TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 30 novembre 2012

Da leggere: Ian McEwan, Miele





E' da poco disponibile la versione italiana dell'ultimo romanzo di Ian McEwan. Una storia di spie del tutto atipica e molto realistica. Da leggere.

Pierluigi Battista

Le Avanguardie della Cia


Nell'ultimo romanzo di Ian McEwan, tradotto e pubblicato da Einaudi con il titolo Miele, Serena Frome viene arruolata dall'agenzia di intelligence britannica. Ma la sua non è una storia di spie come tutte le altre. La missione cui è chiamata agli inizi degli anni Settanta, un'epoca di grande turbolenza sociale e culturale, è una missione ideologica: deve conquistare alla causa dell'Occidente, in funzione anticomunista, scrittori e intellettuali capaci di diffondere il verbo delle «società libere». «Libertà di parola, libertà di riunione, diritti legali, sviluppo democratico: non sono cose molto apprezzate oggigiorno da molti intellettuali», le dice il capo dei servizi segreti. Per questo il compito della neo-spia è di assoldare, a loro insaputa, esponenti della minoranza culturale attestata su posizioni filo-occidentali.

Fantapolitica, fantastoria, deformazione letteraria della realtà? No, e infatti nel romanzo di McEwan viene esplicitamente menzionata la rivista «Encounter», molto elegante e molto cool, già diretta da Stephen Spender, che nel 1966 venne travolta da una clamorosa rivelazione: finanziatrice della rivista era la Cia, attraverso le sue fondazioni. E pagate dalla Cia, si rivelò allora, erano state tutte le riviste legate al «Congresso per la libertà della cultura». Compresa una rivista bellissima e controcorrente in Italia, «Tempo presente», diretta da Nicola Chiaromonte, da Ignazio Silone e da Gustaw Herling, il grande intellettuale polacco che aveva raccontato il Gulag e che, a Napoli, sposò una figlia di Benedetto Croce. Dopo quella rivelazione «Tempo presente» entrò in uno stato di agonia. Lo stesso Chiaromonte, combattente antifascista nella guerra di Spagna, amico degli intellettuali anticonformisti negli Stati Uniti, a cominciare da Hannah Arendt e Mary McCarty, critico teatrale, polemista, nemico di ogni totalitarismo, di quello fascista e di quello comunista, morirà qualche anno dopo, stroncato da un infarto in un ascensore della Rai, dove si era recato per trattare per qualche collaborazione, oramai isolato nella comunità culturale orientata a sinistra.

McEwan, cioè, fa esplicito riferimento a uno degli episodi controversi di una grande «guerra fredda culturale» che ha diviso il mondo intellettuale lungo tutto l'arco temporale del mondo spaccato in due blocchi, quello occidentale e quello comunista. Una storia ricostruita, da due punti di vista opposti, da Massimo Teodori, filo-americano, nel suo libro Benedetti americani, e da Frances Stonor Saunders, che con il suo La guerra fredda culturale (tradotto e pubblicato in Italia dall'editore Fazi) ha rivisitato l'intera vicenda sottolineando l'aspetto scandaloso di intellettuali che hanno prestato la loro opera generosamente finanziati nientemeno che dalla Cia, considerata la quintessenza di ogni nefandezza illegale dell'Occidente, un centro di provocazione permanente, una rete perennemente impegnata nella destabilizzazione delle democrazie.

E infatti, quando vennero rivelati i finanziamenti della Cia, lo scandalo fu generale (se ne adontò persino Isaiah Berlin, dichiarando che, ad averlo saputo, non avrebbe mai collaborato con «Encounter»). Ma non tutti conoscono l'ampiezza degli interventi della Cia sulla cultura. E non è esagerato constatare, come si evince dai libri appena citati, che vennero foraggiati dal servizio segreto americano non soltanto un Koestler, veementemente impegnato nella battaglia culturale anticomunista, ma una buona parte dell'avanguardia artistica e musicale, americana ed europea. «Se si leggono i nomi dei membri dei vari comitati del Museum of Modern Art di New York (Moma)», scrive Saunders, «si scopre una proliferazione di collegamenti con l'Agenzia» e già dal 1948 le opere di molti «maestri del modernismo», da Matisse a Chagall a Kandinsky, «furono scelte dalle collezioni americane e inviate in Europa». Allo stesso Andy Warhol non furono lesinati aiuti e sostegni. Vennero promosse mostre ed esibizioni in tutto il mondo occidentale di Jackson Pollock, di De Kooning, di Mark Rothko. Un forte sostegno, ovviamente segreto, venne anche garantito sia a musicisti d'avanguardia che a storiche orchestre sinfoniche, come quella di Boston, di cui furono messe a punto lunghe e fruttuose tournée in Europa. L'aiuto non mancò nemmeno a molti maestri del cinema come John Ford, e molte opere americane destinate a importanti Festival del cinema, a cominciare da quello di Cannes, avevano ricevuto fiumi di denaro di provenienza Cia.

In Italia, la rivista «Tempo presente» era molto snobbata dalla cultura di sinistra. Gravava su Silone l'eterno sospetto riservato agli ex comunisti che, rompendo con il partito, avevano scelto una presenza militante nel campo opposto. L'onestà intellettuale di Chiaromonte era cristallina. Ma le rivelazioni pesarono moltissimo, e negativamente, sui destini di quel gruppo intellettuale sospettato di essersi messo al servizio dell'«imperialismo americano». Ma bisogna capire che le ragioni per le quali la Cia finanziava tante iniziative culturali non coincidevano con una forma di disinteressato mecenatismo. Gli Stati Uniti, intelligentemente e con grande lungimiranza, volevano dimostrare che la cultura libera dell'Occidente non aveva paura delle innovazioni formali e dell'anticonformismo delle avanguardie. E che nell'Occidente si respirava tutt'altra aria rispetto a quella, soffocata dall'oppressione e dalle regole ferree del «realismo socialista», che dominava le società comuniste obbedienti a Mosca. Di qui la libertà, di là la repressione e l'asservimento degli intellettuali al regime: questo era il motivo per cui le amministrazioni americane ritenevano indispensabili le armi della «guerra fredda culturale». Lo stesso motivo che è alla base dell'arruolamento di una giovane dinamica e vivace nell'intelligence britannica in funzione anticomunista. Una guerra militare. Una guerra psicologica. Una guerra culturale. Il mondo finito con il crollo del muro di Berlino e con la fine dell'Unione Sovietica si divideva anche nelle arti, nei suoni e nelle lettere. E tutto aveva un prezzo.

(Da: Il Corriere della sera del  25 novembre 2012)

Ian McEwan
Miele
Einaudi, 2012
20 Euro



I Grimm: sono le fiabe a tenere insieme le comunità


Usciva 200 anni fa la prima edizione della celebre raccolta Così i due fratelli ricercavano l’essenza della cultura e dell'identità nazionale del popolo tedesco che voleva farsi nazione. Ma la questione andava ben oltre gli ambiti del risorgimento politico delle nazioni senza Stato. Un secolo dopo,  anche basandosi sul lavoro pionieristico dei Grimm,  Propp e Jung avrebbero chiarito, con modalità diverse ma convergenti, che  aprire un libro di fiabe significa immergersi nelle stanze più profonde dell'animo, perchè il linguaggio e l'andamento della fiaba (e del sogno), rappresentano il luogo privilegiato della manifestazione degli archetipi.


Jack Zipes

I Grimm: sono le fiabe a tenere insieme le comunità


Ciò che affascinava o imponeva ai Grimm di concentrarsi sull’antica letteratura tedesca era la convinzione che le forme culturali più pure e spontanee - quelle che tenevano insieme una comunità - fossero quelle linguistiche e che bisognasse rintracciarle nel passato. Essi ritenevano inoltre che la letteratura «moderna», per quanto assai ricca, fosse una creazione artificiale e in quanto tale incapace di esprimere l’essenza genuina della cultura del Volk, che scaturiva in modo spontaneo dalle esperienze degli individui e li teneva insieme. Per questo dedicarono tutte le loro energie alla riscoperta delle storie del passato. E per questo il loro amico, il poeta romantico Clemens Brentano, chiese loro di raccogliere ogni genere di racconto popolare con l’intento di servirsene per un volume di fiabe letterarie. Nel 1810 essi gli inviarono 54 testi che per fortuna ricopiarono. Dico per fortuna, perché Brentano finì col perdere il manoscritto nel monastero di Ölenberg in Alsazia e non utilizzò mai quei testi.

