cedo all’irresistibile desiderio di un pezzo di cioccolata». Dalla cucina si passa di nuovo a parlare di politica. 

«L’ottimismo è fuori luogo, rispetto agli anni Novanta è molto più difficile tenere accesa la speranza. Oggi è un atto rivoluzionario anche solo pretendere lavoro, sicurezza sociale, assistenza sanitaria, futuro. Non è più tempo di discorsi accademici, l’urgenza è immediata. Però è anche finito il tempo del silenzio e della rassegnazione. La classe operaia — e alla classe operaia appartengono anche i disoccupati — deve capire che è solo con la sua partecipazione che si combatte la crisi, perché non è certo dall’alto che arriverà la soluzione ». Guarda al suo passato, con nostalgia: «Sì, penso alla coesione sociale che c’era nell’immediato dopoguerra, al senso di appartenenza a una comunità che usciva dalla guerra e lottava forte della certezza che avrebbe avuto una vita migliore». Poi sospira e sorride: «Del resto, malgrado tutto, siamo ancora qui. E questo è un fatto».

(Da: La Repubblica del 15 luglio 2012)