Ma nel frattempo i Grimm continuarono a raccogliere le fiabe da amici, conoscenti e colleghi, e quando capirono che Brentano non avrebbe più utilizzato il loro manoscritto, decisero di seguire il consiglio del comune amico e autore romantico Achin von Arnim e di pubblicare la loro raccolta, che nel frattempo era arrivata a comprendere 86 storie - quelle che per l’appunto pubblicarono nel 1812 e cui si aggiunsero le altre 70, che pubblicarono nel 1815. Queste due raccolte costituirono la prima edizione, corredata di note e prefazioni scientifiche. [... ]

Pur non avendo ancora del tutto formulato la loro teoria del folclore e malgrado le differenze esistenti tra Jacob e Wilhelm - quest’ultimo avrebbe poi infatti optato per una più decisa revisione poetica dei testi raccolti - i fratelli si attennero in sostanza al loro intento originario dal principio alla fine del lavoro sui Kinderund Hausmärchen: recuperare i resti del passato. In senso più generale, i Grimm cercarono di raccogliere e preservare come gemme sacre e preziose ogni genere e tipo di traccia del passato, vale a dire racconti, miti, canti, favole, leggende, epopee, documenti o altre forme di creazione dunque non solo fiabe. L’intento era di rintracciare e cogliere l’essenza dell’evoluzione culturale e dimostrare come la lingua naturale, che sgorgava dai bisogni, dagli usi e dai rituali della gente comune, creasse legami autentici e contribuisse a modellare le comunità civili. È questa una delle ragioni per cui definirono la loro raccolta un manuale educativo ( Erziehungsbuch ), in quanto le fiabe richiamavano ai valori basilari dei popoli germanici e degli altri gruppi europei e l’uso di raccontarle aiutava gli individui a far luce sulle loro stesse esperienze. [... ]

I Grimm cercavano di valorizzare e sostenere la necessità di raccontare storie per creare legami tra gli individui i quali, proprio attraverso il racconto, mettevano in comune le proprie esperienze. Erano convinti che ogni storia e ogni sua variante fossero importanti per mantenere viva la tradizione culturale. Essi rispettavano la differenza e la diversità e allo stesso tempo affermavano che «lo scopo della nostra raccolta non era solo servire la causa della storia della poesia. Il nostro intento era che la poesia insita in essa producesse un effetto, quello di procurare piacere ovunque possibile, diventando perciò un manuale educativo». [... ]

Se c’è un’edizione delle fiabe dei Grimm che meglio rappresenta gli intenti e gli ideali che essi perseguirono fino al 1857 è senz’altro la prima, poiché essi non ne cesellarono né rifinirono le storie come fecero nelle successive edizioni. In esse riusciamo infatti a percepire distintamente le voci dei raccontatori da cui i Grimm le ricevettero e in questo senso le storie, alcune anche in dialetto, sono più autenticamente popolari e genuine, benché talvolta non esteticamente gradevoli come le versioni poi rifinite. In altre parole, i Grimm lasciarono parlare le storie stesse in un modo assai schietto se non proprio grossolano, il che dona a esse quel senso di verità pura e semplice o quel valore educativo voluto dai Grimm.

Soffermandosi sulle fiabe della prima edizione, la prima cosa che il lettore potrà notare è che molte storie furono eliminate dalle successive edizioni per varie ragioni, non narrative, ma in quanto sprovviste dei requisiti voluti dai Grimm, che in prima istanza si sforzavano di pubblicare fiabe di chiara origine tedesca. Per esempio, Il gatto con gli stivali, Barbablu, Principessa Pel di topo eOkerlo furono considerate in seguito troppo francesi per essere ripubblicate. Più tardi i Grimm capirono che questo era un criterio sbagliato, perché era e resta impossibile conoscere le origini certe delle fiabe popolari. Malgrado non sia oggi possibile sapere con certezza perché alcune fiabe furono poi omesse o spostate nelle note, di altre come La Morte e il guardiano d’oche sappiamo invece che venne levata per i suoi tratti letterari barocchi; La matrigna, per la sua natura frammentaria e brutale; Gli animali fedeli, per la sua derivazione dal Siddhi-Kür, una raccolta di fiabe della Mongolia. Col tempo, via via che continuavano a raccogliere varianti provenienti da fonti orali o scritte, ricevute da amici e colleghi, i Grimm rimaneggiarono alcune fiabe della prima edizione combinando le diverse versioni, sostituendo altre con le nuove e spostando altre ancora nelle note di commento.

La seconda cosa che il lettore potrà notare nelle fiabe della prima edizione è che molte di esse sono più brevi e incredibilmente diverse rispetto alle versioni pubblicate nelle successive edizioni. In esse c’è un sapore di oralità e di materia viva. Raperonzolo, per esempio, svela di essere rimasta incinta del principe; la madre di Biancaneve, e non la matrigna, vuole uccidere la sua bellissima figlia per invidia. In terzo luogo, il lettore noterà subito che tutte queste fiabe sono scarne e poco o per niente descrittive. L’enfasi è tutta sull’azione e sulla soluzione dei conflitti. Chi le racconta non mena il can per l’aia. È propenso a comunicare le verità che conosce e anche quando ci sono di mezzo magia, superstizioni, trasformazioni miracolose e brutalità, crede nelle sue storie. La metafora traccia una mappa della realtà di chi ascolta e spinge le persone a imparare dai simboli in che modo affrontare le loro realtà.

(Da: La Stampa del 30 novembre 2012)

giovedì 29 novembre 2012

Israele - Palestina: Due Popoli due Stati


Riceviamo e volentieri pubblichiamo 


L’Italia sostenga la richiesta dell’Anp

QUATTRO ANNI FA, IN QUEI DRAMMATICI GIORNI CHE seguirono l’assedio di Gaza, lanciammo un appello dal titolo: «La questione morale del nostro tempo». Rappresentava il tentativo non solo di uscire dalla spirale della guerra, ma anche dai rituali dello schierarsi con le parti in conflitto per provare ad indicare una prospettiva diversa, capace di modificare il nostro sguardo su un conflitto che affonda le proprie radici nel cuore di tenebra dell’Europa e del suo Novecento.

Si avviò una carovana. Si nutriva di culture e di storie che la guerra intendeva cancellare, di resistenza nonviolenta a dispetto della chiamata alle armi, di relazioni fra territori e persone nell’intento di valorizzare luoghi e saperi che nell’intreccio del Mediterraneo hanno costruito straordinarie civiltà niente affatto in conflitto. Una rete fittissima di esperienze che hanno interagito con la «primavera araba» dopo la quale niente è più come prima. Oggi la storia sembra ripetersi, quasi a voler abbattere i ponti di dialogo costruiti a fatica nel contesto dei grandi cambiamenti di questo tempo. Di nuovo assistiamo impotenti al dilagare della guerra. Le popolazioni civili vedono aggiungersi nuove sofferenze e nuove distruzioni, tanto in Palestina dove nuovi lutti si aggiungono ad una interminabile lista del dolore, quanto in Israele dove un numero pur minore di vittime non attenua lo stato di tensione e di paura. Per entrambi, l’insicurezza e l’incertezza del domani avviliscono l’esistenza ed offuscano le menti.

Ora che i bombardieri tacciono e la tregua sembra reggere, dobbiamo sapere che i problemi sono immutati e che il campo della belligeranza si è fortificato, che i sondaggi di opinione danno in crescita i falchi ottusi e le tendenze estreme. I proclami di guerra e di odio hanno contaminato il linguaggio quotidiano, costringendo in una posizione minoritaria la ragionevolezza e il buonsenso, mentre tutti noi diventiamo vittime collaterali. Eppure siamo consapevoli che la guerra non porta da nessuna parte, tanto è vero che gli ultimi conflitti nel Vicino Oriente si sono risolti in un vano e catastrofico esercizio di potenza, deteriorando situazioni già intollerabili, impoverendo di umanità e di intelletto popolazioni già provate e allontanando l’orizzonte di pace e serenità per una vita dignitosa. E che il dialogo è l’unica alternativa alla guerra. In queste ore, con un nuovo appello vorremmo essere vicini a tutti, gettare una pietra nello stagno che ci ha trasformato in impotenti spettatori o in agguerriti tifosi.
Noi sappiamo che nel diritto, nella legalità internazionale e nelle sue molteplici convenzioni, esiste uno spazio di vita e di dignità per tutti. Sappiamo anche che il Mediterraneo è uno spazio non solo geografico ma anche culturale e politico nel quale costruire una prospettiva di incontro e convivenza fra i popoli. Così come sappiamo, infine, che «la pace dei coraggiosi» continua a rappresentare l’unica scelta possibile per una vita in sicurezza, per la dignità, la crescita umana e culturale di entrambi i popoli. Per questo siamo a chiedere la convocazione di una nuova conferenza internazionale per la pace che riparta da dove i colloqui si sono interrotti. Chiediamo all’Italia e all’Europa di sostenere, presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite la richiesta di Abu Mazen a nome di tutto il suo popolo per il riconoscimento dello Stato palestinese entro i confini del 1967, come contributo a rafforzare la pace in tutta una regione oggi segnata dall’instabilità, dal soffocamento violento delle istanze di libertà e di democrazia. Questo passaggio aiuterà altresì le nuove democrazie nel mondo arabo ad evolversi verso un vero stato di diritto e getterà le basi per una proficua cooperazione regionale e mediterranea, nel quale le grandi risorse umane e materiali siano valorizzate a favore della vita e dello sviluppo umano.

Con il nostro appello intendiamo dare vita ad un presidio permanente contro la guerra a favore della pace in Palestina e Israele, sulla base della legalità internazionale. Ci rivolgiamo a tutti, in modo particolare a tutti i giovani, senza distinzione di fede o nazionalità, che hanno ereditato un mondo dilaniato dalla guerra e depauperato da scelte politiche insensate, perché il nostro Mediterraneo riacquisti il suo splendore.

(Per adesioni: mezzalunafertile.wordpress.com)

Moni Ovadia, Ali Rashid, Fausto Raciti, Paolo Beni, Antonio Bassolino, Pierluigi Bersani, Mercedes Bresso, Susanna Camusso, Nandino Capovilla, Raya Cohen, Andrea Cozzolino, Rosario Crocetta, Leonardo Domenici, Vasco Errani, Stefano Fassina, Lorenzo Floresta, Roberto Gualtieri, Antonio Liaci, Federica Martiny, Davide Mattiello, Gennaro Migliore, Michele Nardelli, Matteo Orfini, Antonio Panzeri, Gianni Pittella, Alessandro Portinaro, Enrico Rossi, Pasqualina Napoletano, Nichi Vendola.



Jacques Lacan. Desiderio, godimento, soggettivazione




Chi era Lacan e che cosa ha veramente detto? Non è facile rispondere. Ci prova ora Massimo Recalcati con due volumi che tentano una lettura complessiva e dall'interno di una delle personalità più enigmatiche della cultura del Novecento.


Roberto Esposito

Tutto Lacan


Noi, i soggetti. Ma chi siamo, noi? E cosa vuol dire “soggetto”? Che rapporto passa tra me e l’altro, all’interno della comunità? Ma anche tra me e ciò che, senza appartenermi, come il linguaggio che parlo, mi condiziona, mi modella, mi altera? E ancora: cosa è, per ciascuno di noi, il desiderio? A quale legge risponde? E come si articola con l’etica, l’arte, l’amore? Sono le grandi domande che si pone, e ci pone, Massimo Recalcati in Jacques Lacan. Desiderio, godimento, soggettivazione (Cortina), prima parte di un dittico, straordinario per quantità e qualità, cui seguirà un’altra sulla clinica psicoanalitica. Si tratta del suo ultimo libro, ma anche, più a fondo, del libro della sua vita. Certamente Recalcati ne scriverà ancora molti. Ma il libro della vita è un’altra cosa. È il libro cui dedichiamo la vita, ingaggiando una battaglia che non possiamo mai davvero vincere. E che poi, a un certo momento, sorprendendoci, la vita scrive attraverso di noi.

Si potrebbe dire che questo, a conti fatti, è quanto ci ha insegnato Lacan. La sua è un’opera “difficile” – non perché lontana dalla nostra esperienza, ma perché, al contrario, tanto prossima ad essa che quasi non riusciamo a metterla a fuoco e oggettivarla. La forza e il fascino del libro di Recalcati stanno appunto in questa consapevolezza. Nel sapere, e nel dirci, che le tesi di Lacan non possono essere descritte dall’esterno, come una qualsiasi teoria, ma vanno riconosciute dentro di noi – nei nostri gesti e nelle nostre parole, nei nostri impulsi e nei nostri smarrimenti. In questo senso va intesa quella “sovversione del soggetto” cui, fin dai primi seminari, Lacan dedica la propria opera – e dunque, come si diceva, la propria vita. Contro l’idea di una padronanza del soggetto su se stesso egli ci insegna che diveniamo ciò che siamo soltanto attraverso la mediazione simbolica dell’Altro – di un terzo che s’interpone nella relazione narcisistica tra noi e la nostra immagine, complicandola ma anche vivificandola, dando senso a ciò che sembra non averne.

Recalcati ricostruisce in tutte le sue pieghe lo sviluppo, tutt’altro che lineare, di un pensiero, come quello di Lacan, costituito nel punto di confluenza e di tensione tra esistenzialismo e strutturalismo, capace di assorbire, traducendoli in un impasto originalissimo, gli influssi di Hegel e Heidegger, di Sartre e Kojève, di Saussurre e Jakobson – per non parlare di Freud, restato fino all’ultimo il suo interlocutore privilegiato. In questo quadro complesso e in continua evoluzione, quale è il suo punto di partenza – il nucleo rovente da cui si può dire nasca la necessità del suo pensiero? Si tratta del fatto che, nel rifiuto narcisistico dell’altro, nel tentativo inane di ricucire la propria faglia originaria, il soggetto mostra di odiare innanzitutto se stesso. In questo modo – nel nodo mortifero che lega Narciso a Caino – si può rinvenire la radice dei totalitarismi e della guerra, a ridosso dei quali Lacan comincia a lavorare.

Quello che, nella stretta distruttiva tra Immaginario e Reale, risulta escluso è il piano del Simbolico, della relazione con l’altro, intesa come domanda di riconoscimento reciproco, come legge della parola e del dono. Quando la tendenza all’immunità – alla chiusura identitaria – prevale sulla passione per la comunità, l’Io batte contro il proprio limite rimbalzando sull’altro, secondo una pulsione di morte che finisce per risucchiarli entrambi nel proprio vortice. I grandi temi dell’inconscio come linguaggio, del nome del padre, della dialettica tra desiderio e godimento, sono tutti modi per proporre, da parte di Lacan, la medesima esigenza. Che è quella, per un soggetto esposto alla propria alterità, di non identificarsi con se stesso, ma senza perdersi nell’altro. Di sfuggire alla ricerca compulsiva di un godimento senza limiti, ma anche alla legge di un desiderio senza realizzazione.


L’originalità di Lacan – nell’interpretazione di Recalcati – sta nella capacità di tenersi lontano da entrambi questi estremi. Di non contrapporre il godimento al desiderio, ma di cercare di articolarli in una forma che fa di uno il contenuto dell’altro. Il processo di soggettivazione – vale a dire di elaborazione, da parte dell’io, dell’alterità da cui proviene – è il luogo di questa alleanza, la zona mobile in cui le acque del desiderio confluiscono in quelle del godimento, pur senza mischiarsi. Godere nel desiderio, attraverso il desiderio – vale a dire non di una pienezza irraggiungibile, ma della differenza che ci attraversa e ci costituisce: ecco la sfida, il luogo impervio della nostra responsabilità etica verso l’altro, che né la dissipazione libertina di Sade né la morale sacrificale di Kant potevano mai attingere. È il tema su cui sono tornati con efficacia anche Bruno Moroncini e Rosanna Petrillo in L’etica del desiderio. Un commentario del seminario sull’etica di Lacan (Cronopio). Quali sono i segni di questa possibile giuntura tra godimento e desiderio, pulsione e legge, uno e altro? Lacan li rintraccia intanto in un’etica del reale – non dei valori trascendenti – che, pur consapevole della necessità che ci governa, la apre alla contingenza dell’incontro inatteso, come quella che, nell’interpretazione sartriana, fa di Flaubert non un idiota, ma un genio.

Ma li ritrova anche nella dinamica dell’amore – come ciò che riscatta l’impossibilità degli amanti di ottenere un godimento reciproco. Mentre il maschio non può godere che di se stesso e in se stesso, la domanda della donna è senza limiti e dunque mai soddisfatta. Vero amore è quello che, anziché rimuoverla, riconosce questa distanza, rinunciando al godimento assoluto. Non l’abolizione della mancanza, ma la sua condivisione nell’abbandono e nel rischio che ne deriva. L’arte, in una diversa esperienza di sublimazione, riproduce tale condizione. Anche in essa la pulsione si afferma circoscrivendo un vuoto – elevando il proprio oggetto alla dignità della Cosa. Come provano i quadri di Cézanne, ma anche la scatola di fiammiferi di Prévert, in una pratica artistica intesa come organizzazione del vuoto, presenza e assenza si sovrappongono in una forma che fa dell’una l’espressione rovesciata dell’altra, così come, in tutta l’arte contemporanea, la figura si rivolge all’infigurabile.

Ancora una volta il soggetto si riconosce assoggettato a qualcosa che lo domina, su cui egli non può avere controllo. E tuttavia, ciò non ne determina né la dissoluzione né la soggezione a una potenza straniera. C’è sempre, in ogni esistenza, una sporgenza rispetto al proprio destino, un punto di resistenza alla ripetizione che coincide con la singolarità della vita. È proprio l’assenza di governo di sé, l’esposizione all’Altro, che riapre il cerchio della necessità alla dimensione del possibile. Forse, si potrebbe aggiungere, l’unico terreno sul quale questa possibilità appare più appannata, nell’opera di Lacan, è quello della politica. Non a caso il libro di Recalcati percorre i territori della filosofia, dell’etica, dell’estetica, ma non quello della politica. Forse perché alla politica non basta la soggettivazione in quanto tale, e neanche l’incrocio dell’uno con l’altro. Occorre anche una linea conflittuale che, all’interno della società, aggreghi gli uni contro, o almeno di fronte, agli altri. Ecco è la questione ultima, lasciata aperta da Lacan, con cui la ricerca di Recalcati è chiamata a confrontarsi.

(Da: La Repubblica del 28 novembre 2012)

Massimo Recalcati
Jacques Lacan. Desiderio, godimento, soggettivazione
Cortina, 2012
Euro 39

mercoledì 28 novembre 2012

ILVA di Taranto, Primarie e Cinema: cosa c'è dietro lo spettacolo?




Non condividiamo molto della linea editoriale de Il Fatto, non ci piace il suo populismo giustizialista  che tende a dividere il mondo in buoni e cattivi. Crediamo che la realtà sia sempre più complessa e articolata. Ma riprendiamo questo articolo perchè ci permette una brevissima considerazione sul momento politico attuale: ricordate quanti film (da Il Candidato a Idi di Marzo) abbiamo visto sulle primarie USA dove il candidato progressista e liberal si rivelava dietro le quinte un cinico manipolatore del consenso? E'un film triste che non vorremmo rivedere ancora.

Antonello Caporale


Rappresaglia: l’ILVA chiude. 
Ora Bersani restituisca i soldi a Riva



È il sapore acre della rappresaglia. È la manifesta volontà di rispondere all’inchiesta della magistratura con la più minacciosa delle ritorsioni possibili. Chiudere l’Ilva a Taranto significa non solo mandare nella disperazione cinquemila famiglie, ma mettere i lucchetti ad altri cinque stabilimenti in Italia e provocare, alla vigilia di Natale, il più acuto dei conflitti sociali. La famiglia Riva chiude i cancelli dopo la pubblicazione dei faldoni che raccontano le collusioni e connivenze di cui hanno goduto. Sputare sulla verità, piegarla quotidianamente agli interessi di chi da quel veleno ha tratto milioni di euro di profitti, sembra sia stato il compito dell’azienda, aiutata da una fetta del mondo sindacale, da una parte del giornalismo e naturalmente dalla politica. 

I Riva hanno sempre goduto di vasti appoggi. E spesso, benché lontani dal mondo romano, hanno trovato ascolto le loro perorazioni, le richieste continue alla diluizione nel tempo delle minime, essenziali opere di messa in sicurezza del lavoro di migliaia di operai e della tutela della salute di una intera città. Era questo il sistema Taranto. E oggi cosa dice Pier Luigi Bersani, cosa pensa di dire davanti a questa crisi di legalità se egli stesso si trova a essere il destinatario di un dono, pari a 98 mila euro, che i Riva hanno sottoscritto in favore della sua campagna elettorale del 2006? Non serve a molto aggiungere che il patron dell’Ilva ha naturalmente garantito un assegno (ben più cospicuo: 245 mila euro) a Forza Italia. E che le due donazioni erano legittime e previste dalla legge e tutte documentate.

La vicenda è purtroppo una bomba che torna a scoppiare nelle mani del segretario del Pd e proprio mentre è impegnato nella decisiva battaglia per la leadership del centrosinistra. È una questione irrisolta, una domanda inevasa: può un dirigente di sinistra e riformista accettare un sostegno economico da un imprenditore discusso senza essere coinvolto (e un po’ travolto) dal destino di costui? 

L’inchiesta oggi rivela che un secondo candidato alle primarie, il governatore della Puglia, Nichi Vendola, ha elargito simpatie quantomeno inopportune e disponibilità irrituali. Bersani, prima di illustrare quali sono stati (se ci sono stati) rapporti e richieste dei Riva, dovrebbe restituire al mittente con un tardivo, ma necessario atto riparatore, la somma ricevuta. E Vendola spiegare più approfonditamente se le sue telefonate con i dirigenti dell’Ilva, e le premure e le rassicurazioni, hanno avuto seguito. E se il tono delle sue conversazioni private sia plausibile. Oggi chiede a Bersani di dire parole che emanino “un profumo di sinistra”. Gli chiediamo: quale profumo e quale sinistra? 

(Da: il Fatto del  27 novembre 2012)

La Riviera Ligure: Ripensando Calvino


E' disponibile l'ultimo quaderno de “La Riviera Ligure”, il bel quadrimestrale della Fondazione Novaro di Genova, interamente dedicato ai quarant'anni de Le città invisibili di Italo Calvino. Ulteriore testimonianza, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto ancora l'opera dello scrittore sanremese rimanga attuale e aperta a continui approfondimenti e riflessioni. Del quaderno, davvero assai ricco e stimolante, pubblichiamo l'incipit del corposo saggio di apertura di Giorgio Bertone e l'indice.

Giorgio Bertone

Quarant'anni dopo

Che cosa ci dicono, che cosa ci suggeriscono, insegnano Le città invisibili a quarant'anni dalla loro apparizione meravigliante? (E, fra poco, aggiungiamo, a novant'anni dalla nascita di Calvino, se si vuole cogliere anche questo pretesto aritmetico).

Che cosa ci dicono, al di là dell'eleganza, del tenace e minuzioso gioco combinatorio, persino ascetico (la griglia precisa delle cinquantacinque città divise in nove gruppi e a loro volta divisi in rubriche cicliche: Le città e la memoria, Le città e i segni, Le città e i desideri eccetera), della perfezione stilistica e definitoria (“L'atrove è uno specchio in negativo.

Il viaggiatore riconosce il posto che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà”) dell'agilità linguistica (“[Armilla] non ha nulla che la faccia sembrare una città, eccetto le tubature dell'acqua, che salgono verticali dove dovrebbero esserci le case e si diramano dove dovrebbero esserci i piani: una foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni troppopieni”), ancor oggi intatta, ammirevole, godibile, persino di per sé accresciuta nel valore pedagogico-sociale di una lingua che è l'opposto della banalità, dell'imprecisione quotidiana, anche scritta (nuovi sistemi di comunicazione digitale subito inclusi, perchè primeggianti), senza mai essere puro esercizio formale e retorico tanto la figura, l'emblema ci impegna la mente.

(...)



Sommario

Giorgio Bertone
Quarant'anni dopo

Gerson Maceri
La cinquantaseiesima città invisibile

Giorgio Bertone- Loretta Marchi
La formica argentina

Veronica Pesce
La formica in biblioteca

Claudio Bertieri
Lo sguardo di Palomar, “l'uomo-cinema”. Dalla pagina allo schermo televisivo

Leo Lecci
Qualche nota su Calvino e l'arte figurativa

“Città invisibili”
Dodici artisti per Italo Calvino: testi e immagini



Ripensando Italo Calvino
La Riviera Ligure
Quaderni quadrimestrali della Fondazione Mario Novaro
Anno XXIII – Numero 2 (69), settembre-dicembre 2012

Per informazioni e richieste:


Città invisibili è anche una mostra:




martedì 27 novembre 2012

Monti affama la gente, ma arricchisce la Chiesa


Galantara, Il Vaticano (1905)























Non avevamo dubbi: la Chiesa cattolica non pagherà l'IMU. Su questo terreno il governo dei tecnici, targato Opus Dei, non ha problemi ad andare contro le direttive europee che evidentemente valgono solo per lavoratori e pensionati. Eppure i vertici vaticani protestano già per il decreto comunque ritenuto eccessivo. Tutto normale in un Paese in cui i leader del principale partito della sinistra hanno come riferimento ideale Papa Giovanni e il Cardinale Martini.

Valentina Conte 

Il governo aiuta la Chiesa “Mini Imu” per scuole e cliniche

Disattese le richieste Ue. Istituti esentati dal tributo se l’attività didattica è gratuita. La Chiesa non pagherà l’Imu su tante scuole e cliniche ampi margini di esenzione


Il governo “grazia” la Chiesa sulla Imu per gli immobili appartenenti ai beni del Vaticano. Il regolamento di applicazione della nuova imposta, che per molti italiani ha rappresentato una stangata, prevede infatti una mini Imu per scuole e cliniche, due attività certamente profittevoli per la Chiesa. E per gli istituti dove l’attività didattica è gratuita viene prevista la esenzione completa dal nuovo tributo. In questo modo sono state disattese le richieste della Ue. E non si è tenuto conto dei due pareri negativi del Consiglio di Stato.


Alla fine il regolamento del governo sull’Imu per la Chiesa e gli altri enti no profit arriva in Gazzetta ufficiale. Esattamente dieci giorni dopo la seconda e netta bocciatura del Consiglio di Stato del 13 novembre. E con una stesura praticamente identica.

Come se i rilievi dei giudici amministrativi non ci fossero mai stati. Ma nella convinzione però di averli assolti. Il testo del decreto dell’Economia, a firma del ministro Grilli, di fatto ricalca quello respinto. E rischia di gettare nel caos chi dovrebbe pagare l’imposta nel 2013 e forse continuerà a non farlo, chi la paga e non capisce il motivo degli sconti per gli altri, i Comuni bisognosi di chiarezza sui gettiti. Con l’eventualità concreta di ricorsi a non finire. La scelta di campo del governo è dunque chiara. E ruota attorno alla definizione di “non commerciale” e quindi di presenza o meno di profitto. Se l’ente non fa utili, o non li distribuisce o li destina alla solidarietà o anche li reinveste nelle sue attività educative, sanitarie, alberghiere, culturali, sportive, non pagherà l’Imu. A patto, dice il governo, che i servizi siano erogati gratis o con un prezzo “simbolico” e in ogni caso “non superiore alla metà della media” di mercato. Oppure tali da coprire “solamente una frazione del costo effettivo del servizio”. Criteri giudicati dal Consiglio di Stato, in entrambi i pareri negativi, “eterogenei” e con “profili di criticità”. Ma soprattutto non attinenti alla nozione di impresa come “entità che esercita un’attività economica” (non “commerciale”) adottata da tempo dall’Unione europea. Attività che consiste “nell’offrire beni e servizi in un mercato”. A prescindere se faccia o meno utili. Anche perché se il bilancio d’impresa fosse in rosso, non per questo quell’impresa sarebbe esentata dall’imposta. Grazie al regolamento confezionato dal governo, al contrario, alla fine anche attività che hanno costi e ricavi, dunque che stanno con evidenza sul mercato, potranno non versare l’Imu. Uno sconto a cui l’Europa guarda con attenzione, visto che sull’Italia pende l’infrazione per aiuti di Stato illegittimi (al Vaticano). E che potrebbe costare caro al nostro Paese, anche fino a 3,5 miliardi, se consideriamo (come stima il ministero dell’Economia) mancate entrate per 300-500 milioni all’anno, da restituire a partire dal 2006 (anno della prima legge in materia di Imu al no profit). A difendere le posizioni della Chiesa, padre Ciccimarra, presidente Agidae (gestori degli istituti cattolici): «Tutte le scuole sono già in fallimento, così le chiuderemo in un anno, licenzieremo 200 mila persone». Mentre il Pd, con la responsabile del welfare Cecilia Carmassi, ricorda la necessità di «salvaguardare il patrimonio sociale».


Sanità. “Convenzionate” esenti anche se applicano il ticket.

IL CONSIGLIO di Stato lo scriveva in modo chiaro, nel suo secondo parere: «Soggetti in apparenza “non commerciali” possono in taluni casi, trovarsi a svolgere attività economiche in concorrenza con analoghi servizi offerti da altri operatori economici». E in quanto tali devono pagare l’Imu. Invece il governo ha tirato dritto. Nel nuovo testo del regolamento, in vigore dall’8 dicembre, per quanto riguarda cliniche e strutture assistenziali e sanitarie il concetto rimane identico alla versione bocciata. Se sono accreditate, basta che i servizi siano gratuiti, «salvo eventuali importi di partecipazione alla spesa previsti per la copertura del servizio universale». Se non sono accreditate, per non pagare l’Imu la retta deve essere zero o simbolica «e comunque» non oltre la metà della media di mercato (ovvero i prezzi scelti da altre simili strutture del territorio). I giudici amministrativi facevano notare che in entrambi i casi - accreditamento o meno - l’attività economica non solo non è esclusa, ma è rivelata da una «non meglio precisata possibilità di partecipazione alla spesa» e dal calcolo astruso e fumoso (come la metà della media) «di difficile applicazione», aperto a molte furbizie.


Ricavi inferiori ai costi e l’imposta non è dovuta.

Scuole. ANCHE per le scuole, i cambiamenti apportati dal governo nel nuovo regolamento sono solo lessicali. Nella versione bocciata dal Consiglio di Stato, si esentavano dall’Imu quelle strutture paritarie che svolgono l’attività gratis «ovvero dietro versamento di rette di importo simbolico e tali da non coprire integralmente il costo effettivo del servizio». Oltre al fatto che non discriminano tra gli alunni da accettare, accolgono quelli con handicap, applicano i contratti collettivi ai dipendenti, hanno strutture adeguate, pubblicano il bilancio. Quell’espressione cruciale ora diventa «tali da coprire solamente una frazione del costo effettivo del servizio». Il Consiglio di Stato sosteneva nel suo parere che questa espressione (del tutto analoga nelle due versioni) smentisce nella sostanza la presunta gratuità. E dunque il criterio «non sembra essere compatibile con il carattere non economico dell’attività ». Anche perché il fatto di non coprire per intero i costi, «ricalca il concetto di servizi finanziabili prevalentemente da genitori e alunni, per il quale gli organi dell’Unione europea escludono il carattere non economico dell’attività». Ancora una volta, anche qui, l’Imu sarebbe dovuta.


Alberghi. Parametri molto generici così molti non verseranno.



ANCHE le correzioni del Consiglio di Stato sul capitolo “attività ricettive” sono rimaste lettera morta. Il riferimento ad un prezzo «non superiore alla metà dei corrispettivi medi» di altre attività concorrenziali del territorio rimane. Senza essere completato da un’espressione raccomandata dai giudici amministrativi in grado di fugare ogni dubbio sul carattere non economico dell’attività, «come definito dall’Unione europea». Le strutture esenti da Imu, nelle intenzioni del regolamento, sarebbero solo quelle stagionali (“discontinuità nell’apertura”) e con “accessibilità limitata ai destinatari delle proprie attività istituzionali” (case vacanza per religiosi, ad esempio) oppure quelle che offrono un tetto “anche temporaneo” agli svantaggiati. Il timore del Consiglio di Stato è che inserendo un parametro di costo, lo sconto Imu si possa estendere anche ad altre strutture che quel bonus non lo meritano. Non contento di ciò, il governo ha poi fatto “copia e incolla” dell’espressione sulla “metà della media” anche per le attività culturali, quelle ricreative e infine le sportive. Non c’era, ora c’è. Una porta spalancata, anche qui, ad abusi e scappatoie dall’Imu.

(Da: La Repubblica del 25 novembre 2012)

Rossana Rossanda: Addio al Manifesto



Rossana Rossanda

Addio al Manifesto

Rossana Rossanda lascia il Manifesto. Una delle fondatrici della storica testata della sinistra italiana se ne va, con una lettera (che qui pubblichiamo) in cui accusa la direzione e la redazione di "indisponibilità al dialogo". Lettera che Rossanda ha inviato al giornale.

E' solo l'ultimo degli addii "eccellenti" che il Manifesto ha subito nelle ultime settimane. Prima Vauro, poi Marco D'Eramo (la cui lettera di commiato è stata liquidata con poche sprezzanti righe dalla direzione, ragione per la quale è in corso tra i suoi amici e lettori una raccolta di firme per criticare duramente l'atteggiamento del giornale nei confronti di una delle figure storiche del Manifesto). 

LA LETTERA DI ROSSANDA

Preso atto della indisponibilità al dialogo della direzione e della redazione del manifesto, non solo con me ma con molti redattori che se ne sono doluti pubblicamente e con i circoli del manifesto che ne hanno sempre sostenuto il finanziamento, ho smesso di collaborare al giornale cui nel 1969 abbiamo dato vita. A partire da oggi (ieri per il giornale), un mio commento settimanale sarà pubblicato, generalmente il venerdì, in collaborazione con Sbilanciamoci e sul suo sito www.sbilanciamoci.info.

Rossana Rossanda


lunedì 26 novembre 2012

Asger Jorn. Un artista libero




La Fondazione de l'Hermitage di Losanna dedica una grande retrospettiva a Asger Jorn (1914 – 1973) un autore che visse lungamente ad Albisola ed anche per questo ci è particolarmente caro.


Asger Jorn. Un artiste libre


Il vint à Paris du Danemark à moto, un beau jour de 1936, en repartit, revint après la guerre créer le groupe « Cobra » (Copenhague, Bruxelles, Amsterdam) avec Dotremont, Karel Appel, Corneille et quelques autres autour d’un axe nordique ; peignit dans des mansardes, des sanatoriums, des chalets suisses, des villas de la côte italienne ; passa plus de la moitié de sa vie dans une vraie pauvreté, et dès qu’il eut trois sous, acheta des dessins d’art (Max Ernst, Hans Arp, Emil Nolde, James Ensor) qu’il donna pour finir à un petit musée en plein cœur du Danemark. Dès ses premiers mouvements et jusqu’à sa mort, Asger Jorn fut l’incarnation de l’artiste par excellence. Les toiles présentées à la Fondation de l’Hermitage montrent pourtant que ce peintre-né dut batailler avec la toile pour accéder à la plénitude de son art. Pourquoi ? L’exposition permet d’esquisser quelques hypothèses.

Fantômes nordiques

Les témoins racontent qu’Asger Jorn, parlant cinq ou six langues, se faisait des amis dans les compartiments des trains, sur les bancs publics, dans les librairies et les ateliers d’art. À une époque où l’unité de l’esthétique européenne volait en éclats, cette ouverture aux autres dut laisser l’homme un peu perplexe : comment trouver sa voie après avoir fréquenté fernand Léger, traduit Kafka, rencontré Picasso et Wifredo Lam, admiré à la fois le Bauhaus et le surréalisme ? Jorn devait s’affirmer comme un artiste nordique tout en contribuant à l’art de son temps ; mais lequel ? Sa double aspiration l’écartela entre la mythologie – les trolls, les lutins et autres « visions nocturnes » (1956) hantent ses toiles, ainsi que la figure tutélaire du norvégien Edvar Munch – et la fascination pour la peinture gratuite et spontanée, faite simplement de couleurs. Curieusement donc, la formule qui définit son génie se trouve sous son pinceau dès les premières toiles – mais irréconciliée. « L’idée figurative est toujours perceptible, commente Aurélie Couvreur, conservatrice de l’Hermitage, mais Jorn est sans cesse en train de brouiller la lecture. » Dans ses châteaux en Espagne (1954), la fantaisie du spectateur se promène à sa guise ; c’est agréable, mais Jorn va faire bientôt beaucoup mieux.



Le sens du sens

Ayant liquidé sa filiation « munchienne », il va en effet substituer aux « Cris » réinterprétés ses propres Chuchotements. Ses portraits de Balzac ou de Pierre Alechinsky (1956) tentent une première fois de contourner la question du sens : seul un indice permet d’en « reconnaître » les modèles ; en réalité, Jorn laisse son pinceau créer en toute liberté. « Le problème, écrit-il dans un texte de 1959 reproduit dans le catalogue, est de saisir et formuler la tension voulue dans l’œuvre entre l’apparence et le signe. » En 1958 et 1962, il tente une autre solution : il achète des tableaux d’art populaire et, d’un coup de pinceau, les détourne (Grand baiser au cardinal d’Amérique). Le résultat touche au but ou le rate, c’est selon. Comme l’écrit Christian Dotremont : « il est rare d’être sûr. »

L’apothéose

Que se passe-t-il donc dans la tête d’Asger Jorn lorsqu’il se met soudain à peindre ses chefs d’œuvre – ceux que l’on découvre dans la seconde moitié de l’exposition, soigneusement cachés dans les sous-sols comme de précieux trésors ? Rien peut-être. La croissance des enfants, la santé financière, l’implication dans un réseau d’artistes plus ferme suffisent peut-être à créer un nouvel équilibre. Ils libèrent définitivement le pinceau et la palette chromatique du Danois (Kyotosmorama, 1969-1970), qui s’exprime à peu près sur tous les supports – d’où les belles xylogravures du recueil Études et Surprises. Hélas, l’ancien tuberculeux devenu fumeur aura joué avec sa vie : un cancer du poumon l’emporte au moment où il touche au sommet de son art. Pierre Alechinsky, le plus intime de ses amis peintres, en devient philosophe : « Rien, n’écrit-il, n’est plus capricieux que la maturité, si tant est qu’elle vienne. »

Exposition « Asger Jorn. Un artiste libre »
Fondation de l’Hermitage à Lausanne
22 juin – 21 octobre 2012

Tzvetan Todorov: I pericoli di un mondo individuale in cui ognuno rappresenta solo se stesso



Edward Hopper, Eleven a.m.

















Crediamo che la riflessione del filosofo bulgaro sullo smarrimento del senso di comunità, apparsa ieri su La Repubblica, aiuti a comprendere più di molti discorsi "tecnici" l'attuale sentire politico di larghe masse in Italia e come sia illusorio pensare di uscire da questa crisi affidandosi alle doti salvifiche e al carisma di un leader. 


Tzvetan Todorov

I pericoli di un mondo “individuale” in cui ognuno rappresenta solo se stesso


In un’epoca ipertecnologica le relazioni danno spesso l’illusione di uno scambio E questo ha delle conseguenze nella visione dell’etica e della responsabilità

Se si ha l’impressione di un tracollo dell’etica nel mondo in cui viviamo – di uno smarrimento del senso di responsabilità e di comunità –, ciò non dimostra che questa crisi sia realmente in atto. Si sente dire spesso: nel nostro secolo gli interessi materiali regnano incontrastati, e si dimenticano i valori spirituali. Ma è mai esistita quell’età dell’oro di cui si sogna?

Di fatto però, nel nostro mondo e nel nostro tempo, stanno avvenendo mutazioni che hanno probabilmente un impatto negativo sul senso morale della popolazione. Perché la morale ha anche a che fare con dei valori condivisi: non è una semplice proiezione individuale, provoca pensieri, relazioni e azioni che hanno conseguenze sociali. L’invenzione dei computer e la loro messa in rete influenzano profondamente le nostre attività di comunicazione, e quindi i rapporti tra gli individui e il nostro agire morale. Un secolo fa, l’informazione era scarsa, il telefono difficile da ottenere; le notizie arrivavano a rilento. Oggi l’informazione è permanente e pletorica; ognuno di noi è collegato in permanenza a vaste reti e comunica con un gran numero di persone. Ma al tempo stesso le popolazioni europee, le stesse che fruiscono di queste tecnologie, si lamentano di un crescente senso di solitudine, di isolamento, di abbandono. Il trionfo della comunicazione e la sua sconfitta sembrano avanzare di pari passo.

Ci si rende conto allora che il termine di comunicazione si riferisce a due funzioni ben distinte: la prima consiste nel trasmettere un’informazione, la seconda nel partecipare alla formazione della persona. Quando parlo con qualcuno, posso comunicargli una serie di dati sull’oggetto del nostro colloquio, ma al tempo stesso mi metto in rapporto col mio interlocutore, anticipo la sua reazione e mi adatto a lui; e così facendo mi trasformo, pur cercando al tempo stesso di influenzarlo a mia volta. Nulla potrà mai sostituire la prossimità di un volto, le sensazioni uditive, olfattive, tattili che risentiamo nel corso di un incontro fisico. Senza di esse viviamo nell’illusione di uno scambio, ma il nostro slancio è devitalizzato. Finiamo per dimenticare che siamo fatti dagli altri, e che la chiave della nostra fragile felicità è nelle loro mani.

La politica non va confusa con l’etica,ma è quest’ultima a conferirle un orizzonte. Dalla caduta del muro di Berlino, che ha dato il via all’ascesa di un neoliberismo sempre più potente, assistiamo in Europa a un cambio di prospettiva: come se il tracollo dell’impero sovietico avesse dovuto comportare un deprezzamento dei valori di solidarietà, di uguaglianza, di bene comune, preconizzati ipocritamente da quello Stato e dai suoi satelliti. Secondo la dottrina neoliberista che sottende le decisioni politiche dei nostri governi, l’essere umano è autosufficiente, e gli interessi economici devono prevalere sui nostri bisogni sociali. Ma in un mondo in cui il soddisfacimento dell’individuo è il solo valore condiviso non c’è più posto per l’etica, il cui principio sta nel tener conto dell’esistenza degli altri.

L’etica entra in crisi in un Paese in cui nessuno si preoccupa più di tutelare le proprie risorse naturali, mettendo così a repentaglio la salute e la stessa sopravvivenza delle generazioni future; che rifiuta di investire in infrastrutture accessibili e utili a tutti; che professa il disprezzo per i deboli e i poveri, tacciati di pigrizia o stupidità; che induce a vedere il diverso da noi come una minaccia. Uno Stato che appare immorale erode anche le basi dell’etica dei suoi abitanti.

Non siamo di fronte alla minaccia di un tracollo definitivo dell’etica, la quale è inerente alla coscienza umana. La sua scomparsa significherebbe una mutazione della nostra specie in quanto tale. Ma nel breve termine siamo chiamati a reagire a queste trasformazioni. Quella dovuta allo sviluppo tecnologico esige un maggior dominio delle nostre nuove capacità – così come si impara a guidare un’automobile per non mettere in pericolo la propria vita. Mentre le mutazioni originate da un’ideologia comportano di riflesso la necessità di un’altra ideologia, più vicina alla verità delle nostre esperienze, che veda nell’economia un mezzo e non un fine, e riconosca che è l’interumano, il rapporto con l’altro, a fondare l’umano.


(Da: La Repubblica del 25 novembre 2012)














Tzvetan Todorov (Sofia 1939) è un filosofo e saggista bulgaro. Trasferitosi a Parigi, ha studiato filosofia del linguaggio. Ha insegnato alla Yale University ed è stato poi direttore del Centro di Ricerca sulle Arti e il Linguaggio di Parigi. Dopo lavori di critica letteraria sulla poetica dei formalisti russi, si è occupato di filosofia del linguaggio, di antropologia e  del ruolo del singolo e della sua responsabilità nella storia.


domenica 25 novembre 2012

Edward Hopper a Parigi


La mostra parigina dedicata a Edward Hopper (1882 – 1967) è un emozionante percorso alla riscoperta di un grande artista americano del XX secolo. "Pittore del moderno”, come Baudelaire definiva Constantin Guys, vignettista suo contemporaneo e illustratore raffinato del reale.


La complessità di Hopper é segno della ricchezza della sua opera e questo è dichiarato apertamente dall’inizio alla fine del percorso espositivo. Quest’ultimo è concepito secondo un criterio cronologico e si compone in due parti: la prima, dedicata agli anni di formazione, alle influenze di artisti a lui vicini come Robert Henri, e agli anni parigini (1900-1924). La seconda alla maturità, riconoscibile dalle sue opere più famose, veri e propri "teatri di solitudine": le vedute dei fari, le stazioni di servizio, le figure femminili, in interni diversi – camere di hotel, caffè, sale di attesa.


Nella sua opera si evince una simpatia per il banale: ogni frammento di realtà viene colto con una commozione, nel corso degli anni, sempre più profonda. Le figure che vediamo non sono mute presenze: nell’istantaneità dell’immagine-quadro, ci parlano e ci emozionano.


Edward Hopper
10 ottobre 2012 – 28 gennaio 2013
Grand Palais, Parigi



(Fonte: Vogue.it)

Guido Araldo, Torino magica e Real Segreto


Non c'è bisogno di presentazione per Guido Araldo, basta scorrere l'archivio del nostro Blog. Esce ora in libreria l'ultimo suo lavoro, un romanzo giallo a sfondo massonico, ambientato a Torino. Una storia intrigante sullo sfondo di un Piemonte misterioso e magico che pochi conoscono.

Guido Araldo, Torino magica e Real Segreto

Un thriller esoterico e alchemico tra Torino magica come mai è stata descritta e i misteri templari a Saliceto, nella chiesa dalle pietre parlanti sulle Langhe magiche.
Quattro rose di San Giovanni, due sulla pietra e due planimetriche, e una chiave spezzata.
Tre delitti con simboli alchemici in luoghi distanti tra di loro: Dublino in Irlanda, Olinda in Brasile e il Lago Maggiore in Piemonte.
Una pergamena e una mappa, con sigilli templari, trovate alla Trinity College Library di Dublino e subito scomparse.
La Sacra di San Michele, abbazia tra le nuvole, e ancora un'abbazia: Staffarda ai piedi del Monviso.
Personaggi insoliti per un'indagine tortuosa lungo sentieri alchemici e templari: un bibliotecario infedele, due intraprendenti avvocatesse, una pittrice esuberante, un priore trappista noto come "l'eremita", fratres simili a "cavalieri jedi", una bionda mozzafiato...
Riunioni segrete di fronte alla Gran Madre, lo sguardo di Lucifero su Torino, il rito della "fisica magica" nel paese di Paroldo.
Il Real Segreto (32° grado) esiste davvero?
Qualcuno lo ha trovato...


GUIDO ARALDO è nato a Saliceto (CN) da una famiglia presente in loco da secoli. Intensa e varia è stata la sua attività lavorativa: insegnante, poi capo gestione nelle Ferrovie dello Stato, funzionario tributario del Ministero delle Finanze e infine cancelliere presso il tribunale di Cuneo. La sua attività letteraria e le sue ricerche storico-artistiche coprono un arco di trent’anni, sia attraverso viaggi in Europa (non c’è regione che non abbia visitato, privilegiando cattedrali, siti storici, musei, mostre...), sia attraverso la frequentazione di biblioteche ed archivi storici.
La sua produzione letteraria consiste in circa cinquanta libri, suddivisi in romanzi storici, gialli noti come “gli enigmi del commissario” e saggi sulle ricerche collegate alla storia dei Templari e alle tradizioni esoteriche. Ha recentemente pubblicato un romanzo storico ambientato sulle Langhe all’epoca dei Longobardi: Folle il poeta che asseconda il profeta e, per Bastogi, Il mistero di Saliceto – I Templari e la loro presenza in Piemonte, Liguria, Savoia e Nizzardo.


Guido Araldo
Torino magica e Real Segreto
Bastogi, 2012
18 Euro

sabato 24 novembre 2012

Film rubati. Ovvero come la DC censurava Bergman e Truffaut



I film che credevamo di aver visto. Ovvero come la DC ci ha rubato anche il cinema.

Paolo Mereghetti

Censure feroci su Bergman 


La «verginità» trasformata in «sfacciataggine». Il figlio in nipote, a scanso equivoci incestuosi. E se una donna racconta che la prima volta che ha fatto l'amore era «in chiesa» lo spettatore italiano sente invece «in un sottoscala». Non sono errori di traduzione, sono interventi deliberati che la censura italiana impose, tra i tanti, ai film di Ingmar Bergman prima di concedere il visto.

Siamo abituati a pensare al censore come a una specie di Edward mani-di-forbice sempre pronto a far sparire baci proibiti o scollature provocanti (quando non addirittura a inviare al rogo film troppo osceni per essere «recuperati» come Ultimo tango a Parigi). Eppure nel caso del maestro svedese l'intervento fu persino più subdolo e invasivo, arrivando anche a cambiare dialoghi e battute. La prova ce la dà la «Bergman Collection»: 25 titoli (più due solo sceneggiati e vari documentari sul suo lavoro) che Bim, Qmedia e 01 metteranno in vendita entro febbraio, ognuno accompagnato da un ebook di analisi e documentazione curato da Roberto Chiesi e Paola Cristalli della Cineteca di Bologna, dove i film non solo hanno ritrovato lo splendore originale (grazie a un restauro in alta definizione) ma sono stati reintegrati delle scene tagliate. Mentre i sottotitoli in italiano permetteranno di verificare le assurdità e gli oscurantismi imposti dalla censura in fase di doppiaggio.

Prendiamo uno dei film più famosi di Bergman, Il posto delle fragole, viaggio onirico di un vecchio professore che ripensa alla sua vita: le parole sarcastiche del protagonista a proposito di un prete sparirono, così come il riferimento beffardo di uno dei giovani autostoppisti a un coetaneo che voleva prendere i voti. E quando la giovane Sara confesserà la propria verginità, gli italiani pensarono che parlasse della sua sfacciataggine mentre l'ironico interrogativo «Ma come si può credere in Dio?» fu cambiato in «Ma perché discute sempre di Dio?».

Altri esempi. Nei Quattrocento colpi, Antoine Doinel ruba in un cinema una foto di Harriet Andersson seminuda in Monica e il desiderio. Chissà che cosa avrà pensato lo spettatore italiano, a cui il film arrivò con 25 metri di tagli, che fecero sparire tutti i nudi della protagonista, così come furono accorciate o manipolate le scene in cui Monica fa entrare nel proprio sacco a pelo il fidanzato Harry. Tutte scene che naturalmente l'edizione in dvd reintegra, così come sarà possibile ritrovare le intenzioni originali del regista in Sorrisi di una notte d'estate: il figlio dell'avvocato Egerman ridiventa figlio da nipote e quando una domestica troppo disponibile sarà apostrofata con «Una cameriera resta sempre una cameriera» i sottotitoli ci sveleranno che Bergman aveva fatto dire «Una sgualdrina resta sempre una sgualdrina». Così come «una goccia di seme di una pozione d'amore» diventa «una goccia di sangue», dai dialoghi spariscono le allusioni a Martin Lutero (siamo un Paese cattolico o no?) e gli studi «di teologia» diventano studi «di filosofia».

L'ecatombe non si ferma. Nel Settimo sigillo la canzone medioevale che canta lo scudiero viene purgata e stravolta (Non più «Tra le gambe di una troia/è la vita una gran gioia./In alto siede l'Onnipotente/così lontano che è sempre assente/mentre il Diavolo suo fratello/lo trovi anche al tuo cancello» bensì «È stanco il cavaliere/è stanco lo scudiero/ma il cavaliere è fiero/e ammetterlo non può./Ei sogna di pranzare/di bere e poi dormire/però non lo vuol dire o forse non lo può»). Nella Fontana della vergine saltarono 30 secondi nella sequenza dello stupro e la censura aggiunse addirittura un fotomontaggio per dissimulare un'inquadratura. Ma forse lo scempio maggiore lo subì Il silenzio che anche in Svezia suscitò reazioni controverse e in Argentina fece condannare il distributore a un anno di carcere (per fortuna con la condizionale). Vietato ai minori di 18 anni nonostante la soppressione totale di ben tre scene (quella in cui Anna spia una coppia che fa l'amore, quella in cui Ester si masturba e quelli finale dell'amplesso tra Anna e uno sconosciuto), il film trasformò una «chiesa» in uno «scantinato», il monologo in cui Ester confessa il suo disgusto per gli uomini perse tutta la sua crudezza («sangue e muco» diventano «ormoni e uomini» e via di questo passo) arrivando a «far pentire» la donna della propria sessualità mentre l'arbitraria traduzione della misteriosa parola «Hadjek» con «anima» (sul biglietto che scrive Ester) aprì il film a una lettura spiritualista che Bergman non voleva assolutamente.

(Da: Il Corriere della Sera del 24 novembre 2012)

Prima di Corto Maltese. Il periodo argentino di Hugo Pratt


Nei primi anni Cinquanta Hugo Pratt visse e lavorò in Argentina ideando i suoi primi personaggi come il Sergente Kirk e insegnando tecnica del fumetto alla Scuola d'Arte Panamericana. Nei suoi lavori emergono già temi e ambienti che sostanzieranno poi la saga di Corto Maltese.

Siegmund Ginzberg

Hugo Pratt. Lezioni sudamericane



Quando Corto Maltese, partito da Venezia, sbarcò ventiduenne, nel 1949, in Argentina, non si chiamava Corto Maltese, anzi Corto Maltese non era ancora nato. Nacque molto più tardi, già quarantenne, in Italia. Ma c'è chi giura che fu concepito a Buenos Aires, in vista dei velieri che salpavano la Boca del Rio de la Plata. E quando Hugo Pratt, nato nel 1927 presso Rimini, arrivòa Buenos Aires, non si chiamava ancora Hugo, bensì Ugo. Si sarebbe trattenuto quasi vent'anni nella città di Jorge Luis Borges, del gran maestro della vita come racconto d'invenzione, ficción, fiction, opera di pura fantasia talvolta spacciata per veritiera, talvolta più profonda del vero. A disegnare historietas per le leggendarie riviste di fumetti di Hector Oesterheld, a dipingere, a far l'attore di fotoromanzi, a cantare e suonare la chitarra sui treni e nei locali notturni, a far bisboccia e chiacchiere con gli amici, e a insegnare tecnica della «letteratura disegnata» alla Escuela Panamericana de Arte.

Le lezioni perdute si intitola il collage a cura di Laura Scarpa che unisce il materiale di quegli anni con una serie di testimonianze di amici, allievi, non allievi e Pratt stesso. Si sarebbe dovuto intitolare semmai Le lezioni ritrovate.

L'occasione è infatti il ritrovamento delle centoventi dispense originali che la Escuela utilizzava per i corsi per corrispondenza, e di alcuni libri didattici che la scuola diretta da Enrique Lipszyc pubblicò nel corso degli anni per gli appassionati, tra cui la prima monografia al mondo dedicata a un autore di fumetti, un volume cartonato di 52 pagine proprio sull'allora giovanissimo Pratt, che tra i «dodici magnifici», los 12 famosos artistas vantati come docenti dalla scuola, era già il più eminente. C'è un po' di tutto, dal materiale pubblicitario a estratti delle dispense, alcune bellissime fotografie, qualche fotocopia, le testimonianze, le didascalie. E il tutto forse buttato lì un po' troppo alla rinfusa. Ma le tavole, comprese quelle "didattiche", sono magnifiche.

Curioso: nei disegni di Pratt di questo periodo argentino non c'è nessun personaggio che abbia a che fare con l'Argentina. C'è il sergente Kirk, «eroe che pensa, non ricorre mai alla prepotenza, agli abusi o all'esibizionismo», che, sin dal primo episodio, difende gli indiani dalle prepotenze di un esercito occupante e per giunta ringiovanisce invece che invecchiare nel corso degli anni. Ci sono gli indianie gli altri protagonisti del western o del noir poliziesco nordamericano. Ma niente folclore "locale". Sì, certo, Corto Maltese naturalmente sarebbe poi passato per l'Argentina.

Avrebbe intrecciato tanghi appassionati nei locali equivoci, con Esmeralda e Louise Brookszowyc. Che poi sarebbe Louise Brooks, il sex symbol del film muto degli anni Venti, di cui Pratt era follemente invaghito al punto da fargli attraversare l'America per andarlaa trovare, lei ormai novantenne, nella sua casa a Rochester. Il che ci ricorda che fu anche disegnatore di raffinato erotismo, oltre che di avventure e d'azione. Ma tutto questo molto più tardi, quando Pratt era tornato da un bel pezzo a viveree disegnare in Italia, perché qui c'era il miracolo economico e lì si andava alla bancarotta. È il ciclo, bellezza.

Lo stesso Pratt tiene a farci sapere che tutti i suoi personaggi, compresi quelli le cui avventure sono ambientate agli angoli opposti del pianeta, sono in qualche modi passati da lì, dal cosmopolitismo della Buenos Aires di quegli anni. «Non ho mai trovato altrove una letteratura cittadina, urbana, come quella che è stata scritta qui a Buenos Aires. E tutto questo è nei miei fumetti, ci sono i personaggi, c'è tutto.

È l'incontro con un mondo complesso e unico. Qualcosa che non si trova neanche oggi in Europa, sebbene la generazione attuale conviva tra italiani, inglesi, spagnoli. Perché qui (a Buenos Aires) ho incontrato il galiziano, l'andaluso, il tano (come venivano chiamati gli italiani in Argentina), l'ebreo polacco, il tedesco, l'inglese, il russo, il patagonico, il gallese della Patagonia.

Io ho trovato tutto qui. I militari baschi, i pastori baschi, nomi e soprannomi. È qui che ho succhiato tutto, come il latte», ebbe occasione a dire nella lunga intervista a Juan Sasturain, l'amico poeta dei desparecidos.
A Pratt, Borges - «letto tutto prima ancora che venisse proposto in Italia»- piaceva «perché riesce a raccontare cose vere facendole apparire come fantastiche». Non credo l'abbia mai incontrato di persona. Ma capita spesso di conoscere meglio chi non si è mai incontrato, le città dove non si è mai vissuti, i luoghi dove non si è mai stati, le donne che non abbiamo mai abbracciato, gli anni in cui non eravamo nemmeno nati. Molte delle storie disegnate da Pratt sono ambientate in quella parte del Novecento che precede la sua nascita, grosso modo da inizio secolo agli anni Ventie Trenta. Per comodità potremmo sovrapporlo agli anni salienti del curriculum vitae di Corto Maltese: in Cina durante la rivolta dei Boxer (1900); in Manciuria coni russi,i giapponesie Jack London (1904); subito dopo in Patagonia con Butch Cassidy e Sundance Kid; poi con Rasputin in Mongolia e poi sui treni blindati della guerra tra rossi e bianchi dopo la rivoluzione bolscevica (1918); poi in Africa, in Yemen, Somalia ed Etiopia; per finire la sua carriera nella Guerra civile spagnola, volontario nelle Brigate internazionali (1936), quasi a smentire una volta per tutte la leggenda secondo cui da giovane sarebbe stato fascista e si sarebbe arruolato nella X Mas.

È frequente che i grandi maestri della fiction si trovino più a proprio agio a raccontare la propria epoca nelle vesti o in forma di nostalgia di un'altra epoca. Specie se il presente nonè poi così avvincente, appare come un pessimo remake di un film già vistoe sembra aver esaurito le cose che meritano di essere raccontate. Aiuta certo l'atmosfera che si respira con la mentee con gli occhi: Baires,e poi Venezia. Aiuta probabilmente avere storie di famiglia complicate, in cui spesso quel che non sai e vorresti sapere supera quel che sai o sei propenso a raccontare: nel caso di Pratt il padre morto nell'Africa coloniale, la madre ebrea sefardita convertita, con la passione per la cabbalà (sarà poi così o è un provvidenziale tocco di fantasia?), il nonno fondatore dei fasci a Venezia e poi malato di Alzheimer, il quale, quando il nipotino gli mostrava i suoi primi disegni di cowboye indiani, rispondeva con un entusiastico: «Belli! Belli questi bersaglieri!». Ma per trascinare davvero il tuo pubblico in un viaggio nel tempo ci vuole soprattutto tecnicae conoscenza. Ecco quindi il perché dell'estrema attenzione ai dettagli, del vero e proprio culto per l'accuratezza, ad esempio, delle più diverse uniformi militari, fino a quelle che poi avrebbe disegnato per il Corriere dei piccoli. Da piccolo li ritagliavo, incollavo sul cartone e ne facevo interi eserciti. Mi davano un piacere pari soloa quello che avrei avuto dai fumetti e poi dai libri. Con in più la possibilità di gestirmi tutto da solo la vicenda.

Come si racconta conta quanto il cosa si racconta. Vale per un libro, come per un fumetto o un film. C'è a proposito un ricordo d'infanzia di Pratt che la dice sulla magia del raccontare per immagini: «Avevo cinque o sei anni, andavo al cinema e cominciavo a vedere immagini dinamiche che si muovevano lì davanti. Questo ha influito moltissimo nella mia formazione». Anch'io avevo chiesto una volta a mio figlio, quando aveva pochi anni, perché gli piacevano i fumetti. Mi aveva risposto: perché è come un film. Mi sa che aveva capito tutto.


(Da: La Repubblica del 4 novembre 2012)

venerdì 23 novembre 2012

NO alla cancellazione dei contratti di lavoro



Riprendiamo da Il Manifesto un articolo che chiarisce come il patto sul lavoro proposto dal governo Monti rappresenti nei fatti la generalizzazione a tutte le imprese della linea Marchionne e la rinuncia definitiva da parte del sindacato a contrattare orari e carichi di lavoro.

Loris Campetti

Il sussulto della CGIL

Non dev’essere stato semplice per la Cgil decidere di lasciare il tavolo sulla produttività, rifiutandosi di apporre la firma del sindacato più rappresentativo in calce al testo sottoscritto dalle associazioni imprenditoriali e da tutte le altre «rappresentanze» dei lavoratori. E non per il contenuto dell’accordo separato, che rappresenta la tappa forse definitiva della cancellazione del contratto nazionale e delle forme di solidarietà generale che hanno caratterizzato le relazioni sindacali degli ultimi quarant’anni. Un accordo infirmabile, ideologico, teso a confondere la bassa produttività con i costi e le rigidità del lavoro e ad affermare il primato assoluto dell’impresa sulla «merce» lavoro. 

Un accordo che accresce quella che Giorgio Airaudo, nel suo libro appena uscito per Einaudi, chiama «solitudine dei lavoratori». Abbandonati dalla politica, spogliati di diritti e persino della rappresentanza collettiva liberamente scelta, ciascun per sé, spinto a individuare l’avversario non più nel padrone ma nel suo compagno di lavoro con il quale competere – e vincerà chi sarà disposto a consegnarsi integralmente a chi rivendica la proprietà del suo corpo e della sua mente. L’accordo separato sulla produttività è la coerente conclusione di un percorso avviato alcuni governi fa con la scoperta del nuovo passepatout della flessibilità, automaticamente trasformata in precarietà, proseguito con i progressivi peggioramenti del sistema previdenziale fino alla tombale riforma Fornero, con l’assunzione del «modello Marchionne» fin dentro il sistema legislativo, oltre che nelle relazioni sindacali. Berlusconi ha dato il via alla guerra contro il contratto nazionale con il suo prode scudiero Sacconi per poi consegnare a Monti il carroarmato, più capace nel farlo funzionare con l’aiuto della ministra della guerra sociale Fornero, killer dell’articolo 18 e complice dell’applicazione del berlusconiano articolo 8.

La difficoltà insita nella giusta scelta di non firmare la capitolazione sindacale da parte della segretaria Cgil, Susanna Camusso, stava nel contesto melmoso di un governo nominato dallo spirito santo e sostenuto dal 90% del Parlamento, capace dunque di condurre in porto le scelte liberiste e antioperaie più radicali che neanche Berlusconi, che con una qualche timida opposizione pure doveva fare i conti, era riuscito a completare. Lo vogliono i mercati, lo pretende la troika, lo chiede il presidente della Repubblica che invoca il patto politico e la pace sociale, lo stesso Mario Monti si dispiace per la mancata firma della Cgil. Il Pd è troppo impegnato nelle primarie e diviso al suo interno per alzare la voce, e forse è un bene perché se lo facesse non si sa contro chi potrebbe scagliarsi. Non si può dunque non condividere il sussulto di autonomia della Cgil, che dovrà resistere alle mille sirene della deregulation e prendere atto definitivamente che l’attacco della politica e del padronato non è «semplicemente» contro la Fiom ma contro la Cgil e il sindacalismo così come l’abbiamo conosciuto nel dopoguerra.

Nel merito dell’accordo separato basti sapere che saltano i minimi salariali e si archiviano non le 35 ma le 40 ore settimanali, gli straordinari non saranno più contrattati ma comandati e detassati, con le fabbriche che boccheggiano in cassa integrazione e i lavoratori tenuti forzosamente a casa a stipendi decurtati e futuro appeso a un filo, mentre i figli quel filo neppure ce l’hanno, grazie anche alla riforma delle pensioni. Siccome poi si detassano i salari legati ai risultati dell’impresa, è evidente la fine del contratto nazionale e della solidarietà nazionale. Bisognerebbe non solo abbandonare ma rovesciare il tavolo sulla produttività, con sotto tutti gli attori della controrivoluzione italiana. In ogni caso, chi non ha ancora firmato per i referendum sul lavoro si dia una mossa.

(Da: Il Manifesto del 23 novembre 2012)